Italia leader nel riciclo degli imballaggi: 11,7 milioni di tonnellate di materie vergini risparmiate nel 2023I traguardi del riciclo italiano: risparmio energetico, riduzione delle emissioni di CO₂ e benefici economici che superano i 15 miliardi di eurodi Marco ArezioIl riciclo degli imballaggi in Italia ha raggiunto traguardi significativi nel 2023, con benefici ambientali ed economici di rilievo. Secondo il Rapporto di sostenibilità di Conai, il Consorzio Nazionale Imballaggi, il riciclo ha permesso di evitare l'estrazione di 11,7 milioni di tonnellate di materie prime vergini, prevenendo l'emissione di oltre 10 milioni di tonnellate di CO₂ e risparmiando la produzione di 50 terawattora di energia elettrica. Questi risultati si inseriscono in un contesto europeo in cui la gestione dei rifiuti da imballaggio è cruciale. Nel 2021, l'Unione Europea ha generato 188,7 kg di rifiuti da imballaggio per abitante, con un aumento di 10,8 kg rispetto all'anno precedente. Di questi, il 40,3% era costituito da carta e cartone, mentre plastica e vetro rappresentavano circa il 19% ciascuno. In media, ogni cittadino europeo ha prodotto quasi 36 kg di rifiuti in plastica, di cui meno della metà è stata riciclata. In Italia, il tasso di riciclo dei rifiuti, sia speciali che urbani, ha raggiunto il 72%, superando la media europea del 58%. Per quanto riguarda gli imballaggi, nel 2023 si prevede che il 75% del totale immesso al consumo sarà riciclato, superando di dieci punti percentuali l'obiettivo del 65% fissato dall'Unione Europea per il 2025. Il Rapporto di sostenibilità di Conai evidenzia anche i benefici economici del riciclo degli imballaggi. Nel 2023, le attività del consorzio hanno generato un giro d'affari di oltre 3,3 miliardi di euro, che sale a 15,5 miliardi considerando l'intera filiera, inclusi coloro che utilizzano materiali riciclati per nuovi prodotti. Il contributo effettivo al PIL nazionale è stato di 1,9 miliardi di euro, sostenendo complessivamente 23.199 posti di lavoro. Un esempio significativo è rappresentato dal riciclo degli imballaggi in vetro. Nel 2023, in Italia è stato riciclato il 77,4% degli imballaggi in vetro immessi sul mercato, pari a 2.046.000 tonnellate. Questo ha consentito un risparmio di 375.181 tonnellate equivalenti di petrolio e la mancata emissione di 2.406.989 tonnellate di CO₂.Anche il riciclo degli imballaggi ha registrato progressi notevoli. Nel 2023, è stato avviato a riciclo il 70,3% degli imballaggi in alluminio immessi sul mercato, pari a 59.300 tonnellate, superando in anticipo i target europei.Tuttavia, permangono problematiche significative, soprattutto riguardo alla plastica. Nel 2021, ogni cittadino europeo ha generato in media quasi 36 kg di rifiuti di imballaggio in plastica, di cui meno della metà è stata riciclata. In Italia, il tasso di riciclo degli imballaggi in plastica è stato del 47,6%, superiore alla media europea ma con margini di miglioramento. Per affrontare queste sfide, è fondamentale promuovere una cultura ambientale che coinvolga l'intera società, incentivando pratiche di riutilizzo e migliorando la qualità della raccolta differenziata. Solo attraverso un impegno collettivo sarà possibile consolidare i risultati ottenuti e progredire verso un'economia sempre più circolare e sostenibile.© Riproduzione Vietata
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La crisi delle materie prime e il ritorno del ricicloDipendenza geopolitica dal petrolio e risorse critiche: perché l’economia circolare sta diventando una strategia industrialeAutore: Marco Arezio Data: Marzo 2026 Dalla dipendenza dal petrolio alle tensioni geopolitiche globali: come guerre, instabilità energetica e scarsità di risorse stanno trasformando il riciclo in una strategia economica e industriale decisiva. Introduzione Per oltre un secolo l’economia industriale mondiale si è sviluppata seguendo un modello relativamente semplice: estrarre risorse naturali, trasformarle in prodotti e infine smaltirle come rifiuti. Questo sistema lineare ha funzionato a lungo perché le materie prime erano percepite come abbondanti e perché l’energia necessaria per estrarle e trasformarle, in particolare il petrolio, era disponibile a costi relativamente contenuti. Negli ultimi decenni questa percezione ha iniziato lentamente a cambiare. La crescita economica globale, l’aumento della popolazione e l’espansione delle economie emergenti hanno moltiplicato la domanda di energia e di materie prime industriali. Allo stesso tempo, la produzione di molte di queste risorse è rimasta concentrata in aree del pianeta caratterizzate da instabilità politica, conflitti regionali o tensioni geopolitiche. Questa combinazione di fattori ha reso sempre più evidente una fragilità strutturale delle economie industrializzate: la dipendenza da fonti energetiche e materiali provenienti da regioni del mondo difficili da controllare o prevedere. Il petrolio rappresenta l’esempio più evidente di questa vulnerabilità, ma non è l’unico. Oggi numerose materie prime fondamentali per l’industria moderna – dai metalli alle terre rare – sono concentrate in pochi paesi e soggette a dinamiche geopolitiche complesse. In questo scenario, il riciclo e l’economia circolare stanno assumendo un significato nuovo. Non sono più soltanto strumenti ambientali destinati a ridurre l’impatto dei rifiuti sul pianeta, ma stanno diventando progressivamente una componente strategica della sicurezza economica e industriale delle nazioni. La dipendenza globale dal petrolio e la vulnerabilità delle economie industriali Il petrolio ha rappresentato per oltre un secolo la colonna portante dello sviluppo economico moderno. Non solo come combustibile per i trasporti o per la produzione di energia, ma anche come materia prima fondamentale per l’industria chimica, per la produzione di plastica, fertilizzanti, solventi e migliaia di altri prodotti utilizzati nella vita quotidiana. Questa centralità ha però creato un problema strutturale. Le principali riserve di petrolio del pianeta non sono distribuite in modo uniforme, ma si concentrano in alcune aree specifiche, in particolare nel Medio Oriente, in alcune regioni dell’Africa e in parti dell’Asia centrale. Molti di questi territori sono caratterizzati da equilibri politici fragili, tensioni regionali o rivalità geopolitiche che rendono l’approvvigionamento energetico globale vulnerabile a crisi improvvise. Quando in queste regioni si verificano conflitti o tensioni militari, l’impatto sui mercati energetici può essere immediato. Interruzioni della produzione, attacchi alle infrastrutture petrolifere o minacce alle rotte marittime strategiche possono provocare rapidi aumenti dei prezzi dell’energia, con effetti a catena sull’economia globale. Questa vulnerabilità è diventata ancora più evidente negli ultimi anni, quando le tensioni geopolitiche hanno dimostrato quanto il sistema energetico globale dipenda da un equilibrio delicato tra produzione, trasporto e stabilità politica. Le guerre energetiche e l’instabilità dei mercati delle materie prime Le crisi geopolitiche contemporanee non riguardano soltanto il controllo dei territori o degli equilibri politici regionali. Sempre più spesso, dietro i conflitti e le tensioni internazionali si nasconde una dimensione economica legata all’accesso alle risorse naturali. Il controllo delle fonti energetiche e delle materie prime industriali è diventato uno dei fattori più importanti nella definizione degli equilibri di potere tra le nazioni. Quando queste risorse vengono minacciate da guerre, sanzioni economiche o blocchi commerciali, l’effetto si riflette immediatamente sui mercati globali. I prezzi del petrolio e delle materie prime possono oscillare rapidamente in risposta a eventi geopolitici, creando instabilità economica e difficoltà per le industrie che dipendono da queste risorse. L’aumento dei costi energetici si traduce spesso in inflazione, rallentamento della crescita economica e perdita di competitività per molte imprese. In questo contesto, la sicurezza delle risorse sta diventando un tema centrale per le politiche economiche dei paesi industrializzati. La crisi dello Stretto di Hormuz e il nuovo shock delle materie prime Un elemento che rende ancora più evidente la fragilità dell’attuale sistema economico globale è la crisi energetica scoppiata dopo l’attacco congiunto degli Stati Uniti e di Israele contro obiettivi strategici iraniani. La risposta militare di Teheran ha rapidamente trasformato il conflitto regionale in un evento con conseguenze economiche globali, soprattutto per quanto riguarda l’approvvigionamento energetico. Il punto più critico della crisi è rappresentato dallo Stretto di Hormuz, uno dei passaggi marittimi più importanti del pianeta per il commercio energetico. Questo stretto corridoio di mare che separa l’Iran dall’Oman è largo appena poche decine di chilometri, ma attraverso di esso transita una quota enorme dell’energia mondiale. Ogni giorno passano in queste acque circa 17-20 milioni di barili di petrolio, pari a circa il 20% del consumo globale, oltre a una parte significativa delle esportazioni mondiali di gas naturale liquefatto proveniente soprattutto dal Qatar. Quando il conflitto con l’Iran si è intensificato e Teheran ha minacciato di impedire il passaggio delle petroliere, il traffico marittimo nella zona ha subito un drastico rallentamento. Diverse compagnie di navigazione hanno sospeso le rotte attraverso lo stretto e numerose petroliere sono rimaste ferme in attesa di condizioni più sicure. In pochi giorni il traffico di navi cisterna è crollato e il passaggio attraverso il corridoio energetico più importante del mondo è quasi scomparso. Le conseguenze sui mercati delle materie prime sono state immediate. Il prezzo del petrolio Brent, che prima della crisi oscillava intorno ai settanta-ottanta dollari al barile, ha superato rapidamente la soglia dei cento dollari e in alcune fasi di tensione ha continuato a salire alimentando il timore di una nuova crisi energetica globale. Il blocco dello stretto ha provocato anche uno shock dell’offerta energetica senza precedenti nella storia recente del mercato petrolifero. Secondo le stime dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, la riduzione delle esportazioni dalla regione potrebbe superare diversi milioni di barili al giorno, rendendo questa interruzione una delle più gravi mai registrate per il mercato globale dell’energia. In risposta alla crisi, i paesi industrializzati hanno iniziato a rilasciare petrolio dalle riserve strategiche per stabilizzare i mercati e contenere l’aumento dei prezzi. Tuttavia queste riserve rappresentano soltanto una soluzione temporanea e non possono sostituire a lungo le forniture provenienti dal Golfo Persico. Le conseguenze economiche di questa situazione si propagano rapidamente lungo l’intero sistema industriale globale. L’aumento del prezzo dell’energia influisce sui costi di produzione, sui trasporti, sull’agricoltura e su numerosi settori manifatturieri. Le economie più colpite sono quelle che dipendono maggiormente dalle importazioni energetiche, in particolare molti paesi europei e asiatici. Ma la crisi dello Stretto di Hormuz mette in evidenza un problema ancora più profondo: la fragilità del sistema industriale globale di fronte alle tensioni geopolitiche. Quando una singola area del pianeta può bloccare una quota così rilevante delle forniture energetiche mondiali, significa che l’intero sistema economico dipende da un equilibrio estremamente delicato. Per questo motivo la crisi iraniana non rappresenta soltanto un evento geopolitico, ma anche un segnale della trasformazione in corso nell’economia globale. La sicurezza delle risorse sta diventando una questione centrale per le strategie industriali e per le politiche economiche delle nazioni. In questo contesto il riciclo e l’economia circolare assumono un valore ancora più strategico. Ridurre la dipendenza dalle materie prime estratte in regioni geopoliticamente instabili significa aumentare la resilienza delle economie e costruire sistemi produttivi meno vulnerabili agli shock energetici e alle crisi internazionali. Il recupero dei materiali già presenti nelle economie industriali – metalli, plastiche, componenti elettronici – può contribuire a diminuire la pressione sulle catene di approvvigionamento globali. Le città e i sistemi produttivi accumulano nel tempo grandi quantità di risorse che, se recuperate e reintrodotte nei cicli produttivi, possono ridurre la necessità di nuove estrazioni e limitare la dipendenza da rotte commerciali vulnerabili. In altre parole, la crisi dello Stretto di Hormuz dimostra con chiarezza che il riciclo non è soltanto una politica ambientale, ma anche una strategia di sicurezza economica. In un mondo caratterizzato da tensioni geopolitiche e competizione per le risorse, la capacità di recuperare materiali all’interno delle proprie economie diventa uno dei fattori chiave della resilienza industriale. Perché il petrolio del Medio Oriente rimane centrale anche nell’era della transizione energetica Negli ultimi anni il dibattito pubblico sull’energia è stato dominato dal tema della transizione energetica. La diffusione delle energie rinnovabili, lo sviluppo dei veicoli elettrici e le politiche climatiche stanno progressivamente riducendo il ruolo dei combustibili fossili nelle strategie di lungo periodo delle economie industrializzate. Tuttavia questa trasformazione, pur significativa, non sta avvenendo con la rapidità spesso immaginata nel discorso politico. Il petrolio continua infatti a occupare una posizione centrale nell’economia globale. Anche nei paesi che stanno investendo massicciamente nelle energie rinnovabili, gran parte dei sistemi di trasporto, della logistica e dell’industria chimica dipende ancora in larga misura dai derivati del petrolio. Non bisogna dimenticare che il petrolio non è soltanto un combustibile: rappresenta anche la base di numerose filiere industriali, dalla produzione di plastiche ai fertilizzanti, dai solventi ai materiali sintetici utilizzati in moltissimi settori produttivi. La transizione energetica richiede inoltre tempi lunghi. La sostituzione delle infrastrutture energetiche globali – raffinerie, reti di distribuzione, sistemi di trasporto e impianti industriali – richiede investimenti enormi e decenni di trasformazione tecnologica. Anche nei paesi più avanzati dal punto di vista della decarbonizzazione, la quota di energia proveniente da fonti fossili rimane ancora significativa. In questo contesto, il Medio Oriente continua a rappresentare uno dei centri nevralgici dell’economia energetica mondiale. La regione ospita alcune delle più grandi riserve petrolifere del pianeta e rimane uno dei principali poli di esportazione di energia verso l’Europa, l’Asia e altre economie industrializzate. Questa realtà crea una situazione paradossale. Da un lato le politiche climatiche mirano a ridurre progressivamente l’uso dei combustibili fossili. Dall’altro lato, nel breve e medio periodo, le economie globali continuano a dipendere in modo sostanziale dal petrolio proveniente proprio da quelle regioni che risultano geopoliticamente più instabili. Le tensioni nel Golfo Persico dimostrano quanto questo equilibrio sia delicato. Eventi militari, crisi diplomatiche o minacce alle rotte marittime possono avere effetti immediati sui mercati energetici internazionali. Quando il flusso di petrolio proveniente dal Medio Oriente viene messo in discussione, l’impatto non riguarda soltanto il prezzo del carburante, ma l’intero sistema economico globale. Questa situazione evidenzia un altro aspetto spesso trascurato nel dibattito energetico contemporaneo. La transizione ecologica non riguarda soltanto lo sviluppo di nuove tecnologie energetiche, ma implica anche una trasformazione profonda del modo in cui le economie utilizzano le risorse materiali. Ridurre la dipendenza dal petrolio non significa semplicemente produrre più energia rinnovabile. Significa anche utilizzare in modo più efficiente i materiali, prolungare la vita dei prodotti e recuperare le risorse già presenti nel sistema economico. In questo senso l’economia circolare rappresenta uno degli strumenti più importanti per accompagnare la transizione energetica. Recuperare materiali attraverso il riciclo significa diminuire la necessità di nuove estrazioni e ridurre la pressione sulle catene di approvvigionamento globali. Il riciclo diventa quindi parte integrante della strategia energetica e industriale del futuro. Non sostituisce direttamente il petrolio come fonte energetica, ma contribuisce a ridurre la dipendenza complessiva dalle risorse estratte in regioni geopoliticamente instabili. La fragilità energetica dell’Europa e la dipendenza dalle importazioni Tra le grandi economie mondiali, l’Europa rappresenta uno degli esempi più evidenti di dipendenza energetica. Il continente dispone di risorse naturali limitate rispetto al proprio fabbisogno industriale e deve importare una grande parte dell’energia e delle materie prime che utilizza. Questa dipendenza rende l’economia europea particolarmente sensibile alle crisi geopolitiche e alle variazioni dei mercati energetici. Quando il prezzo del petrolio o del gas aumenta improvvisamente, l’impatto si diffonde rapidamente attraverso l’intero sistema economico, influenzando i costi di produzione, i prezzi dei beni e il potere d’acquisto dei cittadini. Negli ultimi periodi le tensioni internazionali hanno evidenziato quanto questa situazione possa rappresentare una vulnerabilità strategica. Ridurre la dipendenza dalle importazioni di energia e di materie prime è diventato quindi un obiettivo sempre più importante per le politiche industriali europee. Materie prime critiche e nuova competizione geopolitica delle risorse Se nel passato il petrolio rappresentava la principale risorsa strategica, oggi il panorama delle materie prime si è ampliato notevolmente. Le tecnologie moderne – dai veicoli elettrici ai dispositivi elettronici, dalle energie rinnovabili alle infrastrutture digitali – richiedono una quantità crescente di metalli e materiali specializzati. Elementi come litio, cobalto, nichel, rame e terre rare sono diventati indispensabili per lo sviluppo tecnologico contemporaneo. Tuttavia, anche queste risorse sono spesso concentrate in pochi paesi produttori, creando nuove forme di dipendenza economica e geopolitica. La crescente domanda globale di questi materiali sta alimentando una competizione internazionale sempre più intensa, in cui l’accesso alle risorse diventa un fattore determinante per lo sviluppo industriale e tecnologico delle nazioni.Il ritorno strategico del riciclo nelle politiche industrialiIn questo contesto di crescente competizione per le risorse naturali, il riciclo sta tornando al centro delle strategie economiche e industriali. Recuperare materiali dai rifiuti non significa soltanto ridurre l’impatto ambientale della produzione industriale, ma anche diminuire la dipendenza dalle importazioni di materie prime. Le economie avanzate stanno iniziando a considerare i materiali presenti nei rifiuti come una vera e propria riserva di risorse. Le città e i sistemi produttivi accumulano nel tempo grandi quantità di metalli, plastiche e altri materiali che possono essere recuperati e reinseriti nei cicli produttivi. Questo processo trasforma progressivamente i rifiuti in una sorta di miniera urbana, capace di fornire materie prime secondarie senza dover ricorrere continuamente all’estrazione di nuove risorse naturali. Economia circolare e resilienza delle catene di approvvigionamento Le catene di approvvigionamento globali sono diventate sempre più complesse e interconnesse. Le industrie moderne dipendono da reti di fornitori distribuiti in tutto il mondo, e qualsiasi interruzione in una parte della filiera può avere effetti a catena sull’intero sistema produttivo. L’economia circolare offre una possibile risposta a questa vulnerabilità. Recuperare materiali all’interno delle economie nazionali o regionali consente di ridurre la dipendenza da forniture provenienti da paesi lontani e politicamente instabili. In questo modo il riciclo contribuisce non solo alla sostenibilità ambientale, ma anche alla resilienza economica. Il ruolo dei materiali riciclati nelle industrie tecnologiche Molti settori industriali stanno già integrando materiali riciclati nelle proprie catene produttive. L’industria metallurgica utilizza sempre più rottami per produrre acciaio e alluminio, mentre il settore delle batterie sta sviluppando tecnologie per recuperare metalli preziosi dai dispositivi a fine vita. Anche l’industria della plastica sta evolvendo rapidamente, con lo sviluppo di polimeri riciclati di alta qualità in grado di sostituire materiali vergini in numerose applicazioni industriali. Queste trasformazioni dimostrano come il riciclo possa diventare un elemento strutturale dell’industria moderna. Strategie industriali per ridurre la dipendenza dalle risorse esterne Per affrontare le sfide legate alla sicurezza delle risorse, molti governi stanno sviluppando nuove strategie industriali basate su una gestione più efficiente dei materiali. Queste strategie includono la promozione del riciclo, lo sviluppo di tecnologie per il recupero dei materiali e la creazione di filiere produttive più locali e resilienti. L’obiettivo è costruire un sistema economico meno vulnerabile alle crisi geopolitiche e più capace di gestire in modo sostenibile le risorse disponibili. Il nuovo paradigma economico delle risorse circolari La crisi delle materie prime e le tensioni geopolitiche stanno accelerando una trasformazione profonda del sistema economico globale. Il modello lineare basato su estrazione, produzione e smaltimento sta progressivamente lasciando spazio a un paradigma più complesso, in cui le risorse vengono utilizzate più a lungo, recuperate e reinserite nei cicli produttivi. In questo nuovo scenario, l’economia circolare non rappresenta soltanto una risposta alle sfide ambientali, ma anche uno strumento per rafforzare la sicurezza economica delle nazioni. Il riciclo diventa così uno dei pilastri di un sistema industriale più resiliente, capace di ridurre la dipendenza dalle risorse geopoliticamente instabili e di costruire un futuro economico più sostenibile. Fonti International Energy Agency – Global Energy OutlookEuropean Commission – Critical Raw Materials StrategyOECD – Global Raw Materials OutlookEuropean Parliament – Critical Raw Materials for the EUBruegel – European Fossil Fuel DependenceTransport & Environment – EU Oil Dependency ReportEconomics Observatory – Energy conflicts and inflationJournal of Cleaner Production – Circular Economy and Resource Security
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Google investe nel nucleare: piccoli reattori modulari per alimentare l'AIPer affrontare le crescenti esigenze energetiche dell'intelligenza artificiale, Google si allea con Kairos Power per costruire reattori nucleari modularidi Marco ArezioL’intelligenza artificiale (AI) è diventata un elemento centrale nelle strategie di crescita delle grandi aziende tecnologiche, come Google. Tuttavia, il crescente utilizzo di queste tecnologie richiede una quantità enorme di energia. I data center, che alimentano modelli AI avanzati come il recente progetto Gemini di Google, stanno consumando sempre più risorse energetiche. Nel 2023, Google ha visto un aumento del 13% nelle proprie emissioni di carbonio, causato dall’aumento del consumo di energia dei suoi centri dati e dalla catena di approvvigionamento. La svolta: l’investimento nel nucleare Per far fronte a queste esigenze, Google ha stretto una partnership con Kairos Power, una startup specializzata nello sviluppo di reattori nucleari modulari avanzati, noti come Small Modular Reactors (SMR). Questa collaborazione rappresenta un passo fondamentale per il colosso tecnologico, con l’obiettivo di portare online nuove centrali nucleari entro il 2030, fornendo fino a 500 megawatt di energia pulita e continua per alimentare i suoi data center. I piccoli reattori modulari (SMR) offrono numerosi vantaggi rispetto ai reattori nucleari tradizionali. Sono progettati per essere costruiti in modo più rapido e a costi inferiori, con una capacità di produzione energetica flessibile. Gli SMR, grazie alle loro dimensioni ridotte, possono essere collocati vicino ai luoghi di consumo energetico, riducendo le perdite di trasmissione e migliorando l’efficienza della rete. Tecnologia SMR: Un approfondimento tecnico Gli SMR sono una nuova generazione di reattori nucleari che si differenziano dai reattori convenzionali per dimensioni, capacità e sicurezza. Questi reattori utilizzano combustibile nucleare arricchito a livelli più bassi rispetto ai reattori tradizionali e sono progettati per essere intrinsecamente più sicuri. Ad esempio, molti SMR incorporano sistemi di raffreddamento passivo, che non richiedono energia elettrica per mantenere il reattore a temperature di sicurezza, riducendo così il rischio di fusione del nocciolo. Un aspetto chiave degli SMR è la modularità: possono essere prodotti in fabbrica e poi assemblati sul sito finale, accelerando i tempi di costruzione e riducendo i costi complessivi del progetto. Questo approccio si adatta perfettamente alla strategia di Google, che ha bisogno di soluzioni rapide per affrontare l’aumento esponenziale della domanda energetica generata dalle sue infrastrutture di AI. In particolare, Kairos Power ha iniziato la costruzione di uno di questi reattori SMR nel Tennessee e prevede di completare il progetto entro il 2030. Una volta operativo, il reattore fornirà energia sufficiente per alimentare circa 438.000 abitazioni americane, dimostrando la capacità degli SMR di contribuire in modo significativo alla decarbonizzazione del settore energetico. Vantaggi della scelta nucleare L’utilizzo dell’energia nucleare rappresenta una svolta per Google e per l’intero settore tecnologico. A differenza delle fonti rinnovabili come l’eolico e il solare, che sono intermittenti e dipendono dalle condizioni atmosferiche, il nucleare offre una produzione costante di energia. Questo è cruciale per i data centers che richiedono operazioni continue e che non possono permettersi interruzioni. L’energia prodotta dagli SMR sarà inoltre priva di emissioni di carbonio, contribuendo così a ridurre l’impatto ambientale delle operazioni di Google e avvicinandola al suo obiettivo di alimentare tutte le sue attività globali con energia carbon-free entro il 2030. Partnership e sostenibilità a lungo termine L’accordo con Kairos Power è solo uno dei tanti passi che Google sta compiendo per ridurre il proprio impatto ambientale e garantire la sostenibilità delle sue operazioni a lungo termine. L’azienda è già leader nell’adozione di energie rinnovabili e ha investito massicciamente in soluzioni energetiche innovative negli ultimi anni. Tuttavia, la crescente domanda di energia da parte dei sistemi AI sta spingendo Google e altre aziende tecnologiche a esplorare opzioni a lungo termine come il nucleare, che offre una fonte stabile e pulita di energia. Inoltre, l’adozione di SMR potrebbe aprire nuove opportunità per l’industria nucleare, che ha lottato per mantenere la sua posizione nel mix energetico globale a causa dei costi elevati e delle preoccupazioni relative alla sicurezza. Google, con la sua influenza e risorse, potrebbe contribuire a catalizzare una rinascita dell’energia nucleare, rendendola una parte fondamentale della transizione energetica globale. Conclusione L'investimento di Google nei piccoli reattori nucleari modulari rappresenta un cambiamento strategico non solo per l’azienda stessa, ma anche per il settore energetico nel suo complesso. L'energia nucleare offre una soluzione sostenibile e affidabile, per affrontare le sfide energetiche future, soprattutto in un mondo dove l'AI e altre tecnologie avanzate richiedono risorse sempre maggiori. La partnership con Kairos Power segna l’inizio di una nuova era per Google, in cui l'innovazione tecnologica si fonde con la sostenibilità ambientale, creando un futuro più pulito e più intelligente.© Riproduzione VietataFoto Wikipedia
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Arezio Marco: Servizio di Fornitura di Polimeri Riciclati per Tubi in PlasticaLa società Arezio Marco è specializzata nella fornitura di servizi e consulenze sulle materie prime nel campo delle plastiche riciclate da post consumo e post industrialiIn particolare, offre ai clienti che producono tubi in plastica, un servizio di fornitura di polimeri riciclati per la maggior parte delle tipologie prodotte, siano essi tubi corrugati o lisci. Pienamente integrata nel percorso dell’economia circolare, la società affianca i produttori di tubi in LDPE, HDPE, PP e PVC nella fornitura dei polimeri riciclati più idonei alle singole produzioni, tenendo conto delle tipologie dei tubi da estrudere, delle caratteristiche meccaniche richieste, dai colori attesi, del livello qualitativo atteso dal cliente, del mercato nel corretto rapporto tra qualità e prezzo. La scelta della correttezza del materiale da impiegare nella produzione dei tubi parte dall’analisi della produzione del polimero riciclato, dalla sua selezione, dalla tipologia dello scarto plastico usato, dalle tipologie di lavaggio e dai sistemi di estrusione e filtratura. Questo comporta lo scambio con il produttore di tubi di una serie di informazioni per definire, all’origine della fornitura, la tipologia di famiglia di riciclo più idonea, cioè se il materiale deve provenire dagli scarti post industriali o da post consumo. Successivamente si analizzeranno le tipologie di tubi da produrre, corrugati o lisci, i diametri, gli spessori delle pareti, se sono mono strato o doppio strato, se la doppia parete necessita di polimeri diversi, quali pressioni di esercizio, le resistenze meccaniche richieste, il gradiente di odore dei polimeri, o la sua totale assenza ed infine i colori. Attraverso la raccolta di queste informazioni la società Arezio Marco può fornire le giuste risposte, condivise con il cliente, sulle tipologie di granuli da fornire. Vediamo la gamma prodotti offerti: Granuli riciclati per tubi e raccordi in PVC Rigido La fornitura può riguardare la materia prima riciclata adatta alla produzione di tubi lisci, non a pressione, di spessori compresi tra 1,8 mm. fino a 7 mm. con tonalità a richiesta del cliente. Il polimero normalmente è impiegato in macchina al 100% senza bisogno di correzioni. Si può optare per ricette standard oppure per compounds con ricette studiate appositamente per il cliente. Anche nella scelta dei colori si possono raggiungere i RAL dei colori richiesti dal cliente. Con lo stesso principio forniamo granuli per lo stampaggio di raccordi per i tubi che abbiano le stesse caratteristiche dei tubi sopra esposti.Granuli riciclati per tubi corrugati e lisci flessibili in PVC Soft Nell’ambito del PVC flessibile riciclato forniamo granuli provenienti dalla lavorazione di scarti post industriali adatti all’estrusione di tubi corrugati, specialmente per il settore elettrico e per l’estrusione di tubi lisci per l’acqua, nel settore del giardinaggio o piccoli tubi elastici per il settore dell’agricoltura. Granuli riciclati per tubi corrugati in HDPE e raccordi Il comparto dei tubi corrugati in HDPE contempla il settore della fognatura, dei tubi che accolgono i cavi per le telecomunicazioni o elettrici e quello dei sistemi drenanti. I tubi, in base alla loro destinazione, hanno diametri e spessori diversi, possono essere mono o doppia parete, di colori scuri o chiari o entrambe le soluzioni. A tutte queste variabili corrispondono soluzioni di polimeri riciclati differenti, con MFI più o meno bassi, filtrazioni di estrusione differenti in base agli spessori dei tubi da realizzare, basi colori chiare, scure o neutre a seconda della tonalità finale da ottenere ed eventualmente le cariche minerali, talco o carbonato di calcio se richiesti. Anche per i raccordi si suggeriscono le giuste ricette in funzione dei tubi da abbinare. Granuli riciclati per tubi lisci e raccordi in HDPEIl tubo liscio in HDPE viene usato sia nel campo dell’edilizia civile sia in quello agricolo per il trasporto dell’acqua. Le ricette dipendono dal grado di pressione che il tubo deve sopportare, dall’assenza di odori richiesta o dal livello di tolleranza ammessa, dal tipo di tubo, se in barre o in rotolo, dal colore e dalla resistenza agli UV richiesta. Così come il tubo, anche i raccordi seguiranno le ricette corrette, tenendo in considerazione le caratteristiche tecniche generali. Granuli riciclati per tubi corrugati e lisci in Polipropilene La materia prima riciclata è scelta in base alla tipologia di tubo da realizzare. Normalmente per l’uso nel settore fognario, dove gli spessori del tubo crescono in funzione dell’aumento dei diametri, si può impiegare un granulo in PP proveniente dal riciclo degli imballi di rafia, mentre per i tubi lisci, anche di diametri piccoli, si predilige uno scarto di produzione neutro che permette di non avere nessun tipo di odore legato al riciclo post consumo e di realizzare colorazioni a RAL. Granuli riciclati per tubi lisci in LDPE e per interno dei tubi corrugati per i cavi Nel campo dei tubi in LDPE, in base ai diametri e agli spessori, spesso vengono usati granuli che derivano dalla raccolta differenziata. Tecnicamente è possibile estrudere un tubo con il post consumo da scarti domestici, ma l’incostanza della qualità, che dipende dalla presenza del polipropilene, da inquinanti di altre plastiche e dalla possibile degradazione del materiale in estrusione, ne sconsiglia l’uso se si vuole realizzare un tubo tecnicamente ed esteticamente qualitativo. Sia nel campo dei tubi in LDPE rigidi che in quelli flessibili, per realizzare una superficie liscia, senza micro bolle, elastica e senza fessurazioni o piccoli fori, forniamo un granulo in LDPE che proviene dagli scarti del packaging industriale o commerciale. Questa filiera di raccolta non viene in contatto con altre plastiche e quindi, essendo un mono prodotto, ne garantisce la qualità dell’input. Per quanto riguarda i tubi di piccolo o piccolissimo diametro si valuta l’uso di un granulo in LDPE, post industriale che deriva dalla lavorazione dei blocchi petrolchimici riciclati. Il prodotto è composto da un LDPE 100%, neutro, senza odori o contaminazioni ed è adatto all’estrusione di spessori piccoli. Inoltre si presta a compound con l’HDPE per ricette particolari. Un’altra applicazione del granulo in LDPE è quella della parete interna dei tubi corrugati in cui passano i cavi. La solidarizzazione tra lo strato in HDPE della parte corrugata e lo strato liscio in LDPE interno richiede una qualità elevata del granulo. Questo deve essere elastico e, per esserlo, non deve contenere polipropilene che possa irrigidire la pelle posata, non deve contenere parti rigide non fuse, composte da residui di estrusione o da inquinanti nell’input. Categoria: notizie - plastica - economia circolare - polimeri - tubi - ricicloVedi maggiori informazioni sui sistemi fognari
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A Rai news 24 si parla di plastica riciclata con Arezio MarcoIntervista al consulente della plastica riciclata e dell’economia circolare L’argomento di interesse durante l’intervista riguarda la gestione del rifiuto plastico che diventa un bene nell’ottica dell’economia circolare e non un problema, come lo si vede normalmente La plastica oggi, oggettivamente, fa parte della nostra vita e, se volessimo di colpo rinunciarvi faremmo un salto indietro di 100 anni, bloccando completamente la nostra vita e la nostra economia. Non più cellulari, computer, macchine, elettrodomestici, presidi sanitari sterili, componenti d’arredo, imballi e molte altre cose. Certo, non si può dire che non si possa trovare un’alternativa, ma ci vuole tempo, risorse e la verifica che queste alternative trovate siano ad impatto zero, altrimenti non ne vale la pena. La plastica è economica, leggera, resistente, duttile, resistente, durevole, estetica, isolante, riciclabile e.. molte altre cose. Sicuramente dobbiamo impegnarci di più per assicurarci che il rifiuto, a fine vita, non venga buttato stupidamente nell’ambiente anziché nei centri di raccolta e selezione, per potergli dare una nuova vita senza dipendere dalla natura. Perché è questo il problema: è l’uomo incivile, non la plastica che inquina. Nell’intervista, di cui potrete sentire uno stralcio, si parla proprio dell’economia circolare della plastica, definendo il percorso dei prodotti realizzati “dalla culla alla culla” in quanto una volta realizzato un elemento in plastica di uso comune, se ne segue il percorso fino alla fine del suo utilizzo. Quando diventa rifiuto il compito del prodotto non è finito, in quanto attraverso il riciclo, meccanico o chimico, diventa ancora materia prima per la sua rinascita, infinite volte. E’ questa l’importanza e la bellezza dell’economia circolare, riutilizzare i prodotti che diventano spazzatura per non attingere alle risorse naturali limitate del nostro pianeta.Categoria: notizie - plastica - economia circolare
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La Fusione tra Saipem e Subsea7: Un Nuovo Leader Globale nei Servizi EnergeticiSaipem e Subsea7 si Fondono: Nasce Saipem7, un Colosso Offshore da 20 Miliardi per Energia e Infrastrutture Sostenibilidi Marco ArezioIl 23 febbraio 2025, Saipem e Subsea7 hanno annunciato un accordo preliminare per una fusione che darà vita a un colosso nel settore dei servizi energetici, denominato Saipem7. Questa operazione mira a combinare le competenze e le risorse di entrambe le aziende per offrire soluzioni integrate nel campo dell'ingegneria e costruzione offshore e onshore. Dettagli della Fusione La fusione sarà realizzata attraverso l'incorporazione transfrontaliera di Subsea7 in Saipem, con la nuova entità che avrà sede legale a Milano e sarà quotata sia sulla Borsa di Milano che su quella di Oslo. Gli azionisti di entrambe le società deterranno ciascuno il 50% del capitale sociale della nuova compagnia. In particolare, gli azionisti di Subsea7 riceveranno 6,688 nuove azioni Saipem7 per ogni azione Subsea7 posseduta. Prima del completamento della fusione, Subsea7 distribuirà un dividendo straordinario di 450 milioni di euro ai propri azionisti.Struttura e Governance della Nuova Entità Saipem7 sarà organizzata in quattro principali aree di business: - Offshore Engineering & Construction: comprenderà tutte le attività offshore di entrambe le società. - Onshore Engineering & Construction: focalizzata su progetti terrestri. - Sustainable Infrastructures: dedicata a infrastrutture sostenibili. - Offshore Drilling: specializzata in attività di perforazione offshore. È previsto che Alessandro Puliti, attuale CEO di Saipem, assuma il ruolo di Amministratore Delegato di Saipem7, mentre John Evans, CEO di Subsea7, guiderà la divisione Offshore Engineering & Construction. Il Presidente del Consiglio di Amministrazione sarà designato da Siem Industries, principale azionista di Subsea7, mentre l'Amministratore Delegato sarà nominato da CDP Equity ed Eni, principali azionisti di Saipem.Obiettivi e Sinergie La fusione mira a creare un leader globale con un portafoglio ordini combinato di 43 miliardi di euro, ricavi annuali di circa 20 miliardi di euro e un EBITDA superiore a 2 miliardi di euro. Si prevedono sinergie annuali di circa 300 milioni di euro entro il terzo anno successivo al completamento dell'operazione, ottenute attraverso l'ottimizzazione della flotta, economie di scala negli approvvigionamenti e processi più efficienti. I costi una tantum per realizzare queste sinergie sono stimati in circa 270 milioni di euro.Implicazioni per il Mercato La creazione di Saipem7 rappresenta una risposta strategica alle crescenti dimensioni e complessità dei progetti nel settore energetico globale. La combinazione delle competenze di Saipem e Subsea7 permetterà di offrire una gamma completa di servizi, dalla perforazione all'ingegneria, fino alla costruzione e manutenzione di infrastrutture energetiche sia offshore che onshore. Questa operazione rafforzerà la posizione competitiva della nuova entità, consentendo di affrontare con maggiore efficacia le sfide del mercato e di cogliere le opportunità legate alla transizione energetica e allo sviluppo delle energie rinnovabili. Conclusione La fusione tra Saipem e Subsea7 segna una tappa fondamentale nel settore dei servizi energetici, creando un nuovo leader globale capace di offrire soluzioni integrate e innovative ai propri clienti. Con una solida base finanziaria e una presenza geografica diversificata, Saipem7 è ben posizionata per guidare la trasformazione dell'industria energetica nei prossimi anni. © Riproduzione Vietata
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Tensioni in Medio Oriente e mercato dei metalli ferrosi e non ferrosi: impatto attuale e scenari 2026-2028Relazione sugli effetti reali della crisi mediorientale su alluminio, acciaio, rame, rottami, logistica, costi energetici e scenari previsionali fino al 2028Autore: Marco Arezio. Esperto in economia circolare, riciclo dei polimeri e processi industriali. Fondatore della piattaforma rMIX. Tempo di lettura: 12 minutiIl contesto geopolitico aggiornato al 27 marzo 2026 Il mercato dei metalli si trova davanti a una crisi che non è più soltanto diplomatica o militare. È diventata una crisi di accessibilità fisica, di costo logistico e di continuità industriale. Dalla fine di febbraio 2026 lo Stretto di Hormuz è sostanzialmente fuori uso per la navigazione commerciale, con grandi operatori marittimi che registrano costi straordinari molto elevati e unità bloccate nel Golfo Persico. Per la manifattura, per i trader e per i riciclatori questo significa una cosa precisa: il prezzo della materia prima non è più separabile dal prezzo del rischio. La crisi non colpisce tutti i metalli nello stesso modo. L’alluminio è il comparto che manifesta il danno più diretto, perché il Medio Oriente pesa in modo rilevante sulla produzione globale e dipende da Hormuz sia per esportare metallo sia per importare allumina e bauxite. I ferrosi risultano più esposti ai costi energetici, ai semilavorati iraniani e alle disfunzioni logistiche. Il rame, invece, resta sostenuto soprattutto dai propri fondamentali strutturali, ma assorbe ugualmente tensione attraverso energia, trasporti e incertezza macroeconomica. Lo Stretto di Hormuz: quando il rischio logistico entra nel costo dei metalli Nell’analisi industriale conviene abbandonare l’idea che Hormuz riguardi solo petrolio e gas. Il problema, per chi compra metalli, è molto più concreto: disponibilità di navi, copertura assicurativa, tempi di transito, rischio di ritardi, costo del capitale immobilizzato e affidabilità della consegna. Quando uno snodo di questa importanza si blocca, il sistema non reagisce solo con una fiammata speculativa, ma con una perdita di efficienza diffusa che si trasferisce lungo tutta la catena del valore. Questa trasformazione è particolarmente importante per le imprese europee. In una fase normale, la differenza tra quotazione ufficiale e costo effettivo di approvvigionamento può restare gestibile. In una fase come l’attuale, invece, il premio logistico e il premio di rischio diventano parte integrante del prezzo finale. È questo il passaggio che rende la crisi del Golfo una crisi pienamente industriale e non soltanto geopolitica. Alluminio: il metallo più esposto alla crisi mediorientale L’alluminio è oggi il segmento più vulnerabile. Argus rileva che il Medio Oriente rappresenta circa l’8-9% della produzione globale e sottolinea che la regione è fortemente dipendente da Hormuz sia per i flussi in uscita sia per quelli in ingresso. Reuters ha inoltre documentato un deterioramento molto concreto della continuità operativa, con Alba costretta a fermare parte della capacità e con Qatalum colpita da una riduzione dell’attività. Il segnale più forte non arriva solo dalle quotazioni LME, ma dai premi fisici. I premi giapponesi per il secondo trimestre 2026 sono stati fissati a 350-353 dollari per tonnellata, il livello più alto da undici anni, con un aumento vicino all’80% rispetto al trimestre precedente. Questo benchmark conta molto perché mostra che il mercato non teme soltanto un rialzo finanziario del metallo: teme una vera difficoltà a reperire unità fisiche in condizioni normali di costo e di tempo. In termini industriali, questo significa che trasformatori, laminatoi, produttori di imballaggi, automotive e costruzioni non stanno più affrontando solo un metallo più caro, ma un metallo più incerto. Nella pratica quotidiana cambia tutto: budget acquisti, programmazione, margini e capacità di difendere i tempi di consegna al cliente finale. È qui che l’alluminio diventa il barometro più sensibile dell’attuale crisi del Golfo. Acciaio e ferrosi vergini: meno scarsità diretta, più pressione di filiera Nel comparto siderurgico il quadro è più articolato. Argus segnala che l’impatto diretto sui ferrosi è meno drammatico rispetto all’alluminio, ma non per questo irrilevante. L’attenzione si sposta dai volumi immediatamente persi ai canali di trasmissione del danno: energia, noli, assicurazioni, ritardi e assenza di semilavorati iraniani. Wood Mackenzie evidenzia che l’Iran esporta circa 4 milioni di tonnellate l’anno di acciaio finito e 7-8 milioni di tonnellate di semilavorati, pari a una quota significativa del commercio mondiale dei semis. Questo punto è decisivo: il mercato non si trova davanti a un collasso globale dell’acciaio, ma a un vuoto commerciale concreto nei billet e negli slab, con effetti sui buyer che dipendevano da quel materiale per alimentare laminazione, trasformazione o arbitraggio regionale. Nei ferrosi, dunque, la crisi è meno teatrale ma più subdola. Non si manifesta sempre con un salto improvviso di prezzo, ma con una progressiva erosione dell’efficienza della filiera. Per acciaierie elettriche, centri servizi, tubifici e operatori del commercio, questo può risultare persino più destabilizzante di una singola fiammata di mercato, perché costringe a rivedere mix di carica, fonti di semilavorato e orizzonte contrattuale. Rottame ferroso: il secondario acquista peso strategico Il rottame ferroso sta entrando in una fase di nuova centralità. Già prima dell’ultima escalation il mercato mostrava una certa solidità, ma la crisi di Hormuz rafforza il valore di tutto ciò che riduce la dipendenza da filiere lunghe, da materie prime vergini importate e da semilavorati esposti a tensioni geopolitiche. In uno scenario di logistica fragile, il rottame di prossimità e di qualità diventa più importante per la stabilità industriale. Questo non significa che il rottame salirà ovunque e subito con la stessa intensità. La domanda resta legata anche all’andamento dell’edilizia, alla concorrenza dell’acciaio asiatico e ai margini delle acciaierie elettriche. Ma il quadro di fondo cambia: il materiale secondario non è più soltanto una leva di costo o di sostenibilità, bensì una componente della sicurezza produttiva. Per chi raccoglie, seleziona e prepara rottame, la qualità tecnica del servizio diventa sempre più decisiva del semplice volume movimentato. Rame, zinco e altri non ferrosi: l’effetto è soprattutto indiretto Il rame non presenta oggi lo stesso profilo di vulnerabilità dell’alluminio. Il consenso Reuters di gennaio 2026 collocava già la media attesa del rame cash a 11.975 dollari per tonnellata, a conferma di un mercato sostenuto da vincoli di offerta e da una domanda robusta legata all' elettrificazione, infrastrutture e alle tecnologie digitali. La crisi mediorientale si innesta quindi su una struttura già tesa. Il canale di trasmissione, in questo caso, è meno geografico e più sistemico. Pesano il costo dell’energia, il trasporto, l’incertezza dei mercati e persino la disponibilità di input ausiliari collegati alle filiere minerarie e metallurgiche. Zinco e piombo seguono una logica simile: impatto diretto limitato dal Golfo, ma maggiore fragilità rispetto al costo energetico delle fonderie. Nel complesso, il comparto non ferroso diverso dall’alluminio appare oggi meno esposto alla scarsità immediata, ma più incline a una volatilità persistente. CBAM europeo: la crisi geopolitica incontra la selezione regolatoria Dal 1° gennaio 2026 il CBAM è entrato nella fase definitiva, come conferma la Commissione europea. Questo cambia molto per i metalli importati in Europa, perché aggiunge un livello di selezione ulteriore: non conta soltanto il prezzo franco arrivo, ma anche l’intensità carbonica, la documentazione e la piena conformità del materiale. In un contesto già stressato da guerra e logistica, questa trasformazione rende il mercato europeo più selettivo e più severo. Per alluminio e acciaio l’effetto combinato può essere molto forte. Da un lato la crisi del Golfo rende meno affidabili o più costose alcune origini; dall’altro il CBAM restringe il campo delle forniture facilmente utilizzabili. Per i materiali secondari europei ben tracciati questo scenario può tradursi in un vantaggio competitivo crescente, soprattutto dove il riciclo industriale riesce a offrire qualità costante, prossimità logistica e minore esposizione ai rischi esterni. Scenari previsionali 2026-2028 Lo scenario più plausibile, allo stato attuale, resta quello di un conflitto prolungato con Hormuz solo parzialmente operativo. È l’ipotesi che meglio spiega i segnali già visibili: premi fisici dell’alluminio ai massimi da undici anni, costi straordinari pesanti per lo shipping e tensione persistente sulla continuità delle forniture. In questo quadro, l’alluminio resterebbe il metallo più vulnerabile, i ferrosi continuerebbero a subire costi e disfunzioni di filiera, mentre rame e non ferrosi manterrebbero una dinamica sostenuta soprattutto dai fondamentali e dall’energia. Uno scenario di de-escalation entro il secondo trimestre 2026 non può essere escluso, ma anche in quel caso la normalizzazione industriale sarebbe più lenta di quella diplomatica. Una catena di fornitura che ha già subito "forza maggiore", ritardi, rialzi dei premi e revisioni contrattuali non torna immediatamente al punto di partenza. Il mercato continuerebbe comunque a premiare forniture più corte, contratti meglio protetti e filiere più resilienti. Lo scenario più severo resta quello di una chiusura protratta oltre dodici mesi. In quel caso l’alluminio rischierebbe una vera scarsità fisica, il rottame di alluminio e il rottame ferroso assumerebbero un valore ancora più strategico e l’intera geografia degli approvvigionamenti industriali verrebbe ridisegnata con maggiore rapidità. Per le imprese non sarebbe solo una questione di costi più alti, ma di accesso al materiale e di capacità di mantenere la produzione. Implicazioni strategiche per operatori e imprese Per gli importatori di metalli vergini la priorità non è più soltanto cercare il prezzo migliore, ma costruire una fornitura più sicura. Questo significa diversificare le origini, ridurre la dipendenza da singoli corridoi logistici, rafforzare i contratti e valutare con maggiore attenzione il rischio di interruzione. In un mercato come quello attuale, la convenienza senza affidabilità rischia di trasformarsi rapidamente in costo nascosto. Per riciclatori, commercianti di rottame, acciaierie EAF e fonderie il quadro è diverso ma potenzialmente favorevole. La crisi sta premiando materiali secondari ben preparati, flussi di prossimità e filiere documentate. In questo senso, economia circolare e sicurezza dell’approvvigionamento stanno convergendo: ciò che è riciclato, locale e tracciabile non è soltanto più coerente con la transizione ambientale, ma anche più utile in un mondo dove la logistica globale è diventata meno prevedibile. FAQ Qual è oggi il metallo più esposto? L’alluminio, perché il Medio Oriente conta per circa l’8-9% della produzione globale e dipende fortemente da Hormuz per export e approvvigionamento di materie prime. I ferrosi stanno vivendo la stessa emergenza dell’alluminio? No. I ferrosi soffrono soprattutto logistica, energia e semilavorati iraniani, più che una scarsità globale immediata del metallo. Perché il rottame diventa più importante? Perché riduce la dipendenza da filiere lunghe e da input vergini esposti a shock geopolitici, oltre a integrarsi meglio con il nuovo quadro regolatorio europeo. Il CBAM amplifica la crisi? Sì. Dal 1° gennaio 2026 il meccanismo è nella fase definitiva e aumenta la selettività su ferro, acciaio e alluminio importati. Fonti e riferimenti essenziali Reuters, 26 marzo 2026 — Hapag-Lloyd: costi extra settimanali di 40-50 milioni di dollari e navigazione commerciale bloccata a Hormuz. Reuters, 26 marzo 2026 — Premi giapponesi dell’alluminio Q2 2026 a 350-353 $/t, massimo da 11 anni. Argus Media, marzo 2026 — Il Medio Oriente pesa per l’8-9% della produzione globale di alluminio; i ferrosi risultano meno esposti direttamente. Commissione europea, gennaio 2026 — CBAM in regime definitivo dal 1° gennaio 2026. Argus Media, 5 marzo 2026 — Possibili target dell’alluminio verso 4.000 $/t in caso di crisi prolungata.Links di Approfondimernto- riciclo dei metalli e cosa si riutilizza- classificazione dei metalli non ferrosi secondo le specifiche CECA- riciclo dei rottami metallici- materie prime scarse e ruolo del riciclo nei metalli strategici- tecnologie a bassa temperatura per il recupero dei metalli- offerte e richieste di metalli riciclati su rMIXImmagine su licenza © Riproduzione Vietata
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rNEWS: Gazechim Plastics cambia nome in Snetor Uk dopo l'AcquisizioneGazechim Plastics cambia nome in Snetor Uk dopo l'AcquisizioneA seguito dell'acquisizione di Gazechim Plastics da parte del Gruppo Snetor lo scorso luglio, siamo lieti di annunciare il cambio della ragione sociale di GAZECHIM PLASTICS UK che diventa SNETOR UK. Questo nuovo nome aziendale illustra il nostro desiderio di rafforzare la nostra visibilità sul mercato europeo e fa parte del nostro sviluppo strategico. Chiude il cambio di nome avviato con GAZECHIM PLASTICS ROMANIA che è diventato SNETOR EASTERN EUROPE alla fine del 2020. Da gennaio 2021, GAZECHIM PLASTICS BENELUX e GAZECHIM PLASTICS NORDEN si chiamano SNETOR BENELUX e SNETOR NORDEN Emmanuel Aubourg, CEO Snetor Group
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La Crisi del Fotovoltaico in Cina: Sovrapproduzione e Impatti GlobaliUn eccesso di pannelli solari ha causato un crollo dei prezzi e una saturazione del mercato, mettendo in difficoltà produttori e Paesi di tutto il mondodi Marco ArezioNegli ultimi anni, il settore del fotovoltaico in Cina ha vissuto una crescita esponenziale che ha portato a un eccesso di offerta di pannelli solari. Questa sovrapproduzione ha generato un surplus globale, facendo crollare i prezzi dei pannelli solari a livello internazionale. Anche se l'espansione della capacità di produzione di energia rinnovabile è un passo positivo verso la transizione energetica, il mercato si trova ora in una situazione difficile, con Stati Uniti e Unione Europea che chiedono a Pechino di limitare la capacità produttiva. La Sovrapproduzione e il Surplus Energetico Interno La Cina ha installato un numero così elevato di pannelli solari da creare un surplus di energia che il Paese non è in grado di immagazzinare. In risposta a questa situazione, le autorità cinesi hanno iniziato a ritirare alcuni sussidi per il settore, cercando di rallentare il ritmo delle nuove installazioni. Tuttavia, nel primo trimestre del 2024, le installazioni di pannelli solari nella regione di Pechino sono aumentate del 33% rispetto all'anno precedente, a fronte di un boom del 154% registrato nello stesso periodo del 2023. Questa crescita incontrollata è il risultato di un'espansione industriale accelerata negli anni passati. Impatti sui Produttori e sul Mercato Globale Anche i produttori cinesi stanno affrontando le conseguenze della sovraccapacità. Longi Green Energy Technology, il più grande produttore mondiale di celle solari, ha annunciato il licenziamento di migliaia di lavoratori a causa del calo dei prezzi e dell'eccesso di offerta. Questo surplus ha portato a un'invasione di pannelli solari sui mercati extra asiatici, creando un effetto domino globale che ha fatto crollare i prezzi dei moduli solari in Europa di quasi la metà in sei mesi. La Cina domina il mercato globale dei pannelli solari, con costi di produzione significativamente inferiori rispetto a quelli di Stati Uniti ed Europa. I produttori cinesi producono pannelli solari a un costo compreso tra 16 e 18,9 centesimi per watt di capacità di generazione, rispetto ai 28 centesimi delle imprese statunitensi e ai 24-30 centesimi di quelle europee. La Situazione in Germania Anche la Germania sta affrontando un fenomeno simile. Nel 2023, il Paese ha installato una capacità record di 14.280 MW di energia solare, quasi il doppio rispetto al 2022. La capacità solare totale installata ha raggiunto 81,7 GW, ben al di sopra della domanda media di energia del Paese, che si attesta a 52,2 GW. Questo eccesso di capacità ha portato a una riduzione dei prezzi dell'energia, arrivando in alcuni casi a valori negativi. Anche in Germania, la rete elettrica fatica a gestire l'eccesso di energia solare, e si prospetta la possibilità che i produttori non possano rivendere l'energia in eccesso, limitandosi all'autoconsumo. Risposte Politiche e Strategiche Negli Stati Uniti, il presidente Joe Biden ha annunciato un aumento delle tariffe sui pannelli fotovoltaici bifacciali, che finora non erano soggetti a tariffe di salvaguardia ai sensi della Sezione 201 del Trade Act del 1974. La nuova aliquota tariffaria sulle celle solari aumenterà dal 25% al 50% nel 2024, ma l'impatto di queste misure potrebbe essere limitato. In Europa, sono in corso due indagini su aziende cinesi produttrici di pannelli solari, sospettate di aver ricevuto sussidi statali illeciti. Diversi Paesi, tra cui l'Italia, stanno avviando nuove produzioni di pannelli solari, ma esiste il rischio che l'Europa sostituisca la dipendenza dal gas russo con una nuova dipendenza dalla tecnologia verde cinese. Prospettive Future La soluzione migliore per affrontare la crisi attuale sembra essere quella di puntare sulla qualità e l'innovazione tecnologica. Investire in tecnologie avanzate e migliorare l'efficienza dei pannelli solari potrebbe aiutare a ridurre gli effetti negativi della sovrapproduzione e a stabilizzare i mercati. Nel lungo termine, l'innovazione tecnologica potrebbe fare la differenza, garantendo una transizione energetica sostenibile e un equilibrio tra domanda e offerta di energia rinnovabile. Conclusioni L'esplosione della bolla del fotovoltaico in Cina rappresenta un fenomeno complesso con implicazioni globali. La sovrapproduzione di pannelli solari ha creato un surplus che ha abbattuto i prezzi e messo sotto pressione i produttori. Anche se la spinta verso l'energia rinnovabile è positiva, è necessario un approccio più equilibrato per evitare crisi di sovrapproduzione. I Paesi devono collaborare per trovare soluzioni che garantiscano una transizione energetica sostenibile, riducendo al contempo la dipendenza da singoli fornitori e promuovendo l'innovazione nel settore delle energie rinnovabili.© Riproduzione Vietata
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10.000 USD: Il Prezzo Record di un Container dall’Asia all’EuropaIl Prezzo Record di un Container dall’Asia all’EuropaSe vogliamo essere precisi, il record di costo di un CNT da 40 piedi tra Shangai e Rotterdam ha toccato esattamente i 10.174 USD nel mese di Maggio, dimostrando tutte le problematiche che il commercio internazionale sta vivendo attualmente.Questo significa un ulteriore aumento del 3,1 % rispetto alla scorsa settimana, ma di ben +485% rispetto all’anno scorso. Ma come mai non si riesce a frenare questa corsa dei prezzi? I motivi che hanno fatto scaturire la corsa dei prezzi dei containers fino a pochi mesi fa, si possono riassumere, come ampiamente descritto in un articolo precedente, nella dinamica del Covid, nello stop alle produzioni in tutto il mondo, nella situazione climatica eccezionale negli stati uniti, in una ripartenza improvvisa dell’economia e nella necessità di ricostituire le scorte minime nei magazzini. Inoltre, nel mese di Marzo, si è verificata una congestione nel canale di Suez, a causa dell’incagliamento di una nave, con il conseguente ingolfamento delle navi porta container che stazionano ai porti per lo scarico. La somma tra domanda di merci elevata e i ritardi delle movimentazioni delle merci nei porti, ha creato una insufficiente quantità di containers disponibili, creando un ulteriore aumento dei prezzi. I profitti delle compagnie di navigazione stanno volando tanto che, secondo il gruppo industriale BIMCO, nei primi 5 mesi del 2021 si sono registrati aumenti degli ordinativi per la costruzione di nuove navi porta containers.Categoria: notizie - plastica - economia circolare - logistica Maggiori informazioni sulla logistica internazionaleLa storia del canale di Suez
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Nasce REFENCE™, il Polistirolo Riciclato per AlimentiNuove soluzioni sostenibili per il riciclo del polistirolo a contatto con gli alimentidi Marco ArezioIl riciclo meccanico del polistirolo per uso alimentare in Italia rappresenta una sfida significativa e un'opportunità promettente nel contesto dell'economia circolare. Questo processo consente di trasformare i rifiuti di polistirolo post-consumo in nuovi materiali utilizzabili, riducendo così l'impatto ambientale e promuovendo la sostenibilità. Nonostante le difficoltà iniziali legate alla creazione di una catena di riciclo efficiente per il polistirolo, recenti innovazioni tecnologiche e collaborazioni strategiche hanno permesso di raggiungere risultati importanti in questo settore. A seguito della collaborazione tra Versalis, la società chimica di Eni, e Forever Plast, azienda leader in Italia nel riciclo della plastica post-consumo, nasce REFENCE™, una gamma innovativa di polimeri riciclati destinati all'imballaggio per alimenti. Questa nuova gamma è già disponibile sul mercato per applicazioni in polistirene, come vasetti per yogurt, vassoi per carne e pesce, e altri tipi di imballaggi rigidi ed espansi. Questi nuovi prodotti andranno ad ampliare il portafoglio Versalis Revive® di materiali riciclati meccanicamente, ridefinendo i limiti di applicazione e permettendo il contatto diretto con gli alimenti. REFENCE™ è stato sviluppato grazie alla tecnologia NEWER™, creata nei laboratori di ricerca di Versalis a Mantova e industrializzata negli impianti di Forever Plast a Lograto (Brescia), nell'ambito di un accordo di co-sviluppo tra le due aziende. La tecnologia NEWER™ consente la purificazione dei polimeri riciclati in conformità con il Regolamento UE 1616/2022 sul riciclo e ha ottenuto anche la Non-Objection Letter (NOL) dalla Food and Drug Administration (FDA) degli Stati Uniti. Adriano Alfani, CEO di Versalis, ha dichiarato: "La circolarità è una leva strategica fondamentale. Per questo motivo, ci impegniamo a sviluppare processi di riciclo complementari per valorizzare le plastiche a fine vita e integrarci nella catena di raccolta nazionale italiana. Stiamo completando i lavori sul nostro primo hub avanzato di riciclo meccanico a Porto Marghera per le plastiche post-consumo, in particolare i polimeri stirenici. La nostra collaborazione con Forever Plast mira a raggiungere settori applicativi, come l'imballaggio alimentare, dove la sostenibilità e la qualità sono essenziali, rafforzando così la nostra leadership europea nel riciclo meccanico." Piersandro Arrighini, CEO di Forever Plast, ha aggiunto: "Siamo molto soddisfatti del risultato ottenuto, soprattutto considerando che fino a pochi anni fa non esisteva una catena di riciclo per il polistirene dalla raccolta differenziata a livello europeo. La collaborazione con Versalis ci ha permesso di raggiungere questo straordinario traguardo."
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Accordo per il Riciclo di 15.000 Ton Anno di Film Plastico a Circuito ChiusoDue società francesi hanno sviluppato un accordo per la gestione degli scarti dei film plastici attraverso un canale dedicatoSelezionare il rifiuto post consumo, in modo che non venga contaminato da altre plastiche o da altri agenti inquinanti, è sempre stato l’obbiettivo più alto nel campo del riciclo delle materie plastiche derivanti dalla raccolta differenziata. Si sono fatti molti passi avanti nel settore del PET, dove gli sforzi che si sono compiuti e si stanno ancora compiendo per creare una raccolta monoprodotto, quindi delle sole bottiglie separate dagli altri rifiuti, sta portando a buoni risultati. Risultati che si possono toccare con mano, in termini di qualità del rifiuto in PET che si può riciclare, in quanto la raccolta delle sole bottiglie di PET riduce di molto gli inquinanti tipici presenti nella raccolta differenziata. Ora, in Francia, si è esteso questo principio di raccolta, monocanale, anche per gli imballi flessibili del packaging, creando una circolazione del prodotto-rifiuto a circuito chiuso, raccogliendo e lavorando solo lo scarto del film, creando un processo di riciclo dedicato che non comporti la contaminazione dello stesso con altre plastiche. Infatti, TotalEnergies e Paprec, leader nel riciclaggio della plastica in Francia, hanno firmato un accordo commerciale a lungo termine per sviluppare una catena del valore francese per il riciclaggio avanzato dei rifiuti di film plastici. L'accordo assicurerà la fornitura del futuro impianto avanzato di riciclaggio della plastica di TotalEnergies a Grandpuits. In base ai termini di questo accordo, Citeo, la principale organizzazione francese responsabile degli imballaggi domestici a fine vita, fornirà un flusso di rifiuti di plastica flessibile selezionati dagli imballaggi post-consumo. Questo flusso sarà consegnato allo stabilimento Paprec Plastiques 80 di Amiens (Francia), dove verrà costruita una linea di selezione e preparazione unica nel suo genere. TotalEnergies utilizzerà questi rifiuti di origine francese nel suo impianto di riciclaggio avanzato, presso la piattaforma zero-greggio di Grandpuits, e produrrà plastica riciclata con le stesse proprietà della plastica vergine per uso alimentare. L'impianto di riciclaggio avanzato, realizzato da TotalEnergies (60%) e Plastic Energy (40%), sarà in grado di trattare 15.000 tonnellate di rifiuti all'anno e dovrebbe essere operativo nel 2024. "Questo accordo a lungo termine è un'importante pietra miliare per il nostro impianto di riciclaggio avanzato a Grandpuits, in quanto garantisce una fornitura di rifiuti di origine francese", ha dichiarato Valérie Goff, vicepresidente senior per i combustibili rinnovabili e i prodotti chimici di TotalEnergies. "È un esempio tangibile dell'impegno di TotalEnergies nello sviluppo di un'economia circolare per la plastica e contribuisce pienamente alla nostra ambizione di produrre il 30% di polimeri circolari entro il 2030". "Il nostro compito è fornire ai nostri clienti e partner imballaggi circolari che consentano di riportare il materiale al suo utilizzo originale e ottenere risparmi di carbonio. Stiamo adottando un approccio aggressivo e innovativo alle resine monostrato come PET, HDPE e PVC. Questa innovazione con TotalEnergies integra il riciclaggio meccanico o "a basse emissioni di carbonio", che non può offrire la stessa circolarità per la plastica che non è così eco-progettata o che è troppo sporca. Sostenere e sviluppare l'eccellenza industriale francese è una delle nostre missioni ", ha affermato Sébastien Petithuguenin, Presidente e Amministratore Delegato di Paprec Plastiques. Informazioni su TotalEnergies e Polimeri TotalEnergies sviluppa, produce e commercializza polimeri - polietilene, polipropilene, polistirene, loro equivalenti riciclati e biopolimeri - che possono essere incorporati nel processo di produzione della plastica. Più leggeri di molti materiali alternativi, aiutano a ridurre l'impronta di carbonio delle applicazioni finali attraverso una maggiore efficienza energetica. Gli esperti di polimeri di TotalEnergies in Europa, Asia e Stati Uniti d'America stanno lavorando a fianco di tutti i professionisti, compresi i produttori di plastica, i centri di ricerca, le società di raccolta e selezione dei rifiuti e i loro clienti per accelerare nell'economia circolare. L'azienda sta sviluppando diversi processi di riciclaggio della plastica e utilizzando materie prime rinnovabili, con l'ambizione di commercializzare il 30% di polimeri circolari entro il 2030. A proposito di Paprec Il gruppo è stato fondato dalla famiglia Petithuguenin nel 1994 ed è stato gestito dalla famiglia sin dalla sua creazione. Paprec è il leader francese nel riciclaggio e uno dei principali attori europei del trattamento dei rifiuti e dell'energia dal recupero dei rifiuti. Il gruppo è passato da 45 dipendenti a 13.000, distribuiti su più di 300 siti nei paesi din. Nel 2022 il gruppo ha gestito 16 milioni di tonnellate di rifiuti e il fatturato ha superato i 2,5 miliardi di euro.Traduzione automatica. Ci scusiamo per eventuali inesattezze. Articolo originale in Italiano.Fonte TotalEnergy
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Ecopolietilene 2024: +24% nella raccolta rifiuti in PE e oltre 200 aziende consorziateNel 2024 Ecopolietilene ha raccolto 32.488 tonnellate di rifiuti in polietilene, registrando una crescita del 24%. Oltre 200 aziende fanno ora parte del consorzio EPRNel 2024, Ecopolietilene – il consorzio autonomo specializzato nella gestione dei rifiuti derivanti da prodotti in polietilene – ha registrato una crescita significativa, confermandosi come uno degli attori di riferimento nel panorama dell’economia circolare in Italia. Le tonnellate di rifiuti raccolte hanno sfiorato quota 32.500, segnando un aumento del 24% rispetto all’anno precedente. Questo dato risulta ancora più rilevante se confrontato con l’incremento del 10% dei beni immessi al consumo, che hanno raggiunto le 78.561 tonnellate. Ecopolietilene fa parte del Sistema Ecolight e coinvolge più di 200 imprese, tra produttori, distributori e operatori del recupero. Durante l’anno appena concluso, circa 30 nuove aziende hanno scelto di aderire al consorzio, portando così a 202 il numero complessivo degli associati. L’adesione crescente al sistema consortile evidenzia una maggiore sensibilità industriale nei confronti della corretta gestione del polietilene, risorsa che – se adeguatamente trattata – può rappresentare un’importante opportunità per la transizione ecologica, piuttosto che un rifiuto problematico. Dei materiali immessi al consumo nel 2024, la quota più rilevante – 68.348 tonnellate – era costituita da prodotti a prevalente contenuto in polietilene, facilmente gestibili e riciclabili. Una porzione più contenuta riguardava beni meno recuperabili (6.839 tonnellate) o con una presenza marginale di polietilene (1.095 tonnellate), confermando l’importanza di classificazioni accurate e strumenti di tracciabilità lungo l’intera filiera. Il consorzio ha sottolineato che il 2024 è stato un anno di rafforzamento operativo, grazie anche a progetti sperimentali e all’impiego di impianti certificati. Le performance raggiunte sono state attribuite a una gestione efficiente e trasparente, che ha saputo coniugare crescita e qualità. Nel corso dei quattro anni successivi all’avvio del consorzio, i volumi di raccolta hanno mostrato un’evoluzione significativa: 14.000 tonnellate nel 2021, 30.198 nel 2022, un lieve calo nel 2023 (26.000 tonnellate), fino a toccare il picco del 2024 con 32.488 tonnellate. Per il 2025, Ecopolietilene punta ad ampliare ulteriormente le modalità di raccolta e a migliorare la tracciabilità dei rifiuti, rafforzando la collaborazione tra consorziati ed enti di controllo. L’obiettivo è sviluppare strumenti innovativi e modelli replicabili che permettano di rendere più efficiente il recupero dei polimeri e aumentare la quota di materiali reimmessi nei cicli produttivi. Attraverso una strategia fondata sulla responsabilità estesa del produttore (EPR), il consorzio si propone di trasformare il polietilene post-consumo in una risorsa centrale per un’economia sempre più circolare e sostenibile. La crescita dei numeri, sia in termini di raccolta che di adesioni, sembra confermare che questa visione è condivisa da un numero crescente di imprese consapevoli del valore ambientale e industriale della materia plastica correttamente gestita.© Riproduzione Vietata
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Accordo tra Eni gas e luce, CNA Costruzioni e Harley&Dikkinson per le Riqualificazioni EnergeticheAccordo tra Eni gas e luce, CNA Costruzioni e Harley&Dikkinson per le Riqualificazioni EnergeticheL'accordo tra Eni gas e luce, CNA COSTRUZIONI e Harley&Dikkinson, annunciato attraverso il comunicato stampa di Eni, al fine di promuovere l'avvicinamento dei cittadini alle incentivazioni governative sulle riqualificazioni energetiche, realizza un costruttivo progetto d'informazione e di gestione delle problematiche sia tecniche, che fiscali, che va incontro alle problematiche realizzative sugli interventi di ristrutturazione e sugli obbiettivi nazionali di modificare, nella direzione della sostenibilità, il patrimonio immobiliare Italiano.Eni gas e luce, CNA COSTRUZIONI e Harley&Dikkinson hanno stipulato un accordo per promuovere le opportunità connesse alla riqualificazione energetica e la messa in sicurezza sismica degli edifici, al fine di poter sfruttare le opportunità degli incentivi fiscali in ambito ecobonus, sismabonus e Superbonus 110%, introdotto dal recente Decreto Rilancio 34/2020 (convertito in legge n. 77 del 17 luglio 2020). Inoltre, grazie a quest’accordo, la rete nazionale dei consorzi territoriali, promossa da CNA Costruzioni e denominata Riqualifichiamo l’Italia, potrà aderire in qualità di Partner al servizio CappottoMio con la possibilità, in particolare, di cedere a Eni gas e luce i crediti di imposta derivanti dagli interventi. L’accordo sottoscritto tra Eni gas e luce, CNA Costruzioni e Harley&Dikkinson persegue l’obiettivo strategico di accrescere l’interesse del Paese verso la riduzione dei consumi energetici, che portano vantaggi concreti per l’ambiente, valorizzando allo stesso tempo il patrimonio abitativo e aumentando le opportunità di mercato per le imprese dell’edilizia. Attraverso la realizzazione di incontri formativi specifici sul territorio nazionale, previsti anche in modalità webinar, a cui parteciperanno gli esperti di Eni gas e luce e Harley&Dikkinson, unitamente a specifiche comunicazioni attraverso i canali informativi di CNA COSTRUZIONI, tutti i consorzi di imprese che aderiscono a Riqualifichiamo l’Italia potranno approfondire le opportunità derivanti dagli interventi di riqualificazione energetica e la messa in sicurezza sismica degli edifici, anche grazie agli incentivi previsti, con la possibilità, volendo, di qualificarsi come partner del Progetto CappottoMio di Eni gas e luce. “Grazie a quest’accordo, abbiamo l’opportunità di poter potenziare il numero delle imprese partner di CappottoMio per consolidare la nostra capillarità su tutto il territorio nazionale e offrire al cliente un alto standard di qualità del servizio” ha commentato Alberto Chiarini, Amministratore Delegato di Eni gas e luce. “Per Eni gas e luce è fondamentale promuovere sinergie anche con le Associazioni di categoria dell’artigianato e della piccola e media impresa come CNA COSTRUZIONI per offrire un’opportunità di sviluppo alle economie locali, con l’obiettivo comune di accrescere il comfort e il valore delle case dei clienti per fare un uso più razionale ed efficiente dell'energia, per usarla meno e meglio". "CNA COSTRUZIONI – dichiara il suo Presidente nazionale Enzo Ponzio - con questa iniziativa intende posizionare al meglio le imprese artigiane e PMI associate sul mercato della riqualificazione del parco immobiliare italiano e della rigenerazione urbana, valorizzando il loro protagonismo e la loro autonomia imprenditoriale, utilizzando al meglio la presenza diffusa e capillare su tutto il territorio nazionale della nostra Associazione imprenditoriale. E ciò a vantaggio di tutti gli attori coinvolti: cittadini, imprese e Pubblica Amministrazione territoriale e nazionale” Ha dichiarato infine Alessandro Ponti, Amministratore Delegato di Harley&Dikkinson, “H&D, da sempre volta all’ottimizzazione dal punto di vista tecnologico, organizzativo e, soprattutto, finanziario delle relazioni che concorrono alla valorizzazione dell’edificio, nel progetto della cessione del credito d’imposta, fin da subito, ha voluto mettersi al fianco di importanti associazioni di categoria come CNA Costruzioni e dei suoi associati al fine di garantire l’autonomia dell’intera filiera della riqualificazione."
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rPET in Granulo per Contatto Alimentare: la Società Arezio Marco in Sud AmericaIl mondo del packaging ha avuto un enorme cambiamento negli ultimi anni e, specialmente, quello del beverage sembrava essere il meno disposto ad assecondare le logiche dell’uso delle materie prime riciclateAprile 2020Sicuramente trattandosi di materiale per il food i passi sono stati volutamente lenti e ponderati, seguendo, da una parte le spinte dei consumatori che chiedevano più sostenibilità nelle bottiglie dell’acqua e delle bibite, ma, dall’altro, la necessità assicurarsi che il materiale di PET riciclato avesse le caratteristiche certificate per il contatto alimentare. Possiamo dire che è stato fatto un lavoro di squadra tra i riciclatori di bottiglie di PET che hanno, di fatto, affinato la raccolta introducendo il canale della mono plastica in PET, i produttori di macchine che hanno messo a punto impianti di trattamento che permettessero una “sterilizzazione” del granulo prodotto e gli enti certificatori che hanno elaborato sistemi di controllo per creare linee guida, attraverso la quali il rifiuto potesse diventare nuova materia prima certificata per gli alimenti. La società di consulenza Italiana, Arezio Marco, è stata coinvolta in un progetto di valutazione fornitori e di distribuzione dell’rPET in granulo certificato per gli alimenti in Sud America, fornendo al cliente il supporto per la corretta selezione dei fornitori mondiali e nella gestione delle specifiche tecniche funzionali ai clienti finali. Il materiale veicolato è di colore neutro, in granuli, ed è adatto alla produzione di imballi alimentari in cui sia necessario stoccare cibi e liquidi per il consumo della popolazione. I paesi inizialmente interessati sono stati il Cile e il Salvador che saranno una sorta di “testa di ponte” per la futura espansione nei paesi latinoamericani. I fornitori accreditati hanno una disponibilità di rPET di qualità costante, sia nelle caratteristiche meccaniche, che di purezza che di colore.Categoria: notizie - plastica - economia circolare
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rNEWS - DS Smith: l'azienda multinazionale del packaging pensa greenDS Smith lancia una campagna denominata "per il presente e per il futuro"Secondo quanto riportata da Adn Kronos, Ds Smith, società leader nel settore del packaging multisettoriale ha varato un'iniziativa chiamata "per il presente e il futuro" in cui si impegna concretamente a fare dei passi decisivi verso la sostenibilità della sua filiera produttiva. Vediamo quali.Ds Smith, azienda del packaging sostenibile, lancia oggi la sua nuova strategia di sostenibilità, "Per il presente e per il futuro", che delinea impegni e obiettivi per il prossimo decennio. Ds Smith continuerà a concentrarsi sulla transizione verso un'economia circolare collaborando con clienti, comunità, governi e opinion leader per favorire il riciclo e rigenerare i sistemi naturali, e continuerà a concentrarsi sulla riduzione di CO2 proteggendo la biodiversità e riducendo il consumo di acqua. “E’ fondamentale che la nostra spinta a ridefinire il packaging continui a porre la circolarità al centro del nostro business, in quanto fornitori di soluzioni che rispondono alle nuove esigenze di un mondo in continua evoluzione - dichiara Miles Roberts, Ceo di Ds Smith - La nuova strategia ci consente di andare oltre il nostro solido modello di business circolare, permettendoci di fornire più soluzioni sostenibili ai nostri clienti e alla società in generale, sostituendo la plastica, abbattendo le emissioni di CO2 dalla nostra supply chain e fornendo soluzioni di riciclo alternative". La strategia definisce tre pilastri fondamentali, insieme a un impegno costante per ridurre le emissioni di CO2 del 30% rispetto al 2015 e a una tutela delle foreste e della biodiversità in cui opera. Chiusura del ciclo attraverso una migliore progettazione, entro il 2023 produrrà imballaggi riciclabili o riutilizzabili al 100% e il suo obiettivo è il riciclo o il riutilizzo di tutti i suoi imballaggi entro il 2030. Proteggere le risorse naturali sfruttando ogni fibra: entro il 2025, ottimizzerà l'uso della fibra per le singole catene di approvvigionamento nel 100% delle sue nuove soluzioni di imballaggio ed entro il 2030 mira a ottimizzare ogni fibra per tutte le catene di approvvigionamento. Ridurre rifiuti e inquinamento attraverso soluzioni circolari: entro il 2025 eliminerà 1 miliardo di pezzi di plastica dagli scaffali dei supermercati, toglierà 250.000 camion dalla strada e lavorerà con i partner per trovare soluzioni per gli imballaggi difficili da riciclare. Nel frattempo, entro il 2030 mira a utilizzare gli imballaggi e il riciclo per rendere possibile l'economia circolare, sostituendo plastica, riducendo le emissioni di carbonio dei clienti ed eliminando i rifiuti di imballaggio dei consumatori. Offrire strumenti alle persone per condurre la transizione verso un'economia circolare: entro il 2025 coinvolgerà il 100% del suo personale nell'economia circolare, ed entro il 2030 coinvolgerà 5 milioni di persone nell’adozione di stili di vita adeguati. "Per il presente e per il futuro", spiega Wouter van Tol, Head of Sustainability, Community and Government Affairs, "posiziona Ds Smith in prima linea nel settore del packaging e definisce una chiara tabella di marcia per affrontare le sfide immediate, lavorando allo stesso tempo per soddisfare le esigenze della prossima generazione, creando soluzioni in linea con i principi dell'economia circolare. Adottando un approccio di sistema completo, abbiamo un'enorme opportunità di compiere progressi significativi rispetto alle nostre responsabilità ambientali, sociali e di governance”. A seguito di progressi misurabili rispetto ai suoi nove obiettivi di sostenibilità a lungo termine, la strategia di sostenibilità "Per il presente e per il futuro" è stata introdotta come parte di una visione e di una revisione strategica per raggiungere il titolo di fornitore leader di imballaggi sostenibili. L'anno scorso, Ds Smith ha raggiunto una serie di traguardi di sostenibilità, tra cui una riduzione dell'11% delle emissioni nel 2019 rispetto al 2015 su base omogenea e il 100% di coinvolgimento nei programmi della comunità in tutto il suo sito che impiega più di 50 persone. Ha prodotto oltre 17 miliardi di scatole nel 2019/20 ed è il più grande riciclatore di carta e cartone d'Europa, gestendo 6 milioni di tonnellate all'anno e riciclando più di quanto consumato. Ds Smith è uno dei 16 partner strategici della Ellen MacArthur Foundation, l'autorità globale riconosciuta sull'economia circolare.By Adn KronosFoto: Ds Smith
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Nuova partnership di Snetor con Tecnopol per il mercato ItalianoLa società internazionale di distribuzione delle materie prime plastiche Snetor entra direttamente sul mercato Italiano siglando un accordo con TecnopolSnetor, il gruppo francese attivo nella distribuzione mondiale delle materie plastiche, ha recentemente siglato una partnership con l'azienda Italiana Tecnopol, attiva nella distribuzione, commercio e compounding di polimeri termoplastici, con sede a Torino, specializzata tra gli altri, nel campo medicale, automobilistico, dei mobili e dell'imballaggio. Tecnopol, forte di un fatturato di 60 milioni di euro nel 2019, ha siglato un accordo con Snetor, il quale prevede l'acquisizione fino al 70% delle attività di distribuzione di Tecnopol dando vita al gruppo Tecnopol Snetor. Il restante 30% del capitale resterà nella mani dei precedenti proprietari Tecnopol (Giancarlo Rizzi e Alberto Borio) che continueranno a ricoprire i ruoli di Amministratori Delegati e di management della realtà Italiana per dare continuità e crescita all'azienda. Inoltre, l'accordo prevede di unire le attività di Snetor Iberica e Tecnopol creando una nuova entità distribuiva sul mercato Spagnolo controllata al 60% da Snetor e al 40% da Tecnopol. L'attività di compounding di Tecnopol, tramite Omikron, rimane fuori dall'accordo tra le società ma Tecnopol Snetor si occuperà della distribuzione dei suoi prodotti. Snetor, società con oltre 35 anni di storia e più di un miliardo di euro di fatturato annuo, presente nel continente Americano, Europeo e Africano con 19 sedi proprie, rafforzerà attraverso questa partnership la presenza distributiva in Europa, entrando direttamente sul mercato Italiano, secondo di importanza in Europa.
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