Mixer Statici: Ottimizzazione della Dispersione dei Masterbatch Colorati nella Produzione di PlasticaL'Impiego di Mixer Statici per Migliorare Uniformità e Ridurre i Costi nel Processo di Colorazionedi Marco ArezioNell'industria della plastica, la qualità e l'uniformità del colore dei prodotti finiti sono cruciali per soddisfare le aspettative dei consumatori e mantenere elevati standard produttivi. Tuttavia, la dispersione inadeguata dei masterbatches colore può portare a difetti visibili quali macchie, striature o ombre di colore, compromettendo la qualità del prodotto finito. Questo articolo approfondisce l'utilizzo dei mixer statici come soluzione per migliorare la dispersione dei masterbatch colore, soprattutto in contesti dove la capacità di plastificazione risulta insufficiente. Il Problema della Dispersione dei Masterbatches Colore I masterbatches colore sono concentrazioni elevate di pigmenti o coloranti dispersi in una resina di trasporto, usati per colorare o impartire altre proprietà ai materiali plastici. Una dispersione omogenea del masterbatch è fondamentale per garantire l'uniformità del colore e delle proprietà meccaniche del prodotto finito. Tuttavia, diversi fattori, quali la viscosità del polimero, le proprietà fisiche dei pigmenti, e le condizioni di processo, possono influenzare negativamente la dispersione, portando a difetti produttivi. Mixer Statici: Soluzione per la Dispersione del ColoreI mixer statici rappresentano una tecnologia efficace per migliorare la dispersione dei masterbatches colore senza necessitare di componenti mobili. Questi dispositivi sfruttano la geometria dei loro elementi interni per dividere, ricombinare e orientare il flusso del materiale in modo da ottenere una miscelazione omogenea. A differenza dei mixer dinamici, i mixer statici non richiedono energia esterna per il movimento, riducendo i costi operativi e di manutenzione. Vantaggi dei mixer statici Miglioramento della qualità del prodotto: L'uso di mixer statici garantisce una dispersione ottimale del colore, eliminando difetti visivi come macchie e striature. Riduzione dei costi: La capacità di ottenere una dispersione uniforme con minor quantità di masterbatch riduce i costi diretti dei materiali. Versatilità: Disponibili per diversi processi, come lo stampaggio a iniezione e l'estrusione, e adattabili a vari tipi di resine e coloranti. Sostenibilità: Minimizzando l'uso di coloranti e la generazione di scarti, i mixer statici contribuiscono a ridurre l'impronta ambientale della produzione di plastica. Componenti Chiave del Mixer Statico Il Corpo del Mixer Statico: Struttura e Materiali Il corpo del mixer statico rappresenta l'elemento strutturale che racchiude e supporta gli elementi di miscelazione, fornendo il canale attraverso il quale il materiale plastico fuso e i masterbatches colore passano durante il processo di miscelazione. La progettazione e la costruzione del corpo del mixer sono fondamentali per garantire efficienza, durabilità e integrazione ottimale nel processo produttivo. Caratteristiche Chiave Resistenza alle Alte Temperature e Corrosione: Durante il processo di miscelazione, il corpo del mixer deve resistere a temperature elevate e, a seconda dei materiali trattati, a possibili agenti corrosivi. Questa resistenza è vitale per mantenere l'integrità strutturale e la funzionalità del mixer nel tempo. Compatibilità Chimica: Il materiale del corpo deve essere compatibile con una vasta gamma di polimeri e coloranti utilizzati nell'industria della plastica, evitando reazioni chimiche che potrebbero alterare le proprietà del prodotto finito o danneggiare il mixer stesso. Geometria Interna: La geometria interna del corpo del mixer è progettata per ottimizzare il flusso del materiale e facilitare l'efficace miscelazione attraverso gli elementi statici. Questo include la considerazione della forma del canale di flusso, della finitura superficiale e di eventuali caratteristiche specifiche necessarie per particolari applicazioni. Materiali Utilizzati per la realizzazione di un Mixer statico Acciaio Inossidabile: È il materiale più comunemente utilizzato per il corpo dei mixer statici nell'industria della plastica, grazie alla sua eccellente resistenza alla corrosione, alle alte temperature e alla sua compatibilità con un'ampia varietà di materiali. Leghe Speciali: Per applicazioni che richiedono caratteristiche specifiche, come una maggiore resistenza alla corrosione o alla temperatura, possono essere utilizzate leghe speciali. Questi materiali, pur essendo più costosi, offrono prestazioni superiori in ambienti particolarmente aggressivi. Materiali Rivestiti e Compositi: In alcune circostanze, il corpo del mixer può essere realizzato utilizzando materiali compositi o può essere rivestito con materiali specifici per migliorare la resistenza alla corrosione, ridurre l'adesione dei materiali o per ragioni economiche. Fattori nella Scelta di un Mixer StaticoLa selezione del corpo del mixer statico richiede un'attenta valutazione di diversi fattori: Processo di Produzione: Il tipo di processo produttivo (ad esempio, estrusione o stampaggio a iniezione) può influenzare la scelta del materiale e della geometria del corpo del mixer. Materiale da Processare: La natura chimica e fisica dei polimeri e dei coloranti utilizzati determina i requisiti di resistenza chimica e termica del corpo del mixer. Condizioni Operative: Le condizioni specifiche di temperatura, pressione e flusso nel processo produttivo influenzano la selezione del materiale e del design del corpo del mixer per garantire prestazioni ottimali e durata. In conclusione, il corpo del mixer statico svolge un ruolo cruciale nel successo dell'intero processo di miscelazione, influenzando direttamente l'efficienza, la qualità del prodotto e la durabilità del sistema. La selezione accurata del materiale e della geometria, basata su una comprensione approfondita delle esigenze del processo e delle proprietà dei materiali trattati, è essenziale per ottenere i migliori risultati nella colorazione delle materie plastiche. Efficienza Energetica dei Mixer Statici nella Colorazione delle Materie Plastiche L'efficienza energetica è un fattore cruciale nell'industria della plastica, non solo per ridurre i costi operativi, ma anche per minimizzare l'impatto ambientale della produzione. I mixer statici, grazie alla loro specifica concezione e modalità di funzionamento, emergono come soluzioni altamente efficienti sotto il profilo energetico nella fase di colorazione dei materiali plastici. Principi di Efficienza Energetica Assenza di Parti Mobili: A differenza dei mixer dinamici che richiedono motori elettrici per il movimento delle palette o delle lame, i mixer statici operano senza alcuna parte mobile. Questo elimina il bisogno di energia supplementare per azionare il dispositivo, riducendo significativamente il consumo energetico complessivo del processo di miscelazione. Ottimizzazione del Flusso di Materiale: La geometria interna dei mixer statici è progettata per creare un flusso laminare ottimale che assicura una miscelazione efficace senza la necessità di forza meccanica aggiuntiva. Questo approccio non solo migliora la qualità della miscelazione ma anche minimizza la resistenza al flusso, ulteriormente riducendo l'energia necessaria per il trasporto del materiale attraverso il mixer. Integrazione nel Processo Esistente: I mixer statici possono essere facilmente integrati nei sistemi di produzione esistenti senza la necessità di modifiche significative. La loro operatività passiva si traduce in una minima interruzione dei flussi di lavoro e nella capacità di operare in sinergia con l'efficienza energetica degli impianti già in uso. Benefici Tangibili Impiegando un Mixer StaticoRiduzione dei Costi Operativi: Il minore consumo energetico dei mixer statici si traduce direttamente in una riduzione dei costi operativi. Questo vantaggio è particolarmente significativo in produzioni di grande scala dove anche piccole efficienze possono accumulare grandi risparmi nel lungo termine. Sostenibilità Ambientale: L'efficienza energetica contribuisce a ridurre l'impronta di carbonio dell'industria della plastica. Utilizzando meno energia, i mixer statici aiutano le aziende a muoversi verso pratiche di produzione più sostenibili, in linea con crescenti pressioni normative e aspettative dei consumatori per una maggiore responsabilità ambientale. Manutenzione Ridotta: L'assenza di parti mobili riduce notevolmente le necessità di manutenzione e le relative interruzioni di produzione, contribuendo indirettamente all'efficienza energetica. Meno manutenzioni significano meno tempi di fermo macchina e un uso più efficiente delle risorse. Riduzione dei Costi di Produzione attraverso l'Uso dei Mixer Statici L'impiego di mixer statici nell'industria della plastica offre significativi vantaggi in termini di riduzione dei costi di produzione, specialmente nella fase di colorazione dei materiali. Questa sezione esamina come i mixer statici contribuiscano alla riduzione dei costi diretti e indiretti, influenzando positivamente la redditività delle operazioni di produzione. Riduzione Diretta dei Costi dei Materiali Efficienza nell'Uso dei Masterbatches Colorati: Uno dei principali vantaggi nell'utilizzo dei mixer statici è la loro capacità di disperdere in modo più uniforme e efficiente i pigmenti dei masterbatch all'interno della resina plastica. Questa efficienza permette di ottenere la tonalità desiderata utilizzando quantità minori di masterbatch rispetto ai metodi tradizionali, portando a un risparmio significativo sui costi dei materiali. Minimizzazione degli Scarti di Produzione: La dispersione uniforme dei coloranti riduce la probabilità di difetti visivi come striature, macchie o disomogeneità del colore nei prodotti finiti. Ciò si traduce in una minore quantità di scarti di produzione e, di conseguenza, in un risparmio sui costi legati alla rifusione, al riciclo o allo smaltimento dei materiali difettosi. Ottimizzazione delle Risorse: La capacità dei mixer statici di lavorare efficacemente con diversi tipi di polimeri e coloranti permette alle aziende di standardizzare l'equipaggiamento di miscelazione, riducendo la necessità di dispositivi specializzati. Questo aspetto contribuisce a una maggiore flessibilità produttiva e a un ulteriore contenimento dei costi. Riduzione Indiretta dei Costi Operativi Efficienza Energetica: Come precedentemente menzionato, l'assenza di parti mobili nei mixer statici riduce notevolmente il consumo energetico, portando a una riduzione dei costi operativi legati all'energia. Manutenzione Ridotta: La semplicità costruttiva e l'assenza di parti mobili nei mixer statici minimizzano le esigenze di manutenzione. Ciò riduce i costi di manutenzione e i tempi di inattività, migliorando la produttività generale dell'impianto. Durata e Affidabilità: La robustezza e la resistenza alla corrosione e alle alte temperature dei materiali utilizzati per i corpi dei mixer statici garantiscono una lunga durata di servizio. La ridotta necessità di sostituzione o di interventi di riparazione contribuisce ulteriormente alla riduzione dei costi nel lungo termine. Impatto sulla Redditività L'insieme di questi vantaggi - dalla riduzione del consumo di materie prime alla diminuzione dei costi energetici e di manutenzione - si traduce in un impatto positivo sulla redditività delle aziende. L'efficienza operativa migliorata e la qualità superiore dei prodotti finiti possono inoltre rafforzare la posizione competitiva delle aziende sul mercato, attirando clienti attraverso l'offerta di prodotti di alta qualità a prezzi competitivi. Scelta del Corretto Mixer Statico La scelta di un mixer statico adatto al processo di produzione di materie plastiche colorate implica una valutazione approfondita di vari fattori critici legati direttamente al processo di produzione stesso. Questi fattori influenzano non solo l'efficienza e l'efficacia della miscelazione ma anche la qualità del prodotto finito, l'efficienza energetica, e la riduzione dei costi di produzione. Di seguito, esaminiamo i principali fattori critici di scelta del mixer statico in relazione al processo di produzione. Tipologia di Processo di Produzione Il primo fattore critico riguarda la specifica tipologia di processo produttivo in cui il mixer statico sarà integrato, come l'estrusione o lo stampaggio a iniezione. Ogni processo presenta caratteristiche uniche che influenzano la scelta del mixer: Estrusione: Richiede mixer statici capaci di gestire flussi continui di materiale e che possano essere integrati efficacemente nelle linee di estrusione. La scelta potrebbe cadere su mixer con una maggiore capacità di gestione della pressione e del volume del materiale. Stampaggio a Iniezione: Qui, il mixer deve essere in grado di gestire cicli di produzione intermittenti con rapidi cambiamenti di pressione e volume. Un design compatto che possa essere integrato vicino alla camera di iniezione potrebbe essere preferibile per minimizzare la degradazione termica del materiale. Materiali da ProcessareLa selezione di un mixer statico appropriato per la colorazione delle materie plastiche richiede una considerazione approfondita dei materiali da processare. Questo aspetto è cruciale perché le caratteristiche fisiche e chimiche dei polimeri e dei masterbatches colore influenzano direttamente l'efficienza della miscelazione e la qualità del prodotto finito. Di seguito, analizziamo i fattori critici relativi al materiale da processare che devono essere valutati durante la scelta di un mixer statico. Viscosità del PolimeroLa viscosità del polimero fuso è uno dei fattori determinanti nella scelta di un mixer statico. Materiali con viscosità diverse richiedono configurazioni specifiche degli elementi di miscelazione per garantire una dispersione omogenea del masterbatch:Materiali ad Alta Viscosità: Richiedono elementi di miscelazione che creano canali di flusso più ampi o geometrie specifiche per facilitare il movimento del materiale e assicurare una miscelazione efficace.Materiali a Bassa Viscosità: Possono essere processati efficacemente con elementi di miscelazione più ristretti che incrementano l'interazione tra il polimero e il masterbatch, migliorando la dispersione del colore. Proprietà TermicheLa stabilità termica del polimero e del masterbatch è un altro fattore critico. Materiali sensibili al calore richiedono un processo di miscelazione che minimizzi l'esposizione a temperature elevate per prevenire la degradazione. La selezione di un mixer che assicuri una rapida ed efficiente dispersione può aiutare a ridurre il tempo di soggiorno del materiale a temperature elevate. Compatibilità ChimicaLa reazione chimica tra il materiale da processare e il mixer statico, compresi i suoi elementi interni, può influenzare la scelta del materiale di costruzione del mixer:Corrosione: Materiali corrosivi richiedono un mixer costruito con leghe resistenti alla corrosione o materiali avanzati per evitare la contaminazione del prodotto e la corrosione del mixer.Adesione: Alcuni materiali tendono ad aderire alle superfici interne del mixer, richiedendo l'uso di materiali o rivestimenti che minimizzino l'adesione per facilitare la pulizia e mantenere l'efficienza della miscelazione. Granulometria e Forma dei MasterbatchLa dimensione e la forma dei pellet o delle particelle di masterbatch possono influenzare la dinamica di miscelazione all'interno del mixer statico. Materiali con granulometrie diverse possono richiedere configurazioni specifiche degli elementi di miscelazione per garantire una distribuzione uniforme del colore nel polimero fuso. Concentrazione e Tipo di Colorante o AdditivoLa concentrazione e il tipo di colorante o additivo nel masterbatch determinano la difficoltà di ottenere una dispersione uniforme e possono influenzare la scelta del mixer:Alta Concentrazione: Masterbatch ad alta concentrazione di pigmenti o additivi richiedono una miscelazione più intensa per evitare agglomerazioni e garantire un colore uniforme.Tipo di Additivo: Additivi specifici possono richiedere condizioni di miscelazione particolari, come temperature o tempi di miscelazione specifici, influenzando la scelta del design e del materiale del mixer statico. Capacità di Produzione La capacità di produzione desiderata può influenzare la dimensione e il design del mixer statico. Mixer con un maggiore volume interno o una disposizione specifica degli elementi di miscelazione possono essere necessari per gestire volumi di produzione elevati, mantenendo allo stesso tempo l'efficacia della miscelazione. Integrazione nel Flusso di Lavoro Esistente La facilità con cui il mixer statico può essere integrato nei sistemi produttivi esistenti, senza richiedere modifiche significative all'infrastruttura o ai processi, è un fattore critico. Questo include considerazioni sulla configurazione fisica dell'impianto, sulla logistica del flusso di materiali e sulla compatibilità con altre attrezzature. Considerazioni Ambientali e di Sicurezza Infine, le normative ambientali e di sicurezza possono influenzare la scelta dei mixer statici, specialmente in termini di materiali utilizzati, emissioni e consumo energetico. La conformità con le normative locali e internazionali è essenziale per garantire una produzione sostenibile e sicura. Condizioni Operative di un Mixer Statico La selezione di un mixer statico ottimale per il processo di colorazione delle materie plastiche deve considerare attentamente le condizioni operative specifiche in cui il dispositivo sarà utilizzato. Queste condizioni possono variare ampiamente in base al tipo di processo di produzione, alla natura dei materiali trattati e agli obiettivi qualitativi del prodotto finito. Di seguito, esaminiamo i fattori critici legati alle condizioni operative che influenzano la scelta del mixer statico. Temperatura di Processo La temperatura a cui il polimero e il masterbatch vengono processati è cruciale per la selezione del mixer statico. Diversi materiali richiedono temperature di lavorazione specifiche per garantire una corretta fusione e miscelazione: Materiali Sensibili al Calore: Per polimeri o coloranti sensibili alle alte temperature, è necessario un mixer che minimizzi l'aumento di temperatura durante la miscelazione, possibilmente attraverso un design che promuova un rapido trasferimento del calore. Materiali ad Alta Temperatura di Fusione: Polimeri che richiedono elevate temperature di fusione necessitano di mixer realizzati con materiali in grado di resistere a tali condizioni senza degradarsi o alterare le proprietà del prodotto. Pressione di Processo La pressione sotto cui il materiale viene processato nel mixer statico può variare significativamente e ha un impatto diretto sulla selezione del dispositivo: Alta Pressione: Processi che operano ad alta pressione richiedono mixer statici robusti, capaci di resistere senza deformarsi o perdere efficienza nella miscelazione. Variazioni di Pressione: Processi che presentano ampie fluttuazioni di pressione richiedono un mixer progettato per mantenere prestazioni consistenti attraverso queste variazioni, assicurando una miscelazione omogenea indipendentemente dalle fluttuazioni di pressione. Velocità di Flusso La velocità con cui il materiale passa attraverso il mixer statico influisce sulla qualità della miscelazione e sulla produzione complessiva: Alto Flusso: Un flusso elevato richiede un mixer che possa gestire rapidi volumi di materiale mantenendo una dispersione uniforme dei coloranti e degli additivi. Bassa Velocità di Flusso: Per processi con flussi più lenti, può essere necessario un mixer con elementi di miscelazione specificamente progettati per ottimizzare il contatto tra polimero e masterbatch, evitando la segregazione del materiale. Spazio Disponibile Le dimensioni e la configurazione dello spazio in cui il mixer statico sarà installato giocano un ruolo importante nella selezione del dispositivo. È essenziale scegliere un mixer che si adatti all'infrastruttura esistente senza richiedere modifiche sostanziali: Limitazioni di Spazio: In ambienti con spazio limitato, un mixer compatto o uno specificamente progettato per integrarsi in spazi ristretti può essere necessario. Accessibilità per la Manutenzione: È importante considerare non solo l'installazione ma anche la facilità di accesso per eventuali operazioni di manutenzione o pulizia. Durata Operativa La durata prevista di operatività senza interruzioni è fondamentale per processi ad alta efficienza. Mixer statici costruiti con materiali durevoli e progettati per operazioni prolungate possono ridurre i tempi di inattività e migliorare la continuità produttiva.
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L'Importanza degli Agenti Nucleanti nelle Materie Plastiche: Miglioramento delle Prestazioni e delle ProprietàUna panoramica tecnica sull'uso degli agenti nucleanti per ottimizzare la cristallinità, la trasparenza e le proprietà meccaniche delle materie plastiche semi-cristalline, con un focus sulle applicazioni industrialidi Marco ArezioLe materie plastiche semi-cristalline, come il polipropilene (PP) e il polietilene (PE), sono materiali ampiamente utilizzati nell'industria grazie alle loro eccellenti proprietà meccaniche, termiche e chimiche. Tuttavia, le caratteristiche finali di questi materiali sono strettamente legate alla loro struttura cristallina, che può essere influenzata durante il processo di produzione. Per migliorare la cristallinità, la trasparenza e altre proprietà delle plastiche semi-cristalline, vengono aggiunti agenti nucleanti, che svolgono un ruolo cruciale nell'ottimizzazione delle performance del materiale. Questo articolo tecnico approfondisce il funzionamento degli agenti nucleanti, le loro tipologie e i vantaggi che apportano nel processo di produzione delle materie plastiche. Cosa sono gli agenti nucleanti? Gli agenti nucleanti sono additivi utilizzati per migliorare la struttura cristallina delle materie plastiche semi-cristalline. Questi agenti promuovono la formazione di nuclei cristallini durante il raffreddamento del materiale plastico fuso, velocizzando il processo di cristallizzazione. Questo porta a una struttura più fine e controllata, con conseguente miglioramento delle proprietà meccaniche e ottiche del materiale. Funzionamento degli agenti nucleanti Il processo di cristallizzazione delle materie plastiche semi-cristalline è un fattore determinante nella loro performance finale. In assenza di agenti nucleanti, il polimero cristallizza lentamente, generando sferoliti di grandi dimensioni, che influiscono negativamente sulle proprietà ottiche e meccaniche. Gli agenti nucleanti, invece, agiscono come "germi" su cui la cristallizzazione può iniziare, accelerando il processo di formazione dei cristalli e riducendo le dimensioni degli sferoliti. L'aggiunta di agenti nucleanti porta quindi a una cristallizzazione più veloce, riducendo i tempi di ciclo di produzione, e a una struttura cristallina più fine e omogenea, che migliora la stabilità dimensionale del prodotto finale. Tipologie di agenti nucleanti Gli agenti nucleanti possono essere suddivisi in due principali categorie: agenti nucleanti insolubili e agenti nucleanti solubili. Agenti nucleanti insolubili Questi additivi, spesso costituiti da ossidi di metallo, silice, talco o nitruro di boro, rimangono dispersi nel materiale plastico fuso e agiscono come siti di nucleazione su cui possono formarsi i cristalli. Questi materiali sono particolarmente efficaci per migliorare le proprietà meccaniche e termiche delle materie plastiche, ma non sempre offrono una trasparenza ottimale. Agenti nucleanti solubili (Clarifier) I clarificanti, come quelli utilizzati nel polipropilene, si dissolvono nel polimero fuso e formano una rete tridimensionale fibrosa durante il raffreddamento, sulla quale avviene la cristallizzazione. La nucleazione così ottenuta è molto densa e uniforme, garantendo la produzione di materiali con un'elevata trasparenza e migliori proprietà ottiche. Questi additivi sono particolarmente utilizzati per migliorare l'aspetto dei prodotti plastici trasparenti. Vantaggi dell'uso degli agenti nucleanti L'impiego di agenti nucleanti offre numerosi vantaggi nella lavorazione delle materie plastiche semi-cristalline. Tra questi: Velocità di cristallizzazione: La presenza di agenti nucleanti aumenta la velocità di formazione dei cristalli, riducendo il tempo necessario per il raffreddamento e la solidificazione del pezzo plastico. Questo si traduce in una maggiore efficienza produttiva, con una riduzione dei tempi di ciclo. Miglioramento delle proprietà meccaniche: La struttura cristallina più fine ottenuta grazie agli agenti nucleanti aumenta la rigidità, la resistenza agli urti e la stabilità dimensionale del materiale plastico. Trasparenza: I clarificanti, in particolare, permettono di ottenere materiali plastici trasparenti e con ottime proprietà ottiche, essenziali per applicazioni che richiedono un'estetica di alta qualità. Riduzione dei difetti estetici: Una cristallizzazione più controllata riduce i segni di affondamento e altri difetti estetici che possono verificarsi durante il raffreddamento del materiale plastico. Applicazioni industriali degli Agenti NucleantiGli agenti nucleanti trovano impiego in una vasta gamma di settori industriali, tra cui: Imballaggi Nel settore degli imballaggi, la trasparenza è spesso un requisito fondamentale. I clarificanti sono utilizzati per migliorare la trasparenza del polipropilene, ad esempio nella produzione di contenitori per alimenti. Settore automobilistico Le plastiche semicristalline rinforzate con agenti nucleanti offrono una maggiore resistenza e stabilità dimensionale, rendendole ideali per la produzione di componenti automobilistici leggeri e resistenti. Elettronica Le proprietà migliorate delle plastiche nucleate, come la stabilità dimensionale e la resistenza al calore, le rendono adatte per componenti elettrici ed elettronici. Arredamento e prodotti di consumo I materiali plastici trasparenti e resistenti, ottenuti con l'uso di agenti nucleanti, sono ampiamente utilizzati nella produzione di articoli casalinghi, mobili in plastica e dispositivi di consumo. Conclusioni Gli agenti nucleanti sono essenziali per migliorare le prestazioni delle materie plastiche semicristalline, offrendo vantaggi significativi in termini di velocità di produzione, proprietà meccaniche, estetica e trasparenza. Con lo sviluppo continuo di nuovi additivi e tecnologie, l'uso degli agenti nucleanti continuerà a svolgere un ruolo cruciale nell'ottimizzazione delle materie plastiche per una vasta gamma di applicazioni industriali.
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Triossido di antimonio: storia, usi nella plastica, impatto ambientale e alternative sostenibiliScopri cos'è il triossido di antimonio, perché è impiegato nell'industria delle plastiche, i suoi effetti sulla salute e sull’ambiente, e le soluzioni sostenibili già disponibili sul mercato globaledi Marco ArezioIl triossido di antimonio (Sb₂O₃) è un composto chimico che ha avuto, e continua ad avere, un ruolo fondamentale in numerosi processi industriali, in particolare come sinergizzante nei ritardanti di fiamma per materie plastiche. Ma dietro la sua efficacia tecnica si cela un profilo ambientale e sanitario che negli ultimi anni ha acceso un acceso dibattito tra industria, scienza e legislatori. Un composto dal passato tecnico importante Dal punto di vista chimico, il triossido di antimonio si presenta come una polvere bianca, insolubile in acqua ma reattiva in ambienti acidi e alcalini. Viene prodotto principalmente attraverso l’ossidazione del metallo antimonio o mediante la lavorazione del minerale stibnite. La sua funzione principale, quella di sinergizzante nei ritardanti di fiamma bromurati, è stata valorizzata a partire dagli anni ’70, quando l’industria cercava soluzioni per aumentare la sicurezza dei materiali plastici utilizzati in edilizia, elettronica e tessile. Grazie alla sua capacità di ridurre la propagazione delle fiamme, il triossido di antimonio è diventato onnipresente nei materiali plastici ignifughi, dai cavi elettrici alle coperture dei dispositivi elettronici. Tuttavia, proprio la sua diffusione ha contribuito ad accendere i riflettori sugli effetti collaterali derivanti da un uso estensivo e talvolta non regolamentato. I lati oscuri: impatto ambientale e rischi per la salute Le ricerche scientifiche degli ultimi vent'anni hanno messo in evidenza come il triossido di antimonio non sia privo di effetti collaterali. L’Agenzia per la Protezione Ambientale degli Stati Uniti (EPA) lo classifica tra i composti sospetti di essere cancerogeni per l’uomo. La California lo ha inserito nella lista delle sostanze della Proposition 65, evidenziando il rischio oncogeno in seguito a esposizione prolungata per via inalatoria. In ambienti di lavoro industriali, come impianti di produzione di plastica o di materiali da costruzione, i lavoratori possono essere esposti all’antimonio tramite inalazione di polveri sottili. Gli effetti più comuni includono irritazioni respiratorie, mal di testa, nausea, ma in casi cronici si parla anche di bronchiti, danni epatici e renali, e sospetti effetti sul sistema riproduttivo. Anche l’ambiente non è immune: questo composto è noto per la sua persistenza nei suoli e nelle acque, con la possibilità di contaminare le falde acquifere e influenzare negativamente gli ecosistemi. È stato documentato il rilascio di antimonio da contenitori in PET esposti a fonti di calore, con il rischio che microquantità di metallo finiscano nei liquidi destinati al consumo umano. Nonostante siano quantità molto basse, il rischio cumulativo ha spinto diverse istituzioni – come l’OMS e la stessa EPA – a stabilire limiti rigorosi per la presenza dell’elemento nell’acqua potabile. Sul piano normativo, i limiti di esposizione sono stati resi più stringenti negli ultimi anni: ad esempio, OSHA fissa a 0,5 mg/m³ la concentrazione massima consentita nei luoghi di lavoro, mentre l’EPA ha stabilito un limite di 0,006 mg/L per l’acqua potabile. La ricerca di alternative sostenibili Le preoccupazioni ambientali e sanitarie legate al triossido di antimonio hanno spinto l’industria chimica e la ricerca accademica a cercare valide alternative. Alcuni composti, come il zinc borate, stanno guadagnando attenzione per la loro capacità di agire anch’essi da sinergizzanti nei ritardanti di fiamma, ma con un impatto tossicologico inferiore. Altre soluzioni includono i fosfati organici, meno tossici dei composti bromurati, o lo zinc hydroxystannate (ZHS), che ha mostrato buone prestazioni come additivo ignifugo a minore impatto ambientale. Anche se queste alternative non sono ancora universalmente adottate, rappresentano un importante passo verso una chimica più verde. Produzione globale e dinamiche di mercato Attualmente, la Cina è il principale produttore mondiale di triossido di antimonio, controllando circa il 48% della produzione globale. Seguono a distanza la Russia, il Sudafrica e alcuni paesi dell’Asia centrale. Il mercato, valutato intorno agli 850 milioni di dollari nel 2023, è destinato a crescere nei prossimi anni, toccando una previsione di oltre 1,4 miliardi di dollari entro il 2034. Tuttavia, la crescita sarà fortemente condizionata dall’evoluzione delle normative ambientali e dall’adozione di alternative più sostenibili. Conclusione: tra transizione ecologica e responsabilità industriale Il caso del triossido di antimonio rappresenta emblematicamente le sfide contemporanee dell’industria chimica: da un lato l’efficienza tecnica, dall’altro la necessità di tutelare salute e ambiente. La transizione verso materiali meno impattanti non è solo auspicabile, ma inevitabile. Ciò richiederà un forte impegno multidisciplinare, in cui scienza, industria e istituzioni dovranno cooperare per garantire un futuro più sicuro e sostenibile per tutti.© Riproduzione Vietata
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EPDM Riciclato: Da Dove Viene e Cosa E’Vediamo cosa sono i polimeri in EPDM, quelli miscelati con il PP e quali sono le fonti del loro riciclo. di Marco ArezioNel mondo dei polimeri, la gomma EPDM viene definita terpolimero, perché ottenuta dalla copolimerizzazione dell’etilene, del propilene e da un monomero di diene. Nell’analisi dei componenti dell’EPDM, il valore dell’etilene può essere rappresentato da una percentuale che varia dal 45 al 75. Questo lasso percentuale incide sulle caratteristiche della miscela di gomma, infatti maggiore è la percentuale di etilene e migliori saranno la lavorabilità, il caricamento e l’estrusione. Per quanto riguarda la vulcanizzazione a base di perossido delle miscele in gomma EPDM, queste si caratterizzano con una maggiore densità di reticolazione rispetto ad altri polimeri analoghi. L’EPDM si presta egregiamente anche a blends con il polipropilene, in quanto ha una rigidità e una temperatura di rammollimento elevata, compatibili con entrambi i polimeri. Le caratteristiche tecniche delle miscele tra PP ed EPDM dipendono dal grado di miscelazione dei componenti, infatti, con una percentuale di PP intorno al 90% si ottengono le stesse caratteristiche tecniche del PP originale, ma con una rigidità ed una temperatura di rammollimento inferiori. Di contro le miscele che conterranno una percentuale di PP intorno al 40%, presenteranno le caratteristiche tipiche di una gomma termoplastica. Inoltre la scelta della tipologia di polipropilene, se homopolimero o copolimero, cambieranno le caratteristiche finali della miscela. Quali sono le proprietà dell’EPDM? I prodotti in EPDM hanno una buona resistenza all’acqua calda e fredda, resistenza al calore, all’ozono, agli agenti atmosferici e al vapore. Di contro, hanno una bassa resistenza alla benzina, al cherosene, agli idrocarburi aromatici alifatici, ai solventi e agli acidi concentrati. Quali sono gli impieghi? L’utilizzo più comune dell’EPDM è sicuramente il settore dell’automotive, dove viene impiegato per i seguenti principali prodotti: • guarnizioni di porte • finestrini • bagagliai • parabrezza Nel settore dell’edilizia: • membrane dei tetti • geomembrane per laghetti • miscelati con poliuretani vengono impiegati su pavimenti, tetti, asfalto, mattoni e legno • per creare pavimenti non scivolosi • guarnizioni per infissi Nel settore degli elettrodomestici ed degli impianti: • frigoriferi • radiatori • cinghie • lavatrici • tubi • isolamento elettrico Come si ricicla l’EPDM?I prodotti in EPDM possono derivare dal settore industriale, espressi in scarti di lavorazione, oppure dal settore civile, come scarti della raccolta differenziata. In entrambi i casi gli oggetti da riciclare devono essere preventivamente analizzati in quanto potrebbero contenere materiali diversi dal solo EPDM. Per esempio, il riciclo dei paraurti delle auto, deve essere preceduto da una lavorazione per togliere eventuali dati o viti che potrebbero essere contenuti nel prodotto, oppure, nel campo del post consumo, i paraurti potrebbero presentare verniciature dannose alla qualità finale della materia prima da riciclare. Inoltre, spesso, nell’industria dell’automotive, i componenti in EPDM potrebbero avere degli isolanti attaccati come, per esempio, il polietilene reticolato che peggiora la qualità dello scarto da lavorare. L’EPDM riciclato viene utilizzato, normalmente, sotto forma di macinato in diverse forme dimensionali, ma anche come granulo adatto agli estrusori o alle presse ad iniezione. Categoria: notizie - tecnica - plastica - riciclo - EPDM
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L’evoluzione delle Fibre di Rinforzo PolimericheA partire dal 1937 con l’invenzione della fibra di vetro, si sono sviluppate nuove ed ardite soluzioni polimeriche di notevole interesse tecnico-commercialidi Marco ArezioL’evoluzione delle materie plastiche nel periodo successivo alla fine della seconda guerra mondiale, ha portato il settore ad una continua innovazione scientifica in competizione con sé stessa. La scoperta di nuovi legami polimerici e di nuove applicazioni commerciali, ha rivoluzionato il campo industriale facendo nascere nuovi prodotti, sostituendone altri fatti in materiali tradizionali e migliorando il rapporto qualità prezzo dei manufatti. Oltre a scoprire nuovi polimeri, si sono scoperte soluzioni tecniche che hanno portato ad un’esaltazione delle performances del polimero base, riuscendo a creare nuovi campi applicativi fino ad allora sconosciuti. Infatti, la capacità di resistenza che si è raggiunta, attraverso i polimeri e i compositi a matrice polimerica, è risultata, fino a pochi anni fa, impensabile. In particolare, il settore delle Fibre HP, progettate per fornire prestazioni che le fibre tessili tradizionali non erano in grado di raggiungere, soprattutto per quel che riguarda le capacità meccaniche, termiche e chimiche, hanno creato una vera rivoluzione tecnologica. Materiali che, oltre ad essere in grado di soddisfare requisiti particolari, devono mostrare una buona attitudine ad essere inseriti nei cicli tessili, anche se modificati. Nate circa 30 anni fa sulla spinta di alcuni settori strategici – soprattutto militare e aeronautico - sono oggi sfruttati nei campi più diversi, da quello ambientale al comparto dell’abbigliamento protettivo: • geotessili per il contenimento dei terreni in grado di contrastare fortissime pressioni • tessuti per la protezione balistica capaci di ammortizzare l’energia dei proiettili • filati per indumenti protettivi resistenti all’energia generata da un fulmine • rinforzi tessili da usare nei materiali compositi per impieghi strutturali nel campo dell’edilizia. La prima fibra ad elevate prestazioni sia tensili che termiche è stata la fibra di vetro (1937) prodotta da Owens e Corning Glass, costituita prevalentemente di silice, ossido di calcio, ossido di alluminio, ossido di boro. Appartenente alla famiglia delle fibre inorganiche, ha avuto una crescita annua del 15-25% fino agli anni ’60 - ‘70, quando sono comparse sul mercato le fibre di carbonio e le fibre aramidiche, anche se a tutt’oggi la fibra di vetro detiene, come fibra di rinforzo, il primo posto in termini di volumi impiegati. Le fibre di carbonio, scoperte nel 1879 da Edison, sono state commercializzate solo dal 1960, secondo un procedimento messo a punto da William Watt per la Royal Aircraft in UK. Ma la vera rivoluzione nel mondo delle fibre ad alte prestazioni è cominciata con la comparsa sul mercato (1965) delle fibre aramidiche sviluppate dalla DuPont, inizialmente come meta-aramidiche (Nomex), fibre con un'elevatissima temperatura di fusione e di decomposizione (600°- 800°C) e ottime caratteristiche di isolamento elettrico. Queste proprietà le rendono particolarmente adatte alla produzione di tessuti o feltri con i quali realizzare indumenti protettivi (la maggior parte delle tute dei piloti di Formula 1 sono realizzate in Nomex, proprio per le sue proprietà ignifughe, così come quelle degli operatori delle piattaforme petrolifere) e per la filtrazione di gas caldi. Sotto forma di carta o cartone, sono utilizzate per isolamento elettrico e, conformate a nido d'ape, per la realizzazione di materiali compositi. Pochi anni più tardi (1972) sempre la DuPont introdusse sul mercato le fibre pararamidiche (Kevlar) aprendo così la nuova era dei filati ad elevate prestazioni tensionali e termiche: • ottima resistenza meccanica • rigidità • elevato assorbimento delle radiazioni • resistenza all’urto • al calore • alla fiamma. Con i compositi rinforzati con fibra di Kevlar, cinque volte più resistenti dell’acciaio a parità di peso, sono stati realizzati gli airbag che hanno consentito l’atterraggio delle sonde su Marte e il paracadute della sonda Galileo, spedita su Giove. Una copertura realizzata con compositi rinforzati con Kevlar riveste le pareti della Stazione Spaziale Internazionale, in orbita intorno alla terra, per proteggerle dai danni provocati dalle micro meteoriti. La fibra di Kevlar – commercializzata in forma di filamento, fiocco e polpa, sostituisce l’amianto nel rivestimento delle frizioni e dei freni in tutte le automobili provenienti dalle linee di produzione europee. Accanto alle fibre aramidiche sono comparse sul mercato le fibre di poliestere aromatiche, quelle prodotte con polimeri eterociclici aromatici, o realizzate con l’impiego di molecole flessibili (come il polietilene ad alto peso molecolare), per la produzione di fibre con elevato orientamento molecolare lungo il loro asse, usando un processo di filatura nuovo, denominato gel spinning. Nella realizzazione di prodotti industriali dove la resistenza deve abbinarsi alla leggerezza e alla flessibilità, le fibre tessili HP sono una valida soluzione, quello che a tutt’oggi frena un loro impiego più estensivo è l’alto costo, conseguenza soprattutto di alcuni problemi tecnici legati alla loro lavorabilità. Generalmente maggiori sono le prestazioni del materiale, tanto più elevate sono le difficoltà legate alla sua trasformazione. Ciò risulta più evidente per le fibre ad altissima resistenza meccanica, infatti per conferire loro questa prestazione la metodologia di produzione normalmente seguita è quella di sottoporre il materiale, dopo la filiera, a stiri assai elevati. Con questa tecnica si ottiene l’alta tenacità desiderata ma a spese degli allungamenti, di conseguenza le fibre hanno una scarsa deformabilità e risultano rigide, ciò comporta difficoltà di filatura. Viceversa un eccezionale aumento dell’allungamento, dunque dell’elasticità, si ottiene a scapito della tenacità e della capacità di assorbimento dell’umidità, così come un’elevata resistenza agli agenti chimici rende l’assorbimento dell’umidità quasi nullo e crea difficoltà alla tingibilità delle fibre.Categoria: notizie - tecnica - plastica - fibre di rinforzo polimeriche Fonti Cecilia Cecchini
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Ottimizzare i Consumi: Strategie Avanzate per l'Efficienza Energetica nell'Estrusione e nel Soffiaggio PlasticoTecniche e Tecnologie All'avanguardia per Ridurre i Costi Operativi e l'Impatto Ambientale negli Impianti di Lavorazione delle Materie Plastichedi Marco Arezio L'industria della trasformazione delle materie plastiche, pilastro fondamentale di numerosi settori manifatturieri, si affida in larga misura a processi ad alta intensità energetica come l'estrusione e il soffiaggio. In un contesto economico globale sempre più competitivo e caratterizzato da una crescente sensibilità verso le tematiche ambientali, l'ottimizzazione del consumo energetico non rappresenta più una mera opportunità di risparmio, ma diviene un imperativo strategico per garantire la sostenibilità economica e ambientale degli impianti produttivi. Analizzare e intervenire sui flussi energetici è essenziale per mitigare i costi operativi significativi e ridurre l'impronta ecologica associata a queste lavorazioni. Il Fabbisogno Energetico: Una Panoramica Critica Per comprendere appieno il potenziale di efficientamento, è fondamentale delineare il panorama del consumo energetico tipico di un impianto di estrusione o soffiaggio. Le principali aree in cui l'energia viene impiegata e, di conseguenza, potenzialmente dispersa, sono molteplici e interconnesse. Al centro vi sono gli azionamenti dei motori elettrici che alimentano le viti degli estrusori, le pompe idrauliche, i sistemi di trasporto e altre componenti meccaniche vitali per il processo. Questi motori rappresentano sovente la quota preponderante del consumo totale. Un altro ambito critico è il riscaldamento. L'energia termica è indispensabile per portare la materia prima polimerica alla temperatura di processo ottimale, mantenendo condizioni termiche precise lungo la canna dell'estrusore, nelle testate di estrusione, negli stampi e negli accumulatori. Questo apporto termico è tipicamente garantito da resistenze elettriche, la cui gestione incide notevolmente sull'efficienza complessiva. Parallelamente al riscaldamento, il raffreddamento gioca un ruolo energetico non trascurabile. È necessario dissipare il calore generato dal processo per solidificare il materiale estruso o soffiato, controllare la temperatura degli stampi, raffreddare l'olio dei sistemi idraulici e mantenere operative le apparecchiature elettroniche. Questi processi di raffreddamento, spesso basati su circolazione di acqua o aria, comportano un dispendio energetico per il funzionamento di pompe, ventilatori e chiller. Infine, non si possono trascurare i sistemi ausiliari che supportano l'operatività dell'impianto. I compressori d'aria, indispensabili nel processo di soffiaggio e per altre funzionalità pneumatiche, le pompe per vuoto, i sistemi di alimentazione e trasporto del materiale contribuiscono al carico energetico complessivo. Nelle macchine che impiegano sistemi idraulici, l'efficienza delle pompe e delle valvole ha un impatto diretto sui consumi, specialmente se non adeguatamente dimensionate e controllate. Identificare e quantificare precisamente l'energia assorbita da ciascuna di queste aree attraverso audit energetici mirati e l'implementazione di sistemi di monitoraggio dei consumi in tempo reale costituisce il punto di partenza essenziale per delineare una strategia di efficientamento efficace. Un Approccio Olistico all'Efficienza: Tecniche e Tecnologie Chiave L'ottimizzazione energetica negli impianti di estrusione e soffiaggio richiede un approccio multiforme, che integri l'adozione di tecnologie avanzate con l'implementazione di migliori pratiche operative. Il cuore dell'efficienza spesso risiede nell'ottimizzazione degli azionamenti e dei motori. Sostituire i motori elettrici obsoleti o a bassa efficienza con unità conformi agli standard più elevati (classi IE3, IE4 e oltre) garantisce intrinsecamente un minor assorbimento di potenza grazie a perdite interne minimizzate. Tuttavia, l'impatto più significativo si ottiene con l'integrazione di Variatori di Velocità (VSD). Questi dispositivi permettono di modulare con precisione la velocità del motore in funzione del carico effettivo e del reale fabbisogno del processo. Questo è particolarmente vantaggioso per gli azionamenti principali come le viti estrusore o le pompe idrauliche, che spesso operano a carico parziale. Evitando il funzionamento a velocità fissa eccessiva, i VSD consentono risparmi energetici sostanziali, proporzionali alla riduzione di velocità richiesta dal processo. Per quanto concerne i sistemi di riscaldamento, l'evoluzione tecnologica offre soluzioni decisamente più efficienti rispetto al passato. L'impiego di riscaldatori a fascia in ceramica o, ancor meglio, a induzione, consente un trasferimento di calore più diretto ed efficiente alla canna dell'estrusore o agli stampi, riducendo drasticamente le dispersioni termiche. I riscaldatori a induzione, in particolare, scaldando la canna per effetto di correnti indotte, offrono un controllo termico molto più reattivo e preciso, minimizzando i tempi di riscaldamento e stabilizzazione e le dispersioni. A complemento, un isolamento termico adeguato di canne, testate e stampi è indispensabile. L'utilizzo di coperture isolanti progettate su misura, realizzate con materiali ad alte prestazioni, può ridurre significativamente le perdite di calore verso l'ambiente circostante, diminuendo l'energia necessaria per mantenere le temperature di processo. Anche i sistemi di raffreddamento presentano ampi margini di efficientamento. Un controllo più granulare e localizzato dei fluidi di raffreddamento, regolando flussi e temperature solo dove e quando strettamente necessario, evita sprechi energetici. Sistemi di controllo avanzati possono monitorare in tempo reale le temperature e adattare dinamicamente l'intensità del raffreddamento. L'adozione di sistemi di raffreddamento adiabatico o a ciclo chiuso può inoltre portare a risparmi idrici ed energetici. I sistemi a ciclo chiuso, in particolare, minimizzano la necessità di reintegro dell'acqua e i costi associati al suo trattamento, riducendo l'energia impiegata per la sua movimentazione e refrigerazione. Considerando i sistemi ausiliari, l'efficienza dei compressori d'aria nel soffiaggio è cruciale. Investire in compressori d'aria ad alta efficienza, ottimizzare la pressione di esercizio e implementare programmi di manutenzione rigorosi per individuare e riparare le perdite nella rete di distribuzione sono azioni a elevato ritorno. Inoltre, il calore generato dai compressori può essere recuperato e riutilizzato per altri scopi, come il riscaldamento di acqua o ambienti, trasformando una perdita energetica in una risorsa. Analogamente, le pompe per vuoto, se presenti, dovrebbero essere selezionate per la loro efficienza e gestite in modo da operare solo al bisogno. L'ottimizzazione di processo offre ulteriori opportunità di risparmio. Un design della vite estrusore ottimizzato per il polimero specifico e il prodotto finale massimizza il lavoro meccanico impartito al materiale, riducendo la dipendenza dall'apporto termico elettrico per la plastificazione. L'implementazione di sistemi di controllo avanzato basati su algoritmi predittivi o adattivi permette di gestire dinamicamente i parametri di processo (temperature, velocità della vite, pressioni) per raggiungere la qualità desiderata con il minimo dispendio energetico. Ridurre gli scarti di produzione e ottimizzare le procedure di avviamento e cambio formato minimizza i tempi di inattività e la quantità di materiale e energia sprecati. Infine, il recupero del calore di scarto rappresenta una strategia potente per valorizzare l'energia altrimenti dissipata. Il calore residuo proveniente dalla canna estrusore, dai sistemi idraulici o dai compressori d'aria può essere efficacemente catturato attraverso scambiatori di calore dedicati e riutilizzato per preriscaldare la materia prima in ingresso, per il riscaldamento di acqua di processo o addirittura per il riscaldamento degli edifici. Questo non solo riduce il fabbisogno di energia primaria, ma contribuisce anche a una maggiore integrazione e circolarità dei flussi energetici all'interno dell'impianto. Implementazione e i Molteplici Vantaggi Intraprendere un percorso verso una maggiore efficienza energetica richiede un'analisi approfondita e una pianificazione oculata. Un approccio basato sulla priorità degli interventi con il più rapido ritorno sull'investimento può facilitare l'avvio del processo, per poi estendersi progressivamente ad azioni più complesse. I benefici derivanti da un incremento dell'efficienza energetica sono molteplici e si estendono oltre la semplice riduzione dei costi: - Riduzione dei costi operativi: Il beneficio più immediato e tangibile è la significativa diminuzione delle spese energetiche, che impatta positivamente sui margini di profitto. - Incremento della competitività: Minori costi di produzione consentono alle aziende di posizionarsi in modo più aggressivo sul mercato. - Miglioramento della sostenibilità: La riduzione dei consumi energetici porta a una minore emissione di gas serra e a un'impronta ambientale più contenuta, rispondendo alle crescenti aspettative normative e sociali. - Aumento della produttività: Processi ottimizzati per l'efficienza tendono ad essere anche più stabili e performanti, riducendo i fermi macchina e migliorando la capacità produttiva complessiva. - Maggiore durata delle apparecchiature: Un funzionamento più controllato e temperature gestite in modo ottimale riducono lo stress termico e meccanico sui componenti, estendendone la vita utile e riducendo i costi di manutenzione. Considerazioni Conclusive In conclusione, l'efficienza energetica negli impianti di estrusione e soffiaggio non è più un traguardo opzionale, ma una componente essenziale di una gestione industriale moderna e responsabile. Attraverso una comprensione approfondita dei modelli di consumo, l'adozione mirata di tecnologie all'avanguardia come VSD, motori ad alta efficienza, sistemi di riscaldamento avanzati, isolamento termico efficace e l'implementazione di strategie di ottimizzazione di processo e recupero di calore, le aziende possono realizzare risparmi significativi, migliorare la propria sostenibilità e rafforzare la propria posizione nel mercato globale. Investire nell'efficienza energetica significa non solo tagliare i costi, ma anche costruire un futuro più resiliente e sostenibile per l'industria della plastica. L'analisi continua, l'innovazione tecnologica e l'impegno verso il miglioramento continuo sono le leve fondamentali per sbloccare il pieno potenziale di efficienza in questo settore vitale.© Riproduzione Vietata
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Ciclo di Vita e Applicazioni Sostenibili dell'EPDM RiciclatoAnalisi sulla Produzione, Utilizzo e Strategie di Riciclo nel Settore dei Teli e delle Barriere Impermeabili di Marco ArezioIl presente articolo esplora il ciclo di vita del telo in EPDM (Etilene Propilene Diene Monomero) riciclato, mettendo in evidenza i processi di produzione, le principali applicazioni e le strategie per il suo ulteriore riciclo. L'obiettivo è valutare l'impatto ambientale del materiale e le sue potenzialità nel contesto dell'economia circolare.Caratteristiche e Produzione dell'EPDM Riciclato L'Etilene Propilene Diene Monomero (EPDM) è un elastomero termoplastico ampiamente impiegato in vari settori industriali grazie alle sue notevoli proprietà di resistenza all'invecchiamento, agli agenti atmosferici, agli UV e a numerosi prodotti chimici. Questo polimero si distingue per la sua versatilità e durabilità, che lo rendono ideale per applicazioni esterne, in particolare in condizioni ambientali estreme.Composizione e Proprietà dell'EPDM Il polimero EPDM è un terpolimero di etilene, propilene e un diene che consente la vulcanizzazione con zolfo. La struttura molecolare unica dell'EPDM gli conferisce eccellenti proprietà fisiche, tra cui una notevole resistenza alle variazioni termiche, mantenendo la sua flessibilità a temperature molto basse e resistendo efficacemente al calore e al vapore acqueo. Tali proprietà rendono l'EPDM particolarmente efficace per applicazioni come guarnizioni, isolamenti, coperture per tetti e membrane impermeabilizzanti.Processi di Riciclo dell'EPDMNonostante l'EPDM abbia una lunga durata, alla fine del suo ciclo di vita può essere trasformato e riciclato attraverso vari processi che mirano a ridurre l'impatto ambientale e promuovere l'uso sostenibile delle risorse. Riciclo meccanico: Questo è il metodo più comune per il riciclo dell'EPDM. Il materiale viene raccolto, pulito e sminuzzato in granuli o polveri. Questi possono essere riutilizzati per produrre nuovi articoli di gomma, compresi altri teli in EPDM, mattonelle per pavimenti, o come aggregato in applicazioni di costruzione. Il processo meccanico è preferito per la sua semplicità e costo relativamente basso, ma può comportare una certa perdita di proprietà meccaniche nel materiale riciclato. Riciclo chimico: Anche se più costoso e tecnologicamente avanzato, il riciclo chimico offre il vantaggio di poter recuperare monomeri puri che possono essere reintegrati nella produzione di nuovi polimeri. Questo processo implica l'uso di solventi o catalizzatori chimici per spezzare i legami polimerici dell'EPDM, trasformandolo in materiali più semplici che possono essere facilmente rigenerati. Riciclo energetico: In alcune circostanze, quando il riciclo materiale non è praticabile, l'EPDM può essere utilizzato come combustibile per la produzione di energia. La combustione di EPDM produce una quantità significativa di energia, ma questa pratica è meno favorevole dal punto di vista ambientale e viene generalmente considerata come ultima opzione.Produzione di Teli in EPDM Riciclato Il processo di produzione di teli in EPDM riciclato inizia con la selezione e la preparazione del materiale riciclato, che viene pulito per rimuovere contaminanti e poi triturato. Il materiale viene quindi miscelato con un certo quantitativo di EPDM vergine e vari additivi, come antiossidanti e agenti vulcanizzanti, per garantire che il telo finale possieda le qualità richieste. Il composto ottenuto è successivamente processato attraverso calandre per formare teli. Questi vengono poi vulcanizzati, un processo in cui il materiale viene riscaldato in presenza di zolfo per formare legami incrociati che migliorano le proprietà elastiche e meccaniche del prodotto finale. La produzione di teli in EPDM riciclato non solo contribuisce a ridurre i rifiuti e l'uso di risorse vergini, ma rappresenta anche un'eccellente opportunità per promuovere pratiche industriali più sostenibili. Attraverso l'adozione di processi di riciclo e produzione responsabili, è possibile ottenere un significativo impatto ambientale positivo, riducendo l'impronta di carbonio e promuovendo l'economia circolare nel settore dei materiali sintetici.Applicazioni del Telo in EPDM Riciclato Il telo in EPDM riciclato, grazie alle sue proprietà di durabilità e resistenza agli agenti atmosferici, trova numerose applicazioni in vari settori industriali, contribuendo a promuovere una gestione più sostenibile delle risorse. Questo capitolo esplora le principali applicazioni industriali del telo in EPDM riciclato, evidenziando i vantaggi specifici e presentando alcuni studi di caso significativi.Applicazioni in Edilizia e nell'Ingegneria CivileEdilizia: Nel settore edilizio, il telo in EPDM riciclato è largamente utilizzato per le sue eccellenti proprietà di impermeabilizzazione. Viene impiegato come membrana per tetti piani o leggermente inclinati, offrendo una soluzione duratura e resistente agli UV e alle intemperie. Inoltre, è usato come barriera anti-radice in giardini pensili e come rivestimento per stagni artificiali e piscine, garantendo l'isolamento e la protezione contro le perdite.Ingegneria civile: L'EPDM riciclato trova impiego anche in progetti di ingegneria civile, come nella costruzione di barriere per il controllo dell'erosione e nel rivestimento di canali e bacini idrici. Le sue proprietà meccaniche garantiscono durabilità e resistenza, essenziali in applicazioni che richiedono una lunga durata e minimi interventi di manutenzione.Vantaggi Specifici L'impiego di EPDM riciclato porta con sé numerosi benefici, sia economici che ambientali: Sostenibilità: Utilizzare EPDM riciclato riduce la quantità di rifiuti destinati alle discariche e la dipendenza da risorse non rinnovabili. Questo non solo aiuta a conservare le risorse naturali ma anche a ridurre l'emissione di gas serra durante la produzione di nuovi materiali. Costo-Efficacia: Il riciclo dell'EPDM può ridurre significativamente i costi di produzione. I materiali riciclati sono generalmente meno costosi rispetto alle loro controparti vergini, rendendo il prodotto finale più accessibile e competitivo sul mercato. Performance: Nonostante sia riciclato, il telo in EPDM mantiene eccellenti proprietà fisiche e meccaniche, rendendolo adeguato per applicazioni che richiedono resistenza e durabilità. Questo assicura che l'uso di materiali riciclati non comprometta la qualità o l'efficacia del prodotto finale.Riciclo e Vita Futura dell'EPDM Riciclato Il ciclo di vita dell'EPDM riciclato non termina con la sua prima o seconda applicazione; le opportunità per ulteriori ricicli o altre forme di riutilizzo continuano a espandere il potenziale di questo materiale versatile. Questo capitolo esplora le opzioni di fine vita per l'EPDM riciclato, esamina le barriere al riciclo e discute le prospettive future che possono influenzare il suo uso sostenibile.Opzioni a Fine Vita del Telo in EPDMRi-riciclo: L'EPDM riciclato può essere sottoposto a processi di riciclo ripetuti, mantenendo una qualità accettabile per diverse applicazioni. Tuttavia, ogni ciclo di riciclo può potenzialmente degradare alcune delle proprietà fisiche del materiale, il che può limitare l'uso finale dei prodotti di riciclo. Innovazioni nel trattamento e nella preparazione del materiale possono estendere la vita utile dell'EPDM riciclato, consentendo una maggiore reintroduzione nel ciclo produttivo. Upcycling: Trasformare l'EPDM usato in prodotti di valore superiore è un'opzione intrigante. Ad esempio, l'EPDM riciclato può essere trasformato in compositi di alta qualità per applicazioni in settori tecnologicamente avanzati, come componenti per veicoli elettrici o infrastrutture intelligenti, dove le sue proprietà di isolamento e durabilità sono particolarmente preziose. Downcycling: In molti casi, l'EPDM riciclato viene utilizzato per produrre materiali che richiedono meno prestazioni rispetto all'applicazione originale, come sottofondi per pavimentazioni o materiali di riempimento per costruzioni. Questo permette di sfruttare materiali altrimenti destinati allo smaltimento, anche se non valorizza pienamente il potenziale del polimero.Barriere al Riciclo del Telo in EPDMIl riciclo dell'EPDM riciclato si scontra con diverse problematiche, che possono variare da aspetti tecnici a questioni economiche e regolamentari: Tecnologia: I processi di riciclo per l'EPDM possono essere complessi e costosi, specialmente il riciclo chimico, che richiede investimenti significativi in ricerca e sviluppo per migliorare l'efficienza e ridurre i costi. Economia: La raccolta e il trattamento dell'EPDM post-consumo possono essere economicamente svantaggiosi senza incentivi adeguati. La variabilità dei prezzi del petrolio può anche influenzare la competitività dell'EPDM riciclato rispetto a quello vergine. Normative: Le leggi e le politiche ambientali possono sia favorire sia ostacolare il riciclo dell'EPDM. Le normative che impongono standard rigorosi per i materiali riciclati possono limitare l'uso di EPDM riciclato in certe applicazioni, mentre incentivi per pratiche di produzione sostenibile possono promuovere il suo uso.Prospettive Future per il Riciclo del Telo in EPDMLe tendenze attuali e le innovazioni future giocano un ruolo cruciale nel determinare il ruolo dell'EPDM riciclato nell'economia circolare: Innovazione Tecnologica: Sviluppi nei metodi di riciclo chimico potrebbero migliorare l'efficienza del processo e la qualità del materiale riciclato, rendendo l'EPDM riciclato più competitivo. La ricerca in catalizzatori più efficaci e processi meno energivori è fondamentale. Tendenze di Mercato: Con una crescente consapevolezza ambientale e una spinta verso la sostenibilità, la domanda per materiali riciclati è destinata ad aumentare. Questo potrebbe incentivare ulteriori investimenti in tecnologie di riciclo e aumentare la scala di produzione per l'EPDM riciclato. Politiche Ambientali: Le politiche governative che impongono l'utilizzo di materiali riciclati e offrono incentivi finanziari per il riciclo possono spingere le industrie a adottare pratiche più sostenibili. Concludendo, l'EPDM riciclato possiede un potenziale significativo per contribuire a un'economia più circolare e sostenibile. Superare le sfide tecniche ed economiche e sfruttare le opportunità emergenti sarà fondamentale per il suo futuro impiego e per la sua accettazione su scala più ampia nel panorama industriale globale.
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ASTM D1693 B: La prova di stress cracking nei flaconi in HDPE riciclatoUn test tecnico-scientifico essenziale per la qualità e la sostenibilità del packaging plastico di Marco ArezioNegli ultimi decenni il polietilene ad alta densità (HDPE) è diventato uno dei materiali più diffusi per la produzione di flaconi destinati a contenere detergenti, cosmetici, prodotti alimentari e sostanze chimiche di largo consumo. L’affidabilità del materiale, unita alla sua economicità e alle buone proprietà di barriera, ne ha fatto il polimero di riferimento per numerosi segmenti industriali. Oggi, con la crescente pressione normativa e sociale per ridurre l’impatto ambientale delle plastiche, l’HDPE riciclato si è imposto come alternativa credibile alla resina vergine. Tuttavia, l’uso di materiale riciclato introduce alcune criticità che devono essere monitorate attraverso prove rigorose, fra cui spicca la ASTM D1693, con particolare attenzione al metodo B, che valuta la resistenza del materiale allo stress cracking ambientale. Questa prova non è soltanto una routine di laboratorio: rappresenta uno strumento fondamentale per comprendere la durabilità dei flaconi in condizioni reali e per stabilire se l’impiego di HDPE riciclato possa garantire prestazioni equivalenti a quelle dei materiali vergini. Analizzarne il funzionamento, i risultati e il significato tecnico permette di cogliere le ragioni per cui i produttori di packaging considerano questo test uno standard imprescindibile. Lo stress cracking ambientale: un fenomeno microstrutturale complesso Il cosiddetto stress cracking ambientale (ESC, Environmental Stress Cracking) è una forma di degrado che si manifesta nei polimeri semi-cristallini come l’HDPE. Non si tratta di un fenomeno macroscopico immediatamente visibile: la rottura avviene per effetto di microfratture che si propagano lungo la matrice del polimero, senza che il materiale mostri significative deformazioni plastiche. A livello molecolare, l’ESC nasce dall’interazione tra le zone amorfe e le regioni cristalline del polimero. L’HDPE, infatti, presenta una struttura semi-cristallina in cui coesistono domini ordinati (lamelle cristalline) e aree più disordinate (fasi amorfe). Quando il materiale è sottoposto a tensioni meccaniche, le regioni amorfe diventano i punti di maggiore vulnerabilità: in presenza di agenti chimici aggressivi, come tensioattivi o solventi, queste zone si indeboliscono e le microfratture possono propagarsi rapidamente. L’HDPE riciclato, rispetto a quello vergine, presenta generalmente una cristallinità meno omogenea a causa dei processi di degradazione termica e ossidativa avvenuti durante i cicli precedenti di utilizzo e rilavorazione. Ciò significa che i confini tra le fasi amorfe e quelle cristalline risultano più irregolari e quindi più suscettibili alla nucleazione di cricche. È questo uno dei motivi per cui i flaconi prodotti con HDPE riciclato devono essere sottoposti a controlli specifici di resistenza allo stress cracking. ASTM D1693 B: come funziona la prova La ASTM D1693 è lo standard internazionale più riconosciuto per la valutazione della resistenza allo stress cracking dei polietileni. La norma prevede due approcci, il metodo A e il metodo B. Quest’ultimo è quello di maggiore interesse per i produttori di flaconi, perché impone condizioni più severe e fornisce risultati più discriminanti. Il test consiste nel preparare provini ricavati dal materiale HDPE destinato alla produzione. Questi provini vengono intagliati e piegati in modo da concentrare le tensioni su punti specifici. Successivamente, vengono immersi in una soluzione di nonilfenolo etossilato o in un tensioattivo equivalente, sostanze che hanno la funzione di accelerare il fenomeno di ESC simulando l’esposizione a prodotti chimici reali. L’immersione avviene in un bagno termostatato, di solito mantenuto a 50 °C, che favorisce la propagazione delle cricche. I provini restano immersi fino alla rottura, e il parametro di interesse è il tempo medio di rottura (F50), calcolato sul 50% dei provini testati. Questo tempo, espresso in ore, rappresenta un indicatore diretto della resistenza allo stress cracking: più è elevato, maggiore sarà l’affidabilità del materiale. Un valore basso segnala invece un rischio concreto di rottura del flacone in condizioni reali di utilizzo. Interpretazione dei risultati: cosa ci dice l’F50 Il tempo medio di rottura non va interpretato come un semplice dato numerico, ma come un indice che condensa le proprietà microstrutturali del polimero. Ad esempio: - Un F50 alto segnala una buona distribuzione della cristallinità, catene polimeriche sufficientemente lunghe e un basso livello di contaminanti. In altre parole, il materiale, pur essendo riciclato, presenta caratteristiche vicine a quelle della resina vergine. - Un F50 basso evidenzia criticità: catene corte dovute a degradazione, presenza di inclusioni estranee, additivi incompatibili o una cattiva omogeneità di fusione. Per il produttore, questo dato diventa una guida concreta: se il valore è soddisfacente, il flacone può essere immesso sul mercato con buone garanzie di sicurezza. Se invece il risultato è deludente, occorre intervenire su più fronti: selezionare meglio il materiale riciclato, ottimizzare i parametri di processo o introdurre additivi specifici. Additivi anti-ESC e strategie di miglioramento Negli ultimi anni, per migliorare la resistenza allo stress cracking dell’HDPE riciclato, si è diffuso l’impiego di additivi anti-ESC. Si tratta di sostanze che agiscono principalmente su due livelli: stabilizzano la fase amorfa del polimero e riducono la penetrazione dei tensioattivi nelle zone vulnerabili. Fra i più utilizzati troviamo alcuni copolimeri etilenici e additivi compatibilizzanti che favoriscono una distribuzione più uniforme delle catene. Anche gli stabilizzanti antiossidanti giocano un ruolo importante, perché riducono la degradazione termica durante la lavorazione e mantengono più integra la lunghezza delle catene. Il ricorso a questi additivi deve però essere attentamente bilanciato: un eccesso può incidere negativamente sulla processabilità e sui costi. Per questo, la prova ASTM D1693 B diventa lo strumento di verifica che consente di valutare l’effettiva efficacia delle formulazioni sviluppate in laboratorio. ASTM D1693 e confronto con ISO 22088 La prova ASTM D1693 è la più diffusa a livello industriale, ma non è l’unico standard disponibile. La norma ISO 22088, ad esempio, descrive una serie di metodi per la valutazione della resistenza allo stress cracking dei materiali termoplastici. A differenza dell’ASTM D1693, che si concentra su condizioni accelerate in presenza di tensioattivi specifici, la ISO 22088 include diversi approcci, fra cui prove a carico costante, prove di trazione lenta e immersione in agenti ambientali più vari. Il confronto fra i due standard evidenzia un aspetto importante: mentre la ISO 22088 è più flessibile e adatta a studi comparativi su diversi materiali, l’ASTM D1693 B rimane il riferimento principale per i produttori di flaconi in HDPE riciclato, perché riproduce in modo efficace le condizioni di esercizio tipiche del packaging destinato a contenere detergenti e soluzioni tensioattive. Un test cruciale per i produttori di flaconi Dal punto di vista industriale, i motivi che rendono la prova ASTM D1693 B imprescindibile sono molteplici. Anzitutto, rappresenta una garanzia di affidabilità del prodotto: un flacone che resiste allo stress cracking riduce i rischi di perdite, rotture durante il trasporto e reclami da parte dei clienti. Inoltre, è spesso richiesta dai grandi brand del settore cosmetico, farmaceutico e alimentare come requisito minimo per accettare un fornitore. Infine, in un contesto in cui la sostenibilità è diventata un valore centrale, la prova costituisce un mezzo per certificare che un flacone in HDPE riciclato non solo risponde ai principi dell’economia circolare, ma è anche in grado di offrire prestazioni equivalenti a quelle dei materiali vergini. Questo consente ai produttori di differenziarsi sul mercato, valorizzando il riciclo non come un compromesso, ma come una scelta di qualità. Conclusione La prova ASTM D1693 B non è una semplice formalità tecnica: è il punto di incontro tra scienza dei materiali, sostenibilità ambientale e competitività industriale. Attraverso la valutazione del tempo medio di rottura, il test fornisce una misura oggettiva della resistenza allo stress cracking, traducendo in numeri le caratteristiche microstrutturali del polimero e la qualità del processo di riciclo. Per i produttori di flaconi in HDPE riciclato, saper leggere e interpretare questo risultato significa garantire un imballaggio sicuro, rispettare le richieste dei mercati più esigenti e dimostrare che la plastica riciclata non è un materiale di serie B, ma una risorsa affidabile per il futuro. In questo senso, l’ASTM D1693 B non rappresenta soltanto un test di laboratorio, ma un pilastro tecnico e strategico, capace di sostenere il passaggio verso un’economia più circolare e un packaging davvero sostenibile.© Riproduzione Vietata
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Studio Reologico dei Polimeri nella Coestrusione: Sfide Industriali e Soluzioni AvanzateAnalisi dettagliata sul comportamento reologico dei materiali polimerici, principali problematiche e tecniche innovative per ottimizzare il processo industriale di coestrusionedi Marco ArezioLa coestrusione è una tecnica avanzata, molto diffusa nell'industria dei polimeri, che consente la realizzazione di prodotti composti da più strati, ciascuno con specifiche proprietà fisiche e chimiche. La conoscenza approfondita della reologia dei polimeri risulta determinante per garantire l'efficienza del processo produttivo e l'elevata qualità del prodotto finito. Questo articolo analizza nel dettaglio le caratteristiche reologiche implicate nel processo di coestrusione, esplorando le principali criticità riscontrate in ambito industriale e illustrando strategie tecniche mirate per affrontarle con successo. Cosa è la Coestrusione delle Materie Plastiche La coestrusione consiste nel fondere contemporaneamente diversi materiali polimerici per produrre manufatti multistrato con prestazioni migliori rispetto a quelle ottenibili dai singoli materiali. Tra le proprietà integrate in un prodotto coestruso si annoverano la resistenza meccanica, un’elevata barriera ai gas e una maggiore stabilità chimica ed estetica. Tuttavia, per ottenere risultati soddisfacenti, è indispensabile comprendere in modo approfondito il comportamento reologico dei polimeri, ovvero come essi reagiscono alle sollecitazioni termiche e meccaniche durante la lavorazione. Comportamento Reologico dei Polimeri nella Coestrusione I polimeri presentano tipicamente una natura viscoelastica, caratterizzata sia da proprietà viscose che elastiche, che influenzano direttamente il loro comportamento nel processo di lavorazione. Tra i principali fattori che determinano tale comportamento reologico troviamo la viscosità, il peso molecolare e la temperatura. La viscosità, infatti, varia notevolmente al variare del peso molecolare e della temperatura. Pertanto, un accurato controllo di questi parametri risulta cruciale per evitare instabilità durante il processo produttivo. In particolare, l’aumento del peso molecolare porta a un incremento della viscosità a causa degli intrecci molecolari (entanglements). Inoltre, molti polimeri mostrano il fenomeno di shear-thinning, ovvero una riduzione della viscosità all'aumentare della velocità di deformazione, facilitando così la lavorabilità ma aumentando il rischio di degrado termico. Problematiche Industriali nella Coestrusione Una delle sfide principali nella coestrusione è la compatibilità reologica tra i diversi polimeri utilizzati. Se esistono differenze significative nelle viscosità dei materiali coinvolti, possono verificarsi instabilità alle interfacce che portano a difetti o deformazioni nel prodotto finale. Un problema frequente è il fenomeno dell’incapsulamento, dove un materiale a viscosità più bassa tende ad inglobare quello più viscoso, compromettendo la qualità strutturale. Inoltre, una scarsa compatibilità reologica può causare un’adesione insufficiente tra gli strati, riducendo significativamente le performance complessive del prodotto finale. Tecniche Avanzate di Caratterizzazione Reologica Per fronteggiare queste criticità è necessario utilizzare tecniche avanzate di caratterizzazione reologica, come la reometria rotazionale e capillare. La reometria rotazionale permette di misurare con precisione viscosità ed elasticità del polimero in diverse condizioni operative, mentre la reometria capillare simula più accuratamente le condizioni reali dell’estrusione industriale, determinando la viscosità ad elevate velocità di deformazione tipiche dei processi produttivi. Strategie di Ottimizzazione della Coestrusione Per migliorare l'efficienza del processo e risolvere le problematiche reologiche, è possibile adottare specifiche strategie operative. Tra queste, la progettazione ottimizzata delle teste di estrusione, supportata dalla fluidodinamica computazionale (CFD), permette di definire geometrie che assicurino un flusso omogeneo e stabile. Un’altra strategia consiste nell’uso di additivi compatibilizzanti e modificatori reologici, che aumentano l’adesione e uniformano la viscosità tra i diversi materiali. Infine, l’implementazione di sistemi automatizzati con sensori integrati di pressione e temperatura consente un controllo continuo e preciso del processo produttivo, riducendo scarti e aumentando la qualità finale. Applicazioni Industriali della Coestrusione Grazie alla sua versatilità, la coestrusione trova ampia applicazione in numerosi settori industriali. Nel settore del packaging flessibile, consente di produrre film multistrato con elevate proprietà barriera, combinando materiali performanti come EVOH e polietilene. Nell’industria automobilistica, la coestrusione è impiegata per realizzare componenti con elevate prestazioni meccaniche, estetiche e di resistenza chimica. Nel settore delle costruzioni, invece, viene utilizzata per fabbricare tubazioni e pannelli isolanti altamente resistenti agli agenti atmosferici e dimensionalmente stabili. Conclusioni Un’approfondita conoscenza delle proprietà reologiche dei polimeri è essenziale per ottimizzare la coestrusione in ambito industriale. Attraverso tecniche avanzate di progettazione, caratterizzazione e controllo del processo, è possibile garantire una produzione efficiente, limitare gli sprechi e ottenere costantemente prodotti di elevata qualità.© Riproduzione Vietata
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Cosa Succede all’Interno di un Estrusore per le Materie Plastiche?Estrusori per materie plastiche: vediamo cosa succede all'interno durante il funzionamentodi Marco ArezioPer chiunque impieghi o faccia utilizzare gli estrusori per le materie plastiche, specialmente se usano polimeri riciclati, dovrebbe avere la conoscenza del comportamento del fuso all’interno del cilindro, delle fasi di trasformazione dallo stato solido a viscoso e delle implicazioni negative che possono nascere durante la lavorazione.Queste implicazioni possono generare difetti sul polimero che si sta producendo o sui manufatti che sono direttamente collegati all’estrusore. L’articolo non si dovrebbe rivolge agli addetti della produzione, che probabilmente conoscono bene i comportamenti del polimero in transito nell’estrusore, ma principalmente agli addetti alle vendite dei prodotti finiti in plastica o dei polimeri riciclati. Conoscere le fasi di produzione e la criticità che possono rappresentare, è un bagaglio culturale tecnico che permette di risolvere, più velocemente e più professionalmente possibile, i problemi con i clienti in merito alla qualità. Per fare un discorso generale possiamo prendere in considerazione gli elementi che entrano in gioco per portare a termine una fase di estrusione delle materie plastiche: • La materia prima • L’estrusore • Il filtro Materia Prima La materia prima, in base all’utilizzo che si vuole fare dell’estrusore, può essere sotto forma di macinato o di granulo. In entrambi i casi il materiale riciclato deve avere subito i corretti trattamenti di selezione, macinazione, deferrizazzione, lavaggio in vasca, lavaggio in centrifuga, asciugatura (eventuale densificazione per materiali leggeri). Più le fasi preliminari che portano il semilavorato all’estrusore sono fatte bene, migliore sarà la qualità del prodotto in uscita da esso, evitando che aumentino i problemi sui prodotti finiti da realizzare. Ogni fase preliminare non eseguita in modo corretto avrà dei risvolti negativi durante la fusione della plastica all’interno dell’estrusore, che possono essere impurità rappresentate da plastiche rigide non fondibili all’interno della massa, degradazione del materiale causata da una non corretta selezione, presenza di parti metalliche causate da un lavaggio non accurato o residui di materiali elastici non filtrabili. Maggiore sarà la qualità attesa per la fabbricazione del prodotto, maggiore saranno le attenzioni da impiegare nelle fasi di riciclo del semilavorato, minori saranno gli spessori da realizzare sul prodotto finito, per esempio un flacone, maggiore dovrà essere la pulizia e l’omogeneità della plastica. Estrusore Una linea di estrusione, per non entrare troppo nella tecnicità dell’argomento, è formata da una tramoggia di ingresso della materia prima, un cilindro di contenimento del polimero, una o più viti di movimento, un filtro (nella maggior parte dei casi) e una testa finale. Fin qui, ogni parte è visibile ed intuibile nel suo lavoro, ma cosa succede all’interno di queste parti? Partiamo dalla tramoggia di carico dei polimeri che alimenteranno l’estrusore, una sorte di grande imbuto di canalizzazione con il quale alimentare l’impianto, sia utilizzando i polimeri sotto forma di palline che di macinato o densificato. La discesa della materia prima all’interno del cilindro avviene normalmente per gravità, quindi il granulo viene attirato verso la parte bassa dell’imbuto in virtù del proprio peso, offrendo scarsa resistenza allo scivolamento. Non sempre succede la stessa cosa per il macinato e il densificato, in quando hanno forme più spigolose e per la loro natura tendono ad aggregarsi, specialmente se non sono ben asciutti, creando qualche difficoltà nella discesa. Una volta che la materia prima arriva all’imbocco del cilindro, entra in contatto con una o più viti, composte da elementi elicoidali che hanno lo scopo di trascinare la materia prima ancora solida lungo il cilindro e restituire alla testa, alla fine del percorso, la massa fusa di plastica per realizzare il prodotto o per creare i granuli plastici. La zona d’ingresso dell’estrusore è sempre raffreddata con acqua, per evitare che il calore generato dalle resistenze che riscaldano il cilindro possano portare a fusione il polimero che staziona nella zona, quando l’estrusore è fermo. Il polimero, sceso dalla tramoggia, aderisce alle pareti tra le quali si trova, quelle del filetto, del nocciolo della vite e del cilindro. A questo punto, i granuli che aderiscono alla vite ruotano con essa e quindi non possono avanzare, mentre quelli che aderiscono al cilindro vengono spinti verso l’uscita dalla cresta del filetto che sfiora e raschia la superficie del cilindro stesso. La conclusione è che tanto più i granuli tendono ad aderire al cilindro, e quindi a non ruotare con la vite, tanto maggiore è la spinta in avanti esercitata dai filetti, che trasferiscono la forza motrice del motore al polimero per spingerlo fuori dal cilindro. La velocità massima di avanzamento del polimero si avrà a contatto con il cilindro sia per i granuli, in alimentazione, sia per le molecole di polimero dopo la fusione, mentre negli strati sottostanti la velocità sarà via via minore fino a essere zero a contatto con il nocciolo della vite. Una convinzione comune rispetto al lavoro dell’estrusore è che le resistenze termiche hanno lo scopo di sciogliere la materia prima, solida, lungo il percorso di attraversamento del cilindro fino alla sua uscita in testa. Questo non è del tutto vero, in quanto le resistenze intervengono principalmente nella fase iniziale del contatto tra la materia prima in ingresso dalla tramoggia con la vite. Nella fase successiva la forza che il motore imprime alla vite, la quale ruotando crea attrito tra la materia prima e il cilindro, realizzano il calore necessario alla fusione del materiale. Il comportamento del volume della massa plastica all’interno del cilindro, in corrispondenza della vite, cambia man mano che percorre l’estrusore. Infatti da quando inizia la fusione, la quantità di solido che si trova tra i due filetti è sempre inferiore a quella che c’è tra i due filetti precedenti. L’avanzamento del fuso è quindi determinato, sia dalla spinta meccanica dei filetti della vite, ma anche per differenza di pressione che si crea all’interno del cilindro, facilitando la spinta verso l’esterno del polimero fuso in virtù di una minore pressione. La zona di trasporto del fuso può assumere ulteriore importanza quando si richiedono all’estrusore anche delle diverse prestazioni, oltre a quella di fondere, come ad esempio la miscelazione del polimero. A tal fine il tratto finale della vite può essere modificato per migliorare la miscelazione dell’estruso. Filtro Lavorando con i polimeri riciclati non sempre si conosce la qualità di preparazione dei granuli che dovrebbero entrare nell’estrusore o dei macinati o dei densificati, quindi, inserire in un estrusore un polimero riciclato senza premunirsi di effettuare un’operazione di filtraggio può essere pericoloso. Un tempo i filtri erano costituiti da un disco forato sul quale si montavano delle reti in metallo, che avevano lo scopo di filtrare ed eliminare eventuali impurità presenti nel fuso. Le reti, in numero e con diametri delle maglie variabili, erano montate alla fine del cilindro su flange e costituivano un modo per migliorare la qualità del polimero. La presenza del filtro causa però un aumento della pressione alla fine della vite, pari alla perdita di carico che serve per far passare il fuso attraverso il filtro. La variazione di pressione è dovuta al fatto che man mano che le reti si intasano aumenta la pressione in testa e, quindi, sale il riflusso nella vite. L’aumento di pressione fa sì che la vite chieda più lavoro al motore per spingere la stessa quantità di materiale fuori dalla filiera e, poiché il maggiore lavoro della vite si trasforma in calore trasferito al polimero, la temperatura del fuso in uscita sarà maggiore e la viscosità minore di quando non c’è il filtro. L’aumento della temperatura per periodi prolungati può causare la degradazione del polimero, con conseguenze negative sulla produzione di prodotto. Ed è per questo motivo che oggi esistono nuovi cambia filtri automatici che regolano questa delicata fase. Categoria: notizie - tecnica - plastica - riciclo - estrusione
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Cosa è il Processo di Devulcanizzazione per il Riciclo degli PneumaticiCome avviene il processo di Devulcanizzazione per il Riciclo degli Pneumaticidi Marco ArezioSe pensiamo che ogni macchina, moto, camion, corriera o qualsiasi altro mezzo su ruote impiega gli pneumatici per un periodo medio di 1-2 anni, per poi sostituirli con nuove coperture, possiamo incominciare a capire quanti pneumatici usati ci possono essere nel mondo.Se poi facciamo un rapido conto di quanti milioni di mezzi su ruote circolino sulla terra, possiamo facilmente moltiplicare il numero di mezzi per il numero medio degli pneumatici che montano, ottenendo un numero strabiliante. Questo numero strabiliante ogni 1-2 anni esprime i rifiuti, sotto forma degli pneumatici esausti, con cui dobbiamo fare i conti, rifiuti che se non trattati correttamente e rimessi in circolo, gravano pericolosamente sull’ambiente. Se raccolti e gestiti correttamente gli PFU (gli pneumatici esausti) possono però diventare una risorsa perché al loro interno contengono gomma, acciaio e fibre tessili che attraverso un processo di riciclo possono generare materie prime seconde. In particolare, i polverini e granuli di gomma ottenuti dalla riduzione volumetrica degli pneumatici, se sottoposti ad azione meccanica, chimica, termica o irradiati con ultrasuoni, subiscono un processo definito devulcanizzazione, con risultati variabili in funzione del materiale di partenza e della tecnologia utilizzata, come riportato da uno studio recente del dipartimento di ingegneria meccanica e strutturale dell’Università di Brescia. Esso permette di riottenere una materia prima seconda attraverso la rottura dei legami creati tra le catene polimeriche durante la fase di vulcanizzazione. Questo processo della gomma costituente gli pneumatici non è solo un potenziale metodo di riciclo degli stessi, ma rappresenta, allo stato attuale, l’approccio più promettente per risolvere le difficoltà legate al problema di impatto ambientale causato dalle enormi quantità di pneumatici a fine vita. Attraverso il processo definito devulcanizzazione la gomma viene riportata ad una struttura chimica vicina a quella dell’elastomero di partenza; questo ne permette l’aggiunta alle normali mescole. La devulcanizzazione, in genere, è effettuata in autoclave mediante processi termochimici sfruttando l’azione congiunta di temperatura, pressione ed additivi chimici. La composizione delle gomme riciclate è molto simile a quella del materiale vergine di provenienza. Sotto forma di granulato o polverino, può entrare a far parte delle mescole utilizzate dall’industria per numerose applicazioni. Il concetto di “economia circolare” assume attualmente una valenza predominante in quanto le sostanze di cui sono fatti i prodotti saranno sempre più trattate come una risorsa uguale alle materie prime e non più solamente smaltite. La prospettiva è quindi mirata alla valorizzazione delle attività finalizzate al riutilizzo degli pneumatici a fine vita (PFU). LA DEVULCANIZZAZIONE La devulcanizzazione è il processo attraverso cui si cerca di scindere i legami chimici tra gomma e zolfo, creati grazie alla vulcanizzazione, e responsabili delle proprietà elastiche e di resistenza meccanica che fanno della gomma un materiale molto apprezzato. La devulcanizzazione prevede l’utilizzo di processi chimici, termici e meccanici che risultano essere altamente inquinanti, in quanto potrebbero rilasciare gas tossici nell’ambiente; inoltre, richiedono un ingente consumo energetico. A causa dell’utilizzo di additivi chimici o di alte temperature, c’è un elevato rischio che si rompano anche le catene polimeriche che costituiscono la gomma stessa, la quale verrebbe denaturata perdendo tutte le sue caratteristiche chimiche e fisiche. In particolare, di seguito vengono elencate le diverse modalità attualmente utilizzate per tale processo: Chimica: viene aggiunto al polverino di gomma una quantità di reagenti chimici a temperature e pressioni elevate specifiche. Una volta terminato il processo, i residui vengono risciacquati, filtrati ed asciugati per eliminare le eventuali impurità chimiche indesiderate. Possono essere utilizzati diversi agenti devulcanizzanti e, a seconda della tipologia scelta e delle caratteristiche della materia prima impiegata, si otterranno delle diverse sostanze in uscita dal reattore. Ad esempio, utilizzando disolfuri nel processo si potrebbe ottenere la formazione di idrogeno solforato (H2S), metile o altri tioli (composti organici assimilabili ad alcoli in cui l'atomo di ossigeno è stato sostituito da un atomo di zolfo, aventi quindi formula generale R-SH: il gruppo funzionale SH viene denominato sia come gruppo tiolo che come gruppo solfanile). Poiché la produzione di pneumatici utilizza ossido di zinco e carbonato di zinco, la devulcanizzazione chimica potrebbe anche produrre particelle metalliche sospese nell'aria; pertanto prima del rilascio in atmosfera è necessario prevederne un trattamento specifico. Ultrasuoni: in tale metodologia i residui vengono caricati in testa ad una tramoggia e successivamente introdotti in un estrusore che tramite un’azione meccanica riscalda ed ammorbidisce la gomma. Successivamente il materiale viene sottoposto all’azione di onde ultrasoniche con un’esposizione di pochi secondi. L’attività sinergica dell’energia ultrasonica, del calore, della pressione e dell’azione meccanica contribuisce alla devulcanizzazione della gomma. La temperatura raggiunta in questo processo è di circa 110°C quindi si genererà una minore emissione di vapore e dal momento che non vengono utilizzati additivi chimici per rompere i legami dello zolfo formati nella vulcanizzazione, non si verificheranno nemmeno pericolose emissioni in atmosfera. Tuttavia, i residui gassosi verranno comunque trattati con filtri a carboni attivi. Microonde: questa metodologia utilizza l’energia controllata a microonde per devulcanizzare gli elastomeri contenenti zolfo. Il materiale da sottoporre a tale processo deve essere sufficientemente polare da poter accettare energia ad una velocità tale da poter generare il calore necessario per devulcanizzare la gomma. Biologica: vengono utilizzati determinati microorganismi per attaccare i legami di zolfo formatisi durante la vulcanizzazione della gomma naturale. Il tempo di contatto biologico necessario per tale processo è variabile tra i 10 e poche centinaia di giorni. Detti microrganismi essendo dotati di vie metaboliche desolforanti riescono ad effettuare una rottura selettiva dei ponti zolfo presenti nella gomma vulcanizzata, senza intaccare la catena polimerica. I microrganismi impiegati, infatti, sono dotati di pathway metabolici, in cui specifici enzimi intervengono in maniera selettiva a catalizzare la rottura dei legami carbonio-zolfo e zolfo-zolfo della gomma, senza intaccare i polimeri costituitivi dell’elastomero stesso, il quale quindi non viene distrutto.Categoria: notizie - tecnica - plastica - riciclo - devulcanizzazione - pneumatici
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Neoprene: storia, caratteristiche, produzione e differenze con l’EPDMScopri come nasce il neoprene, quali sono le sue proprietà, come si produce e si ricicla, e perché viene spesso confuso con l’EPDMdi Marco ArezioIl neoprene è uno dei materiali sintetici più noti ed emblematici del XX secolo, frutto della ricerca chimica finalizzata alla scoperta di gomma artificiale con caratteristiche tecniche superiori a quelle naturali. Le radici della sua storia risalgono agli anni ’30 del Novecento, quando la crescente domanda di gomma, unita alle difficoltà di approvvigionamento e ai costi elevati della gomma naturale, spinse le industrie chimiche a individuare alternative sintetiche. Nel 1930, i ricercatori della DuPont, guidati dallo scienziato Julius Arthur Nieuwland e dal chimico Wallace Hume Carothers, svilupparono e brevettarono per la prima volta un composto noto come policloroprene, commercializzato poi con il nome di “DuPrene”. Solo pochi anni più tardi il nome venne modificato in “Neoprene”, destinato a diventare sinonimo di qualità e durabilità. Grazie al migliorato processo di polimerizzazione e a una crescente conoscenza delle sue potenzialità, il neoprene iniziò a essere impiegato in numerosi settori industriali, tra cui quello automobilistico, aeronautico, delle costruzioni e dell’abbigliamento tecnico. L’importanza storica del neoprene risiede anche nel suo ruolo come primo elastomero sintetico di successo industriale dopo la scoperta della gomma di butadiene. Questa scoperta trasformò radicalmente molti processi di produzione e contribuì a ridisegnare la filiera industriale di diversi settori. Oggi, il neoprene rimane un materiale indispensabile, sebbene la sua popolarità sia stata affiancata da altre gomme sintetiche, come l’EPDM o il silicone. Definizione chimica e caratteristiche principali Struttura molecolare Dal punto di vista chimico, il neoprene è un polimero sintetico di cloroprene, ovvero il 2-cloro-1,3-butadiene. Viene ottenuto attraverso un processo di polimerizzazione in emulsione, durante il quale le molecole di monomero di cloroprene si legano in lunghe catene. Questo legame molecolare conferisce alla gomma finale un’elevata resistenza chimica e meccanica. La presenza dell’atomo di cloro nella struttura molecolare del polimero contribuisce a migliorare la stabilità termica e la resistenza all’ossidazione, rendendo il neoprene più duraturo rispetto a molte altre gomme sintetiche. Inoltre, l’introduzione di reticoli all’interno della struttura polimerica (il cosiddetto cross-linking) ne aumenta ulteriormente la resistenza all’abrasione e ai fenomeni di degradazione. Proprietà fisiche e chimiche Le proprietà principali che rendono il neoprene un materiale altamente versatile sono: - Resistenza chimica: il neoprene è resistente a molti agenti chimici, tra cui oli, grassi, idrocarburi e solventi moderati. - Stabilità termica: l’intervallo di temperatura di utilizzo va in genere da -40 °C a +120 °C (a volte fino a 135 °C, a seconda della formulazione). - Buona elasticità: sebbene non al livello di altri elastomeri come il silicone, il neoprene mantiene comunque un’ottima elasticità anche a temperature relativamente basse. - Infiammabilità ridotta: rispetto ad altre gomme sintetiche, il neoprene ha una minore tendenza a bruciare rapidamente. - Proprietà meccaniche: presenta una buona resistenza alla trazione e allo strappo e un’ottima capacità di smorzare le vibrazioni. Queste caratteristiche chimico-fisiche, unite a una buona lavorabilità, hanno favorito il successo del neoprene in numerosi campi, diventando un punto di riferimento per l’industria. Processi di produzione del neoprene Il processo industriale di produzione del neoprene può essere riassunto in diverse fasi fondamentali. Pur esistendo varianti a seconda del produttore, la procedura di base resta la stessa e prevede: - Sintesi del cloroprene: il monomero base, il cloroprene (2-cloro-1,3-butadiene), viene sintetizzato partendo da butadiene e cloro. Questa reazione chimica avviene generalmente in un ambiente controllato, in presenza di catalizzatori e temperature moderate. - Polimerizzazione in emulsione: il monomero di cloroprene viene emulsionato in acqua con l’aggiunta di un tensioattivo. In presenza di un iniziatore di reazione, il cloroprene si polimerizza formando lunghe catene. - Coagulazione e separazione del polimero: una volta completata la polimerizzazione, il polimero (neoprene) viene coagulato, separato dall’acqua e dai residui di reazione, quindi essiccato per rimuovere l’umidità in eccesso. - Formulazione e compounding: nella fase successiva, il polimero grezzo viene spesso miscelato con additivi (antiossidanti, ritardanti di fiamma, agenti di vulcanizzazione, pigmenti) per migliorarne o personalizzarne le proprietà a seconda dell’applicazione finale. - Vulcanizzazione: il composto risultante viene infine sottoposto a processi di vulcanizzazione (in genere a base di zolfo o di altri agenti), che creano legami trasversali fra le catene polimeriche aumentando la stabilità e la resistenza. L’intero processo richiede rigidi controlli di qualità e conformità ambientale, soprattutto nelle fasi in cui si maneggiano agenti chimici potenzialmente pericolosi come il cloro o il butadiene. Impieghi industriali e commerciali Settore automobilistico e trasporti Il neoprene è ampiamente impiegato nel settore automobilistico, dove viene sfruttato per la realizzazione di guarnizioni, tubi flessibili, soffietti e componenti di tenuta in genere. La resistenza all’olio e al carburante, unitamente alla stabilità alle escursioni termiche, lo rende un materiale ideale per componenti soggetti a stress meccanico e agenti chimici aggressivi. Analogamente, nel settore ferroviario e aerospaziale, il neoprene trova applicazione in guarnizioni di porte, finestrini, sistemi di sospensione e altri dettagli che richiedono elevate performance e durata nel tempo. Industria delle costruzioni Nel settore edile, il neoprene viene impiegato soprattutto come materiale di giunzione e isolamento: dai giunti di dilatazione alle guarnizioni per serramenti e facciate continue. Essendo un ottimo isolante termico e acustico, è spesso utilizzato per smorzare vibrazioni e rumori, migliorando il comfort degli ambienti interni. Inoltre, la sua resistenza alle condizioni atmosferiche, come pioggia e irraggiamento solare, ne garantisce la durevolezza nel tempo. Abbigliamento tecnico e sport Uno degli usi più conosciuti del neoprene è nella realizzazione di mute da sub, tute da surf e abbigliamento per sport acquatici in generale. In questo ambito, il neoprene offre: - Isolamento termico: grazie alla presenza di microbolle d’aria incorporate nel materiale, riducendo la dispersione di calore. - Impermeabilità: la struttura a cellule chiuse impedisce l’ingresso di acqua. - Elasticità: facilita i movimenti, garantendo comfort durante le attività sportive. Oltre alle mute subacquee, il neoprene è impiegato nella produzione di ginocchiere, gomitiere e protezioni sportive per la capacità di assorbire gli urti e fornire sostegno alle articolazioni. Altri settori Il neoprene trova vasto impiego anche nella produzione di nastri trasportatori, teli protettivi, rivestimenti di cavi, componenti meccanici per macchinari industriali, calzature e accessori vari (custodie per dispositivi elettronici, cover per laptop, etc.). La versatilità di questo materiale lo rende particolarmente apprezzato in applicazioni che richiedono un mix di resistenza, stabilità, impermeabilità e flessibilità. Riciclo e sostenibilità del neoprene Come molti altri elastomeri sintetici, il neoprene presenta sfide significative in materia di riciclo e sostenibilità ambientale. La presenza del cloro rende più complesso il processo di riciclo chimico, mentre la vulcanizzazione introduce legami trasversali difficili da “rompere” e riutilizzare. Tuttavia, negli ultimi anni sono state sviluppate alcune strategie e tecnologie per contenere l’impatto ambientale: - Riciclo meccanico: uno dei metodi più comuni consiste nella macinazione o granulazione degli scarti di neoprene (ad esempio gli avanzi di produzione). Questo materiale granulato può essere parzialmente riutilizzato come carica all’interno di nuovi compound di gomma. - Riciclo chimico (devulcanizzazione): esistono processi chimici o termici volti a rompere i legami reticolari creati durante la vulcanizzazione, in modo da rigenerare parte del polimero. Tuttavia, tali processi possono risultare costosi e necessitano di elevati consumi energetici. - Riutilizzo creativo (upcycling): negli ultimi anni si è diffusa la pratica di recuperare lastre o ritagli di neoprene per realizzare nuovi prodotti, come borse, accessori moda, cuscini e rivestimenti. Questo approccio valorizza il materiale e ne prolunga il ciclo di vita, pur non trattandosi di un vero e proprio riciclo industriale. Poiché la crescente sensibilità ambientale spinge verso materiali più sostenibili, diversi produttori hanno iniziato a esplorare alternative a base biologica o processi di polimerizzazione meno impattanti. Tuttavia, al momento, il neoprene tradizionale resta largamente impiegato grazie alle sue prestazioni tecniche. Confronto tra neoprene ed EPDM: perché si possono confondere e quali sono le differenze EPDM: definizione e caratteristiche EPDM (Etilene Propilene Diene Monomero) è un elastomero sintetico composto principalmente da tre monomeri: etilene, propilene e una piccola percentuale di diene, che permette la vulcanizzazione. Le proprietà dell’EPDM includono: - Eccellente resistenza agli agenti atmosferici (ozono, UV, ossigeno). - Ottima elasticità e flessibilità a basse temperature. - Buona resistenza all’acqua e ai detergenti. - Scarsa resistenza a oli e idrocarburi (aspetto in cui il neoprene eccelle). L’EPDM è molto diffuso nell’edilizia, nei sistemi di copertura impermeabile, in componenti automotive non a contatto con carburanti (ad esempio guarnizioni per porte e finestrini). Motivi di confusione tra neoprene ed EPDM La confusione tra neoprene ed EPDM può sorgere per diversi motivi: - Somiglianza visiva e tattile: entrambi possono presentarsi come gomme nere, con aspetto opaco e una certa elasticità. - Ampio utilizzo in settori simili: neoprene ed EPDM vengono impiegati in applicazioni di guarnizionistica e isolamento, soprattutto negli ambiti dell’automotive e dell’edilizia. - Denominazioni generiche: spesso, in contesti non specializzati, ci si riferisce a entrambi come “gomma sintetica”, senza entrare nel dettaglio del tipo specifico. Differenze fondamentali Nonostante le apparenti similitudini, esistono differenze sostanziali: - Resistenza chimica: il neoprene è più resistente a oli, grassi e idrocarburi, mentre l’EPDM non tollera bene il contatto con sostanze oleose. - Struttura molecolare: il neoprene è un policloroprene, mentre l’EPDM è un copolimero di etilene, propilene e diene. La presenza del cloro nel neoprene lo rende più stabile al fuoco, ma anche più difficile da riciclare rispetto all’EPDM. - Impiegabilità in diverse temperature: entrambi hanno buone proprietà di resistenza termica, ma l’EPDM eccelle nelle temperature molto basse e ha un’ottima resistenza all’ozono e ai raggi UV, mentre il neoprene si difende meglio dal contatto con fiamme e sostanze chimiche. - Ambito di utilizzo: l’EPDM è più frequentemente usato per applicazioni di guarnizionistica in ambienti esposti agli agenti atmosferici (ad esempio, coperture di tetti, canalizzazioni per l’acqua, etc.), mentre il neoprene è preferito in ambienti che richiedono resistenza a oli, prodotti chimici o calore moderato. Conclusioni Il neoprene, scoperto negli anni ’30 come una soluzione sintetica alla gomma naturale, ha saputo conquistare un ruolo di primaria importanza in numerosi settori industriali, grazie alle sue peculiari proprietà di resistenza chimica, termica e meccanica. Questo elastomero sintetico si distingue per la versatilità d’impiego: dall’automotive all’edilizia, dall’abbigliamento sportivo alle applicazioni industriali più specifiche. La sfida ecologica legata al suo riciclo, pur rappresentando un punto critico, sta trovando nuove strade di soluzione grazie a processi meccanici, chimici e al riutilizzo creativo. Nel panorama delle gomme sintetiche, spesso si crea confusione con altri materiali come l’EPDM, ma la differenza principale risiede nella diversa composizione molecolare e, di conseguenza, nelle differenti proprietà chimiche e fisiche. In un contesto in cui l’economia circolare, la sostenibilità ambientale e la ricerca di soluzioni a minor impatto guadagnano sempre più terreno, è probabile che i processi produttivi del neoprene subiscano ulteriori miglioramenti, così come l’innovazione nelle tecnologie di riciclo. Nonostante la comparsa di nuovi polimeri e alternative a base biologica, il neoprene rimane oggi un materiale di riferimento nei settori che richiedono prestazioni elevate e affidabilità a lungo termine, confermandosi come uno dei pilastri dell’ingegneria dei materiali polimerici.© Riproduzione Vietata Bibliografia essenziale - DuPont: Sviluppi storici e brevetti originari (1930-1950). - Carothers, W.H., & Nieuwland, J.A.: Lavori pionieristici sulla sintesi del cloroprene. - Normative e standard ASTM (American Society for Testing and Materials) relative a prove e specifiche per gomme sintetiche.
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La Classificazione Tecnica dei Materiali PolimericiI polimeri nel corso dei decenni hanno subito denominazioni differenti creando a volte confusionedi Marco ArezioCome tutti i materiali di grandissima diffusione, sia storica che geografica, anche i polimeri portano con loro approcci linguistici differenti, che si sono, nel tempo, sempre più allontanati da una corretta classificazione od attribuzione di significato tecnico preciso.Ci sono poi generalizzazioni dei termini o confusione su di essi, che non stanno ad indicare un polimero specifico ma una famiglia di prodotti, apparentemente tutti uguali, ma differenti da altri tipi di materiali non plastici. Se avete sentito parlare persone che hanno vissuto il lancio e l’industrializzazione delle materie plastiche negli anni ‘60 del secolo scorso, attraverso la commercializzazione di prodotti per la casa di uso comune ad esempio, avrete sentito citare le parole bachelite o moplen, che non erano altro che il modo di indicare un articolo fatto con la nuova materia prima, la plastica, di qualità apparentemente inferiore ai tradizionali materiali rigidi come l’alluminio, il rame, l’ottone, la ghisa o il legno. Un articolo fatto in bachelite era leggero, bello da vedersi, impermeabile e, soprattutto, economico, adatto al quella ampia fascia di popolazione che stava riempendo le proprie case di articoli per la vita quotidiana ma che era molto attenta alle spese. Se entriamo più in un approccio tecnico al problema, la classificazione dei materiali polimerici è resa difficile dalla imprecisione di certe denominazioni, che si sono affermate in sede tecnologica, e che si sono introdotte nell’uso comune prima che vi fossero idee esatte sulla struttura e sulle proprietà dei polimeri. I polimeri che si possono distinguere relativamente alle condizioni delle loro applicazioni pratiche, in elastomeri e plastomeri, le cui denominazioni hanno un fondamento meccanico: I primi polimeri hanno la tendenza (a temperatura ordinaria) ad elevatissime deformazioni elastiche, con bassi moduli elastici medi. I secondi polimeri hanno, invece, sempre a temperatura ambiente, deformazioni elastiche piuttosto modeste, con moduli relativamente alti e, in genere, un intervallo di scorrimenti plastici fino alla rottura. Gli elastomeri, con opportune tecnologie, tra cui ha importanza fondamentale la vulcanizzazione, si trasformano in manufatti di gomma elastica (“vulcanizzati”). La vulcanizzazione introduce nell’elastomero un numero limitato di legami trasversali che, mentre non producono grossi ostacoli al meccanismo di distensione e riaccartocciamento delle catene polimeriche (sotto l’azione di un carico esterno), blocca gli scorrimenti viscosi. In alcuni casi, la vulcanizzazione non è operazione essenziale per l’ottenimento di manufatti elastici (elastomeri non vulcanizzabili). I plastomeri, chiamati spesso anche resine, si possono a loro volta dividere in due categorie: La prima, più diffusa, è quella dei materiali formabili in manufatti per azione di pressione e di temperatura (resine da stampaggio), con reversibilità della formabilità rispetto alla temperatura (resine termoplastiche o termoplasti). La seconda con irreversibilità per intervento di processi chimici che modificano la struttura (resine termoindurenti). E’ proprio la caratteristica della formabilità che ha dato origine alla denominazione “materie plastiche”. Operazioni tecnologiche tipiche per la trasformazione di elastomeri formabili in manufatti di materia plastica sono lo stampaggio, l’estrusione, la pressatura, ecc. Le resine termoindurenti sono, quindi, polimeri che durante la formatura, eseguita normalmente per stampaggio a caldo, si trasformano da prodotti polimerici essenzialmente lineari a polimeri reticolati. La reticolazione viene prodotta per reazione chimica ad alta temperatura tra la resina base e un agente di “cura”, oppure per reazione, favorite dalle temperature elevate, tra gruppi funzionali ancora liberi presenti nelle catene polimeriche della resina base. Polimeri a struttura reticolata si possono ottenere anche per reazione chimica a freddo tra una resina base, generalmente liquida e un agente di cura detto “indurente”: questa categoria di prodotti prende il nome di “resine da colata reticolate” e ad essa appartengono ad esempio le resine poliestere insature. Meno frequentemente, in resine, che risultano per questo più pregiate, si rileva la capacità di formare, dallo stato fuso di soluzione, filamenti o lamine molto sottile (film) che, con opportune operazioni di stiro allo stato solido, subiscono un notevole rinforzo meccanico. È da questi polimeri fibrogeni o filmogeni che si ottengono, con adatte tecnologie, le più pregiate fibre sintetiche (o monofilamenti diversi come setole e crini) oppure anche gran parte dei film trasparenti o translucidi, largamente diffusi nel settore dell’imballaggio o altre applicazioni. Nello schema di classificazione sotto riportato, la doppia freccia tratteggiata orizzontale sta ad indicare la possibilità tecnologia di trasformare un materiale plastomerico in uno elastomerico (caso ad esempio della plastificazione di resine rigide) e viceversa (caso ad esempio della trasformazione della gomma naturale in ebanite per vulcanizzazione spinta). La trasformazione nel primo senso è di grande importanza economica, poiché consente di utilizzare resine di per se limitatamente utili in manufatti largamente richiesti. Fonte: Angelo Montebruni
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Copolimero EVA: Caratteristiche, Proprietà Tecniche, Applicazioni e RicicloUn nome difficile, Etilene Vinil Acetato, per una materia prima plastica di grande diffusionedi Marco ArezioIl copolimero EVA è una materia prima in continua crescita nel mondo, infatti se ne è utilizzata nel 2020, nonostante gli stop produttivi dovuti alla pandemia, circa 640.000 tonnellate, con un incremento medio nell’ultimo decennio del 4,3% annuo. Il mercato asiatico è sicuramente l’area in cui si impiega maggiormente l’EVA, con in testa la Cina, che ha avuto una crescita nei consumi 2019-2020 del 2-3%, seguita dagli Stati Uniti che detengono circa il 17% dei consumi mondiali. Quali sono le caratteristiche dell’EVA? L’EVA, come abbiamo detto, è un copolimero ottenuto dalla polimerizzazione del Vinil Acetato, le differenti proporzioni di quest’ultimo nella ricetta, cambiano le caratteristiche finali del prodotto, creandogli un’affinità all’LDPE. I due valori determinanti nelle ricette dell’EVA sono la sua fluidità (MFI) e la percentuale di VA (vinil acetato), in particolare, all’aumentare del tenore del comonomero la cristallinità decresce, influenzando, di conseguenza numerose proprietà dell’EVA. Infatti, un incremento del contenuto di VA aumenta la densità, la trasparenza e la flessibilità del materiale, mentre ne riduce il punto di fusione e la durezza. Quali sono le proprietà Fisico-Meccaniche dell’EVA? L’EVA, composto dal comonomero di acetato di vinile, è un prodotto semicristalino e, rispetto alle caratteristiche dell’LDPE, diventa normalmente più trasparente e più flessibile con l’aumentare della percentuale di acetato di vinile contenuto nella ricetta. Al ridursi della resistenza del materiale si riduce anche il suo intervallo di fusione, quindi la temperatura di fusione dell’EVA è pertanto inferiore a quella dell’LDPE. Durante lo stampaggio ad iniezione, per esempio, la temperatura della massa fusa dovrebbe attestarsi tra i 175 e i 225 °C e la sua lavorazione è analoga a quella dell’LDPE. Il tenore di VAC (acetato di vinile) determina le seguenti modifiche nei prodotti finiti: • 1-10%: a confronto con un film in LDPE saranno più trasparenti, flessibili e plastici, più facili da sigillare, meno rotture, maggior ritiro a temperature basse. • 15-30%: molto flessibile e morbido, lavorabile termoplasticamente, simile alla gomma di caucciù, • 30-40%: elevato allungamento elastico, flessibilità con capacità di assorbimento della carica, buona resistenza ed alta adesività. • 40-50%: estrema elasticità, reticolabile con perossidi. • 70-95%: impiego sotto forma di lattici per coloranti in emulsione, rivestimento di carta ed adesivi. L’acetato di vinile nell’EVA è anche responsabile del caratteristico odore di aceto del materiale. L’EVA, rispetto al PVC, ha una migliore resistenza alle basse temperature, nessuna migrazione di plastificante caratterizzando una elasticità permanente, una maggior resistenza a flessione e miglior resistenza ai prodotti chimici. Inoltre ha migliori proprietà di isolamento elettrico, di contro le proprietà di barriera ai gas sono inferiori come la resistenza alla luce e all’abrasione. Possiamo raggruppare le caratteristiche fisico-chimiche dell’EVA in questo schema: Buona resistenza all’abrasione Ottima resistenza alla luce Espansa a cellule chiuse Ottima resistenza all’ozono e all’ossigeno Durezza 25/30 Shore A Buone caratteristiche antisdrucciolo Ottima memoria elastica Idrorepellente Piacevole al tatto Colorabile, con ottimi effetti estetici Buona capacità antivibrante Buona resistenza alla lacerazione Media resistenza agli oli minerali Ottima resistenza all’aria calda Quali sono le proprietà elettriche dell’EVA? Rispetto all’LDPE le proprietà isolanti, dal punto di vista elettrico, rimangono inferiori ma l’EVA è spesso richiesto, per esempio nell’industria dei cavi, per la sua facile reticolabilità e buona flessibilità. Grazie all’elevata capacità del copolimeri EVA di incorporare cariche, come il nerofumo, si utilizzano anche per la fabbricazione di mescole semiconduttrici. • Resistività di volume Ohm/cm 2,5×1016 • Costante dielettrica 2,6 – 3,2 • Fattore di dissipazione 0,03 – 0,05 Quali sono le proprietà Chimiche dell’EVA? In presenza delle radiazioni UV il copolimero EVA ha un decadimento delle proprietà fisiche, quali la tenacità, l’allungamento a rottura e il cambiamento di colore. Inoltre, alcuni agenti chimici (agenti bagnanti, sostanze polari e diversi liquidi organici), possono fessurare il prodotto internamente. Con l’aumentare del contenuto di acetato di vinile aumenta notevolmente la resistenza agli oli minerali, al contrario si vedono diminuire le caratteristiche dell’isolamento elettrico. Quali sono le proprietà termiche dell’EVA? • Temperatura di esercizio: 60 a + 80 °C • Punto di infragilimento: – 30 °C • Maxima temperatura in uso Statico: + 80 °C • Low Temperature Range: – 30 a – 50 °C Quali sono le applicazioni dell’EVA? Il copolimero EVA trova grande applicazione nel settore del packaging, come il film estensibile, in virtù degli alti coefficienti di frizione ed adesività che conferiscono al prodotto una buona caratteristica saldante. Inoltre viene impiegato nei processi di co-estrusione per la realizzazione di film multistrato, specialmente nel settore alimentare. Infine, trova larga applicazione nel settore delle calzature, come le suole o l’interno degli scarponi da sci e nel settore delle telecomunicazioni come elemento di rivestimento dei tubi e cavi. Come si ricicla l’EVA? Lo scarto dell’EVA può avere una provenienza post industriale, questo significa che durante la lavorazione per la produzione di oggetti si possono generare rifili o scarti. Se il rifiuto di lavorazione non è espanso, è possibile recuperarlo attraverso la macinazione dello stesso, avendo cura di tenere separarti gli scarti provenienti da ricette differenti. Una volta ridotto di volume è possibile impiegarlo come materia prima seconda nella produzione di nuovi prodotti. Se il materiale non espanso, invece, proviene dalla raccolta differenziata, è necessario prevedere passaggi di riciclo che possano separare eventuali materiali combinati nel prodotto da riciclare separando l’EVA. Per esempio, se abbiamo una scarpa con suola in EVA e struttura in tessuto o composta da altri materiali, si dovranno separate i vari materiali che la compongono prima delle operazioni finali di riciclo. Se, invece, i materiali di scarto sono composti da EVA espansa, questa può essere usata, dopo essere stata macinata o micronizzata, come inerte in miscele di leganti per svariati prodotti.Categoria: notizie - tecnica - plastica - riciclo - EVA
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LDPE Riciclato da Post Consumo: 60 Tipologie di Odori Ostacolano la VenditaLDPE Riciclato da Post Consumo: 60 Tipologie di Odori Ostacolano la Venditadi Marco ArezioLa raccolta differenziata degli imballi della plastica, specialmente per quelli in LDPE, è una conquista moderna che permette, attraverso il riciclo, il riutilizzo degli imballi esausti con il duplice vantaggio di ridurre l’impronta carbonica e il prelievo di risorse naturali dalla terra per creare nuovi prodotti. Molto si deve ancora fare però nel settore del riciclo in quanto la quota di plastica che viene raccolta e riutilizzata è ancora largamente inferiore a quella che viene prodotta ogni giorno. Questo scompenso quantitativo tra quanto si ricicla e quanto si produce di nuovo ha molte cause: • Limitata diffusione della raccolta differenziata nel mondo • Difficoltà nel riciclo di molti imballi plastici multistrato • Bassa qualità della materia prima riciclata • Mancanza di una cultura del riciclo Nei paesi dove la raccolta differenziata è avviata e funziona stabilmente, la produzione di materia prima riciclata soffre di un giudizio abbastanza negativo sulla qualità della stessa, causata da fattori che dipendono anche, ma non solo, dalla filiera del riciclo meccanico. Questa valutazione negativa incide in maniera rilevante sulle vendite della materia prima riciclata, relegando il suo uso solo ad alcuni settori di impiego, riducendone quindi i quantitativi vendibili e abbassando il prezzo medio per tonnellata, che comporta, a sua volta, un basso margine economico per le aziende che riciclano. Inoltre, meno granulo riciclato si vende, meno rifiuto plastico si può riciclare e più grande diventa il problema del suo smaltimento, rischiando di far finire in discarica la preziosa materia prima che potrebbe essere riutilizzata. Tra i problemi di cui soffre la materia prima riciclata, nonostante l’enorme sviluppo impiantistico del settore, quello dell’odore è tra i più sentiti dai clienti che potrebbero utilizzarla per produrre film, imballi rigidi, materiali per il settore edile, per l’automotive, giardinaggio, mobili e molti altri prodotti. Ad oggi la percezione dell’odore di una materia prima plastica proveniente dal post consumo è affidata, in modo del tutto empirico, ad una sensazione nasale di chi la produce e di chi la utilizza, che valutano in modo estremamente soggettivo sia la tipologia che l’intensità degli odori presenti nella plastica riciclata. Valutazione che poi si può scontrare con il cliente finale che comprerà il prodotto realizzato e darà un’ulteriore valutazione, personale, dell’odore. Il naso umano è sicuramente uno strumento eccellente ma ogni persona percepisce le sollecitazioni odorose in modo del tutto personale, ed è per questo che, in casi particolari, si assoldano gruppi di persone che insieme fanno valutazioni sugli odori da intercettare. Se prendiamo ad esempio la filiera del riciclo delle materie plastiche, partendo dalla raccolta differenziata, si è visto che i sacchi in LDPE e gli imballi flessibili che vanno al riciclo, portano con sé un numero elevatissimo di sostanze chimiche che generano odori nella filiera del riciclo. La rilevazione delle fonti degli odori non è stata studiata attraverso metodi sensoriali empirici, quindi attraverso il naso umano, ma attraverso un’indagine chimica svolta da uno strumento di laboratorio che consiste in un gascromatografo con uno spettrometro a mobilità ionica. Questo strumento ha analizzato i componenti chimici, all’interno di una larga campionatura di LDPE riciclato proveniente dalla raccolta differenziata, andando ad individuare 60 tipologie di sostanze chimiche che generano odori. La campionatura analizzata proveniva dal ciclo meccanico tradizionale di riciclo in cui il materiale viene selezionato, triturato e lavato con una permanenza in acqua di circa 15 minuti. Gli odori più comuni percepiti dal naso umano, di questa campionatura sono stati:• Muffe • Urina • Formaggio • Terra • Fecale • Sapone • Caffè • Sudato • Peperone Queste famiglie di odori percepite sono create da circa 60 composti chimici che si associano durante la fase di raccolta e lavorazione della plastica riciclata. Si sono individuati alcuni punti critici: Il sacco della raccolta differenziata che contengono gli imballi plastici domestici da selezionare in cui troviamo diverse tipologie di polimeri, possono contenere residui di sostanze come detersivi, cibo, oli, disinfettanti, prodotti chimici, creme e molti altri. Questo miscuglio di elementi chimici diversi si può legare alla superficie della plastica ma, in funzione del tempo di sodalizio, potrebbe anche penetrare al suo interno. La selezione tra le varie plastiche, attraverso macchine a lettori ottici, crea una certa percentuale di errore che si traduce nella possibilità di avere quantità di plastiche miste all’interno della frazione selezionata. La fase di lavaggio del macinato plastico ha la funzione di dividere ulteriormente, per densità, le plastiche immesse e ha lo scopo di pulirle dai residui di prodotti che gli imballi hanno contenuto o sono venuti in contatto. Ad eccezione del PET, gli altri polimeri provenienti dalla raccolta differenziata, vengono generalmente lavati in acqua fredda, processo che non incide in maniera rilevante nel processo di pulizia al fine di abbattere gli odori. La fase di estrusione del materiale lavato, per la formazione del granulo, potrebbe comportare un degradamento della materia prima in cui sono presenti frazioni di polimeri diversi da quella principale che quindi fonderanno a temperature diverse. Questo può causare la formazione di elementi chimici che daranno origine ad odori. Intervenire su queste fasi porterebbe a miglioramento significativo della qualità dei polimeri da post consumo prodotti, non solo attraverso un abbattimento delle tipologie e dell’intensità degli odori, ma ne migliorerebbe anche le performace tecniche. Il controllo analitico degli odori, attraverso strumenti che ne rilevino le genesi chimiche, può aiutare non solo in fase di certificazione del livello odoroso della materia prima finale in modo inequivocabile e non più empirico, ma darebbe un importante supporto anche in fase di creazione di ricette sulle tipologie di materia prima da usare durante le fasi di riciclo del rifiuto plastico, sull’individuazioni delle fonti migliori e sui risultati dei processi produttivi nello stabilimento (selezione, lavaggio ed estrusione). Ridurre gli odori e migliorare la qualità del granulo da post consumo porterebbe all’apertura di nuovi mercati nei quali si potrebbe impiegare la materia prima riciclata al posto di quella vergine con un vantaggio ambientale, economico e industriale.Categoria: notizie - tecnica - plastica - riciclo - LDPE - post consumo - odoriVedi maggiori informazioni sul riciclo dell'LDPE
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Il Lavaggio dei Rifiuti Plastici da Post Consumo si Fa in TreIl Lavaggio dei Rifiuti Plastici da Post Consumo si Fa in Tredi Marco ArezioI rifiuti plastici da post consumo sono, in termini quantitativi, tra le maggiori voci che compongono il paniere degli scarti che la nostra società produce.Se fino a pochi anni fa non veniva applicato un riciclo meccanico intensivo ma si cercava di separare ed estrarre solo plastiche nobili, oggi la consapevolezza ambientale e la necessità di ridurre il conferimento di rifiuti nelle discariche, ha imposto un uso sempre più massiccio dei polimeri da post consumo riciclati per la creazione di nuovi prodotti finiti, realizzando il più possibile la circolarità della filiera. Non è stata una svolta improvvisa, c’è voluto tempo per sovvertire il preconcetto culturale che un prodotto fatto con i polimeri riciclati fosse di seconda categoria rispetto ad uno fatto con materia prima vergine. Quando l’opinione pubblica ha sdoganato l’uso delle materie prime riciclate come elemento necessario e insostituibile della nostra vita, la domanda è cresciuta in modo esponenziale. Non c’è dubbio che, dal punto di vista industriale, il trattamento dei rifiuti plastici da post consumo per la creazione di una materia prima, che assume una nuova nobiltà estetica e strutturale nei prodotti, ha bisogno, oggi, di un approccio al riciclo decisamente più professionale e qualitativo rispetto al passato. Infatti, nel ciclo di lavoro dello scarto plastico da post consumo, che contempla la raccolta, la selezione, la macinazione, la separazione, il lavaggio e la granulazione, è interessante soffermarci sulla fase del lavaggio per capire meglio alcuni aspetti. Il concetto di lavaggio deve prevedere tre passaggi fondamentali a cui non ci si può sottrarre, se si vuole realizzare una materia prima adatta ad una produzione di un buon granulo plastico. I tre passaggi dell’attività di lavaggio sono qui riassumibili:• Lavaggio degli scarti attraverso una macchina con lavaggio forzato, che permette, attraverso l’azione dell’acqua e della rotazione centrifuga del cestello di contenimento della plastica, un distaccamento di parti inquinanti, come residui organici alimentari, sabbia, terra o altro, che altrimenti non avverrebbe in una vasca tradizionale con acqua. • Utilizzo di una vasca di decantazione in cui i materiali, che sono usciti dalla fase di lavaggio forzato, fanno un percorso studiato, in termini di velocità di movimento e di lunghezza, nella quale avviene una separazione degli scarti plastici per peso specifico. Infatti, i materiali con peso specifico più leggero come l’HDPE, LDPE, il PS e il PP, che costituiscono le famiglie di maggiore presenza nei rifiuti da post consumo, rimangono a galla, mentre quelli con il peso specifico maggiore come i materiali caricati, il PVC e altri elementi affondano. • Ultimo impianto indispensabile per concludere un buon ciclo di lavaggio delle materie plastiche da post consumo è la centrifuga. Infatti una volta lavato con energia gli scarti, averli separati da plastiche con peso specifico diverso, è assolutamente necessario, prima della produzione della materia prima finale, ridurne la concentrazione dell’umidità. Attraverso il passaggio degli scarti stessi nella centrifuga è possibile abbattere percentuali di umidità elevate che causano molti problemi, quali il degrado del polimero, la creazione di difetti estetici sul prodotto finito ed una sostanziale riduzione delle prestazioni meccaniche.La fase di lavaggio, nelle attività di riciclo dei materiali da post consumo, ha visto spesso affermarsi una sbagliata teoria definibile della “sciacquatura”, dove il processo prevedeva l’immersione del macinato plastico in vasche con una bassa qualità dell’acqua, una elevata velocità di flottazione degli scarti e una lunghezza della vasca non adeguata. Tutto questo si rifletteva in un deciso risparmio economico, un aumento della produzione oraria del reparto ma con una bassa o bassissima qualità del futuro polimero. Se, a parziale difesa di questo approccio, possiamo ricordare che nel passato i polimeri che derivavano dagli scarti da post consumo erano impiegati solo per prodotti di bassa qualità, dobbiamo però ricordare che oggi, ci si aspetta una qualità più alta da questa famiglia di polimeri in quanto è aumentata la platea di utilizzo. Un basso livello qualitativo di processo in fase di lavaggio, separazione ed asciugatura, porta inevitabilmente con sé anche il problema degli odori delle plastiche da post consumo. Se abbiamo parlato in precedenza di aspetti negativi legati alla meccanica e all’estetica dei prodotti, risparmiare tempo e tecnologia nelle 3 fasi che costituiscono il lavaggio, incrementa in modo considerevole l’odore sgradevole nei prodotti finiti realizzati con polimeri che hanno subito un processo di lavaggio scadente. La presenza di odori pungenti e persistenti nei prodotti finiti, comporta non solo la riduzione delle vendite in termini quantitativi, ma porta anche al deprezzamento dell’articolo stesso, con una riduzione dei margini di contribuzione dell’azienda.Categoria: notizie - tecnica - plastica - riciclo - post consumo - lavaggio
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Polimeri Plastici nel Settore Calzaturiero: Materiali e ImpieghiPolimeri Plastici nel settore Calzaturiero: Materiali e Impieghidi Marco ArezioL’Industria della plastica si è creata uno spazio importante nel campo delle suole e delle calzature che erano fino a qualche decennio fa di esclusiva del cuoio e ad altri materiali minori.La creazione di nuove ricette, il progresso chimico e tecnologico sugli impianti, ha permesso ai polimeri plastici di creare una valida alternativa alle suole tradizionali da impiegare in calzature sottoposte a forte usura, con una valenza protettiva per il piede, di isolamento termico, di flessibilità ed impermeabilità. Inoltre di pari passo alla crescita delle nuove formulazioni fatte con i polimeri vergini, il mercato dei polimeri riciclati sta offrendo diverse alternative attraverso prodotti sostenibili specialmente nel campo del PVC e dell’ABS. I materiali plastici che si usano maggiormente nel settore calzaturiero sono:Termoplastici: ABS, PVC, TR e TPU Poliuretanici bi-componenti: PUR a base polietere, PUR a base poliestere Copolimeri quali gomma ed EVA Vediamo nel dettaglio le caratteristiche e le applicazioni: ABS Anche se l’ABS non è un polimero di uso comune nelle calzature, trova impiego spesso nelle calzature antiinfortunistiche, come elemento di protezione della punta della scarpa. Il puntale, infatti, viene spesso fatto in ABS riciclato, da scarti post industriali, la cui ricetta viene adattata per conferire al puntale robustezza agli urti e flessibilità. TR o Gomma Termoplastica Con questo materiale si possono fabbricare suole da applicare o da inserite nella scarpa per iniezione diretta. Le gomme termoplastiche sono compounds il cui componente fondamentale è lo stirolo-butadiene-stirolo (SBS) addizionato con oli, polistiroli, cariche minerali, pigmenti, antiossidanti, ecc. Attraverso una corretta formulazione della ricetta del materiale le suole non presentano problemi di resistenza al freddo e possono mantenere un’ottima flessibilità a temperature molto inferiori allo 0° C. PVC, Cloruro di Polivinile Plastificato Il PVC è una delle materie plastiche più diffuse al mondo, non solo nel settore calzaturiero, ma viene usato anche per la creazione di zerbini, tappeti, fili, tubi, canne dell’acqua e molti altri prodotti. Nel settore delle calzature impermeabili, come gli stivali, le suole, i sandali, le ciabatte e gli accessori, il PVC ha trovato un vasto impiego essendo un materiale in continuo sviluppo tecnologico, avendo raggiunto oggi un buon livello di efficienza ambientale e garantendo una buona sicurezza in tutte le fasi del suo ciclo di vita. Infatti, nel mercato delle calzature, sono presenti volumi importanti di manufatti realizzati in PVC riciclato che permettono la costruzione di suole e calzature sostenibili, quindi riciclate e riciclabili. TPU, Poliuretano TermoplasticoIl TPU è un composto chimico formato da elastomeri poliuretanici trattati con le tecniche dei materiali termoplastici. La sua realizzazione passa attraverso il processo di addizione dell’isocianato, in un determinato intervallo di temperature, ricreando le caratteristiche elastiche della gomma. I Poliuretani termoplastici sono impiegati per diverse tipologie di suole destinate ad alcuni segmenti di calzature come lo sport, il lavoro e tempo libero. Le formule che caratterizzano i materiali per le suole in TPU cambiano a seconda delle tipologie di impiego della stessa e di conseguenza della calzatura. PUR, Poliuretano Bi-ComponenteIl Poliolo e l’Isocianato, in forma liquida, che fanno parte delle famiglie dei Polieteri e dei Poliesteri, sono due elementi chimici che caratterizzano la formazione del Poliuretano Bicomponente. La differenza tra queste due classi di appartenenza è basata sulla struttura della schiuma che si andrà a realizzare, infatti, utilizzando il polietere si crea una pelle superficiale compatta e, all’interno, la suola si presenterà con le cellule aperte, mentre utilizzando il poliestere si creerà una struttura con cellule chiuse. Eva, Etilvinil AcetatoEtilene e Acetato di Vinile sono i due principali componenti del polimero chiamato EVA, un polimero utilizzato per la costruzione di suole morbide e resistenti. La suola però non è costituita solo dai due componenti che formano il polimero principale ma, attraverso la giusta calibrazione di questi elementi e di reticolanti, cariche, espandenti, ed altro, si determinano le caratteristiche prestazionali del prodotto finale. Le caratteristiche principali sono la leggerezza, flessibilità, elasticità e una buona propensione a mantenere la forma originaria. Materiali Compositi L’evoluzione della moda, delle esigenze tecniche e dei costi generali del prodotto finito, hanno permesso la creazione di materiali composti da polimeri differenti ma affini tra di loro. I materiali Poliuretanici, la gomma e l’Eva sono i principali polimeri che vengono impiegati con lo scopo di creare combinazioni differenti in termini di aspetto estetico, di costi e di tecnica di impiego, allargando in modo sorprendente l’offerta sul mercato. Caratteristiche dei prodotti finitiLo studio e la realizzazione di nuove ricette polimeriche, per la creazione di nuove opportunità commerciali, non deve far dimenticare che le calzature e le suole stesse, devono rispondere a caratteristiche ben definite per il cliente finale. Esistono delle normative precise che devono essere rispettate nella costruzione di un prodotto per il settore calzaturiero, nelle quali si chiede che vengano sottoposti gli articoli a tests di comportamento. Vediamo i principali: Resistenza alle flessioni Resistenza all’ abrasione Resistenza alla delaminazione Resistenza allo scivolamento Stabilità dimensionale Resistenza all’invecchiamento Resistenza alla compressione Capacità di incollaggio Resistenza alla trazione Resistenza alla penetrazione dell’acqua Capacità di tenuta del punto di cucituraCategoria: notizie - tecnica - plastica - riciclo - polimeri - calzature Vedi maggiori informazioni sui polimeri plastici
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