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https://www.rmix.it/ - Rinnovabili: Accumulo di Energia Tramite le Batterie a Sabbia
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Rinnovabili: Accumulo di Energia Tramite le Batterie a Sabbia
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Innovazione nelle Energie Rinnovabili: La Rivoluzione delle Batterie a Sabbia per l'Accumulo EnergeticoParlare oggi di energie rinnovabili sfondiamo solo porte aperte, in quanto la transizione energetica verso una produzione più green dell’elettricità è ormai nei programmi dei governi, delle aziende e anche dei cittadini.Abbiamo conosciuto però anche i minus che il sistema di gestione della distribuzione dell’energia prodotta con le fonti rinnovabili portava con sé. Mi riferisco in particolar modo all’accumulo del surplus energetico, da impiegare nei momenti in cui gli impianti solari ed eolici non hanno una performance elevata a causa delle condizioni metereologiche o nelle ore notturne. Il collo di bottiglia della conversione energetica su larga scala stava proprio nel poter disporre di corrente in modo continuativo e senza interruzioni, anche quando la produzione era bassa rispetto alla domanda. Ci ha pensato una start up, la Magaldi Green Energy, che ha proposto una batteria, per l’accumulo dell’energia in surplus, attraverso un brevetto per una batteria a “sabbia”. Il sistema brevettato, si basa su una tecnologia di accumulo realizzato attraverso un letto di sabbia fluidizzato, che viene alimentato, a sua volta, da energie rinnovabili. La batteria a sabbia può essere caricata con energia elettrica o termica, in modo che vengano immagazzinate per un tempo variabile dalle 4 ore ad alcune settimane, senza registrare una perdita importante, per essere restituite alla rete quando ce ne fosse bisogno, soprattutto quando il sole e il vento non ne producono in modo efficiente attraverso gli impianti dedicati. I vantaggi della fluidizzazione della sabbia sono molto evidenti, secondo Letizia Magaldi, vicepresidente dell’azienda e riguardano le grandi capacità di accumulo termico, l’efficienza termica elevata, con la possibilità di migliorare la disponibilità in rete di energia e la riduzione delle emissioni di Co2 in atmosfera.

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https://www.rmix.it/ - La Prima Salita alla Parete Nord dell’Eiger: L’Impresa Storica del 1938
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare La Prima Salita alla Parete Nord dell’Eiger: L’Impresa Storica del 1938
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Dal “problema irrisolto delle Alpi” alla conquista di Anderl Heckmair, Ludwig Vörg, Heinrich Harrer e Fritz Kasparek: la cronaca, i protagonisti e l’eredità della leggendaria prima salitadi Marco ArezioNegli anni Trenta, la Parete Nord dell’Eiger era considerata il più grande problema irrisolto dell’alpinismo europeo. Una muraglia di calcare alta quasi duemila metri, esposta ai venti gelidi dell’Oberland bernese e perennemente battuta da frane di roccia e colate di ghiaccio, rappresentava un monito silenzioso per chiunque osasse avvicinarsi. L’Eiger, con la sua ombra cupa che al tramonto si allungava sulle vallate di Grindelwald, era già noto per aver mietuto vittime tra gli scalatori più esperti. Tentativi precedenti si erano conclusi in tragedia: cordate intrappolate dalla neve, uomini spazzati via dalle valanghe, bivacchi forzati nel cuore della parete con temperature polari. La stampa parlava di “parete maledetta”, e ogni nuova spedizione era seguita con una miscela di ammirazione e timore. Il contesto storico-alpinistico degli anni Trenta L’Europa viveva un’epoca di tensioni politiche e di orgoglio nazionale, e le grandi ascensioni alpine diventavano anche simboli di prestigio. La conquista delle tre grandi pareti Nord – Cervino, Grandes Jorasses ed Eiger – era l’obiettivo supremo per l’élite degli scalatori. Il Cervino e le Jorasses erano già cadute sotto l’assalto di alpinisti visionari, ma l’Eiger resisteva. La sua Nord non era soltanto una sfida tecnica: era un test di resistenza umana, di sopravvivenza, di capacità di muoversi in un ambiente dove il margine d’errore si misurava in secondi. Nel 1935, due alpinisti tedeschi, Karl Mehringer e Max Sedlmayr, erano morti intrappolati da una tormenta; l’anno dopo, un’altra cordata aveva dovuto ritirarsi in condizioni disperate. Ogni fallimento aumentava il fascino e la leggenda della montagna. I protagonisti della conquista Luglio 1938 segnò un momento decisivo. Due cordate, una formata dagli austriaci Heinrich Harrer e Fritz Kasparek, l’altra dai tedeschi Anderl Heckmair e Ludwig Vörg, si trovarono sulla parete quasi per caso. Harrer, giovane e ambizioso, e Kasparek, solitario e metodico, avevano iniziato la salita con un approccio leggero e veloce. Heckmair, guida esperta e dal carattere deciso, era accompagnato da Vörg, atleta potente e instancabile. Il destino volle che, dopo un giorno di arrampicata, le due coppie si unissero, combinando la prudenza e la visione strategica di Heckmair con l’audacia dei due austriaci. La loro collaborazione, nata in parete, sarebbe diventata leggenda. La cronaca dell’impresa La salita iniziò il 21 luglio. Già nelle prime ore, i quattro dovettero affrontare passaggi delicatissimi, tra placche lisce e tratti ghiacciati. La traversata del famigerato “Hinterstoisser” – un tratto diagonale su lastre levigate dove la perdita di aderenza significava la caduta nel vuoto – fu superata con una corda fissa, che avrebbe poi permesso il passaggio a Heckmair e Vörg. La progressione era lenta e faticosa: lunghi tiri su ghiaccio verticale, colate di neve polverosa che piombavano dall’alto, e la necessità costante di assicurarsi in un ambiente privo di punti naturali. Il secondo giorno portarono a termine la scalata del “Primo Nevaio” e affrontarono il “Ragno Bianco”, una zona di ghiaccio sospesa sotto la cima, che sembrava un’enorme ragnatela di neve e pareva proteggere l’accesso alla vetta. La temperatura crollò, il vento aumentò, e il bivacco notturno fu un’esperienza estrema: appesi alle corde, con le scarpe gelate, respiravano vapore ghiacciato. Il 24 luglio, esausti ma determinati, superarono l’ultimo bastione roccioso e raggiunsero la cresta sommitale. Il panorama dell’Oberland si aprì improvviso e abbagliante. La prima ascensione della Parete Nord dell’Eiger era compiuta. Il risalto storico La notizia si diffuse in poche ore. In Svizzera, Germania e Austria, i giornali annunciarono l’impresa come una vittoria epocale, non solo sportiva ma anche simbolica. La conquista dell’“ultimo problema delle Alpi” segnava un cambio di epoca: l’alpinismo entrava definitivamente nella dimensione dell’estremo, dove la tecnica, la strategia e la capacità di resistere fisicamente e mentalmente diventavano fattori imprescindibili. L’impresa del 1938 non chiuse il capitolo delle tragedie sull’Eiger – negli anni successivi altre cordate avrebbero perso la vita – ma aprì una nuova stagione di sfide. La via Heckmair, come fu battezzata, divenne la linea di riferimento per generazioni di alpinisti. Harrer, in seguito, avrebbe immortalato la storia nel celebre libro Il Ragno Bianco, trasformando quella salita in un mito capace di sopravvivere ai decenni. Ancora oggi, chi guarda la parete Nord dell’Eiger può immaginare i quattro uomini sospesi tra roccia e cielo, sfidare il vento e la paura, e capire perché quella conquista rimanga una delle più straordinarie imprese della storia dell’alpinismo.© Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - Una Super Tempesta Solare di 14.300 Anni Fa: La Natura Testimone del Passato Cosmico
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Una Super Tempesta Solare di 14.300 Anni Fa: La Natura Testimone del Passato Cosmico
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Un gruppo di ricerca anglo-francese ha scoperto nei tronchi di pino delle Alpi francesi le tracce di una violentissima tempesta solare, la più intensa degli ultimi 15.000 annidi Marco ArezioLa natura, con i suoi cicli lenti e inesorabili, può custodire tracce del passato che vanno ben oltre i cambiamenti climatici. Un esempio affascinante è la scoperta fatta di recente da un gruppo di ricerca anglo-francese che, analizzando antichi tronchi di pino silvestre, ha portato alla luce l’evidenza di una violenta tempesta solare avvenuta circa 14.300 anni fa. Questo evento, di portata eccezionale, è stato scoperto esaminando tronchi subfossili (ossia non completamente fossilizzati) rinvenuti nelle Alpi francesi meridionali, vicino alla località di Gap. Utilizzando il metodo del radiocarbonio per datare i tronchi, gli scienziati hanno rilevato un picco anomalo di radiocarbonio nei cerchi di crescita degli alberi, segno evidente di un evento eccezionale nell’atmosfera. Questo dato è stato poi incrociato con le informazioni provenienti dalle carote di ghiaccio prelevate in Groenlandia, rivelando un’allarmante correlazione: intorno ai 14.300 anni fa, la Terra è stata colpita da una tempesta solare estrema. Le tempeste solari, conosciute anche come tempeste geomagnetiche, sono causate da potenti eruzioni sulla superficie del Sole, che rilasciano particelle cariche nello spazio. Queste particelle possono raggiungere la Terra e interagire con il suo campo magnetico, creando fenomeni spettacolari come le aurore boreali, ma anche effetti potenzialmente devastanti sui sistemi tecnologici moderni. Sebbene oggi i nostri satelliti e infrastrutture elettriche possano essere vulnerabili a tali eventi, migliaia di anni fa, come dimostrano questi tronchi di pino, anche la natura era testimone di queste manifestazioni cosmiche. La scoperta di questo evento specifico offre uno sguardo su come la Terra abbia subito influenze cosmiche ben prima della comparsa delle tecnologie moderne. Secondo gli studiosi, negli ultimi 15.000 anni sono stati registrati nove eventi simili, ma nessuno di essi è stato tanto intenso quanto quello verificatosi 14.300 anni fa. Questa ricerca non solo apre nuove strade per comprendere meglio la storia climatica e atmosferica della Terra, ma solleva anche interrogativi su quanto possiamo aspettarci che eventi simili accadano in futuro. Le implicazioni per il presente e il futuro sono significative. Se una tempesta solare di tale intensità dovesse verificarsi oggi, potrebbe causare danni estesi ai sistemi di comunicazione satellitare, alle reti elettriche e ad altri apparati tecnologici. Lo studio di eventi passati come questo, quindi, non è solo di interesse accademico, ma può avere applicazioni concrete per la preparazione a possibili catastrofi future. In definitiva, la natura ci offre ancora una volta una finestra sul passato, e la scienza ci permette di decifrare questi messaggi antichi, per meglio comprendere il nostro presente e prepararci per ciò che il futuro potrebbe riservare. La storia del nostro pianeta e del sistema solare è costellata di eventi straordinari, e il compito della ricerca scientifica è quello di interpretarli e imparare da essi.© Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - Un Nuovo Impianto per Energia Elettrica Rinnovabile dalle Onde Marine
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Un Nuovo Impianto per Energia Elettrica Rinnovabile dalle Onde Marine
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Le onde sono sempre in movimento e per questo sono un’ottima opportunità per produrre energia rinnovabiledi Marco ArezioA volte le cose le abbiamo sotto gli occhi ma non le vediamo, così come il mare lo abbiamo sempre visto in una chiave un po' ristretta, utilizzato per la navigazione, la pesca, le vacanze, ma quasi mai l’abbiamo visto come fonte di energia. Se l’energia rinnovabile prodotta dal vento o dal sole può avere dei cali produttivi, a causa di periodi di assenza di correnti ventose, o a causa della copertura del cielo, che riduce l’irraggiamento solare, quella del moto ondoso è, tra quelle citate, la più costante e continuativa. Da qualche anno si stanno facendo esperimenti su come poter creare energia rinnovabile elettrica dal mare, minimizzando l’impatto ambientale e dando autonomia energetica anche alle piccole isole, lontane dalla rete elettrica che si produce sulla terraferma.La crisi energetica scaturita, prima dalla pandemia di Covid e successivamente dalla guerra Russo-Ucraina, ha dato una potente accelerazione sullo sfruttamento e sullo studio di nuovi sistemi sostenibili per produrre energie rinnovabili.  Infatti, il mare rappresenta una delle principali fonti di energia rinnovabile non valorizzate del Pianeta: ENEA e RSE hanno calcolato che se si riuscisse a sfruttare l’energia fornita dagli oceani (moto ondoso, maree, salinità e gradiente termico) si otterrebbero ben 80 mila TWh, vale a dire circa cinque volte il fabbisogno annuale di energia elettrica del mondo intero. Altre stime pongono questo valore addirittura a 130 mila TWh. La sola componente del moto ondoso, nelle stime più prudenziali, è di circa 2 TW a livello globale, corrispondenti a circa 18 mila TWh all’anno, pari a quasi la domanda annuale di elettricità del pianeta. Il nostro sistema ISWEC (Inertial Sea Wave Energy Converter) fa esattamente questo: converte l’energia delle onde marine in energia elettrica, rendendola immediatamente disponibile per impianti offshore o immettendola nella rete elettrica per dare corrente a comunità costiere e piccole isole. ISWEC è stato sviluppato insieme a Wave for Energy S.r.l., spin-off del Politecnico di Torino. Il sistema è costituito da uno scafo galleggiante sigillato con al suo interno una coppia di sistemi giroscopici collegati ad altrettanti generatori. I giroscopi, grandi volani continuamente in rotazione, tendono a mantenere fisso il proprio asse di rotazione generando una forza perpendicolare all’asse per opporsi a forze esterne che tendono a modificarlo. Questo fenomeno è noto come precessione giroscopica. Le onde provocano il beccheggio dell’unità, ancorata al fondale, ma libera di muoversi e oscillare. Il beccheggio dello scafo viene intercettato dai due sistemi giroscopici: questi sono collegati ad altrettanti generatori che producono energia elettrica. Una soluzione semplice, con un cuore d’alta tecnologia. Dall’impianto pilota all’applicazione di ISWEC per l'isola di Pantelleria ISWEC è perfetto per fornire energia elettrica a isole minori non connesse alla rete elettrica principale, comunità costiere e infrastrutture offshore, come piattaforme Oil&Gas. ll primo impianto pilota è stato installato a Ravenna a marzo 2019, collegato alla nostra piattaforma PC80 e integrato con un impianto fotovoltaico. Al termine della campagna sperimentale, l’impianto è stato poi dismesso a settembre 2022. Questo tipo di applicazioni aumenta l’autosufficienza energetica di strutture situate in ambiente offshore, e magari in contesti geografici in cui l’approvvigionamento elettrico non è scontato. A febbraio 2023 Eni ha completato l’installazione del primo dispositivo ISWEC nel mar Mediterraneo, a 800 metri dalla costa di Pantelleria. I numeri di ISWEC a Pantelleria Il modello ISWEC installato al largo di Pantelleria consiste in uno scafo in acciaio, di dimensioni 8x15m che ospita il sistema di conversione dell’energia, costituito da due unità giroscopiche di più di 2 m di diametro ciascuna. Il dispositivo è mantenuto in posizione, in un fondale di 35 m, da uno speciale ormeggio di tipo autoallineante in base alle condizioni meteo-marine, composto da tre linee di ormeggio e uno swivel (giunto rotante), mentre l’energia elettrica prodotta è portata a terra mediante un cavo elettrico sottomarino. Il dispositivo potrà raggiungere i 260 kW di picco di produzione di energia da moto ondoso e avrà anche lo scopo di acquisire dati per ottimizzare la progettazione di nuovi dispositivi. Oltre che dalle onde, il mare può fornire energia pulita in molti altri modiPer studiare ed utilizzare al meglio il potenziale energetico dei mari e oceani, in collaborazione con il Politecnico di Torino, abbiamo creato MORE – Marine Offshore Renewable Energy Lab: un laboratorio interamente dedicato allo sviluppo di tecnologie per sfruttare il moto ondoso, ma anche le correnti oceaniche, le maree e il gradiente salino, oltre che per migliorare l’eolico e il solare offshore. Il nostro impegno nello sviluppo del settore delle energie rinnovabili marine è stato rafforzato dall’ingresso, come lead partner, nell’Ocean Energy Europe (OEE), la più grande organizzazione europea per lo sviluppo delle energie oceaniche. Un incarico che ci permette di contribuire alla definizione delle linee strategiche per lo sviluppo e la commercializzazione di soluzioni tecnologiche di produzione di energia rinnovabile in ambiente offshore. La sfida tecnica L’energia del moto ondoso è la più costante tra quelle rinnovabili: a differenza del sole e del vento, il mare agisce con continuità. Quest’energia è anche la più “densa” perché concentra quella prodotta dal vento e quella derivante dal riscaldamento dell’atmosfera dovuto al sole. Gli aspetti principali da risolvere associati a ISWEC erano due: la corrosione a causa della salsedine e l’ottimizzazione del funzionamento del dispositivo al variare dell’intensità delle onde. Entrambi sono stati superati poiché le parti mobili e delicate sono all’interno dello scafo sigillato, completamente isolate dall’acqua salata, mentre il funzionamento dei sistemi giroscopici che alimentano i due generatori è ottimizzato mediante un sistema che risponde alle diverse condizioni meteomarine. ISWEC presenta una componente attiva nel processo di cattura dell’energia, che viene regolata dalla velocità di rotazione del volano e dalla coppia del generatore e consente di adattare l’inerzia dello scafo alla lunghezza d’onda marina che lo investe. Questa caratteristica, implementata per la prima volta al mondo da Eni su un prototipo di larga scala, è il vero punto di discontinuità rispetto agli altri sistemi di cattura, infatti, è possibile variare l’inerzia del dispositivo come se ne modificassimo le dimensioni, ottenendo di fatto un sistema a geometria variabile virtuale. Integrazione su larga scala ISWEC è un esempio del lavoro di squadra che genera ogni nostra tecnologia proprietaria. In questo caso, una delle sfide tecnologiche più delicate da risolvere era il dimensionamento del sistema giroscopico per ottimizzarne la risposta alle condizioni locali del mare, passaggio fondamentale per sfruttare quella disponibilità costante che costituisce la caratteristica più interessante del moto ondoso. Si trattava di analizzare e incrociare fra loro grandi quantità di dati da fonti diverse, quelli metereologici e quelli relativi al funzionamento della macchina. L’aiuto è arrivato da HPC4 e HPC5, i nostri supercomputer: grazie alla loro potenza di calcolo utilizziamo modelli matematici avanzati per elaborare formule di risposta adatte a ogni situazione meteomarina. Una ulteriore aggiunta tecnologica ad ISWEC è stata quella dell’installazione di pannelli fotovoltaici sulla coperta dello scafo i quali offrono un’ampia superficie di cattura della risorsa solare. Particolarmente profonda e diversificata, inoltre, è l’integrazione fra le nostre persone e strutture e il MORE Lab. Il laboratorio, infatti, ha sede presso il Politecnico e impiega infrastrutture di ricerca del Dipartimento di Ingegneria Meccanica e Aerospaziale e si interfaccia con il Marine Virtual Lab nel Green Data Center di Ferrera Erbognone, che utilizza il supercomputer HPC5. Il MORE Lab, inoltre, fa rete anche con il sito di Pantelleria, dove ISWEC è collegato alla rete elettrica dell’isola. L’ISWEC di Pantelleria contribuisce all’obiettivo di autonomia energetica dell’isola e all’azzeramento dell’impatto paesaggistico potenzialmente causato da eventuali strutture industriali sull’isola. A pieno regime, il MORE Lab impiega circa 50 ricercatori che collaborano con nostre persone, per una rapida crescita del know-how specifico e per la finalizzazione industriale delle tecnologie. Il centro, inoltre, dispone di una vasca di prova navale e di laboratori all’avanguardia. Il Politecnico di Torino, parallelamente, ha attivato una cattedra specifica sulla “Energia dal Mare” per formare ingegneri specializzati nella progettazione, realizzazione e utilizzo delle nuove tecnologie che saranno sviluppate proprio nel laboratorio. L’impatto sull’ambiente Seppur diversi, tutti gli insediamenti marittimi si assomigliano perché hanno esigenze simili. Una piccola isola abitata non è tanto differente da una piattaforma. Per questo è possibile fornire energia elettrica da fonte rinnovabile a comunità che vivono su piccole isole. Per di più, ISWEC si può integrare perfettamente con altre soluzioni di produzione di energia rinnovabile in ambito offshore, come ad esempio l’eolico, in termini sia di valorizzazione dei sistemi di connessione alla rete elettrica sia di integrazione all’interno di un’area di mare, massimizzando la conversione di energia disponibile. Un ulteriore vantaggio di questa tecnologia è la notevole riduzione dell'impatto paesaggistico in quanto il dispositivo emerge solamente per circa 1 metro sopra il livello dell’acqua.Traduzione automatica. Ci scusiamo per eventuali inesattezze. Articolo originale in ItalianoFonte Eni

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https://www.rmix.it/ - Nuova frontiera della geotermia: perforazione con onde millimetriche per energia super profonda sostenibile
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Nuova frontiera della geotermia: perforazione con onde millimetriche per energia super profonda sostenibile
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La tecnologia del girotrone apre la strada alla geotermia supercritica, riducendo limiti tecnici, costi e impatto ambientaledi Marco ArezioL’energia geotermica, da tempo annoverata tra le fonti rinnovabili più stabili e costanti, è sempre stata considerata una risorsa strategica per la transizione energetica. A differenza del solare o dell’eolico, che dipendono da condizioni ambientali variabili, la geotermia garantisce una disponibilità continua, giorno e notte, indipendentemente dal clima o dalle stagioni. Nonostante queste potenzialità, il suo impiego rimane confinato a contesti geografici specifici, come aree vulcaniche o zone a intensa attività idrotermale, e gli impianti realizzati non rappresentano ancora una quota significativa del mix energetico globale. Il motivo principale risiede nelle sfide tecnologiche e nei costi elevati della perforazione profonda. Oltre i 5-6 chilometri di profondità, le tecniche meccaniche tradizionali incontrano limiti quasi invalicabili: usura accelerata degli utensili, lunghi tempi di lavorazione, difficoltà nella gestione dei fluidi e instabilità delle pareti dei pozzi. Per accedere alle riserve di calore presenti a 15-20 chilometri di profondità, dove la temperatura raggiunge valori sufficienti a trasformare l’acqua in stato supercritico, è necessaria una rivoluzione tecnologica. La perforazione con onde millimetriche si propone come questa rivoluzione. Basata sull’impiego di radiazioni elettromagnetiche ad alta frequenza, generate da un dispositivo chiamato girotrone, questa tecnologia consente di vaporizzare la roccia senza ricorrere a contatto meccanico. Ne derivano vantaggi in termini di velocità, efficienza ed economicità, con la prospettiva di rendere l’energia geotermica super profonda una risorsa accessibile e diffusa. Oltre i limiti della geotermia tradizionale Le tecniche convenzionali di trivellazione si basano sull’azione meccanica di punte rotanti, rinforzate con materiali resistenti come carburi o diamanti sintetici. Tuttavia, man mano che si scende nella crosta terrestre, la resistenza delle rocce aumenta e le condizioni termiche diventano proibitive. Il risultato è una drastica riduzione della velocità di avanzamento, frequenti interruzioni per sostituire le punte consumate e costi operativi che crescono in maniera esponenziale. Un ulteriore problema riguarda la stabilità dei fori. A profondità estreme, il calore e la pressione tendono a deformare le pareti, aumentando il rischio di collasso. Anche la gestione dei fanghi di perforazione, indispensabili per raffreddare le punte e portare in superficie i detriti, diventa sempre più complessa e dispendiosa. Queste difficoltà spiegano perché la geotermia, pur essendo una fonte rinnovabile potenzialmente illimitata, sia stata finora confinata a regioni geologicamente favorevoli, lasciando inesplorata la possibilità di sfruttarla in modo universale. Onde millimetriche e ablazione della roccia La nuova tecnologia si fonda sull’uso delle onde millimetriche, una particolare porzione dello spettro elettromagnetico compresa tra 30 e 300 GHz, corrispondente a lunghezze d’onda nell’ordine di 1-10 millimetri. Queste radiazioni, non ionizzanti, possiedono una capacità unica di concentrare energia in un punto ristretto, trasferendola rapidamente alla materia circostante. Quando un fascio di onde millimetriche viene convogliato sulla roccia, il materiale assorbe l’energia e subisce un innalzamento termico che porta prima alla fusione e poi alla vaporizzazione. Si tratta di un processo di ablazione termica che elimina progressivamente la roccia, creando un foro senza necessità di contatto fisico. Questo approccio elimina l’usura meccanica e riduce drasticamente i tempi di fermo per sostituzioni o manutenzioni. Inoltre, durante il processo, le pareti del foro subiscono una parziale vetrificazione, formando una superficie vetrosa che stabilizza il condotto e ne migliora la conducibilità termica, rendendolo più adatto al successivo passaggio dei fluidi geotermici. Il girotrone: cuore della perforazione elettromagnetica Il generatore di onde millimetriche utilizzato in questo contesto è il girotrone, un dispositivo sviluppato originariamente per applicazioni nel campo della fusione nucleare controllata. Si tratta di un tubo a vuoto capace di produrre radiazioni elettromagnetiche ad altissima potenza, nell’ordine dei megawatt, con una frequenza stabile e focalizzata. Il fascio generato dal girotrone viene convogliato nel foro tramite una guida d’onda, un condotto che mantiene la coerenza del segnale e riduce le perdite energetiche. Questo permette di trasportare l’energia dalla superficie fino al fronte di perforazione con efficienza, raggiungendo le rocce profonde e garantendo un’ablazione costante. L’intero sistema è supportato da un’infrastruttura di raffreddamento e da un flusso di gas inerti, che hanno il compito di rimuovere i vapori prodotti e mantenere stabile il processo. Geotermia supercritica: il nuovo orizzonte energetico L’obiettivo finale di questa tecnologia è raggiungere la cosiddetta geotermia supercritica. Oltre i 374 °C e i 22,1 MPa, l’acqua assume uno stato supercritico, in cui le proprietà fisiche si collocano a metà tra quelle di un liquido e di un gas. In questa condizione, il fluido possiede una capacità termica e una conducibilità molto più elevate, rendendolo estremamente efficiente nel trasferire energia. Un pozzo che raggiunge profondità di 15-20 km può produrre energia fino a dieci volte superiore rispetto a un impianto geotermico tradizionale. Ciò significa che, con un numero ridotto di pozzi, sarebbe possibile soddisfare il fabbisogno energetico di intere aree urbane, riducendo drasticamente la dipendenza da combustibili fossili. Efficienza e vantaggi rispetto alle tecniche tradizionali Il confronto tra le due tecniche è illuminante. Una perforazione meccanica oltre i 10 km può richiedere anni e costi insostenibili, con il rischio costante di guasti e interruzioni. Con le onde millimetriche, invece, la velocità di avanzamento è superiore, i costi per metro scavato si riducono e la manutenzione diventa minima. Il foro, seppur più stretto, risulta sufficiente per garantire un flusso termico significativo. Inoltre, la possibilità di operare in aree non necessariamente vulcaniche apre scenari completamente nuovi: città e regioni che oggi non possono accedere alla geotermia avrebbero la possibilità di sfruttarla localmente, riducendo la necessità di importare energia. Impatto ambientale e sostenibilità Uno degli aspetti più rilevanti è la sostenibilità ambientale. La geotermia super profonda, ottenuta grazie alla perforazione con onde millimetriche, permette di produrre energia rinnovabile a zero emissioni dirette, riducendo drasticamente la CO₂ rispetto alle centrali a carbone, gas o petrolio. Inoltre, l’impatto in superficie è ridotto: i cantieri occupano spazi limitati, simili a quelli di una torre di perforazione compatta, e non richiedono vaste infrastrutture. Anche il consumo di acqua e di materiali per la perforazione è minore, dal momento che non sono necessari grandi volumi di fanghi. Restano tuttavia sfide importanti: la gestione dei materiali vaporizzati, la sicurezza nel maneggiare sorgenti elettromagnetiche di alta potenza e la necessità di sviluppare materiali resistenti a condizioni estreme di calore e pressione. Ma la traiettoria tecnologica mostra chiaramente un potenziale in grado di rivoluzionare l’intero settore. Conclusioni La perforazione con onde millimetriche e l’impiego del girotrone rappresentano una nuova frontiera nella ricerca di energia geotermica sostenibile. L’accesso a riserve di calore supercritico a profondità finora irraggiungibili potrebbe trasformare la geotermia in una risorsa universale, disponibile in qualsiasi parte del pianeta. La possibilità di disporre di energia rinnovabile, continua, stabile e a basse emissioni pone questa tecnologia come una delle soluzioni più promettenti per affrontare la crisi climatica ed energetica globale. Se i progetti pilota confermeranno le previsioni, nei prossimi decenni potremmo assistere a un cambiamento epocale: dalla geotermia di nicchia, confinata in pochi distretti, a una geotermia universale, super profonda, capace di alimentare intere società con energia pulita e inesauribile.© Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - Cambiamenti Climatici ed Energia Idroelettrica: Sfide Attuali e Soluzioni Future
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Cambiamenti Climatici ed Energia Idroelettrica: Sfide Attuali e Soluzioni Future
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Analisi delle sfide legate al cambiamento climatico sulla produzione di energia idroelettrica e possibili strategie di adattamentodi Marco ArezioL'energia idroelettrica è una delle fonti rinnovabili più utilizzate e storicamente significative, contribuendo in modo rilevante alla produzione mondiale di elettricità. Tuttavia, i cambiamenti climatici in corso sollevano numerosi interrogativi sulla sostenibilità e sull'affidabilità di questa fonte energetica nel lungo termine. Questo articolo esplora l'impatto che il cambiamento climatico sta avendo e avrà sulla produzione di energia idroelettrica, analizzando le variabili ambientali, sociali ed economiche coinvolte. L'Importanza dell'Energia Idroelettrica e le Sfide del Cambiamento Climatico L'energia idroelettrica sfrutta l'energia cinetica dell'acqua in movimento per generare elettricità. I grandi bacini idroelettrici non solo producono energia pulita, ma offrono anche altri benefici, come la gestione delle risorse idriche e la regolazione dei flussi fluviali. Tuttavia, la dipendenza dall'acqua rende la produzione di energia idroelettrica particolarmente vulnerabile agli effetti dei cambiamenti climatici. L'aumento delle temperature globali, le alterazioni nei pattern delle precipitazioni e la maggiore frequenza e intensità degli eventi estremi stanno già influenzando la disponibilità delle risorse idriche in diverse aree del mondo. Variazioni nelle Precipitazioni e negli Afflussi Il cambiamento climatico ha determinato modifiche significative nei pattern delle precipitazioni a livello globale. In alcune aree, le precipitazioni sono diventate più irregolari, con stagioni di siccità più prolungate alternate a periodi di piogge intense e concentrate. Queste variazioni hanno un impatto diretto sui bacini idroelettrici, riducendo la prevedibilità e la costanza degli afflussi d'acqua. In molte regioni montane, il ritiro dei ghiacciai sta alterando i regimi idrici, riducendo il contributo estivo degli afflussi, che tradizionalmente rappresentavano una fonte stabile di acqua durante i periodi di maggiore richiesta energetica.Questo fenomeno è particolarmente preoccupante, poiché molte di queste regioni sono grandi fornitori di energia idroelettrica a livello europeo, con potenziali impatti sull'intero sistema energetico del continente. Eventi Climatici Estremi e Siccità Prolungate Gli eventi climatici estremi, come inondazioni e siccità prolungate, sono sempre più frequenti e intensi a causa del cambiamento climatico. Le siccità prolungate riducono la quantità d'acqua disponibile nei bacini idroelettrici, limitando la capacità di generare energia durante i periodi di maggiore richiesta. Al contrario, le inondazioni possono sovraccaricare le infrastrutture, costringendo a rilasciare acqua non utilizzabile per la produzione energetica al fine di garantire la sicurezza delle dighe. Inoltre, le condizioni meteorologiche estreme possono causare danni diretti alle infrastrutture idroelettriche, aumentando i costi di manutenzione e riducendo l'affidabilità degli impianti. La combinazione di minori afflussi durante i periodi di siccità e di maggiori rischi di inondazioni rappresenta una doppia sfida per i gestori degli impianti idroelettrici, con implicazioni significative per la sicurezza energetica e la stabilità della rete elettrica. Effetti sulla Pianificazione e la Gestione delle Risorse Idriche Le sfide poste dai cambiamenti climatici richiedono nuove strategie di pianificazione e gestione delle risorse idriche. L'adattamento dei sistemi idroelettrici è fondamentale per garantire la loro sostenibilità in un contesto di maggiore variabilità idrologica. Tra le soluzioni possibili vi sono l'ottimizzazione della gestione dei bacini, l'uso di modelli climatici avanzati per prevedere gli afflussi e l'integrazione con altre fonti rinnovabili, come l'energia solare e l'eolica, per compensare la variabilità della produzione idroelettrica. Un approccio integrato alla gestione delle risorse idriche, che tenga conto delle esigenze di diversi settori (energia, agricoltura, uso domestico), diventa sempre più necessario. La competizione per l'acqua è destinata ad aumentare in molte aree, specialmente durante i periodi di siccità. L'energia idroelettrica, tradizionalmente vista come una fonte sicura e stabile, deve ora essere ripensata in un contesto di risorse idriche limitate e di utilizzi sempre più concorrenziali. Implicazioni Future e Possibili Soluzioni Le prospettive per l'energia idroelettrica dipendono in gran parte dalla capacità del settore di adattarsi agli impatti del cambiamento climatico. Le soluzioni tecnologiche, come l'aggiornamento delle turbine per aumentarne l'efficienza e l'uso di tecnologie di accumulo dell'energia, possono contribuire a migliorare la resilienza del settore. Inoltre, la costruzione di impianti di piccola scala, come le micro-centrali idroelettriche, può rappresentare un'opzione più sostenibile e con minore impatto ambientale rispetto ai grandi bacini. L'integrazione con altre fonti di energia rinnovabile è un'altra strategia chiave. Ad esempio, la combinazione tra energia idroelettrica e impianti solari può contribuire a bilanciare le fluttuazioni nella produzione di entrambe le fonti, migliorando la stabilità della fornitura energetica. Inoltre, la collaborazione internazionale è cruciale per affrontare le sfide condivise nella gestione dei bacini idrici transfrontalieri, che potrebbero essere soggetti a un utilizzo ancora più intenso a causa delle alterazioni climatiche. Conclusioni L'energia idroelettrica, pur essendo una delle forme di energia rinnovabile più mature e consolidate, si trova ad affrontare sfide significative in un mondo sempre più influenzato dai cambiamenti climatici. Le alterazioni nei pattern delle precipitazioni, l'aumento della frequenza degli eventi estremi e la crescente competizione per l'uso dell'acqua stanno mettendo alla prova la sostenibilità di questa fonte energetica. Affrontare queste sfide richiede una combinazione di innovazioni tecnologiche, strategie di gestione integrata e collaborazione internazionale. Solo attraverso un approccio flessibile e adattivo l'energia idroelettrica potrà continuare a svolgere un ruolo cruciale nella transizione energetica verso un futuro più sostenibile.© Riproduzione Vietata Fonti Informative - International Hydropower Association (IHA) - Report annuale sulla resilienza climatica dell'energia idroelettrica. - Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) - Rapporti sui cambiamenti climatici e impatti sugli ecosistemi idrici. - Agenzia Internazionale dell'Energia (IEA) - Analisi del ruolo dell'energia idroelettrica nella transizione energetica. - World Resources Institute (WRI) - Studi sulle risorse idriche globali e gli effetti del cambiamento climatico. - Articoli scientifici pubblicati su riviste come Nature Climate Change e Hydrology and Earth System Sciences. - European Environment Agency (EEA) - Report sull'impatto del cambiamento climatico sulle risorse idriche europee. - National Renewable Energy Laboratory (NREL) - Studi sull'integrazione delle energie rinnovabili e resilienza delle infrastrutture energetiche. - World Bank - Analisi sulla gestione sostenibile dei bacini idrici nei paesi in via di sviluppo. - United Nations Framework Convention on Climate Change (UNFCCC) - Documenti sulle strategie di adattamento per le risorse idriche.

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https://www.rmix.it/ - Stoccaggio termico innovativo: Tecnologie avanzate per un futuro energetico sostenibile
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Stoccaggio termico innovativo: Tecnologie avanzate per un futuro energetico sostenibile
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Il ruolo dei sali fusi, delle sabbie e dei materiali a cambiamento di fase nella conservazione dell’energiadi Marco ArezioLo stoccaggio termico rappresenta una delle sfide più rilevanti nella transizione energetica. A fronte di una produzione sempre più distribuita e intermittente – basti pensare al fotovoltaico e all’eolico – emerge la necessità di sistemi capaci di immagazzinare energia in forma di calore, per poi rilasciarla quando la domanda lo richiede. In questo scenario, la ricerca scientifica degli ultimi anni ha portato alla sperimentazione e allo sviluppo di materiali e soluzioni innovative: dai sali fusi alle sabbie ad alta temperatura, fino ai materiali a cambiamento di fase (PCM, Phase Change Materials). Questi approcci non solo ampliano le possibilità di accumulo, ma offrono efficienza, durabilità e sostenibilità ambientale. Sali fusi: accumulo ad alta temperatura L’impiego dei sali fusi è oggi tra le soluzioni più consolidate per lo stoccaggio termico. Si tratta di miscele di nitrati e carbonati che, portate a temperature comprese fra 250 °C e 600 °C, sono in grado di accumulare grandi quantità di energia sotto forma di calore sensibile. Gli impianti solari a concentrazione (CSP, Concentrated Solar Power) hanno già dimostrato l’efficacia di questa tecnologia, con serbatoi che consentono di rilasciare energia termica per diverse ore anche in assenza di irraggiamento solare. Dal punto di vista accademico, numerosi studi pubblicati negli ultimi cinque anni hanno approfondito la stabilità chimica dei sali, i problemi legati alla corrosione dei contenitori metallici e l’efficienza dei cicli di carico-scarico. I progressi nella ricerca hanno portato a nuove miscele meno corrosive e più economiche, migliorando la competitività di questi sistemi. Sabbie come mezzo di accumulo low-cost Un filone di ricerca particolarmente interessante è quello legato all’uso delle sabbie per lo stoccaggio termico. La sabbia è un materiale abbondante, economico e stabile a temperature molto elevate (fino a 1000 °C). Studi recenti hanno dimostrato che sistemi di accumulo basati su letti di sabbia possono costituire una valida alternativa ai sali fusi, soprattutto in contesti industriali che richiedono calore di processo ad alta temperatura. Il principio è semplice: il calore viene immesso nel letto sabbioso attraverso resistenze elettriche o fluidi termovettori e può essere recuperato successivamente con scambiatori. La ricerca scientifica sta valutando le proprietà termiche della sabbia (conduttività, capacità di accumulo) e le modalità di contenimento ottimale, considerando anche la fluidodinamica interna dei granuli. In prospettiva, si tratta di una tecnologia che potrebbe offrire impianti più sostenibili, meno costosi e con una lunga vita utile. Materiali a cambiamento di fase (PCM): l’accumulo latente Tra le tecnologie più promettenti per lo stoccaggio termico, i materiali a cambiamento di fase (PCM, Phase Change Materials) occupano un posto centrale. A differenza dei sistemi basati sul calore sensibile – che accumulano energia aumentando semplicemente la temperatura del materiale – i PCM sfruttano il calore latente associato alla transizione di fase, tipicamente tra stato solido e stato liquido. Questo significa che, durante la fusione, un PCM può assorbire una grande quantità di energia mantenendo pressoché costante la propria temperatura; allo stesso modo, durante la solidificazione, rilascia la stessa quantità di calore senza variazioni significative di temperatura. Questo comportamento li rende ideali per applicazioni in cui è fondamentale garantire stabilità termica e densità energetica elevata in volumi relativamente contenuti. Caratteristiche e tipologie di PCM Un PCM efficace deve possedere alcune proprietà chiave: una temperatura di transizione compatibile con l’applicazione, un’entalpia di fusione elevata per accumulare grandi quantità di energia, una buona stabilità ciclica (cioè capacità di mantenere prestazioni anche dopo migliaia di cicli di fusione/solidificazione) e un comportamento chimico sicuro e non corrosivo. Le principali famiglie di PCM sono: Organici: paraffine e acidi grassi, caratterizzati da buona stabilità e assenza di corrosività, ma con conduttività termica relativamente bassa e, talvolta, infiammabilità. Inorganici: sali idrati ed eutettici inorganici, che offrono un’entalpia elevata e costi contenuti, ma possono soffrire fenomeni di superraffreddamento o separazione di fase. Compositi e ibridi: materiali che combinano matrici polimeriche, fibre o nanoparticelle conduttive con PCM, al fine di migliorare la stabilità meccanica, aumentare la conduttività termica e ridurre il rischio di perdite nella fase liquida. Integrazione nei sistemi di accumulo L’applicazione dei PCM è estremamente versatile. In edilizia vengono integrati in pannelli, intonaci o rivestimenti per migliorare l’inerzia termica degli ambienti, contribuendo a ridurre i picchi di temperatura interna e quindi i consumi energetici per climatizzazione. Nel settore industriale, i PCM sono impiegati per recuperare calore di processo e ridistribuirlo nei momenti di maggiore domanda. Nei sistemi energetici, possono essere utilizzati come buffer in impianti solari termici e fotovoltaici, consentendo di prolungare l’erogazione di calore o elettricità anche in assenza di sole. Altri campi di applicazione riguardano la catena del freddo per il trasporto alimentare e farmaceutico, la gestione termica di dispositivi elettronici e persino le batterie al litio, dove i PCM evitano surriscaldamenti improvvisi migliorando sicurezza ed efficienza. Sfide e prospettive future Nonostante i progressi, la diffusione su larga scala di queste tecnologie richiede ancora ulteriori sviluppi. I sali fusi devono affrontare il problema della corrosione e dei costi, le sabbie necessitano di sistemi di contenimento e scambio più efficienti, mentre i PCM devono garantire stabilità ciclica e compatibilità ambientale. Tuttavia, la direzione tracciata dalla ricerca è chiara: lo stoccaggio termico innovativo diventerà un pilastro della transizione energetica, affiancando le batterie elettrochimiche e le altre forme di accumulo. Gli scenari futuri vedono una crescente integrazione di queste soluzioni nelle reti energetiche e negli impianti industriali, favorendo la decarbonizzazione dei processi e l’uso intelligente delle risorse. In prospettiva, la combinazione di più tecnologie – per esempio sali fusi e PCM – potrebbe generare sistemi ibridi ad alta efficienza, capaci di adattarsi a un ampio spettro di esigenze energetiche.© Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - La Storia dei Tram Elettrici in Italia: Precursori della Mobilità Sostenibile
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare La Storia dei Tram Elettrici in Italia: Precursori della Mobilità Sostenibile
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L'Evoluzione della Mobilità Urbana: dalle Rotaie al Futuro Ecologicodi Marco ArezioLa storia dei tram elettrici in Italia rappresenta uno dei primi passi verso una mobilità urbana sostenibile, anticipando la consapevolezza ambientale che oggi è al centro del dibattito pubblico. Questo mezzo di trasporto ha segnato un cambiamento significativo nella vita quotidiana delle città italiane, offrendo una valida alternativa alle forme di trasporto più inquinanti e contribuendo allo sviluppo urbano nel corso degli anni. I Primi Tram e il Concetto di Mobilità Elettrica L'idea di un trasporto pubblico su rotaia nacque verso la fine del XIX secolo, un periodo in cui le città europee iniziarono a percepire l'esigenza di migliorare la mobilità urbana per favorire lo sviluppo economico e sociale. Il primo tram a cavalli in Italia venne introdotto a Torino nel 1871, per poi essere sostituito rapidamente dai tram elettrici a partire dalla fine degli anni Ottanta dell'Ottocento. Le prime città ad adottare la tecnologia elettrica furono Milano e Roma, seguite da altre grandi città come Napoli, Firenze e Torino. Il primo tram elettrico vero e proprio apparve a Milano nel 1893, quando fu inaugurata la linea che collegava Porta Venezia a Monza. Quella stessa linea rappresentò un'avanguardia tecnologica, in quanto consentiva di collegare il centro cittadino alle periferie, contribuendo alla crescita urbana e sociale di quartieri fino ad allora isolati. A Roma, nello stesso periodo, iniziarono a comparire tram a trazione elettrica lungo i principali assi viari, grazie a una rete in continua espansione che prometteva di trasformare la mobilità della capitale. Lo Sviluppo delle Linee e l'Alimentazione Elettrica Lo sviluppo delle linee di tram elettrici procedette rapidamente, supportato dalla crescente industrializzazione e dall'evoluzione delle tecnologie elettriche. L'alimentazione dei tram avveniva tramite la cosiddetta linea aerea di contatto, un sistema di fili sospesi sopra i binari che permetteva il trasferimento di energia elettrica al mezzo tramite una "trolley pole" (asta del trolley). Questa soluzione tecnica rimase pressoché invariata per decenni, adattandosi ai miglioramenti tecnologici e rendendo i tram affidabili ed economici. A Milano, la società Edison giocò un ruolo fondamentale nella distribuzione dell'energia necessaria per l'alimentazione della rete tranviaria, contribuendo a rendere il sistema particolarmente efficiente. Anche in altre città, le linee dei tram iniziarono a connettere i quartieri centrali ai sobborghi, favorendo così una mobilità più agevole e migliorando la qualità della vita dei cittadini. A Napoli, ad esempio, la rete tranviaria contribuì a collegare il porto al centro urbano, agevolando il trasporto di persone e merci. I Tram e l'Evoluzione delle Città Italiane L'espansione della rete dei tram elettrici coincise con un periodo di grande fermento urbanistico. Le città italiane del primo Novecento erano in piena evoluzione, e il tram rappresentò un simbolo di modernità, trasformando in maniera significativa il volto urbano. Le piazze cittadine vennero ridisegnate per accogliere le rotaie, le strade principali adattate per consentire il passaggio dei mezzi e le periferie iniziarono a prosperare grazie alla maggiore accessibilità offerta dalle nuove linee. Tra le principali linee storiche, va ricordata la linea tranviaria Milano-Monza, come abbiamo detto, una delle più antiche d'Italia, che rappresentò un collegamento fondamentale per la vita economica e sociale della Lombardia. A Roma, la linea tranviaria lungo la via Flaminia divenne emblematica per la sua capacità di servire zone periferiche e di collegarle al centro storico, migliorando l'integrazione urbana e agevolando il flusso turistico verso i monumenti storici. La Sfida degli Autobus Termici Nel dopoguerra, la crescita economica e la diffusione dei veicoli a motore rappresentarono una sfida enorme per i tram. L'autobus, con il suo motore termico e la sua maggiore flessibilità, iniziò a prendere piede come alternativa più moderna e versatile rispetto ai tram su rotaia. A partire dagli anni Cinquanta, in molte città italiane si assistette alla graduale sostituzione dei tram con autobus. Questo cambiamento era dettato sia dall'evoluzione tecnologica del motore a combustione interna, sia dalla necessità di ridurre i costi di manutenzione delle infrastrutture fisse, come binari e linee elettriche. In alcune città, come Napoli e Palermo, i tram vennero del tutto eliminati, mentre in altre città, come Milano e Torino, riuscirono a resistere e a convivere con gli autobus. A Milano, in particolare, la decisione di mantenere una rete tranviaria estesa si rivelò lungimirante: oggi la città vanta una delle più ampie reti tranviarie d'Europa, simbolo di una mobilità urbana sostenibile che guarda al futuro senza dimenticare il proprio passato. Il Ritorno dei Tram come Simbolo di Sostenibilità Negli ultimi decenni, con la crescente attenzione verso le problematiche ambientali e la necessità di ridurre le emissioni inquinanti, i tram sono tornati in auge come un mezzo di trasporto sostenibile ed efficiente. Molte città italiane hanno rivalutato la possibilità di ripristinare vecchie linee o di crearne di nuove. A Firenze, ad esempio, il nuovo sistema tramviario inaugurato nel 2010 ha rivoluzionato la mobilità urbana, riducendo l'inquinamento e migliorando la qualità della vita dei residenti. Anche Roma ha investito nel ripristino e nel potenziamento della rete tranviaria, con l'obiettivo di alleggerire il traffico automobilistico e migliorare la connettività delle periferie. I tram, quindi, rappresentano oggi non solo un ricordo del passato, ma una risposta moderna alle esigenze di sostenibilità e di efficienza dei trasporti urbani. Conclusione La storia dei tram su rotaia elettrici in Italia è un racconto di innovazione, crescita e resistenza. Da precursori della mobilità elettrica e sostenibile, i tram hanno avuto un ruolo cruciale nella trasformazione delle città italiane, contribuendo a rendere il trasporto pubblico più accessibile ed efficiente. Nonostante la competizione con gli autobus a motore termico, i tram sono riusciti a resistere e a tornare oggi protagonisti, grazie al loro valore ecologico e alla capacità di offrire una mobilità urbana realmente sostenibile.© Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - Batterie vs Idrogeno: La Sfida Tecnologica per il Futuro della Mobilità Sostenibile
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Batterie vs Idrogeno: La Sfida Tecnologica per il Futuro della Mobilità Sostenibile
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Dalla densità energetica ai tempi di ricarica, un viaggio attraverso i vantaggi e gli svantaggi delle due tecnologie emergenti per un trasporto più pulito e velocedi Marco ArezioIl dibattito su quale tecnologia, tra le batterie elettriche agli ioni di litio e le celle a combustibile a idrogeno, guiderà il futuro dei trasporti è sempre più acceso. Entrambe le soluzioni promettono di ridurre le emissioni e di offrirci un mondo più pulito, ma quale delle due ha davvero le carte in regola per imporsi? Il progetto Toyota, leader nella ricerca sulle celle a combustibile a idrogeno, ci offre una prospettiva interessante su questa sfida tecnologica. Vediamo insieme come queste due tecnologie si confrontano in termini di densità energetica, efficienza, costi e impatto ambientale. Densità energetica: la forza bruta dell'idrogeno Uno degli argomenti più forti a favore dell’idrogeno è la sua straordinaria densità energetica. L’idrogeno gassoso contiene circa 120 MJ/kg di energia, mentre le batterie agli ioni di litio si attestano tra 0,25 e 0,3 MJ/kg​. Ciò significa che l’idrogeno può immagazzinare quasi 400 volte più energia per unità di massa rispetto alle batterie. In altre parole, un serbatoio di idrogeno può fornire molta più autonomia con un peso molto inferiore. Questo è particolarmente vantaggioso per i veicoli di grandi dimensioni, come camion, treni o aerei, dove il peso delle batterie può diventare un ostacolo significativo. Immagina un aereo che deve percorrere migliaia di chilometri: l’energia immagazzinata in batterie tradizionali richiederebbe un enorme peso extra, mentre l'idrogeno, più leggero e denso, offre una soluzione più pratica. Non sorprende quindi che Toyota e altre grandi case automobilistiche vedano nell’idrogeno la chiave per rivoluzionare i trasporti pesanti e a lunga distanza​. Efficienza: il dominio delle batterie Tuttavia, non è tutto oro quello che luccica. Se l’idrogeno brilla per la sua densità energetica, le batterie elettriche vincono nettamente sul fronte dell’efficienza. Quando parliamo di efficienza, ci riferiamo a quanto dell'energia prodotta viene effettivamente utilizzata per alimentare il veicolo. Le batterie agli ioni di litio hanno un’efficienza impressionante, che va dall’85% al 95%, rendendole estremamente efficienti nel convertire l’energia elettrica immagazzinata in potenza per il motore​. Al contrario, l'idrogeno ha un percorso più complesso. Per generare elettricità, l’idrogeno deve prima essere prodotto, spesso attraverso l’elettrolisi, poi compresso, immagazzinato e infine convertito nuovamente in elettricità tramite la cella a combustibile. Questo processo è efficiente solo al 40-60%, con picchi che raggiungono il 70% in condizioni ideali. In sintesi, il ciclo di vita dell'idrogeno comporta molte più perdite di energia rispetto a quello delle batterie​. Tempi di ricarica e praticità Un altro punto di confronto cruciale è il tempo di ricarica. Le batterie agli ioni di litio, nonostante la loro efficienza, richiedono tempo per ricaricarsi, anche con le migliori tecnologie di ricarica rapida. Questo tempo di attesa può essere gestibile per l'utente di un'auto elettrica che magari si ferma per fare una pausa, ma diventa un problema per i veicoli commerciali che devono rimanere operativi il più possibile​. Qui l’idrogeno ha un grande vantaggio. Un veicolo a idrogeno può essere rifornito in pochi minuti, quasi allo stesso modo dei veicoli a combustibili fossili. Questo rende l’idrogeno una scelta più adatta per flotte di veicoli commerciali, autobus o treni, dove i tempi di fermo devono essere ridotti al minimo​. Impatto ambientale: chi è il vero campione verde? Se guardiamo all'impatto ambientale, il quadro si complica ulteriormente. Le batterie elettriche, sebbene efficienti, dipendono dall’estrazione di materiali rari come litio e cobalto, la cui produzione è costosa e ha un impatto ambientale significativo. Tuttavia, le batterie possono essere ricaricate direttamente da fonti rinnovabili, riducendo il loro impatto nel tempo​. Dall’altro lato, l’idrogeno presenta una problematica particolare: la sua produzione. Attualmente, la maggior parte dell’idrogeno viene prodotto da combustibili fossili, una pratica che emette grandi quantità di CO2 (idrogeno "grigio"). La produzione di idrogeno “verde” tramite elettrolisi alimentata da energie rinnovabili è una soluzione promettente, ma attualmente è molto costosa e difficile da applicare. Il futuro: una convivenza possibile? La verità è che entrambe le tecnologie hanno i loro punti di forza e debolezza, e non è detto che una debba escludere l’altra. Le batterie agli ioni di litio sembrano destinate a dominare il mercato dei veicoli leggeri e delle applicazioni nel breve periodo, grazie alla loro efficienza e alla crescente rete di infrastrutture di ricarica. L’idrogeno, con la sua alta densità energetica e i tempi di ricarica rapidi, appare più adatto per i veicoli di grandi dimensioni e per il trasporto a lunga distanza​. In definitiva, potrebbe non esserci un solo vincitore in questa corsa verso la sostenibilità. Batterie e idrogeno potrebbero convivere, rispondendo a diverse esigenze di mobilità in un mondo sempre più attento alle questioni ambientali. Una cosa è certa: entrambe le tecnologie continueranno a evolversi e a spingere il mondo verso un futuro più verde e pulito.© Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - Batterie Termiche: Una Rivoluzione nell'Accumulazione di Energia
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Batterie Termiche: Una Rivoluzione nell'Accumulazione di Energia
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Struttura, Funzioni, Vantaggi e Applicazioni delle Batterie Termiche nell'Era dell'Energia Sostenibiledi Marco ArezioLe batterie termiche rappresentano una delle tecnologie più avanzate e promettenti nell'ambito dell'accumulo energetico. Questi sistemi sfruttano il calore come mezzo di stoccaggio energetico, offrendo soluzioni innovative per l'integrazione delle energie rinnovabili, la stabilizzazione delle reti elettriche e la gestione efficiente delle risorse energetiche. In questo articolo esploreremo la struttura delle batterie termiche, le loro funzioni, le differenze rispetto ad altre forme di accumulo energetico e i loro principali impieghi. Struttura e Componenti delle Batterie Termiche Le batterie termiche sono dispositivi che accumulano energia sotto forma di calore, il quale può essere rilasciato successivamente per produrre energia elettrica o per altre applicazioni termiche. La struttura di una batteria termica può variare in base alla tecnologia utilizzata, ma generalmente si compone di: Materiale di Accumulo: Il cuore della batteria termica è costituito da un materiale che può immagazzinare una grande quantità di energia termica. Questi materiali possono essere solidi (come i mattoni riscaldanti, ceramiche, o materiali a cambiamento di fase - PCM), liquidi (come oli termici o acqua) o addirittura gas. La scelta del materiale dipende dalla temperatura di esercizio desiderata e dalle specifiche applicazioni. Scambiatori di Calore: Essenziali per trasferire il calore dentro e fuori il materiale di accumulo, gli scambiatori di calore sono progettati per massimizzare l'efficienza del trasferimento termico. Possono essere a tubi, piastre o configurazioni più complesse a seconda delle necessità del sistema. Isolamento Termico: Per minimizzare le perdite di calore e garantire l'efficienza del sistema, le batterie termiche sono dotate di strati isolanti altamente efficaci. Questo isolamento è fondamentale per mantenere il calore accumulato per lunghi periodi. Sistemi di Controllo: Le batterie termiche moderne sono integrate con sistemi di controllo avanzati che monitorano la temperatura, la pressione e altri parametri operativi. Questi sistemi assicurano che l'accumulo e il rilascio del calore avvengano in maniera ottimale. Funzioni e Vantaggi delle Batterie Termiche Le batterie termiche hanno una varietà di funzioni che le rendono particolarmente utili in diversi contesti: Accumulo di Energia Rinnovabile: Una delle principali applicazioni delle batterie termiche è l'immagazzinamento dell'energia prodotta da fonti rinnovabili come il solare e l'eolico. Durante i periodi di sovrapproduzione energetica, il calore viene accumulato per essere rilasciato quando la produzione è inferiore alla domanda. Bilanciamento della Rete Elettrica: Le batterie termiche possono aiutare a stabilizzare la rete elettrica, immagazzinando energia durante i picchi di produzione e rilasciandola durante i picchi di domanda. Questo contribuisce a ridurre la necessità di centrali elettriche di riserva e a migliorare l'affidabilità della rete. Fornitura di Calore e Raffreddamento: In ambito residenziale, commerciale e industriale, le batterie termiche possono fornire calore o raffreddamento a seconda delle necessità. Ad esempio, possono essere utilizzate per riscaldare edifici durante l'inverno o per raffreddarli durante l'estate, migliorando l'efficienza energetica complessiva. Applicazioni Industriali: In molte industrie, il calore è una componente essenziale dei processi produttivi. Le batterie termiche possono essere utilizzate per recuperare e riutilizzare il calore residuo, riducendo così i costi energetici e le emissioni di carbonio. Differenze tra Batterie Termiche e Altri Sistemi di Accumulo Le batterie termiche si distinguono da altre forme di accumulo energetico, come le batterie chimiche (ad esempio, le batterie agli ioni di litio) e i sistemi di accumulo a pompaggio idroelettrico, per diversi motivi: Densità Energetica: Mentre le batterie chimiche tendono ad avere una densità energetica maggiore per unità di volume, le batterie termiche possono immagazzinare energia a costi inferiori per unità di energia immagazzinata, soprattutto quando si utilizzano materiali a basso costo come i mattoni riscaldanti. Durata e Cicli di Vita: Le batterie termiche generalmente hanno una durata di vita più lunga e possono sopportare un numero maggiore di cicli di carica e scarica senza significative perdite di capacità. Questo le rende particolarmente adatte per applicazioni a lungo termine. Efficienza: L'efficienza delle batterie termiche dipende molto dal materiale utilizzato e dalla qualità dell'isolamento. Tuttavia, possono essere meno efficienti in termini di conversione energetica rispetto alle batterie chimiche, soprattutto quando l'energia termica deve essere convertita in elettricità. Impatto Ambientale: Le batterie termiche spesso utilizzano materiali più abbondanti e meno tossici rispetto alle batterie chimiche. Inoltre, possono contribuire alla riduzione delle emissioni di carbonio recuperando e riutilizzando il calore residuo industriale. Applicazioni delle Batterie Termiche nel Settore Energetico Le batterie termiche trovano impiego in una vasta gamma di settori e applicazioni: Energie Rinnovabili: Nell'integrazione con impianti solari termici, le batterie termiche permettono di immagazzinare il calore prodotto durante il giorno per utilizzarlo durante la notte o nei giorni nuvolosi, migliorando l'affidabilità e l'efficienza degli impianti. Settore Residenziale e Commerciale: Le batterie termiche possono essere utilizzate per fornire riscaldamento e raffreddamento agli edifici, riducendo la dipendenza da fonti energetiche tradizionali e migliorando l'efficienza energetica. Industria: Le industrie che richiedono grandi quantità di calore, come quelle siderurgiche, chimiche e alimentari, possono beneficiare delle batterie termiche per ottimizzare i loro processi produttivi e ridurre i costi energetici. Reti di Teleriscaldamento: In molte città, le reti di teleriscaldamento possono integrare batterie termiche per immagazzinare il calore in eccesso prodotto da centrali termiche e rilasciarlo quando la domanda è più alta. Trasporti: Anche nel settore dei trasporti, in particolare nel ferroviario, le batterie termiche possono essere utilizzate per gestire l'energia termica generata dai motori e migliorare l'efficienza dei sistemi di riscaldamento e raffreddamento dei veicoli. Il Futuro delle Batterie Termiche nella Transizione Energetica Le batterie termiche rappresentano una tecnologia versatile e promettente per l'accumulo energetico. La loro capacità di immagazzinare e rilasciare calore in modo efficiente le rende ideali per una vasta gamma di applicazioni, contribuendo alla transizione verso un sistema energetico più sostenibile e resiliente. L'uso di materiali innovativi come i mattoni riscaldanti offre ulteriori vantaggi in termini di costi, durata e sostenibilità, rendendo le batterie termiche una soluzione chiave per affrontare le sfide energetiche del futuro.

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https://www.rmix.it/ - Il Socialismo Ecologico di Marx era Sbagliato?
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Il Socialismo Ecologico di Marx era Sbagliato?
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Si parla in modo ricorrente dell’attualità di certe teorie marxiste alla luce delle precarie condizioni ambientali della terra di Marco ArezioIn un’epoca in cui la sofferenza dell’ambiente e la diminuzione dell’equilibrio tra gli elementi della natura, come li abbiamo sempre conosciuti, stanno mettendo in difficoltà l’uomo e la sua sopravvivenza, si ricomincia a parlare di ecologia sociale. In questo periodo e nel recente passato, a causa della situazione ambientale compromessa, della crescita delle disuguaglianze economiche che creano sempre più poveri e migranti ecologici e del consumismo portato all’estremo, in cui la merce vale forse più del lavoro dell’uomo, il ritorno alla lettura della filosofia classica e dei grandi pensatori, come Platone, Gandhi e Karl Marx ci hanno fatto ritrovare riferimenti precisi sul rapporto tra l’uomo e la natura. Marx ne inizia a parlare prendendo spunto da una situazione precisa successa tra il 1830 e il 1870, periodo in cui sia in Europa che in Nord America si verificò una diffusa perdita di fertilità nei suoli coltivati. A sottolineare la gravità della situazione è il fatto che a partire dal 1835 iniziarono ad arrivare in Inghilterra le prime navi di grano per soccorrere la malata agricoltura Europea, arrivando ad importare nel 1847 ben 220.000 tonnellate. L’allarme creato da questa situazione non sfugge ad un accorto osservatore come Marx, che sviluppa una teoria sullo sfruttamento capitalistico dell’agricoltura, basato sull’impoverimento dei suoli senza preoccuparsi della loro rigenerazione e del loro equilibrio produttivo a sfavore delle generazioni future. Citando un passaggio estratto dal capitolo “Genesi della rendita fondiaria capitalistica” che fa parte del terzo libro del Capitale Marx dice: «La grande proprietà fondiaria riduce la popolazione agricola al minimo, a una percentuale continuamente decrescente, e le contrappone una popolazione industriale in continua crescita e concentrata nelle grandi città; in tal modo crea condizioni che provocano una frattura incolmabile nel complesso equilibrio del metabolismo sociale prescritto dalle leggi naturali della vita. Crea così le condizioni che provocano lo spreco delle energie del suolo, spreco che il commercio trasferisce molto oltre le frontiere del paese considerato. La grande industria e la grande agricoltura industriale agiscono nello stesso senso. In origine si distinguono perché l’industria devasta e rovina soprattutto la forza lavoro e dunque la forza naturale dell’essere umano, mentre l’agricoltura rovina più direttamente la forza naturale della terra, ma poi, sviluppandosi, finiscono per darsi la mano: il sistema industriale in campagna finisce così per debilitare anche i lavoratori, e l’industria e il commercio, dal canto loro, forniscono all’agricoltura i mezzi per sfruttare il terreno.» Inoltre Marx fa un accenno anche alla mancata circolarità dell’economia, mettendo in rapporto la bassa fertilità delle campagne con l’avvelenamento dei fiumi perpetrato nelle grandi città. Infatti scrive:  «A Londra, per esempio, del letame prodotto da quattro milioni e mezzo di persone non si è trovato di meglio da fare che usarlo per avvelenare, con un costo enorme, il Tamigi.» «I residui derivanti dai processi fisiologici naturali degli esseri umani avrebbero potuto, come quelli della produzione industriale e del consumo, essere reintrodotti nel ciclo produttivo, chiudendo il ciclo metabolico». Marx parla più volte di un nuovo rapporto tra la natura e l’uomo, dove l’agricoltura non poteva subire un approccio di sfruttamento industriale e capitalistico basato sul profitto immediato, così da debilitare la terra senza preoccuparsi di creare una corretta armonia con essa. Nei suoi scritti troviamo una citazione in merito: «Il fatto di dipendere, per la coltivazione dei diversi prodotti del suolo, dalle fluttuazioni dei prezzi di mercato, che determinano un continuo cambiamento di quelle colture, e lo spirito stesso della produzione capitalistica, centrato sul profitto più immediato, sono in contraddizione con l’agricoltura, che deve gestire la produzione tenendo conto dell’insieme delle condizioni di esistenza permanenti delle generazioni umane che si susseguono.» L’aspetto della sostenibilità in chiave moderna la troviamo spesso quando Marx sottolinea che la terra non può appartenere all’uomo contemporaneo che si permette di operare uno sfruttamento intensivo a suo beneficio, ma deve pensare alle generazioni future. Questo aspetto viene trattato qui di seguito: «Uno sviluppo che risponde alle necessità del presente senza compromettere la capacità delle future generazioni di soddisfare le loro.» Per Marx, è necessario che la terra sia «trattata coscientemente e razionalmente come una proprietà perpetua della collettività, condizione inalienabile di esistenza e riproduzione della serie di generazioni successive.» Nonostante Marx abbia ricevuto sostenute critiche che sostenevano il suo disinteresse al valore della natura, lui stesso a più volte espresso il concetto che la vera ricchezza consiste nei valori d’uso, che caratterizzano la produzione in generale, al di là della sua forma capitalistica, di conseguenza la natura, che contribuisce alla produzione di valori d’uso, è una fonte di ricchezza quanto il lavoro.

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rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare L'energia Solare e la Rivoluzione delle Industrie ad Alta Temperatura
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Nuove Tecnologie Raggiungono Temperature Superiori ai 1.000 Gradi Celsius, Riducendo l'Impronta di Carbonio di Acciaio e Cementodi Marco Arezio L'energia solare sta dimostrando un potenziale straordinario per alimentare i processi industriali ad alta temperatura, che storicamente dipendono dai combustibili fossili. Recenti progressi tecnologici hanno permesso di raggiungere temperature superiori ai 1.000 gradi Celsius utilizzando la concentrazione solare, aprendo nuove possibilità per la produzione di acciaio e cemento, settori notoriamente difficili da decarbonizzare. La Sfida delle Alte Temperature nella Produzione di Acciaio e CementoLa produzione di acciaio e cemento richiede temperature estremamente elevate, spesso superiori ai 1.400 gradi Celsius. Questi processi, attualmente alimentati da combustibili fossili, sono tra i maggiori contributori di emissioni di CO2 a livello globale. Pertanto, trovare modi per raggiungere tali temperature senza combustibili fossili è essenziale per ridurre le emissioni di gas serra. Innovazioni nella Concentrazione Solare Un notevole progresso è stato raggiunto con lo sviluppo di una tecnologia di concentrazione solare che utilizza un sistema avanzato di visione artificiale per allineare con precisione una vasta serie di specchi, concentrando la luce solare su un unico punto focale. Questo metodo permette di raggiungere temperature superiori ai 1.000 gradi Celsius, sufficienti per molti processi industriali. I sistemi solari termici commerciali precedenti raggiungevano solo circa 565 gradi Celsius, insufficienti per la maggior parte delle applicazioni industriali​ (MaterialDistrict)​​​. Dettagli Tecnici e Risultati dei Test di Concentrazione SolareIl processo di concentrazione solare utilizza specchi parabolici o eliotermici, che riflettono e concentrano i raggi solari su un ricevitore. In uno studio, una combinazione di una barra di quarzo sintetico e un disco di silicio opaco ha raggiunto temperature di 1.050 gradi Celsius quando esposto a una concentrazione solare equivalente a 136 soli. I test hanno mostrato che un ricevitore schermato da quarzo può raggiungere un'efficienza del 70% a 1.200 gradi Celsius con una concentrazione di 500 soli, rispetto al 40% di un ricevitore non protetto​. Questa efficienza è ottenuta grazie alla capacità del quarzo sintetico di intrappolare il calore e ridurre le perdite termiche, migliorando significativamente il trasferimento di calore rispetto ai ricevitori solari tradizionali. Gli studi hanno anche simulato vari scenari per ottimizzare l'effetto di trapping termico, esplorando materiali come fluidi e gas per raggiungere temperature ancora più elevate. Applicazioni e Benefici della Concentrazione SolareQuesta tecnologia ha applicazioni potenziali in diversi settori. Oltre alla produzione di acciaio e cemento, può essere utilizzata per processi come la scissione del CO2 e dell'acqua, per produrre carburanti fossili come l'idrogeno e il syngas. Questi sviluppi potrebbero ridurre drasticamente le emissioni di CO2 associate a questi processi industriali, offrendo un percorso verso una produzione più sostenibile. Problematiche e Prospettive Future Nonostante i promettenti risultati iniziali, ci sono ancora problematiche significative da affrontare. La scalabilità di questa tecnologia e la sua integrazione nei processi industriali esistenti richiederanno ulteriori ricerche e investimenti. Inoltre, è necessario migliorare ulteriormente l'efficienza della conversione dell'energia solare in calore ad altissime temperature. Le prospettive future, tuttavia, sono molto positive. Gli sviluppi recenti indicano che l'energia solare può effettivamente fornire le alte temperature necessarie per i processi industriali, riducendo l'uso di combustibili fossili e le emissioni di gas serra. Questa transizione potrebbe rappresentare un passo fondamentale verso una produzione industriale più sostenibile e a basse emissioni di carbonio​.Conclusione L'uso dell'energia solare per generare alte temperature è una svolta significativa nella lotta contro il cambiamento climatico. Le innovazioni nella tecnologia di concentrazione solare offrono una soluzione promettente per decarbonizzare i processi industriali ad alta temperatura, aprendo la strada a un futuro più sostenibile e a basse emissioni di carbonio. La dimostrazione di questa capacità tecnologica è un passo cruciale verso la riduzione dell'impronta di carbonio globale e l'adozione di fonti di energia rinnovabile su larga scala.

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https://www.rmix.it/ - La Geotermia nel Tempo: Dalle Antiche Sorgenti Termali alla Rivoluzione Energetica
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare La Geotermia nel Tempo: Dalle Antiche Sorgenti Termali alla Rivoluzione Energetica
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Un viaggio attraverso la storia della geotermia, esplorando le sue origini, i progressi tecnologici e il suo ruolo cruciale nel futuro energetico sostenibile del mondodi Marco ArezioLa geotermia è una fonte di energia rinnovabile che sfrutta il calore naturale della Terra. Questo calore può essere utilizzato per generare elettricità, riscaldare edifici e svolgere altre attività industriali. La storia della geotermia è antica e affascinante, con radici che risalgono a migliaia di anni fa. Questo articolo esplorerà le origini, lo sviluppo e le applicazioni moderne della geotermia nel mondo. Origini Antiche della GeotermiaLe prime tracce dell'uso della geotermia risalgono a più di 10.000 anni fa, quando le popolazioni primitive utilizzavano le sorgenti termali per il riscaldamento e la cottura. Gli antichi Romani furono tra i primi a sfruttare sistematicamente questa risorsa. Essi costruirono complessi termali, noti come "thermae", in tutto l'Impero Romano, utilizzando l'acqua calda proveniente dalle sorgenti geotermiche per il bagno e il riscaldamento. Sviluppi Medievali e Rinascimentali Durante il Medioevo, le sorgenti termali continuarono ad essere utilizzate principalmente per scopi terapeutici e ricreativi. Tuttavia, non ci furono significativi sviluppi tecnologici nell'uso della geotermia fino al Rinascimento. In questo periodo, l'interesse scientifico per i fenomeni naturali portò a una migliore comprensione delle forze geotermiche e delle loro potenzialità. La Rivoluzione Industriale La vera svolta nella storia della geotermia avvenne con la Rivoluzione Industriale. Nel 1827, a Larderello, in Toscana, Francesco Larderel iniziò a sfruttare il vapore naturale per estrarre l'acido borico dalle acque geotermiche. Questo fu uno dei primi utilizzi industriali del calore geotermico e segnò l'inizio dello sfruttamento sistematico di questa risorsa. Nel 1904, sempre a Larderello, il principe Piero Ginori Conti realizzò la prima produzione di elettricità da una fonte geotermica. Questo evento segnò l'inizio dell'era moderna della geotermia e aprì la strada a ulteriori sviluppi nel campo della produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili. Espansione Globale nel XX Secolo Durante il XX secolo, la geotermia si diffuse in tutto il mondo. Gli Stati Uniti furono tra i primi paesi a seguire l'esempio italiano. Nel 1921, la prima centrale geotermica americana fu costruita a The Geysers, in California. Questa località rimane ancora oggi uno dei più grandi complessi geotermici del mondo. Nel secondo dopoguerra, diversi paesi iniziarono a investire nella geotermia. L'Islanda, con la sua abbondanza di risorse geotermiche, divenne un pioniere nell'uso della geotermia per il riscaldamento domestico e la produzione di energia elettrica. Oggi, oltre il 90% delle abitazioni islandesi è riscaldato tramite energia geotermica. Innovazioni Recenti e Futuro della Geotermia Negli ultimi decenni, la tecnologia geotermica ha fatto passi da gigante. L'introduzione delle pompe di calore geotermiche ha reso possibile l'uso del calore della Terra anche in aree non vulcaniche. Questi sistemi, che sfruttano il gradiente termico del sottosuolo, sono sempre più utilizzati per il riscaldamento e il raffrescamento degli edifici. Inoltre, sono stati sviluppati nuovi metodi per sfruttare la geotermia a grandi profondità, dove le temperature sono più elevate. Questi impianti, noti come Enhanced Geothermal Systems (EGS), rappresentano una promettente frontiera per la produzione di energia rinnovabile. Paesi come Nuova Zelanda, Filippine, Indonesia e Kenya hanno fatto notevoli progressi nello sviluppo delle loro risorse geotermiche. La geotermia rappresenta una parte significativa del mix energetico di questi paesi, contribuendo a ridurre la dipendenza dai combustibili fossili e a mitigare i cambiamenti climatici. Problematiche e Opportunità Nonostante i progressi, la geotermia deve affrontare alcune problematiche. L'alto costo iniziale di installazione e la necessità di una localizzazione geologica favorevole sono tra i principali ostacoli. Tuttavia, con l'avanzamento della tecnologia e l'aumento dell'interesse per le energie rinnovabili, le opportunità per la geotermia sono in crescita. L'integrazione della geotermia con altre fonti di energia rinnovabile, come il solare e l'eolico, offre prospettive promettenti per la creazione di sistemi energetici sostenibili e resilienti. Inoltre, l'uso della geotermia per la produzione di idrogeno verde potrebbe aprire nuove strade per la transizione energetica globale. Conclusioni La storia della geotermia è una testimonianza della capacità umana di sfruttare le risorse naturali in modo innovativo e sostenibile. Da antiche sorgenti termali a complessi impianti industriali, la geotermia ha percorso una lunga strada, dimostrando il suo valore come fonte di energia pulita e affidabile. Con le giuste politiche e investimenti, la geotermia può giocare un ruolo cruciale nel futuro energetico del mondo, contribuendo a costruire un pianeta più verde e sostenibile.© Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - Accordo per la Fornitura di Biocarburanti nel Trasporto Marittimo
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Accordo per la Fornitura di Biocarburanti nel Trasporto Marittimo
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La decarbonizzazione del trasporto marittimo è uno tra i molti punti da affrontare se si vuole, in modo definitivo e programmato, arrivare alla totale mobilità sostenibiledi Marco ArezioLa fotografia attuale del trasporto marittimo, sia commerciale che civile, vede il costante transito dei cargo, tra un continente e l'altro, che consumano migliaia di tonnellate di carburante per viaggio, quota di consumo che si deve moltiplicare per le migliaia di navi presenti costantemente sui mari, e moltiplicati per centinaia di migliaia di viaggi all'anno. Questa enorme, incredibile, quantità di carburanti fossili, potrebbe venire sostituita da biocarburanti che provengono dalla lavorazione degli scarti della raccolta differenziata, dagli scarti animali e vegetali. Un progetto in questo senso è stato iniziato attraverso l'impegno di una società operante nel settore dei biocarburanti, che ha firmato un contratto di fornitura di propellenti verdi per la navigazione marittima.Infatti, Eni Sustainable Mobility e Saipem hanno firmato un Memorandum of Understanding (MoU) con l’obiettivo di utilizzare carburanti di natura biogenica sui mezzi navali di perforazione e costruzione di Saipem, con particolare riferimento alle operazioni nell’area del Mare Mediterraneo. Saipem ha una flotta che opera in tutto il mondo che è composta da 45 mezzi navali per la costruzione e la perforazione. Il MoU rappresenta un'importante pietra miliare per Eni e Saipem, a conferma dell'impegno reciproco nella diversificazione delle fonti energetiche e nella riduzione dell'impronta carbonica nelle operazioni offshore. Eni produce biocarburanti sin dal 2014, grazie alla riconversione delle raffinerie di Venezia e Gela in bioraffinerie, che dalla fine del 2022 sono olio di palme free. Tramite la tecnologia proprietaria Ecofining™ vengono trattate materie prime vegetali o di scarti animali e prodotti biocarburanti HVO (Hydrotreated Vegetable Oil, olio vegetale idrogenato). I biocarburanti sono uno dei pilastri del piano strategico Eni per il raggiungimento della carbon neutrality al 2050, attraverso un percorso di decarbonizzazione che punta all’abbattimento delle emissioni di processi industriali e prodotti. Tale accordo, in particolare, si inscrive nell’ambito della realizzazione della strategia di Saipem per la riduzione delle emissioni GHG ed implementa, insieme alle altre iniziative e agli investimenti previsti dal piano strategico del Gruppo, il percorso per la riduzione delle proprie emissioni di scopo 1 e scopo 2 entro il 2035 e il raggiungimento dell’obiettivo di Net Zero (incluso scopo 3) al 2050. L’accordo farà leva sull'esperienza e sulle competenze di entrambi i partner. Eni Sustainable Mobility, tra i primi produttori di biocarburanti in Europa, mette a disposizione le proprie conoscenze nel fornire soluzioni per la riduzione delle emissioni di carbonio. Saipem, attraverso il suo impegno nella transizione energetica, mira ad aumentare l'uso di carburanti alternativi sui propri mezzi per ridurre le proprie emissioni e quelle dei suoi clienti. Grazie all’utilizzo di combustibili di origine biogenica, Saipem punta a ridurre l’emissione di circa 550.000 Tonnellate di CO2eq per anno, pari a circa il 60% delle sue emissioni di scopo 1 totali annue.Fonte ENI

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https://www.rmix.it/ - Il disastro di Three Mile Island: panico nucleare
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Il disastro di Three Mile Island: panico nucleare
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Un’inchiesta sull’incidente nucleare del 1979 negli Stati Uniti e le sue conseguenze sulla fiducia nell’energia atomicadi Marco ArezioAlla fine degli anni Settanta gli Stati Uniti vivevano una fase di forte tensione energetica. La crisi petrolifera del 1973 aveva mostrato i limiti della dipendenza dai combustibili fossili importati e il nucleare appariva come la risposta tecnologica a una domanda crescente di energia. Decine di centrali vennero progettate o costruite in quegli anni, con il sostegno delle istituzioni e l’appoggio di una parte del mondo scientifico. L’atomo prometteva un futuro fatto di elettricità abbondante e relativamente pulita, in grado di sostenere la potenza industriale americana. Ma il clima era tutt’altro che sereno. Gruppi ambientalisti e associazioni civiche cominciavano a sollevare dubbi sui rischi delle centrali, sui costi reali della gestione delle scorie e sulla vulnerabilità di impianti complessi a errori umani. Era un dibattito acceso, che trovava spazio sulla stampa, nelle università e nelle piazze. In questo scenario si colloca il disastro di Three Mile Island, destinato a cambiare per sempre la percezione dell’energia nucleare negli Stati Uniti e nel mondo. Three Mile Island: un’isola nel cuore della Pennsylvania La centrale nucleare di Three Mile Island, situata lungo il fiume Susquehanna vicino ad Harrisburg, in Pennsylvania, era composta da due reattori ad acqua pressurizzata. L’impianto, operativo dalla metà degli anni Settanta, rappresentava un simbolo della modernità tecnologica e dell’ambizione energetica americana. Progettata per garantire sicurezza e affidabilità, era considerata un esempio di ingegneria avanzata. La popolazione locale vedeva nella centrale una fonte di lavoro e di crescita economica, ma anche un colosso imponente e misterioso. In pochi immaginavano che, in una mattina di marzo del 1979, quell’impianto sarebbe diventato l’epicentro della più grave crisi nucleare civile mai vissuta negli Stati Uniti. La mattina del 28 marzo 1979: inizio della crisi Alle 4 del mattino del 28 marzo 1979, una serie di eventi tecnici diede inizio all’incidente. Un guasto in una pompa del circuito secondario impedì il corretto raffreddamento del reattore numero 2. Il sistema di emergenza si attivò, ma un errore nella valvola di sfogo causò la perdita di refrigerante, facendo aumentare la temperatura del nocciolo. La complessità degli strumenti e la scarsa chiarezza delle spie di controllo portarono gli operatori a interpretare male la situazione. Invece di mantenere il raffreddamento, ridussero l’afflusso di acqua, aggravando il problema. L’errore umano si sommò così al guasto tecnico, trasformando una situazione gestibile in una catastrofe potenziale. Errori umani e guasti tecnici nella centrale L’indagine successiva mise in luce una concatenazione di cause: strumenti di monitoraggio che non segnalavano correttamente lo stato della valvola, protocolli di emergenza non aggiornati, carenze nella formazione degli operatori. La centrale era progettata per resistere a scenari complessi, ma la somma di piccoli difetti si rivelò devastante. Il nocciolo del reattore subì una parziale fusione: un evento gravissimo, che rappresenta l’incubo di qualsiasi impianto nucleare. Fortunatamente, l’involucro di contenimento resistette, impedendo che grandi quantità di radiazioni si riversassero all’esterno. Tuttavia, piccole fughe radioattive vennero rilevate, scatenando panico nella popolazione e dubbi sulla reale portata del disastro. La gestione dell’emergenza e la confusione istituzionale Nei giorni successivi all’incidente, la comunicazione fu caotica. Le autorità della centrale, le agenzie federali e il governo statale fornirono informazioni discordanti. Inizialmente venne minimizzata la gravità dell’accaduto, poi si passò a ipotizzare scenari drammatici, fino alla possibilità – ventilata da alcuni – di un’esplosione del reattore. Il governatore della Pennsylvania ordinò l’evacuazione preventiva per donne incinte e bambini entro un raggio di otto chilometri dalla centrale. Decine di migliaia di persone lasciarono le loro case, generando immagini che rimbalzarono sulle televisioni di tutto il mondo. La percezione pubblica fu quella di un disastro imminente, con file di automobili in fuga e comunità sospese nell’incertezza. La paura della popolazione e l’evacuazione parziale Il panico non fu soltanto un prodotto dei rischi reali, ma anche dell’assenza di una comunicazione trasparente. I cittadini della Pennsylvania si sentirono esposti a un pericolo invisibile e incontrollabile. Le fughe radioattive, pur contenute, alimentavano il timore di conseguenze sulla salute a lungo termine. La stampa parlava di “panico nucleare” e la fiducia nell’energia atomica veniva erosa giorno dopo giorno. Anche dopo che la situazione fu stabilizzata e il rischio immediato scongiurato, molti residenti continuarono a vivere con l’ansia di aver subito danni irreversibili. Studi epidemiologici successivi non rilevarono effetti significativi sulla salute della popolazione, ma il trauma collettivo era già inciso nella memoria di una generazione. Le conseguenze politiche e industriali sull’energia nucleare Three Mile Island ebbe un impatto devastante sull’industria nucleare statunitense. La costruzione di nuove centrali rallentò drasticamente e i progetti in corso subirono ritardi o cancellazioni. La fiducia pubblica crollò e il dibattito politico si spostò verso l’analisi dei rischi e dei costi dell’atomo. Negli anni successivi, le autorità introdussero regolamenti più severi e procedure di sicurezza più complesse. L’incidente divenne un caso di studio per ingegneri e politici, segnando una cesura nella storia energetica americana. Mentre in Europa e in Asia il nucleare continuava a espandersi, negli Stati Uniti rimase a lungo congelato. L’eredità culturale e la memoria collettiva del disastro Il disastro di Three Mile Island non fu soltanto un evento tecnico, ma un fenomeno sociale e culturale. Alimentò movimenti ambientalisti, rafforzò le campagne contro il nucleare e influenzò la cultura popolare, ispirando film e libri. Divenne il simbolo della fragilità di una tecnologia considerata sicura e il monito contro l’arroganza dell’uomo di fronte alla complessità della natura. Oggi, a più di quarant’anni di distanza, l’incidente resta una ferita aperta nella memoria americana. Nonostante il nucleare sia tornato al centro del dibattito come alternativa ai combustibili fossili, l’ombra di Three Mile Island continua a ricordare che l’energia atomica porta con sé non solo promesse, ma anche paure profonde.ACQUISTA IL LIBRO© Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - Gli Tsunami sono Fenomeni Causati dai Cambiamenti Climatici Odierni? Non Sempre.
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Gli Tsunami sono Fenomeni Causati dai Cambiamenti Climatici Odierni? Non Sempre.
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Studi recenti hanno documentato uno tsunami avvenuto nel 365 d.C.di Marco ArezioL'ultimo catastrofico tsunami è avvenuto in Giappone nel 2011 quando un terremoto, unito ad un gigantesco maremoto ha colpito le coste Giapponesi e ha messo in pericolo la centrale nucleare di Dai-ichi.Considerato il più grave incidente nucleare dopo quello successo nel 1986 a Cernobyl, classificato al livello 7 della scala INES, è stato possibile per la presenza di onde alte 14 metri che si sono abbattute sulla centrale. Il terremoto che aveva preceduto lo tsunami aveva fatto spegnere automaticamente i reattori per una questione di sicurezza, i quali dovevano essere comunque alimentari dall'acqua di raffreddamento. Infatti, quando la corrente elettrica fu sospesa, entrarono in funzione i generatori di corrente diesel che garantirono i processi di raffreddamento dei reattori anche se spenti. Dopo 40 minuti dal terremoto arrivò lo tsunami, che superò le barriere appositamente posizionate  ad un'altezza massima di 10 metri, permettendo quindi di essere scavalcate dal mare. L'acqua distrusse il sistema elettrico di emergenza tramite i generatori mandando in meltdown i reattori e successivamente si crearono 4 esplosioni a causa delle fughe di idrogeno. Il mondo sconcertato giudicò queste calamità frutto dei cambiamenti climatici che il nostro pianeta sta vivendo, che portano tsunami, piogge torrenziali, siccità, onde di calore e cicloni. Se in parte possiamo dire che la situazione climatica odierna è frutto anche di irresponsabili comportamenti dell'uomo, i fenomeni naturali estremi sono stati recentemente documentati anche in epoche non sospette come quello scoperto dalla Dott.ssa Polonia del CNR risalente al 365 d.C. Un deposito di sedimenti spesso fino a 25 metri, presente nel Mar Ionio, sembra essere il risultato di un forte tsunami avvenuto nel 365 d.C., originato a Creta e che ha coinvolto Calabria e Sicilia. Le caratteristiche di questo deposito hanno permesso di identificare altri due eventi più antichi avvenuti circa 15 e 40 mila anni fa. La ricerca coordinata dal Cnr-Ismar è stata pubblicata su Scientific Reports Uno studio condotto dall’Istituto di scienze marine del Consiglio nazionale delle ricerche di Bologna (Cnr-Ismar) ha ricostruito le tracce di uno tsunami che circa 1600 anni fa ha colpito le coste del Mediterraneo, incluse Sicilia e Calabria meridionale. La ricerca riguarda un’area abissale nel Mar Ionio, tra l’Italia, la Grecia e l’Africa, dove un deposito di sedimenti marini che raggiunge i 25 metri di spessore è stato deposto in modo quasi istantaneo dalla forza catastrofica delle correnti indotte dall’onda di uno tsunami. Lo studio è stato pubblicato su Scientific Reports. Il Mar Mediterraneo ospita due sistemi di subduzione lungo il limite tra le placche africana ed eurasiatica che hanno prodotto forti terremoti nel passato spesso associati a tsunami. “Sulla base di descrizioni storiche e dell’analisi dei sedimenti prelevati dai fondali del Mar Ionio, uno di questi eventi, avvenuto nel 365 d.C., ha interessato un'ampia area geografica incluse regioni distanti circa 800 km dalla zona sorgente che si trova a Creta”, spiega Alina Polonia del Cnr-Ismar. “I campioni di sedimento analizzati hanno permesso di verificare che il materiale che si trovava in condizioni di acqua molto bassa è stato strappato dalla zona costiera e depositato a 4000 metri di profondità. L'onda dello tsunami ha prodotto molteplici frane sottomarine lungo un fronte di migliaia di chilometri, dall’Italia meridionale alle coste africane. Le correnti hanno trascinato sedimenti costieri nelle profondità abissali anche in assenza di canyon, probabilmente attraverso flussi tabulari di grandi dimensioni. Questo ha permesso la deposizione di un volume straordinario di sedimenti di oltre 800 km3 in tutto il Mediterraneo orientale”. Processi molto simili sono stati descritti anche durante il mega-tsunami del 2011 che ha devastato le coste giapponesi. Le caratteristiche del deposito hanno permesso di identificare altri due eventi più antichi che rappresentano i predecessori di quello di Creta consentendo di acquisire elementi utili per una più corretta valutazione del rischio tsunamigenico sulle nostre coste. “Lo studio dimostra che uno tsunami può scaricare volumi significativi di sedimenti e carbonio organico nelle profondità oceaniche, influenzando così il ciclo geochimico globale e gli ecosistemi dei fondali marini”, conclude Polonia. “Capire come vengono prodotti i mega-tsunami, e dove sono più probabili, richiede una migliore comprensione dei processi sedimentari secondari come instabilità delle scarpate continentali, generazione di frane sottomarine e correnti di sessa in tutto il bacino”.

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https://www.rmix.it/ - rNEWS: Come Produrre il Bioetanolo Sostenibile senza Impegnare l'Agricoltura
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare rNEWS: Come Produrre il Bioetanolo Sostenibile senza Impegnare l'Agricoltura
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Come Produrre il Bioetanolo Sostenibile senza Impegnare l'AgricolturaLa produzione di bioetanolo ha sollevato, nel tempo, enormi polemiche ambientali, in quanto veniva realizzato attraverso le coltivazioni di culture specifiche dedicate a questo carburante, con un impatto elevatissimo sull'ecosistema. Questo a causa dello sfruttamento intensivo dei terreni, il consumo di acqua e la deforestazione in alcuni paesi per cercare di aumentare le superfici coltivabili. Versalis e Saipem sono partite da un concetto diverso, creando bioetanolo dai rifiuti vegetali come scarti agricoli e cippato di legno. Infatti, Versalis, società chimica di Eni, e Saipem, piattaforma ingegneristica e tecnologica per la sostenibilità, hanno firmato un accordo per promuovere su scala mondiale PROESA®, la tecnologia proprietaria Versalis per la produzione di bioetanolo sostenibile e di prodotti chimici da biomasse lignocellulosiche. Versalis e Saipem forniranno soluzioni integrate e tecnologicamente all’avanguardia per la produzione sostenibile del bioetanolo. Il processo PROESA®, infatti, non utilizza come materia prima colture destinate all’alimentazione umana, ma produce il bioetanolo di seconda generazione (considerato da EU Advanced biofuel) attraverso un processo di idrolisi e successiva fermentazione di biomasse disponibili in abbondanza, come scarti agricoli, cippato di legno e colture energetiche. Versalis gestirà gli aspetti commerciali relativi alla concessione dei diritti di licenza della tecnologia PROESA® e fornirà servizi di ingegneria, assistenza e training. Saipem si occuperà di tutte le fasi di sviluppo degli impianti produttivi, dalla progettazione alla realizzazione. Inoltre, le due aziende collaboreranno, con un team congiunto dedicato, a futuri sviluppi del processo industriale. Lo stabilimento Versalis a Crescentino (Vercelli), dove la tecnologia PROESA® è stata sviluppata, sarà l’impianto di riferimento per la commercializzazione su scala internazionale da parte delle due società. Versalis, nella più ampia strategia di decarbonizzazione di Eni, ha avviato un piano di trasformazione che punta a rendere le proprie attività e prodotti sempre più diversificati e sostenibili e il suo contributo tecnologico concorre a sviluppare l’economia circolare. L’accordo rappresenta un’unità di intenti con Saipem, partner riconosciuto a livello mondiale nell’ambito della progettazione e costruzione di impianti industriali complessi, affidabili e ottimizzati. Saipem, che ha avviato una strategia focalizzata sulla transizione energetica, amplia con questo accordo l’offerta di tecnologie per la chimica “green” per soddisfare la crescente richiesta nazionale ed internazionale di processi produttivi sostenibili e a basso impatto ambientale. Adriano Alfani, Amministratore Delegato di Versalis, ha commentato: “L’accordo siglato con Saipem avrà un ruolo fondamentale nel posizionamento a livello internazionale della tecnologia proprietaria Versalis, nata e sviluppata tutta in Italia, nell’ambito della chimica da fonti rinnovabili. L’obiettivo è che questa tecnologia innovativa, che è parte integrante del nostro piano di trasformazione in chiave sostenibile all’interno della più ampia strategia di decarbonizzazione di Eni, contribuisca allo sviluppo di prodotti da rinnovabili in un settore della chimica globalmente in crescita”. Francesco Caio, Amministratore Delegato di Saipem, ha commentato: “La domanda globale di bioetanolo è prevista in crescita nei prossimi anni e con Versalis intendiamo soddisfarla facendo leva su una tecnologia tra le più promettenti. Questo accordo rappresenta per entrambi un’opportunità in termini di crescita e vantaggio competitivo ed è un ulteriore tassello della nostra strategia di sviluppo di tecnologie “green” per la transizione energetica”. Vedi maggiori informazioni sulla bioetanoloInfo Eni

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