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https://www.rmix.it/ - Treni a Vapore Turistici Messi in Crisi dalla Mancanza del Carbone
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Treni a Vapore Turistici Messi in Crisi dalla Mancanza del Carbone
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Treni a Vapore Turistici Messi in Crisi dalla Mancanza del Carbonedi Marco ArezioChe fine faranno i treni a vapore tenuti in funzione da appassionati, su linee secondarie che attirano ogni anno milioni di turisti?E’ una domanda alla quale facciamo fatica a dare una risposta, in quanto la crisi energetica innescata dalla guerra tra l’Ucraina e la Russia e il successivo embargo da parte dell’Unione Europea al carbone Russo, ha messo in seria difficoltà la circolazione dei treni a vapore. La progressiva chiusura negli anni delle miniere Europee di carbone, dettata dalla necessità di ridurre l’impatto climatico di questa fonte fossile, ha creato una dipendenza verso quei paesi che continuano a produrlo come la Russia. Oggi le ferrovie storiche hanno delle scorte di carbone molto basse e la difficoltà di reperire la nuova materia prima, in altri paesi, è dettata sia dalla carente disponibilità sul mercato, a causa sia  della forte domanda internazionale di energia, sia perché la qualità del carbone che serve per far circolare i treni deve essere tale da poter sviluppare un potere calorifico specifico. Non pensiamo che le linee ferroviarie storiche siano poca cosa nell’economia del turismo, in quanto solo in Gran Bretagna esistono circa 150 compagnie storiche che fanno viaggiare i loro treni per circa 900 Km., contribuendo all’industria del turismo e al mantenimento di molti posti di lavoro. Per venire incontro alla carenza di carbone e per salvare le ferrovie storiche si stanno provando combustibili alternativi che hanno un impatto ambientale ridotto. Questi nuovi combustibili sono stati sviluppati da miscele di antracite, polvere di carbone e melassa, quest'ultima funge da legante, creando così i presupposti per eseguire dei tests di combustione e di trazione. I risultati iniziali sono stati incoraggianti, sebbene siano ancora necessari tests per valutare l'impatto di tali combustibili sulle parti vulnerabili delle locomotive, come i focolari e i tubi delle caldaie. Foto: WP.F.

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https://www.rmix.it/ - Film Plastico Riciclato. Capitolo 4: LLDPE riciclato: struttura, comportamento e progettazione industriale nel packaging flessibile
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Film Plastico Riciclato. Capitolo 4: LLDPE riciclato: struttura, comportamento e progettazione industriale nel packaging flessibile
Manuali Tecnici

Dal flusso di scarto alle prestazioni in film: proprietà meccaniche, stabilità di processo e criteri di utilizzo dell' LLDPE riciclatoSaggio. Film Plastico Riciclato. Capitolo 4: LLDPE riciclato: struttura, comportamento e progettazione industriale nel packaging flessibiledi Marco Arezio. Dicembre 25Il polietilene lineare a bassa densità (LLDPE) occupa una posizione peculiare all’interno del panorama dei polimeri utilizzati per il packaging flessibile. A differenza dell’LDPE, il cui comportamento è fortemente influenzato dalla presenza di ramificazioni lunghe, l' LLDPE presenta una struttura molecolare caratterizzata da ramificazioni corte e distribuite in modo più regolare lungo la catena polimerica. Questa architettura conferisce al materiale un insieme di proprietà meccaniche distintive, in particolare un’elevata resistenza alla trazione e alla lacerazione, che ne hanno favorito l’adozione in applicazioni tecnicamente più esigenti. Nel contesto del riciclo, il LLDPE presenta caratteristiche e criticità differenti rispetto all’LDPE. La maggiore resistenza meccanica del materiale vergine, unita alla sua diffusione in applicazioni ad alto stress, influenza in modo diretto la qualità e il comportamento degli scarti post-consumo. Analizzare le tipologie di scarti di LLDPE significa quindi considerare non solo la provenienza del materiale, ma anche le condizioni di sollecitazione cui esso è stato sottoposto durante il ciclo di vita precedente. Uno dei flussi più rilevanti di LLDPE post-consumo è rappresentato dal film stretch utilizzato per la palletizzazione e il fissaggio dei carichi. Questo materiale è progettato per lavorare in condizioni di elevato allungamento, con un comportamento elastico-plastico che consente di mantenere la tensione nel tempo. Durante l’uso, il film stretch subisce sollecitazioni meccaniche intense e prolungate, che inducono un orientamento significativo delle catene polimeriche. Al momento del recupero, questo orientamento residuo rappresenta uno degli elementi chiave che influenzano il comportamento del materiale riciclato. Dal punto di vista del riciclo, il film stretch in LLDPE costituisce una materia prima di grande interesse, grazie ai volumi elevati e alla relativa omogeneità chimica. Tuttavia, le caratteristiche meccaniche del materiale recuperato sono fortemente influenzate dal grado di deformazione subito durante l’uso. In molti casi, il riciclato derivante da film stretch presenta una distribuzione dei pesi molecolari alterata e una maggiore sensibilità alle condizioni di processo, richiedendo un’attenta qualificazione prima dell’impiego in nuove applicazioni. Accanto al film stretch, un’altra tipologia significativa di scarto di LLDPE è rappresentata dai fusti e dagli imballaggi flessibili di grande formato, utilizzati per il contenimento e il trasporto di materiali industriali. Questi prodotti, pur rientrando formalmente nella categoria del packaging flessibile, sono progettati per resistere a sollecitazioni meccaniche elevate e presentano spesso spessori superiori rispetto ai film tradizionali. Il LLDPE impiegato in queste applicazioni è formulato per garantire robustezza e resistenza alla perforazione, caratteristiche che si riflettono in parte anche nel materiale riciclato. Gli scarti provenienti da fusti e sacconi flessibili presentano generalmente un livello di contaminazione inferiore rispetto ai flussi domestici, soprattutto quando provengono da circuiti industriali controllati. Tuttavia, la presenza di additivi specifici e la possibile miscelazione con altri polimeri richiedono un’attenta fase di selezione e caratterizzazione. Dal punto di vista tecnico, il riciclato ottenuto da questi flussi può offrire buone prestazioni meccaniche, ma presenta una variabilità che deve essere gestita in modo consapevole. Un terzo flusso di grande rilevanza è costituito dai cosiddetti film tecnici in LLDPE. Questa categoria include materiali utilizzati in applicazioni specialistiche, come film barriera, film coestrusi e strutture multistrato in cui il LLDPE svolge una funzione specifica all’interno del sistema. Gli scarti derivanti da queste applicazioni possono avere origini sia post-consumo sia post-industriali e presentano una complessità compositiva superiore rispetto ai film monostrato.....ACQUISTA IL MANUALEPROMUOVI LA TUA AZIENDA SUI MANUALI DI rMIX E REGALA LE COPIE AI TUOI CLIENTI © Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - Micro Laminazione delle Pellicole Plastiche
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Micro Laminazione delle Pellicole Plastiche
Informazioni Tecniche

Sempre più sottili, robuste, elastiche e decorabili, le micro pellicole in plastica aprono nuovi orizzonti creatividi Marco ArezioLe micro pellicole polimeriche sono ormai diffusissime in molti ambiti, come quello dell’arredamento, dell’edilizia, dei prodotti protettivi, dell’automotive, dell’alimentare, del packaging e in molti altri campi. La tecnologia formulativa e produttiva raggiunta da questi laminati, sta permettendo un’esaltazione del design e del marketing attraverso la trasformazione di prodotti, non solo dal punto di vista estetico, ma anche delle prestazioni tecniche. In realtà nel nostro immaginario le collochiamo in un ambito temporale recente, ma questi sottili laminati plastici si possono datare al 1939, quando furono per la prima volta impiegati come elementi rifrangenti nella segnaletica stradale. Le applicazioni, come abbiamo visto, sono davvero numerose e in aggiornamento anno dopo anno, come per esempio le pellicole sulle lenti degli occhiali o sulle visiere dei caschi, a volte con scritte sulla parte esterna che non impediscono di vedere correttamente dall’interno. Possiamo citare anche le pellicole in PVB realizzate con stampa a getto di inchiostro da inserite a sandwich tra due vetri, in modo che le immagini diventino eterne in quanto protette dai vetri. Interessanti anche le pellicole per la conservazione dei cibi acquistabili al supermercato ci sono quelle detector, in grado di evidenziare deterioramenti o di rilevare la presenza di OGM. Nel settore dell’edilizia, già da molto tempo, si utilizzano pellicole polimeriche da applicare ai vetri per migliorare la sicurezza, ridurre l’irraggiamento solare che causa la trasmissione di calore all’interno dei locali con indubbi risparmi energetici, ridurre la rifrangenza della luce in modo da oscurare gli ambienti e pellicole schermati in grado di ridurre l’immissione di più del 90% delle onde elettromagnetiche all’interno dei locali. Nel campo della sicurezza, esistono pellicole composte da decine di strati di sottilissimo poliestere, che vengono impiegate per la riduzione delle conseguenze delle esplosioni. Infatti, l’elasticità che questi strati di poliestere conferisco al vetro, grazie al loro allungamento che può arrivare al 150%, aiutano il vetro a sopportare meglio l’onda d’urto di una esplosione. Nel settore dell’illuminotecnica e nell’elettronica, queste micro pellicole sono studiate per ottimizzare la luminosità di telefonini, schermi, computer, sia per il trasporto della luce stessa. Sono in commercio pellicole capaci di riflettere o trasmettere lunghezze d’onda luminosa diverse nello spettro del visibile e dell’infrarosso, costituite da centinaia di strati polimerici i cui spessori sono dell’ordine di una lunghezza d’onda luminosa. In questi campi la scienza della fisica delle superfici adiacenti ha reso possibile il progredire della tecnica della micro replicazione, la ripetizione continua milioni di volte di una microstruttura 3D costituita da minuscoli prismi o infinitesime sfere invisibili ad occhio nudo, che consente la realizzazione di superfici regolari con specifiche proprietà, come quella di catturare la luce del sole da angoli diversi e distribuirla verso l’interno, o di rifletterla totalmente verso l’esterno. Categoria: notizie - tecnica - plastica - pellicole plastiche - packaging - laminazione

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https://www.rmix.it/ - Polimeri Flessibili e Trasparenti per Display Elettronici
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Polimeri Flessibili e Trasparenti per Display Elettronici
Informazioni Tecniche

Sviluppi nell'Uso dei Polimeri in Schermi Pieghevoli e Trasparenti per Dispositivi Mobili e TVdi Marco ArezioNegli ultimi anni, l'evoluzione dei dispositivi elettronici ha subito un'accelerazione significativa grazie allo sviluppo di materiali innovativi che combinano flessibilità, trasparenza e resistenza. I polimeri flessibili e trasparenti sono diventati una componente cruciale per la nuova generazione di display elettronici, che includono schermi pieghevoli e trasparenti per dispositivi mobili e TV. Questi materiali offrono vantaggi significativi in termini di design, efficienza energetica e durabilità, consentendo la realizzazione di prodotti innovativi che fino a pochi anni fa sembravano appartenere al futuro. In questo articolo, esploreremo i recenti sviluppi tecnologici nell'uso dei polimeri per i display elettronici, concentrandoci sulle sfide tecniche e sulle applicazioni future di questi materiali avanzati. Proprietà e Tipologie di Polimeri Utilizzati nei Display Elettronici I polimeri utilizzati nei display elettronici devono soddisfare una serie di requisiti fondamentali, come elevata trasparenza ottica, flessibilità meccanica, stabilità termica e resistenza agli agenti chimici. Tra i polimeri più comunemente impiegati troviamo il polietilene tereftalato (PET), il polietilene naftalato (PEN) e il poliimmide (PI). Il PET è apprezzato per la sua buona trasparenza e flessibilità, ed è ampiamente utilizzato per la produzione di substrati flessibili per display a cristalli liquidi (LCD). Il PEN offre una migliore stabilità termica rispetto al PET, mentre il PI è spesso scelto per la sua eccellente resistenza meccanica e termica, risultando adatto per schermi più complessi, come quelli pieghevoli. I polimeri conduttivi, come i polimeri elettroattivi (EAP) e il polietilene ossido (PEO), vengono utilizzati per migliorare la capacità conduttiva dei dispositivi, contribuendo alla realizzazione di display più sottili e reattivi. Inoltre, l'introduzione di rivestimenti speciali, come ossidi metallici o nanotubi di carbonio, può incrementare ulteriormente la trasparenza e la conduttività dei polimeri, rendendoli adatti a display OLED (Organic Light Emitting Diode) e AMOLED (Active Matrix OLED). Sviluppi Recenti e Innovazioni Tecnologiche Negli ultimi anni, il progresso tecnologico ha portato alla creazione di polimeri avanzati che permettono non solo la flessibilità ma anche la capacità di essere ripiegati molteplici volte senza compromettere le prestazioni ottiche o elettroniche. Un esempio significativo è rappresentato dai poliimmidi trasparenti, modificati per ridurre la colorazione intrinseca e migliorare la trasparenza nella gamma dello spettro visibile. Questi materiali consentono la realizzazione di schermi che possono essere piegati o arrotolati senza deterioramento delle immagini visualizzate. Un'altra innovazione rilevante riguarda l'uso di strati di grafene e materiali bidimensionali, come il disolfuro di molibdeno (MoS₂), per migliorare le caratteristiche elettriche dei polimeri utilizzati nei display. Il grafene è particolarmente interessante per la sua elevata conduttività elettrica e la trasparenza, rendendolo un candidato ideale per elettrodi trasparenti in display flessibili. Combinando il grafene con polimeri flessibili, i ricercatori sono stati in grado di creare elettrodi sottili, leggeri e molto resistenti, che contribuiscono all'efficienza e alla qualità dell'immagine dei display pieghevoli. Altri sviluppi includono l'uso di polimeri con memoria di forma, che consentono al materiale di ritornare alla configurazione originale dopo essere stato piegato. Questi materiali possono migliorare la durabilità dei dispositivi, prevenendo danni strutturali che potrebbero verificarsi con l'uso ripetuto. Inoltre, l'introduzione di tecniche di rivestimento avanzate, come la deposizione di strati atomici (ALD), ha permesso di migliorare la resistenza ai graffi e la protezione contro i fattori ambientali, come l'umidità, che possono compromettere l'integrità dei display. Applicazioni nei Dispositivi Mobili e nei Televisori L'applicazione più evidente dei polimeri flessibili e trasparenti è nei dispositivi mobili pieghevoli, come smartphone e tablet. I principali produttori del settore, come Samsung, Huawei e LG, hanno già introdotto sul mercato dispositivi con display pieghevoli che sfruttano la tecnologia dei polimeri avanzati. Questi dispositivi offrono una combinazione unica di portabilità e ampia superficie di visualizzazione, migliorando l'esperienza dell'utente sia per l'intrattenimento sia per la produttività. Anche i televisori stanno beneficiando dei progressi nei polimeri flessibili. LG e altri produttori hanno presentato prototipi di TV arrotolabili, che utilizzano substrati polimerici per offrire schermi sottilissimi, capaci di essere riposti quando non in uso, riducendo l'ingombro visivo all'interno degli ambienti domestici. Questi televisori rappresentano un cambiamento radicale nel design dei dispositivi per l'intrattenimento, permettendo una maggiore integrazione dell'elettronica nell'arredamento e nella vita quotidiana. Oltre a smartphone e TV, i polimeri flessibili vengono utilizzati anche in dispositivi indossabili e schermi trasparenti per applicazioni in realtà aumentata (AR).Questi schermi consentono agli utenti di interagire con le informazioni sovrapposte al mondo reale, aprendo nuove possibilità per applicazioni industriali, mediche e di intrattenimento.Problematiche e Prospettive Future Nonostante i progressi significativi, l'uso dei polimeri flessibili nei display elettronici presenta ancora alcune problematiche. Una delle principali è la durabilità a lungo termine: la ripetuta piegatura e manipolazione dei dispositivi può portare a microfratture nei polimeri, compromettendo le prestazioni del display. La ricerca si sta concentrando sulla formulazione di polimeri con maggiore resistenza meccanica e capacità di auto-riparazione, che potrebbero risolvere questo problema. Un'altra sfida è rappresentata dalla necessità di migliorare la qualità ottica dei polimeri, in particolare riducendo la riflessione e migliorando la trasparenza. L'introduzione di nanoparticelle e strati antiriflesso potrebbe rappresentare una soluzione per migliorare le prestazioni visive dei display polimerici. In prospettiva futura, l'integrazione dei polimeri flessibili con altre tecnologie emergenti, come i display microLED, potrebbe portare a dispositivi ancora più efficienti e performanti. I microLED offrono una qualità dell'immagine superiore e una maggiore efficienza energetica rispetto agli OLED, e la loro combinazione con substrati polimerici potrebbe aprire la strada a nuove categorie di dispositivi elettronici, come schermi flessibili a bassa energia per applicazioni outdoor e dispositivi pieghevoli di lunga durata. Conclusione I polimeri flessibili e trasparenti rappresentano una delle innovazioni più promettenti nel campo dei display elettronici. Grazie alla loro capacità di combinare trasparenza ottica, flessibilità meccanica e resistenza, questi materiali stanno trasformando il modo in cui interagiamo con i dispositivi elettronici, aprendo nuove possibilità per il design e l'applicazione di smartphone, TV e altri dispositivi. Sebbene ci siano ancora problematiche significative da affrontare, i recenti progressi suggeriscono che l'uso di polimeri avanzati continuerà a crescere, contribuendo a creare dispositivi più innovativi, funzionali e in grado di migliorare la nostra esperienza quotidiana con la tecnologia.© Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - Analisi Spettrale delle Vibrazioni: Diagnostica dei Cuscinetti e degli Ingranaggi per i Trituratori per Metalli e RAEE
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Analisi Spettrale delle Vibrazioni: Diagnostica dei Cuscinetti e degli Ingranaggi per i Trituratori per Metalli e RAEE
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Identifica difetti specifici (pista, elemento volvente, dente rotto) in componenti critici con l'interpretazione avanzata degli spettri di frequenza I trituratori per metalli e RAEE (Rifiuti da Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche) sono autentiche bestie da soma dell'industria moderna. Progettati per demolire materiali tenaci, operano in condizioni estreme, gestendo carichi d'urto elevati e un ambiente intrinsecamente abrasivo. In questo scenario così impegnativo, l'affidabilità di componenti cruciali come cuscinetti e ingranaggi non è semplicemente desiderabile: è fondamentale. Un loro guasto improvviso può tradursi in fermi macchina prolungati, perdite di produzione ingenti e costi di riparazione esorbitanti. È qui che l'analisi spettrale delle vibrazioni non è solo un'opzione, ma uno strumento diagnostico insostituibile, capace di svelare lo stato di salute di queste componenti critiche ben prima che un cedimento catastrofico diventi realtà. Le Fondamenta dell'Analisi Spettrale delle Vibrazioni Ogni componente meccanico in movimento emette una "firma" vibratoria unica, un'impronta digitale sonora che ne riflette lo stato operativo. Quando un difetto inizia a insinuarsi e a progredire, questa impronta subisce alterazioni specifiche e, cosa più importante, prevedibili. La spettroscopia di frequenza, il cuore dell'analisi vibrazionale, è la tecnica che ci permette di decifrare questi cambiamenti. Essa scompone il segnale vibratorio grezzo e complesso – un misto di frequenze e ampiezze – in componenti discrete, rivelando l'intensità (ampiezza) della vibrazione a ciascuna frequenza specifica. Questo processo è paragonabile a scomporre un accordo musicale nelle sue singole note: ogni nota rappresenta una frequenza, e la sua "forza" l'ampiezza. Questa capacità di isolare le frequenze ci consente di associare picchi specifici nello spettro a componenti meccaniche precise e, di conseguenza, a potenziali problemi. Nel contesto dei trituratori, l'ambiente operativo è un vero e proprio "inferno" acustico e vibratorio. Le elevate forze d'impatto generate dalla triturazione stessa, unite a un'ampia gamma di frequenze derivanti dal processo, creano un rumore di fondo significativo. Questo rende la distinzione tra i segnali di guasto "veri" e il rumore operativo una sfida notevole. È proprio in questa complessità che l'interpretazione approfondita degli spettri diventa un'arte e una scienza cruciale. Non basta identificare un picco; è necessario capirne il contesto, le relazioni con altre frequenze e la sua evoluzione nel tempo. Decifrare i Segnali: Identificazione dei Difetti Specifici nei Cuscinetti I cuscinetti volventi, con le loro complesse geometrie di piste ed elementi volventi, sono suscettibili a diverse modalità di guasto. Ognuna di esse genera frequenze di guasto caratteristiche quando si sviluppano difetti. Queste frequenze non sono casuali; sono calcolabili con precisione, basandosi sulla geometria specifica del cuscinetto (numero di elementi volventi, diametri delle piste, angolo di contatto) e sulla velocità di rotazione. Danno sulla Pista Esterna (BPFO - Ball Pass Frequency Outer Race): Un difetto sulla pista esterna – la parte stazionaria del cuscinetto, solitamente – si manifesta tipicamente come un picco pronunciato a una frequenza calcolabile, spesso accompagnato da armoniche. Poiché la pista esterna non ruota, ogni volta che un elemento volvente (sfera o rullo) passa sopra il difetto, si genera un impulso vibratorio. Nello spettro, vedremo quindi questa frequenza fondamentale e le sue moltiplicazioni (armoniche). La stabilità di questo picco è un indicatore chiave. Danno sulla Pista Interna (BPFI - Ball Pass Frequency Inner Race): Un difetto sulla pista interna, che ruota con l'albero, produce un'impronta spettrale più complessa. La frequenza fondamentale è calcolabile in modo simile al BPFO. Tuttavia, poiché la pista interna ruota, il punto di contatto tra il difetto e il carico varia continuamente. Questo porta a una modulazione dell'ampiezza del segnale, che si traduce nello spettro in bande laterali (sidebands) attorno alla frequenza BPFI e alle sue armoniche. La spaziatura di queste bande laterali corrisponde alla frequenza di rotazione dell'albero su cui è montato il cuscinetto. La loro presenza è un forte indicatore di un problema sulla pista interna. Danno sull'Elemento Volvente (BSF - Ball Spin Frequency): Un difetto su una singola sfera o un rullo genera una frequenza specifica che può essere più sfuggente da rilevare. Il segnale può apparire e scomparire nello spettro a seconda della posizione dell'elemento danneggiato all'interno del cuscinetto e della sua rotazione. La sua identificazione richiede spesso tecniche di elaborazione avanzate, poiché il segnale è modulato sia dalla rotazione dell'albero che dalla rotazione dell'elemento stesso. La sfida qui è la natura "mobile" del difetto. Danno sulla Gabbia (FTF - Fundamental Train Frequency o Cage Frequency): Un problema alla gabbia, che ha il compito cruciale di mantenere gli elementi volventi equidistanti e impedire il loro attrito reciproco, si manifesta a una frequenza significativamente più bassa rispetto alle altre. Questa frequenza è tipicamente legata alla velocità di rotazione della gabbia stessa. I guasti alla gabbia possono essere particolarmente critici, poiché possono portare rapidamente a un guasto catastrofico del cuscinetto. L'identificazione di questi difetti specifici va ben oltre il semplice calcolo delle frequenze caratteristiche. Richiede un'attenta analisi delle armoniche, delle bande laterali e della forma generale dello spettro. Ad esempio, la presenza di numerose armoniche ad alta ampiezza non solo conferma l'esistenza di un difetto, ma può anche suggerire che il difetto è avanzato o che vi sono problemi concomitanti, come un disallineamento, che stanno esacerbando il danno. L'analisi dell'inviluppo (Envelope Analysis) è una tecnica particolarmente potente per i cuscinetti. Essa si concentra sugli impulsi ad alta frequenza generati dagli impatti dei difetti, demodulandoli per rivelare le frequenze di guasto caratteristiche che altrimenti sarebbero mascherate dal rumore di fondo. Questo è fondamentale nei trituratori, dove le vibrazioni ad alta energia possono rendere difficile la rilevazione diretta dei segnali di difetto. Diagnostica degli Ingranaggi: Svelare la Rottura del Dente Gli ingranaggi nei trituratori sopportano carichi di torsione immensi e sono, di conseguenza, altamente suscettibili a una varietà di difetti, tra cui rotture di denti, pitting (corrosione da fatica), usura generalizzata e problemi di allineamento. L'analisi spettrale si dimostra particolarmente efficace nell'individuare difetti localizzati come la rottura di un dente o la sua grave incrinatura, che altrimenti passerebbero inosservati fino al punto di non ritorno. Frequenze di Ingaggio Denti (GMF - Gear Mesh Frequency): La GMF è la frequenza fondamentale generata dal normale ingranamento dei denti. È il prodotto del numero di denti di un ingranaggio per la sua velocità di rotazione. Ingranaggi sani presentano un picco predominante alla GMF e alle sue armoniche, indicando un ingranamento regolare e uniforme. Difetti dei Denti: Quando un dente è rotto, scheggiato o gravemente danneggiato, l'impatto ripetitivo tra i denti sani dell'ingranaggio accoppiato e il dente danneggiato genera un segnale vibratorio distintivo. Questo si manifesta nello spettro come la comparsa di bande laterali (sidebands) ben definite attorno alla GMF e alle sue armoniche. La chiave per la diagnostica risiede nella spaziatura di queste bande laterali: essa corrisponde esattamente alla velocità di rotazione dell'ingranaggio che presenta il difetto. Ad esempio, se la spaziatura delle bande laterali corrisponde alla frequenza di rotazione dell'ingranaggio condotto, allora il difetto è su quell'ingranaggio. La rottura di un dente può anche indurre un aumento dell'ampiezza a frequenze sub-armoniche della GMF e un aumento significativo dell'energia a bassa frequenza, a causa degli impatti e degli shock che si generano. L'interpretazione accurata richiede l'analisi non solo delle armoniche della GMF e l'identificazione delle bande laterali, ma anche l'osservazione di anomalie nel rumore di fondo o la presenza di frequenze armoniche non correlate alla GMF. La presenza di modulazioni complesse o l'aumento dell'energia vibratoria in bande di frequenza non direttamente associate alla GMF possono indicare problemi più diffusi, come un disallineamento significativo tra gli ingranaggi o un'usura generalizzata delle superfici dei denti. Tecniche avanzate di analisi del segnale, come l'analisi dello spettro di inviluppo per ingranaggi o la demodulazione di fase, possono migliorare drasticamente la capacità di rilevare difetti sui denti anche in presenza di forte rumore. Queste tecniche permettono di isolare i segnali di impatto generati dal difetto, rendendoli più evidenti nello spettro. Oltre lo Spettro: Sfide e Strategie Pratiche per i Trituratori L'ambiente operativo dei trituratori, per sua natura, presenta sfide significative che possono compromettere l'efficacia dell'analisi delle vibrazioni. Il rumore di fondo elevato, le frequenze d'impatto intense generate dal processo di triturazione e la variabilità dei carichi possono facilmente mascherare i segnali deboli ma critici dei difetti nascenti. Per superare questi ostacoli e massimizzare l'efficacia diagnostica, è fondamentale adottare un approccio metodico e sofisticato: Acquisizione Dati di Qualità Superiore: Non si può fare buona analisi con dati scadenti. È imperativo utilizzare accelerometri robusti, con un'ampia banda passante e un'elevata sensibilità, progettati per operare in ambienti industriali severi. Il loro posizionamento è altrettanto critico: devono essere fissati saldamente il più vicino possibile alla componente sotto monitoraggio (ad esempio, sul supporto del cuscinetto o sulla carcassa del riduttore), preferibilmente in più direzioni (verticale, orizzontale, assiale) per catturare tutte le modalità vibratorie. Una frequenza di campionamento adeguata è essenziale per assicurarsi di catturare tutte le frequenze rilevanti, in particolare quelle ad alta frequenza associate ai cuscinetti. La regola di Nyquist, che richiede una frequenza di campionamento almeno doppia rispetto alla frequenza massima di interesse, è un punto di partenza. Tecniche di Elaborazione del Segnale Avanzate: La semplice Trasformata di Fourier Veloce (FFT) potrebbe non essere sufficiente in ambienti così complessi. Come accennato, l'Envelope Analysis è una pietra angolare per la diagnosi dei cuscinetti, permettendo di rivelare gli impulsi ripetitivi che indicano un danno. Per gli ingranaggi, oltre alla ricerca delle bande laterali, tecniche come la analisi del Cepstrum possono essere utili per identificare armoniche ripetitive o "echi" nel segnale, che spesso indicano problemi specifici di ingranamento. La filtratura dinamica e l'uso di finestre di acquisizione appropriate (es. Hanning, Flattop) sono pratiche standard per ridurre il rumore e migliorare la risoluzione dei segnali. Monitoraggio di Tendenza e Baseline: L'analisi di un singolo spettro è come scattare una fotografia: può dare un'idea, ma non racconta una storia. Il vero potere predittivo dell'analisi delle vibrazioni risiede nel monitoraggio di tendenza. Acquisire dati regolarmente e tracciare l'evoluzione delle ampiezze delle frequenze caratteristiche nel tempo permette di identificare un deterioramento progressivo. Un aumento graduale dell'ampiezza a una frequenza specifica è un chiaro indicatore di un difetto in progressione, fornendo il tempo necessario per pianificare un intervento di manutenzione prima che il guasto diventi critico. La creazione di una baseline ("firma" di vibrazione quando la macchina è in condizioni ottimali) è un prerequisito fondamentale per un monitoraggio efficace. Conoscenza Approfondita del Sistema e Contesto Operativo: L'analisi vibrazionale non è un'operazione "plug-and-play". Richiede una comprensione approfondita della cinematica del trituratore, ovvero come si muovono le sue parti, le velocità di rotazione di tutte le componenti (alberi, cuscinetti, ingranaggi), il numero di denti di ogni ingranaggio e le frequenze di risonanza della struttura. Senza queste informazioni, l'interpretazione dello spettro può essere fuorviante. Ad esempio, un picco a una certa frequenza potrebbe essere un difetto di un cuscinetto o semplicemente la frequenza di risonanza di un supporto strutturale. La correlazione dei dati vibrazionali con altre variabili operative, come il carico del motore o il tipo di materiale triturato, può fornire ulteriori indizi sullo stato della macchina. In definitiva, l'analisi spettrale delle vibrazioni, quando eseguita con rigore scientifico, competenza tecnica e supportata da una profonda comprensione delle dinamiche dei macchinari e delle tecniche di elaborazione del segnale, si eleva a strumento diagnostico di valore inestimabile per la manutenzione predittiva nei trituratori per metalli e RAEE. La sua capacità di intercettare i difetti su cuscinetti e ingranaggi nelle loro fasi iniziali – quando sono ancora "piccoli" e gestibili – trasforma costosi e imprevedibili fermi macchina non pianificati in interventi di manutenzione programmata, con benefici tangibili in termini di efficienza operativa, sicurezza e una drastica riduzione dei costi di gestione. È un investimento che ripaga ampiamente, trasformando la diagnostica da reattiva a proattiva.© Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - Il Mercato del PP e del PE in Africa e l'Andamento dei Prezzi
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Il Mercato del PP e del PE in Africa e l'Andamento dei Prezzi
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Il mercato dei polimeri plastici nel continente Africano nel primo trimestre 2021 ha rispecchiato, parzialmente, la situazione mondiale, con un aumento generalizzato dei prezzi ma, nello stesso tempo, una domanda abbastanza contenutaIl motivo principale della moderazione delle richieste di materia prima dipende fortemente dalla situazione pandemica in atto in tutti i paesi e dalla scarsa disponibilità della materia prima acquistabile. Il bilanciamento tra domanda e offerta ha portato incrementi di prezzi, presso il produttore Nigeriano Eleme, di 105 $/ton per il PE e di 289 $/ton per il PP. La Nigeria è un mercato strategico per tutti i produttori di materia prima del mondo che vogliono venere il polimero in Africa, tanto che gli utilizzatori finali, a fronte degli aumenti, stanno verificando gli andamenti dei prezzi dei produttori del Medio Oriente. Il Kenia, altro mercato importante per le materie plastiche, sicuramente il più grande dell’Africa orientale, ha visto rialzi importanti dell’LDPE e del PPH, tra i più decisi dal 2015. L’HDPE per il film è aumentato di 60-70 $/ton mentre l’LDPE, sempre per film, è aumentato di 80/90 $/ton, con i prezzi finali alla tonnellata tra i 1230 e i 1250 $/ton per l’HDPE da film e iniezione e di 1520-1550 $/ton per il materiale da film in LDPE. Per quanto riguarda il PPH raffia e da iniezione hanno subito aumenti tra le 90 e i 100 $/ton, con i prezzi finali a 1420-1440 $/ton per il PPH da raffia e 1430-1440 $/ton per in PPH da iniezione tutti CFR Mombasa. Anche in Kenia la situazione sanitaria a seguito del COVID 19 ha rallentando le contrattazioni e gli acquisti per la produzione. L’Algeria, che è un mercato molto importante in termini di consumi nel nord Africa, ha visto aumento dell’LDPE e dell’HDPE tra i 20 e i 40 $/ton per polimeri provenienti dall’Arabia Saudita, mentre per il PPH gli incrementi di prezzo rispetto a Gennaio sono stati tra i 70 e i 100 $/ton. Le maggiori preoccupazioni che si riscontrano tra gli operatori industriali Algerini che utilizzano i polimeri plastici, è la scarsità dell’offerta rispetto alle esigenze produttive degli stabilimenti. Il mercato del Sud Africa, il più importante dell’area meridionale del continente, è in una sorta di equilibrio tra domanda e offerta, entrambi deboli. Per quanto riguarda il PE in arrivo dal principale fornitore Saudita si vedono incrementi tra i 70 e gli 80 $/Ton per l’HDPE e l’LLDPE da film (1250-1280 $/ton) , mentre tra i 90 e i 100 $/Ton per il film in LDPE (1530-1560 $/ton).

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https://www.rmix.it/ - Una Nuova Società ENI per la Mobilità Sostenibile
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Una Nuova Società ENI per la Mobilità Sostenibile
Notizie Generali

Bioraffinazione e biometano saranno gli archi portanti dell'attività rivolta ad un nuovo modo di muoversi.Eni annuncia la nascita di Eni Sustainable Mobility, la nuova società dedicata alla mobilità sostenibile. È un'azienda integrata verticalmente lungo tutta la catena del valore, che ha l’obiettivo di fornire servizi e prodotti progressivamente decarbonizzati per la transizione energetica, accelerando il percorso verso l’azzeramento delle emissioni lungo il loro intero ciclo di vita.Eni Sustainable Mobility svilupperà la bioraffinazione, il biometano e la vendita di prodotti, servizi e soluzioni per la mobilità, in Italia e all'estero, in un percorso che la vedrà evolvere verso una società multi-service e multi-energy. Nella società sono confluiti gli asset della bioraffinazione e del biometano, che includono le bioraffinerie di Venezia e di Gela e lo sviluppo di nuovi progetti quali Livorno e Pengerang, in Malesia, oggi in corso di valutazione.Sono anche confluiti il marketing e la commercializzazione, attraverso una rete di oltre 5.000 punti vendita in Europa, di tutti i vettori energetici tra cui l’idrogeno e l’elettrico, i carburanti anche di natura biologica come l’HVO (Hydrogenated Vegetable Oil) e il biometano, nonché gli altri prodotti per la mobilità come i bitumi, i lubrificanti e i combustibili e tutti i servizi connessi alla mobilità, come il car sharing Enjoy, la ristorazione e i negozi di prossimità nei punti vendita sul territorio. Claudio Descalzi, AD di Eni, ha commentato: “Questa nuova società rappresenta la seconda leva strategica, da affiancare a Plenitude, nell’ambito del nostro percorso di transizione energetica per l’abbattimento delle emissioni Scope 3, le più significative e difficili da eliminare poiché generate dai clienti attraverso l’utilizzo dei prodotti. Attraverso questa operazione integriamo e liberiamo nuovo valore dalle nostre iniziative industriali, prodotti e servizi basati su tecnologie innovative e che andranno a costituire un’offerta unica e decarbonizzata per la mobilità”. Amministratore Delegato di Eni Sustainable Mobility è Stefano Ballista, già Direttore Sustainable Mobility di Energy Evolution di Eni. Eni Sustainable Mobility è direttamente controllata da Eni, che ne detiene il 100% del capitale sociale.Categoria: notizie - ambiente - energie rinnovabili - bio metanoFonte ENI

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https://www.rmix.it/ - 1572 Carnevale di Sangue. Capitolo 17: Il Giuramento di Mantova
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare 1572 Carnevale di Sangue. Capitolo 17: Il Giuramento di Mantova
Slow Life

Tra nebbie veneziane e fasti gonzagheschi, Lorenzo Vendramin affronta il viaggio verso Mantova: una missione diplomatica che nasconde un dramma personale e un misteroOttobre 2025di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Racconti. 1572 Carnevale di Sangue. Capitolo 17: Il Giuramento di MantovaIl viaggio verso Mantova era iniziato quando la città ancora dormiva, immersa in quella nebbia lattiginosa che si alzava dai canali come un respiro di vetro. Le ruote della carrozza, bagnate d’umidità, stridevano piano sulle lastre di pietra della fondamenta mentre il cocchiere spronava i due stalloni neri, possenti e nervosi, che sbuffavano vapore dalle froge. Lorenzo, avvolto in un mantello di panno scuro, osservava dal finestrino la Venezia che svaniva alle sue spalle: torri, campanili, vele immobili nel porto, e poi solo il riflesso argenteo della laguna che si faceva via via più lontana. Accanto al veicolo, cavalcavano Pietro e due armigeri scelti, uomini di provata fedeltà, con la cotta di maglia nascosta sotto giacche di pelle, le spade al fianco e lo sguardo fisso sulla strada. Si erano lasciati alle spalle Mestre da poche ore e già la pianura veneta si stendeva dinanzi a loro come una tavola di vetro, punteggiata da cascine isolate, campi arati e rogge che riflettevano il cielo terso. Lorenzo sedeva nella carrozza, le braccia conserte, ma la mente non conosceva pace. Il suo pensiero tornava ossessivamente a Elisabetta, alla sera precedente, al vuoto dietro la porta rimasta chiusa. Il fuoco del camino, acceso tre volte, si era ridotto a braci fredde; la candela sulla scrivania aveva consumato tutta la cera, e l’alba lo aveva sorpreso ancora vestito, con il mantello sulle spalle e la gola arsa. Aveva atteso, credendo ogni rumore di passi fosse il suo, ogni voce sul canale un segno del suo arrivo.....Acquista il libro

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https://www.rmix.it/ - L’India Incrementa lo Sviluppo dell’Energia Solare Attraverso un Accordo con Total
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare L’India Incrementa lo Sviluppo dell’Energia Solare Attraverso un Accordo con Total
Notizie Generali

L’India Incrementa lo Sviluppo dell’Energia Solare Attraverso un Accordo con TotalAdani Green Energy Limited (AGEL) è una delle più grandi società che sviluppa, costruisce, possiede, gestisce e mantiene progetti per l’energia solare ed eolica in India, con un portafoglio progetti attuale di 13.990 MW. Angel è presente in 11 stati indiani attraverso i parchi eolici e/o solari e ha nel portafoglio 54 progetti operativi e 12 siti in costruzione, aiutando così l’India nel suo cammino verso le energie rinnovabili. Nell’ottica di una crescente politica Indiana rivolta alla decarbonizzazione, Angel ha stretto un accorgo strategico con Total, la quale ha rilevato il 20% di Angel, dopo la proficua collaborazione negli anni scorsi nell’area dei servizi di distribuzione del gas in India. Infatti nel 2018 Total aveva investito in Adani Gas che si occupava della gestione della distribuzione del gas nelle città. Total e Adani hanno concordato un investimento di 2,5 miliardi di dollari inerente ad asset solari già operativi pari a 2,35 GWac di proprietà di Angel e il diritto, da parte di Total, ad un posto nel consiglio di amministrazione della società. Angel, nel 2015, ha avviato il parco solare più grande del mondo, situato a Kamuthi, che produce 648 MW di energia e, ad oggi, detiene una produzione di circa 3 GW da energie rinnovabili, con altri 3 GW in costruzione e 8,6 GW in fase di sviluppo. L’obbiettivo dell’azienda è arrivare entro il 2025 con una produzione di 25 GW di energie rinnovabili. Per Total, l’accordo con Angel permetterà di raggiungere entro il 2025 la produzione lorda di 35 GWp con l’obbiettivo di incrementare tale capacità fi 10 GW all’anno. Vedi maggiori informazioni

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https://www.rmix.it/ - Storia delle Calzature e dei Materiali: dal Papiro alla Plastica Riciclata
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Storia delle Calzature e dei Materiali: dal Papiro alla Plastica Riciclata
Economia circolare

Storia delle Calzature e dei Materiali: dal Papiro alla Plastica Riciclatadi Marco ArezioNella sezione di rNEWS del portale rMIX ci siamo occupati della genesi di alcune materie prime, della vita e delle scoperte di alcuni personaggi geniali nel campo chimico e della ricerca, della storia del riciclo e della raccolta differenziata e di alcuni prodotti, nati a volte per caso, che sono oggi di uso comune e di larga diffusione.Tra questi prodotti ci piace fare un passo indietro nel tempo e ripercorrere la storia delle calzature, dei materiali che le hanno composte e delle mode che nel tempo hanno determinato la nascita, lo sviluppo e il declino di alcuni modelli e materiali. E’ interessante vedere come dalla preistoria fino all’avvento dell’era dell’industria manifatturiera nel secolo scorso, i materiali siano stati modificati lentamente, per assumere un’esplosione di ricette e tipologie con l’introduzione dei polimeri plastici. Stabilire con esattezza quale sia stata la prima calzatura realizzata dall’uomo e la sua tipologia è complicato, in quanto la facile deperibilità del materiale di natura organica che veniva inizialmente utilizzato dalle popolazioni preistoriche, avendo nella calzatura l’unico mezzo di protezione dei piedi, non ha reso possibile il giungere fino a noi di antichi resti di quel periodo storico. Indubbiamente nell’era preistorica, quando si parla di scarpe, ci si riferisce a pelli non conciate e assicurate al piede dall’utilizzo di un sistema di lacci dello stesso materiale. Venivano prodotte anche suole in fibra vegetale intrecciate e fermate al piede con lo stesso sistema. Però un reperto molto prezioso, forse l’unico rimasto, è stato rinvenuto nel 2010: la scarpa più antica del mondo, risalente infatti circa al 3.500 a.C., durante uno scavo archeologico in una caverna in Armenia. Una scoperta che ha dell’incredibile visto l’ottimo stato di conservazione, costituita da un unico pezzo di pelle bovina, allacciata sia nella parte anteriore che nella parte posteriore con un cordoncino di cuoio. Siamo anche sicuri che l’uso delle calzature risale a molti anni prima, infatti, le incisioni rupestri di circa 15.000 anni fa raffiguravano uomini con già ai piedi delle calzature. Nel periodo Egizio la maggior parte della popolazione si spostava scalza e le scarpe erano destinate solo a figure sociali di rango superiore, anche se esisteva una carica onorifica, per i servitori dei faraoni e dei nobili, che veniva chiamata “portatori di sandali”. Gli Egizi avevano introdotto la concia delle pelli per i loro sandali, attraverso l’uso di oli vegetali, lavorate su telai e ammorbidite con materia grassa di origine animale. Le suole erano fatte in papiro, legno, cuoio o foglie di palma intrecciate in base all’uso che la scarpa era destinata. Tra il 3500 a.C. e il 2000 a.C. i Sumeri, popolo che viveva nella Mesopotamia meridionale, svilupparono nuove formule di concia delle pelli, affiancate alle tradizionali conce grasse, inserendo la concia minerale con allume e la concia vegetale con tannino. Tra il 2000 a.C. e il 1100 a.C. gli Ittiti, che vivevano nell’attuale regione montuosa dell’Anatolia, avevano sviluppato un tipo di calzature dalle caratteristiche di resistenza elevate, proprio per poter muoversi agevolmente in territori impervi e dai fondi difficoltosi. Anche gli Assiri, che prosperarono tra il 2000 a.C. e il 612 a.C., furono probabilmente i primi che crearono gli stivali alti fino al ginocchio, adatti a cavalcare e comodi nella gestione dei carri da guerra. Inoltre, oltre alla praticità di alcune calzature nelle fasi più difficili della vita quotidiana, gli Assiri stabilirono colori differenti delle calzature a seconda del ceto sociale di appartenenza: rosso per i nobili e giallo per la classe media che si poteva permettere delle scarpe. Nell’antica Grecia, tra il 2000 a.C. e il 146 a.C., si svilupparono varie forme di sandali costituiti da una suola di cuoio o di sughero che venivano fissate ai piedi con delle strisce di pelle. Inoltre introdussero uno stivaletto a mezza gamba allacciato sempre con strisce di cuoio di colore tradizionale o rosse. Gli antichi Romani, tra il 750 a.C. e il 476 d.C., in virtù della miscelazione con altre culture, come i Galli, gli Etruschi e i Greci, appresero la tecnica della concia delle pelli e svilupparono calzature per l’esercito e per la vita sociale. Infatti, i cittadini di un rango sociale elevato, utilizzavano un tipo di sandalo chiamato Calcei che consistevano in una suola piatta e tomaie in pelle che avvolgevano il piede. I romani introdussero il colore nero delle calzature per i senatori mentre il colore rosso era destinato alle alte cariche civili che, in occasioni di cerimonie pubbliche di particolare importanza, indossavano sandali con un rialzo nella suola per elevare la statura di chi le portava. L’imponente esercito Romano era dotato di calzature con suola spessa e resistente, adatte alle lunghe marce, in cui erano chiodate delle bullette. Tra il terzo secolo d.C. e il nono secolo d.C. si svilupparono tra i Franchi, antico popolo germanico, un tipo di calzatura con una punta lunga quanto circa la metà della lunghezza della scarpa. Inizialmente nata per i nobili, si sviluppò successivamente negli altri strati della popolazione con lunghezze della punta differenti così da differenziare il ceto sociale. Intorno al XII° secolo, i calzolai veneziani, divisi in categorie ben distinte tra i “Solarii”, che producevano suole e calze suolate e i “Patitari” che producevano zoccoli in pelle con suola alta, svilupparono un artigianato di grande valore. Ma fu tra il XVI° e il XVII° secolo, specie in Francia, i modelli delle calzature aumentarono in modo sorprendente per dare sfogo alle richieste di novità espresse dai nobili. Stivali al ginocchio o fino alla coscia, ciabatte o scarpette con pelle e seta addobbati con fili d’oro o d’argento espressi con ricami artistici. Nacque anche la moda dei tacchi, specialmente di colore rosso, espressione dell’alta nobiltà. Il famoso tacco Luigi XV, intagliato e decorato e le scarpe da signora dei maestri Italiani, erano i protagonisti del XVIII° secolo, in cui la Francia e l’Italia imponevano la moda in Europa. Un altro periodo di forte attenzione della moda verso le calzature lo troviamo nel XX° secolo, dove si realizzano scarpe con la punta allungata ispirate alla moda dell’art noveau e il tacco Luigi, ispirato alla moda rococò. Nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale i due paesi che dettavano la regola della moda erano sempre la Francia e l’Italia con Coco Chanel da una parte e Salvatore Ferragamo dall’altra. Tra gli anni 60 e gli anni 90 del secolo scorso la produzione di scarpe viene largamente influenzata dalle nuove materie prime plastiche che si sono affacciate sul mercato industriale. Se da una parte la moda prende una strada propria, come elemento di espressione artistica, la produzione di calzature per i cittadini comuni sperimenta nuovi materiali, più semplici da produrre a ciclo continuo e più economici da vendere. Materie prime come il PVC, il Poliuretano e le gomme sintetiche presero il sopravvento sulla pelle e il cuoio, creando scarpe economiche, robuste, flessibili ed impermeabili. Attraverso l’uso delle materie plastiche si passo da una produzione artigianale, in cui la manualità e il genio dell’uomo creava modelli particolari e raffinati, a una produzione dove le macchine aumentavano il numero di modelli prodotti per giornata lavorata permettendo un mercato più vasto. Infine, i materiali plastici riciclati entrarono a far parte delle materie prime di base per l’industria calzaturiera, specialmente per le suole o per gli stivali impermeabili, inserendo anche in questo settore i principi della circolarità dei materiali.Categoria: notizie - plastica - economia circolare - rifiuti - riciclo - calzature Vedi maggiori informazioni sulla storia delle calzature

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https://www.rmix.it/ - Riciclo delle Plastiche Post-Consumo. Capitolo 13:Produzione del Granulo Riciclato da Post-Consumo
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Riciclo delle Plastiche Post-Consumo. Capitolo 13:Produzione del Granulo Riciclato da Post-Consumo
Manuali Tecnici

Dal rifiuto plastico al pellet industriale: sistemi di granulazione, additivazione in linea e controllo qualità per valorizzare il riciclato post-consumoSaggio: Riciclo delle Plastiche Post-Consumo. Capitolo 13:Produzione del Granulo Riciclato da Post-Consumodi Marco Arezio. Dicembre 25Nella lunga sequenza di processi che trasformano un rifiuto plastico in una materia prima seconda, la produzione del granulo rappresenta il punto di svolta in cui il materiale acquista una forma stabile, misurabile e commercialmente riconoscibile. Tutto ciò che avviene prima — la selezione, il lavaggio, la densificazione, la triturazione, l’estrusione e il compounding — è finalizzato a questa fase finale: ottenere un pellet uniforme, ripetibile e tecnicamente affidabile. È nel granulo che la filiera trova la sua unità, il suo linguaggio comune, la sua misura di qualità e di scambio. Il pellet è l’equivalente industriale della “moneta” del riciclo: è standardizzato, trasportabile, dosabile, conservabile e perfettamente compatibile con i sistemi di trasformazione dell’industria tradizionale. È il formato che permette al riciclato di entrare nella filiera della produzione di imballaggi, componenti tecnici, articoli di consumo, prodotti per l’edilizia e per l’automotive. Senza il pellet, il riciclo rimarrebbe un insieme frammentato di materiali disomogenei, difficili da impiegare su larga scala.ACQUISTA IL MANUALE La produzione del granulo riciclato richiede la combinazione simultanea di tre elementi: - una massa fusa stabile, già compattata e omogeneizzata dall’estrusione - un sistema di taglio e raffreddamento capace di trasformare il filo estruso in pellet - un controllo qualitativo continuo, che garantisca uniformità dimensionale, regolarità del peso, assenza di contaminanti e comportamento reologico coerente A differenza della materia vergine, prodotta attraverso processi di polimerizzazione in condizioni rigorosamente controllate, il materiale riciclato porta con sé una storia: residui di impieghi precedenti, tracce di additivi originali, differenze di viscosità, variabilità cromatica e livelli diversi di stabilizzazione. Il compito della produzione del pellet è trasformare questa storia in un nuovo punto di partenza, comprimendo la variabilità in un formato che possa essere trattato come materia prima di valore industriale.....© Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - Joint Venture per le Pompe del Packaging Totalmente Riciclabili
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Joint Venture per le Pompe del Packaging Totalmente Riciclabili
Notizie Generali

Polimero Riciclato e Riciclabile e molla in plastica mono polimero per un dispenser ecosostenibileQuante volte ci siamo chiesti se un dispenser per il sapone o per lo shampoo, fosse realmente riciclato e riciclabile, al di la di quello che c’è scritto sull’etichetta, si, perché bisogna sempre andare in fondo alle cose per capire. Un dispenser è fatto da elementi di plastica, il flacone e la pompa, e da una molla di metallo che permette il richiamo dopo essere stata schiacciata. In più, spesso, il flacone è fatto da un polimero e la pompa da un altro, creando complicazioni nel riciclo, oltre a quelle messe già in conto per separare la molla in metallo. Nasce così una joint venture tra un produttore internazionale di flaconi in plastica e uno specialista della produzione di pompe per dispensers, totalmente riciclabili al cui interno troviamo una molla di plastica dello stesso polimero. Il sistema di pompaggio mono materiale in plastica (PP) è un prodotto brevettato, che permette la completa riciclabilità del dispenser e riduce le problematiche di separazione tra le plastiche e il metallo. Inoltre è possibile produrre le pompe riciclabili in PP, anche con polimeri riciclati che provengono dal post consumo (PCR), favorendo quindi l’utilizzo dei rifiuti plastici. La joint venture è costituita dalla multinazionale ALPLA, specializzata nella produzione di flaconi per la cosmesi, l’igiene per la casa e la cura della persona, con la società Sud-Coreana HANA Innovation, che detiene il brevetto per la fabbricazione delle pompe in mono plastica (PP), riciclate e riciclabili, senza l’uso di molle in metallo. Firmando la joint venture con la società sudcoreana HANA Innovation, ALPLA intende ora continuare il suo percorso di crescita nel settore strategicamente importante dello stampaggio ad iniezione. “Il potenziale per le pompe riciclabili di alta qualità è enorme e in qualità di fornitore di sistemi, possiamo offrire contemporaneamente i flaconi adatti”. “Con questa nuova partnership, stiamo migliorando i nostri punti di forza come azienda che opera a livello internazionale, con il vantaggio tecnologico di HANA Innovation", afferma Michael Feltes, Global Business Development Director IM di ALPLA. Sung Il Kang, presidente di HANA Innovation, sottolinea i vantaggi operativi della joint venture: "La cooperazione apre opportunità per un'ulteriore commercializzazione globale dei nostri prodotti e accelera lo sviluppo di soluzioni sostenibili per il futuro". Con la nuova joint venture, le due aziende vogliono promuovere la distribuzione mondiale delle pompe sostenibili, con la rivoluzionaria tecnologia brevettata delle molle in plastica, ed offrire inoltre sistemi sostenibili completi, compresa la bottiglia. ALPLA dispone di capacità produttive in tutto il mondo nello stampaggio a iniezione, integrate da molti anni di esperienza nel riciclaggio e da una rete internazionale. La costituzione della joint venture è soggetta all'approvazione legale e regolamentare da parte delle competenti autorità garanti della concorrenza. Le parti hanno concordato di non divulgare i dettagli della partnership.Traduzione automatica. Ci scusiamo per eventuali inesattezze. Articolo originale in Italiano. Fonte Alpla

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https://www.rmix.it/ - Perché l’Industria Petrolchimica Aumenterà la Produzione di Plastica a Discapito del Riciclo?
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Perché l’Industria Petrolchimica Aumenterà la Produzione di Plastica a Discapito del Riciclo?
Economia circolare

Molti fattori stanno alla base di questo trend rialzista: l’elettrificazione, il coronavirus e i nuovi mercatidi Marco ArezioSembra incredibile poter immaginare, in un mondo che sta annegando nei rifiuti plastici, che ci siano società industriali che spingono ancora oggi sull’aumento della produzione di plastica vergine. Eppure, secondo i dati forniti da Wood Mackenzie, nei prossimi 5 anni, nel mondo, si realizzeranno 176 nuovi impianti petrolchimici, di cui 80% sarà in Asia. Inoltre, se vediamo cosa succede negli Stati Uniti, dal 2010 ad oggi sono stati investiti 200 miliardi di dollari in progetti legati alla plastica vergine e ai prodotti chimici derivati secondo i dati dell’ACC. Nel frattempo i rifiuti mondiali aumentano, spinti anche dal ritorno alle produzioni di oggetti in plastica monouso per l’ambito ospedaliero, come le mascherine, le visiere i camici e tutti gli accessori, usa e getta, che si usano in ambito medico. Ma, se da una parte questi rifiuti non sono riciclabili per questioni igieniche, dall’altra parte ci troviamo di fronte ad una grave crisi nel campo del riciclo in quanto in molte aree del mondo i riciclatori hanno visto una riduzione sostanziale della domanda di polimeri riciclati a causa dell’impossibilità di competere con i prezzi dei polimeri vergini. Questo crea due fattori destabilizzanti:• L’aumento dei rifiuti riciclabili che non vengono riutilizzati • La crisi del comparto del riciclo delle materie plastiche Ma quale è il motivo che spinge i petrolchimici ad aumentare la produzione di plastica vergine? Le previsioni mondiali di consumo di carburanti fossili per l’autotrazione è vista dagli esperti del settore in forte calo, con previsioni di pesanti ribassi percentuali fino al 2050, cosa che ha già messo in allarme il comparto petrolchimico. Inoltre queste temono le preoccupazioni ambientali della popolazione mondiale che ha spinto molti governi al divieto di utilizzo di alcuni prodotti monouso, come i sacchetti di plastica, che sta comportando, secondo alcuni studi, una riduzione di domanda petrolifera di 2 milioni di barili al giorno. In questo scenario di forte riduzione del mercato, le compagnie petrolifere hanno adottato strategie che permettessero loro di ridurre le perdite in termini quantitativi, cercare nuovi mercati e assecondare la popolazione con un’immagine più verde delle loro aziende. Queste strategie le possiamo riassumere: • Acquisizione del mercato dei polimeri riciclati attraverso la guerra sul prezzo delle materie prime • Sostegno alle campagne di utilizzo della plastica come materia prima che possa rendere più igienica la nostra vita • Capillarizzazione della produzione e distribuzione delle materie prime vergini in aree in via di sviluppo, abituando la popolazione all’uso dei prodotti plastici per praticità ed economia • Creazione di un’immagine più green attraverso la costante informazione del mercato circa le donazioni economiche fatte al consorzio tra le aziende chiamato “Alliance to End of Plasitc Waste”. In realtà la guerra, mai dichiarata, tra i petrolchimici e il mondo del riciclo, con quest’ultimo ormai in ginocchio, ha portato grandi nomi come la Coca Cola, a dichiarare, come riportato da Reuters, che non riuscirà a rispettare l’impegno di produrre le bottiglie con il 50% di plastica riciclata entro il 2020 nel Regno Unito, per svariate ragioni, una di queste è l’impossibilità di reperire sul mercato una quota sempre maggiore di rifiuto plastico riciclato. Se i petrolchimici stanno facendo la corsa ad incrementare le produzioni mondiali di plastica, vorrei ricordare che dal 1950 abbiamo prodotto e utilizzato circa 6,3 miliardi di tonnellate di plastica e che il 91% di questi quantitativi, ormai rifiuti, non è mai stato riciclato e giace nell’ambiente, inquinando le nostre vita, secondo uno studio pubblicato su Science del 2017. Questo non ci fa riflettere?Categoria: notizie - plastica - economia circolare  Vedi maggiori informazioni sull'argomento

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https://www.rmix.it/ - Guida all'Acquisto dei Martelli Demolitori e Perforatori Industriali
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Guida all'Acquisto dei Martelli Demolitori e Perforatori Industriali
Economia circolare

Scopri come scegliere i migliori strumenti per le demolizioni e perforazioni. Una guida pratica e consigli utili per ogni esigenzadi Marco ArezioI martelli demolitori e perforatori industriali sono strumenti indispensabili per chi lavora nel campo dell'edilizia e delle costruzioni. Questi utensili, potenti e versatili, ti permettono di affrontare una vasta gamma di compiti, dal perforare il calcestruzzo fino al demolire le strutture più robuste. Se stai pensando di acquistare uno di questi strumenti, è importante conoscere alcuni dettagli fondamentali per fare una scelta consapevole e trovare il modello perfetto per le tue esigenze. In questa guida, esploreremo ciò che devi sapere prima di acquistare un martello demolitore o perforatore, le differenze tra i modelli disponibili sul mercato, i criteri per la scelta e l'importanza della sostenibilità del prodotto e delle aziende che li producono. Cosa Sapere Prima di Acquistare un Martello Demolitore o Perforatore Acquistare un martello demolitore o perforatore non è solo una questione di prezzo o potenza: ci sono diverse variabili da considerare. La potenza e le prestazioni, la tipologia di utilizzo, il peso e la maneggevolezza, il sistema anti-vibrazioni e gli accessori disponibili possono fare una grande differenza nella tua esperienza d'uso. La potenza è misurata in Joule (J) per la forza d'impatto e in Watt (W) per la potenza complessiva del motore. Maggiore è la potenza, più il martello sarà in grado di affrontare lavori impegnativi. Tuttavia, se devi lavorare su dettagli di precisione, potresti preferire un modello meno potente ma più maneggevole. È tutta una questione di equilibrio tra prestazioni e praticità. Devi anche considerare la tipologia di utilizzo: i martelli perforatori sono perfetti per forare cemento e mattoni, mentre i martelli demolitori sono ideali per rimuovere materiali. Esistono modelli versatili che offrono entrambe le funzioni, e se hai bisogno di flessibilità, queste opzioni potrebbero fare al caso tuo. Il peso e la maneggevolezza sono aspetti cruciali da non sottovalutare. Se il lavoro richiede lunghe sessioni di utilizzo, un martello leggero e ben bilanciato renderà tutto più semplice e meno stancante. Anche un sistema di assorbimento delle vibrazioni può fare la differenza in termini di comfort, proteggendo il tuo corpo da stress inutili, specialmente in lavori prolungati. Infine, valuta sempre la compatibilità con diversi accessori: un martello che ti permette di montare diverse punte è uno strumento più versatile e adattabile a vari tipi di lavori. Differenze tra i Prodotti sul Mercato Sul mercato troverai diverse tipologie di martelli demolitori e perforatori. Tra i più comuni ci sono i martelli SDS-Plus e gli SDS-Max. I primi sono indicati per lavori di perforazione leggeri o di media difficoltà, ideali per ristrutturazioni domestiche, mentre i martelli SDS-Max sono progettati per applicazioni più pesanti, come demolizioni estese e perforazioni profonde. Un'altra distinzione da fare è tra martelli demolitori e martelli rotativi. I modelli rotativi combinano movimenti rotativi e colpi, consentendoti di perforare materiali duri, mentre i demolitori sono dedicati principalmente alla demolizione di strutture solide come il calcestruzzo. Come Scegliere il Martello Giusto Quando si tratta di scegliere il martello perfetto per te, pensa al tipo di lavoro che devi svolgere. Per demolizioni pesanti, avrai bisogno di un modello SDS-Max, robusto e potente. Per lavori di ristrutturazione più leggeri, un SDS-Plus sarà sufficiente. Il budget è un altro fattore determinante: i modelli professionali tendono ad avere un costo maggiore, ma offrono una durata superiore e una migliore affidabilità. Se il tuo utilizzo è occasionale, un modello più economico potrebbe fare al caso tuo, garantendo comunque buone prestazioni senza richiedere un grande investimento. Non trascurare l'ergonomia e il comfort: il martello che scegli deve essere facile da usare e comodo. L'impugnatura, la distribuzione del peso e il sistema anti-vibrazioni sono aspetti che possono influenzare notevolmente la tua esperienza d'uso, rendendo il lavoro più efficiente e meno faticoso. La Sostenibilità del Prodotto e delle Aziende Produttrici Oggi più che mai, la sostenibilità gioca un ruolo importante. Sempre più aziende stanno adottando pratiche produttive ecologiche. Bosch, ad esempio, è nota per il suo impegno nella riduzione delle emissioni di CO2 e per l'utilizzo di plastica riciclata nei suoi prodotti. Anche Dewalt ha avviato iniziative per migliorare l'efficienza energetica dei suoi processi produttivi. Scegliere un prodotto sostenibile non solo ti permette di fare un investimento consapevole, ma contribuisce anche a ridurre l'impatto ambientale dell'intero ciclo di vita dello strumento. Confronto tra Martelli: Einhell TE-DH 50, Dewalt D25614K-QS e Bosch GBH 5-40 DCE Martello Demolitore Einhell TE-DH 50 Con una potenza di 1700 W e un'energia di impatto di 50 Joule, l'Einhell TE-DH 50 è progettato per affrontare demolizioni pesanti. Il suo peso di 17 kg e il sistema di riduzione delle vibrazioni lo rendono adatto a lavori intensi di abbattimento di pareti in calcestruzzo. Questo modello è una scelta eccellente per chi cerca una buona combinazione tra potenza e prezzo accessibile, anche se il marchio è meno noto per iniziative ecologiche rispetto ad altri concorrenti. Martello Demolitore DEWALT D25614K-QS Questo modello da 1350 W offre un'energia di impatto di 10.5 Joule e pesa 9 kg. La compatibilità con le punte SDS-Max e il sistema anti-vibrazioni avanzato ne fanno uno strumento versatile, ideale per demolizioni e perforazioni di media entità. Grazie al suo buon bilanciamento tra potenza e peso, è particolarmente indicato per lavori prolungati, ed è prodotto da un'azienda attenta all'efficienza energetica. Martello Perforatore Bosch Professional GBH 5-40 DCE Il Bosch GBH 5-40 DCE ha una potenza di 1150 W e un'energia di impatto di 8.8 Joule, con un peso di soli 6.8 kg. È dotato di un sistema Turbo Power che incrementa la potenza di perforazione, oltre a un sistema anti-vibrazione e a un design ergonomico. Perfetto per lavori di perforazione in muratura e calcestruzzo, questo modello si distingue per la sua maneggevolezza e per l'impegno di Bosch verso la sostenibilità, grazie all'uso di materiali riciclati e alle iniziative per la riduzione delle emissioni. Quale Scegliere? Se stai cercando potenza pura per demolizioni pesanti, il Einhell TE-DH 50 è la scelta giusta: un martello che offre prestazioni elevate ad un prezzo competitivo, perfetto per abbattere strutture solide. Se hai bisogno di un compromesso tra demolizione e perforazione, il DEWALT D25614K-QS rappresenta un'ottima opzione grazie alla sua potenza ben bilanciata e al peso gestibile, ideale per lavori vari. Per lavori di perforazione più leggeri e per chi è attento alla sostenibilità, il Bosch Professional GBH 5-40 DCE è perfetto: leggero, versatile e realizzato da un'azienda con un forte impegno per l'ambiente. In definitiva, la scelta del martello giusto dipende dalle tue esigenze specifiche: quanta potenza ti serve, quanto tempo intendi usare il martello e quanto sei sensibile alla questione ambientale. Con queste informazioni in mano, potrai fare una scelta consapevole e trovare l'attrezzo che meglio soddisfa le tue necessità. © Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ -  E-waste: il riciclo della sopravvivenza
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare E-waste: il riciclo della sopravvivenza
Economia circolare

E-waste: quando il lavoro pericoloso viene fatto dai poveridi Marco ArezioComputer, frigoriferi, televisori, telefonini, batterie, cavi, forni a microonde, condizionatori e schermi, sono questi i rifiuti elettronici da cui si ricavano i metalli preziosi per essere rivenduti. Ma per disfare i rifiuti elettronici (RAEE) in modo economico e senza vincoli ambientali si è creata un’economia clandestina fatta di persone alla soglia della sopravvivenza che per pochi soldi passano dalla disperazione ad una pericolosa quotidianità. Di siti sparsi nel mondo ce ne sono tanti, dai più vicini all’Europa come la Palestina ai più lontani come le periferie delle grandi città Africane o del sud est Asiatico. Il filo conduttore di questi traffici hanno motivi comuni, si creano piccole, ma numerose discariche abusive,  che sfuggono al blando controllo delle autorità locali (in alcuni casi i controlli non esistono proprio), nelle quali vengono riversati questi oggetti provenienti dal consumismo moderno venendo smontati per recuperare ciò che di valore c’è all’interno. I metodi di riciclo dei rifiuti elettronici sono arcaici e creano un tasso di inquinamento altissimo a causa della dispersione nel terreno degli acidi delle batterie, dei liquami che derivano dall’incenerimento dei cavi in plastica che avvolgono i trefoli di rame, dall’inquinamento dell’aria a causa di questi fumi che, giorno dopo giorno, oscurano i cieli in cui abitano le stesse famiglie dei lavoratori. Ma cosa si trova all’interno di un telefonino? – ABS 30% – Rame 15% – Resine epossidiche 8% – Ferro 3% – Silicone 10% – Ceramica 16% – Altro 18% Le popolazioni povere che vivono di questa economia sommersa subiscono l’incremento dei tumori, l’elevato tasso di piombo nel sangue, l’avvelenamento dei raccolti a causa di terreni ormai compromessi dagli agenti chimici sversati quotidianamente. I controlli da parte delle autorità in molti casi sono inesistenti in quanto la povertà di alcune zone del nostro pianeta sembra giustifichi un’economia corrotta e ammorbante, dove viene preposta la sopravvivenza immediata rispetto agli effetti di medio periodo dell’inquinamento sulle persone e sull’ambiente in cui abitano. La teoria del poter “mangiare oggi” sembrerebbe un placebo a tutti i mali, senza considerare che le tecniche e gli impianti per un riciclo corretto dell’e-waste evidentemente ci sono ma il mercato preferisce lucrare un prezzo di riciclo più basso sulle spalle della gente povera, senza ulteriori prospettive e soprattutto silenziosa.Categoria: notizie - plastica - economia circolare - e-waste - RAEE - rifiuti elettroniciVedi maggiori informazioni sull'eWaste

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https://www.rmix.it/ - Perchè la viscosità e il peso molecolare sono così importanti nel pet?
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Perchè la viscosità e il peso molecolare sono così importanti nel pet?
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Perchè la viscosità e il peso molecolare sono così importanti nel pet?di Marco ArezioNel PET riciclato la viscosità e il peso molecolare possono determinare la lavorabilità e la qualità del manufatto.Nell’utilizzo di una resina in PET riciclata, sia per stampaggio che per soffiaggio che per termoformatura, è importante capire quali relazioni esistano tra il peso molecolare e la viscosità del materiale. Parlando di viscosità e di peso molecolare, bisogna ritornare con la mente al grande fisico Isaac Newton che si occupò, tra le altre innumerevoli attività scientifiche, anche dello studio della dinamica dei fluidi. Ed è proprio la dinamica dei fluidi che in qualche modo interagisce anche con alcune regole di comportamento nella lavorazione del PET, quando osserviamo il cambiamento dallo stato solido a quello semifluido della materia prima riscaldata. Infatti nella produzione di un oggetto in PET, che sia per termoformatura, stampaggio o soffiaggio, la massa fusa che viene trasformata in un estrusore, crea dei parametri di flusso in cui il peso molecolare ha una grande importanza. Questo valore, in un polimero, è da tenere nella massima considerazione in quanto determina alcune proprietà meccaniche quali la rigidità, la resistenza, la tenacità, la viscosità e la viscoelasticità. Se il valore del peso molecolare fosse troppo basso, le proprietà meccaniche del prodotto in PET che volete realizzare sarebbero probabilmente insufficienti per realizzare una qualità appropriata. La modifica della lunghezza della catena porta ad un peso molecolare più elevato, con la conseguenza di un aumento della relazione delle singole molecole di polimero e della loro viscosità, che incideranno sulla lavorazione e sulla qualità del manufatto. Se vogliamo prendere un esempio nel campo del soffiaggio, possiamo dire che la variazione del peso molecolare del polimero porterà ad una maggiore o minore facilità nella formazione del Parison o della preforma. Come abbiamo visto, esiste un altro parametro strettamente legato con il valore del peso molecolare, che è la viscosità del polimero fuso, o anche detto resistenza al flusso. Ad un aumento del peso molecolare corrisponde generalmente un aumento della viscosità in relazione alla temperatura. La presenza di calore, che serve per creare il flusso di polimero, incidendo tramite un estrusore od un iniettore sul materiale, permette alla plastica di ammorbidirsi aumentando di volume e riducendo la sua densità. Questo comporta la separazione delle molecole che si muoveranno a velocità differenti, quelle al centro del fuso che non incontrando particolari ostacoli, avranno una velocità diversa di quelle periferiche che entreranno in contatto con le pareti che le contengono, creando così delle forze di taglio (stress da taglio) causate dalla differenza di velocità. Possiamo quindi dire che la viscosità di un materiale è influenzata anche dalla sua velocità, in quanto le materie plastiche, alle base temperature, si presentano come elementi aggrovigliati tra loro e, all’accrescere della velocità del flusso, si creerà un maggiore orientamento delle molecole con una riduzione della viscosità. Questo tipo di comportamento inserisce la plastica in quei fluidi detti “non Newtoniani”, a differenza dell’acqua che mantiene inalterata la propria viscosità anche all’aumentare della velocità, rientrando dei fluidi definiti “Newtoniani”. Questo ci fa capire cosa succede ad un fluido di PET che passa da una testa, da una preforma o da un Parison, cambiando la propria viscosità, riducendo il flusso d’uscita ed aumentando le forze di taglio.Categoria: notizie - tecnica - plastica - riciclo - PET- viscosità - peso molecolare

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https://www.rmix.it/ - Il tuo estrusore si lamenta? prova un cambia filtri in continuo
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Il tuo estrusore si lamenta? prova un cambia filtri in continuo
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Dai cambiafiltri automatici ai sistemi a backflush, laser, tamburo rotante e doppio stadio: come la filtrazione del melt sta cambiando il riciclo meccanico delle plastiche post consumo nel 2026di Marco ArezioDescrizione autore: Marco Arezio si occupa di economia circolare, riciclo dei polimeri e filiere industriali delle materie plastiche. Attraverso la piattaforma rMIX segue l’evoluzione tecnica dei processi di selezione, lavaggio, estrusione, filtrazione e valorizzazione delle materie prime seconde. Data dell'articolo: Aprile 2020Data aggiornamento: Marzo 2026Come abbiamo avuto modo di affrontare in altri articoli, la qualità dell’input della plastica proveniente dalla raccolta differenziata, ha subito negli ultimi anni un generale peggioramento, anche a causa della chiusura delle importazioni sul mercato cinese della fine del 2017. L’aumento della presenza di plastiche miste, come i poli accoppiati, il PVC o le contaminazioni di altre plastiche all’interno della balla di scarti da post consumo che arriva agli impianti di lavorazione delle materie plastiche, mette in difficoltà il produttore di polimeri sul mantenimento di un’idonea qualità dei polimeri da produrre. Perché oggi la filtrazione del melt è diventata decisiva nel riciclo delle plastiche post consumo Nel 2020 il tema dei cambiafiltri in continuo veniva ancora affrontato soprattutto come una soluzione pratica per evitare fermate macchina, alleggerire il lavoro dell’operatore e limitare la presenza di impurità visibili nel granulo. Oggi, nel 2026, la filtrazione del melt ha assunto un ruolo molto più centrale. Non è più soltanto un accessorio dell’estrusore, ma una tecnologia che incide direttamente sulla costanza qualitativa del granulo, sulla stabilità della linea, sulla perdita di polimero utile e, in molti casi, anche sulla durabilità del manufatto finale. Le analisi più recenti mostrano infatti che impurità polimeriche e non polimeriche residue possono ridurre in modo marcato la vita utile dei prodotti ottenuti da riciclato, soprattutto nelle applicazioni durevoli, dove disomogeneità e inclusioni diventano punti di innesco per rotture premature. Questo cambiamento di prospettiva nasce da una realtà industriale evidente: la qualità media del post consumo è più variabile di quanto non fosse alcuni anni fa. I flussi in ingresso contengono una maggiore eterogeneità compositiva, più residui cartacei, più frazioni elastiche, più contaminanti minerali e più polimeri incompatibili presenti in tracce. Anche quando la selezione ottica e il lavaggio lavorano bene, il riciclatore si trova quasi sempre davanti a un melt che non può essere inviato alla pelletizzazione senza una fase di pulizia finale efficace. Per questa ragione, la filtrazione non deve più essere vista come una barriera finale contro lo sporco, ma come uno stadio di raffinazione del polimero fuso. Perché il solo lavaggio non basta a garantire un granulo stabile e pulito Un impianto di lavaggio ben dimensionato resta indispensabile. Riduce le contaminazioni superficiali, separa una parte degli inerti, diminuisce il carico organico e abbassa il rischio di carbonizzazioni in estrusione. Tuttavia, il lavaggio non è in grado di eliminare tutte le impurità che compromettono il comportamento del melt. Restano infatti materiali non fondenti, frammenti elastomerici, residui di carta e legno, particelle metalliche sottili, polimeri estranei a più alto punto di fusione e contaminanti che, una volta entrati nell’estrusore, diventano particolarmente difficili da gestire. Le evidenze sperimentali più recenti sul PE post consumo mostrano che la filtrazione singola e doppia modifica in modo misurabile la qualità del materiale, riducendo quantità e dimensione dei contaminanti, ma influenzando anche parametri come MFR, contenuto di ceneri e stabilità all’ossidazione. Questo conferma che la filtrazione non è un semplice passaggio accessorio, bensì una fase di processo che condiziona il profilo finale del granulo. Il punto fondamentale è che il filtro non lavora su una materia “vergine”, ma su una massa polimerica già sottoposta a stress termici e meccanici. Ogni bar di pressione, ogni secondo di permanenza, ogni accumulo di contaminante sulla superficie filtrante può influenzare la qualità del prodotto. Per questo i sistemi più recenti sono stati progettati non solo per trattenere impurità, ma anche per limitare le perdite di carico, ridurre il tempo di residenza del contaminante caldo sullo schermo e mantenere la pressione di processo entro valori il più possibile costanti. Come si sono evoluti i sistemi di filtrazione delle plastiche riciclate L’evoluzione più importante degli ultimi anni riguarda il passaggio dai sistemi discontinui, che richiedevano soste frequenti o cambi manuali delle reti, ai sistemi continui e autopulenti. Oggi i migliori cambiafiltri non si limitano a trattenere lo sporco, ma gestiscono in modo dinamico il rapporto tra pressione, scarico del contaminante, area filtrante disponibile e perdita di polimero utile. L’obiettivo industriale non è più soltanto ottenere un granulo visivamente più pulito, ma farlo senza compromettere produttività, resa e stabilità della linea. Le famiglie tecnologiche oggi più interessanti possono essere lette come risposte diverse a problemi diversi. Ci sono sistemi pensati per flussi moderatamente contaminati, altri per feedstock con picchi molto elevati di sporco; alcuni privilegiano la finezza di filtrazione, altri la continuità di marcia; alcuni sono ideali per film in poliolefine, altri per PET, ABS, PS, poliammidi o materiali ad alta fluidità. La scelta corretta dipende dal mix tra tipo di polimero, natura del contaminante, livello di contaminazione e applicazione finale del granulo. I cambiafiltri continui a raschiatore: la risposta più concreta ai flussi sporchi e instabili Una delle architetture più diffuse oggi è quella del cambiafiltro continuo con raschiatore. In questi sistemi il melt attraversa una superficie filtrante mentre un organo meccanico pulisce in continuo o quasi continuo lo schermo, convogliando le impurità verso una zona di espulsione. Il vantaggio principale è la continuità della produzione: il filtro non si intasa fino al fermo, ma viene mantenuto funzionale durante il processo. In molte configurazioni l’apertura della valvola di scarico è gestita in funzione della contaminazione, della pressione o di una temporizzazione controllata. Questo approccio è particolarmente utile quando il feedstock presenta picchi irregolari di sporco. I sistemi a raschiatore di ultima generazione sono molto apprezzati perché permettono di mantenere la superficie filtrante operativa, limitano la formazione di cake e riducono l’accumulo prolungato di impurità calde sullo schermo. In termini industriali questo significa meno gel, meno punti neri, meno odori da materiale carbonizzato e una pressione di processo più regolare. Per PE, PP, PS, ABS e altri polimeri largamente impiegati nel riciclo meccanico, questa tipologia rappresenta oggi una delle soluzioni più robuste e versatili. I sistemi backflush: quando serve continuità senza perdere la superficie filtrante Un’altra tecnologia ormai consolidata è quella del backflush segmentato o parziale. In questi sistemi una parte della superficie filtrante continua a lavorare mentre un’altra parte viene rigenerata tramite controlavaggio. La logica è particolarmente interessante perché consente di mantenere la filtrazione attiva durante la pulizia dello schermo, evitando le discontinuità dei vecchi sistemi a cassetta. Le configurazioni più evolute mantengono disponibile la superficie filtrante anche durante il controlavaggio e puntano a conservare costanti pressione, volume di melt e condizioni di processo. Il vantaggio del backflush è evidente nei contesti in cui la contaminazione non è estrema ma è sufficientemente elevata da rendere inefficiente una semplice rete tradizionale. Inoltre, il controlavaggio segmentato riduce il rischio che il filtro diventi un punto di forte instabilità idraulica. Per molte linee di riciclo meccanico, soprattutto dove si lavora con materiali già discretamente preparati a monte, il backflush rappresenta un buon compromesso tra automazione, pulizia del melt e contenimento del melt loss. I filtri a disco microforato e i sistemi “laser”: maggiore precisione e controllo dello spurgo Fra i sistemi più avanzati emersi negli ultimi anni rientrano quelli basati su schermi microforati ad alta precisione, spesso associati a dischi paralleli e a organi di raschiatura che rimuovono in continuo il contaminante trattenuto. Queste soluzioni sono nate per trattare feedstock difficili, con impurità fini, elastomeriche o miste, mantenendo una pressione relativamente costante e una qualità di melt elevata. La loro forza non è solo la finezza della separazione, ma anche il controllo molto più sofisticato dello scarico delle impurità. La tendenza più recente riguarda infatti i sistemi intelligenti di controllo dello spurgo. Nei modelli più aggiornati, il software rileva picchi di contaminazione, variazioni di throughput, aumento di viscosità o progressiva riduzione dell’area filtrante utile e adegua automaticamente la velocità del raschiatore e del sistema di scarico. In alcuni casi questo approccio ha permesso di ridurre il melt loss fino al 50% rispetto ai controlli precedenti, mantenendo più stabile la filtrazione nel tempo. In parallelo, l’aumento della superficie filtrante disponibile in alcune nuove geometrie ha reso possibile lavorare a throughput più elevati senza sacrificare la qualità del filtrato. I filtri a tamburo rotante: la soluzione per contaminazioni molto elevate Quando il feedstock è particolarmente sporco, con percentuali elevate di contaminanti solidi o elastomerici, i sistemi a tamburo rotante rappresentano una delle architetture più efficaci. In questa configurazione il melt fluisce attraverso un tamburo perforato, generalmente dall’esterno verso l’interno. Le impurità vengono trattenute sulla superficie esterna e rimosse quasi immediatamente da un raschiatore, che le convoglia verso lo scarico. Il vantaggio tecnico è notevole: il contaminante resta poco tempo nella zona calda, la superficie filtrante viene continuamente liberata e la pressione di processo rimane più costante rispetto a molte soluzioni tradizionali. Questo tipo di filtro si è dimostrato adatto anche a feedstock con contaminazioni molto importanti, fino a circa il 16% in peso in alcune configurazioni industriali. È inoltre efficace su contaminanti difficili come particelle metalliche sottili, alluminio, gomma, silicone e altri residui che nei sistemi convenzionali possono deformarsi o spingere il filtro verso l’intasamento rapido. La possibilità di regolare in modo indipendente la velocità del tamburo e quella del sistema di scarico permette una taratura fine fra qualità del filtrato, perdita di polimero e stabilità della linea. I sistemi a nastro continuo: semplicità operativa e produzione non stop Una tecnologia meno discussa ma molto interessante è quella del cambiafiltro a nastro continuo. In questi impianti la superficie filtrante viene sostituita gradualmente attraverso l’avanzamento di una rete o di un nastro, in modo da offrire sempre una nuova area di filtrazione senza fermare l’estrusione. Il vantaggio principale è la semplicità concettuale abbinata a una buona continuità di esercizio. In contesti produttivi con esigenze di lunga autonomia e personale ridotto, i sistemi a nastro possono risultare molto competitivi, soprattutto quando il feedstock ha contaminazioni moderate ma persistenti. Dal punto di vista economico, questi sistemi sono interessanti perché sfruttano in modo ordinato e progressivo la superficie disponibile, riducendo le interruzioni e semplificando la manutenzione ordinaria. Non sempre rappresentano la scelta migliore per contaminazioni estreme, ma possono offrire un ottimo equilibrio fra produttività, regolarità di marcia e facilità di gestione. La doppia filtrazione e la filtrazione a cascata: quando una sola barriera non basta Uno degli sviluppi più rilevanti del periodo recente è il crescente utilizzo di schemi a doppio stadio o a cascata. In questo approccio il primo filtro svolge una funzione di sgrossatura, trattenendo i contaminanti più grossolani e proteggendo gli organi a valle, mentre il secondo filtro realizza una pulizia più fine del melt. Il vantaggio è duplice: si riduce l’usura delle apparecchiature successive e si ottiene un controllo più raffinato sulla qualità finale del granulo. Nei sistemi più spinti, soprattutto per fibre, non tessuti o applicazioni molto esigenti, la seconda filtrazione può arrivare a finezze nell’ordine di 15 micron, mentre per filtrazioni molto fini si ricorre a configurazioni speciali di tipo cascade. Tuttavia, la doppia filtrazione non deve essere considerata una soluzione universale. Gli studi più recenti sul PE post consumo mostrano che il secondo stadio riduce effettivamente contaminazione e dimensione dei difetti, ma può influenzare anche proprietà significative del materiale. In altre parole, filtrare di più non equivale sempre a ottenere un riciclato migliore in senso assoluto. Tutto dipende da quanto il mercato remunera quel salto qualitativo e da quanto stress termomeccanico aggiuntivo il materiale può sopportare senza degradarsi inutilmente. Il rapporto tra filtrazione, degasaggio e rimozione degli odori Un aspetto molto importante, oggi, è la crescente integrazione tra filtrazione e degasaggio. Nei processi più evoluti la rimozione dei contaminanti solidi avviene prima delle sezioni di degasaggio, così da migliorare l’estrazione dei volatili e ridurre il contributo di carta, residui organici e particelle carbonizzabili alla formazione di odori. Questo è particolarmente rilevante per PET, fibre, non tessuti e flussi da imballaggi post consumo, nei quali la componente odorigena e i composti volatili possono compromettere la qualità percepita del riciclato anche se il granulo appare pulito visivamente. La filtrazione moderna, quindi, non deve essere valutata solo sulla base del micronaggio. Conta la posizione del filtro nella linea, la sua interazione con la pompa melt, la sua capacità di lavorare prima di un degasaggio efficiente e la sua attitudine a non trattenere troppo a lungo contaminanti termicamente instabili. Un filtro che pulisce bene ma surriscalda il contaminante o genera troppo melt loss può essere meno vantaggioso di un sistema apparentemente meno fine ma più equilibrato. Quali sono oggi i criteri reali per scegliere un sistema di filtrazione La scelta di un filtro per plastiche riciclate non dovrebbe mai partire soltanto dal grado di filtrazione dichiarato. I criteri corretti sono più complessi. Il primo è la natura del contaminante: un inerte minerale, un frammento metallico, una particella carboniosa, un elastomero o un polimero incompatibile non si comportano allo stesso modo sulla superficie filtrante. Il secondo è la concentrazione media e la variabilità dei picchi di contaminazione. Il terzo è il tipo di polimero da trattare: PE, PP, PS, ABS, PET e poliammidi rispondono diversamente a pressione, temperatura e tempo di residenza. Il quarto è l’applicazione finale: tubo, film, lastra, fibra, non tessuto, stampaggio o compound tecnico richiedono livelli qualitativi differenti. A questi elementi se ne aggiungono altri di natura economica: stabilità di pressione, frequenza di manutenzione, perdita di polimero allo spurgo, durata dello schermo, consumo energetico e capacità del sistema di restare efficiente quando il feedstock cambia leggermente da lotto a lotto. È qui che i sistemi più recenti fanno la differenza, perché non puntano solo alla filtrazione fine ma a una filtrazione più stabile, più automatizzata e meno dissipativa. Cosa la filtrazione non può fare da sola Per quanto evoluti, i sistemi di filtrazione non possono sostituire una filiera corretta di riciclo meccanico. Non possono correggere tutte le incompatibilità tra polimeri, non possono rigenerare una matrice già fortemente degradata e non possono da soli garantire l’idoneità del riciclato per applicazioni particolarmente sensibili. Nel caso dei materiali destinati al contatto alimentare, inoltre, il quadro normativo europeo aggiornato nel 2025 conferma che il tema non riguarda solo la presenza di impurità visibili, ma anche qualità del processo, purezza, controllo dei contaminanti e conformità del sistema di decontaminazione. Questo significa che il filtro deve essere visto come un passaggio fondamentale, ma inserito all’interno di una strategia più ampia che comprende selezione, lavaggio, asciugatura, estrusione corretta, degasaggio, eventuale additivazione e controllo qualità finale. Il riciclato di alto livello non nasce da una sola macchina, ma dall’interazione coerente di più stadi di processo. Conclusioni Riscrivere oggi un articolo del 2020 sui cambiafiltri in continuo significa riconoscere che la filtrazione del melt è diventata una delle vere tecnologie chiave del riciclo meccanico. Il problema non è più soltanto fermare lo sporco, ma farlo in modo continuo, con bassa perdita di materiale, pressione stabile, contaminante espulso rapidamente e qualità del granulo coerente con l’applicazione finale. I sistemi più maturi oggi si distinguono per automazione, capacità di gestire feedstock instabili, riduzione del melt loss, controllo dello spurgo, possibilità di doppio stadio e integrazione con degasaggio e pompaggio del melt. In questa prospettiva, i filtri continui a raschiatore, i sistemi backflush, i filtri microforati ad alta precisione, le architetture a tamburo rotante, i sistemi a nastro continuo e la filtrazione a cascata non sono tecnologie concorrenti in senso assoluto, ma risposte diverse a feedstock diversi. La scelta migliore non è quella più sofisticata in astratto, ma quella che riesce a trovare il giusto equilibrio tra pulizia del melt, resa produttiva, costo operativo e destinazione del granulo. Nel riciclo delle plastiche post consumo, oggi più che mai, la filtrazione è un fattore di qualità, marginalità e credibilità industriale. FAQ Qual è oggi il miglior sistema di filtrazione per plastiche riciclate? Non esiste un sistema universalmente migliore. Per feedstock molto sporchi funzionano bene i sistemi continui con raschiatore, i tamburi rotanti e alcune configurazioni a doppio stadio; per materiali più puliti possono essere molto efficaci anche i backflush e i sistemi a filtrazione fine. La doppia filtrazione migliora sempre il granulo? No. Riduce quantità e dimensione dei contaminanti, ma può modificare alcune proprietà del materiale. Va adottata quando l’applicazione finale richiede davvero quel livello di purezza. I sistemi più recenti riducono anche il melt loss? Sì. I controlli intelligenti di scarico introdotti negli ultimi anni possono ridurre in modo sensibile la perdita di polimero utile, in alcuni casi fino al 50% rispetto a controlli precedenti, a seconda del tipo di materiale e della contaminazione. Quanto conta la filtrazione nella qualità finale del manufatto? Conta molto, perché le impurità residue possono influenzare proprietà meccaniche, stabilità nel tempo e affidabilità del prodotto, soprattutto nelle applicazioni durevoli. Per il food contact basta un filtro molto fine? No. La filtrazione è importante, ma per le applicazioni a contatto con alimenti servono anche processi conformi, controllo dei contaminanti, qualità del feedstock e rispetto del quadro normativo aggiornato. FontiMessiha, M. et al., “How Impurities affect the Lifetime of Plastic Products”, Polymer Testing, 2025. Studio utile per inquadrare l’impatto delle impurità polimeriche e non polimeriche sulla durabilità dei manufatti in plastica riciclata. “Influence of pre-treatment and single-/double-stage melt filtration on the material properties of post-consumer recycled PE film”, Polymers / PMC, 2024. Riferimento importante per valutare gli effetti della filtrazione singola e doppia su contaminanti, MFR, ceneri e stabilità del riciclato in PE post consumo. Demets, R. et al., “Addressing the complex challenge of understanding and quantifying substitution potential of mechanical recycling for plastics”, Resources, Conservation and Recycling, 2021. Fonte utile per contestualizzare l’eterogeneità delle balle selezionate e il ruolo delle contaminazioni nelle prestazioni del riciclato. Commission Regulation (EU) 2025/351, EUR-Lex, 2025. Riferimento normativo aggiornato per materiali e oggetti in plastica destinati al contatto con alimenti, con modifiche rilevanti anche sul tema delle plastiche riciclate e del controllo qualità. Regulation (EU) 2022/1616 e aggiornamenti collegati sul riciclo delle plastiche per contatto alimentare, EUR-Lex. Base normativa da considerare quando nell’articolo si accenna ai limiti della sola filtrazione nelle applicazioni food contact. EFSA – Plastic recycling process application procedure, aggiornamento 2026. Documento utile per chiarire che, allo stato attuale, la valutazione di sicurezza EFSA riguarda i processi di riciclo meccanico del PET post consumo destinato al food contact. EFSA – Recycled plastic materials, aggiornamento 2025–2026. Fonte istituzionale utile per richiamare l’evoluzione del quadro valutativo europeo sui processi di riciclo delle plastiche. Mapping of Plastics Recycling Processes & Technologies, 2026. Documento tecnico utile per inquadrare il ruolo della melt filtration nelle linee di riciclo meccanico e nella sequenza selezione–lavaggio–estrusione–filtrazione–pelletizzazione. Recycling Plastics from Residual Municipal Solid Waste, VTT, 2025. Fonte tecnica utile per il collegamento tra miglioramento della selezione, lavaggio e filtrazione industriale con filtri autopulenti.

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