Come Riciclare e Riutilizzare i Fanghi CeramiciAttraverso vari processi, tra cui la chiariflocculazione, si crea una nuova materia prima riciclata da impiegare in molti campidi Marco ArezioI fanghi ceramici sono sottoprodotti della produzione di ceramica, composti da argilla, silice e altri materiali e possono essere riutilizzati o riciclati in vari settori, come l'edilizia o l'agricoltura. Questi si formano durante il processo di lavorazione della ceramica in tutte le sue forme, infatti, quando si prepara l'argilla per la produzione di lavabi, bidet, water, piatti doccia e molti altri elementi, è comune aggiungere acqua e altri materiali. Infatti, durante il processo di modellatura e lavorazione, l'acqua viene spesso utilizzata per ottenere la giusta consistenza dell'argilla. Successivamente, durante la cottura delle ceramiche, l'acqua presente nell'argilla evapora, lasciando residui che diventano i fanghi ceramici. Come abbiamo detto, i fanghi ceramici sono principalmente costituiti da argilla, silice e altri materiali che sono presenti nell'argilla utilizzata nel processo di produzione, tuttavia, la composizione chimica esatta può variare in base al tipo di argilla utilizzata e ai processi di produzione specifici. Come raccogliere e riciclare i fanghi ceramici La raccolta e il riciclo dei fanghi ceramici può essere gestita attraverso i seguenti passaggi: Separazione Durante il processo di produzione è importante separare i fanghi ceramici dagli altri materiali di scarto. Ciò può avvenire attraverso sistemi di filtraggio o sedimentazione. Stoccaggio I fanghi ceramici separati devono essere stoccati in modo adeguato, per impedire contaminazioni o dispersioni. Potrebbero essere utilizzati contenitori o vasche dedicate. Analisi della composizione Prima del riciclo, è consigliabile condurre analisi della composizione chimica dei fanghi ceramici per determinare le loro proprietà. Queste informazioni guideranno l'efficacia del riciclo in diverse applicazioni. Scelta dell'applicazione di riciclo In base alle analisi, si può decidere l'applicazione specifica per il riciclo, come l'utilizzo in edilizia, agricoltura o nell'industria ceramica. Cosa è il processo di chiariflocculazione per il recupero dei fanghi ceramici La chiariflocculazione è un processo utilizzato nel trattamento delle acque per rimuovere particelle sospese e sostanze colorate attraverso l'aggiunta di agenti chimici chiamati flocculanti e coagulanti. Questo processo è composto dalle seguenti fasi: Coagulazione In questa fase, viene aggiunto un coagulante all'acqua grezza. Il coagulante favorisce la formazione di flocculi, agglomerati di particelle fini, che rendono più facile la loro rimozione successiva. Mescolamento o Agitazione Dopo l'aggiunta del coagulante, l'acqua viene mescolata o agitata per promuovere la formazione di flocculi più grandi. Questo processo di agitazione facilita la coesione delle particelle sospese. Chiarificazione o Sedimentazione La miscela di acqua e flocculi viene lasciata riposare in un'apposita vasca di sedimentazione. Durante questo periodo, i flocculi sedimentano sul fondo della vasca, formando una massa più densa di particelle. Estrazione dell'Acqua Chiara L'acqua chiara, priva dei flocculi sedimentati, viene estratta dalla parte superiore della vasca di sedimentazione. Questa acqua è significativamente più pulita rispetto a quella iniziale. Filtrazione In alcuni casi, la chiariflocculazione può essere seguita da un processo di filtrazione per rimuovere eventuali particelle residue rimaste nell'acqua. Disposizione dei Fanghi I flocculi sedimentati, noti anche come fanghi di sedimentazione, vengono rimossi dalla parte inferiore della vasca e spesso destinati a ulteriori trattamenti o smaltiti in modo appropriato. Come si riutilizzano i fanghi ceramici I fanghi ceramici possono essere riutilizzati in diversi settori: Edilizia Possono essere incorporati in materiali da costruzione come mattoni o malte, contribuendo a migliorare le proprietà fisiche del materiale. Agricoltura Possono essere utilizzati come correttivi del suolo per migliorare la fertilità e la struttura del terreno grazie alla presenza di argilla e altri minerali. Industria ceramica In alcuni casi, i fanghi ceramici possono essere riutilizzati nel processo di produzione di nuove ceramiche, riducendo così gli sprechi. Cementifici Possono essere utilizzati come additivi nella produzione di cemento, contribuendo alla riduzione del consumo di materiali vergini. Il riutilizzo dipende dalla composizione specifica dei fanghi ceramici e dalle esigenze dell'applicazione. Come usare i fanghi ceramici in agricoltura L'utilizzo dei fanghi ceramici in agricoltura può contribuire a migliorare la fertilità del terreno e favorire una gestione sostenibile delle risorse. Tuttavia, è fondamentale adottare un approccio oculato e monitorare attentamente l'effetto sulle colture e sull'ecosistema. Per utilizzare i fanghi ceramici in agricoltura bisogna tenere in considerazione le seguenti fasi: Analisi del fango ceramico Prima di utilizzare i fanghi ceramici in agricoltura, effettuare un'analisi della composizione per valutarne le proprietà e assicurarti che siano adatti all'uso nel tuo terreno. Preparazione del terreno E’ possibile incorporare i fanghi ceramici nel terreno durante la preparazione del suolo. Questi possono migliorare la struttura del terreno, aumentare la capacità di ritenzione dell'acqua e fornire nutrienti alle piante. Regolazione del pH E’ consigliabile verificare il pH del terreno dopo l'applicazione dei fanghi ceramici e apportare eventuali regolazioni necessarie per garantire un ambiente adatto alla crescita delle colture. Monitoraggio delle colture Sarebbe auspicabile osservare attentamente le colture per valutare l'impatto dei fanghi ceramici, monitorando la crescita, la salute delle piante e la resa per determinare l'efficacia dell'applicazione. Dosaggio adeguato Seguire le indicazioni sulla quantità di fango ceramico da applicare per evitare sovra o sotto-dosaggi. La quantità può variare in base al tipo di coltura e alle caratteristiche del terreno. Rotazione delle colture Considerare l'implementazione della rotazione delle colture per massimizzare i benefici dei fanghi ceramici e prevenire eventuali accumuli di nutrienti o elementi. Qual vantaggi si apportano alle colture con l’uso dei fanghi ceramici L'uso dei fanghi ceramici in agricoltura può offrire diversi vantaggi per le colture, tra cui: Miglioramento della Struttura del Terreno I fanghi ceramici, ricchi di argilla e altri minerali, possono migliorare la struttura del terreno, aumentando la sua capacità di trattenere acqua e migliorando la porosità. Fornitura di Nutrienti Questi scarti possono contenere sostanze nutritive come azoto, fosforo e potassio, che sono essenziali per la crescita delle piante. I suddetti nutrienti possono essere gradualmente rilasciati nel terreno, beneficiando le colture nel lungo termine. Aumento della Capacità di Ritenzione dell'Acqua La presenza di argilla nei fanghi contribuisce a migliorare la capacità del terreno di trattenere acqua, riducendo la necessità di irrigazione frequente. Riduzione dell'Erosione del Suolo La migliorata struttura del terreno grazie ai fanghi ceramici può contribuire a ridurre l'erosione del suolo, proteggendo così le radici delle piante. Mineralizzazione del Terreno I minerali presenti nei fanghi possono contribuire alla mineralizzazione del terreno, arricchendolo con elementi essenziali per la crescita delle piante. Riduzione degli Sprechi L'uso dei fanghi ceramici rappresenta una forma di riciclo industriale, contribuendo a ridurre gli sprechi e a promuovere pratiche agricole più sostenibili. Come utilizzare i fanghi ceramici nei prodotti per l’edilizia Per utilizzarli nei prodotti edili, puoi considerare diverse applicazioni che sfruttano le proprietà di questi materiali. Ecco alcuni modi comuni: Malte e Intonaci I fanghi ceramici possono essere incorporati nelle malte e negli intonaci durante la fase di miscelazione, infatti, contribuiscono a migliorare le proprietà meccaniche e termiche del materiale finale. Laterizi e Mattoni I fanghi possono essere utilizzati come componente nella produzione di laterizi e mattoni, di fatto la loro presenza può influenzare la resistenza e la durabilità del prodotto finito. Materiali da Costruzione Leggeri Nei processi di produzione di materiali da costruzione leggeri, come pannelli isolanti, i fanghi ceramici possono essere incorporati per apportare leggerezza e migliorare le caratteristiche isolanti. Miscelazione con Aggregati Possono essere miscelati con aggregati (come sabbia o ghiaia) per la produzione di calcestruzzo leggero o massetti alleggeriti. Cappotti Termoisolanti E’ possibile utilizzarli nella produzione di cappotti termoisolanti per migliorare le proprietà isolanti dei rivestimenti esterni degli edifici. Blocchi Prefabbricati I fanghi ceramici possono essere integrati nella produzione di blocchi prefabbricati, offrendo proprietà specifiche al materiale. Come usare i fanghi ceramici nella produzione di cemento Per utilizzare i fanghi ceramici nella produzione di cemento, sarebbe consigliabile tenere in considerazioni i seguenti passaggi: Analisi della Composizione Prima di tutto, effettuare un'analisi dettagliata della composizione chimica e fisica dei fanghi ceramici. Questo aiuterà a comprendere le proprietà specifiche del materiale e a determinare la quantità ottimale da utilizzare. Dosaggio E’ importante determinare la quantità di fango ceramico da aggiungere al cemento, infatti, il dosaggio influenzerà le caratteristiche del cemento finale, quindi è consigliabile trovare un equilibrio che mantenga la qualità del prodotto. Integrazione nella Miscelazione Durante la fase di produzione del cemento, è possibile integrare i fanghi ceramici nella miscela aggiungendoli insieme agli altri componenti come cemento Portland, ghiaia, sabbia e acqua. Prove di Laboratorio Eseguire prove di laboratorio per valutare le prestazioni del nuovo composto cementizio, misurando la resistenza compressiva, l'assorbimento d'acqua e altre caratteristiche per garantire che il cemento soddisfi gli standard richiesti. Regolazioni Se necessario, si possono apportare regolazioni al dosaggio dei fanghi ceramici in base ai risultati delle prove di laboratorio. Questo processo di sperimentazione può essere cruciale per ottenere il giusto equilibrio tra prestazioni e quantità di fango ceramico. Come è perché utilizzare i fanghi ceramici nella produzione di ceramiche L'utilizzo dei fanghi ceramici nella produzione di ceramiche presenta diversi motivi e vantaggi: Recupero di Materiali L'impiego di fanghi ceramici consente il recupero e il riutilizzo di materiali residui derivanti dalla produzione di ceramiche, contribuendo a ridurre gli sprechi e a promuovere pratiche sostenibili. Miglioramento delle Caratteristiche dell'Argilla L'inclusione di questi scarti può migliorare le caratteristiche dell'argilla utilizzata nella produzione di ceramiche, influenzando positivamente la lavorabilità e le proprietà fisiche del materiale crudo. Riduzione dei Costi L'utilizzo dei fanghi ceramici può ridurre i costi associati all'acquisto di nuovi materiali, contribuendo così a una gestione più efficiente delle risorse finanziarie dell'azienda. Diversificazione Estetica I rifiuti delle lavorazioni a base di argilla possono aggiungere varietà estetica alle ceramiche, introducendo colorazioni o effetti speciali che derivano dalla composizione specifica dei fanghi. Sostenibilità Ambientale Incorporare fanghi ceramici nella produzione di ceramiche promuove una pratica più sostenibile, riducendo la necessità di smaltire i residui in discarica e limitando l'estrazione di nuove risorse.
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Rigenerare la Grafite Industriale: Tecnologie e Processi per il Riciclo degli Scarti da Elettrodi e DistaccantiRiciclo della grafite di scarto: metodi di purificazione, riutilizzo industriale e vantaggi economici ed ambientalidi Marco ArezioLa grafite nasce come materiale d’élite per i processi metallurgici e meccanici ad alta temperatura, ma la sua lavorazione porta con sé la produzione inevitabile di residui. Non si tratta di scarti omogenei, bensì di un insieme di forme e composizioni che riflettono la complessità delle lavorazioni da cui provengono. Polveri sottilissime generate dai distaccanti utilizzati in fresatura, frammenti prelevati dalla sagomatura degli elettrodi, depositi carboniosi formati dall’erosione nei forni elettrici, residui filtrati dai sistemi di aspirazione: tutti questi materiali compongono il vasto panorama degli scarti grafitici. Ogni tipologia porta con sé impurità specifiche — oli tecnici, ossidi metallici, particelle ceramiche, residui refrattari — che richiedono un approccio di riciclo capace di adattarsi a una materia prima che, pur essendo sempre grafite, cambia volto a seconda della sua storia produttiva. Tecnologie di pretrattamento e selezione dei residui grafitici Per avviare un recupero efficace, la grafite scartata deve subire un primo lavoro di “riordino”. I fanghi provenienti dai distaccanti vanno essiccati per restituire al materiale la consistenza adatta a essere lavorata; le scaglie e le polveri secche, invece, vengono frantumate e calibrate in granulometrie specifiche. In questa fase si svolge una selezione silenziosa ma fondamentale: magneti, separatori a induzione e tavole densimetriche eliminano metalli indesiderati, sabbie, ossidi e tutte quelle componenti che potrebbero compromettere le successive fasi di purificazione. È un lavoro di sottrazione e di pulizia, che ha l’obiettivo di restituire al materiale una certa uniformità e di prepararlo alle operazioni che faranno emergere di nuovo la sua natura tecnica. Purificazione termica e chimica della grafite riciclata Il cuore del riciclo grafitico è la purificazione, una fase in cui la materia viene portata all’estremo per ritrovare la propria qualità originaria. La purificazione termica avviene attraverso trattamenti ad altissima temperatura, spesso oltre i 2.500 °C, in ambienti controllati in cui le impurità metalliche si volatilizzano o reagiscono trasformandosi in composti separabili. Il calore non solo pulisce il materiale, ma ne migliora anche la struttura cristallina, rendendo la grafite recuperata molto simile a quella elettrolitica. L’alternativa chimica sfrutta direttamente la reattività degli acidi e delle basi forti: immersioni in soluzioni fluoridriche, solforiche o alcaline rimuovono selettivamente ciò che è estraneo al carbonio, lasciando intatta la grafite. Talvolta, soprattutto quando si opera su polveri sottilissime, si ricorre alla flottazione mineraria, adattata dalla tradizione estrattiva per far emergere la grafite come componente idrofoba capace di separarsi naturalmente da ciò che non appartiene alla stessa famiglia carboniosa. Alla fine di questo percorso, il materiale torna a essere una risorsa industriale, pronto per una nuova vita produttiva. Qualità e standard tecnici del materiale recuperato Il valore della grafite riciclata non dipende soltanto dalla sua purezza, ma anche dalla capacità dei processi di garantire una costanza nelle caratteristiche tecniche. La granulometria deve essere stabile, la conducibilità elettrica e termica misurabile e prevedibile, l’assenza di oli e metalli accuratamente certificata. In molti casi, le aziende si affidano a protocolli ISO specifici o a standard settoriali che definiscono parametri come il grado di cristallinità, la percentuale di impurità residue o il contenuto di ceneri. Un materiale grafitico che supera questi criteri diventa un vero asset industriale, competitivo rispetto alla grafite vergine non solo in termini ambientali ma anche di performance. Applicazioni industriali della grafite riciclata Una volta recuperata e purificata, la grafite torna a circolare in molte filiere. In alcuni casi rientra direttamente nella produzione di nuovi elettrodi, mescolata in percentuali calibrate con grafite vergine. In altri si trasforma in lubrificante solido, impalpabile e resistente, utile per paste ad alta temperatura o spray tecnici. Le polveri riciclate diventano spesso distaccanti per fresatura o colata, soprattutto quando si cercano soluzioni meno costose ma comunque performanti. Nel mondo metallurgico trovano spazio come agenti riducenti nelle briquettes metalliche, mentre nell’industria dei refrattari contribuiscono a realizzare crogioli capaci di sopportare shock termici intensi. Infine, una parte della grafite recuperata entra nei materiali conduttivi per componenti elettrici o, nei casi in cui la purezza lo consente, nei blend destinati agli anodi delle batterie: un settore affamato di carbonio tecnico e sempre più interessato a fonti alternative. Benefici economici e ambientali del riciclo della grafite I vantaggi derivanti dal recupero della grafite sono evidenti già a livello industriale: riduzione dei costi di smaltimento, stabilità dei prezzi in un mercato globale instabile e minor dipendenza da fornitori di minerali strategici. Ma i benefici ambientali sono ancora più rilevanti. Riciclare grafite significa sottrarre materia ai processi estrattivi, spesso localizzati in aree ad alta vulnerabilità ecologica; significa ridurre le emissioni legate alla produzione di grafite sintetica, tra le più energivore; significa promuovere una filiera del carbonio circolare, in cui il materiale non viene più considerato uno scarto ma un vettore di prestazioni. In un contesto industriale sempre più attento alla sostenibilità, queste dinamiche assumono un peso strategico nelle politiche di approvvigionamento. Normative europee e certificazioni per il materiale riciclato Il percorso di riciclo della grafite è regolato da numerosi riferimenti normativi. Le aziende devono rispettare il quadro REACH per la gestione delle sostanze chimiche, le norme sulle emissioni industriali nei trattamenti termici e una serie di standard che definiscono la qualità e la sicurezza dei materiali riciclati, soprattutto quando destinati a lubrificanti o a tecnologie ad alta temperatura. Molti produttori scelgono inoltre certificazioni ambientali volontarie, come le EPD o la ISO 14021, che consentono di comunicare in maniera trasparente l’impatto ridotto del materiale recuperato. La tracciabilità, in questo settore, è un elemento irrinunciabile: dimostra che il ciclo di vita della grafite è gestito in modo responsabile e conforme alle direttive europee. Innovazioni e nuove frontiere nel recupero della grafite di scarto La ricerca sta ampliando rapidamente gli orizzonti del riciclo grafitico. Tecnologie al plasma per purificazioni ultrarapide, sistemi elettrochimici che eliminano l’uso di acidi pericolosi, tecniche di micronizzazione avanzata per il settore delle batterie, impianti che catturano e riciclano le polveri di fresatura in tempo reale: tutto questo sta contribuendo a rendere la grafite di scarto una risorsa sempre più preziosa. Le industrie ad alta intensità energetica guardano con crescente interesse a questi sviluppi, consapevoli che il futuro richiederà materiali affidabili, sostenibili e, soprattutto, rinnovabili.© Riproduzione Vietata
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Guida alle Malte termiche sostenibili: innovazione per l'isolamento e l’efficienza energeticaLe malte termiche sostenibili sono una soluzione ecologica e versatile per migliorare il comfort abitativodi Marco ArezioLe malte termiche sostenibili rappresentano una risposta concreta alle esigenze dell'edilizia moderna, che punta a ridurre l'impatto ambientale senza sacrificare le prestazioni tecniche. Grazie alla combinazione di materiali riciclati e processi produttivi a basso impatto, queste malte offrono una soluzione avanzata per l'isolamento termico e il miglioramento del comfort abitativo. La crescente attenzione verso l'efficienza energetica e la sostenibilità ha portato allo sviluppo di prodotti sempre più innovativi, capaci di rispondere alle esigenze di edifici residenziali, commerciali e industriali. L'importanza di materiali come le malte termiche non si limita alle loro prestazioni isolanti, ma si estende al loro ruolo nella promozione di un'economia circolare e nella riduzione dei rifiuti. Questo articolo esplorerà la loro produzione, le caratteristiche tecniche, i vantaggi e i criteri per un acquisto consapevole. Come vengono prodotte le malte termiche sostenibili Le malte termiche sostenibili sono composte da una miscela di materiali leganti, inerti leggeri e additivi specifici, progettati per garantire elevate prestazioni isolanti. La loro produzione punta a ridurre l’impatto ambientale, con un focus particolare sull’utilizzo di materiali riciclati, come: Aggregati leggeri riciclati: perlite espansa, vetro cellulare, argilla espansa, polistirolo espanso riciclato e materiali derivanti da scarti industriali, come polveri ceramiche o residui di demolizione. Il polistirolo espanso riciclato, in particolare, rappresenta un’alternativa efficace per migliorare le proprietà isolanti delle malte, grazie alla sua leggerezza e alla bassa conducibilità termica. Rifiuti plastici rigenerati: utilizzati in forma granulare o come filler per incrementare le prestazioni isolanti e ridurre l'uso di risorse vergini. Fibre riciclate: ad esempio, fibre di vetro o di poliestere recuperate da materiali di scarto, che contribuiscono a rinforzare la struttura della malta. Leganti naturali o a basso impatto: come calce idraulica naturale o cementi eco-friendly. Additivi biologici o minerali: utili per migliorare la lavorabilità, l’adesione e la resistenza della malta. L’impiego di questi materiali non solo riduce le emissioni di CO2 durante la produzione, ma contribuisce a promuovere l’economia circolare, trasformando rifiuti in risorse preziose per l’edilizia sostenibile. Caratteristiche tecniche delle malte termiche Le malte termiche sostenibili si distinguono per alcune specifiche proprietà tecniche e rappresentano un pilastro dell'edilizia moderna. Grazie all'utilizzo di materiali innovativi, molti dei quali derivati da processi di riciclo, queste malte uniscono prestazioni tecniche eccellenti a un ridotto impatto ambientale. La loro progettazione punta a soddisfare le esigenze dell'isolamento termico senza compromettere la sostenibilità, rendendole ideali per chi desidera migliorare l'efficienza energetica degli edifici e contribuire attivamente alla riduzione dell'impronta ecologica. Isolamento termico: grazie alla bassa conducibilità termica (λ compreso tra 0,04 e 0,07 W/mK), riducono la dispersione energetica. Traspirabilità: il loro elevato coefficiente di permeabilità al vapore (μ tra 8 e 15) consente di prevenire la formazione di condensa e muffe. Resistenza meccanica: garantiscono una buona capacità di adesione e coesione, adattandosi a diverse superfici. Compatibilità ambientale: l’assenza di composti organici volatili (VOC) le rende sicure per la salute e l’ambiente. Vantaggi delle malte termiche sostenibili L’utilizzo delle malte termiche sostenibili offre molteplici vantaggi, sia dal punto di vista tecnico che ambientale: Efficienza energetica: contribuiscono a ridurre i consumi energetici legati al riscaldamento e al raffrescamento degli edifici. Comfort abitativo: migliorano le condizioni termo-igrometriche degli ambienti interni. Durabilità: le loro proprietà chimico-fisiche garantiscono prestazioni costanti nel tempo. Sostenibilità: favoriscono la riduzione dell’impronta ecologica grazie all’impiego di materiali naturali e riciclati. Facilità di applicazione: molte di queste malte possono essere applicate sia a mano che con macchine intonacatrici, semplificando le operazioni di posa. Cosa sapere per un acquisto consapevole Per scegliere una malta termica sostenibile, è importante considerare alcuni aspetti fondamentali: Certificazioni ambientali: verificare la presenza di marchi di sostenibilità come EPD (Environmental Product Declaration) o CAM (Criteri Ambientali Minimi). Compatibilità con l’edificio: accertarsi che la malta sia adatta al tipo di supporto e alle condizioni climatiche locali. Prestazioni dichiarate: controllare i parametri tecnici riportati in scheda tecnica, come conducibilità termica, densità e resistenza meccanica. Impatto ambientale: prediligere prodotti realizzati con materie prime rinnovabili o riciclate. Costo e durata: valutare il rapporto qualità-prezzo, tenendo conto della longevità del prodotto e dei risparmi energetici nel lungo periodo. Esempi di malte termiche sostenibili sul mercato Ecco quattro malte termiche sostenibili disponibili sul mercato, ciascuna con specifiche caratteristiche tecniche: Malta Leca M10 Termico-Sismica: Prodotta da Leca, questa malta isolante premiscelata è ideale per murature portanti armate, ordinarie e di tamponamento, anche in zone sismiche. Offre una resistenza a compressione certificata in classe M10 (10 N/mm²) e una conducibilità termica di 0,279 W/mK, migliorando l'isolamento termico della parete dal 10% al 20%. È leggera, con una densità in opera di circa 1000 kg/m³, incombustibile (Euroclasse A1) ed ecobiocompatibile, certificata ANAB-ICEA per la bioarchitettura. Malta Blu di CVR: Questa malta di allettamento termoisolante alleggerita e strutturale (categoria M10) è a base di pura calce idraulica naturale NHL 3.5 e micro silicati con elevata reattività pozzolanica. Ideale per la bioedilizia, offre elevate resistenze meccaniche, eccellente permeabilità al vapore, basso modulo elastico e alta durabilità. È completamente riciclabile a fine vita e compatibile con vari materiali come mattoni pieni, laterizi forati, blocchi antisismici e pietre naturali. ThermoMalta di Fornaci Calce Grigolin: Progettata per la posa di mattoni e blocchi ad elevato isolamento, questa malta termica evita i ponti termici e assicura un sistema di isolamento efficiente. È conforme alle normative vigenti e garantisce una posa ottimale per ottenere pareti con caratteristiche di isolamento adeguate. Diathonite Thermactive.037 di Diasen: Questa malta termica e biofilica è utilizzata in progetti di edilizia sostenibile, come il social housing nelle isole Baleari. Offre eccellenti proprietà isolanti e contribuisce al comfort abitativo, integrandosi efficacemente in soluzioni costruttive ecologiche. Queste malte termiche sostenibili combinano prestazioni tecniche elevate con un ridotto impatto ambientale, rendendole scelte ideali per progetti di costruzione e ristrutturazione orientati all'efficienza energetica e alla sostenibilità. ConclusioniLe malte termiche sostenibili rappresentano una valida soluzione per chi desidera migliorare le prestazioni energetiche degli edifici nel rispetto dell’ambiente. La loro adozione consente di ridurre i consumi energetici, abbattere le emissioni di CO2 e promuovere l’uso di materiali riciclati, come il polistirolo espanso rigenerato o gli aggregati leggeri di scarto. Grazie alle loro caratteristiche tecniche avanzate e ai vantaggi in termini di sostenibilità, questi materiali costituiscono un investimento intelligente per il futuro, contribuendo a un'edilizia più efficiente e rispettosa del pianeta.© Riproduzione Vietata
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Percentuali di Riciclo dei Metalli: Origini, Sfide e Opportunità per un Futuro SostenibileScopri l'origine dei rifiuti metallici, le tecnologie di recupero e come i metalli riciclati possono essere riutilizzati per un’economia circolaredi Marco ArezioIl riciclo dei metalli rappresenta una delle soluzioni più efficaci per ridurre l’impatto ambientale dell’estrazione mineraria e per garantire un uso sostenibile delle risorse naturali. Tuttavia, non tutti i metalli vengono riciclati con la stessa efficienza. Le percentuali di recupero variano da un sorprendente 86% per l’oro a meno dello 0,5% per il litio, sollevando interrogativi sulla gestione dei rifiuti metallici e sulle opportunità future. Per comprendere le ragioni di queste disparità, è necessario esplorare l'origine dei rifiuti metallici, le tecnologie di recupero e il loro utilizzo successivo. Da Dove Provengono i Rifiuti Metallici? I metalli utilizzati nell’industria moderna provengono da prodotti complessi e ampiamente diffusi, spesso alla fine del loro ciclo di vita. Nel settore dell’elettronica, per esempio, smartphone, computer e televisori contengono una grande varietà di metalli, tra cui oro, argento, platino e terre rare. Questi dispositivi, una volta dismessi, diventano una fonte preziosa di materiali riciclabili, anche se il loro recupero richiede processi tecnologicamente avanzati. L’industria automobilistica è un’altra grande produttrice di rifiuti metallici. I veicoli fuori uso contengono rame, alluminio, acciaio e batterie al litio-ionico, che rappresentano una risorsa essenziale per il recupero di metalli strategici come il litio e il cobalto. Anche l’edilizia contribuisce in modo significativo, fornendo materiali come zinco, rame e acciaio da infrastrutture e edifici demoliti. Infine, gli imballaggi in alluminio, come lattine e involucri alimentari, costituiscono una fonte importante di materiali riciclabili, se adeguatamente raccolti. Perché Le Percentuali di Riciclo Sono Così Diverse? Le differenze nelle percentuali di riciclo dei metalli dipendono da diversi fattori, tra cui il valore economico del materiale, la disponibilità di tecnologie per il recupero e l’efficienza dei sistemi di raccolta. Metalli preziosi come l’oro, con un tasso di riciclo dell’86%, beneficiano di un alto valore economico che incentiva gli investimenti in tecnologie avanzate. Allo stesso modo, platino e palladio raggiungono un 60% di riciclo grazie alla loro importanza nell’industria automobilistica e nei dispositivi elettronici. Dall’altra parte dello spettro, metalli come il litio (0,5%) e le terre rare (0,2%) soffrono di percentuali estremamente basse. Questo è dovuto alla complessità tecnica del loro recupero, spesso integrati in dispositivi di piccole dimensioni e difficili da separare. Anche metalli più comuni, come l’alluminio (42%) e il rame (33%), hanno percentuali di riciclo limitate nonostante la loro ampia disponibilità, a causa di una gestione inefficiente dei rifiuti in molte regioni del mondo. Come Funziona il Riciclo dei Metalli? Il riciclo dei metalli richiede processi tecnologicamente avanzati che variano a seconda del materiale da recuperare. I metalli preziosi, come oro, argento e platino, vengono recuperati attraverso metodi chimici, come la lisciviazione con acidi, o fisici, come l’elettrolisi. Questi processi permettono di separare i metalli puri dai materiali di scarto, rendendoli pronti per nuovi utilizzi. Per i metalli di base, come alluminio e rame, il processo è spesso più semplice. Ad esempio, l’alluminio viene fuso e riformato, risparmiando fino al 95% dell’energia rispetto alla produzione primaria. Anche il rame, estratto da cavi e tubature, segue un processo simile, che prevede triturazione e fusione per ottenere materiale riciclato di alta qualità. Il riciclo dei metalli strategici, come litio e cobalto, è ancora in fase di sviluppo. Questi materiali, spesso recuperati da batterie esauste, richiedono tecnologie innovative come l’idrometallurgia, che utilizza solventi per separare i metalli, o processi pirometallurgici ad alta temperatura. Dove Avviene il Riciclo dei Metalli? La geografia del riciclo dei metalli è strettamente legata alla disponibilità di infrastrutture avanzate e alla domanda di materiali riciclati. In Europa, paesi come Germania e Belgio sono leader nel riciclo di metalli preziosi e strategici, grazie a normative rigorose e tecnologie di punta. L’Italia si distingue nel riciclo dell’alluminio, con consorzi come CIAL che promuovono una gestione sostenibile degli imballaggi. In Asia, la Cina domina il riciclo delle terre rare, mentre Giappone e Corea del Sud guidano gli sforzi per il riciclo delle batterie. Gli Stati Uniti, invece, si concentrano principalmente sul recupero di rame, alluminio e acciaio, ma stanno aumentando gli investimenti nel trattamento di batterie e terre rare. Quali Sono gli Impieghi dei Metalli Riciclati? I metalli riciclati trovano applicazione in molti settori chiave dell’economia globale. L’oro e l’argento vengono riutilizzati per circuiti elettronici, gioielli e contatti elettrici, mentre l’alluminio trova impiego in imballaggi, componenti automobilistici e costruzioni leggere. Il rame riciclato è essenziale per cavi elettrici e tubature, e metalli strategici come litio e cobalto sono reintegrati in nuove batterie per veicoli elettrici e sistemi di accumulo energetico. Le terre rare, nonostante le basse percentuali di riciclo, sono cruciali per la produzione di magneti permanenti utilizzati in turbine eoliche, motori elettrici e dispositivi elettronici avanzati, contribuendo a una transizione energetica sostenibile. Sfide e Opportunità per il Futuro del Riciclo dei Metalli Nonostante i progressi, il riciclo dei metalli presenta sfide importanti. I costi elevati e la complessità tecnica del recupero, soprattutto per metalli strategici, rappresentano ostacoli significativi. Inoltre, la mancanza di infrastrutture adeguate nei paesi in via di sviluppo limita la raccolta e il trattamento dei rifiuti metallici. Tuttavia, le opportunità sono enormi. L’innovazione tecnologica può ridurre i costi di recupero e migliorare l’efficienza dei processi, mentre politiche di incentivazione possono favorire la creazione di una filiera globale del riciclo più robusta. La sensibilizzazione dei consumatori e delle aziende è fondamentale per aumentare la quantità di materiali avviati al riciclo, trasformando le percentuali attuali in un modello virtuoso per l’economia circolare. Conclusioni: Verso un Futuro Sostenibile Il riciclo dei metalli è una componente essenziale di un’economia sostenibile. Aumentare le percentuali di recupero, sviluppare tecnologie più efficienti e migliorare i sistemi di raccolta sono passi indispensabili per ridurre l’impatto ambientale e garantire un uso responsabile delle risorse naturali. Il futuro del riciclo dei metalli dipende dalla nostra capacità di investire nell’innovazione e di adottare un approccio sistematico che valorizzi ogni risorsa disponibile.© Riproduzione Vietata
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La Caotica Situazione del Polipropilene in Turchia: la Tempesta PerfettaLa Caotica Situazione del Polipropilene in Turchia: la Tempesta Perfettadi Marco ArezioUn periodo così se lo ricorderanno a lungo, non solo il sistema industriale Turco che utilizza il polipropilene ma, a cascata, anche gli acquirenti dei prodotti finiti che le fabbriche Turche riforniscono e il sistema finanziario che è sotto pressione.Gli aumenti spropositati del polipropilene in Turchia è la conseguenza di una serie di situazioni eccezionali che si sono verificate sui mercati mondiali delle materie prime vergini, manifestandosi come una tempesta perfetta. E come tutte le tempeste improvvise, la situazione ha colto di sorpresa anche i buyers Turchi, creando una serie di difficoltà sull’approvvigionamento della materia prima, sui livelli di prezzi insostenibili e sui bilanci delle aziende. La concatenazione degli eventi si è abbattuta su analisi previsionali di disponibilità di PP regolare, pur con una previsione di un rialzo dei prezzi che sembrava sostenibile e ciclico. Le aspettative di un rialzo graduale ruotavano intorno alla considerazione di un periodo estremamente lungo di prezzi sotto la media, di una ipotesi di ripresa internazionale e dell’avvicinarsi del capodanno Cinese che avrebbe liberato maggiori disponibilità sul mercato. In realtà queste tesi si sono rilevate sbagliate in merito all’eccezionalità degli eventi che sono capitati: • I problemi metereologici negli USA con un crollo delle produzioni di PP • Lo spostamento di parti delle scorte mondiali dei produttori verso mercati più profittevoli come gli USA e l’Europa • La scarsità di circolazione dei containers che ha impennato le quotazioni • Il concatenamento di fermi produttivi agli impianti, in parte già programmati come Total, Ineos, LyondellBasell, ExxonMobil, Borealis e Unipetrol. Scorte ridotte anche nel Medio Oriente, area di normale approvvigionamento per la Turchia • La riduzione delle festività del capodanno cinese a causa del Covid con una ripresa dei consumi di di polimeri prima del previsto • Il rallentamento delle operazioni doganali causa Covid. Questi eventi concatenati hanno portato in Turchia un livello dei prezzi elevatissimi, con una scarsità di disponibilità che ha messo in crisi i produttori locali. Gli operatori dichiarano aumenti per il PPH di 350-500 $ a tonnellata, da una settimana all’altra e i buyers non sanno come trasmettere in modo costruttivo al settore commerciale gli aumenti dei costi dei prodotti. La crescita dei prezzi in percentuale ha raggiunto il 49% per il PP Raffia e il 32% il PPBC per iniezione, rispetto a Febbraio 2021, creando il caos soprattutto nelle aziende che lavorano con contratti di forniture per clienti che assemblano i semilavorati prodotti in Turchia. Non sono solo i margini di contribuzione sulle commesse a non quadrare più, ma anche l’impossibilità di produrre per la mancanza, anche a qualsiasi prezzo, della materia prima. Nemmeno l’aumento della lira turca rispetto al dollaro è stata di aiuto in questa situazione paradossale, che sta mettendo in ginocchio il comparto delle materie plastiche avendo un peso nel paese di cruciale importanza. Ci si interroga su quando questa situazione possa risolversi, ma gli analisti sono prudenti nello stabilire delle date, in quanto il fenomeno è complesso e la risoluzione delle problematiche passa dall’evolversi in modo positivo di tutti i fattori sopra descritti.Categoria: notizie - plastica - economia circolare - rifiuti - PP - Turchia Maggiori informazioni sulle regole di navigazione internazionali
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Un’Auto è Davvero Circolare? La Verità su Materiali Riciclati, Riciclabili e Non RecuperabiliAnalisi tecnica della composizione di una vettura europea media: quota di acciaio, alluminio, plastiche e materiali difficili da recuperare, con i dati reali su riuso e riciclo a fine vitaAutore: Marco Arezio. Esperto in economia circolare, riciclo dei polimeri e processi industriali delle materie plastiche. Fondatore della piattaforma rMIX, dedicata alla valorizzazione dei materiali riciclati e allo sviluppo di filiere sostenibili.Data: 13 aprile 2026 Tempo di lettura: 11 minuti L’automobile è uno degli oggetti industriali più complessi della vita quotidiana. La si immagina spesso come un prodotto interamente riciclabile, quasi fosse un grande blocco di metallo pronto a rientrare in fonderia. In realtà non è così semplice. Un’auto moderna nasce dall’unione di metalli ferrosi, alluminio, plastiche tecniche, rame, vetro, gomma, vernici, tessili, elettronica e, sempre più spesso, materiali compositi. Proprio per questo, quando si parla di “auto riciclata” o “auto riciclabile”, si rischia di confondere tre piani diversi: il contenuto di materiale riciclato già presente nel veicolo nuovo, la sua riciclabilità teorica a progetto e il tasso reale di riuso o riciclo che si ottiene davvero quando il veicolo arriva a fine vita. La Commissione europea ricorda infatti che l’automotive è tra i maggiori consumatori di materie prime primarie e che, nonostante buoni tassi complessivi di recupero dai veicoli fuori uso, l’industria fa ancora scarso uso di materiali riciclati, soprattutto nelle plastiche. La prima cosa da chiarire è che le categorie “riciclato”, “riciclabile” e “non riciclabile” non sono tre fette perfettamente separate dello stesso oggetto. Un componente in acciaio, per esempio, può essere stato fabbricato anche con una quota di rottame riciclato e, allo stesso tempo, essere ancora riciclabile a fine vita. Per leggere correttamente i numeri conviene allora distinguere tre domande diverse: quanta materia seconda è già stata incorporata nell’auto nuova; quanta parte del veicolo è progettata per poter essere riusata, riciclata o recuperata; quanta parte viene effettivamente riportata in circolo quando il veicolo diventa un rifiuto. La normativa europea tiene separate proprio queste dimensioni: da un lato fissa requisiti di reusability, recyclability e recoverability in fase di progettazione; dall’altro misura ogni anno i risultati reali dei veicoli fuori uso trattati negli Stati membri. Quali materiali dominano davvero il peso di una vettura media Guardando alla massa complessiva, l’auto media europea resta soprattutto un oggetto metallico. In un’auto passeggeri tipica dell’UE, l’acciaio rappresenta ancora circa 800-900 kg, cioè approssimativamente il 50-66% della massa del veicolo, a seconda del segmento, dell’età, del modello e del powertrain. L’alluminio ha però guadagnato terreno in modo deciso: uno studio europeo di riferimento colloca il contenuto medio di alluminio per veicolo a 205 kg nel 2022. Le plastiche, a seconda del tipo di auto e del criterio di misura, pesano mediamente tra il 14% e il 18% della massa totale, oppure circa 150-200 kg in una vettura media, con alcuni veicoli che arrivano oggi attorno ai 240 kg. Il Joint Research Centre della Commissione osserva inoltre che oltre il 95% del peso di un veicolo è concentrato in un numero limitato di materiali chiave, il che spiega perché il potenziale di recupero esista davvero, ma dipenda dalla qualità della separazione e non solo dalla composizione teorica. In termini pratici, questo significa che il cuore dell’auto è formato da acciaio, ferro, alluminio e rame, cioè materiali che dal punto di vista metallurgico hanno una forte vocazione al riciclo. Intorno a questo nucleo si stratifica però una parte crescente di plastiche tecniche, schiume, rivestimenti, adesivi, resine, cablaggi complessi, elettronica e combinazioni multistrato che rendono il fine vita molto meno lineare di quanto si creda. Il valore industriale del veicolo fuori uso si concentra soprattutto nei metalli di base; tutto il resto, se non viene smontato bene prima della frantumazione, tende a degradarsi in qualità o a finire in flussi misti di difficile valorizzazione. Il ruolo dell’acciaio nella struttura dell’automobile moderna L’acciaio resta il materiale dominante perché consente di combinare resistenza meccanica, sicurezza passiva, rigidità strutturale, formabilità industriale e costi relativamente competitivi. Lo studio europeo sullo steel loop automotive evidenzia che circa il 58% dell’acciaio presente nell’auto si concentra nella carrozzeria e che gran parte di questo acciaio deve rispettare requisiti qualitativi molto severi, anche per evitare contaminazioni che compromettano le prestazioni dei laminati piani. Questo punto è decisivo: dire che l’acciaio è riciclabile è corretto, ma non tutta la rottamazione metallica ha lo stesso valore. La Commissione europea sottolinea infatti che i tassi complessivi di recupero dei materiali sono alti, ma spesso i rottami metallici ottenuti dai veicoli a fine vita hanno qualità ancora troppo bassa rispetto alle esigenze più nobili del car-to-car recycling. Quanto conta oggi l’alluminio nella composizione del veicolo L’alluminio è il materiale che più ha beneficiato della spinta alla leggerezza e all’elettrificazione. Il dato medio europeo di 205 kg per veicolo nel 2022 mostra che non si tratta più di un materiale marginale o confinato a pochi componenti premium. Fusioni, estrusi, lamierati e fucinati entrano in powertrain, sottotelai, strutture di carrozzeria, chiusure, freni e soprattutto nei veicoli elettrificati, dove la riduzione di massa aiuta a compensare il peso dei pacchi batteria. Anche qui, però, la circolarità reale dipende dalla qualità del rottame e dalla capacità di separare bene leghe e contaminanti. In altre parole, l’alluminio è altamente riciclabile, ma il mantenimento del valore metallurgico richiede filiere più selettive rispetto al semplice recupero a massa. Plastiche auto: leggere, strategiche, ma ancora difficili da chiudere in ciclo Le plastiche sono il punto più critico dell’intera discussione. Da un lato sono indispensabili per alleggerire il veicolo, migliorare aerodinamica, comfort, isolamento, design, integrazione di funzioni e compatibilità con l’elettrificazione. Dall’altro lato, proprio perché presenti in molte famiglie polimeriche, in componenti accoppiati, verniciati, caricati, schiumati o contaminati, sono difficili da riportare a riciclo di alta qualità. La Commissione europea segnala che le plastiche rappresentano il 14-18% della massa del veicolo e che oggi solo una media di circa il 3% della plastica presente nei nuovi veicoli deriva da plastica riciclata, nonostante alcuni modelli più avanzati riescano a fare meglio. È uno dei segnali più chiari del fatto che l’auto moderna è molto più avanti nella riciclabilità dei metalli che nell’incorporazione stabile di polimeri secondari. Il problema non è soltanto quantitativo ma anche qualitativo. Il JRC evidenzia che molte frazioni plastiche ed elettroniche, se non vengono smontate e separate in modo dedicato, finiscono in una corrente di rifiuto leggera da frantumazione nella quale le plastiche non sono più recuperate con la stessa efficacia dei metalli. Nei casi base analizzati, ferro e alluminio risultano recuperati bene, mentre una parte rilevante di plastiche, schede e altri materiali embedded viene persa o incenerita. Per questo la plastica dell’auto è il vero banco di prova della circularity automotive: non basta sapere che un polimero è “tecnicamente riciclabile”, bisogna riuscire a identificarlo, smontarlo, separarlo e reimmetterlo in una specifica industriale accettabile. Quanta materia riciclata c’è già in un’auto nuova Qui serve onestà tecnica: oggi non esiste ancora un unico dato armonizzato e universalmente dichiarato che dica quanta percentuale in massa di un’“auto media europea nuova” sia composta da materiale riciclato complessivo. Esistono dati solidi per singoli materiali, ma non un valore ufficiale univoco per l’intero veicolo. Si può però fare una stima prudenziale. Il WorldAutoSteel indica che l’acciaio delle carrozzerie contiene circa il 25% di acciaio riciclato, mentre molti componenti interni in ferro e acciaio utilizzano percentuali anche superiori. Considerando che la frazione ferrosa vale circa il 50-66% della massa dell’auto, solo questa parte porta già con sé una quota non trascurabile di contenuto riciclato. Se si aggiunge che le plastiche, pur pesando il 14-18%, incorporano in media solo il 3% di plastica riciclata, e che l’alluminio vale mediamente 205 kg per veicolo ma non dispone ancora di una dichiarazione UE standardizzata sul suo contenuto riciclato medio in auto nuova, si può concludere che la quota complessiva di materiale riciclato in una vettura media è verosimilmente nell’ordine di almeno il 15-20% in massa, e spesso può essere più alta. Questa è però una inferenza tecnica prudenziale, non un dato statistico ufficiale armonizzato UE. Tradotto in linguaggio industriale, la parte dell’auto che oggi incorpora già più materiale riciclato è soprattutto quella metallica. La parte che invece resta più dipendente da materia vergine o da flussi secondari difficili da certificare e stabilizzare è quella dei polimeri, delle schiume, di certi compositi e di molte applicazioni con requisiti estetici, odorimetrici o di sicurezza molto stringenti. È proprio qui che si gioca la prossima fase della circular economy automotive. Cosa prevede la normativa europea sulla riciclabilità dei veicoli Sul piano progettuale, la regola base nell’UE è chiara: i veicoli devono essere costruiti in modo da risultare almeno 85% riusabili e/o riciclabili in peso e almeno 95% riusabili e/o recuperabili. È un vincolo fondamentale, ma va interpretato correttamente. Non significa che ogni auto venga poi davvero riciclata al 95%. Significa che il progetto del veicolo deve essere compatibile con quei livelli di valorizzazione, a condizione che esistano impianti, procedure di smontaggio, mercati delle materie seconde e condizioni economiche adeguate. Il salto tra possibilità teorica e risultato reale è il punto cruciale dell’intero sistema. Quanto viene davvero riusato o riciclato a fine vita I numeri reali più recenti disponibili a livello europeo dicono che, nel 2023, sui veicoli fuori uso trattati nell’UE, il 88,3% del peso è stato riusato o riciclato, mentre il 93,7% è stato riusato o recuperato. La differenza tra i due valori è importante: vuol dire che una parte del veicolo non è stata effettivamente riportata a materia ma soltanto recuperata in altra forma, tipicamente energetica. Se si traduce il dato in modo diretto, si ottiene questo quadro finale molto leggibile: circa 88,3% rientra come riuso o riciclo, circa 5,4% viene recuperato ma non riciclato, e circa 6,3% resta fuori anche dal recupero. È questa, oggi, la risposta più solida alla domanda su quanta parte di un’auto venga davvero riutilizzata o riciclata a fine vita. Il dato è buono, ma non perfetto. L’aggregato UE 2023 si colloca sopra il target dell’85% per reuse+recycling, ma sotto la soglia del 95% per reuse+recovery se guardato come media complessiva. Eurostat precisa comunque che molti Paesi superano singolarmente i target, mentre altri restano indietro per motivi logistici, di stoccaggio o di reporting. Questo conferma che la performance reale di fine vita non dipende solo dalla bontà del design, ma anche dalla maturità dell’intera filiera nazionale di raccolta, trattamento, export, demolizione e post-shredding. Dove si concentrano i componenti non riciclabili o poco riciclabili La quota davvero problematica dell’auto non coincide con un materiale solo, ma con un insieme di combinazioni tecniche. Il nodo principale è il residuo di frantumazione: una miscela eterogenea in cui si ritrovano plastiche, gomma, schiume, vetro, tessili e altri materiali a bassa densità. Il JRC descrive proprio questa frazione come una corrente mista nella quale molte plastiche provenienti dai veicoli perdono valore o finiscono in incenerimento. È qui che si annida buona parte della quota “non riciclabile” o, più precisamente, non riciclata in modo efficiente nelle condizioni industriali attuali. Inoltre, le difficoltà non dipendono solo dalla natura chimica del materiale, ma anche da come il componente è stato progettato. Adesivi strutturali, accoppiamenti plastica-metallo, plastiche caricate o verniciate, tessili incollati, schiume integrate, componenti elettronici incorporati e sensori dispersi in molti punti del veicolo riducono la separabilità. Per questo la quota non riciclata non va letta come “materiale intrinsecamente impossibile da riciclare”, ma come il risultato di tre fattori combinati: complessità costruttiva, contaminazione e convenienza economica insufficiente della separazione. La stessa Commissione riconosce che solo piccole quantità di plastica sono oggi riciclate dai veicoli fuori uso e che la qualità dei rottami ottenuti è spesso ancora troppo bassa. La vera sintesi: come leggere le tre categorie richieste Se si vuole rispondere in modo semplice ma corretto alla domanda “com’è composta un’auto media tra riciclato, riciclabile e non riciclabile?”, la sintesi più rigorosa è questa. Nell’auto nuova, una quota significativa della massa è già fatta di materiali che incorporano materia riciclata, soprattutto nei metalli. Un valore unico UE non esiste ancora, ma una stima prudenziale colloca questa quota almeno nell’ordine del 15-20% del peso, con possibilità di valori superiori a seconda dei materiali e del costruttore. Dal punto di vista della riciclabilità progettuale, il veicolo deve essere concepito per arrivare ad almeno 85% di riuso/riciclo e 95% di riuso/recupero. Ciò significa che la gran parte della massa del veicolo appartiene a famiglie di materiali recuperabili almeno in teoria, soprattutto metalli, parte del vetro, alcune plastiche e varie componenti smontabili. Dal punto di vista del risultato reale a fine vita, i dati UE 2023 dicono che circa 88,3% del peso viene effettivamente riusato o riciclato, circa 5,4% viene solo recuperato e circa 6,3% non rientra neppure nel recupero. In altre parole, oggi la quota che resta fuori dal circuito materiale vero e proprio è ancora vicina a un decimo abbondante del veicolo, e si concentra soprattutto nelle frazioni miste e nelle componenti più difficili da separare. Come cambieranno le auto con le nuove regole europee La direzione politica è ormai tracciata. La Commissione aveva proposto nel 2023 che i nuovi veicoli includessero almeno il 25% di plastica riciclata e che il 30% delle plastiche provenienti dai veicoli fuori uso fosse riciclato. Nel dicembre 2025, Parlamento e Consiglio hanno raggiunto un accordo provvisorio che prevede una traiettoria graduale: 15% di plastica riciclata nei nuovi veicoli sei anni dopo l’entrata in vigore delle regole e 25% dopo dieci anni, con una parte di questo obiettivo da soddisfare usando plastica riciclata proveniente dai veicoli a fine vita. È il segnale più chiaro che la partita futura non si giocherà tanto sul recupero dei metalli, già relativamente maturo, quanto sulla capacità di chiudere davvero il ciclo dei polimeri automotive. Conclusione L’auto media non è un prodotto “completamente riciclato”, ma non è neppure un oggetto irrimediabilmente lineare. È, piuttosto, un sistema industriale ancora fortemente metallico, dove l’acciaio e l’alluminio garantiscono buona parte della riciclabilità complessiva, mentre le plastiche e le frazioni miste restano il principale collo di bottiglia della circularity. Oggi una vettura nuova incorpora già una quota non banale di materiali riciclati, ma la componente veramente virtuosa è soprattutto nei metalli. A fine vita, in Europa, circa l’88,3% del peso rientra come riuso o riciclo, ma resta ancora una quota che finisce in recupero energetico o fuori dal circuito. È lì che si misurerà la qualità della transizione circolare dell’automotive nei prossimi anni. FAQ Quanta parte di un’auto media è fatta di acciaio? Nell’UE una tipica autovettura contiene circa 800-900 kg di acciaio, pari approssimativamente al 50-66% della massa del veicolo. Quanta plastica c’è in un’auto moderna? Le plastiche rappresentano in media circa il 14-18% della massa del veicolo, oppure circa 150-200 kg in un’auto media, con alcuni modelli che arrivano attorno a 240 kg. Quanta plastica riciclata c’è oggi nelle auto nuove? Secondo la Commissione europea, oggi in media solo circa il 3% della plastica presente nei nuovi veicoli deriva da plastica riciclata. Quanto di un’auto a fine vita viene davvero riusato o riciclato? Nel 2023, nell’UE, il 88,3% del peso dei veicoli fuori uso è stato riusato o riciclato; il 93,7% è stato riusato o recuperato. Perché non si arriva ancora al 100% di riciclo? Perché una quota del veicolo finisce in frazioni miste difficili da separare, soprattutto plastiche, schiume, tessili, gomma, elettronica incorporata e residui da frantumazione, che nelle condizioni industriali attuali non vengono sempre riciclati con qualità sufficiente. Fonti Commissione europea, End-of-Life Vehicles e quadro normativo sui veicoli fuori uso. Eurostat, End-of-life vehicle statistics, dati UE 2023 su reuse/recycling e reuse/recovery. JRC, analisi sui materiali dei veicoli e sulla circolarità dei componenti. Studio europeo sullo steel loop automotive. European Aluminium / Ducker Carlisle, Average Aluminum Content per Vehicle in 2022. Plastics Europe e DG Environment sulla quota di plastiche nelle auto e sul basso contenuto di plastica riciclata nei veicoli nuovi. Parlamento europeo e Commissione europea sulle future soglie di contenuto riciclato plastico nei veicoli. Immagine su licenza © Riproduzione Vietata
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Guida alla Scelta di un Deumidificatore Portatile Sostenibile: Efficienza, Riciclabilità e Impatto AmbientaleScopri come scegliere un deumidificatore a basso consumo, realizzato con materiali riciclati e riciclabili, per ridurre l’impatto ambientaledi Marco ArezioNegli ultimi anni, la consapevolezza ambientale è cresciuta, portando molti consumatori a considerare l’impatto ambientale dei loro acquisti. I deumidificatori portatili sono strumenti fondamentali per migliorare il comfort abitativo, ma scegliere il modello giusto con un approccio sostenibile può fare la differenza in termini di efficienza energetica, impatto ambientale e sostenibilità dei materiali. In questa guida, esploreremo i criteri chiave da considerare per un acquisto responsabile e analizzeremo quali produttori sostengono campagne di sostenibilità dentro e fuori dai propri stabilimenti. L'Importanza della Sostenibilità nella Scelta di un Deumidificatore Il deumidificatore è un elettrodomestico utilizzato per ridurre l'umidità dell’aria negli ambienti domestici, migliorando il comfort e prevenendo la formazione di muffe e batteri. Tuttavia, questi apparecchi possono consumare molta energia, con potenziali effetti negativi sull’ambiente. Scegliere un modello sostenibile permette di contenere il consumo energetico e di ridurre l'impronta ecologica dell'apparecchio stesso. Cosa Considerare in un Deumidificatore Sostenibile Efficienza energetica: Optare per un modello a basso consumo energetico, magari con certificazioni come Energy Star, aiuta a ridurre l'impatto ambientale durante l'uso. Materiali riciclati e riciclabilità: È essenziale preferire modelli realizzati con materiali riciclati e, soprattutto, riciclabili, per agevolare il corretto smaltimento a fine vita. Durata e qualità: Un deumidificatore durevole è meno soggetto a sostituzioni frequenti, il che riduce i rifiuti elettronici. Facilità di manutenzione e riparabilità: Scegliere un modello facilmente riparabile estende la vita dell’apparecchio e permette di sostituire solo i componenti danneggiati anziché l'intero dispositivo. Criteri di Sostenibilità: Cosa Valutare nella Scelta del DeumidificatoreRiciclabilità dei Materiali Un deumidificatore sostenibile dovrebbe essere composto da materiali riciclabili, come plastica di alta qualità e metalli, che possano essere facilmente separati e recuperati a fine ciclo. Il corpo esterno e le parti interne dovrebbero essere realizzati con materiali che possano essere riutilizzati. Verificare se il produttore dichiara la composizione del prodotto e la percentuale di materiali riciclati è un buon indicatore dell’impegno verso la sostenibilità.Consumi Energetici e Efficienza La classe di efficienza energetica è uno degli aspetti più importanti. I deumidificatori più efficienti consumano meno energia, riducendo il costo delle bollette e limitando l'impatto ambientale. I modelli dotati di sistema di spegnimento automatico quando il livello di umidità è ottimale o la tanica è piena possono contribuire ulteriormente a risparmiare energia. Per un impatto ecologico minore, scegliere un deumidificatore che funzioni con refrigeranti ecologici (come il R-290) può contribuire a ridurre le emissioni di gas serra.Impatto Ambientale Complessivo Oltre ai consumi, è importante valutare il ciclo di vita complessivo del deumidificatore, considerando l’impatto della produzione, dell’uso e dello smaltimento. Alcuni produttori adottano politiche di produzione a basso impatto, ad esempio usando energie rinnovabili o processi che limitano le emissioni inquinanti. Optare per aziende che pubblicano report di sostenibilità può essere una scelta informata per chi desidera ridurre al minimo l'impatto ambientale.Utilizzo di Materiali Riciclati Scegliere un modello realizzato con materiali riciclati, come plastica rigenerata o alluminio riciclato, aiuta a ridurre il consumo di risorse primarie. Verificare le informazioni fornite dal produttore riguardo alla percentuale di materiali riciclati utilizzati permette di fare una scelta responsabile. I migliori marchi includono queste informazioni nelle loro schede tecniche o etichette ecologiche.Funzioni Intelligenti e Riduzione degli Sprechi Alcuni deumidificatori sono dotati di sensori intelligenti per il monitoraggio continuo dell’umidità, che ottimizzano l’uso dell’apparecchio per evitare sprechi energetici. Queste funzioni, pur richiedendo un investimento iniziale maggiore, possono ridurre i costi operativi nel tempo e, di conseguenza, l’impatto sull’ambiente. Produttori di Deumidificatori Sostenibili Ecco una lista di produttori che non solo offrono deumidificatori efficienti e a basso impatto, ma sostengono anche iniziative di sostenibilità, promuovendo pratiche responsabili all'interno e all'esterno dei propri stabilimenti. Electrolux (Beko)Electrolux è da sempre impegnata in iniziative di sostenibilità, con l’obiettivo di diventare carbon neutral entro il 2030. I deumidificatori Electrolux sono progettati per garantire efficienza energetica, e l'azienda dichiara di utilizzare una percentuale crescente di materiali riciclati nei propri prodotti. Inoltre, Electrolux supporta campagne ambientali per la riduzione dei rifiuti plastici negli oceani. De'Longhi De'Longhi, nota per la produzione di elettrodomestici, ha avviato iniziative per migliorare la sostenibilità dei suoi prodotti, utilizzando tecnologie di risparmio energetico e materiali più sostenibili. I deumidificatori De'Longhi sono caratterizzati da una lunga durata e offrono funzioni avanzate per ridurre il consumo energetico. L'azienda partecipa a programmi di riforestazione e investe in energie rinnovabili per le proprie fabbriche. Philips Philips si impegna nella sostenibilità con un focus sui cicli di vita prolungati dei propri prodotti. I deumidificatori Philips utilizzano tecnologie a basso impatto ambientale e sono progettati per essere facilmente riparabili e riciclabili. Philips ha inoltre avviato una campagna globale per il recupero dei dispositivi a fine vita, che permette di smaltire in modo corretto i prodotti elettronici. Mitsubishi Electric Mitsubishi Electric è un marchio che punta a ridurre le emissioni di CO2 non solo nei propri prodotti ma anche nelle sue strutture produttive. I deumidificatori Mitsubishi Electric sono tra i più efficienti in termini di consumi, e l’azienda investe in tecnologie per migliorare il riciclo dei materiali. Parte del loro impegno si traduce in una collaborazione con istituti di ricerca per l’adozione di nuove soluzioni sostenibili. LG LG, noto produttore di elettronica, ha integrato pratiche sostenibili in ogni fase della catena produttiva, puntando su efficienza energetica e materiali riciclati. I deumidificatori LG presentano funzioni avanzate per l’ottimizzazione del consumo energetico e, attraverso il programma "LG Green Program", l’azienda si impegna a ridurre l’uso di sostanze nocive e a promuovere il recupero e il riciclo dei dispositivi a fine vita. Consigli per l’Uso e la Manutenzione del Deumidificatore Un utilizzo responsabile del deumidificatore può aiutare a ridurre ulteriormente l’impatto ambientale: Posizionamento corretto: Collocare il deumidificatore in una posizione centrale per ottimizzare la distribuzione dell’aria. Pulizia e manutenzione: Pulire regolarmente il filtro dell’aria per mantenere alta l’efficienza e ridurre i consumi. Impostazione dell’umidità ideale: Evitare di impostare l’umidità a livelli troppo bassi, poiché questo può portare a consumi energetici inutili. Una Scelta Consapevole per il Futuro Scegliere un deumidificatore sostenibile richiede attenzione ai dettagli e una comprensione dei fattori che contribuiscono a un impatto ambientale ridotto. Optare per modelli efficienti, realizzati con materiali riciclati e riciclabili, e sostenere marchi impegnati in iniziative ecologiche, rappresenta una scelta consapevole per un futuro più sostenibile. In ultima analisi, ogni piccola decisione di acquisto può contribuire a proteggere l’ambiente e a promuovere una cultura di consumo più responsabile.© Riproduzione Vietata
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Come si produce il tessuto non tessuto e perché è eco-friendly Scopri come viene prodotto il tessuto non tessuto, perché è considerato eco-friendly e quali sono le modalità per il suo riciclo di Marco ArezioIl tessuto non tessuto (TNT), noto anche come nonwoven fabric, rappresenta una categoria di materiali tessili prodotti attraverso metodi che non includono la tessitura tradizionale. La produzione del TNT si basa su una serie di processi meccanici, chimici e termici che uniscono le fibre senza intrecciarle. Questi processi rendono il TNT un materiale versatile e ampiamente utilizzato in vari settori, dal medicale al packaging, dall'edilizia all'abbigliamento.Processo di Produzione del Tessuto Non Tessuto Selezione delle Fibre: Le fibre utilizzate per il TNT possono essere naturali (come il cotone o la lana) o sintetiche (come il polipropilene, il poliestere e il nylon). La scelta delle fibre dipende dalle proprietà desiderate nel prodotto finale, come la resistenza, l'elasticità, la capacità di assorbimento e la biodegradabilità.Le fibre selezionate vengono disposte in una rete attraverso vari metodi:Cardatura: Le fibre vengono separate e distribuite uniformemente in una forma di velo sottile. Spunbonding: Le fibre sintetiche vengono filate direttamente in una rete attraverso un processo di estrusione. Meltblown: Simile allo spunbonding, ma produce fibre molto più sottili che conferiscono al tessuto una maggiore capacità di filtrazione.La rete di fibre viene consolidata attraverso metodi meccanici, chimici o termici: Legatura Meccanica: Include il needlepunching, dove gli aghi forano ripetutamente il velo di fibre per intrecciarle insieme. Legatura Termica: Utilizza il calore per fondere le fibre termoplastiche e legarle tra loro. Legatura Chimica: Impiega adesivi o resine per unire le fibre. Finitura: Il tessuto non tessuto può subire ulteriori trattamenti per migliorare le sue proprietà, come il calandraggio per aumentare la densità e la resistenza o l'applicazione di agenti antimicrobici per usi medici.Perché il Tessuto Non Tessuto è "Eco-Friendly" Il tessuto non tessuto può essere considerato eco-friendly per diversi motivi: Efficienza Energetica: Il processo di produzione del TNT richiede generalmente meno energia rispetto alla tessitura tradizionale, poiché elimina le fasi di filatura e tessitura. Riduzione degli Sprechi: La produzione di TNT genera meno scarti, poiché le fibre possono essere riciclate e reintegrate nel processo produttivo. Materiali Riciclati: Molti TNT sono prodotti utilizzando fibre riciclate, riducendo la dipendenza da risorse vergini e contribuendo alla riduzione dei rifiuti. Durabilità e Riutilizzabilità: I TNT sono spesso progettati per essere duraturi e resistenti, riducendo la necessità di sostituzione frequente e quindi la produzione di rifiuti.Il Tessuto Non Tessuto è Riciclabile? Il tessuto non tessuto è, in molti casi, riciclabile. Tuttavia, la riciclabilità dipende da vari fattori, tra cui il tipo di fibre utilizzate, i trattamenti applicati durante la produzione e l'uso finale del prodotto. Tipi di Fibre Fibre Sintetiche: I TNT realizzati con polimeri come il polipropilene e il poliestere sono generalmente più facili da riciclare. Questi materiali possono essere fusi e riformati in nuovi prodotti. Fibre Naturali: I TNT a base di fibre naturali come il cotone sono biodegradabili e possono essere compostati. Tuttavia, il riciclo meccanico di questi materiali è meno comune. Trattamenti e Additivi Trattamenti Chimici: Alcuni TNT sono trattati con sostanze chimiche per migliorarne le proprietà, come la resistenza all'acqua o agli agenti microbici. Questi trattamenti possono complicare il processo di riciclo. Additivi: L'uso di additivi come coloranti, adesivi e resine può influenzare la riciclabilità. I TNT con pochi o nessun additivo sono generalmente più facili da riciclare.Come si Ricicla il Tessuto Non Tessuto? Il riciclo del tessuto non tessuto può avvenire attraverso vari processi, a seconda del tipo di materiale e dell'infrastruttura disponibile. I metodi principali includono il riciclo meccanico, il riciclo chimico e il riciclo termico. Riciclo Meccanico del TNTIl riciclo meccanico è il metodo più comune per i TNT sintetici. Questo processo include le seguenti fasi: Raccolta e Separazione: I TNT usati vengono raccolti e separati in base al tipo di fibra e al livello di contaminazione. Triturazione: Il materiale raccolto viene triturato in piccole particelle. Pulizia: Le particelle triturate vengono pulite per rimuovere contaminanti come adesivi e sostanze chimiche. Fusione ed Estrusione: Le particelle pulite vengono fuse e estruse per formare nuove fibre, che possono essere utilizzate per produrre nuovi TNT. Riciclo Chimico del TNTIl riciclo chimico è più complesso e coinvolge la decomposizione delle fibre sintetiche nei loro monomeri originali attraverso processi chimici. Questi monomeri possono essere purificati e polimerizzati nuovamente per produrre nuove fibre. Riciclo Termico del TNTIl riciclo termico implica l'utilizzo dei TNT come combustibile per la produzione di energia. Anche se non è il metodo più sostenibile, può essere utile per materiali che non sono facilmente riciclabili attraverso metodi meccanici o chimici.Conclusione Il tessuto non tessuto rappresenta un materiale versatile e potenzialmente eco-friendly grazie alla sua efficienza produttiva, alla possibilità di utilizzare materiali riciclati e alla sua durabilità. Sebbene la riciclabilità del TNT dipenda da vari fattori, esistono diversi metodi per riciclarlo, contribuendo così a un ciclo di vita più sostenibile. Promuovere l'uso e il riciclo dei TNT può quindi avere un impatto positivo significativo sull'ambiente, riducendo i rifiuti e conservando le risorse naturali.
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Biciclette Elettriche con Telaio in Alluminio: Guida per l'Acquisto e per le Migliori ScelteScopri i vantaggi, i criteri di scelta e le opzioni più performanti di biciclette elettriche con telaio in alluminio per ogni esigenza di mobilitàdi Marco ArezioLe biciclette elettriche con telaio in alluminio stanno diventando sempre più popolari, grazie alla combinazione perfetta tra resistenza, leggerezza e tecnologia. Se stai cercando di fare il salto verso una mobilità più sostenibile, ma al tempo stesso pratica e conveniente, una bici elettrica può essere la scelta ideale. In questa guida ti aiuterò a comprendere cosa rende unica una bici elettrica con telaio in alluminio, quali sono gli aspetti da considerare prima di acquistarla, e a fare un confronto tra alcuni modelli specifici per aiutarti a scegliere quello che meglio si adatta alle tue esigenze. Cosa sono le biciclette elettriche con telaio in alluminio? Una bicicletta elettrica con telaio in alluminio è una bicicletta equipaggiata con un motore elettrico che supporta la pedalata, rendendo l’esperienza di guida più agevole, soprattutto su percorsi collinari o lunghi tratti. Il telaio in alluminio è scelto per la sua leggerezza e resistenza, che consentono di manovrare facilmente la bici e ridurre il peso complessivo rispetto a un telaio in acciaio. L'alluminio è anche un materiale resistente alla corrosione, che lo rende perfetto per essere utilizzato in condizioni di umidità o in ambienti variabili. Le cose importanti da sapere prima di acquistare Prima di acquistare una bicicletta elettrica con telaio in alluminio, ci sono vari fattori da tenere in considerazione per fare un acquisto consapevole: Tipo di utilizzo: Che tipo di percorsi percorrerai più frequentemente? Ci sono bici elettriche pensate per il trekking, per la città o per le escursioni fuoristrada. Il tipo di terreno che affronterai influenzerà la tua scelta in termini di sospensioni, tipo di ruote e motore. Autonomia: La durata della batteria è fondamentale, soprattutto se prevedi di percorrere lunghe distanze. Verifica quanti chilometri può percorrere la bici con una carica completa. L’autonomia può variare anche in base al peso del ciclista, alla modalità di assistenza elettrica e al tipo di terreno. Motore: Il motore di una bici elettrica si può trovare sulla ruota anteriore, centrale o posteriore. Un motore centrale tende a essere più equilibrato e adatto per terreni variabili, mentre i motori sulle ruote offrono maggiore potenza nelle salite. Batteria: Verifica che la batteria sia facilmente removibile per essere ricaricata separatamente e per una maggiore durata complessiva nel tempo. Le batterie al litio sono le più comuni e offrono una buona durata e prestazioni. Sospensioni: Le biciclette elettriche possono avere sospensioni anteriori, posteriori o su entrambe le ruote. Se prevedi di affrontare terreni accidentati, una buona sospensione farà la differenza per il comfort durante il viaggio. Comfort e regolazioni: Non dimenticare l'importanza della comodità. Verifica che la bicicletta offra manubri regolabili, sella ergonomica e una buona posizione di guida che riduca lo stress su schiena e articolazioni. Sostenibilità: Le biciclette elettriche stanno diventando sempre più sostenibili, ma è importante informarsi sul ciclo di vita del prodotto. Verifica se l’azienda offre soluzioni per il riciclo delle batterie e dei componenti e cerca aziende che investano in pratiche sostenibili durante la produzione. Le differenze tra i prodotti sul mercato Nel panorama delle biciclette elettriche, ci sono differenze significative tra i vari modelli, non solo in termini di design, ma anche di performance e sostenibilità. Alcuni modelli sono specificamente progettati per l'uso urbano, mentre altri sono pensati per le escursioni fuoristrada. Alcuni produttori si concentrano più sulla durata della batteria e sul motore, mentre altri danno importanza al comfort e alla resistenza del telaio. Criteri per la scelta Quando ti appresti a scegliere una bicicletta elettrica con telaio in alluminio, oltre ai fattori tecnici come motore e batteria, considera anche il livello di assistenza che desideri. Se cerchi un'esperienza di guida senza fatica, opta per un modello con un motore potente e un’autonomia elevata. Se invece vuoi un’esperienza di guida più dinamica, con la possibilità di fare un po’ più di esercizio, una bici con motore meno potente potrebbe essere l'ideale. Sostenibilità del prodotto e delle aziende produttrici Molte delle aziende che producono biciclette elettriche stanno cercando di ridurre l’impatto ambientale dei loro prodotti. Controlla se l'azienda ha certificazioni di sostenibilità o politiche di riciclo per componenti come le batterie. Inoltre, alcune aziende utilizzano materiali riciclabili o provenienti da fonti sostenibili nella produzione dei telai, delle gomme e di altri componenti della bici. Confronto tra i modelli Ecco un confronto tra quattro modelli di biciclette elettriche con telaio in alluminio: Eleglide M2Motore: 250W, motore posteriore. Batteria: 48V, 12.5Ah, autonomia fino a 50 km. Sospensione: Anteriore con ammortizzatore. Caratteristiche: Bici adatta per escursioni e percorsi collinari, ottimo per terreni accidentati. Sostenibilità: Non sono fornite informazioni dettagliate sul riciclo o sulla produzione sostenibile. E-Moon 26 PolliciMotore: 250W, motore posteriore. Batteria: 36V, 10.4Ah, autonomia fino a 60 km. Sospensione: Anteriore, comoda per l’uso urbano e per il trekking. Caratteristiche: Design compatto, adatta per l’uso cittadino. Sostenibilità: Non sono fornite informazioni sul processo produttivo ecologico, ma è una buona scelta per chi cerca un mezzo a bassa manutenzione. Eleglide T1 Step-ThruMotore: 250W, motore anteriore. Batteria: 36V, 10.4Ah, autonomia fino a 50 km. Sospensione: Anteriore, buona per percorsi urbani. Caratteristiche: Facilità di montaggio grazie al design step-thru, adatta per utenti di tutte le età. Sostenibilità: Non menzionato, ma un modello orientato al comfort urbano. ENGWE E26Motore: 250W, motore anteriore. Batteria: 36V, 12.8Ah, autonomia fino a 50 km. Sospensione: Anteriore, progettata per escursioni leggere. Caratteristiche: Buona per uso misto (urbano e leggero fuoristrada). Sostenibilità: Azienda non specifica pratiche ecologiche, ma la qualità dei componenti è abbastanza buona. Quale scegliere? La scelta dipende principalmente dalle tue esigenze di utilizzo. Se cerchi una bici più versatile per escursioni o percorsi collinari, l'Eleglide M2 è la più adatta. Se, invece, ti muovi principalmente in città e desideri una bici più compatta e comoda, l'E-Moon 26 Pollici o l’Eleglide T1 Step-Thru potrebbero essere le opzioni migliori. Se preferisci un buon compromesso tra uso urbano e fuoristrada leggero, l’ENGWE E26 è un’alternativa solida. Ogni modello ha i suoi vantaggi e, sebbene nessuno dei produttori offra informazioni dettagliate sul riciclo, tutti i modelli sono un passo verso una mobilità più sostenibile rispetto ai veicoli tradizionali. © Riproduzione Vietata
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Quali Saranno le Previsioni di Crescita della Bioeconomia al 2030?La filiera sostenibile è in crescita ma necessita di supporto e continuitàdi Marco ArezioQuando si parla di performances economiche di un settore, si pensa spesso alle industrie del comparto digitale o farmaceutico o legato alla tecnologia robotica o al settore energetico o a quelle aree di novità tecniche che rivoluzioneranno la nostra vita, come l’intelligenza artificiale. In realtà esistono altri settori, meno conosciuti, che rientrano ultimamente tra quelli di grande interesse strategico per le nazioni e che rispecchieranno trends di crescita molto importanti. Parliamo della bioeconomia, che in Europa conta già un fatturato di circa 2000 miliardi di euro l’anno, occupando più di 22 milioni di addetti in settori come l’agricoltura, la silvicoltura, la pesca, la lavorazione delle biomasse alimentari e quelle industriali. Per biomasse industriali, per esempio, parliamo della produzione di pasta di cellulosa per il mondo della carta, biocomposti chimici, biomateriali e biocombustibili. Un capitolo particolarmente interessante riguarda proprio questa ultima categoria che, rientrando nel campo della bioindustria, è diventata uno dei pilastri primari della bioeconomia Europea, in grado di convertire le biomasse, residuali o coltivate, in un’ampia gamma di prodotti sostenibili che possono sostituire quelli convenzionali.Gli studi indicano le seguenti previsioni di crescita del settore per il 2030: - Il 30% dei composti chimici avrà un’origine bio e riguarderanno la chimica fine e i prodotti di elevato valore aggiunto- Il 25% dell’energia dei trasporti sarà originata dalla biomassa, con particolare incremento dei carburanti sostenibili per il trasporto aereo - Il 30% dell’energia elettrica e termica in Europa deriverà dalla biomassaInoltre, possiamo citare un mercato in forte espansione per quanto riguarda il settore dei biopolimeri, delle bioplastiche, delle fibre di origine biologica, dei biocompositi e derivati dalla nano-cellulosa. Si genereranno nuovi composti chimici, su base biologica, per il settore della cosmesi, farmaceutico, aereonavale, bioedilizia, dell’agricoltura e del settore automobilistico. Esiste inoltre un fiorente mercato delle macchine per la lavorazione e trasformazione delle biomasse in bioenergia e bioprodotti, che hanno un grande futuro di sviluppo e di occupazione. Ovviamente, un mercato giovane e potenzialmente in crescita si scontrerà con lo spirito conservatore del mercato degli idrocarburi, che cercherà di mantenere le posizioni commerciali incidendo sui prezzi al ribasso. Nella filiera della bioeconomia e della bioindustria il ruolo dei finanziamenti al sistema, attraverso gli incentivi per sostenere la competitività del settore, permettere di industrializzare e rendere sostenibile a livello imprenditoriale il mercato, sarà del tutto strategico.Le bioraffinerie diventeranno competitive quando: - Si potrà creare dei centri di trasformazione che lavorino multiprodotti e che il rifiuto sia di derivazione locale - Si creerà una filiera della raccolta dei rifiuti, in modo da rendere disponibili masse sufficienti per la lavorazione industriale in modo continuativo - I prezzi della cessione dei rifiuti dovranno essere competitivi per poter sostenere la filiera, ma nello stesso tempo essere sostenibili per gli agricoltori - Non creare la competizione nelle aree di coltivazione pregiate adatte alla produzione di cibo con quelle per la biomassa - Il ripristino dei terreni a bassa produttività per l’utilizzo di colture che possano sostenere l’industria della biomassa e, allo stesso tempo, migliorino il bilanciamento della CO2 e l’incremento della biodiversità.
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rNEWS: L'importanza della Plastica nella lotta al CoronavirusLa pandemia da Coronavirus ha visto aumentare in modo importante l'uso della plastica nei presidi di protezione individuale e nelle attività mediche di assistenzadi Marco ArezioMai come in questo periodo si è visto l'importanza di non demonizzare la plastica ma di ridarle il corretto posto che merita nella nostra vita, pur sapendo che un prodotto così versatile e utile deve essere smaltito e riciclato in modo corretto per creare nuova materia prima. L'articolo di Anna Munzio ci parla proprio di questo.La Reuters ha parlato di «pandemia della plastica». Perché il virus che ha sconvolto il mondo ha avuto l'effetto non del tutto secondario di farci capire come sia indispensabile questo materiale per una delle sue qualità forse più nascoste, la protezione. Dei cibi e delle bevande, ma soprattutto dal virus: così è partita la «corsa alla plastica», il nuovo oro utilizzato in mascherine, visiere, guanti, contenitori di plastica per alimenti e plastica a bolle da imballaggio per milioni di consegne a domicilio. Una corsa che ha fatto dimenticare, dopo anni di campagne, il problema principale di questo materiale magico, leggero, all'occorrenza trasparente e che quando nacque sembrò ecologico perché sostituiva risorse naturali come avorio o legno: i tempi di decomposizione, che si misurano in secoli, e l'inquinamento che ne consegue. La soluzione da tempo è indicata nel riciclo. Un sistema gestito in Italia da Corepla che nel 2019 ha raccolto 1.370.000 tonnellate di plastica in modo differenziato, il 13 per cento in più rispetto al 2018, e che oggi copre 7.345 comuni coinvolgendo 58.377.389 cittadini. Anch'esso però è stato messo sotto stress dal Covid-19. Tra marzo e aprile, in pieno lockdown, è aumentata la quantità di rifiuti di imballaggio in plastica gestiti da Corepla ma anche la quota destinata alla termovalorizzazione e quella conferita in discarica. Il presidente di Corepla, Giorgio Quagliuolo, ci anticipa qualche dato su questo anno complicato anche sul fronte della gestione rifiuti: «Il 2020 vedrà una crescita a cifra singola dei quantitativi di rifiuti di imballaggio in plastica gestiti da Corepla, con picchi proprio in corrispondenza dei periodi di lockdown di marzo/aprile che hanno evidenziato un aumento dell'8 per cento, in controtendenza rispetto alla riduzione dei consumi (-4 per cento) e alla produzione dei rifiuti urbani (-10/14 per cento) del medesimo periodo». A cosa sono state dovute le maggiori criticità? «Alla chiusura delle attività commerciali e produttive e al brusco arresto dell'export: in sette settimane di lockdown è stata bloccata l'esportazione di oltre 16mila tonnellate di rifiuti urbani. In più, il blocco quasi totale del settore delle costruzioni ha fortemente ridotto l'utilizzo della frazione di imballaggi non riciclabili meccanicamente come combustibile nei cementifici. Cause che si sono unite alla saturazione della capacità disponibile negli impianti nazionali. Va detto che il sistema ha comunque tenuto, grazie a interventi straordinari che hanno evidenziato però le carenze strutturali impiantistiche e del mercato nazionale delle materie prime seconde». Se è vero che siamo quel che mangiamo è anche vero che siamo ciò che buttiamo nella spazzatura: e l'uso della plastica in fondo è una cartina al tornasole che rivela lo stato della nostra società, la sua economia ma anche gli stili di vita e la sensibilità ecologica dei consumatori. Dunque, la corsa alla plastica continuerà? Secondo il presidente questo dipende da diversi fattori: andamento della produzione industriale, propensione all'acquisto da parte dei consumatori, incognita della Plastic Tax, impatti della direttiva europea SUP - Single Use Plastics che intende limitare la plastica monouso, «tutti fattori resi più incerti dalla pandemia. Analoghe incertezze riguardano i numeri della raccolta, per la quale ci aspettiamo che si confermi il trend di crescita ma con rallentamenti fisiologici e legati alla situazione contingente». E le bioplastiche, di cui si fa sempre un gran parlare? «Nel 2019 hanno rappresentato circa il 3 per cento degli imballaggi in plastica immessi sul mercato; allo stato attuale della tecnologia è più complicato che possano sostituire le plastiche fossili in alcuni settori, quello medicale è possibile che sia uno di questi».Categoria: notizie - plastica - economia circolare
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La Moda Abbraccia l’Ambiente e il RicicloProduzioni di filati riciclati e verso una moda ad impatto zerodi Marco ArezioLa moda non poteva esimersi dal proporre novità estetiche e nuovi tessuti per tutte le donne che hanno un’innata inclinazione all’ambiente e alla natura. Nascono così capi fatti con filati eco-compatibili. I primi stilisti che avevano proposto tessuti provenienti dalla lavorazione di stoffe usate non erano stati identificati come precursori del movimento ambientalista nel settore della moda, ma più come l’espressione di un capriccio di creatori ed innovatori artistici. In realtà queste idee non si erano poi tramutate in ricerche più approfondite o addirittura in elementi costituenti collezioni di moda o produzioni industriali per capi di livello più popolare. Oggi, dove tutte le aziende stanno puntando all’impatto zero, si sono veramente e concretamente studiate soluzione per il riuso degli scarti di produzione adatti alla realizzazione di nuovi capi di abbigliamento. Per esempio la GoldenLady, nota casa produttrice di intimo, che possiede un ciclo industriale che spazia dalla produzione del filato fino alla confezione dei capi per l’intimo, punta all’impatto zero attraverso nuovi filati riciclati e fatti in casa. Parliamo di polimeri in PA 6 e 66, che provengono dal riciclo meccanico dei materiali di scarto della produzione degli stabilimenti aziendali, i quali mantengono caratteristiche del tutto simili ai polimeri vergini normalmente impiegati. L’idea dell’azienda non è solo quella di un autoconsumo, ma è anche allo studio un progetto per vendere sul mercato la produzione di filo riciclato prodotto internamente. L’azienda sta anche studiando filati che provengono dalle biomasse, attraverso l’utilizzo delle piante di mais, barbabietole, canna da zucchero e grano, che manterrebbero le qualità tecniche del filo necessario per creare i capi di abbigliamento. Esistono sul mercato altre realtà imprenditoriali che seguono una strada totalmente naturale per creare fibre tessili, in particolare una Start Up chiamata Orange Fiber, attraverso una collaborazione universitaria con il Politecnico di Milano, hanno studiato una fibra proveniente dagli scarti della filiera agricola delle arance. Considerando che l’industria di trasformazione agrumicola, solo in Italia, produce circa 700.000 tonnellate di sottoprodotto all’anno, creando considerevoli costi di smaltimento, l’azienda ha quindi pensato come utilizzare questa materia prima per l’industria tessile. Il principio della produzione di tessuto dagli scarti delle arance sfrutta la trasformazione delle bucce in cellulosa che, successivamente possa essere filata, per poi produrre fiocco o filo per gli indumenti.Categoria: notizie - tessuti - economia circolare - rifiuti - modaVedi maggiori informazioni sull'argomento
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L’economia circolare sarà messa in ginocchio dalla caduta del prezzo del petrolio?Ci sono relazioni tra ambiente, economia circolare ed energie rinnovabili con le quotazioni del bariledi Marco Arezio. Esperto in economia circolare, riciclo dei polimeri e processi industriali delle materie plastiche. Fondatore della piattaforma rMIX, dedicata alla valorizzazione dei materiali riciclati e allo sviluppo di filiere sostenibili.Data: Settembre 2020Il mondo, negli ultimi anni, ha fortemente spinto per ridurre la dipendenza dalle fonti fossili, che sono tra le cause principali dell’inquinamento, del degrado della salute umana, della distruzione dell’ecosistema, dei cambiamenti climatici, di un potere economico concentrato in poche mani che influenza la vita di miliardi di persone. Ma ora, potrebbero cambiare gli equilibri e il lavoro fatto fino a oggi. Non si era mai visto, da quando si era iniziato il monitoraggio delle quotazioni petrolifere, che il prezzo del WTI, il greggio che viene prodotto negli Stati Uniti, avesse un valore di mercato negativo: – 37,63 dollari. Si, non c’è un errore, è proprio così. Il mercato americano del petrolio, in questo momento, sarebbe disposto a pagare i clienti che potessero ridurre le sue scorte, avendo oggi un oggettivo problema di stoccaggio se la domanda di greggio dovesse rimanere sulle quantità odierne. Non fanno festa, però, nemmeno in Europa dove la quotazione del Brent del mare del nord è intorno a 27 dollari al barile e le prospettive per i prossimi mesi, a sentire gli esperi energetici, non sono delle più rosee. In effetti il blocco delle auto, delle navi, degli aerei e delle fabbriche nel mondo, a causa del coronavirus, ha distrutto la domanda di greggio facendo salire in modo esponenziale le scorte, con la conseguenza di non sapere più dove mettere le nuove produzioni di greggio. Inoltre, il taglio della produzione di 10 milioni di barili al giorno, deciso dai paesi aderenti all’OPEC +, non ha dato i frutti sperati in quanto il calo della domanda è risultata superiore ai tagli. In questo scenario complesso, oltre alla crisi del comparto petrolifero, che vede remunerativo il costo minimo del greggio tra i 30 e i 60 dollari al barile, in base alle tipologie di estrazione che impiegano, il comparto dell’economia circolare, delle energie rinnovabili e dell’ambiente intravede all’orizzonte dei seri problemi. Possiamo citarne alcuni: In molti paesi, a causa della pandemia, sono ritornati in uso i prodotti plastici monouso, che vanno dai sacchetti, ai piatti, ai bicchieri e alle posate. Questi prodotti, se dispersi nell’ambiente, sono imputati quali una tra le principali cause della formazione di micro e nano plastiche che vengono dispersi negli oceani, nei fiumi e nei mari, entrando, attraverso la catena alimentare nei nostri corpi con tutte le conseguenze sanitarie che implicano. L’industria automobilistica è stata duramente colpita dalla pandemia. Il blocco delle produzioni in tutto il mondo, ha causato il crollo delle entrate finanziarie ai produttori di auto, camion e machine industriali. Negli ultimi anni le aziende si stavano dedicando al delicato passaggio della produzione dai motori termici a quelli elettrici, con grandi investimenti programmati. Questi investimenti erano necessari per rientrare nei valori massimi di emissioni decise dai governi, soprattutto quelli Europei, al fine di contenere il riscaldamento globale. Ora, il settore auto si sta chiedendo se non sia il caso di spostare di 5 anni almeno la data per il raggiungimento, dal punto di vista industriale, di questi valori. Il mercato del riciclo delle materie plastiche ha già vissuto un anno difficile nel 2019, con una netta concorrenza sui prezzi da parte del comparto delle materie prime vergini. Nonostante molti stati nel mondo stiano adoperandosi per promuovere il riciclo dei rifiuti plastici che quotidianamente si producono, questo non si traduce in supporti reali all’industria del riciclo. La competizione che esiste tra i prezzi delle materie prime plastiche vergini con quelle rigenerate non è educativa, socialmente utile ed economicamente vantaggiosa per i governi, che hanno la responsabilità di gestire e trovare soluzioni corrette allo smaltimento dei rifiuti. Con il crollo dei prezzi del petrolio che stiamo vedendo in questi giorni, ci si può aspettare che le quotazioni dei polimeri vergini diventino, definitivamente e in ogni settore, più competitivi di quelle dei polimeri rigenerati. Questo bloccherebbe il mercato della lavorazione dei rifiuti plastici con la creazione di un enorme problema ambientale ed economico. Il grande sforzo fatto per incrementare la produzione delle energie rinnovabili, quale il solare, l’eolico, le biomasse, il geotermico e tutte le altre fonti in fase di studio e progettazione (energie dalle maree, dalle onde, dalle differenze di temperature dell’acqua, dall’idrogeno, dalla fusione nucleare e altre fonti) si potrebbero impattare con dei conti economici di produzione non più in linea rispetto al costo attuale del greggio. Pur sapendo che la lungimiranza tecnico-politica direbbe che le energie alternative al petrolio, in quanto rinnovabili, rimarranno nella nostra vita senza mai esaurirsi, le lobbies potrebbero giocare un ruolo determinante in questi periodi, per rallentare la spinta verso le energie rinnovabili. Ci auguriamo che il buon senso possa far capire che l’economia circolare, l’ambiente e le energie rinnovabili sono i pilastri della nostra vita su cui non si dovrebbe discutere per metterli in difficoltà.Categoria: notizie - plastica - economia circolare - petrolio
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Perché Studiare Biologia e Ingegneria Energetica è Fondamentale nell’Era dell’Intelligenza ArtificialeScopri perché biologia e ingegneria energetica restano ambiti insostituibili per il futuro del lavoro, tra intuizione umana e sfide tecnologichedi Orizio LucaL’intelligenza artificiale (IA) sta rapidamente trasformando il panorama occupazionale globale, automatizzando processi e sostituendo numerosi lavori soprattutto nei settori caratterizzati da compiti ripetitivi e prevedibili. Tuttavia, questa rivoluzione tecnologica non significa che tutti i lavori umani siano destinati a sparire. Al contrario, esistono ambiti professionali dove la complessità, la creatività e l’intuizione umana rimangono elementi fondamentali, insostituibili anche dall’algoritmo più avanzato. Tra questi, due percorsi universitari emergono come strategici e di grande prospettiva per le nuove generazioni: la biologia e l’ingegneria energetica. L’Intelligenza Artificiale e i Limiti nell’Analisi Biologica L’IA eccelle nella gestione di grandi quantità di dati e nell’identificazione di pattern anche molto complessi. Può analizzare informazioni con una velocità e precisione impensabili per la mente umana, offrendo strumenti utilissimi per la ricerca scientifica. Tuttavia, quando si tratta di intuizione, pensiero critico e capacità di formulare ipotesi innovative, l’intelligenza artificiale mostra limiti evidenti. In ambito biologico, ad esempio, la ricerca non è solo un esercizio di raccolta dati, ma un processo creativo che richiede la capacità di interpretare risultati parziali, capire il contesto, e immaginare nuovi scenari sperimentali. I biologi sono figure centrali nello sviluppo di nuove terapie mediche, nella comprensione dei meccanismi vitali e nella gestione delle sfide sanitarie del futuro. Anche con il supporto di sofisticati algoritmi, l’input umano rimane cruciale per decidere quali domande porre, quali esperimenti progettare e come interpretare risultati spesso ambigui o contraddittori. Proprio per questo, scegliere di studiare biologia oggi è una mossa lungimirante. Il settore biomedicale è in continua espansione, con la necessità di professionisti capaci di integrare competenze tecniche, scientifiche e capacità decisionali che vanno oltre il semplice calcolo numerico. In un’epoca dominata dall’IA, il contributo umano nelle scienze biologiche rappresenta un valore aggiunto insostituibile e strategico per l’innovazione medica. La Gestione delle Risorse Energetiche: Un Campo di Complessità Umana Il secondo grande ambito che conserva un valore imprescindibile per l’intervento umano è il settore energetico, specialmente in un contesto di crescente urgenza climatica e complessità ambientale. La gestione efficiente e sicura delle risorse energetiche non è un problema solo tecnico, ma anche etico, strategico e sociale. Le decisioni in questo campo riguardano la gestione di impianti critici come centrali nucleari, reti elettriche, dighe e infrastrutture complesse che richiedono un controllo attento e multilivello. Sebbene l’intelligenza artificiale possa fornire supporto predittivo, analisi di dati in tempo reale e ottimizzazione di processi, essa non può sostituire il giudizio umano in situazioni imprevedibili o in scenari di crisi, dove la responsabilità, l’esperienza e la capacità di valutare implicazioni sociali e ambientali sono indispensabili. Come ha sottolineato un esperto nel settore, “l’IA può aiutare, ma non può controllare l’energia senza un intervento umano”. La formazione in ingegneria energetica o ambientale, quindi, non solo prepara tecnici capaci di usare l’IA come strumento, ma soprattutto professionisti che sanno assumersi responsabilità complesse e prendere decisioni strategiche in contesti mutevoli. In un mondo sempre più attento alla sostenibilità, queste competenze sono richieste a livello globale e promettono ampie opportunità di carriera anche nei decenni a venire. Perché Scegliere Questi Percorsi Universitari Oggi Studiare biologia o ingegneria energetica oggi significa investire in discipline che richiedono un contributo umano di qualità e creatività, elementi difficili da automatizzare completamente. Nel caso della biologia, si tratta di capire e innovare nei meccanismi della vita, contribuendo a scoperte che possono salvare vite umane. Nel settore energetico, significa gestire risorse vitali in modo responsabile, tenendo conto di fattori tecnici, ambientali ed etici. In un’epoca in cui l’intelligenza artificiale rivoluziona molti settori, queste discipline rimangono solide fondamenta per costruire una carriera di successo, dove il valore aggiunto è proprio nella capacità umana di guidare la tecnologia, non di esserne semplici esecutori. In sintesi, l’IA è uno strumento potentissimo ma non un sostituto totale dell’intelligenza umana. Per chi si appresta a scegliere il proprio percorso universitario, la biologia e l’ingegneria energetica rappresentano due strade promettenti e indispensabili per il futuro, settori dove il contributo umano non potrà mai essere completamente rimpiazzato. Migliori Corsi Universitari in Europa per Biologia 1. University of Cambridge – UK Corso: Natural Sciences – Biological Sciences Uno dei corsi più prestigiosi al mondo, offre una formazione a 360° sulle scienze biologiche, dalla biologia molecolare alla genetica, ecologia e fisiologia. L’approccio è altamente interdisciplinare e la ricerca è al centro del percorso. Cambridge è nota per l’eccellenza scientifica e per le opportunità di collaborazioni con istituti di ricerca leader. 2. ETH Zurich – Svizzera Corso: Bachelor/Master in Biology ETH Zurich è tra le università tecniche più rinomate d’Europa, con un programma di biologia che integra approcci innovativi e tecnologici, inclusa la bioinformatica e le neuroscienze. Il contesto di ricerca è stimolante e orientato a nuove scoperte biomediche. 3. University of Copenhagen – Danimarca Corso: Bachelor/Master in Biology Con un forte focus sulla sostenibilità e la biodiversità, l’Università di Copenaghen è ideale per chi vuole studiare la biologia in relazione all’ambiente e alla salute umana. Vanta laboratori all’avanguardia e stretti rapporti con centri di ricerca nordici. 4. University of Edinburgh – Regno Unito Corso: Biological Sciences Un corso che unisce formazione teorica e pratica, con forti competenze in biologia cellulare, genetica e scienze ecologiche. La scuola ha un’ottima reputazione per l’innovazione nella ricerca e un supporto significativo agli studenti nelle opportunità internazionali. 5. University of Amsterdam – Paesi Bassi Corso: Biomedical Sciences Il percorso Biomedical Sciences è perfetto per chi vuole lavorare nella ricerca medica e farmacologica. L’Università di Amsterdam integra tecnologie digitali e IA come supporto alla ricerca, mantenendo centrale il ruolo della riflessione critica umana. Migliori Corsi Universitari in Europa per Ingegneria Energetica ed Ambientale 1. TU Delft – Paesi Bassi Corso: MSc in Sustainable Energy Technology Tra i migliori programmi di ingegneria energetica in Europa, questo corso è focalizzato sulle tecnologie sostenibili, gestione delle risorse e sistemi energetici innovativi. La combinazione tra teoria, laboratorio e progetti di ricerca applicata è molto apprezzata. 2. KTH Royal Institute of Technology – Svezia Corso: MSc in Energy and Environmental Engineering KTH offre un programma interdisciplinare che copre la gestione dell’energia, le tecnologie pulite, le reti elettriche intelligenti e le politiche energetiche. Il focus è sulla sostenibilità e sul cambiamento climatico, con un forte collegamento tra ricerca e industria. 3. Imperial College London – Regno UnitoCorso: MSc in Sustainable Energy Futures Imperial College è uno dei centri di eccellenza mondiali per l’ingegneria energetica. Il corso combina competenze tecniche con una visione strategica e politica, preparando gli studenti a gestire sistemi energetici complessi e innovativi. 4. Politecnico di Milano – Italia Corso: Laurea Magistrale in Ingegneria Energetica e Nucleare Uno dei corsi più completi in Italia e riconosciuto in Europa, con un curriculum che include energie rinnovabili, nucleare, efficienza energetica e gestione delle infrastrutture critiche. Il Politecnico è molto apprezzato per la sua formazione tecnica e la forte rete di collaborazioni con aziende. 5. École Polytechnique Fédérale de Lausanne (EPFL) – Svizzera Corso: MSc in Energy Science and Technology EPFL offre un programma innovativo e interdisciplinare in ingegneria energetica, con particolare attenzione alle tecnologie avanzate e all’impatto ambientale. La scuola è all’avanguardia nella ricerca e nella collaborazione internazionale. Perché scegliere questi corsi Questi atenei offrono un mix equilibrato di formazione teorica avanzata, ricerca scientifica di livello mondiale e contatti diretti con industrie e centri di innovazione, elementi fondamentali per costruire una carriera solida in biologia o ingegneria energetica. Inoltre, l’integrazione di approcci tecnologici come l’IA e l’analisi dati è spesso presente ma sempre supportata da un forte contributo umano, elemento imprescindibile per chi vuole distinguersi nel futuro del lavoro.© Riproduzione Vietata
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Decreto Inerti: Regole e Opportunità per il Riciclo dei Rifiuti da CostruzioneScopri come il Decreto Inerti favorisce il riutilizzo dei materiali da demolizione, riduce i rifiuti edilizi e promuove l’economia circolare nel settore delle costruzionidi Marco ArezioNegli ultimi anni, la gestione dei rifiuti da costruzione e demolizione ha rappresentato una sfida cruciale per il settore edilizio e per l’economia circolare. Per affrontare questa problematica, il Ministero dell'Ambiente ha introdotto il Decreto Inerti, una normativa pensata per favorire il riutilizzo dei materiali provenienti da demolizioni e scavi, trasformandoli in risorse utili per nuove costruzioni. Un passo avanti per il riciclo nel settore edilizio Il nuovo decreto si pone l’obiettivo di superare i limiti della precedente normativa, abrogando il DM 152/2022 e introducendo regole più chiare e vantaggiose per il riutilizzo degli inerti. Uno degli aspetti chiave di questa regolamentazione è l’ampliamento delle applicazioni per gli aggregati recuperati, riducendo al contempo gli oneri amministrativi ed economici per le imprese del settore. Grazie a questo aggiornamento normativo, i materiali derivati da demolizioni selettive e da scavi possono essere reimmessi nel mercato con maggiore facilità, contribuendo così a ridurre la quantità di rifiuti destinati alle discariche e incentivando pratiche di edilizia sostenibile. Criteri e responsabilità per la cessazione della qualifica di rifiuto Uno dei punti fondamentali del decreto riguarda la definizione dei criteri secondo cui un materiale inerte cessa di essere classificato come rifiuto e diventa un aggregato recuperato. Per ottenere questa qualifica, il materiale deve passare attraverso specifici processi di trattamento e rispettare determinati standard qualitativi. Il testo normativo stabilisce anche le responsabilità dei produttori di aggregati recuperati, introducendo requisiti come la dichiarazione di conformità, il prelievo e la detenzione di campioni, e l’implementazione di un sistema di controllo qualità. Questo meccanismo di monitoraggio può includere anche procedure di accreditamento per garantire maggiore sicurezza e trasparenza nel settore. Monitoraggio e possibili revisioni future Un altro aspetto innovativo del Decreto Inerti è il monitoraggio dei risultati ottenuti. Entro 24 mesi dall’entrata in vigore, il Ministero dell’Ambiente valuterà i dati raccolti attraverso il Registro nazionale delle autorizzazioni al recupero (ReCER). Questa analisi servirà a verificare l’efficacia della normativa e, se necessario, ad aggiornare i criteri di cessazione della qualifica di rifiuto. Si tratta di un meccanismo essenziale per garantire che il sistema di recupero e riutilizzo degli inerti possa evolversi in base alle esigenze del mercato e alle migliori pratiche internazionali in tema di economia circolare. Un’opportunità per l’economia circolare e le imprese Il recupero dei materiali inerti rappresenta una grande opportunità per il settore edile italiano. In un paese dove le materie prime scarseggiano e i costi di approvvigionamento aumentano, il riutilizzo di materiali da costruzione può garantire benefici ambientali ed economici. Come sottolineato anche dal Ministero, questa normativa permette di ridurre la dipendenza dalle discariche, abbattere l’impatto ambientale delle costruzioni e offrire un supporto concreto alle imprese che operano nella filiera dell’estrazione, del riciclo e della produzione di materiali per l’edilizia. Conclusioni: il Decreto Inerti è un cambiamento strategico Il Decreto Inerti rappresenta un cambiamento strategico per il settore delle costruzioni in Italia. Se correttamente applicato, può facilitare la transizione verso un modello di edilizia più sostenibile e circolare, con meno sprechi e un utilizzo più efficiente delle risorse. Tuttavia, affinché il decreto raggiunga il massimo della sua efficacia, sarà fondamentale una collaborazione tra istituzioni, aziende e operatori del settore, oltre a una costante revisione delle norme per adattarle alle nuove sfide della sostenibilità. L'economia circolare nell’edilizia sta diventando una realtà sempre più concreta e il Decreto Inerti può rappresentare un punto di svolta per un futuro più green e responsabile.© Riproduzione Vietata
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I Codici CER dei Rifiuti: Strumenti Essenziali per una Gestione SostenibileCome Vengono Catalogati i Rifiuti e Quali Sono le Responsabilità di Riciclatori e Cittadini nella Promozione di un’Economia Circolaredi Arezio MarcoI codici CER (Catalogo Europeo dei Rifiuti), noti anche come codici EER (Elenco Europeo dei Rifiuti), sono una classificazione standardizzata dei rifiuti a livello europeo, utilizzata per identificare e gestire correttamente i vari tipi di rifiuti prodotti. Questo sistema di codifica è stato introdotto per facilitare il monitoraggio, la gestione e il trattamento dei rifiuti, promuovendo al contempo una gestione più efficiente e sostenibile delle risorse. Di seguito, esamineremo in dettaglio cosa sono i codici CER, come vengono catalogati e quali sono le implicazioni per i riciclatori e i cittadini. Definizione e Struttura dei Codici CER Il sistema di codici CER è stato istituito dalla Decisione 2000/532/CE della Commissione Europea, e successivamente modificato per adattarsi alle evoluzioni normative e tecniche. Ogni codice CER è costituito da sei cifre, organizzate in tre coppie di numeri. La struttura dei codici è la seguente: Capitolo (prima coppia di cifre): identifica la categoria generale del rifiuto, spesso correlata all'industria o all'attività che lo produce. Ad esempio, i codici che iniziano con 01 si riferiscono a rifiuti derivanti dall'industria mineraria. Sottocapitolo (seconda coppia di cifre): specifica ulteriormente il tipo di attività o processo di produzione. Ad esempio, 01 04 riguarda rifiuti derivanti da attività di perforazione e produzione di idrocarburi. Voce (terza coppia di cifre): descrive in dettaglio il tipo di rifiuto. Ad esempio, 01 04 13 si riferisce a rifiuti costituiti da fanghi contenenti sostanze pericolose. In totale, il sistema CER comprende 20 capitoli principali, che coprono una vasta gamma di rifiuti, dai rifiuti municipali ai rifiuti industriali e pericolosi. Classificazione e Catalogazione dei Rifiuti La catalogazione dei rifiuti avviene attraverso un processo sistematico di identificazione e classificazione. Le fasi principali includono: Identificazione del Rifiuto: La prima fase consiste nell'identificare il rifiuto prodotto. Questo può essere fatto attraverso l'analisi delle caratteristiche fisiche e chimiche del rifiuto, nonché l'osservazione del processo che lo genera. Assegnazione del Codice CER: Una volta identificato il rifiuto, viene assegnato il codice CER appropriato. Questo passaggio richiede la consultazione dell'elenco dei codici CER e la selezione del codice che meglio descrive il rifiuto. In caso di rifiuti complessi, potrebbe essere necessario consultare esperti o utilizzare strumenti di analisi più avanzati. Documentazione e Tracciabilità: Dopo l'assegnazione del codice, è fondamentale documentare accuratamente il rifiuto e il suo codice CER. Questa documentazione è essenziale per garantire la tracciabilità del rifiuto lungo tutto il suo ciclo di vita, dalla produzione allo smaltimento o al riciclaggio. Gestione e Trattamento: Infine, il rifiuto viene gestito e trattato in conformità con le normative vigenti. Il codice CER aiuta a determinare le procedure di trattamento adeguate, che possono includere il riciclaggio, l'incenerimento, la discarica o altre forme di smaltimento. Ruolo del Riciclatore I riciclatori svolgono un ruolo cruciale nella gestione dei rifiuti, e la conoscenza dei codici CER è fondamentale per il loro lavoro. Ecco alcuni aspetti chiave del ruolo del riciclatore: Conformità Normativa: I riciclatori devono assicurarsi che i rifiuti siano classificati correttamente e gestiti in conformità con le normative nazionali ed europee. L'uso appropriato dei codici CER è essenziale per evitare sanzioni legali e garantire una gestione sicura dei rifiuti. Ottimizzazione del Processo di Riciclaggio: Conoscere i codici CER consente ai riciclatori di ottimizzare i processi di selezione, trattamento e riciclaggio dei rifiuti. Ad esempio, la separazione dei rifiuti pericolosi da quelli non pericolosi può migliorare l'efficienza del riciclaggio e ridurre i rischi ambientali. Collaborazione con i Produttori di Rifiuti: I riciclatori devono lavorare a stretto contatto con i produttori di rifiuti per garantire una corretta classificazione e gestione. Questo può includere la formazione del personale sui codici CER e sulle migliori pratiche di gestione dei rifiuti. Innovazione e Sostenibilità: Infine, i riciclatori devono essere proattivi nel cercare nuove soluzioni e tecnologie per migliorare il riciclaggio e ridurre l'impatto ambientale dei rifiuti. La conoscenza dettagliata dei codici CER può facilitare l'adozione di pratiche innovative e sostenibili. Comportamento del Cittadino Anche i cittadini hanno un ruolo importante nella gestione dei rifiuti e devono essere consapevoli dell'importanza dei codici CER. Ecco alcuni consigli su come i cittadini possono contribuire: Educazione e Consapevolezza: I cittadini devono essere informati sui diversi tipi di rifiuti e sui rispettivi codici CER. Le campagne di sensibilizzazione e l'educazione ambientale possono aiutare a diffondere questa conoscenza. Raccolta Differenziata: La corretta separazione dei rifiuti domestici è essenziale per facilitare il riciclaggio. I cittadini devono seguire le indicazioni fornite dalle autorità locali e separare i rifiuti in base ai diversi tipi, come plastica, carta, vetro e rifiuti organici. Riduzione dei Rifiuti: I cittadini possono contribuire riducendo la quantità di rifiuti prodotti. Questo può essere fatto adottando pratiche di consumo sostenibile, come l'acquisto di prodotti con meno imballaggi, il riutilizzo degli oggetti e il ricorso a prodotti riciclabili. Segnalazione dei Rifiuti Pericolosi: È importante che i cittadini siano consapevoli dei rifiuti pericolosi, come batterie, vernici e prodotti chimici, e che li smaltiscano correttamente seguendo le linee guida specifiche. La mancata corretta gestione di questi rifiuti può comportare gravi rischi per l'ambiente e la salute pubblica. Partecipazione Attiva: Infine, i cittadini possono partecipare attivamente alle iniziative di riciclaggio e gestione dei rifiuti nella loro comunità. Questo può includere la partecipazione a programmi di raccolta dei rifiuti, il volontariato in attività di pulizia e il sostegno a politiche e progetti di sostenibilità ambientale. Conclusione I codici CER rappresentano uno strumento fondamentale per la gestione efficace e sostenibile dei rifiuti. La loro corretta applicazione richiede la collaborazione di tutti gli attori coinvolti, dai produttori di rifiuti ai riciclatori, fino ai cittadini. Comprendere e utilizzare questi codici non solo facilita il rispetto delle normative, ma contribuisce anche a promuovere un ambiente più sano e sostenibile. Con l'educazione e la consapevolezza, possiamo tutti giocare un ruolo attivo nella riduzione dell'impatto ambientale dei rifiuti e nella promozione di un'economia circolare.© Riproduzione Vietata
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Facile Dire Scatola di Cartone. Ma Quanti Tests Deve Superare per Dirlo?La scatola di cartone ondulato riciclato è un imballo che è sottoposto a molti tests prima di arrivare fino a noi. Vediamolidi Marco ArezioNel packaging moderno le scatole in cartone riciclato hanno preso uno spazio nel mercato molto importante, sono economiche, protettive, sostenibili, facili da produrre, stampabili e riutilizzabili. Inoltre, considerando che per ogni 100 kg. di materia prima utilizzata per fabbricare il cartone ondulato più del 50% è composto da materiale riciclato, l’approvvigionamento delle materie prime è meno complicato che in altri settori. L’utilizzo di una quota così elevata di cartone riciclato è reso possibile anche dal progresso degli impianti di lavorazione del macero, che permettono di recuperare e selezionare una percentuale elevata di fibre, eliminare i contaminanti ed effettuare trattamenti per ottenere prestazioni di qualità. Ma per produrre una scatola in cartone ondulato di qualità dobbiamo risalire la filiera, controllando la carta utilizzata ed effettuare delle prove di laboratorio, che ci indichino le caratteristiche fisiche per il prodotto che utilizziamo come imballo. Tra le prove principali troviamo: • Grammatura • Resistenza alla compressione • Resistenza allo scoppio • Resistenza alla compressione in piano • Assorbimento dell’acqua Cobb • Permeabilità all’aria • Resistenza alla delaminazione • Resistenza alla trazione • Rigidità a trazione Non tutti i tests saranno effettuati in modo uniforme su tutte le tipologie di cartoni ondulati, ma si utilizzeranno alcuni sistemi di controllo in base alla tipologia di imballo e a cosa conterranno. Per quanto riguarda le scatole di cartone ondulato, destinate all’immagazzinamento della merce, un test molto importante riguarda la resistenza a compressione verticale, che esprime la portanza degli imballi accatastati. La prova viene eseguita secondo metodo Fefco n° 50, che consente di mettere in relazione il progetto della scatola in cartone ondulato in funzione dell’accatastamento, ovvero del peso del contenuto, dell’altezza di accatastamento e di un fattore di sicurezza (Ct). La prova di resistenza alla compressione sul cartone ondulato si esegue con le onde orientate perpendicolarmente al piano delle piastre e si applica a tutti i tipi di cartone ondulato. Dovendo utilizzare le scatole per la logistica è inoltre importante verificare la prova della contenibilità degli oggetti, la resistenza alle vibrazioni e alle cadute. Queste prove sono propedeutiche per capire la resistenza della scatola alle sollecitazioni e agli eventuali urti imposti durante il trasporto e quale grado di protezione la stessa può dare ai prodotti contenuti. Inoltre, essendo le scatole composte da cartone ondulato igroscopico, è importante effettuare la prova di assorbimento dell’acqua Cobb, infatti, questo il metodo esprime, in g/m2, la quantità di acqua distillata assorbita da un provino di carta sottoposta a una pressione di colonna d’acqua di 1 cm in un determinato tempo. Come abbiamo capito anche le scatole di cartone ondulato, alle quali non diamo molta considerazione quando ci arriva un pacco, sono degli imballi pensati per proteggere nel migliore dei modi i nostri acquisti, al prezzo più contenuto possibile e, cosa non trascurabile, in modo ecologico e sostenibile. Categoria: notizie - carta - economia circolare - riciclo - rifiuti - packaging
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