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PILONE CENTRALE DEL FRENEY: STORIA, EPOPEA E TRAGEDIE DELL’ALPINISMO ESTREMO SUL MONTE BIANCO

Ambiente
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare - Pilone Centrale del Freney: Storia, Epopea e Tragedie dell’Alpinismo Estremo sul Monte Bianco
Sommario

- Pilone Centrale del Freney: Geografia e Caratteristiche della Parete

- L’Alpinismo sul Monte Bianco negli Anni ‘50 e ‘60

- Le Prime Esplorazioni e i Tentativi sulla Parete del Freney

- La Tragedia del 1961: Cronaca di una Salita Drammatica

- La Prima Salita Integrale del Pilone Centrale del Freney

- Vie Nuove e Prime Ripetizioni sul Pilone Centrale

- Tragedie, Incidenti e Rischi Oggettivi sulla Parete del Freney

- Il Pilone Centrale del Freney nell’Immaginario Alpinistico

Dalla conquista del Pilone Centrale del Freney alle imprese leggendarie e alle tragedie che hanno segnato l’alpinismo


di Marco Arezio

L’immensa mole del Monte Bianco, la montagna più alta delle Alpi, si articola in versanti e speroni che, nel corso della storia dell’alpinismo, hanno rappresentato sfide di livello estremo. Tra queste, la parete sud, o versante francese, è da sempre considerata il regno dell’avventura e della drammaticità, con i suoi piloni, seracchi e pareti di granito strapiombanti. In questo scenario, il Pilone Centrale del Freney, una delle strutture più imponenti ed eleganti della testata della Vallée Blanche, si staglia come un simbolo leggendario di conquista, tragedia e rinnovata speranza, diventando teatro di alcune delle più note e discusse vicende dell’alpinismo mondiale.

Inquadramento Geografico e Alpinistico

Il Pilone Centrale del Freney è un pilastro di granito alto circa 400 metri, situato al centro della parete sud del Monte Bianco, tra il Pilone Gervasutti (a sinistra, guardando la parete) e il Pilone Centrale (a destra si trova il Pilone d’Angle). Questa formazione rocciosa, protesa come una lama verso il cielo, si eleva dal bacino glaciale del Freney, una conca austera e isolata che si raggiunge partendo dal rifugio Monzino, dopo una lunga marcia d’avvicinamento su ghiacciaio e nevai. Dal punto di vista tecnico, il Pilone Centrale offre un’arrampicata severa, prevalentemente su granito compatto, alternata a tratti di misto e ghiaccio a seconda delle condizioni e dell’epoca dell’anno.

Negli anni ‘50 e ‘60, il Monte Bianco rappresentava l’apice dell’alpinismo europeo: superate le grandi vie classiche dei versanti italiani e francesi, la nuova generazione di alpinisti cercava sfide su pareti sempre più difficili e ingaggianti. Era l’epoca della nascita dell’alpinismo “moderno”, segnato dalla ricerca della difficoltà tecnica e dell’impegno su vie lunghe, con bivacchi sospesi in parete e rischi oggettivi altissimi.

Le Prime Esplorazioni e la Fama di Parete Inviolata

Il Pilone Centrale del Freney fu osservato, studiato e tentato più volte già dagli anni ‘30, ma il suo aspetto minaccioso – verticalità, instabilità dei seracchi sovrastanti, isolamento e difficoltà di ritirata – scoraggiò per decenni ogni tentativo serio di salita diretta. Alpinisti del calibro di Giusto Gervasutti, Lionel Terray e altri grandi protagonisti dell’epoca considerarono la linea del pilone come la “grande incompiuta” del massiccio, una sorta di “ultimo problema” delle Alpi Occidentali.

I primi tentativi, spesso poco documentati o abortiti per il rischio oggettivo rappresentato dai seracchi incombenti, non riuscirono mai a raggiungere la vetta, ma contribuirono a cementare la reputazione della parete come luogo di avventura totale e di pericolo estremo.

L’Epopea del 1961: Tragedia e Conquista

La storia del Pilone Centrale del Freney è irrimediabilmente segnata dall’epopea drammatica dell’estate 1961, una vicenda che ha lasciato un segno profondo nella storia dell’alpinismo mondiale.

Nel luglio di quell’anno, due cordate d’élite si unirono per tentare la prima salita della direttissima al Pilone Centrale: la cordata italiana composta da Walter Bonatti, Roberto Gallieni e Andrea Oggioni, e quella francese formata da Pierre Mazeaud, Pierre Kohlmann, Robert Guillaume, Jean Bianco e l’inglese Chris Bonington. Dopo i primi giorni di maltempo e una difficile progressione sulla parete, il gruppo fu colpito da una delle peggiori tempeste estive che la zona ricordi, bloccandoli in parete senza possibilità di ritirata rapida.

Le scorte d’acqua e viveri finirono in fretta. La lotta contro il freddo, la fame e lo sfinimento si protrasse per giorni, in condizioni disperate. Dopo ripetuti tentativi di scendere, quattro dei membri – Oggioni, Kohlmann, Guillaume e Bianco – morirono di sfinimento e congelamento durante la ritirata. Bonatti, Gallieni, Mazeaud e Bonington, ridotti allo stremo, riuscirono infine a salvarsi, raggiungendo la base della parete in condizioni drammatiche.

Quell’episodio, passato alla storia come “la tragedia del Freney”, fu vissuto come un vero e proprio lutto dall’intera comunità alpinistica internazionale. Walter Bonatti, che aveva già alle spalle imprese leggendarie come la solitaria al Petit Dru, rimase segnato da quell’esperienza, che raccontò nel libro “I giorni grandi” con grande pathos e intensità emotiva. Da allora, il Pilone Centrale fu visto come luogo di dolore, coraggio e redenzione.

La Conquista: Prima Salita alla Vetta

Fu solo qualche settimana dopo la tragedia, il 9-10 agosto 1961, che una cordata guidata da René Desmaison, con Pierre Julien e altri alpinisti francesi, riuscì finalmente a completare la prima salita integrale del Pilone Centrale, seguendo una linea simile a quella tentata da Bonatti e compagni.

La loro ascensione, meno drammatica ma ugualmente impegnativa, segnò la fine di un’epoca di incertezza e la consacrazione del Pilone come una delle grandi vie classiche del Monte Bianco.

L’impresa, lodata su tutta la stampa internazionale, inaugurò un periodo di grande interesse per la parete, che divenne rapidamente il banco di prova per le migliori cordate europee. Il Pilone Centrale divenne così non solo il simbolo della difficoltà tecnica, ma anche della resistenza psicologica e del rispetto assoluto per la montagna.

Le Vie Nuove e le Prime Ripetizioni

Dopo la salita di Desmaison, il Pilone Centrale fu ripetuto più volte negli anni successivi, diventando una meta ambita per gli alpinisti più esperti. Tra le ripetizioni storiche si ricordano quella di Pierre Mazeaud e compagni (già protagonisti della tragedia), che nel 1963 tornarono a completare la via, e quella di altri grandi nomi come Gaston Rébuffat e René Desmaison stesso, che negli anni ‘70 contribuì a tracciare varianti e nuove vie sul pilastro e sulle strutture adiacenti.

Negli anni ‘70 e ‘80, la via fu ripetuta anche in stile più moderno, con meno uso di chiodi a pressione e progressiva riduzione dell’attrezzatura fissa, anticipando l’approccio “by fair means” che avrebbe poi dominato l’alpinismo degli anni ‘90 e 2000.

Le nuove vie, come la “Direttissima Inglese” aperta nel 1973 da una cordata britannica, e la “Via degli Svizzeri” nel 1984, testimoniano l’evoluzione tecnica e la volontà di confrontarsi con le difficoltà su terreno sempre più vergine e impegnativo. La parete del Freney, grazie alle sue qualità tecniche e ambientali, divenne palestra d’elezione per l’alpinismo di punta europeo e internazionale.

Tragedie e Imprevisti: Il Freney come Parete Maledetta

Nonostante il passare degli anni e i progressi dell’attrezzatura, la parete del Freney ha continuato a mietere vittime. Diverse cordate sono state travolte dai seracchi mobili del bacino superiore, mentre altre sono rimaste bloccate in parete per improvvisi peggioramenti del tempo, condizioni tra le più insidiose di tutto l’arco alpino.

Nel 1997, una valanga di seracchi provocò la morte di due giovani alpinisti, riportando alla memoria la vulnerabilità di chi si misura con la parete. L’attenzione ai bollettini meteo, alle condizioni della neve e alle temperature rimane, ancora oggi, una delle principali regole per chi affronta la salita. L’evoluzione della sicurezza non ha cancellato il carattere imprevedibile e “selvaggio” della zona del Freney, che si conferma teatro di sfide estreme.

Il Pilone Centrale nell’Immaginario Collettivo

Oltre ai fatti documentati, il Pilone Centrale del Freney ha assunto un valore simbolico nell’immaginario alpinistico: rappresenta il limite tra l’alpinismo “eroico” delle origini e l’alpinismo tecnico, moderno, consapevole dei rischi ma deciso ad affrontarli con rispetto e preparazione. Le fotografie in bianco e nero delle prime salite, i racconti di Bonatti e Desmaison, i resoconti delle tragedie e delle salite fortunate compongono un mosaico che parla di ambizione, paura, grandezza e fragilità umana.

Ancora oggi, la salita del Pilone Centrale non è solo un’impresa tecnica, ma un viaggio nel tempo e nello spirito dell’alpinismo. Chi si misura con questa parete entra a far parte di una storia collettiva fatta di tentativi, rinunce, successi e, purtroppo, anche di tragedie, in cui ogni passo è dettato dalla consapevolezza di essere ospiti di un ambiente estremo, che non concede errori.

Conclusioni: L’Eredità del Freney

A più di sessant’anni dalla conquista, il Pilone Centrale del Freney rimane uno degli obiettivi più ambiti e rispettati del Monte Bianco. La sua storia, costellata di imprese epiche e drammi umani, rappresenta ancora oggi una delle pagine più intense dell’alpinismo mondiale. Le nuove generazioni si avvicinano alla parete con umiltà e rispetto, consapevoli che, oltre alla difficoltà tecnica, il vero banco di prova è la capacità di capire i limiti, accettare le condizioni, e sapersi fermare quando la montagna lo impone.

Il Pilone Centrale del Freney continua così a essere, per chi ama la montagna, molto più di una semplice parete: è il luogo dove l’uomo incontra i suoi limiti e, a volte, il suo destino.

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