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https://www.rmix.it/ - Il Telone Solare e la Rivoluzione nella Ricarica delle Auto Elettriche
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Il Telone Solare e la Rivoluzione nella Ricarica delle Auto Elettriche
Ambiente

Come la tecnologia fotovoltaica flessibile promette di eliminare i costi di ricarica e ridurre l'impronta carbonica di Marco ArezioNell'era della transizione energetica, l'innovazione tecnologica gioca un ruolo cruciale nel ridurre l'impatto ambientale e nel promuovere uno stile di vita sostenibile. In questo contesto, il telone solare emerge come una soluzione rivoluzionaria, particolarmente nel settore della mobilità elettrica. Questa tecnologia non solo promette di ricaricare le auto elettriche a costo zero, ma rappresenta anche un passo significativo verso l'autonomia energetica e la diminuzione delle emissioni di carbonio. Che Cos'è il Telone Solare? Il telone solare è una copertura flessibile dotata di celle fotovoltaiche in grado di convertire la luce solare in energia elettrica. Differente dai tradizionali pannelli solari rigidi, il telone solare è leggero, portatile e può essere facilmente installato su diverse superfici, inclusi parcheggi, terrazzi e persino su veicoli. Questa tecnologia incorpora materiali innovativi come il silicio amorfo o le celle solari a film sottile, che garantiscono un'alta efficienza energetica anche in condizioni di luminosità ridotta. Come Funziona il Telone Solare? Il principio di funzionamento del telone solare è semplice ma efficace. Durante le ore di esposizione solare, le celle fotovoltaiche integrate nel telone catturano l'energia solare e la convertono in energia elettrica. Questa energia può essere immagazzinata in batterie o utilizzata in tempo reale per alimentare diversi dispositivi, inclusi i sistemi di ricarica per veicoli elettrici. Grazie a sistemi di controllo intelligenti, è possibile ottimizzare la produzione energetica in base alle condizioni meteorologiche e alla domanda di energia. Vantaggi per la Mobilità Elettrica La mobilità elettrica si trova di fronte a due problematiche principali: l'autonomia dei veicoli e l'infrastruttura di ricarica. Il telone solare affronta entrambi questi problemi offrendo una fonte di energia pulita e rinnovabile, accessibile ovunque vi sia luce solare. Installando teli solari sui parcheggi o direttamente sui veicoli, è possibile generare energia sufficiente per la ricarica quotidiana delle auto elettriche, riducendo la dipendenza dalla rete elettrica e, di conseguenza, i costi di esercizio. Impatto Ambientale e Economico L'adozione su larga scala dei teloni solari potrebbe avere un impatto significativo sulla riduzione delle emissioni di gas serra. Oltre a fornire energia pulita per la ricarica dei veicoli elettrici, questa tecnologia può essere utilizzata per alimentare edifici, strutture pubbliche e sistemi di illuminazione, contribuendo ulteriormente alla decarbonizzazione. Dal punto di vista economico, il telone solare rappresenta un investimento vantaggioso sia per i privati che per le aziende, offrendo un ritorno economico attraverso il risparmio energetico e l'accesso a incentivi governativi per l'energia rinnovabile. Problemi e Prospettive Future Nonostante i numerosi vantaggi, la diffusione dei teloni solari incontra alcune problematiche, tra cui la necessità di ottimizzare i materiali per massimizzare l'efficienza e la durabilità. Inoltre, è fondamentale sviluppare normative e standard che regolamentino l'installazione e l'uso di questa tecnologia in vari contesti. Tuttavia, con il continuo progresso della ricerca e lo sviluppo di soluzioni innovative, il telone solare è destinato a giocare un ruolo chiave nella transizione verso un futuro energetico sostenibile. In conclusione, il telone solare rappresenta una frontiera promettente nel campo delle energie rinnovabili e della mobilità sostenibile. Offrendo la possibilità di ricaricare le auto elettriche a costo zero e contribuendo significativamente alla riduzione dell'impronta ecologica, questa tecnologia si pone come una soluzione efficace per affrontare le sfide ambientali del nostro tempo. La sua implementazione su larga scala potrebbe non solo rivoluzionare il settore dei trasporti, ma anche ispirare nuove pratiche di sostenibilità in altri ambiti della vita quotidiana.

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https://www.rmix.it/ - L’agente Defoliante “Orange” Continua ad Inquinare il Vietnam
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare L’agente Defoliante “Orange” Continua ad Inquinare il Vietnam
Ambiente

Gli aerei degli Stati Uniti spruzzarono più di 20 milioni di litri di erbicidi di Marco ArezioNel tentativo di piegare la tenace e caparbia resistenza dei soldati Nord Vietnamiti, gli aerei e gli elicotteri degli Stati Uniti, spruzzarono più di 20 milioni di litri di erbicidi, compreso l’Agente Orange che conteneva la diossina, sulle foreste pluviali del paese. Il conflitto tra gli Stati Uniti e il regime dei Viet Cong, spalleggiati dalla Cina e dalla Russia, ha devastato la nazione asiatica per quasi venti anni, causando milioni di morti soprattutto tra la popolazione civile. Nonostante siano trascorsi decine di anni dalla fine del conflitto, il Vietnam continua a subire gli effetti negativi di quella guerra. Gli erbicidi utilizzati dall’esercito americano continuano infatti a inquinare e avvelenare gli ecosistemi vietnamiti e le persone che li abitano.Ma perché gli Americani utilizzarono questi veleni in modo indiscriminato? L’esercito Statunitense subì pesanti perdite umane nel conflitto armato all’interno della giungla vietnamita, dove i soldati Viet Cong, oltre a conoscere meglio il territorio e la sua natura, creavano frequenti imboscate ai soldati americani i quali non potevano essere massicciamente supportati dall’artiglieria pesante o dalle incursioni aeree. Le strategie militari degli Stati Uniti, abituati a gestire battaglie campali su spazi aperti usufruendo dalla copertura aerea e dall’artiglieria pesante, erano quelle di cercare di attirare l’esercito Nord Vietnamita in campo aperto per sfruttare la schiacciante superiorità militare del loro esercito. Ma i Viet Cong si dimostrarono soldati astuti e tenaci tanto da indurre l’esercito americano ad entrare, suo malgrado, nella giungla o sulle colline boscose, specialmente vicino al confine cambogiano, per farli uscire allo scoperto. In questo ambiente aspro e solitario gli americani pagarono un prezzo altissimo in vite umane e raggiunsero scarsi risultati militari. La tattica dei militari nord Vietnamiti era definita “prendere il nemico per la cintura” che consisteva in imboscate frequenti all’interno della giungla o in ambienti fittamente boscosi, dove il combattimento corpo a corpo impediva agli americani di usare la più grande potenza di fuoco del loro esercito. Non riuscendo a piegare la resistenza del nemico, la US Army pensò così di distruggere sistematicamente, in modo preventivo, le foreste in cui dovevano avanzare i loro soldati, per evitare imboscate e poter godere, in ogni momento, del supporto armato dal cielo e dalla terra. Per questa operazione pensarono di irrorare, con agenti defolianti, la vegetazione in modo da distruggerla e, in alcuni casi, il napalm per bruciare a terra ogni cosa. L’utilizzo dell’agente defoliante Orange non ha solo distrutto le foreste, ma anche una parte delle colture alimentari del paese, a causa della presenza nel composto di un contaminante a base di diossina che colpì molti militari vietnamiti e statunitensi. Un articolo dell’Università dell’Illinois e dell’Iowa State University documenta gli effetti ambientali dell’agente Orange spruzzato in Vietnam, prendendo anche in considerazione, non solo gli effetti nel tempo del veleno sulla popolazione, ma anche la persistente azione che ancora oggi la diossina ha sulla catena alimentare. Cos’è l’Agente Orange? Olson e il co-autore Lois Wright Morton hanno spiegato che l’Agente Orange era una combinazione di due erbicidi, 2,4-D e 2,4,5-T, che, usati singolarmente in agricoltura, presentavano una vita utile non più a lunga di alcuni giorni o settimane in un ambiente esposto alla luce solare. Tuttavia, durante la produzione, la miscelazione dei due componenti per creare il nuovo erbicida chiamato Agente Orange, si formò un sottoprodotto tossico composto da diossina TCDD, la più tossica della famiglia delle diossine dei prodotti chimici. Una volta che la diossina TCDD entra nell’ambiente può rimanere in vita per decenni o addirittura secoli. Questo è quello che è successo nel territorio Vietnamita bombardato da questa sostanza.Quale è stato il meccanismo di contaminazione? I ricercatori hanno esaminato un rapporto USAID di 870 pagine, nonché una dozzina di altri rapporti di ricerca sui siti contaminati, per spiegare il comportamento della diossina sul lungo termine in tutte le campagne del Vietnam interessate all’evento. “Il percorso di contaminazione inizia con l’irrorazione dell’Agente Orange, l’assorbimento da parte delle foglie degli alberi e degli arbusti, la caduta delle foglie sulla superficie del suolo (insieme a qualche contatto diretto del composto velenoso con il terreno), quindi l’attaccamento della diossina TCDD alla sostanza organica del suolo con le particelle di argilla del terreno. Da lì, la diossina TCDD si è spostata con il deflusso superficiale delle acque, aggrappandosi a particelle di sedimenti e stabilendosi in zone umide, paludi, fiumi, laghi e stagni. Il sedimento contaminato da diossina TCDD era – e lo è tuttora – ingerito da pesci e gamberetti, accumulandosi nel loro tessuto adiposo e nella catena alimentare in molti altri pesci che costituiscono la base della dieta vietnamita. Anche se la pesca è ora vietata nella maggior parte dei siti contaminati, i divieti da parte delle autorità sono difficili da far rispettare e, di conseguenza, la TCDD della diossina sta ancora entrando nell’approvvigionamento alimentare umano a distanza di più di 50 anni dalla fine del conflitto. Il presidente Nixon ordinò alle forze armate statunitensi di interrompere l’irrorazione dell’agente Orange nel 1970 anche a causa della scoperta che gli stessi soldati statunitensi si ammalavano a causa della diossina dispersa nell’ambiente. ACQUISTA IL LIBRO

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https://www.rmix.it/ - Desalinizzazione dell’Acqua con l’Energia Solare in Oman
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Desalinizzazione dell’Acqua con l’Energia Solare in Oman
Ambiente

Il più grande parco solare per un progetto di produzione di acqua potabile desalinizzata.di Marco ArezioIl problema dell’accesso all’acqua potabile lo stanno vivendo, sempre con maggiore preoccupazione, anche le popolazioni che abitano territori e nazioni che, storicamente, avevano abbondanza di precipitazioni e non avevano carenza di acqua nelle falde. I cambiamenti climatici hanno scoperto il grande problema della penuria di una risorsa fondamentale nella nostra vita, che è l’acqua potabile, problema che avevamo relegato nelle nostre menti come appartenente alle aree geografiche in cui le precipitazioni piovose erano sempre state scarse od assenti. Per mettere a disposizione l’acqua, tutto l’anno, in aree siccitose (che sono o che lo diventeranno), si ricorre alla desalinizzazione dell'acqua del mare, attraverso impianti che hanno bisogno di molta energia. Nell’ottica della decarbonizzazione, questa energia deve arrivare da fonti rinnovabili, in modo che l’impatto ambientale sia nullo, impiegando quindi l'energia l’eolica o solare. Secondo quanto riportato da TotalEnergy, la società ha firmato con Veolia un accordo per avviare la costruzione del più grande parco a energia solare fotovoltaica (FV), che fornisce energia per un impianto di desalinizzazione in Oman, nella città di Sur. La centrale sarà situata sul sito di desalinizzazione di Sharqiyah, un punto importante in Oman e nella regione del Golfo, che fornisce acqua potabile a oltre 600.000 abitanti.Questo progetto solare da 17 megawatt di picco (MWp), sarà il primo del suo genere ad essere installato nella regione. Produce annualmente oltre 30.000 megawattora (MWh) di elettricità verde, ovvero più di un terzo del consumo giornaliero dell'impianto di desalinizzazione, consentendo di evitare quasi 300.000 tonnellate di emissioni di CO2. Ciò è in linea con la strategia energetica nazionale dell'Oman di convertire il 30% del suo consumo di elettricità in fonti rinnovabili entro il 2030. L'impianto sarà dotato di oltre 32.000 pannelli solari ad alta efficienza e utilizzerà un innovativo sistema di tracciamento est-ovest per aumentare l'energia produzione. Si estenderà su una superficie di 130.000 metri quadrati, pari a circa 18 campi da calcio. “In Veolia, ci impegniamo a portare la trasformazione ecologica nel settore idrico per i nostri clienti, siamo felici di avviare la costruzione dell'impianto solare sulla nostra unità di desalinizzazione nella città di Sur, per poterlo alimentare con l'elettricità verde, riducendo drasticamente la sua impronta di carbonio, ha affermato Estelle Brachlianoff, amministratore delegato di Veolia.In qualità di uno degli attori chiave del settore idrico dell'Oman, Veolia è pienamente impegnata a raggiungere gli obiettivi di sostenibilità della Vision 2040 dell'Oman, per le comunità e le industrie del paese e il nostro progetto solare con TotalEnergies va in questa direzione". “Questo progetto è in linea con la nostra strategia per sviluppare le energie rinnovabili in Medio Oriente e fornire ai nostri clienti soluzioni energetiche pulite, affidabili e convenienti. Ci impegniamo ad aiutare Veolia a decarbonizzare le sue attività, basandoci sulla nostra solida esperienza nell'implementazione di soluzioni per l’energia rinnovabile in strutture altamente tecniche e complesse. In qualità di azienda multi-energetica globale, il nostro obiettivo è contribuire allo sviluppo delle energie rinnovabili in Oman e nella sua regione", ha affermato Vincent Stoquart, Senior Vice President Renewables di TotalEnergies. Veolia sta implementando soluzioni per ottimizzare l'efficienza energetica delle sue attività di desalinizzazione, compreso il suo impianto di desalinizzazione di Sharqiyah. Il Gruppo, in collaborazione con TotalEnergies, ha deciso di compiere un ulteriore passo verso la trasformazione verde, utilizzando le energie rinnovabili per alimentare l'impianto al posto dei combustibili fossili. TotalEnergies mira ad assistere i paesi produttori nella costruzione di un futuro più sostenibile, attraverso un migliore utilizzo delle risorse naturali del paese, inclusa l'energia solare, che migliorerà direttamente l'accessibilità di un'elettricità più pulita, più affidabile e più conveniente.

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https://www.rmix.it/ - Eolico flottante: tecnologie, sistemi di ancoraggio e il futuro dell’energia offshore nelle acque profonde
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Eolico flottante: tecnologie, sistemi di ancoraggio e il futuro dell’energia offshore nelle acque profonde
Ambiente

Scopri come l’eolico flottante sta rivoluzionando la produzione di energia rinnovabile in mare aperto grazie a tecnologie innovative, ancoraggi avanzati e grandi potenzialità nelle acque profondedi Orizio LucaNegli ultimi anni il settore delle energie rinnovabili ha visto una rapida crescita delle installazioni eoliche, sia onshore che offshore. Tuttavia, mentre i tradizionali impianti eolici offshore sono stati installati principalmente su fondali bassi, spesso inferiori ai 60 metri di profondità, la domanda di nuovi siti e la scarsità di superfici disponibili vicino alle coste hanno spinto l’industria a esplorare soluzioni innovative per le acque più profonde. In questo scenario si inserisce l’eolico flottante, una tecnologia in rapida evoluzione capace di aprire nuovi orizzonti per la produzione energetica in mare aperto, dove il vento è più forte, costante e lo spazio virtualmente illimitato. Ma cos’è realmente l’eolico flottante? Come funzionano le piattaforme galleggianti e quali sono le sfide tecniche legate agli ancoraggi? Quali prospettive si aprono per questa tecnologia in termini di potenzialità energetiche e impatto ambientale? Questo articolo si propone di fornire una panoramica tecnica approfondita sullo stato dell’arte dell’eolico flottante, analizzando le principali tecnologie oggi disponibili, i sistemi di ancoraggio e le enormi potenzialità offerte dalle acque profonde offshore. Eolico flottante: principi, differenze e motivazioni L’eolico flottante rappresenta una soluzione ingegneristica concepita per installare turbine eoliche su piattaforme galleggianti ancorate al fondale marino, in opposizione ai più diffusi impianti “fixed-bottom”, dove le torri sono fissate a strutture poggiate direttamente sul fondo. Questa differenza progettuale consente agli impianti flottanti di essere collocati in acque molto più profonde, generalmente tra i 60 e i 1000 metri, superando i limiti tecnici ed economici delle fondazioni tradizionali. Il ricorso all’eolico flottante nasce dall’esigenza di sfruttare aree marine più lontane dalla costa, dove la potenza e la costanza del vento sono maggiori, ma i fondali diventano rapidamente troppo profondi per i sistemi convenzionali. Ad esempio, nei mari del Nord Europa, in Giappone, nella costa occidentale degli Stati Uniti e, più recentemente, nel Mediterraneo e in alcune zone dell’Atlantico, la disponibilità di fondali profondi e l’esigenza di decarbonizzazione hanno accelerato l’interesse verso il floating wind. Questa tecnologia promette di ridurre sensibilmente il costo livellato dell’energia (LCOE), aumentare la competitività dell’eolico rispetto alle fonti fossili e abilitare la produzione industriale di idrogeno verde offshore, grazie all’integrazione diretta con sistemi di elettrolisi. Le principali tecnologie delle piattaforme galleggianti Il cuore dell’eolico flottante è rappresentato dalle piattaforme galleggianti che sostengono le turbine. Negli ultimi anni si sono affermate principalmente tre tipologie di piattaforme, ognuna con specifiche caratteristiche tecniche e applicative. Spar-Buoy (o piattaforme a palo galleggiante) La tecnologia spar si basa su un lungo cilindro cavo, zavorrato nella parte inferiore, che conferisce stabilità alla struttura sfruttando il principio del baricentro basso. La piattaforma viene parzialmente immersa (anche per decine di metri), consentendo un’ottima resistenza ai moti ondosi e una limitata escursione verticale della turbina. Tuttavia, il grande pescaggio rende queste piattaforme adatte solo a siti con fondali molto profondi e con la possibilità di assemblaggio in bacini portuali adeguati. L’esempio più noto di questa tecnologia è la Hywind di Equinor, installata in Scozia. Semi-submersible (semisommergibile) Le piattaforme semisommergibili sono costituite da più elementi galleggianti, disposti a geometria triangolare o quadrata, collegati tra loro tramite strutture reticolari e zavorrati in modo distribuito. Questa soluzione offre una buona stabilità anche in presenza di onde e permette l’assemblaggio e la messa in opera in porti con profondità contenute. Sono attualmente la tipologia più diffusa nei progetti pilota e commerciali, come dimostra il progetto WindFloat in Portogallo. Tension Leg Platform (TLP) Le TLP utilizzano cavi tesi verticalmente (tension leg) ancorati sul fondale, che mantengono la piattaforma in posizione e riducono al minimo i movimenti verticali dovuti al moto ondoso. Grazie alla tensione permanente dei cavi, queste piattaforme risultano molto stabili e possono ospitare turbine di grande potenza. Tuttavia, la complessità ingegneristica degli ancoraggi ne limita, al momento, la diffusione commerciale, sebbene siano promettenti per siti molto ventosi e con profondità elevate. Oltre a queste soluzioni, la ricerca sta sviluppando varianti ibride e modelli sperimentali, spesso adattando tecnologie già utilizzate nell’industria oil & gas offshore, con l’obiettivo di ridurre costi, semplificare l’assemblaggio e migliorare la resistenza alle condizioni estreme del mare aperto. Sistemi di ancoraggio e cavi: una sfida ingegneristica Uno degli aspetti tecnici più critici dell’eolico flottante è rappresentato dai sistemi di ancoraggio. Le piattaforme galleggianti devono essere saldamente fissate al fondale per resistere a venti, onde, correnti e mareggiate, ma anche abbastanza “flessibili” da assorbire i movimenti indotti dalla dinamica marina, evitando sollecitazioni eccessive sulla turbina e sulla struttura stessa. I principali sistemi di ancoraggio utilizzati sono: - Catene e cavi catenari: il sistema più semplice, che sfrutta il peso della catena/cavo e la sua forma curva (catenaria) per assorbire le forze orizzontali. È adatto per fondali morbidi e profondi, ma richiede ampie aree di rispetto attorno alla piattaforma. - Cavi tesi (Taut leg): i cavi sono tesi tra la piattaforma e il fondale con l’ausilio di ancore o pali infissi. Permettono una maggiore precisione nel posizionamento e riducono l’impronta sul fondale, ma richiedono materiali ad alta resistenza e complessi sistemi di tensionamento. - Ancore a suzione o a elica: utilizzate per fissare i cavi o le catene al fondale, sono scelte in base alla natura geotecnica del sito (sabbia, argilla, roccia, ecc.) e alle caratteristiche meteo-marine. Particolare attenzione va riservata anche ai cavi elettrici sottomarini, chiamati a trasportare l’energia prodotta dalla turbina alla terraferma o a una stazione di raccolta offshore. Questi devono essere flessibili e resistenti, capaci di seguire i movimenti della piattaforma senza subire danneggiamenti, e spesso sono dotati di protezioni speciali contro abrasioni, correnti e corrosione. Potenzialità e vantaggi dell’eolico flottante in acque profonde L’eolico flottante consente di superare numerosi limiti delle installazioni offshore tradizionali, offrendo benefici tecnici, economici e ambientali: - Accesso a siti più ventosi e meno sfruttati: le piattaforme galleggianti possono essere collocate in aree lontane dalla costa, dove i venti sono più forti e costanti, aumentando significativamente il rendimento medio annuo delle turbine. - Riduzione dell’impatto visivo e paesaggistico: la distanza dalla costa permette di minimizzare l’effetto sul paesaggio e le interferenze con le attività turistiche, ittiche e marittime. - Espansione del potenziale installabile: le acque profonde rappresentano una superficie potenzialmente sterminata. Secondo alcune stime, il solo Mediterraneo potrebbe ospitare impianti flottanti capaci di generare oltre 500 GW di potenza, una cifra superiore al fabbisogno elettrico di diversi Paesi europei. - Innovazione e creazione di filiere industriali: la nascita di una nuova industria attorno alle piattaforme flottanti può generare sviluppo economico, innovazione e posti di lavoro, soprattutto in ambito navale, ingegneristico e manifatturiero. I vantaggi non si limitano alla produzione energetica. L’eolico flottante può facilitare la decarbonizzazione di settori industriali offshore (petrolio, gas, estrazione mineraria), abilitare la produzione di idrogeno verde direttamente in mare e, in prospettiva, integrarsi con sistemi di accumulo e reti intelligenti. Criticità e sfide tecnologiche Nonostante le grandi potenzialità, l’eolico flottante deve ancora affrontare sfide significative prima di diventare una tecnologia mainstream: - Costi di investimento ancora elevati: anche se in rapido calo, i costi delle piattaforme, degli ancoraggi e dei cavi restano superiori rispetto agli impianti fissi. - Affidabilità e durata dei materiali: l’ambiente marino, specie in acque profonde, è estremamente corrosivo e soggetto a eventi climatici estremi. Serve una costante innovazione nei materiali e nei sistemi di manutenzione. - Gestione della manutenzione e dell’accessibilità: operare su piattaforme galleggianti lontane dalla costa comporta nuove sfide logistiche, dalla sorveglianza remota alle tecniche di riparazione con droni e robot subacquei. - Impatto ambientale da valutare con attenzione: occorre monitorare le interazioni tra i sistemi di ancoraggio e gli ecosistemi bentonici, così come gli effetti sui mammiferi marini e sulle rotte migratorie degli uccelli. Un ulteriore nodo cruciale riguarda la standardizzazione normativa e le autorizzazioni, oggi molto differenziate da Paese a Paese e spesso poco adeguate a questa nuova tecnologia. Stato dell’arte e casi di studio internazionali Oggi sono operativi diversi parchi eolici flottanti pilota e pre-commerciali, soprattutto in Europa e Asia. Tra i principali casi di studio si possono citare: Hywind Scotland (Regno Unito): il primo parco eolico flottante commerciale al mondo, con 30 MW di potenza installata, basato su tecnologia spar-buoy. WindFloat Atlantic (Portogallo): piattaforme semisommergibili con turbine da 8,4 MW ciascuna, che hanno dimostrato l’affidabilità della tecnologia anche in condizioni meteo-marine avverse. Kincardine (Scozia): uno dei più grandi parchi flottanti, con una capacità di 50 MW e piattaforme semisommergibili. Progetti in Giappone, Corea del Sud e Stati Uniti: dove l’elevata profondità dei fondali vicino alla costa rende il flottante spesso l’unica opzione praticabile. Anche il Mediterraneo si sta affacciando su questa tecnologia, con progetti pilota in Italia, Spagna e Francia. L’Italia, in particolare, sta promuovendo diverse iniziative tra Adriatico, Tirreno e Canale di Sicilia, coinvolgendo grandi player dell’energia e realtà industriali locali. Prospettive future: verso una rivoluzione energetica in mare aperto Gli scenari a medio e lungo termine per l’eolico flottante sono estremamente promettenti. Secondo l’IEA (International Energy Agency), il potenziale tecnico globale dell’eolico flottante supera i 10.000 GW, abbastanza da coprire più volte il fabbisogno elettrico mondiale attuale. La crescita esponenziale delle installazioni, favorita dalla riduzione dei costi e dall’innovazione continua, potrebbe portare questa tecnologia a rappresentare una quota significativa del mix energetico di molti Paesi costieri. La competitività rispetto alle fonti fossili e all’eolico tradizionale dipenderà dalla capacità dell’industria di standardizzare le piattaforme, automatizzare l’assemblaggio e migliorare l’efficienza dei sistemi di ancoraggio e trasmissione. Altrettanto importante sarà lo sviluppo di porti industriali adatti, di filiere di produzione locali e di partnership tra aziende energetiche, navali e startup innovative. Un’altra frontiera è rappresentata dalla sinergia tra eolico flottante e altre tecnologie marine, come il solare galleggiante, la produzione offshore di idrogeno e i sistemi di accumulo energetico sottomarino, per creare vere e proprie “isole energetiche” autosufficienti e resilienti. Conclusione: il ruolo dell’eolico flottante nella transizione ecologica L’eolico flottante rappresenta una delle più affascinanti sfide tecnologiche della transizione energetica, capace di rivoluzionare la produzione di energia rinnovabile nelle acque profonde di tutto il mondo. Le sue potenzialità sono immense, così come le opportunità di sviluppo industriale, innovazione e creazione di nuovi posti di lavoro. Affinché questa tecnologia possa diventare protagonista nel panorama energetico globale, sarà fondamentale investire in ricerca, sperimentazione e formazione di competenze, oltre a favorire un quadro normativo stabile e trasparente. L’Italia, con la sua posizione geografica strategica e una lunga tradizione industriale marittima, può giocare un ruolo di primo piano nello sviluppo dell’eolico flottante nel Mediterraneo. La strada è ancora lunga, ma il vento dell’innovazione soffia sempre più forte verso il futuro dell’energia pulita in mare aperto. © Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - Il disastro di Flixborough: l’esplosione chimica che cambiò per sempre la sicurezza industriale
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Il disastro di Flixborough: l’esplosione chimica che cambiò per sempre la sicurezza industriale
Ambiente

Un approfondimento sulla tragica esplosione del 1974 nello stabilimento chimico di Nypro, in Inghilterra, e sull’impatto ambientale, sociale e normativo Il 1° giugno 1974, una potente esplosione devastò la piccola cittadina di Flixborough, nel Lincolnshire, Regno Unito, causando 28 morti, oltre 100 feriti e danni strutturali a centinaia di edifici nel raggio di diversi chilometri. Il disastro di Flixborough non fu soltanto una tragedia umana e ambientale, ma anche un evento spartiacque per la sicurezza nell’industria chimica a livello globale. Questo articolo intende ricostruire le dinamiche dell’accaduto, analizzarne le cause e riflettere sulle implicazioni che ancora oggi influenzano le normative ambientali e industriali. Contesto: l’impianto chimico di Nypro Il sito di Flixborough era gestito dalla Nypro UK, una joint venture tra la British Petroleum (BP) e la Dutch State Mines (DSM). Lo stabilimento produceva caprolattame, un precursore fondamentale per la sintesi del nylon, a partire da composti chimici come l’acido cicloesanone e il cicloesano, altamente infiammabili. All’epoca, la crescente domanda di fibre sintetiche stava spingendo le industrie chimiche ad accelerare la produzione, talvolta trascurando standard di sicurezza rigorosi. L’impianto di Flixborough, in particolare, non era nuovo a modifiche tecniche temporanee e a operazioni ad alto rischio condotte senza un’adeguata supervisione ingegneristica. L’esplosione: una tragedia annunciata Poco prima dell’incidente, uno dei principali reattori dell’impianto era stato fermato a causa di una perdita. Per bypassare il problema, venne installata una tubazione temporanea a forma di U, del diametro di 20 pollici, realizzata con materiali non progettati per resistere alle stesse sollecitazioni del reattore originale. La modifica fu eseguita senza una verifica formale da parte di un ingegnere chimico qualificato. Nel pomeriggio del 1° giugno, mentre l’impianto era in funzione, la tubazione provvisoria cedette, provocando una massiccia fuoriuscita di circa 30 tonnellate di cicloesano. Il vapore del liquido si diffuse nell’aria e, pochi secondi dopo, un’esplosione di proporzioni catastrofiche squarciò l’intera struttura. L’onda d’urto fu talmente potente da essere avvertita fino a 50 chilometri di distanza. Alcuni testimoni riportarono una colonna di fuoco alta oltre 100 metri. Le conseguenze ambientali e sanitarie Oltre ai 28 lavoratori deceduti, più di 100 persone subirono gravi ferite, molte delle quali permanenti. L’esplosione danneggiò oltre 1.800 edifici residenziali nelle vicinanze, alcuni dei quali furono completamente distrutti. Le sostanze chimiche rilasciate nell’atmosfera provocarono problemi di contaminazione del suolo e dell’aria, sollevando preoccupazioni per la salute pubblica e l’impatto ambientale a lungo termine. Nonostante le dimensioni della tragedia, le autorità non disposero un’evacuazione di massa nelle ore immediatamente successive. La gestione dell’emergenza fu caotica e impreparata, rivelando gravi lacune nella pianificazione e nella comunicazione del rischio. L’inchiesta e le riforme legislative L’inchiesta ufficiale sul disastro di Flixborough concluse che la principale causa dell’esplosione fu la decisione di installare una tubazione temporanea senza un’adeguata progettazione ingegneristica. Il rapporto sottolineò come la mancanza di supervisione tecnica, la scarsa valutazione del rischio e la pressione produttiva abbiano contribuito in modo determinante al disastro. Le raccomandazioni dell’inchiesta portarono a un’importante revisione delle normative sulla sicurezza industriale nel Regno Unito. Nel 1975 fu istituito l’Health and Safety Executive (HSE), l’ente pubblico responsabile per la salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro. Inoltre, fu introdotta una nuova cultura della prevenzione nei siti industriali ad alto rischio, in particolare quelli coinvolti nella produzione e gestione di sostanze chimiche pericolose. Un’eredità che parla ancora oggi Il disastro di Flixborough rappresenta uno dei primi casi in cui fu chiaramente evidenziato il legame tra gestione aziendale, sicurezza ambientale e impatto sociale. Questo evento ha avuto un’influenza significativa anche sulle normative europee in materia di rischio industriale, contribuendo alla nascita della Direttiva Seveso (dal nome di un altro disastro chimico avvenuto due anni dopo in Italia), che stabilisce obblighi rigorosi per gli stabilimenti che trattano sostanze pericolose. In un’epoca in cui la sostenibilità ambientale e la sicurezza industriale sono più che mai al centro del dibattito pubblico, la lezione di Flixborough resta attuale: innovare e produrre non può mai significare abbassare la guardia sulla sicurezza o aggirare i controlli tecnici. L’equilibrio tra progresso economico, tutela dell’ambiente e benessere collettivo passa attraverso scelte responsabili e una rigorosa cultura della prevenzione. Conclusione: il valore della memoria ambientale Ricordare il disastro di Flixborough non è soltanto un dovere verso le vittime e le loro famiglie, ma anche un atto di consapevolezza verso il nostro presente. In un mondo in cui i rischi tecnologici e industriali sono sempre più complessi, è essenziale coltivare una memoria ambientale che ci aiuti a costruire un futuro più sicuro, equo e sostenibile. Investire in sicurezza, formazione e trasparenza non è un costo: è un investimento nel futuro. Ed è proprio da tragedie come quella di Flixborough che possiamo trarre le basi per un’industria più umana, responsabile e resiliente.ACQUISTA IL LIBRO© Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - Cosa sono le batterie di flusso organiche?
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Cosa sono le batterie di flusso organiche?
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Un sistema ecocompatibile per immagazzinare energia sfruttando la pianta del rabarbarodi Marco ArezioLe energie rinnovabili sono di per sé soggette a periodi in cui non possono generare energia costante e ,per questo motivo, avrebbero bisogno di nuove tecnologie di accumulo che possano compensare i periodi in cui non si produce o si produce poco. Il vento, il sole e la stessa acqua sono soggetti, per questioni meteorologiche, a periodi in cui si verificano cali di prestazioni nella generazione di corrente. Questo a causa dell’assenza di vento, di nuvole persistenti o a causa di picchi di richiesta energetica o di carenza di acqua, cosa che si ripete spesso per la diminuzione delle precipitazioni. Da tempo gli scienziati stanno studiando la possibilità di colmare questo calo di produzione energetica con nuove batterie che possono continuare ad alimentare energia pulita alla comunità. Gli ultimi studi si rivolgono verso le batterie di flusso, che sono ricaricabili e composte da elettroliti contenenti sostanze elettro-attive disciolte che passano da celle elettrochimiche trasformando l’energia chimica in elettrica. Lo scopo di queste ricerche è trovare un’alternativa alle batterie agli ioni di litio che utilizzano metalli costosi, oggetto oggi di guerre commerciali per il dominio delle cave da cui si estraggono le materie prime. Le batterie di flusso organiche sfruttano composti naturali come i chinoni, che possono essere estratti anche dalle piante, come il rabarbaro. L’utilizzo di queste batterie allo studio, potrebbe richiede una struttura importante, come pompe, sensori e vasche di contenimento, quindi adatte ad un uso stanziale. Tuttavia sono indicate per livellare i picchi energetici nelle abitazioni o strutture produttive, accumulare energia durante la notte e reintrodurla nella rete di giorno, quando il costo sarebbe superiore. Inoltre sono indicate per l’accumulo di energia da fonti rinnovabili quando questa produzione decade dal punto di vista prestazionale per motivi meteorologici.Vedi info sulle tue batterie

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https://www.rmix.it/ - Le Energie Rinnovabili hanno Bisogno di Nuove Tecnologie: Vediamo Quali
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Le Energie Rinnovabili hanno Bisogno di Nuove Tecnologie: Vediamo Quali
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Per essere competitivi ed affidabili con il solare e l'eolico, si devono studiare e risolvere i problemi che ne limitano la diffusionedi Marco ArezioLe energie rinnovabili erano, fino a pochi anni fa, viste come una passione snob, di qualche ambientalista incallito che si divertiva a essere controcorrente, anticonformista ed alternativo. Prova lo è il fatto che sulle scrivanie dei burocrati sono stati fermi per molto tempo, in attesa di approvazione, un considerevole numero di progetti, che passavano da un ufficio all’altro, dilatando in modo impressionante i tempi per avere un’approvazione o un rifiuto. La crisi energetica internazionale, causata prima dal Covid e successivamente dalla crisi Russo-Ucraina, ha fatto capire alle cancellerie Europee quanto fossero centrali, per il nostro futuro, le energie rinnovabili. Ci sono stati, recentemente, ingenti investimenti sia sul solare che sull’eolico, in base alla collocazione geografica dei progetti, previlegiando il solare nel sud Europa e l’eolico, anche offshore, nel nord Europa. Purtroppo in questi anni in cui le fonti fossili hanno garantito il funzionamento dei trasporti, delle industrie e delle utenze domestiche, attraverso un sistema comodo e collaudato, la ricerca tecnologica per far passare le energie rinnovabili, dalla micro produzione alla produzione su larga scala, ha avuto un andamento molto lento e si è perso tanto tempo. Oggi c’è la necessità di correre per trovare soluzioni valide che richiede il settore, bisogna risolvere dei nodi tecnici, economici e politici sostanziali, per rendere le energie rinnovabili le prime fonti di energia per il mondo intero. Quali sono queste problematiche da risolvere? Per quanto riguarda l’energia prodotta sia dal vento che dal sole, si deve risolvere la problematica dell’incostanza di produzione per questioni metereologiche, la mancanza di sole durante le 24 ore e la mancanza temporanea di vento. Il nodo sono gli accumulatori, che devono poter essere molto più efficienti di come lo sono oggi, permettendo l'immagazzinamento dell’energia prodotta in eccesso, in modo da poterla utilizzare quando c’è carenza di produzione. La ricerca riguarderà i nuovi materiali per gli elettrodi (catodo e anodo) e per gli elettroliti, il cui obiettivo sarà quello di aumentare la densità di energia, migliorare la sicurezza, ridurre il costo e allungare il ciclo e la durata di vita delle batterie. Inoltre, per quanto riguarda gli elettrolizzatori, si dovrà prendere in considerazione i materiali, sia per quelli a bassa temperatura (

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https://www.rmix.it/ - Pilone Centrale del Freney: Storia, Epopea e Tragedie dell’Alpinismo Estremo sul Monte Bianco
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Pilone Centrale del Freney: Storia, Epopea e Tragedie dell’Alpinismo Estremo sul Monte Bianco
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Dalla conquista del Pilone Centrale del Freney alle imprese leggendarie e alle tragedie che hanno segnato l’alpinismodi Marco ArezioL’immensa mole del Monte Bianco, la montagna più alta delle Alpi, si articola in versanti e speroni che, nel corso della storia dell’alpinismo, hanno rappresentato sfide di livello estremo. Tra queste, la parete sud, o versante francese, è da sempre considerata il regno dell’avventura e della drammaticità, con i suoi piloni, seracchi e pareti di granito strapiombanti. In questo scenario, il Pilone Centrale del Freney, una delle strutture più imponenti ed eleganti della testata della Vallée Blanche, si staglia come un simbolo leggendario di conquista, tragedia e rinnovata speranza, diventando teatro di alcune delle più note e discusse vicende dell’alpinismo mondiale. Inquadramento Geografico e Alpinistico Il Pilone Centrale del Freney è un pilastro di granito alto circa 400 metri, situato al centro della parete sud del Monte Bianco, tra il Pilone Gervasutti (a sinistra, guardando la parete) e il Pilone Centrale (a destra si trova il Pilone d’Angle). Questa formazione rocciosa, protesa come una lama verso il cielo, si eleva dal bacino glaciale del Freney, una conca austera e isolata che si raggiunge partendo dal rifugio Monzino, dopo una lunga marcia d’avvicinamento su ghiacciaio e nevai. Dal punto di vista tecnico, il Pilone Centrale offre un’arrampicata severa, prevalentemente su granito compatto, alternata a tratti di misto e ghiaccio a seconda delle condizioni e dell’epoca dell’anno. Negli anni ‘50 e ‘60, il Monte Bianco rappresentava l’apice dell’alpinismo europeo: superate le grandi vie classiche dei versanti italiani e francesi, la nuova generazione di alpinisti cercava sfide su pareti sempre più difficili e ingaggianti. Era l’epoca della nascita dell’alpinismo “moderno”, segnato dalla ricerca della difficoltà tecnica e dell’impegno su vie lunghe, con bivacchi sospesi in parete e rischi oggettivi altissimi. Le Prime Esplorazioni e la Fama di Parete Inviolata Il Pilone Centrale del Freney fu osservato, studiato e tentato più volte già dagli anni ‘30, ma il suo aspetto minaccioso – verticalità, instabilità dei seracchi sovrastanti, isolamento e difficoltà di ritirata – scoraggiò per decenni ogni tentativo serio di salita diretta. Alpinisti del calibro di Giusto Gervasutti, Lionel Terray e altri grandi protagonisti dell’epoca considerarono la linea del pilone come la “grande incompiuta” del massiccio, una sorta di “ultimo problema” delle Alpi Occidentali. I primi tentativi, spesso poco documentati o abortiti per il rischio oggettivo rappresentato dai seracchi incombenti, non riuscirono mai a raggiungere la vetta, ma contribuirono a cementare la reputazione della parete come luogo di avventura totale e di pericolo estremo. L’Epopea del 1961: Tragedia e Conquista La storia del Pilone Centrale del Freney è irrimediabilmente segnata dall’epopea drammatica dell’estate 1961, una vicenda che ha lasciato un segno profondo nella storia dell’alpinismo mondiale. Nel luglio di quell’anno, due cordate d’élite si unirono per tentare la prima salita della direttissima al Pilone Centrale: la cordata italiana composta da Walter Bonatti, Roberto Gallieni e Andrea Oggioni, e quella francese formata da Pierre Mazeaud, Pierre Kohlmann, Robert Guillaume, Jean Bianco e l’inglese Chris Bonington. Dopo i primi giorni di maltempo e una difficile progressione sulla parete, il gruppo fu colpito da una delle peggiori tempeste estive che la zona ricordi, bloccandoli in parete senza possibilità di ritirata rapida. Le scorte d’acqua e viveri finirono in fretta. La lotta contro il freddo, la fame e lo sfinimento si protrasse per giorni, in condizioni disperate. Dopo ripetuti tentativi di scendere, quattro dei membri – Oggioni, Kohlmann, Guillaume e Bianco – morirono di sfinimento e congelamento durante la ritirata. Bonatti, Gallieni, Mazeaud e Bonington, ridotti allo stremo, riuscirono infine a salvarsi, raggiungendo la base della parete in condizioni drammatiche. Quell’episodio, passato alla storia come “la tragedia del Freney”, fu vissuto come un vero e proprio lutto dall’intera comunità alpinistica internazionale. Walter Bonatti, che aveva già alle spalle imprese leggendarie come la solitaria al Petit Dru, rimase segnato da quell’esperienza, che raccontò nel libro “I giorni grandi” con grande pathos e intensità emotiva. Da allora, il Pilone Centrale fu visto come luogo di dolore, coraggio e redenzione. La Conquista: Prima Salita alla Vetta Fu solo qualche settimana dopo la tragedia, il 9-10 agosto 1961, che una cordata guidata da René Desmaison, con Pierre Julien e altri alpinisti francesi, riuscì finalmente a completare la prima salita integrale del Pilone Centrale, seguendo una linea simile a quella tentata da Bonatti e compagni. La loro ascensione, meno drammatica ma ugualmente impegnativa, segnò la fine di un’epoca di incertezza e la consacrazione del Pilone come una delle grandi vie classiche del Monte Bianco. L’impresa, lodata su tutta la stampa internazionale, inaugurò un periodo di grande interesse per la parete, che divenne rapidamente il banco di prova per le migliori cordate europee. Il Pilone Centrale divenne così non solo il simbolo della difficoltà tecnica, ma anche della resistenza psicologica e del rispetto assoluto per la montagna. Le Vie Nuove e le Prime Ripetizioni Dopo la salita di Desmaison, il Pilone Centrale fu ripetuto più volte negli anni successivi, diventando una meta ambita per gli alpinisti più esperti. Tra le ripetizioni storiche si ricordano quella di Pierre Mazeaud e compagni (già protagonisti della tragedia), che nel 1963 tornarono a completare la via, e quella di altri grandi nomi come Gaston Rébuffat e René Desmaison stesso, che negli anni ‘70 contribuì a tracciare varianti e nuove vie sul pilastro e sulle strutture adiacenti. Negli anni ‘70 e ‘80, la via fu ripetuta anche in stile più moderno, con meno uso di chiodi a pressione e progressiva riduzione dell’attrezzatura fissa, anticipando l’approccio “by fair means” che avrebbe poi dominato l’alpinismo degli anni ‘90 e 2000. Le nuove vie, come la “Direttissima Inglese” aperta nel 1973 da una cordata britannica, e la “Via degli Svizzeri” nel 1984, testimoniano l’evoluzione tecnica e la volontà di confrontarsi con le difficoltà su terreno sempre più vergine e impegnativo. La parete del Freney, grazie alle sue qualità tecniche e ambientali, divenne palestra d’elezione per l’alpinismo di punta europeo e internazionale. Tragedie e Imprevisti: Il Freney come Parete Maledetta Nonostante il passare degli anni e i progressi dell’attrezzatura, la parete del Freney ha continuato a mietere vittime. Diverse cordate sono state travolte dai seracchi mobili del bacino superiore, mentre altre sono rimaste bloccate in parete per improvvisi peggioramenti del tempo, condizioni tra le più insidiose di tutto l’arco alpino. Nel 1997, una valanga di seracchi provocò la morte di due giovani alpinisti, riportando alla memoria la vulnerabilità di chi si misura con la parete. L’attenzione ai bollettini meteo, alle condizioni della neve e alle temperature rimane, ancora oggi, una delle principali regole per chi affronta la salita. L’evoluzione della sicurezza non ha cancellato il carattere imprevedibile e “selvaggio” della zona del Freney, che si conferma teatro di sfide estreme. Il Pilone Centrale nell’Immaginario Collettivo Oltre ai fatti documentati, il Pilone Centrale del Freney ha assunto un valore simbolico nell’immaginario alpinistico: rappresenta il limite tra l’alpinismo “eroico” delle origini e l’alpinismo tecnico, moderno, consapevole dei rischi ma deciso ad affrontarli con rispetto e preparazione. Le fotografie in bianco e nero delle prime salite, i racconti di Bonatti e Desmaison, i resoconti delle tragedie e delle salite fortunate compongono un mosaico che parla di ambizione, paura, grandezza e fragilità umana. Ancora oggi, la salita del Pilone Centrale non è solo un’impresa tecnica, ma un viaggio nel tempo e nello spirito dell’alpinismo. Chi si misura con questa parete entra a far parte di una storia collettiva fatta di tentativi, rinunce, successi e, purtroppo, anche di tragedie, in cui ogni passo è dettato dalla consapevolezza di essere ospiti di un ambiente estremo, che non concede errori. Conclusioni: L’Eredità del Freney A più di sessant’anni dalla conquista, il Pilone Centrale del Freney rimane uno degli obiettivi più ambiti e rispettati del Monte Bianco. La sua storia, costellata di imprese epiche e drammi umani, rappresenta ancora oggi una delle pagine più intense dell’alpinismo mondiale. Le nuove generazioni si avvicinano alla parete con umiltà e rispetto, consapevoli che, oltre alla difficoltà tecnica, il vero banco di prova è la capacità di capire i limiti, accettare le condizioni, e sapersi fermare quando la montagna lo impone. Il Pilone Centrale del Freney continua così a essere, per chi ama la montagna, molto più di una semplice parete: è il luogo dove l’uomo incontra i suoi limiti e, a volte, il suo destino.© Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - Nuovi Impianti Eolici Offshore al Largo della Sardegna e del Lazio
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Nuovi Impianti Eolici Offshore al Largo della Sardegna e del Lazio
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Tre impianti eolici offshore da quasi 2 GW per produrre elettricità in modo sostenibiledi Marco ArezioUna nuova partnership di società specializzate nelle energie rinnovabili, in particolare nel campo dell’eolico offshore, è stata costituita per realizzare tre parchi eolici galleggianti al largo delle coste Sarde e Laziali, a quasi 30 Km. dalle coste con circa 2 GW di potenza. Con minori vincoli ambientali dei parchi eolici sulla terraferma, quelli galleggianti possono dare una risposta più veloce in termini di procedure autorizzative e permettono di sfruttare meglio i venti che si muovono sulla superficie del mare. Con questo accordo il consorzio diventa uno dei maggiori operatori del settore in Italia con progetti per una capacità totale di circa 3 GW.La nuova partnership è composta da GreenIT, la joint venture italiana per le energie rinnovabili tra Plenitude (Eni) e CDP Equity (Gruppo CDP), e Copenhagen Infrastructure Partners (CIP attraverso i suoi Flagship Funds), che hanno firmato un accordo per lo sviluppo di tre parchi eolici offshore galleggianti nel Lazio e in Sardegna. L'intesa prevede lo sviluppo di un parco eolico nel Lazio, al largo di Civitavecchia, per una capacità complessiva fino a 540 MW e di altri due impianti situati al largo di Olbia (Sardegna), con una potenza di circa 500 MW e 1.000 MW. I tre progetti dovrebbero generare circa 5 TWh/anno e saranno operativi tra il 2028 e il 2031, una volta completato l'iter autorizzativo e la successiva fase di costruzione. L’intero portafoglio eolico offshore italiano della partnership raggiungerà una potenza di quasi 3 GW con una produzione annua di circa 7 TWh di energia rinnovabile, in grado di soddisfare i consumi elettrici di quasi 2,5 milioni di famiglie, contribuendo così agli obiettivi di decarbonizzazione del Piano Nazionale Integrato per l'Energia e il Clima 2030. I tre parchi eolici offshore utilizzeranno fondazioni galleggianti e soluzioni tecniche innovative volte a minimizzare l'impatto ambientale e visivo e beneficeranno di sinergie tecnologiche e logistiche con le altre iniziative eoliche offshore gestite nell'ambito della stessa partnership. Gli impianti verranno sviluppati da un team di lavoro congiunto, affiancato da Copenhagen Offshore Partners, fornitore esclusivo di CIP per l’implementazione dell'eolico offshore, e da NiceTechnology e 7 Seas Wind Power, società italiane con provata esperienza nel comparto offshore, che hanno già collaborato con GreenIT e CIP allo sviluppo di altri due progetti in Sicilia e Sardegna. Questo nuovo accordo rappresenta un ulteriore tassello strategico e un impegno preciso per il rafforzamento del settore eolico offshore galleggiante in Italia, fornendo un contributo significativo verso un futuro a basse emissioni di carbonio e incoraggiando la crescita della filiera produttiva locale.Fonte ENI

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https://www.rmix.it/ - Fusione nucleare: si può parlare di energia rinnovabile?
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Fusione nucleare: si può parlare di energia rinnovabile?
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La costruzione del reattore Tokamak in Francia lascia grandi speranze per l'energia prodotta attraverso la fusione nuclearedi Marco ArezioTokamak è un mega reattore nucleare in fase di costruzione nel sud della Francia e precisamente a Saint Paul Lez Durance, in base all’accordo siglato nel 2005 tra Unione Europea, Stati Uniti, Svizzera, Russia, Giappone, India e Corea del Sud. E’ già stato definito il progetto energetico del secolo in quanto ha l’obbiettivo di produrre energia nucleare pulita.Come funziona la fusione nucleare? A differenza del processo produttivo fino ad oggi utilizzato nelle centrali atomiche per la produzione di energia, che si basa sulla fissione nucleare, cioè la creazione energetica attraverso la separazione degli atomi, il nuovo concetto espresso da Tokamak sarà basato sul processo di fusione degli stessi, creando almeno 10 volte l’energia che si produceva attraverso la fissione nucleare. Il processo avviene attraverso il riscaldamento del gas idrogeno a 100 milioni di gradi, trasformandolo allo stato di plasma, controllato da enormi magneti che ne seguono l’evoluzione finchè gli atomi di questo plasma si fondono tra loro liberando energia. Il plasma può essere considerato come il quarto stato della materia, accostabile a quello liquido, gassoso e solido. Perché si parla di energia pulita? Il processo della fusione nucleare da degli indubbi vantaggi per la gestione delle scorie radioattive in quanto, se prendiamo in considerazione le scorie provenienti dalla fissione nucleare, sappiamo che per circa 3000 anni restano radioattive, mentre quelle derivanti dalla fusione nucleare già al 12° anno avranno dimezzato i loro effetti radioattivi. Non c’è dubbio che gli studi sul riutilizzo delle scorie prodotte dalle future centrali a fusione nucleare devono essere ancora completati, per cercare la via di inertizzare la radioattività al loro interno e, soprattutto, per riutilizzare il materiale di scarto nei nuovi processi produttivi. Solo allora si potrà parlare di energia rinnovabile da fusione nucleare. C’è comunque un cauto ottimismo sulla possibilità di giungere, alla fine di questo iter scientifico, ad una risposta positiva in termini di economia circolare delle scorie. Quando potrà entrare in funzione Tokamak? Lo stato costruttivo della centrale ha visto quest’anno la fine dei lavori edili primari necessari ad accogliere il mega reattore, il quale è in fase di costruzione ed è giunto a circa il 60% del suo cammino costruttivo. Se il processo di realizzazione di Tokamak non troverà impedimenti, l’accensione all’interno della centrale dovrebbe avvenire nel 2025. Ci vorranno ancora alcuni decenni prima che l’energia atomica prodotta con la fusione nucleare sia adottata su larga scala nel mondo, considerando che l’investimento, fatto in Francia dal team di paesi, raggiungerà i 20 miliardi di euro al termine del lavoro. Come si è giunti a questo accordo esteso a diversi paesi? E’ da molto tempo che si parla di poter costruire la prima centrale nucleare a fusione di atomi ed ufficialmente ne avevano già parlato Ronald Regan e Mikhail Gorbaciof nel 1985 durante un vertice USA-URSS a Ginevra. Entrambi i paesi stavano studiando il processo di fusione nucleare ma era necessario, sia per il completamento degli studi scientifici che per l’enorme investimento, la partecipazione altri paesi. Si è arrivati così all’accordo del 2005 che ha creato un team internazionale di paesi interessati, necessario per poter portare avanti questo ambizioso programma energetico.Vedi maggiori informazioni

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https://www.rmix.it/ - rNEWS: Il Carburante Proveniente dall'Olio di Soia è Sostenibile?
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare rNEWS: Il Carburante Proveniente dall'Olio di Soia è Sostenibile?
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La sete di carburante a base di olio di soia in Europa continua ad alimentare la deforestazione in America Latina. La denuncia delle OngLa produzione di biocarburanti basati prima sull'olio di palma e, oggi, anche sull'olio di soia, si scontra con la necessità di incrementare le superfici coltivabili per aumentarne la produzione in base alla crescente richiesta del marcato. Per fare questo, i coltivatori spingono sulla disponibilità di nuovi terreni con la conseguenza di incrementare la deforestazione in varie aree del pianeta. Questo, nonostante i divieti già presenti a livello mondiale, contribuisce in maniera importante ad aumentare l'impronta carbonica del pianeta. l'articolo che segue affronta il problema della sostenibilità di carburanti che si definiscono bio.Messo al bando l’olio di palma come biocombustibile entro il 2030, se non si interviene nuovamente sulla direttiva europea sulle energie rinnovabili, l’olio di soia potrebbe prenderne il posto. Con le stesse drammatiche conseguenze per l’ambiente, le foreste e le emissioni di CO2. Secondo la ricerca commissionata a Cerulogy dalla Ong Transport & Environment, la sete di gasolio di soia in Europa potrebbe aumentare da 2 a 4 volte entro il 2030. Causando la deforestazione in America Latina di un’area stimata tra i 2,4 e 4,2 milioni di ettari. Quanto la superficie di uno Stato europeo come la Slovenia o i Paesi Bassi. Con la possibile emissione in atmosfera di altri 38 milioni di tonnellate di CO2. Il consumo di olio di soia raddoppiato in un solo annoSolo nel 2019, l’Ue ha consumato circa 1,8 milioni di tonnellate di olio di soia in biodiesel, su un totale complessivo di 15 milioni di tonnellate di biocarburanti. Quantità che potrebbe raddoppiare quest’anno, secondo le stime della Ong. «Le importazioni di soia causeranno una deforestazione su scala epica se non cambiamo la legge europea sui carburanti verdi», ha dichiarato Cristina Mestre, responsabile per l’area biofuels di Transport & Environment. «La soluzione c’è ed è molto semplice. La Commissione europea ha già deciso che il diesel di palma non sarà più considerato verde, ora dovrebbe fare lo stesso per il diesel derivato dalla soia» La riforma della direttiva «Renewable Energy – Recast to 2030» ridefinisce la regolamentazione dei biocarburanti ad alto e basso rischio ILUC (Indirect land use change), che provocano cioè un cambiamento indiretto dell’uso del suolo ma ha finora escluso l’olio di soia. La Commissione, a oggi, ha deciso di eliminare gradualmente, tra il 2023 e il 2030, solo l’uso del diesel di palma. I dati elaborati da Cerulogy dimostrano che l’espansione della coltivazione di soia nelle aree del globo in grado di trattenere anidride carbonica potrebbe essere superiore a quanto stimato. Ben il 10,5% rispetto all’8% stimato all’inizio del 2019. Percentuale superiore alla soglia minima del 10% stabilita dalla Commissione UE proprio per definire un «biocarburante ad alto rischio ILUC». Se così fosse, ribadiscono da Transport & Environment, «l’Ue dovrebbe considerare già da ora la soia come materia prima ad alto rischio ILUC ed eliminare il suo uso al più tardi entro il 2030». I dati della Commissione europea sulla deforestazione sono sottostimatiLa normativa europea richiede che le materie prime dei biocarburanti siano certificate come coltivate in aree che non sono state disboscate dal 2008. Tuttavia, l’espansione indiretta, quella che cioè che non prende direttamente il posto di aree boschive e foreste, non è stata presa in considerazione. «Se si considerano anche tutte queste concause, la maggior parte dei biocarburanti utilizzati in Europa ha emissioni di gas serra molto elevate. A volte anche superiori a quelle dei combustibili fossili», affermano da Transport & Environment. La deforestazione in America Latina non si è fermataDati alla mano, a dispetto delle dichiarazioni politiche dei vari governi, la deforestazione in America Latina è ripresa a crescere dal 2014, anche nell’Amazzonia brasiliana. Inoltre, l’espansione dei pascoli che si somma alle coltivazioni agricole a soia si è anche diffusa altrove, in aree ugualmente pregiate, ma meno protette. Come nel Chaco, area geografica compresa tra l’Argentina, Bolivia, Brasile e Paraguay e la grande savana tropicale brasiliana del Cerrado. Area che era stata già sottoposta alla valutazione preliminare della Commissione Europea sulle materie prime ad alto rischio ILUC nel 2019. Eppure proprio nel Cerrado si è concentrato il 60% dell’espansione della soia in Brasile, negli ultimi due anni. «La politica europea sui biocarburanti è un disastro completo e ha un disperato bisogno di un reset – ribadisce Cristina Mestre di Transport & Environment – bruciare le colture alimentari per alimentare i nostri veicoli è in realtà peggio che bruciare il diesel». Rosy Battaglia

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https://www.rmix.it/ - Nuove frontiere del solare termodinamico: evoluzione di torri solari e specchi parabolici per una generazione energetica avanzata
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Nuove frontiere del solare termodinamico: evoluzione di torri solari e specchi parabolici per una generazione energetica avanzata
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Innovazioni tecnologiche, materiali e performance nelle più recenti configurazioni di impianti solari termodinamici a concentrazionedi Marco ArezioL’energia solare termodinamica rappresenta, oggi più che mai, uno degli orizzonti più promettenti nell’ambito della produzione energetica sostenibile e ad alta efficienza. Se fino a pochi anni fa la ricerca si concentrava sull’ottimizzazione delle tecnologie convenzionali a concentrazione lineare, oggi il dibattito e gli investimenti si sono spostati verso soluzioni ancora più performanti, scalabili e resilienti. Due sono i protagonisti di questa nuova ondata innovativa: le torri solari di nuova concezione e gli specchi parabolici avanzati, entrambi frutto di progressi non solo ingegneristici ma anche nell’ambito dei materiali e dell’automazione. L’evoluzione della concentrazione solare: dal cilindro-parabolico alla torre centrale Nel percorso evolutivo degli impianti a concentrazione solare, il salto di paradigma è avvenuto quando si è passati dalle classiche configurazioni cilindro-paraboliche, che dominavano la scena a partire dagli anni Ottanta, alle più recenti torri solari. La principale differenza sta nel modo in cui la radiazione solare viene raccolta e concentrata: nei sistemi cilindro-parabolici, la luce viene focalizzata lungo un’unica linea, riscaldando un fluido vettore che scorre in un tubo posto nel fuoco dello specchio; nelle torri solari, invece, una distesa di eliotermi—specchi orientabili a inseguimento solare—convoglia la radiazione su un unico punto focale posto sulla sommità della torre, raggiungendo temperature molto più elevate e, quindi, un rendimento termodinamico superiore. L’introduzione di materiali ceramici e leghe innovative nelle componenti di ricezione ha permesso di incrementare notevolmente la resistenza termica dei ricevitori, riducendo le perdite e ampliando il range di fluidi vettori utilizzabili, dalla classica miscela di sali fusi agli avanzati gas pressurizzati. Queste soluzioni consentono di raggiungere temperature di lavoro superiori ai 600-800°C, aprendo la strada a cicli termodinamici avanzati come Brayton o combinati, che risultano decisivi per l’efficienza globale dell’impianto. Nuove generazioni di specchi parabolici: materiali, ottica e robotica Anche nel comparto degli specchi parabolici si assiste a una rivoluzione guidata dalla ricerca sui materiali e dall’integrazione di sistemi di controllo avanzati. La sostituzione del classico vetro argentato con substrati polimerici a riflettanza potenziata, spesso accoppiati a film protettivi nanostrutturati, permette di realizzare superfici più leggere, resistenti agli agenti atmosferici e meno soggette a degradazione nel tempo. L’alleggerimento degli specchi, unito a nuovi sistemi di attuazione robotica, permette di ridurre i costi di installazione e manutenzione, nonché di migliorare l’inseguimento solare grazie a sistemi di visione artificiale e sensori di precisione che ottimizzano costantemente l’orientamento. La ricerca si sta inoltre concentrando sull’ottimizzazione della geometria dei ricevitori lineari, riducendo le perdite radiative e convettive attraverso l’utilizzo di coating selettivi e microstrutture di superficie. In questo contesto, le sperimentazioni condotte in impianti pilota nel Sud Europa e negli Stati Uniti stanno restituendo risultati molto promettenti in termini di efficienza netta e durata dei componenti. Verso l’integrazione intelligente: accumulo e gestione dinamica Le nuove frontiere non si fermano però alla sola raccolta e concentrazione dell’energia solare. L’accoppiamento di questi impianti con sistemi avanzati di accumulo termico, basati su sali fusi a elevato punto di fusione o su soluzioni a cambiamento di fase, sta rivoluzionando la gestione della continuità energetica. La possibilità di immagazzinare grandi quantità di energia termica e restituirla secondo le esigenze della rete elettrica rappresenta un fattore chiave per il dispacciamento intelligente, mitigando l’intermittenza che ha storicamente caratterizzato il solare. La digitalizzazione degli impianti, grazie all’uso combinato di sensori IoT, algoritmi di machine learning e piattaforme di gestione predittiva, permette un controllo puntuale dei flussi energetici, delle performance dei sottosistemi e della manutenzione preventiva. Questi elementi sono fondamentali per aumentare l’affidabilità complessiva e ridurre il costo livellato dell’energia (LCOE), rendendo il solare termodinamico sempre più competitivo rispetto alle fonti fossili e alle altre rinnovabili. Potenzialità applicative, limiti e prospettive di mercato I sistemi solari termodinamici di nuova generazione sono particolarmente adatti alle aree caratterizzate da alta irradiazione diretta e grandi superfici disponibili, come il bacino mediterraneo, il Medio Oriente e le regioni sud-occidentali degli Stati Uniti. Tuttavia, i continui progressi nella miniaturizzazione dei componenti e nella gestione ottimizzata dell’accumulo stanno aprendo prospettive anche per taglie impiantistiche più contenute, adatte a distretti industriali energivori o micro-grid isolate. Non mancano però alcune criticità ancora da risolvere. Tra queste, la gestione dell’acqua per il raffreddamento dei ricevitori nelle zone aride, l’impatto ambientale e paesaggistico delle grandi distese di specchi e le questioni legate alla durabilità di certi materiali innovativi ancora in fase sperimentale. Sul piano normativo, la crescente attenzione dei policy maker ai temi della sicurezza energetica e della decarbonizzazione sta favorendo l’inserimento di queste tecnologie nei principali piani di transizione, ma permane la necessità di incentivi stabili e meccanismi di supporto alla ricerca applicata. Conclusioni: una tecnologia matura in cerca di scala Le nuove generazioni di impianti solari termodinamici, trainate da torri solari evolute e specchi parabolici avanzati, stanno rapidamente trasformando il panorama della generazione rinnovabile di grande taglia. L’innesto di innovazioni nei materiali, nell’automazione e nella gestione intelligente dell’energia proietta questa tecnologia tra le soluzioni più promettenti per la decarbonizzazione profonda del settore elettrico e industriale. La sfida attuale non è più (solo) tecnologica, ma di scalabilità, accesso ai capitali e integrazione nei sistemi energetici esistenti: un terreno su cui, nei prossimi anni, si giocherà il futuro stesso dell’energia solare a concentrazione.© Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - Dall’Alpinismo di Conquista all’Arrampicata Rispettosa della Montagna
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Dall’Alpinismo di Conquista all’Arrampicata Rispettosa della Montagna
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Evoluzione storica dei mezzi di scalata delle pareti e del rapporto con l’impresa tecnicadi Marco ArezioDalla fine del 1800 quando i primi pionieri, non ancora definiti alpinisti, si avventuravano sulle montagne nel tentativo di raggiungere le vette, esisteva più una spinta conoscitiva dell’ambiente montano che sportiva. Ci salivano geologi desiderosi di studiare aree poco conosciute, militari con lo scopo di aggiornare il più possibile le carte geografiche e vi salivano, intrepidi signori, che avevano i soldi per farsi accompagnare da guide locali. Il movimento alpinista possiamo dire sia nato dopo la seconda guerra mondiale, quando iniziarono le scalate degli ottomila himalayani, intesi come terra di conquista nazionale, con una corsa a chi prima raggiungeva la vetta. Gli anni ‘50 e ‘60 del secolo scorso trascorsero vivendo un alpinismo “militare”, dove le spedizioni erano rigidamente organizzate come assalti alle vette meticolosamente preparate, con un esercito di alpinisti, portatori, cuochi, giornalisti, dirigenti e uomini di collegamento. Nulla era lasciato al caso in quanto erano li solo per conquistare la vetta, a tutti i costi e con qualunque mezzo a disposizione. La montagna era un oggetto da prendere, mezzo con cui darsi gloria e pillola per accrescere l’autostima di un paese e di un popolo. Si usava l’ossigeno per salire in quota, corde fisse che venivano abbandonate sul posto, si attrezzavano campi avanzati con tende, fornelli, bombole del gas e dell’ossigeno che venivano lasciate sulla montagna, come fosse una pattumiera a cielo aperto. Conquistati tutti gli 8000, gli alpinisti più giovani, già alla fine degli anni ’60 si sono chiesti se non esisteva una nuova forma di rapporto con la montagna, un modo diverso e più rispettoso di approcciarsi all’ambiente alpino. I nuovi alpinisti iniziarono a risalire le pareti smettendo di pensare che l’uomo si doveva muovere con uno spirito di conquista a tutti i costi, ma doveva inserirsi nell’ambiente, creare una simbiosi con la montagna, essere leali nel gesto atletico che permetteva di scalarla. Iniziarono a contestare le salite fatte riempiendo la roccia di chiodi a pressione, inseriti con martelli pneumatici, che davano la possibilità di superare le difficoltà che opponevano le pareti, creando una sorta di scala aerea. Abbandonarono l’uso dei chiodi, mezzi visti come elemento di aiuto per facilitare le scalate, iniziando ad utilizzare dei mezzi di protezione che non sarebbero rimasti in pareti dopo la scalata, ma recuperati dal compagno di cordata, così da non lasciare traccia del passaggio. Infatti, nel 1967, l’alpinista Americano Royal Robbins vede in Inghilterra i primi prototipi di sistemi di sicurezza da inserire nelle fessure della roccia, senza che questa si rovini o si distrugga, come l’inserimento di un chiodo. Porta così in America questa novità e nel giro di qualche anno uno scalatore dello Yosemite, Yvon Chouinard, inizia la produzione di questi sistemi di sicurezza sostenibili. Si tratta di dadi, rondelle mobili, esagoni cavi, cunei, tutti in metallo e di diverse forme e grandezze chiamati nuts e friends, che vengono inserite nelle fessure naturali della riccia e recuperate dal compagno di cordata. Una rivoluzione che ha battezzato l’inizio dell’arrampicata pulita ed ecocompatibile, a cui gli scalatori tradizionali che usavano mezzi di sicurezza invasiva, guardavano con sospetto e autosufficienza. Il nuovo approccio all’arrampicata delle pareti rocciose dilagò a macchia d’olio nel mondo, marginalizzando in un paio di decenni, l’alpinismo tradizionale. Assodato che l’approccio alla montagna dovesse essere sostenibile e non invasivo, le nuove generazioni si misurarono, negli anni a avvenire, con il superamento di pareti sempre più difficili, utilizzando quello che venne definita “arrampicata libera” che si basava solo sulla forza, sull’abilita e sul coraggio dell’alpinista. Le pareti che un tempo erano state salite con chiodi e scalette, vennero percorse solo attraverso gesti atletici perfetti. Nel nuovo millennio, quando si esaurì la spinta di ripetere le pareti tecnicamente più complicate attraverso l’arrampicata libera, nacque una nuova forma di arrampicata, estrema sicuramente, che si caratterizzava nelle ripetizioni di queste vie molto difficili, senza corda e sistemi di sicurezza. Un alpinismo pericoloso, per pochi eletti, dove l’uomo è nudo nei confronti della montagna, senza protezioni di sicurezza, senza possibilità di scendere dalla parete velocemente, senza la possibilità di sbagliare. Questa disciplina è vista, da una parte dall’ambiente, come la consacrazione delle qualità tecniche di un atleta, ma dall’altra parte come un’attività suicida, dove un piccolo errore può mettere in gioco la vita. I leader di questa disciplina è l’americano Alexander Honnold che ha salito in free solo, nel 3 giugno 2017 la via Freerider a El Capitan, di 884 mt. con difficoltà di 5.12d VI in 3 ore e 56 minuti.Foto Nat Geo

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https://www.rmix.it/ - Epidemie Medievali e Crisi Igienico-Ambientale: La Peste Nera come Rivelatore
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Epidemie Medievali e Crisi Igienico-Ambientale: La Peste Nera come Rivelatore
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Come le Grandi Pestilenze del Medioevo Svelarono le Precarie Condizioni Sanitarie e l'Inquinamento Urbano, Innescando (Rare) Riflessionidi Marco ArezioLe grandi epidemie che flagellarono l'Europa medievale, con la Peste Nera (1347-1351) come evento paradigmatico, non furono semplici catastrofi demografiche, ma veri e propri test di stress per le fragili strutture sociali e urbane dell'epoca. Sebbene la patogenesi di tali morbi rimanesse un mistero insondabile per i contemporanei, le loro devastanti conseguenze agirono indirettamente da spietato rivelatore delle precarie condizioni igienico-sanitarie e dei diffusi problemi di inquinamento che affliggevano le città e, in misura minore, le campagne dell'epoca. L'analisi interdisciplinare condotta dagli storici della medicina e delle società medievali, avvalendosi di fonti archeologiche, documentali e scientifiche, evidenzia una correlazione significativa tra la virulenza e la diffusione delle epidemie e la qualità dell'ambiente in cui prosperavano le comunità umane. Le Città Medievali: Epicentri di Fragilità Ambientale Le città medievali, pur essendo i motori della rinascita economica e culturale dopo il "buio" altomedievale, rappresentavano intrinsecamente dei veri e propri epicentro di fragilità ambientale. La rapida crescita demografica e l'intensificazione delle attività economiche si scontrarono con l'assenza di pianificazione urbanistica e di infrastrutture igienico-sanitarie adeguate. La densità abitativa era estremamente elevata, con abitazioni spesso sovraffollate e adiacenti, prive di adeguata ventilazione e luce naturale. Questa promiscuità favoriva la rapida trasmissione di malattie respiratorie e la proliferazione di parassiti, quali pulci e pidocchi, vettori di altre patologie. Le strade strette e tortuose, pensate più per la difesa che per la salubrità, erano di fatto trasformate in cloache a cielo aperto. Qui si accumulavano indisturbati rifiuti organici di ogni genere – dagli scarti alimentari alle carcasse di animali, dalle deiezioni umane e animali agli scarti di lavorazione delle botteghe artigiane. La pioggia, anziché pulire, spesso diluiva e diffondeva ulteriormente questo substrato organico putrescente, creando un brodo primordiale per la proliferazione batterica e la diffusione di malattie.Ammalarsi e curarsi nel MedioevoL'Acqua, l'Aria e il Suolo: Vettori di Malattia Inconsapevoli L'approvvigionamento idrico rappresentava una delle criticità più acute. I fiumi che attraversavano le città erano spesso utilizzati contemporaneamente come fonti d'acqua potabile, lavatoi pubblici e, soprattutto, come ricettacoli per lo smaltimento di scarichi urbani e reflui industriali provenienti da tintorie, concerie e macelli. I pozzi, sebbene in alcuni casi potessero attingere a falde acquifere più profonde e meno contaminate, erano comunque a rischio di inquinamento da percolazione proveniente dal suolo intriso di rifiuti e dalle fosse biologiche rudimentali. La scarsa o assente consapevolezza dei meccanismi di contagio portava frequentemente alla commistione di acque potabili e reflue, esacerbando i rischi per la salute pubblica e fungendo da veicolo primario per la diffusione di malattie gastrointestinali come il colera e il tifo, endemici in molte aree. Anche l'inquinamento atmosferico non era da sottovalutare. Le città medievali erano costantemente immerse in una cappa di fumo proveniente dai focolari domestici, utilizzati per riscaldamento e cucina, e dalle attività artigianali. Le fucine dei fabbri, i forni dei panettieri, le fornaci dei vasai e le officine che lavoravano metalli producevano fumi e polveri sottili che, in assenza di sistemi di ventilazione o filtraggio, si disperdevano nell'aria. Questa costante esposizione a inquinanti atmosferici contribuiva a indebolire le vie respiratorie della popolazione, rendendola più vulnerabile alle infezioni polmonari, spesso complicanze letali di malattie come la peste bubbonica e polmonare, il tifo e la tubercolosi. Il suolo urbano, intriso di secoli di depositi di rifiuti e deiezioni, era un altro fattore ambientale di rischio. La mancanza di sepolture adeguate e la pratica di seppellire i morti nei cimiteri cittadini, spesso vicini alle abitazioni e alle fonti d'acqua, potevano contribuire alla contaminazione del terreno e delle falde acquifere, soprattutto in periodi di alta mortalità epidemica. La Peste Nera: Il Tragico Catalizzatore di ConsapevolezzaLa Peste Nera  La Peste Nera, con la sua rapidità di diffusione senza precedenti e l'altissima mortalità (stimata tra il 30% e il 60% della popolazione europea), agì come un tragico catalizzatore. Non fu causata direttamente dalle condizioni ambientali in sé, essendo veicolata principalmente dalle pulci del ratto nero infetto (Yersinia pestis), ma la rapidità, l'estensione e la virulenza del suo impatto furono indubbiamente amplificate dalle scarse condizioni igieniche generali. La sporcizia delle città offriva un habitat ideale per i ratti, la promiscuità abitativa favoriva il contatto ravvicinato tra individui e la trasmissione delle pulci, e la generale malnutrizione e le pessime condizioni di vita indebolivano il sistema immunitario delle popolazioni, rendendole estremamente vulnerabili all'infezione e alle sue complicanze. Seppur la piena comprensione scientifica della peste e del suo legame con i fattori ambientali fosse di là da venire, l'evidenza empirica della sua diffusione incontrollata in contesti di degrado igienico non passò del tutto inosservata. La Peste Nera costrinse le comunità e le autorità a confrontarsi con una realtà ineludibile: la loro vulnerabilità intrinseca e l'apparente correlazione tra sporcizia e malattia. Timidi Interventi e Nuove Consapevolezze Post-Epidemiche È fondamentale riconoscere che la comprensione dei nessi causali tra ambiente e malattia rimase limitata per gran parte del Medioevo. Le spiegazioni delle epidemie erano prevalentemente di natura religiosa (punizione divina per i peccati dell'umanità) o astrologica (influenze maligne dei corpi celesti). Tuttavia, l'enormità della crisi demografica innescata dalla Peste Nera e dalle successive ondate epidemiche (come le ricorrenti pestilenze, ma anche il tifo e il vaiolo), portò in alcuni casi a timide riflessioni e a sporadici interventi da parte delle autorità locali, specialmente nelle città più colpite e lungimiranti. Si iniziarono a registrare, seppur con discontinuità, tentativi di regolamentazione dello smaltimento dei rifiuti, con divieti di gettare immondizia nelle strade principali e l'istituzione di "uffici di nettezza" o "maestri delle vie" incaricati della pulizia urbana. Alcune città implementarono l'obbligo di rimuovere le carcasse di animali e istituirono i primi lazzaretti o "case di isolamento" per i malati, un primitivo ma significativo passo verso il concetto di quarantena. Vennero nominate figure come gli "ufficiali di sanità", sebbene con compiti ancora limitati alla sorveglianza igienica e alla registrazione dei decessi. Venezia, ad esempio, fu una delle prime città a istituire un Magistrato alla Sanità nel 1348, e a creare il suo primo lazzaretto sull'isola di Santa Maria di Nazareth nel 1403, seguito da quello di San Lazzaro degli Armeni. Anche altre città italiane, come Firenze e Milano, e in seguito alcune città francesi e inglesi, iniziarono a emanare statuti e ordinanze volti a migliorare la pulizia delle strade, la gestione dei mercati e, in alcuni casi, a cercare di controllare la qualità dell'acqua. Tuttavia, è cruciale sottolineare che tali interventi rimasero spesso episodici e di portata insufficiente a produrre cambiamenti strutturali significativi. La mancanza di conoscenze scientifiche adeguate sui veri agenti patogeni e sui meccanismi di trasmissione (la teoria dei "miasmi", l'aria corrotta, rimase dominante per secoli), unita alla persistenza di mentalità tradizionali e alla scarsità di risorse economiche e tecnologiche, ostacolò l'adozione di misure preventive realmente efficaci su larga scala. La resistenza culturale al cambiamento, la difficoltà di imporre nuove abitudini igieniche a una popolazione vasta e spesso analfabeta, e la prevalenza di spiegazioni sovrannaturali per le malattie, limitarono l'impatto di questi primi tentativi di riforma sanitaria. Conclusioni: Le Lezioni di un Passato Doloroso In conclusione, le epidemie medievali, pur nella loro intrinseca tragicità e devastazione, ebbero l'indiretto ma profondo effetto di illuminare le profonde criticità igienico-ambientali che caratterizzavano l'epoca. La Peste Nera, in particolare, con il suo impatto senza precedenti, rese palese la vulnerabilità sistemica delle società medievali di fronte a shock sanitari di vasta portata, una vulnerabilità intrinsecamente connessa alla scarsa igiene pubblica e privata, all'inadeguatezza delle infrastrutture urbane e ai diffusi problemi di inquinamento di acqua, aria e suolo. Sebbene la piena comprensione dei meccanismi di trasmissione delle malattie e la conseguente adozione di misure sanitarie e ambientali efficaci richiederanno ancora secoli di progressi scientifici, le grandi pestilenze del Medioevo rappresentano un capitolo cruciale nella storia della sanità pubblica. Esse evidenziarono, attraverso la sofferenza, la morte e la disorganizzazione sociale, la vitale importanza di un ambiente salubre e di pratiche igieniche adeguate per la sopravvivenza e il benessere delle comunità umane. Gli studi interdisciplinari contemporanei, che combinano l'archeologia, la storia della medicina, la demografia storica e le scienze ambientali, continuano a svelare le complesse interazioni tra fattori ambientali, sociali e biologici nella genesi e nella diffusione delle epidemie medievali. Queste ricerche non sono solo un esercizio di ricostruzione storica, ma offrono preziose lezioni e ammonimenti per affrontare le sfide sanitarie globali del presente e del futuro, ricordandoci che la salute umana è indissolubilmente legata alla salute dell'ambiente che ci circonda.© Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - Batterie ad accumulo non tradizionali: innovazione, sostenibilità e circolarità nei nuovi sistemi di storage energetico
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Batterie ad accumulo non tradizionali: innovazione, sostenibilità e circolarità nei nuovi sistemi di storage energetico
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Analisi tecnica sulle batterie avanzate basate su materiali alternativi e processi sostenibili per un futuro energetico circolare di Marco Arezio Il tema dell’accumulo energetico rappresenta oggi una delle principali sfide tecnologiche e ambientali della transizione verso sistemi energetici decarbonizzati e distribuiti. L’espansione delle rinnovabili, la crescita della mobilità elettrica e la digitalizzazione delle reti impongono soluzioni di storage che siano non solo efficienti, ma anche sostenibili. Se da un lato le batterie agli ioni di litio hanno dominato la scena per più di un decennio, il panorama tecnico si sta rapidamente evolvendo verso alternative non tradizionali, progettate per ridurre l’impatto ambientale, favorire il riciclo e facilitare l’integrazione in una filiera veramente circolare. L’innovazione in questo settore mira a superare i limiti delle tecnologie convenzionali, adottando materiali più abbondanti, processi produttivi meno inquinanti e architetture orientate a un ciclo di vita sostenibile. Limiti delle batterie convenzionali e urgenza di innovazione La tecnologia agli ioni di litio, oggi onnipresente in dispositivi portatili, veicoli elettrici e sistemi di accumulo stazionario, pone diversi interrogativi in termini di sostenibilità. L’estrazione di litio, cobalto e nickel comporta impatti ambientali notevoli: uso intensivo di acqua, emissioni di CO₂, produzione di scarti tossici, oltre a criticità sociali e geopolitiche legate alla concentrazione delle miniere in poche aree del pianeta. Inoltre, il ciclo di vita delle batterie al litio è ancora complesso e dispendioso in termini di riciclo, con costi elevati e processi che spesso non permettono il recupero integrale dei materiali di valore. In questo scenario, cresce la necessità di sviluppare sistemi di accumulo che rispondano a criteri di ecodesign, uso di materiali secondari, riciclabilità e minimo impatto sociale. Famiglie di batterie ad accumulo non tradizionali: classificazione tecnica Nel contesto della ricerca e dell’industria, le batterie non tradizionali possono essere suddivise in alcune macro-famiglie, tutte caratterizzate da una forte impronta di sostenibilità e circolarità: - Batterie a base acquosa (Zn-aria, Zn-MnO₂, Fe-Ni, ecc.) - Batterie a flusso redox - Batterie a stato solido con elettroliti alternativi - Batterie organiche e polimeriche - Batterie con anidride carbonica (CO₂-based) - Batterie “paper-based” e biobatterie Vediamole nel dettaglio, con attenzione agli aspetti tecnici, ai vantaggi e alle criticità di ognuna. Batterie a base acquosa: sicurezza e materie prime abbondanti Le batterie che impiegano elettroliti acquosi e materiali elettrodici diffusi (come zinco, manganese, ferro, nichel) rappresentano una delle soluzioni più interessanti in ottica di sostenibilità. L’utilizzo di acqua come elettrolita conferisce maggiore sicurezza rispetto ai solventi organici, riducendo rischi di incendio ed esplosione. Esempi tecnici: - Batterie Zn-aria: sfruttano l’ossidazione dello zinco e la riduzione dell’ossigeno atmosferico. Offrono alta densità energetica teorica, costi contenuti e semplicità di costruzione, ma presentano sfide di ciclabilità e formazione di dendriti. - Batterie Zn-MnO₂: tradizionalmente usate come pile monouso, le versioni ricaricabili stanno emergendo grazie a nuovi elettroliti stabilizzati. - Batterie Fe-Ni: le “vecchie” batterie di Edison, oggi rivalutate per il basso costo e la facilità di riciclo dei materiali. Tali sistemi sono ideali per applicazioni stazionarie, mobilità leggera e contesti in cui la sicurezza e la facilità di recupero a fine vita siano prioritari. Batterie a flusso redox: modularità e lunga durata Le batterie a flusso redox si distinguono per la separazione fisica tra capacità (determinata dalla quantità di elettrolita liquido) e potenza (definita dalla superficie delle celle). Le soluzioni più diffuse impiegano vanadio, ma stanno emergendo alternative a base di ferro, bromuro e, soprattutto, molecole organiche. Vantaggi: - Durata superiore a 10.000 cicli - Facilità di manutenzione e aggiornamento - Possibilità di riutilizzare l’elettrolita all’infinito Sul fronte della sostenibilità, i sistemi con elettroliti organici (derivati da biomassa o sottoprodotti industriali) sono oggi oggetto di intensa ricerca, in ottica di una filiera completamente green. I limiti sono dati da costi iniziali elevati e necessità di impianti dedicati, ma per lo storage stazionario su larga scala queste batterie rappresentano una delle soluzioni più promettenti. Batterie a stato solido con elettroliti alternativi: sicurezza e materiali secondari L’evoluzione delle batterie a stato solido si concentra su nuovi elettroliti ceramici o polimerici, abbinati a materiali elettrodici non critici come sodio, magnesio o calcio. Focus tecnico: - Batterie sodio-ione a stato solido: sfruttano il sodio, abbondante e facilmente reperibile, per applicazioni che richiedono elevata sicurezza e costi contenuti. - Batterie magnesio e calcio: sistemi in fase di sviluppo che promettono costi bassissimi, alta densità teorica e minori problemi di dendriti rispetto al litio. Il riciclo di queste batterie è semplificato dall’assenza di liquidi tossici e dalla natura dei materiali impiegati, facilitando la progettazione per il disassemblaggio e la seconda vita dei componenti. Batterie organiche e polimeriche: verso la bio-circular economy Un campo emergente e particolarmente dinamico è quello delle batterie basate su materiali organici: polimeri conduttivi, chinoni, composti a base di azoto e altri estratti da biomassa o sintesi green. Vantaggi principali: - Utilizzo di materiali rinnovabili o derivati da scarti agroindustriali - Bassa tossicità e potenziale biodegradabilità - Semplicità di riciclo e disassemblaggio Le principali sfide restano la stabilità a lungo termine, la resistenza all’umidità e la densità energetica ancora inferiore rispetto alle soluzioni metalliche. Tuttavia, il potenziale per applicazioni su larga scala è elevato, soprattutto in contesti dove l’impatto ambientale prevale sulla pura prestazione. Batterie con anidride carbonica (CO₂-based): accumulo e decarbonizzazione integrati Una delle frontiere più innovative e promettenti del settore è rappresentata dalle batterie che utilizzano la CO₂ come elemento attivo nel processo elettrochimico, integrando accumulo di energia e strategie di carbon capture. Principio di funzionamento Queste batterie, tipicamente denominate batterie metallo–CO₂ (litio–CO₂, sodio–CO₂, potassio–CO₂), impiegano anodi metallici che reagiscono con l’anidride carbonica durante la scarica, formando prodotti solidi (carbonati o ossalati) e liberando energia. In fase di ricarica, la reazione viene invertita, consentendo il rilascio controllato della CO₂ o la sua conversione in altre sostanze utili. Sostenibilità e circolarità - Cattura e valorizzazione della CO₂: queste batterie permettono di integrare il sequestro della CO₂ in processi industriali energivori, trasformando un gas serra in risorsa di accumulo. - Materiali abbondanti e riciclabili: i sistemi sodio–CO₂ e potassio–CO₂ impiegano metalli diffusi e facilmente riciclabili. - Facilità di recupero dei sottoprodotti: i carbonati formati possono essere separati e riutilizzati in processi industriali o chimici, riducendo la necessità di smaltimento. Sfide tecnologiche e prospettive La stabilità dei cicli di carica/scarica, la gestione dei sottoprodotti solidi e l’efficienza energetica restano le principali criticità, insieme alla necessità di catalizzatori sempre più performanti. Tuttavia, prototipi già funzionanti sono in fase di test presso grandi centri di ricerca (MIT, Stanford, istituti europei) e potrebbero diventare una soluzione strategica per industrie come cementifici, chimica pesante e impianti di produzione energetica che già oggi emettono elevate quantità di CO₂. Le batterie CO₂-based rappresentano dunque una risposta tecnica e circolare alla duplice esigenza di storage e decarbonizzazione, con prospettive di crescita nei prossimi dieci anni. Batterie “paper-based” e biobatterie: soluzioni biodegradabili per l’elettronica diffusa La spinta verso l’elettronica diffusa e l’Internet of Things ha portato allo sviluppo di batterie completamente biodegradabili, costruite su substrati di cellulosa conduttiva o alimentate da enzimi e microrganismi. Questi sistemi sono ideali per applicazioni temporanee (etichette smart, sensori ambientali usa-e-getta, dispositivi medici monouso), dove la semplicità di smaltimento e il basso impatto sono priorità assolute. Le sfide riguardano principalmente la potenza e la durata limitate, ma il potenziale per un ciclo interamente green è ormai realtà. Integrazione dei sistemi sostenibili nella circular economy La vera rivoluzione delle batterie non tradizionali non riguarda solo i materiali impiegati, ma l’adozione di strategie di design for recycling, modularità, digitalizzazione dei flussi e piattaforme di “seconda vita” che allungano il ciclo utile del prodotto prima del riciclo finale. Le best practice del settore includono: - Progettazione di celle e moduli facilmente separabili, con tracciabilità digitale - Implementazione di piattaforme di diagnosi avanzata dello stato di salute - Recupero idrometallurgico a basso impatto e biotecnologie per la separazione dei materiali - Sviluppo di modelli di business come la “battery as a service” e la responsabilità estesa del produttore Casi di studio e applicazioni industriali - Storage stazionario e microgrid: batterie a flusso e a base acquosa stanno trovando impiego in microreti locali e sistemi di backup, grazie a costi contenuti e lunga vita operativa. - Mobilità sostenibile: batterie sodio-ione, zinco-aria e CO₂-based sono candidate per veicoli leggeri, flotte condivise e soluzioni di mobilità urbana a basso impatto. - Elettronica usa-e-getta e IoT: batterie organiche e paper-based stanno rivoluzionando il settore delle etichette intelligenti, sensori e dispositivi smart a ciclo breve. Prospettive future: ricerca, regolamentazione e mercato La strada verso un accumulo energetico veramente circolare è segnata da una convergenza di innovazione tecnologica, leggi più stringenti (come i nuovi regolamenti europei su responsabilità e riciclabilità), e crescente domanda di soluzioni responsabili. Le priorità della ricerca riguardano: - Ottimizzazione di densità energetica e ciclabilità nei sistemi organici e CO₂-based - Automazione e digitalizzazione dei processi di selezione, smontaggio e riciclo - Tracciabilità tramite blockchain e piattaforme digitali per la gestione del ciclo di vita In questo scenario, la competitività delle batterie non tradizionali è destinata a crescere, guidando una trasformazione profonda della filiera energetica globale. Conclusione: accumulo sostenibile, motore della transizione ecologica Il futuro delle batterie ad accumulo è già in parte scritto nella capacità di coniugare innovazione tecnica, responsabilità ambientale e nuovi modelli di business circolari. Le soluzioni non tradizionali analizzate – dalle batterie a base acquosa a quelle CO₂-based, dalle batterie organiche alle paper-based – testimoniano una filiera in profonda trasformazione, capace di sostenere la transizione energetica riducendo la dipendenza da risorse critiche e minimizzando l’impatto sull’ambiente. Affrontare le sfide residue di costo, prestazione e scalabilità sarà fondamentale, ma la direzione è tracciata: accumulare energia senza accumulare problemi, verso un futuro energetico più resiliente, equo e pulito. © Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - Ogden Bolton Jr.: La Visionaria Invenzione della Prima Bicicletta Elettrica
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Scopri la storia di Ogden Bolton Jr., l’inventore della bici elettrica, e come la sua idea rivoluzionaria del 1895 abbia gettato le basi per la mobilità sostenibile modernadi Marco ArezioNell’immaginario collettivo, le biciclette elettriche sono spesso associate a una tecnologia recente, simbolo di sostenibilità e progresso urbano. Tuttavia, l’idea di una bici alimentata da un motore elettrico ha radici ben più profonde. Alla fine del XIX secolo, Ogden Bolton Jr. depositò un brevetto che avrebbe segnato una pietra miliare nella storia dei trasporti personali. Questa è la storia di un inventore visionario, del suo tempo e delle sue sfide. Ogden Bolton Jr.: Un uomo del suo tempo Ogden Bolton Jr. visse negli Stati Uniti in un’epoca di straordinario fermento tecnologico e sociale. Il XIX secolo fu un periodo di rapidi cambiamenti: l’elettricità stava iniziando a rivoluzionare la società, con invenzioni come la lampadina di Thomas Edison e il telegrafo di Samuel Morse che aprivano nuove frontiere. Le città americane si trasformavano, le industrie fiorivano, e il trasporto personale cominciava a evolversi. Era un’epoca in cui i pionieri tecnologici potevano plasmare il futuro con idee audaci. Di Ogden Bolton Jr. si sa relativamente poco, ma la sua invenzione suggerisce una mente acuta e visionaria. Non ci sono testimonianze dirette sulla sua vita personale o sul percorso che lo portò a sviluppare una bici elettrica, ma il suo nome rimane indissolubilmente legato a un brevetto che fece storia. Il brevetto del 1895 Il 31 dicembre 1895, Bolton depositò presso l’Ufficio Brevetti degli Stati Uniti il progetto di una "bicycle powered by electricity" (bicicletta alimentata da elettricità). Il brevetto descriveva una bicicletta a trazione elettrica con un motore montato nella ruota posteriore. L’energia era fornita da una batteria ricaricabile situata sotto il telaio, una configurazione sorprendentemente simile a molte delle bici elettriche moderne. Bolton immaginò un motore da 100 ampere, capace di spingere la bicicletta senza bisogno di un sistema di ingranaggi o pedali, un concetto radicale per l’epoca. Sebbene non ci siano prove che il prototipo sia mai stato costruito, il brevetto dimostra che Bolton aveva compreso le potenzialità dell’elettricità come forza motrice. Un’epoca di fermento tecnologico L’invenzione di Bolton si inserisce in un contesto storico in cui i trasporti erano in rapida evoluzione. La bicicletta stava vivendo un momento di grande popolarità grazie alla sua accessibilità e alla crescente urbanizzazione. Contemporaneamente, i primi veicoli a motore iniziavano a emergere, con figure come Karl Benz in Germania e Henry Ford negli Stati Uniti che lavoravano alla creazione delle automobili. La concorrenza tecnologica era feroce. L’elettricità era una tecnologia emergente, ma doveva ancora dimostrare la sua superiorità rispetto al motore a combustione interna, che dominò il mercato nei decenni successivi. Bolton, come molti inventori del suo tempo, si trovò a competere con una schiera di visionari che cercavano di reinventare i trasporti. Successi e limiti Nonostante il suo genio, Ogden Bolton Jr. non ottenne il successo commerciale che meritava. Non ci sono testimonianze di una produzione di massa della sua bicicletta elettrica, e il suo nome svanì dalle cronache poco dopo il deposito del brevetto. I limiti tecnologici del tempo giocarono probabilmente un ruolo cruciale: le batterie erano ingombranti e poco efficienti, mentre il motore elettrico era costoso e complesso da integrare in un veicolo accessibile. Inoltre, la bici elettrica di Bolton si scontrava con una realtà di mercato dominata da biciclette tradizionali, più economiche e familiari al pubblico. Anche la nascita dell’automobile, con la sua promessa di velocità e autonomia, spostò l’interesse degli investitori e dei consumatori. La concorrenza e l’eredità La concorrenza non mancava. Negli stessi anni, altre menti brillanti sperimentavano l’integrazione del motore elettrico nei veicoli. Nel 1897, Albert Augustus Pope introdusse una delle prime biciclette motorizzate, nota come Columbia Electric Bicycle, ma anch’essa rimase un prodotto di nicchia. Tuttavia, il brevetto di Bolton rappresenta un punto di partenza fondamentale nella storia della mobilità elettrica. La sua visione precorse di oltre un secolo il boom delle biciclette elettriche, che oggi sono uno dei mezzi di trasporto più innovativi e sostenibili. Immergersi nel passato: il fascino della visione di Bolton Immaginate di camminare per le strade di New York o Chicago nel 1895. Le città pulsano di vita, illuminate dalle prime lampade elettriche. Le biciclette sfrecciano tra carrozze trainate da cavalli, mentre gli ingegneri discutono animatamente di motori e innovazioni. In questo scenario, Ogden Bolton Jr. concepisce un’idea che sembra venire dal futuro: una bicicletta che si muove senza pedalare, alimentata da una forza invisibile, l’elettricità. La sua invenzione, anche se non riconosciuta immediatamente, aprì le porte a un nuovo modo di pensare il trasporto personale. Bolton potrebbe non aver vissuto abbastanza a lungo da vedere il trionfo della sua visione, ma il suo contributo rimane un capitolo fondamentale nella storia dell’innovazione. Conclusione Ogden Bolton Jr. è un simbolo di un’epoca in cui l’ingegno e la passione per il progresso alimentavano sogni straordinari. Sebbene la sua bici elettrica non abbia mai raggiunto le masse, il suo brevetto è una testimonianza della capacità umana di immaginare un futuro migliore. Oggi, le biciclette elettriche sono una realtà diffusa, apprezzate per la loro sostenibilità e praticità. Ma ogni volta che vediamo una e-bike sfrecciare per le strade, possiamo ricordare che tutto ebbe inizio nel 1895, con un uomo e un’idea rivoluzionaria.© Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - Nuove Sfide nel Campo del Biogas: Patrizia Rileva Biomet
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Nuove Sfide nel Campo del Biogas: Patrizia Rileva Biomet
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Il gruppo tedesco con sede ad Augsburg ha investito 75 milioni di euro in Biometdi Marco ArezioAlla luce delle crisi energetiche che si sono manifestate attraverso l’innalzamento esponenziale del prezzo del gas e nella riduzione delle forniture da parte della Russia, in Europa si segnalano movimenti industriali finalizzati ad una maggiore autonomia energetica. Per questo, il biogas è al centro dell’interesse delle società Europee, che stanno lavorando per creare le giuste aggregazioni così da incrementare la produzione e l’autonomia dalle forniture dalle aree critiche. Nonostante la materia prima da rifiuto è, ed è stata sempre presente in tutti i paesi Europei, forse per comodità, per abitudine o per questioni economiche, la produzione di biogas è sempre restata abbastanza marginale. Oggi, a seguito delle crisi ambientali conclamate e non solo annunciate, per la mancanza di gas e per i costi proibitivi, si cerca di valorizzare il rifiuto per la produzione di energia. Come ci racconta Elena dal Maso, attraverso l’articolo pubblicato su Milano Finanza, il gruppo tedesco Patrizia, quotato sul Dax, ha rilevato l'80% di Biomet Spa. L'Italia è il secondo mercato di biogas nell'Ue dopo la Germania con 2 miliardi di metri cubi prodotti fino ad oggi. Intanto che il gas ad Amsterdam sta volando anche oggi a 124,5 euro a causa dei blocchi della Russia (+5,7% a 124,5 euro il megawatt ora), Patrizia Infrastructure, società tedesca di investimenti quotata al Dax di Francoforte, ha rilevato la quota di maggioranza di Biomet Spa per creare il primo polo europeo nella produzione di biometano di tipo Gnl. Il gruppo tedesco con sede ad Augsburg ha investito 75 milioni di euro in Biomet acquisendo il controllo dall'imprenditore Walter Lagorio e da Ankorgaz, il veicolo dell'amministratore delegato e fondatore di Biomet, Antonio Barani. Quest'ultimo rimane azionista di minoranza con il 20%. Il titolo intanto sale dell'1,13% a 10,76 euro a Francoforte per oltre 1 miliardo di capitalizzazione. L'acquisizione ha come scopo creare il maggiore impianto d'Europa per la produzione di biometano Gnl. Patrizia gestisce circa 55 miliardi di euro di asset e impiega oltre 1.000 professionisti in 27 sedi in tutto il mondo. L'operazione in Italia è stata pensata per dar vita al maggiore impianto d'Europa per la produzione di biometano Gnl da rifiuti naturali e sarà il primo impianto italiano direttamente collegato alla rete nazionale del gas di trasporto di Snam, con una stazione di rifornimento in loco. Patrizia Infrastructure ha investito in Biomet in una fase avanzata di costruzione, con l'impianto di liquefazione del gas che dovrebbe essere operativo entro l'estate 2022, l'impianto di biogas entro dicembre e i quattro impianti di upgrading del biometano entro il 2024. La produzione di biometano può essere triplicata a 26.400 tonnellate l'anno L'impianto di biometano di Biomet ha attualmente una capacità di 40.000 tonnellate di rifiuti organici ogni anno. L'impianto di liquefazione ha una capacità di 8.800 tonnellate di bio-Gnl all'anno, con il potenziale per aumentare la produzione a 26.400 tonnellate, quasi tre volte tanto. Matteo Andreoletti, Head of Infrastructure Equity, Europe and North America di Patrizia, ha ha spiegato che "Biomet svolgerà un ruolo cruciale nel contribuire alla decarbonizzazione dei trasporti in Italia". Il biogas gioca una partita importante "nella transizione energetica e nel sostenere le comunità agricole locali". Patrizia continua a vedere in Italia "eccellenti opportunità di investimento nei settori associati alla transizione verso un sistema energetico più pulito, all'interno di infrastrutture di fascia media", aggiunge Andreoletti.Il biogas e il bio-Gnl contribuiscono "in modo significativo agli obiettivi politici dell'Ue per ridurre i consumi di energia primaria e le emissioni di anidride carbonica", ricorda il manager.I costi fissi di produzione del biogas rendono il bio-GNnl da rifiuti "un'alternativa competitiva e a emissioni zero rispetto al Gnl convenzionale, soprattutto per il settore dei trasporti", riprende Andreoletti. Il governo italiano ha riconosciuto l'importanza della produzione di bio-Gnl "con un solido schema di incentivi con un impegno a lungo termine per sostenere lo sviluppo duraturo di questa tecnologia", sottolinea il manager.

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