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https://www.rmix.it/ - Biologia Sintetica: Un Approccio Innovativo per la Produzione Sostenibile dei Prodotti Chimici Industriali
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Biologia Sintetica: Un Approccio Innovativo per la Produzione Sostenibile dei Prodotti Chimici Industriali
Informazioni Tecniche

Come la biologia sintetica può trasformare l’industria chimica, riducendo l’impatto ambientale e promuovendo la sostenibilitàdi Marco ArezioCon l'aumento della domanda globale di prodotti chimici, la necessità di ridurre l'impatto ambientale delle pratiche industriali convenzionali è diventata essenziale. Le tecnologie tradizionali, basate su processi chimici complessi e sull'uso di risorse fossili, sono tra le maggiori responsabili di emissioni di CO2, sfruttamento intensivo delle risorse naturali e generazione di rifiuti pericolosi. La biologia sintetica, un campo interdisciplinare che combina ingegneria genetica, biotecnologia e scienze computazionali, sta aprendo la strada a un nuovo paradigma produttivo che potrebbe risolvere molti di questi problemi. Attraverso la progettazione e la manipolazione di microrganismi, è ora possibile produrre composti chimici con un minor impatto ambientale e con un uso più efficiente delle risorse. Cos'è la Biologia Sintetica? La biologia sintetica è una disciplina che mira a creare sistemi biologici artificiali o a modificare quelli esistenti per svolgere compiti specifici. Al contrario dell’ingegneria genetica tradizionale, che si limita all'inserimento di geni in organismi preesistenti, la biologia sintetica progetta e costruisce sistemi biologici "da zero" o modifica quelli naturali per aumentare l’efficienza e la specificità. Questi sistemi possono produrre composti chimici o biochimici, catalizzare reazioni e adattarsi a specifiche condizioni industriali. Nella produzione chimica industriale, ciò significa poter utilizzare batteri, lieviti e altri microrganismi come “fabbriche viventi” per produrre sostanze chimiche ecocompatibili. Tecnologie Chiave nella Biologia Sintetica La biologia sintetica si avvale di un insieme di tecnologie all'avanguardia che permettono di progettare e ingegnerizzare organismi viventi con specifici obiettivi produttivi. Le principali includono: Ingegneria Genetica Avanzata: Grazie a tecniche come CRISPR-Cas9, è possibile modificare il DNA di microrganismi per ottimizzare la produzione di specifici composti chimici. Circuiti Genetici: I circuiti genetici sono sistemi di geni progettati per controllare e regolare l'attività delle cellule. In una fabbrica biotecnologica, un circuito genetico può essere programmato per aumentare la produzione di un determinato enzima o molecola, riducendo al minimo la generazione di prodotti indesiderati. Ottimizzazione Metabolica: Tramite ingegneria metabolica, i percorsi biochimici delle cellule possono essere rimodellati per aumentare l'efficienza della produzione e minimizzare i rifiuti. Questo si rivela cruciale nella produzione chimica sostenibile, poiché aiuta a ridurre l’uso di risorse e la produzione di rifiuti. Applicazioni della Biologia Sintetica nella Produzione di Prodotti Chimici Ecologici L'uso della biologia sintetica nella produzione industriale di prodotti chimici apre nuove opportunità per la sostenibilità. Alcune delle principali applicazioni includono: Produzione di Bioplastiche: Le bioplastiche sono polimeri biodegradabili ottenuti da fonti rinnovabili. Attraverso microrganismi ingegnerizzati, è possibile convertire zuccheri e altri materiali biologici in composti come il polilattato (PLA) e il poliidrossialcanoato (PHA), che possono sostituire i polimeri derivati dal petrolio. Produzione di Biocarburanti: Microrganismi come batteri e alghe possono essere modificati per produrre combustibili liquidi come l'etanolo, il butanolo o addirittura il biodiesel. Questi biocarburanti, prodotti da biomassa, rappresentano una valida alternativa ai combustibili fossili, riducendo significativamente le emissioni di gas serra. Produzione di Solventi e Altri Prodotti Chimici: Solventi, come l'acetone o il butanolo, e altri intermedi chimici possono essere prodotti in modo sostenibile attraverso microrganismi ingegnerizzati. Questo approccio riduce l’uso di sostanze tossiche e promuove una produzione chimica più pulita. Sintesi di Composti Farmaceutici: La biologia sintetica ha dimostrato un grande potenziale nella produzione di composti bioattivi e farmaceutici. Attraverso percorsi biochimici ingegnerizzati, è possibile produrre in modo sostenibile antibiotici, vaccini e altri farmaci, riducendo i costi e minimizzando l'uso di prodotti chimici tossici. Vantaggi e Problematiche della Biologia Sintetica per l'Industria Chimica Vantaggi L'adozione della biologia sintetica nella produzione di prodotti chimici presenta una serie di vantaggi: Riduzione dell’Impatto Ambientale: I processi biologici generano meno rifiuti e consumano meno energia rispetto alle tecnologie chimiche tradizionali. Uso di Fonti Rinnovabili: La possibilità di utilizzare materie prime rinnovabili, come la biomassa, permette di ridurre la dipendenza dai combustibili fossili. Produzione di Prodotti Chimici Specifici: La biologia sintetica consente di ottimizzare la produzione di specifici composti chimici, riducendo la generazione di sottoprodotti indesiderati. Problematiche Nonostante il suo potenziale, la biologia sintetica deve affrontare diverse problematiche: Problemi Etici e di Biosicurezza: La modifica genetica di microrganismi suscita preoccupazioni in termini di sicurezza e impatto ambientale. È essenziale stabilire normative rigorose per garantire l'uso sicuro di queste tecnologie. Costi di Produzione: Sebbene la biologia sintetica stia diventando più accessibile, i costi di ricerca e sviluppo rimangono elevati. È necessaria un’ulteriore ottimizzazione per rendere questi processi competitivi su larga scala. Limitazioni Tecnologiche: Alcuni composti chimici richiedono processi biologici complessi e non ancora completamente compresi. La comprensione e l'ottimizzazione di questi meccanismi biologici richiedono ulteriori progressi tecnologici. Prospettive Future della Biologia Sintetica nella Produzione Sostenibile Il potenziale della biologia sintetica per la produzione di prodotti chimici sostenibili è vasto e in costante crescita. Con l'aumento della consapevolezza ambientale e la crescente pressione per trovare alternative ecocompatibili, le industrie chimiche sono destinate a investire sempre di più in tecnologie biologiche avanzate. Le innovazioni future potrebbero includere lo sviluppo di microrganismi progettati per lavorare in sinergia, come piccole "fabbriche cellulari" in grado di produrre composti chimici complessi in modo sostenibile. Inoltre, l'integrazione della biologia sintetica con l’intelligenza artificiale e l’apprendimento automatico potrebbe accelerare notevolmente la scoperta e l’ottimizzazione di nuovi organismi e percorsi biochimici, aprendo la strada a una produzione chimica ancora più efficiente ed ecologica. Conclusione La biologia sintetica rappresenta una promettente soluzione per affrontare le sfide ambientali legate alla produzione di prodotti chimici industriali. Grazie alla possibilità di utilizzare organismi viventi come fabbriche biologiche, questa tecnologia permette di ridurre l’impatto ambientale, diminuire l’uso di risorse non rinnovabili e ottimizzare i processi produttivi. Sebbene esistano ancora delle sfide da superare, il potenziale della biologia sintetica è innegabile, e il suo sviluppo potrebbe rappresentare un passo fondamentale verso un’industria chimica più verde e sostenibile.© Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - Odori nei polimeri riciclati: come affrontare il problema?
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Odori nei polimeri riciclati: come affrontare il problema?
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La valorizzazione dei polimeri riciclati passa anche attraverso la soluzione del problema degli odoridi Marco ArezioIn un’ottica di economia circolare i polimeri riciclati che provengono dal post consumo, quindi dalla raccolta differenziata domestica, devono essere valorizzati riuscendo a risolvere anche il problema degli odori. La necessità di utilizzare maggiormente i polimeri riciclati che provengono dal post consumo è ormai diventata una questione primaria per il riciclo delle materie plastiche. Come riportato nell’articolo apparso sul portale della plastica e dell’economia circolare rMIX è necessario che si verifichino due condizioni fondamentali: Rimodulazione delle aspettative estetiche dei prodotti finiti fatti in plastica riciclata Riduzione o cancellazione degli odori che i prodotti fatti con l’input da post consumo portano con se dopo la produzione.Nel primo caso è importante poter produrre più prodotti con plastiche riciclate, specialmente quelli oggi realizzati con plastiche vergini solo per questioni estetiche che si potrebbero definire trascurabili, aumentando così il consumo di rifiuti plastici. Nel secondo caso, il problema dell’odore, condiziona ancora fortemente gli acquisti di granuli riciclati, specialmente in quei paesi dove è meno sentita la problematica della difesa ambientale. Se vogliamo fare un esempio, un flacone del detersivo prodotto con un HDPE riciclato, mantiene dopo la produzione una quota di odore (profumo?) di detersivo che proviene dalla lavorazione dei flaconi della raccolta differenziata, in cui le fragranze dei liquidi contenuti precedentemente rimangono anche dopo il lavaggio. Come vedete non è un problema invalidante per chi dovrà riempire nuovamente il flacone riciclato con liquidi profumati, ma è, ed è stato sempre un tema discusso dagli acquirenti di polimero. Sebbene le cose da questo punto di vista stiano lentamente cambiando, dove si trovano maggiori complicazioni sono quei prodotti fatti con PP o PP/PE o LDPE la cui materia prima ha contenuto residui alimentari, detergenti, cosmetici o dove il processo di rigenerazione presenza delle criticità. I fattori che contribuiscono maggiormente alla creazione degli odori sono rappresentati da: Residui alimentari, che creano processi microbiologici Residui di cosmetici che presentano difficoltà di pulizia durante il lavaggio Tensioattivi che vengono inglobati nelle plastiche Contaminazioni nelle acque di lavaggio del rifiuto plastico Contaminazioni causate dalla degradazione dei polimeri in fase di produzione dei granuli. Ad oggi una soluzione piena e definitiva del problema, da applicare nella produzione su larga scala dei polimeri riciclati, sembra non esserci ancora, infatti, si stanno percorrendo varie strade per cercare di mitigare e, in un futuro risolvere la presenza di questi odori. Copertura degli odori Esistono sul mercato numerosi prodotti, sotto forma di masterbach, che si utilizzano in fase di estrusione o iniezione dei prodotti, contenenti varie fragranze che aiutano a mitigare un odore pungente come può essere quello di alcune produzioni di polimeri. Le fragranze sono numerose: vaniglia, pino, fragola, arancia, limone, lavanda e tante altre. Processi Meccanici Esistono impianti di produzione dei granuli riciclati che, durante la lavorazione degli scarti plastici e della produzione del granulo stesso, riducono in modo sostanziale le fonti che generano gli odori sgradevoli. Questi impianti si basano su una tripla combinazione tra filtrazione, degasaggio e aspirazione delle parti volatili in modo da migliorare il problema. Ricerca scientifica Nello stesso tempo la ricerca sta facendo passi avanti per cercare di individuare, in modo scientifico ed inequivocabile la fonte degli odori dei composti provenienti dalla raccolta differenziata. L’istituto tedesco Fraunhofer Institute for Process and Engineering and Packaging (IVV) sta studiando come migliorare i processi di riciclo dei rifiuti da post consumo. Il lavoro si concentra, con un approccio olfattometrico e analitico, allo studio e la catalogazione degli odori presenti nelle plastiche post consumo, valutandone l’intensità e la provenienza, identificando i materiali che li producono attraverso un’analisi chimica. I dati raccolti da queste catalogazioni scientifiche aiuteranno i ricercatori a trovare processi adatti alla soluzione dei problemi causati dal decadimento microbiologico, dall’invecchiamento della plastica, dai risultati chimici dei processi termici e dai residui delle lavorazioni meccaniche della plastica che causano odori sgradevoli.Controllo analitico degli odori in laboratorioOggi abbiamo comunque la possibilità, attraverso una strumentazione di laboratorio, che unisce l'attività di un gascromatografo (GC) e uno spettrometro a mobilità ionica (IMS) di avere un quadro preciso sull'intensità e sulla natura degli odori che provengono dal rifiuto da riciclare o dalla scaglia o granulo prodotti dalle plastiche post consumo. Questo strumento ci aiuta ad individuare i componenti molesti dal punto di vista odoroso nei rifiuti in ingresso, ma anche sulla materia prima prodotta o sui prodotti finali realizzati con la plastica riciclata, così da stabilire azioni correttive o, con il cliente, un range analitico e non opinabile, del livello odori nei prodotti ed accettato dalle parti.Categoria: notizie - tecnica - plastica - riciclo - odori - post consumo

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https://www.rmix.it/ - Pellicole in PVC per Alimenti: Quali Contaminazioni Possibili?
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Pellicole in PVC per Alimenti: Quali Contaminazioni Possibili?
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Da molti anni gli alimenti possono essere porzionati attraverso un imballo costituito da una pellicola in PVCdi Marco ArezioE’ ormai nostra abitudine acquistare porzioni di cibo che il negoziante o la grande distribuzione confeziona attraverso una pellicola in PVC. Anche nelle nostre case, lotti parziali di cibo, vengono comunemente avvolti in queste pellicole per aumentare la durata della conservazione e salvaguardarne la qualità.Sebbene oggi esistano anche diverse pellicole per alimenti in PE, il mercato del PVC è ancora quello più importante per via di numerosi fattori tecno-economici. L’uso del polimero di PVC permette di realizzare una pellicola molto resistente, con una bassa permeabilità all’acqua e all’ossigeno, con una buona resistenza agli acidi e agli alcali diluiti. Inoltre, per un fatto del tutto pratico, le pellicole alimentari in PVC hanno una ottima capacità di confezionamento, saldandosi facilmente ad un piatto o ad una ciotola o su se stesso. Dal punto di vista economico, la presenza del cloro nel composto in PVC, fondamentale per la sua struttura chimica, riduce in modo sensibile il costo del prodotto finito, questo perché si configura un risparmio di etilene pari a circa il 50% rispetto all’uso del PE a parità di prodotto. Utilizzando il PVC è possibile inserire una serie di additivi che ne possono modificare le caratteristiche prestazionali, avendo la possibilità di creare, con un unico polimero, prodotti differenti. Vediamo gli additivi principali che vengono usati nell’industria del packaging: Agenti anti blocking: riducono la tendenza all’adesività • Agenti anti appannamento: promuovono la formazione di un velo di liquido omogeneo e continuo • Antimicrobici: prevengono la crescita di microrganismi • Antiossidanti: Prevengono la degradazione del film dovuta all’atmosfera • Antistatici: Riducono l’accumulo di cariche elettriche che attraggono la polvere • Agenti rigonfianti: vengono impiegati per produrre schiume da materie plastiche • Catalizzatori: fanno iniziare la polimerizzazione nella produzione di resine plastiche • Coloranti: permettono la colorazione delle pellicole • Agenti accoppianti: favoriscono l’accoppiamento tra i pigmenti e i polimeri • Ritardanti di fiamma: riducono l’infiammabilità dei materiali che sono combustibili • Stabilizzatori di calore: riducono la degradazione del PVC in acido cloridrico • Lubrificanti: Riducono adesività tra il PVC e le parti metalliche • Plastificanti: migliorano la flessibilità, la lavorabilità e la dilatabilità Tutti questi additivi, ma specialmente i plastificanti, sono soggetti ad una strettissima normativa per permetterne l’uso in ambito alimentare. C’è da considerare che in commercio esistono circa 300 tipologie di plastificanti e quelli approvati per l’uso alimentare, sono soggetti alla normativa di disciplina igienica degli imballaggi, recipienti, utensili destinati a venire in contatto con le sostanze alimentari o con sostanze d’uso personale. Le sostanze che potrebbero trasferirsi dall’imballo all’alimento possiamo dividerle in tre categorie: Sostanze aggiunte: sono principalmente rappresentate dagli additivi del PVC sopra elencati • Residui: rappresentano parti di materiale polimerico con incomplete reazioni (monomeri, catalizzatori, solventi, adesivi ecc.) • Prodotti di neo formazione: sono sostanze che si originano dalla decomposizione spontanea dei materiali o durante le operazioni di trasformazione in manufatto Queste sostanze definite di neoformazione, sono molto variabili tra loro, in funzione di molti fattori chimico-fisici che si possono presentare e che possono influire sull’eventuale trasferimento di sostanze all’alimento di difficile gestione e risoluzione.Categoria: notizie - tecnica - plastica - pellicole alimenti - PVC - packaging

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https://www.rmix.it/ - Pirolisi di Rifiuti Solidi: Aspetti Tecnologici di Processo
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Pirolisi di Rifiuti Solidi: Aspetti Tecnologici di Processo
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Gassificazione e pirolisi dei rifiuti solidi. Tecnologie innovative per la valorizzazione energetica dei rifiutidi Marco ArezioIl costo economico della produzione di energia da combustibili fossili ha ormai raggiunto valori insostenibili rendendo necessaria la ricerca di nuovi combustibili e la messa a punto di alternative di processo e tecnologiche realmente sostenibili. Tra i “nuovi” combustibili che, previo pre-trattamento e/o trasformazione, possono integrare quelli tradizionali vi sono diverse categorie di rifiuti di varia origine (urbana o industriale). Lo sviluppo di processi in tale direzione nasce dall’esigenza di coniugare una produzione energetica più sostenibile con la necessità di una gestione dei rifiuti più efficiente. Gli obiettivi della ricerca applicata attuale Negli ultimi anni si è fatta sempre più forte la ricerca verso nuove soluzioni tecnologiche che, utilizzando vari processi, anche in combinazione tra loro, mirano a garantire un’efficiente trasformazione dei rifiuti promuovendo nel contempo il massimo recupero di materia ed energia e la massima riduzione delle emissioni gassose, liquide e solide. La gestione dei rifiuti eco-sostenibile La valorizzazione dei rifiuti come materia di base per produrre combustibili pregiati, quali il metanolo e l’idrogeno, è obiettivo della ricerca applicata in tutti i Paesi più industrializzati. L’utilizzo dei rifiuti non come combustibili “tal quali” ma come materia da trasformare in prodotti di maggiore qualità o pregio consente di risalire i gradini della “piramide dell’ecosostenibilità”. La spinta verso un’economia energetica basata sulla conversione di combustibili gassosi o al più liquidi (metano, idrocarburi leggeri, oli) e dell’idrogeno è legata alla possibilità di realizzare, grazie ad essi, una combustione più pulita e più efficiente. La trasformazione dei rifiuti in tali combustibili è possibile grazie a processi di natura termochimica quali quelli di pirolisi e gassificazione, che inducono una variazione della struttura chimica della materia tramite l’azione del calore. Non si tratta quindi di effettuare processi di “selezione e pre-trattamento” come la produzione di combustibili solidi come il CDR ma di realizzare veri e propri processi chimici dei quali va accuratamente valutata l’affidabilità, l’efficienza ed il costo. I processi termochimici Pirolisi: in cui ha luogo una degradazione termica del materiale in totale assenza di aria/ossigeno attraverso l’apporto diretto o indiretto di calore. Il potere calorifico dei prodotti ottenuti è pertanto elevatissimo. Gassificazione: in cui avviene una un’ossidazione parziale dei rifiuti in un ambiente in difetto di ossigeno. I prodotti finali non sono completamente ossidati e posseggono pertanto un potere calorifico minore del rifiuto di partenza. Combustione: in cui si realizza la ossidazione completa della frazione organica del rifiuto/combustibile, in presenza di un adeguato eccesso di ossigeno e con il risultato di ottenere prodotti completamente ossidati privi di potere calorifico. La produzione di energia “Realizza l’ossidazione totale e molto veloce della frazione combustibile alimentata, in presenza di un eccesso di aria che è tanto maggiore quanto più difficile il contatto comburente-combustibile. La reazione è esotermica è quindi accompagnata da uno sviluppo di calore che dipende dal potere calorifico inferiore (PCI) del combustibile e dall’efficienza di combustione.” Processi termochimici alternativi alla combustione: Pirolisi E’ un processo che si svolge in assenza di ossigeno ed a temperature superiori ai 400°C, raggiunte attraverso l’apporto diretto o indiretto di calore, durante il quale ha luogo esclusivamente una degradazione termica del materiale organico, eventualmente supportata dall’azione di catalizzatori. I prodotti principali del processo sono gas combustibili di pirolisi, liquidi organici ed un residuo solido, non vetrificato, contenente il char e la frazione inorganica dei rifiuti. La pirolisi dei rifiuti plastici La composizione dei prodotti di pirolisi è estremamente variabile con la temperatura di processo e con la presenza di catalizzatori quali i metalli di transizione e i materiali contenenti siti acidi quali i silico-alluminati, le zeoliti, le argille. I catalizzatori possono, così come l’aumento di temperatura, favorire la deidrogenazione, ovvero la perdita di idrogeno intramolecolare dalla catena polimerica con conseguente aumento del grado di insaturazione dei radicali ottenuti. La deidrogenazione si accompagna inevitabilmente con la elevata produzione di composti insaturi ed aromatici (benzene, toluene, xilene, ecc.) e solidi carboniosi amorfi o cristallini (grafite, micro e nano-fibre). La possibilità di rompere i legami molecolari dei polimeri tramite l’azione del calore (termolisi) o tramite attacco chimico (solvolisi) ha aperto la strada all’utilizzo del prodotto di decomposizione come feedstock per l’industria petrolchimica (feedstock recycling). La pirolisi di biomasse La pirolisi delle biomasse può essere differenziata in base al tempo di residenza: un elevato tempo di residenza porta alla produzione di charcoal; un basso tempo di residenza porta alla formazione di liquidi con rese elevate. La produzione di bio oli (come normalmente vengono chiamati i liquidi della pirolisi delle biomasse) avviene a temperature moderate ovvero al di sotto di 600°C. Pirolisi al plasma di rifiuti pericolosi La pirolisi al plasma avviene a temperature elevatissime (circa 20,000°C) grazie all’azione dell’arco elettrico che si forma tra due elettrodi. L’energia dell’arco è talmente elevata che il gas presente tra gli elettrodi ionizza. Su questo principio si basa il processo di “destrutturazione” di un piro-lizzatore al plasma. Infatti in questo impianto l’arco viene ad essere generato all’interno di una camera dove l’intenso calore generato dall’arco degrada le molecole organiche più resistenti (oli, vernici, solventi) fino ad ottenere i singoli atomi (plasma). In un processo successivo gli atomi si ricombinano per formare composti non pericolosi gassosi (anidride carbonica ed acqua prodotta dall’ossidazione in un letto di materiale ceramico) o solidi. Questi ultimi sono totalmente vetrificati ed inglobano i metalli che risultano non più lisciviabili: sono quindi riutilizzabili come materiale da costruzione. Gli elettrodi utilizzati sono in carbonio e vengono continuamente inseriti senza dover fermare il processo per la manutenzione. Pirolisi di rifiuti solidi urbani Il rifiuto eterogeneo è composto da diverse categorie merceologiche combustibili che però, con un processo di estrema schematizzazione, sono riconducibili a polimeri (plastiche, gomme, resine) e biomasse (carta, cartone, legno, frazione organica, tessili). Tecnologie di pirolisi L’applicazione della pirolisi dei rifiuti urbani è in Europa in uno stadio ancora da sviluppare e non ha quindi raggiunto la maturità commerciale anche se la spinta ad ottemperare a quanto stabilito dal protocollo di Kyoto ha fatto nascere molti progetti dimostrativi. Se l’utilizzo della pirolisi come processo per la produzione di chemicals è ancora molto limitato, la pirolisi intesa come stadio preliminare ad un successivo stadio di combustione o gassificazione è già applicata su grande scala. Fra i processi più interessanti che utilizzano la pirolisi come processo di trasformazione di vari rifiuti (plastiche miste, residui delle demolizioni di automobili, rifiuti elettronici, rifiuti solidi urbani e speciali) possiamo indicare quelli realizzati da WasteGen (UK), Texaco, Compact Power ed Ebara. Conclusioni La massima parte dei processi commerciali di pirolisi si svolge a bassa temperatura, cioè tra 450 e 600°C in modo da evitare di dover pagare un onere eccessivo in termini energetici (ed economici), anche se ciò comporta un aumento del tempo di permanenza nel reattore (che può arrivare anche alle 2h) e la riduzione della frazione di rifiuto completamente degradata all’interno del forno. Per migliorare il rendimento energetico complessivo del processo il gas di pirolisi, ed eventualmente anche il char, sono inviati ad un processo di combustione che consente, se questo è condotto a temperature maggiori di 1200°C, di sfruttare appieno la temperatura adiabatica di fiamma del gas di pirolisi. Il char proveniente da un processo di pirolisi può: essere inviato a discarica dopo essere stato privato dei metalli che, a valle del processo, sono recuperabili in forma non ossidata • essere inviato a combustione eventualmente assieme al gas di pirolisi; in questo caso non sarà possibile recuperare i metalli (che in questo modo vengono ossidati) • essere inviato a gassificazione (opzione che permette di recuperare i metalli in forma non ossidata ed aumentare la CCE del sistema globale trasformando il carbonio fisso del char in ulteriore syngas).Categoria: notizie - tecnica - plastica - riciclo - pirolisi - rifiutiMaria Laura Mastellone e Umberto Arena Seconda Università degli Studi di Napoli Dipartimento Scienze Ambientali

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https://www.rmix.it/ - Come Verificare il Contenuto Riciclato nella Plastica: la Nuova Tecnologia che Può Cambiare il Packaging Europeo
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Come Verificare il Contenuto Riciclato nella Plastica: la Nuova Tecnologia che Può Cambiare il Packaging Europeo
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Come si misura davvero la percentuale di plastica riciclata nei prodotti: norme ISO, standard europei, audit di filiera, mass balance e digital watermarks nel nuovo scenario UE del packagingAutore: Marco Arezio. Esperto in economia circolare, riciclo dei polimeri e processi industriali delle materie plastiche. Fondatore della piattaforma rMIX, dedicata alla valorizzazione dei materiali riciclati e allo sviluppo di filiere sostenibili.Data: 26 marzo 2026 Tempo di lettura: 16 minutiIntroduzione Dire che un imballaggio “contiene plastica riciclata” è facile. Dimostrarlo in modo serio, ripetibile e difendibile davanti a clienti, autorità, auditor e mercato è molto più difficile. E oggi questa differenza conta più di ieri, perché la plastica è al centro delle nuove politiche europee sulla circolarità: il packaging rappresenta circa il 40% della plastica utilizzata nell’Unione e, nel 2022, ogni cittadino europeo ha generato 186,5 kg di rifiuti di imballaggio. Il nuovo Regolamento europeo sugli imballaggi e rifiuti di imballaggio, il PPWR, è entrato in vigore l’11 febbraio 2025 e la sua data generale di applicazione è fissata al 12 agosto 2026; tra i suoi obiettivi ci sono l’aumento dell’uso sicuro di plastica riciclata e la riciclabilità di tutti gli imballaggi entro il 2030. La vera domanda, quindi, non è soltanto quanta plastica riciclata c’è in un prodotto, ma come lo si dimostra davvero. La risposta corretta è meno intuitiva di quanto sembri: nella maggior parte dei casi la percentuale di riciclato non si legge “a occhio” né si certifica con un singolo test di laboratorio sul manufatto finito. Si costruisce invece attraverso una combinazione di definizioni normative, bilanci di massa, tracciabilità di filiera, riconciliazione dei volumi, audit di terza parte e, sempre più spesso, strumenti digitali che migliorano la separazione e la qualificazione del rifiuto in ingresso. Cosa significa davvero “contenuto riciclato” La base tecnica parte dalla definizione. In area ISO, il contenuto riciclato è definito come la proporzione, in massa, di materiale riciclato presente in un prodotto. ISO 14021 resta oggi uno dei riferimenti chiave per le autodichiarazioni ambientali e include anche i termini collegati a “pre-consumer material” e “post-consumer material”, cioè la distinzione tra materiale recuperato prima dell’uso da parte del consumatore finale e materiale proveniente dal post-consumo. Questo punto è decisivo, perché molte ambiguità di mercato nascono qui. Un produttore può dichiarare un 30% di contenuto riciclato, ma bisogna capire se quel 30% deriva da scarti industriali interni o esterni, da post-consumo urbano, da rifiuti commerciali selezionati, oppure da una combinazione dei due. Dal punto di vista della comunicazione ambientale, la differenza non è secondaria: la qualità tecnica del materiale, il valore circolare del claim e la sua percezione sul mercato cambiano sensibilmente a seconda dell’origine del riciclato. ISO 14021 fornisce proprio questo quadro terminologico e metodologico per evitare dichiarazioni vaghe o fuorvianti. Come si calcola la percentuale di plastica riciclata Il principio di base è semplice: si tratta di un rapporto di massa. Nel caso più lineare, la percentuale di contenuto riciclato corrisponde alla massa di plastica riciclata incorporata nel prodotto divisa per la massa totale di plastica considerata nel perimetro del claim, moltiplicata per 100. Per le bottiglie in plastica monouso, la Commissione europea ha già fissato regole specifiche: l’Implementing Decision 2023/2683 stabilisce che la proporzione di plastica riciclata si calcola dividendo il peso della plastica riciclata nelle bottiglie immesse sul mercato per il peso totale delle bottiglie immesse sul mercato. Ma la formula, da sola, non basta. Occorre definire con precisione il perimetro di calcolo: lotto, linea, stabilimento, periodo annuale, categoria di prodotto, specifica famiglia di packaging. Inoltre bisogna sapere quali perdite di processo sono state considerate, quali additivi o masterbatch entrano nella formulazione e come vengono riconciliate le quantità in ingresso e in uscita. Gli schemi di audit basati su EN 15343 e le certificazioni di tracciabilità più diffuse chiedono proprio questo: evidenza documentale, identificazione dei flussi e plausibility check tra input, rese, perdite e output dichiarato. Perché il laboratorio non basta quasi mai Qui si entra nel cuore del problema. In teoria il laboratorio è fondamentale per identificare il polimero, misurare impurità, valutare contaminanti, verificare MFI, ceneri, densità, migrazione, odori o stabilità. In pratica, però, il laboratorio non è quasi mai sufficiente, da solo, a certificare la percentuale esatta di plastica riciclata contenuta in un manufatto finito. La stessa Commissione europea, nella sezione dedicata al riciclo delle plastiche destinate al contatto alimentare, spiega che la composizione della plastica riciclata non può essere facilmente sottoposta a controlli ufficiali come avviene per la plastica vergine e che, proprio per questo, i controlli si concentrano sulla produzione del materiale riciclato e sugli audit delle installazioni. Lo stesso orientamento emerge anche dalla letteratura tecnica del JRC europeo su altri settori ad alta regolazione: la verifica del contenuto di materiali riciclati viene descritta come basata esclusivamente sulla documentazione, con regole di calcolo, blending e punti di misura definiti a monte. In altre parole, il laboratorio serve a qualificare il materiale; la percentuale dichiarata, invece, si dimostra soprattutto con la catena di custodia. È una distinzione essenziale per capire perché tante dichiarazioni commerciali risultano fragili quando manca una struttura di tracciabilità robusta. La tracciabilità europea: EN 15343 come architrave Nel contesto europeo, la norma EN 15343 è la pietra angolare per la plastica riciclata. Lo standard specifica le procedure necessarie per la tracciabilità delle plastiche riciclate e fornisce la base per il calcolo del contenuto riciclato di un prodotto. Questo significa che la percentuale dichiarata non nasce da una percezione qualitativa del materiale, ma da una filiera documentata: origine del rifiuto, trasformazione, identificazione dei lotti, controlli interni, riconciliazione dei volumi e coerenza tra input e output. Gli schemi di certificazione applicati dal mercato si muovono esattamente su questa impostazione. RecyClass, per esempio, dichiara esplicitamente che la sua certificazione di tracciabilità verifica la percentuale esatta di contenuto riciclato attraverso un approccio di controlled blending, allineato a EN 15343 e ISO 22095; inoltre prevede audit di terza parte in sito e rinnovo annuale del certificato. Questo è importante perché distingue una semplice autodichiarazione commerciale da una dichiarazione auditata e difendibile. Riciclo meccanico: il caso più chiaro, ma non banale Nel riciclo meccanico la misurazione del contenuto riciclato è, in genere, più lineare rispetto ad altri scenari. Il materiale riciclato entra come macinato, flakes o granulo; viene miscelato con eventuale vergine, additivi o coloranti; poi si trasforma nel prodotto finale. In questo caso la percentuale può essere dimostrata con una combinazione di documenti d’acquisto, certificati del fornitore, schede di produzione, ricette di compound, bilanci di massa e verifiche sui quantitativi effettivamente trasformati, tenendo conto delle perdite. Gli audit di processo richiedono proprio una riconciliazione dei volumi per verificare che l’output corrisponda all’input riciclato impiegato, considerate rese, perdite e additivazioni. Tuttavia anche qui esistono rischi. Se il riciclato in ingresso non è a sua volta tracciato o se deriva da flussi eterogenei mal qualificati, la percentuale numerica può risultare corretta sulla carta ma debole sul piano sostanziale. In altri termini, un “50% recycled content” non vale sempre allo stesso modo: conta se si tratta di PCR post-consumo realmente tracciato, di scarto industriale pre-consumer, di materiale food-grade, oppure di un flusso misto con elevata incertezza qualitativa. Per questo le aziende più solide non si limitano a pesare il materiale, ma documentano l’origine e la qualità del riciclato utilizzato. Food contact: quando la prova si sposta ancora di più sul processo Nel packaging alimentare il tema si fa più rigoroso. La Commissione europea ricorda che, quando la plastica è riciclata per uso a contatto con gli alimenti, il problema non è solo quantificare il riciclato ma garantire che eventuali contaminanti chimici siano stati rimossi a livelli sicuri. Proprio perché tali contaminanti possono essere sconosciuti o variabili, il controllo ufficiale non si concentra tanto sull’analisi del prodotto finito quanto sul processo di decontaminazione, sulle buone pratiche di fabbricazione e sull’audit degli impianti. Questo è un passaggio cruciale anche per la comunicazione di marketing. Se un contenitore alimentare dichiara un certo contenuto riciclato, la credibilità della dichiarazione non dipende solo dalla percentuale numerica, ma dalla capacità di dimostrare che quel riciclato è stato ottenuto entro un processo autorizzato, monitorato e idoneo all’uso previsto. Nel food packaging, quindi, il “quanto” e il “come” non possono essere separati. Riciclo chimico e mass balance: la partita più delicata Quando si entra nel riciclo chimico, la questione diventa più complessa perché il rifiuto plastico viene trasformato in feedstock che si mescola con materie prime convenzionali in sistemi industriali complessi. In questi casi la segregazione fisica dell’atomo “riciclato” non è realisticamente praticabile lungo tutta la catena. Per questo si utilizzano modelli di mass balance, cioè modelli di catena di custodia che attribuiscono una quota di contenuto riciclato agli output sulla base di regole contabili, temporali e di allocazione, senza superare la quantità di input riciclato effettivamente entrata nel sistema. ISCC PLUS descrive questo approccio come una delle opzioni di chain of custody, accanto alla segregazione fisica e al controlled blending. Il tema è talmente centrale che ISO ha pubblicato anche ISO 22095-2:2026, dedicata proprio ai requisiti e alle linee guida per l’applicazione del modello mass balance nei sistemi di catena di custodia. È un segnale importante: il mass balance sta diventando sempre meno una prassi “di mercato” e sempre più un terreno di normalizzazione tecnica. Sul piano regolatorio europeo, il cantiere è apertissimo. Nel luglio 2025 la Commissione ha lanciato una consultazione sulle nuove regole per calcolare, verificare e rendicontare il contenuto riciclato chimicamente nelle bottiglie in plastica monouso per bevande. La metodologia proposta si basa sulla regola di allocazione fuel-use excluded, cioè esclude dal contenuto riciclato ogni quota di rifiuto destinata a combustibili o recupero energetico; inoltre prevede verifica annuale di terza parte per le fasi più complesse della filiera chimica e requisiti alleggeriti per le PMI. A febbraio 2026 la Commissione indicava ancora di essere nella fase finale di definizione di queste regole, non ancora consolidate come quadro definitivo già pienamente operativo. La nuova tecnologia che può cambiare davvero il packaging europeo Quando si parla di plastica riciclata, molti immaginano che esista una macchina capace di prendere una confezione finita, analizzarla e dire con precisione: “qui dentro c’è il 37% di plastica riciclata”. Nella realtà industriale, oggi non funziona così. La tecnologia che può davvero cambiare il packaging europeo non è un test di laboratorio capace di leggere magicamente il contenuto riciclato di ogni confezione, ma un sistema che aiuta a separare meglio i rifiuti di imballaggio prima che vengano riciclati. Questo sistema si basa sui digital watermarks, cioè piccoli codici invisibili o quasi invisibili stampati sulla confezione. Per capire bene di cosa si tratta, immaginiamo una vaschetta in plastica per alimenti, una bottiglia di detergente e un contenitore cosmetico. Oggi, quando questi imballaggi arrivano in un impianto di selezione, i sistemi automatici riescono a riconoscere abbastanza bene il tipo di plastica, per esempio PET, HDPE o PP, ma spesso fanno più fatica a distinguere l’uso originario dell’imballaggio, cioè se quella plastica proveniva da un’applicazione alimentare, cosmetica o domestica. E questa differenza è molto importante, perché plastiche apparentemente simili possono richiedere percorsi di riciclo diversi. Qui entrano in gioco i digital watermarks. In pratica, ogni confezione può portare con sé una sorta di “carta d’identità digitale” leggibile dai sistemi di selezione. Questa identità può dire all’impianto: “sono una vaschetta alimentare”, “sono una bottiglia per detersivi”, “sono un imballaggio in PP”, “appartengo a una certa categoria”. Grazie a queste informazioni, i rifiuti possono essere smistati in modo molto più preciso rispetto ai sistemi tradizionali. Questo è il vero cambiamento: non si migliora il riciclo alla fine del processo, ma all’inizio, quando il rifiuto viene separato. Se infatti si parte da un flusso più pulito, più omogeneo e meglio classificato, anche il materiale riciclato ottenuto alla fine sarà migliore. Per renderlo ancora più concreto, si può pensare alla differenza tra raccogliere tutta la frutta insieme in un grande cassone oppure dividerla subito per tipo e qualità. Se si mescola tutto, alla fine si ottiene un prodotto meno controllabile. Se invece si separa bene all’origine, il risultato finale è più pulito, più costante e più adatto a usi di qualità. Nella plastica succede la stessa cosa. Ecco perché questa tecnologia interessa così tanto il packaging europeo. Il problema principale dell’Europa, infatti, non è soltanto riciclare di più, ma riciclare meglio. Molta plastica riciclata oggi ha qualità variabile perché nasce da rifiuti troppo misti, difficili da distinguere con precisione. Se invece si riesce a migliorare la selezione, si ottiene un PCR, cioè plastica riciclata post-consumo, più puro, più stabile e più affidabile. Questo ha una conseguenza molto importante anche sul piano normativo e commerciale. Quando un’azienda dichiara che un imballaggio contiene una certa quota di plastica riciclata, deve poterlo dimostrare in modo credibile. Se il materiale riciclato proviene da una filiera più pulita, tracciata e ben separata, quella dichiarazione diventa più solida. In altre parole, i digital watermarks non servono a “misurare” direttamente il contenuto riciclato della confezione finita, ma servono a costruire una filiera del riciclo più affidabile, e quindi a rendere più credibili anche le percentuali dichiarate. Dal punto di vista pratico, il loro vantaggio è triplo. Primo: aiutano gli impianti a distinguere meglio gli imballaggi. Secondo: permettono di produrre materiale riciclato di qualità superiore. Terzo: rendono più facile collegare quel materiale riciclato a una documentazione di filiera seria, utile per audit, certificazioni e conformità alle nuove regole europee. Quindi il punto centrale è questo: la tecnologia non cambia il packaging europeo perché legge il riciclato già presente nel prodotto, ma perché rende possibile un riciclo più intelligente, più pulito e più dimostrabile. Ed è proprio questo che oggi serve all’Europa: non solo più riciclo, ma un riciclo che regga alle verifiche tecniche, alle richieste dei clienti e alle future norme del PPWR. Cosa chiede oggi davvero l’Europa Sul fronte normativo, l’Europa si sta muovendo su due livelli. Il primo è quello già attivo per le bottiglie in plastica monouso: la direttiva SUP richiede il 25% di plastica riciclata nelle bottiglie in PET dal 2025 e il 30% in tutte le bottiglie per bevande in plastica dal 2030. La Commissione europea ricorda inoltre che nel 2023 ha adottato l’Implementing Decision 2023/2683 sulle regole di calcolo, verifica e reporting del contenuto riciclato nelle bottiglie monouso. Il secondo livello è il quadro più ampio del PPWR. Le pagine ufficiali della Commissione chiariscono che il regolamento è entrato in vigore l’11 febbraio 2025, si applicherà in via generale dal 12 agosto 2026, punta a rendere tutti gli imballaggi riciclabili entro il 2030 e richiede che gli imballaggi in plastica incorporino quote crescenti di contenuto riciclato con obiettivi per il 2030 e il 2040. In altre parole, il tema della verifica del contenuto riciclato non è più una nicchia per brand sensibili alla sostenibilità: sta diventando infrastruttura di conformità per il mercato europeo. Come un’azienda dovrebbe verificare davvero il contenuto riciclato Se un produttore vuole evitare greenwashing e prepararsi al nuovo contesto europeo, non deve chiedersi soltanto “quanta plastica riciclata sto usando?”, ma “come potrò dimostrarlo davanti a un audit?”. La risposta corretta, oggi, è costruire un sistema composto da quattro elementi: definizione chiara del claim secondo standard riconosciuti; tracciabilità del materiale in ingresso; bilancio di massa con riconciliazione dei volumi; verifica indipendente di terza parte quando il mercato o il cliente lo richiedono. Questa impostazione è coerente con ISO 14021, con EN 15343, con gli schemi RecyClass e con la logica delle verifiche europee sulle bottiglie e sul food contact. In termini pratici, un claim robusto dovrebbe specificare almeno tre cose: se il riciclato è pre-consumer o post-consumer; quale modello di chain of custody è stato applicato, cioè segregazione, controlled blending o mass balance; quale soggetto indipendente ha verificato il sistema, se presente. Quando queste informazioni mancano, la percentuale dichiarata può anche essere numericamente corretta, ma resta debole sul piano probatorio. Conclusione La percentuale di plastica riciclata nei prodotti non si misura davvero con una sola macchina e non si dimostra con una formula isolata. Si verifica attraverso una architettura di prova: definizioni ISO, standard europei di tracciabilità, bilanci di massa, audit degli impianti, documenti di filiera e, nei casi più evoluti, sistemi digitali che migliorano la separazione e la qualità del riciclato già a monte. È questo il punto che molte comunicazioni commerciali tendono a semplificare troppo. La nuova tecnologia che può cambiare il packaging europeo, oggi, non è quindi un “test magico” per leggere il riciclato nel manufatto finito, ma un ecosistema tecnologico capace di rendere la filiera più intelligente. I digital watermarks sono probabilmente la frontiera più concreta in questa direzione, perché possono aumentare la qualità della selezione, creare flussi PCR più puri e rendere molto più credibili le dichiarazioni future sul contenuto riciclato. In un mercato europeo che si sta spostando dalla sostenibilità raccontata alla sostenibilità verificata, questa distinzione farà la differenza tra chi comunica e chi dimostra. FAQ Come si misura il contenuto riciclato nella plastica? Di norma si misura come proporzione in massa di materiale riciclato nel prodotto, ma la dimostrazione concreta avviene soprattutto tramite tracciabilità, bilanci di massa e audit di filiera, non con un solo test sul prodotto finito. Esiste un test di laboratorio che dice con certezza quanta plastica riciclata c’è in un imballaggio? In termini generali, no: le fonti europee mostrano che la verifica del contenuto riciclato si basa soprattutto su documentazione e controllo del processo, mentre l’analisi finale da sola non è sufficiente a stabilire sempre la quota esatta dichiarata. Qual è la differenza tra pre-consumer e post-consumer? Il pre-consumer deriva da scarti recuperati prima dell’uso da parte del consumatore finale; il post-consumer deriva invece da rifiuti generati dopo l’uso da parte di famiglie o attività commerciali. ISO 14021 distingue esplicitamente queste categorie. Cos’è il mass balance nella plastica riciclata? È un modello di chain of custody usato soprattutto quando i feedstock riciclati e convenzionali vengono miscelati in sistemi complessi, come nel riciclo chimico. In quel caso la quota riciclata viene attribuita agli output con regole contabili e verificabili. I digital watermarks misurano il contenuto riciclato? Non direttamente. Migliorano però la separazione dei rifiuti di imballaggio e la creazione di flussi più puri e meglio tracciati, condizione essenziale per produrre riciclato di qualità e rendere più solida la verifica del contenuto riciclato nei prodotti futuri. Fonti reali e verificate Commissione europea, Packaging waste e Packaging & Packaging Waste Regulation (PPWR), con dati su entrata in vigore, data di applicazione e obiettivi del regolamento. Commissione europea, Single-use plastics, con target su contenuto riciclato nelle bottiglie e cronologia degli atti attuativi. Commissione europea, Plastic Recycling / Food Safety, con chiarimenti su controlli, contaminanti e centralità degli audit di processo nel food contact. ISO, ISO 14021 e riferimenti ISO sulla chain of custody e sul mass balance. Standard europeo EN 15343, sulla tracciabilità delle plastiche riciclate e il calcolo del contenuto riciclato. Commissione europea, consultazione 2025 sulle regole per il contenuto riciclato chimicamente nelle bottiglie, con metodo fuel-use excluded e verifiche di terza parte. AIM / HolyGrail 2.0 e HolyGrail 2030, sulla tecnologia dei digital watermarks e i risultati di sorting intelligente. ISCC PLUS e RecyClass, per i modelli di chain of custody, controlled blending, mass balance e audit di tracciabilità.Immagine su licenza © Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - Tecnologie di Spellatura dei Cavi Elettrici e Riciclo Sostenibile di Plastica e Rame
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Tecnologie di Spellatura dei Cavi Elettrici e Riciclo Sostenibile di Plastica e Rame
Informazioni Tecniche

Come i sistemi avanzati di spellatura e riciclo dei cavi elettrici stanno promuovendo l'economia circolare in Europadi Marco ArezioLa crescente domanda di materiali conduttivi e plastici, in particolare rame e polimeri, ha stimolato lo sviluppo di processi di recupero e riciclo efficaci e sostenibili. I cavi elettrici, che rappresentano una componente chiave in molte infrastrutture, sono composti principalmente da rame, alluminio e rivestimenti plastici. A fine vita, questi materiali rappresentano una preziosa risorsa per il recupero e il riciclo, riducendo la necessità di estrarre nuove risorse e minimizzando l'impatto ambientale. In questo articolo, esploreremo i principali sistemi di spellatura dei cavi elettrici, i processi di riciclo associati a rame e plastica, e le statistiche di riciclo in Europa. Infine, analizzeremo le destinazioni dei materiali riciclati e come vengono riutilizzati in diversi settori. Sistemi di Spellatura dei Cavi Elettrici Il processo di spellatura dei cavi elettrici è cruciale per separare i metalli conduttivi dai rivestimenti plastici o in gomma. Esistono diversi metodi e tecnologie per spellare i cavi, ognuno dei quali presenta vantaggi specifici in base alle dimensioni del cavo, alla quantità di materiale e alle esigenze dell'industria. Spellatura Manuale Questo metodo, seppur obsoleto per i grandi volumi, è ancora utilizzato in alcuni contesti per cavi di piccole dimensioni o situazioni dove i volumi non giustificano l'uso di tecnologie più avanzate. Si basa sull'uso di strumenti manuali come pinze e coltelli per separare il rame o l'alluminio dal rivestimento plastico. Tuttavia, questo processo è laborioso e poco efficiente, con un rischio maggiore di danneggiare il metallo durante la spellatura. Spellatrici Automatiche Le macchine spellatrici sono sistemi automatizzati in grado di processare grandi volumi di cavi. Funzionano tagliando e separando in modo preciso il rivestimento plastico dal metallo interno, minimizzando le perdite e aumentando l'efficienza. Le spellatrici possono variare in dimensioni e capacità, con modelli industriali in grado di gestire diverse tipologie di cavi, dai più piccoli fili ai cavi di grandi dimensioni utilizzati nelle infrastrutture energetiche. Triturazione e Separazione Un'alternativa al processo di spellatura consiste nella triturazione dei cavi. Questo metodo sminuzza l'intero cavo in frammenti di dimensioni ridotte, permettendo poi la separazione del rame (o dell'alluminio) dalla plastica mediante processi come la flottazione, l'elettrostatica o la separazione a gravità. Questo sistema è particolarmente utile per il trattamento di cavi che non possono essere spellati in modo efficiente, ma richiede tecnologie avanzate e una gestione accurata dei rifiuti. Processi Criogenici Nei sistemi criogenici, i cavi vengono raffreddati a temperature estremamente basse, rendendo fragile il rivestimento plastico. Questo consente di separare meccanicamente il rame dal materiale isolante con un impatto minimo sul metallo conduttivo. Sebbene più costoso, questo processo offre un'alta efficienza per particolari tipologie di cavi, soprattutto quelli con rivestimenti compositi difficili da trattare con altri metodi. Riciclo del Rame e della Plastica Una volta separati i materiali, si procede al riciclo vero e proprio, che varia a seconda del materiale trattato. Riciclo del Rame Il rame è uno dei materiali più preziosi da riciclare grazie alle sue caratteristiche conduttive e alla capacità di essere riutilizzato all'infinito senza perdere le sue proprietà. Dopo la spellatura o la triturazione, il rame viene generalmente fuso per rimuovere eventuali impurità e trasformato in lingotti o fili pronti per essere utilizzati in nuovi prodotti. Il rame riciclato è impiegato in una vasta gamma di settori, tra cui: Industria elettronica: per la produzione di componenti come fili, cavi e circuiti stampati. Costruzioni: utilizzato in tubature, cavi elettrici per edifici e altre applicazioni. Settore automobilistico: per la fabbricazione di componenti elettrici e cablaggi. In Europa, circa il 50% della domanda di rame è soddisfatta tramite materiali riciclati, un dato che sottolinea l'importanza del recupero di questo metallo nella catena di approvvigionamento. Riciclo della Plastica Il rivestimento plastico dei cavi, generalmente composto da polietilene, PVC o materiali termoplastici, viene trattato separatamente. A differenza del rame, il riciclo della plastica è più complesso a causa della degradazione delle proprietà del materiale nel tempo e della difficoltà di separare completamente le impurità. Esistono due principali metodi per il riciclo della plastica: Riciclo Meccanico La plastica viene lavata, macinata e trasformata in granuli, che possono essere utilizzati per la produzione di nuovi prodotti in plastica. Tuttavia, i materiali plastici riciclati possono presentare qualità inferiori rispetto ai polimeri vergini, limitando le applicazioni. Riciclo Chimico In alcuni casi, i polimeri possono essere trattati chimicamente per scomporli nei loro monomeri di base, che poi vengono riutilizzati per produrre nuova plastica con caratteristiche simili ai materiali originali. Questo processo è più costoso, ma consente di riciclare la plastica con una qualità superiore. Quantità di Riciclo in Europa In Europa, il riciclo dei cavi elettrici è un settore in crescita, con politiche sempre più orientate verso l'economia circolare e la riduzione dell'impatto ambientale. Secondo Eurostat, il tasso di riciclo dei rifiuti elettrici ed elettronici, che include i cavi, è cresciuto costantemente negli ultimi anni. Nel 2020, il tasso medio di riciclo di questi materiali in Europa ha raggiunto circa il 42%, con paesi come Germania e Paesi Bassi che superano il 50%. Per quanto riguarda il rame, l'Unione Europea recupera oltre 2,5 milioni di tonnellate di rame all'anno, con una percentuale di riciclo che supera il 40% della domanda complessiva. I principali paesi coinvolti nel riciclo del rame includono Germania, Italia, Francia e Spagna. Anche il riciclo della plastica è un settore in crescita, sebbene il tasso di recupero sia ancora inferiore rispetto ai metalli. Si stima che circa il 32% dei rifiuti plastici venga riciclato in Europa, con iniziative volte a migliorare la gestione dei rifiuti e l'efficienza dei processi di riciclo. Destinazione dei Materiali Riciclati I materiali riciclati provenienti dai cavi elettrici trovano nuove applicazioni in diversi settori: Rame: Il rame riciclato viene principalmente riutilizzato per la produzione di cavi elettrici, componenti elettronici e cablaggi per automobili. La sua alta conducibilità e la possibilità di essere riutilizzato senza perdita di qualità lo rendono uno dei materiali più versatili e preziosi nel ciclo produttivo. Plastica: La plastica riciclata viene spesso utilizzata per la produzione di materiali meno tecnici, come tubi, imballaggi o oggetti di uso quotidiano. Alcuni tipi di plastica riciclata possono essere trasformati in materiali per l'isolamento termico o acustico. Conclusione Il riciclo dei cavi elettrici rappresenta un elemento chiave nella transizione verso un'economia circolare, riducendo l'impatto ambientale e limitando la dipendenza da risorse naturali vergini. I sistemi di spellatura, combinati con le tecnologie avanzate di separazione e riciclo, permettono di recuperare materiali preziosi come il rame e la plastica, che vengono reintrodotti nei processi produttivi. Con politiche sempre più orientate verso la sostenibilità, l'Europa sta giocando un ruolo di primo piano nell'espansione di questi sistemi, ponendo le basi per un futuro più ecologico e a basso impatto ambientale.© Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - PEEK riciclato: proprietà, processi di recupero e applicazioni nei compounds ad alte prestazioni
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare PEEK riciclato: proprietà, processi di recupero e applicazioni nei compounds ad alte prestazioni
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Analisi tecnica del polimero PEEK riciclato, dalle fonti di scarto alle miscele funzionali, fino alle metodologie di riciclo per applicazioni nei settori più avanzatidi Marco ArezioIl polyetheretherketone, conosciuto con l’acronimo PEEK, è uno dei polimeri termoplastici più performanti mai sviluppati dall’industria chimica. Appartenente alla famiglia dei poliarileterchetoni (PAEK), questo materiale deve le sue caratteristiche straordinarie a una struttura molecolare rigida e regolare, formata da anelli aromatici alternati a gruppi funzionali etere (–O–) e chetonici (–CO–). La sua sintesi avviene per reazione di policondensazione tra due monomeri aromatici: idrochinone (1,4-diidrossibenzene) e 4,4’-difluorobenzofenone. Il processo richiede condizioni severe: l’ambiente è anidro, il solvente deve resistere ad alte temperature (spesso si usa difenilsolfossido), e l’intervento di una base forte come il carbonato di sodio è indispensabile. Il risultato è una catena polimerica in cui ogni segmento conferisce resistenza chimica, stabilità termica e tenacità meccanica. Il PEEK vergine, prodotto su scala industriale a partire dalla fine degli anni ’70, è oggi considerato il materiale di riferimento nei settori ad alta tecnologia. Con un punto di fusione di circa 343 °C, un’eccellente stabilità dimensionale e una resistenza a carichi meccanici e termici prolungati, è utilizzato in componenti critici per l’industria aerospaziale, automotive, elettronica, oil & gas, biomedicale e perfino per la stampa 3D ad alte prestazioni. Tuttavia, la sua sintesi è costosa e ad alta intensità energetica. Il PEEK ha infatti un costo molto elevato (oltre i 400 €/kg) e richiede impianti specializzati per la sua produzione, che comporta anche un’impronta ambientale importante. Per questo, il riciclo del PEEK sta diventando un’opportunità sempre più interessante per coniugare sostenibilità ed efficienza industriale. Dove nascono gli scarti: origine e tipologie del PEEK da recuperare Non tutti i rifiuti plastici hanno lo stesso valore. Nel caso del PEEK, gli scarti sono spesso veri e propri residui pregiati, che derivano da tre canali principali. Il primo e più comune è rappresentato dalle lavorazioni industriali: sfridi, trucioli di tornitura, pezzi non conformi o residui di stampaggio. Si tratta di materiali tecnicamente puri, facili da identificare e da reinserire nel ciclo produttivo. Un secondo flusso proviene da componenti a fine vita, provenienti ad esempio da valvole, pompe, ingranaggi o supporti strutturali utilizzati in ambiti critici. In questo caso, la difficoltà non è solo nella raccolta, ma anche nella decontaminazione del materiale, che può aver subito stress chimici o meccanici significativi. Infine, con la crescente diffusione del PEEK nella stampa 3D, si generano scarti sotto forma di polveri esauste, supporti inutilizzati, filamenti mal formati o oggetti di test, che rappresentano una nuova frontiera del recupero in ambienti prototipali e manifattura additiva. Dallo scarto al compound: processi di lavorazione del PEEK riciclato Trasformare il PEEK da scarto a risorsa richiede un processo meticoloso. La prima fase consiste in una selezione e pulizia approfondita, volta a eliminare eventuali contaminazioni metalliche, organiche o polimeriche incompatibili. Segue poi una macinazione controllata, che riduce il materiale a una granulometria adatta all’estrusione. Prima di essere fuso, il PEEK riciclato viene sottoposto a una essiccazione profonda, solitamente sotto vuoto o in atmosfera inerte, per rimuovere ogni traccia d’umidità. Anche una minima presenza di acqua, infatti, potrebbe danneggiare la struttura del polimero durante la lavorazione ad alta temperatura. Il passaggio successivo è l’estrusione, eseguita a temperature superiori ai 340 °C. Qui il materiale viene trasformato in compound, ovvero miscele polimeriche arricchite con rinforzi o additivi funzionali. Spesso viene aggiunta una percentuale di PEEK vergine per compensare eventuali perdite di prestazione dovute al primo ciclo di utilizzo. Miscele tecniche e performance elevate I compounds di PEEK riciclato possono essere progettati per rispondere a esigenze molto diverse, a seconda delle applicazioni finali. Una delle formulazioni più diffuse è quella rinforzata con fibre di vetro, che offre rigidità e stabilità dimensionale superiori, rendendola adatta per componenti strutturali in ambienti termicamente critici. Per applicazioni che richiedono leggerezza, conduttività elettrica e resistenza alla fatica, si opta per miscele caricate con fibre di carbonio, che trasformano il PEEK riciclato in un materiale d’élite per elettronica e aerospazio. Al contrario, in presenza di esigenze tribologiche (basso attrito e usura), si impiegano additivi solidi lubrificanti come PTFE o grafite. Infine, alcuni sviluppatori stanno sperimentando blend tra PEEK riciclato e altri membri della famiglia PAEK, come PEKK e PEK, per calibrare al meglio le proprietà del materiale finale in funzione della lavorabilità e del profilo prestazionale richiesto. Tecnologie e prospettive del riciclo del PEEK A oggi, il riciclo meccanico del PEEK è il metodo più diffuso e accessibile: si basa su macinazione, essiccazione, rifusione ed estrusione. Ma richiede macchinari in grado di operare in modo preciso a temperature molto elevate, e spesso prevede il lavoro in atmosfera controllata. Il riciclo chimico, che mira a riportare il PEEK ai suoi precursori monomerici, è oggetto di studi ma ancora lontano da una vera industrializzazione, a causa dell’elevata stabilità molecolare del materiale. Più promettente è invece il riutilizzo diretto: componenti poco usurati vengono rilavorati o reintrodotti nel mercato in forma rigenerata, soprattutto nei settori industriali meno sensibili alle specifiche di purezza assoluta. Un’opportunità circolare nei materiali high-tech Il valore ambientale del PEEK riciclato è evidente. La sua produzione da monomero è energivora e ad alta intensità di carbonio; per contro, la rigenerazione consente un risparmio energetico notevole, una drastica riduzione dei rifiuti tecnici e un impatto positivo sul bilancio di sostenibilità aziendale. Inoltre, l’integrazione del PEEK rigenerato nelle filiere dei materiali avanzati rappresenta un cambio di paradigma importante: la possibilità di unire alte prestazioni e responsabilità ambientale non è più un’opzione futura, ma una realtà già attiva nei laboratori e negli impianti di produzione più evoluti. Conclusione Il riciclo del PEEK dimostra che anche i polimeri più sofisticati possono entrare a pieno titolo nel modello dell’economia circolare, se sostenuti da una filiera tecnologica all’altezza. Attraverso una conoscenza profonda della sua origine chimica, delle tecniche di recupero e delle potenzialità applicative, il PEEK riciclato si afferma come una risorsa strategica per il futuro della manifattura avanzata, dove sostenibilità e prestazione non sono più in conflitto, ma parte della stessa visione industriale.Immagine simbolica© Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - Pneumatici riciclati per l’isolamento acustico
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Isolamento Acustico con Pneumatici Riciclati: Guida all'Economia Circolare in Edilizia (2026) di Marco Arezio | Consulente tecnico in economia circolare: Marzo 2026 — Revisione basata su dati ETRMA 2025, Direttiva UE EPBD 2024, normativa CAM Edilizia 2024 e ricerche peer-reviewed in acustica applicata. L'economia circolare ha trasformato profondamente il settore delle costruzioni nel corso degli ultimi anni. Se nel 2020 l'utilizzo di pneumatici riciclati nell'isolamento acustico era ancora una pratica di nicchia, nel 2026 è diventata una soluzione tecnica consolidata, supportata da normative europee aggiornate, da dati prestazionali verificati e da una crescente domanda di mercato spinta dai criteri CAM (Criteri Ambientali Minimi) e dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). Secondo i dati ETRMA (European Tyre & Rubber Manufacturers Association) aggiornati al 2024, in Europa vengono prodotti ogni anno circa 3,4 milioni di tonnellate di pneumatici fuori uso (PFU). Di questi, oltre il 96% viene recuperato grazie a filiere di gestione strutturate — una percentuale che colloca il settore tra i più virtuosi nell'ambito dell'economia circolare europea. In Italia, Ecopneus ha gestito nel 2024 circa 240.000 tonnellate di PFU, una quota significativa delle quali ha trovato destinazione nell'industria edilizia. "La gomma riciclata da PFU rappresenta oggi uno dei materiali da costruzione più versatili e sostenibili disponibili sul mercato: non è più una scelta alternativa, è una scelta tecnica ottimale." — Rapporto Ecopneus-CNR, 2025 In questo articolo analizziamo lo stato dell'arte al marzo 2026: le tecnologie di riciclo, le applicazioni in edilizia, la normativa di riferimento, le prestazioni certificate e i vantaggi economici reali — con uno sguardo preciso ai margini di miglioramento ancora disponibili. 1. Perché i Pneumatici Riciclati in Edilizia: Il Quadro Normativo 2024–2026 Il contesto normativo europeo e italiano ha subito una significativa evoluzione dal 2020 ad oggi, creando condizioni di mercato sempre più favorevoli all'utilizzo di materiali da riciclo nelle costruzioni. La Direttiva EPBD 2024 e l'Efficienza degli Edifici La nuova Direttiva sulla Prestazione Energetica degli Edifici (EPBD, rifusione 2024/1275/UE), entrata in vigore nell'aprile 2024, ha fissato obiettivi ambiziosi per la riduzione dei consumi energetici del patrimonio edilizio europeo. Entro il 2030, gli edifici residenziali dovranno raggiungere almeno la classe energetica E, con progressivo avanzamento verso la classe D entro il 2033. Questo vincolo normativo rende indispensabile l'impiego di sistemi di isolamento performanti — sia termici che acustici — valorizzando materiali come la gomma riciclata da PFU che offrono entrambe le funzioni simultaneamente. I Criteri Ambientali Minimi (CAM) per l'Edilizia — Aggiornamento 2024 Il Decreto Ministeriale del 23 giugno 2022, aggiornato con le linee guida operative del 2024, ha reso obbligatorio l'utilizzo dei CAM Edilizia per tutti gli appalti pubblici di costruzione e ristrutturazione. I CAM premiano esplicitamente l'utilizzo di materiali con contenuto di riciclato certificato. I prodotti in gomma da PFU, grazie alla loro tracciabilità di filiera (garantita in Italia dal sistema Ecopneus), soddisfano pienamente i requisiti CAM — rappresentando un vantaggio competitivo nei bandi pubblici. Il Regolamento Europeo End-of-Life Vehicles (ELV) — 2024 Il nuovo Regolamento ELV proposto dalla Commissione Europea nel luglio 2023 e in fase di adozione definitiva nel 2025 impone obiettivi di riutilizzo e riciclo più stringenti per i veicoli a fine vita. Tra le misure previste, è rafforzato l'obbligo di filiera per il recupero degli pneumatici, garantendo un flusso di materia prima riciclata stabile e tracciabile per l'industria della gomma riciclata. 2. Le Tre Tecnologie di Riciclo dei PFU: Aggiornamenti Tecnici al 2026 Le tre principali tecnologie di riciclo degli pneumatici — triturazione meccanica, processo criogenico e processo elettrotermico (pirolisi) — si sono evolute significativamente nel quinquennio 2020–2025. Ecco lo stato dell'arte aggiornato. 2.1 Triturazione Meccanica (processo dominante) Rimane il processo più diffuso a livello industriale per la produzione di granulati da impiegare in edilizia. Negli ultimi anni, l'ottimizzazione dei cicli di separazione magnetica e la classificazione granulometrica a secco hanno permesso di ridurre le impurità metalliche nel prodotto finito a meno dello 0,01% in peso (dato Ecopneus 2024), migliorando sensibilmente la qualità delle lastre e dei materassini prodotti. Le pezzature disponibili oggi sul mercato spaziano dalla granulometria grossa (50–80 mm) al polverino fine (< 0,5 mm, detto "crumb rubber micronizzato"), con applicazioni differenziate. • Granulato 0,5–4 mm: ideale per materassini antivibranti e sottofondi pavimenti • Granulato 4–10 mm: impiegato in pannelli fonoassorbenti per pareti • Polverino < 0,5 mm: miscelato con leganti poliuretanici per membrane e strati resilienti ad alta densità • Fibra tessile separata: recuperata come rinforzo in compositi cementizi (novità 2022–2025) 2.2 Processo Criogenico Il processo criogenico con azoto liquido ha guadagnato quote di mercato grazie alla qualità superficiale superiore del granulato prodotto — con bordi netti e migliore adesione con i leganti — risultando preferito per applicazioni ad alta precisione come le fasce resiliente per impianti idrico-sanitari. I costi energetici, un tempo il principale svantaggio, sono stati ridotti del 20–25% grazie all'ottimizzazione dei cicli di raffreddamento e al recupero termico (dati settore, 2023–2024). 2.3 Processo Elettrotermico e Pirolisi — Novità 2022–2026 Il processo di pirolisi degli pneumatici ha visto negli ultimi anni il maggiore sviluppo tecnologico e normativo. Oltre alla de-vulcanizzazione classica, nuovi impianti di pirolisi avanzata consentono di recuperare contemporaneamente olio di pirolisi (come combustibile o materia prima chimica), carbon black rigenerato (rCB) e gas di processo. L'ASTM International ha pubblicato nel 2023 le prime norme tecniche per il carbon black da pirolisi (rCB), aprendo la strada alla sua certificazione come materia prima per nuovi elastomeri — con un impatto potenziale sull'economia circolare chimica ancora in espansione. In edilizia, la gomma de-vulcanizzata ottenuta per via elettrotermica viene impiegata nella produzione di membrane elastomeriche e sigillanti ad alte prestazioni. 3. Applicazioni in Edilizia: Prodotti, Prestazioni e Normativa Tecnica I prodotti in gomma riciclata per l'edilizia si sono diversificati notevolmente. Oggi è possibile trovare soluzioni certificate per praticamente ogni strato del pacchetto costruttivo — dal solaio alle pareti, dai giunti tecnici alle coperture. 3.1 Materassini Resiliente per Isolamento da Calpestio Il materassino resiliente in gomma riciclata rimane il prodotto di punta del settore. Inserito nel massetto galleggiante, interrompe la trasmissione del rumore da calpestio tra solai. Le prestazioni sono certificate secondo la norma EN ISO 10140-3 e EN ISO 717-2 (Lw, livello di pressione sonora da calpestio pesato). I prodotti di fascia alta disponibili nel 2026 raggiungono valori di ΔLw fino a 30–34 dB per spessori di 10–12 mm — prestazioni superiori ai tradizionali materassini in polietilene espanso a parità di spessore. Dato tecnico chiave: un materassino in gomma riciclata da 8 mm con densità 450 kg/m³ garantisce una riduzione del rumore da calpestio ΔLw ≥ 25 dB. La stessa prestazione con polietilene espanso richiede spessori del 30–40% superiori. 3.2 Pannelli e Lastre per Pareti Divisorie I pannelli compositi in gomma riciclata (mono o multistrato, in abbinamento con lana di roccia o cartongesso) vengono classificati secondo EN ISO 10140-2 per l'isolamento acustico di pareti. In abbinamento con sistemi a secco (pareti in cartongesso su struttura metallica), permettono di raggiungere valori di Rw (potere fonoisolante pesato) fino a 55–60 dB senza aumentare significativamente la massa della parete — un vantaggio rilevante nelle ristrutturazioni dove i carichi strutturali sono limitati. 3.3 Fasce Perimetrali e Antivibranti Le fasce in gomma riciclata per la posa perimetrale dei massetti galleggianti e per l'isolamento delle tubazioni idrauliche sono diventate elementi standard nei capitolati tecnici aggiornati. La norma UNI 11516:2014 (e successive integrazioni) disciplina le fasce resilienti per massetti galleggianti in Italia, fornendo ai progettisti un riferimento tecnico preciso. 3.4 Granulati Sfusi per Geometrie Complesse Per le situazioni costruttive difficili — fondazioni, sottotetti irregolari, spazi interstiziali in ristrutturazione — i granulati sfusi di gomma riciclata rappresentano una soluzione flessibile e di facile posa. Versati e compattati in strato uniforme, raggiungono prestazioni comparabili ai prodotti preformati quando abbinati a strati di distribuzione dei carichi in fibro-cemento o pannelli OSB. 3.5 Membrane Elastomeriche — Novità di mercato 2023–2025 Una delle innovazioni più interessanti del periodo 2023–2025 è l'introduzione sul mercato italiano ed europeo di membrane impermeabilizzanti elastomeriche con percentuale di gomma riciclata da PFU fino al 60% in massa, certificate per l'utilizzo in coperture piane. Questi prodotti coniugano funzione impermeabilizzante, isolamento termico e smorzamento acustico in un unico strato, rispondendo all'esigenza di soluzioni integrate e a basso impatto di carbonio incorporato (EPD certificati disponibili). 4. Prestazioni e Vantaggi Tecnici: Dati Aggiornati 2024–2026 Le caratteristiche tecniche intrinseche della gomma riciclata da PFU si sono confermate nel tempo, con nuovi dati di durabilità disponibili grazie ai test su installazioni reali — alcune delle quali risalgono ormai a oltre 15 anni fa. Caratteristiche tecniche certificate • Elevata elasticità e resilienza (rimbalzo > 50% a temperatura ambiente secondo ISO 4662) • Resistenza agli urti e alla deformazione permanente (set di compressione < 25% a 70°C) • Resistenza alla muffa e ai microrganismi (conforme EN ISO 846) • Stabilità termica: da -40°C a +100°C senza degradazione prestazionale • Resistenza all'umidità e all'acqua (assorbimento < 2% in peso) • Resistenza ai raggi UV (nessun degrado nelle applicazioni protette) • Resistenza agli acidi e ai solventi comuni presenti in edilizia • Mantenimento delle prestazioni acustiche nel tempo: studi su installazioni 2005–2020 confermano < 5% di decadimento a 15 anni (Fraunhofer IBP, 2022) • Carbon footprint ridotta del 30–45% rispetto agli equivalenti prodotti da materia prima vergine (dati EPD certificati, 2023–2024) Durabilità confermata: uno studio longitudinale condotto da Fraunhofer IBP (Germania, 2022) su 47 installazioni di materassini in gomma riciclata realizzate tra il 2005 e il 2010 ha rilevato un decadimento medio delle prestazioni fonoisolanti inferiore al 5% dopo 12–17 anni di esercizio — prestazione superiore a quella dei materassini in PE espanso dello stesso periodo. 5. Confronto con i Materiali Alternativi: Analisi Aggiornata al 2026 Il confronto tra i materiali isolanti acustici disponibili deve oggi tenere conto non solo delle prestazioni tecniche, ma anche dell'impatto ambientale certificato (LCA, EPD), del costo del ciclo di vita (LCC) e della conformità ai CAM.Fonte: elaborazione su dati EPD dichiarati, ETRMA 2024, EN ISO 10140, test laboratorio Fraunhofer IBP 2022.6. Aspetti Economici: Costo, LCC e Valore del Ciclo di Vita Dal punto di vista economico, la gomma riciclata da PFU ha visto negli ultimi anni un'evoluzione significativa. I prezzi al 2026 si attestano mediamente su: • Materassini standard (6–10 mm, 300–450 kg/m³): 4,50–9,00 €/m² • Pannelli per pareti (20–40 mm, compositi): 12–22 €/m² • Granulati sfusi (sacchi 25 kg): 1,80–2,50 €/kg • Fasce perimetrali (rotoli 50 m): 1,20–2,00 €/ml Rispetto al 2020, i prezzi sono aumentati del 12–18% in termini nominali (principalmente per effetto dell'inflazione energetica 2022–2023), ma sono rimasti competitivi in termini reali grazie all'aumento dei costi anche per i materiali alternativi e all'efficientamento dei processi produttivi. Il confronto sul costo del ciclo di vita (LCC – Life Cycle Cost) a 20–30 anni ribalta però la prospettiva: la stabilità prestazionale della gomma riciclata nel tempo — documentata da studi longitudinali — riduce significativamente i costi di sostituzione e manutenzione rispetto ai materassini in PE espanso, rendendo il materiale competitivo o superiore nell'orizzonte temporale di un intero ciclo di vita edilizio. Incentivi disponibili al 2026: le ristrutturazioni che impiegano materiali conformi ai CAM possono accedere alle detrazioni fiscali previste dal Bonus Ristrutturazioni (50%) e, per interventi di efficienza energetica integrata, all'Ecobonus 65%. I materiali in gomma riciclata da PFU, in quanto materiali riciclati certificati, soddisfano i requisiti di accesso. 7. Come si Specifica la Gomma Riciclata in un Capitolato: Guida Pratica Per i professionisti tecnici (architetti, ingegneri, direttori lavori), l'inserimento corretto della gomma riciclata da PFU in un capitolato tecnico richiede la specifica di alcuni parametri fondamentali: Parametri da specificare in capitolato • Origine del materiale: granulato da PFU conforme al D.Lgs. 152/2006 e s.m.i., con tracciabilità di filiera certificata (es. Ecopneus o organismo equivalente) • Granulometria: specificare la classe granulometrica (es. 0,5–4 mm, 4–10 mm) in base all'applicazione • Densità: indicare il range in kg/m³ (tipicamente 300–600 kg/m³ per materassini da calpestio) • Prestazione acustica certificata: richiedere valore ΔLw certificato secondo EN ISO 10140-3, con relazione di prova rilasciata da laboratorio accreditato • Contenuto di riciclato: percentuale minima in peso di PFU riciclato (consigliato ≥ 85%) • EPD (Environmental Product Declaration): richiedere EPD di terza parte conforme EN 15804+A2 per verifica dell'impatto ambientale dichiarato • Conformità CAM: dichiarazione di conformità ai Criteri Ambientali Minimi DM 23 giugno 2022 8. Domande Frequenti (FAQ) — Isolamento Acustico con Pneumatici Riciclati I materassini in gomma riciclata emettono sostanze nocive? No. I granulati e i manufatti in gomma riciclata da PFU destinati all'edilizia sono soggetti a test di emissione (COV, metalli pesanti) secondo le normative europee. I prodotti conformi alle norme EN e dotati di marcatura CE presentano livelli di emissione ben al di sotto dei limiti di legge e sono considerati sicuri per l'impiego in ambienti residenziali. La certificazione REACH e la marcatura CE sono i riferimenti di garanzia per il professionista. Quanto dura un materassino in gomma riciclata? Gli studi longitudinali disponibili (tra cui lo studio Fraunhofer IBP 2022 su installazioni 2005–2010) indicano una durabilità pratica superiore ai 30 anni in condizioni normali di impiego, con un decadimento delle prestazioni acustiche inferiore al 5% in 15 anni. La gomma vulcanizzata è intrinsecamente resistente alla compressione permanente, all'umidità e agli agenti biologici — caratteristiche che la rendono particolarmente adatta all'incorporazione in massetti e pacchetti costruttivi a lungo termine. È possibile usare la gomma riciclata in ristrutturazione senza demolire i pavimenti? Sì, attraverso soluzioni a secco. I pannelli compositi in gomma riciclata abbinati a lastre in cartongesso o fibrocemento consentono interventi di miglioramento acustico di pareti e soffitti senza demolizioni invasive. Per i pavimenti, sono disponibili sistemi sopraelevati con strato resiliente in gomma riciclata che limitano l'aumento di quota a soli 15–25 mm, compatibili con la maggior parte degli spessori di porta esistenti. La gomma riciclata da PFU è considerata rifiuto? No, dopo il processo di riciclo conforme al D.Lgs. 152/2006 e alle specifiche tecniche armonizzate europee, il granulato da PFU è classificato come materia prima seconda (MPS), non più come rifiuto. In Italia, il sistema Ecopneus garantisce la tracciabilità di filiera dalla raccolta alla produzione del materiale certificato, con relativa documentazione di non-rifiuto. Qual è la differenza tra fonoassorbenza e fonoisolamento nella gomma riciclata? Sono due funzioni distinte. Il fonoisolamento (o potere fonoisolante, R) è la capacità di un elemento di ridurre la trasmissione del rumore tra due ambienti — tipicamente misurato per le pareti. La fonoassorbenza (coefficiente α) è la capacità di un materiale di assorbire l'energia sonora all'interno di uno spazio, riducendo il riverbero. I materassini in gomma riciclata operano principalmente come isolanti da calpestio (riducono la trasmissione del rumore da impatto strutturale) e come strati resilienti di disaccoppiamento. Per l'assorbimento acustico degli ambienti interni, vengono utilizzati prodotti con struttura a cellule aperte e superficie porosa. Conclusioni: La Gomma Riciclata da PFU nel 2026 — Non Più un'Alternativa, Ma uno Standard Il percorso compiuto dal 2020 al 2026 ha trasformato la gomma riciclata da pneumatici fuori uso da soluzione di nicchia a materiale da costruzione pienamente maturo, tecnicamente documentato e normalmente specificabile in capitolato. Tre fattori convergenti spiegano questa evoluzione: la maturazione tecnologica dei processi di riciclo con prestazioni di prodotto verificate su lungo periodo; il rafforzamento del quadro normativo europeo e italiano (EPBD 2024, CAM 2024, ELV 2025) che incentiva e in parte obbliga l'utilizzo di materiali riciclati negli appalti pubblici e nelle ristrutturazioni agevolate; e la crescente domanda di edilizia sostenibile trainata dal PNRR e dalla consapevolezza ambientale di committenti e professionisti. Rimangono margini di miglioramento — in particolare nella standardizzazione dei metodi di prova per i prodotti compositi e nella diffusione delle EPD di terza parte da parte dei produttori minori — ma il mercato si sta muovendo nella direzione giusta. Scegliere la gomma riciclata da PFU per l'isolamento acustico oggi significa fare una scelta tecnica ottimale, economicamente competitiva nel ciclo di vita e pienamente coerente con i principi dell'economia circolare che l'Europa ha posto al centro della propria agenda costruttiva. Fonti e Riferimenti • ETRMA — European Tyre & Rubber Manufacturers Association, Annual Market Report 2024 • Ecopneus, Rapporto di Sostenibilità 2024, Milano • Fraunhofer IBP, "Long-term acoustic performance of recycled rubber underlays" (2022), Stuttgart • Direttiva 2024/1275/UE (EPBD rifusione) — Prestazione energetica degli edifici • D.M. 23 giugno 2022 — Criteri Ambientali Minimi per l'edilizia (CAM Edilizia), aggiornato 2024 • EN ISO 10140 — Acoustics: Laboratory measurement of sound insulation of building elements • EN ISO 717-2 — Rating of sound insulation in buildings: Impact sound insulation • UNI 11516:2014 — Massetti galleggianti: requisiti e metodi di prova • Ecopneus-CNR, Rapporto tecnico sull'utilizzo dei PFU in edilizia, 2025 • ASTM International, Standard specification for recovered carbon black (rCB), 2023 Nota: i dati di mercato riportati sono basati su fonti pubbliche e report di settore disponibili al marzo 2026. Per applicazioni specifiche, consultare sempre un tecnico abilitato e richiedere le certificazioni di prodotto aggiornate.

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Soluzioni Tecnologiche per Ridurre i Consumi e Migliorare le Prestazioni delle Macchine per la Plasticadi Marco ArezioL'industria delle materie plastiche si trova oggi ad affrontare una sfida cruciale: ridurre il consumo energetico senza compromettere la produttività e la qualità del prodotto finale. Le macchine per la lavorazione delle plastiche, dai sistemi di iniezione ai macchinari di estrusione e termoformatura, rappresentano un'area chiave in cui l'efficienza energetica può fare una differenza significativa. Grazie all'introduzione di tecnologie innovative, è possibile ridurre l'impatto ambientale e ottenere risparmi operativi notevoli. L'importanza di un approccio sistemico L'ottimizzazione energetica delle macchine non si limita alla scelta di componenti più efficienti. Richiede un approccio sistemico che coinvolga l'intero ciclo di produzione, dalla progettazione del macchinario fino al suo utilizzo quotidiano. Le moderne tecniche di simulazione digitale, combinate con i dati raccolti attraverso sensori IoT (Internet of Things), consentono di monitorare il consumo energetico in tempo reale e di identificare eventuali inefficienze. Ad esempio, un controllo avanzato dei parametri di processo è essenziale per ridurre i picchi di energia senza compromettere la qualità del prodotto. Inoltre, è importante considerare l'interazione tra il macchinario e l'ambiente produttivo, come la disposizione degli impianti, la ventilazione e la temperatura ambiente, che influenzano direttamente le prestazioni energetiche. Tecnologie ad alta efficienza Tra le soluzioni più promettenti per migliorare l'efficienza energetica si annoverano i motori elettrici ad alta efficienza e i sistemi di recupero del calore. I motori a magneti permanenti, per esempio, non solo riducono le perdite energetiche grazie alla loro maggiore efficienza intrinseca, ma consentono anche un controllo più preciso e dinamico, ideale per i processi complessi e variabili della lavorazione delle materie plastiche. Inoltre, i sistemi di recupero del calore, come gli scambiatori termici integrati, permettono di trasformare l'energia termica dissipata in energia utile, alimentando altre fasi del processo o contribuendo al riscaldamento dell'ambiente produttivo. Questa combinazione di tecnologie contribuisce a un significativo abbattimento dei consumi senza sacrificare le prestazioni operative. Un altro esempio di soluzione efficiente è rappresentato dai sistemi idraulici a velocità variabile, che regolano il flusso in base alle effettive esigenze operative, ottimizzando così il consumo energetico senza sacrificare le prestazioni. Questi sistemi utilizzano tecnologie avanzate di controllo, che adattano dinamicamente la velocità del motore idraulico alle necessità specifiche del processo produttivo, evitando sprechi. Allo stesso tempo, l'integrazione di sistemi di recupero del calore si sta rivelando una strategia fondamentale: l'energia termica generata durante il funzionamento delle macchine può essere catturata mediante scambiatori di calore altamente efficienti e reimmessa nel ciclo produttivo o utilizzata per il riscaldamento dell'impianto. Questa combinazione tecnologica consente una riduzione significativa dei costi operativi, migliorando al contempo la sostenibilità complessiva delle operazioni. Digitalizzazione e automazione La digitalizzazione gioca un ruolo centrale nell'ottimizzazione energetica. L'automazione avanzata, abbinata all'intelligenza artificiale (IA), permette di analizzare grandi quantità di dati e di ottimizzare i parametri operativi in modo dinamico. I sistemi predittivi basati su algoritmi di machine learning possono anticipare guasti o anomalie, minimizzando i tempi di inattività e riducendo i costi energetici associati a un uso inefficiente delle risorse. Un esempio pratico di digitalizzazione è l'implementazione di dashboard intelligenti, che forniscono agli operatori una visione chiara e immediata del consumo energetico e delle opportunità di miglioramento. Questi strumenti non solo aumentano la consapevolezza, ma facilitano anche l'adozione di pratiche operative più sostenibili. Materiali e progettazione sostenibile Un ulteriore aspetto da considerare è la progettazione dei macchinari con materiali leggeri e resistenti, che riducono le inerzie e migliorano l'efficienza complessiva. L'uso di materiali compositi e di leghe avanzate consente di alleggerire le strutture senza comprometterne la durabilità, contribuendo a un consumo energetico ridotto durante l'intero ciclo di vita del macchinario. Inoltre, i macchinari progettati con un'ottica modulare facilitano la manutenzione e l'aggiornamento tecnologico, riducendo l'obsolescenza e promuovendo un modello di economia circolare. Formazione degli operatori Infine, non bisogna sottovalutare l'importanza della formazione degli operatori. Anche la macchina più avanzata è inefficiente se utilizzata in modo scorretto. Programmi di training specifici per il personale possono garantire un uso ottimale delle tecnologie disponibili, migliorando la produttività e riducendo i costi operativi. L'integrazione tra tecnologie avanzate, formazione adeguata e un approccio olistico alla gestione dell'energia rappresenta quindi la chiave per affrontare con successo le sfide del settore. © Riproduzione Vietata

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HDPE da Post Consumo Neutro: Provenienza e Utilizzo. Odore, brillantezza e semitrasparenza in un HDPE da post consumodi Marco ArezioI materiali che provengono dal post consumo, che siano in HDPE o LDPE o PP o PET, per citarne solo in più comuni, sono prodotti, espressi sotto forma di imballi, che vengono raccolti dalle nostre case come rifiuti, nei quali si realizza una grossolana separazione tra altri imballi come carta, vetro e metallo.La frazione dei rifiuti plastici viene messa nei sacchi creando un mix tra plastiche di varie tipologie, dalle bottiglie in PET, agli involucri di PP, alle vaschette alimentari in poliaccoppiati, ai flaconi dei detersivi in HDPE, ai tappi, agli imballi in Polistirolo. Con essi, possiamo trovare al loro interno anche dei residui dei prodotti che hanno contenuto, da quelli alimentari a quelli chimici come i detersivi. Questo complesso di prodotti plastici viene avviato al riciclo meccanico, attraverso il quale si separano le tipologie di plastica per famiglie di prodotti chimici, che verranno successivamente macinate, lavate per poter poi essere estruse e creare nuova materia prima. Il riciclo meccanico ha tuttavia dei limiti nella separazione degli elementi in entrata in quanto usa delle macchine a lettura ottica, ad altissima velocità, che leggono la densità dei materiali, ma che poco possono fare per esempio nei prodotti composti da plastiche accoppiate, conservando comunque una certa percentuale di errore, che si potrebbe ridurre se il rifiuto immesso fosse maggiormente selezionato alla fonte. Inoltre il lavaggio delle plastiche selezionate e macinate, non sempre è gestito in modo efficacie per separare ulteriormente frazioni di plastica con densità diversa e per pulirla dai residui di prodotti che gli imballi contenevano. I limiti, quindi, possono essere organizzativi, tecnici o gestionali, generando delle deficienze qualitative sul granulo finale che viene dedicato al soffiaggio o all’estrusione dei prodotti. Le maggiori problematiche per un HDPE riciclato per soffiaggio ed estrusione sono:Presenza di una frazione di PP normalmente determinata dalla presenza di tappi sugli imballi • Impurità di piccolo diametro che potrebbero creare buchi nel soffiaggio di flaconi o irregolarità delle superfici nei prodotti estrusi • Difficoltà di creare colori brillanti in quanto la provenienza da imballi colorati crea una certa opacità nelle colorazioni successive • Odori persistenti nella materia prima finale specialmente per la degradazione di elementi organici o per la presenza di tensioattivi in un materiale poroso come l’HDPE. • Degradazione della miscela plastica in fase di estrusione per la presenza di plastiche diverse dall’HDPE. Per alcune applicazioni non estetiche i problemi sopra esposti si possono ridurre attraverso l’ottimizzazione delle fasi di controllo della produzione del rifiuto e del granulo finale. Ma nelle produzioni in cui è richiesto una colorazione brillante, l’assenza di odore e una qualità estetica del manufatto elevata, come per esempio i flaconi di alcune tipologie di settori del packaging, è importante scegliere un prodotto da post consumo che provenga da una filiera separata all’origine, in cui i flaconi devono essere in HDPE neutri, quindi senza colori e che non contengano residui di tensioattivi o rifiuti organici. Il riciclo del mono prodotto crea una filiera in grado di generare un granulo neutro, senza odori, adatto agli impieghi più alti in termini di struttura, colorazione, assenza di odori, permettendo la semitrasparenza dei flaconi. Questa tipologia di granulo si può facilmente impiegare, per le sue doti di brillantezza e di fedeltà dei colori anche nell’estrusione di profili, lastre e tubi di colorazioni a RAL.Categoria: notizie - tecnica - plastica - riciclo - HDPE - post consumo - neutro

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https://www.rmix.it/ - Studio delle Proprietà Ottiche dei Polimeri per Lenti Fotocromatiche: Analisi Tecnico-Scientifica e Applicazioni nei Dispositivi Oftalmici
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Esame Tecnico-Scientifico delle Molecole Fotocromiche, delle Matrici Polimeriche e delle Tecnologie Avanzate per Lenti Oftalmiche Innovativedi Marco ArezioL’industria oftalmica è costantemente alla ricerca di materiali e soluzioni capaci di migliorare il comfort visivo e la protezione degli occhi in diverse condizioni di illuminazione. In questo contesto, i polimeri fotocromatici hanno guadagnato un ruolo di primo piano nello sviluppo di lenti intelligenti, in grado di modificare la propria trasmissione ottica in risposta alla radiazione luminosa incidente. L’interesse scientifico e tecnologico per i polimeri fotocromatici deriva principalmente dalla possibilità di modulare con precisione la reazione di un materiale alle variazioni di luce, consentendo la realizzazione di lenti capaci di scurirsi o schiarirsi in tempi relativamente brevi. Lo studio delle proprietà ottiche dei polimeri fotocromatici si concentra su diversi aspetti fondamentali: la cinetica di commutazione (ovvero i tempi di oscuramento e di ritorno allo stato iniziale), la stabilità delle molecole fotocromiche incorporate nella matrice polimerica e la resistenza del materiale a processi di fotodegradazione. Questi parametri influenzano non solo la qualità del prodotto finito, ma anche la sua durabilità nel tempo. Inoltre, la comprensione delle interazioni chimico-fisiche tra molecole fotocromiche e matrice polimerica risulta cruciale per l’ottimizzazione della performance ottica complessiva. Oltre all’aspetto funzionale, la ricerca scientifica e industriale si focalizza sulla compatibilità ambientale dei processi di sintesi e delle tecnologie di produzione dei polimeri fotocromatici. L’importanza di questo tema è sottolineata dall’adozione di normative sempre più stringenti in materia di sostenibilità e sicurezza dei materiali. Nel corso di questo articolo, analizzeremo le basi teoriche del fotocromismo, i tipi di molecole fotocromiche impiegate, le caratteristiche delle principali matrici polimeriche e le metodologie di caratterizzazione delle proprietà ottiche. Infine, discuteremo le possibili evoluzioni e applicazioni nel settore oftalmico, evidenziando le prospettive future di questa tecnologia. Principi Fondamentali del Fotocromismo nei Polimeri Definizione di Fotocromismo Il termine “fotocromismo” indica la capacità di una sostanza di subire una trasformazione chimica reversibile quando esposta a radiazione elettromagnetica, tipicamente nella regione ultravioletta (UV) o visibile, con conseguente variazione della sua assorbanza spettrale. In pratica, un materiale fotocromico cambia il proprio colore – o più correttamente la propria trasmissione – quando viene irradiato con luce di una certa lunghezza d’onda e ritorna allo stato iniziale una volta cessata l’irradiazione o in seguito a un’illuminazione a diversa lunghezza d’onda. Questo fenomeno è solitamente associato a modifiche strutturali delle molecole fotocromiche, che possono passare da una forma chimica “aperta” a una “chiusa” (o viceversa), con variazioni significative nell’assorbimento di specifiche regioni dello spettro elettromagnetico. Molecole Fotocromiche nei Polimeri Le molecole fotocromiche più studiate e impiegate nell’industria delle lenti fotocromatiche sono principalmente appartenenti a classi come: Spiroossazine (SO): note per l’elevata velocità di commutazione e per la buona stabilità fotochimica; Nafthopirani (NP): caratterizzati da un buono spettro di assorbimento nel visibile e da un elevato contrasto di colore; Fulgidi e fulgide: presentano un’ottima stabilità termica, ma tempi di commutazione talvolta più lenti. L’inserimento di queste molecole in una matrice polimerica è reso possibile da processi di sintesi che prevedono la polimerizzazione in presenza del colorante fotocromico o il suo inglobamento successivo tramite impregnazione. In entrambi i casi, risulta fondamentale garantire un’equa distribuzione delle molecole fotocromiche all’interno del polimero, evitando fenomeni di agglomerazione che possano compromettere la trasparenza e l’uniformità del materiale. Termodinamica e Cinetica della Commutazione Il processo fotocromico è governato da aspetti termodinamici e cinetici. Da un punto di vista termodinamico, la stabilità delle forme molecolari “aperte” e “chiuse” dipende da fattori quali l’energia di legame e l’entropia. Da un punto di vista cinetico, invece, la velocità di commutazione è fortemente influenzata dal tipo di molecola fotocromica e dall’interazione con l’ambiente circostante (ad esempio, la viscosità della matrice polimerica). In generale, la forma “scura” (o colorata) delle molecole fotocromiche è più instabile e tende a ritornare alla forma iniziale, in modo termicamente o fotonicamente indotto, se esposta a radiazione di un’adeguata lunghezza d’onda o se lasciata al buio per un certo tempo. Stabilità Fotochimica Uno degli aspetti più rilevanti nello studio dei polimeri fotocromatici per lenti oftalmiche è la loro stabilità fotochimica, ovvero la capacità di resistere ai processi di foto-ossidazione che possono degradare le molecole e modificare le prestazioni del sistema. L’esposizione prolungata ai raggi UV e a condizioni ambientali avverse (calore, umidità, agenti chimici) può portare alla formazione di prodotti di degradazione che non sono in grado di riconvertirsi allo stato originario, riducendo la durata nel tempo e l’efficacia delle lenti. Matrici Polimeriche e Incorporazione delle Molecole Fotocromiche Polimetilmetacrilato (PMMA) Il polimetilmetacrilato (PMMA) è uno dei polimeri più utilizzati per applicazioni ottiche, grazie alla sua eccellente trasparenza (trasmette fino al 92% della luce visibile), la buona stabilità termica e la facilità di lavorazione. Nelle lenti fotocromatiche, il PMMA può essere impiegato come matrice ospitante per le molecole fotocromiche attraverso tecniche di polimerizzazione in situ o di impregnazione. Grazie alla bassa rigidità intrinseca, il PMMA favorisce la mobilità delle molecole fotocromiche, garantendo tempi di commutazione relativamente rapidi. Tuttavia, la sua resistenza all’urto risulta inferiore rispetto ad altri materiali, il che può limitarne l’impiego in alcune applicazioni oftalmiche ad alte prestazioni. Policarbonato (PC) Il policarbonato (PC) è un materiale largamente diffuso nel settore oftalmico per la produzione di lenti leggere e resistenti agli urti. La sua alta rigidità può però rallentare il movimento conformazionale delle molecole fotocromiche, influenzando negativamente i tempi di commutazione. Per ottimizzare il comportamento fotocromico in matrici di PC, si ricorre spesso a modifiche chimiche e a trattamenti superficiali che riducano la rigidità locale oppure si utilizzano molecole fotocromiche progettate specificamente per sistemi ad alta viscosità. Nonostante queste sfide, il policarbonato fotocromico gode di ampio impiego grazie al connubio tra resistenza meccanica e buona trasparenza. Altri Polimeri e Materiali Ibridi Oltre a PMMA e PC, in letteratura sono descritti numerosi altri polimeri e materiali ibridi (ad esempio, reti polimeriche reticolate a base di poliuretano, silicone-acrilati e materiali compositi). Questi sistemi possono offrire vantaggi quali maggiore resistenza a graffi e abrasioni, elevata resistenza termica o una migliore stabilità chimica. In alcuni casi, è persino possibile modulare la polarità e la rigidità locale del materiale per incrementare la velocità di commutazione delle molecole fotocromiche. I materiali ibridi, infine, consentono di unire le caratteristiche fisico-chimiche di due o più componenti, offrendo potenzialmente un controllo più preciso delle proprietà ottiche. Metodi di Incorporazione delle Molecole Fotocromiche Le principali tecniche per incorporare le molecole fotocromiche nelle matrici polimeriche includono: Polimerizzazione in situ: le molecole fotocromiche vengono miscelate con i monomeri prima del processo di polimerizzazione, consentendo un buon controllo della distribuzione. Immersione o impregnazione: il polimero finito viene immerso in una soluzione contenente le molecole fotocromiche, che penetrano nei pori o nei siti liberi della matrice. Vaporizzazione e deposizione: in alcuni casi, si può ricorrere a tecniche di deposizione fisica (PVD) o chimica (CVD) per rivestire la superficie del polimero con strati fotocromici. Ogni metodo presenta vantaggi e svantaggi specifici in termini di uniformità di distribuzione, adesione del film fotocromico e stabilità chimica. Caratterizzazione delle Proprietà Ottiche e Metodologie di Analisi Spettroscopia UV-Vis La spettroscopia UV-Vis rappresenta la tecnica di base per studiare i cambiamenti di assorbimento dei materiali fotocromatici. L’analisi quantitativa del coefficiente di assorbimento e della trasmittanza in funzione della lunghezza d’onda consente di determinare la posizione dei picchi di assorbimento e l’entità del cambiamento di colore. Inoltre, studiando la cinetica di variazione dell’assorbimento in funzione del tempo, si può ricavare la velocità di commutazione (darkening e fading time), aspetto fondamentale per le lenti fotocromatiche. Spettroscopia IR e Raman Le tecniche di spettroscopia IR (infrarosso) e Raman possono fornire informazioni importanti sulle variazioni strutturali delle molecole fotocromiche e sulle eventuali interazioni intermolecolari all’interno della matrice polimerica. L’osservazione di picchi caratteristici associati a specifici legami chimici può aiutare a monitorare la conversione strutturale indotta dalla luce e l’eventuale formazione di prodotti di degradazione. Calorimetria a Scansione Differenziale (DSC) La DSC è utilizzata per valutare le transizioni termiche del polimero, come la temperatura di transizione vetrosa e la temperatura di fusione. Nel caso di sistemi fotocromici, la DSC può fornire indizi sul livello di incorporazione del colorante e sul suo effetto sulla mobilità molecolare della matrice. Una T𝑔g ​troppo elevata potrebbe ostacolare il rapido cambiamento conformazionale richiesto per le molecole fotocromiche, rallentando di conseguenza i tempi di commutazione. Microscopia e Analisi Morfologica L’uniformità di distribuzione delle molecole fotocromiche nel materiale è un fattore chiave per ottenere un effetto fotocromico omogeneo e stabile. Tecniche di microscopia elettronica a scansione (SEM) o microscopia a forza atomica (AFM) possono evidenziare eventuali aggregati di colorante o microstrutture indesiderate nella matrice polimerica. Un’analisi morfologica accurata risulta quindi essenziale per la comprensione e l’ottimizzazione delle prestazioni fotocromatiche. Test di Invecchiamento e Durabilità Per valutare la resistenza del materiale fotocromico nel tempo, si eseguono test di invecchiamento accelerato in condizioni che simulano l’esposizione solare prolungata, variazioni di temperatura e di umidità. I parametri che più frequentemente si monitorano sono la permanenza della proprietà fotocromica, l’eventuale ingiallimento del materiale e la variazione di trasmissione ottica nel visibile. Tali test offrono indicazioni cruciali sulla vita utile delle lenti e sul mantenimento della loro efficacia. Applicazioni nei Dispositivi Oftalmici Vantaggi delle Lenti Fotocromatiche per la Visione Le lenti fotocromatiche offrono vantaggi significativi rispetto alle lenti tradizionali, soprattutto per individui che necessitano di un adattamento rapido e costante alle condizioni di illuminazione variabili. Ad esempio, durante la guida in ambienti esterni molto luminosi, la lente si scurisce, proteggendo l’occhio dai raggi UV e riducendo l’abbagliamento. Una volta tornati in ambienti interni o in condizioni di luce più tenue, la lente torna gradualmente allo stato trasparente, garantendo una visione confortevole e priva di deformazioni cromatiche. Tecnologie Avanzate: Lenti con Zone Differenziate Oltre alle lenti fotocromatiche “classiche”, la ricerca si sta orientando verso sistemi con zone differenziate di fotosensibilità, in cui alcune aree della lente presentano un diverso grado di fotocromismo. Questo può risultare particolarmente utile in condizioni in cui la luce proviene da angolazioni specifiche o nei casi di lenti progressive, che devono rispondere a esigenze visive diverse (lontano, intermedio, vicino). Trattamenti Antiriflesso e Strati Protettivi Per migliorare la qualità ottica delle lenti fotocromatiche, spesso si aggiungono trattamenti superficiali antiriflesso e rivestimenti di protezione contro i graffi. Tali trattamenti non solo ottimizzano l’aspetto estetico, ma aumentano anche la durabilità delle lenti. Nel caso di rivestimenti idrofobici, ad esempio, la lente risulta meno soggetta a macchie e aloni causati da acqua e sporco, facilitandone la pulizia e la manutenzione. Questo aspetto è cruciale per garantire il mantenimento delle proprietà fotocromatiche. Applicazioni Speciali e Dispositivi “Smart” Con l’avvento di tecnologie indossabili e dispositivi intelligenti, le lenti fotocromatiche possono essere integrate in occhiali smart che forniscono informazioni in tempo reale sull’intensità luminosa, la qualità dell’aria o addirittura parametri biometrici. L’adattamento automatico del colore potrebbe essere combinato con sensori e piccoli display integrati, trasformando la lente in un’interfaccia uomo-macchina avanzata. Sebbene questi sviluppi siano ancora allo stadio prototipale, rappresentano un interessante scenario futuro per l’industria oftalmica. Futuri Sviluppi e Prospettive di Ricerca Nuove Molecole Fotocromiche La ricerca si sta concentrando sulla sintesi di molecole fotocromiche con tempi di commutazione sempre più rapidi e con una maggiore stabilità fotochimica. L’obiettivo è ottenere lenti che reagiscano in modo quasi istantaneo alle variazioni di luce e che mantengano inalterate le proprie caratteristiche ottiche anche dopo anni di utilizzo. L’ottimizzazione del colore percepito e il raggiungimento di un contrasto elevato in diverse condizioni di illuminazione rappresentano un’ulteriore sfida. Approcci Nanocompositi L’impiego di nanoparticelle o nanofibre nella matrice polimerica può migliorare le prestazioni delle lenti fotocromatiche, aumentando la velocità di diffusione delle molecole fotocromiche e la loro resistenza agli agenti degradanti. Sistemi nanocompositi ben progettati possono modulare la microstruttura del polimero, fornendo canali preferenziali per il trasporto delle molecole fotocromiche e riducendo la probabilità di aggregazione. Inoltre, l’aggiunta di nanoparticelle funzionalizzate può contribuire a creare una sorta di “scudo” contro i processi di ossidazione e foto-degradazione. Fotochimica e Modellazione Computazionale L’uso di metodi computazionali, come la dinamica molecolare o i calcoli di chimica quantistica, è sempre più diffuso per prevedere e ottimizzare le proprietà fotocromatiche di nuove molecole e materiali ibridi. Questi approcci consentono di simulare il comportamento delle molecole in diverse condizioni, riducendo i tempi e i costi di sperimentazione. La modellazione può anche aiutare a comprendere meglio i meccanismi di degradazione, suggerendo strategie per progettare sistemi più duraturi. Integrazione con Altri Sistemi Ottici La convergenza tra lenti fotocromatiche e altre tecnologie ottiche potrebbe portare alla nascita di prodotti combinati, come lenti polarizzate fotocromatiche, lenti con filtri selettivi per certe lunghezze d’onda (ad esempio per la protezione dalla luce blu) o lenti dotate di rivestimenti elettrocromici che consentano una regolazione attiva e controllata dall’utente. Questa integrazione aprirebbe la strada a dispositivi multifunzionali, in grado di offrire maggiore flessibilità e personalizzazione in diversi contesti di utilizzo. Conclusioni Lo studio delle proprietà ottiche dei polimeri fotocromatici ha permesso di sviluppare lenti innovative, in grado di offrire un controllo dinamico della trasmissione luminosa e una maggiore protezione per gli occhi. Le basi teoriche del fotocromismo – fondate su meccanismi di trasformazione molecolare reversibile – sono oggi ben comprese, mentre il design e la sintesi di molecole fotocromiche sempre più performanti rimangono un campo di ricerca attivo. L’analisi dei materiali polimerici utilizzati come matrici, nonché la comprensione dei processi di invecchiamento e degradazione, consentono di progettare lenti fotocromatiche durature e affidabili per un mercato in costante espansione. Dal punto di vista industriale, la combinazione di trattamenti superficiali (ad esempio antiriflesso, idrofobici e antigraffio) e la possibilità di integrare lenti fotocromatiche con altre tecnologie ottiche (come polarizzazione e filtri selettivi) rendono questi prodotti estremamente versatili, capaci di rispondere a diverse esigenze visive. In prospettiva, l’avvento di nuove molecole fotocromiche, materiali nanocompositi e approcci di modellazione computazionale accelererà ulteriormente l’evoluzione dei dispositivi oftalmici, aprendo interessanti scenari per l’innovazione e la personalizzazione. In conclusione, lo sviluppo dei polimeri fotocromatici riveste un ruolo cruciale nella realizzazione di lenti intelligenti e multifunzionali, con benefici sia in termini di comfort che di protezione visiva. Le future ricerche in questo settore saranno fondamentali per migliorare ulteriormente la velocità di commutazione, la stabilità fotochimica e l’estetica, contribuendo alla diffusione di un prodotto altamente tecnologico, versatile ed eco-compatibile. © Riproduzione VietataFonti - Crano, J. C., & Guglielmetti, R. J. (Eds.). (1999). Organic Photochromic and Thermochromic Compounds: Main Photochromic Families - Zhang, X. F., & Weber, S. G. (1999). Photochromism of spirooxazines and their potential applications in optical data storage. - Kaplan, M. P. (1981). Photochromic systems: Mechanisms and applications. Accounts of Chemical Research, 14(3), 90-96. - Tomlinson, A. (2016). Polymers in ophthalmic applications: From PMMA to functionalized nanocomposites. - Biron, M. (2015). Thermoplastics and Thermoplastic Composites (2nd ed.). Amsterdam: Elsevier.

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Polipropilene e polietilene da post consumo sembra non possano convivere, ma non è sempre cosìdi Marco ArezioA volte anche le copie più diverse, con attitudini e caratteristiche lontane, con temperature caratteriali agli opposti, con tenacità e debolezze differenti, nella loro unione trovano un equilibrio. Anche il PP/PE questo equilibrio sembra averlo trovato. Nel campo dei polimeri che derivano dalla raccolta differenziata esistono delle famiglie che sono composte da due o più polimeri differenti, come per esempio l’unione tra il polietilene e il polipropilene. Apparentemente sembrano due mondi molto lontani tra loro che, per necessità di consumo dei rifiuti plastici, si è arrivati ad attribuire al nuovo compound una posizione nel mercato dei polimeri. La materia prima che costituisce questa unione, derivando dall’input della raccolta differenziata, si presenta normalmente già miscelata, ed è costituita da parti rigide e da parti flessibili dello scarto plastico domestico. Nel corso degli anni questo mix “naturale” si è molto modificato, in quanto è stato necessario estrarre dalle balle dei rifiuti, una quota sempre più lata di plastiche nono componenti, come il polipropilene, il polietilene di alta e bassa densità. Infatti si è puntato molto sull’estrazione della frazione di polipropilene per destinarlo ad un mercato autonomo. Quello che oggi è definito PO o PP/PE è la parte risultante dei processi di selezione degli scarti plastici derivanti dalla raccolta differenziata, ed è costituito da circa il 30-40% di polipropilene e la restante parte è prevalentemente LDPE. Rispetto ad una decina di anni fa, la base odierna del PO, o PP/PE, è sicuramente meno performante, in quanto il comportamento del polipropilene sulla componente di polietilene di bassa densità, è di difficile gestione, sia in fase di stampaggio che nel risultato estetico dei prodotti finali. Se partiamo dalla considerazione che ci suggerisce l’economia circolare, secondo la quale ai rifiuti plastici dobbiamo trovare, in ogni caso, una collocazione di riutilizzo, anche questo mix povero di PP/PE, con un po’ di buona volontà, può essere utilizzato in molti settori. Il polipropilene contenuto nel mix porta con sé essenzialmente le caratteristiche di rigidità e fluidità, mentre l’LDPE porta con sé la flessibilità e la fusione alle basse temperature. L’antagonismo delle loro caratteristiche avranno conseguenze in fase di stampaggio e di qualità del manufatto se non si interviene durante la produzione del granulo. Per creare una corretta famiglia di PP/PE adatta a molte applicazioni, che tenga conto di differenti fluidità richieste dal mercato, di corrette temperature sia in fase di estrusione del granulo che in fase di stampaggio, di buone resistenze in termini di modulo e IZOD, compatibilmente con il prodotto di qualità bassa di cui stiamo parlando, diventa necessario, a volte, modificare le ricette dei granuli: Il primo intervento che si dovrebbe fare è operare sul bilanciamento tra PP e LDPE, attraverso una quota di HDPE che mitiga la problematica della differenza di temperatura di fusione dei due materiali originari. Questo migliora la stampabilità ma anche la riduzione di possibili striature sulle superfici dei prodotti.Se si desidera aumentare la fluidità del compound che si vuole ottenere, la componente di PP può essere incrementata, in quanto il contributo delle frazioni di LDPE e HDPE da post consumo, in termini di MFI, rimarranno limitate. L’incremento della percentuale di PP all’interno della ricetta è comunque da monitorare, in quanto porta ad un aumento della vetrosità del prodotto finale e riduce la sua resistenza al freddo.Se si desidera aumentare la flessibilità a freddo si può giocare sulla componente LDPE/HDPE, considerando le giuste percentuali in funzione delle richieste estetiche, sul grado di flessibilità e sugli spessori dei prodotti da realizzare.Se si vogliono realizzare colorazioni del manufatto, di solito con tonalità scure, è sempre consigliabile aggiungere del masterbach, per i polimeri rigenerati, in fase di estrusione del granulo. Questo perché la dispersione del colorante in un estrusore con una vite lunga porta delle efficienze estetiche migliori. In questo caso dobbiamo considerare che la quota di LDPE, che è quella più a rischio per un’eventuale fenomeno di degradazione sotto l’effetto delle temperature di lavorazione, dovrebbe rimanere la più bassa possibile per evitare danni estetici alle colorazioni del prodotto. Per quanto riguarda l’uso dei masterbach, visto che anche questi prodotti possono essere a rischio di degradazione in fase di estrusione del granulo o durante lo stampaggio, è buona cura assicurarsi a quali temperature massime possono resistere senza alterarsi.Se si vuole aumentare la rigidità dei manufatti si può ricorrere alle cariche minerali, siano esse carbonato di calcio o talco, che possono dare una maggiore robustezza ai prodotti dal punto di vista della resistenza a compressione. Bisogna stare attenti però al comportamento a flessione, in quanto, già di per sé il PP/PE ha un basso valore di resistenza a flessione e l’aggiunta di percentuali eccessive ci cariche minerali ne peggiora la flessibilità. L’utilizzo di questa famiglia di compound in PP/PE ha trovato un largo consenso sul mercato per la produzione di manufatti non estetici e dal costo contenuto. I principali settori di utilizzo sono: Edilizia con la realizzazione di distanziatori per ferri di armatura, canaline non carrabili per l’acqua, protezione copri ferro, secchi, vespai in plastica, grigliati erbosi carrabili, cisterne componibili drenanti da interro e altri prodotti.La logistica con la produzione di bancali, casse da trasporto, armature per bancali, tappi per bidoni e altri prodotti.L’agricoltura con i ganci per l’orticultura, i vasi, le cassette monouso per la frutta e la verdura, pali per le culture e altri prodotti.L’arredo da giardino con la produzione di divani e poltrone in rattan plastico, piccoli mobili, sedie da esterno economiche e altri prodotti.Il settore della pulizia con il supporto per le setole delle scope, i secchielli di piccole dimensioni, le palette e altri prodotti.Categoria: notizie - tecnica - plastica - riciclo - polimeri - post consumo - granuli - PP/PE

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Esplorazione delle nuove frontiere del riciclo a bassa temperatura per il recupero di metalli preziosi dalle polveri di saldaturadi Marco ArezioNegli ultimi decenni, il crescente consumo di risorse naturali e la domanda di metalli strategici hanno portato a una maggiore attenzione sul riciclo dei materiali metallici. Le polveri di saldatura, sottoprodotti generati durante i processi di saldatura, rappresentano un'opportunità per il recupero di metalli preziosi come zinco e stagno. Tradizionalmente, queste polveri venivano trattate ad alte temperature o smaltite, ma recenti sviluppi nelle tecnologie di riciclo a bassa temperatura offrono nuove possibilità. Questo articolo esplora i progressi, le sfide e le potenzialità delle tecnologie a bassa temperatura per il recupero di metalli dalle polveri di saldatura, con un focus specifico su zinco e stagno. Il Contesto: Composizione e Problematica delle Polveri di Saldatura Le polveri di saldatura contengono una varietà di metalli e sostanze tossiche come piombo, cadmio, zinco e stagno, nonché ossidi metallici, fluoruri e altri composti. Questi sottoprodotti possono presentare rischi per la salute e l'ambiente se non gestiti correttamente. Tuttavia, il contenuto di metalli preziosi nelle polveri di saldatura offre un incentivo economico e ambientale al recupero, poiché questi metalli sono critici per molte industrie, dall'elettronica all'automotive. Tradizionalmente, il riciclo dei metalli dalle polveri di saldatura viene effettuato tramite pirometallurgia, processo che richiede temperature elevate (tra 1200 e 1500°C) per la fusione e separazione dei metalli. Tuttavia, questo approccio presenta svantaggi significativi, tra cui il consumo elevato di energia e l'emissione di gas tossici. Al contrario, le tecnologie a bassa temperatura rappresentano una soluzione sostenibile, grazie alla riduzione del consumo energetico e al minor impatto ambientale. Tecnologie di Riciclo a Bassa Temperatura: Principi e Vantaggi Le tecnologie a bassa temperatura per il riciclo dei metalli includono processi idrometallurgici, elettrochimici e di biolisciviazione, che operano generalmente a temperature inferiori ai 100°C. Questi metodi utilizzano solventi, reagenti chimici o batteri per disciogliere i metalli, permettendo il loro successivo recupero. I principali vantaggi di queste tecnologie comprendono: Riduzione del consumo energetico: operare a temperature più basse consente un risparmio significativo di energia rispetto ai processi pirometallurgici. Minore impatto ambientale: le emissioni di gas tossici e le scorie sono ridotte, riducendo la necessità di impianti di trattamento secondario per i residui. Elevata purezza dei metalli recuperati: alcuni processi a bassa temperatura permettono di ottenere metalli di elevata purezza, riducendo la necessità di ulteriori fasi di raffinazione. Progressi nei Processi Idrometallurgici I processi idrometallurgici si basano sull'uso di soluzioni acide, basiche o di agenti chelanti per dissolvere selettivamente i metalli presenti nelle polveri di saldatura. La tecnologia si sviluppa attraverso diverse fasi: dissoluzione, precipitazione e recupero. I principali metodi comprendono l'uso di acidi come l'acido solforico o nitrico per sciogliere il metallo, con conseguente precipitazione per ottenere un composto stabile e recuperabile. Estrazione di Zinco e Stagno dalle Polveri di Saldatura Per l’estrazione dello zinco, uno dei metodi comuni prevede l’uso di acido solforico diluito per dissolvere lo zinco presente nelle polveri sotto forma di ossido di zinco. Successivamente, mediante precipitazione selettiva o tecniche di elettrolisi, è possibile ottenere zinco metallico o solfato di zinco, utilizzabile in vari settori industriali. Nel caso dello stagno, l’utilizzo di acidi o agenti complessanti permette la formazione di cloruri di stagno, composti che possono essere ulteriormente trattati per ottenere stagno metallico di elevata purezza. Recenti studi hanno dimostrato come l’aggiunta di piccole quantità di perossido di idrogeno o di cloruri possa migliorare la dissoluzione dello stagno e la successiva separazione dal materiale di scarto. Sfide e Soluzioni dei Processi Idrometallurgici Nonostante l'efficacia di questi metodi, esistono delle problematiche significative. La corrosione dei materiali, la gestione dei rifiuti liquidi e il controllo della selettività dei reagenti possono rendere il processo complesso e costoso. Per ridurre l’impatto dei rifiuti liquidi, alcune tecnologie combinano il processo idrometallurgico con filtri e sistemi di evaporazione per recuperare e riutilizzare i reagenti. Tecnologie Elettrochimiche per il Recupero dei Metalli Le tecnologie elettrochimiche rappresentano un’altra promettente soluzione a bassa temperatura. In questi processi, l'elettrolisi viene utilizzata per separare i metalli dai composti disciolti, ottenendo depositi metallici sulle superfici catodiche. Questa tecnica è particolarmente vantaggiosa per il recupero dello zinco e dello stagno, in quanto consente di ottenere metalli di elevata purezza e di ridurre l’uso di agenti chimici tossici. Elettrolisi dello Zinco e dello Stagno Nel caso dello zinco, l'elettrolisi avviene generalmente in una soluzione di solfato di zinco, ottenuta precedentemente con un processo idrometallurgico. Attraverso una corrente elettrica applicata a una cella elettrolitica, lo zinco si deposita in forma metallica sulla superficie del catodo, mentre le impurezze vengono rimosse attraverso il controllo del potenziale elettrico. Analogamente, per il recupero dello stagno, l’elettrolisi in soluzione di cloruro di stagno consente di ottenere stagno puro. Le variabili chiave sono la densità di corrente, la temperatura e la concentrazione della soluzione, che influenzano il tasso di deposizione e la qualità del metallo recuperato.Vantaggi e Limiti delle Tecnologie Elettrochimiche La principale problematica delle tecnologie elettrochimiche è il consumo energetico e la necessità di attrezzature specializzate. Tuttavia, la possibilità di ottenere metalli puri e l’assenza di reagenti chimici aggressivi rendono queste tecnologie particolarmente promettenti in un’ottica di sostenibilità. Recenti progressi nella progettazione delle celle elettrolitiche e nell’ottimizzazione dei parametri operativi hanno permesso di ridurre i costi operativi e di migliorare l'efficienza complessiva. Biolisciviazione: Una Frontiera Innovativa a Bassa Temperatura La biolisciviazione, o bioleaching, rappresenta un metodo innovativo che utilizza microrganismi per dissolvere e recuperare i metalli dalle polveri di saldatura. Questo processo sfrutta la capacità di specifici batteri e funghi di produrre acidi organici e inorganici che dissolvono i metalli, consentendo il loro recupero a temperature ambientali. Applicazione della Biolisciviazione per Zinco e Stagno La biolisciviazione è particolarmente promettente per il recupero dello zinco, in quanto i batteri possono produrre acido solforico, dissolvendo efficacemente lo zinco dalle polveri. Studi recenti hanno esplorato l’uso del Thiobacillus ferrooxidans e del Thiobacillus thiooxidans per facilitare il processo. Analogamente, per lo stagno, la ricerca è ancora in fase iniziale, ma vi sono indicazioni positive sul ruolo dei funghi nel migliorare la dissoluzione dello stagno. Le Problematiche della Biolisciviazione Tra i principali problemi della biolisciviazione vi sono i tempi relativamente lunghi per la dissoluzione dei metalli e la difficoltà di gestire il pH e la concentrazione di ossigeno, fattori che influenzano l'attività microbica. Tuttavia, le nuove tecniche di coltura batterica e l’ingegneria genetica offrono soluzioni per accelerare i processi e migliorare l’efficienza complessiva. Conclusioni Le tecnologie a bassa temperatura per il riciclo dei metalli dalle polveri di saldatura rappresentano un progresso significativo nel campo della sostenibilità industriale e dell’economia circolare. L’adozione di approcci come i processi idrometallurgici, le tecnologie elettrochimiche e la biolisciviazione offrono una soluzione concreta per affrontare le sfide legate al recupero di risorse critiche come zinco e stagno. Questi metodi non solo consentono di ridurre il consumo energetico rispetto alle tecnologie pirometallurgiche tradizionali, ma contribuiscono anche a minimizzare l’impatto ambientale derivante dalla gestione delle polveri di saldatura, spesso considerate rifiuti pericolosi. Nonostante i progressi, permangono alcune problematiche da affrontare. Tra queste figurano l’ottimizzazione dei processi per garantire un recupero selettivo ed efficiente dei metalli, la gestione dei sottoprodotti residui e l'applicabilità industriale delle tecnologie emergenti, in particolare quelle basate sulla biolisciviazione. Inoltre, l’interesse per il riciclo dei metalli critici deve essere accompagnato da politiche di supporto e incentivi economici che favoriscano l’investimento in infrastrutture e ricerca.L'implementazione diffusa di queste tecnologie potrebbe contribuire a mitigare la dipendenza dalle risorse primarie, riducendo l’estrazione di minerali e le relative emissioni di gas serra. Inoltre, il recupero di metalli critici come zinco e stagno, essenziali per industrie strategiche come l’elettronica, la costruzione e la produzione di batterie, può rappresentare un vantaggio economico significativo per molte nazioni.In sintesi, le tecnologie a bassa temperatura per il riciclo dei metalli dalle polveri di saldatura non solo offrono soluzioni immediate per la gestione sostenibile dei rifiuti industriali, ma si profilano anche come un pilastro fondamentale per il futuro dell’economia circolare. Il loro sviluppo e la loro implementazione richiedono però una collaborazione sinergica tra industria, accademia e legislatori, così da massimizzare il loro potenziale e trasformare un problema ambientale in una risorsa economica sostenibile. © Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - Che Qualità di Film è Ottenibile con l'Uso dell' LDPE Riciclato?
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Che Qualità di Film è Ottenibile con l'Uso dell' LDPE Riciclato?di Marco ArezioMai come oggi la qualità di un granulo di LDPE riciclato è importante per la produzione di un film, in quanto le aspettative del mercato, che si sta spostando dalle materie prime vergini a quelle riciclate, sono molto alte.Non è sempre facile trasmettere al cliente, che vuole produrre con un LDPE riciclato, la necessità di conoscere la genesi del riciclo per non sbagliare ad acquistare il prodotto basandosi, magari, solo sulla convenienza economica della materia prima riciclata rispetto a quella vergine che gli viene offerta. Diciamo, in linea di principio, che anche nel campo dell’LDPE riciclato ci sono famiglie di prodotto attraverso le quali si possono produrre alcuni articoli e, di conseguenza, non se ne possono produrre altre se si vuole ottenere sempre un buon risultato tecnico ed estetico sull’articolo finito da immettere sul mercato. Le macro famiglie si possono distinguere in tre aree: LDPE riciclato da post consumoLDPE riciclato post consumo industrialeLDPE riciclato post industriale Il granulo in LDPE da post consumo viene prodotto attraverso il processo di riciclo dello scarto della raccolta differenziata, che viene separato, macinato, lavato, densificato ed estruso in granuli. La prima cosa da considerare dei prodotti di questa famiglia è il grado di contaminazione a cui il film lavorato viene sottoposto durante la sua vita, infatti, la raccolta differenziata comporta la mescolazione nei sacchi della raccolta domestica inquinanti, come resti di cibo, oli, grassi, poliaccoppiati di imballi alimentari e molti altri prodotti che, durante le fasi di raccolta, solidarizzano con il film da riciclare creando un problema di qualità a valle del processo. Inoltre, durante la separazione meccanica, può capitare che parti di altre plastiche rimangano all’interno del flusso dell’LDPE da riciclare creando un altro filone di contaminazione nel processo di produzione del granulo. I sistemi di riciclo meccanico contemplano il lavaggio del materiale selezionato ma, spesso, questo non è sufficiente per ridurre la presenza di plastiche diverse dall’LDPE e lo scioglimento e il distaccamento di parti non plastiche presenti sul prodotto da lavare. Queste contaminazioni possono creare diverse problematiche nella produzione del film: • Odori pungenti nel prodotto finito • Fragilità al taglio dovuta alla presenza di polipropilene • Grumi non fusi nella fase di estrusione con la conseguente puntinatura del film • Irregolarità della superficie del film dovuta alla degradazione delle impurità nella fase di estrusione • Inconsistenza del film dovuta all’eccessiva presenza di gas all’interno del granulo causata dalla degradazione del materiale estruso • Difficoltà di creare una bolla regolare a seguito della possibile degradazione del polimero in fase di soffiaggio per la presenza dei problemi sopra elencati. L’uso che normalmente si fa del granulo in LDPE da post consumo da raccolta differenziata è riservato a sacchi per la spazzatura di spessore non inferiore agli 100-120 micron, di colori scuri, in cui il possibile odore, la puntinatura del film e la possibile fragilità al taglio sono dai clienti tollerati a fronte di un prezzo competitivo. Un’altra applicazione sono i teli da copertura provvisoria, normalmente neri, con spessori da 140 a 300 micron in cui le impurità presenti nei granuli si diluiscono negli spessori generosi del film. Il granulo da post consumo industriale è un prodotto molto vicino alla categoria del post industriale che vediamo successivamente, in quanto l’input del materiale non viene dalla raccolta differenziata ma esclusivamente dalla raccolta degli imballi industriali, dei supermercati e del settore del commercio, i cui film da imballo non vengono in alcun modo contaminati da sostanze nocive per il riciclo. Una volta raccolti questi film vengono divisi per colore, macinati lavati, densificati ed estrusi in granuli adatti alla produzione di films.Quali sono i vantaggi di questo flusso:• Materiale non contaminato da rifiuti organici o liquidi industriali • Selezionato per colore • Selezionato per tipologia di plastica • Normalmente soggetto al primo riciclo • Non contiene poliaccoppiati da packaging alimentare La produzione di film con questa tipologia di materiale permette la realizzazione di spessori molto sottili, a partire da 20 micron, utilizzando al 100% il granulo riciclato. Il film rimane elastico, le saldature non si aprono in quanto non si realizza l’influenza negativa della presenza di PP come nel post consumo, non presenta odori sgradevoli, si possono realizzare film trasparenti, anche se si parte da un granulo non trasparente, o film di colorati aggiungendo del master. Esiste anche una versione adatta alla produzione di film nero, dedicato principalmente ai sacchetti per l’immondizia con spessori da 20 a 100 micron o ai teli da copertura per l’edilizia in cui è richiesto un buon grado di resistenza allo strappo. Il granulo post industriale neutro proviene normalmente da scarti di lavorazione di film neutri che vengono raccolti e divisi per colore, macinati e nuovamente estrusi in granuli per la produzione. Un’altra tipologia di LDPE post industriale è caratterizzata dall’utilizzo di scarti delle lavorazioni del polimero delle industrie petrolchimiche, che vengono compattati in blocchi o barre, per poi essere macinati o polverizzati e riutilizzati come materia prima in fase di estrusione dei granuli. Questo tipo di LDPE riciclato è molto simile ad un polimero vergine, sia per caratteristiche meccaniche che di trasparenza nella produzione del film. Non ha odori, non ha alterazioni di colore, si può miscelare con la materia prima vergine, se richiesto e conserva ottime caratteristiche meccaniche e di qualità nella superficie. Articoli correlati:LDPE RICICLATO DA POST CONSUMO: 60 TIPOLOGIE DI ODORI OSTACOLANO LA VENDITALDPE DA POST CONSUMO. COME RIDURRE LE IMPERFEZIONI. EBOOK Categoria: notizie - tecnica - plastica - riciclo - LDPE - film plastici - post consumoVedi maggiori informazioni sul riciclo dell'LDPE

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https://www.rmix.it/ - Cosa e Quali Sono i Polimeri Conduttori di Elettricità
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Cosa e Quali Sono i Polimeri Conduttori di Elettricità
Informazioni Tecniche

I polimeri plastici non solo sono ottimi isolanti elettrici ma possono essere anche conduttoridi Marco ArezioE’ universalmente risaputo che, normalmente, gli oggetti realizzati con i polimeri plastici sono degli ottimi isolanti elettrici, tanto che in presenza di apparecchi o accessori in cui vi sia la presenza di un passaggio di elettricità, possiamo facilmente trovare un elemento in plastica. Per isolamento elettrico di un corpo in plastica si intende la sua capacità, di ridurre drasticamente o bloccare completamente il passaggio di una corrente elettrica all’interno della sua massa, evitando il pericolo alle persone o alle cose. Per questo motivo troviamo molti oggetti come gli interruttori, cavi elettrici, impianti di illuminazione e circuiti stampati in cui vi è la presenza di elementi in plastica. Per determinare il grado di isolamento elettrico o la sua capacità di inibire il passaggio della corrente, si usa un parametro chiamato CTI (Comparative Tracking Index), ottenibile attraverso uno specifico test, che fornisce una valutazione della resistenza all’isolamento elettrico di un materiale alle scariche superficiali. Di contro, può anche essere necessario che questo flusso di corrente elettrica, che normalmente viene impedito dai materiali plastici, debba passare in modo controllato, attraverso il corpo polimerico, con lo scopo, per esempio, di ridurre le cariche elettrostatiche, per schermare parti in plastica dalle onde elettromagnetiche, per produrre elettrodi, diodi luminosi e molti altri prodotti. Per fare questo è necessario affidarsi a polimeri, che per loro natura o formulazione, possano permettere il passaggio di elettricità, mantenendo invariate le altre caratteristiche chimico-fisiche tipiche delle materie plastiche. Per creare o potenziare i compound termoplastici conduttori ci si affida a specifiche cariche o degli agenti di rinforzo che conducono l’elettricità, creando appunto, un polimero conduttore. Lo studio dei polimeri conduttori ha dovuto bilanciare, nel tempo, le caratteristiche di conducibilità elettrica con quelle di lavorabilità e produttività degli elementi, fattori che a volte erano in aperto contrasto tra loro. Infatti, i primi polimeri conduttori erano insolubili e fondevano con difficoltà, portando così la ricerca a trovare il giusto equilibrio tra solubilità, caratteristiche termiche di fusione e conducibilità elettrica. Il principio della conducibilità elettrica si basa sull’inserimento, nelle miscele, di donatori o accettori di elettroni, atomi o molecole, che cedono o accettano elettroni aumentandone notevolmente la mobilità. In virtù di questa elevata mobilità, si ritrovano dei singoli elettroni liberi, cioè non legati al corpo dell’atomo, che scivolando sulle molecole trasportando la carica elettrica. Un’altra caratteristica dei polimeri conduttori è l’elettroluminescenza, intesa come la capacità di emettere luce quando viene applicata una tensione elettrica, permettendo lo sviluppo di diodi organici che emettono luce, definiti OLED (Organic Light Emitting Dios). I principali polimeri conduttori sono: - Poliacetilene (PAC)- Polifenilene - Poliparafenilvinilene (PPV) - Polieteroaromatici - Polianilina (PANI) - Polifenilenammina - Polietilendiossitiofene (PEDT) - Polietilendiossitiofene – Polistirensolfanato (PEDT – PSS) - Polifenilensolfuro (PPS) - Polifenilenbutadine (PPB) - Poliparapirridina (PPYR) - Poliparapirridinvinilene (PPYV) - Polipirrolo (PPY) - Politiofene (PT) - Polifurano (PFU) - Polietilendiossitiofene (PEDT) - Poliacene Le applicazioni più comuni sono le seguenti: - Dotazioni antistatiche - Nastri per resistenze - Fusibili - Sensori - Batterie - Condensatori elettrolitici - Strati conduttori su vetro e plastica - Strati trasparenti antistatici su pellicole fotografiche, vetro, diodi luminosi Categoria: notizie - tecnica - polimeri conduttori - luminescenza

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https://www.rmix.it/ - Il Carbonato di Calcio nei Sigillanti e negli Adesivi: Proprietà Funzionali ed Applicazioni
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Il Carbonato di Calcio nei Sigillanti e negli Adesivi: Proprietà Funzionali ed Applicazioni
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Il ruolo del carbonato di calcio come additivo tecnico nei sigillanti e negli adesivi industriali: proprietà, tipologie e applicazionidi Marco ArezioIl settore dei sigillanti e degli adesivi costituisce un capitolo centrale della chimica applicata, in cui la scelta delle materie prime non riguarda soltanto la resina polimerica di base, ma anche gli additivi che ne definiscono prestazioni e durabilità. Tra questi, il carbonato di calcio (CaCO₃) si è affermato come uno dei filler più importanti grazie a un insieme di qualità fisico-chimiche che lo rendono adattabile a sistemi molto diversi, dalle formulazioni acriliche a quelle siliconiche, dai poliuretani agli epossidici. La sua funzione non si limita a colmare volumi, ma investe la reologia, la resistenza meccanica, la stabilità dimensionale e persino l’aspetto estetico del prodotto finito. Per comprendere il peso che questo minerale ha assunto nel comparto, è utile ripercorrerne non solo l’impiego tecnico attuale, ma anche l’evoluzione storica. Evoluzione storica dell’uso del carbonato nei sigillanti e adesivi L’impiego di materiali minerali come riempitivi accompagna la storia stessa delle sostanze leganti e adesive. Già nell’antichità, polveri calcaree venivano mescolate a resine naturali, gessi e colle animali per aumentare la consistenza delle miscele e ridurre i costi delle materie prime organiche. Nel Medioevo, il carbonato di calcio, derivato dal marmo o dalla calce spenta, veniva impiegato per rendere più densi i mastici utilizzati nelle vetrate e negli intonaci decorativi. La vera svolta si ebbe con la rivoluzione industriale e con lo sviluppo delle prime resine sintetiche. Nel XIX secolo, i mastici per serramenti a base di oli e pigmenti minerali cominciarono a includere polveri di carbonato di calcio per conferire maggiore corpo e durabilità. L’avvento dei polimeri vinilici nel XX secolo aprì la strada a un uso sistematico del CaCO₃ come filler: la sua disponibilità, la facilità di macinazione e la compatibilità con matrici diverse ne fecero un additivo strategico per ridurre i costi e migliorare la lavorabilità. Negli anni Sessanta e Settanta, con l’introduzione su larga scala dei siliconi e dei poliuretani nei sigillanti da edilizia e industria automobilistica, il carbonato di calcio venne utilizzato in forme sempre più raffinate. In quel periodo iniziarono a diffondersi i carbonati rivestiti con sostanze organiche, in grado di migliorare l’adesione alla matrice idrofobica e ridurre la tendenza alla sedimentazione. Parallelamente, si sviluppò la produzione del carbonato precipitato (PCC), che offriva la possibilità di controllare con precisione la dimensione e la forma delle particelle, aprendo nuovi campi applicativi soprattutto negli adesivi sensibili alla pressione e nei sigillanti trasparenti. Oggi l’impiego del CaCO₃ ha raggiunto un livello di maturità tecnologica tale da non essere più considerato un semplice riempitivo, ma un componente funzionale indispensabile. L’evoluzione storica ha mostrato come, da additivo economico e abbondante, esso si sia trasformato in un elemento ingegnerizzato, studiato in base alle esigenze specifiche della formulazione. Proprietà e tipologie di carbonato di calcio Le formulazioni contemporanee utilizzano principalmente due varianti di carbonato: il GCC (ground calcium carbonate), prodotto mediante macinazione e classificazione di rocce carbonatiche, e il PCC (precipitated calcium carbonate), ottenuto con processi chimici che permettono di definire morfologie e granulometrie con grande precisione. Il GCC è il più diffuso per ragioni economiche, mentre il PCC è impiegato laddove siano richiesti requisiti particolari di purezza, finezza e uniformità. Entrambe le tipologie, grazie alla loro inerzia chimica e alla bassa solubilità in acqua, risultano compatibili con matrici polimeriche differenti. In alcuni casi, le particelle vengono modificate con trattamenti superficiali a base di acidi grassi o agenti silanici, così da migliorare la dispersione nei polimeri e garantire un’interazione più stabile tra la fase organica e quella minerale. Ruolo tecnico del carbonato nei sistemi polimerici Dal punto di vista tecnico, il carbonato di calcio agisce in molteplici direzioni. Nei sigillanti, contribuisce a modulare la viscosità, aumentando la tissotropia e prevenendo fenomeni di colatura. La sua presenza stabilizza il materiale durante e dopo l’applicazione, permettendo di mantenere la forma del giunto. Negli adesivi, invece, interviene sul comportamento viscoelastico e sulla distribuzione del collante sul substrato, migliorando uniformità e penetrazione. Un aspetto di rilievo riguarda la riduzione della contrazione volumetrica. Durante la polimerizzazione o la reticolazione, molti sistemi polimerici tendono a subire ritiri significativi. L’inserimento del CaCO₃ contrasta questi fenomeni, assicurando stabilità dimensionale e maggiore integrità meccanica del giunto. A ciò si aggiunge il contributo estetico, poiché il carbonato aumenta l’opacità e la coprenza, migliorando la resa visiva dei prodotti destinati a finiture. La funzione economica non è secondaria: grazie al costo contenuto e all’ampia disponibilità, il CaCO₃ consente di ridurre l’uso di resine costose, mantenendo elevate le prestazioni e garantendo competitività sul mercato. Applicazioni nei sigillanti e negli adesivi Nei sigillanti acrilici a base acquosa, ampiamente diffusi in edilizia, il carbonato di calcio assicura una reologia stabile e limita i fenomeni di ritiro. Nei siliconici, viene impiegato in versioni ultrafini per non compromettere la traslucenza, pur conferendo maggiore resistenza meccanica. Nei poliuretanici, soprattutto in applicazioni strutturali, il CaCO₃ rivestito migliora l’adesione alla matrice polimerica e la resistenza all’invecchiamento. Negli adesivi, la gamma d’impiego è altrettanto ampia. Nei vinilici, il carbonato aumenta l’adesione su substrati porosi come legno e cartone. Nei sistemi epossidici, svolge funzione di rinforzo meccanico e termico. Negli hot-melt, controlla viscosità e contrazione al raffreddamento. Nei PSA, infine, il PCC ultrafine garantisce un film adesivo uniforme, stabile e di elevata resa estetica. Considerazioni ambientali e prospettive future Oltre agli aspetti tecnici ed economici, il carbonato di calcio sta assumendo un ruolo strategico nella transizione verso un’industria più sostenibile. L’abbondanza della materia prima naturale ne garantisce un basso impatto ambientale, mentre la possibilità di recuperare carbonati da processi industriali secondari apre prospettive in linea con i principi dell’economia circolare. In un contesto in cui il settore degli adesivi e dei sigillanti mira a ridurre la dipendenza da polimeri fossili e a contenere le emissioni complessive, il CaCO₃ rappresenta un alleato prezioso per coniugare prestazioni, economicità e sostenibilità. Conclusioni L’evoluzione storica dell’impiego del carbonato di calcio, da semplice riempitivo dei mastici artigianali a componente ingegnerizzato delle formulazioni polimeriche moderne, testimonia la sua centralità in un settore che richiede materiali sempre più performanti. La capacità di incidere sulla reologia, sulla resistenza meccanica, sulla stabilità dimensionale e sull’aspetto estetico ha reso questo minerale un ingrediente imprescindibile dei sigillanti e degli adesivi di nuova generazione. La distinzione tra GCC e PCC, le varianti trattate in superficie e le prospettive legate al riciclo ne confermano l’attualità come materiale polivalente e sostenibile. Il carbonato di calcio, lungi dall’essere un additivo marginale, rappresenta oggi uno dei cardini su cui si fonda l’ingegneria dei sigillanti e degli adesivi, dimostrando come un minerale di antichissimo utilizzo possa rinnovarsi costantemente, adattandosi alle esigenze della chimica moderna e delle sfide ambientali del nostro tempo.© Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - Cosa è il Processo di Devulcanizzazione per il Riciclo degli Pneumatici
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Cosa è il Processo di Devulcanizzazione per il Riciclo degli Pneumatici
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Come avviene il processo di Devulcanizzazione per il Riciclo degli Pneumaticidi Marco ArezioSe pensiamo che ogni macchina, moto, camion, corriera o qualsiasi altro mezzo su ruote impiega gli pneumatici per un periodo medio di 1-2 anni, per poi sostituirli con nuove coperture, possiamo incominciare a capire quanti pneumatici usati ci possono essere nel mondo.Se poi facciamo un rapido conto di quanti milioni di mezzi su ruote circolino sulla terra, possiamo facilmente moltiplicare il numero di mezzi per il numero medio degli pneumatici che montano, ottenendo un numero strabiliante. Questo numero strabiliante ogni 1-2 anni esprime i rifiuti, sotto forma degli pneumatici esausti, con cui dobbiamo fare i conti, rifiuti che se non trattati correttamente e rimessi in circolo, gravano pericolosamente sull’ambiente. Se raccolti e gestiti correttamente gli PFU (gli pneumatici esausti) possono però diventare una risorsa perché al loro interno contengono gomma, acciaio e fibre tessili che attraverso un processo di riciclo possono generare materie prime seconde. In particolare, i polverini e granuli di gomma ottenuti dalla riduzione volumetrica degli pneumatici, se sottoposti ad azione meccanica, chimica, termica o irradiati con ultrasuoni, subiscono un processo definito devulcanizzazione, con risultati variabili in funzione del materiale di partenza e della tecnologia utilizzata, come riportato da uno studio recente del dipartimento di ingegneria meccanica e strutturale dell’Università di Brescia. Esso permette di riottenere una materia prima seconda attraverso la rottura dei legami creati tra le catene polimeriche durante la fase di vulcanizzazione. Questo processo della gomma costituente gli pneumatici non è solo un potenziale metodo di riciclo degli stessi, ma rappresenta, allo stato attuale, l’approccio più promettente per risolvere le difficoltà legate al problema di impatto ambientale causato dalle enormi quantità di pneumatici a fine vita. Attraverso il processo definito devulcanizzazione la gomma viene riportata ad una struttura chimica vicina a quella dell’elastomero di partenza; questo ne permette l’aggiunta alle normali mescole. La devulcanizzazione, in genere, è effettuata in autoclave mediante processi termochimici sfruttando l’azione congiunta di temperatura, pressione ed additivi chimici. La composizione delle gomme riciclate è molto simile a quella del materiale vergine di provenienza. Sotto forma di granulato o polverino, può entrare a far parte delle mescole utilizzate dall’industria per numerose applicazioni. Il concetto di “economia circolare” assume attualmente una valenza predominante in quanto le sostanze di cui sono fatti i prodotti saranno sempre più trattate come una risorsa uguale alle materie prime e non più solamente smaltite. La prospettiva è quindi mirata alla valorizzazione delle attività finalizzate al riutilizzo degli pneumatici a fine vita (PFU). LA DEVULCANIZZAZIONE La devulcanizzazione è il processo attraverso cui si cerca di scindere i legami chimici tra gomma e zolfo, creati grazie alla vulcanizzazione, e responsabili delle proprietà elastiche e di resistenza meccanica che fanno della gomma un materiale molto apprezzato. La devulcanizzazione prevede l’utilizzo di processi chimici, termici e meccanici che risultano essere altamente inquinanti, in quanto potrebbero rilasciare gas tossici nell’ambiente; inoltre, richiedono un ingente consumo energetico. A causa dell’utilizzo di additivi chimici o di alte temperature, c’è un elevato rischio che si rompano anche le catene polimeriche che costituiscono la gomma stessa, la quale verrebbe denaturata perdendo tutte le sue caratteristiche chimiche e fisiche. In particolare, di seguito vengono elencate le diverse modalità attualmente utilizzate per tale processo: Chimica: viene aggiunto al polverino di gomma una quantità di reagenti chimici a temperature e pressioni elevate specifiche. Una volta terminato il processo, i residui vengono risciacquati, filtrati ed asciugati per eliminare le eventuali impurità chimiche indesiderate. Possono essere utilizzati diversi agenti devulcanizzanti e, a seconda della tipologia scelta e delle caratteristiche della materia prima impiegata, si otterranno delle diverse sostanze in uscita dal reattore. Ad esempio, utilizzando disolfuri nel processo si potrebbe ottenere la formazione di idrogeno solforato (H2S), metile o altri tioli (composti organici assimilabili ad alcoli in cui l'atomo di ossigeno è stato sostituito da un atomo di zolfo, aventi quindi formula generale R-SH: il gruppo funzionale SH viene denominato sia come gruppo tiolo che come gruppo solfanile). Poiché la produzione di pneumatici utilizza ossido di zinco e carbonato di zinco, la devulcanizzazione chimica potrebbe anche produrre particelle metalliche sospese nell'aria; pertanto prima del rilascio in atmosfera è necessario prevederne un trattamento specifico. Ultrasuoni: in tale metodologia i residui vengono caricati in testa ad una tramoggia e successivamente introdotti in un estrusore che tramite un’azione meccanica riscalda ed ammorbidisce la gomma. Successivamente il materiale viene sottoposto all’azione di onde ultrasoniche con un’esposizione di pochi secondi. L’attività sinergica dell’energia ultrasonica, del calore, della pressione e dell’azione meccanica contribuisce alla devulcanizzazione della gomma. La temperatura raggiunta in questo processo è di circa 110°C quindi si genererà una minore emissione di vapore e dal momento che non vengono utilizzati additivi chimici per rompere i legami dello zolfo formati nella vulcanizzazione, non si verificheranno nemmeno pericolose emissioni in atmosfera. Tuttavia, i residui gassosi verranno comunque trattati con filtri a carboni attivi. Microonde: questa metodologia utilizza l’energia controllata a microonde per devulcanizzare gli elastomeri contenenti zolfo. Il materiale da sottoporre a tale processo deve essere sufficientemente polare da poter accettare energia ad una velocità tale da poter generare il calore necessario per devulcanizzare la gomma. Biologica: vengono utilizzati determinati microorganismi per attaccare i legami di zolfo formatisi durante la vulcanizzazione della gomma naturale. Il tempo di contatto biologico necessario per tale processo è variabile tra i 10 e poche centinaia di giorni. Detti microrganismi essendo dotati di vie metaboliche desolforanti riescono ad effettuare una rottura selettiva dei ponti zolfo presenti nella gomma vulcanizzata, senza intaccare la catena polimerica. I microrganismi impiegati, infatti, sono dotati di pathway metabolici, in cui specifici enzimi intervengono in maniera selettiva a catalizzare la rottura dei legami carbonio-zolfo e zolfo-zolfo della gomma, senza intaccare i polimeri costituitivi dell’elastomero stesso, il quale quindi non viene distrutto.Categoria: notizie - tecnica - plastica - riciclo - devulcanizzazione - pneumatici

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