Analisi Spettrale delle Vibrazioni: Diagnostica dei Cuscinetti e degli Ingranaggi per i Trituratori per Metalli e RAEEIdentifica difetti specifici (pista, elemento volvente, dente rotto) in componenti critici con l'interpretazione avanzata degli spettri di frequenza I trituratori per metalli e RAEE (Rifiuti da Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche) sono autentiche bestie da soma dell'industria moderna. Progettati per demolire materiali tenaci, operano in condizioni estreme, gestendo carichi d'urto elevati e un ambiente intrinsecamente abrasivo. In questo scenario così impegnativo, l'affidabilità di componenti cruciali come cuscinetti e ingranaggi non è semplicemente desiderabile: è fondamentale. Un loro guasto improvviso può tradursi in fermi macchina prolungati, perdite di produzione ingenti e costi di riparazione esorbitanti. È qui che l'analisi spettrale delle vibrazioni non è solo un'opzione, ma uno strumento diagnostico insostituibile, capace di svelare lo stato di salute di queste componenti critiche ben prima che un cedimento catastrofico diventi realtà. Le Fondamenta dell'Analisi Spettrale delle Vibrazioni Ogni componente meccanico in movimento emette una "firma" vibratoria unica, un'impronta digitale sonora che ne riflette lo stato operativo. Quando un difetto inizia a insinuarsi e a progredire, questa impronta subisce alterazioni specifiche e, cosa più importante, prevedibili. La spettroscopia di frequenza, il cuore dell'analisi vibrazionale, è la tecnica che ci permette di decifrare questi cambiamenti. Essa scompone il segnale vibratorio grezzo e complesso – un misto di frequenze e ampiezze – in componenti discrete, rivelando l'intensità (ampiezza) della vibrazione a ciascuna frequenza specifica. Questo processo è paragonabile a scomporre un accordo musicale nelle sue singole note: ogni nota rappresenta una frequenza, e la sua "forza" l'ampiezza. Questa capacità di isolare le frequenze ci consente di associare picchi specifici nello spettro a componenti meccaniche precise e, di conseguenza, a potenziali problemi. Nel contesto dei trituratori, l'ambiente operativo è un vero e proprio "inferno" acustico e vibratorio. Le elevate forze d'impatto generate dalla triturazione stessa, unite a un'ampia gamma di frequenze derivanti dal processo, creano un rumore di fondo significativo. Questo rende la distinzione tra i segnali di guasto "veri" e il rumore operativo una sfida notevole. È proprio in questa complessità che l'interpretazione approfondita degli spettri diventa un'arte e una scienza cruciale. Non basta identificare un picco; è necessario capirne il contesto, le relazioni con altre frequenze e la sua evoluzione nel tempo. Decifrare i Segnali: Identificazione dei Difetti Specifici nei Cuscinetti I cuscinetti volventi, con le loro complesse geometrie di piste ed elementi volventi, sono suscettibili a diverse modalità di guasto. Ognuna di esse genera frequenze di guasto caratteristiche quando si sviluppano difetti. Queste frequenze non sono casuali; sono calcolabili con precisione, basandosi sulla geometria specifica del cuscinetto (numero di elementi volventi, diametri delle piste, angolo di contatto) e sulla velocità di rotazione. Danno sulla Pista Esterna (BPFO - Ball Pass Frequency Outer Race): Un difetto sulla pista esterna – la parte stazionaria del cuscinetto, solitamente – si manifesta tipicamente come un picco pronunciato a una frequenza calcolabile, spesso accompagnato da armoniche. Poiché la pista esterna non ruota, ogni volta che un elemento volvente (sfera o rullo) passa sopra il difetto, si genera un impulso vibratorio. Nello spettro, vedremo quindi questa frequenza fondamentale e le sue moltiplicazioni (armoniche). La stabilità di questo picco è un indicatore chiave. Danno sulla Pista Interna (BPFI - Ball Pass Frequency Inner Race): Un difetto sulla pista interna, che ruota con l'albero, produce un'impronta spettrale più complessa. La frequenza fondamentale è calcolabile in modo simile al BPFO. Tuttavia, poiché la pista interna ruota, il punto di contatto tra il difetto e il carico varia continuamente. Questo porta a una modulazione dell'ampiezza del segnale, che si traduce nello spettro in bande laterali (sidebands) attorno alla frequenza BPFI e alle sue armoniche. La spaziatura di queste bande laterali corrisponde alla frequenza di rotazione dell'albero su cui è montato il cuscinetto. La loro presenza è un forte indicatore di un problema sulla pista interna. Danno sull'Elemento Volvente (BSF - Ball Spin Frequency): Un difetto su una singola sfera o un rullo genera una frequenza specifica che può essere più sfuggente da rilevare. Il segnale può apparire e scomparire nello spettro a seconda della posizione dell'elemento danneggiato all'interno del cuscinetto e della sua rotazione. La sua identificazione richiede spesso tecniche di elaborazione avanzate, poiché il segnale è modulato sia dalla rotazione dell'albero che dalla rotazione dell'elemento stesso. La sfida qui è la natura "mobile" del difetto. Danno sulla Gabbia (FTF - Fundamental Train Frequency o Cage Frequency): Un problema alla gabbia, che ha il compito cruciale di mantenere gli elementi volventi equidistanti e impedire il loro attrito reciproco, si manifesta a una frequenza significativamente più bassa rispetto alle altre. Questa frequenza è tipicamente legata alla velocità di rotazione della gabbia stessa. I guasti alla gabbia possono essere particolarmente critici, poiché possono portare rapidamente a un guasto catastrofico del cuscinetto. L'identificazione di questi difetti specifici va ben oltre il semplice calcolo delle frequenze caratteristiche. Richiede un'attenta analisi delle armoniche, delle bande laterali e della forma generale dello spettro. Ad esempio, la presenza di numerose armoniche ad alta ampiezza non solo conferma l'esistenza di un difetto, ma può anche suggerire che il difetto è avanzato o che vi sono problemi concomitanti, come un disallineamento, che stanno esacerbando il danno. L'analisi dell'inviluppo (Envelope Analysis) è una tecnica particolarmente potente per i cuscinetti. Essa si concentra sugli impulsi ad alta frequenza generati dagli impatti dei difetti, demodulandoli per rivelare le frequenze di guasto caratteristiche che altrimenti sarebbero mascherate dal rumore di fondo. Questo è fondamentale nei trituratori, dove le vibrazioni ad alta energia possono rendere difficile la rilevazione diretta dei segnali di difetto. Diagnostica degli Ingranaggi: Svelare la Rottura del Dente Gli ingranaggi nei trituratori sopportano carichi di torsione immensi e sono, di conseguenza, altamente suscettibili a una varietà di difetti, tra cui rotture di denti, pitting (corrosione da fatica), usura generalizzata e problemi di allineamento. L'analisi spettrale si dimostra particolarmente efficace nell'individuare difetti localizzati come la rottura di un dente o la sua grave incrinatura, che altrimenti passerebbero inosservati fino al punto di non ritorno. Frequenze di Ingaggio Denti (GMF - Gear Mesh Frequency): La GMF è la frequenza fondamentale generata dal normale ingranamento dei denti. È il prodotto del numero di denti di un ingranaggio per la sua velocità di rotazione. Ingranaggi sani presentano un picco predominante alla GMF e alle sue armoniche, indicando un ingranamento regolare e uniforme. Difetti dei Denti: Quando un dente è rotto, scheggiato o gravemente danneggiato, l'impatto ripetitivo tra i denti sani dell'ingranaggio accoppiato e il dente danneggiato genera un segnale vibratorio distintivo. Questo si manifesta nello spettro come la comparsa di bande laterali (sidebands) ben definite attorno alla GMF e alle sue armoniche. La chiave per la diagnostica risiede nella spaziatura di queste bande laterali: essa corrisponde esattamente alla velocità di rotazione dell'ingranaggio che presenta il difetto. Ad esempio, se la spaziatura delle bande laterali corrisponde alla frequenza di rotazione dell'ingranaggio condotto, allora il difetto è su quell'ingranaggio. La rottura di un dente può anche indurre un aumento dell'ampiezza a frequenze sub-armoniche della GMF e un aumento significativo dell'energia a bassa frequenza, a causa degli impatti e degli shock che si generano. L'interpretazione accurata richiede l'analisi non solo delle armoniche della GMF e l'identificazione delle bande laterali, ma anche l'osservazione di anomalie nel rumore di fondo o la presenza di frequenze armoniche non correlate alla GMF. La presenza di modulazioni complesse o l'aumento dell'energia vibratoria in bande di frequenza non direttamente associate alla GMF possono indicare problemi più diffusi, come un disallineamento significativo tra gli ingranaggi o un'usura generalizzata delle superfici dei denti. Tecniche avanzate di analisi del segnale, come l'analisi dello spettro di inviluppo per ingranaggi o la demodulazione di fase, possono migliorare drasticamente la capacità di rilevare difetti sui denti anche in presenza di forte rumore. Queste tecniche permettono di isolare i segnali di impatto generati dal difetto, rendendoli più evidenti nello spettro. Oltre lo Spettro: Sfide e Strategie Pratiche per i Trituratori L'ambiente operativo dei trituratori, per sua natura, presenta sfide significative che possono compromettere l'efficacia dell'analisi delle vibrazioni. Il rumore di fondo elevato, le frequenze d'impatto intense generate dal processo di triturazione e la variabilità dei carichi possono facilmente mascherare i segnali deboli ma critici dei difetti nascenti. Per superare questi ostacoli e massimizzare l'efficacia diagnostica, è fondamentale adottare un approccio metodico e sofisticato: Acquisizione Dati di Qualità Superiore: Non si può fare buona analisi con dati scadenti. È imperativo utilizzare accelerometri robusti, con un'ampia banda passante e un'elevata sensibilità, progettati per operare in ambienti industriali severi. Il loro posizionamento è altrettanto critico: devono essere fissati saldamente il più vicino possibile alla componente sotto monitoraggio (ad esempio, sul supporto del cuscinetto o sulla carcassa del riduttore), preferibilmente in più direzioni (verticale, orizzontale, assiale) per catturare tutte le modalità vibratorie. Una frequenza di campionamento adeguata è essenziale per assicurarsi di catturare tutte le frequenze rilevanti, in particolare quelle ad alta frequenza associate ai cuscinetti. La regola di Nyquist, che richiede una frequenza di campionamento almeno doppia rispetto alla frequenza massima di interesse, è un punto di partenza. Tecniche di Elaborazione del Segnale Avanzate: La semplice Trasformata di Fourier Veloce (FFT) potrebbe non essere sufficiente in ambienti così complessi. Come accennato, l'Envelope Analysis è una pietra angolare per la diagnosi dei cuscinetti, permettendo di rivelare gli impulsi ripetitivi che indicano un danno. Per gli ingranaggi, oltre alla ricerca delle bande laterali, tecniche come la analisi del Cepstrum possono essere utili per identificare armoniche ripetitive o "echi" nel segnale, che spesso indicano problemi specifici di ingranamento. La filtratura dinamica e l'uso di finestre di acquisizione appropriate (es. Hanning, Flattop) sono pratiche standard per ridurre il rumore e migliorare la risoluzione dei segnali. Monitoraggio di Tendenza e Baseline: L'analisi di un singolo spettro è come scattare una fotografia: può dare un'idea, ma non racconta una storia. Il vero potere predittivo dell'analisi delle vibrazioni risiede nel monitoraggio di tendenza. Acquisire dati regolarmente e tracciare l'evoluzione delle ampiezze delle frequenze caratteristiche nel tempo permette di identificare un deterioramento progressivo. Un aumento graduale dell'ampiezza a una frequenza specifica è un chiaro indicatore di un difetto in progressione, fornendo il tempo necessario per pianificare un intervento di manutenzione prima che il guasto diventi critico. La creazione di una baseline ("firma" di vibrazione quando la macchina è in condizioni ottimali) è un prerequisito fondamentale per un monitoraggio efficace. Conoscenza Approfondita del Sistema e Contesto Operativo: L'analisi vibrazionale non è un'operazione "plug-and-play". Richiede una comprensione approfondita della cinematica del trituratore, ovvero come si muovono le sue parti, le velocità di rotazione di tutte le componenti (alberi, cuscinetti, ingranaggi), il numero di denti di ogni ingranaggio e le frequenze di risonanza della struttura. Senza queste informazioni, l'interpretazione dello spettro può essere fuorviante. Ad esempio, un picco a una certa frequenza potrebbe essere un difetto di un cuscinetto o semplicemente la frequenza di risonanza di un supporto strutturale. La correlazione dei dati vibrazionali con altre variabili operative, come il carico del motore o il tipo di materiale triturato, può fornire ulteriori indizi sullo stato della macchina. In definitiva, l'analisi spettrale delle vibrazioni, quando eseguita con rigore scientifico, competenza tecnica e supportata da una profonda comprensione delle dinamiche dei macchinari e delle tecniche di elaborazione del segnale, si eleva a strumento diagnostico di valore inestimabile per la manutenzione predittiva nei trituratori per metalli e RAEE. La sua capacità di intercettare i difetti su cuscinetti e ingranaggi nelle loro fasi iniziali – quando sono ancora "piccoli" e gestibili – trasforma costosi e imprevedibili fermi macchina non pianificati in interventi di manutenzione programmata, con benefici tangibili in termini di efficienza operativa, sicurezza e una drastica riduzione dei costi di gestione. È un investimento che ripaga ampiamente, trasformando la diagnostica da reattiva a proattiva.© Riproduzione Vietata
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Plastiche riciclate per vespai areati.Plastiche riciclate per vespai areati: quali effetti statici e dinamici si trasmettono sui vespai in plastica riciclata utilizzando miscele differenti di Marco ArezioGli antichi romani avevano già capito, nella costruzione degli edifici, l’importanza della creazione di una intercapedine areata, tra il terreno e il pavimento, al fine di evitare la risalita capillare dell’umidità e permettere un isolamento termico del piano. Il vespaio veniva costruito utilizzando muretti collegati tra loro o con anfore come base di riempimento. Con l’evoluzione delle costruzioni, il vespaio areato ha avuto molteplici usi, non solo quello di isolare dall’umidità, ma è stato possibile impiegare, nel modo migliore, lo spazio che si crea tra il terreno e il piano. Fino a pochi anni fa, prima dell’avvento della plastica nell’edilizia, la costruzione dei vespai veniva fatta attraverso i tavelloni, per le parti orizzontali, e i mattoni o blocchi in cemento per la parete verticale. Questo sistema però non garantiva totalmente l’isolamento tra un piano e l’altro. Oggi, con l’utilizzo degli elementi in plastica riciclata, si sono ampliate le possibilità d’impiego dell’intercapedine e migliorate le sue doti tecniche. Vediamo quali sono i possibili usi degli elementi di separazione in plastica riciclata: 1) La funzione classica per cui era nato è quello di creare, attraverso elementi modulari continui di plastica, una efficace separazione tra il piano abitato e il terreno di fondazione, impedendo la risalita capillare dell’umidità. Inoltre lo spazio che si viene a creare, permette agevolmente il passaggio degli impianti per le funzioni della casa. 2) L’intercapedine monolitica formata, permette l’evacuazione del gas Radon che si forma nel terreno. Questo, è un gas radioattivo, incolore e inodore, formato dal decadimento dell’uranio 238, che ha la capacità di insinuarsi nelle fessure del terreno e saturare gli scantinati o i piani a contatto con esso. Attraverso la posa degli elementi in plastica sui quali si creerà un getto di calcestruzzo continuo, si creerà una ventilazione naturale, con ingressi dell’aria a nord e uscita a sud, così da evitare i ristagni del gas. 3) La creazione di tetti ventilati, specialmente per quelli orizzontali, permette una naturale regolazione degli sbalzi termici che aiutano, insieme ad un corretto isolamento, la vivibilità degli ambienti sottostanti e il risparmio energetico. 4) Gli elementi in plastica di altezze ridotte, specialmente quelli di 5 cm., aiutano ad un corretto isolamento acustico, insieme a tappetini smorzanti, in quanto l’aria ferma all’interno delle celle, aiuta lo smorzamento delle onde sonore. 5) Un’altra funzione è quella di poter creare giardini pensili con la caratteristica di poter isolare il manto impermeabilizzante dalle radici delle piante. È noto infatti che la maggior parte dei difetti dei giardini pensili riguarda la percolazione dell’acqua meteorica, in quanto l’azione delle radici, apre varchi nei manti bituminosi impermeabili, con il possibile passaggio di acqua. Gli elementi in plastica sono estremamente resistenti all’azione di perforazione delle piante. Sicuramente ci sono molte altre funzioni che il vespaio in plastica può assolvere ma, elencando le più comuni, ho cercato di dare un’idea del suo utilizzo. Una volta deciso quale utilizzo si deve fare degli elementi separatori, è importante capire come vengono prodotti per poter scegliere gli elementi che siano idonei al nostro lavoro. Le caratteristiche principali che si chiedono ad un insieme di elementi che costituiranno la struttura portante per il nostro getto in calcestruzzo nell’estradosso sono: Flessibilità dell’elemento Resistenza a compressione verticale Resistenza alla flessione delle cupole Mantenimento dimensionale dei singoli pezzi dopo lo stampaggio per poter essere assemblati senza fatica dagli operatori e senza lasciare vuoti Assenza di fragilità durante la movimentazione Spessori corretti in funzione della materia prima utilizzata Indeformabilità sotto l’effetto del peso del calcestruzzo fresco Pedonabilità minima dell’elemento espressa nella capacità di sostenere l’addetto al getto del solaio, che non deve essere inferiore a 150 Kg. calcolata su una superficie di cm.8 x cm.8. Queste caratteristiche, fermo restando una corretta progettazione dello stampo e dell’elemento stesso, si raggiungono con una giusta scelta delle materie prime riciclate, che potranno aumentare o diminuire determinate caratteristiche. Il materiale più comunemente usato appartiene alla famiglia del polipropilene, in particolare un compound misto tra PP e PE che permette discrete performance meccaniche e un costo produttivo contenuto. In alcuni casi si produce l’elemento in HDPE, che attribuisce agli elementi migliori prestazioni tecniche a fronte di costi produttivi più alti. La ricetta di PP+PE impiegata ha delle limitazioni tecniche da tenere presente: 1) Il compound in PP+PE normalmente proviene dai componenti della raccolta differenziata, che è costituita da scarti di polipropilene rigidi e da scarti flessibili di polietilene a bassa densità. I due elementi sono di difficile manipolazione dal punto di vista termico, in fase di stampaggio, con il rischio di degradazione del materiale e la formazione di gas all’interno dell’elemento stampato. Questi micro fori possono creare un indebolimento dell’elemento. 2) Il compound ottenuto ha, in generale, delle buone caratteristiche meccaniche verticali, in particolare per quanto riguarda la resistenza a compressione, ma, di contro, ha una limitata resistenza alla flessione e alla torsione. La conoscenza dei limiti tecnici di questo compound permette normalmente la risoluzione di questi minus con un’appropriata progettazione delle fasce di rinforzo attraverso il posizionamento di setti reticolari, nei punti più soggetti alle possibili rotture. 3) La ricerca di un’economicità esasperata potrebbe indurre i produttori a ridurre il polipropilene all’interno della miscela a vantaggio dell’LDPE, creando situazioni di debolezza strutturale che dovrebbero essere compensate con l’aggiunta di HDPE e/o cariche minerali. Lo studio di ricette così complesse è sicuramente sconsigliato nella produzione di elementi sui quali si deve camminare in sicurezza, al fine di evitare incidenti, in quanto richiedono una competenza tecnica elevata e il controllo dell’input in entrata attraverso analisi di laboratorio frequenti. In alcuni casi si utilizza una miscela di HDPE che può essere composta da granulo derivante dalla lavorazione dei tappi del settore delle bevande o con compound misti con tappi e flaconi dei detersivi. Secondo i dati raccolti possiamo indicare alcune differenze: 1) La produzione dei vespai in plastica riciclata utilizzando granuli che provengono dai tappi in HDPE comporta di dover lavorare una materia prima che ha una fluidità sicuramente più bassa rispetto al compound in PP+PE, normalmente 1,5-2 a 2,16 Kg./190° contro un MFI 5-6 a 2,16 Kg./230°. Questo significa che bisogna tener presente anche la dimensione della pressa da utilizzare in quanto il polimero in HDPE è sicuramente meno fluido. Le caratteristiche meccaniche di questo compound si possono riassumere in una buona resistenza a compressione e un’eccellente resistenza a flessione e torsione degli elementi stampati. C’è però da tener presente un fattore importante che potrebbe influenzare la scelta di questo polimero. In presenza di superfici di posa molto estese e in corrispondenza di picchi di temperature molto elevate, c’è da considerare che l’elemento in HDPE, agganciato in modo continuativo con altri moduli, all’interno del reticolo delle travi, potrebbe subire una deformazione importante dato dalla reazione al calore del sole. Il problema si può risolvere, in fase di granulazione, aggiungendo una percentuale di carica minerale che sterilizza le reazioni espansive dell’HDPE. 2) Ci sono casi in cui la resistenza del modulo sia un elemento fondamentale e, in presenza di spessori sottili delle pareti del prodotto, si può optare ad un mix formato dalla granulazione di tappi e flaconi in HDPE o dei soli flaconi. La riduzione della fluidità dell’impasto porta un aumento delle performance meccaniche degli elementi a parità di caratteristiche fisiche dell’elemento, con valori di fluidità che vanno da 0,3 a 1 a 2,16 Kg./190°.Categoria: notizie - tecnica - plastica - riciclo - vespaio in plastica - PP - edilizia
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Tossicologia delle Materie Plastiche: gli Ftalati nei PlastificantiTossicologia delle Materie Plastiche: gli Ftalati nei Plastificanti. Cosa dobbiamo sapere per una corretta gestionedi Marco ArezioCon l’avvento del polipropilene sul mercato, a seguito della scoperta fatta da Giulio Natta negli anni ’50 del secolo scorso, che gli valse il Nobel, i tradizionali prodotti da imballo in vetro e metallo, vennero rapidamente sostituiti dalle materie plastiche per maggiore leggerezza, sicurezza, gradevolezza ed economicità. L’industria del packaging alimentare sperimentò diversi polimeri, tra i quali anche il PVC, usato sia nelle strutture rigide che nei film di protezione per la realizzazione degli imballi. I polimeri, tra cui anche il PVC, hanno bisogno di additivi per poterli modellare nella produzione, per renderli flessibili e, alle alte temperature, per evitarne la degradazione. La scelta dell’additivo da impiegare dipende dal polimero a cui si deve legare e dall’applicazione finale del prodotto che si intende realizzare. Il plastificante è un additivo largamente usato per realizzare gli imballi alimentari e deve avere caratteristiche precise e normate:• Chimicamente inerte • Facilmente miscelabile con il polimero • Non deve creare l’effetto essudazione, cioè la migrazione verso la superficie • Deve essere termosaldabile • Deve essere foto saldabile • Non deve essere volatile Tra i più comuni plastificanti troviamo gli Ftalati, famiglia di prodotti che sposa in modo egregio le richieste della catena produttiva e distributiva richieste ad un imballo. Gli Ftalati non si legano chimicamente al PVC ma agiscono da additivi creando le migliori condizioni affinché il polimero assuma una maggiore flessibilità. Le maggiori famiglie di Ftalati utilizzati nel PVC per la realizzazione degli imballi rientrano nelle sigle DEHP, DIDP e DINP, racchiudendo in esse diverse proprietà fisico-chimiche a seconda delle lunghezze delle catene alchiliche del gruppo funzionale estere. Le caratteristiche principali degli Ftalati sono:• Liposolubili • Poco solubili all’acqua • Inodori • Incolori • Volatili Gli Ftalati non li troviamo solamente negli imballi alimentari ma in moltissimi prodotti di uso comune come i giocattoli, gli indumenti impermeabili, gli interni delle auto, nei rivestimenti delle case, nelle gomme, negli adesivi, nei sigillanti, nelle vernici, nelle tende esterne, nei cavi, nei cosmetici, nei profumi, nei dispositivi medici come cateteri, sacche per trasfusioni e in molti altri prodotti. Proprio per la loro larghissima diffusione è importante sapere quali effetti sull’uomo potrebbe avere la diffusione non regolamentata degli ftalati nell’ambiente, in quanto sono prodotti che persistono nell’acqua, nell’aria e nel suolo, introducendosi nella catena alimentare animale e, di conseguenza, dell’uomo. I danni che posso causare all’uomo riguardano l’azione che gli Ftalati hanno come interferenti endocrini, che sono stati studiati già nel 2009 dalla Endocrine Society, che ha confermato gli effetti nocivi di questi interferenti endocrini nei sistemi fisiologicamente sensibili agli ormoni, quali:• Cervello • Testicoli e prostata nei maschi • Ovaie e utero per le femmine • Ghiandola pituitaria • Tiroide • Sistema cardiovascolare • Pancreas • Tessuto adiposo • Ghiandole mammarie • Sistema neuroendocrino dell’ippotalamo L’EFSA (European Food Safety Authority) nel 2019 ha ridefinito i limiti massimi di utilizzo di quattro dei cinque Ftalati più usati nei polimeri (DBP, BBP, DEHP e DINP) indicando la dose giornaliera massima tollerabile dall’uomo che corrisponde a 0,05 mg./Kg. corporeo. Questi dati tengono in considerazione l’utilizzo di polimeri vergini ma, in considerazione del ciclo di vita delle plastiche a fine vita nell’ambiente, con la possibilità che gli Ftalati possano trasferirsi nelle catene alimentari, sarebbe doveroso creare una catena di controllo sulla filiera. Per quanto riguarda la plastica riciclata, vista la facile diffusione di questi agenti chimici nell’ambiente, una maggiore perfomance in termini quantitativi del riciclo rispetto alla plastica vergine prodotta sarebbe un doveroso obbiettivo anche ambientale. Inoltre la trasformazione dello scarto plastico in una nuova materia prima, imporrebbe un controllo analitico delle sostanze chimiche all’interno della stessa, attraverso uno strumento di analisi come un gascromatografo abbinato ad uno spettrometro a mobilità ionica, che ne caratterizzi i componenti chimici che andranno sul mercato. Cosa comunque raccomandata anche nell’utilizzo di materia prima vergine ad uso alimentare, anche non direttamente correlata al packaging, per esempio i tubi in materia plastica per il trasporto dell’acqua potabile, prodotti secondo la norma UNI 1622, che riguarda odori e sapori del liquido trasportato, che potrebbero nel tempo rilasciare sostanze incompatibili con la salute dell’uomo.Categoria: notizie - tecnica - plastica - tossicologia - ftalati - imballi - packaging Vedi maggiori informazioni sulle materie plastiche
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Storia delle Calze da Donna: dalla Seta al Nylon al PET RiciclatoStoria delle Calze (Collant) da Donna: dalla Seta al Nylon al PET Riciclatodi Marco ArezioIl 1935 fu una data importante per la moda femminile ma lo è anche stata per la ricerca fatta sui polimeri plastici e in particolar modo nell’ambito della poliammide.Vi chiederete cosa centra la moda con la plastica, in realtà centra molto, in quanto le calze (collant) per le donne, agiate, erano fatte di seta, capo molto costoso che era destinato ad un mercato ristretto. Wallace Hume Carothers scoprì nel 1935 il naylon e depositò nel 1937 il brevetto, senza forse immaginare quale successo questo tipo di materiale potesse avere negli anni successivi. Il nome nylon, che derivava dalla parola no-run (non si smaglia), fu ben pensato dalla ditta DuPount, che il 24 ottobre del 1939 iniziò la distribuzione sul mercato di un lotto di 4.000 calze (collant) con l’intenzione di fare un test per vedere se il prodotto fosse gradito alle donne. Le calze (collant) vennero vendute in tre ore quindi, forti di questo successo, il 15 Marzo del 1940, iniziò la distribuzione ufficiale in tutti gli Stati Uniti d’America, con un risultato di vendita di circa 4 milioni di paia nei primi quattro giorni di vendite. Dopo il 1942, ossia dopo l'ingresso degli Stati Uniti nel secondo conflitto mondiale, il nylon assunse un nuovo ruolo. Grazie alla sua resistenza, suscitò l'interesse delle forze armate Americane, tanto che per la produzione di calze venne utilizzato quasi esclusivamente il nylon, diventando così una merce rara, utilizzata sul mercato nero come moneta di scambio. In Europa, durante la seconda guerra mondiale, le calze venivano prodotte da una ditta Tedesca con il nome commerciale di Perlon, ma dopo la caduta del terzo Reich, gli Americani smantellarono le fabbriche della IG Farben che producevano il prezioso filato. Dalla fine della seconda guerra mondiale, negli Stati Uniti, la moda delle calze di Nylon esplose, anche a seguito della riduzione progressiva dei prezzi che fece aumentare la platea femminile che poteva permettersi un capo così ricercato, ma anche per l’indubbio fascino che le gambe delle donne, attraverso le calze (collant) di nylon, davano alle stesse. Dal punto di vista tecnico lo spessore delle calze passò da 70 denari ai 40, per poi ridursi ulteriormente negli anni 50 fino a 10 denari. Intorno al 1960 ci fu una doppia rivoluzione, da una parte il settore industriale produsse macchine che permettevano la produzione dei collant tubolari, senza quindi la tanto inconfondibile cucitura e, dal punto di vista della ricerca chimica, la DuPont brevettò l’elastane con il nome di Lycra. La caratteristica principale di questo nuovo tessuto era la possibilità di allungare il capo fino a quattro volte la lunghezza dello stesso. Si può dire che, indirettamente, ci fu una terza rivoluzione nell’abbigliamento intimo delle donne a seguito della diffusione delle calze di lycra, che fu quello della scomparsa del reggicalze, fino a quel momento indispensabile. A partire dagli anni settanta l’importanza delle calze (collant) di nylon diminuì a causa del cambiamento dei costumi delle donne che si spostarono verso abiti più maschili, attraverso l’uso dei pantaloni con i quali non era più importante esibire le gambe fasciate dalle calze di nylon. Oggi si vive un ritorno della calza sottile e fasciante, come oggetto di seduzione e di eleganza, ma nello stesso tempo si ricercano capi che abbiano un impatto ambientale contenuto. Sono quindi nate le calze il cui filo è composto in PET riciclato, permettendo di realizzare un capo da 50 denari nero, del tutto compatibile con l’economia circolare. La produzione di questo filato riciclato riduce l’emissione di CO2 del 45% e il consumo di acqua del 90% rispetto alla produzione con materia prima vergine.Categoria: notizie - tecnica - plastica - riciclo - calze - nylon - seta - collant Vedi maggiori informazioni sulla storia dei tessuti
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Masselli in PVC Riciclato: Come Progettare Piste Ciclabili SostenibiliMasselli in PVC Riciclato: Come Progettare Piste Ciclabili Sostenibilidi Marco ArezioIl problema della tutela dell’ambiente è un argomento ormai del tutto trasversale nella nostra vita e, ad ogni livello di responsabilità e competenze, la riduzione dell’impatto dell’uomo sull’ecosistema è da tenere in evidenza.Le città e le aree di collegamento tra di esse stanno vivendo una trasformazione nel campo della mobilità sostenibile, spingendo in modo deciso verso l’utilizzo della bicicletta. Proprio in epoca di pandemia si è verificato una riscoperta del mezzo a pedali, attività che assume in sé fattori che non sono solo di carattere sociale, urbanistico o ambientale, ma sposa quei principi della “slow life”, cioè un approccio più naturale e rilassato alla vita, dove al tempo è dato il giusto valore, non consumato ma vissuto. L’utilizzo della bicicletta ha fatto riscoprire un sistema di mobilità più salutare, più partecipativa verso l’ambiente attraversato e una forma di ritrovata familiarità e convivialità tra le persone. Per seguire questa nuovo approccio alla mobilità sostenibile si devono creare e migliorare percorsi che siano espressamente dedicati al traffico per le biciclette, attraverso progetti che tengano in considerazione i principi della sostenibilità e dell’economia circolare. Per questo, in fase di progettazione tecnica, si dovrebbe tenere presente l’impiego di materiali che possano dare un contributo all’ambiente, alla riduzione dei rifiuti e alla riciclabilità degli elementi a fine vita. Per quanto riguarda il pavimentato stradale delle piste ciclabili in aree urbane o di collegamento tra una città e l’altra, la tendenza è di non utilizzare materiali che abbiano creato un impatto ambientale già nella loro costituzione prima del loro utilizzo, come asfalti o masselli in cemento, le cui materie prime derivano dalle risorse naturali, ma di utilizzare elementi che derivano dal riciclo dei materiali plastici. Uno di questi è il massello autobloccante realizzato in PVC riciclato, la cui materia prima è costituita dallo scarto delle lavorazioni dei cavi elettrici, dai quali si separa il rame e le guaine in plastica. Queste guaine vengono recuperate, selezionate, riciclate e trasformate in materia prima per realizzare manufatti carrabili ad incastro monolitico adatti alle pavimentazioni stradali e ciclo-pedonabili. Una pavimentazione fatta con i masselli autobloccanti riciclati in PVC sposa pienamente i principi dell’economia circolare, cioè l’utilizzo dei rifiuti lavorati in sostituzione di materie prime naturali per evitare l’impoverimento del pianeta. La pavimentazione in masselli autobloccanti in PVC riciclato ha una lunga durata, rimane flessibile nell’esercizio, non crea buche, non subisce degradazione a causa dei sali stradali, è leggera e con una economica posa fai da te, non si macchia in quanto non assorbe oli o sostanze inquinanti, è lavabile, non scivolante e verniciabile. Inoltre la sostituzione di singoli pezzi della pavimentazione e semplicissima ed economica, in quanto si sostituisce velocemente il massello autobloccante senza creare un’interruzione della viabilità per la manutenzione. Categoria: notizie - tecnica - plastica - riciclo - PVC - masselli autobloccanti - edilizia - piste ciclabili
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Come Individuare il Limonene nelle Plastiche da Post ConsumoLa presenza dell’odore di limonene nei rifiuti plastici da post consumo ne limita l’uso e la qualitàCon l’incremento dell’uso delle plastiche da post consumo nella produzione di articoli, si è accentuato anche il problema dell’identificazione degli odori nei rifiuti da lavorare e, di conseguenza, nei granuli prodotti a seguito del riciclo. Se fino a pochi anni fa l’odore pungente e persistente nei prodotti realizzati con i polimeri da post consumo era relativamente tollerato, in quanto destinati ad oggetti con destinazioni limitate, oggi, l’uso massiccio di questi polimeri in sostituzione della materia prima vergine o da scarti post industriali, pone il problema dell’odore del prodotto finito. Come abbiamo già avuto modo di descrivere in diversi articoli presenti nel blog, sulla difficoltà di utilizzare i polimeri in plastica riciclata da post consumo, in presenza di odori fastidiosi, possiamo approfondire l’argomento parlando di come è possibile controllare la filiera della plastica per capire, sia la presenza che l’intensità dei composti chimici che danno origine agli odori sgradevoli. L’analisi può essere fatta sia dal punto di vista del cliente che acquista il polimero da post consumo per produrre gli oggetti che andrà a vendere, sia da quello del riciclatore che dovrà analizzare, quali partite di rifiuti e in che quantità, contengano le sostanze che danno origine agli odori. Prima di tutto possiamo dire che nel rifiuto plastico da post consumo sono presenti più di una sostanza chimica che da origine ad una serie di odori, ma che alcuni sono più pungenti e fastidiosi di altri. In particolare il limonene è largamente presente ed è di difficile eliminazione, nonostante il rifiuto plastico venga debitamente trattato con corretti impianti di lavaggio e adeguate procedure di riciclo. Infatti in fase di ricezione degli imballi di scarto, che sono venuti a contatto durante la loro vita di rifiuto con molti altri prodotti, nonché quelli alimentari, è importante avere la capacità di testare i flussi in entrata per capire l’incidenza delle sostanze che creeranno odore alla fine del processo di riciclo, in modo da poterle gestire con accurate miscelazioni di rifiuti che abbiano un basso tenere di queste sostanze odorose. Questi compounds si possono realizzare sulla base di dati analitici, non a sensazione, così da creare un flusso di materia prima che possa garantire, all’utilizzatore, una certezza della percentuale di odore contenuto nel granulo. Per quanto riguarda le aziende che utilizzano il polimero plastico da post consumo, è fondamentale stabilire il target di odore accettabile, con calcoli analitici, in modo da garantire ai propri clienti finali di acquistare un prodotto, realizzato con plastiche riciclare da post consumo, con un tasso di odore secondo parametri stabiliti, non in maniera empirica attraverso l’uso di testers che mettono a disposizione il proprio naso. Questo percorso di garanzia, a valle e a monte del processo, è possibile realizzarlo utilizzando una macchina da laboratorio che utilizza la gascromatografia a mobilità ionica, che permette di fare analisi rapide (15 minuti) e automatiche dei campioni di rifiuti o di granuli plastici o sui prodotti finiti. Un semplice inserimento del campione nelle provette e delle stesse nella macchina, permette un’analisi dettagliata della presenza dei composti chimici nel campione. In base al quadro grafico che la macchina restituisce si possono identificare con certezza la presenza e l’intensità dei componenti odorosi, prendendo le dovute azioni per modificare o accettare o rifiutare il prodotto. Categoria: notizie - tecnica - plastica - riciclo - odori - limonene - post consumo
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Cosa sono i Polimeri Autoestinguenti (Flame Retard): Applicazioni e DifferenzeAdditivi, prove di laboratorio, differenze ed impieghi commerciali ed industriali dei polimeri flame retard (autoestinguenti) di Marco ArezioLe plastiche flame retardant (resistenti al fuoco o autoestinguenti) sono materiali polimerici modificati per resistere all'ignizione e rallentare la propagazione delle fiamme. Questa proprietà è particolarmente importante in numerosi ambiti applicativi, come l'elettronica, l'edilizia e i trasporti, dove la resistenza al fuoco è cruciale per la sicurezza. L'aggiunta di additivi flame retardant è il metodo più comune per conferire alle plastiche proprietà resistenti al fuoco. Tipi di Additivi Flame Retardant Gli additivi flame retardant si classificano in diverse categorie, a seconda della loro composizione chimica e del meccanismo d'azione: Additivi Alogeni: Comprendono composti a base di bromo e cloro. Funzionano rilasciando alogeni che interferiscono con la reazione di combustione nella fase gassosa. Additivi Fosforati: Operano principalmente nella fase solida, promuovendo la carbonizzazione e riducendo la quantità di materiale infiammabile vaporizzato. Idrossidi di Metallo: Come l'idrossido di alluminio e di magnesio, questi additivi rilasciano acqua quando si scaldano, che aiuta a raffreddare il materiale e a diluire i gas combustibili. Additivi Intumescenti: Formano una schiuma carboniosa protettiva sulla superficie del materiale quando esposti al calore, isolando il materiale sottostante dalla fonte di calore. Funzionamento dell'Inibizione della Fiamma L'inibizione della fiamma nelle plastiche funziona attraverso vari meccanismi, a seconda del tipo di additivo utilizzato: Diluizione dei Gas Combustibili: Alcuni additivi rilasciano gas inerti che diluiscono i gas combustibili nell'area della fiamma, riducendo la combustione. Barriera Fisica: Gli additivi intumescenti formano una barriera carboniosa che isola termicamente il materiale e impedisce l'accesso dell'ossigeno. Raffreddamento: L'acqua rilasciata dagli idrossidi di metallo assorbe calore, abbassando la temperatura della combustione. Interferenza Chimica: Alogeni e altri composti possono interferire con le reazioni radicaliche nella zona di combustione, rallentando la reazione. Prove di Laboratorio per Catalogare le Plastiche Non Infiammabili Vediamo quali sono le prove principali per catalogare il grado di infiammabilità e come si eseguono:Test UL 94 Il test UL 94, gestito da Underwriters Laboratories (UL), è uno dei metodi più riconosciuti e ampiamente utilizzati per valutare le proprietà di infiammabilità dei materiali polimerici utilizzati in dispositivi elettrici ed elettronici. Questo test classifica i materiali in base alla loro capacità di estinguere le fiamme dopo essere stati accesi in condizioni controllate. Il test viene eseguito applicando una fiamma a un campione del materiale per un periodo specificato e osservando il comportamento del materiale in termini di tempo di combustione dopo la rimozione della fiamma, il gocciolamento di materiale infiammabile e la lunghezza della combustione.In base ai risultati, i materiali sono classificati in diverse categorie, come V-0, V-1, V-2, HB, 5VB, e 5VA:V-0, V-1, V-2: Indicano che il materiale si autoestingue entro un certo tempo dopo l'accensione. La distinzione tra le classi dipende dal tempo di autoestinguenza e dalla presenza di gocciolamento di particelle infiammate. HB: La classificazione più bassa, indica una velocità di combustione orizzontale in un certo intervallo. 5VB e 5VA: Sono test più severi che valutano la resistenza all'accensione quando il campione è sottoposto a un carico termico elevato. 5VA rappresenta la massima resistenza alla fiamma senza gocciolamento di materiale, mentre 5VB: permette un certo gocciolamento. Test di Ossigeno Limitante (LOI) Il test di Ossigeno Limitante (LOI) misura la percentuale minima di ossigeno nell'atmosfera necessaria per sostenere la combustione di un materiale polimerico. Viene eseguito in un'apposita apparecchiatura dove il campione viene posto in una colonna di vetro e esposto a una miscela controllata di azoto e ossigeno, aumentando gradualmente la concentrazione di ossigeno fino a quando il materiale non continua a bruciare per un tempo prestabilito dopo l'accensione. Il valore di LOI è una misura diretta dell'infiammabilità del materiale: maggiore è il valore di LOI, minore è l'infiammabilità del materiale. Materiali con valori di LOI superiori al 21% (la percentuale di ossigeno nell'aria) sono considerati più resistenti al fuoco. Questo test è particolarmente utile per confrontare la resistenza al fuoco di diversi materiali sotto un'unica metrica standardizzata. Test di Infiammabilità a Cono Calorimetrico Il test di infiammabilità a cono calorimetrico è un metodo avanzato che fornisce dati dettagliati sulla risposta di un materiale all'esposizione al calore. Durante il test, un campione del materiale viene esposto a un flusso radiante crescente in presenza di una sorgente di accensione, simulando gli effetti di un incendio in fase iniziale. Il cono calorimetrico misura la velocità di rilascio di calore, la produzione di fumo e la perdita di massa del campione nel tempo, fornendo un profilo completo della sua reattività al fuoco. Questi dati aiutano a comprendere come il materiale contribuirà alla crescita e alla propagazione dell'incendio, consentendo agli ingegneri di progettare materiali e prodotti con prestazioni migliorate di sicurezza antincendio. Questo test è particolarmente utile nella valutazione di materiali per l'edilizia e l'ingegneria dei trasporti Rendere Flame Retardant un Polimero Riciclato Il processo di rendere flame retardant un polimero riciclato, sia da post-consumo che da post-industriale, richiede attenzione nella selezione degli additivi compatibili con il tipo di polimero e nel mantenimento delle proprietà meccaniche del materiale riciclato. Il processo include: Analisi del Materiale: Identificazione della composizione del polimero riciclato per scegliere gli additivi più adatti. Incorporazione degli Additivi: Gli additivi possono essere miscelati meccanicamente con il polimero durante il processo di estrusione o possono essere applicati come rivestimenti superficiali. Mantenimento delle Caratteristiche dopo il Riciclo Meccanico Il riciclo meccanico può influenzare le proprietà flame retardant dei polimeri a causa della degradazione termica o meccanica del polimero e degli additivi durante il processo di riciclo. La stabilità delle proprietà flame retardant in un polimero riciclato dipende da: - La stabilità termica degli additivi flame retardant. - La compatibilità degli additivi con il processo di riciclo. - La capacità di ridistribuire uniformemente gli additivi nel polimero durante il riciclo. Per mantenere le caratteristiche flame retardant, può essere necessario aggiungere ulteriori additivi o stabilizzatori durante il processo di riciclo. La valutazione delle proprietà del materiale riciclato attraverso test di laboratorio è cruciale per garantire che il materiale riciclato soddisfi i requisiti di sicurezza e di prestazione. Impiego dei Polimeri Autoestinguenti per la Produzione di Articoli ad uso Industriale e Civile I polimeri flame retardant sono utilizzati in una vasta gamma di applicazioni, specialmente in edilizia, dove la resistenza al fuoco è cruciale per la sicurezza degli edifici. Questi materiali sono progettati per ridurre la velocità di combustione, limitare la diffusione delle fiamme e contribuire a prevenire incendi. Nell'edilizia, i polimeri flame retardant trovano applicazione in numerosi prodotti, tra cui isolanti termici, rivestimenti, cavi elettrici, e componenti strutturali. Polimeri Flame Retardant Utilizzati in Edilizia Polistirene Espanso (EPS) e Polistirene Estruso (XPS): Sono ampiamente utilizzati come isolanti termici per cappotti esterni e per l'isolamento di pavimenti, tetti e muri. Possono essere trattati con additivi flame retardant per ridurre l'infiammabilità. Polietilene Espanso (EPE): Utilizzato per l'isolamento termico e l'ammortizzazione degli impatti, l'EPE può essere modificato per migliorare la resistenza al fuoco, rendendolo adatto per applicazioni in edilizia. Polimeri Intumescenti: Questi materiali si espandono quando esposti al calore, formando una barriera carboniosa che protegge il materiale sottostante dalle fiamme. Sono utilizzati in vernici, mastici, e rivestimenti per cavi elettrici. Polivinilcloruro (PVC) Flame Retardant: Il PVC è utilizzato in una varietà di applicazioni in edilizia, inclusi i rivestimenti per cavi e i tubi. Il PVC può essere reso flame retardant attraverso l'aggiunta di additivi specifici. Polimeri Fenolici: Questi materiali sono noti per le loro eccellenti proprietà di resistenza al fuoco e sono utilizzati in schiume isolanti e compositi. Applicazioni di Articoli Autoestinguenti in Edilizia Isolamento Termico: I materiali isolanti flame retardant sono essenziali per prevenire la diffusione del fuoco attraverso le cavità dei muri e altri spazi isolati negli edifici. Rivestimenti e Vernici: Forniscono una protezione passiva contro il fuoco a strutture, travi e colonne, contribuendo a mantenere l'integrità strutturale in caso di incendio. Cavi elettrici e Tubi: L'utilizzo di materiali flame retardant in questi componenti riduce il rischio di incendi elettrici e limita la diffusione del fuoco. Differenze nelle Resistenze al Fuoco degli Isolanti per Cappotti Termici Gli isolanti termici possono variare significativamente nella loro resistenza al fuoco a seconda del materiale, della densità, e della presenza di additivi flame retardant. Ecco alcune differenze chiave: Resistenza Termica: Alcuni isolanti, come quelli a base di fibra minerale (lana di roccia, lana di vetro), offrono migliori prestazioni di resistenza al fuoco rispetto a quelli organici (EPS, XPS) a causa della loro natura incombustibile. Emissione di Fumi e Gas Tossici: I materiali organici tendono a produrre fumi densi e gas tossici quando bruciano, mentre i materiali inorganici hanno prestazioni migliori in questo aspetto. Classificazione di Reazione al Fuoco: I materiali isolanti sono classificati secondo norme europee (ad esempio, Euroclassi A1, A2, B, C, ecc.) che indicano la loro reattività al fuoco. Materiali classificati come A1 sono non combustibili, mentre quelli in classe B, C, ecc., hanno crescenti livelli di infiammabilità. Applicazione e Spessore: La resistenza al fuoco di un isolante può anche dipendere dall'applicazione specifica e dallo spessore del materiale. Maggiore è lo spessore, migliore può essere la resistenza al fuoco, ma questo dipende anche dalla composizione del materiale e dalla presenza di additivi flame retardant. Per esempio, un isolante più spesso può offrire un tempo di resistenza al fuoco maggiore perché richiede più tempo per essere completamente compromesso dalle fiamme. Tuttavia, non è solo lo spessore a determinare l'efficacia, la qualità del materiale e la sua capacità di resistere alla propagazione del fuoco sono altrettanto cruciali. Nei materiali isolanti, gli additivi flame retardant possono agire in sinergia con lo spessore per migliorare la resistenza al fuoco. Materiali con densità maggiore o trattati con specifici additivi chimici possono esibire prestazioni superiori anche con spessori minori. Pertanto, la scelta del materiale isolante adeguato per un'applicazione specifica richiede un'attenta considerazione non solo delle proprietà fisiche come lo spessore ma anche della composizione chimica e della capacità di resistere al fuoco. Nell'ambito dell'edilizia, la normativa vigente spesso specifica requisiti minimi per la resistenza al fuoco degli isolanti, tenendo conto sia dello spessore che della composizione del materiale. Questi standard garantiscono che i materiali utilizzati negli edifici offrano un livello adeguato di protezione in caso di incendio, contribuendo così alla sicurezza degli occupanti e alla preservazione della struttura stessa.
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Materiali Termoriflettenti: la Soluzione Sostenibile per Raffrescare e Riscaldare gli EdificiUno studio della Princeton University rivela come plastica e materiali comuni possano migliorare l’efficienza energetica degli edifici, riducendo i consumi estivi e invernali in modo economico e passivodi Marco ArezioIn un’epoca in cui il cambiamento climatico sta rendendo sempre più critico il comfort abitativo, una ricerca condotta dalla Princeton University, in collaborazione con la UCLA, apre nuovi scenari nel settore dell’edilizia sostenibile. L’oggetto dello studio non è una tecnologia futuristica o un materiale esotico, ma la riscoperta delle proprietà termiche di materiali comunemente disponibili — come la plastica — capaci di regolare il calore radiante in maniera passiva, sostenibile e, soprattutto, economica. La scoperta: materiali comuni con proprietà termoriflettenti Il cuore della scoperta risiede nella capacità di alcuni materiali, già ampiamente usati in edilizia o facilmente reperibili, di riflettere o emettere il calore radiante a determinate lunghezze d’onda. Questo comportamento, se sfruttato correttamente, può generare un duplice effetto benefico: raffrescare gli edifici durante i mesi estivi e trattenere il calore nei mesi invernali, senza ricorrere a sistemi attivi come condizionatori o caldaie. Il principio fisico alla base di questa tecnologia è semplice ma spesso trascurato: il calore radiante — ovvero la componente energetica trasmessa sotto forma di onde elettromagnetiche — rappresenta una quota significativa dello scambio termico tra un edificio e l’ambiente esterno. È il calore che sentiamo quando il sole ci colpisce direttamente o quando ci avviciniamo a una superficie riscaldata. Tradizionalmente, per contrastarlo si fa ricorso a tende, vetri oscuranti o vernici bianche per i tetti. Ma la vera innovazione proposta dal team di Princeton sta nella possibilità di regolare la radiazione attraverso materiali intelligenti ma accessibili. Come funziona il meccanismo passivo Il professor Jyotirmoy Mandal, a capo del progetto, ha sottolineato come sia possibile intervenire sulle proprietà ottiche degli involucri edilizi per modificarne l’interazione con la radiazione infrarossa. La differenza principale risiede nella direzione verso cui il calore viene emesso: verso il cielo o verso il suolo. Quando il calore radiante si dirige verso l’alto, può essere disperso nello spazio attraverso una zona molto specifica dello spettro infrarosso, nota come “finestra di trasmissione atmosferica” (narrowband). Al contrario, quando il calore si propaga a livello del suolo, lo fa in tutto lo spettro infrarosso (broadband), diventando molto più difficile da disperdere. Ecco il passaggio chiave: se si rivestono le superfici esterne degli edifici (come pareti e finestre) con materiali che interagiscono selettivamente con la narrowband, è possibile emettere calore in modo efficace verso il cielo durante il giorno, ottenendo raffrescamento passivo. Allo stesso tempo, si riduce l’assorbimento di calore proveniente dalle superfici circostanti — strade, marciapiedi, altri edifici — che solitamente contribuiscono al cosiddetto effetto isola di calore urbana. Difficoltà tecniche e soluzioni innovative Tradizionalmente, i tetti rappresentano la parte più semplice da rendere riflettente, perché sono orientati verso l’alto e quindi favoriscono lo scambio radiativo con il cielo. Tuttavia, le superfici verticali — come pareti e finestre — sono più esposte alla radiazione termica proveniente da fonti orizzontali (ad esempio il suolo), rendendo la gestione del calore molto più complessa. È proprio qui che la ricerca della Princeton fa la differenza: utilizzando materiali comuni che interagiscono in modo intelligente con la radiazione infrarossa, si può evitare che le superfici verticali si surriscaldino nei mesi caldi, senza compromettere la coibentazione durante l’inverno. Tra i materiali candidati a rivoluzionare l’edilizia in chiave green figura il fluoruro di polivinile (PVF), già utilizzato in molti rivestimenti per esterni. La ricerca dimostra che, con alcune modifiche ottiche, questo materiale può essere reso selettivamente riflettente nella narrowband e trasparente o assorbente nel resto dello spettro, ottenendo così una gestione ottimizzata della radiazione termica. Un confronto energetico vantaggioso Uno degli aspetti più rilevanti dello studio è il confronto tra l’efficacia dei nuovi rivestimenti e le tecniche tradizionali. Mandal e colleghi hanno calcolato che i benefici energetici offerti da questi materiali comuni sono paragonabili a quelli ottenibili con la verniciatura bianca di tetti e facciate, ma con costi molto più contenuti e una maggiore flessibilità d’uso. Mentre le vernici bianche hanno una funzione prevalentemente estiva, i materiali selettivi possono modulare il comportamento termico anche durante l’inverno, rendendoli quindi utili per tutto l’anno. Inoltre, la produzione su larga scala di questi rivestimenti potrebbe avvalersi di infrastrutture industriali già esistenti, accelerando la loro adozione senza richiedere investimenti massicci in nuovi impianti o tecnologie. Impatto sociale e ambientale della tecnologia L’effetto potenziale di questa scoperta va ben oltre il miglioramento dell’efficienza energetica degli edifici nei paesi industrializzati. Secondo Mandal, uno dei principali vantaggi del sistema risiede nella sua equità climatica. Gli edifici situati nelle aree geografiche più calde, spesso abitati da comunità a basso reddito con limitato accesso a sistemi di raffreddamento attivo, potrebbero trarre grandi benefici da questa tecnologia a basso costo e passiva. La capacità di ridurre la temperatura interna senza consumare energia elettrica è cruciale in un contesto di riscaldamento globale, scarsità di risorse e aumento della mortalità legata al caldo. Il meccanismo è completamente passivo: non richiede alimentazione elettrica né manutenzione sofisticata, e può adattarsi con facilità sia a nuove costruzioni che a edifici esistenti. Questo lo rende una delle soluzioni più promettenti per l’adattamento climatico urbano, soprattutto in regioni densamente popolate e vulnerabili. Prospettive future: verso una nuova edilizia climatica Il contributo della ricerca non si limita a una semplice scoperta applicativa, ma apre nuove vie alla progettazione climatica degli edifici. In un futuro prossimo, la scelta dei materiali di rivestimento potrebbe non basarsi più solo su estetica e durabilità, ma anche sulla loro risposta spettrale alla radiazione infrarossa. Anziché puntare su impianti energetici sempre più complessi, sarà possibile sfruttare la fisica naturale dell’ambiente per ottenere comfort abitativo con risorse minime. Il paradigma della sostenibilità si sposta quindi dal “consumare meno energia” al “non doverla consumare affatto”, grazie a strategie progettuali che integrano conoscenza scientifica e materiali di uso quotidiano. Conclusioni Lo studio condotto dalla Princeton University rappresenta un passo importante verso l’adozione di soluzioni edilizie più sostenibili, accessibili ed efficienti. Dimostra come l’innovazione non passi sempre attraverso l’invenzione di nuovi materiali, ma anche dalla rilettura delle proprietà di quelli già esistenti. Plastica, fluoropolimeri e altri materiali comuni potrebbero trasformarsi da semplici componenti edilizi a protagonisti della rivoluzione energetica degli edifici. Se adottati su larga scala, questi materiali termoriflettenti potrebbero ridurre drasticamente il fabbisogno energetico degli edifici, abbattere le emissioni di gas serra e contribuire a un’edilizia più resiliente, democratica e pronta ad affrontare le sfide climatiche del nostro secolo.© Riproduzione Vietata
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Tubi in PVC: Cosa si può Produrre con i Granuli RiciclatiTubi in PVC: Cosa si può Produrre con i Granuli Riciclati e come vengono lavorate le materie prime di scartodi Marco ArezioNel mondo dei tubi per il traposto dei liquidi, con o senza pressione, il mercato è affollato da molte materie prime che se ne contendono quote di mercato e si scontrano senza esclusione di colpi, mettendo in mostra i vantaggi nella durata dei materiali prodotti, nella facilità di posa, nella saldabilità degli elementi o nei corretti accessori per il collegamento, nell’economicità, nella sostenibilità e nel rispetto delle normative.Se prendiamo in esame il settore dei tubi senza pressione vediamo che in passato l’uso del cemento e del metallo, in alcune situazioni, era la conseguenza di un passo avanti dell’industrializzazione dei prodotti per il trasporto e lo scarico delle acque rispetto ai tubi che venivano fatti in argilla cotta. La diffusione dei tubi in cemento, che sembravano eterni, si è scontrata con la nascita dei polimeri plastici che hanno rappresentato un miglioramento tecnico ed economico rispetto ai sistemi di canalizzazione tradizionale. L’edilizia civile ha iniziato ad usare il PVC negli scarichi delle abitazioni rendendo estremamente semplice ed economico l’istallazione delle reti di trasporto dei liquidi, per poi estendersi a molte altre applicazioni come il settore dell’irrigazione, quello elettrico e del giardinaggio. Il tubo in PVC ha assunto un ruolo di assoluta importanza anche per le sue doti intrinseche come: • La durata superiore ai 100 anni in base ai tests di pressione ed invecchiamento • La buona resistenza alla corrosione chimica ed ossidativa • La riduzione delle rotture di servizio • L’antistaticità • L’idrorepellenza • La resistenza alla pressione interna ed esterna • La resistenza all’abrasione • La riciclabilità Per molti anni si sono impiegate materie prime vergini per la produzione di tutte le tipologie di tubi rigidi e flessibili, fino a quando il settore ha iniziato a raccogliere gli scarti e a riutilizzarli secondo le regole dell’economia circolare. Oggi la produzione di tubi in PVC, salvo specifiche particolari, è in gran parte realizzata attraverso la lavorazione dei materiali riciclati. Come avviene il riciclo degli scarti? In primo luogo gli scarti possono derivare dalla raccolta dei tubi usati o dai manicotti di congiunzione ma, in base alle ricette richieste dal mercato, la materia prima può venire mischiata ad altro PVC che proviene da filiere differenti. Per esempio nel settore del PVC rigido, i profili finestra possono arricchire dal punto di vista dinamico la ricetta, così gli scarti delle tapparelle o le carte di credito o i profili per il settore elettrico attribuiscono caratteristiche tecniche migliorative in base alla percentuale usata. Nel settore del PVC Soft, le guaine di coperture dei cavi elettrici, le guarnizioni, le guaine di contenimento dell’acqua e gli scarti di lavorazioni industriali compongono il menu per realizzare le giuste ricette. Questi mix devono essere però precisamente verificati in laboratorio prima della produzione del granulo riciclato, in modo da centrare esattamente le caratteristiche tecniche richieste dal cliente. Ma per giungere alla verifica in laboratorio si deve passare attraverso le fasi di riciclo degli scarti che normalmente prevedono: • La selezione degli elementi per tipologia applicativa e per colore • La macinazione degli scarti e la deferizzazione • La micronizzazione se richiesta • La granulazione del macinato con l’aggiunta dei corretti additivi Quali sono le applicazioni che si possono realizzare attraverso l’uso del PVC riciclato per i tubi? Molti sono i settori che l’uso della materia prima riciclata permette di raggiungere, garantendo al cliente la produzione di elementi affidabili, economici e duraturi. Vediamo alcuni: • Tubi rigidi adatti allo scarico delle acque non in pressione nell’edilizia civile con spessori e diametri variabili • Tubi da irrigazione in campo non a pressione con dimensioni e diametri differenti in base alla lunghezza e alla portata • Elementi tubolari nel settore del florovivaismo adatti al sostegno delle piante • Piccoli tubi flessibili adatti alla legature delle piante • Tubi corrugati flessibili di piccolo diametro adatti al contenimento dei cavi elettrici • Tubi di supporto, dette anime, dei rotoli di materiali industriali come films plastici, tessuti o altri materiali che vengono avvolti in bobine. • Barre piene adatte alle produzioni industriali per tornitura • Tubi flessibili di irrigazione per il giardino • Tubi corrugati o lisci per proteggere i cavi delle telecomunicazioni • Tubi per il drenaggio del suolo Ci sono, evidentemente, molte altre applicazioni dei tubi fatti con il PVC riciclato, come ci sono molte altre applicazioni del granulo riciclato nella realizzazione di prodotti di uso comune di cui avremo modo di parlare più avanti.Categoria: notizie - tecnica - plastica - riciclo - PVC- tubi - granuli
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Polimeri Plastici Riciclati: Essicazione o Deumidificazione?Polimeri Plastici Riciclati: Essicazione o Deumidificazione?di Marco ArezioTutte le materie plastiche, vergini o riciclate, sotto forma di granulo o di macinato o di densificato, hanno la tendenza a trattenere l’umidità, fino a raggiungere un equilibrio con l’ambiente esterno. Questa capacità di assorbimento dipende, come precedentemente accennato in un altro articolo, dalla tipologia di polimero, dalla temperatura dell’aria e dalla sua umidità.In base alle considerazioni sopra esposte i polimeri li possiamo dividere in igroscopici e in non igroscopici. Infatti, nei materiali igroscopici, l’acqua è assorbita all’interno della struttura legandosi chimicamente con la stessa, mentre nei polimeri non igroscopici l’umidità rimane all’esterno della massa interferendo successivamente nel processo di lavorazione. I polimeri plastici, espressi nelle forme di granulo, macinato, densificato o polveri vengono avviati alla loro trasformazione in base al prodotto da realizzare e al tipo di processo stabilito. Che i materiali siano igroscopici o non igroscopici, la presenza dell’umidità durante la fase di fusione della massa polimerica crea notevoli problemi in quanto l’acqua può diventare vapore, creando striature, bolle superficiali, ritiri termici irregolari, tensioni strutturali, deformazioni o rotture. L’umidità è una delle principali cause di imperfezioni o difetti sui prodotti plastici realizzati ma, nello stesso tempo, è un problema largamente trascurato o sottovalutato dagli operatori che utilizzano soprattutto le materie plastiche riciclate. Se vogliamo elencare alcuni difetti evidenti causati dalla presenza dell’umidità nei polimeri possiamo citare: • Aspetto opaco del prodotto • Striature brune • Striature argentate • Linee di saldatura deboli • Pezzi incompleti • Sbavature • Bolle • Soffiature • Diminuzione delle proprietà meccaniche • Deformazioni dell’elemento • Degradazione del polimero • Invecchiamento irregolare • Ritiri irregolari Per ovviare a questi inconvenienti è buona regola asciugare il materiale prima del suo utilizzo attraverso getti di aria. In questo caso possiamo elencare due sistemi di intervento, simili tra loro, ma con risultati differenti, che sono rappresentati dall’essicazione e dalla deumidificazione. Per essicazione possiamo considerare un processo di insufflazione di aria aspirata in ambiente e immessa in una tramoggia in cui si trova la materia plastica da trattare, per un determinato tempo ad una temperatura stabilita. Questo sistema dipende molto dalle condizioni metereologiche in essere e dal grado di umidità dell’aria ed è consigliato solo per i materiali non igroscopici. Per i materiali igroscopici, come per esempio le poliolefine, (PP, HDPE, LDPE, PP/PE solo per citarne alcune), il sistema di essicazione ad aria forzata visto precedentemente non è sufficiente, in quanto il contenuto di umidità intrinseco nel polimero, ne rende il processo di scarsa efficacia. In questo caso è consigliabile l’essicazione dei polimeri attraverso la deumidificazione, che comporta l’insufflazione all’interno della tramoggia, non più di aria a condizioni ambientali variabili, ma di un’aria deumidificata attraverso un dryer ad una temperatura stabilita. La tramoggia dovrà essere coibentata per ridurre la dispersione di calore di processo e il materiale sarà in movimento, in modo che durante la fase di transito all’interno della tramoggia sia possibile investirlo con getti di aria calda e deumidificata. Il dryer produrrà un flusso costante di aria calda e secca che avrà la capacità di ridurre notevolmente l’umidità interna dei polimeri igroscopici.Categoria: notizie - tecnica - plastica - riciclo - polimeri - essicazione - deumidificazione
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Come Verificare il Contenuto Riciclato nella Plastica: la Nuova Tecnologia che Può Cambiare il Packaging EuropeoCome si misura davvero la percentuale di plastica riciclata nei prodotti: norme ISO, standard europei, audit di filiera, mass balance e digital watermarks nel nuovo scenario UE del packagingAutore: Marco Arezio. Esperto in economia circolare, riciclo dei polimeri e processi industriali delle materie plastiche. Fondatore della piattaforma rMIX, dedicata alla valorizzazione dei materiali riciclati e allo sviluppo di filiere sostenibili.Data: 26 marzo 2026 Tempo di lettura: 16 minutiIntroduzione Dire che un imballaggio “contiene plastica riciclata” è facile. Dimostrarlo in modo serio, ripetibile e difendibile davanti a clienti, autorità, auditor e mercato è molto più difficile. E oggi questa differenza conta più di ieri, perché la plastica è al centro delle nuove politiche europee sulla circolarità: il packaging rappresenta circa il 40% della plastica utilizzata nell’Unione e, nel 2022, ogni cittadino europeo ha generato 186,5 kg di rifiuti di imballaggio. Il nuovo Regolamento europeo sugli imballaggi e rifiuti di imballaggio, il PPWR, è entrato in vigore l’11 febbraio 2025 e la sua data generale di applicazione è fissata al 12 agosto 2026; tra i suoi obiettivi ci sono l’aumento dell’uso sicuro di plastica riciclata e la riciclabilità di tutti gli imballaggi entro il 2030. La vera domanda, quindi, non è soltanto quanta plastica riciclata c’è in un prodotto, ma come lo si dimostra davvero. La risposta corretta è meno intuitiva di quanto sembri: nella maggior parte dei casi la percentuale di riciclato non si legge “a occhio” né si certifica con un singolo test di laboratorio sul manufatto finito. Si costruisce invece attraverso una combinazione di definizioni normative, bilanci di massa, tracciabilità di filiera, riconciliazione dei volumi, audit di terza parte e, sempre più spesso, strumenti digitali che migliorano la separazione e la qualificazione del rifiuto in ingresso. Cosa significa davvero “contenuto riciclato” La base tecnica parte dalla definizione. In area ISO, il contenuto riciclato è definito come la proporzione, in massa, di materiale riciclato presente in un prodotto. ISO 14021 resta oggi uno dei riferimenti chiave per le autodichiarazioni ambientali e include anche i termini collegati a “pre-consumer material” e “post-consumer material”, cioè la distinzione tra materiale recuperato prima dell’uso da parte del consumatore finale e materiale proveniente dal post-consumo. Questo punto è decisivo, perché molte ambiguità di mercato nascono qui. Un produttore può dichiarare un 30% di contenuto riciclato, ma bisogna capire se quel 30% deriva da scarti industriali interni o esterni, da post-consumo urbano, da rifiuti commerciali selezionati, oppure da una combinazione dei due. Dal punto di vista della comunicazione ambientale, la differenza non è secondaria: la qualità tecnica del materiale, il valore circolare del claim e la sua percezione sul mercato cambiano sensibilmente a seconda dell’origine del riciclato. ISO 14021 fornisce proprio questo quadro terminologico e metodologico per evitare dichiarazioni vaghe o fuorvianti. Come si calcola la percentuale di plastica riciclata Il principio di base è semplice: si tratta di un rapporto di massa. Nel caso più lineare, la percentuale di contenuto riciclato corrisponde alla massa di plastica riciclata incorporata nel prodotto divisa per la massa totale di plastica considerata nel perimetro del claim, moltiplicata per 100. Per le bottiglie in plastica monouso, la Commissione europea ha già fissato regole specifiche: l’Implementing Decision 2023/2683 stabilisce che la proporzione di plastica riciclata si calcola dividendo il peso della plastica riciclata nelle bottiglie immesse sul mercato per il peso totale delle bottiglie immesse sul mercato. Ma la formula, da sola, non basta. Occorre definire con precisione il perimetro di calcolo: lotto, linea, stabilimento, periodo annuale, categoria di prodotto, specifica famiglia di packaging. Inoltre bisogna sapere quali perdite di processo sono state considerate, quali additivi o masterbatch entrano nella formulazione e come vengono riconciliate le quantità in ingresso e in uscita. Gli schemi di audit basati su EN 15343 e le certificazioni di tracciabilità più diffuse chiedono proprio questo: evidenza documentale, identificazione dei flussi e plausibility check tra input, rese, perdite e output dichiarato. Perché il laboratorio non basta quasi mai Qui si entra nel cuore del problema. In teoria il laboratorio è fondamentale per identificare il polimero, misurare impurità, valutare contaminanti, verificare MFI, ceneri, densità, migrazione, odori o stabilità. In pratica, però, il laboratorio non è quasi mai sufficiente, da solo, a certificare la percentuale esatta di plastica riciclata contenuta in un manufatto finito. La stessa Commissione europea, nella sezione dedicata al riciclo delle plastiche destinate al contatto alimentare, spiega che la composizione della plastica riciclata non può essere facilmente sottoposta a controlli ufficiali come avviene per la plastica vergine e che, proprio per questo, i controlli si concentrano sulla produzione del materiale riciclato e sugli audit delle installazioni. Lo stesso orientamento emerge anche dalla letteratura tecnica del JRC europeo su altri settori ad alta regolazione: la verifica del contenuto di materiali riciclati viene descritta come basata esclusivamente sulla documentazione, con regole di calcolo, blending e punti di misura definiti a monte. In altre parole, il laboratorio serve a qualificare il materiale; la percentuale dichiarata, invece, si dimostra soprattutto con la catena di custodia. È una distinzione essenziale per capire perché tante dichiarazioni commerciali risultano fragili quando manca una struttura di tracciabilità robusta. La tracciabilità europea: EN 15343 come architrave Nel contesto europeo, la norma EN 15343 è la pietra angolare per la plastica riciclata. Lo standard specifica le procedure necessarie per la tracciabilità delle plastiche riciclate e fornisce la base per il calcolo del contenuto riciclato di un prodotto. Questo significa che la percentuale dichiarata non nasce da una percezione qualitativa del materiale, ma da una filiera documentata: origine del rifiuto, trasformazione, identificazione dei lotti, controlli interni, riconciliazione dei volumi e coerenza tra input e output. Gli schemi di certificazione applicati dal mercato si muovono esattamente su questa impostazione. RecyClass, per esempio, dichiara esplicitamente che la sua certificazione di tracciabilità verifica la percentuale esatta di contenuto riciclato attraverso un approccio di controlled blending, allineato a EN 15343 e ISO 22095; inoltre prevede audit di terza parte in sito e rinnovo annuale del certificato. Questo è importante perché distingue una semplice autodichiarazione commerciale da una dichiarazione auditata e difendibile. Riciclo meccanico: il caso più chiaro, ma non banale Nel riciclo meccanico la misurazione del contenuto riciclato è, in genere, più lineare rispetto ad altri scenari. Il materiale riciclato entra come macinato, flakes o granulo; viene miscelato con eventuale vergine, additivi o coloranti; poi si trasforma nel prodotto finale. In questo caso la percentuale può essere dimostrata con una combinazione di documenti d’acquisto, certificati del fornitore, schede di produzione, ricette di compound, bilanci di massa e verifiche sui quantitativi effettivamente trasformati, tenendo conto delle perdite. Gli audit di processo richiedono proprio una riconciliazione dei volumi per verificare che l’output corrisponda all’input riciclato impiegato, considerate rese, perdite e additivazioni. Tuttavia anche qui esistono rischi. Se il riciclato in ingresso non è a sua volta tracciato o se deriva da flussi eterogenei mal qualificati, la percentuale numerica può risultare corretta sulla carta ma debole sul piano sostanziale. In altri termini, un “50% recycled content” non vale sempre allo stesso modo: conta se si tratta di PCR post-consumo realmente tracciato, di scarto industriale pre-consumer, di materiale food-grade, oppure di un flusso misto con elevata incertezza qualitativa. Per questo le aziende più solide non si limitano a pesare il materiale, ma documentano l’origine e la qualità del riciclato utilizzato. Food contact: quando la prova si sposta ancora di più sul processo Nel packaging alimentare il tema si fa più rigoroso. La Commissione europea ricorda che, quando la plastica è riciclata per uso a contatto con gli alimenti, il problema non è solo quantificare il riciclato ma garantire che eventuali contaminanti chimici siano stati rimossi a livelli sicuri. Proprio perché tali contaminanti possono essere sconosciuti o variabili, il controllo ufficiale non si concentra tanto sull’analisi del prodotto finito quanto sul processo di decontaminazione, sulle buone pratiche di fabbricazione e sull’audit degli impianti. Questo è un passaggio cruciale anche per la comunicazione di marketing. Se un contenitore alimentare dichiara un certo contenuto riciclato, la credibilità della dichiarazione non dipende solo dalla percentuale numerica, ma dalla capacità di dimostrare che quel riciclato è stato ottenuto entro un processo autorizzato, monitorato e idoneo all’uso previsto. Nel food packaging, quindi, il “quanto” e il “come” non possono essere separati. Riciclo chimico e mass balance: la partita più delicata Quando si entra nel riciclo chimico, la questione diventa più complessa perché il rifiuto plastico viene trasformato in feedstock che si mescola con materie prime convenzionali in sistemi industriali complessi. In questi casi la segregazione fisica dell’atomo “riciclato” non è realisticamente praticabile lungo tutta la catena. Per questo si utilizzano modelli di mass balance, cioè modelli di catena di custodia che attribuiscono una quota di contenuto riciclato agli output sulla base di regole contabili, temporali e di allocazione, senza superare la quantità di input riciclato effettivamente entrata nel sistema. ISCC PLUS descrive questo approccio come una delle opzioni di chain of custody, accanto alla segregazione fisica e al controlled blending. Il tema è talmente centrale che ISO ha pubblicato anche ISO 22095-2:2026, dedicata proprio ai requisiti e alle linee guida per l’applicazione del modello mass balance nei sistemi di catena di custodia. È un segnale importante: il mass balance sta diventando sempre meno una prassi “di mercato” e sempre più un terreno di normalizzazione tecnica. Sul piano regolatorio europeo, il cantiere è apertissimo. Nel luglio 2025 la Commissione ha lanciato una consultazione sulle nuove regole per calcolare, verificare e rendicontare il contenuto riciclato chimicamente nelle bottiglie in plastica monouso per bevande. La metodologia proposta si basa sulla regola di allocazione fuel-use excluded, cioè esclude dal contenuto riciclato ogni quota di rifiuto destinata a combustibili o recupero energetico; inoltre prevede verifica annuale di terza parte per le fasi più complesse della filiera chimica e requisiti alleggeriti per le PMI. A febbraio 2026 la Commissione indicava ancora di essere nella fase finale di definizione di queste regole, non ancora consolidate come quadro definitivo già pienamente operativo. La nuova tecnologia che può cambiare davvero il packaging europeo Quando si parla di plastica riciclata, molti immaginano che esista una macchina capace di prendere una confezione finita, analizzarla e dire con precisione: “qui dentro c’è il 37% di plastica riciclata”. Nella realtà industriale, oggi non funziona così. La tecnologia che può davvero cambiare il packaging europeo non è un test di laboratorio capace di leggere magicamente il contenuto riciclato di ogni confezione, ma un sistema che aiuta a separare meglio i rifiuti di imballaggio prima che vengano riciclati. Questo sistema si basa sui digital watermarks, cioè piccoli codici invisibili o quasi invisibili stampati sulla confezione. Per capire bene di cosa si tratta, immaginiamo una vaschetta in plastica per alimenti, una bottiglia di detergente e un contenitore cosmetico. Oggi, quando questi imballaggi arrivano in un impianto di selezione, i sistemi automatici riescono a riconoscere abbastanza bene il tipo di plastica, per esempio PET, HDPE o PP, ma spesso fanno più fatica a distinguere l’uso originario dell’imballaggio, cioè se quella plastica proveniva da un’applicazione alimentare, cosmetica o domestica. E questa differenza è molto importante, perché plastiche apparentemente simili possono richiedere percorsi di riciclo diversi. Qui entrano in gioco i digital watermarks. In pratica, ogni confezione può portare con sé una sorta di “carta d’identità digitale” leggibile dai sistemi di selezione. Questa identità può dire all’impianto: “sono una vaschetta alimentare”, “sono una bottiglia per detersivi”, “sono un imballaggio in PP”, “appartengo a una certa categoria”. Grazie a queste informazioni, i rifiuti possono essere smistati in modo molto più preciso rispetto ai sistemi tradizionali. Questo è il vero cambiamento: non si migliora il riciclo alla fine del processo, ma all’inizio, quando il rifiuto viene separato. Se infatti si parte da un flusso più pulito, più omogeneo e meglio classificato, anche il materiale riciclato ottenuto alla fine sarà migliore. Per renderlo ancora più concreto, si può pensare alla differenza tra raccogliere tutta la frutta insieme in un grande cassone oppure dividerla subito per tipo e qualità. Se si mescola tutto, alla fine si ottiene un prodotto meno controllabile. Se invece si separa bene all’origine, il risultato finale è più pulito, più costante e più adatto a usi di qualità. Nella plastica succede la stessa cosa. Ecco perché questa tecnologia interessa così tanto il packaging europeo. Il problema principale dell’Europa, infatti, non è soltanto riciclare di più, ma riciclare meglio. Molta plastica riciclata oggi ha qualità variabile perché nasce da rifiuti troppo misti, difficili da distinguere con precisione. Se invece si riesce a migliorare la selezione, si ottiene un PCR, cioè plastica riciclata post-consumo, più puro, più stabile e più affidabile. Questo ha una conseguenza molto importante anche sul piano normativo e commerciale. Quando un’azienda dichiara che un imballaggio contiene una certa quota di plastica riciclata, deve poterlo dimostrare in modo credibile. Se il materiale riciclato proviene da una filiera più pulita, tracciata e ben separata, quella dichiarazione diventa più solida. In altre parole, i digital watermarks non servono a “misurare” direttamente il contenuto riciclato della confezione finita, ma servono a costruire una filiera del riciclo più affidabile, e quindi a rendere più credibili anche le percentuali dichiarate. Dal punto di vista pratico, il loro vantaggio è triplo. Primo: aiutano gli impianti a distinguere meglio gli imballaggi. Secondo: permettono di produrre materiale riciclato di qualità superiore. Terzo: rendono più facile collegare quel materiale riciclato a una documentazione di filiera seria, utile per audit, certificazioni e conformità alle nuove regole europee. Quindi il punto centrale è questo: la tecnologia non cambia il packaging europeo perché legge il riciclato già presente nel prodotto, ma perché rende possibile un riciclo più intelligente, più pulito e più dimostrabile. Ed è proprio questo che oggi serve all’Europa: non solo più riciclo, ma un riciclo che regga alle verifiche tecniche, alle richieste dei clienti e alle future norme del PPWR. Cosa chiede oggi davvero l’Europa Sul fronte normativo, l’Europa si sta muovendo su due livelli. Il primo è quello già attivo per le bottiglie in plastica monouso: la direttiva SUP richiede il 25% di plastica riciclata nelle bottiglie in PET dal 2025 e il 30% in tutte le bottiglie per bevande in plastica dal 2030. La Commissione europea ricorda inoltre che nel 2023 ha adottato l’Implementing Decision 2023/2683 sulle regole di calcolo, verifica e reporting del contenuto riciclato nelle bottiglie monouso. Il secondo livello è il quadro più ampio del PPWR. Le pagine ufficiali della Commissione chiariscono che il regolamento è entrato in vigore l’11 febbraio 2025, si applicherà in via generale dal 12 agosto 2026, punta a rendere tutti gli imballaggi riciclabili entro il 2030 e richiede che gli imballaggi in plastica incorporino quote crescenti di contenuto riciclato con obiettivi per il 2030 e il 2040. In altre parole, il tema della verifica del contenuto riciclato non è più una nicchia per brand sensibili alla sostenibilità: sta diventando infrastruttura di conformità per il mercato europeo. Come un’azienda dovrebbe verificare davvero il contenuto riciclato Se un produttore vuole evitare greenwashing e prepararsi al nuovo contesto europeo, non deve chiedersi soltanto “quanta plastica riciclata sto usando?”, ma “come potrò dimostrarlo davanti a un audit?”. La risposta corretta, oggi, è costruire un sistema composto da quattro elementi: definizione chiara del claim secondo standard riconosciuti; tracciabilità del materiale in ingresso; bilancio di massa con riconciliazione dei volumi; verifica indipendente di terza parte quando il mercato o il cliente lo richiedono. Questa impostazione è coerente con ISO 14021, con EN 15343, con gli schemi RecyClass e con la logica delle verifiche europee sulle bottiglie e sul food contact. In termini pratici, un claim robusto dovrebbe specificare almeno tre cose: se il riciclato è pre-consumer o post-consumer; quale modello di chain of custody è stato applicato, cioè segregazione, controlled blending o mass balance; quale soggetto indipendente ha verificato il sistema, se presente. Quando queste informazioni mancano, la percentuale dichiarata può anche essere numericamente corretta, ma resta debole sul piano probatorio. Conclusione La percentuale di plastica riciclata nei prodotti non si misura davvero con una sola macchina e non si dimostra con una formula isolata. Si verifica attraverso una architettura di prova: definizioni ISO, standard europei di tracciabilità, bilanci di massa, audit degli impianti, documenti di filiera e, nei casi più evoluti, sistemi digitali che migliorano la separazione e la qualità del riciclato già a monte. È questo il punto che molte comunicazioni commerciali tendono a semplificare troppo. La nuova tecnologia che può cambiare il packaging europeo, oggi, non è quindi un “test magico” per leggere il riciclato nel manufatto finito, ma un ecosistema tecnologico capace di rendere la filiera più intelligente. I digital watermarks sono probabilmente la frontiera più concreta in questa direzione, perché possono aumentare la qualità della selezione, creare flussi PCR più puri e rendere molto più credibili le dichiarazioni future sul contenuto riciclato. In un mercato europeo che si sta spostando dalla sostenibilità raccontata alla sostenibilità verificata, questa distinzione farà la differenza tra chi comunica e chi dimostra. FAQ Come si misura il contenuto riciclato nella plastica? Di norma si misura come proporzione in massa di materiale riciclato nel prodotto, ma la dimostrazione concreta avviene soprattutto tramite tracciabilità, bilanci di massa e audit di filiera, non con un solo test sul prodotto finito. Esiste un test di laboratorio che dice con certezza quanta plastica riciclata c’è in un imballaggio? In termini generali, no: le fonti europee mostrano che la verifica del contenuto riciclato si basa soprattutto su documentazione e controllo del processo, mentre l’analisi finale da sola non è sufficiente a stabilire sempre la quota esatta dichiarata. Qual è la differenza tra pre-consumer e post-consumer? Il pre-consumer deriva da scarti recuperati prima dell’uso da parte del consumatore finale; il post-consumer deriva invece da rifiuti generati dopo l’uso da parte di famiglie o attività commerciali. ISO 14021 distingue esplicitamente queste categorie. Cos’è il mass balance nella plastica riciclata? È un modello di chain of custody usato soprattutto quando i feedstock riciclati e convenzionali vengono miscelati in sistemi complessi, come nel riciclo chimico. In quel caso la quota riciclata viene attribuita agli output con regole contabili e verificabili. I digital watermarks misurano il contenuto riciclato? Non direttamente. Migliorano però la separazione dei rifiuti di imballaggio e la creazione di flussi più puri e meglio tracciati, condizione essenziale per produrre riciclato di qualità e rendere più solida la verifica del contenuto riciclato nei prodotti futuri. Fonti reali e verificate Commissione europea, Packaging waste e Packaging & Packaging Waste Regulation (PPWR), con dati su entrata in vigore, data di applicazione e obiettivi del regolamento. Commissione europea, Single-use plastics, con target su contenuto riciclato nelle bottiglie e cronologia degli atti attuativi. Commissione europea, Plastic Recycling / Food Safety, con chiarimenti su controlli, contaminanti e centralità degli audit di processo nel food contact. ISO, ISO 14021 e riferimenti ISO sulla chain of custody e sul mass balance. Standard europeo EN 15343, sulla tracciabilità delle plastiche riciclate e il calcolo del contenuto riciclato. Commissione europea, consultazione 2025 sulle regole per il contenuto riciclato chimicamente nelle bottiglie, con metodo fuel-use excluded e verifiche di terza parte. AIM / HolyGrail 2.0 e HolyGrail 2030, sulla tecnologia dei digital watermarks e i risultati di sorting intelligente. ISCC PLUS e RecyClass, per i modelli di chain of custody, controlled blending, mass balance e audit di tracciabilità.Immagine su licenza © Riproduzione Vietata
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Il tuo estrusore si lamenta? prova un cambia filtri in continuoDai cambiafiltri automatici ai sistemi a backflush, laser, tamburo rotante e doppio stadio: come la filtrazione del melt sta cambiando il riciclo meccanico delle plastiche post consumo nel 2026di Marco ArezioDescrizione autore: Marco Arezio si occupa di economia circolare, riciclo dei polimeri e filiere industriali delle materie plastiche. Attraverso la piattaforma rMIX segue l’evoluzione tecnica dei processi di selezione, lavaggio, estrusione, filtrazione e valorizzazione delle materie prime seconde. Data dell'articolo: Aprile 2020Data aggiornamento: Marzo 2026Come abbiamo avuto modo di affrontare in altri articoli, la qualità dell’input della plastica proveniente dalla raccolta differenziata, ha subito negli ultimi anni un generale peggioramento, anche a causa della chiusura delle importazioni sul mercato cinese della fine del 2017. L’aumento della presenza di plastiche miste, come i poli accoppiati, il PVC o le contaminazioni di altre plastiche all’interno della balla di scarti da post consumo che arriva agli impianti di lavorazione delle materie plastiche, mette in difficoltà il produttore di polimeri sul mantenimento di un’idonea qualità dei polimeri da produrre. Perché oggi la filtrazione del melt è diventata decisiva nel riciclo delle plastiche post consumo Nel 2020 il tema dei cambiafiltri in continuo veniva ancora affrontato soprattutto come una soluzione pratica per evitare fermate macchina, alleggerire il lavoro dell’operatore e limitare la presenza di impurità visibili nel granulo. Oggi, nel 2026, la filtrazione del melt ha assunto un ruolo molto più centrale. Non è più soltanto un accessorio dell’estrusore, ma una tecnologia che incide direttamente sulla costanza qualitativa del granulo, sulla stabilità della linea, sulla perdita di polimero utile e, in molti casi, anche sulla durabilità del manufatto finale. Le analisi più recenti mostrano infatti che impurità polimeriche e non polimeriche residue possono ridurre in modo marcato la vita utile dei prodotti ottenuti da riciclato, soprattutto nelle applicazioni durevoli, dove disomogeneità e inclusioni diventano punti di innesco per rotture premature. Questo cambiamento di prospettiva nasce da una realtà industriale evidente: la qualità media del post consumo è più variabile di quanto non fosse alcuni anni fa. I flussi in ingresso contengono una maggiore eterogeneità compositiva, più residui cartacei, più frazioni elastiche, più contaminanti minerali e più polimeri incompatibili presenti in tracce. Anche quando la selezione ottica e il lavaggio lavorano bene, il riciclatore si trova quasi sempre davanti a un melt che non può essere inviato alla pelletizzazione senza una fase di pulizia finale efficace. Per questa ragione, la filtrazione non deve più essere vista come una barriera finale contro lo sporco, ma come uno stadio di raffinazione del polimero fuso. Perché il solo lavaggio non basta a garantire un granulo stabile e pulito Un impianto di lavaggio ben dimensionato resta indispensabile. Riduce le contaminazioni superficiali, separa una parte degli inerti, diminuisce il carico organico e abbassa il rischio di carbonizzazioni in estrusione. Tuttavia, il lavaggio non è in grado di eliminare tutte le impurità che compromettono il comportamento del melt. Restano infatti materiali non fondenti, frammenti elastomerici, residui di carta e legno, particelle metalliche sottili, polimeri estranei a più alto punto di fusione e contaminanti che, una volta entrati nell’estrusore, diventano particolarmente difficili da gestire. Le evidenze sperimentali più recenti sul PE post consumo mostrano che la filtrazione singola e doppia modifica in modo misurabile la qualità del materiale, riducendo quantità e dimensione dei contaminanti, ma influenzando anche parametri come MFR, contenuto di ceneri e stabilità all’ossidazione. Questo conferma che la filtrazione non è un semplice passaggio accessorio, bensì una fase di processo che condiziona il profilo finale del granulo. Il punto fondamentale è che il filtro non lavora su una materia “vergine”, ma su una massa polimerica già sottoposta a stress termici e meccanici. Ogni bar di pressione, ogni secondo di permanenza, ogni accumulo di contaminante sulla superficie filtrante può influenzare la qualità del prodotto. Per questo i sistemi più recenti sono stati progettati non solo per trattenere impurità, ma anche per limitare le perdite di carico, ridurre il tempo di residenza del contaminante caldo sullo schermo e mantenere la pressione di processo entro valori il più possibile costanti. Come si sono evoluti i sistemi di filtrazione delle plastiche riciclate L’evoluzione più importante degli ultimi anni riguarda il passaggio dai sistemi discontinui, che richiedevano soste frequenti o cambi manuali delle reti, ai sistemi continui e autopulenti. Oggi i migliori cambiafiltri non si limitano a trattenere lo sporco, ma gestiscono in modo dinamico il rapporto tra pressione, scarico del contaminante, area filtrante disponibile e perdita di polimero utile. L’obiettivo industriale non è più soltanto ottenere un granulo visivamente più pulito, ma farlo senza compromettere produttività, resa e stabilità della linea. Le famiglie tecnologiche oggi più interessanti possono essere lette come risposte diverse a problemi diversi. Ci sono sistemi pensati per flussi moderatamente contaminati, altri per feedstock con picchi molto elevati di sporco; alcuni privilegiano la finezza di filtrazione, altri la continuità di marcia; alcuni sono ideali per film in poliolefine, altri per PET, ABS, PS, poliammidi o materiali ad alta fluidità. La scelta corretta dipende dal mix tra tipo di polimero, natura del contaminante, livello di contaminazione e applicazione finale del granulo. I cambiafiltri continui a raschiatore: la risposta più concreta ai flussi sporchi e instabili Una delle architetture più diffuse oggi è quella del cambiafiltro continuo con raschiatore. In questi sistemi il melt attraversa una superficie filtrante mentre un organo meccanico pulisce in continuo o quasi continuo lo schermo, convogliando le impurità verso una zona di espulsione. Il vantaggio principale è la continuità della produzione: il filtro non si intasa fino al fermo, ma viene mantenuto funzionale durante il processo. In molte configurazioni l’apertura della valvola di scarico è gestita in funzione della contaminazione, della pressione o di una temporizzazione controllata. Questo approccio è particolarmente utile quando il feedstock presenta picchi irregolari di sporco. I sistemi a raschiatore di ultima generazione sono molto apprezzati perché permettono di mantenere la superficie filtrante operativa, limitano la formazione di cake e riducono l’accumulo prolungato di impurità calde sullo schermo. In termini industriali questo significa meno gel, meno punti neri, meno odori da materiale carbonizzato e una pressione di processo più regolare. Per PE, PP, PS, ABS e altri polimeri largamente impiegati nel riciclo meccanico, questa tipologia rappresenta oggi una delle soluzioni più robuste e versatili. I sistemi backflush: quando serve continuità senza perdere la superficie filtrante Un’altra tecnologia ormai consolidata è quella del backflush segmentato o parziale. In questi sistemi una parte della superficie filtrante continua a lavorare mentre un’altra parte viene rigenerata tramite controlavaggio. La logica è particolarmente interessante perché consente di mantenere la filtrazione attiva durante la pulizia dello schermo, evitando le discontinuità dei vecchi sistemi a cassetta. Le configurazioni più evolute mantengono disponibile la superficie filtrante anche durante il controlavaggio e puntano a conservare costanti pressione, volume di melt e condizioni di processo. Il vantaggio del backflush è evidente nei contesti in cui la contaminazione non è estrema ma è sufficientemente elevata da rendere inefficiente una semplice rete tradizionale. Inoltre, il controlavaggio segmentato riduce il rischio che il filtro diventi un punto di forte instabilità idraulica. Per molte linee di riciclo meccanico, soprattutto dove si lavora con materiali già discretamente preparati a monte, il backflush rappresenta un buon compromesso tra automazione, pulizia del melt e contenimento del melt loss. I filtri a disco microforato e i sistemi “laser”: maggiore precisione e controllo dello spurgo Fra i sistemi più avanzati emersi negli ultimi anni rientrano quelli basati su schermi microforati ad alta precisione, spesso associati a dischi paralleli e a organi di raschiatura che rimuovono in continuo il contaminante trattenuto. Queste soluzioni sono nate per trattare feedstock difficili, con impurità fini, elastomeriche o miste, mantenendo una pressione relativamente costante e una qualità di melt elevata. La loro forza non è solo la finezza della separazione, ma anche il controllo molto più sofisticato dello scarico delle impurità. La tendenza più recente riguarda infatti i sistemi intelligenti di controllo dello spurgo. Nei modelli più aggiornati, il software rileva picchi di contaminazione, variazioni di throughput, aumento di viscosità o progressiva riduzione dell’area filtrante utile e adegua automaticamente la velocità del raschiatore e del sistema di scarico. In alcuni casi questo approccio ha permesso di ridurre il melt loss fino al 50% rispetto ai controlli precedenti, mantenendo più stabile la filtrazione nel tempo. In parallelo, l’aumento della superficie filtrante disponibile in alcune nuove geometrie ha reso possibile lavorare a throughput più elevati senza sacrificare la qualità del filtrato. I filtri a tamburo rotante: la soluzione per contaminazioni molto elevate Quando il feedstock è particolarmente sporco, con percentuali elevate di contaminanti solidi o elastomerici, i sistemi a tamburo rotante rappresentano una delle architetture più efficaci. In questa configurazione il melt fluisce attraverso un tamburo perforato, generalmente dall’esterno verso l’interno. Le impurità vengono trattenute sulla superficie esterna e rimosse quasi immediatamente da un raschiatore, che le convoglia verso lo scarico. Il vantaggio tecnico è notevole: il contaminante resta poco tempo nella zona calda, la superficie filtrante viene continuamente liberata e la pressione di processo rimane più costante rispetto a molte soluzioni tradizionali. Questo tipo di filtro si è dimostrato adatto anche a feedstock con contaminazioni molto importanti, fino a circa il 16% in peso in alcune configurazioni industriali. È inoltre efficace su contaminanti difficili come particelle metalliche sottili, alluminio, gomma, silicone e altri residui che nei sistemi convenzionali possono deformarsi o spingere il filtro verso l’intasamento rapido. La possibilità di regolare in modo indipendente la velocità del tamburo e quella del sistema di scarico permette una taratura fine fra qualità del filtrato, perdita di polimero e stabilità della linea. I sistemi a nastro continuo: semplicità operativa e produzione non stop Una tecnologia meno discussa ma molto interessante è quella del cambiafiltro a nastro continuo. In questi impianti la superficie filtrante viene sostituita gradualmente attraverso l’avanzamento di una rete o di un nastro, in modo da offrire sempre una nuova area di filtrazione senza fermare l’estrusione. Il vantaggio principale è la semplicità concettuale abbinata a una buona continuità di esercizio. In contesti produttivi con esigenze di lunga autonomia e personale ridotto, i sistemi a nastro possono risultare molto competitivi, soprattutto quando il feedstock ha contaminazioni moderate ma persistenti. Dal punto di vista economico, questi sistemi sono interessanti perché sfruttano in modo ordinato e progressivo la superficie disponibile, riducendo le interruzioni e semplificando la manutenzione ordinaria. Non sempre rappresentano la scelta migliore per contaminazioni estreme, ma possono offrire un ottimo equilibrio fra produttività, regolarità di marcia e facilità di gestione. La doppia filtrazione e la filtrazione a cascata: quando una sola barriera non basta Uno degli sviluppi più rilevanti del periodo recente è il crescente utilizzo di schemi a doppio stadio o a cascata. In questo approccio il primo filtro svolge una funzione di sgrossatura, trattenendo i contaminanti più grossolani e proteggendo gli organi a valle, mentre il secondo filtro realizza una pulizia più fine del melt. Il vantaggio è duplice: si riduce l’usura delle apparecchiature successive e si ottiene un controllo più raffinato sulla qualità finale del granulo. Nei sistemi più spinti, soprattutto per fibre, non tessuti o applicazioni molto esigenti, la seconda filtrazione può arrivare a finezze nell’ordine di 15 micron, mentre per filtrazioni molto fini si ricorre a configurazioni speciali di tipo cascade. Tuttavia, la doppia filtrazione non deve essere considerata una soluzione universale. Gli studi più recenti sul PE post consumo mostrano che il secondo stadio riduce effettivamente contaminazione e dimensione dei difetti, ma può influenzare anche proprietà significative del materiale. In altre parole, filtrare di più non equivale sempre a ottenere un riciclato migliore in senso assoluto. Tutto dipende da quanto il mercato remunera quel salto qualitativo e da quanto stress termomeccanico aggiuntivo il materiale può sopportare senza degradarsi inutilmente. Il rapporto tra filtrazione, degasaggio e rimozione degli odori Un aspetto molto importante, oggi, è la crescente integrazione tra filtrazione e degasaggio. Nei processi più evoluti la rimozione dei contaminanti solidi avviene prima delle sezioni di degasaggio, così da migliorare l’estrazione dei volatili e ridurre il contributo di carta, residui organici e particelle carbonizzabili alla formazione di odori. Questo è particolarmente rilevante per PET, fibre, non tessuti e flussi da imballaggi post consumo, nei quali la componente odorigena e i composti volatili possono compromettere la qualità percepita del riciclato anche se il granulo appare pulito visivamente. La filtrazione moderna, quindi, non deve essere valutata solo sulla base del micronaggio. Conta la posizione del filtro nella linea, la sua interazione con la pompa melt, la sua capacità di lavorare prima di un degasaggio efficiente e la sua attitudine a non trattenere troppo a lungo contaminanti termicamente instabili. Un filtro che pulisce bene ma surriscalda il contaminante o genera troppo melt loss può essere meno vantaggioso di un sistema apparentemente meno fine ma più equilibrato. Quali sono oggi i criteri reali per scegliere un sistema di filtrazione La scelta di un filtro per plastiche riciclate non dovrebbe mai partire soltanto dal grado di filtrazione dichiarato. I criteri corretti sono più complessi. Il primo è la natura del contaminante: un inerte minerale, un frammento metallico, una particella carboniosa, un elastomero o un polimero incompatibile non si comportano allo stesso modo sulla superficie filtrante. Il secondo è la concentrazione media e la variabilità dei picchi di contaminazione. Il terzo è il tipo di polimero da trattare: PE, PP, PS, ABS, PET e poliammidi rispondono diversamente a pressione, temperatura e tempo di residenza. Il quarto è l’applicazione finale: tubo, film, lastra, fibra, non tessuto, stampaggio o compound tecnico richiedono livelli qualitativi differenti. A questi elementi se ne aggiungono altri di natura economica: stabilità di pressione, frequenza di manutenzione, perdita di polimero allo spurgo, durata dello schermo, consumo energetico e capacità del sistema di restare efficiente quando il feedstock cambia leggermente da lotto a lotto. È qui che i sistemi più recenti fanno la differenza, perché non puntano solo alla filtrazione fine ma a una filtrazione più stabile, più automatizzata e meno dissipativa. Cosa la filtrazione non può fare da sola Per quanto evoluti, i sistemi di filtrazione non possono sostituire una filiera corretta di riciclo meccanico. Non possono correggere tutte le incompatibilità tra polimeri, non possono rigenerare una matrice già fortemente degradata e non possono da soli garantire l’idoneità del riciclato per applicazioni particolarmente sensibili. Nel caso dei materiali destinati al contatto alimentare, inoltre, il quadro normativo europeo aggiornato nel 2025 conferma che il tema non riguarda solo la presenza di impurità visibili, ma anche qualità del processo, purezza, controllo dei contaminanti e conformità del sistema di decontaminazione. Questo significa che il filtro deve essere visto come un passaggio fondamentale, ma inserito all’interno di una strategia più ampia che comprende selezione, lavaggio, asciugatura, estrusione corretta, degasaggio, eventuale additivazione e controllo qualità finale. Il riciclato di alto livello non nasce da una sola macchina, ma dall’interazione coerente di più stadi di processo. Conclusioni Riscrivere oggi un articolo del 2020 sui cambiafiltri in continuo significa riconoscere che la filtrazione del melt è diventata una delle vere tecnologie chiave del riciclo meccanico. Il problema non è più soltanto fermare lo sporco, ma farlo in modo continuo, con bassa perdita di materiale, pressione stabile, contaminante espulso rapidamente e qualità del granulo coerente con l’applicazione finale. I sistemi più maturi oggi si distinguono per automazione, capacità di gestire feedstock instabili, riduzione del melt loss, controllo dello spurgo, possibilità di doppio stadio e integrazione con degasaggio e pompaggio del melt. In questa prospettiva, i filtri continui a raschiatore, i sistemi backflush, i filtri microforati ad alta precisione, le architetture a tamburo rotante, i sistemi a nastro continuo e la filtrazione a cascata non sono tecnologie concorrenti in senso assoluto, ma risposte diverse a feedstock diversi. La scelta migliore non è quella più sofisticata in astratto, ma quella che riesce a trovare il giusto equilibrio tra pulizia del melt, resa produttiva, costo operativo e destinazione del granulo. Nel riciclo delle plastiche post consumo, oggi più che mai, la filtrazione è un fattore di qualità, marginalità e credibilità industriale. FAQ Qual è oggi il miglior sistema di filtrazione per plastiche riciclate? Non esiste un sistema universalmente migliore. Per feedstock molto sporchi funzionano bene i sistemi continui con raschiatore, i tamburi rotanti e alcune configurazioni a doppio stadio; per materiali più puliti possono essere molto efficaci anche i backflush e i sistemi a filtrazione fine. La doppia filtrazione migliora sempre il granulo? No. Riduce quantità e dimensione dei contaminanti, ma può modificare alcune proprietà del materiale. Va adottata quando l’applicazione finale richiede davvero quel livello di purezza. I sistemi più recenti riducono anche il melt loss? Sì. I controlli intelligenti di scarico introdotti negli ultimi anni possono ridurre in modo sensibile la perdita di polimero utile, in alcuni casi fino al 50% rispetto a controlli precedenti, a seconda del tipo di materiale e della contaminazione. Quanto conta la filtrazione nella qualità finale del manufatto? Conta molto, perché le impurità residue possono influenzare proprietà meccaniche, stabilità nel tempo e affidabilità del prodotto, soprattutto nelle applicazioni durevoli. Per il food contact basta un filtro molto fine? No. La filtrazione è importante, ma per le applicazioni a contatto con alimenti servono anche processi conformi, controllo dei contaminanti, qualità del feedstock e rispetto del quadro normativo aggiornato. FontiMessiha, M. et al., “How Impurities affect the Lifetime of Plastic Products”, Polymer Testing, 2025. Studio utile per inquadrare l’impatto delle impurità polimeriche e non polimeriche sulla durabilità dei manufatti in plastica riciclata. “Influence of pre-treatment and single-/double-stage melt filtration on the material properties of post-consumer recycled PE film”, Polymers / PMC, 2024. Riferimento importante per valutare gli effetti della filtrazione singola e doppia su contaminanti, MFR, ceneri e stabilità del riciclato in PE post consumo. Demets, R. et al., “Addressing the complex challenge of understanding and quantifying substitution potential of mechanical recycling for plastics”, Resources, Conservation and Recycling, 2021. Fonte utile per contestualizzare l’eterogeneità delle balle selezionate e il ruolo delle contaminazioni nelle prestazioni del riciclato. Commission Regulation (EU) 2025/351, EUR-Lex, 2025. Riferimento normativo aggiornato per materiali e oggetti in plastica destinati al contatto con alimenti, con modifiche rilevanti anche sul tema delle plastiche riciclate e del controllo qualità. Regulation (EU) 2022/1616 e aggiornamenti collegati sul riciclo delle plastiche per contatto alimentare, EUR-Lex. Base normativa da considerare quando nell’articolo si accenna ai limiti della sola filtrazione nelle applicazioni food contact. EFSA – Plastic recycling process application procedure, aggiornamento 2026. Documento utile per chiarire che, allo stato attuale, la valutazione di sicurezza EFSA riguarda i processi di riciclo meccanico del PET post consumo destinato al food contact. EFSA – Recycled plastic materials, aggiornamento 2025–2026. Fonte istituzionale utile per richiamare l’evoluzione del quadro valutativo europeo sui processi di riciclo delle plastiche. Mapping of Plastics Recycling Processes & Technologies, 2026. Documento tecnico utile per inquadrare il ruolo della melt filtration nelle linee di riciclo meccanico e nella sequenza selezione–lavaggio–estrusione–filtrazione–pelletizzazione. Recycling Plastics from Residual Municipal Solid Waste, VTT, 2025. Fonte tecnica utile per il collegamento tra miglioramento della selezione, lavaggio e filtrazione industriale con filtri autopulenti.
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Influenza della Temperatura e della Velocità di Deformazione sulle Proprietà Meccaniche dei PolimeriAnalisi teorico-sperimentale dell’effetto combinato di temperatura e strain rate per ottimizzare prestazioni e processi nei polimeri di Marco ArezioLa presente trattazione analizza in maniera approfondita come la temperatura e la velocità di deformazione influenzino le proprietà meccaniche dei materiali plastici. L’obiettivo principale è quello di fornire una caratterizzazione dettagliata del comportamento dei polimeri sotto diverse condizioni di sollecitazione, evidenziando i fenomeni fisici e chimici alla base di tali variazioni. Vengono illustrati i principi teorici fondamentali, le tecniche sperimentali più utilizzate e i risultati ottenuti in letteratura, ponendo particolare enfasi sull’interazione tra la temperatura, la velocità di deformazione e la struttura molecolare dei polimeri. Introduzione I materiali plastici rappresentano una categoria di materiali polimerici di grande importanza industriale e commerciale, grazie alla loro versatilità, leggerezza e facilità di lavorazione. Essi trovano impiego in una vasta gamma di settori, dall’automotive al packaging, dall’aerospaziale all’elettronica di consumo. Tuttavia, la comprensione e la previsione del loro comportamento meccanico richiedono un’attenzione particolare a vari parametri, tra cui la temperatura e la velocità di deformazione (strain rate). In molte applicazioni, infatti, i componenti in plastica subiscono deformazioni a ritmi molto variabili e in ambienti con condizioni termiche anche estreme: si pensi, ad esempio, a parti meccaniche che operano a basse temperature in alta montagna oppure a prodotti che vengono utilizzati in ambienti con alte temperature. Diventa pertanto imprescindibile comprendere come la struttura molecolare e la morfologia dei polimeri rispondano a variazioni di temperatura e a differenti velocità di sollecitazione. Le interazioni tra queste variabili influenzano profondamente proprietà come la resistenza a trazione, il modulo elastico, l’allungamento a rottura e la tenacità. In questa sede verranno delineate le basi teoriche, gli strumenti di caratterizzazione e un’ampia rassegna dei principali risultati sperimentali presenti in letteratura, al fine di fornire un quadro completo e aggiornato sulla caratterizzazione meccanica dei materiali plastici in funzione di temperatura e velocità di deformazione. Fondamenti teorici Struttura molecolare dei polimeri I materiali polimerici sono costituiti da lunghe catene molecolari che possono presentare differenti gradi di ramificazione, cristallinità e orientamento. Le proprietà meccaniche di un polimero dipendono in modo cruciale dalla sua struttura molecolare: Polimeri amorfi: presentano catene disordinate, senza regolarità spaziale. Esempi tipici includono polistirene (PS) e polimetilmetacrilato (PMMA). Polimeri semicristallini: presentano regioni cristalline (ordinate) immerse in una fase amorfa. Ne sono un esempio il polietilene (PE) e il polipropilene (PP). Polimeri reticolati (termoindurenti): sono caratterizzati da collegamenti covalenti tra le catene, che conferiscono elevata rigidità e resistenza al creep, ma spesso ridotta duttilità. La morfologia e il grado di cristallinità determinano il comportamento meccanico e termico di un polimero. A temperature relativamente basse, i polimeri amorfi possono presentare un comportamento vetroso, divenendo più fragili, mentre i polimeri semicristallini mostrano una transizione viscoelastica più complessa. Influenza della temperatura La temperatura influisce sulla mobilità delle catene polimeriche, portando a un passaggio tra diverse regioni di comportamento meccanico. In termini generali: Regione vetrosa: a basse temperature, le catene polimeriche sono “congelate” in posizione. I materiali in questa regione presentano un comportamento tipicamente fragile, con modulo elastico elevato e bassa deformazione prima della rottura. Regione di transizione vetrosa (Tg): con l’aumentare della temperatura, i segmenti di catena iniziano ad acquisire una certa mobilità. Questo si traduce in un calo del modulo elastico e in un aumento significativo dell’elongazione. Regione viscoelastica: ulteriori incrementi di temperatura aumentano la mobilità delle catene, facendo sì che il materiale mostri un comportamento sia elastico sia viscoso. In questo intervallo, le proprietà meccaniche sono fortemente dipendenti dalla velocità di deformazione. Regione visco-plastica: a temperature molto elevate, specie oltre il punto di fusione per i polimeri semicristallini, il materiale perde del tutto la sua struttura e si comporta come un fluido ad alta viscosità. In generale, un incremento di temperatura tende a ridurre la resistenza meccanica e il modulo elastico del polimero, mentre ne aumenta la duttilità. La temperatura di transizione vetrosa (Tg) rappresenta un parametro critico nella scelta del campo di utilizzo di un materiale plastico. Influenza della velocità di deformazione La velocità di deformazione, spesso espressa in s^-1, è un fattore determinante nella risposta meccanica dei polimeri. A parità di temperatura, un polimero caricato a bassa velocità di deformazione avrà maggior tempo per rilassare le tensioni interne e potrà mostrare comportamenti di tipo plastico o addirittura viscoelastico, con fenomeni di creep e di fluage. Al contrario, se il carico è applicato rapidamente (alta velocità di deformazione), la catena polimerica non ha il tempo di riorientarsi e di dissipare energia, manifestando un comportamento più rigido e fragile. È possibile studiare l’effetto combinato di temperatura e velocità di deformazione utilizzando la teoria della superposizione tempo-temperatura (Time-Temperature Superposition, TTS), che permette di costruire curve maestre in un ampio intervallo di frequenze o di velocità di deformazione. Attraverso il principio di equivalenza tempo-temperatura, si riesce a correlare l’effetto di una variazione di temperatura con quello di una variazione di frequenza (o velocità) di sollecitazione. Metodologie sperimentali Prove di trazione e compressione Le più comuni tecniche di caratterizzazione meccanica dei materiali plastici prevedono la realizzazione di prove di trazione e di compressione, in cui campioni normalizzati (ad esempio, in accordo con le normative ASTM o ISO) vengono sottoposti a un carico crescente a velocità di deformazione controllata. Prova di trazione: si applica uno sforzo lungo l’asse del campione e si registrano forze e allungamenti nel tempo. Da questi dati è possibile ricavare il diagramma sforzo-deformazione e calcolare il modulo di Young, la tensione di snervamento, l’allungamento a rottura e la tensione a rottura. Prova di compressione: meno utilizzata per i polimeri a causa del rischio di instabilità del provino (instabilità a carico di punta), ma altrettanto significativa per la progettazione di componenti soggetti a carichi compressivi. In entrambi i casi, per studiare l’influenza della temperatura, il campione può essere alloggiato in camere climatiche o termostatiche capaci di operare in un ampio range termico. Variando la velocità di deformazione, solitamente nell’intervallo tra 10^-4 s^-1 e 10^2 s^-1, si possono cogliere le diverse risposte del materiale in funzione delle condizioni di prova. Dinamometria meccanica (DMA) La dinamometria meccanica (o analisi dinamico-meccanica, DMA) è una tecnica che applica un carico oscillante al campione. La risposta in termini di modulo elastico (modulo di conservazione 𝐸′) e di smorzamento (fattore di perdita tan δ) iene misurata in funzione della temperatura o della frequenza di sollecitazione. Ciò permette di mappare la transizione vetrosa, le regioni di rilassamento secondarie e di interpretare le proprietà viscoelastiche del materiale. Attraverso la DMA è possibile ottenere informazioni estremamente precise sulla dipendenza dalle frequenze di sollecitazione (e dunque dalla velocità di deformazione) e sui fenomeni di transizione e dissipazione dell’energia. L’analisi consente inoltre di effettuare il Time-Temperature Superposition, costruendo curve maestre che forniscono indicazioni sull’andamento delle proprietà in un intervallo molto ampio di velocità di deformazione. Prove d’urto Le prove d’urto (ad esempio, la prova Charpy o Izod) sono volte a determinare la resistenza a frattura di un polimero quando sottoposto a un carico impulsivo. Le alte velocità di deformazione raggiunte in queste prove permettono di investigare il comportamento fragile o duttile del materiale in situazioni estreme. Anche in questo caso, la temperatura gioca un ruolo determinante: i polimeri amorfi mostrano un peggioramento drastico della resilienza quando operano a temperature inferiori alla Tg, mentre i semicristallini possono subire transizioni duttile-fragile a temperature inferiori alla loro temperatura di transizione. Risultati sperimentali e discussione Effetto combinato di temperatura e velocità di deformazione Come anticipato, la temperatura e la velocità di deformazione agiscono sinergicamente sul comportamento meccanico dei materiali plastici. In generale, si possono distinguere due tendenze principali: A basse temperature o alte velocità di deformazione: il polimero si comporta in modo più rigido e fragile, con una ridotta capacità di deformazione plastica. In questa condizione, la ridotta mobilità delle catene impedisce i meccanismi di dissipazione dell’energia, favorendo la rottura fragile. Ad alte temperature o basse velocità di deformazione: il polimero mostra un comportamento più duttile, con aumento dell’elongazione a rottura e una minore tensione di snervamento. L’energia di frattura aumenta, poiché i segmenti molecolari hanno il tempo per scorrere e riorientarsi, dissipando energia. Diversi studi hanno dimostrato che, attraverso la Time-Temperature Superposition, è possibile ottenere un diagramma sforzo-deformazione “generalizzato” che copre un’ampia gamma di condizioni di carico. Ad esempio, un polimero testato a 20 °C e a una velocità di deformazione di 10^-3 s^-1 può mostrare un comportamento analogo a quello dello stesso materiale testato a 60 °C con una velocità di deformazione pari a 10^-5 s^-1. Transizione duttile-fragile e morfologia Nei polimeri semicristallini, la presenza di regioni cristalline svolge un ruolo fondamentale nel determinare la resistenza meccanica e la tenacità. A basse temperature, tali regioni limitano i meccanismi di scorrimento, favorendo la rottura fragile. Con l’incremento termico, la fase amorfa diviene più mobile e le regioni cristalline possono riorientarsi, conferendo maggiore duttilità al materiale. Nei polimeri amorfi, la transizione fragile-duttile è fortemente correlata alla temperatura di transizione vetrosa (Tg). Sotto la Tg, il materiale mostra un comportamento tipicamente vetroso, mentre al di sopra di essa diviene più elastico e plastico. In termini di velocità di deformazione, se il carico viene applicato molto rapidamente e in prossimità della Tg, il materiale potrebbe non avere il tempo di passare a un regime duttile, manifestando una rottura fragile. Deformazione plastica e fenomeni di rilassamento La temperatura e la velocità di deformazione influiscono anche sui principali fenomeni di rilassamento molecolare, come il rilassamento α (correlato alla transizione vetrosa) e il rilassamento β (legato al movimento di segmenti di catena più piccoli). In condizioni di carico lento o di temperatura elevata, tali fenomeni risultano più marcati, poiché le catene hanno il tempo per riorganizzarsi, dissipando energia e ritardando la nucleazione della frattura. Per i polimeri semicristallini, la fusione parziale delle regioni cristalline a temperature prossime a Tm (temperatura di fusione) introduce ulteriori meccanismi di dissipazione, come lo scorrimento di lamelle cristalline o la formazione di microcavità nelle interfacce amorfo-cristalline. Questi fenomeni contribuiscono ad aumentare la tenacità e la deformazione prima della rottura. Conclusioni La presente analisi ha messo in luce come la temperatura e la velocità di deformazione siano due variabili fondamentali per la caratterizzazione meccanica dei materiali plastici. L’effetto di tali parametri è riconducibile alle modificazioni nella mobilità delle catene polimeriche e alla variazione della morfologia interna (specie nei polimeri semicristallini), con conseguenze dirette sulle proprietà meccaniche come resistenza a trazione, modulo elastico, allungamento a rottura e resilienza. Si possono trarre alcune principali considerazioni: Temperatura: l’aumento di temperatura riduce il modulo elastico e la resistenza a rottura, ma incrementa la duttilità del materiale. È particolarmente rilevante identificare la temperatura di transizione vetrosa (Tg) e la temperatura di fusione (Tm) al fine di definire gli intervalli di utilizzo sicuri. Velocità di deformazione: a velocità di deformazione elevate, i meccanismi di dissipazione dell’energia sono limitati, favorendo una frattura di tipo fragile. A velocità di deformazione più basse, la rilassazione molecolare consente una deformazione plastica più estesa e, di conseguenza, una maggiore duttilità. Interazione temperatura-velocità di deformazione: la Time-Temperature Superposition (TTS) offre un potente strumento per correlare i dati sperimentali ottenuti in diversi range di temperatura e velocità di deformazione, consentendo di costruire “curve maestre” che descrivono il comportamento del materiale in condizioni estreme o non sperimentate direttamente. La comprensione di questi aspetti risulta essenziale nella progettazione di componenti in plastica e nella definizione dei cicli di lavorazione (stampaggio a iniezione, estrusione, termoformatura), così da evitare rotture premature o malfunzionamenti. Ulteriori sviluppi in quest’area di ricerca potrebbero riguardare l’analisi quantitativa dei fenomeni di rilassamento molecolare attraverso tecniche di spettroscopia (ad esempio, RMN allo stato solido) e l’impiego di modelli costitutivi avanzati (come visco-iperdinamici o iperplastici) per simulare al computer il comportamento di componenti in condizioni operative reali.© Riproduzione Vietata Riferimenti bibliografici essenziali Ward, I. M. & Sweeney, J. (2012). Mechanical Properties of Solid Polymers. Chichester: Wiley. Ferry, J. D. (1980). Viscoelastic Properties of Polymers. New York: John Wiley & Sons. Menard, K. P. (2008). Dynamic Mechanical Analysis: A Practical Introduction. Boca Raton: CRC Press. Callister, W. D., & Rethwisch, D. G. (2021). Materials Science and Engineering: An Introduction. New York: John Wiley & Sons.
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Odori nei polimeri riciclati: come affrontare il problema?La valorizzazione dei polimeri riciclati passa anche attraverso la soluzione del problema degli odoridi Marco ArezioIn un’ottica di economia circolare i polimeri riciclati che provengono dal post consumo, quindi dalla raccolta differenziata domestica, devono essere valorizzati riuscendo a risolvere anche il problema degli odori. La necessità di utilizzare maggiormente i polimeri riciclati che provengono dal post consumo è ormai diventata una questione primaria per il riciclo delle materie plastiche. Come riportato nell’articolo apparso sul portale della plastica e dell’economia circolare rMIX è necessario che si verifichino due condizioni fondamentali: Rimodulazione delle aspettative estetiche dei prodotti finiti fatti in plastica riciclata Riduzione o cancellazione degli odori che i prodotti fatti con l’input da post consumo portano con se dopo la produzione.Nel primo caso è importante poter produrre più prodotti con plastiche riciclate, specialmente quelli oggi realizzati con plastiche vergini solo per questioni estetiche che si potrebbero definire trascurabili, aumentando così il consumo di rifiuti plastici. Nel secondo caso, il problema dell’odore, condiziona ancora fortemente gli acquisti di granuli riciclati, specialmente in quei paesi dove è meno sentita la problematica della difesa ambientale. Se vogliamo fare un esempio, un flacone del detersivo prodotto con un HDPE riciclato, mantiene dopo la produzione una quota di odore (profumo?) di detersivo che proviene dalla lavorazione dei flaconi della raccolta differenziata, in cui le fragranze dei liquidi contenuti precedentemente rimangono anche dopo il lavaggio. Come vedete non è un problema invalidante per chi dovrà riempire nuovamente il flacone riciclato con liquidi profumati, ma è, ed è stato sempre un tema discusso dagli acquirenti di polimero. Sebbene le cose da questo punto di vista stiano lentamente cambiando, dove si trovano maggiori complicazioni sono quei prodotti fatti con PP o PP/PE o LDPE la cui materia prima ha contenuto residui alimentari, detergenti, cosmetici o dove il processo di rigenerazione presenza delle criticità. I fattori che contribuiscono maggiormente alla creazione degli odori sono rappresentati da: Residui alimentari, che creano processi microbiologici Residui di cosmetici che presentano difficoltà di pulizia durante il lavaggio Tensioattivi che vengono inglobati nelle plastiche Contaminazioni nelle acque di lavaggio del rifiuto plastico Contaminazioni causate dalla degradazione dei polimeri in fase di produzione dei granuli. Ad oggi una soluzione piena e definitiva del problema, da applicare nella produzione su larga scala dei polimeri riciclati, sembra non esserci ancora, infatti, si stanno percorrendo varie strade per cercare di mitigare e, in un futuro risolvere la presenza di questi odori. Copertura degli odori Esistono sul mercato numerosi prodotti, sotto forma di masterbach, che si utilizzano in fase di estrusione o iniezione dei prodotti, contenenti varie fragranze che aiutano a mitigare un odore pungente come può essere quello di alcune produzioni di polimeri. Le fragranze sono numerose: vaniglia, pino, fragola, arancia, limone, lavanda e tante altre. Processi Meccanici Esistono impianti di produzione dei granuli riciclati che, durante la lavorazione degli scarti plastici e della produzione del granulo stesso, riducono in modo sostanziale le fonti che generano gli odori sgradevoli. Questi impianti si basano su una tripla combinazione tra filtrazione, degasaggio e aspirazione delle parti volatili in modo da migliorare il problema. Ricerca scientifica Nello stesso tempo la ricerca sta facendo passi avanti per cercare di individuare, in modo scientifico ed inequivocabile la fonte degli odori dei composti provenienti dalla raccolta differenziata. L’istituto tedesco Fraunhofer Institute for Process and Engineering and Packaging (IVV) sta studiando come migliorare i processi di riciclo dei rifiuti da post consumo. Il lavoro si concentra, con un approccio olfattometrico e analitico, allo studio e la catalogazione degli odori presenti nelle plastiche post consumo, valutandone l’intensità e la provenienza, identificando i materiali che li producono attraverso un’analisi chimica. I dati raccolti da queste catalogazioni scientifiche aiuteranno i ricercatori a trovare processi adatti alla soluzione dei problemi causati dal decadimento microbiologico, dall’invecchiamento della plastica, dai risultati chimici dei processi termici e dai residui delle lavorazioni meccaniche della plastica che causano odori sgradevoli.Controllo analitico degli odori in laboratorioOggi abbiamo comunque la possibilità, attraverso una strumentazione di laboratorio, che unisce l'attività di un gascromatografo (GC) e uno spettrometro a mobilità ionica (IMS) di avere un quadro preciso sull'intensità e sulla natura degli odori che provengono dal rifiuto da riciclare o dalla scaglia o granulo prodotti dalle plastiche post consumo. Questo strumento ci aiuta ad individuare i componenti molesti dal punto di vista odoroso nei rifiuti in ingresso, ma anche sulla materia prima prodotta o sui prodotti finali realizzati con la plastica riciclata, così da stabilire azioni correttive o, con il cliente, un range analitico e non opinabile, del livello odori nei prodotti ed accettato dalle parti.Categoria: notizie - tecnica - plastica - riciclo - odori - post consumo
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Coltelli per Macinatori in Acciaio e Carburo di Tungsteno per Materiali da RicicloColtelli per Macinatori in Acciaio e Carburo di Tungsteno per Materiali da Riciclodi Marco ArezioGli strumenti di taglio in acciaio a disposizione degli impianti di macinazione per i materiali da riciclo, sono soggetti ad una notevole usura in virtù del loro impiego e, tanto maggiore sarà l’abrasività dei materiali da ridurre di dimensioni, tanto maggiore sarà la loro usura e tanto minore sarà il tempo necessario al loro consumo. Tutto questo si traduce in costi. Infatti, un’usura veloce dei coltelli di taglio comporta frequenti fermi della macchina per la loro sostituzione, con una perdita della produzione giornaliera, che non si compensa con l’utilizzo di coltelli più economici e meno performanti. Inoltre, quando inizia l’usura dell’acciaio, aumentano, generalmente, le vibrazioni della macchina, la polvere per un’imperfezione di taglio e un consumo maggiore di energia elettrica in quanto la macchina impiega più tempo per svolgere il lavoro. C’è poi da considerare che i materiali da frantumare hanno durezze diverse e che per questo la scelta della composizione dei coltelli deve tener conto di questo importante fattore. A volte non è sufficiente scegliere tipologie di acciaio con durezza differente, ma occorre impiegare coltelli che abbiano degli inserti con materiali estremamente tenaci come il carburo di tungsteno. Ma cos’è il carburo di tungsteno e perché è così efficace nei coltelli dei macinatori? Il carburo di tungsteno si prepara principalmente tramite carburizzazione, facendo reagire tungsteno metallico con nerofumo o grafite a 1400–2000 °C, in atmosfera di idrogeno o sotto vuoto. Si presenta come una polvere di colore grigio con lucentezza metallica, praticamente insolubile in acqua e in acidi diluiti, ma solubile in miscele di acido nitrico e acido fluoridrico. In soluzione acquosa viene ossidato facilmente dal perossido di idrogeno Il carburo di tungsteno ha un punto di fusione di 2 785 °C quindi è un materiale estremamente duro, situandosi a circa 9 nella Scala di Mohs e a circa 2600 nella Scala Vickers. Ha un modulo di Young di circa 700 GPa, un modulo di compressibilità di 630–655 GPa[3] e un modulo di taglio di 274 GPa. Per usi pratici lo si unisce a metalli di transizione, principalmente cobalto o nichel lavorandolo a partire da polveri, con tecniche di sinterizzazione a temperature intorno ai 1200–1500 ºC. Il composto che ne deriva è un materiale ceramico-metallico denominato carburo cementato, metallo duro o widia. Per ottenere del metallo duro possono essere aggiunti anche altri elementi come cromo o tantalio, allo scopo di evitare la crescita dei grani di carburo, fungendo da inibitori.Le polveri di carburo di tungsteno e del metallo subiscono tre passaggi: • Macinazione, per mescolare tra di loro polveri di diversa qualità e creare una miscela omogenea di polveri. • Riscaldamento a 100 °C con aggiunta di legante (cobalto) per formare una massa solida grazie all'unione dei granelli. • Sinterizzazione tra 1200 e 1600 °C, per consentire al cobalto di fondere, saldare i grani ed eliminare le porosità. Nel caso degli utensili da taglio destinati agli impianti di macinazione dei rifiuti riciclabili, questi hanno una grande tenacità e durevolezza che permettono un risparmio generale dei costi di macinazione, anche se i coltelli costino di più rispetto ai comuni coltelli in acciaio, ma permettono anche di ottenere un prodotto tagliato in modo uniforme senza sbavature o polveri eccessive. I coltelli in metallo e carburo di tungsteno sono indicati per i seguenti materiali tenaci:• PET • Plastiche caricate con fibra • Plastiche caricate con cariche minerali • Raffia • Polietilene da serra o proveniente dalla campagna • Rifiuti elettronici • Pneumatici • LegnoCategoria: notizie - tecnica - acciaio - riciclo - coltelli - macinazione
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Come nascono e si risolvono le varie forme di umidità nella casaAnalisi tecnica e sostenibile delle cause dell’umidità domestica, dalle risalite capillari alla condensa interstizialedi Marco Arezio In una casa concepita secondo principi di sostenibilità, il comfort non si esaurisce nella gestione della temperatura o nel risparmio energetico. A fare davvero la differenza è il microclima interno, un equilibrio delicato tra calore, ventilazione e umidità. Quest’ultima, spesso invisibile, è una delle variabili più complesse da controllare: incide sulla salute, sulla durata dei materiali e sulla sensazione di benessere che si percepisce in un ambiente. L’umidità è una forma d’acqua sospesa nell’aria sotto forma di vapore. La sua presenza non è di per sé negativa: un livello corretto di umidità è necessario per la respirazione, per la conservazione dei materiali naturali e per il comfort termico. Il problema sorge quando l’umidità supera o scende sotto determinati valori di equilibrio, trasformandosi in un agente di degrado, di fastidio o di inefficienza energetica. Comprendere come si origina, come si muove e in che modo interagisce con le strutture edilizie è la chiave per progettare case sane e durature. Umidità assoluta e umidità relativa: differenze e implicazioni Il primo passo per capire come gestire l’umidità in casa consiste nel distinguere due concetti fondamentali: umidità assoluta e umidità relativa. L’umidità assoluta rappresenta la quantità reale di vapore acqueo contenuta in un metro cubo d’aria, indipendentemente dalla temperatura. L’umidità relativa, invece, indica quanto l’aria è satura di vapore rispetto alla quantità massima che potrebbe contenere alla stessa temperatura. Questa distinzione è tutt’altro che teorica: spiega perché, ad esempio, in inverno si avverta spesso la sensazione di aria secca anche in presenza di riscaldamento. L’aria fredda proveniente dall’esterno, una volta riscaldata, non aumenta la propria quantità di vapore acqueo (cioè l’umidità assoluta), ma può contenerne di più. Di conseguenza, la percentuale di saturazione diminuisce, e l’aria diventa “relativamente” più secca. Lo stesso principio vale in senso opposto durante l’estate, quando l’aria calda e umida può raggiungere livelli di saturazione prossimi al 100%, rendendo gli ambienti opprimenti e favorendo la formazione di condense. Capire questa dinamica significa comprendere la fisica del comfort: l’umidità non è un semplice fastidio, ma una variabile termodinamica che dialoga con temperatura, ventilazione e materiali. Le principali tipologie di umidità negli edifici Le case non soffrono tutte dello stesso tipo di umidità. I fenomeni possono avere origini molto diverse, che vanno dalle infiltrazioni esterne fino alla semplice condensazione del vapore generato dalle attività quotidiane. In ogni caso, si tratta di manifestazioni di uno stesso principio fisico: la migrazione dell’acqua nei suoi diversi stati, attratta da differenze di temperatura e pressione. L’umidità di risalita capillare, ad esempio, è tipica delle abitazioni storiche o delle murature a diretto contatto con il terreno. I materiali da costruzione, se privi di barriere impermeabili, agiscono come spugne: l’acqua del sottosuolo penetra nei pori e risale per capillarità, lasciando macchie, sali e intonaci scrostati. È un fenomeno lento ma costante, che si combatte con tagli chimici, intonaci traspiranti e drenaggi perimetrali. Diverso è il caso della condensa superficiale, visibile sotto forma di goccioline su pareti o vetri. Essa si forma quando l’aria umida incontra una superficie più fredda e raggiunge il punto di rugiada. È frequente nei bagni, nelle cucine o nelle pareti perimetrali male isolate, e rappresenta la principale causa della formazione di muffe. Ancora più insidiosa è la condensa interstiziale, che si sviluppa all’interno dei pacchetti murari o nei pannelli isolanti, dove il vapore migra e si condensa in zone non visibili. Questo tipo di umidità, se non individuata in tempo, può compromettere la funzione isolante dei materiali e danneggiare la struttura stessa. Infine, esistono le infiltrazioni, dovute a difetti di impermeabilizzazione o a guarnizioni deteriorate, e l’umidità accidentale, legata a eventi occasionali come perdite d’impianto o allagamenti. In ogni caso, ciò che accomuna tutte queste manifestazioni è la necessità di una diagnosi tecnica: senza comprendere il percorso dell’acqua, non è possibile definire un intervento efficace. Effetti dell’umidità su salute, materiali e consumi energetici Gli effetti dell’umidità non si limitano a un disagio visivo o tattile: toccano il corpo, i materiali e i consumi energetici. Un ambiente con un’umidità relativa troppo elevata favorisce la crescita di muffe e acari, che rilasciano spore e allergeni nell’aria, generando disturbi respiratori e irritazioni cutanee. Al contrario, un’aria troppo secca secca le mucose, provoca mal di testa, stanchezza e disidratazione. Anche i materiali risentono profondamente dell’umidità. Il legno si deforma, il ferro arrugginisce, il calcestruzzo perde coesione. Un muro umido è un muro più freddo, poiché l’acqua riduce la resistenza termica del materiale. In termini energetici, questo significa che per ottenere la stessa temperatura di comfort, occorre più energia. L’umidità, quindi, non è solo una questione di salute o estetica, ma un fattore diretto di inefficienza energetica. In una casa moderna, dove sostenibilità ed efficienza sono obiettivi primari, monitorare e controllare l’umidità diventa parte integrante del progetto costruttivo, al pari dell’isolamento termico o dell’illuminazione naturale. Tecniche di prevenzione e controllo sostenibile Prevenire l’umidità significa lavorare su più livelli: quello strutturale, quello impiantistico e quello gestionale. Nei casi di risalita capillare, la soluzione più duratura è creare una barriera fisica o chimica alla base delle murature, impedendo all’acqua di salire. Gli intonaci deumidificanti, composti da malte macroporose o calci naturali, aiutano il muro a respirare, favorendo l’evaporazione. La condensa, invece, richiede una strategia differente. È necessario migliorare la coibentazione delle pareti, eliminare i ponti termici e garantire una corretta ventilazione. I sistemi di ventilazione meccanica controllata (VMC) rappresentano oggi la soluzione più sostenibile: consentono un ricambio d’aria costante, recuperano calore e mantengono l’umidità relativa entro valori ideali. L’uso di materiali traspiranti è altrettanto importante. Calci idrauliche naturali, pitture ai silicati, fibre di legno e isolanti a base vegetale permettono una naturale regolazione del vapore, evitando accumuli. In edifici a basso consumo energetico, la gestione dell’umidità è inoltre automatizzata: sensori e centraline digitali misurano in tempo reale la temperatura e il tasso igrometrico, adattando la ventilazione o l’apertura delle finestre. I valori ideali di umidità e la scienza del comfort abitativo Ogni ambiente della casa ha un suo equilibrio ideale, che dipende dalla temperatura, dalla funzione del locale e dalla quantità di vapore generata. Secondo le norme UNI EN ISO 7730 e le raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, i valori ottimali di umidità relativa si collocano tra il 40% e il 60%. Nei soggiorni e nelle camere da letto, questa soglia assicura comfort termico e benessere respiratorio; nelle cucine e nei bagni, dove la produzione di vapore è elevata, si può arrivare fino al 65%, purché l’ambiente sia ben ventilato. I locali seminterrati e le cantine, invece, dovrebbero mantenersi sotto il 70%, evitando così la proliferazione di muffe e batteri. Una casa sostenibile è quella che riesce a mantenere questi equilibri in modo naturale, con materiali traspiranti e sistemi di ventilazione efficaci. La tecnologia, in questo senso, diventa alleata della biologia: igrometri digitali, datalogger e sensori di umidità integrati nei sistemi domotici consentono un controllo costante, garantendo ambienti salubri e consumi ridotti. Gestire l’umidità non è un atto correttivo, ma una scienza invisibile del comfort abitativo. Significa riconoscere che l’acqua, in tutte le sue forme, è parte del ciclo vitale della casa. Quando la si comprende e la si guida, anziché combatterla, l’abitazione diventa un organismo equilibrato: sano per chi lo vive, efficiente per l’ambiente, duraturo per chi lo costruisce.© Riproduzione Vietata
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Influenza dell'Umidità sulle Proprietà Meccaniche dei Materiali CartaceiStudio Integrato sulla Fibra e sulla Rete Fibrosa per Analizzare l'Effetto dell'Umidità sulla Meccanica della Cartadi Marco ArezioL’umidità è una presenza silenziosa ma potentemente influente in molti contesti tecnici e industriali. Nella carta, un materiale apparentemente semplice e familiare, l’effetto dell’umidità si rivela tutt’altro che trascurabile. Non si tratta solo di fogli che si arricciano o si ammorbidiscono, ma di una trasformazione profonda e complessa delle proprietà meccaniche che avviene sin nel cuore della sua struttura: le fibre di cellulosa. Un recente studio ha affrontato questa complessità con un approccio originale e integrato, affiancando la sperimentazione su scala micro e una simulazione numerica per esplorare come l’umidità influenzi la meccanica e il cedimento dei materiali cartacei, a livello sia di singola fibra che di rete fibrosa.Umidità e carta: un rapporto intimo e delicato La carta è, per sua natura, un materiale igroscopico. Le fibre di cellulosa che la compongono tendono ad assorbire e rilasciare umidità in relazione all’ambiente circostante. Questo processo di scambio con l’umidità atmosferica modifica non solo le dimensioni delle fibre — che si espandono o si contraggono — ma anche la loro risposta meccanica a sollecitazioni come trazione, flessione o compressione. A livello macroscopico, ciò si traduce in variazioni tangibili della resistenza, della rigidezza e del modo in cui la carta si rompe. Ma per capire davvero come tutto questo avviene, è necessario scendere nel dettaglio, osservando cosa succede dentro il materiale, dove le fibre si intrecciano, si legano tra loro, e reagiscono in modo differenziato all’umidità. Guardando nel dettaglio: cosa accade alla singola fibra Per indagare il comportamento delle fibre in ambienti umidi, i ricercatori hanno progettato una serie di test in condizioni controllate, mirati a isolare i singoli elementi della struttura cartacea. Le fibre sono state prelevate manualmente dai fogli, esaminate una ad una e sottoposte a differenti livelli di umidità relativa. Gli strumenti utilizzati non lasciano spazio a dubbi sull’accuratezza dell’analisi: si parla di microscopia a forza atomica (AFM) per misurare il modulo elastico con precisione nanometrica, e di microscopia confocale per analizzare l’espansione igroscopica. Le osservazioni hanno mostrato con chiarezza un comportamento coerente: all’aumentare dell’umidità, le fibre diventano più morbide, meno rigide e decisamente più inclini alla deformazione. Il modulo di Young — l’indicatore chiave dell’elasticità — si riduce in modo significativo, mentre l’espansione igroscopica provoca un allungamento delle fibre stesse. Questo cambiamento non è solo quantitativo, ma anche qualitativo: l’umidità modifica il modo in cui la fibra si comporta sotto stress, rendendola più vulnerabile a rotture e cedimenti progressivi. Dalla fibra al foglio: la rete fibrosa simulata al computer Ma la carta non è fatta solo di fibre isolate. È la loro rete complessa, l’intreccio fitto e orientato, a determinare il comportamento complessivo del materiale. Per comprendere questa dimensione, lo studio si è avvalso della modellazione numerica, costruendo una rappresentazione digitale delle reti fibrose basata sugli elementi finiti (FEM). Si tratta di un approccio sofisticato, che consente di simulare in modo realistico la risposta del materiale a diversi livelli di umidità, tenendo conto di fattori come l’orientamento delle fibre, la loro anisotropia, e soprattutto la natura delle giunzioni interfibra. Le giunzioni — quei punti in cui le fibre si toccano, si incollano e trasmettono forze — sono il vero cuore meccanico della rete. Lo studio ha modellato queste connessioni tramite zone coesive che si degradano con l’aumentare dell’umidità, riflettendo così il comportamento osservato negli esperimenti. Il risultato? Una simulazione in grado di prevedere con accuratezza come varia la resistenza della rete fibrosa, come si distribuiscono le deformazioni, e in quali punti si localizza la rottura. Quando la simulazione conferma l’esperimento Uno dei tratti più convincenti di questo lavoro è la coerenza tra dati sperimentali e simulazioni. Le due strade percorse — quella empirica e quella computazionale — si sono incontrate su un terreno comune, confermando reciprocamente le proprie osservazioni. In entrambi i casi, è emerso che l’aumento dell’umidità porta a una progressiva perdita di rigidezza nella rete fibrosa, accompagnata da un aumento dell’estensibilità. Il materiale, cioè, diventa più deformabile ma meno resistente. Ma non solo: anche il modo in cui la carta si rompe cambia con l’umidità. Se in condizioni secche la rottura è più netta, concentrata in punti specifici, in ambienti umidi il cedimento avviene in maniera più diffusa, coinvolgendo ampie aree della rete e con un comportamento più plastico. Questo cambiamento ha implicazioni rilevanti non solo per la comprensione dei materiali, ma anche per la loro progettazione e uso in contesti reali. Applicazioni concrete e prospettive future Le scoperte di questo studio non si fermano alla teoria. Comprendere come l’umidità influenza le proprietà meccaniche della carta ha implicazioni dirette per numerosi settori. Nell’industria del packaging, ad esempio, è fondamentale garantire che i materiali a base cellulosica mantengano la loro integrità anche in ambienti umidi. Lo stesso vale per il settore alimentare, per i materiali da imballaggio compostabili, e persino per la conservazione di documenti antichi. Ancora più interessanti sono le prospettive future. I modelli numerici messi a punto in questo studio potrebbero essere utilizzati per simulare nuove formulazioni cartacee, con trattamenti superficiali idrofobi o con fibre rinforzate, capaci di resistere meglio all’umidità. Si apre così la possibilità di progettare “carte intelligenti”, ottimizzate per specifici contesti ambientali e applicativi. Conclusione: verso una scienza più profonda dei materiali naturali Questo studio dimostra quanto sia importante guardare al di là dell’apparenza dei materiali naturali. La carta, materiale antico e apparentemente semplice, rivela una complessità meccanica sorprendente quando la si analizza nei suoi dettagli microscopici e nelle sue interazioni ambientali. Combinando sperimentazione di precisione e modellazione computazionale, i ricercatori sono riusciti a tracciare un quadro completo e coerente degli effetti dell’umidità sulla carta. Non si tratta solo di una curiosità scientifica: è un passo importante verso la progettazione di materiali sostenibili, efficienti e adattabili. Perché anche un semplice foglio di carta, se studiato nel modo giusto, può raccontarci molto sul futuro dei materiali bio-based e su come rendere più resiliente e circolare la nostra economia.© Riproduzione Vietata
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