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https://www.rmix.it/ - Anche la Moda Vuole la sua Circolarità. La Visione di MacArthur Foundation
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Anche la Moda Vuole la sua Circolarità. La Visione di MacArthur Foundation
Economia circolare

Anche la Moda Vuole la sua Circolarità. La Visione di MacArthur Foundationdi Marco ArezioLa circolarità dell'economia non è fatta solo da settori che apparentemente sono, all'opinione pubblica, più visibilmente inquinanti, ma deve essere applicata a tutte le tipologie di produzioni industriali. La moda, per esempio, non è percepita come una filiera inquinante dalla popolazione, ma i dati degli esperti non supportano questa sensazione popolare, se consideriamo che ogni secondo viene mandato in discarica o bruciato la quantità di un autotreno di materiali tessili. RadiciGroup, attraverso l'ultima informazione, si fà carico del problema. RadiciGroup, dal 2018 partner dell’iniziativa “Make Fashion Circular” di Ellen MacArthur Foundation, ha recentemente partecipato alla stesura delle linee guida sulla circolarità nella moda redatte dall’associazione e basate sui principi dell'economia circolare, con l’obiettivo di offrire un contributo concreto alla riduzione degli sprechi nel mondo tessile-abbigliamento. Linee guida da attuare quanto prima se si pensa ai dati quantificati da EMF: ogni secondo, l'equivalente di un camion di materiali tessili viene mandato in discarica o bruciato. Si stima che ogni anno si perdano circa 500 miliardi di dollari di valore a causa di indumenti indossati saltuariamente e raramente riciclati. La nuova “Vision of a Circular Economy fo fashion” parte dal presupposto che è necessario lavorare tutti insieme per portare su scala industriale modelli di business profittevoli, che consentono però di noleggiare, rivendere o riciclare i vestiti più facilmente. Ecco perché si basa su ricerche approfondite e contributi di circa 100 organizzazioni tra cui produttori di tessuti, produttori di abbigliamento, marchi, rivenditori, collezionisti, selezionatori, riciclatori, accademici, istituzioni internazionali e ONG. Tre i punti chiave della vision: usare di più, riutilizzare, partire da materiali rinnovabili o da riciclo. RadiciGroup, produttore di filati in poliammide ma anche in poliestere ed acrilico, è “contributor” della nuova vision EMF, mettendo a disposizione competenza ed esperienza nella formulazione di soluzioni tessili in grado di concretizzare l’economia circolare.Categoria: notizie - plastica - economia circolare - rifiuti - moda Per maggiori info: www.ellenmacarthurfoundation.org

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https://www.rmix.it/ - Riciclo dei Metalli Cromati: Soluzioni per un Futuro Sostenibile
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Riciclo dei Metalli Cromati: Soluzioni per un Futuro Sostenibile
Economia circolare

Come affrontare la tossicità del cromo e promuovere pratiche ecocompatibili nel settore industriale di Marco ArezioLa cromatura dei metalli è una tecnica fondamentale nel settore industriale e manifatturiero che consente di migliorare notevolmente le proprietà superficiali di vari materiali metallici. Questo trattamento elettrochimico, oltre a fornire una resistenza superiore alla corrosione e all'usura, dona ai prodotti un aspetto estetico altamente riflettente e accattivante. La cromatura è presente in numerosi ambiti, dai componenti automobilistici agli accessori domestici, e la sua importanza cresce con l’aumentare delle esigenze di durabilità e qualità estetica nei prodotti di consumo. Cos'è la Cromatura dei Metalli? La cromatura dei metalli è un processo che consiste nell'applicare un sottile strato di cromo su una superficie metallica attraverso la deposizione elettrolitica. Questo metodo non solo migliora le caratteristiche fisiche del metallo, ma anche le sue proprietà chimiche ed estetiche. Esistono due principali categorie di cromatura: la cromatura decorativa, che si concentra sull’aspetto estetico dei prodotti, e la cromatura dura, che è utilizzata principalmente per migliorare le proprietà funzionali dei componenti metallici, come la resistenza all'usura e la durata. Come si Esegue la Cromatura dei Metalli? Il processo di cromatura dei metalli inizia con la preparazione della superficie, che deve essere pulita e levigata per garantire una buona adesione del cromo. Questo può comportare diverse tecniche di pulizia, tra cui la sgrassatura e la sabbiatura. Successivamente, il metallo viene sottoposto a un trattamento chimico per eliminare ogni traccia di impurità e ossidi. Una volta preparata, la superficie del metallo viene immersa in un bagno elettrolitico contenente una soluzione di cromo, solitamente acido cromico, e un elettrolita. Attraverso l'applicazione di una corrente elettrica, gli ioni di cromo si depositano sulla superficie del metallo. Dopo la deposizione, il pezzo viene accuratamente risciacquato per rimuovere i residui chimici e poi asciugato e lucidato per ottenere la finitura desiderata. Vantaggi della Cromatura dei Metalli La cromatura dei metalli offre numerosi vantaggi significativi. Innanzitutto, lo strato di cromo applicato sulla superficie del metallo fornisce una protezione eccezionale contro la corrosione, prolungando la vita utile dei prodotti. Inoltre, la cromatura aumenta la durezza della superficie, migliorando la resistenza del metallo all'usura e ai graffi. Esteticamente, il cromo dona un aspetto lucido e attraente, che è particolarmente apprezzato in prodotti come rubinetti, accessori automobilistici e articoli decorativi. In ambito industriale, la cromatura può anche ridurre l'attrito tra le superfici metalliche, migliorando l'efficienza operativa dei macchinari. Materiali Utilizzati nella Cromatura dei Metalli La cromatura può essere applicata su una varietà di metalli, ciascuno con specifiche applicazioni e vantaggi. L'acciaio è uno dei materiali più comunemente cromati, soprattutto per la sua resistenza e durata, rendendolo ideale per componenti industriali e automobilistici. L'ottone, invece, è spesso cromato per migliorare l'aspetto estetico e la resistenza alla corrosione di oggetti decorativi e accessori per la casa, come rubinetti e maniglie. L'alluminio cromato trova impiego in applicazioni dove è richiesta una combinazione di leggerezza e resistenza alla corrosione, come nei componenti aerospaziali. Il rame, sebbene meno comune, può essere cromato per migliorare la sua estetica e resistenza, trovando applicazioni in oggetti di design e componenti elettronici. Ciascun materiale richiede un trattamento specifico durante il processo di cromatura per garantire una adesione ottimale del cromo e il raggiungimento delle proprietà desiderate. Come Riciclare i Metalli Cromati Il riciclo dei metalli cromati rappresenta una sfida significativa, principalmente a causa della tossicità del cromo, specialmente nella sua forma esavalente. Tuttavia, esistono metodi avanzati per affrontare questo problema e garantire un riciclo efficiente e sicuro. Il primo passo nel riciclo dei metalli cromati è la rimozione dello strato di cromo, che può essere effettuata attraverso processi chimici o elettrolitici. Questi metodi permettono di separare il cromo dal metallo di base senza danneggiarlo. Il cromo rimosso può essere recuperato e riutilizzato in nuovi processi di cromatura, riducendo così la necessità di estrarre nuovo cromo dalle risorse naturali. Dopo la rimozione del cromo, il metallo di base può essere riciclato utilizzando i metodi tradizionali di riciclo dei metalli, come la fusione e la rifusione. Questi processi consentono di recuperare e riutilizzare il metallo in nuovi prodotti, riducendo significativamente l'impatto ambientale associato alla produzione di nuovi metalli. È fondamentale implementare pratiche di gestione dei rifiuti efficaci per trattare e smaltire in modo sicuro i residui di cromo e altre sostanze chimiche utilizzate nei processi di cromatura. Le normative ambientali e le tecnologie emergenti stanno contribuendo a migliorare la sostenibilità del riciclo dei metalli cromati, promuovendo l'adozione di metodi più sicuri e meno impattanti sull'ambiente. Sostenibilità della Cromatura dei Metalli La sostenibilità della cromatura dei metalli è un tema di crescente importanza nell'industria moderna, data la necessità di ridurre l'impatto ambientale delle attività industriali. Un aspetto chiave della sostenibilità nella cromatura è la riduzione dell'uso di sostanze tossiche. L'industria sta progressivamente adottando il cromo trivalente come alternativa meno tossica al cromo esavalente, il quale presenta un impatto ambientale molto minore. Inoltre, migliorare l'efficienza energetica dei processi di cromatura può contribuire a ridurre il consumo di energia e le emissioni di gas serra. Questo può essere ottenuto mediante l'adozione di tecnologie avanzate e l'ottimizzazione dei processi produttivi. Promuovere il riciclo dei metalli cromati e il riutilizzo del cromo recuperato è un altro passo cruciale verso la sostenibilità. Questo approccio non solo riduce la necessità di estrarre nuove risorse naturali, ma contribuisce anche a diminuire l'accumulo di rifiuti pericolosi. Implementare pratiche di gestione dei rifiuti efficaci è fondamentale per trattare e smaltire in modo sicuro i residui di cromo e altre sostanze chimiche utilizzate nei processi di cromatura. Le normative ambientali stanno diventando sempre più rigorose, spingendo le industrie ad adottare pratiche più sostenibili e rispettose dell'ambiente. Conclusioni La cromatura dei metalli è una tecnica essenziale per migliorare le proprietà superficiali dei materiali metallici, offrendo numerosi vantaggi in termini di resistenza, durezza e aspetto estetico. Tuttavia, è cruciale considerare l'impatto ambientale di questo processo e promuovere pratiche sostenibili nel riciclo dei metalli cromati. L'adozione di tecnologie ecocompatibili e l'implementazione di metodi di riciclo efficienti sono passi fondamentali per ridurre l'impatto ambientale delle attività industriali e contribuire a un futuro più sostenibile.

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https://www.rmix.it/ - Come scegliere il miglior decalcificante per macchine da caffè: guida all’acquisto efficace, sicuro e sostenibile
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Come scegliere il miglior decalcificante per macchine da caffè: guida all’acquisto efficace, sicuro e sostenibile
Economia circolare

Quello che devi sapere prima di acquistare un decalcificante: differenze tra i prodotti, consigli per una scelta consapevole e attenzione all’ambienteC’è una cosa che ogni appassionato di caffè dovrebbe sapere, ed è che il calcare è il nemico silenzioso della tua macchina espresso. Agisce lentamente, invisibile agli occhi, ma inesorabile. Eppure, bastano pochi accorgimenti per tenerlo lontano e continuare a gustare un caffè che sia degno di questo nome. Tra questi, il decalcificante è uno strumento prezioso, troppo spesso trascurato o scelto a caso, come fosse tutto uguale. Spoiler: non lo è. Perché la decalcificazione è così importante? Quando si usa l'acqua del rubinetto – anche se buona – è inevitabile che nel tempo si formino depositi di calcio e magnesio. La tua macchina non li digerisce affatto bene: i residui si accumulano nei condotti, nei serbatoi, nei circuiti di erogazione. Risultato? Un caffè più lento a uscire, meno caldo, con un gusto alterato. E poi quel suono stanco che senti ogni tanto? Sì, è lei che ti chiede aiuto. Una manutenzione regolare con un buon decalcificante è la risposta a tutto questo: mantiene alte le performance, allunga la vita della macchina e, soprattutto, rispetta l'aroma del tuo caffè. Le differenze tra i prodotti in commercio Qui si apre un mondo. Ci sono decalcificanti naturali, casalinghi, come l’acido citrico o il classico aceto bianco. Soluzioni economiche, ma non sempre efficaci o delicate quanto dovrebbero. Il profumo di aceto che aleggia per ore nella cucina dopo l’uso non è proprio invitante, e alcuni produttori lo sconsigliano vivamente perché rischia di danneggiare le guarnizioni interne. Poi ci sono i prodotti chimici professionali, studiati per le macchine da caffè: liquidi, polveri, pastiglie. Questi sono calibrati per pulire in profondità, senza aggredire. Alcuni, addirittura, sono approvati o sviluppati dalle stesse case produttrici delle macchine, come De’Longhi o Lavazza. E questo è già un indizio di fiducia. Come si sceglie il decalcificante giusto? La prima cosa da valutare è la compatibilità. Alcuni decalcificanti sono universali, altri sono pensati per un certo tipo di macchina. Usare il prodotto sbagliato può non solo essere inefficace, ma anche dannoso. Quindi: sì al prodotto consigliato dal produttore, o almeno testato su modelli simili al tuo. Poi c’è la questione della facilità d’uso. Se ami la praticità, troverai comode le pastiglie pre-dosate: zero sprechi e nessuna misurazione da fare. Se invece preferisci personalizzare i dosaggi in base alla durezza dell’acqua o alla frequenza d’uso della macchina, i liquidi sono più flessibili. Ma non basta. C’è un altro criterio da tenere in considerazione: la sostenibilità. La sostenibilità conta. Eccome. Oggi più che mai, scegliere un decalcificante non è solo una questione di pulizia interna della macchina, ma anche di responsabilità esterna. I prodotti migliori sono biodegradabili, realizzati con ingredienti naturali, privi di sostanze inquinanti. Anche l’imballaggio ha il suo peso: meglio se in plastica riciclata o riciclabile, magari con etichette chiare che spiegano come smaltirlo correttamente. Ma non è tutto: alcune aziende dichiarano apertamente i loro standard di produzione, usando energia da fonti rinnovabili, evitando test su animali, o compensando le emissioni di CO₂. Insomma, ogni flacone è una piccola dichiarazione d’intenti. E, se ci pensi, è anche un bel modo per iniziare la giornata: con un caffè fatto bene e una coscienza più leggera. Tre decalcificanti consigliati Se a questo punto ti stai chiedendo “sì, ma quale compro?”, ecco tre proposte che abbiamo selezionato per efficacia, sostenibilità e rapporto qualità-prezzo. 1. De’Longhi EcoDecalk DLSC500 Probabilmente il decalcificante ecologico più famoso in Italia. È liquido, viene fornito in flaconi da 500 ml (per circa cinque trattamenti) ed è composto da materie prime naturali e biodegradabili. È approvato dalla stessa De’Longhi e compatibile anche con altre macchine. Una scelta sicura, efficace e green. 2. Lavazza A Modo Mio Decalcificante liquido Perfetto se hai una macchina Lavazza. Questo liquido è dosato per due cicli di pulizia, è facile da usare e ha un profilo neutro che non lascia odori né residui. Anche qui si punta su ingredienti sicuri e formule non aggressive. È la soluzione più immediata per chi cerca comodità e precisione. 3. Oputec Pastiglie Decalcificanti Universali Un’alternativa molto apprezzata per chi usa spesso la macchina da caffè, magari anche in contesto semi-professionale. Le pastiglie Oputec sono compatibili con quasi tutti i modelli in commercio, facili da dosare (una per trattamento), con una formula delicata ma decisa contro il calcare. La confezione ne contiene ben 100: ideale per lunghe durate o per condividerle con amici e colleghi. In conclusione C’è chi pensa che la manutenzione della macchina da caffè sia un dettaglio. Ma non lo è. È un gesto di cura, di attenzione, di rispetto verso il rituale quotidiano del caffè. E anche verso l’ambiente, se si scelgono i prodotti giusti. Che tu scelga il decalcificante del tuo brand preferito o un’alternativa universale, l’importante è non trascurare questo passaggio fondamentale. Perché il gusto del caffè – il tuo gusto – merita sempre un’acqua pulita, un circuito efficiente e una macchina in salute. © Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - Calcestruzzo Riciclato: Un uso ancora troppo Limitato
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Calcestruzzo Riciclato: Un uso ancora troppo Limitato
Economia circolare

Economia Circolare: Calcestruzzo Riciclato e Sostenibilità nella Produzione Industrialedi Marco ArezioNella produzione industriale le linee guida sull’economia circolare stanno entrando in modo prepotente e stabilmente in tutte le aziende.Questo è dovuto a diversi fattori: un nuovo approccio culturale della popolazione che è sempre più attenta all’ambiente, un fattore politico che sposa in pieno le aspettative della gente, nuove regole di carattere finanziario-assicurativo che valuta il livello di rischio delle aziende in base al loro scostamento rispetto ad una impronta carbonica media e, infine, ad una reale necessità di una maggiore sostenibilità dei consumi. Nel campo delle costruzioni la quota dei materiali che vanno in discarica rimane estremamente alta con conseguenze ambientali importanti, non solo per la quantità dei rifiuti che non vengono rimessi in circolazione come nuove materie prime, ma anche a causa del continuo approvvigionamento di nuove materie prime incidendo sulle risorse naturali dell’ambiente. A partire dalla progettazione, gli edifici dovrebbero essere pensati per poter essere costruiti con la quota maggiore di materiali riciclati e, una volta a fine vita, alla demolizione dovrebbe seguire un’attività di recupero di tutti quei materiali che potranno nuovamente essere impiegati per nuove costruzioni. Quali sono i vantaggi nel riciclare il calcestruzzo? A differenza di altri materiali da riciclare, come per esempio le plastiche, la provenienza dello scarto del calcestruzzo contempla la presenza di inerti di cui si conosce la provenienza naturale. Quindi, il riciclo del materiale proveniente dalle demolizioni di edifici può essere facilmente gestito e, la quota che se ne ricava nell’ambito di una demolizione, è generalmente elevata. Il riutilizzo del materiale riciclato porta a una serie di vantaggi: • Minor costo dell’inerte riciclato rispetto a quello naturale • Minor materiale da avviare alla discarica • Inferiore impronta carbonica per un edificio realizzato con calcestruzzi riciclati rispetto ad uno realizzato con inerti naturali • Costi e impatti ambientali dei trasporti inferiori Nelle composizioni delle ricette di calcestruzzo con elementi riciclati possiamo annoverare i seguenti materiali: • Frantumato di demolizione, pulito e di colore uniforme • Frantumato di mattoni, pulito e non inquinato • Frantumato di vetro da post consumo • Ceneri volanti espresse in aggregati leggeri • Frantumati in pietra come massicciate o muri di contenimento • Sabbie di fonderia solo se pulita ed uniforme Ma vediamo quale può essere il comportamento di un calcestruzzo realizzato con inerti riciclati rispetto ad uno con inerti naturali:• L’impiego di inerti riciclati fino ad una quota del 20% non ha effetti sulla resistenza a compressione del calcestruzzo, mentre una miscela del 100% di inerti riciclati porta ad una resistenza di circa il 20% della resistenza a compressione • La durabilità nel tempo, a parità di resistenza, non ha influenza sulla percentuale di uso degli inerti riciclati rispetto a quelli naturali • La rigidità del manufatto con un impiego entro il 20% di inerti riciclati non subisce modifiche sostanziali, mentre per un uso al 100% si dovrà considerare una riduzione della rigidità intorno al 10% • Per quanto riguarda la lavorabilità della miscela non sono state notate riduzioni della stessa utilizzando inerti riciclati fino ad una quota del 20%. • Utilizzando quote superiori al 20% di inerti riciclati la caduta della lavorabilità della pasta cementizia può essere sostanziale, la cui conseguenza principale è la maggior richiesta di acqua per rendere lavorabile l’impasto. Questo a causa dell’irregolarità degli inerti che aumentano la loro superficie specifica, del maggior assorbimento di acqua dell’inerte frantumato e per la presenza di particelle di cemento non idratate. In questo caso è importante l’uso di additivi plastificanti per ridurre l’uso dell’acqua nell’impasto così da non compromettere la resistenza meccanica. Per quanto riguarda l’impatto ambientale degli aggregati naturali bisogna considerare che la loro escavazione richiede 20 MJ/t di energia da combustione e 9 MJ/t di energia elettrica, mentre la loro frantumazione ne richiede, rispettivamente, 120 MJ/t e 50 MJ/t. Mentre l’impatto ambientale degli aggregati riciclati da rifiuti di demolizione può essere valutato in 40 MJ/t di energia da combustione e 15 MJ/t di energia elettrica. In merito alle resistenze meccaniche tra un calcestruzzo realizzato con aggregati riciclati e uno con aggregati naturali, che possiamo vedere nella tabella in fondo all’articolo , fatto salvo quanto detto sopra i dati tecnici sono molto simili.Categoria: notizie - rifiuti edili - economia circolare  Vedi maggiori informazioni sull'argomento

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https://www.rmix.it/ - Produzione di Pannelli Laminati in Legno e loro Riciclo
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Produzione di Pannelli Laminati in Legno e loro Riciclo
Economia circolare

Nonostante i pannelli siano composti da legno riciclato la loro etichetta green stride con le difficoltà del riciclodi Marco ArezioNonostante il pannello laminato sia un prodotto composto da legno di scarto, quindi annoverabile tra i prodotti con una valenza green, in quanto questo processo può contribuire alla riduzione della deforestazione e allo sfruttamento delle risorse naturali, la loro circolarità comporta delle difficoltà molto importanti. Riciclare un pannello in legno laminato è, ancora ad oggi, abbastanza complicato in virtù dei componenti chimici che vengono aggiunti al legno per dare struttura al pannello.Vediamo come vengono prodotti i pannelli in legno laminato La prima fase consiste nella raccolta e nella selezione del legno riciclato. Questo può includere il recupero di legname proveniente da imballaggi, pallet, mobili usati o altre fonti di legno da riciclare. Il legno riciclato viene poi sottoposto a un processo di sgranatura e tritatura, per ridurlo in particelle di dimensioni adeguate. Questo può essere fatto utilizzando attrezzature specializzate, come trituratori o sgranatrici. Successivamente le particelle di legno riciclato vengono combinate con un legante, come resine o adesivi a base di legno, per formare un materiale compatto. Questo miscuglio viene quindi sottoposto a pressatura per formare un pannello laminato di legno. Infine, il pannello laminato di legno viene sottoposto ad un processo di laminazione. Questo implica l'applicazione di uno strato decorativo sulla superficie del pannello, che può essere una finitura in legno, una carta stampata o una pellicola di laminazione. Questo strato conferisce al pannello un aspetto estetico e può fornire protezione aggiuntiva. Per concludere la produzione, il pannello laminato viene tagliato nelle dimensioni desiderate e sottoposto a una fase di rifinitura, che può includere la levigatura, l'applicazione di rivestimenti protettivi o altre operazioni di finitura per migliorarne l'aspetto e la durabilità. Quali sostanze chimiche utilizzate per la produzione Nella produzione di pannelli in legno laminato, vengono utilizzate diverse sostanze chimiche che svolgono ruoli specifici durante il processo di fabbricazione. Le principali sono: Le resine o gli adesivi a base di legno sono essenziali per unire le particelle di legno e formare un pannello compatto. Alcuni esempi di resine comunemente utilizzate sono le resine ureiche, fenoliche o a base di melamina. Queste resine forniscono una forte adesione e contribuiscono alla stabilità e alla durabilità del pannello. I catalizzatori sono utilizzati per accelerare o controllare il processo di indurimento delle resine utilizzate nella laminazione del legno. I catalizzatori possono essere utilizzati in piccole quantità e possono includere sostanze chimiche come l'acetato di ammonio o l'acetato di calcio. Per ottenere l'aspetto desiderato dei pannelli laminati di legno, possono essere aggiunti coloranti o pigmenti alla resina. Questi coloranti possono essere sia organici che inorganici e vengono utilizzati per ottenere una vasta gamma di colori e finiture. In alcuni casi, possono essere aggiunti additivi antifiamma per migliorare la resistenza al fuoco dei pannelli in legno laminato. Gli additivi antifiamma possono ridurre la combustibilità del materiale e proteggere i pannelli da potenziali rischi di incendio. Durante il processo di produzione, possono essere utilizzati lubrificanti o agenti di rilascio per facilitare la lavorazione del legno e la rimozione dei pannelli dalle attrezzature. Questi agenti riducono l'attrito e consentono una migliore manipolazione del materiale. Che impatto ha sull’ambiente la produzione dei pannelli laminati Durante il processo di produzione dei pannelli laminati in legno, l'uso di alcune sostanze chimiche può potenzialmente contribuire all'emissione di inquinanti nell'ambiente. Gli inquinanti prodotti dipendono dalla specifica sostanza chimica utilizzata e dalle pratiche di gestione adottate. Alcuni possibili impatti ambientali associati all'uso di sostanze chimiche nella produzione dei pannelli laminati in legno includono: Emissione di composti organici volatili (COV) Alcune resine utilizzate nella laminazione del legno possono contenere COV che possono essere rilasciati nell'aria durante il processo di produzione. Questi COV possono contribuire all'inquinamento atmosferico e alla formazione di inquinanti atmosferici secondari come l'ozono troposferico. Rifiuti chimici Durante il processo di produzione, possono essere generati rifiuti chimici come scarti di resine, catalizzatori o additivi. La gestione inadeguata di questi rifiuti chimici potrebbe comportare l'inquinamento del suolo o delle acque superficiali se non vengono trattati o smaltiti correttamente. Impatti sull'ecosistema acquatico Se le acque di scarico contenenti sostanze chimiche non vengono trattate adeguatamente, possono essere rilasciate nell'ambiente acquatico, potenzialmente causando impatti negativi sugli organismi acquatici e sull'ecosistema. Alcune sostanze chimiche possono essere tossiche per i pesci, gli organismi acquatici o gli ecosistemi in generale. Consumo di risorse naturali La produzione di sostanze chimiche utilizzate nella produzione dei pannelli laminati in legno può richiedere l'utilizzo di risorse naturali come acqua, energia e materie prime. Il consumo eccessivo di queste risorse può avere un impatto ambientale significativo, inclusa la degradazione delle risorse idriche e l'emissione di gas serra derivante dalla produzione di energia.È importante sottolineare che l'impatto ambientale dipende da vari fattori, tra cui la gestione degli impianti, l'uso di tecnologie di controllo delle emissioni, le pratiche di smaltimento dei rifiuti e l'aderenza alle norme e ai regolamenti ambientali. Le aziende che producono pannelli laminati in legno devono adottare misure per minimizzare gli impatti ambientali, come l'adozione di tecnologie a basso impatto ambientale, il riciclo dei rifiuti e il trattamento adeguato delle acque di scarico. Inoltre, l'implementazione di sistemi di gestione ambientale e il rispetto delle normative ambientali sono fondamentali per ridurre gli impatti negativi sulla salute umana e sull'ambiente.Come si riciclano i pannelli di legno laminato Il riciclo dei pannelli di legno laminato può essere un processo complesso a causa della loro struttura composta da diversi strati di legno e resine. Tuttavia, ci sono alcune possibilità per il riciclaggio dei pannelli di legno laminato. Vediamone alcune: Recupero energeticoI pannelli possono essere utilizzati come combustibile per la produzione di energia termica o elettrica attraverso l'incenerimento controllato in impianti specializzati. Questo processo può contribuire alla produzione di energia rinnovabile. Triturazione e produzione di trucioli I pannelli di legno laminato possono essere triturati per ottenere trucioli di legno che possono essere utilizzati come materia prima per altre industrie, come la produzione di pannelli truciolari o di pannelli di fibra di legno. Rigenerazione dei materiali Alcuni pannelli di legno laminato possono essere sottoposti a processi di separazione e rigenerazione dei materiali. Questo può coinvolgere il recupero delle particelle di legno e il recupero delle resine per essere riutilizzate come materia prima in nuovi processi di produzione. Riutilizzo e riparazione I pannelli di legno laminato possono essere riutilizzati in altri progetti o possono essere riparati e riadattati per un utilizzo continuato. Questo può aiutare a prolungare la vita utile dei pannelli e ridurre la quantità di rifiuti prodotti. Riciclo dei componentiAlcuni componenti dei pannelli di legno laminato, come i rivestimenti di carta o i film di laminazione, possono essere riciclati separatamente. Questi materiali possono essere separati dai pannelli e sottoposti a processi di riciclaggio appropriati. Tuttavia il riciclo dei pannelli di legno laminato può richiedere un processo di smontaggio e separazione dei componenti, che potrebbe essere complesso e richiedere attrezzature specializzate. Inoltre, la disponibilità di impianti di riciclaggio specifici può variare a seconda delle regioni e delle infrastrutture locali. Produzione mondiale di pannelli in legno laminato Attualmente, diverse nazioni producono pannelli in legno laminato, e la produzione può variare nel corso del tempo. La Cina è uno dei principali produttori di pannelli in legno laminato a livello mondiale. Il paese ha una vasta industria del legno e dispone di impianti di produzione ben sviluppati per la produzione di pannelli laminati. Gli Stati Uniti sono una delle principali nazioni produttrici di pannelli in legno laminato. La produzione è concentrata in diverse regioni, tra cui la West Coast e il Sud-est degli Stati Uniti. La Germania è nota per la sua industria del legno altamente sviluppata e ha una significativa produzione di pannelli in legno laminato. Il paese ha una lunga tradizione nella produzione di materiali da costruzione a base di legno. Il Giappone è un altro importante produttore di pannelli in legno laminato. L'industria del legno giapponese è rinomata per la sua attenzione ai dettagli e alla qualità. Il Canada ha una vasta industria forestale e una produzione significativa di pannelli in legno laminato. Il paese è ricco di risorse forestali e ha una lunga tradizione nel settore del legno.

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https://www.rmix.it/ - Approcci Elettrocatalitici per la Valorizzazione dei Rifiuti Industriali
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Approcci Elettrocatalitici per la Valorizzazione dei Rifiuti Industriali
Economia circolare

Come l'elettrocatalisi trasforma i rifiuti in risorse preziose, contribuendo all’economia circolare e riducendo l’impatto ambientale delle attività produttivedi Marco ArezioL’aumento della produzione di rifiuti industriali rappresenta una delle sfide principali per la sostenibilità ambientale e l'economia circolare. In questo contesto, la valorizzazione dei rifiuti diventa un obiettivo prioritario, trasformando materiali di scarto in risorse preziose e riducendo al contempo l'impatto ambientale delle attività produttive. Tra le tecnologie emergenti, l'elettrocatalisi si distingue come uno degli approcci più promettenti per raggiungere questo scopo. Attraverso l’elettrocatalisi, infatti, è possibile convertire sostanze indesiderate, come anidride carbonica, nitrati o composti organici tossici, in prodotti chimici di valore o combustibili. Questo articolo fornisce una panoramica delle tecnologie elettrocatalitiche applicate alla valorizzazione dei rifiuti industriali, con una particolare attenzione ai recenti sviluppi e alle sfide future. Principi dell’Elettrocatalisi L'elettrocatalisi è una tecnologia che sfrutta l'energia elettrica per indurre reazioni chimiche su una superficie catalitica. In un sistema elettrochimico, l'elettrodo attivo è rivestito da un materiale catalitico che facilita la conversione dei reagenti in prodotti desiderati, grazie alla riduzione o ossidazione di composti specifici. Il processo elettrocatalitico richiede un catalizzatore appropriato, selezionato in base alla sua capacità di favorire reazioni selettive e di ridurre le energie di attivazione, minimizzando il consumo energetico. L’elettrocatalisi offre la possibilità di convertire rifiuti complessi in composti utili, sfruttando l’energia elettrica, preferibilmente proveniente da fonti rinnovabili, per garantire la sostenibilità del processo. Applicazioni dell'Elettrocatalisi nella Valorizzazione dei Rifiuti 1. Trasformazione dell’Anidride Carbonica (CO₂) Uno degli obiettivi principali nella gestione dei rifiuti industriali è la conversione dell'anidride carbonica, un gas serra prodotto in grandi quantità da diversi settori. La riduzione elettrocatalitica della CO₂ può produrre una varietà di composti, come monossido di carbonio, metano, etilene e metanolo, utilizzati nell’industria chimica come materia prima. I principali catalizzatori utilizzati per questa trasformazione sono metalli nobili come platino e argento, o metalli di transizione come rame e nichel, i quali facilitano una riduzione selettiva della CO₂. Nuove ricerche si stanno orientando verso lo sviluppo di catalizzatori più economici e meno impattanti, come ossidi metallici e materiali a base di carbonio, per rendere il processo scalabile su larga scala. 2. Recupero di Nitrati e Fosfati dai Rifiuti Agricoli e Industriali L'accumulo di nitrati e fosfati nei rifiuti agricoli e nelle acque reflue industriali è una delle principali cause di inquinamento idrico e eutrofizzazione. L'elettrocatalisi offre soluzioni per la conversione dei nitrati in azoto gassoso, riducendo il carico inquinante nelle acque, e per il recupero di fosfati in forme utilizzabili come fertilizzanti. La riduzione elettrocatalitica dei nitrati richiede materiali con alta attività catalitica e resistenza alla corrosione, come elettrodi di titanio e platino, anche se la ricerca sta esplorando nuovi materiali a base di grafene o materiali polimerici conduttori. La produzione di fosfati recuperabili richiede lo sviluppo di sistemi elettrochimici specifici che consentano di concentrare e isolare i composti di interesse, con l'obiettivo di chiudere il ciclo dei nutrienti e promuovere pratiche agricole sostenibili. 3. Degradazione dei Composti Organici Tossici Molti rifiuti industriali contengono composti organici tossici, come fenoli, solventi clorurati e composti aromatici. La loro degradazione è essenziale per ridurre la tossicità e il rischio ambientale. L'elettrocatalisi permette di trasformare questi composti in molecole meno pericolose o addirittura in sottoprodotti utili. L'uso di elettrodi a base di ossido di titanio e materiali conduttori come grafene e nanotubi di carbonio consente di attivare reazioni ossidative in grado di scomporre molecole complesse in modo efficace. Alcuni studi recenti si sono concentrati sull'ottimizzazione delle condizioni operative, come il potenziale applicato e la composizione dell’elettrolita, per migliorare l'efficienza e la selettività della degradazione. 4. Recupero dei Metalli Preziosi L'industria elettronica e molte altre produzioni industriali generano scarti contenenti metalli preziosi, come oro, platino e palladio. La loro estrazione tramite metodi elettrocatalitici è un'alternativa sostenibile ai processi chimici tradizionali, che spesso comportano l'uso di acidi e reagenti tossici. Attraverso l’elettrodeposizione, è possibile recuperare metalli in forma pura, da riutilizzare in nuovi processi produttivi. Elettrodi di grafite e materiali a base di ossidi metallici sono utilizzati per facilitare il recupero selettivo di metalli specifici, migliorando così la redditività del processo. Problemi Tecnologici e Futuri Sviluppi Nonostante i progressi, l'applicazione dell'elettrocatalisi per la valorizzazione dei rifiuti industriali affronta ancora diverse problematiche. Una delle principali limitazioni riguarda l’efficienza energetica del processo: la conversione elettrochimica richiede una notevole quantità di energia, e l’efficacia di molti catalizzatori diminuisce col tempo a causa dell’avvelenamento da sottoprodotti. Per superare queste barriere, la ricerca si concentra sullo sviluppo di nuovi materiali catalitici stabili, resistenti alla corrosione e selettivi per le reazioni desiderate. L'integrazione dell'elettrocatalisi con altre tecnologie di valorizzazione, come la fotocatalisi o la biocatalisi, rappresenta un'area di ricerca emergente con potenziali benefici in termini di efficienza e sostenibilità. Inoltre, l’utilizzo di elettricità proveniente da fonti rinnovabili, come l’energia solare o eolica, potrebbe ridurre l’impatto ambientale complessivo del processo, rendendolo una soluzione economicamente e ecologicamente sostenibile per il futuro. Conclusioni L’elettrocatalisi offre un'opportunità unica per la valorizzazione dei rifiuti industriali, permettendo la conversione di composti inquinanti in risorse utili e riducendo l'impatto ambientale delle attività produttive. Sebbene ci siano ancora sfide da affrontare, i progressi recenti nei materiali catalitici e nei sistemi elettrochimici indicano una prospettiva promettente per l'integrazione di questa tecnologia nell’economia circolare. Con il supporto di ulteriori ricerche e investimenti, l'elettrocatalisi potrebbe diventare uno strumento fondamentale per promuovere una gestione sostenibile dei rifiuti e una transizione verso un modello industriale più circolare.© Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - La Filiera del Vetro in Difficoltà sul Gas e sul Rottame. Cosa Fare?
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare La Filiera del Vetro in Difficoltà sul Gas e sul Rottame. Cosa Fare?
Economia circolare

Le aziende del packaging in vetro, dopo le rapide crescite post Covid, stanno incontrando enormi difficoltàdi Marco ArezioIl vetro è una materia prima fondamentale nell’ambito del packaging alimentare, medicale ed industriale ma, nello stesso tempo, riveste una grande importanza in altri settori, a partire da quello edile, dell’arredamento, dell’automotive e artistico. Nonostante il periodo del Covid abbia rallentato i produttori del vetro piano, quelli del packaging, specialmente le aziende che producevano bottiglie e vasetti, hanno continuato a lavorare servendo il settore alimentare e farmaceutico. Passati i periodi di restrizione e ripartiti i consumi, tutti i settori avevano visto una forte ripresa del consumo nazionale e delle esportazioni, con risultati positivi, 2022 su 2021, anche a due cifre in qualche paese (+10,4% USA, +9,3% Germania, +7,2% Spagna). La guerra tra la Russia e l’Ucraina ha scatenato la corsa sfrenata al prezzo del gas, in un settore assolutamente energivoro, che ha visto salire la propria bolletta energetica a livelli insostenibili. Inoltre, la dinamica rialzista del prezzo del gas non è l’unico problema a cui devono guardare le vetrerie, in quanto, anche il reperimento stesso del gas per il 2023 potrebbe essere complicato, vista la riduzione quasi totale delle forniture del gas russo. Una mano la potrebbe dare un utilizzo maggiore del rottame di vetro che, dal punto di vista produttivo, secondo i dati Coreve, riduce il consumo di gas di circa il 30%. Infatti, per produrre il vetro attraverso il rottame basta scaldare il forno fino al punto di fusione del materiale, mentre produrre vetro da materie prime vergini bisogna dosare diversi componenti, come la sabbia silicea, che hanno bisogno di molta più energia per mescolarsi. Ma anche nel settore del riciclo, nonostante sia uno tra quelli più virtuosi, si sente ma mancanza di materia prima seconda rispetto alle necessità, sapendo che lo scarto è presente nel mercato. Qui, entrano in gioco dinamiche non gestibili dalle vetrerie, che riguardano le percentuali di riciclo del vetro per paese e per area geografica, dove troviamo delle eccellenze che superano il 70% di raccolta e aree in cui non si arriva al 50%, con una perdita di prodotto enorme e un impatto ambientale maggiore. Considerando che l’utilizzo del rottame nella produzione del vetro nuovo ha un impatto ambientale inferiore rispetto all’uso di materie prime vergini, permettendo quindi un risparmio di gas in produzione, credo che sia necessario concentrare l’attenzione ad un miglioramento della raccolta differenziata in modo da aumentare la materia prima seconda disponibile. Inoltre, la florida produzione di bottiglie e barattoli per le salse, il vino, la confettura, l’olio e molti altri prodotti del food che l’Italia esporta, non permettono il recupero del vetro usato, quindi, diventa fondamentale migliorare la raccolta in quei settori dove siamo più carenti. Per quanto riguarda il vetro artistico, possiamo dire che le eccellenze italiane sono formate normalmente da artigiani che costituiscono piccole realtà imprenditoriali, con piccole produzioni di grande pregio. Le limitate dimensioni societarie portano ad un peso energetico elevatissimo delle bollette del gas rispetto al fatturato, mettendo in crisi l’esistenza stessa di alcune imprese. Murano, la storica isola Italiana, famosa in tutto il mondo per le realizzazioni artistiche in vetro, è in forte difficoltà sul mantenimento dei forni accesi 24 su 24 a causa del caro gas, nonostante la regione Veneto abbia dato dei ristori per compensare, almeno in parte, l’oscillazione delle bollette. Categoria: notizie - pvetro - economia circolare - riciclo - rifiuti - rottame

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https://www.rmix.it/ - La plastica non riciclabile nei forni delle cementerie: siamo sicuri?
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare La plastica non riciclabile nei forni delle cementerie: siamo sicuri?
Economia circolare

Se i termovalorizzatori nascono per utilizzare correttamente l’End of Waste, le cementerie lasciano molti dubbidi Marco ArezioNell’ottica dell’economia circolare, lo scarto dei prodotti del riciclo plastico, che per sua composizione chimica non può essere utilizzato, ha una valenza termica come combustibile. Ma se l’End of Waste non può essere riciclato è perché è composto da un mix di scarti plastici che, se bruciati nei forni, determinano l’emissione di sostanze tossiche che non devono essere immesse in atmosfera. Per questo sono nati i termovalorizzatori. Gli impianti di termovalorizzazione sono progettati, costruiti e destinati alla combustione dell’End of Waste, tenendo in considerazione il processo chimico di trasformazione delle varie plastiche sotto l’effetto del calore.  Questo processo comporta la produzione di fumi nei quali sono contenute sostanze pericolose per l’uomo e l’ambiente che, un impianto nato per questo lavoro, gestisce in modo corretto, con l’obbiettivo di abbattere le sostanze dannose. E’ una pratica comune però, destinare una parte dell’End of Waste anche agli impianti di produzione del cemento, che lo utilizza come comburente per i propri forni a prezzi contenuti, ma attraverso impianti che non sono stati progettati specificatamente per lo smaltimento dei rifiuti. Ma cos’è l’End of Waste? Nelle corrette politiche di gestione dei rifiuti urbani ci sono due categorie di scarti che vengono raccolti e trattati in modo diverso e con scopi diversi: I rifiuti organici, che produciamo quotidianamente nell’ambito domestico, che vengono conferiti nei centri di raccolta dei rifiuti differenziati. Questi prodotti vengono trattati per la produzione di biogas, fertilizzante, anidride carbonica per uso anche alimentare ed energia elettrica. I rifiuti urbani, sotto forma di plastiche miste, che vengono selezionati per tipologia di plastica e avviati al riciclo trasformandoli in scaglie, densificati e polimeri. Nell’ambito della selezione delle frazioni di plastica emergono alcune famiglie, le cui caratteristiche non si prestano ad una selezione meccanica come, per esempio, i poli accoppiati, plastiche formate da famiglie di polimeri differenti tra loro ed incompatibili. Quando una plastica, alla fine del suo ciclo non è recuperabile in modo meccanico, può assumere una importante valenza termica creando un materiale comburente, di caratteristiche caloriche decisamente apprezzabili, che aiuta, attraverso il suo utilizzo, a continuare il cammino dell’economia circolare.  Infatti, oltre a non mandare in discarica questa frazione di plastiche miste, che in termini di volume annuo è decisamente importante, possiamo risparmiare l’utilizzo di risorse naturali derivanti dal petrolio. Con l’End of Waste si alimentano oggi principalmente centrali elettriche e cementifici. L’utilizzo di questo rifiuto nelle centrali elettriche ha ridotto la dipendenza anche verso il carbone, carburante fossile con un tenore di inquinamento molto elevato e responsabile di problemi legati alla salute dei cittadini che vivono nelle vicinanze delle centrali. La produzione di energia elettrica, attraverso l’End of Waste, ha permesso di calibrare la progettazione degli impianti rispetto al prodotto che serve come combustibile, creando un’alta efficienza ecologica rispetto ad altri sistemi. Nel nord Europa la produzione di energia attraverso la combustione di rifiuti plastici non riciclabili, risulta un buon compromesso tra risultato tecnico e ambientale. Il secondo ambito di utilizzo del carburante derivato dall’ End of Waste riguarda l’uso nelle cementerie, che lo impiegano per alimentare i forni per la produzione di clinker. Secondo uno studio fatto Agostino di Ciaula, gli impianti per la produzione di clinker/cemento non sarebbero adeguati, dal punto sanitario, ad impiegare questo tipo di rifiuto plastico. In base a queste ricerche, l’impiego dell’End of Waste nei cementifici, in sostituzione di percentuali variabili di combustibili fossili, causa la produzione e l’emissione di metalli pesanti, tossici per l’ambiente e dannosi per la salute umana. Queste sostanze quando emesse nell’ambiente, sono in grado di determinare un aumento del rischio sanitario per i residenti a causa della loro non biodegradabilità (persistenza nell’ambiente), della capacità di trasferirsi con la catena alimentare e di accumularsi progressivamente in tessuti biologici (vegetali, animali, umani). È stato dimostrato che, per alcuni metalli pesanti (soprattutto quelli dotati di maggiore volatilità), il fattore di trasferimento di queste sostanze dal combustibile derivato da rifiuti alle emissioni dell’impianto, è di gran lunga maggiore nel caso dei cementifici, quando confrontati con gli inceneritori classici. Questo valore è significativamente superiore a quello rilevabile in seguito all’utilizzo di End of Waste in impianti progettati per questo scopo (Termovalorizzatori) e, negli stessi cementifici, in misura maggiore rispetto al solo utilizzo di combustibili fossili. Questo impiego è in grado di incrementare le emissioni nell’ambiente di diossine, PCB e altri composti tossici clorurati persistenti con conseguenze negative sulla salute umana. Fattori di trasferimento considerevolmente maggiori per i cementifici sono anche evidenti nel caso del cadmio, sostanza riconosciuta come cancerogeno certo (emissioni percentuali 3.7 volte maggiori nel caso dei cementifici) e del piombo (fattore di trasferimento percentuale 203 volte maggiore nel caso dei cementifici). Nonostante le misure tecnologiche di limitazione delle emissioni adottate dai cementifici, considerato l’elevato volume di fumi emessi da tali impianti, la quantità totale di Hg che raggiungerà l’ambiente sarà, comunque, tale da incrementare in maniera significativa il rischio sanitario dei residenti nei territori limitrofi. Limitando l’analisi al solo mercurio, è stato calcolato che ogni anno in Europa nascono oltre due milioni di bambini con livelli di mercurio oltre il limite considerato “di sicurezza” dall’OMS. Pur tralasciando l’incremento del rischio sanitario da emissione di metalli pesanti cancerogeni presenti nell’End of Waste (arsenico, cadmio, cromo, nichel), problemi altrettanto rilevanti derivano dalla presenza, concessa nel rifiuto stesso, di quantità rilevanti di piombo. Il fattore di trasferimento del piombo, dall’End of Waste alle emissioni, è circa 203 volte maggiore nei cementifici, rispetto agli inceneritori tradizionali, e i valori emissivi sono resi, nel caso dei cementifici, ancora più problematici da un volume medio di fumi emessi, circa cinque volte maggiore nei cementifici rispetto agli inceneritori classici. Anche per il piombo, come per gli altri metalli pesanti, il rispetto dei limiti di legge non è in grado di tutelare adeguatamente l’età pediatrica. L’esposizione a piombo, infatti, come quella da mercurio, inizia durante la vita fetale (in utero) e comporta un accumulo progressivo e irreversibile nell’organismo. Per limitarsi all’assunzione di piombo attraverso l’acqua potabile, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’assunzione di acqua con concentrazioni di piombo pari a soli 5 μg/L comporta un apporto totale di piombo che varia da 3.8 μg/giorno in età pediatrica a 10 μg/giorno per un adulto. Un altro problema riscontrato sono le emissioni di diossina, che anche se contenute all’1% è pur sempre una quantità da considerarsi ad alto rischio per la formazione e la conseguente emissione in atmosfera di diossine, (delle quali il cloro è precursore) e altri composti tossici clorurati, da parte dei cementifici che impieghino la co-combustione dell’End of Waste in sostituzione dei combustibili fossili. Le alte temperature presenti in alcuni punti del ciclo produttivo di questi impianti favoriscono la disgregazione delle diossine. Tuttavia, evidenze scientifiche mostrano con chiarezza come, sebbene le molecole di diossina abbiano un punto di rottura del loro legame a temperature superiori a 850°C, durante le fasi di raffreddamento, (nella parte finale del ciclo produttivo la temperatura scende sino a circa 300°C) esse si riaggregano e si riformano, comparendo di conseguenza nelle emissioni. Rapporti SINTEF e pubblicazioni scientifiche internazionali, documentano la produzione di diossine e di naftaleni policlorurati da parte di cementifici con pratiche di co-combustione e, un recente studio, ha dimostrato quantità considerevoli di diossine nella polvere domestica di case localizzate nei territori limitrofi a cementifici con co-combustione di rifiuti. La Convenzione di Stoccolma richiede la messa in atto di tutte le misure possibili utili a ridurre o eliminare il rilascio nell’ambiente di composti organici clorurati (POPs) e, i cementifici con co-combustione, di rifiuti sono esplicitamente menzionati in essa. Inoltre, anche quando le emissioni di diossine siano quantitativamente contenute, l’utilizzo di combustibile derivato da rifiuti plastici, può generare la produzione e l’emissione di ingenti quantità di PCB (concentrazioni migliaia di volte superiori), composti simili alle diossine in termini di pericolosità ambientale e sanitaria. Le diossine sono composti non biodegradabili, persistenti nell’ambiente con una lunga emivita (che per alcuni congeneri arriva a superare il secolo), trasmissibili con la catena alimentare e, soprattutto, bio-accumulabili.  La Environmental Protection Agency (USA EPA) ha recentemente ricalcolato il livello giornaliero di esposizione a diossine considerato non a rischio per l’organismo umano, che è pari a 0.7pg (0.0007ng) di diossine per Kg di peso corporeo.Categoria: notizie - plastica - economia circolare - rifiuti - termovalorizzatoriApprofondisci l'argomento

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https://www.rmix.it/ - Aspirapolveri e Aspiraliquidi Industriali: La Guida per Scegliere con Consapevolezza e Sostenibilità
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Aspirapolveri e Aspiraliquidi Industriali: La Guida per Scegliere con Consapevolezza e Sostenibilità
Economia circolare

Se lavori in ambienti come cantieri, officine o laboratori o nel fai da te, sai quanto sia fondamentale avere uno aspirapolveri e aspiraliquidi efficiente e sostenibiledi Marco ArezioGli aspirapolvere e gli aspiraliquidi industriali sono indispensabili per mantenere pulizia e sicurezza, ma con tanti modelli sul mercato, scegliere quello giusto può sembrare un'impresa. In questa guida scoprirai cosa rende davvero efficiente un aspirapolvere industriale, quali sono i modelli più adatti alle tue esigenze e come fare una scelta sostenibile senza compromessi sulla qualità. Prenditi qualche minuto per leggere: fare la scelta giusta significa non solo risparmiare tempo e fatica, ma anche garantire un ambiente di lavoro più salubre e sicuro. Prima dell'Acquisto: Cosa Devi Sapere su un Aspirapolvere Industriale 1. Potenza e Capacità di Aspirazione: Perché Contano La potenza del motore e la capacità di aspirazione sono ciò che differenzia un buon aspirapolvere da uno mediocre. I motori più potenti, di solito tra i 1000 e i 1500 watt, sono in grado di affrontare detriti e liquidi con maggiore efficienza. Ma attenzione: più potenza non significa sempre migliore, soprattutto se il tuo obiettivo è ottimizzare il consumo energetico e l'impatto ambientale. Valuta bene le tue esigenze reali. 2. Capacità del Serbatoio: Non Sottovalutare Questo Aspetto La capacità del serbatoio determina quanto a lungo puoi lavorare senza dover svuotare l'aspiratore. Se lavori in ambienti con grandi accumuli di sporco, un serbatoio da almeno 30 litri sarà essenziale per evitare continue interruzioni. I serbatoi più grandi ti permettono di essere più efficiente e riducono i tempi morti. 3. Classi di Polvere: La Sicurezza Prima di Tutto Gli aspiratori industriali vengono classificati in base alla tipologia di polveri che possono trattare (Classi L, M, H). Per polveri comuni e poco pericolose va bene un aspiratore di Classe L, mentre per polveri più dannose come quelle di quarzo o amianto, serve un modello di Classe M o H. Non scendere mai a compromessi sulla sicurezza: conoscere la classe di polvere adatta al tuo lavoro può fare una grande differenza per la tua salute. 4. Filtraggio: Non Tutti i Filtri Sono Uguali Un buon sistema di filtraggio protegge sia te che l'ambiente. I filtri HEPA, ad esempio, sono essenziali per trattenere polveri sottili e allergeni. Scegliere un modello con un sistema di pulizia automatica del filtro non solo ti risparmierà manutenzione, ma aumenterà anche l'efficienza dell'aspirapolvere, mantenendo le sue prestazioni costanti. 5. Accessori: La Versatilità che Fa la Differenza Pensa agli accessori come alle braccia estese dell'aspirapolvere. Tubi, bocchette e spazzole specifiche possono trasformare il tuo aspiratore in uno strumento versatile capace di affrontare ogni tipo di superficie e angolo difficile da raggiungere. Verifica che il modello scelto abbia gli accessori necessari per il tuo lavoro: dalle superfici lisce ai tappeti, fino agli angoli più nascosti. 6. Mobilità e Robustezza: Perché il Lavoro sia anche Confortevole Nessuno vuole trascinare un aspirapolvere scomodo e pesante in un ambiente di lavoro caotico. Scegliere modelli con ruote robuste e maniglie ergonomiche ti aiuterà a risparmiare fatica e a muoverti agilmente. Inoltre, assicurati che il modello sia costruito per durare: materiali resistenti a urti e corrosione sono fondamentali in contesti difficili come i cantieri. Differenze Chiave tra i Modelli sul Mercato Gli aspirapolvere industriali si distinguono per: Potenza del Motore: Maggiore potenza per aspirare detriti più difficili. Capacità del Serbatoio: Capacità più elevata significa meno interruzioni. Classe di Polvere: Modelli di classe superiore proteggono da polveri più pericolose. Filtri Avanzati: I filtri HEPA o altri sistemi di filtraggio avanzati sono fondamentali per trattenere le particelle fini e ridurre l’esposizione agli allergeni. Come Scegliere il Modello Adatto alle Tue Esigenze Tipo di Lavoro e Ambiente: Considera la tipologia di polveri e liquidi che dovrai gestire. Un’officina, ad esempio, avrà bisogno di un modello resistente a olio e liquidi specifici. Durata e Affidabilità: Se usi l’aspirapolvere intensamente, investire in un modello robusto con una buona garanzia è una scelta strategica. Alcuni produttori offrono anche assistenza tecnica e ricambi facilmente reperibili, un valore aggiunto da non sottovalutare. Efficienza Energetica: Scegliere un modello a basso consumo riduce la bolletta energetica e aiuta l’ambiente. Marchi che puntano su materiali riciclati e tecnologie green offrono una doppia vittoria: prestazioni elevate e un’impronta ecologica ridotta. Sostenibilità e Valore Aggiunto Alcune aziende stanno adottando politiche concrete per migliorare la sostenibilità dei loro prodotti. Bosch, ad esempio, sta aumentando l’uso di materiali riciclati e migliorando l'efficienza energetica delle proprie macchine. Scegliere un marchio attento alla sostenibilità significa contribuire a ridurre l'impatto ambientale. Inoltre, optare per aspirapolvere con parti sostituibili e materiali durevoli permette di allungarne la vita utile e ridurre i rifiuti elettronici. Confronto tra i Migliori Modelli del Mercato Per aiutarti a fare una scelta informata, ecco un confronto tra tre modelli di aspirapolvere industriali: MENZER Aspiratore Industriale VCL 530 PRO Potenza: 1200 W Capacità serbatoio: 30 L Classe di polvere: L Filtraggio: Sistema di filtraggio avanzato per polveri generiche.Pro: Capacità elevata e grande robustezza, perfetto per ambienti intensi. Contro: Limitato a polveri a bassa pericolosità. Bosch Professional Aspiratore Industriale GAS 35 M AFC Potenza: 1200 W Capacità serbatoio: 35 L Classe di polvere: M Filtraggio: Dotato di filtro HEPA e sistema di pulizia automatica. Pro: Adatto a polveri medio-pericolose, filtraggio HEPA di alta qualità. Contro: Prezzo superiore rispetto ad altri modelli. Einhell Aspirapolvere e Aspiraliquidi TE-VC 2340 SACL Potenza: 1500 W Capacità serbatoio: 40 L Classe di polvere: L Filtraggio: Filtraggio standard con pulizia manuale. Pro: Ottimo rapporto qualità-prezzo, serbatoio capiente. Contro: Filtraggio meno avanzato e classe di polvere limitata. Conclusioni: Quale Aspirapolvere è Perfetto per Te? Scegliere l’aspirapolvere giusto dipende dalle tue specifiche esigenze. Se hai bisogno di un modello versatile per gestire polveri medio-pericolose in un ambiente misto, il Bosch Professional GAS 35 M AFC è una scelta eccellente grazie alla sua potenza e al filtraggio avanzato. Se invece il tuo obiettivo è un modello ad alta capacità a un prezzo contenuto, l’Einhell TE-VC 2340 SACL offre un ottimo equilibrio, pur avendo qualche limitazione sul filtraggio. Qualunque sia la tua scelta, investire in un aspirapolvere industriale di qualità significa migliorare l’efficienza del lavoro, garantire la sicurezza dell’ambiente e, perché no, contribuire a un futuro più sostenibile. Buon acquisto! © Riproduzione Vietata

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Economia circolare

Il Regno Unito Ricicla Meno Rifiuti di Quanti ne Bruciadi Marco ArezioTutta l’Europa è protesa ad alzare i tassi di riciclo delle proprie nazioni, con una gara all’eccellenza espressa in quantità di rifiuti selezionati e immessi nuovamente sul mercato sotto forma di materia prima.L’Italia è il primo paese in Europa in termini di quantità riciclate con il 79,3%, secondo il rapporto GreenItaly della Fondazione Symbola, seguita dalla Francia a 55,8%, con una media europea al 39,2%. In alcuni paesi, come il Regno Unito si avvertono delle incongruenze, secondo gli osservatori locali, sia in termini di sistemi di conteggio delle percentuali riciclate che dei sistemi di smaltimento dei rifiuti. Infatti, un'indagine del programma Dispatches di Channel 4 del Regno Unito rivela che l'11% dei rifiuti domestici britannici, raccolti per il riciclaggio, viene inviato agli impianti di incenerimento invece che essere riutilizzato o riciclato. Le emissioni totali di carbonio dall'incenerimento hanno ora superato quelle del carbone. Fino alla metà degli anni '90 il Regno Unito inviava il 90 percento dei suoi rifiuti in discarica, quale modo semplice ed economico per smaltire i rifiuti. Il governo britannico ha poi introdotto una tassa sulle discariche rendendo molto più costoso lo smaltimento attraverso questo canale, quindi il mercato ha trovato un'alternativa. La soluzione era "energia dai rifiuti", dove gli stessi vengono bruciati per produrre elettricità. Nel 2008 il governo britannico ha fissato l'obiettivo di riciclare il 50% dei rifiuti domestici entro il 2020, ma negli ultimi cinque anni il tasso di riciclaggio si è fermato al 45%. Uno dei massimi esperti di riciclaggio del Regno Unito, il professor Karl Williams, direttore della gestione dei rifiuti presso l'Università del Lancashire centrale, ha espresso seri dubbi anche su questa cifra: "Non è una cifra reale, perché quando parliamo di tassi di riciclaggio si parla solo di tassi di raccolta. Quindi il modo in cui conteggiamo i dati sul riciclaggio, al momento, viene espresso tramite la quantità di materiale che raccogliamo dalle famiglie, questo poi viene misurato e pesato, trasformando questo valore come dato sul riciclaggio ". Gli studi dimostrano che più del 50% di ciò che le persone mettono nei rifiuti potrebbe essere riciclato o compostato se fosse fatta una differenziazione corretta. Quello che stanno bruciando sono risorse preziose I sostenitori dell'incenerimento dicono che questa è una soluzione sostenibile al problema dei rifiuti, evitando che milioni di tonnellate vadano nelle discariche. La giustificazione per loro è "che non abbiamo attualmente le sufficienti strutture per riciclare tutta la plastica”. “Abbiamo molti rifiuti, secondo loro, che non possiamo gestire, a parte il conferimento in discarica. Pertanto, ha senso bruciarli per ricavarne energia invece di bruciare altri tipi di combustibili fossili”, afferma il Professor Williams. Ma Georgia Elliott-Smith, un ingegnere ambientale, crede che si potrebbe fare di più per fermare la combustione di materiali riciclabili: “La realtà è che circa il 60 per cento di ciò che va in questi inceneritori di rifiuti nel Regno Unito possa essere riciclabile. E’ quindi essenziale capire che ciò che stanno bruciando sono risorse preziose che dovrebbero rimanere nell'economia, essere riciclate, riutilizzate e non e bruciate. Al momento, gli obiettivi di riciclo assegnati ad ogni autorità locale responsabile dei rifiuti non sono raggiunti, ma, nello stesso tempo, non ci sono sanzioni per il mancato raggiungimento degli obbiettivi assegnati ". La crescita dei termovalorizzatori ha creato un mercato dell’input vorticoso, che deve assicurare carburante da bruciare agli impianti con la necessità di generare rifiuti in modo continuo. Le emissioni totali di carbonio dall'incenerimento hanno superato quelle del carbone Le emissioni di carbonio, C02, sono uno dei principali motori del cambiamento climatico, motivo per cui c'è stato un allontanamento dall'energia creata con il carbone, tuttavia più inceneritori che generano energia significano un costante incremento di C02. I dati per il 2019 mostrano che i 48 inceneritori del Regno Unito hanno emesso un totale di circa 12,6 milioni di tonnellate di CO2. In confronto, il settore del carbone, in declino, ha prodotto 11,7 milioni di tonnellate di CO2. Tutti i produttori di energia devono pubblicare le loro emissioni totali di anidride carbonica, ma l'industria dell'incenerimento deve solo tenere conto del C02 dalla combustione di rifiuti fossili come la plastica. Quindi non devono segnalare le emissioni da fonti come il cibo e i rifiuti del giardino, noti come CO2 biogenica. Gli attivisti ambientali affermano che questa è una "contabilità creativa del carbonio". “Al momento gli inceneritori di rifiuti sono completamente esclusi da qualsiasi tipo di tassa sul carbonio. Non pagano alcuna tassa sul carburante che ricevono, che è il rifiuto, e non pagano alcuna tassa sulle emissioni che creano, quindi hanno questo doppio vantaggio economico che li rendono vantaggiosi, economici e redditizi ", afferma ingegnere ambientale Georgia Elliott-Smith.Categoria: notizie - plastica - economia circolare - rifiuti Vedi maggiori informazioni sull'argomentoFonti wmw

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rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare rNEWS: Riciclo Chimico della Plastica Contro Riciclo Meccanico?
Economia circolare

Riciclo Chimico della Plastica Contro Riciclo Meccanico?di Marco ArezioLa storia del riciclo della plastica nasce e si sviluppa, fino ad oggi, per merito del sistema meccanico, fatto di selezione, macinatura, lavaggio ed estrusione dei polimeri che costituiscono nuova materia prima. Questo tipo di riciclo lascia dietro di sé una quantità considerevole di scarti plastici non riciclabili che vanno all'incenerimento o in discarica. I motivi di una quantità di scarti plastici non riciclabili li abbiamo più volte affrontati negli articoli del blog del portale rMIX, ma oggi, come presentato da Sreeparna Das parlando del processo di riciclo chimico ENI-VERSALIS, possiamo vedere una concreta possibilità di trovare una giusta collocazione a quei rifiuti plastici non riciclabili attraverso il riciclo chimico.Competizione con riciclo meccanico? Direi proprio di no, anzi vedo un completamento del processo circolare dei rifiuti.La resistenza della plastica, considerata in passato un beneficio, oggi assume una connotazione fortemente negativa. Adesso, quando sentiamo la parola plastica, una delle prime immagini che ci vengono in mente è quella di un sacchetto che galleggia nell’oceano. Ciò è dovuto soprattutto all'aumento senza precedenti dei prodotti monouso e alla mentalità usa e getta dei consumatori. Quali sono i vantaggi e gli svantaggi della plastica? È importante non perdere di vista il valore della plastica e delle varie industrie che dipendono da questo materiale. La plastica ha dimostrato i propri vantaggi in termini di proprietà meccaniche, prestazioni, versatilità, costo, ecc. É, per esempio, un materiale fondamentale nella lotta contro la pandemia di COVID-19 in tutto il mondo. Il rischio per la salute, soprattutto per i professionisti del settore medico e per i lavoratori in prima linea, sarebbe maggiore senza la plastica presente nei kit di DPI (dispositivi di protezione individuale), nelle mascherine e nei guanti. Il modo in cui le plastiche vengono attualmente prodotte, consumate e gestite a fine vita, tuttavia, non è completamente sostenibile. Il dibattito sulla sostituzione della plastica con altri materiali riciclabili, come la carta, soprattutto negli imballaggi, ha preso piede a causa dell’impatto negativo sull’ambiente della produzione di plastica lineare, dell'elevato volume di applicazioni monouso e della cattiva gestione dei rifiuti nel corso degli anni. La circolarità della plastica e la valorizzazione dei rifiuti sono all’ordine del giorno e le tecnologie di riciclo chimico possono svolgere un ruolo fondamentale per ottenere lo stesso obiettivo. Il riciclo della plastica Chiaramente è necessario un cambio di rotta. Chi lavora all’interno della catena di valore delle materie plastiche deve adottare principi circolari. Una parte della soluzione per garantire la circolarità della plastica è il suo riciclo, ma gli attuali tassi sono ben lontani dai livelli ideali. La Commissione europea riconosce la necessità di tassi di riciclo più elevati nel suo piano d'azione per l'economia circolare recentemente adottato nell'ambito dell'European Green Deal. Gli Stati membri devono raggiungere i seguenti obiettivi: • Riciclo del 55% dei rifiuti di imballaggio in plastica entro il 2030 • Riduzione del consumo a 40 sacchi a persona entro il 2026 • Migliorare la progettazione del prodotto per rispondere ai requisiti di durata, riparabilità e riciclabilità • Monitoraggio e riduzione dei rifiuti marini Molti stakeholder stanno seguendo il modello circolare della Fondazione Ellen MacArthur e in questa direzione la strategia circolare di Eni si concentra su: • L'uso di materie prime sostenibili • Riuso, riciclo e recupero • Prolungare la vita utile Per sostenere ulteriormente la circolarità della plastica e aumentare le percentuali di riciclo, Versalis ha avviato il Progetto Hoop® nel febbraio 2020. Il progetto si concentra sullo sviluppo di nuove tecnologie per il riciclo chimico dei rifiuti di plastica. Insieme a Servizi di Ricerche e Sviluppo (S.R.S.), l’azienda chimica di Eni sta sviluppando un processo di valorizzazione dei rifiuti di plastica mista che non possono essere riciclati meccanicamente. Cos’è il riciclo chimico della plastica?Il riciclo chimico, un termine ombrello per diverse tecnologie avanzate, può trasformare i rifiuti di plastica in materie prime che rientrano nella catena del valore per produrre nuovi polimeri. Il CEFIC, Consiglio Europeo dell'Industria Chimica, ha ampiamente classificato queste tecnologie in tre tipi. Riciclo chimico e la classificazione delle tecnologie.Dissoluzione: da rifiuto in plastica a polimero Il processo consiste nell'estrarre il polimero sciogliendo i rifiuti plastici selezionati con un solvente e/o calore. In questo modo è possibile separare anche gli additivi dai polimeri. Inoltre, il polimero estratto può essere lavorato con nuovi additivi per produrre nuove materie plastiche. Depolimerizzazione: da rifiuto in plastica a monomero Questo metodo prevede che i rifiuti di plastica selezionati vengano scomposti nei loro monomeri costitutivi sfruttando varie reazioni chimiche. I monomeri purificati possono poi essere utilizzati per produrre nuovi polimeri. I polimeri più adatti a questa tecnica sono il polietilenetereftalato (PET), il polistirolo (PS), il polimetilmetacrilato (PMMA), ecc. Conversione: da rifiuto in plastica a materia prima Grazie a queste tecniche, i rifiuti di plastica mista possono essere convertiti in una miscela di idrocarburi che può essere utilizzata come materia prima per nuove plastiche. Questa materia prima simile al petrolio o al gas può sostituire la materia prima fossile appena estratta negli impianti chimici. I due principali tipi di processo sono: pirolisi e gassificazione. La pirolisi è uno dei processi principali esplorati oggi per raggiungere gli impegnativi obiettivi di riciclo e rispondere alla necessità di circolarità della plastica. Il processo avviene ad alte temperature (in assenza di ossigeno) e trasforma i rifiuti di plastica in materie prime che vengono ulteriormente utilizzate nella produzione di nuovi prodotti chimici. Versalis sta portando avanti lo sviluppo della tecnologia della pirolisi attraverso il progetto Hoop®. Per meglio comprendere la missione e la visione del progetto, ho parlato con Fabio Assandri, Direttore Ricerca e Innovazione Tecnologica di Versalis. D: Può spiegarci Hoop® e perché Eni sta investendo in questo progetto?Assandri: Oggi, i rifiuti in plastica sono una sfida per tutti noi. L'Europa raccoglie quasi 30 milioni di tonnellate di rifiuti in plastica post-consumo e ne ricicla solo un terzo. Il riciclo meccanico è il metodo principale utilizzato e gestisce in modo efficiente i flussi di rifiuti pre-assortiti (ad es. monomateriale, meno contaminati, ecc.). Un buon esempio sono le bottiglie d'acqua in PET. Tuttavia, il riciclo meccanico ha alcuni limiti. Le fasi di ritrattamento portano al degrado delle proprietà del materiale e possono causare una riduzione della trasparenza. Inoltre, include sul numero di volte che la plastica può essere riciclata. Forse, però, il più grande inconveniente è l'impossibilità di gestire flussi di rifiuti in plastica più complessi e misti, che attualmente sono inceneriti o gettati in discarica. Questo ci ha portato ad investire nel progetto Hoop®, un progetto che si concentra sul riciclo chimico come soluzione alternativa al problema, facendo così progredire la circolarità della plastica. D: Come funziona Hoop®?Assandri: Hoop, il nome del progetto, rappresenta un cerchio completo e simboleggia dunque il supporto alla circolarità. Abbiamo lavorato su un nuovo processo basato sulla tecnologia di pirolisi dell'S.R.S. che trasforma i polimeri in molecole più piccole e mattoncini. Questa conversione è analoga allo smontaggio di un set lego in pezzi singoli. Abbiamo completato i test a livello pilota e anche la progettazione dell'impianto dimostrativo con una capacità di 6.000 tonnellate all'anno nel sito di Mantova. Il nostro obiettivo è quello di scalare e avere la tecnologia pronta per l'applicazione su larga scala. D: Cos'è il plasmix? E quali sono i vantaggi della tecnologia della pirolisi? Assandri: Il plasmix è il rifiuto in plastica mista che non è adatto a un efficace riciclo meccanico. Rappresenta una percentuale significativa dei rifiuti in plastica che attualmente non vengono riciclati. La pirolisi è ideale per tali flussi di smaltimento e consente ai materiali di estendere il loro utilizzo, in linea con i principi dell'economia circolare. Poiché la qualità è la stessa della plastica vergine, i gradi riciclati chimicamente possono essere utilizzati in applicazioni di alto valore, comprese le applicazioni a contatto con gli alimenti. Il processo da noi sviluppato offre ulteriori vantaggi come la flessibilità, l'efficienza energetica, la qualità dei prodotti e un grande risparmio di emissioni di gas serra (GHG). Il recupero dei materiali di tutti i flussi risultanti dal processo di pirolisi (liquidi, gas e solidi) è per noi una priorità assoluta. D: Il riciclo chimico può ridurre la dipendenza dai combustibili fossili e le emissioni di CO2? Assandri: Nel complesso, l'impronta ecologica del riciclo chimico è inferiore alle emissioni a monte e a valle dell'attuale sistema lineare (estrazione delle materie prime, produzione di plastica e gestione dei rifiuti a fine vita). Attualmente, i rifiuti in plastica mista vengono inceneriti o messi in discarica. Entrambe le soluzioni hanno un impatto ambientale negativo. L'incenerimento porta a un aumento delle emissioni di CO2 e di altri inquinanti, mentre lo smaltimento in discarica provoca un'ulteriore dispersione dei rifiuti in plastica nell'ambiente. Il riciclo chimico evita questi problemi e, poiché riconverte i rifiuti in materie prime, contribuisce a ridurre la dipendenza dalle riserve fossili. D: Il riciclo meccanico svanirà con lo sviluppo di impianti di riciclo chimico? Assandri: Per niente. Il riciclo meccanico è già un'attività considerevole con un ecosistema ben sviluppato per flussi di polimeri come PET, HDPE, PP, ecc. Non ha senso sostituire i sistemi esistenti che funzionano bene. L'obiettivo del progetto è quello di integrare il riciclo meccanico e migliorare drasticamente la circolarità dei prodotti in plastica, ampliando la portata dei flussi di rifiuti riciclabili. In effetti, credo che il riciclo meccanico trarrà vantaggio dallo sviluppo di tecnologie di riciclo chimico, poiché gli obiettivi e le valutazioni sarebbero più ripartiti tra i due. D: Hoop® è la soluzione al problema dei rifiuti in plastica? Assandri: La questione dei rifiuti in plastica è complessa e richiede un approccio su più livelli per trovare soluzioni efficaci. Progetti come Hoop® stanno compiendo passi nella giusta direzione e costituiscono una parte importante della soluzione. Se il riciclo chimico, insieme al riciclo meccanico, riuscirà o meno ad affrontare il problema dei rifiuti plastici dipende da diversi fattori: Tutti gli attori della catena del valore, compresi i proprietari dei brand, devono essere coinvolti e collaborare. Anche i consumatori devono svolgere un ruolo importante nel seguire la corretta raccolta dei rifiuti e nell'aumentare la domanda di prodotti riciclati. Le certificazioni standardizzate e riconosciute a livello internazionale sono una necessità. Poiché il riciclo chimico genera una materia prima vergine equivalente, i materiali si mescolano negli impianti chimici e rendono difficile rintracciare fisicamente la materia prima riciclata. Gli esperti, pertanto, suggeriscono di utilizzare l'approccio del bilancio di massa per tracciare accuratamente il flusso del materiale riciclato intorno agli impianti industriali, al fine di attribuire il corretto valore del contenuto riciclato a un prodotto. Un ultimo aspetto, ma non per questo meno importante: l'industria avrà bisogno anche di sostegno politico e normativo. Una maggiore chiarezza sulla produzione sostenibile delle materie plastiche dovrebbe arrivare all'inizio del 2021, una volta che la Commissione Europea avrà completato la revisione del Regolamento sulla tassonomia dell'UE. Categoria: notizie - plastica - economia circolare - rifiuti - riciclo meccanico - riciclo chimico

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https://www.rmix.it/ - Pellicole in PP, CPP e BOPP: guida tecnica ai film in polipropilene per packaging moderno e sostenibile
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Pellicole in PP, CPP e BOPP: guida tecnica ai film in polipropilene per packaging moderno e sostenibile
Economia circolare

Analisi strutturale e funzionale dei film in polipropilene per l'imballaggio: differenze costruttive, applicazioni industriali e impiego dei polimeri riciclatidi Marco Arezio. Nel panorama dell’imballaggio moderno, la plastica flessibile gioca un ruolo centrale non solo per la sua capacità di proteggere il contenuto, ma anche per l’efficienza con cui accompagna la logistica, la comunicazione visiva e la conservazione dei prodotti. I film a base di polipropilene (PP) incarnano al meglio questa versatilità, offrendo un equilibrio interessante tra proprietà meccaniche, barriera, estetica e processabilità. Tuttavia, definire un film semplicemente come “PP” è una semplificazione che non rende giustizia alla varietà e complessità dei materiali realmente impiegati.Tra le varianti più utilizzate troviamo tre categorie distinte: PP non orientato, CPP (Cast Polypropylene) e BOPP (Biaxially Oriented Polypropylene). Ciascuna presenta caratteristiche specifiche dovute a differenti processi produttivi e a strutture molecolari uniche, con impatti decisivi sulle prestazioni funzionali e sugli ambiti applicativi, dalla conservazione alimentare alla stampa di etichette. Il polipropilene (PP): struttura polimerica e versatilità di base Il polipropilene nasce dalla polimerizzazione del monomero propilene, un idrocarburo a tre atomi di carbonio. La sua catena può assumere diverse configurazioni stereochimiche: isotattica, atattica o sindiotattica. La forma più impiegata nel settore dell’imballaggio è quella isotattica, caratterizzata da una struttura ordinata e cristallina che conferisce al materiale una buona rigidità, trasparenza e resistenza. Le sue proprietà fondamentali lo rendono ideale per l’utilizzo nei film plastici: - Temperatura di fusione relativamente alta (160–165 °C), utile per applicazioni che prevedono trattamenti termici. - Bassa densità (0,90–0,91 g/cm³), che si traduce in una resa maggiore a parità di peso. - Ottima saldabilità e resistenza agli agenti chimici, specialmente grassi e solventi organici. - Inerzia elettrica, che consente applicazioni anche in ambito elettronico. Il PP può essere utilizzato puro (omopolimero) o modificato con etilene (copolimero random o a blocchi), con lo scopo di migliorarne la resistenza all’urto, la flessibilità e la lavorabilità, in base alla destinazione d’uso finale. CPP – Cast Polypropylene: struttura, vantaggi e limiti Il CPP è prodotto tramite un processo di estrusione a testa piatta, in cui il polimero fuso viene colato su una superficie raffreddata e solidificato rapidamente. Questa lavorazione non prevede stiramento molecolare, mantenendo quindi una struttura relativamente amorfa. Di conseguenza, il film CPP è molto più flessibile e facilmente saldabile, ma meno resistente dal punto di vista meccanico rispetto al BOPP. Tra i suoi punti di forza troviamo: - Spessore uniforme, utile per applicazioni che richiedono controllo dimensionale. - Eccellente saldabilità, anche a bassa temperatura, che lo rende ideale come strato interno in accoppiati multistrato. - Buona trasparenza e brillantezza, estetiche utili per confezioni visivamente attrattive. - Flessibilità superiore, vantaggiosa per imballaggi che devono adattarsi alla forma del contenuto. Tuttavia, il CPP presenta anche delle limitazioni evidenti: - La resistenza alla trazione e alla perforazione è inferiore. - La stabilità dimensionale è meno performante, soprattutto in ambienti con variazioni di temperatura. - La rigidità insufficiente ne sconsiglia l’uso in linee di confezionamento automatiche ad alta velocità. Per questi motivi, il CPP viene spesso laminato con altri film, come il PET o il BOPP, per combinare le proprietà di ognuno e ottenere materiali più performanti e su misura per esigenze specifiche. BOPP – Biaxially Oriented Polypropylene: orientamento molecolare per alte prestazioni Il BOPP rappresenta una vera evoluzione ingegneristica nel mondo dei film plastici. Dopo l’estrusione iniziale, il film subisce un processo di biorientamento, ovvero viene stirato in due direzioni ortogonali. Questo allineamento molecolare incrementa in maniera significativa la resistenza meccanica, la rigidità, e la stabilità dimensionale. Grazie a queste proprietà, il BOPP si distingue per: - Altissima resistenza alla trazione lungo entrambi gli assi, MD e TD. - Eccellente stabilità dimensionale, importante per la precisione nelle fasi di stampa e confezionamento. - Superficie planare e brillante, che migliora l’estetica e la leggibilità del packaging. - Ottima barriera all’umidità, anche se non particolarmente efficace contro ossigeno e aromi. - Trattabilità superficiale, che consente metallizzazione, coating acrilici, o trattamenti corona per migliorarne la stampabilità o le prestazioni barriera. Le applicazioni spaziano dall’industria alimentare (flow pack per snack e biscotti), al settore della cosmetica, all’etichettatura autoadesiva, fino all’impiego in nastri adesivi tecnici. Tuttavia, la rigidità del materiale e la sua difficoltà di saldatura senza trattamento superficiale possono rappresentare degli svantaggi in particolari condizioni operative. L’evoluzione sostenibile: polimeri riciclati nei film in PP, CPP e BOPP Nel contesto della transizione ecologica e dell’economia circolare, anche i film plastici devono affrontare una trasformazione profonda. Sempre più frequentemente si integrano quote di polipropilene riciclato (rPP) nei materiali destinati all’imballaggio. Tuttavia, questa operazione non è semplice: il riciclo del PP presenta delle sfide sia tecniche che normative, soprattutto quando si parla di imballaggi alimentari. Esistono due modalità principali di ottenere rPP: - Riciclo meccanico, mediante selezione, lavaggio e granulazione degli scarti post-consumo o post-industriali - Riciclo chimico, con la depolimerizzazione del materiale in monomeri, per poi ottenere nuova materia prima con caratteristiche simili al vergine Dal punto di vista produttivo, i film CPP sono più tolleranti verso l’uso di rPP, poiché non necessitano di elevata omogeneità molecolare. I film BOPP, al contrario, richiedono una distribuzione molto precisa delle masse molari per consentire il biorientamento senza difetti: l’introduzione di rPP può causare problemi di resistenza o uniformità. Le strategie più promettenti includono: - Progetti monomateriale, in cui si accoppiano solo film in PP (CPP + BOPP), per facilitarne il riciclo in flussi omogenei - Certificazioni ambientali (ISCC+, RecyClass) che attestano la tracciabilità del contenuto riciclato - Trattamenti compatibili con il riciclo, come coating facilmente removibili Rimane però una barriera importante: l’utilizzo in settori regolamentati (alimentare, farmaceutico, cosmetico) richiede tracciabilità, certificazioni sanitarie e filiere “closed loop”, ovvero sistemi in cui il materiale post-industriale viene riutilizzato in condizioni controllate e sicure. Conclusioni: una scelta ingegneristica e ambientale Orientarsi tra PP, CPP e BOPP non è soltanto una questione di prestazioni meccaniche o trasparenza estetica: è un atto progettuale consapevole che tiene conto di molteplici fattori. Dalla natura del contenuto da imballare alle esigenze del confezionamento, dalla sostenibilità ambientale alla conformità normativa, la scelta del film rappresenta un bilanciamento tra performance tecniche, efficienza produttiva e impatto ambientale. Nel presente e soprattutto nel futuro, la vera sfida sarà coniugare innovazione e circolarità: film più sottili, facilmente separabili, prodotti con contenuto riciclato e in grado di affrontare con successo i test di barriera, saldabilità e compatibilità industriale. Solo un approccio integrato tra chimica dei materiali, ingegneria di processo e design sostenibile permetterà all’industria del packaging di evolvere in armonia con le esigenze del pianeta.© Riproduzione VietataVedi le pellicole da imballo 

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https://www.rmix.it/ - Innovazioni nella gestione dei rifiuti automobilistici: Verso un futuro sostenibile
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Innovazioni nella gestione dei rifiuti automobilistici: Verso un futuro sostenibile
Economia circolare

Come l’industria automobilistica sta affrontando la sfida dello smaltimento dei veicoli a fine vita e dei componenti non riciclabili attraverso nuove tecnologie e strategie di progettazionedi Marco ArezioL'industria automobilistica è uno dei settori più influenti e pervasivi nell'economia globale, ma anche uno dei più critici dal punto di vista ambientale. Con milioni di veicoli prodotti ogni anno, la questione dello smaltimento dei veicoli a fine vita (End-of-Life Vehicles, ELV) rappresenta una problematica significativa. Questo articolo illustra le innovazioni e le strategie adottate dall'industria per affrontare il problema dello smaltimento dei veicoli a fine vita e dei componenti non riciclabili.Contesto e Problematiche Ogni anno, milioni di veicoli raggiungono la fine del loro ciclo di vita. Secondo l'Agenzia Europea dell'Ambiente, circa 6-7 milioni di tonnellate di veicoli a fine vita vengono generati ogni anno in Europa. La gestione di questi rifiuti è complessa, poiché un'auto è composta da una vasta gamma di materiali, tra cui metalli, plastiche, vetro, fluidi e componenti elettronici. Componenti non riciclabili Un veicolo medio è riciclabile fino all'80-85%, ma il restante 15-20% rappresenta una problematica significativa. I materiali non riciclabili includono vari tipi di plastiche miste, schiume poliuretaniche, componenti elettronici complessi e rivestimenti in tessuto. Questi materiali spesso finiscono in discarica, contribuendo all'inquinamento e alla perdita di risorse.Innovazioni nella progettazione dei veicoli Una delle strategie più promettenti per affrontare il problema dello smaltimento dei veicoli a fine vita è l'adozione di principi di progettazione sostenibile. Le case automobilistiche stanno investendo in ricerca e sviluppo per creare veicoli più facilmente riciclabili e con una maggiore percentuale di materiali riutilizzabili. L'uso di materiali leggeri e riciclabili è in crescita. Ad esempio, la fibra di carbonio e l'alluminio, che sono più facili da riciclare rispetto all'acciaio tradizionale, stanno diventando sempre più comuni. Inoltre, sono in corso ricerche su materiali biodegradabili per componenti interni e su plastiche facilmente separabili e riciclabili. Inoltre il design modulare permette di smontare facilmente i veicoli, rendendo più semplice il recupero e il riciclo dei componenti. Questa tecnica non solo facilita il riciclo, ma consente anche la sostituzione e l'aggiornamento di parti specifiche senza dover sostituire l'intero veicolo. Tecnologie di riciclo avanzate Oltre alle innovazioni nella progettazione, le tecnologie di riciclo stanno evolvendo rapidamente per gestire in modo più efficace i rifiuti automobilistici. Pirolisi e gassificazione La pirolisi e la gassificazione sono tecniche avanzate che permettono di convertire materiali non riciclabili in prodotti utili. La pirolisi, ad esempio, può trasformare le plastiche miste in oli e gas utilizzabili come combustibili o materie prime per la produzione di nuovi materiali. La gassificazione, invece, converte i rifiuti in gas di sintesi, che può essere utilizzato per generare energia. Riciclo chimico Il riciclo chimico è un altro approccio promettente. Questo metodo scompone i polimeri complessi nei loro monomeri originali, che possono essere riutilizzati per produrre nuove plastiche. Questo processo è particolarmente utile per le plastiche miste e i materiali compositi, che sono difficili da riciclare meccanicamente. Iniziative normative e di responsabilità estesa del produttore (EPR) Le iniziative normative svolgono un ruolo cruciale nella gestione dei veicoli a fine vita. L'Unione Europea, ad esempio, ha introdotto la direttiva ELV (2000/53/EC), che stabilisce obiettivi chiari per il recupero e il riciclo dei veicoli. Responsabilità estesa del produttore La responsabilità estesa del produttore (EPR) è un principio secondo il quale i produttori sono responsabili dell'intero ciclo di vita dei loro prodotti, inclusa la fase di smaltimento. Questo approccio incentiva le case automobilistiche a progettare veicoli più facilmente riciclabili e a sviluppare infrastrutture per il recupero dei veicoli a fine vita. Sistemi di raccolta e trattamentoLa creazione di sistemi efficienti di raccolta e trattamento è essenziale per la gestione dei veicoli a fine vita. In molti paesi, sono stati istituiti punti di raccolta dove i proprietari possono consegnare i loro veicoli a fine vita gratuitamente o a costi ridotti. Questi veicoli vengono poi trasportati a centri di trattamento autorizzati, dove vengono smontati e i materiali recuperati. Case studies e best practices BMW e il programma di riciclo BMW è un esempio di come un'azienda possa implementare con successo strategie di riciclo avanzate. Il programma di riciclo di BMW prevede la progettazione di veicoli con un alto grado di riciclabilità e l'uso di materiali sostenibili. BMW ha sviluppato un sistema di riciclo chiuso per l'alluminio, che permette di ridurre significativamente le emissioni di CO2 associate alla produzione di nuovi veicoli. Toyota e l'economia circolare Toyota è un altro leader nel campo della sostenibilità. L'azienda ha implementato il concetto di economia circolare, cercando di chiudere il ciclo di vita dei materiali. Toyota utilizza materiali riciclati per la produzione di nuovi veicoli e ha sviluppato tecnologie avanzate per il riciclo delle batterie dei veicoli ibridi. Sfide future e prospettive Nonostante i progressi significativi, rimangono diverse problematiche nella gestione dei rifiuti automobilistici. La complessità crescente dei veicoli moderni, con un uso maggiore di elettronica e materiali compositi, rende il riciclo sempre più difficile. Inoltre, l'adozione su larga scala di veicoli elettrici pone nuove sfide per il riciclo delle batterie. Educazione e sensibilizzazione L'educazione e la sensibilizzazione dei consumatori giocano un ruolo importante. Informare i consumatori sull'importanza del riciclo e su come gestire correttamente i veicoli a fine vita può contribuire a migliorare i tassi di recupero e riciclo. Conclusioni La gestione dei rifiuti automobilistici è una sfida complessa che richiede un approccio olistico e innovativo. L'industria automobilistica sta facendo progressi significativi nella progettazione sostenibile, nelle tecnologie di riciclo avanzate e nelle iniziative normative. Tuttavia, per affrontare pienamente il problema dei veicoli a fine vita e dei componenti non riciclabili, è necessaria una collaborazione continua e un impegno a lungo termine da parte di tutti gli attori coinvolti. Solo così sarà possibile creare un futuro più sostenibile per l'industria automobilistica e per il nostro pianeta.© Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - Classificazione dei Metalli Non Ferrosi secondo le Specifiche CECA
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Classificazione dei Metalli Non Ferrosi secondo le Specifiche CECA
Economia circolare

Una guida per la gestione sostenibile dei metalli non ferrosidi Marco ArezioLa classificazione dei metalli non ferrosi è un aspetto fondamentale dell'economia circolare e della gestione sostenibile delle risorse. Comprendere come questi metalli vengono classificati, utilizzati e riciclati non solo aiuta le aziende a ottimizzare i processi produttivi, ma permette anche di ridurre significativamente l'impatto ambientale, favorendo una transizione verso un'economia più verde e responsabile. Questo articolo si concentra sulle specifiche CECA, uno standard che ha contribuito a definire le regole per la gestione dei metalli non ferrosi in Europa, evidenziando l'importanza di questa classificazione per il settore industriale e il mercato del riciclo. Esploreremo in dettaglio le diverse categorie di metalli non ferrosi, la loro provenienza e il motivo per cui vengono classificati in base a specifiche esigenze industriali. Con questa guida, puntiamo a fornire una comprensione approfondita del sistema CECA e del valore che esso aggiunge alla gestione delle risorse metalliche. Chi è la CECA La Comunità Europea del Carbone e dell'Acciaio (CECA) è stata una delle prime istituzioni europee, nata nel 1951 con il Trattato di Parigi. Essa è stata fondata per coordinare la produzione di carbone e acciaio tra i paesi europei, al fine di stimolare la cooperazione economica e ridurre il rischio di conflitti armati tra le nazioni europee. Sebbene la CECA abbia cessato di esistere formalmente nel 2002, le specifiche tecniche da essa definite sono ancora utilizzate oggi per la classificazione dei materiali, in particolare dei metalli non ferrosi. Classificazione dei Metalli Non Ferrosi I metalli non ferrosi sono tutti quei metalli che non contengono una quantità significativa di ferro, come l'alluminio, il rame, lo zinco, il piombo, il nichel, il cobalto e altri metalli preziosi. Le specifiche CECA forniscono una chiara classificazione dei metalli non ferrosi allo scopo di standardizzare la qualità e facilitare le transazioni commerciali tra i vari attori della filiera del riciclo e dell'industria metallurgica. La classificazione dei metalli non ferrosi viene effettuata sulla base di diversi criteri, tra cui la purezza del materiale, la sua provenienza, e le caratteristiche fisiche e chimiche. L'obiettivo principale è assicurare che i metalli riciclati possano essere utilizzati in maniera efficace nei processi industriali, garantendo così la qualità e la coerenza delle materie prime secondarie. Le Varie Categorie di Metalli Non Ferrosi Le categorie dei metalli non ferrosi definite dalle specifiche CECA possono essere suddivise in varie tipologie, ognuna delle quali risponde a precise esigenze industriali. Qui di seguito presentiamo i principali codici e le loro caratteristiche: Alluminio Secondario (Codici CECA 1000-1099) Questa categoria comprende i rottami di alluminio che possono provenire da varie fonti, tra cui rottami domestici, rottami industriali o scarti di produzione. L'alluminio è classificato in diverse categorie in base al contenuto di impurità e alla provenienza. I rottami di alluminio più puri sono particolarmente richiesti per la produzione di nuovi prodotti in alluminio destinati a settori come l'automotive o il packaging. Codice 1001: Alluminio di elevata purezza, spesso utilizzato per applicazioni ad alta precisione. Codice 1005: Alluminio misto, proveniente da rottami domestici, adatto per applicazioni che non richiedono un'elevata purezza. Rame e Leghe di Rame (Codici CECA 2000-2099) Il rame è uno dei metalli non ferrosi più richiesti, grazie alle sue eccellenti proprietà di conduttività elettrica e termica. Le specifiche CECA classificano il rame in diverse categorie in base alla sua purezza e alla presenza di altri elementi legati, come zinco o stagno, per formare ottone o bronzo. I rottami di rame possono derivare da cavi elettrici dismessi, tubature idrauliche o altri dispositivi elettrici, e vengono classificati in funzione dell'utilizzo finale previsto. Codice 2001: Rame privo di impurità, proveniente da cavi elettrici. Codice 2003: Ottone, lega di rame e zinco, adatta per la produzione di componenti meccanici. Zinco e Piombo (Codici CECA 3000-3099) Lo zinco è spesso utilizzato per la galvanizzazione dell'acciaio, mentre il piombo è utilizzato in batterie e altri dispositivi specifici. Le specifiche CECA classificano questi metalli in base alla presenza di impurità e alla loro idoneità per ulteriori lavorazioni, come il riutilizzo nelle batterie o nei rivestimenti di protezione contro la corrosione. Codice 3001: Zinco puro destinato alla galvanizzazione. Codice 3005: Piombo per batterie, caratterizzato da un elevato grado di purezza per garantire la funzionalità delle celle elettrochimiche. Nichel e Cobalto (Codici CECA 4000-4099) Questi metalli sono ampiamente utilizzati nelle superleghe e in applicazioni ad alta tecnologia come le batterie ricaricabili. La classificazione CECA include sia metalli puri che leghe, che vengono valutati per il loro contenuto di elementi tossici o indesiderati. Codice 4001: Nichel elettrolitico, utilizzato per galvanizzazione e produzione di acciai speciali. Codice 4003: Lega di cobalto, ideale per applicazioni ad alta temperatura. Perché Viene Effettuata la Classificazione? La classificazione dei metalli non ferrosi non è un semplice esercizio di catalogazione: essa ha una funzione fondamentale per il buon funzionamento del mercato del riciclo e della produzione industriale. Standardizzando la qualità dei materiali, le specifiche CECA facilitano la compravendita dei rottami, consentendo a compratori e venditori di avere una base comune di riferimento che riduca il rischio di controversie e aumenti la fiducia reciproca. Inoltre, garantisce che i materiali riciclati possano essere utilizzati nei processi industriali con la stessa affidabilità delle materie prime vergini, riducendo così la dipendenza dalle risorse naturali. Provenienza dei Rottami I metalli non ferrosi possono provenire da diverse fonti, tra cui rottami industriali, scarti post-consumo e demolizioni. Ad esempio, le vecchie automobili, gli elettrodomestici, le costruzioni demolite e le linee elettriche dismesse sono tutte potenziali fonti di metalli non ferrosi da riciclare. La provenienza del rottame è cruciale per la sua classificazione, in quanto può influenzare la purezza del materiale e il tipo di lavorazione necessaria per il riutilizzo. Come e Perché Utilizzare Questa Classificazione Per le aziende che operano nel settore del riciclo dei metalli, la classificazione secondo le specifiche CECA rappresenta uno strumento essenziale per garantire la qualità dei materiali e massimizzare l'efficienza del processo produttivo. Utilizzare questa classificazione significa essere in grado di offrire ai propri clienti metalli riciclati di qualità certificata, rispondendo a specifiche esigenze industriali e contribuendo al contempo a ridurre l'impatto ambientale. Inoltre, per i produttori di metalli e per le fonderie, sapere esattamente che tipo di rottame si sta acquistando è fondamentale per ottimizzare il processo produttivo e garantire che il prodotto finale abbia le caratteristiche desiderate. La standardizzazione facilita anche il commercio internazionale dei metalli riciclati, riducendo le barriere tecniche e favorendo la transizione verso un'economia più circolare e sostenibile. Conclusione La classificazione dei metalli non ferrosi secondo le specifiche CECA rappresenta un elemento chiave per garantire la qualità e l'efficienza nel settore del riciclo dei materiali. Comprendere questa classificazione è fondamentale per tutti gli attori della filiera, dai riciclatori ai produttori, fino ai consumatori finali. L'utilizzo di standard riconosciuti come quelli CECA permette di ottimizzare l'uso delle risorse, ridurre lo spreco e favorire lo sviluppo di un'economia più verde e sostenibile.© Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - Lastre di alluminio e rivoluzione circolare: chi guida davvero la transizione verso il riciclo strutturale
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Lastre di alluminio e rivoluzione circolare: chi guida davvero la transizione verso il riciclo strutturale
Economia circolare

L' alluminio come laboratorio globale della circolaritàdi Marco ArezioL’industria delle lastre in alluminio rappresenta uno dei campi più fertili per osservare come la circolarità stia modificando l’assetto produttivo contemporaneo. La natura intrinseca dell’alluminio — un metallo che può essere rifuso e riutilizzato infinite volte senza perdita significativa delle proprietà meccaniche — lo rende un candidato naturale per un sistema circolare. Ma è proprio quando un materiale sembra predisposto alla sostenibilità che emergono le sfide più complesse: quelle legate alla governance industriale, alla qualità metallurgica, alla disponibilità di rottame, alla sofisticazione delle leghe e alla capacità di trasformare la circolarità in valore economico strutturale. La transizione non riguarda soltanto la sostituzione di materie prime vergini con materiali riciclati, ma un ripensamento del funzionamento stesso delle filiere. Nel caso dell’alluminio laminato, ciò significa integrare processi di raccolta, selezione e rifusione con le esigenze della laminazione avanzata, mantenendo livelli elevatissimi di purezza, uniformità e prestazioni tecniche. Il panorama industriale che emerge da questa trasformazione non è uniforme: alcune aziende hanno assunto un ruolo guida, altre stanno attraversando una fase di transizione, altre ancora dichiarano obiettivi di circolarità senza fornire dati verificabili. La varietà di questi modelli costituisce un osservatorio prezioso per comprendere che cosa l’economia circolare significhi realmente in un contesto produttivo globale. Le aziende che guidano la produzione di lastre in alluminio riciclato L’analisi delle imprese che operano nel settore delle lastre di alluminio mostra chiaramente come la circolarità non sia un concetto uniforme, ma una costellazione di approcci, strategie e modelli industriali. Novelis rappresenta la forma più avanzata di integrazione circolare. Qui, il riciclo non è un elemento accessorio, ma la base stessa dell’identità aziendale. L’intero ecosistema produttivo è costruito per favorire il rientro del rottame, tanto industriale quanto post-consumer, attraverso centri di raccolta e raffinazione che dialogano direttamente con le linee di laminazione. Le percentuali elevate di contenuto riciclato non sono il risultato di politiche di marketing, ma l’espressione visibile di un impianto sistemico che ha interiorizzato il riciclo come unica strada economicamente sensata. In questo modello, la circolarità è un principio operativo: il metallo non viene semplicemente recuperato, ma reintrodotto in un circuito che gli restituisce valore equivalente, ciclo dopo ciclo. Gränges propone un modello differente, ma non meno significativo. La circolarità è letta come una leva competitiva e tecnologica, particolarmente efficace nel mercato europeo, dove regolamentazioni stringenti e pressioni della filiera spingono le aziende verso materiali a basse emissioni. Qui il riciclo è governato da un approccio metodico, trasparente e orientato alla qualità, in cui i numeri diventano indicatori della capacità dell’azienda di presidiare un settore ad alta innovazione metallurgica. ElvalHalcor, dal canto suo, sviluppa una circolarità progressiva, plasmata dai vincoli e dalle opportunità del Mediterraneo. La crescita del contenuto riciclato procede attraverso una serie di investimenti nella raffinazione e nella laminazione, con un ritmo che rispetta il tessuto industriale circostante. Questo modello mette in luce un aspetto spesso ignorato: la circolarità non è solo una questione di percentuali, ma di coerenza rispetto alle infrastrutture territoriali e ai cicli locali del rottame. Speira segue un percorso ancora diverso. Sebbene la sua capacità di riciclo sia elevata, la sua strategia si concentra su linee di prodotto specifiche a contenuto riciclato molto alto. La circolarità assume qui una qualità “verticale”: profondamente efficace in alcuni segmenti, meno diffusa nella totalità del portafoglio. È un modello che valorizza la differenziazione, in un mercato in cui i materiali premium a basse emissioni stanno diventando rapidamente un segmento strategico. Infine, Impol offre un approccio in cui l’attenzione al low-carbon prevale sulla generalizzazione del riciclo. La circolarità si manifesta nella capacità di offrire materiali certificati per le loro ridotte emissioni complessive, più che nella copertura uniforme dell’intera produzione. È un modello che integra circolarità e decarbonizzazione, mostrando come la sostenibilità possa assumere declinazioni differenti all’interno della stessa filiera. Approfondimento tecnico: le leghe di alluminio riciclabili La riciclabilità dell’alluminio non può essere compresa appieno senza un’analisi delle leghe che compongono la filiera delle lastre. Ogni lega è una storia di chimica e di performance, e la leggerezza apparente di questo metallo nasconde una complessità metallurgica sorprendente. Le leghe delle serie 1000 e 3000, impiegate nel packaging e nei fogli tecnici, si presentano come i candidati ideali per un riciclo efficiente: povere di elementi critici, tollerano bene la variabilità compositiva e consentono l’inserimento di grandi quantità di rottame senza degradare le prestazioni. Tuttavia, una parte rilevante del mercato europeo delle lastre non si regge su queste leghe, ma sulle serie 5000 e 6000, più sofisticate e difficili da riciclare in closed-loop. Il magnesio delle serie 5000 garantisce eccellenti proprietà meccaniche, ma aumenta l’ossidazione in fusione; le composizioni più raffinate delle serie 6000, fondamentali per l’automotive, richiedono un controllo estremamente rigoroso degli elementi in traccia. La circolarità diventa così una questione di ingegneria metallurgica. La capacità di estrarre impurità, di rifinire leghe contaminate, di bilanciare elementi critici e di riportare il rottame all’interno di leghe “sensibili” è ciò che distingue un riciclo di alto livello da un riciclo semplicemente quantitativo. In altre parole, la circolarità non è un atto di raccolta, ma un atto di raffinazione. Il mercato europeo delle lastre: dinamiche, leadership e transizione Il contesto europeo rappresenta oggi uno dei più maturi per lo sviluppo di un’economia circolare dell’alluminio. Le normative ambientali, la crescente domanda di materiali low-carbon e la pressione della produzione automotive hanno spinto i produttori a ripensare la filiera del metallo. Tuttavia, l’Europa non è un blocco omogeneo: esiste un centro-nord fortemente industrializzato, con infrastrutture di riciclo solide e continuità di approvvigionamento del rottame, ed esistono aree mediterranee e orientali nelle quali il flusso del rottame è meno strutturato e il riciclo richiede strategie più adattive. Non si tratta solo di dinamiche industriali, ma di un fenomeno culturale: l’Europa sta trasformando la propria percezione dell’alluminio, passando da una logica che separava nettamente primario e secondario a un sistema ibrido in cui il valore è determinato dalla capacità di far passare la materia molte volte attraverso gli stessi cicli. Il mercato europeo delle lastre sta diventando un prototipo della futura economia low-carbon, in cui il contenuto riciclato non rappresenta più una scelta opzionale, ma un criterio discriminante nelle gare d’appalto, nelle strategie automotive e nelle certificazioni di prodotto. Economia circolare dell’alluminio L’economia circolare dell’alluminio, osservata da una prospettiva accademica, appare come un caso paradigmatico della trasformazione in corso nel rapporto tra materia, tecnica ed economia. L’alluminio possiede la straordinaria capacità di rimanere sé stesso oltre il ciclo termodinamico della fusione: la sua struttura cristallina, la sua duttilità e la sua conducibilità sopravvivono a ripetute rigenerazioni. Tuttavia, questa qualità non è sufficiente affinché il metallo diventi automaticamente parte di un sistema circolare. Ciò che lo rende effettivamente circolare è la capacità dell’industria di creare condizioni tecniche, infrastrutturali e istituzionali che permettano alla materia di rimanere nel ciclo produttivo. Il passaggio dal riciclo aperto a quello chiuso rappresenta uno degli elementi più significativi di questa trasformazione. Non si tratta semplicemente di reimmettere il metallo nel mercato, ma di farlo rientrare nella stessa applicazione, preservandone il valore. Questa logica chiusa richiede un livello di sofisticazione tecnologica elevato e un coordinamento di filiera che supera i confini della produzione industriale per entrare nella sfera della governance economica. La rifusione dell’alluminio, con il suo risparmio energetico fino al 95% rispetto alla produzione primaria, introduce un’altra dimensione della circolarità: la riduzione dell’impatto ambientale. Ma l’economia circolare non è solo un fatto ambientale: è una trasformazione epistemologica del modo in cui concepiamo il valore della materia. L’alluminio riciclato sfida l’idea lineare di produzione e consumo, proponendo una visione della materia come entità dinamica, destinata a circolare senza perdere dignità tecnico-industriale. È in questa dialettica tra cicli tecnici e cicli economici che l’alluminio assume un valore paradigmatico: non solo un materiale, ma un modello per interpretare l’evoluzione dell’industria contemporanea verso una razionalità più complessa, in cui sostenibilità, competitività e innovazione coesistono come parti di un’unica architettura. Conclusione generale Nel settore delle lastre in alluminio, la circolarità non è un obiettivo, ma un processo in atto, stratificato e non uniforme. Novelis, Gränges, ElvalHalcor, Speira e Impol testimoniano che esistono molte forme di economia circolare, ciascuna modellata da cultura tecnica, infrastrutture, strategie industriali e orizzonti di mercato diversi. I modelli più avanzati non si limitano a riciclare materia, ma riciclano il valore stesso del metallo, la sua storia, il suo significato industriale. La vera circolarità dell’alluminio non consiste nel rimettere in circolo lo scarto, ma nel restituire al materiale la possibilità di rinnovarsi senza tradire la sua identità tecnica. Questo saggio vuole mostrare che l’economia circolare, quando osservata con sguardo critico e accademico, non è un insieme di pratiche isolate: è l’espressione più alta della capacità dell’industria di pensare la materia come elemento permanente della nostra civiltà produttiva.© Riproduzione Vietata

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Economia circolare

Abbiamo imposto un modello di mobilità a batteria senza preoccuparci troppo della filiera pre e post venditadi Marco ArezioNon c’è dubbio che fa piacere sentire che la comunità internazionale si sta muovendo per favorire la riduzione delle particelle inquinanti e dalla CO2, prodotte dai motori endotermici ogni anno. A chi non farebbe piacere la diminuzione dello smog, dei rumori e il miglioramento della salute collettiva, duramente attaccata dall’inquinamento che macchine, autotreni, corriere producono costantemente? Si, tutto bello, ma spostare un comparto come quello della mobilità, così funzionale e strategico, dai motori termici a quelli a batteria, non deve essere solo una bella operazione di facciata, ma comporterebbe anche la soluzione di alcune fondamentali problematiche, legate all’approvvigionamento delle materie prime per produrre le batterie e il riciclo di quelle esauste, anche per ricavarne materiali riciclati da reimpiegare nella produzione. La Comunità Europea ha fissato degli obbiettivi molto ambiziosi per quanto riguarda il riciclo delle materie prime critiche che si trovano all’interno delle batterie, come il litio, la grafite, il nichel e il cobalto. Questo valore è stato stabilito nel 15% di materiale riciclato che dovrà essere impiegato per produrre una batteria nuova. Tuttavia, oggi, il riciclo delle batterie in Europa è al palo, in quanto la maggior parte di quelle esauste vengono spedite in Cina e in Corea del Sud, creando una doppia dipendenza verso questi paesi. Infatti, lo siamo per le materie prime vergini e, non riciclando quelle che sono all’interno delle batterie esauste, non possiamo disporre di composti strategici già pagati alla fonte. È facile quindi intuire che nei prossimi anni la pressione del mercato verso le nuove batterie farà aumentare in modo esponenziale la richiesta e, di conseguenza, il prezzo delle stesse potrebbe salire in modo spropositato, anche perché le materie prime che le compongono subiscono un controllo strategico da parte di alcune nazioni come la Cina. La Comunità Europea si sta muovendo per imporre un tasso di riciclo dei componenti delle batterie pari al 73% entro il 2030 ma, i tempi sono stretti e le criticità da affrontare molte. All’interno delle batterie ci sono alcuni materiali più critici di altri, vediamo perché: - Il litio è un componente fondamentale ed incide sul costo attuale della batteria per circa il 30-40%, con una domanda in continua crescita la necessità di litio potrebbe triplicare entro il 2030. Di contro, il tasso di riciclo Europeo resta, ad oggi, estremamente basso. I maggiori riciclatori Europei sono i Tedeschi, come la Accurec, la Duesenfeld, Redux, i Francesi come la Snam, la Eramet, e i Finlandesi come la Akkuser, ma la massima efficienza sul riciclo del litio è raggiunta in Cina con corca il 90% della materia prima riciclabile in ingresso.- La grafite, che costituisce circa il 50% di materiale in una batteria, dovrebbe aumentare di prezzo di circa 14 volte entro il 2050, anche perché l’unione Europea, attualmente, non ha un mercato strutturato per il suo riciclo. Inoltre, la grafite che viene utilizzata per la produzione delle batterie attualmente proviene, principalmente, dalla Cina, quindi la creazione di un mercato del riciclo Europeo permetterebbe una migliore l’indipendenza sugli approvvigionamenti.

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Non dobbiamo cercare la sola circolarità dei componenti dei prodotti, ma verifichiamo anche la sostenibilità della catena produttiva. Un’azienda Italiana fa scuoladi Marco ArezioQuando parliamo di sostenibilità e circolarità ci riferiamo molto spesso al singolo prodotto che può essere composto con materiali riciclati e, ancor meglio, riciclabili al 100%. Questo binomio ci aiuta a capire come le nostre azioni di consumatori possano portare alla riduzione dei rifiuti che produciamo, a risparmiare le risorse naturali e a tutelare l’ambiente. Nonostante ci sia ancora molta strada da fare in questo settore, in quanto il tasso di riciclo dei rifiuti che produciamo non supera il 10% a livello mondiale e che esiste molta confusione su ciò che è riciclabile e ciò che, pur essendo composto da materiali riciclati potrebbe, infatti, essere non più riciclabile, non ci occupiamo abbastanza della sostenibilità della catena produttiva. Possiamo prendere ad esempio il mondo dell’auto elettrica, per capire il problema, dove, al recente aumento della circolazione delle auto Plugin o Full Electric, non è corrisposto un’adeguata rete di ricarica ad energia totalmente rinnovabile. Quindi, spesso, si ricarica la batteria usando una rete di alimentazione dalla quale viene fornita energia elettrica fatta con il gas naturale, o il carbone o con il nucleare. Anche nella realizzazione dei prodotti cosiddetti circolari, dobbiamo considerare non solo se sono composti da materie prime riciclate e riciclabili, ma dobbiamo sapere se il ciclo di produzione sia sostenibile, quindi se attinge ad energia da fonti rinnovabili. Non sono molte le attività industriali che possono vantare un ciclo produttivo del tutto green, ma alcuni esempi nel mondo industriale ci sono. Uno interessante lo possiamo trovare in un’azienda Italiana, la Saxagres, che produce piastrelle per pavimentazioni da esterno ed interno, la quale ha applicato l’estensione del concetto di circolarità sia sul prodotto che sulla produzione. Per quanto riguarda la circolarità del prodotto, nella produzione di ceramiche da esterno e da interno l’azienda utilizza fino al 30% di scarti di produzione, inoltre impiega le ceneri degli altiforni che si producono come scarti nell’incenerimento dei rifiuti che altrimenti finirebbero in discarica. Per quanto riguarda la circolarità della produzione l’azienda si è dotata non solo di pannelli solari ma, per essere totalmente indipendente e sostenere la grande richiesta di energia che proviene dai forni per la cottura delle piastrelle a 1200 gradi, ha realizzato, in collaborazione con altre aziende, un impianto di produzione di biogas, attraverso la gestione anaerobica dei rifiuti urbani nell’area di pertinenza dell’azienda. Così facendo possiamo parlare di circolarità di prodotto e della catena produttiva, contribuendo alla gestione dei rifiuti urbani, all’affrancamento dalle risorse fossili e all’indipendenza energetica.Categoria: notizie - carta - economia circolare - riciclo - energia rinnovabile

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