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rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Il boom dei prodotti rigenerati: come il riuso sta rivoluzionando i mercati globali
Economia circolare

Il mercato in crescita dei prodotti rigenerati, dai dispositivi elettronici ai mobili, con focus su dati, tendenze e vantaggi economici e ambientalidi Marco ArezioNegli ultimi anni, il mercato globale dei prodotti rigenerati ha registrato una crescita esponenziale, riflettendo un cambiamento culturale profondo verso il riuso e la sostenibilità. Dai dispositivi elettronici ai mobili, sempre più consumatori scelgono prodotti rigenerati, attratti da vantaggi economici, ambientali e dalla crescente qualità offerta. Questo fenomeno non rappresenta solo una moda passeggera, ma una trasformazione strutturale che coinvolge aziende, governi e cittadini in tutto il mondo. Un mercato in espansione: numeri e dati Secondo un rapporto di Allied Market Research, il mercato globale dei prodotti rigenerati valeva circa 50 miliardi di dollari nel 2020 e si prevede che raggiunga i 150 miliardi di dollari entro il 2030, con un tasso di crescita annuale composto (CAGR) superiore al 10%. Questo trend è particolarmente evidente nei settori dell’elettronica, come smartphone e laptop rigenerati, che rappresentano oltre il 60% del mercato globale. L’Europa guida la classifica mondiale grazie a normative stringenti sull’economia circolare, mentre gli Stati Uniti e i mercati emergenti, come India e Brasile, stanno rapidamente guadagnando terreno. Ad esempio, nel 2023 Apple ha annunciato che le vendite dei suoi dispositivi rigenerati hanno superato per la prima volta il 10% delle vendite globali, un segnale forte della crescente accettazione di questi prodotti da parte dei consumatori. Tendenze che stanno cambiando il mercato Crescita delle piattaforme di e-commerce Siti come Back Market, Swappie e Amazon Renewed stanno rendendo l’acquisto di prodotti rigenerati più semplice e accessibile. Queste piattaforme garantiscono qualità e trasparenza, offrendo certificazioni sui processi di rigenerazione e garanzie estese per rassicurare i consumatori. Collaborazioni aziendali e programmi interni Grandi marchi come IKEA e Patagonia stanno investendo nel riuso attraverso iniziative che incentivano il riciclo dei prodotti. IKEA, ad esempio, ha introdotto un servizio di ritiro e rigenerazione dei mobili usati, reinserendoli nel mercato a prezzi competitivi. Tecnologie di rigenerazione avanzate Innovazioni tecnologiche stanno migliorando l’efficienza e la qualità dei processi di rigenerazione. Ad esempio, nel settore dell’elettronica, le tecnologie di diagnostica avanzata permettono di individuare e risolvere problemi con precisione, aumentando la vita utile dei dispositivi. Cambiamenti nelle abitudini dei consumatori Le nuove generazioni, in particolare i Millennial e la Gen Z, stanno abbracciando il consumo responsabile. Secondo una ricerca di Deloitte, il 60% dei giovani consumatori è disposto a pagare di più per prodotti rigenerati di alta qualità, in linea con i propri valori di sostenibilità. Benefici economici L’acquisto di prodotti rigenerati consente ai consumatori di risparmiare tra il 30% e il 50% rispetto ai prodotti nuovi, senza rinunciare alla qualità. Questo rende il riuso una scelta economicamente vantaggiosa, soprattutto in un periodo di instabilità economica globale. Per le aziende, il mercato dei prodotti rigenerati rappresenta un’opportunità per ridurre i costi di produzione e diversificare le fonti di reddito. Inoltre, il riuso sta generando nuovi posti di lavoro nei settori della rigenerazione, del controllo qualità e della logistica, contribuendo a rilanciare l’economia locale. Secondo il Bureau of Labor Statistics degli Stati Uniti, il settore del riuso e della riparazione ha creato oltre 100.000 nuovi posti di lavoro negli ultimi cinque anni. Benefici ambientali Il riuso è un pilastro fondamentale dell’economia circolare, contribuendo a ridurre i rifiuti e l’impronta ecologica. Ad esempio, la rigenerazione di un laptop evita l’emissione di circa 150 kg di CO₂ rispetto alla produzione di un dispositivo nuovo. Su scala globale, il riuso potrebbe ridurre i rifiuti elettronici del 30% entro il 2030. Anche il consumo di risorse naturali subisce un impatto positivo. I mobili rigenerati, ad esempio, riducono la domanda di legno vergine, preservando le foreste e contribuendo alla lotta contro la deforestazione. Sfide e opportunità Nonostante i numerosi benefici, il mercato dei prodotti rigenerati deve affrontare alcune sfide. La percezione negativa associata ai prodotti di seconda mano e la mancanza di standard uniformi a livello globale sono ostacoli significativi. Tuttavia, queste difficoltà offrono anche opportunità di innovazione e collaborazione tra governi, aziende e organizzazioni non governative. Un esempio virtuoso è rappresentato dall’Unione Europea, che sta lavorando su un sistema di etichettatura unificato per i prodotti rigenerati, garantendo trasparenza e qualità per i consumatori. Conclusioni Il boom dei prodotti rigenerati è molto più di una tendenza: rappresenta una rivoluzione socio-economica che sta ridefinendo il modo in cui consumiamo e produciamo. Investire nel riuso non solo promuove un modello di sviluppo sostenibile, ma crea anche opportunità economiche e ambientali senza precedenti. Il futuro appartiene a un’economia circolare in cui ogni prodotto ha una seconda vita. In questo scenario, il riuso non è più un’opzione, ma una necessità per il nostro pianeta e per la prosperità delle generazioni future.© Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - Anche la Moda Vuole la sua Circolarità. La Visione di MacArthur Foundation
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Anche la Moda Vuole la sua Circolarità. La Visione di MacArthur Foundation
Economia circolare

Anche la Moda Vuole la sua Circolarità. La Visione di MacArthur Foundationdi Marco ArezioLa circolarità dell'economia non è fatta solo da settori che apparentemente sono, all'opinione pubblica, più visibilmente inquinanti, ma deve essere applicata a tutte le tipologie di produzioni industriali. La moda, per esempio, non è percepita come una filiera inquinante dalla popolazione, ma i dati degli esperti non supportano questa sensazione popolare, se consideriamo che ogni secondo viene mandato in discarica o bruciato la quantità di un autotreno di materiali tessili. RadiciGroup, attraverso l'ultima informazione, si fà carico del problema. RadiciGroup, dal 2018 partner dell’iniziativa “Make Fashion Circular” di Ellen MacArthur Foundation, ha recentemente partecipato alla stesura delle linee guida sulla circolarità nella moda redatte dall’associazione e basate sui principi dell'economia circolare, con l’obiettivo di offrire un contributo concreto alla riduzione degli sprechi nel mondo tessile-abbigliamento. Linee guida da attuare quanto prima se si pensa ai dati quantificati da EMF: ogni secondo, l'equivalente di un camion di materiali tessili viene mandato in discarica o bruciato. Si stima che ogni anno si perdano circa 500 miliardi di dollari di valore a causa di indumenti indossati saltuariamente e raramente riciclati. La nuova “Vision of a Circular Economy fo fashion” parte dal presupposto che è necessario lavorare tutti insieme per portare su scala industriale modelli di business profittevoli, che consentono però di noleggiare, rivendere o riciclare i vestiti più facilmente. Ecco perché si basa su ricerche approfondite e contributi di circa 100 organizzazioni tra cui produttori di tessuti, produttori di abbigliamento, marchi, rivenditori, collezionisti, selezionatori, riciclatori, accademici, istituzioni internazionali e ONG. Tre i punti chiave della vision: usare di più, riutilizzare, partire da materiali rinnovabili o da riciclo. RadiciGroup, produttore di filati in poliammide ma anche in poliestere ed acrilico, è “contributor” della nuova vision EMF, mettendo a disposizione competenza ed esperienza nella formulazione di soluzioni tessili in grado di concretizzare l’economia circolare.Categoria: notizie - plastica - economia circolare - rifiuti - moda Per maggiori info: www.ellenmacarthurfoundation.org

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https://www.rmix.it/ - La Raccolta Differenziata dei Rifiuti Urbani in Italia
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare La Raccolta Differenziata dei Rifiuti Urbani in Italia
Economia circolare

Analisi aggiornata del sistema italiano della raccolta differenziata: dati recenti, squilibri territoriali, infrastrutture di trattamento e sfide industriali della transizione verso l’economia circolareAutore: Marco Arezio Articolo: Novembre 2020Aggiornamento: marzo 2026 Categoria: economia circolare – rifiuti – plastica – gestione ambientale Un sistema che cresce ma non in modo uniforme Negli ultimi vent’anni la gestione dei rifiuti urbani in Italia ha vissuto una trasformazione profonda. Il paese è passato progressivamente da un modello fortemente dipendente dalle discariche a un sistema in cui la raccolta differenziata rappresenta la colonna portante della gestione dei rifiuti. Questo cambiamento è stato guidato da diversi fattori: l’evoluzione delle direttive europee sull’economia circolare, la crescente sensibilità ambientale dei cittadini e lo sviluppo di filiere industriali dedicate al recupero delle materie prime seconde. Il risultato è un sistema che oggi mostra risultati complessivamente positivi se osservato nel panorama europeo. Tuttavia, dietro il dato medio nazionale si nasconde una realtà molto più articolata. L’Italia della gestione dei rifiuti è ancora divisa in due: da una parte un Nord dotato di infrastrutture industriali mature e di sistemi di raccolta efficienti, dall’altra alcune aree del Centro e soprattutto del Sud che stanno migliorando rapidamente ma che continuano a soffrire una cronica carenza impiantistica. Per comprendere davvero lo stato della raccolta differenziata in Italia oggi è necessario partire dai numeri. Evoluzione della raccolta differenziata negli ultimi anni Nel 2018 la raccolta differenziata aveva raggiunto il 58,1% dei rifiuti urbani, pari a circa 17,5 milioni di tonnellate su 30 milioni complessive. Da allora la crescita non si è arrestata. L’introduzione diffusa del porta a porta, la tariffazione puntuale e il consolidamento del sistema consortile del riciclo hanno progressivamente aumentato la quota di rifiuti separati alla fonte. La tabella seguente mostra l’evoluzione più recente del sistema italiano.Anno Rifiuti urbani totali (milioni ton) Raccolta differenziata (%) Raccolta differenziata (milioni ton)Il risultato è che oggi l’Italia si colloca tra i paesi europei più avanzati nella raccolta differenziata domestica, superando diverse economie industriali di pari dimensioni. Ma il dato nazionale non racconta tutta la storia. Il divario territoriale che continua a caratterizzare il sistema Se si osserva la distribuzione geografica della raccolta differenziata emerge chiaramente uno dei tratti strutturali della gestione dei rifiuti in Italia: la forte disparità tra le diverse aree del paese. Questa differenza non riguarda soltanto la percentuale di rifiuti raccolti separatamente, ma anche la presenza di infrastrutture industriali, la qualità dei servizi pubblici locali e la stabilità amministrativa dei sistemi di gestione. La situazione può essere sintetizzata nella tabella seguente. Macro area Raccolta differenziata 2018 Raccolta differenziata 2024 Il Nord Italia continua quindi a rappresentare l’area più avanzata del sistema nazionale. Alcune regioni hanno ormai superato stabilmente il 70% di raccolta differenziata. All’estremo opposto si trovano alcune regioni meridionali dove la crescita è stata significativa ma dove il sistema rimane più fragile. È importante sottolineare che molte di queste regioni hanno registrato negli ultimi anni incrementi anche superiori al 5–7% annuo, segno che il sistema sta evolvendo. Tuttavia l’aumento della raccolta non è stato sempre accompagnato da un adeguato sviluppo degli impianti di trattamento. Ed è proprio qui che emerge uno dei problemi più profondi del sistema italiano dei rifiuti. Le principali frazioni raccolte nel sistema italiano Per comprendere meglio la struttura della raccolta differenziata è utile osservare la composizione delle frazioni merceologiche raccolte. La frazione organica rappresenta ormai il pilastro della raccolta differenziata italiana. Questo flusso è destinato principalmente a impianti di compostaggio o digestione anaerobica che permettono di produrre fertilizzanti agricoli e biometano. Il problema è che la crescita della raccolta dell’umido è stata più rapida della costruzione degli impianti necessari per trattarlo. Il vero nodo del sistema: la distribuzione degli impianti Uno degli aspetti più critici del sistema italiano dei rifiuti riguarda la distribuzione territoriale degli impianti. Molte delle infrastrutture necessarie per trasformare i rifiuti raccolti in nuove materie prime seconde si concentrano nelle regioni del Nord. La distribuzione degli impianti per il trattamento della frazione organica è indicativa. Area geografica Numero impianti Anche per altre infrastrutture fondamentali la situazione è simile. Discariche autorizzate Termovalorizzatori Questa distribuzione squilibrata genera un fenomeno strutturale della gestione dei rifiuti italiana: la migrazione dei rifiuti. Il fenomeno della migrazione dei rifiuti Ogni anno grandi quantità di rifiuti raccolti nel Centro e nel Sud Italia vengono trasportate verso impianti situati nel Nord del paese. Questo movimento avviene soprattutto per: - rifiuti indifferenziati destinati al recupero energetico - frazioni organiche in eccesso - scarti delle piattaforme di selezione Le conseguenze sono rilevanti sotto diversi punti di vista. Sul piano ambientale aumentano le emissioni legate al trasporto su gomma. Sul piano economico crescono i costi di gestione sostenuti dai comuni, che si riflettono direttamente sulle tariffe pagate dai cittadini. Il risultato è che alcune città del Sud pagano la gestione dei rifiuti molto più di territori che dispongono di impianti locali. L’esportazione dei rifiuti italiani all’estero A questa migrazione interna si aggiunge un ulteriore fenomeno: l’esportazione di rifiuti verso altri paesi europei. La quota non è enorme rispetto al totale dei rifiuti prodotti, ma resta significativa dal punto di vista industriale. In totale si tratta di circa 400–500 mila tonnellate annue, pari a poco più dell’1,5% dei rifiuti urbani prodotti. Questo flusso riguarda soprattutto rifiuti destinati alla termovalorizzazione o a trattamenti industriali specializzati. Il dato dimostra ancora una volta come la gestione dei rifiuti sia strettamente legata alla disponibilità di infrastrutture industriali adeguate. Economia circolare e transizione energetica Negli ultimi anni la gestione dei rifiuti è diventata una componente sempre più importante della transizione energetica. Gli impianti di digestione anaerobica dell’organico, ad esempio, producono biometano, un combustibile rinnovabile che può essere utilizzato nei trasporti o immesso nella rete del gas naturale. Allo stesso tempo, il recupero di materia attraverso il riciclo permette di ridurre il consumo di risorse naturali e di limitare le emissioni associate alla produzione di nuovi materiali. L’Unione Europea ha fissato obiettivi molto ambiziosi: - 65% di riciclo dei rifiuti urbani entro il 2035 - riduzione drastica del ricorso alla discarica - sviluppo dell’economia circolare L’Italia è relativamente ben posizionata rispetto a questi obiettivi, ma dovrà comunque affrontare una sfida importante: aumentare la capacità impiantistica e ridurre le disuguaglianze territoriali. Conclusioni: un sistema tra eccellenza e fragilità Il sistema italiano della raccolta differenziata rappresenta oggi un caso interessante nel panorama europeo. Da un lato il paese ha dimostrato che è possibile raggiungere percentuali molto elevate di raccolta grazie alla collaborazione tra cittadini, amministrazioni locali e industria del riciclo. Dall’altro lato permangono fragilità strutturali legate soprattutto alla distribuzione degli impianti e alla difficoltà di pianificare nuove infrastrutture. Il futuro della gestione dei rifiuti in Italia dipenderà dalla capacità di superare queste contraddizioni: rafforzare le filiere industriali del riciclo, costruire impianti dove mancano e trasformare definitivamente i rifiuti in una risorsa economica. Solo allora il sistema italiano potrà passare da una raccolta differenziata efficiente a una vera economia circolare industriale. Fonti ISPRA – Rapporto Rifiuti Urbani Eurostat – Waste Statistics Commissione Europea – Circular Economy Package CONAI – Rapporto sul riciclo degli imballaggi Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica

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https://www.rmix.it/ - Gestione dei rifiuti urbani: interesse pubblico o privato?
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Gestione dei rifiuti urbani: interesse pubblico o privato?
Economia circolare

Dalla raccolta differenziata alla crisi dei riciclatori europei, fino alle nuove regole UE su contenuto riciclato e tracciabilità: un’analisi aggiornata al 2026 sul limite del modello pubblico-privato nella filiera dei rifiutiApprofondimento aggiornato al 2026 sul rapporto tra capitalismo, raccolta differenziata ed economia circolare: perché il riciclo non può reggersi solo sulle logiche di mercato e quali correttivi servono. Autore: Marco Arezio. Esperto in economia circolare, riciclo dei polimeri e processi industriali delle materie plastiche. Fondatore della piattaforma rMIX, dedicata alla valorizzazione dei materiali riciclati e allo sviluppo di filiere sostenibili.Data di prima pubblicazione: giugno 2020 Articolo aggiornato al: 8 aprile 2026 Tempo di lettura: 12 minuti Quando questo articolo fu scritto, nel giugno 2020, il tema sembrava quasi provocatorio: sostenere che capitalismo e imprenditoria privata non fossero sempre la risposta migliore per la collettività appariva, a molti, una posizione ideologica. Sei anni dopo, il contesto europeo ha reso quella riflessione molto più concreta. In Europa il riciclo è cresciuto, arrivando al 44% dei rifiuti generati nel 2022, ma l’Agenzia europea dell’ambiente segnala che i progressi hanno rallentato e in alcuni casi si sono persino invertiti. Nello stesso tempo, l’economia circolare europea resta ancora parziale: nel 2024 il tasso di utilizzo circolare dei materiali nell’UE è poco sopra il 12%, mentre l’Italia si distingue con il 21,6%, uno dei valori più alti dell’Unione. Questi numeri dicono una cosa semplice: la raccolta differenziata, la selezione e il riciclo hanno costruito un’ossatura industriale importante, ma non ancora sufficiente a rendere davvero stabile il sistema. Il fatto che l’Italia abbia raggiunto nel 2023 una raccolta differenziata pari al 66,6% dei rifiuti urbani e che nel 2024 la produzione nazionale dei rifiuti urbani sia tornata sopra i 29,9 milioni di tonnellate mostra bene il problema: la macchina della raccolta funziona, ma la pressione sui volumi, sui costi e sugli sbocchi di mercato non si è affatto dissolta. La raccolta differenziata non è solo un mercato ma un’infrastruttura civile L’errore più frequente, ancora oggi, è considerare la raccolta differenziata come se fosse soltanto un passaggio a monte di una filiera industriale. Non è così. La gestione dei rifiuti è prima di tutto un presidio di igiene urbana, di tutela sanitaria, di ordine territoriale e di continuità amministrativa. Il riciclo viene dopo. Prima c’è l’obbligo di garantire che ogni giorno milioni di famiglie, uffici, negozi e imprese possano conferire correttamente i materiali senza che la città collassi sotto il peso dei propri scarti. Per questo motivo la logica puramente imprenditoriale mostra un limite strutturale. Un’impresa privata può legittimamente ridurre capacità, rinviare investimenti o uscire da un mercato quando i margini non sono più adeguati. Un servizio essenziale, invece, non può fermarsi. È qui che nasce la frizione tra interesse collettivo e razionalità d’impresa: il riciclo industriale può essere organizzato con criteri di efficienza privata, ma la continuità del sistema non può dipendere solo da quelle stesse convenienze. Questa distinzione è diventata ancora più chiara osservando il quadro globale delle plastiche. L’OCSE ricorda che il ciclo della plastica resta largamente non circolare: la produzione mondiale è passata da 234 a 460 milioni di tonnellate tra 2000 e 2019, i rifiuti plastici sono più che raddoppiati e, una volta considerate le perdite di processo, solo il 9% dei rifiuti plastici è stato effettivamente riciclato. Cosa è cambiato davvero nella filiera europea del riciclo Dal 2020 in poi non si è verificato un semplice rallentamento congiunturale. Si è manifestata una fragilità più profonda: l’anello industriale del riciclo, soprattutto per le plastiche, è risultato esposto in modo eccessivo ai prezzi dell’energia, alla volatilità delle materie prime vergini, alla debolezza della domanda di riciclato e alla concorrenza di materiali importati a prezzi più bassi. La Corte dei conti europea lo ha scritto in modo netto nel 2025: alcuni impianti, in particolare quelli che trattano plastica, sono a rischio chiusura per l’aumento dei costi, la carenza di domanda nell’UE e le importazioni di plastica riciclata e vergine più economica da fuori Unione. Questa osservazione è fondamentale perché ribalta una narrazione diffusa. Non basta dire ai cittadini di separare bene i rifiuti, né basta aumentare i quantitativi raccolti. Se il materiale selezionato non trova un mercato stabile, se il riciclatore non ha margini, se l’utilizzatore finale preferisce la materia vergine o l’import a basso costo, la circolarità si spezza proprio nel punto decisivo: quello in cui il rifiuto dovrebbe tornare ad essere materia. La stessa Corte dei conti europea segnala infatti una crisi della domanda di materiali secondari e indica la necessità di rendere economicamente più praticabile il caso industriale del riciclo. Il paradosso del riciclo: tutti lo vogliono, pochi lo pagano Il punto politico ed economico è questo: quasi tutti dichiarano di volere più riciclo, ma molti operatori non sono disposti a pagare il sovrapprezzo, le complessità tecniche o i rischi qualitativi che spesso il materiale riciclato comporta. Un briefing del Parlamento europeo del 2026 lo sintetizza con chiarezza: uno dei maggiori ostacoli alla circolarità è che i materiali riciclati spesso costano più dei vergini, o sono percepiti come qualitativamente inferiori; questo scarto di prezzo e di percezione mina la domanda di riciclati e quindi la sostenibilità economica del riciclo. In altre parole, il mercato da solo non premia automaticamente il comportamento ambientalmente corretto. Premia ciò che è più disponibile, meno rischioso, più standardizzato e spesso più economico nel breve periodo. È il motivo per cui affidare il cuore dell’economia circolare alla sola competizione tra operatori è una scommessa fragile. Quando la materia vergine torna aggressiva sul prezzo, o quando l’importazione estera abbassa i riferimenti di mercato, il riciclatore europeo perde competitività anche se svolge una funzione ambientale essenziale. Perché la plastica resta il punto più fragile dell’economia circolare Tra tutte le filiere, quella della plastica è la più esposta a questa contraddizione. La plastica è tecnicamente riciclabile in molte applicazioni, ma non tutta la plastica raccolta torna in usi ad alto valore; inoltre, qualità del flusso, contaminazione, additivi, odori, colore e requisiti normativi limitano fortemente gli sbocchi. L’Agenzia europea dell’ambiente ricorda che l’uso di plastica riciclata, come quota del totale di plastica impiegata nell’UE, era ancora solo dell’8,1% nel 2020, pur in crescita rispetto al 2018. Questo dato, letto insieme alla crisi degli impianti segnalata nel 2025, mostra che la plastica è il banco di prova dell’intero modello. Se proprio la filiera più simbolica dell’economia circolare continua a dipendere da sostegni normativi, da obblighi di contenuto riciclato e da misure per riequilibrare il prezzo relativo rispetto al vergine, allora significa che il mercato spontaneo non basta. Significa che la circolarità, per funzionare, ha bisogno di essere progettata e non solo auspicata. Il limite del modello misto tra servizio pubblico e profitto privato Il modello che si è diffuso in gran parte d’Europa è noto: il pubblico organizza o regola la raccolta, il privato raccoglie, seleziona, tratta, trasforma e vende, mentre il valore del materiale recuperato dovrebbe contribuire all’equilibrio economico dell’intero sistema. È un modello che ha prodotto risultati, ma ha anche lasciato aperto un nodo: quando il valore di mercato del rifiuto cala, o quando la domanda industriale di riciclato si indebolisce, il sistema perde coesione. La Corte dei conti europea ha segnalato che in molti contesti i vincoli finanziari e le debolezze di pianificazione continuano a rallentare la transizione, e ha inoltre rilevato che le tariffe pagate dai cittadini non coprono tutti i costi della gestione dei rifiuti. In alcuni casi, persino i contributi dei produttori nell’ambito della responsabilità estesa non coprono interamente i costi del sistema. Questo significa che il mercato non solo non remunera sempre abbastanza il riciclo, ma spesso non finanzia nemmeno completamente il servizio collettivo da cui quel riciclo dipende. Qui emerge il cuore dell’argomento: non è la presenza dei privati il problema in sé. Il problema nasce quando un servizio essenziale viene progettato come se potesse reggersi stabilmente su logiche di commodity market. La continuità della raccolta e della valorizzazione dei rifiuti non può dipendere in modo esclusivo da spread di prezzo, aste, opportunità speculative o cicli favorevoli delle materie prime. Le nuove regole europee stanno correggendo un errore di impostazione La parte più interessante dell’aggiornamento 2026 è che la stessa Unione europea sembra aver interiorizzato questo limite. La nuova disciplina sugli imballaggi, il PPWR, è entrata in vigore l’11 febbraio 2025 e si applicherà in via generale dal 12 agosto 2026. Non si limita a parlare di raccolta e riciclabilità: introduce una logica nuova, quella della domanda obbligatoria di materiale riciclato e della progettazione degli imballaggi per rendere economicamente praticabile il riciclo entro il 2030. La direzione è chiarissima. La normativa europea non si affida più soltanto all’idea che, una volta raccolto il rifiuto, il mercato farà il resto. Al contrario, costruisce sbocchi regolati. La Corte dei conti europea riassume i futuri requisiti di contenuto riciclato per gli imballaggi plastici applicabili dal 2030: 30% per alcuni imballaggi sensibili in PET, 10% per quelli sensibili non PET, 30% per le bottiglie monouso per bevande e 35% per altri imballaggi plastici. Già prima di questa regolazione più ampia, l’UE aveva fissato per le bottiglie in plastica il 25% di contenuto riciclato entro il 2025 e il 30% entro il 2030. Anche il futuro Circular Economy Act, atteso nel 2026, nasce con lo stesso obiettivo: creare un mercato unico delle materie prime secondarie, aumentare l’offerta di riciclati di qualità e stimolare la domanda interna nell’UE. Non è un dettaglio tecnico. È il riconoscimento politico del fatto che, senza una domanda costruita anche per via normativa, il riciclo resta esposto alle fragilità del mercato. Il ruolo decisivo degli acquisti pubblici e della domanda garantita Se la raccolta dei rifiuti è un servizio pubblico, allora anche la domanda di materiali riciclati non può essere lasciata integralmente alla spontaneità del mercato. Gli acquisti pubblici sono una leva potente proprio perché stabilizzano la domanda. L’EEA osserva che il ricorso a criteri circolari negli appalti pubblici sta crescendo: oggi il 63% delle città e regioni europee analizzate dichiara di includerli nei processi di procurement, contro il 53% del 2020. Questo è il passaggio che nel 2020 mancava ancora nella consapevolezza generale. Per rendere funzionante l’economia circolare non basta raccogliere e non basta riciclare: bisogna comprare riciclato. Devono farlo la pubblica amministrazione, l’industria degli imballaggi, l’edilizia, l’automotive, il tessile tecnico, gli arredi urbani. Dove non arriva una convenienza spontanea, devono arrivare criteri minimi ambientali, quote obbligatorie, contratti di lungo periodo, standard di qualità e strumenti di tracciabilità. Che cosa dovrebbe cambiare in Italia e in Europa L’aggiornamento del 2026 porta dunque a una conclusione più precisa rispetto al testo del 2020. Non serve “meno impresa” in astratto. Serve un’impresa privata collocata dentro un’architettura pubblica più robusta, più programmata e meno dipendente dalla speculazione sui flussi. Serve una filiera nella quale il prezzo del rifiuto selezionato non distrugga l’equilibrio industriale a valle, nella quale la responsabilità estesa del produttore copra davvero i costi, nella quale gli enti locali non siano costretti a rincorrere emergenze finanziarie e nella quale esistano sbocchi certi per la materia seconda. Servono anche regole commerciali più intelligenti. La nuova regolazione europea sulle spedizioni di rifiuti, entrata in vigore nel maggio 2024, punta proprio a evitare che l’UE esporti i propri problemi ambientali verso Paesi terzi, a rafforzare i controlli e ad aumentare la tracciabilità dei flussi. È un altro segnale della stessa presa di coscienza: la circolarità non si difende solo con buone intenzioni, ma con governance, controllo e capacità di trattenere valore industriale in un perimetro regolato. Il vero nodo non è il capitalismo, ma la dipendenza da esso per un servizio essenziale Rileggendo oggi l’articolo del 2020, la tesi centrale può essere riformulata in modo più rigoroso. Il capitalismo e l’imprenditoria privata non sono inutili alla collettività: al contrario, sono spesso indispensabili per innovazione, efficienza, organizzazione e sviluppo tecnologico. Ma diventano una risposta insufficiente quando la collettività affida a logiche di profitto volatile un’infrastruttura che deve restare operativa sempre, anche quando il mercato non remunera abbastanza. La gestione dei rifiuti appartiene a questa categoria. È un servizio che produce igiene, salute, ordine urbano, minore dipendenza dalle risorse vergini, sicurezza ambientale e resilienza industriale. Per questo non può essere lasciato alla sola selezione darwiniana del mercato. Può includere il mercato, può valorizzare l’impresa, può usare la concorrenza come stimolo. Ma deve essere sorretto da una regia pubblica forte, da strumenti economici anticiclici e da una domanda di riciclato costruita anche con la politica industriale. È esattamente la direzione in cui l’Europa, pur lentamente, si sta muovendo. In definitiva, la domanda non è se il privato debba partecipare o no. La domanda giusta è un’altra: possiamo davvero permetterci che la continuità della circolarità dipenda solo da ciò che conviene, trimestre per trimestre, ai mercati delle materie? La risposta, nel 2026, appare molto meno ideologica e molto più pratica di quanto sembrasse nel 2020: no. FAQ Perché il mercato da solo non basta per far funzionare il riciclo? Perché la raccolta e il trattamento dei rifiuti sono servizi essenziali, mentre la domanda di materiale riciclato resta esposta a volatilità di prezzo, qualità e concorrenza con il vergine. Quando questa domanda cala, l’intera filiera si indebolisce. L’articolo sostiene che il privato debba uscire dal settore dei rifiuti? No. La tesi è che il privato debba operare dentro una cornice pubblica più stabile, con regole che garantiscano continuità del servizio e sbocchi economici per il riciclato. Qual è il segnale più forte del cambiamento europeo? L’introduzione di obblighi di contenuto riciclato, la revisione delle regole sugli imballaggi e la preparazione del Circular Economy Act mostrano che Bruxelles non punta più solo sulla raccolta, ma anche sulla costruzione della domanda di materia seconda. L’Italia è avanti o indietro? L’Italia è tra i Paesi più circolari d’Europa per tasso di utilizzo circolare dei materiali e ha una raccolta differenziata elevata, ma resta esposta come gli altri al problema industriale della domanda di riciclato e della sostenibilità economica della filiera. Quali strumenti servono per rendere il sistema più stabile? Responsabilità estesa del produttore che copra i costi reali, acquisti pubblici verdi, criteri minimi di contenuto riciclato, contratti di lungo periodo, tracciabilità dei flussi e capacità industriale interna al mercato europeo. Fonti European Environment Agency, Waste recycling in Europe, 2025. European Environment Agency, Europe’s environment 2025 – Waste recycling, 2025. European Environment Agency, The role of plastics in Europe’s circular economy, 2024. European Commission, Packaging waste / PPWR, aggiornamento 2026. European Commission, Waste shipments, aggiornamento 2026. European Commission, Circular Economy Act, aggiornamento 2026. European Court of Auditors, Special report 23/2025: Municipal waste management, 2025. Eurostat, Circular economy – material flows, 2025. ISPRA, Rapporto Rifiuti Urbani 2024 – dati di sintesi, 2024. ISPRA, presentazione Rapporto Rifiuti Urbani 2025, 2025. OECD, Global Plastics Outlook, 2022. European Parliament, Plastic waste and recycling in the EU: facts and figures, aggiornato 2024. European Parliament Research Service, Circular Economy Act, 2026. Immagine su licenza © Riproduzione Vietata

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rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Plastica: Come Trattare gli Scarti Industriali
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Gli scarti industriali della plastica sono uno dei fattori di inquinamento del nostro pianetadi Marco ArezioTutte le aziende di produzione industriale fanno uso di plastica, sia in ricezione che in uscita. La responsabilità della loro gestione e smaltimento diventa quindi una responsabilità sociale per l’impresa, la quale deve trovare delle modalità per smistare e riciclare la plastica.Gli scarti industriali della plastica Tutta la strategia mondiale, comunque, anche a livello normativo, poggia sull’obbligo di gestione ottimale dei rifiuti plastici industriali al fine di evitare un impatto ambientale rilevante. La sfida quotidiana è diventata quindi il riuso della plastica riciclata, sotto forma di altri oggetti utili per i vari settori di destinazione. In questo processo industriale entrano di diritto tutti quegli impianti per il riciclo della plastica che ne permettano la scomposizione e la riduzione a materia riutilizzabile. Questi macchinari di ultima generazione permettono, fra l’altro, di rimuovere le sostanze pericolose della plastica, lasciando un prodotto finale riutilizzabile in ottica di economia circolare. In particolare i macchinari permettono di coprire tutta la filiera del riciclo della plastica fino ad ottenere un prodotto da poter reimpiegare per il suo riciclo verso una “nuova vita”. Qui sotto indichiamo nel dettaglio di cosa si tratta.Taglio della plastica Si tratta di macchinari per il taglio della plastica che, grazie alla ridotta potenza permettono di avere bassi consumi energetici e nello stesso tempo assolvono alla funzione di taglio di ogni genere volumi e tipologie.Lavaggio della plastica Nel recupero delle materie plastiche diventa importante effettuare un lavaggio completo che “liberi” la plastica trattata dai contaminanti come la sabbia, gli oli, additivi vari, metalli o quanto altro la renda “spuria”. Queste macchine per il lavaggio della plastica permettono quindi di ottenere la massima pulizia anche nei confronti di materiale dannoso di piccolissime dimensioni.Asciugatura della plastica Il materiale lavato viene poi passato in macchine per l’asciugatura della plastica. Si tratta di macchinari che permettono elevate prestazioni sia per plastiche rigide che per plastiche non rigide e riducono al massimo la quantità di acqua presente nel materiale.Densificazione della plastica Questo processo di lavorazione è uno dei plusvalori per dei sistemi di riciclo integrati. Il densificatore per la plastica è un macchinario pensato appositamente per la trasformazione ed il recupero di materiali plastici non rigidi, provenienti da scarti industriali e post industriali.Estrusione della plastica Il macchinario per l’estrusione della plastica viene molto utilizzato nelle industrie per la granulazione del materiale. Tale processo permette di ottenere dei piccoli “granuli” di plastica tali da essere inseriti all’interno di fusti o silos in maniera semplice.Stoccaggio della plastica Dopo l’estrusione si pone il problema dello stoccaggio della plastica. A riguardo è consigliato un sistema che permette di omogenizzare il materiale e ne favorisce il raffreddamento. Questo macchinario permette lo stoccaggio anche di quantità elevate di plastica. Categoria: notizie - plastica - economia circolare - riciclo - rifiuti - scarti industriali

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https://www.rmix.it/ - La Sostenibilità negli Imballaggi: Produzione e Riciclo dei Porta Uova in Cartone Riciclato Ammortizzante
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare La Sostenibilità negli Imballaggi: Produzione e Riciclo dei Porta Uova in Cartone Riciclato Ammortizzante
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Dalla Raccolta della Carta alla Creazione di Imballaggi Elastici e Resilienti: Tecniche, Additivi e Vantaggi dell’Economia Circolare nell’Industria degli Imballaggidi Marco Arezio Nell'era dell'economia circolare, la sostenibilità è diventata un tema centrale in molte industrie. Tra queste, l'industria degli imballaggi ha visto una significativa innovazione, con un crescente utilizzo di materiali riciclati. Un esempio emblematico di questa tendenza è rappresentato dai porta uova in cartone riciclato ammortizzante. Questi prodotti non solo proteggono le uova durante il trasporto, ma lo fanno in maniera ecologica, riducendo l'impatto ambientale. In questo articolo esploreremo il processo di produzione e riciclo dei porta uova in cartone riciclato ammortizzante, con un focus specifico sugli additivi che rendono il cartone così elastico e resistente agli urti. Produzione dei Porta Uova in Cartone Riciclato Raccolta e Selezione della Carta Riciclata Il primo passo nella produzione dei porta uova in cartone riciclato è la raccolta della carta usata. Questa carta può provenire da varie fonti, come uffici, abitazioni, e aziende che smaltiscono quotidianamente grandi quantità di carta. La raccolta avviene tramite sistemi di raccolta differenziata o centri di riciclaggio dedicati. Una volta recuperata, la carta viene trasportata agli impianti di riciclaggio, dove viene selezionata per eliminare eventuali impurità come plastica, metallo e altri materiali non fibrosi. Pulizia e Frantumazione della Carta La carta selezionata viene quindi pulita per rimuovere inchiostri, adesivi e altre sostanze contaminanti. Questo processo di pulizia può coinvolgere metodi chimici o meccanici, come l'uso di detergenti specifici e acqua calda. Dopo la pulizia, la carta viene frantumata in fibre di cellulosa mediante un processo di macinazione. Questo passaggio è cruciale per ottenere una pasta di carta omogenea e di alta qualità, che costituisce la base per la produzione del cartone riciclato. Formazione del Cartone La pasta di carta viene successivamente diluita con acqua per formare una sospensione fibrosa. Questa sospensione viene versata su una rete di drenaggio dove l'acqua viene rimossa, lasciando le fibre ad unirsi per formare un foglio di carta umida. Il foglio viene poi pressato e asciugato per rimuovere ulteriormente l'acqua, ottenendo così un cartone rigido. È in questa fase che vengono aggiunti gli additivi per migliorare le proprietà ammortizzanti del cartone. Additivi Ammortizzanti Gli additivi utilizzati per rendere il cartone più elastico e resistente agli urti includono una varietà di composti naturali e sintetici. Tra questi, i più comuni sono: Amido: Derivato da mais, patate o tapioca, l'amido viene utilizzato per migliorare la resistenza alla compressione del cartone. Funziona come un legante naturale che conferisce maggiore coesione alle fibre di cellulosa. Lattice di Gomma: Un additivo naturale ottenuto dal lattice degli alberi di gomma. Viene aggiunto alla pasta di carta per aumentare l'elasticità e la resistenza agli urti del cartone. Poliuretano: Un polimero sintetico utilizzato in quantità minime per migliorare le proprietà ammortizzanti. Aiuta a distribuire meglio gli impatti, riducendo il rischio di rottura delle uova. Resine: Utilizzate per migliorare la durabilità del cartone, le resine possono essere sia naturali che sintetiche. Conferiscono al cartone una maggiore resistenza all'umidità e agli agenti atmosferici. Fibre Riciclate: L'aggiunta di fibre di cellulosa più lunghe e resistenti provenienti da materiali riciclati di alta qualità aiuta a migliorare la struttura del cartone, rendendolo più robusto ed elastico. Stampaggio dei Porta Uova Il cartone rigido, ora arricchito con additivi ammortizzanti, viene sottoposto a un processo di stampaggio per assumere la forma dei classici porta uova. Questo processo avviene mediante stampi a caldo o a freddo, che modellano il cartone nelle forme specifiche necessarie per alloggiare e proteggere le uova. Gli stampi possono variare per adattarsi a diversi numeri di uova, da sei a dozzine, e possono includere design aggiuntivi per migliorare la stabilità e la protezione. Riciclo dei Porta Uova in Cartone Raccolta e Trasporto Una volta utilizzati, i porta uova in cartone possono essere riciclati. Il processo di riciclo inizia con la raccolta dei porta uova usati, che possono essere conferiti tramite servizi di raccolta differenziata o portati a centri di riciclaggio. È importante che i porta uova vengano separati da altri rifiuti per garantire un riciclo efficiente e di alta qualità. Pulizia e Riconversione I porta uova raccolti vengono trasportati agli impianti di riciclaggio, dove subiscono un processo simile a quello della carta usata. Vengono puliti per rimuovere eventuali residui di uova o altre contaminazioni, quindi frantumati in fibre di cellulosa. Queste fibre vengono nuovamente trasformate in pasta di carta, che può essere utilizzata per produrre nuovi porta uova o altri prodotti in cartone riciclato. Ciclo Chiuso e Economia Circolare Il riciclo dei porta uova in cartone rappresenta un esempio di ciclo chiuso, un concetto centrale nell'economia circolare. In questo sistema, i materiali vengono continuamente riciclati e riutilizzati, riducendo la necessità di nuove risorse e minimizzando i rifiuti. Ogni volta che un porta uova viene riciclato, le fibre di cellulosa possono essere riutilizzate, mantenendo il valore dei materiali e contribuendo a un sistema più sostenibile. Vantaggi Ambientali ed Economici Riduzione dei Rifiuti Uno dei principali vantaggi dei porta uova in cartone riciclato è la riduzione dei rifiuti. Utilizzando materiali riciclati, si evita l'accumulo di carta e cartone nei siti di discarica, riducendo così l'impatto ambientale. Inoltre, il riciclo dei porta uova consente di riutilizzare le fibre di cellulosa, riducendo la necessità di produrre nuova carta a partire da alberi. Risparmio Energetico La produzione di cartone riciclato richiede meno energia rispetto alla produzione di cartone da materie prime vergini. Questo risparmio energetico contribuisce a ridurre le emissioni di gas serra e l'impatto ambientale complessivo della produzione di imballaggi. Inoltre, il riciclo di carta e cartone è generalmente meno intensivo dal punto di vista energetico rispetto alla produzione di nuovi materiali. Benefici Economici Oltre ai vantaggi ambientali, il riciclo dei porta uova in cartone offre anche benefici economici. Il riciclo crea posti di lavoro nelle industrie di raccolta e riciclaggio, e riduce i costi associati alla gestione dei rifiuti. Inoltre, utilizzando materiali riciclati, le aziende possono ridurre i costi di produzione e migliorare la loro reputazione come imprese sostenibili. Conclusioni La produzione e il riciclo dei porta uova in cartone riciclato ammortizzante rappresentano un esempio significativo di come l'economia circolare possa essere applicata in modo pratico e efficace. Questi porta uova non solo offrono una protezione efficace per le uova, ma lo fanno in modo sostenibile, riducendo i rifiuti e l'uso di risorse naturali. Grazie a tecnologie avanzate e pratiche innovative, l'industria degli imballaggi sta facendo passi avanti verso un futuro più verde e sostenibile, dimostrando che è possibile conciliare efficienza economica e responsabilità ambientale.

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https://www.rmix.it/ - Facile Dire Scatola di Cartone. Ma Quanti Tests Deve Superare per Dirlo?
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Facile Dire Scatola di Cartone. Ma Quanti Tests Deve Superare per Dirlo?
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La scatola di cartone ondulato riciclato è un imballo che è sottoposto a molti tests prima di arrivare fino a noi. Vediamolidi Marco ArezioNel packaging moderno le scatole in cartone riciclato hanno preso uno spazio nel mercato molto importante, sono economiche, protettive, sostenibili, facili da produrre, stampabili e riutilizzabili. Inoltre, considerando che per ogni 100 kg. di materia prima utilizzata per fabbricare il cartone ondulato più del 50% è composto da materiale riciclato, l’approvvigionamento delle materie prime è meno complicato che in altri settori. L’utilizzo di una quota così elevata di cartone riciclato è reso possibile anche dal progresso degli impianti di lavorazione del macero, che permettono di recuperare e selezionare una percentuale elevata di fibre, eliminare i contaminanti ed effettuare trattamenti per ottenere prestazioni di qualità. Ma per produrre una scatola in cartone ondulato di qualità dobbiamo risalire la filiera, controllando la carta utilizzata ed effettuare delle prove di laboratorio, che ci indichino le caratteristiche fisiche per il prodotto che utilizziamo come imballo. Tra le prove principali troviamo: • Grammatura • Resistenza alla compressione • Resistenza allo scoppio • Resistenza alla compressione in piano • Assorbimento dell’acqua Cobb • Permeabilità all’aria • Resistenza alla delaminazione • Resistenza alla trazione • Rigidità a trazione Non tutti i tests saranno effettuati in modo uniforme su tutte le tipologie di cartoni ondulati, ma si utilizzeranno alcuni sistemi di controllo in base alla tipologia di imballo e a cosa conterranno. Per quanto riguarda le scatole di cartone ondulato, destinate all’immagazzinamento della merce, un test molto importante riguarda la resistenza a compressione verticale, che esprime la portanza degli imballi accatastati. La prova viene eseguita secondo metodo Fefco n° 50, che consente di mettere in relazione il progetto della scatola in cartone ondulato in funzione dell’accatastamento, ovvero del peso del contenuto, dell’altezza di accatastamento e di un fattore di sicurezza (Ct). La prova di resistenza alla compressione sul cartone ondulato si esegue con le onde orientate perpendicolarmente al piano delle piastre e si applica a tutti i tipi di cartone ondulato. Dovendo utilizzare le scatole per la logistica è inoltre importante verificare la prova della contenibilità degli oggetti, la resistenza alle vibrazioni e alle cadute. Queste prove sono propedeutiche per capire la resistenza della scatola alle sollecitazioni e agli eventuali urti imposti durante il trasporto e quale grado di protezione la stessa può dare ai prodotti contenuti. Inoltre, essendo le scatole composte da cartone ondulato igroscopico, è importante effettuare la prova di assorbimento dell’acqua Cobb, infatti, questo il metodo esprime, in g/m2, la quantità di acqua distillata assorbita da un provino di carta sottoposta a una pressione di colonna d’acqua di 1 cm in un determinato tempo. Come abbiamo capito anche le scatole di cartone ondulato, alle quali non diamo molta considerazione quando ci arriva un pacco, sono degli imballi pensati per proteggere nel migliore dei modi i nostri acquisti, al prezzo più contenuto possibile e, cosa non trascurabile, in modo ecologico e sostenibile. Categoria: notizie - carta - economia circolare - riciclo - rifiuti - packaging

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rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Il Miraggio del riciclo dei Rifiuti nella Macedonia del Nord
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Il Miraggio del riciclo dei Rifiuti nella Macedonia del Norddi Marco ArezioA due passi dal cuore produttivo dell'Europa, non lontano dal parlamento Europeo dove domina una corsa virtuosa alla tutela dell'ambiente e all'incremento del riciclo dei rifiuti, al centro di un'area in cui la popolazione ha sdoganato l'economia circolare, la Macedonia del nord, secondo quanto riportato da Aleksandar Samardjiev, resta lontano anni luce dal resto d'Europa sul tema della gestione dei rifiuti. Vediamo perchèNonostante alcuni esempi positivi, in Macedonia del Nord il riciclo resta a livelli estremamente bassi. Secondo esperti e osservatori, il paese deve elaborare in fretta una strategia a lungo termine nella gestione dei rifiuti Le famiglie raccolgono i rifiuti in un unico bidone e poi lo svuotano nei contenitori in strada: poi la spazzatura viene portata dai camion comunali in una discarica, dove viene accumulata sul terreno. Questa è, in buona sostanza, l'immagine che sintetizza la gestione dei rifiuti in Macedonia del Nord, con livelli estremamente bassi di selezione e riciclo. Più rifiuti, meno riciclo Le statistiche confermano la disastrosa situazione: mentre la quantità totale di rifiuti raccolti nel paese è in costante aumento, la capacità di riciclo procede nella direzione opposta. Nel 2017 la Macedonia del Nord ha generato 787mila tonnellate di rifiuti, di cui solo lo 0,6% è stato riciclato. Nel 2018 i rifiuti sono aumentati a 855mila tonnellate, con un tasso di riciclo dello 0,5%. Nel 2019 i rifiuti hanno raggiunto le 916mila tonnellate, mentre la capacità di riciclo è scesa ad un mero 0,3%. Secondo i funzionari del Ministero dell'Ambiente e della Pianificazione territoriale, l'attuale quadro giuridico è corretto e coerente con gli standard dell'Unione europea, ma le leggi, le strategie e i piani per la gestione dei rifiuti e la protezione ambientale sono male applicati a livello municipale. I comuni dovrebbero iniziare a lavorare sulla selezione dei rifiuti: non c'è quasi nessuno smistamento dei rifiuti e bidoni separati, cioè dovrebbe essercene uno (giallo) per gli imballaggi in plastica, vetro, carta ecc. e uno per i rifiuti misti non riciclabili. “In questo modo, i rifiuti del bidone giallo non andrebbero in discarica, ma sarebbero separati in carta, vetro, plastica, ecc. e riciclati. Al momento, i cittadini non sono pronti a selezionare, né hanno l'infrastruttura per farlo. Servono anche maggiore controllo e supervisione da parte degli ispettori municipali”, spiega a OBCT Ana Karanfilovska Mazneva, capo del dipartimento ministeriale di Gestione dei rifiuti. Nella sua relazione 2020 sull'andamento del trattamento dei rifiuti, l'Ufficio statale di revisione conclude che la selezione e la raccolta differenziata dei rifiuti urbani vengono eseguite solo in alcuni comuni e in misura limitata. Anche il tasso di riciclo è basso. Pertanto, è necessaria un'azione più intensa da parte dello stato, delle autorità locali e del settore imprenditoriale per migliorare in questo settore. Prilep, un esempio positivo I media locali portano spesso ad esempio la città di Prilep, saldamente al primo posto per la selezione dei rifiuti nel paese, che contribuisce tanto quanto tutte le altre città macedoni messe insieme, compresa la capitale Skopje. Con una popolazione di 75mila abitanti, la città genera ogni anno da 28mila a 31mila tonnellate di rifiuti, di cui la società di servizi pubblici Komunalec riesce a selezionare e vendere fino a 13mila tonnellate di rifiuti selezionati, quasi la metà delle quantità raccolte. Solo nel 2020, questa società di servizi pubblici è riuscita a selezionare e vendere 822 tonnellate di rifiuti di carta e cartone, 87 tonnellate di vari tipi di rifiuti di plastica e imballaggi in PET, 56 tonnellate di nylon e 78 tonnellate di imballaggi in vetro dalla città. Inoltre, sono state raccolte circa tremila tonnellate di detriti edilizi con i propri contenitori per detriti edilizi, che ricoprono la discarica comunale con rifiuti urbani. L'azienda seleziona anche da duemila a tremila tonnellate di materiali di scarto aggiuntivi (tessuti, mobili, legno, ecc.), che però attualmente non vengono venduti nel paese o all'estero. Il comune chiede, ma non ha ancora ricevuto, assistenza dallo stato per un ulteriore trattamento dei rifiuti attraverso la realizzazione di un Centro Secondario di Selezione. Alla ricerca di una strategia efficace di gestione dei rifiuti A livello giuridico, il territorio della Macedonia del Nord è diviso in otto regioni che hanno le proprie discariche. Nonostante le buone intenzioni, tuttavia, la spazzatura viene semplicemente gettata a terra e non trattata. “L'idea è di trasformare le discariche in verie e propri centri per la gestione complessiva dei rifiuti. Quando vengono distribuiti i bidoni dei rifiuti domestici, la selezione secondaria dovrebbe essere effettuata nelle discariche regionali e quindi la carta, il cartone, il vetro e la plastica raccolti dovrebbero essere venduti al settore privato del riciclo, riducendo quindi finalmente i rifiuti abbandonati in tutto il paese", spiega Ana Karanfilovska Mazneva. Igor Makaloski, rappresentante di una delle aziende che raccolgono rifiuti selezionati in collaborazione con i comuni, ritiene che sia necessario che le persone diventino più consapevoli dei vantaggi della selezione dei rifiuti. Afferma che la sua azienda, pur collaborando con oltre 40 amministrazioni locali in Macedonia del Nord, dove vivono oltre il 70% dei 2 milioni di abitanti, raccoglie solo 1.800 tonnellate di rifiuti di imballaggio. “Purtroppo in Macedonia del Nord molto spesso abbiamo solo dichiarazioni di principio quando si parla di ecologia.Insieme, dobbiamo impegnarci di più su questo problema. Ci sono carenze nel processo di raccolta e parte dell'attrezzatura installata è costantemente vandalizzata da cittadini senza scrupoli. Ma questo non ci solleva dalla responsabilità di trovare modi per raccogliere i rifiuti di imballaggio e smaltirli in luoghi appropriati”, spiega Makaloski.L'attivista Branko Prlja (fondatore dei gruppi "Dare, non bittare" e "Non buttare, non inquinare" per sensibilizzare al riciclo, il riutilizzo e l'uso ridotto al fine di preservare l'ambiente) afferma che lo stato dovrebbe essere coinvolto più attivamente nel processo di riciclo. “Vietare, limitare o tassare i materiali non riciclabili. In questo modo non verranno utilizzati e non finiranno nelle discariche. D'altra parte, può aiutare le aziende sovvenzionate a riciclarli o facilitarne il trasporto verso paesi che possono riciclarli”, ha scritto Prlja nel suo blog. Molte scadenze per gli obiettivi di selezione e riciclo in vari piani nazionali sono già state mancate: il riutilizzo e il riciclo del 50% dei rifiuti domestici era previsto per il 2020, ma rimane ad oggi un obiettivo non raggiunto. La ricerca ambientale mostra anche che i rifiuti lasciati a terra emettono sostanze e gas nocivi, diventando così una delle cause dell'inquinamento atmosferico, un altro grave problema sanitario nella Macedonia del Nord. Categoria: notizie - plastica - economia circolare - riciclo - rifiuti - macedonia

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https://www.rmix.it/ - Il Riciclo dell’Acqua per Ridurre lo Stress Idrico
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Il Riciclo dell’Acqua per Ridurre lo Stress Idrico
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Le indicazioni della EU per un’agricoltura più sostenibile di Marco ArezioIl progressivo innalzamento delle temperature terrestri, l’aumento della popolazione, un carente sistema di trasporto, che causa perdite ingenti dalle reti distributive e uno scorretto mix di coltivazioni, molto proteso alla produzione di foraggio per l’industria mondiale della carne, porterà probabilmente entro al 2050 ad una situazione insostenibile per la mancanza di acqua, identificato dagli esperti come stress idrico. Secondo i dati elaborati dal Stockholm International Water Institute (SIWI), che punta il dito sull’enorme fenomeno dello spreco di acqua a tutti i livelli, il consumo dell’oro blu nel mondo vede una distribuzione così espressa: 70% ad uso agricolo 20% ad uso industriale 10% ad uso domestico L’Istituto SIWI entra nel dettaglio dei numeri, indicando alcuni punti estremamente critici sull’uso dell’acqua, sottolineando, tra gli altri, che una scorretta alimentazione mondiale basata sulla carne richiede circa 8-10 volte in più di acqua rispetto alla coltivazione di cereali. Inoltre la continua crescita demografica porta ad un incremento di richiesta di cibo, che si traduce in una maggiore richiesta di acqua da parte dell’agricoltura, a fronte di una riduzione costante di precipitazioni a causa dei cambiamenti climatici. C’è da notare anche che, secondo i dati elaborati dalla ricerca, un quarto dell’acqua che viene impiegata nell’agricoltura mondiale serve per produrre circa 1 miliardo di tonnellate di cibo che verranno poi buttate. SIWI sottolinea anche la sperequazione tra il consumo di acqua di una persona che vive in aree sviluppate del pianeta rispetto a un’altra che vive in aree in via di sviluppo, la quale esprime una differenza che è superiore, per il primo soggetto, di 30-50 volte rispetto al secondo. Tuttavia, proprio a causa della tendenza demografica del pianeta, le aree in via di sviluppo avranno una richiesta di acqua superiore del 50% rispetto ai consumi attuali, creando una situazione per cui il 47% della popolazione mondiale vivrà in aree con problematiche idriche. Per chiudere il cerchio poco rassicurante possiamo citare un altro importante problema, che riguarda lo spreco di acqua causato dalla vetustà degli acquedotti, su cui si fa poca manutenzione in quanto forse, si ha l’errato concetto, che una perdita di acqua non sia un fatto così grave. Ma quanta acqua abbiamo a disposizione e chi ne usufruisce? Sul pianeta abbiamo circa 1,4 miliardi di Km3 di acqua, ma solo il 2,5% è costituito da acqua dolce, che si può conteggiare in 35 milioni di Km3, ma il 70% di questa quantità è espressa in ghiacci o nevai permanenti sulle montagne, nelle zone antartiche e artiche. Quindi, possiamo disporre facilmente di solo l’1% di tutta l’acqua presente sul pianeta sotto forme di riserve idriche nel sottosuolo e in superficie. Dobbiamo inoltre considerare che sul pianeta circa 1 miliardo di persone non ha accesso all’acqua e che circa 2,5 miliardi non dispongono di adeguati servizi igienico-sanitari. Questa situazione, secondo l’OMS, causa colera, malaria e malattie intestinali che sono la maggior causa della mortalità infantile. Come uscire da questa situazione? In un’ottica di economia circolare anche l’agricoltura, che ricordiamo consuma il 70% circa dell’acqua disponibile sulla terra, deve utilizzare le acque reflue urbane che provengono da impianti di depurazione, in modo da risparmiare l’acqua potabile. Secondo le regole emanate dalla Comunità Europea in materia di irrigazione agricola, si vogliono sensibilizzare gli agricoltori ad un uso sostenibile dell’acqua attraverso l’impiego delle acque non potabili. In base alle indicazioni del commissario per l’ambiente, gli affari marittimi e la pesca, Karmenu Vella, esistono dei parametri minimi per l’utilizzo delle acque reflue urbane provenienti dagli impianti di trattamento e depurazione, che riguardano sia valori microbiologici sia i processi di controllo degli impianti. La stessa Commissione Europea indica come sotto sfruttato il sistema di riutilizzo di queste acque per fini agricoli e che l’utilizzo di acqua potabile, oltre ad un impiego enorme di energia per la sua estrazione e il suo trasporto, crea un impatto ambientale importante che si deve tenere in considerazione. Indica poi la presenza, in un terzo del territorio Europeo, di una situazione di stress idrico, che sarà ulteriormente aggravato dalla diminuzione tendenziale delle precipitazioni e dall’aumento delle temperature.Categoria: notizie - acqua - economia circolare - rifiutiVedi maggiori informazioni sul riciclo delle acque

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https://www.rmix.it/ - Dal Mare alla Terra: Il Recupero della Posidonia per un Terriccio Organico Sostenibile
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Dal Mare alla Terra: Il Recupero della Posidonia per un Terriccio Organico Sostenibile
Economia circolare

Un’innovazione green per il recupero della posidonia spiaggiatadi Marco ArezioNel panorama dell’economia circolare e della gestione sostenibile dei rifiuti, il Gruppo Esposito di Lallio (Bg) si distingue per un’iniziativa innovativa: il recupero della posidonia spiaggiata per la produzione di un terriccio organico. Il progetto, denominato “Posidonia Garden”, si svolge nell’impianto di Quartu Sant’Elena, in Sardegna, e mira a trasformare un materiale naturale spesso considerato un rifiuto in una risorsa utile per l’ambiente e l’agricoltura. L'importanza ecologica della posidonia La Posidonia oceanica è una pianta marina fondamentale per gli ecosistemi marini del Mediterraneo. Forma vere e proprie praterie sottomarine che contribuiscono alla produzione di ossigeno, alla protezione della biodiversità e alla stabilizzazione dei fondali. Quando la posidonia giunge a fine ciclo e si deposita sulle spiagge, svolge una funzione protettiva contro l’erosione costiera, ma spesso viene considerata un rifiuto da smaltire. Come funziona il processo di recupero? Il Gruppo Esposito ha sviluppato una tecnologia innovativa che consente di trattare i rifiuti spiaggiati attraverso un processo a due fasi: - Recupero della sabbia: La posidonia spiaggiata viene lavata per separare la sabbia, che viene poi reintegrata negli arenili per contrastare il fenomeno dell’erosione costiera. - Trasformazione in terriccio organico: La posidonia, priva di impurità, viene compostata insieme ad altri materiali organici, creando un substrato fertile utile per l’agricoltura e il giardinaggio. Un progetto sostenuto dalle associazioni ambientaliste Questa innovazione è stata approvata da Legambiente e Mare Vivo, due tra le principali associazioni ambientaliste italiane. Il fondatore del Gruppo Esposito, Ezio Esposito, ha sottolineato come questo progetto rientri perfettamente nell’ottica dell’economia circolare, trasformando un rifiuto naturale in una risorsa preziosa per la coltivazione e il ripristino ambientale. I benefici del terriccio di posidonia L’uso della posidonia per la produzione di terriccio organico offre numerosi vantaggi ambientali ed economici: - Riduzione dei rifiuti: Evita che la posidonia spiaggiata venga smaltita come rifiuto, riducendo i costi e l’impatto ambientale dello smaltimento. - Miglioramento del suolo: Il terriccio ottenuto è ricco di sostanze nutritive e migliora la qualità dei terreni agricoli. - Tutela delle spiagge: Il reinserimento della sabbia negli arenili aiuta a contrastare l’erosione costiera. - Promozione dell’economia circolare: Il progetto rappresenta un modello virtuoso di riutilizzo intelligente delle risorse naturali. Conclusione: un passo avanti verso la sostenibilità L’iniziativa del Gruppo Esposito dimostra come sia possibile trasformare un problema ambientale in un’opportunità. Il recupero della posidonia spiaggiata e la sua conversione in terriccio organico rappresentano un’ottima soluzione per ridurre l’impatto ambientale, favorire la rigenerazione del suolo e contribuire attivamente alla sostenibilità ambientale. Questa innovazione potrebbe aprire la strada ad altri progetti simili lungo le coste italiane, incentivando un approccio sempre più circolare nella gestione dei rifiuti naturali.© Riproduzione Vietata

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Polvere o Granulo Riciclato di PVC: Sarà Sempre come tu lo Vuoidi Marco ArezioIl PVC riciclato si è fatto in mille forme per te, per i tuoi estrusori o per le tue presse, in granulo, macinato o in polvere è sempre a tua disposizione per le tue produzioni.Si mette al tuo servizio con mille vestiti diversi, colori a RAL o standard, miscele popolane o di classe, che non fanno desiderare di avere altri polimeri vergini. Diventa sempre quello che vuoi tu vuoi che sia: • Tubi • Profili • Zerbini • Raccordi • Accessori • Masselli autobloccanti • Finestre • Scarpe • Ciabatte • Stivali • Canne dell’acqua • Griglie • Fili per legature • Angolari • Guarnizioni • Membrane impermeabili • Puntali antiinfortunistici • Semilavorati • Chiusini • E molto altro Si adatta a quello che desideri, può essere rigido o soft a seconda di cosa richiede la situazione, può essere trasparente se lo richiedi, senza ombre o sfumature strane, o di mille colori se preferisci. Ma sa anche essere forte e resistente come il granulo, aspettando che tu possa scioglierlo e plasmarlo secondo i tuoi desideri, oppure impalpabile come la polvere nella quale lasciare la tua impronta o sfuggente come le scaglie di un macinato che assomigliano ai coriandoli della tua infanzia. Il PVC riciclato, sotto qualsiasi forma, cammina con te, ti accompagna nella tua vita lavorativa, ti esorta a rispettare l’ambiente, a ridurre l’impronta carbonica, a non utilizzare i polimeri vergini di derivazioni petrolifera se possibile, ti rendono fiero di partecipare al processo dell’economia circolare, ti insegna a credere di poter costruire un mondo migliore attraverso il riciclo. Quando fai una cosa che ritieni socialmente utile, come realizzare prodotti in PVC riciclato, lo fai anche per le generazioni future, forse anche per i tuoi figli, insegnandoli che la riduzione dei consumi, il riciclo, il riuso e il recupero di ciò che sembrerebbe un rifiuto, sono fattori non trascurabili ma essenziali per vivere in un mondo meno consumista, dove si brucia tutto quello che si tocca, lasciando solo scorie.Categoria: notizie - plastica - economia circolare - rifiuti - riciclo - PVC Vedi maggiori informazioni sulle materie plastiche

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https://www.rmix.it/ - Master in Circular Economy and Sustainable Innovation: studia alla ESDES Business School in Francia
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Master in Circular Economy and Sustainable Innovation: studia alla ESDES Business School in Francia
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Scopri il programma interdisciplinare del master che forma i leader del cambiamento ambientaleIn un'epoca segnata da crisi ambientali e cambiamenti sistemici nell'economia globale, il concetto di sviluppo sostenibile ha smesso di essere un ideale astratto per diventare una necessità concreta. Per chi si affaccia al mondo del lavoro con la consapevolezza che le soluzioni del passato non bastano più, il Master of Science in Circular Economy and Sustainable Innovation proposto dalla ESDES Business School (Francia) rappresenta una proposta formativa distintiva e allineata con le sfide del nostro tempo. Questo programma, concepito come un'esperienza intensiva e interdisciplinare, prepara giovani professionisti a immaginare, costruire e dirigere imprese rigenerative, capaci cioè di creare valore economico riducendo al minimo l’impatto ambientale e promuovendo nuovi modelli di produzione e consumo. Ma cosa rende davvero unica questa offerta formativa, e perché dovrebbe attrarre uno studente universitario alla ricerca di un percorso di specializzazione internazionale? La forza di un approccio sistemico Uno dei principali punti di forza del MSc in Circular Economy and Sustainable Innovation è il suo approccio sistemico e integrato. L’economia circolare non viene presentata semplicemente come una serie di buone pratiche ambientali o come una variante del riciclo, ma come una filosofia imprenditoriale e gestionale che richiede nuove competenze, nuove metriche di valore, e una profonda revisione delle logiche tradizionali della supply chain. Il programma si struttura attorno a tre assi fondamentali: - Progettazione di modelli di business circolari, orientati al riutilizzo delle risorse, alla riduzione degli sprechi e alla creazione di circuiti chiusi di produzione e consumo. - Gestione di filiere sostenibili, dove logistica, approvvigionamento, produzione e distribuzione si fondano su principi di responsabilità ambientale e trasparenza. - Leadership nell’innovazione ambientale, con l’obiettivo di formare manager e consulenti capaci di introdurre il cambiamento in organizzazioni pubbliche e private. A differenza di molti percorsi accademici che mantengono un’impostazione teorica, l’MSc dell’ESDES si distingue per una forte vocazione applicativa: gli studenti sono coinvolti in progetti reali con aziende partner e seguono percorsi di stage, che consentono di consolidare le conoscenze apprese in aula in contesti professionali concreti. Un ambiente internazionale e collaborativo Situata a Lione, una delle città più dinamiche della Francia in termini di sostenibilità urbana e innovazione, la ESDES Business School offre un ambiente internazionale, multiculturale e orientato all’innovazione sociale. Gli studenti del MSc provengono da vari paesi e background, creando un ecosistema di apprendimento ricco di contaminazioni e prospettive differenti. Questo aspetto è cruciale: l’economia circolare, infatti, richiede una visione globale e la capacità di adattarsi a diversi contesti culturali e normativi. I corsi sono tenuti in lingua inglese e combinano lezioni frontali, studi di caso, workshop pratici, simulazioni aziendali e visite sul campo. Grazie al supporto di docenti internazionali e professionisti del settore, gli studenti acquisiscono strumenti analitici, competenze manageriali e capacità di problem-solving adatte a un mondo in rapida trasformazione. Prospettive di carriera e impatto professionale Un aspetto fondamentale per chi considera un master è la spendibilità del titolo nel mercato del lavoro. In questo senso, l’MSc in Circular Economy and Sustainable Innovation si propone non solo come un trampolino di lancio verso ruoli manageriali nelle imprese green, ma anche come un percorso abilitante per carriere nel settore pubblico, nella consulenza ambientale, nelle ONG e nelle start-up innovative. I profili in uscita sono molti e includono: - Sustainability Manager e CSR Specialist - Circular Economy Consultant - Innovation Project Manager - Green Supply Chain Analyst - Imprenditore sociale o ambientale Ciò che accomuna questi ruoli è la capacità di trasformare i vincoli ambientali in opportunità di innovazione e di accompagnare le aziende in un percorso di transizione giusta, dove la sostenibilità non è un obiettivo marginale ma il cuore della strategia. Perché scegliere ESDES oggi In un contesto europeo in cui la transizione ecologica è al centro delle politiche industriali (basti pensare al Green Deal e al pacchetto Fit for 55), la formazione in ambito di economia circolare non è più un'opzione, ma una necessità. La ESDES Business School, accreditata a livello internazionale e con una chiara vocazione alla responsabilità sociale d’impresa, offre agli studenti gli strumenti per diventare attori del cambiamento, non semplici spettatori. Scegliere questo master significa entrare in una rete di imprese partner e istituzioni impegnate nella sostenibilità, avere accesso a career services dedicati, e soprattutto, partecipare alla costruzione di un futuro economico e ambientale più equo. In conclusione Per uno studente universitario interessato a un master che combini visione, concretezza e impatto, il MSc in Circular Economy and Sustainable Innovation della ESDES Business School rappresenta una scelta lungimirante. In un mercato del lavoro sempre più attento ai temi ESG e alla responsabilità ambientale, formarsi in un ambiente internazionale, connesso con il mondo imprenditoriale e fortemente orientato all’innovazione, è un investimento che può fare la differenza. La sostenibilità non è più solo una parola di moda: è una competenza strategica. E alla ESDES, puoi imparare a padroneggiarla.© Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - PLA orientato: cosa sono i polimeri e i film MOPLA e BOPLA. Differenze con il PP, PET e PE
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare PLA orientato: cosa sono i polimeri e i film MOPLA e BOPLA. Differenze con il PP, PET e PE
Economia circolare

Scopri cosa sono i film in PLA mono e biassialmente orientati, come si producono, in cosa si differenziano da PP, PET e PE, le applicazioni più innovative e le sfide del riciclodi Marco ArezioNegli ultimi anni il settore dei materiali plastici ha vissuto una vera e propria rivoluzione, sospinto dalla crescente domanda di soluzioni sostenibili e dalla pressione normativa che spinge verso la riduzione degli imballaggi tradizionali a base fossile. Al centro di questa trasformazione si trova il PLA (acido polilattico), una bioplastica nata da fonti vegetali che oggi rappresenta uno dei materiali più promettenti per il futuro degli imballaggi flessibili. Ma non tutti i PLA sono uguali: tra le innovazioni più interessanti spiccano i film orientati, sia monodirezionali (MOPLA) che biassiali (BOPLA), che stanno conquistando nuovi spazi tra produttori e brand sensibili alle tematiche ambientali. Che cos’è il PLA e perché è considerato rivoluzionario Il PLA nasce dalla fermentazione di zuccheri estratti da biomasse vegetali, come il mais o la canna da zucchero. Una volta ottenuto l’acido lattico, questo viene polimerizzato e trasformato in granuli, che possono poi essere estrusi in film sottili e trasparenti. Il PLA è famoso per la sua compostabilità industriale: in condizioni controllate, può decomporsi in poche settimane restituendo acqua, anidride carbonica e biomassa, senza lasciare microplastiche. Ma la sua struttura chimica, basata su una catena polimerica relativamente rigida, gli dona anche un’elevata trasparenza e una buona barriera agli aromi, rendendolo adatto per numerose applicazioni nel packaging. L’importanza dell’orientamento nei film: MOPLA e BOPLA Per soddisfare le esigenze di mercato più evolute, il PLA viene spesso sottoposto a un processo di orientamento che ne potenzia le performance. Il film MOPLA viene stirato in una sola direzione (di solito lungo il senso di avanzamento della macchina): così si ottengono pellicole più resistenti e rigide in quella direzione, ideali per prodotti come nastri adesivi, etichette, oppure imballaggi che richiedono una resistenza direzionale ben precisa. Con la tecnologia BOPLA, invece, il film viene orientato sia in senso longitudinale sia trasversale. Questo doppio stiramento aumenta drasticamente la resistenza e la stabilità dimensionale del materiale, rendendolo simile per prestazioni meccaniche ai film BOPP (polipropilene bi-orientato) e BOPET (polietilene tereftalato bi-orientato), oggi dominanti nel mondo del packaging alimentare e non solo. Il risultato è una pellicola sottilissima, incredibilmente trasparente, brillante e molto più resistente di un film non orientato. Dalla produzione all’applicazione: come si realizzano i film orientati in PLA La produzione parte da granuli di PLA che vengono estrusi a caldo in un film sottile. Nel caso del MOPLA, il film passa poi attraverso una serie di rulli che lo stirano solo in una direzione, conferendo resistenza e rigidità soprattutto in senso longitudinale. Per il BOPLA, il processo si fa più complesso: il film prima viene stirato in senso macchina e poi trasversalmente grazie a speciali “stenter” che lo allungano lateralmente. Il controllo preciso di temperatura, velocità e rapporto di stiramento permette di modulare le proprietà finali del film. Un film BOPLA ben realizzato può raggiungere livelli di trasparenza, brillantezza e resistenza paragonabili ai migliori film petrolchimici, con in più il vantaggio di essere compostabile. Un confronto con PP, PET e PE: punti di forza e limiti del PLA orientato Quando si parla di film per imballaggi, il confronto con i materiali tradizionali è inevitabile. Il PP bi-orientato (BOPP), ad esempio, è leader di mercato grazie alla sua ottima barriera all’umidità, al basso costo e alla versatilità. Il PET bi-orientato (BOPET) eccelle nella barriera a ossigeno e aromi, oltre che nella resistenza alle alte temperature. Il PE, infine, offre flessibilità e una certa resistenza chimica, ma non brilla in trasparenza o rigidità. Il PLA orientato (sia MOPLA che BOPLA) si posiziona a metà tra questi materiali: - Offre trasparenza e rigidità superiori al PE, con una barriera agli aromi molto valida, anche se non raggiunge i livelli del PET nelle applicazioni “barriera”. - La sua resistenza termica è inferiore rispetto a BOPP e BOPET, anche se l’orientamento ne innalza i limiti d’impiego. - L’aspetto davvero rivoluzionario, però, sta nella compostabilità: a fine vita, i film in PLA possono essere trattati negli impianti di compostaggio industriale, chiudendo così il cerchio dell’economia circolare. - Il PLA non deriva dal petrolio, ma da colture rinnovabili, riducendo la dipendenza da risorse fossili e l’impatto climatico della produzione. Nuove applicazioni e opportunità di mercato La flessibilità produttiva e le performance dei film orientati in PLA aprono la strada a numerose applicazioni, molte delle quali impensabili fino a pochi anni fa per una bioplastica. Nel mondo del packaging alimentare, MOPLA e BOPLA vengono sempre più spesso utilizzati per confezioni flowpack, buste trasparenti, sacchetti per prodotti freschi e da forno, vassoi, etichette e persino per la produzione di film stampabili da accoppiare con carta o altri materiali compostabili. Il settore delle etichette apprezza soprattutto il MOPLA per la sua resistenza direzionale, mentre il BOPLA, grazie alla sua stabilità dimensionale e brillantezza, trova impiego nei packaging che richiedono performance elevate e un’estetica di alto livello. Oltre al food, si stanno diffondendo applicazioni nel settore tecnico, per blister, pellicole protettive e prodotti monouso compostabili, soprattutto dove la normativa incentiva o impone l’utilizzo di materiali compostabili certificati. Il riciclo del PLA: opportunità e sfide reali Uno dei temi più dibattuti resta quello del fine vita dei prodotti in PLA. In teoria, il PLA orientato è completamente compostabile in impianti industriali, ma la realtà operativa è ancora complessa: - In molte città, la raccolta dei compostabili è ancora poco differenziata e i film in PLA finiscono spesso nella plastica tradizionale, rischiando di contaminare le filiere di riciclo. - Il riciclo meccanico del PLA è tecnicamente possibile, ma richiede filiere dedicate e volumi adeguati, condizioni non sempre facili da ottenere al momento. - Più promettente, anche se ancora sperimentale, è il riciclo chimico, che permette di depolimerizzare il PLA riportandolo all’acido lattico originario e consentendo così una vera chiusura del ciclo. - Il futuro del PLA orientato dipenderà anche dalla capacità di creare sistemi di raccolta e trattamento efficienti, oltre che dalla diffusione degli impianti di compostaggio industriale sul territorio. Conclusioni: un materiale in rapida evoluzione I film in PLA orientato, sia monodirezionale che biassiale, rappresentano una delle evoluzioni più interessanti del packaging sostenibile. Se da un lato non hanno ancora sostituito completamente i polimeri fossili nelle applicazioni più critiche, dall’altro si sono già ritagliati uno spazio significativo grazie alle loro proprietà e alla crescente sensibilità ambientale di aziende e consumatori. La ricerca continua, sia nei materiali che nei processi produttivi, promette di superare presto i limiti attuali in termini di resistenza termica e barriera ai gas, mentre il perfezionamento delle filiere di riciclo e compostaggio sarà la chiave per realizzare un packaging davvero circolare. © Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - Imballaggi del Domani: La Necessità di un Design Sostenibile
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Imballaggi del Domani: La Necessità di un Design Sostenibile
Economia circolare

Principi, Pratiche ed Innovazioni per un Futuro dove il Packaging Nutre il Pianetadi Marco ArezioNel contesto attuale, dove l'economia circolare e la sostenibilità ambientale stanno assumendo un ruolo sempre più centrale, il packaging si trasforma da semplice contenitore a protagonista nella riduzione dell'impatto ambientale dei prodotti. Un design sostenibile del packaging non solo mira a minimizzare l'uso delle risorse naturali e a ridurre i rifiuti, ma anche a ottimizzare i processi di riciclo e garantire una protezione efficace del contenuto. Esaminiamo più da vicino come queste considerazioni si traducano in pratiche concrete, esplorando alcuni principi fondamentali e esempi di successo nel settore. Riduzione al Minimo del Materiale Nel contesto del design sostenibile, la riduzione al minimo del materiale utilizzato non è solo una pratica ecologica, ma anche una necessità economica e logistica. Concentrarsi sulla minimalizzazione dei materiali impiegati nel packaging non solo diminuisce l'uso delle risorse naturali, ma alleggerisce anche il carico dei sistemi di gestione dei rifiuti e riduce i costi di trasporto. Ad esempio, l'impiego di carta riciclata o certificata dal Forest Stewardship Council (FSC) per la produzione di scatole non solo assicura che il legno provenga da foreste gestite in modo responsabile, ma permette anche di sperimentare con spessori ridotti che mantengono la robustezza necessaria a proteggere il contenuto. Analogamente, nell'ambito dei materiali plastici, il design di contenitori modulabili che utilizzano meno materiale o che sono progettati per essere riempiti nuovamente riduce il rifiuto generato e promuove la cultura del riutilizzo. Per il metallo, adottare leghe più leggere ma robuste permette di diminuire il materiale necessario per lattine e altri imballaggi, mantenendo le proprietà protettive ma con un minor impatto ambientale. Facilitare il Riciclo Facilitare il riciclo è fondamentale per chiudere il ciclo di vita dei materiali. Questo obiettivo si raggiunge progettando imballaggi che possono essere facilmente smontati o che sono composti da un unico materiale, semplificando così il processo di riciclaggio. L'eliminazione dell'uso di colle permanenti o di materiali compositi che non possono essere separati agevolmente è cruciale. Chiarezza nelle istruzioni di riciclo, come simboli facilmente visibili e comprensibili, aiuta i consumatori a identificare il corretto smaltimento del materiale, incoraggiando comportamenti responsabili e consapevoli. Questo principio è applicato efficacemente quando, per esempio, le etichette sui contenitori di vetro o metallo sono progettate per essere rimosse senza residui, garantendo che il materiale riciclato sia di alta qualità e libero da contaminazioni. Utilizzo di Materiali Riciclati e Riciclabili L'adozione di materiali già riciclati e facilmente riciclabili è essenziale per sostenere l'ambiente e ridurre l'impronta ecologica. Cartone ondulato realizzato con una percentuale elevata di fibra riciclata non solo dimostra l'efficacia del riciclo, ma serve anche come esempio per l'industria su come materiali riciclati possano essere riutilizzati senza compromettere la qualità o la sicurezza. Analogamente, l'uso di PET riciclato nelle bottiglie di bevande non solo riduce la dipendenza dal petrolio come materia prima, ma mostra anche come i materiali possono avere una seconda vita utile. L'alluminio, con la sua capacità di essere riciclato all'infinito senza perdere qualità, rappresenta un modello ideale di sostenibilità materialistica nel settore dei metalli. Innovazione e Design per l'Efficienza L'innovazione nel design è cruciale per superare le sfide poste dalla necessità di un packaging più sostenibile. Ad esempio, l'introduzione di imballaggi pieghevoli che non richiedono nastro adesivo non solo riduce il materiale usato, ma anche semplifica il processo di riciclo. Flaconi di plastica che cambiano colore per indicare quando sono vuoti possono aumentare la probabilità che siano riciclati correttamente. Per quanto riguarda il metallo, le lattine con etichette facilmente rimovibili impediscono la contaminazione dei materiali riciclati, aumentando l'efficienza del processo di riciclaggio. Attraverso questi approfondimenti, possiamo vedere come ogni aspetto del design del packaging sia interconnesso con principi di sostenibilità che non solo rispettano l'ambiente ma offrono anche vantaggi economici e pratici, evidenziando l'importanza di un approccio olistico nella progettazione del packaging del futuro.

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https://www.rmix.it/ - Decreto Inerti: Regole e Opportunità per il Riciclo dei Rifiuti da Costruzione
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Decreto Inerti: Regole e Opportunità per il Riciclo dei Rifiuti da Costruzione
Economia circolare

Scopri come il Decreto Inerti favorisce il riutilizzo dei materiali da demolizione, riduce i rifiuti edilizi e promuove l’economia circolare nel settore delle costruzionidi Marco ArezioNegli ultimi anni, la gestione dei rifiuti da costruzione e demolizione ha rappresentato una sfida cruciale per il settore edilizio e per l’economia circolare. Per affrontare questa problematica, il Ministero dell'Ambiente ha introdotto il Decreto Inerti, una normativa pensata per favorire il riutilizzo dei materiali provenienti da demolizioni e scavi, trasformandoli in risorse utili per nuove costruzioni. Un passo avanti per il riciclo nel settore edilizio Il nuovo decreto si pone l’obiettivo di superare i limiti della precedente normativa, abrogando il DM 152/2022 e introducendo regole più chiare e vantaggiose per il riutilizzo degli inerti. Uno degli aspetti chiave di questa regolamentazione è l’ampliamento delle applicazioni per gli aggregati recuperati, riducendo al contempo gli oneri amministrativi ed economici per le imprese del settore. Grazie a questo aggiornamento normativo, i materiali derivati da demolizioni selettive e da scavi possono essere reimmessi nel mercato con maggiore facilità, contribuendo così a ridurre la quantità di rifiuti destinati alle discariche e incentivando pratiche di edilizia sostenibile. Criteri e responsabilità per la cessazione della qualifica di rifiuto Uno dei punti fondamentali del decreto riguarda la definizione dei criteri secondo cui un materiale inerte cessa di essere classificato come rifiuto e diventa un aggregato recuperato. Per ottenere questa qualifica, il materiale deve passare attraverso specifici processi di trattamento e rispettare determinati standard qualitativi. Il testo normativo stabilisce anche le responsabilità dei produttori di aggregati recuperati, introducendo requisiti come la dichiarazione di conformità, il prelievo e la detenzione di campioni, e l’implementazione di un sistema di controllo qualità. Questo meccanismo di monitoraggio può includere anche procedure di accreditamento per garantire maggiore sicurezza e trasparenza nel settore. Monitoraggio e possibili revisioni future Un altro aspetto innovativo del Decreto Inerti è il monitoraggio dei risultati ottenuti. Entro 24 mesi dall’entrata in vigore, il Ministero dell’Ambiente valuterà i dati raccolti attraverso il Registro nazionale delle autorizzazioni al recupero (ReCER). Questa analisi servirà a verificare l’efficacia della normativa e, se necessario, ad aggiornare i criteri di cessazione della qualifica di rifiuto. Si tratta di un meccanismo essenziale per garantire che il sistema di recupero e riutilizzo degli inerti possa evolversi in base alle esigenze del mercato e alle migliori pratiche internazionali in tema di economia circolare. Un’opportunità per l’economia circolare e le imprese Il recupero dei materiali inerti rappresenta una grande opportunità per il settore edile italiano. In un paese dove le materie prime scarseggiano e i costi di approvvigionamento aumentano, il riutilizzo di materiali da costruzione può garantire benefici ambientali ed economici. Come sottolineato anche dal Ministero, questa normativa permette di ridurre la dipendenza dalle discariche, abbattere l’impatto ambientale delle costruzioni e offrire un supporto concreto alle imprese che operano nella filiera dell’estrazione, del riciclo e della produzione di materiali per l’edilizia. Conclusioni: il Decreto Inerti è un cambiamento strategico Il Decreto Inerti rappresenta un cambiamento strategico per il settore delle costruzioni in Italia. Se correttamente applicato, può facilitare la transizione verso un modello di edilizia più sostenibile e circolare, con meno sprechi e un utilizzo più efficiente delle risorse. Tuttavia, affinché il decreto raggiunga il massimo della sua efficacia, sarà fondamentale una collaborazione tra istituzioni, aziende e operatori del settore, oltre a una costante revisione delle norme per adattarle alle nuove sfide della sostenibilità. L'economia circolare nell’edilizia sta diventando una realtà sempre più concreta e il Decreto Inerti può rappresentare un punto di svolta per un futuro più green e responsabile.© Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - Cavi e connettori per la ricarica dei veicoli elettrici: tecnologia, materiali e riciclo
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Cavi e connettori per la ricarica dei veicoli elettrici: tecnologia, materiali e riciclo
Economia circolare

Struttura, funzionamento e differenze tecniche tra i principali cavi e connettori per la ricarica dei veicoli elettrici, con un’analisi approfondita sulla loro composizione, sicurezza, standard internazionalidi Marco ArezioNella rivoluzione della mobilità sostenibile, i cavi di ricarica rappresentano molto più di un semplice collegamento tra un’auto e una presa di corrente. Sono dispositivi ad alta complessità tecnica che devono garantire efficienza di trasferimento energetico, sicurezza elettrica, resistenza meccanica e compatibilità con diversi standard internazionali. Ogni cavo è il risultato di un equilibrio sofisticato tra ingegneria elettrica e scienza dei materiali, concepito per gestire correnti fino a centinaia di ampere in totale sicurezza, anche in ambienti esterni e sotto condizioni climatiche estreme. La loro importanza si è accresciuta con la crescita del parco circolante di veicoli elettrici (EV) e ibridi plug-in (PHEV), spingendo l’industria a sviluppare standard comuni e materiali innovativi per migliorare la durabilità, la sicurezza e la riciclabilità del sistema di ricarica. Struttura tecnica dei cavi di ricarica Un cavo per la ricarica dei veicoli elettrici è composto da più strati funzionali, ciascuno con un ruolo preciso. Al centro si trova il conduttore in rame elettrolitico o, meno frequentemente, in lega di alluminio ad alta conduttività, che trasporta la corrente continua (DC) o alternata (AC). La sezione del conduttore varia da 2,5 mm² fino a 95 mm² a seconda della potenza e della lunghezza del cavo. Attorno ai conduttori si trovano gli strati di isolamento in materiali termoplastici o termoindurenti — in particolare elastomeri reticolati, gomma siliconica (SiR) o copolimeri come TPE e TPU — scelti per la loro resistenza a calore, raggi UV, agenti chimici e piegature ripetute. Segue uno schermo di protezione in treccia metallica o in fogli di alluminio laminato, necessario per ridurre le interferenze elettromagnetiche (EMI) e garantire compatibilità elettromagnetica tra veicolo e rete. Lo strato più esterno è la guaina, progettata per resistere a stress meccanici, abrasioni, oli e acqua, e deve mantenere flessibilità anche a basse temperature. I materiali impiegati in questa fase sono spesso polimeri reticolati senza alogeni (HFFR), per ridurre la tossicità dei fumi in caso di incendio. Tipologie di connettori: standard e differenze tecniche L’interfaccia tra veicolo e infrastruttura di ricarica è definita da una serie di standard internazionali che garantiscono compatibilità e sicurezza, ma le differenze tra continenti e produttori restano significative. Tipo 1 (SAE J1772): Diffuso negli Stati Uniti e in Giappone, utilizza una connessione monofase a 230 V (AC) e consente potenze fino a 7,4 kW. Il connettore è dotato di un blocco meccanico per impedire il distacco durante la ricarica e un sistema di comunicazione pilota per il controllo del flusso di corrente. Tipo 2 (Mennekes): Standard europeo, supporta ricarica monofase e trifase fino a 43 kW in AC. È dotato di sette pin: tre per la corrente trifase, due per il controllo e la messa a terra e due per la comunicazione con il veicolo. È oggi il più diffuso in Europa grazie alla direttiva UE 2014/94 che lo definisce standard obbligatorio. CCS (Combined Charging System): Evoluzione del Tipo 2, integra due poli addizionali per la ricarica in corrente continua (DC) fino a 350 kW. È lo standard prevalente nei veicoli europei e americani per le ricariche ultra-veloci. CHAdeMO: Standard giapponese orientato alla ricarica rapida DC, in grado di erogare potenze fino a 400 kW con evoluzioni recenti. Utilizza un sistema di comunicazione digitale CAN-BUS tra colonnina e veicolo. GB/T: Lo standard cinese, progettato per compatibilità con le reti nazionali, supporta ricariche fino a 250 kW in DC. Sebbene meno diffuso fuori dalla Cina, rappresenta un mercato tecnologicamente avanzato e in rapida evoluzione. Oltre agli aspetti elettrici, le differenze principali riguardano la forma del connettore, la disposizione dei contatti, il protocollo di comunicazione e le specifiche di sicurezza integrate (come i sensori di temperatura o i dispositivi di blocco meccanico automatico). Gestione termica e sicurezza elettrica I cavi di ricarica ad alta potenza devono gestire fenomeni di riscaldamento resistivo significativi. Le nuove generazioni di cavi raffreddati a liquido consentono di trasmettere correnti superiori a 500 A mantenendo la temperatura del conduttore entro i limiti di sicurezza. In questi sistemi, microcanali all’interno del cavo veicolano un fluido dielettrico a basso punto di congelamento, migliorando la capacità di dissipazione termica e permettendo sezioni conduttive più piccole. Le guaine sono progettate per resistere a temperature superiori ai 120°C senza deformazioni, mentre sensori di temperatura integrati nei connettori monitorano in tempo reale la sicurezza termica durante la ricarica. Comunicazione e controllo intelligente Nei sistemi avanzati, il cavo stesso diventa un dispositivo intelligente: incorpora microchip per la gestione della comunicazione “vehicle-to-grid” (V2G), che consente al veicolo di restituire energia alla rete o di partecipare alla stabilizzazione del carico elettrico. I protocolli ISO 15118 e IEC 61851 definiscono come il cavo e il veicolo si scambiano dati, come la potenza massima disponibile, lo stato della batteria o la tariffa dinamica dell’energia. In questo contesto, il connettore diventa una componente chiave della rete elettrica bidirezionale del futuro. Durabilità e manutenzione dei cavi L’usura meccanica dei cavi di ricarica è un tema spesso sottovalutato. Nelle stazioni pubbliche, il continuo piegamento e torsione dei cavi può provocare microfratture negli isolanti o perdita di elasticità della guaina. Per questo motivo, molti produttori utilizzano composti polimerici autoriparanti o miscele con nanocariche ceramiche per aumentare la resistenza all’abrasione e la stabilità termica. Il ciclo di vita medio di un cavo certificato IEC 62196 è stimato intorno a 10.000 cicli di connessione, ma varia notevolmente in base all’ambiente operativo. Il problema del fine vita: riciclo dei cavi e dei connettori Il riciclo dei cavi per la ricarica dei veicoli elettrici rappresenta una sfida emergente dell’economia circolare. Un singolo cavo da 5 metri può contenere fino al 60% in peso di rame e 40% di materiali polimerici, tra cui polietilene reticolato, poliuretano e composti fluorurati. Il recupero del rame avviene attraverso frantumazione e separazione elettrostatica o con processi criogenici che permettono di disgiungere la guaina senza degradare i conduttori. Tuttavia, i polimeri reticolati o fluorurati risultano difficilmente riciclabili con processi meccanici tradizionali. Le aziende più avanzate stanno sperimentando tecniche di pirolisi controllata o solvolisi selettiva per recuperare monomeri o cariche minerali da guaine e isolanti. Nel caso dei connettori, la componente metallica (rame, ottone, acciaio inox) può essere separata dai materiali plastici (nylon rinforzato, PBT, policarbonato) tramite processi di triturazione e separazione densimetrica, mentre le schede elettroniche interne richiedono procedure analoghe a quelle del riciclo dei RAEE, con recupero selettivo dei metalli preziosi come argento, oro e palladio. Verso un cavo completamente riciclabile Le nuove frontiere dell’eco-design mirano a sviluppare cavi modulari e smontabili, nei quali ogni componente possa essere separato e recuperato a fine vita. Alcuni produttori stanno introducendo guaine realizzate con TPE riciclabili e connettori in biopolimeri rinforzati con fibre di vetro, riducendo la complessità del riciclo. Parallelamente, l’uso di marcatori digitali sui cavi (QR code o tag NFC) permetterà di tracciarne la composizione, facilitando la gestione del rifiuto in impianti specializzati. Conclusione: un ecosistema tecnologico in evoluzione I cavi di ricarica per auto elettriche incarnano il principio dell’integrazione tra elettronica, meccanica e sostenibilità. Da semplici componenti passivi stanno evolvendo in elementi intelligenti, sicuri, efficienti e riciclabili, parte di un ecosistema tecnologico che unisce industria automobilistica, infrastrutture energetiche e ricerca sui materiali. La sfida dei prossimi anni non sarà solo aumentare la potenza di ricarica, ma garantire che ogni parte di questa catena — dal rame al polimero — possa tornare a nuova vita, in un ciclo perfettamente coerente con la filosofia dell’economia circolare.© Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - Storia delle Calzature e dei Materiali: dal Papiro alla Plastica Riciclata
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Storia delle Calzature e dei Materiali: dal Papiro alla Plastica Riciclata
Economia circolare

Storia delle Calzature e dei Materiali: dal Papiro alla Plastica Riciclatadi Marco ArezioNella sezione di rNEWS del portale rMIX ci siamo occupati della genesi di alcune materie prime, della vita e delle scoperte di alcuni personaggi geniali nel campo chimico e della ricerca, della storia del riciclo e della raccolta differenziata e di alcuni prodotti, nati a volte per caso, che sono oggi di uso comune e di larga diffusione.Tra questi prodotti ci piace fare un passo indietro nel tempo e ripercorrere la storia delle calzature, dei materiali che le hanno composte e delle mode che nel tempo hanno determinato la nascita, lo sviluppo e il declino di alcuni modelli e materiali. E’ interessante vedere come dalla preistoria fino all’avvento dell’era dell’industria manifatturiera nel secolo scorso, i materiali siano stati modificati lentamente, per assumere un’esplosione di ricette e tipologie con l’introduzione dei polimeri plastici. Stabilire con esattezza quale sia stata la prima calzatura realizzata dall’uomo e la sua tipologia è complicato, in quanto la facile deperibilità del materiale di natura organica che veniva inizialmente utilizzato dalle popolazioni preistoriche, avendo nella calzatura l’unico mezzo di protezione dei piedi, non ha reso possibile il giungere fino a noi di antichi resti di quel periodo storico. Indubbiamente nell’era preistorica, quando si parla di scarpe, ci si riferisce a pelli non conciate e assicurate al piede dall’utilizzo di un sistema di lacci dello stesso materiale. Venivano prodotte anche suole in fibra vegetale intrecciate e fermate al piede con lo stesso sistema. Però un reperto molto prezioso, forse l’unico rimasto, è stato rinvenuto nel 2010: la scarpa più antica del mondo, risalente infatti circa al 3.500 a.C., durante uno scavo archeologico in una caverna in Armenia. Una scoperta che ha dell’incredibile visto l’ottimo stato di conservazione, costituita da un unico pezzo di pelle bovina, allacciata sia nella parte anteriore che nella parte posteriore con un cordoncino di cuoio. Siamo anche sicuri che l’uso delle calzature risale a molti anni prima, infatti, le incisioni rupestri di circa 15.000 anni fa raffiguravano uomini con già ai piedi delle calzature. Nel periodo Egizio la maggior parte della popolazione si spostava scalza e le scarpe erano destinate solo a figure sociali di rango superiore, anche se esisteva una carica onorifica, per i servitori dei faraoni e dei nobili, che veniva chiamata “portatori di sandali”. Gli Egizi avevano introdotto la concia delle pelli per i loro sandali, attraverso l’uso di oli vegetali, lavorate su telai e ammorbidite con materia grassa di origine animale. Le suole erano fatte in papiro, legno, cuoio o foglie di palma intrecciate in base all’uso che la scarpa era destinata. Tra il 3500 a.C. e il 2000 a.C. i Sumeri, popolo che viveva nella Mesopotamia meridionale, svilupparono nuove formule di concia delle pelli, affiancate alle tradizionali conce grasse, inserendo la concia minerale con allume e la concia vegetale con tannino. Tra il 2000 a.C. e il 1100 a.C. gli Ittiti, che vivevano nell’attuale regione montuosa dell’Anatolia, avevano sviluppato un tipo di calzature dalle caratteristiche di resistenza elevate, proprio per poter muoversi agevolmente in territori impervi e dai fondi difficoltosi. Anche gli Assiri, che prosperarono tra il 2000 a.C. e il 612 a.C., furono probabilmente i primi che crearono gli stivali alti fino al ginocchio, adatti a cavalcare e comodi nella gestione dei carri da guerra. Inoltre, oltre alla praticità di alcune calzature nelle fasi più difficili della vita quotidiana, gli Assiri stabilirono colori differenti delle calzature a seconda del ceto sociale di appartenenza: rosso per i nobili e giallo per la classe media che si poteva permettere delle scarpe. Nell’antica Grecia, tra il 2000 a.C. e il 146 a.C., si svilupparono varie forme di sandali costituiti da una suola di cuoio o di sughero che venivano fissate ai piedi con delle strisce di pelle. Inoltre introdussero uno stivaletto a mezza gamba allacciato sempre con strisce di cuoio di colore tradizionale o rosse. Gli antichi Romani, tra il 750 a.C. e il 476 d.C., in virtù della miscelazione con altre culture, come i Galli, gli Etruschi e i Greci, appresero la tecnica della concia delle pelli e svilupparono calzature per l’esercito e per la vita sociale. Infatti, i cittadini di un rango sociale elevato, utilizzavano un tipo di sandalo chiamato Calcei che consistevano in una suola piatta e tomaie in pelle che avvolgevano il piede. I romani introdussero il colore nero delle calzature per i senatori mentre il colore rosso era destinato alle alte cariche civili che, in occasioni di cerimonie pubbliche di particolare importanza, indossavano sandali con un rialzo nella suola per elevare la statura di chi le portava. L’imponente esercito Romano era dotato di calzature con suola spessa e resistente, adatte alle lunghe marce, in cui erano chiodate delle bullette. Tra il terzo secolo d.C. e il nono secolo d.C. si svilupparono tra i Franchi, antico popolo germanico, un tipo di calzatura con una punta lunga quanto circa la metà della lunghezza della scarpa. Inizialmente nata per i nobili, si sviluppò successivamente negli altri strati della popolazione con lunghezze della punta differenti così da differenziare il ceto sociale. Intorno al XII° secolo, i calzolai veneziani, divisi in categorie ben distinte tra i “Solarii”, che producevano suole e calze suolate e i “Patitari” che producevano zoccoli in pelle con suola alta, svilupparono un artigianato di grande valore. Ma fu tra il XVI° e il XVII° secolo, specie in Francia, i modelli delle calzature aumentarono in modo sorprendente per dare sfogo alle richieste di novità espresse dai nobili. Stivali al ginocchio o fino alla coscia, ciabatte o scarpette con pelle e seta addobbati con fili d’oro o d’argento espressi con ricami artistici. Nacque anche la moda dei tacchi, specialmente di colore rosso, espressione dell’alta nobiltà. Il famoso tacco Luigi XV, intagliato e decorato e le scarpe da signora dei maestri Italiani, erano i protagonisti del XVIII° secolo, in cui la Francia e l’Italia imponevano la moda in Europa. Un altro periodo di forte attenzione della moda verso le calzature lo troviamo nel XX° secolo, dove si realizzano scarpe con la punta allungata ispirate alla moda dell’art noveau e il tacco Luigi, ispirato alla moda rococò. Nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale i due paesi che dettavano la regola della moda erano sempre la Francia e l’Italia con Coco Chanel da una parte e Salvatore Ferragamo dall’altra. Tra gli anni 60 e gli anni 90 del secolo scorso la produzione di scarpe viene largamente influenzata dalle nuove materie prime plastiche che si sono affacciate sul mercato industriale. Se da una parte la moda prende una strada propria, come elemento di espressione artistica, la produzione di calzature per i cittadini comuni sperimenta nuovi materiali, più semplici da produrre a ciclo continuo e più economici da vendere. Materie prime come il PVC, il Poliuretano e le gomme sintetiche presero il sopravvento sulla pelle e il cuoio, creando scarpe economiche, robuste, flessibili ed impermeabili. Attraverso l’uso delle materie plastiche si passo da una produzione artigianale, in cui la manualità e il genio dell’uomo creava modelli particolari e raffinati, a una produzione dove le macchine aumentavano il numero di modelli prodotti per giornata lavorata permettendo un mercato più vasto. Infine, i materiali plastici riciclati entrarono a far parte delle materie prime di base per l’industria calzaturiera, specialmente per le suole o per gli stivali impermeabili, inserendo anche in questo settore i principi della circolarità dei materiali.Categoria: notizie - plastica - economia circolare - rifiuti - riciclo - calzature Vedi maggiori informazioni sulla storia delle calzature

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