Il Riciclo del Sughero: Come Utilizzare 30 milioni di Tappi Usati Ogni AnnoDel legno non si butta niente, nemmeno un piccolo tappo, vediamo perchédi Marco ArezioNel mondo dell’economia circolare il legno riciclato ha un suo onorevole posto, contribuendo alla salvaguardia delle nostre foreste, alla riduzione della CO2 e ad operazioni sociali di grande respiro. Se fino a poco tempo fa un tappo, che sia stato in sughero, in plastica o in metallo, era un oggetto considerato trascurabile per il suo peso e per la sua dimensione, tanto che veniva generalmente buttato, oggi, ha ottenuto il rispetto dovuto in quanto i numeri che rappresenta sono del tutto ragguardevoli. Il riciclo dei tappi di sughero è un’attività di primaria importanza, in quanto completa la filiera della bottiglia in vetro, permettendo il riciclo completo dell’imballo del vino, avviando i due prodotti alla creazione di nuove materie prime.Ma come avviene in Italia il riciclo dei tappi di sughero? Le strade per realizzare il recupero dei tappi di sughero possono essere tante, ma ci piacerebbe raccontare quella intrapresa da Carlos Veloso del gruppo Amorin, che ha deciso di creare, non solo un circuito virtuoso del riciclo del sughero, ma un’operazione di carattere eco-sociale, coinvolgendo molte onlus che si adoperano nella raccolta dei tappi in sughero. Questo progetto, denominato Etico, ha come obbiettivo non solo la raccolta del prodotto finalizzato al suo riciclo, ma anche la remunerazione delle onlus per ogni tonnellata di tappi di sughero consegnata. L’obbiettivo è la ramificazione territoriale della raccolta attraverso le onlus, che ad oggi sono già 45, permettendo di raccogliere ogni anno circa 30 milioni di tappi, che costituiranno il comburente ad un altro progetto denominato Suber. Suber utilizza la “granina” (macinato) di sughero per realizzare oggetti di design che, combinati con legno, acciaio e vetro, portano nelle nostre case oggetti d’arredo di spiccata qualità e bellezza. Il progetto Suber, riesce, come dice Carlos Veloso, ad unire la sostenibilità ambientale, la raccolta di un rifiuto, la giustizia social, la donazione in beneficienza, la prosperità economica, creando un progetto di ispirazione che genera anche cultura. Gli oggetti vengono realizzati mischiando la granina dei tappi di sughero con delle resine naturali, realizzando sedili, tavolini, lampade e molti altri prodotti. Quali altre applicazioni ha il sughero riciclato? Possiamo annoverare molti e variegati utilizzi del sughero riciclato, in quanto è un prodotto che ha ottime qualità, tra le altre, di isolamento termico e acustico. I principali utilizzo sono: • fabbricazione di granuli in sughero destinati all’isolamento di edifici per riempimento • fabbricazione di lastre rigide per l’isolamento termo-acustico di pareti e sottotetti • fabbricazione di lastre in sughero per pavimentazioni • creazione di pannelli estetici in sughero • produzione di suole per calzature • realizzazione di isolanti termici per l’industria aeronautica e aerospaziale • creazione di decorazioni • realizzazione di oggetti per il design interno Categoria: notizie - sughero - economia circolare - riciclo - rifiutirNEWS
SCOPRI DI PIU'
Tecnologie di Spellatura dei Cavi Elettrici e Riciclo Sostenibile di Plastica e RameCome i sistemi avanzati di spellatura e riciclo dei cavi elettrici stanno promuovendo l'economia circolare in Europadi Marco ArezioLa crescente domanda di materiali conduttivi e plastici, in particolare rame e polimeri, ha stimolato lo sviluppo di processi di recupero e riciclo efficaci e sostenibili. I cavi elettrici, che rappresentano una componente chiave in molte infrastrutture, sono composti principalmente da rame, alluminio e rivestimenti plastici. A fine vita, questi materiali rappresentano una preziosa risorsa per il recupero e il riciclo, riducendo la necessità di estrarre nuove risorse e minimizzando l'impatto ambientale. In questo articolo, esploreremo i principali sistemi di spellatura dei cavi elettrici, i processi di riciclo associati a rame e plastica, e le statistiche di riciclo in Europa. Infine, analizzeremo le destinazioni dei materiali riciclati e come vengono riutilizzati in diversi settori. Sistemi di Spellatura dei Cavi Elettrici Il processo di spellatura dei cavi elettrici è cruciale per separare i metalli conduttivi dai rivestimenti plastici o in gomma. Esistono diversi metodi e tecnologie per spellare i cavi, ognuno dei quali presenta vantaggi specifici in base alle dimensioni del cavo, alla quantità di materiale e alle esigenze dell'industria. Spellatura Manuale Questo metodo, seppur obsoleto per i grandi volumi, è ancora utilizzato in alcuni contesti per cavi di piccole dimensioni o situazioni dove i volumi non giustificano l'uso di tecnologie più avanzate. Si basa sull'uso di strumenti manuali come pinze e coltelli per separare il rame o l'alluminio dal rivestimento plastico. Tuttavia, questo processo è laborioso e poco efficiente, con un rischio maggiore di danneggiare il metallo durante la spellatura. Spellatrici Automatiche Le macchine spellatrici sono sistemi automatizzati in grado di processare grandi volumi di cavi. Funzionano tagliando e separando in modo preciso il rivestimento plastico dal metallo interno, minimizzando le perdite e aumentando l'efficienza. Le spellatrici possono variare in dimensioni e capacità, con modelli industriali in grado di gestire diverse tipologie di cavi, dai più piccoli fili ai cavi di grandi dimensioni utilizzati nelle infrastrutture energetiche. Triturazione e Separazione Un'alternativa al processo di spellatura consiste nella triturazione dei cavi. Questo metodo sminuzza l'intero cavo in frammenti di dimensioni ridotte, permettendo poi la separazione del rame (o dell'alluminio) dalla plastica mediante processi come la flottazione, l'elettrostatica o la separazione a gravità. Questo sistema è particolarmente utile per il trattamento di cavi che non possono essere spellati in modo efficiente, ma richiede tecnologie avanzate e una gestione accurata dei rifiuti. Processi Criogenici Nei sistemi criogenici, i cavi vengono raffreddati a temperature estremamente basse, rendendo fragile il rivestimento plastico. Questo consente di separare meccanicamente il rame dal materiale isolante con un impatto minimo sul metallo conduttivo. Sebbene più costoso, questo processo offre un'alta efficienza per particolari tipologie di cavi, soprattutto quelli con rivestimenti compositi difficili da trattare con altri metodi. Riciclo del Rame e della Plastica Una volta separati i materiali, si procede al riciclo vero e proprio, che varia a seconda del materiale trattato. Riciclo del Rame Il rame è uno dei materiali più preziosi da riciclare grazie alle sue caratteristiche conduttive e alla capacità di essere riutilizzato all'infinito senza perdere le sue proprietà. Dopo la spellatura o la triturazione, il rame viene generalmente fuso per rimuovere eventuali impurità e trasformato in lingotti o fili pronti per essere utilizzati in nuovi prodotti. Il rame riciclato è impiegato in una vasta gamma di settori, tra cui: Industria elettronica: per la produzione di componenti come fili, cavi e circuiti stampati. Costruzioni: utilizzato in tubature, cavi elettrici per edifici e altre applicazioni. Settore automobilistico: per la fabbricazione di componenti elettrici e cablaggi. In Europa, circa il 50% della domanda di rame è soddisfatta tramite materiali riciclati, un dato che sottolinea l'importanza del recupero di questo metallo nella catena di approvvigionamento. Riciclo della Plastica Il rivestimento plastico dei cavi, generalmente composto da polietilene, PVC o materiali termoplastici, viene trattato separatamente. A differenza del rame, il riciclo della plastica è più complesso a causa della degradazione delle proprietà del materiale nel tempo e della difficoltà di separare completamente le impurità. Esistono due principali metodi per il riciclo della plastica: Riciclo Meccanico La plastica viene lavata, macinata e trasformata in granuli, che possono essere utilizzati per la produzione di nuovi prodotti in plastica. Tuttavia, i materiali plastici riciclati possono presentare qualità inferiori rispetto ai polimeri vergini, limitando le applicazioni. Riciclo Chimico In alcuni casi, i polimeri possono essere trattati chimicamente per scomporli nei loro monomeri di base, che poi vengono riutilizzati per produrre nuova plastica con caratteristiche simili ai materiali originali. Questo processo è più costoso, ma consente di riciclare la plastica con una qualità superiore. Quantità di Riciclo in Europa In Europa, il riciclo dei cavi elettrici è un settore in crescita, con politiche sempre più orientate verso l'economia circolare e la riduzione dell'impatto ambientale. Secondo Eurostat, il tasso di riciclo dei rifiuti elettrici ed elettronici, che include i cavi, è cresciuto costantemente negli ultimi anni. Nel 2020, il tasso medio di riciclo di questi materiali in Europa ha raggiunto circa il 42%, con paesi come Germania e Paesi Bassi che superano il 50%. Per quanto riguarda il rame, l'Unione Europea recupera oltre 2,5 milioni di tonnellate di rame all'anno, con una percentuale di riciclo che supera il 40% della domanda complessiva. I principali paesi coinvolti nel riciclo del rame includono Germania, Italia, Francia e Spagna. Anche il riciclo della plastica è un settore in crescita, sebbene il tasso di recupero sia ancora inferiore rispetto ai metalli. Si stima che circa il 32% dei rifiuti plastici venga riciclato in Europa, con iniziative volte a migliorare la gestione dei rifiuti e l'efficienza dei processi di riciclo. Destinazione dei Materiali Riciclati I materiali riciclati provenienti dai cavi elettrici trovano nuove applicazioni in diversi settori: Rame: Il rame riciclato viene principalmente riutilizzato per la produzione di cavi elettrici, componenti elettronici e cablaggi per automobili. La sua alta conducibilità e la possibilità di essere riutilizzato senza perdita di qualità lo rendono uno dei materiali più versatili e preziosi nel ciclo produttivo. Plastica: La plastica riciclata viene spesso utilizzata per la produzione di materiali meno tecnici, come tubi, imballaggi o oggetti di uso quotidiano. Alcuni tipi di plastica riciclata possono essere trasformati in materiali per l'isolamento termico o acustico. Conclusione Il riciclo dei cavi elettrici rappresenta un elemento chiave nella transizione verso un'economia circolare, riducendo l'impatto ambientale e limitando la dipendenza da risorse naturali vergini. I sistemi di spellatura, combinati con le tecnologie avanzate di separazione e riciclo, permettono di recuperare materiali preziosi come il rame e la plastica, che vengono reintrodotti nei processi produttivi. Con politiche sempre più orientate verso la sostenibilità, l'Europa sta giocando un ruolo di primo piano nell'espansione di questi sistemi, ponendo le basi per un futuro più ecologico e a basso impatto ambientale.© Riproduzione Vietata
SCOPRI DI PIU'
Eteri di cellulosa: produzione, applicazioni industriali e prospettive nel riciclo dei polimeri naturaliDalla sintesi alla sostenibilità: il ruolo degli eteri di cellulosa nell’edilizia, nelle vernici e nei materiali polimerici avanzatidi Marco ArezioLa ricerca di materiali polimerici ad alte prestazioni ma dal ridotto impatto ambientale ha condotto, negli ultimi decenni, a un crescente interesse verso i derivati della cellulosa. La cellulosa è il polimero naturale più abbondante sulla Terra, una risorsa rinnovabile estratta da legno, cotone e altre piante fibrose. Attraverso processi chimici mirati, la cellulosa viene trasformata in una vasta gamma di eteri di cellulosa, tra cui spiccano la metilcellulosa (MC), l’idrossietilcellulosa (HEC), l’idrossietilmetilcellulosa (HEMC) e l’idrossipropilmetilcellulosa (HPMC). Questi materiali, grazie alle loro proprietà uniche, hanno rivoluzionato l’industria delle costruzioni, delle vernici e persino il mondo dei polimeri avanzati. Che cosa sono gli eteri di cellulosa Gli eteri di cellulosa sono derivati ottenuti mediante una reazione di eterificazione della cellulosa grezza. In pratica, alcuni gruppi ossidrilici (-OH) delle unità glucosidiche della cellulosa vengono sostituiti da gruppi alchilici o idrossialchilici, che modificano la solubilità e le proprietà reologiche del polimero di partenza. Questo processo consente di ottenere materiali che, pur conservando la struttura di base della cellulosa, acquisiscono nuove funzionalità: diventano più facilmente solubili in acqua, più stabili e più versatili nei processi industriali. Gli eteri di cellulosa non sono solo materiali tecnicamente avanzati, ma rappresentano anche una soluzione ecologica. La loro produzione, infatti, parte da risorse rinnovabili e, rispetto a molti polimeri sintetici di origine fossile, presenta un impatto ambientale potenzialmente inferiore. Come si producono gli eteri di cellulosa La produzione degli eteri di cellulosa prevede diversi passaggi, tutti realizzati in condizioni industriali controllate: - Preparazione della cellulosa: la cellulosa viene dapprima purificata, eliminando lignina ed emicellulose tramite processi di sbianca e idrolisi. Il materiale di partenza può essere pasta di legno, cotone o residui vegetali di varia origine. - Attivazione: la cellulosa viene trattata con una soluzione alcalina (di solito idrossido di sodio), che rende più reattivi i gruppi ossidrilici. - Eterificazione: in questa fase si introduce il reagente eterificante (ad esempio cloruro di metile per la metilcellulosa, ossido di etilene per l’idrossietilcellulosa, ossido di propilene per l’idrossipropilmetilcellulosa). Il grado di sostituzione, ovvero la quantità di gruppi eterei introdotti, viene controllato con precisione, poiché influenza direttamente le proprietà del prodotto finale. - Neutralizzazione e purificazione: la miscela di reazione viene neutralizzata, lavata per eliminare i sottoprodotti e infine essiccata. Il prodotto risultante è una polvere bianca, inodore, dalla granulometria fine e dalla grande purezza. - Controllo qualità: le caratteristiche del prodotto – umidità, contenuto di ceneri, densità apparente, viscosità e pH – vengono rigorosamente monitorate, poiché influenzano le prestazioni nelle diverse applicazioni. Impieghi degli eteri di cellulosa nell’industria Gli eteri di cellulosa sono ormai un pilastro in molteplici settori industriali, soprattutto grazie alla loro capacità di modificare la reologia e la lavorabilità di numerosi materiali. Edilizia Negli adesivi, nelle malte cementizie, negli stucchi e nei prodotti a base di cemento, l’aggiunta di eteri di cellulosa (in particolare l’idrossietilmetilcellulosa, HEMC) migliora la lavorabilità, incrementa la ritenzione idrica e la forza adesiva, e riduce lo scivolamento. Questo si traduce in applicazioni più facili e performanti, oltre che in una maggiore durabilità del prodotto finito. La capacità di “tenere” l’acqua in sistemi cementizi consente una migliore idratazione e una reazione più completa del legante, fattore chiave per la qualità finale delle costruzioni. Industria delle vernici Nelle vernici a base acquosa e nei rivestimenti decorativi, gli eteri di cellulosa sono usati come addensanti, stabilizzanti e agenti di sospensione. Oltre a garantire una stesura uniforme, impediscono la sedimentazione dei pigmenti e migliorano l’aspetto della superficie verniciata. Polimeri e materiali compositi Negli ultimi anni, la ricerca si è concentrata sull’uso degli eteri di cellulosa come modificanti reologici e agenti compatibilizzanti nei polimeri biodegradabili. Alcuni studi hanno dimostrato che, inseriti in matrici come l’acido polilattico (PLA) o altri biopolimeri, gli eteri di cellulosa migliorano la dispersione dei filler, la stabilità meccanica e la processabilità dei materiali, aprendo la strada a nuove applicazioni nei materiali compositi e nei packaging sostenibili. Altri settori Gli eteri di cellulosa sono impiegati anche in farmaceutica (come eccipienti e agenti di rilascio controllato), nell’industria alimentare (come addensanti e stabilizzanti) e nella produzione di detergenti, cosmetici e prodotti per la cura personale. Vantaggi tecnici e prestazionali degli eteri di cellulosa L’adozione su larga scala degli eteri di cellulosa è motivata da una serie di vantaggi chiave, comprovati da una vasta letteratura scientifica: - Eccellente legame: migliorano l’adesione di malte e stucchi alle superfici di applicazione. - Aumento della ritenzione idrica: ritardano l’evaporazione, garantendo tempi di lavorazione più lunghi e una migliore reazione chimica nelle malte. - Resistenza allo scivolamento: rendono più semplice l’applicazione di materiali su superfici verticali senza colature. - Flessibilità e facilità d’uso: polveri facilmente disperdibili in acqua, compatibili con molti sistemi chimici. - Compatibilità ambientale: partendo da una base naturale rinnovabile, si inseriscono perfettamente nei modelli di economia circolare e nei progetti di bioedilizia. Gli eteri di cellulosa e il riciclo: tra biodegradabilità e circolarità Uno dei temi centrali nella ricerca attuale riguarda la fine vita degli eteri di cellulosa e la loro compatibilità con i processi di riciclo. Sebbene siano derivati naturali, la presenza di gruppi eterei ne modifica la biodegradabilità rispetto alla cellulosa pura. Tuttavia, numerosi studi hanno confermato che molti eteri di cellulosa, in particolare quelli con basso grado di sostituzione, sono comunque biodegradabili in condizioni ambientali o industriali controllate (es. compostaggio). In ambito industriale, la possibilità di reimpiegare gli scarti di produzione o i residui di eteri di cellulosa in nuovi cicli produttivi sta diventando realtà, grazie anche all’adozione di processi di depolimerizzazione o riutilizzo in miscele a basso impatto ambientale. In particolare, l’uso di questi materiali nei compositi polimerici biodegradabili rappresenta un’interessante opportunità per un riciclo “upcycling”, cioè la valorizzazione di un residuo in un prodotto di qualità superiore. Conclusioni: verso una filiera sostenibile dei polimeri naturali Gli eteri di cellulosa incarnano un perfetto equilibrio tra tecnologia, sostenibilità e performance industriale. La loro versatilità, l’origine rinnovabile e le prospettive di riciclo ne fanno una delle soluzioni più promettenti per l’edilizia verde, le vernici sostenibili e l’innovazione nei materiali polimerici avanzati. In un’epoca in cui la domanda di materiali performanti e al tempo stesso ecologici è sempre più pressante, gli eteri di cellulosa rappresentano una risposta concreta, sostenuta da una robusta base scientifica e da applicazioni ormai consolidate nel mondo produttivo.© Riproduzione Vietata Fonti principali R.M. Rowell, "Handbook of Wood Chemistry and Wood Composites" (CRC Press, 2022). G. Heinze, "Cellulose Derivatives: Synthesis, Structure, and Properties," in Polysaccharides, 2021. Y. Habibi et al., "Cellulose-Based Hydrogels: Synthesis, Properties and Applications," Carbohydrate Polymers, vol. 261, 2021. M. Vehviläinen et al., "Biodegradation of Cellulose Ethers in Industrial Composting," Waste Management, 2023. S. Gurgel et al., "Recent Advances on the Use of Cellulose Derivatives in the Building Industry," Construction and Building Materials, vol. 315, 2022. European Polysaccharide Network of Excellence (EPNOE), "Cellulose Ethers: Environmental Impact and Industrial Use," Technical Report, 2023.
SCOPRI DI PIU'
Australia: Il Diritto alla Disconnessione Diventa Legge per i LavoratoriCon l'entrata in vigore della nuova normativa, i dipendenti possono finalmente separare la vita lavorativa da quella privatadi Marco ArezioIl 26 agosto 2024 segna una pietra miliare per i diritti dei lavoratori in Australia con l'entrata in vigore di una nuova legge che sancisce il diritto alla disconnessione per i dipendenti di medie e grandi aziende. Questo provvedimento, approvato dal parlamento australiano nel febbraio dello stesso anno, rappresenta un passo significativo verso la separazione netta tra vita lavorativa e vita privata, un aspetto sempre più cruciale nel mondo contemporaneo. Un Nuovo Capitolo nei Diritti dei Lavoratori La legge introduce un chiaro diritto per i lavoratori di non rispondere a email, chiamate o messaggi di lavoro al di fuori dell’orario contrattuale, a meno che non si tratti di questioni definite "ragionevoli" dal testo normativo. Questo concetto di "ragionevolezza" diventa centrale per l'applicazione della legge, lasciando un margine di interpretazione che potrebbe variare a seconda delle circostanze specifiche. Michele O’Neil, presidente dell’Australian Council for Trade Unions (ACTU), ha definito questa giornata come "storica per i lavoratori dipendenti". Secondo O’Neil, la nuova normativa permetterà agli australiani di "trascorrere del tempo di qualità con i loro cari senza dover rispondere continuamente a telefonate e messaggi di lavoro irragionevoli". Questo provvedimento, pertanto, non solo tutela il diritto al riposo, ma promuove anche un equilibrio più sano tra lavoro e vita privata. Una Legge che Guarda al Futuro Il primo ministro laburista Anthony Albanese ha sottolineato che questa riforma è stata introdotta anche per una questione di salute mentale. "Vogliamo assicurarci che, poiché le persone non sono pagate 24 ore al giorno, non debbano lavorare 24 ore al giorno", ha affermato Albanese. La sua dichiarazione riflette un crescente riconoscimento dell’importanza del benessere psicologico dei lavoratori, che spesso può essere compromesso da una costante connessione alle responsabilità lavorative. La legge si applica immediatamente alle aziende con 15 o più dipendenti, mentre le piccole imprese con meno di 15 dipendenti avranno tempo fino al 26 agosto 2025 per conformarsi alle nuove regole. Questa distinzione temporale intende dare alle piccole aziende più tempo per adattarsi alle nuove esigenze normative, riducendo al minimo l’impatto economico immediato. Il Contesto Internazionale: Un Movimento in Crescita L'introduzione del diritto alla disconnessione in Australia non è un caso isolato. Paesi come la Francia, la Spagna, il Portogallo e il Belgio hanno già adottato normative simili negli ultimi anni, riflettendo un cambiamento globale nell'approccio al lavoro e alla gestione del tempo. In Francia, per esempio, il diritto alla disconnessione è stato introdotto già nel 2017, mentre la Spagna ha seguito nel 2018, aggiornando ulteriormente la normativa nel 2020. Il Portogallo ha reso operativa la legge nel 2021, e il Belgio ha fatto altrettanto nel 2022. Questo fenomeno indica una crescente consapevolezza dei legislatori internazionali riguardo alla necessità di proteggere i lavoratori dagli eccessi della cultura della connessione perpetua, che le nuove tecnologie e il lavoro da remoto hanno amplificato. Le Critiche e le Sfide all’Implementazione Nonostante l'accoglienza positiva da parte dei sindacati e di molti lavoratori, la legge ha sollevato alcune polemiche. L'Australian Industry Group, un'organizzazione che rappresenta gli interessi dei datori di lavoro, ha espresso preoccupazioni riguardo alla chiarezza e alla praticabilità della normativa. Secondo l’organizzazione, termini come "questioni ragionevoli" possono generare confusione, rendendo difficile per i datori di lavoro e dipendenti determinare quando sia legittimo effettuare o accettare chiamate al di fuori dell'orario di lavoro. Questa ambiguità potrebbe, infatti, creare situazioni di incertezza, in cui i dipendenti, timorosi di ripercussioni, potrebbero sentirsi obbligati a rispondere alle richieste lavorative anche quando sarebbe loro diritto rifiutarsi. Per ovviare a questi rischi, l'implementazione della legge sarà monitorata dalla Fair Work Ombudsman (FWO), l’istituzione indipendente incaricata di vigilare sui rapporti di lavoro in Australia. I Criteri di Applicazione: Cosa Significa "Ragionevole"? La FWO ha indicato che il giudizio su cosa costituisca una "questione ragionevole" dipenderà dalle circostanze specifiche. Tra i fattori che verranno considerati ci sono il motivo del contatto, il modo in cui avviene e il grado di disturbo per il dipendente, nonché la retribuzione supplementare prevista per la mansione richiesta. Altri elementi che verranno presi in esame includono la disponibilità del dipendente a lavorare durante il periodo fuori orario, il ruolo e il livello di responsabilità del dipendente all'interno dell'azienda, e la situazione personale, comprese le responsabilità familiari o di assistenza. Questi criteri mirano a garantire un’applicazione equa della legge, bilanciando le esigenze aziendali con i diritti individuali dei lavoratori. Tuttavia, l’effettiva interpretazione e applicazione di queste norme rimarrà un punto di attenzione e dibattito nei prossimi anni. Conclusione: Un Passo Avanti per il Benessere dei Lavoratori L'introduzione del diritto alla disconnessione in Australia rappresenta un importante progresso nella tutela dei diritti dei lavoratori, ponendo l’accento sull’importanza di un corretto bilanciamento tra lavoro e vita privata. Nonostante le critiche e le sfide operative, la nuova legge è vista come un passo necessario verso la protezione della salute mentale e del benessere complessivo dei dipendenti. In un mondo sempre più connesso, il riconoscimento legislativo del diritto a "staccare la spina" può essere visto come una risposta ai cambiamenti imposti dalle nuove tecnologie e dai modelli di lavoro flessibili. L'efficacia di questa normativa, tuttavia, dipenderà dalla sua corretta applicazione e dall'evoluzione delle prassi lavorative nei prossimi anni. La sua adozione segna comunque un segnale positivo, indicando che il benessere dei lavoratori sta diventando una priorità per i governi di tutto il mondo.© Riproduzione Vietata
SCOPRI DI PIU'
I Rifiuti Elettronici: una Filiera con Molte Incognite e SpeculazioniI Rifiuti Elettronici: una Filiera con Molte Incognite e Speculazionidi Marco ArezioI rifiuti elettronici sono quella massa di prodotti di uso comune come elettrodomestici, telefonini, televisori, computers e molti altri oggetti che raggiungono, più o meno velocemente, una condizione di obsolescenza, voluta dai produttori o dalla moda o per rotture tecniche, in un tempo sempre più rapido.A differenza dei rifiuti plastici, di vetro, di metallo, di carta o di tessuti, il rifiuto elettronico è un complesso articolato di componenti di varia natura e provenienza che ne fa, di per sé, un oggetto complicato per il riciclo. Inoltre un oggetto elettronico contiene molte sostanze chimiche pericolose che se non trattate in modo corretto comportano seri danni all’ecosistema e all’uomo. Ci sono molti motivi per spingere sull’industria del riciclo legale delle apparecchiature elettroniche, tra le quali possiamo annoverare il rispetto dell’ambiente, la tossicità di alcuni componenti che sono presenti all’interno delle apparecchiature, che devono essere gestiti in maniera corretta e responsabile, ma anche la crescente domanda dei materiali nobili, da parte dei produttori, per la costruzione di nuovi dispositivi. Infatti, molti minerali rari che sono necessari per le moderne tecnologie provengono da paesi che non rispettano i diritti umani. Per evitare di sostenere inconsapevolmente conflitti armati e violazioni dei diritti umani, i deputati del Parlamento europeo hanno adottato norme che impongono agli importatori europei di materiali preziosi di effettuare dei controlli sul ciclo di lavoro per garantire che non si verifichino fenomeni di sfruttamento dei lavoratori, di inquinamento delle terre e di reputazione dei fornitori. Anche per questo motivo la crescita del mercato legale del riciclo di questo settore risulta di particolare importanza. Se volessimo fare una classifica di quale siano i rifiuti elettronici più comuni possiamo dire che i grandi elettrodomestici, come le lavatrici e le stufe elettriche, sono tra i quelli più raccolti e rappresentano oltre la metà di tutti i rifiuti elettrici ed elettronici. Seguono le apparecchiature informatiche e di telecomunicazione (computer portatili, stampanti), le apparecchiature di consumo (videocamere, lampade fluorescenti) e i pannelli fotovoltaici nonché i piccoli elettrodomestici (aspirapolvere, tostapane). Tutte le altre categorie, come gli attrezzi elettrici e i dispositivi medici, rappresentano in totale il 7,2% dei rifiuti elettronici ed elettrici raccolti. Il riciclo dei rifiuti elettronici, nonostante vi siano sostanze preziose al loro interno come il rame, lo stagno, l’oro, il titanio, l’argento, l’alluminio, rimane del tutto insufficiente, in termini di volumi riciclati, rispetto alla produzione annua di apparecchiature nuove. L’ONU nel solo 2017 ha stimato in 50 milioni di tonnellate in tutto il mondo la massa di rifiuti elettronici di cui l’80% è finito nelle discariche. Quali sono i motivi per cui si ricicla così poco?Innanzitutto la complessità degli apparecchi, formati da molti elementi diversi tra loro e l’alto standard qualitativo, che impone l’uso di materie prime chimicamente complesse, che richiederebbe lo smontaggio degli apparecchi per una separazione corretta in elementi costitutivi. In realtà gli molti apparecchi non vengono smontati, specialmente quelli più piccoli, ma macinati e divisi successivamente con la perdita di molti materiali e il parziale inquinamento degli elementi riciclabili. Possiamo dire che solo alcuni produttori hanno avviato il ritiro dei propri prodotti usati a fine vita, come Apple per esempio, creando un flusso di rifiuti del tutto pulito dai quali estrae i materiali più preziosi tra cui l’oro. Inoltre il ritmo di produzione e di vendita degli apparecchi, come i telefonini, vede ogni anno un ciclo di cambio pari a circa il 25% della popolazione, inoltre nelle case sarebbero accumulati 500 milioni di apparecchi inutilizzabili che incombono sulla quota dei rifiuti elettronici globali. I sistemi di riciclo dei rifiuti elettronici - RAEE Il recupero dei componenti degli apparecchi elettronici avviene principalmente attraverso i processi di triturazione e separazione del macinato risultante, secondo la sua natura. Il vetro, la plastica i metalli e altri prodotti minori vengono separati con sistemi meccanici e per densità, creando famiglie omogenee di scarti che potranno diventare nuova materia prima. Purtroppo, all’interno di un apparecchio elettronico, una quota considerevole di materiali non può essere separato e riciclato per la complessità delle ricette chimiche richieste durante la loro produzione. Per queste difficoltà e per gli alti costi di riciclo, attualmente una quota tra il 60 e 80% dei rifiuti elettronici a fine vita vengono inviati in paesi in via di sviluppo, a volte in maniera poco trasparente, dove gli apparecchi vengono separati manualmente, con sistemi che comportano enormi problemi sanitari e ambientali in cui avviene il lavoro. Molti degli prodotti che sono avviati al riciclo o alla discarica sono strumenti ancora validi e recenti, ma attualmente la loro costituzione, strutturale e di processo per il loro funzionamento, ne rende difficile o antieconomica la riparazione, a volte volutamente impossibile dai produttori, così da creare un volano di nuovi acquisti e di conseguenza un aumento esponenziale dei rifiuti. In un’ottica generale questo consumismo sfrenato in cui la vita del prodotto viene programmata per durare il meno possibile, creando un nuovo bisogno di acquisto, va contro ogni logica di sostenibilità a cui gli organi competenti devono dare un freno.Categoria: notizie - RAEE - economia circolare - rifiuti Vedi maggiori informazioni sul riciclo
SCOPRI DI PIU'
Carboni attivi riciclati: depurazione, rigenerazione, sostenibilità e nuove applicazioni industrialiScopri cosa sono i carboni attivi riciclati, come vengono rigenerati dai processi industriali e quali ruoli svolgono oggi nella depurazione dell’acqua, dell’aria e nei cicli produttivi dell’economia circolaredi Marco ArezioI carboni attivi rappresentano uno dei materiali più versatili e preziosi nel campo della depurazione e della filtrazione industriale. Si tratta di sostanze carboniose, ottenute principalmente da materie prime naturali come gusci di noce di cocco, legno, torba o carbone fossile, sottoposte a un processo di attivazione termica o chimica che genera una struttura microporosa estremamente sviluppata. Questa configurazione interna, caratterizzata da un’enorme superficie specifica che può superare i 1000 m² per grammo, conferisce al materiale una capacità di adsorbimento eccezionale, rendendolo ideale per catturare composti organici, metalli pesanti, odori e sostanze tossiche da liquidi e gas. Nel tempo, tuttavia, la capacità adsorbente del carbone attivo tende a ridursi: i pori vengono saturati dalle sostanze trattenute e il materiale perde progressivamente efficacia. È qui che entra in gioco la rigenerazione e il riciclo, una pratica che permette di restituire al carbone le sue proprietà iniziali riducendo al contempo i costi e l’impatto ambientale associati alla produzione di nuovo materiale. Struttura porosa e meccanismo di adsorbimento Il principio di funzionamento del carbone attivo si basa sull’adsorbimento fisico, ovvero sulla capacità della sua superficie interna di attrarre e trattenere molecole attraverso forze di Van der Waals o legami chimici deboli. La sua efficacia dipende fortemente dalla distribuzione e dalla dimensione dei pori: - micropori (<2 nm) sono responsabili della cattura delle molecole più piccole - mesopori (2–50 nm) accolgono molecole organiche di dimensioni intermedie - macropori (>50 nm) facilitano l’accesso delle sostanze ai livelli più profondi Durante l’uso, queste cavità si riempiono progressivamente, riducendo la superficie attiva disponibile. Il riciclo consiste nel liberare questi pori attraverso processi termici o chimici, ristabilendo la struttura originale del materiale. Fonti di approvvigionamento dei carboni attivi esausti I carboni attivi esausti provengono da una vasta gamma di settori industriali e civili. Nelle industrie alimentari e farmaceutiche vengono utilizzati per la purificazione di soluzioni, oli, zuccheri e principi attivi; nel trattamento delle acque per rimuovere pesticidi, solventi e microinquinanti; nelle industrie chimiche e petrolifere per la depurazione di gas e vapori; infine, in ambito urbano e ambientale, per la filtrazione dell’aria e la gestione degli odori. Dopo un determinato ciclo di utilizzo, il materiale saturo viene recuperato e inviato a impianti specializzati nella rigenerazione. In molti Paesi europei, la normativa incoraggia questa pratica in quanto riduce significativamente il consumo di risorse primarie e le emissioni associate alla combustione o allo smaltimento del carbone esausto. Tecniche di rigenerazione e riciclo dei carboni attivi Il processo di rigenerazione dei carboni attivi può avvenire attraverso diverse metodologie, a seconda del tipo di contaminante e della destinazione d’uso del materiale rigenerato. 1. Rigenerazione termica: È la tecnica più diffusa e consiste nel riscaldare il carbone esausto in forni rotativi o a letto fluido a temperature comprese tra 800 e 1000 °C in atmosfera controllata. In queste condizioni, i composti organici adsorbiti vengono disgregati o volatilizzati, liberando i pori. Una parte del materiale può subire un consumo (di solito inferiore al 10-15%), ma la resa complessiva rimane elevata. 2. Rigenerazione a vapore: Utilizzata soprattutto nel settore idrico, impiega vapore ad alta temperatura per desorbire le sostanze trattenute. È un metodo più delicato, adatto per carboni con contaminanti termolabili, ma meno efficace su composti organici pesanti. 3. Rigenerazione chimica: Prevede l’uso di solventi o soluzioni acide e basiche per sciogliere i composti adsorbiti. Questo metodo è particolarmente utile per i carboni impiegati nella rimozione di metalli o composti inorganici. 4. Rigenerazione elettrochimica e microonde: Tecniche innovative in rapido sviluppo, che permettono di rigenerare il carbone con consumi energetici ridotti e maggiore controllo dei parametri di processo. Il prodotto rigenerato viene poi raffreddato, lavato e classificato granulometricamente, tornando disponibile per nuovi cicli di utilizzo con caratteristiche spesso equivalenti al materiale vergine. Applicazioni industriali dei carboni attivi riciclati I carboni attivi rigenerati trovano impiego in un ampio spettro di applicazioni industriali. Nel trattamento delle acque potabili e reflue sono utilizzati per la rimozione di sostanze organiche non biodegradabili, pesticidi e microplastiche. Nel settore alimentare e farmaceutico, vengono reimpiegati per la decolorazione e la purificazione di prodotti liquidi. In ambito ambientale, i carboni riciclati sono fondamentali nei sistemi di filtrazione dell’aria e nei depuratori dei gas di scarico, dove assorbono composti solforati e clorurati. In campo industriale, vengono utilizzati per la cattura di solventi e per il recupero di vapori organici volatili (VOC), contribuendo alla riduzione delle emissioni atmosferiche e al riutilizzo delle sostanze recuperate. Benefici ambientali ed economici della rigenerazione La rigenerazione dei carboni attivi comporta vantaggi significativi rispetto alla produzione ex novo. Da un punto di vista ambientale, il riciclo riduce fino al 90% le emissioni di CO₂ legate alla produzione e all’approvvigionamento delle materie prime, oltre a minimizzare il volume di rifiuti destinati alla discarica. Dal punto di vista economico, la rigenerazione consente un risparmio medio del 30–40% rispetto al costo del materiale nuovo, mantenendo prestazioni comparabili. Inoltre, l’approccio circolare nella gestione dei carboni attivi si integra perfettamente con le politiche europee di riduzione dei rifiuti industriali e promozione del riutilizzo, rendendo questo settore un esempio virtuoso di simbiosi industriale. Normative e standard di qualità per i carboni rigenerati La produzione e il riciclo dei carboni attivi sono regolati da norme tecniche che garantiscono la qualità e la sicurezza del materiale. A livello europeo, le norme EN 12915 e EN 12902 definiscono i requisiti per i carboni attivi utilizzati nel trattamento delle acque destinate al consumo umano, mentre altre direttive specificano i limiti di contaminanti e la purezza richiesta per usi alimentari o farmaceutici. Le aziende che effettuano la rigenerazione devono disporre di impianti certificati ISO 14001 e ISO 9001, assicurando la tracciabilità del materiale e il controllo analitico delle prestazioni. La conformità alle normative ambientali locali è altresì essenziale per garantire che le emissioni derivanti dai processi termici siano entro i limiti di legge. Prospettive future e innovazioni tecnologiche nel settore Il futuro dei carboni attivi riciclati si orienta verso tecnologie sempre più pulite ed efficienti. L’integrazione di processi pirolitici a bassa temperatura, la rigenerazione con plasma freddo, o l’utilizzo di fonti di biomassa secondaria come materia prima, stanno rivoluzionando il settore. Parallelamente, la ricerca si concentra sullo sviluppo di carboni attivi derivati da rifiuti organici – come gusci di semi, residui agricoli o fanghi depurativi – che, dopo attivazione e successiva rigenerazione, garantiscono prestazioni paragonabili ai carboni fossili ma con un impatto ambientale molto inferiore. In prospettiva, i carboni attivi rigenerati rappresentano un tassello fondamentale nella costruzione di un’economia industriale più sostenibile e circolare, in cui il valore delle risorse non si esaurisce dopo un singolo ciclo di vita ma viene costantemente recuperato e reimpiegato. Conclusione I carboni attivi riciclati incarnano perfettamente il principio dell’economia circolare applicato ai materiali tecnici: un equilibrio virtuoso tra efficienza industriale, risparmio economico e tutela ambientale. La loro capacità di rigenerarsi e tornare pienamente operativi in numerosi cicli di utilizzo rappresenta non solo una scelta ecologica, ma anche un modello produttivo strategico per un futuro industriale più pulito e resiliente.© Riproduzione Vietata
SCOPRI DI PIU'
I Misteri di Oltrecolle. Capitolo 9: Psiche e Realtà ParalleleUn viaggio profondo negli incubi e nella memoria di Elena, mentre il caso Morandi si rivela più complesso e surreale del previsto, sfidando ogni confine tra clinica e misteroLuglio 2025di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Racconti. I Misteri di Oltrecolle. Capitolo 9: Psiche e Realtà ParalleleLa notte di Elena fu popolata da sogni irrequieti, densi come nebbia e attraversati da un senso di minaccia sottile e persistente. Nel dormiveglia, si ritrovava a rivivere il volto enigmatico di Morandi: lo vedeva seduto nella sala colloqui, poi in piedi, poi ancora in movimento, mentre attraversava porte che si aprivano una dopo l’altra su scenari sempre diversi. C’erano corridoi interminabili, stanze spoglie, e ogni volta che Morandi spariva dietro una porta socchiusa, Elena sentiva crescere dentro di sé una sensazione di perdita, quasi di abbandono. Ma il sogno non si fermava lì: da quella stessa porta da cui Morandi era scomparso, compariva lentamente la figura di suo fratello, quello che aveva perso tanti anni prima in un incidente che ancora le tormentava i pensieri. Lo vedeva avanzare, il volto segnato ma sereno, lo sguardo pieno di dolcezza e nostalgia. Si avvicinava a lei, allungava le braccia per abbracciarla, e per un attimo Elena sentiva un calore struggente, il desiderio infantile di essere protetta, consolata. Eppure, proprio quando stava per essere sfiorata da quell’abbraccio, qualcosa cambiava: il fratello sembrava sbiadire, la distanza tra loro si faceva improvvisamente insormontabile, e la scena si dissolveva in una sensazione di vuoto che lasciava Elena con il fiato corto e il cuore pesante. Rimaneva sola, immersa in un’oscurità inquieta, con la consapevolezza di non essere riuscita a trattenere nulla di ciò che più desiderava. Nella notte sconvolta dai sogni, la mente di Elena la trascinò ancora più a fondo nei territori dell’angoscia e della memoria. La scena si apriva su un corridoio interminabile, stretto e male illuminato, le cui pareti sudicie sembravano chiudersi lentamente su di lei a ogni suo movimento. L’aria era densa, quasi irrespirabile, e in lontananza si sentiva solo un gocciolio ossessivo, come se il tempo stesso colasse via inesorabile....Acquista il libro© Riproduzione Vietata
SCOPRI DI PIU'
La Guerra dell’Avocado in Sud America: Tra Deforestazione e Violenza dei CartelliL’oscuro lato della produzione di avocado: impatti ambientali, conflitti sociali e il ruolo dei business internazionali in Messico, Perù e Ciledi Marco ArezioL’avocado, un frutto esotico considerato un superfood grazie ai suoi benefici per la salute, ha conquistato le tavole di tutto il mondo. Tuttavia, dietro il suo successo si nasconde una storia oscura fatta di deforestazione, violenza e sfruttamento. In Sud America, la produzione di avocado è diventata una questione controversa, intrecciando interessi economici, ambientali e sociali. L’espansione della produzione di avocado Negli ultimi anni, la domanda globale di avocado è cresciuta esponenzialmente. Questo frutto, ricco di grassi sani, vitamine e minerali, è diventato un alimento molto richiesto nei mercati di tutto il mondo, soprattutto in Nord America e in Europa. Paesi come il Messico, il Perù e il Cile sono diventati i principali esportatori di avocado, soddisfacendo gran parte della domanda globale. Secondo i dati del 2022, il Messico è il leader mondiale nella produzione di avocado, con una quota del mercato globale che supera il 30%. Il Perù, il secondo maggior produttore, ha visto la sua produzione crescere del 15% annuo, con esportazioni che raggiungono principalmente gli Stati Uniti e l'Europa. Il Cile, un altro grande produttore, esporta gran parte della sua produzione in Europa, Asia e Stati Uniti.La deforestazione e gli impatti ambientali La crescente domanda di avocado ha portato a un’espansione massiccia delle piantagioni, spesso a discapito delle foreste e di altri ecosistemi naturali. In Messico, in particolare, la coltivazione di avocado è una delle principali cause della deforestazione. Nello stato di Michoacán, dove si produce circa il 70% degli avocado messicani, migliaia di ettari di foresta vengono abbattuti ogni anno per far posto alle piantagioni di avocado. Questo fenomeno non solo minaccia la biodiversità locale, ma contribuisce anche al cambiamento climatico, poiché le foreste giocano un ruolo cruciale nella cattura del carbonio. In Perù, l'espansione delle coltivazioni di avocado ha portato all’uso intensivo delle risorse idriche. Le piante di avocado richiedono grandi quantità di acqua, e in regioni già soggette a scarsità idrica, come la costa peruviana, questo ha provocato conflitti tra agricoltori e comunità locali. L’uso eccessivo di pesticidi e fertilizzanti chimici nelle piantagioni di avocado ha inoltre avuto impatti negativi sulla qualità del suolo e delle risorse idriche. La violenza dei cartelli criminali La crescente redditività del mercato degli avocado ha attirato l'attenzione delle organizzazioni criminali, soprattutto in Messico. I cartelli della droga, vedendo un’opportunità di profitto, hanno iniziato a estorcere denaro ai produttori di avocado, imponendo tasse illegali e controllando le rotte di trasporto. Questo fenomeno ha portato a un aumento della violenza nelle regioni produttrici di avocado, con episodi di intimidazione, rapimenti e omicidi. A Michoacán, i produttori di avocado vivono sotto costante minaccia. I cartelli, che vedono negli avocado una fonte di reddito alternativa, non esitano a usare la violenza per mantenere il controllo del mercato. Le famiglie degli agricoltori sono spesso prese di mira, e molte di esse sono costrette a pagare somme ingenti per garantire la propria sicurezza. Il ruolo dei business internazionali Le grandi catene di supermercati e i rivenditori internazionali giocano un ruolo cruciale nel mercato degli avocado. La loro domanda costante spinge i produttori a espandere le coltivazioni, spesso senza considerare gli impatti ambientali e sociali. Inoltre, la pressione per mantenere bassi i costi di produzione porta spesso a condizioni di lavoro precarie per i lavoratori delle piantagioni. Negli Stati Uniti, il principale mercato di consumo di avocado, la maggior parte di questi proviene dal Messico. Le grandi catene di supermercati come Walmart, Costco e Whole Foods importano enormi quantità di avocado per soddisfare la domanda dei consumatori. In Europa, paesi come Spagna, Francia e Regno Unito sono i maggiori importatori di avocado, con il frutto che arriva principalmente da Perù, Cile e Sud Africa.Numeri della produzione e principali esportatori Secondo i dati della FAO del 2022, la produzione mondiale di avocado ha raggiunto i 7 milioni di tonnellate. Il Messico rimane il principale produttore, con una produzione di circa 2,3 milioni di tonnellate all'anno. Il Perù segue con una produzione di 800.000 tonnellate, mentre il Cile produce circa 300.000 tonnellate. Gli Stati Uniti sono il maggiore importatore di avocado, con oltre il 70% delle importazioni provenienti dal Messico. In Europa, la Spagna è il principale produttore di avocado, ma il continente dipende fortemente dalle importazioni da America Latina e Africa. Il mercato asiatico è in rapida crescita, con paesi come Cina e Giappone che aumentano le loro importazioni di avocado, principalmente dal Perù e dal Cile. Conclusioni La "guerra dell'avocado" in Sud America rappresenta un esempio emblematico di come la globalizzazione e la domanda internazionale possano avere conseguenze devastanti a livello locale. La deforestazione, la violenza e lo sfruttamento delle risorse naturali sono problemi che richiedono una risposta urgente e coordinata da parte dei governi, delle organizzazioni internazionali e dei consumatori. È essenziale promuovere pratiche agricole sostenibili e responsabilità sociale lungo tutta la filiera produttiva. I consumatori, da parte loro, possono contribuire scegliendo prodotti certificati e sostenibili, e facendo pressione sui rivenditori per adottare politiche più etiche. Solo attraverso uno sforzo collettivo sarà possibile garantire che il successo dell’avocado non continui a essere macchiato da ingiustizie e distruzione ambientale.
SCOPRI DI PIU'
Le Inchieste Ambientali del Consorzio Internazionale dei Giornalisti Investigativi: Smascherare le Verità Nascoste della Crisi EcologicaCome l'ICIJ utilizza il giornalismo investigativo per rivelare gli abusi ambientali globali, dal traffico di rifiuti tossici alla deforestazione illegale, contribuendo a trasformare la lotta contro il cambiamento climaticodi Marco ArezioNegli ultimi decenni, il cambiamento climatico, la distruzione degli ecosistemi e l’inquinamento sono diventati temi centrali del dibattito globale. Di fronte all’aggravarsi della crisi ambientale, il ruolo dei media, e in particolare del giornalismo investigativo, è diventato cruciale per denunciare le pratiche dannose, l’inazione politica e le attività industriali che compromettono il futuro del pianeta. In questo contesto, il Consorzio Internazionale dei Giornalisti Investigativi (ICIJ) ha svolto un ruolo chiave nella divulgazione di inchieste complesse e di grande impatto, smascherando gli attori che alimentano la crisi ambientale. Cos'è l'ICIJ? L’ICIJ (International Consortium of Investigative Journalists) è un’organizzazione no-profit con sede negli Stati Uniti, fondata nel 1997 come parte del Center for Public Integrity, un altro gruppo giornalistico investigativo di fama. Oggi, l’ICIJ è un’entità indipendente che collega giornalisti e media di tutto il mondo con l'obiettivo di condurre inchieste transnazionali. Il consorzio lavora su questioni complesse che travalicano i confini nazionali e richiedono un’analisi approfondita e una collaborazione giornalistica globale. Tra i maggiori successi dell'ICIJ vi sono le inchieste finanziarie, come i Panama Papers e i Paradise Papers, ma l’organizzazione ha anche rivolto un’attenzione particolare alle questioni ambientali. Grazie a una rete globale di oltre 280 giornalisti e 100 partner mediatici in più di 100 Paesi, l’ICIJ è in grado di condurre inchieste che nessuna redazione, da sola, potrebbe realizzare, specialmente in un contesto di minacce crescenti contro i giornalisti e l’informazione indipendente. Come Funziona l’ICIJ? Il modello di funzionamento dell'ICIJ si basa sulla collaborazione internazionale e l’uso di strumenti avanzati di analisi dei dati. Quando l’ICIJ avvia un’inchiesta, raccoglie e condivide informazioni con i giornalisti membri della sua rete globale, sfruttando database, documenti riservati, leak (fughe di informazioni) e risorse fornite da informatori (whistleblowers). Ogni progetto viene sviluppato in segreto per mesi, a volte anni, prima della pubblicazione. I giornalisti che partecipano a un'inchiesta sono chiamati a cooperare intensamente, mettendo a disposizione competenze specialistiche, conoscenze locali e capacità di storytelling. Questa sinergia crea un prodotto finale potente, che riesce a illuminare scandali e ingiustizie che altrimenti rimarrebbero nascosti. L’ICIJ utilizza anche tecniche investigative avanzate, tra cui il data mining, l'analisi di migliaia di documenti e lo sviluppo di sistemi informatici che permettono di tracciare collegamenti tra persone, aziende e governi. Inoltre, l’ICIJ si basa sul principio della trasparenza, non solo nel diffondere le sue inchieste, ma anche nell’assicurare che il suo lavoro sia accessibile al pubblico e ai media indipendenti. Le Inchieste dell’ICIJ sull’Ambiente L'ICIJ ha affrontato temi ambientali in diverse inchieste di grande portata. Di seguito, analizziamo alcune delle più rilevanti: Toxic Trade (2019) Una delle indagini più importanti condotte dall'ICIJ sull'ambiente è stata l'inchiesta denominata Toxic Trade, pubblicata nel 2019. Questa inchiesta ha svelato un sistema internazionale in cui grandi quantità di rifiuti tossici provenienti da Paesi sviluppati vengono esportate nei Paesi in via di sviluppo, dove le normative ambientali sono meno stringenti o del tutto inesistenti. L'inchiesta ha evidenziato come la pratica del “dumping” di rifiuti tossici sia diventata una minaccia crescente per la salute umana e per l'ambiente. Attraverso l'analisi di documenti commerciali, database internazionali e l'uso di tecnologie investigative avanzate, l'ICIJ ha tracciato i flussi di rifiuti pericolosi da Europa, Stati Uniti e Giappone verso Paesi come il Sudafrica, l’India e la Malesia. L'inchiesta ha rivelato che, nonostante i trattati internazionali come la Convenzione di Basilea, che mira a limitare il traffico transfrontaliero di rifiuti pericolosi, i controlli sono insufficienti e le aziende riescono a evadere le regolamentazioni grazie a scappatoie legali e corruzione. Toxic Trade ha posto l'accento sulla necessità di una regolamentazione più rigorosa e di una maggiore responsabilità da parte delle nazioni sviluppate, nonché sulla necessità di promuovere l’economia circolare come alternativa sostenibile. Carbon Conundrum (2021) Nel 2021, l'ICIJ ha pubblicato un'altra importante inchiesta ambientale, Carbon Conundrum, che ha esaminato l'efficacia dei sistemi globali di scambio delle emissioni di carbonio. L'indagine ha svelato che molte delle iniziative per la compensazione delle emissioni, promosse da grandi aziende e governi, sono inefficaci o addirittura controproducenti. Uno dei principali problemi evidenziati dall’ICIJ è stato l’abuso del concetto di compensazione delle emissioni, dove le aziende comprano crediti di carbonio da progetti teoricamente sostenibili in altre parti del mondo, mentre continuano a inquinare. In molti casi, questi crediti sono stati associati a progetti di riforestazione che non hanno mai visto la luce o che non hanno portato i benefici promessi. Questa inchiesta ha messo in luce come il sistema dei crediti di carbonio venga sfruttato da aziende e governi per "lavare" la propria immagine senza apportare veri cambiamenti strutturali verso la riduzione delle emissioni di gas serra. Carbon Conundrum ha sollevato seri interrogativi sull'efficacia delle misure globali per il contrasto al cambiamento climatico e ha rafforzato la richiesta di azioni più incisive e trasparenti. The Deforestation Inc. (2023) Un’altra indagine di rilievo è stata pubblicata nel 2023 sotto il titolo di Deforestation Inc.. Questa inchiesta ha smascherato una rete di aziende e intermediari che traggono profitto dalla distruzione delle foreste tropicali, in particolare in America Latina e nel Sud-est asiatico. Il team di giornalisti ha scoperto che multinazionali dell’agroindustria, aziende minerarie e gruppi di costruzioni stanno contribuendo in maniera massiccia alla deforestazione illegale, spesso con la complicità di autorità locali corrotte o indifferenti. Inoltre, l'inchiesta ha svelato come i certificati "green" rilasciati da alcune organizzazioni internazionali siano in realtà solo delle coperture per permettere alle aziende di continuare a devastare le foreste. Deforestation Inc. ha evidenziato come la perdita delle foreste non solo contribuisca al cambiamento climatico, riducendo i “pozzi di assorbimento” di CO₂, ma abbia anche conseguenze devastanti per le comunità indigene e per la biodiversità. L'inchiesta ha portato all’attenzione globale il fallimento delle iniziative internazionali volte a proteggere le foreste e ha sollecitato una maggiore trasparenza nel sistema delle certificazioni ambientali. L’Impatto delle Inchieste dell’ICIJ sull’Ambiente Le inchieste dell'ICIJ non si limitano a fornire dati e informazioni, ma spesso innescano azioni concrete da parte dei governi, delle organizzazioni internazionali e delle aziende. Molte delle rivelazioni dell'ICIJ hanno portato a nuove regolamentazioni, a sanzioni contro le aziende coinvolte e a un maggiore controllo pubblico sulle pratiche dannose per l’ambiente. Ad esempio, dopo la pubblicazione di Toxic Trade, numerosi Paesi hanno rivisto le proprie normative sull’importazione di rifiuti, mentre alcune aziende sono state costrette a ridurre le esportazioni di materiali pericolosi. Carbon Conundrum ha suscitato un dibattito mondiale sull’efficacia del sistema di compensazione delle emissioni, spingendo alcuni governi a rivalutare le proprie politiche sul carbon trading.
SCOPRI DI PIU'
Il disastro di Flixborough: l’esplosione chimica che cambiò per sempre la sicurezza industrialeUn approfondimento sulla tragica esplosione del 1974 nello stabilimento chimico di Nypro, in Inghilterra, e sull’impatto ambientale, sociale e normativo Il 1° giugno 1974, una potente esplosione devastò la piccola cittadina di Flixborough, nel Lincolnshire, Regno Unito, causando 28 morti, oltre 100 feriti e danni strutturali a centinaia di edifici nel raggio di diversi chilometri. Il disastro di Flixborough non fu soltanto una tragedia umana e ambientale, ma anche un evento spartiacque per la sicurezza nell’industria chimica a livello globale. Questo articolo intende ricostruire le dinamiche dell’accaduto, analizzarne le cause e riflettere sulle implicazioni che ancora oggi influenzano le normative ambientali e industriali. Contesto: l’impianto chimico di Nypro Il sito di Flixborough era gestito dalla Nypro UK, una joint venture tra la British Petroleum (BP) e la Dutch State Mines (DSM). Lo stabilimento produceva caprolattame, un precursore fondamentale per la sintesi del nylon, a partire da composti chimici come l’acido cicloesanone e il cicloesano, altamente infiammabili. All’epoca, la crescente domanda di fibre sintetiche stava spingendo le industrie chimiche ad accelerare la produzione, talvolta trascurando standard di sicurezza rigorosi. L’impianto di Flixborough, in particolare, non era nuovo a modifiche tecniche temporanee e a operazioni ad alto rischio condotte senza un’adeguata supervisione ingegneristica. L’esplosione: una tragedia annunciata Poco prima dell’incidente, uno dei principali reattori dell’impianto era stato fermato a causa di una perdita. Per bypassare il problema, venne installata una tubazione temporanea a forma di U, del diametro di 20 pollici, realizzata con materiali non progettati per resistere alle stesse sollecitazioni del reattore originale. La modifica fu eseguita senza una verifica formale da parte di un ingegnere chimico qualificato. Nel pomeriggio del 1° giugno, mentre l’impianto era in funzione, la tubazione provvisoria cedette, provocando una massiccia fuoriuscita di circa 30 tonnellate di cicloesano. Il vapore del liquido si diffuse nell’aria e, pochi secondi dopo, un’esplosione di proporzioni catastrofiche squarciò l’intera struttura. L’onda d’urto fu talmente potente da essere avvertita fino a 50 chilometri di distanza. Alcuni testimoni riportarono una colonna di fuoco alta oltre 100 metri. Le conseguenze ambientali e sanitarie Oltre ai 28 lavoratori deceduti, più di 100 persone subirono gravi ferite, molte delle quali permanenti. L’esplosione danneggiò oltre 1.800 edifici residenziali nelle vicinanze, alcuni dei quali furono completamente distrutti. Le sostanze chimiche rilasciate nell’atmosfera provocarono problemi di contaminazione del suolo e dell’aria, sollevando preoccupazioni per la salute pubblica e l’impatto ambientale a lungo termine. Nonostante le dimensioni della tragedia, le autorità non disposero un’evacuazione di massa nelle ore immediatamente successive. La gestione dell’emergenza fu caotica e impreparata, rivelando gravi lacune nella pianificazione e nella comunicazione del rischio. L’inchiesta e le riforme legislative L’inchiesta ufficiale sul disastro di Flixborough concluse che la principale causa dell’esplosione fu la decisione di installare una tubazione temporanea senza un’adeguata progettazione ingegneristica. Il rapporto sottolineò come la mancanza di supervisione tecnica, la scarsa valutazione del rischio e la pressione produttiva abbiano contribuito in modo determinante al disastro. Le raccomandazioni dell’inchiesta portarono a un’importante revisione delle normative sulla sicurezza industriale nel Regno Unito. Nel 1975 fu istituito l’Health and Safety Executive (HSE), l’ente pubblico responsabile per la salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro. Inoltre, fu introdotta una nuova cultura della prevenzione nei siti industriali ad alto rischio, in particolare quelli coinvolti nella produzione e gestione di sostanze chimiche pericolose. Un’eredità che parla ancora oggi Il disastro di Flixborough rappresenta uno dei primi casi in cui fu chiaramente evidenziato il legame tra gestione aziendale, sicurezza ambientale e impatto sociale. Questo evento ha avuto un’influenza significativa anche sulle normative europee in materia di rischio industriale, contribuendo alla nascita della Direttiva Seveso (dal nome di un altro disastro chimico avvenuto due anni dopo in Italia), che stabilisce obblighi rigorosi per gli stabilimenti che trattano sostanze pericolose. In un’epoca in cui la sostenibilità ambientale e la sicurezza industriale sono più che mai al centro del dibattito pubblico, la lezione di Flixborough resta attuale: innovare e produrre non può mai significare abbassare la guardia sulla sicurezza o aggirare i controlli tecnici. L’equilibrio tra progresso economico, tutela dell’ambiente e benessere collettivo passa attraverso scelte responsabili e una rigorosa cultura della prevenzione. Conclusione: il valore della memoria ambientale Ricordare il disastro di Flixborough non è soltanto un dovere verso le vittime e le loro famiglie, ma anche un atto di consapevolezza verso il nostro presente. In un mondo in cui i rischi tecnologici e industriali sono sempre più complessi, è essenziale coltivare una memoria ambientale che ci aiuti a costruire un futuro più sicuro, equo e sostenibile. Investire in sicurezza, formazione e trasparenza non è un costo: è un investimento nel futuro. Ed è proprio da tragedie come quella di Flixborough che possiamo trarre le basi per un’industria più umana, responsabile e resiliente.ACQUISTA IL LIBRO© Riproduzione Vietata
SCOPRI DI PIU'
Impatti Ambientali di Giornali e E-Book: Come Scegliere la Lettura più SostenibileUn’analisi del ciclo di vita, delle emissioni di CO₂ e delle strategie circolari per ridurre l’impatto ambientale nella fruizione delle notizie e dei libridi Marco ArezioLa scelta tra leggere un giornale cartaceo o fruire di un contenuto in formato digitale non si limita semplicemente a una preferenza personale. Dietro ogni pagina stampata, così come dietro ogni dispositivo elettronico, si cela un intricato percorso fatto di estrazione e trasformazione di materie prime, di consumi energetici e di emissioni inquinanti che caratterizzano l’intero ciclo di vita del prodotto. È proprio questo il cuore dell’Analisi del Ciclo di Vita (Life Cycle Assessment, LCA), un metodo che consente di identificare e quantificare gli impatti ambientali generati dalla nascita del prodotto (o servizio) fino alla sua dismissione o riciclo. Per i giornali cartacei, il ciclo di vita include la produzione della carta — con il consumo di acqua ed energia, oltre all’utilizzo di fibre vergini o riciclate — la fase di stampa, la distribuzione su scala locale o nazionale e, infine, lo smaltimento o riciclo. Nel caso dell’elettronica, invece, occorre considerare l’estrazione di metalli rari, la fabbricazione di componenti delicati, l’assemblaggio, il trasporto su lunghe distanze, l’utilizzo e l’eventuale ricarica del dispositivo, per poi arrivare al suo smaltimento o riuso a fine vita. Uno degli aspetti salienti dell’LCA è mettere in luce come il picco di emissioni e consumi avvenga spesso in una fase iniziale, per esempio nella produzione di un tablet o di un e-reader. Al contrario, la produzione di un quotidiano genera costantemente impatti, ma in quantità modulabili dal numero di copie stampate. In sostanza, la valutazione complessiva dell’impatto dipende dal modo in cui ognuno di noi legge: la periodicità, la quantità di testi consultati e la durata di vita del dispositivo elettronico sono parametri chiave. Emerge così che un lettore occasionale, che acquista saltuariamente il giornale in edicola, avrà un profilo d’impatto diverso da chi “divora” quotidiani e libri, preferendo magari un singolo dispositivo a inchiostro elettronico capace di durare anni. Produzione Cartacea: Impatti su Foreste ed Emissioni di CO₂ La carta che compone i giornali viene ottenuta principalmente dalla cellulosa, estratta in larga parte da alberi coltivati o da foreste gestite. Se da un lato esistono standard di certificazione come FSC (Forest Stewardship Council) o PEFC (Programme for the Endorsement of Forest Certification) che mirano ad assicurare una gestione sostenibile delle foreste, dall’altro permane il rischio che una domanda troppo elevata di carta possa spingere i produttori a ricorrere a legname proveniente da fonti non controllate. Ciò implica possibili fenomeni di deforestazione illegale o non regolamentata, con ripercussioni dirette sul sequestro di carbonio, sulla biodiversità e sull’equilibrio idrologico del pianeta. La trasformazione della cellulosa in fogli di carta richiede inoltre un notevole consumo di acqua ed energia. Le cartiere più moderne cercano di ottimizzare il riciclo delle acque di lavorazione e di ricorrere a fonti rinnovabili per la produzione di energia, ma resta elevato l’impatto di questa fase industriale, in particolare quando la domanda di carta è in crescita. A ciò si aggiungono le emissioni generate dai trasporti (per portare il legname in cartiera, quindi la carta agli stabilimenti di stampa e, infine, i giornali ai punti vendita o ai lettori). Parlando di emissioni, non va dimenticato l’uso di inchiostri e additivi chimici. Anche se molte tipografie stanno abbandonando i composti organici volatili (VOC) più pericolosi, lo smaltimento di alcune tipologie di inchiostro può comportare rilasci di sostanze potenzialmente dannose nell’ambiente. Tuttavia, uno dei vantaggi intrinseci della carta, rispetto ad altri materiali, è la sua riciclabilità. Questo può permettere, laddove esistano filiere di recupero ben funzionanti, di ridurre la quantità di risorse vergini necessarie e di contenere in parte le emissioni. E-Reader e Dispositivi Digitali: Materie Prime e Processi Produttivi La produzione di un e-reader, di un tablet o di uno smartphone non è immediatamente visibile al consumatore finale, eppure dietro allo schermo si cela una lunga filiera fatta di estrazioni minerarie, lavorazioni chimiche e logistica globale. Metalli rari come il cobalto, il litio, l’indio o le terre rare sono estratti spesso in condizioni ambientali e sociali critiche. Le miniere possono avere un notevole impatto sugli ecosistemi circostanti, inquinando le acque e alterando la morfologia del territorio. Inoltre, in alcuni paesi la tutela dei diritti dei lavoratori è carente, e il mercato dei minerali hi-tech può celare aspetti di sfruttamento e lavoro minorile. I componenti elettronici, dai microchip ai display, richiedono ambienti di produzione a camera bianca, con un controllo costante della temperatura e un’ingente quantità di energia per i processi di fabbricazione. Spesso, queste fabbriche si trovano in Asia, mentre l’assemblaggio finale avviene in altre aree, e i dispositivi vengono poi distribuiti in tutto il mondo: una catena logistica che, sebbene efficiente dal punto di vista economico, incide inevitabilmente sulle emissioni di CO₂ legate ai trasporti. Un altro aspetto cruciale è la batteria. Le batterie ricaricabili agli ioni di litio presenti negli e-reader (e ancora di più nei tablet e negli smartphone) sono soggette a usura e hanno una vita limitata. Il processo di smaltimento o riciclo delle batterie esauste è complesso e, se non gestito in modo corretto, può rilasciare sostanze tossiche nell’ambiente. Tuttavia, se un dispositivo viene costruito con criteri di eco-design e se viene utilizzato a lungo prima di essere sostituito, il suo impatto iniziale — pur elevato — può essere ammortizzato su diversi anni di servizio. Consumo di Risorse e Gestione dei Rifiuti: Carta vs. Elettronica Nel momento in cui un lettore sceglie di acquistare un quotidiano in edicola o di scaricare l’ultima edizione sul proprio e-reader, attiva processi di consumo di risorse differenti. Con la carta, la risorsa principale è costituita da fibre vegetali (in parte riciclate, in parte vergini) e dagli input energetici necessari a trasformarle in un prodotto finito. Una volta letto, il giornale può essere riciclato fino a un certo numero di volte (le fibre di cellulosa si degradano gradualmente), fornendo nuova materia prima per altri prodotti cartacei.Nel caso di un dispositivo elettronico, il singolo atto di lettura non genera, in apparenza, uno spreco di risorse tangibile: non si butta via la “materia prima” di un file, né si accumulano fogli di carta destinati al cestino. Tuttavia, ogni download, ogni aggiornamento software e persino il funzionamento dell’infrastruttura cloud comportano consumi energetici nei data center e nei sistemi di telecomunicazione. Inoltre, quando il dispositivo giunge a fine vita, lo smaltimento di un e-reader o di un tablet richiede una filiera dedicata per evitare la dispersione di metalli pesanti o composti pericolosi. La gestione dei rifiuti, cartacei o elettronici, rimane un nodo fondamentale nella valutazione dell’impatto ambientale. Se la carta, in molte regioni, può essere raccolta in modo differenziato e avviata al riciclo, lo stesso non sempre avviene per i dispositivi elettronici. Da questo punto di vista, le politiche di responsabilità estesa del produttore (EPR) e l’implementazione di sistemi di raccolta specializzati possono fare la differenza, incrementando il tasso di recupero dei materiali preziosi e riducendo lo spreco e l’inquinamento. Emissioni e Bilancio Energetico: Qual è la Soluzione più Sostenibile? È difficile fornire una risposta univoca alla domanda su quale metodo di lettura sia, in assoluto, il più sostenibile. Le variabili sono tante: da quanto spesso si legge, al tipo di mix energetico che alimenta i processi produttivi e i dispositivi, fino al comportamento dell’utente in termini di riciclo o sostituzione. Numerosi studi LCA hanno tentato di definire soglie indicative. Per esempio, un lettore che acquista un quotidiano al giorno potrebbe, nell’arco di un anno, accumulare un consumo di carta e di energia di stampa considerevole. Se, al contrario, scegliesse un e-book reader a inchiostro elettronico e lo utilizzasse per almeno 2-3 anni, probabilmente ammortizzerebbe l’impatto iniziale di produzione del dispositivo. In altre parole, per lettori assidui, la soluzione digitale tende a mostrarsi più efficiente, soprattutto se si sfruttano fonti rinnovabili per la ricarica e se il dispositivo viene mantenuto in vita il più a lungo possibile. Tuttavia, chi legge un giornale cartaceo solo saltuariamente potrebbe non trarre particolari benefici ambientali dall’acquisto di un dispositivo elettronico dedicato. Acquistare un tablet all’anno e sostituirlo di continuo, magari per avere l’ultimo modello, annulla i vantaggi ambientali legati alla dematerializzazione della carta. Il nodo centrale è la frequenza di uso, la cura del dispositivo e il modo in cui viene smaltito o riciclato. Il bilancio energetico, quindi, dipende in larga misura dalle abitudini del consumatore e dalle scelte strategiche delle aziende produttrici. Comportamenti di Lettura e Frequenza di Utilizzo Gli aspetti tecnologici e produttivi non esauriscono il tema della sostenibilità, poiché un fattore decisivo è il comportamento del lettore. Le preferenze individuali, le routine quotidiane e la disponibilità di infrastrutture incidono sul profilo di impatto dell’una o dell’altra opzione. Un utente che legge decine di testi al mese, passa da un quotidiano all’altro e sfoglia molteplici riviste, troverà probabilmente più vantaggioso concentrarsi su un dispositivo elettronico, purché duri nel tempo e venga gestito in modo responsabile. D’altra parte, esiste un pubblico che ama la carta stampata, trova più pratico il formato fisico o magari non ha accesso a una connessione internet stabile. Per queste persone, può avere un senso continuare a leggere il giornale in edizione cartacea, ma risulta sempre importante smaltirlo correttamente o avviarlo al riciclo. Oltre a ciò, va menzionato il concetto di “digital divide”: non tutti dispongono di risorse economiche o competenze per accedere a un e-reader o a un tablet. In alcune aree geografiche, l’edicola o la biblioteca restano gli unici punti di accesso all’informazione. Pertanto, optare per la sola digitalizzazione di un quotidiano potrebbe creare barriere informative per fasce di popolazione meno connesse. Riciclo e Economia Circolare: Strumenti di Riduzione dell’Impatto Nel percorso verso una maggiore sostenibilità, sia la filiera cartaria sia quella elettronica potrebbero adottare o perfezionare modelli di economia circolare. Nel caso della carta, esiste già da tempo un’attenzione particolare al riciclo, grazie al recupero di giornali, riviste, imballaggi. Questa prassi, se ben organizzata, riduce il prelievo di materia prima vergine e attenua l’impatto sui sistemi forestali. Oltre al riciclo, si può migliorare la fase di stampa con inchiostri più ecologici, ridurre il peso dei quotidiani o gestire la distribuzione con mezzi a basso impatto (elettrici o ibridi). Per i dispositivi digitali, l’economia circolare si traduce in design più modulari e riparabili, con la possibilità di sostituire batteria o display senza dover cambiare l’intero dispositivo. Inoltre, la responsabilità estesa del produttore (EPR) implica che le aziende si facciano carico del ritiro e del riciclo dei dispositivi a fine vita, recuperando le materie prime e limitando la dispersione di componenti pericolosi nell’ambiente. Infine, la scelta di alimentare i data center con fonti rinnovabili e di adottare pratiche di efficienza energetica avanzata può ridurre significativamente il peso delle infrastrutture digitali sull’ambiente. Sostenibilità e Innovazione: Verso un Futuro Green per la Lettura Guardando al futuro, è lecito aspettarsi un’evoluzione tecnologica che renda più efficienti i dispositivi elettronici, riducendo i consumi e adottando materiali di origine rinnovabile o facilmente riciclabili. Nel contempo, l’industria cartaria potrà perfezionare la gestione delle foreste e implementare processi di produzione sempre più a basso impatto, alimentati da energia rinnovabile e accompagnati da sistemi di recupero delle acque e di riduzione degli scarti. Le politiche pubbliche potranno giocare un ruolo significativo, incentivando la ricerca e l’innovazione sostenibile, nonché promuovendo modelli di business circolari capaci di premiare chi adotta soluzioni virtuose. Ad esempio, certificazioni ambientali più trasparenti, incentivi fiscali per la produzione ecologica e una corretta informazione del consumatore possono contribuire a trasformare il mercato editoriale, siano essi giornali cartacei o libri digitali. In definitiva, scegliere tra la carta e il digitale non è una questione esclusivamente legata alla comodità o al fascino della tecnologia, ma comporta una riflessione più ampia su come ci poniamo nei confronti delle risorse del pianeta. Da un lato, la carta rimane un materiale riciclabile, tangibile e culturalmente radicato; dall’altro, il digitale permette di dematerializzare una quantità enorme di contenuti, evitando in teoria la produzione continua di copie fisiche, ma al prezzo di un avvio produttivo e di un consumo energetico costante su scala globale. La sostenibilità, in fondo, non si riduce a un singolo gesto, bensì si costruisce su una serie di scelte coerenti, dalla progettazione di un dispositivo elettronico alla gestione del suo smaltimento, dall’acquisto di un quotidiano stampato alla sua fase di riciclo. In un mondo dove le risorse naturali sono limitate e il cambiamento climatico bussa sempre più forte, ognuno di noi ha la responsabilità di informarsi e di agire in modo consapevole. Attraverso il confronto tra giornali cartacei ed e-reader, possiamo cogliere l’occasione per ripensare non solo le nostre abitudini di lettura, ma anche il nostro rapporto con i beni e i servizi che consumiamo, tracciando così la strada verso un futuro più green e inclusivo per tutti.© Riproduzione Vietata
SCOPRI DI PIU'
LDPE Riciclato da Post Consumo: 60 Tipologie di Odori Ostacolano la VenditaLDPE Riciclato da Post Consumo: 60 Tipologie di Odori Ostacolano la Venditadi Marco ArezioLa raccolta differenziata degli imballi della plastica, specialmente per quelli in LDPE, è una conquista moderna che permette, attraverso il riciclo, il riutilizzo degli imballi esausti con il duplice vantaggio di ridurre l’impronta carbonica e il prelievo di risorse naturali dalla terra per creare nuovi prodotti. Molto si deve ancora fare però nel settore del riciclo in quanto la quota di plastica che viene raccolta e riutilizzata è ancora largamente inferiore a quella che viene prodotta ogni giorno. Questo scompenso quantitativo tra quanto si ricicla e quanto si produce di nuovo ha molte cause: • Limitata diffusione della raccolta differenziata nel mondo • Difficoltà nel riciclo di molti imballi plastici multistrato • Bassa qualità della materia prima riciclata • Mancanza di una cultura del riciclo Nei paesi dove la raccolta differenziata è avviata e funziona stabilmente, la produzione di materia prima riciclata soffre di un giudizio abbastanza negativo sulla qualità della stessa, causata da fattori che dipendono anche, ma non solo, dalla filiera del riciclo meccanico. Questa valutazione negativa incide in maniera rilevante sulle vendite della materia prima riciclata, relegando il suo uso solo ad alcuni settori di impiego, riducendone quindi i quantitativi vendibili e abbassando il prezzo medio per tonnellata, che comporta, a sua volta, un basso margine economico per le aziende che riciclano. Inoltre, meno granulo riciclato si vende, meno rifiuto plastico si può riciclare e più grande diventa il problema del suo smaltimento, rischiando di far finire in discarica la preziosa materia prima che potrebbe essere riutilizzata. Tra i problemi di cui soffre la materia prima riciclata, nonostante l’enorme sviluppo impiantistico del settore, quello dell’odore è tra i più sentiti dai clienti che potrebbero utilizzarla per produrre film, imballi rigidi, materiali per il settore edile, per l’automotive, giardinaggio, mobili e molti altri prodotti. Ad oggi la percezione dell’odore di una materia prima plastica proveniente dal post consumo è affidata, in modo del tutto empirico, ad una sensazione nasale di chi la produce e di chi la utilizza, che valutano in modo estremamente soggettivo sia la tipologia che l’intensità degli odori presenti nella plastica riciclata. Valutazione che poi si può scontrare con il cliente finale che comprerà il prodotto realizzato e darà un’ulteriore valutazione, personale, dell’odore. Il naso umano è sicuramente uno strumento eccellente ma ogni persona percepisce le sollecitazioni odorose in modo del tutto personale, ed è per questo che, in casi particolari, si assoldano gruppi di persone che insieme fanno valutazioni sugli odori da intercettare. Se prendiamo ad esempio la filiera del riciclo delle materie plastiche, partendo dalla raccolta differenziata, si è visto che i sacchi in LDPE e gli imballi flessibili che vanno al riciclo, portano con sé un numero elevatissimo di sostanze chimiche che generano odori nella filiera del riciclo. La rilevazione delle fonti degli odori non è stata studiata attraverso metodi sensoriali empirici, quindi attraverso il naso umano, ma attraverso un’indagine chimica svolta da uno strumento di laboratorio che consiste in un gascromatografo con uno spettrometro a mobilità ionica. Questo strumento ha analizzato i componenti chimici, all’interno di una larga campionatura di LDPE riciclato proveniente dalla raccolta differenziata, andando ad individuare 60 tipologie di sostanze chimiche che generano odori. La campionatura analizzata proveniva dal ciclo meccanico tradizionale di riciclo in cui il materiale viene selezionato, triturato e lavato con una permanenza in acqua di circa 15 minuti. Gli odori più comuni percepiti dal naso umano, di questa campionatura sono stati:• Muffe • Urina • Formaggio • Terra • Fecale • Sapone • Caffè • Sudato • Peperone Queste famiglie di odori percepite sono create da circa 60 composti chimici che si associano durante la fase di raccolta e lavorazione della plastica riciclata. Si sono individuati alcuni punti critici: Il sacco della raccolta differenziata che contengono gli imballi plastici domestici da selezionare in cui troviamo diverse tipologie di polimeri, possono contenere residui di sostanze come detersivi, cibo, oli, disinfettanti, prodotti chimici, creme e molti altri. Questo miscuglio di elementi chimici diversi si può legare alla superficie della plastica ma, in funzione del tempo di sodalizio, potrebbe anche penetrare al suo interno. La selezione tra le varie plastiche, attraverso macchine a lettori ottici, crea una certa percentuale di errore che si traduce nella possibilità di avere quantità di plastiche miste all’interno della frazione selezionata. La fase di lavaggio del macinato plastico ha la funzione di dividere ulteriormente, per densità, le plastiche immesse e ha lo scopo di pulirle dai residui di prodotti che gli imballi hanno contenuto o sono venuti in contatto. Ad eccezione del PET, gli altri polimeri provenienti dalla raccolta differenziata, vengono generalmente lavati in acqua fredda, processo che non incide in maniera rilevante nel processo di pulizia al fine di abbattere gli odori. La fase di estrusione del materiale lavato, per la formazione del granulo, potrebbe comportare un degradamento della materia prima in cui sono presenti frazioni di polimeri diversi da quella principale che quindi fonderanno a temperature diverse. Questo può causare la formazione di elementi chimici che daranno origine ad odori. Intervenire su queste fasi porterebbe a miglioramento significativo della qualità dei polimeri da post consumo prodotti, non solo attraverso un abbattimento delle tipologie e dell’intensità degli odori, ma ne migliorerebbe anche le performace tecniche. Il controllo analitico degli odori, attraverso strumenti che ne rilevino le genesi chimiche, può aiutare non solo in fase di certificazione del livello odoroso della materia prima finale in modo inequivocabile e non più empirico, ma darebbe un importante supporto anche in fase di creazione di ricette sulle tipologie di materia prima da usare durante le fasi di riciclo del rifiuto plastico, sull’individuazioni delle fonti migliori e sui risultati dei processi produttivi nello stabilimento (selezione, lavaggio ed estrusione). Ridurre gli odori e migliorare la qualità del granulo da post consumo porterebbe all’apertura di nuovi mercati nei quali si potrebbe impiegare la materia prima riciclata al posto di quella vergine con un vantaggio ambientale, economico e industriale.Categoria: notizie - tecnica - plastica - riciclo - LDPE - post consumo - odoriVedi maggiori informazioni sul riciclo dell'LDPE
SCOPRI DI PIU'
Manuale del Polistirolo Riciclato. Capitolo 3: PS Post-Industriale (PIR). Origine, Qualità e Controllo Tecnico del Polistirolo da Scarto ProduttivoAnalisi tecnica del polistirolo post-industriale: tipologie di scarto, stabilità molecolare, gestione interna, tracciabilità e criteri di reinserimento nel ciclo produttivoManuale del Polistirolo Riciclato. Capitolo 3: PS Post-Industriale (PIR). Origine, Qualità e Controllo Tecnico del Polistirolo da Scarto Produttivodi Marco Arezio 3.1 Origine e tipologie dello scarto post-industriale: struttura del flusso, qualità intrinseca e controllo di processo Il polistirolo post-industriale (PIR) rappresenta, sotto il profilo tecnico e gestionale, la forma più controllabile di materia prima per il riciclo. A differenza del post-consumo, che nasce in un contesto diffuso e spesso eterogeneo, il PIR è generato all’interno di un ambiente produttivo noto, regolato e misurabile. Questo elemento cambia radicalmente la qualità del materiale e le strategie di recupero. Comprendere in profondità l’origine e la natura dello scarto post-industriale è fondamentale per impostare correttamente la produzione di granulo riciclato ad alte prestazioni. Lo scarto PIR si origina durante la trasformazione primaria del polistirolo vergine o già compoundato. Non si tratta di rifiuto generato dall’utilizzatore finale, ma di materiale escluso dal ciclo produttivo per motivi dimensionali, qualitativi o di avviamento. Le principali fonti sono riconducibili a quattro macro-categorie: rifili di termoformatura, sfridi di stampaggio a iniezione, scarti di avviamento linea e prodotti fuori specifica. Nel processo di termoformatura di lastre in GPPS o HIPS, la lastra estrusa viene riscaldata e deformata su stampi per ottenere vaschette, contenitori o blister. Dopo il taglio del prodotto finito, rimane una struttura reticolare di rifilo che mantiene la stessa composizione della lastra originaria. Questo rifilo rappresenta una delle fonti più pure di PIR: il materiale ha subito un solo ciclo termico, non è stato contaminato da agenti esterni e mantiene proprietà meccaniche prossime al vergine. Tuttavia, può presentare tensioni residue e leggera variazione dell’indice di fluidità. Nel caso dello stampaggio a iniezione, gli sfridi derivano principalmente dai canali di iniezione (materozze) e da pezzi fuori tolleranza. Anche in questo caso la composizione è nota, ma il materiale può aver subito un’esposizione termica più intensa rispetto alla termoformatura, con possibile incremento dell’MFI. Nei cicli di avviamento, la regolazione iniziale di temperatura e pressione può generare lotti di pezzi non conformi che, se non separati correttamente, introducono variabilità nel flusso di riciclo. Una categoria spesso sottovalutata è rappresentata dalle lastre fuori specifica. In estrusione piana, variazioni temporanee di spessore o instabilità di flusso possono generare produzioni che non rispettano le tolleranze dimensionali. Queste lastre, pur essendo strutturalmente valide, vengono scartate e reindirizzate al macinato. Se la variazione di spessore è accompagnata da instabilità termica, il materiale può presentare zone parzialmente degradate. Dal punto di vista chimico, il PIR ha generalmente subito un singolo ciclo di fusione. Questo significa che la riduzione del peso molecolare è contenuta, ma non nulla. La scissione di catena indotta da temperatura e ossigeno può aver prodotto una leggera variazione nella distribuzione dei pesi molecolari. La differenza rispetto al vergine è spesso misurabile ma compatibile con reinserimento diretto nel processo....ACQUISTA IL MANUALEPUBBLICIZZA LA TUA AZIENDA SUI MANUALI DI rMIX E REGALA LE COPIE AI TUOI CLIENTI
SCOPRI DI PIU'
Acquisizione della Società Spagnola Iber ResinasL’azienda è specializzata nel riciclo meccanico delle plastiche da post consumo e post industriali e nella produzione di granuli e macinatiContinuano le operazioni di acquisizioni sul mercato Europeo da parte dei grandi gruppi industriali attivi nel settore della plastica, che spingono per rilevare riciclatori e produttori di resine circolari al fine di aumentare la loro offerta di prodotti green sul mercato. Iber Resinas è un’azienda con sede a Valencia (Spagna) che si occupa del riciclo del polipropilene, del polietilene e del polistirolo, derivanti dalla raccolta differenziata o dai rifiuti di produzione industriale. trasformandoli in macinati o granuli per la produzione di nuovi prodotti plastici.L’azienda ha un mercato consolidato nella vendita di polimeri riciclati che interessano il settore dell’automotive, quello edilizio e del settore degli imballaggi. L’acquirente che ha chiuso l’operazione è la multinazionale TotalEnergies, che continua la sua diversificazione del business, oltre che nel settore dell’energia rinnovabile, anche in quello delle plastiche riciclate. Lo scopo di questa acquisizione per TotalEnergies è quello di aumentare la sua produzione di polimeri circolari in Europa, l’ampliamento della sua gamma di prodotti riciclati e il miglioramento del suo accesso alle materie prime, attraverso la rete di fornitori di Iber Resinas. Dal lato opposto, Iber Resinas sfrutterà le sinergie con TotalEnergies per sviluppare prodotti di qualità e beneficerà della capacità della società di accelerare la propria crescita. "Questa acquisizione è un ulteriore passo verso il raggiungimento della nostra ambizione di aumentare la quota di polimeri circolari nella nostra produzione di plastica al 30% entro il 2030", ha dichiarato Nathalie Brunelle, Senior Vice President Polymers, Refining & Chemicals, presso TotalEnergies. "Siamo lieti di dare il benvenuto ai team di Iber Resinas e unire il loro know-how di riciclaggio con l'esperienza dei polimeri di TotalEnergies". “Entrare a far parte di TotalEnergies è una grande soddisfazione, ma anche un'opportunità per rafforzare e sviluppare Iber Resinas. Ci consentirà di costruire insieme il nostro lavoro, le nostre conoscenze e lo sviluppo in Spagna e nell'UE, nel settore del riciclaggio dei polimeri, e di affrontare le nuove sfide e le richieste dei nostri clienti ", hanno affermato Santiago Sanz e Borja Sanz, proprietari e amministratori delegati di Iber Resinas .Info: TotalEnergy
SCOPRI DI PIU'
Il Boom del Fast Deco: Un Arredamento a Basso Costo che Sfrutta Materie Prime e LavoratoriL’insostenibilita’ del fast deco, un modello di business che danneggia l'ambiente, viola i diritti umani e mette a rischio la nostra salutedi Marco ArezioNel panorama dell'arredamento moderno, il fenomeno del "fast deco" ha rapidamente acquisito notorietà, attirando l'attenzione non solo per il suo impatto estetico, ma soprattutto per le implicazioni ambientali e sociali che comporta. Il recente report francese "Tendances maison: l'envers du décor", pubblicato da Zero Waste, Les Amis de la Terre, e Réseau National des Ressourceries et Recycleries, denuncia un modello di business insostenibile, dannoso per l'ambiente e la salute umana, che ricorda da vicino le dinamiche della fast fashion. L'Ascesa del Fast Deco A partire dagli anni Duemila, marchi di abbigliamento low cost come H&M e Zara hanno esteso il loro business al settore dell'arredamento, dando vita rispettivamente a H&M Home e Zara Home. Questa tendenza è stata ulteriormente amplificata dall'ascesa di piattaforme di e-commerce come Shein e Temu, che offrono ampie sezioni dedicate ad arredi e oggettistica. Il fast deco, simile alla fast fashion, si basa su un modello di continua innovazione e rapido ricambio di prodotti. Ad esempio, Ikea introduce circa 2000 nuovi articoli all'anno nel proprio catalogo, mentre Maisons du Monde ne propone ben 3000 annualmente. Shein, dal canto suo, rinnova costantemente il proprio assortimento con centinaia di nuovi oggetti ogni settimana, sfruttando festività e ricorrenze per incentivare gli acquisti. Marketing e Desiderabilità Il rapido rinnovamento dell'assortimento è supportato da strategie di marketing sofisticate. Johan Stenebo, ex manager di Ikea, sottolinea l'uso del neuromarketing per manipolare i comportamenti d'acquisto dei clienti. Le tecniche di marketing emozionale, come le promozioni flash e la creazione di un senso di urgenza, sono ampiamente utilizzate da e-commerce come Shein e Temu per stimolare le vendite impulsive. Impatto Ambientale del Fast Deco Il modello di fast deco ha un impatto ambientale significativo. Secondo l'Agenzia della Transizione Ecologica francese (Ademe), la fase di produzione dei mobili, che include l'estrazione e la lavorazione delle materie prime, rappresenta il 50-80% dell'impatto ambientale totale. Il legno è il materiale più utilizzato, e la sua domanda ha portato a deforestazioni su larga scala. Nel documentario del 2023 "Ikea, le seigneur des forêts", si evidenzia come l'azienda svedese utilizzi 20 milioni di metri cubi di legno ogni anno, con conseguente abbattimento di un albero ogni due secondi. Condizioni di Lavoro e Sfruttamento Le condizioni di lavoro nelle industrie del fast deco sono spesso caratterizzate da gravi violazioni dei diritti umani. Questi lavoratori, che si trovano principalmente in paesi con leggi sul lavoro meno rigide, sono frequentemente soggetti a salari bassi, orari di lavoro estenuanti e ambienti di lavoro pericolosi. Sfruttamento del Lavoro Minorile Uno degli aspetti più preoccupanti del fast deco è il ricorso al lavoro minorile. Molte aziende subappaltano la produzione a fabbriche in paesi in via di sviluppo dove il controllo sui diritti dei lavoratori è debole. Qui, bambini e adolescenti sono impiegati in condizioni disumane per produrre articoli decorativi e mobili a basso costo destinati ai mercati occidentali. Lavoro Forzato e Schiavitù Moderna Un esempio emblematico di sfruttamento è quello dei lavoratori uiguri, una minoranza etnica nella regione autonoma dello Xinjiang, in Cina. L'associazione Antislavery ha denunciato nel 2021 l'uso sistematico del lavoro forzato di questi individui nella produzione di cotone, materiale fondamentale per molti prodotti decorativi. Gli uiguri sono spesso detenuti in campi di rieducazione e costretti a lavorare in condizioni coercitive. In Bielorussia, l'associazione Earthsight ha scoperto l'uso del lavoro forzato di prigionieri politici per la raccolta di legno destinato alla produzione di mobili. Circa 8.000 detenuti sono impiegati in questo processo, privati di diritti fondamentali e costretti a lavorare in condizioni estreme. Condizioni di Lavoro Precario Anche nei paesi dove la legislazione sul lavoro è più robusta, le condizioni di lavoro nelle fabbriche che producono arredi per il fast deco sono spesso precarie. I lavoratori, che raramente hanno accesso a sindacati o altre forme di rappresentanza, lavorano in ambienti insalubri e pericolosi. Le normative sulla sicurezza vengono frequentemente ignorate per ridurre i costi di produzione, mettendo a rischio la vita e la salute dei lavoratori. Impatti sulla Salute Umana Il frequente ricambio di arredi può avere effetti negativi sulla salute umana. Molti mobili e oggetti decorativi emettono composti organici volatili, come la formaldeide, noti per essere irritanti, tossici e cancerogeni. Questi composti provengono da prodotti ignifughi, vernici e colle utilizzate nella fabbricazione. Anche le candele profumate, molto popolari, possono emettere sostanze dannose come formaldeide e ftalati. Destino dei Mobili Il riuso dei mobili è problematico a causa della mancanza di spazi adeguati per la gestione di oggetti ingombranti e dei finanziamenti per la loro riparazione. Spesso, i mobili finiscono negli inceneritori o nelle discariche, contribuendo ulteriormente all'inquinamento. Pierre Condamine, di Les Amis de la Terre, sottolinea l'urgenza di regolamentare il settore per limitare il consumo eccessivo di risorse e promuovere pratiche di riciclaggio e riutilizzo più efficaci. Solo con azioni concrete sarà possibile affrontare il problema del fast deco e le sue conseguenze sul nostro pianeta e sulla nostra salute. Conclusione Il fenomeno del fast deco rappresenta una sfida significativa per la sostenibilità ambientale e la giustizia sociale. Mentre offre soluzioni estetiche accessibili, il costo nascosto di questo modello di business è pagato dall'ambiente e dai lavoratori sfruttati. Un cambiamento verso pratiche più sostenibili e responsabili è essenziale per mitigare questi impatti negativi e promuovere un futuro più equo e sostenibile.© Riproduzione VietataNon è un lavoro è uno SfruttamentoIn Italia si ripete spesso che "il lavoro non c'è", eppure è lo stesso Paese in cui si accetta – o si impone – di lavorare gratis o senza diritti. Il risultato è un impoverimento culturale che trasforma il lavoro in una merce svalutata, con conseguenze devastanti sulla dignità e la professionalità di tutti. Marta Fana non si limita a fornire dati allarmanti sul mondo del lavoro, ma ne svela anche il progressivo deterioramento qualitativo. Questo libro non è un saggio per economisti, ma un manifesto di denuncia, un testo appassionato e diretto che parla ai lavoratori di oggi.
SCOPRI DI PIU'
La Tecnologia Satellitare per il Controllo dei Progetti di RiforestazioneQuando ambiente e scienza spaziale si uniscono per migliorare la nostra vitadi Marco ArezioI progetti di decarbonizzazione ad opera delle aziende internazionali produttrici di beni o servizi, che hanno sottoscritto l’impegno alla compensazione delle emissioni di CO2, sono spesso realizzati in zone non sempre di comodo accesso, oppure lontane dalle aziende responsabili dei progetti. Infatti, la piantumazione di vaste aree di territorio non può essere solo sulla carta, sbandierate come una chiave di marketing per convincere i clienti e i consumatori delle buone intenzioni circa la decarbonizzazione degli impatti sull'ambiente delle aziende. La riforestazione deve essere iniziata, attraverso la messa a dimora delle specie arboree corrette, nelle quantità stabilite per creare il bilanciamento carbonico, ma deve anche essere seguita, passo dopo passo essendo un progetto su un medio-lungo periodo. Per queste necessità la tecnologia satellitare ci viene incontro, ci semplifica il lavoro, in quanto è possibile realizzare immagini estremamente ravvicinate dell’area, fino a 30 cm. e raccogliere le informazioni corrette sull’andamento del progetto e sullo stato di salute dell’area piantumata. Questa tecnologia, attraverso i satelliti Pléiades Neo di Airbus, ha permesso alla Nestlé di potere creare un controllo efficacie sulle aree di approvvigionamento del proprio caffè, situate nelle provincie di Ranong e Chumphon nel sud della Thailandia. Questo approccio aiuterà Nestlé a certificare la quantità di carbonio che sta rimuovendo dall'atmosfera attraverso il suo Global Reforestation Program, un pilastro fondamentale del suo progetto per il raggiungimento delle emissioni zero entro il 2050. Magdi Batato, vicepresidente esecutivo e responsabile delle operazioni di Nestlé, ha dichiarato: "Le foreste sono spesso soluzioni attive basate solo sulla natura, perché utilizziamo la natura come soluzione per contribuire a ridurre le nostre emissioni. Coltivare alberi vicino alle nostre località di approvvigionamento del caffè è una parte essenziale della nostro programma a favore del clima, oltre alla decarbonizzazione delle nostre attività partendo dai fornitori delocalizzati. Attraverso il nostro programma di riforestazione globale, miriamo a piantare e far crescere 200 milioni di alberi presso i nostri punti di fornitura entro il 2030. Il nostro obiettivo è rimuovere 2 milioni di tonnellate di CO2e attraverso questi progetti”. La tecnologia satellitare Pléiades Neo di Airbus, utilizzato nelle due provincie Tailandesi, monitorerà circa 150.000 alberi da ombra nelle fattorie da cui Nestlé si rifornisce di caffè, per un periodo di 20 anni. Gli alberi da ombra aiutano a prevenire la sovraesposizione del caffè al sole, aumentano la resa e la produttività a lungo termine, rimuovendo anche il carbonio dall'atmosfera. Sulla base di questa esperienza, Nestlé determinerà se espandere l'approccio ad altre sedi in tutto il mondo. L’uso di questi satelliti, utilizzati anche per il controllo della deforestazione dilagante in molti paesi dell’America Latina e del sud est asiatico, trovano adesso un’altra proficua applicazione per monitorare la riforestazione delle aree di maggiore interesse bioclimatico.Fonte Nestlé
SCOPRI DI PIU'
rNEWS: Il Carburante Proveniente dall'Olio di Soia è Sostenibile?La sete di carburante a base di olio di soia in Europa continua ad alimentare la deforestazione in America Latina. La denuncia delle OngLa produzione di biocarburanti basati prima sull'olio di palma e, oggi, anche sull'olio di soia, si scontra con la necessità di incrementare le superfici coltivabili per aumentarne la produzione in base alla crescente richiesta del marcato. Per fare questo, i coltivatori spingono sulla disponibilità di nuovi terreni con la conseguenza di incrementare la deforestazione in varie aree del pianeta. Questo, nonostante i divieti già presenti a livello mondiale, contribuisce in maniera importante ad aumentare l'impronta carbonica del pianeta. l'articolo che segue affronta il problema della sostenibilità di carburanti che si definiscono bio.Messo al bando l’olio di palma come biocombustibile entro il 2030, se non si interviene nuovamente sulla direttiva europea sulle energie rinnovabili, l’olio di soia potrebbe prenderne il posto. Con le stesse drammatiche conseguenze per l’ambiente, le foreste e le emissioni di CO2. Secondo la ricerca commissionata a Cerulogy dalla Ong Transport & Environment, la sete di gasolio di soia in Europa potrebbe aumentare da 2 a 4 volte entro il 2030. Causando la deforestazione in America Latina di un’area stimata tra i 2,4 e 4,2 milioni di ettari. Quanto la superficie di uno Stato europeo come la Slovenia o i Paesi Bassi. Con la possibile emissione in atmosfera di altri 38 milioni di tonnellate di CO2. Il consumo di olio di soia raddoppiato in un solo annoSolo nel 2019, l’Ue ha consumato circa 1,8 milioni di tonnellate di olio di soia in biodiesel, su un totale complessivo di 15 milioni di tonnellate di biocarburanti. Quantità che potrebbe raddoppiare quest’anno, secondo le stime della Ong. «Le importazioni di soia causeranno una deforestazione su scala epica se non cambiamo la legge europea sui carburanti verdi», ha dichiarato Cristina Mestre, responsabile per l’area biofuels di Transport & Environment. «La soluzione c’è ed è molto semplice. La Commissione europea ha già deciso che il diesel di palma non sarà più considerato verde, ora dovrebbe fare lo stesso per il diesel derivato dalla soia» La riforma della direttiva «Renewable Energy – Recast to 2030» ridefinisce la regolamentazione dei biocarburanti ad alto e basso rischio ILUC (Indirect land use change), che provocano cioè un cambiamento indiretto dell’uso del suolo ma ha finora escluso l’olio di soia. La Commissione, a oggi, ha deciso di eliminare gradualmente, tra il 2023 e il 2030, solo l’uso del diesel di palma. I dati elaborati da Cerulogy dimostrano che l’espansione della coltivazione di soia nelle aree del globo in grado di trattenere anidride carbonica potrebbe essere superiore a quanto stimato. Ben il 10,5% rispetto all’8% stimato all’inizio del 2019. Percentuale superiore alla soglia minima del 10% stabilita dalla Commissione UE proprio per definire un «biocarburante ad alto rischio ILUC». Se così fosse, ribadiscono da Transport & Environment, «l’Ue dovrebbe considerare già da ora la soia come materia prima ad alto rischio ILUC ed eliminare il suo uso al più tardi entro il 2030». I dati della Commissione europea sulla deforestazione sono sottostimatiLa normativa europea richiede che le materie prime dei biocarburanti siano certificate come coltivate in aree che non sono state disboscate dal 2008. Tuttavia, l’espansione indiretta, quella che cioè che non prende direttamente il posto di aree boschive e foreste, non è stata presa in considerazione. «Se si considerano anche tutte queste concause, la maggior parte dei biocarburanti utilizzati in Europa ha emissioni di gas serra molto elevate. A volte anche superiori a quelle dei combustibili fossili», affermano da Transport & Environment. La deforestazione in America Latina non si è fermataDati alla mano, a dispetto delle dichiarazioni politiche dei vari governi, la deforestazione in America Latina è ripresa a crescere dal 2014, anche nell’Amazzonia brasiliana. Inoltre, l’espansione dei pascoli che si somma alle coltivazioni agricole a soia si è anche diffusa altrove, in aree ugualmente pregiate, ma meno protette. Come nel Chaco, area geografica compresa tra l’Argentina, Bolivia, Brasile e Paraguay e la grande savana tropicale brasiliana del Cerrado. Area che era stata già sottoposta alla valutazione preliminare della Commissione Europea sulle materie prime ad alto rischio ILUC nel 2019. Eppure proprio nel Cerrado si è concentrato il 60% dell’espansione della soia in Brasile, negli ultimi due anni. «La politica europea sui biocarburanti è un disastro completo e ha un disperato bisogno di un reset – ribadisce Cristina Mestre di Transport & Environment – bruciare le colture alimentari per alimentare i nostri veicoli è in realtà peggio che bruciare il diesel». Rosy Battaglia
SCOPRI DI PIU'