Come cadono gli imperi: storia di un declino annunciatoDalla Roma antica all’Unione Sovietica, dall’Impero Ottomano agli Stati Uniti: un viaggio attraverso i segni e le cause profonde che anticipano la fine delle grandi potenzedi Marco Arezio«Come sei andato in bancarotta?» «In due modi: gradualmente, poi all’improvviso». Hemingway non scriveva di storia, ma in questa frase riuscì a condensare ciò che più di ogni trattato riesce a spiegare il destino degli imperi. Le potenze che sembrano eterne non crollano di schianto: iniziano a sfarinarsi lentamente, quasi silenziosamente. Il deterioramento è prima morale, poi amministrativo, infine strutturale. E quando arriva il collasso, spesso imputato a un evento esterno — una guerra, una rivoluzione, una crisi — quel che realmente si è concluso è un processo molto più lungo. È per questo che comprendere la caduta degli imperi non significa solo studiare il momento in cui spariscono dalle carte geografiche, ma soprattutto analizzare le crepe invisibili che li attraversano quando ancora sembrano solidi. La traiettoria imperiale: dalla crescita al collasso La parabola di ogni impero segue una logica quasi naturale: un inizio dinamico, un periodo di splendore, poi la stagnazione, infine il declino. Ma la decadenza non è solo una questione di tempo o dimensioni. Accade quando le strutture non sanno più rigenerarsi. Quando gli apparati che hanno sostenuto la crescita iniziano a divorarsi da soli. Il consenso, un tempo spontaneo, diventa coercizione. Le istituzioni, un tempo inclusive, diventano esclusive. Le periferie smettono di riconoscersi nel centro. Eppure, fino all’ultimo, ogni impero crede di essere eterno. Anche Roma. Roma: la lenta decomposizione della repubblica trasformata in impero La fine dell’Impero Romano non si consumò nel 476 d.C. con l’abdicazione di Romolo Augustolo, ma molto prima, nei secoli in cui l’impero si trasformò da organismo civile a macchina autoritaria. Il problema non fu tanto l’assalto dei barbari, quanto il fatto che molti cittadini dell’impero — soprattutto nelle province — non avevano più alcuna ragione per difendere Roma. La pressione fiscale era insostenibile, le élite senatorie si disinteressavano della cosa pubblica, e le riforme tentate — spesso imposte dall’alto e mai condivise — avevano svuotato di senso la vita pubblica. Si aggiunse a questo un lento declino economico, favorito dalle epidemie, dalla crisi del latifondo e dalla progressiva ruralizzazione della società. Il grande impero universale, che si era fondato su cittadinanza, diritto, infrastrutture e mobilità, si spense per mancanza di fiducia collettiva. L’Impero Ottomano: il lungo crepuscolo del “malato d’Europa” Anche l’Impero Ottomano non fu abbattuto da un colpo solo. Anzi, la sua decadenza fu uno dei più lunghi crepuscoli della storia. Già nel Settecento, il cuore dell’impero mostrava segni di affaticamento. Le strutture amministrative, nate in un’epoca in cui il potere del sultano era assoluto e centralizzato, non riuscivano più a contenere la diversità di popoli, religioni, interessi. Il Tanzimat — quel tentativo di modernizzazione nato nell’Ottocento — arrivò troppo tardi e fu spesso boicottato proprio da quelle élite che avrebbero dovuto applicarlo. A ciò si aggiunsero la crescente pressione europea, le rivolte interne, i debiti finanziari e la perdita di territori strategici. Quando scoppiò la Prima guerra mondiale, l’impero era ormai un guscio vuoto. Eppure, resistette ancora. Come se l’inerzia del passato bastasse a mascherare l’assenza di un progetto per il futuro. Fu solo l’intervento militare e l’ascesa di Atatürk a decretare la sua dissoluzione. Ma l’impero era morto molto prima. L’Unione Sovietica: una superpotenza implosa senza guerra Diverso eppure simile fu il destino dell’Unione Sovietica. Nessun nemico l’attaccò, nessuna rivoluzione armata ne causò la caduta. Eppure, nel dicembre 1991, quel colosso geopolitico semplicemente smise di esistere. La sua implosione fu il risultato di decenni di paralisi burocratica, stagnazione produttiva e sfiducia crescente. L’economia pianificata, che aveva permesso l’industrializzazione forzata e la vittoria nella Seconda guerra mondiale, divenne nel tempo un fardello: priva di stimoli, cieca ai segnali del mercato, inefficiente nelle allocazioni. Gorbaciov tentò, con glasnost e perestrojka, di riformare il sistema. Ma fu come tentare di salvare una struttura i cui pilastri erano già corrosi. La popolazione era stanca, il tessuto sociale frammentato, il patto tra Stato e cittadini rotto. E quando arrivò il momento, nessuno scese in piazza per difendere l’URSS. Nemmeno i suoi dirigenti. Gli Stati Uniti: l’impero che cerca la propria misura E oggi? È giusto chiedersi se anche gli Stati Uniti si trovino all’interno di un ciclo simile. Non si tratta di catastrofismo, ma di osservazione. I segnali di affaticamento ci sono: la polarizzazione interna, la crisi della rappresentanza democratica, il peso crescente del debito pubblico, la sfiducia diffusa nelle istituzioni. A livello globale, l’egemonia americana, che per decenni ha garantito ordine e stabilità — spesso secondo i propri interessi — comincia a incontrare resistenze, alternative, nuovi poli di influenza. Come in un’azienda in ristrutturazione, Washington sembra tagliare i rami secchi, disinvestire in certe aree, rifocalizzarsi sul proprio core business: la leadership tecnologica, il contenimento della Cina, il controllo degli snodi finanziari. Ma nel farlo, rischia di perdere ciò che davvero rende potente un impero: la capacità di essere percepito come guida, non come arbitro. Oltre i singoli casi: le cause ricorrenti del declino Ciò che accomuna questi imperi, pur nelle loro diversità storiche, è la presenza di un insieme di fattori ricorrenti. Il primo è l’incapacità di adattarsi: le strutture che hanno garantito il successo in una fase storica diventano ostacoli in quella successiva. A questo si aggiunge l’arroccamento delle élite, che diventano estrattive — per usare il termine di Acemoğlu e Robinson — ovvero sfruttano il sistema per mantenere il potere invece di reinvestire nella sua sopravvivenza. Le diseguaglianze aumentano, la coesione si sfalda, il centro smette di dialogare con la periferia. Infine, arriva l’hubris: la convinzione che le regole della storia non valgano per sé. È questo il punto di non ritorno. L’evento catalizzatore e la velocità del crollo Anche se la decadenza è lunga, serve sempre un evento catalizzatore per renderla visibile. Una guerra, una crisi finanziaria, una pandemia, una rivolta. Ma l’evento è solo l’innesco. Il vero problema è che l’impero, al momento dell’urto, non è più in grado di reagire. È troppo rigido, troppo stanco, troppo sordo. E allora il crollo, che per anni era stato evitato, posticipato, dissimulato, arriva tutto insieme. Improvviso. Inevitabile. Irrecuperabile. Gli imperi nel XXI secolo: poteri invisibili e sfide nuove Nel nostro tempo gli imperi non controllano più province e territori. Controllano infrastrutture digitali, valute, reti informative, immaginari culturali. Ma questo li rende forse ancora più fragili. La legittimità non si conquista più con la forza, ma con la credibilità. E la credibilità è volatile. Si consuma in pochi anni, si logora in pochi clic. I nuovi imperi del XXI secolo dovranno dunque essere non solo forti, ma flessibili, capaci di dialogo, di inclusione, di innovazione continua. In caso contrario, anche loro saranno destinati a scivolare lentamente verso l’irrilevanza. E poi, all’improvviso, a scomparire. Conclusione: nessun impero è eterno, ma ogni fine insegna Guardare alla caduta degli imperi non è un esercizio nostalgico né un ammonimento catastrofico. È un modo per comprendere cosa tiene in piedi una civiltà e cosa la sgretola. Nessun impero è immortale. Ma ciò che fa la differenza è la capacità di riformarsi prima che sia troppo tardi, di ascoltare le proprie crepe, di riconoscere i limiti del proprio modello. Come ha scritto Arnold Toynbee: «Le civiltà non muoiono per assassinio, ma per suicidio». Sta a noi, oggi, capire se vogliamo essere parte di un nuovo inizio — o testimoni del prossimo crollo.© Riproduzione Vietata
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Tamara de Lempicka: l’icona dell’Art Déco tra sensualità, emancipazione e critica riflessivaTamara de Lempicka: Vita, opere e giudizi dei critici d’arte sulla pittrice che trasformò l’Art Déco in un linguaggio di modernità e libertàdi Marco ArezioPoche artiste hanno saputo incarnare il proprio tempo come Tamara de Lempicka (1894–1980). La sua vicenda attraversa rivoluzioni, fughe, trionfi e scandali, con la forza di un romanzo vissuto in prima persona. Figlia dell’aristocrazia polacca e segnata dal crollo degli imperi d’inizio secolo, trovò a Parigi, negli anni Venti, la scena ideale per esprimere un temperamento libero e ribelle. In un’Europa segnata dal trauma della guerra, la società guardava con ansia e meraviglia alla modernità: automobili, grattacieli, cinema e moda diventavano simboli di rinascita. È in questo scenario che Tamara affinò un linguaggio pittorico capace di fondere l’armonia del Rinascimento con le geometrie lucide dell’Art Déco, unendo sensualità e rigore in un equilibrio che ancora oggi affascina. Non fu solo pittrice, ma vera icona culturale. Nei salotti parigini frequentava scrittori, aristocratici e musicisti, costruendo con abilità la propria immagine pubblica. Il suo celebre autoritratto alla guida di una Bugatti verde, realizzato per la rivista Die Dame nel 1929, divenne manifesto della donna moderna: elegante, indipendente, padrona del proprio destino. Ogni suo quadro non era soltanto un esercizio di stile, ma un atto di affermazione culturale. Nei volti e nei corpi da lei dipinti si leggeva il desiderio di libertà, il fascino del lusso, l’orgoglio di un’élite cosmopolita che voleva credere in un futuro luminoso. Vita e periodo storico Tamara Rozalia Gurwik-Górska nacque a Varsavia nel 1894. L’infanzia trascorse tra viaggi in Europa e studi in Italia, dove rimase colpita dalla pittura rinascimentale. Con la Rivoluzione russa fu costretta a fuggire da San Pietroburgo insieme al marito Tadeusz Lempicki, trovando rifugio a Parigi. Qui si iscrisse alla Grande Chaumière, affinò il suo stile e iniziò a esporre in un contesto artistico vivace, diventando presto protagonista della scena culturale. Dopo la Seconda guerra mondiale lasciò l’Europa e si trasferì prima negli Stati Uniti, poi in Messico, dove trascorse gli ultimi anni della sua vita. Lo stile pittorico Lempicka fece dell’Art Déco la sua cifra più autentica. Le sue figure, scolpite come statue e illuminate da colori freddi e levigati, richiamano tanto la perfezione classica quanto la modernità industriale. Il suo linguaggio è stato definito “cubismo addolcito”: geometrie nette, sì, ma sempre al servizio del figurativo. La sua pittura non voleva dissolvere la realtà, bensì esaltarla, renderla icona. Nei suoi ritratti la luce accarezza volti e corpi trasformandoli in simboli di eleganza e forza. Temi e messaggi Il cuore della sua opera furono i ritratti femminili. Non semplici esercizi di bellezza, ma vere e proprie dichiarazioni di emancipazione: donne sensuali e consapevoli, aristocratiche e modelle che incarnavano l’energia di un’epoca in trasformazione. L’erotismo, nei suoi quadri, non era velato ma affermato con decisione, divenendo linguaggio di libertà. Anche nei ritratti maschili emergeva lo stesso spirito moderno: corpi energici, volti decisi, sfondi urbani che richiamavano automobili e architetture, segni tangibili della civiltà in movimento. Vita sentimentale: passioni, libertà e scandalo La vita privata di Tamara fu intensa e anticonvenzionale. Il matrimonio con Tadeusz Lempicki le aprì la via della fuga dalla Russia, ma presto le differenze li divisero. Non incline alla fedeltà tradizionale, Tamara visse amori e avventure senza timori, conquistando uomini potenti e donne affascinanti. La sua relazione con Rafaëla, modella e musa, rimase celebre non solo per le tele che ne nacquero, ma anche per la passione che le legò. Nel 1934 sposò il barone Raoul Kuffner, che le diede stabilità economica e un titolo nobiliare. Eppure, neppure questo vincolo spense la sua indole indipendente: tra amori e scandali continuò a vivere secondo le proprie regole, trasformando la sua stessa vita in un’estensione della sua arte. Le opere principali - La Belle Rafaëla (1927): apice della sua sensibilità sensuale, un ritratto vibrante di vitalità. - Autoritratto in Bugatti verde (1929): manifesto dell’indipendenza femminile, immagine iconica del Novecento. - Jeune fille en vert (1930): perfetta sintesi di geometria e grazia classica. - Ritratto del Marchese Sommi (1925): prova della sua abilità nel restituire l’eleganza maschile con rigore e potenza. L’eredità artistica Alla sua morte, avvenuta nel 1980 in Messico, il suo nome non era più al centro delle cronache artistiche. Ma il tempo le ha reso giustizia: oggi le sue opere sono celebrate in mostre internazionali, contese all’asta e citate in moda, design e fotografia. La sua arte è un ponte tra mondi: l’eco del Rinascimento e il ritmo della modernità, la sensualità del corpo umano e il rigore delle linee geometriche. I giudizi dei critici La critica oscillò a lungo tra ammirazione e diffidenza. Oggi, la sua importanza è riconosciuta. Gilles Néret: “È lei stessa a stabilire gli ingredienti della ricetta che la condurrà al successo. Un raffinato miscuglio di post-cubismo e neoclassicismo … per soddisfare le sue pulsioni erotiche e i sogni libidinosi dei borghesi.” Washington Post (2024): “L’ammirano. Era talentuosa. Ha cristallizzato uno stile che, una volta visto, è impossibile da dimenticare. I suoi nudi colpiscono come cascate di sensualità pura.” Mostra al de Young Museum (San Francisco): “La sua tecnica è impeccabile, paragonabile a uno scrittore che sa costruire frasi perfette: ogni dettaglio è curato, anche quando l’insieme non raggiunge la grandezza assoluta.” Il Giornale dell’Arte: “La Belle Rafaëla è il punto più alto della sua parabola creativa: un quadro di seduzione estrema, icona di un’epoca che cercava nel corpo femminile la promessa della modernità.” The Times (Waldemar Januszczak): “Per lungo tempo respinta come pittrice mondana, oggi Tamara riemerge nella sua complessità, con una strategia d’immagine e una forza identitaria che hanno anticipato i tempi.”Acquista il libro Conclusione Tamara de Lempicka non fu solo un’artista di talento, ma una donna che seppe trasformare la propria esistenza in opera d’arte. Con i suoi ritratti lucidi e sensuali, diede forma a un’epoca innamorata della modernità e dell’eleganza, e con la sua vita libera e passionale incarnò l’idea di emancipazione femminile. I critici oggi riconoscono in lei una protagonista del Novecento, capace di rendere la pittura un manifesto di stile, libertà e vitalità. Guardare i suoi quadri significa ancora oggi percepire l’energia di un mondo che correva verso il futuro, e la voce di una donna che volle viverlo senza mai arretrare di un passo.© Riproduzione Vietata
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Arbitrato nei contratti di licenza internazionale: vantaggi, strategie e clausole efficaciVediamo perché l’arbitrato è spesso la soluzione preferibile nei contratti di licenza internazionale e come redigere una clausola arbitrale solida e vantaggiosa per la tua impresaQuando un’impresa decide di varcare i confini nazionali per espandere il proprio marchio, la propria tecnologia o il proprio know-how, inevitabilmente si trova davanti a un bivio giuridico: in caso di controversie, sarà più prudente affidarsi ai tribunali statali o optare per un arbitrato internazionale? Non è una scelta meramente formale. È una decisione che può incidere profondamente sulla rapidità, sull’efficacia e persino sull’esito delle controversie future. Il contratto di licenza internazionale, per sua natura, espone le parti a incognite legate non solo alla distanza geografica, ma anche alle differenze tra sistemi giuridici, culture d’impresa e ordinamenti processuali. In questo contesto, l’arbitrato non è solo un’alternativa: è spesso una protezione strategica, un’ancora di affidabilità in un mare di incertezze normative. L’arbitrato: non un ripiego, ma una strategia Molti imprenditori, abituati alla giustizia ordinaria nazionale, percepiscono l’arbitrato come qualcosa di accessorio, o addirittura elitario. In realtà, è esattamente il contrario. Nell’arbitrato le parti non si affidano a giudici pubblici, ma a professionisti scelti direttamente (o tramite enti specializzati) per la loro esperienza nel settore specifico. Questo significa che, nel caso ad esempio di una licenza su un software industriale o su un brevetto, il caso sarà discusso davanti a esperti che conoscono a fondo la materia, e non a giudici generici. Ma il vero punto di forza dell’arbitrato, quando si opera a livello internazionale, è la neutralità. Nessuna delle due parti “gioca in casa”, nessuna delle due è costretta a trascinarsi nei tribunali dell’altro. È un terreno terzo, regolato da norme chiare, da regole procedurali condivise, da un linguaggio scelto di comune accordo. Riservatezza, eseguibilità e controllo dei tempi Un altro elemento che fa dell’arbitrato uno strumento potente è la sua riservatezza. Mentre una causa in tribunale è pubblica per definizione, un arbitrato può svolgersi nel più assoluto riserbo. Per le aziende che operano con informazioni sensibili, marchi, formule segrete o dati brevettuali, questo aspetto è tutt’altro che secondario. Inoltre, i lodi arbitrali – cioè le decisioni emesse dagli arbitri – sono riconosciuti e più facilmente eseguibili nella maggior parte dei Paesi grazie alla Convenzione di New York del 1958, che oggi conta oltre 170 Stati aderenti. È un vantaggio enorme rispetto a una sentenza nazionale che, in certi contesti, rischia di non valere nulla fuori dai confini. E poi c’è il tempo. I procedimenti arbitrali, se ben strutturati, possono concludersi in 12-18 mesi. Nei tribunali ordinari internazionali, tra primo grado e ricorsi, passano spesso 4 o 5 anni. Quando conviene davvero l’arbitrato? Non sempre, va detto, l’arbitrato è la via migliore. Ma in determinati casi lo è senz’altro. Immaginiamo, ad esempio, un contratto di licenza esclusiva con un’impresa asiatica per la produzione di un prodotto a marchio italiano. Le implicazioni legali, in caso di inadempimento o uso improprio del marchio, possono essere gravi. E affrontare una causa civile in un tribunale locale, magari in una lingua poco accessibile e con sistemi giuridici lenti, può essere una trappola. Lo stesso vale se si prevede un contratto a lungo termine, con royalty significative e obblighi di sviluppo o distribuzione. In questi casi, avere un meccanismo neutrale, veloce, riservato e specializzato per gestire eventuali crisi è un investimento, non un costo. Una clausola arbitrale ben fatta vale quanto il contratto Tutto questo, però, ha senso solo se la clausola arbitrale è scritta bene. Una clausola vaga, ambigua o mal formulata può complicare – e non risolvere – i conflitti. È perciò essenziale definirla con attenzione. Occorre specificare: - a quale istituzione arbitrale si fa riferimento (ad esempio ICC, LCIA, CAM di Milano); - il numero degli arbitri e le modalità di nomina (uno o tre, e da chi designati); - la sede dell’arbitrato, che determina anche la legge processuale di riferimento; - la lingua del procedimento; - il diritto sostanziale applicabile al contratto. Un esempio virtuoso di clausola arbitrale è quello in cui le parti scelgono una sede neutrale (come Ginevra, Parigi, Milano), nominano arbitri con esperienza in materia di proprietà intellettuale e stabiliscono un calendario procedurale snello. È anche utile prevedere, nei casi più complessi, un meccanismo di escalation: prima un tentativo di conciliazione o mediazione, poi – se fallisce – l’arbitrato come fase finale. I rischi da evitare Alcuni errori sono ricorrenti, specie quando la clausola viene inserita in fretta. Un classico è scrivere: “Le controversie saranno risolte in via arbitrale”, senza specificare nient’altro. Chi nomina gli arbitri? Dove si tiene l’arbitrato? Quali regole si seguono? Queste omissioni aprono la strada a dispute su come gestire la disputa. Altri rischi includono l’incompatibilità con norme imperative locali (ad esempio, in alcuni Paesi la validità dei brevetti può essere decisa solo dai giudici), o la contraddizione tra clausole (es. prevedere sia arbitrato che foro ordinario nello stesso contratto). In conclusione: l’arbitrato come segno di maturità contrattuale Per un imprenditore che guarda oltreconfine, l’arbitrato non è un tecnicismo legale, ma una componente essenziale della strategia contrattuale. È un modo per blindare gli investimenti, per prevenire lunghi e costosi contenziosi, per garantire stabilità alle relazioni commerciali. Inserire una clausola arbitrale ben congegnata in un contratto di licenza internazionale è come assicurarsi un paracadute ben piegato prima di un lancio. Forse non servirà mai. Ma se servirà, farà tutta la differenza.© Riproduzione VietataFontiTesto ufficiale: UNCITRAL ICC Arbitration Rules (International Chamber of Commerce) UNCITRAL Arbitration Rules London Court of International Arbitration (LCIA) WIPO Arbitration and Mediation Center
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Togliere l’aria al mercato delle materie plastiche: perchè?C’è chi spinge l’opinione pubblica e i governi in questa crociatadi Marco ArezioCi sono manovratori, adepti, teorici, finanzieri, governi assetati di tasse, tuttologi, odiatori, cannibali della rete, finti ambientalisti, uomini addetti al greenwashing, maleducati sociali, opportunisti e ignoranti. Tutti insieme pensano che speculare sulla plastica sia una giusta crociata. Nel 1095 Papa Urbano II, durante il concilio di Clermont, tenne un esplicito discorso in cui incoraggiava i fedeli ad unirsi militarmente all’Imperatore Alessio I che si stava battendo contro i Turchi in Anatolia. L’intento ufficiale del Papa era garantire il libero accesso dei fedeli Cristiani alla Terrasanta, ma gli studiosi attribuiscono a Urbano II un più ampio e segreto disegno, quello di poter annettere la chiesa orientale con quella occidentale, dopo lo il grande scisma del 1054, sotto il suo dominio. Mai niente di grande è come lo si vede dall’esterno, chi si nasconde dietro alla crociata contro la plastica? Il mondo della plastica sta subendo da alcuni anni attacchi di una grande durezza, attribuendo all’elemento stesso, sotto forma di materia prima o prodotto finito, la bolla di untore ambientale. Sgombriamo subito il campo da ogni dubbio, dichiarando apertamente che l’invenzione della plastica è da annoverare tra le più grandi scoperte del secolo scorso, con un contributo quotidiano così tangibile, ad un osservatore attento, ma che può anche facilmente sfuggire alla gente comune in quanto fa parte della nostra vita come l’aria che respiriamo. Quale partita stiano giocando i sobillatori della teoria della “plastic free” e a quale scopo, nessuno dotato di ragione riesce a capirlo e nemmeno si può intuire come sia stato facile, attraverso i media, ingigantire un odio verso un prodotto indispensabile per la nostra vita. Non ci sono gli spazi in questo articolo per elencare i vantaggi dell’uso della plastica nella produzione di milioni di prodotti che usiamo ogni giorno, in termini di costo, di funzionalità, di risparmio di CO2 in fase di produzione e di trasporto dei prodotti finiti, in termini igienici, isolanti, protettivi, riciclabili, impermeabili, durevoli e molte altre cose. Ci vorrebbe un intero libro per fare questo, ma mi vorrei soffermare sul motivo, visibile ai nostri occhi, per il quale si è scatenato il mondo intero contro il settore della plastica e vorrei introdurmi nei labirinti dei motivi che non vediamo, che stanno sotto traccia. Ciò che vediamo è la dispersione dei rifiuti in plastica (non solo quelli) nei fiumi, nei mari e negli oceani, che stanno creando uno scempio ambientale e una minaccia per i pesci e per l’uomo tramite la catena alimentare. Un problema vero, del quale, ogni persona che pensa razionalmente alla propria sopravvivenza, dovrebbe, non solo indignarsene, ma farsi carico e agire per modificare questo stato assurdo delle cose, secondo le leggi. Ma su questo argomento non mi soffermerei tanto, nonostante sia l’unico motore delle proteste popolari che vengono strumentalizzate, perché una persona di un’intelligenza normale capisce che nei fiumi, nei mari e negli oceani, la plastica non ci va da sola e, quindi, è ridicolo prendersela con lei come causa del problema, dimenticandosi facilmente della responsabilità umana. La cosa che mi interessa di più è capire quali motivazioni recondite ci possano essere dietro questo odio sviscerato per la filiera della plastica. Vediamo alcuni comportamenti di soggetti attivi in queste campagne su cui ognuno può riflettere per conto proprio: I Media. Fenomenale strumento di diffusione di informazioni (e di fake news), dove spesso non conta analizzare in modo tecnico e scientifico il problema dell’inquinamento, ma fare notizia fine a se stessa, aumentare i likes. Scrivere su un post “plasticfree”, corredandolo con una foto che rappresenta le bottiglie di acqua che galleggiano nel mare o un pesce intrappolato in un pezzo di plastica, si ottiene solo di moltiplicare in modo esponenziale la disinformazione senza proporre nulla per risolverlo, se non attraverso una visione utopica di rinuncia alla plastica. Chi semina questo odio, indiscriminato, dovrebbe avere la coscienza pulita e iniziare una vita rinunciando alla plastica, cominciando da casa sua e dalle sue abitudini. Inoltre ci sono emittenti televisive di primo piano che creano spot di grande impatto, utilizzando immagini forti, raccogliendo fondi, non si sa bene per quali finalità, portando avanti la propria crociata. Tutto questo ha il sapore del greenwashing. Pechè? I Divulgatori. Siamo tutti diventati scienziati, ogni spazio comunicativo è presidiato da sedicenti esperti che saltano da una trasmissione all’altra, da un giornale all’altro, da un libro all’altro, da un social all’altro, parlando, parlando, parlando. Di cosa? Di quello che vedono tutti e quasi mai inserendo il problema in una cornice più ampia, per capire se esistono opinioni diverse, per sentire le loro proposte migliorative o mettendosi a disposizione per un confronto diretto con scienziati e tecnici preparati. Cosa vogliono ottenere? Non ha il sapore di una strumentalizzazione a fini pubblicitari? Stare alla finestra e guadagnare sui dolori degli altri? I Governi. Sono responsabili della nostra salute e dell’ambiente in cui viviamo e troppe volte, quasi sempre, si sono attivati, nei loro compiti istituzionali, dopo che sono stati sollecitati dall’opinione pubblica. Certamente la gente ha ragione a preoccuparsi nel vedere i mari riempirsi di plastica o avere il dubbio che il pesce che finisce sulle loro tavole sia pieno di micro e nano plastiche.Ma sono gli enti governativi che si devono attivare per creare un impianto normativo adeguato per gestire la problematica dei rifiuti, porgendo un orecchio alla gente e l’altro agli scienziati. Troppi ritardi, pochi investimenti e poca competenza governano questo mondo, che dovrebbe normare e soprattutto far rispettare le leggi, per tutti. Perché tassare in modo esagerato i settori vitali della nostra economia invece che premiare, dal punto di vista fiscale, il riciclo e la produzione di materiali che hanno un impatto ambientale minore rispetto ad altri? Quali sono i veri obbiettivi politico-finanziari? Se in molti paesi esiste una sanità pubblica, che cura le nostre malattie, perché non deve esistere una economia circolare pubblica, sulla quale nessun governo dovrebbe fare business, ma investire per tutelare, indirettamente, la nostra salute e la nostra vita? L’Istruzione. Senza conoscenza non si ha la capacità di fare delle corrette analisi autonome dei problemi che ci circondano. Perché le scuole non investono nella formazione degli studenti in campo ambientale, nella conoscenza dell’economia circolare e delle energie alternative, in modo da creare una coscienza che possa salvaguardare del loro futuro? Perchè i giovani partecipano alla vita sociale attraverso le manifestazioni sull’ambiente condividendo slogan senza avere una conoscenza più approfondita dei problemi? Che ruolo vogliono dare i governi all’istruzione? La cultura è solo nozionismo o una spinta per accompagnare i ragazzi nel mondo complicato che li aspetta, dotandogli di una ragione critica? Le Aziende del Packaging. Chi tira le file del mondo del packaging in plastica sono le multinazionali delle bibite, dei detersivi e dei prodotti per la cura della persona. Hanno sempre utilizzato milioni di tonnellate di materia prima vergine, per decenni, per produrre i loro imballi, sapendo che la plastica è durevole, nel bene e nel male. Hanno pensato sempre al loro business senza capire che i loro prodotti venivano smaltiti in modo scorretto e hanno lasciato che l’opinione pubblica si rivoltasse contro i loro imballi. Perché non hanno interpretato il malessere della gente molti anni fa e, oggi, si spendono in campagne green confondendo i consumatori, facendo a gara a chi è più amico dell’ambiente? Non ha, anche qui, un sapore di greenwhasing? I Petrolieri. Come per le multinazionali del packaging, la produzione dei polimeri plastici vergini andava a gonfie vele, mentre il mondo si riempiva di rifiuti plastici. Perché sono stati così miopi da non vedere che stavano rappresentando un prodotto che sarebbe entrato in conflitto con l’utilizzatore finale? Perché hanno trovato la soluzione più sbrigativa di acquisire i produttori e riciclatori di materia plastica riciclata per dare un nuovo aspetto ecologico al loro business? Perché non hanno sostenuto l’industria della plastica, i loro clienti, attraverso iniziative concrete che evitassero, insieme ai governi, il tracollo ecologico dei nostri mari con la concreta possibilità di mettere a rischio il loro business? Il mondo non può rinunciare alla filiera della plastica nonostante si siano fatti molti errori e molte speculazioni, di cui conosciamo solo alcuni risvolti, ma molto si può fare per migliorare le cose. Non possiamo più permetterci, che una risorsa così preziosa per il nostro pianeta sotto forma di rifiuto, sia dispersa nell’ambiente da incoscienti e ignoranti che, con le loro azioni mettono, in pericolo l’ecositema e la vita di tutti.Vedi maggiori informazioni sul riciclo
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Riciclo della fibra di carbonio: Inaugurato il primo impianto in ItaliaIl Gruppo Hera apre a Faenza il primo impianto italiano per il riciclo della fibra di carbonio, rivoluzionando la gestione dei materiali compositi con un processo innovativo a basse emissionidi Marco ArezioL'industria dei materiali compositi sta vivendo una trasformazione significativa grazie all'innovazione nel riciclo della fibra di carbonio. Il Gruppo Hera ha recentemente inaugurato il primo impianto in Italia dedicato al recupero e riutilizzo di questo materiale, segnando un importante traguardo per l'economia circolare nel settore dei materiali avanzati. Questo nuovo stabilimento rappresenta una soluzione concreta per la gestione dei rifiuti industriali e per la riduzione dell’impatto ambientale della fibra di carbonio, una risorsa fondamentale in settori come l’aerospaziale, l’automotive e le energie rinnovabili. L’importanza della fibra di carbonio e la sfida del riciclo La fibra di carbonio è un materiale ampiamente utilizzato per le sue eccellenti proprietà meccaniche: leggerezza, resistenza e durabilità. Viene impiegata in ambiti strategici come l’industria aerospaziale, automobilistica, sportiva e nell’energia eolica. Tuttavia, uno dei problemi principali legati a questo materiale è la difficoltà di riciclo: i compositi a base di fibra di carbonio, una volta giunti a fine vita, sono difficili da separare e recuperare, con conseguenze ambientali significative. Fino ad oggi, la gestione dei rifiuti di fibra di carbonio in Italia e in Europa si è basata principalmente su soluzioni di smaltimento, come l’incenerimento o la discarica, con elevati costi economici e ambientali. La mancanza di un’infrastruttura adeguata per il riciclo ha reso complessa l’adozione di soluzioni più sostenibili, spingendo il settore a ricercare alternative più efficaci. Il nuovo impianto di Hera: un modello di innovazione circolare Il nuovo impianto del Gruppo Hera, realizzato in collaborazione con l’azienda specializzata Curti, nasce con l’obiettivo di creare un modello efficiente per il recupero della fibra di carbonio attraverso processi innovativi. Situato a Faenza, questa struttura rappresenta la prima realtà italiana in grado di riciclare su scala industriale i materiali compositi in fibra di carbonio, recuperandone la materia prima per nuove applicazioni. La tecnologia utilizzata nel processo di riciclo è basata sulla pirolisi, un metodo che consente di separare la fibra di carbonio dalla matrice polimerica che la lega. Questo processo avviene in assenza di ossigeno, permettendo di decomporre la resina senza bruciare la fibra, preservandone così le proprietà meccaniche. Il risultato è una fibra di carbonio rigenerata, riutilizzabile in nuovi cicli produttivi, con prestazioni simili a quelle del materiale vergine. Grazie a questa innovazione, il nuovo impianto può gestire circa 130 tonnellate di rifiuti all'anno, riducendo in modo significativo la quantità di rifiuti inviati in discarica e abbattendo le emissioni di CO₂ rispetto ai processi tradizionali di smaltimento. I benefici del riciclo della fibra di carbonio L’avvio di questa nuova struttura porta con sé diversi vantaggi, sia dal punto di vista ambientale che economico: - Riduzione dell’impatto ambientale – Il recupero della fibra di carbonio consente di evitare l’incenerimento o il conferimento in discarica, processi altamente inquinanti. Inoltre, la produzione di fibra rigenerata comporta una riduzione significativa delle emissioni di gas serra rispetto alla produzione di fibra vergine. - Risparmio di risorse naturali – La rigenerazione della fibra di carbonio riduce la necessità di estrarre e lavorare nuove materie prime, contribuendo a una gestione più sostenibile delle risorse. - Opportunità economiche – Il mercato della fibra di carbonio riciclata è in forte crescita. Questo materiale può essere reimpiegato in numerosi settori, offrendo alle aziende soluzioni più economiche rispetto all’utilizzo della fibra vergine. - Competitività industriale – L’Italia si posiziona come un punto di riferimento nell’innovazione del riciclo avanzato, contribuendo a creare nuove opportunità nel settore dei materiali compositi e consolidando il ruolo del Paese nell’economia circolare. Applicazioni della fibra di carbonio riciclata La fibra di carbonio recuperata dall’impianto di Hera può essere impiegata in diversi ambiti industriali. Ad esempio, nel settore automobilistico viene utilizzata per la produzione di componenti strutturali leggeri, migliorando le prestazioni dei veicoli e riducendo il consumo di carburante. Anche nel settore aerospaziale e nella produzione di pale eoliche, la fibra di carbonio rigenerata può rappresentare una valida alternativa sostenibile. Inoltre, l’impiego di fibra riciclata è sempre più diffuso in applicazioni sportive e nel design di prodotti tecnologici, dove si cercano materiali innovativi con un basso impatto ambientale. Verso un futuro più sostenibile per i materiali compositi L’inaugurazione del primo impianto italiano per il riciclo della fibra di carbonio segna un importante passo avanti verso una gestione più sostenibile dei materiali compositi. Questo progetto dimostra come l’innovazione tecnologica possa offrire soluzioni concrete ai problemi ambientali, riducendo i rifiuti e valorizzando le risorse disponibili. Il successo di questa iniziativa potrebbe spingere ulteriori investimenti in infrastrutture di riciclo e favorire politiche industriali più orientate all’economia circolare. Con una crescente attenzione verso la sostenibilità e la riduzione dell’impronta ecologica, il settore dei materiali avanzati è destinato a evolversi rapidamente, offrendo nuove opportunità per aziende, istituzioni e ricercatori. L’Italia, grazie a progetti pionieristici come quello del Gruppo Hera, si conferma un attore chiave nella transizione verso un’industria più verde e innovativa, promuovendo un futuro in cui il riciclo della fibra di carbonio diventerà una pratica diffusa e sostenibile.© Riproduzione Vietata
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La Gestione dei Rifiuti a Venezia nel Periodo della Serenissima: Un Modello di Igiene e SostenibilitàCome la Serenissima Repubblica Organizzava la Raccolta e lo Smaltimento dei Rifiuti, Garantendo la Salute Pubblica e la Pulizia Urbanadi Marco ArezioVenezia, con la sua conformazione unica e il suo ruolo centrale nel commercio mediterraneo, ha sempre dovuto affrontare sfide logistiche e ambientali particolari. Durante il periodo della Serenissima Repubblica (697-1797), la gestione dei rifiuti era una questione cruciale per mantenere la città pulita e salubre, evitando epidemie e garantendo il funzionamento delle attività quotidiane. In un contesto storico in cui l'igiene pubblica era spesso trascurata in altre città europee, Venezia si distinse per un'organizzazione rigorosa e innovativa, basata su regolamenti precisi e su un sistema di raccolta e smaltimento dei rifiuti ben strutturato. Ma chi si occupava di questo compito? Come avveniva la raccolta e lo smaltimento? E soprattutto, chi finanziava questi servizi essenziali? Scopriamolo. L'organizzazione amministrativa della pulizia urbana I Magistrati alla Sanità: custodi della salute pubblica La Serenissima Repubblica di Venezia aveva istituito un complesso sistema di governance per la gestione della città, che comprendeva anche il settore dell'igiene pubblica. L'organo principale preposto alla salute e alla pulizia era la Magistratura alla Sanità, istituita nel XV secolo, ma con radici che affondano in regolamenti ancora più antichi. Questo organismo aveva il compito di prevenire le epidemie, regolamentare il commercio di cibi e medicinali e garantire la salubrità degli spazi pubblici, comprese le calli e i canali della città. Gli ispettori della pulizia I Magistrati alla Sanità si avvalevano di una rete di funzionari e ispettori, incaricati di controllare che le norme venissero rispettate. Questi ispettori pattugliavano la città, multavano chi gettava rifiuti nei canali o nei campielli e segnalavano le aree che necessitavano di una pulizia urgente. In un'epoca in cui le epidemie erano una minaccia costante, un'efficace gestione dei rifiuti era considerata una questione di sicurezza pubblica. La raccolta dei rifiuti: un sistema su misura per Venezia I "barchini dei monatti": i primi operatori ecologici veneziani Venezia, essendo una città costruita sull'acqua, non poteva adottare i tradizionali sistemi di raccolta dei rifiuti utilizzati in altre città europee. Non esistevano carri trainati da animali per la raccolta, come a Firenze o a Milano, ma piuttosto un sistema di trasporto via acqua. A questo scopo, venivano impiegati piccoli battelli chiamati "barchini", manovrati da operatori noti come monatti. I monatti, termine che in altre città indicava coloro che trasportavano i cadaveri delle vittime della peste, a Venezia avevano un compito meno macabro ma altrettanto essenziale: raccoglievano i rifiuti dalle case e dalle botteghe e li trasportavano fuori città per lo smaltimento. Ogni quartiere aveva punti di raccolta designati, dove i cittadini potevano lasciare i loro rifiuti per il successivo ritiro. Lo smaltimento dei rifiuti: destinazioni e usi alternativi Discariche e riutilizzo Una parte significativa dei rifiuti organici veniva riutilizzata per l'agricoltura nelle isole della laguna o nelle campagne della terraferma veneziana. Gli scarti alimentari e il letame erano particolarmente richiesti come fertilizzanti per migliorare la resa agricola in un territorio povero di terra coltivabile. Per i rifiuti non riutilizzabili, esistevano aree apposite dove venivano scaricati. Alcuni di questi materiali venivano usati per consolidare le fondazioni di nuove costruzioni: un esempio emblematico è l'isola di Murano, dove i detriti venivano spesso usati per ampliare le superfici edificabili. La lotta contro l'inquinamento nei canali Uno dei maggiori problemi di Venezia era l'inquinamento dei canali. Sebbene alcuni rifiuti finissero inevitabilmente in acqua, la Repubblica aveva emanato severe leggi per prevenire lo scarico indiscriminato. I commercianti e gli artigiani, in particolare quelli che lavoravano pelli e tessuti, erano sottoposti a controlli rigidi per evitare che scaricassero sostanze nocive nei corsi d'acqua. Il finanziamento della pulizia pubblica Tasse e contributi dei cittadini La gestione dei rifiuti a Venezia era finanziata principalmente attraverso tasse imposte ai cittadini e ai commercianti. Le botteghe, che producevano una grande quantità di scarti, pagavano una tassa proporzionale alla loro attività. Anche le famiglie contribuivano con una quota destinata al mantenimento del sistema di pulizia. Concessioni agli appaltatori privati Il governo veneziano spesso concedeva la gestione dei servizi di pulizia a appaltatori privati, i quali si occupavano della raccolta e dello smaltimento dietro compenso. Questo sistema, simile a quello adottato oggi in molte città moderne, permetteva di mantenere costi contenuti e garantire efficienza nel servizio. Multe e sanzioni Un'altra fonte di finanziamento era rappresentata dalle multe inflitte a coloro che non rispettavano le norme igieniche. Chi veniva sorpreso a gettare rifiuti nei canali o nei luoghi pubblici rischiava sanzioni pecuniarie significative. L'impatto della gestione dei rifiuti sulla città e sulla salute pubblica La Serenissima aveva compreso che una città pulita era una città più sicura e vivibile. Grazie a regolamenti severi, controlli efficaci e un sistema di raccolta innovativo, Venezia riuscì a mantenere un livello di igiene superiore rispetto a molte altre città europee dell'epoca. Questo contribuì a ridurre il rischio di epidemie e a preservare la bellezza della città lagunare, un aspetto che ancora oggi la rende unica al mondo. Conclusione La gestione dei rifiuti a Venezia durante la Serenissima Repubblica rappresentava un esempio di efficienza e innovazione. Grazie a un'organizzazione amministrativa rigorosa, all'impiego di mezzi di raccolta adatti alla conformazione della città e a un sistema di finanziamento sostenibile, la Serenissima riuscì a mantenere Venezia pulita e salubre. Questo modello storico offre spunti interessanti anche per le moderne strategie di gestione dei rifiuti urbani, dimostrando che già secoli fa l'importanza dell'igiene e della sostenibilità era ben compresa dalle autorità veneziane.© Riproduzione Vietata
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Da Woody Guthrie a Woodstock: Il Viaggio Epico del RockCome il Folk e il Blues Hanno Forgiato la Rivoluzione Musicale degli Anni '60 e '70di Marco ArezioLa musica rock, con la sua vasta gamma di sottogeneri e influenze culturali, rappresenta uno dei fenomeni più rivoluzionari della musica contemporanea. Questo articolo esplorerà il percorso evolutivo della musica rock, partendo dalle radici folk e blues incarnate da figure come Woody Guthrie, fino al culmine del movimento hippy e il leggendario festival di Woodstock del 1969.Le Radici: Folk e Blues Woody Guthrie e il Folk Woody Guthrie, nato nel 1912 in Oklahoma, è una delle figure più influenti nella storia della musica folk americana. Le sue canzoni, spesso incentrate su temi sociali e politici, hanno gettato le basi per la musica folk moderna. Guthrie ha viaggiato in lungo e in largo per gli Stati Uniti durante gli anni della Grande Depressione, documentando le esperienze delle persone comuni attraverso la sua musica. Canzoni come "This Land Is Your Land" sono diventate inni per i movimenti di giustizia sociale e hanno ispirato generazioni di musicisti. Il Blues: L'Anima della Musica Americana Parallelamente, il blues ha svolto un ruolo cruciale nello sviluppo della musica rock. Nato nel profondo sud degli Stati Uniti, il blues esprimeva le sofferenze e le speranze degli afroamericani. Artisti come Robert Johnson, Muddy Waters e B.B. King hanno contribuito a plasmare il suono e l'ethos del blues. La struttura musicale del blues, caratterizzata da progressioni di accordi semplici e liriche emotive, è diventata una componente fondamentale del rock. La Fusione delle Tradizioni: Dalla Folk Revival al Rock'n'Roll Il Folk Revival degli Anni '50 e '60 Negli anni '50 e '60, gli Stati Uniti hanno assistito a un rinascimento della musica folk, guidato da artisti come Pete Seeger e il gruppo The Weavers. Questo movimento ha ripreso le tradizioni folk e le ha presentate a una nuova generazione, spesso infondendole con un senso di protesta sociale e politica. Bob Dylan, influenzato da Woody Guthrie, è emerso come una figura chiave di questo periodo, mescolando il folk con elementi poetici e politici che hanno ampliato l'appeal del genere. L'Esplosione del Rock'n'Roll Alla fine degli anni '50, il rock'n'roll ha fatto irruzione sulla scena musicale. Questo nuovo genere combinava elementi di blues, country e rhythm and blues, creando un suono energetico e ribelle. Pionieri come Elvis Presley, Chuck Berry e Little Richard hanno contribuito a definire il rock'n'roll, attirando un pubblico giovane e inaugurando una nuova era nella musica popolare. Il rock'n'roll ha rappresentato una liberazione culturale e ha sfidato le norme sociali dell'epoca.L'Età dell'Oro del Rock: Gli Anni '60 e '70 La British Invasion Negli anni '60, il rock ha subito un'altra trasformazione significativa con la cosiddetta "British Invasion". Band britanniche come The Beatles e The Rolling Stones hanno portato il rock a nuovi livelli di popolarità internazionale. I Beatles, in particolare, hanno sperimentato con vari stili musicali, dal rock al pop, dal folk alla psichedelia, influenzando innumerevoli artisti e contribuendo a elevare il rock a forma d'arte. La Psichedelia e il Movimento Hippy Con l'avvento della controcultura hippy negli anni '60, il rock ha abbracciato la psichedelia. Band come The Grateful Dead, Jefferson Airplane e The Doors hanno esplorato nuovi territori musicali, sperimentando con suoni, effetti e testi che riflettevano le esperienze psichedeliche e le visioni utopiche del movimento hippy. La musica rock è diventata un mezzo per esprimere libertà, amore e resistenza politica. Woodstock: Il Culmine di un'Epoca Il festival di Woodstock del 1969 rappresenta il culmine della fusione tra musica rock e cultura hippy. Tenutosi a Bethel, New York, Woodstock ha attirato oltre 400.000 persone e ha presentato performance leggendarie di artisti come Jimi Hendrix, Janis Joplin, The Who e Crosby, Stills, Nash & Young. Il festival è stato non solo un evento musicale, ma anche un simbolo di pace, amore e unità tra i giovani di tutto il mondo. Woodstock ha incarnato lo spirito del tempo, segnando una pietra miliare nella storia della musica rock e della cultura popolare. Conclusione Da Woody Guthrie a Woodstock, la musica rock ha percorso un viaggio straordinario, evolvendosi dalle radici folk e blues per diventare la colonna sonora di una generazione.Questo viaggio non solo ha trasformato la musica, ma ha anche influenzato profondamente la società e la cultura, dando voce a istanze di cambiamento sociale e di ribellione giovanile. Oggi, il retaggio di questa evoluzione continua a risuonare, mantenendo viva la forza innovativa e rivoluzionaria della musica rock.© Vietata la Riproduzione
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La Ricetta della Cascina del Pellicano. Capitolo 1: Il Conte Gianalberto Marchetti Nobiltà agricola, pigrizia ereditaria e l’arte di perdere tutto senza far rumoreGennaio 2026di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Romanzo giallo-ironico. La Ricetta della Cascina del Pellicano. Capitolo 1: Il Conte Gianalberto Marchetti A Sommo Lomellina conoscevano tutti Gianalberto Marchetti, anzi il conte Gianalberto Marchetti. Non perché facesse qualcosa di memorabile, ma perché non faceva quasi nulla, e in un paese della Lomellina anche l’inerzia, se portata con costanza aristocratica, finisce per diventare un tratto distintivo. Il suo nome e il suo cognome venivano pronunciati sempre insieme, senza pause, come un colpo secco di doppietta sparato all’alba nei campi: GianalbertoMarchetti. Il titolo nobiliare, invece, godeva di una vita autonoma. Sul campanello del cancello della cascina la parola Conte era stampata con caratteri più grandi del nome, due misure sopra, come un avvertimento silenzioso rivolto ai curiosi, ai postini e agli occasionali venditori ambulanti: qui abita qualcuno che discende da una storia, anche se la storia, da tempo, non passava più di lì. La cascina Marchetti, all’inizio del Novecento, era stata una delle più solide del paese. Quando Sommo Lomellina era poco più di una manciata di case raccolte attorno alla chiesa, con strade sterrate e filari di pioppi che sembravano messi lì apposta per misurare il vento, i Marchetti già possedevano campi, risaie e stalle. La Lomellina di allora era un mondo lento e rigoroso, scandito dall’acqua che entrava ed usciva dai canali, dalle stagioni del riso, dal rumore delle mondine che cantavano per ingannare la fatica. Le famiglie nobiliari non brillavano per ostentazione, ma per solidità: terra, bestiame, silos, contratti scritti con calligrafie severe. Il padre di Gianalberto, il conte Ulderico Marchetti, come il nonno prima di lui, aveva creduto nel progresso agricolo. Aveva comprato appezzamenti confinanti, ampliato le stalle, costruito nuovi depositi per le vacche e per i cavalli, innalzato silos moderni per conservare le sementi. Era l’epoca in cui anche la campagna si industrializzava senza accorgersene, con una fiducia quasi ingenua nella continuità del lavoro e nel fatto che i figli avrebbero fatto almeno quanto i padri. Ulderico Marchetti aveva costruito la sua azienda agricola come altri edificano una fortezza: senza chiedere permesso a nessuno, senza debiti e senza concessioni. Più di duemila pertiche di terra coltivabile, tutte acquistate in contanti, perché le rate — lo diceva con la stessa inflessione con cui si parla delle malattie vergognose — erano “roba da poveracci e da gente che non sa aspettare”. La terra, secondo lui, doveva essere posseduta come si possiede una certezza: una volta per tutte. A quella distesa di campi si aggiungevano ottantanove cavalli da corsa, scelti con un occhio che non sbagliava quasi mai, e trecentosettantacinque vacche da latte, contate con precisione maniacale solo quando qualcuno osava metterne in dubbio il numero. Poi c’erano pecore, capre, galline, oche, tacchini e una costellazione di altri animali che entravano e uscivano dal loro mondo con una naturalezza tale che Ulderico stesso smetteva di contarli. Attività minori, diceva. Non per disprezzo, ma per gerarchia: nella sua testa tutto aveva un ordine preciso, e ciò che non stava in cima poteva permettersi di essere approssimativo. Nato alla fine dell’Ottocento, Ulderico apparteneva a una razza d’uomini che sembrava già antica mentre nasceva. Era “il conte”, come lo chiamavano con timore in paese: non alto soltanto di statura, ma di presenza. Uno di quelli che parlavano poco, pochissimo, e che proprio per questo facevano rumore. Bastava uno sguardo — fermo, inclinato appena di lato, come se stesse valutando la solidità morale di chi aveva davanti — per mettere a disagio anche il più sicuro di sé. Dopo quello sguardo, la maggior parte delle persone arrivava spontaneamente alla conclusione che sarebbe stato meglio dargli ragione. Non perché minacciasse, ma perché dava l’impressione che il mondo, senza il suo consenso, potesse improvvisamente diventare un posto meno ospitale. Ulderico non alzava mai la voce. Non ne aveva bisogno. Le frasi le lasciava cadere come pietre ben scelte, e quando taceva — che era spesso — il silenzio faceva il resto. In paese c’era chi lo temeva, chi lo rispettava e chi, più onestamente, faceva entrambe le cose senza cercare troppe giustificazioni morali. Eppure, dietro quella scorza compatta, c’era una traiettoria meno lineare di quanto apparisse. Laureato in medicina, Ulderico avrebbe potuto scegliere una vita diversa, più pulita, più cittadina, magari persino elegante. Aveva studiato il corpo umano con metodo e rigore, imparando a riconoscere i segni della malattia come altri imparano a leggere il tempo dalle nuvole. Ma suo padre — uomo pratico, di quelli che vedono il futuro solo se ha le zampe o le ruote — lo costrinse a conseguire una seconda laurea, in veterinaria. Non fu una richiesta. Fu una decisione travestita da consiglio paterno. «La medicina cura gli uomini,» gli disse una sera, «ma gli uomini pagano quando vogliono. Le bestie, invece, se muoiono, sono una perdita vera. E chi sa curarle, non resta mai senza lavoro.» Ulderico non protestò. Non era tipo. Incassò anche quella, come aveva incassato altre scelte prese sopra la sua testa, e tornò sui libri. Studiò gli animali con la stessa serietà con cui aveva studiato gli uomini, forse con più rispetto. Le vacche non mentono sui sintomi, i cavalli non simulano, le pecore non discutono le diagnosi. In fondo, pensava, c’era una certa giustizia in tutto questo. Col tempo, quella seconda laurea divenne davvero un lasciapassare: per una vita agiata, prospera, solidamente piantata nella terra come le querce che delimitavano i suoi campi. Ulderico imparò a conoscere ogni ciclo, ogni stagione, ogni fragilità nascosta sotto la forza apparente. E se qualcuno gli faceva notare l’ironia di un medico che curava più bestie che uomini, lui si limitava a stringere le labbra in una piega quasi impercettibile. Non era un sorriso, ma gli assomigliava abbastanza da far capire che la battuta era arrivata, ed era stata archiviata come irrilevante. In vecchiaia — ammesso che lo si possa definire vecchio, perché Ulderico sembrava semplicemente più scolpito dal tempo — qualcuno iniziò a dire che fosse stato fortunato. Lui non avrebbe mai usato quella parola. La fortuna implicava il caso, e il caso era una forma di disordine. Preferiva parlare di lavoro, di pazienza, di decisioni prese senza tremare. E se ogni tanto, la sera, restava fermo a guardare i campi in silenzio, forse non stava contando le pertiche né le bestie, ma le rinunce che non aveva mai nominato. Anche quelle, del resto, erano attività minori. Poi arrivò Gianalberto, unico figlio. Gianalberto Marchetti era nato stanco. Non fisicamente, ma moralmente. Portava il titolo come si porta un cappotto ereditato: troppo grande sulle spalle, con le tasche piene di ricordi altrui. Aveva studiato quel tanto che bastava per non sfigurare nei pranzi domenicali, aveva appreso i rudimenti dell’amministrazione agricola senza mai innamorarsene davvero. La terra non lo affascinava, gli animali lo annoiavano, i conti lo confondevano. Preferiva la quiete del portico, una sedia impagliata, e il tempo che passava senza chiedere spiegazioni. Negli ultimi trent’anni non si poteva dire che avesse tenuto granché della proprietà. I campi migliori erano stati affittati, poi venduti. Le stalle, una alla volta, avevano chiuso: prima i cavalli, ormai inutili; poi le vacche, troppo impegnative; infine anche i silos, svuotati e lasciati a fare ombra ai gatti. Ogni decisione era stata presa senza drammi, con una calma che rasentava l’indifferenza, come se la decadenza fosse una naturale prosecuzione della tradizione. Gianalberto Marchetti era nato su una montagna di soldi. Non una collina, non un’altura gentile: una montagna vera, di quelle che ti tolgono l’aria solo a guardarle, con versanti ripidi fatti di rendite, poderi, eredità stratificate come ere geologiche. Scendere fino a terra, da lassù, avrebbe richiesto una combinazione di impegno, volontà e una certa ostinazione autodistruttiva. Qualità che, in teoria, non avrebbero dovuto appartenere a un uomo pigro. E invece Gianalberto ci riuscì. Ci riuscì benissimo. Era pigro fino alle più recondite cellule del suo corpo. Una pigrizia non urlata, non teatrale, ma profonda, organica, quasi scientifica. Non la pigrizia del ribelle, che almeno lotta contro qualcosa, ma quella dell’uomo che si lascia scivolare via dalle cose come l’acqua su una cerata. Gianalberto non faceva scelte sbagliate con convinzione: semplicemente, non faceva scelte. E quando le faceva, era perché rimandarle ulteriormente avrebbe richiesto uno sforzo ancora maggiore. Da bambino aveva avuto tutto, e tutto senza condizioni. Il denaro, in casa Marchetti, non era uno strumento ma un clima: c’era e basta, come l’umidità o la nebbia. Nessuno glielo spiegava davvero, perché non sembrava necessario. Crescendo, Gianalberto aveva sviluppato una straordinaria capacità di dare per scontato l’essenziale e di complicare l’inutile. Le opportunità gli passavano davanti con la discrezione di chi sa di non dover insistere. Lui le guardava passare, a volte con una vaga curiosità, più spesso con quella stanchezza preventiva che ti coglie quando intuisci che qualcosa, per funzionare, richiederà continuità. Aveva studiato quel tanto che bastava per non essere considerato un fallimento immediato, ma mai abbastanza da diventare qualcuno. Ogni traguardo raggiunto sembrava più frutto di inerzia che di merito: era arrivato lì perché non si era spostato in tempo per evitarlo. I titoli, le possibilità di carriera, persino le relazioni importanti gli cadevano addosso come cappotti appesi male: li indossava per un po’, poi li dimenticava su una sedia, lasciando che qualcun altro li rimettesse a posto. Il patrimonio, intanto, iniziava a sgretolarsi non per colpi di scena, ma per mancanza di manutenzione. Gianalberto non sperperava con gusto, non faceva follie degne di essere raccontate. Sarebbe stato troppo faticoso. Lasciava semplicemente che le cose si consumassero: un investimento non seguito, una firma rimandata, un affare “che poi vediamo”. Il denaro usciva velocemente, con la stessa discrezione con cui era entrato, come aria da una stanza con troppe finestre aperte. Chi lo osservava dall’esterno faticava a capire. “Ma come si fa?”, si chiedevano. Come si fa a rovinarsi così, senza nemmeno l’alibi del vizio o della passione? La verità è che Gianalberto non si era mai sentito davvero in cima a quella montagna. Per lui era solo il punto di partenza, una condizione naturale, e come tutte le condizioni naturali non meritava particolare attenzione. Scendere, in fondo, non gli sembrava un gesto clamoroso. Era solo la conseguenza logica del non salire mai da nessuna parte. Col tempo imparò a vivere più in basso, adattandosi con una sorprendente elasticità. Rinunciava senza dolore a ciò che non aveva mai desiderato davvero. I campi venivano venduti, malamente, perchè contrattare costava fatica, i conti più magri, le certezze più rare. Eppure Gianalberto non appariva infelice. Al contrario, sembrava quasi sollevato. Ogni gradino perso era una responsabilità in meno, una decisione evitata, un futuro che non chiedeva spiegazioni. Quando qualcuno gli ricordava, con un misto di rimprovero e nostalgia, da dove venisse, lui alzava le spalle. Non c’era amarezza nel gesto, solo una stanca neutralità. La montagna di soldi esisteva ancora nei racconti degli altri, ma per lui era diventata un luogo astratto, come un’infanzia troppo lontana per essere rimpianta sul serio. Alla fine della discesa, arrivato finalmente a terra, Gianalberto non guardò mai indietro. Non per orgoglio, né per vergogna. Semplicemente perché voltarsi avrebbe richiesto uno sforzo inutile. E in questo, almeno, era rimasto coerente fino all’ultimo. Intanto Sommo Lomellina cambiava. Dopo la guerra erano arrivati l’asfalto, le prime automobili, le televisioni accese dietro le finestre. Le risaie avevano resistito, ma attorno erano spuntati capannoni, strade provinciali, parcheggi. I giovani avevano iniziato ad andarsene, prima a Pavia, poi a Milano. Il paese si era rimpicciolito senza scomparire, come un vestito lavato troppe volte. Negli anni Duemila, Sommo era diventata un luogo tranquillo, quasi invisibile. Un bar, una farmacia, una pizzeria che apriva solo la sera. Il conte Marchetti continuava a vivere nella cascina, ormai sproporzionata rispetto alla sua vita. Ogni tanto qualcuno suonava al cancello, leggeva Conte sul campanello e abbassava istintivamente la voce, come se dietro quelle lettere più grandi si nascondesse ancora un’autorità reale. Gianalberto li accoglieva con cortesia distratta, firmava carte senza leggerle troppo, sorrideva con l’aria di chi ha ereditato un ruolo ma non una vocazione. Era l’ultimo discendente di una nobiltà agricola che aveva creduto nella durata delle cose, e forse proprio per questo non aveva avuto la forza di difenderle. A Sommo Lomellina lo conoscevano tutti, e nessuno lo giudicava davvero. In fondo, pensavano, anche l’indolenza può essere una forma di coerenza. E mentre il paese continuava lentamente a cambiare, Gianalberto Marchetti restava lì, testimone gentile e un po’ ironico di un tempo che se n’era andato senza fare rumore. Viveva ormai barricato in cascina, non per paura del mondo ma per una sorta di tacito armistizio con esso. La cascina, del resto, aveva imparato a convivere con la sua presenza silenziosa: porte che si aprivano raramente, finestre socchiuse anche d’estate, stanze intere che nessuno attraversava più se non la polvere. Eppure, nell’assolato luglio del 1998, quando l’aria sopra la Lomellina sembrava immobile come una lastra di vetro e le risaie restituivano un odore caldo di acqua ferma e paglia, Gianalberto Marchetti prese una decisione. Una decisione vera. Una di quelle che, anche solo per la fatica di essere pensate, meritano di essere ricordate. Era stanco. E questo, per lui, non costituiva una novità. La stanchezza era la sua condizione naturale, come l’umidità per i muri della cascina. Ma quella volta era una stanchezza più sottile, quasi burocratica. Gli bastava aprire una busta, leggere l’intestazione, e sentirsi invaso da un fastidio sordo: Cascina Conti Marchetti. Sempre quello. Sui conti correnti, sulle comunicazioni del consorzio agrario, sulle raccomandate del Comune, persino sulle rare cartoline di parenti lontani che ancora credevano esistesse una dinastia compatta dietro quel nome. Cascina Conti Marchetti. Un nome che sapeva di passato, di gravitas, di responsabilità che nessuno aveva più intenzione di esercitare. Fu così che, in un pomeriggio in cui il caldo sembrava aver sospeso anche il buon senso, Gianalberto ebbe quello che, con generosità, si potrebbe definire un impeto imprenditoriale. Nulla di duraturo, sia chiaro. Più che altro un colpo di tosse dell’anima, un guizzo isolato in una lunga carriera di quieta rinuncia. Decise che il nome della cascina doveva cambiare. Non per rilanciare l’attività, non per darle un futuro, ma per togliersi di dosso quel fastidio nominale che lo accompagnava da una vita. La cosa, per come la intese lui, doveva essere fatta con la dovuta solennità. Non si cambia il nome a una cascina centenaria come si cambia una targhetta sul citofono. Occorreva un atto, un timbro, una firma autorevole. Occorreva un notaio. E così, contro ogni aspettativa, convocò a Sommo Lomellina il notaio Alfonso Gallotto, direttamente da Pavia. La notizia, nel paese, circolò con la velocità che solo gli eventi improbabili riescono ad avere. Il conte fa venire il notaio, si diceva al bar, con quel tono che mescola curiosità e incredulità. Qualcuno ipotizzò una vendita definitiva, qualcun altro un lascito clamoroso. Nessuno, naturalmente, immaginò che si trattasse solo di un nome. Il giorno stabilito, Gallotto arrivò in cascina in pompa magna, come se stesse per rogitare la cessione di un impero agricolo ancora funzionante. Completo scuro nonostante il caldo, valigetta di cuoio, passo misurato. Gianalberto lo accolse con una formalità leggermente fuori tempo, come chi recita una parte imparata male ma con convinzione. Gli fece strada nel salone grande, quello che un tempo ospitava pranzi di famiglia e che ora viveva di echi. Il notaio osservava, prendeva appunti mentali, annuiva. Gallotto era un uomo abituato alle stranezze patrimoniali, ma quella situazione lo incuriosiva. Nessun movimento, nessuna urgenza economica evidente, solo un proprietario che sembrava voler archiviare un pezzo di sé senza sapere bene cosa metterci al suo posto. «Dunque, conte,» disse infine, aprendo il taccuino, «mi ha parlato di una modifica toponomastica.» Gianalberto annuì lentamente. Non aveva preparato un discorso. Non ne aveva mai preparati. Si limitò a dire che quel nome non gli apparteneva più, che lo stancava, che sentiva il bisogno di guardare la cascina senza leggere addosso tutta quella genealogia. Gallotto ascoltò senza interrompere, come si fa con chi non chiede consiglio ma solo conferma. Redigere l’atto richiese più tempo del previsto. Bisognava richiamare mappe, confini, registri catastali, memorie scritte che nessuno consultava da decenni. Ogni riferimento alla Cascina Conti Marchetti veniva lentamente smontato, parola dopo parola, come un’insegna arrugginita. Quando il notaio se ne andò, lasciandosi dietro il rumore dell’auto sulla ghiaia, Gianalberto rimase solo nel cortile. Il caldo era sempre lo stesso, la cascina non era cambiata di un millimetro, eppure qualcosa, dentro di lui, si era alleggerito. Non sapeva ancora bene cosa avrebbe significato quel nuovo nome. Ma per la prima volta dopo anni aveva la sensazione di aver fatto qualcosa non per inerzia, bensì per scelta. Il resto, pensò, sarebbe venuto dopo. O forse no. Ma almeno, da quel luglio del 1998, la cascina non si sarebbe più chiamata come prima. E questo, per Gianalberto Marchetti, era già una piccola rivoluzione, un'azione imprenditoriale di alto livello. Quando la macchina del notaio sparì all’orizzonte, inghiottita dalla strada bianca che tagliava i campi in direzione di Cava Manara, il conte Gianalberto Marchetti restò per qualche secondo immobile, con una mano ancora appoggiata al ferro bollente del cancello. Lo richiuse con un gesto lento e definitivo, come si chiude un capitolo più per stanchezza che per convinzione, e si incamminò sull’aia. La ghiaia scricchiolava sotto le suole leggere delle sue scarpe estive, mentre il sole di luglio batteva senza pietà sulle mura rosate della cascina. L’aia era grande, sproporzionata rispetto all’uso che se ne faceva ormai. Un tempo ci passavano carri, uomini, bestiame, granaglie e voci. Ora ci transitava solo lui, qualche volta il postino, e più spesso nessuno. Il portico affacciato sul giardino lo attendeva come sempre, con la sua ombra indulgente e il profumo stanco delle assi di legno scaldate dal sole. Fu allora che gli si avvicinò Caligola. Il cagnolino sbucò da dietro una vecchia carriola arrugginita, scodinzolando con la moderazione tipica dei cani che hanno imparato a non pretendere troppo dalla vita. Caligola era un bastardino di difficile classificazione, una miscela casuale di razze e circostanze. Gianalberto lo aveva trovato anni prima, una mattina d’autunno, rannicchiato vicino alla pompa dell’acqua, infreddolito e silenzioso, come se stesse aspettando qualcuno che non sarebbe mai arrivato. Non c’era stato bisogno di decisioni solenni allora: Caligola era rimasto, e questo era bastato. Il conte si fermò, si chinò con una certa rigidità alle ginocchia, e gli accarezzò la testa. Il gesto aveva qualcosa di affettuoso e insieme di cerimoniale, come se anche quella carezza dovesse sottostare a una forma precisa. «Da oggi, Caligola mio,» disse con un tono marziale che stonava leggermente con la scena, «tu non vivi più alla Cascina Marchetti.» Il cane inclinò appena la testa, un orecchio piegato in avanti, l’altro indietro. Era l’espressione che riservava ai momenti in cui il padrone parlava più a se stesso che a lui. «Se incontrerai i tuoi amici randagi,» proseguì Gianalberto, con una serietà degna di un proclama ufficiale, «quelli che arrivano dai fossi dei campi, dirai loro che da oggi vivi alla Cascina del Pellicano.» Fece una breve pausa, come per assaporare il suono di quel nome nell’aria immobile del pomeriggio. «Vedi, Caligola,» aggiunse, abbassando leggermente la voce, «questo nome ci riporterà allo splendore dei miei avi.» Caligola lo guardò. Lo guardò a lungo, con quello sguardo opaco e profondo che solo i cani possiedono, uno sguardo che sembra comprendere molto più di quanto sia disposto ad ammettere. Non afferrava il concetto di avi, né quello di splendore, né tantomeno la portata simbolica di un pellicano in mezzo alle risaie della Lomellina. Ma percepiva qualcosa: una variazione nel tono del padrone, un cambiamento minuscolo ma reale. Per un istante parve interrogarsi su chi dei due fosse il più lucido. Poi, con la saggezza pratica di chi ha già risolto dilemmi più urgenti — come il caldo, la sete e la ricerca dell’ombra — decise che non spettava a lui giudicare. Un cane, dopotutto, non può permettersi il lusso di sentirsi più razionale del proprio padrone. Senza fretta, Caligola sgattaiolò sotto il portico, si accucciò sullo zerbino di casa e vi si sistemò con cura, girando su se stesso un paio di volte prima di trovare la posizione ideale. Lì, all’ombra, la questione dei nomi poteva attendere. Gianalberto rimase a guardarlo per qualche secondo. Poi si sedette anche lui, lasciando che il silenzio del pomeriggio tornasse a occupare ogni cosa. La cascina era sempre la stessa, i muri non avevano cambiato colore, il giardino non era improvvisamente rifiorito. Eppure, nella testa del conte, qualcosa si era spostato di pochi centimetri, quanto basta per credere — almeno per quel giorno — che un nuovo nome potesse davvero aprire una stagione diversa. La Cascina del Pellicano, pensò. E per la prima volta dopo molto tempo, sorrise senza un motivo preciso. Mentre le palpebre del conte si abbassavano lentamente, protette dalla larga tesa del cappello da mondina che portava più per affinità climatica che per tradizione, Gianalberto Marchetti scivolò in quello stato intermedio che non è ancora sonno e non è più veglia. Lui che un dito del piede nell’acqua delle risaie non ce lo aveva mai messo, né per lavoro né per sfida, lasciò che fosse la mente a camminare al posto suo, attraversando la fattoria come si attraversa una casa conosciuta al buio. Sentiva il ronzio sottile delle zanzare, attratte da qualche goccia di sudore che il suo corpo, senza alcuno sforzo apparente, continuava a produrre. Gli giravano intorno al cappello, insistenti ma non aggressive. Lui le lasciava fare. Non tentava di scacciarle, non alzava una mano. Non le avrebbe mai prese, lo sapeva bene, e quindi tanto valeva non far fatica. In quel gesto di resa gentile c’era tutta la sua filosofia di vita: evitare lo scontro quando lo scontro non porta alcun guadagno. Nel dormiveglia, iniziò a contare. Non per fare un bilancio economico — quelli li aveva sempre evitati — ma per una necessità più intima, quasi affettiva. Cosa gli era rimasto. Cosa era rimasto alla Cascina del Pellicano. Per prima cosa, una vacca da latte. La vecchia Gina. Sola soletta in una stalla progettata per trecentocinquanta capi. Gina aveva visto passare generazioni di animali, mungitori, rumori. Ora occupava uno spazio che rimbombava di vuoto. Quando si muoveva, il suono degli zoccoli sembrava eccessivo, sproporzionato rispetto al corpo. Gianalberto la conosceva bene, il fiato lento, l’abitudine a voltare la testa quando lo sentiva arrivare. Non produceva più molto latte, ma non importava. Gina non era rimasta per produzione. Era rimasta per continuità. Poi c’era il cavallo. Non da corsa, non da tiro. Un cavallo che, se si fosse dovuto catalogare con onestà, si sarebbe potuto definire da compagnia. Un animale senza un ruolo preciso, come lui. Stava bene nel suo recinto, mangiava con calma, osservava. Ogni tanto Gianalberto gli parlava, senza aspettarsi risposta. Il cavallo ascoltava, e questo era sufficiente. In un’epoca in cui tutto doveva servire a qualcosa, quel cavallo inutile gli sembrava una forma di resistenza silenziosa. Poi le galline. Poche, libere sull’aia, indisciplinate. Deponevano uova quando volevano, dove capitava. Ogni tanto qualcuna spariva, vittima di un cane di passaggio o di una volpe notturna. Gianalberto non faceva grandi drammi. Le galline, come i pensieri, andavano e venivano. Non si possiedono davvero. Infine la terra. Cento pertiche. Le contò lentamente, come si contano le perline di un rosario. Cento. Non una di più. Le altre millenovecento erano volate via nel tempo, senza un giorno preciso, senza una data che valesse la pena ricordare. Vendute, cedute, dimenticate. Erano sparite come spariscono le stagioni quando non le segni sul calendario. Nel suo dormiveglia non provava rabbia. Nemmeno vero rimpianto. Piuttosto una malinconia quieta, simile a quella che si sente quando si rientra in una casa d’infanzia e ci si accorge che le stanze sono più piccole di come le si ricordava. Non è la casa a essere cambiata. È lo sguardo. La Cascina del Pellicano, pensò senza dirlo: cento pertiche date da coltivare al contoterzista, una vacca, un cavallo, qualche gallina, un cane, una domestica e lui. Non era molto, secondo i parametri del mondo. Ma in quel momento, con le zanzare che ronzavano e il caldo che avvolgeva ogni cosa come una coperta pesante, a Gianalberto parve sufficiente. E mentre il sonno prendeva definitivamente il sopravvento, si concesse un pensiero semplice, quasi infantile: domani ci penseremo, forse, a far tornare grande la cascina.#marcoarezio
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Materia Nuova. Capitolo 3: Il Legno e le Sue Rinascite SilenzioseTracce, memorie e trasformazioni artistiche del legno recuperatoNovembre 2025di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.Saggio. Materia Nuova: Capitolo 3. Il Legno e le Sue Rinascite SilenzioseIl legno è una delle materie più antiche che l’umanità abbia imparato a trasformare. Prima ancora di scrivere, prima di fondere metalli o di plasmare ceramiche, l’uomo ha imparato a conoscere il legno: lo ha toccato, inciso, scavato, bruciato, costruito, conservato. È un materiale che appartiene al tempo, alla vita, alla crescita, ma anche al decadimento, all’umidità, agli insetti, al vento. Il legno vive prima di diventare oggetto e continua a vivere anche dopo essere stato scartato. Per questo, quando un artista sceglie di recuperare un pezzo di legno abbandonato, non sta soltanto lavorando con una materia naturale: sta lavorando con un frammento di mondo, con una biografia che precede e supera quella umana.ACQUISTA IL LIBRO Il legno di scarto è forse il materiale che più chiaramente incarna l’idea di rinascita. Nonostante il suo logorio, conserva una dignità profonda: anche rovinato, scheggiato, mangiato dal tempo, continua a raccontare la sua origine. È un materiale che non smette mai di essere sé stesso. Un pezzo di legno recuperato mantiene la memoria dell’albero che è stato, del terreno che lo ha nutrito, del lavoro che lo ha trasformato, degli ambienti che ha attraversato....
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Le pale eoliche: un rifiuto difficile che può essere riciclatoPale eoliche, una composizione di molti materiali solidamente ancorati tra loro ne rendeva impossibile il riciclodi Marco ArezioIl vento è un pilastro della produzione delle energie rinnovabili e, da anni, si sta sfruttando con sempre maggiore interesse costruendo ed installando turbine che possano intercettare il vento e creare energia elettrica. Nonostante la prima informazione che ci è giunta dal passato circa l’utilizzo del vento per scopi meccanici risale al I secolo D.C. ad opera dell’Ingegnere greco Erone di Alessandria, la forza del vento all’epoca veniva soprattutto sfruttata nel campo navale, per riempire le vele e creare il moto delle barche sull’acqua. Intorno al IX secolo D.C. si iniziò in India, Iran e in Cina, ad usare il vento per far girare delle pale telate che potevano imprimere una forza ad un sistema di trasmissione, attraverso il quale si potevano eseguire nuovi lavori meccanizzati, come macinare i cereali, pompare l’acqua o eseguire alcune attività nel campo edile. In Europa i mulini a vento si diffusero in maniera capillare, soprattutto in Olanda, utilizzandoli per pompare l’acqua dai terreni sotto il livello del mare. Questa operazione fu così importante nelle operazioni di bonifica, che il mulino a vento assunse una figura rappresentativa del paese. Per vedere l’uso del vento nella produzione di energia elettrica, abbiamo dovuto aspettare fino al 1887 quando il professor James Blyth costruì, nel suo guardino, la prima turbina eolica per dare la corrente al suo cottage. Il risultato fu così incoraggiante che nel 1891 depositò il brevetto. Negli anni successivi molti altri inventori e scienziati studiarono, testarono e brevettarono, migliorie sul numero di pale ideale per fruttare al meglio la forza del vento, il loro profilo, i sistemi meccanici dei rotori e le altezze corrette di installazione delle turbine. Le pale eoliche, non metalliche, sono formate da un agglomerato di prodotti la cui prevalenza è costituita da legno di balsa, plastica, fibra di vetro, ed in misura minore da fibre di carbonio e metalli vari. Il ciclo di vita di un parco eolico può essere considerato intorno ai 25 anni e, recentemente, si è presentata la prima ondata di turbine dismesse. Teniamo in considerazione che, nella sola Germania, si prevedono nel 2024 circa 15.000 pale da riciclare. La difficoltà di separare gli elementi che costituiscono il manufatto ha fatto mettere in moto l’istituto tedesco WKI, che hanno studiato come separare il legno di balsa dalle parti plastiche e dalla vetroresina, al fine di recuperare le parti in legno per costruire nuovi pannelli isolanti per edifici. In una lama del rotore può contenere fino a 15 metri cubi di balsa, un legno leggerissimo e molto resistente, ma essendo solidarizzato con la vetroresina e la plastica, era considerato un rifiuto non riciclabile e finiva negli impianti di incenerimento o nelle cementerie come combustibile. L’istituto WKI dopo vari tentativi, ha capito che i componenti si potevano separate sfruttando la loro tenacità, infatti inserendo il prodotto in un mulino a rotazione e scagliando il pezzo contro delle parti metalliche, la balsa si scomponeva dai pezzi in vetroresina e da quelli in plastica. La balsa recuperata veniva ceduta agli impianti di produzione di pannelli fonoisolanti ultraleggeri, infatti, questi, raggiungono una densità di circa 20 Kg. per metro cubo e le loro prestazioni sono paragonabili ai pannelli in polistirolo.Categoria: notizie - pale eoliche - economia circolare - riciclo - rifiutiVedi maggiori informazioni sull'energia eolica
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Come riciclare i serramenti in PVC ed alluminio: guida al recupero sostenibile di infissi ed accessoriScopri come avviene il riciclo tecnico dei serramenti in PVC dismessi, le caratteristiche del polimero, cosa si produce nuovamente con il materiale riciclatodi Marco ArezioNegli ultimi anni, il tema del riciclo sostenibile dei serramenti in PVC e alluminio ha assunto un'importanza crescente nella gestione edilizia, soprattutto in relazione alle strategie di riqualificazione energetica e di ristrutturazione sostenibile degli edifici esistenti. Con l'aumento degli interventi di recupero edilizio, diventa fondamentale gestire in maniera responsabile i materiali di scarto, considerando attentamente le implicazioni ambientali, economiche e normative che ne derivano. Le caratteristiche uniche del PVC-U Il PVC utilizzato per la produzione di serramenti, noto tecnicamente come PVC-U (PVC unplasticizzato), si distingue per la sua capacità di offrire elevata rigidità e robustezza senza la necessità di aggiungere plastificanti. Questo particolare materiale polimerico ha proprietà intrinseche come la resistenza alla deformazione in presenza di variazioni termiche estreme, una durabilità significativa contro gli agenti atmosferici e una capacità isolante notevole sia dal punto di vista termico che acustico. Inoltre, la sua bassa manutenzione contribuisce ulteriormente ad aumentarne la durata utile, rendendolo particolarmente indicato per applicazioni in edilizia sostenibile e per processi di riciclo efficaci e durevoli. Innovazione nella produzione: la coestrusione Una delle innovazioni tecnologiche più significative nella produzione di serramenti in PVC è rappresentata dalla tecnica di coestrusione, un processo avanzato che consiste nell'unire simultaneamente strati distinti di PVC vergine e PVC riciclato all'interno di un unico profilo estruso. Durante la coestrusione, i due materiali vengono lavorati tramite un apposito estrusore dotato di canali separati che convergono in una testa comune, consentendo così la formazione di un prodotto finito composto da uno strato esterno di PVC vergine, che garantisce eccellenti prestazioni estetiche e una superficie uniforme resistente all'invecchiamento, e uno strato interno costituito da PVC riciclato, che contribuisce alla sostenibilità ambientale e all'economia circolare del settore. Questa tecnologia non solo mantiene le prestazioni strutturali del prodotto, assicurando rigidità e durata nel tempo, ma valorizza anche il materiale riciclato riducendo sensibilmente l'impiego di risorse vergini, minimizzando così l'impatto ambientale e sostenendo pratiche di gestione responsabile delle risorse disponibili. Come avviene il riciclo del PVC Il riciclo del PVC è un processo complesso che richiede un'organizzazione precisa e tecniche specifiche per garantire la qualità della materia prima-seconda risultante. Inizialmente, i serramenti in PVC dismessi vengono raccolti nei cantieri edili o presso centri autorizzati di raccolta e sottoposti a una prima fase di smontaggio, durante la quale vengono rimossi accuratamente vetri, guarnizioni, ferramenta e altri componenti non plastici. La fase successiva prevede la triturazione meccanica, eseguita con mulini specializzati in grado di ridurre il materiale plastico in frammenti di dimensioni uniformi e gestibili. Questo passaggio agevola notevolmente il trattamento successivo, che consiste in un processo di lavaggio approfondito al fine di eliminare il più possibile vernici, adesivi, polveri, contaminanti organici e ogni altro tipo di impurità potenzialmente dannosa. Al termine di questa pulizia, il materiale ottenuto viene sottoposto a una fase di asciugatura controllata, generalmente utilizzando sistemi ad aria calda o tecnologie di deumidificazione specifiche. Infine, il PVC pulito e asciutto viene trasformato tramite estrusione o granulazione in granuli uniformi, pronti per essere reintegrati nei cicli produttivi industriali, mantenendo elevati standard qualitativi e contribuendo alla sostenibilità complessiva del settore. Riciclare l’alluminio: efficienza energetica e benefici ambientali L’alluminio è un altro materiale ampiamente utilizzato nella bioedilizia, caratterizzato da eccellenti proprietà meccaniche e una grande capacità di essere riciclato. Dopo una fase di separazione dai materiali estranei come vetro e guarnizioni, l’alluminio viene fuso ad alte temperature e trasformato in lingotti puri. Questo metodo è estremamente vantaggioso in termini di risparmio energetico, garantendo un abbattimento fino al 95% del consumo di energia rispetto alla produzione primaria. Tale pratica comporta notevoli benefici ambientali, riducendo sensibilmente l'emissione di gas serra e preservando le risorse naturali. L’importanza degli accessori nel processo di recupero Anche gli elementi apparentemente secondari, come le guarnizioni in gomma e la ferramenta metallica, rivestono una rilevanza fondamentale nel processo di riciclo e meritano una gestione attenta e tecnicamente evoluta. Le guarnizioni, composte prevalentemente da elastomeri vulcanizzati, possono subire trattamenti avanzati come la devulcanizzazione chimica o termochimica. Questi procedimenti consentono di rompere i legami reticolari presenti nel materiale, restituendo una gomma processabile che può essere reimpiegata in prodotti di alta qualità quali pavimenti tecnici per ambienti industriali, rivestimenti antiurto, materiali isolanti acustici e termici, e componenti specifici nel settore automotive. La ferramenta metallica, costituita generalmente da acciaio, alluminio o leghe di ottone, viene trattata attraverso un processo iniziale di triturazione meccanica che frammenta il materiale in piccole parti, facilitandone così la successiva selezione. Questa selezione avviene mediante tecnologie di separazione magnetica, che consentono di isolare efficacemente i metalli ferrosi dai non ferrosi, o tecniche densimetriche basate sulla diversa densità dei materiali, come tavole vibranti o sistemi di flottazione in mezzi fluidi. Tale rigore tecnico nel trattamento assicura un elevato recupero dei metalli, permettendone una reintegrazione efficiente nelle filiere produttive metallurgiche, contribuendo così alla sostenibilità economica e ambientale dell’intera catena di riciclo. Applicazioni industriali del PVC riciclato Il PVC riciclato rappresenta una risorsa estremamente versatile, con molteplici applicazioni industriali, grazie alle sue proprietà meccaniche e termiche quasi equivalenti al materiale vergine. Nel settore edile, oltre all'impiego tradizionale nella produzione di canaline elettriche, tapparelle, battiscopa, recinzioni e profili finestra in modalità coestrusa, viene utilizzato anche nella fabbricazione di pannelli isolanti, lastre per rivestimenti e componenti prefabbricati per costruzioni modulari. In agricoltura e nelle infrastrutture urbane, il PVC riciclato trova spazio nella realizzazione di sistemi avanzati di irrigazione a goccia, tubazioni per il drenaggio delle acque meteoriche e strutture modulari per serre e capannoni agricoli. Inoltre, nel settore dell'arredo urbano, è impiegato nella produzione di panchine, fioriere, barriere antirumore e strutture per aree giochi. L'industria elettrica sfrutta le sue proprietà isolanti e la resistenza chimica per la produzione di canalette portacavi, scatole di derivazione, supporti e involucri per dispositivi elettronici e sistemi di cablaggio industriale. La versatilità del PVC riciclato permette così non solo di ridurre significativamente il consumo di risorse vergini, ma anche di supportare strategie industriali orientate alla sostenibilità e alla riduzione dell'impatto ambientale. I benefici del riciclo: economici e ambientali La diffusione di sistemi di riciclo efficaci offre numerosi vantaggi economici e ambientali. Innanzitutto, consente di ridurre significativamente le emissioni di anidride carbonica e altri gas inquinanti, contribuendo in modo tangibile agli obiettivi internazionali di mitigazione del cambiamento climatico. Inoltre, riduce il volume di rifiuti destinati alla discarica, alleggerendo così l'impatto ambientale complessivo. Questo approccio sostiene lo sviluppo di filiere produttive circolari, incentivando innovazione tecnologica e crescita economica locale. Negli ultimi cinque anni, il riciclo del PVC in Europa ha visto una notevole evoluzione grazie ad iniziative come il programma VinylPlus, lanciato nel 2000 e rinnovato con obiettivi ambiziosi per il 2030. Secondo il report annuale VinylPlus, negli ultimi anni il volume di PVC riciclato ha superato costantemente i 700.000 tonnellate annue, con una crescente integrazione del materiale riciclato in nuovi prodotti, inclusi serramenti, pavimentazioni e componenti edili. Questa evoluzione è stata accompagnata da investimenti tecnologici mirati a migliorare i processi di riciclo, aumentando così la qualità del materiale recuperato e favorendo l'impiego del PVC riciclato anche in applicazioni più tecniche e strutturali. Questo andamento ha contribuito non solo al raggiungimento degli obiettivi europei sulla sostenibilità, ma ha anche creato nuove opportunità occupazionali specializzate e favorito lo sviluppo economico di distretti industriali orientati all'economia circolare, rafforzando il posizionamento competitivo dell'Europa nel settore del riciclo dei polimeri plastici. © Riproduzione Vietata
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Storia di un Manager Commerciale di Successo con un Lato NascostoEstroso, loquace, competente, caparbio, ostinato, trascinatore, disponibile, eclettico, coinvolgente. Ma soprattutto asocialedi Marco ArezioL’attività commerciale, in aziende di qualsiasi livello, ha necessariamente bisogno di managers che facciano della platea del mercato, un campo naturale di lotta senza esclusione di colpi. La capacità di intessere rapporti personali e commerciali, di incontrare potenziali clienti per convincerli a diventare parte della propria azienda, l’esposizione in prima persona durante meetings e fiere, facendosi portavoce del proprio gruppo di lavoro o della propria società, portano ad identificare un manager dotato di un’attitudine alla comunicazione, all’empatia verso il mondo e a suo agio con la gente. E’ uno stereotipo professionale questa figura? Forse no, infatti, il carattere ti porta, spesso, a scegliere il tuo ambito lavorativo per una sorta di minore frizione verso le attività in cui ci si inserisce. Ma non sempre è così, ci sono figure manageriali, anche di successo, che sono vincenti nelle attività commerciali, dove il contatto con i clienti è costante e dove la collaborazione con la propria squadra di lavoro si fa sul campo, in gruppo e ben motivati, ma che hanno un carattere schivo, asociale a volte misantropo. Sembra un assurdo eppure è possibile, un manager che ha ben presente non solo le strategie di vendita, di relazione, di persuasione, di creazione del feeling giusto con i clienti o potenziali tali, ma fa anche di sé stesso una strategia di marketing. Ha ben presente quali sono i suoi passi per raggiungere gli obbiettivi che si è prefissato o che ha ricevuto dall’azienda, passi che lo porta a cene, visite in aziende, colloqui, momenti di incontro collettivi, meetings, esposizione a platee di persone e molte altre manifestazioni di contatto con il pubblico. Questa è la sua strada, il suo programma, i suoi passi da compiere per raggiungere i budgets, un percorso del tutto innaturale per lui, dove vive con ostinata riluttanza cenare con i clienti, parlare della propria e della loro vita, condividere inviti e momenti conviviali extra lavorativi, stringere mani alle fiere e ascoltare chiunque, parlare in pubblico, tenere corsi e seminari. Ogni momento di condivisione sociale è sofferto, ogni viaggio è un peso, ogni riunione con collaboratori e clienti è un dovere oneroso. Ma tutto questo non lo porta a incrinare il suo successo professionale, un’avanzata programmata nei modi, nei tempi, nell’intensità che si è imposto, cliente dopo cliente, incontro dopo incontro, fiera dopo fiera. Lui stesso fa parte della propria strategia professionale, lui stesso è un cliente da incontrare, convincere e inglobare nel suo risultato strategico. L’autodisciplina e la severità verso sé stesso non ne hanno modificato il carattere, ma hanno creato uno sdoppiamento della personalità, creando una figura che opera come un manager rilassato, disponibile in consessi di persone e pienamente a suo agio, che convive con una persona che si sente un pesce fuor d’acqua, che ama la solitudine, il basso profilo e i fari spenti della ribalta. Un’attività di successo che può essere molto logorante per chi la esercita e che, dopo un periodo più o meno lunga di resistenza ostinata, di solito si esaurisce per consunzione.
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HDPE: Produzione di Flaconi con Plastica Riciclata | Alcuni ConsigliCome risolvere i problemi estetici nella produzione di flaconi in HDPE riciclatodi Marco Arezio La richiesta di HDPE rigenerato (riciclato) per soffiaggio ha avuto una forte impennata negli ultimi anni, trovando sicuramente, una parte dei produttori, non totalmente preparati a gestire il granulo riciclato nelle proprie macchine. Non è stata solo una questione di tipologia di granulo che può differire leggermente, dal punto di vista tecnico, dalle materie prime vergini nel comportamento in macchina, ma si sono dovute affrontare problematiche legate alla tonalità dei colori, allo stress cracking, alla tenuta delle saldature, ai micro fori e ad altre questioni minori. In articoli precedenti abbiamo affrontato la genesi dell’HDPE riciclato nel soffiaggio dei flaconi e la corretta scelta delle materie prime riciclate, mentre oggi vediamo alcuni aspetti estetici che potrebbero presentarsi usando il granulo riciclato in HDPE al 100%. Ci sono quattro aspetti, dal punto di vista estetico, che possono incidere negativamente sul buon risultato di produzione: 1) Una marcata porosità detta “buccia d’arancia” che si forma prevalentemente all’interno del flacone ma, non raramente, è visibile anche all’esterno. Si presenta come una superficie irregolare, con presenza di micro cavità continue che danno un aspetto rugoso alla superficie. Normalmente le problematiche sono da ricercare nel granulo, dove una possibile presenza eccessiva di umidità superficiale non permette una perfetta stesura della parete in HDPE in uscita dallo stampo. In questo caso il problema si può risolvere asciugando il materiale in un silos in modo che raggiunga un grado di umidità tale per cui non influirà negativamente sulle superfici. In linea generale è sempre un’operazione raccomandata quando si vuole produrre utilizzando al 100% un materiale rigenerato. 2) Le striature sul flacone sono un altro problema estetico che capita per ragioni differenti, specialmente se si utilizza un granulo già colorato. Le cause possono dipendere da una percentuale di plastica diversa all’interno del granulo in HDPE, anche in percentuali minime, tra il 2 e il 4 %, in quanto, avendo le plastiche punti di fusione differenti, il comportamento estetico sulla parete del flacone può essere leggermente diverso, andando ad influenzare il colore nell’impasto. E’ importante notare che non si devono confondere le striature di tonalità con le striature di struttura, le quali sono normalmente creare dallo stampo del flacone a causa di usura o di sporcizia che si accumula lavorando. Un altro motivo può dipendere dalla resistenza al calore del master che si usa, in quanto non è infrequente che a temperature troppo elevate, sia in fase di estrusione del granulo che di soffiaggio dell’elemento, si possa creare un fenomeno di degradazione del colore con la creazione di piccole strisciate sulle pareti del flacone. 3) Una perfetta saldabilità in un flacone è di estrema importanza in quanto un’eventuale distacco delle pareti, una volta raffreddato e riempito il flacone, comporta danni seri con costi da sostenere per la perdita dell’imballo, delle sostanze contenute e della sostituzione del materiale con costi logistici importanti. Il flacone appena prodotto normalmente non presenta il possibile difetto in quanto la temperatura d’uscita dalla macchina “nasconde” un po’ il problema, ma una volta che la bottiglia si è raffreddata, riempita e sottoposta al peso dei bancali che vengono impilati sopra di essa, un difetto di saldatura si può presentare in tutta la sua problematica. La causa di questo problema normalmente deve essere ricercata nella percentuale di polipropilene che il granulo in HDPE può contenere a causa di una selezione delle materie prime a monte della produzione del granulo non ottimale. Una scadente selezione dei flaconi tra di essi, ma soprattutto dai tappi che essi contengono, possono aumentare la quota percentuale di polipropilene nella miscela del granulo. Esistono in commercio macchine a selezione ottica del macinato lavato che aiutano a ridurre in modo sostanziale questa percentuale, potendola riportare sotto 1,5-2%. Al momento dell’acquisto del carico di HDPE riciclato è sempre buona cosa chiedere un test del DSC per controllare la composizione del granulo per la produzione. L’effetto di una percentuale di PP eccessiva ha come diretta conseguenza l’impedimento di una efficace saldatura delle superfici di contatto che formano il flacone. Oltre ad intervenire sul granulo sarebbe buona regola, se si desiderasse utilizzare al 100% la materia prima riciclata, aumentare leggermente lo spessore di sovrapposizione delle due lati del flacone per favorirne il corretto punto di saldatura. 4) La presenza di micro o macro fori in un flacone, visibili direttamente attraverso un’ispezione o, per quelli più piccoli, tramite la prova della tenuta dell’aria, possono dipendere dalla presenza di impurità all’interno del granulo, quando il lavaggio e la filtratura della materia prima non è stata fatta a regola d’arte. Un altro motivo può dipende da una scarsa pulizia della vite della macchina soffiatrice che può accumulare residui di polimero degradato e trasportarli, successivamente, all’esterno verso lo stampo. Specialmente se si usano ricette con carica minerale è possibile che si presenti il problema subito dopo il cambio della ricetta tra una senza carica a una che la contenga.Categoria: notizie - tecnica - plastica - riciclo - HDPE - post consumo - flaconi
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La forza del tempo e l’armonia della naturaUn viaggio interiore tra resilienza e movimento di Marco ArezioEsistono luoghi, reali o immaginati, che racchiudono il potere di evocare emozioni profonde, di sospendere il caos e restituirci alla nostra essenza. Sono spazi dove il tempo sembra stratificarsi, rendendo tangibile il dialogo tra passato e presente, tra ciò che resta immutato e ciò che si trasforma. In questi luoghi, il respiro della natura si fonde con le tracce di chi è venuto prima, creando un’armonia che parla di resilienza, ma anche di cambiamento. La resilienza non è mai statica: è il risultato di un continuo adattarsi. È il legame tra ciò che abbiamo costruito per durare e il costante movimento che ci attraversa, come un fiume impetuoso che modella le sue rive. Il tempo, così come l’acqua, non si ferma, ma trova sempre la sua via. E in questo fluire incessante, noi cerchiamo un equilibrio, tra radici profonde che ci trattengono e la spinta verso nuovi orizzonti. Spesso, per ritrovare il nostro centro, è necessario abbandonarsi al silenzio. Un silenzio che non è assenza, ma spazio: uno spazio dove i ricordi, le emozioni, e i sogni possono fluire liberi, senza ostacoli. È qui che possiamo ascoltare ciò che è davvero autentico in noi, ciò che sopravvive ai cambiamenti, proprio come fanno le cose più solide e vere.ACQUISTA IL LIBRO Il passato non è mai del tutto passato: vive nelle pietre, nei profumi, nelle forme che riconosciamo inconsciamente come familiari. È un compagno di viaggio che ci ricorda chi siamo stati, ma che ci spinge anche a non restare immobili. Ogni passo avanti, ogni decisione, porta con sé le tracce di ciò che ci ha formati. E allora, in un mondo che sembra accelerare sempre di più, possiamo imparare a rallentare. Possiamo trovare luoghi, esterni o dentro di noi, dove l’acqua e la pietra si incontrano, dove la stabilità abbraccia il cambiamento, e dove il tempo ci invita non a rincorrerlo, ma a camminare al suo fianco. In questo incontro tra forza e delicatezza, tra staticità e fluire, ritroviamo la calma necessaria per ricominciare.© Riproduzione Vietatafoto: L. Carotenuto
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Lo strato Interno del Tubo CorrugatoCome ottenere una corretta parete interna di un tubo corrugato con un granulo rigenerato in LDPE di Marco ArezioProducendo tubi corrugati in HDPE rigenerato flessibili in rotoli o rigidi di piccolo diametro a doppia parete, la problematica di realizzare lo strato interno di buona qualità ha spinto i produttori ad utilizzare, frequentemente, polimeri vergini a causa della difficoltà di generare una parete corretta e duratura con il materiale rigenerato. In realtà lo strato interno del tubo, per le sue caratteristiche, ha bisogno di un’attenzione particolare a causa dell’esiguo spessore della parete, delle tensioni che si creano in fase di co-estrusione e dei movimenti termici differenti con la parete esterna. La scelta della materia prima normalmente ricade sull’LDPE la cui caratteristica principale richiesta è l’elasticità e la buona adesione allo strato esterno in HDPE. Se si vuole utilizzare un granulo LDPE rigenerato bisogna tenere presente e analizzare alcuni fattori produttivi importanti per poter scegliere un granulo di LDPE di qualità adatta allo scopo. Quando si parla di granulo rigenerato non è sufficiente verificare se il prodotto che ci viene proposto ha un grado “da tubo” come erroneamente a volte viene venduto in quanto la parete interna di un tubo corrugato necessità un granulo dalle caratteristiche ben definite. Come prima cosa dobbiamo accertarci della provenienza dell’input del materiale che costituisce il granulo, iniziando a capire se proviene da una filiera post industriale e dal post consumo. Queste due famiglie, vedremo più avanti, hanno caratteristiche molto diverse tra loro che andranno ad influenzare in modo differente la produzione del tubo. Come seconda cosa dobbiamo verificare da che prodotto è costituito l’input per capire la storia del materiale che viene riciclato e i possibili problemi che ha incontrato nella sua vita di riciclo. Come terza cosa è verificarne i valori tecnici, quindi il melt index, il DSC e la densità del materiale che ci farà capire esattamente come è fatto il granulo che useremo per la parete interna del tubo corrugato. Come quarta cosa è sapere il processo produttivo del granulo proposto in particolare come viene fatta la selezione del rifiuto, il lavaggio e l’estrusione per avere dati in più che ci aiutino a scegliere il prodotto più adatto. L’ultima cosa, molto importante per il granulo che proviene dal post consumo è capire il grado di umidità presente nel prodotto al momento dell’acquisto in quanto un valore alto andrà ad inficiare la qualità della parete se non si prendono opportuni provvedimenti. È ovvio che i punti sopra elencati non siano totalmente esaustivi in fase di analisi tecnica di un granulo, ma posso dire che per l’applicazione di cui parliamo oggi, sono una buona base di partenza considerando che sono dei dati di non difficile reperibilità. Se vogliamo approfondire i punti sopra esposti inizieremo a parlare delle famiglie di input che si possono usare per la produzione della parete interna del tubo corrugato. Abbiamo visto che si può produrre un granulo con materiale proveniente dalla raccolta differenziata o dagli scarti industriali. La filiera del post consumo permette di avere una fonte quantitativa di gran lunga maggiore rispetto a quella proveniente dagli scarti industriali e quindi sembrerebbe la via maestra per soddisfare le esigenze produttive, ma le caratteristiche tecniche che richiede la produzione della parete interna in LDPE di un tubo corrugato mette dei paletti al suo utilizzo. Per sua natura l’LDPE che proviene dalla raccolta differenziata, nonostante una buona selezione e lavaggio, presenta una percentuale di materiali estranei (pvc, poli-accoppiati, pp, ecc..) che hanno comportamenti in contrasto rispetto a quanto ci aspettiamo dal punto di vista qualitativo. Gli scarti che provengono invece dalla produzione di articoli in LDPE sono, normalmente, materiali vergini o Off grade, che per loro natura sono composti da mono-plastiche e quindi non contengono impurità. Di solito non c’è bisogno di lavarli e hanno caratteristiche tecniche ben precise. Esistono in commercio anche Compounds in LDPE realizzati utilizzando porzioni di post consumo e di post industriale, combinando tra loro una selezione di materiali adatti alla produzione della parete interna. Se la verifica della provenienza dell’input post industriale non comporta grande impegno, per le altre due categorie bisogna prestare più attenzione. Per il post consumo si consiglia di privilegiare materiale come il film ma che non sia venuto a contatto con la raccolta differenziata domestica, per esempio i sacchi della pattumiera o gli imballi alimentari, che si portano con se inquinanti difficili da eliminare completamente. Un’altra fonte consigliabile sono i tubi da irrigazione che però hanno bisogno di cicli di lavaggio molto accurati in quanto contengono una frazione di sabbia che ne pregiudica le qualità se non tolta integralmente. Per la realizzazione di compound misti post consumo/post industriali si utilizzano normalmente film provenienti da imballi industriali che hanno una filiera di raccolta separata dai rifiuti domestici, mantenendo caratteristiche qualitative più alte. Per quanto riguarda il controllo qualitativo del granulo prodotto ci sono alcuni tests direi irrinunciabili. Il calcolo dell’MFI ci dice se il materiale è adatto all’operazione di estrusione della nostra parete, questo valore dovrebbe stare tra lo 0,5 e l’1 a 190’/ 2,16 Kg. Il secondo test è il DSC che ci da’ la radiografia del nostro granulo, test indispensabile soprattutto se si vuole utilizzare una fonte da post consumo. Questa prova ci dice quanto LDPE in % è contenuto nella ricetta e quanti e quali altri componenti sono presenti. Il DSC, in particolar modo ci dice se un granulo può essere idoneo a creare pareti sottili, omogenee e lisce. Fatto il test del DSC è più facile intuire il risultato del valore della densità che è influenzata, rispetto al valore standard dell’LDPE, da materiali inclusi diversi da quello primario. Una buona regola per la valutazione della qualità del granulo da scegliere sarebbe conoscere la storia del riciclo che ha portato alla nascita dello stesso. Dopo avere parlato della scelta dell’input è buona regola conoscere il metodo di riciclo che il fornitore adotta. In particolare il tipo di lavaggio influenza in maniera importante la presenza di inquinanti con densità alta nello scarto, quindi, se l’operazione viene svolta in vasche corte o/e con una velocità di transito dello stesso alta, o con una concentrazione elevata di inquinanti nell’acqua di lavaggio a causa del suo basso ricambio, la probabilità di avere un elevato accumulo di gas o parti rigide all’interno del granulo è molto probabile. La seconda cosa da verificare è la qualità di filtrazione che è molto influenzata dalla qualità del lavaggio. Potremmo dire che ad un incremento dell’attenzione durante il lavaggio può corrispondere una minor esigenza di performance degli impianti di filtraggio. In realtà un corretto lavaggio in termini di dimensioni di vasche, velocità di transito dell’input e qualità dell’acqua non sono argomenti che destano una grande popolarità tra i riciclatori in quanto tutto si traduce in maggiori costi produttivi e a volte i prezzi dei granuli da post consumo sono decisamente compressi a causa anche della presenza sul mercato di un’offerta qualitativamente bassa a prezzi bassi. In ogni caso se si vuole realizzare un buon granulo per la parete interna del tubo corrugato flessibile queste attenzioni bisognerebbe rispettarle compresa l’operazione di filtraggio corretta che prevederebbe l’impiego di impianti in continuo o raschianti con filtri progressivi fino a 50 micron. Come ultima segnalazione in termini di materia prima suggerisco un’attenzione al grado di umidità presente nel big bag di LDPE che si acquista in quanto la presenza di questa comporta una micro deformazione della pellicola superficiale che compone la parete del nostro tubo e una difficoltà maggiore in termini di velocità dell’estrusore. L’umidità eccessiva crea quell’effetto buccia d’arancio sulle pareti che è una sorta di rugosità antiestetica e non funzionale. Tuttavia le conseguenze dell’umidità, per altro normalmente risolvibili durante l’estrusione del tubo, non è da confondere con il risultato negativo prodotto da un accumulo di gas all’interno del granulo, per il quale si hanno poche armi a disposizione.Categoria: notizie - tecnica - plastica - riciclo - tubi corrugati - LDPE - HDPE - strato internoVedi prodotto finito
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Innovazione Energetica dal Mare e dai Fiumi: L'Ascesa delle Turbine MareomotriciIl Futuro dell'Energia Rinnovabile attraverso Tecnologie Flessibili e Sostenibili di Marco ArezioUna turbina mareomotrice è un dispositivo innovativo che sfrutta l'energia delle maree o delle correnti marine e dei fiumi per generare elettricità. Questa tecnologia rappresenta una soluzione sostenibile e rinnovabile per la produzione di energia, particolarmente adatta per aree costiere o insulari. La portabilità di queste turbine le rende un'opzione flessibile e adattabile a diversi contesti ambientali e geografici. Come Funziona e Quanto Produce una Turbina MareomotriceLe turbine mareomotrici funzionano convertendo l'energia cinetica delle correnti marine o delle maree in energia elettrica. Tipicamente, sono ancorate al fondale marino o galleggiano sotto la superficie dell'acqua. Quando l'acqua scorre attraverso le pale della turbina, questa inizia a girare, azionando un generatore che produce elettricità. L'energia generata può essere trasmessa a terra attraverso cavi sottomarini per l'uso immediato o l'immagazzinamento.Quanto Produce La produzione energetica di una turbina mareomotrice varia in base a diversi fattori, tra cui la velocità e la costanza delle correnti marine, le dimensioni della turbina e l'efficienza del generatore. In media, una turbina mareomotrice di dimensioni medie può produrre tra i 100 kW e i 1 MW di elettricità, sufficiente per alimentare decine fino a centinaia di abitazioni. Tuttavia, la portabilità può influenzare la dimensione e quindi la capacità produttiva complessiva. Dove Si Può Utilizzare Le turbine mareomotrici possono essere utilizzate in una varietà di contesti, grazie alla loro flessibilità e adattabilità: Aree costiere: particolarmente adatte per comunità insulari o costiere dove l'accesso alla rete elettrica è limitato. Zone remote: possono fornire un'importante fonte di energia rinnovabile per aree isolate. Applicazioni industriali: supporto energetico per piattaforme offshore, acquacoltura, e strutture di ricerca marina. Sviluppo sostenibile: ideali per progetti di sviluppo che richiedono soluzioni energetiche pulite e rinnovabili.Esempi di Installazioni SeaGen a Strangford Lough, Irlanda del Nord: Prima installazione commerciale di una turbina mareomotrice, con una capacità di 1.2 MW. Questo progetto ha dimostrato la fattibilità tecnica e la sostenibilità ambientale delle turbine mareomotrici. Orbital O2 in Scozia: Considerata la turbina mareomotrice galleggiante più potente al mondo, con una capacità di 2 MW, sfrutta le correnti marine per fornire energia pulita. Dati Tecnici di una Turbina MareomotriceLe turbine mareomotrici portatili variano in dimensioni, capacità e design, ma condividono principi operativi comuni. Ad esempio, una turbina di media grandezza può avere: Dimensioni: Diametro delle pale da 10 a 20 metri. Capacità: Da 100 kW a 1 MW per singola unità. Velocità dell'acqua ottimale: Tra 2 e 2.5 m/s per l'operatività efficiente. Profondità di installazione: Varia da superficiale (meno di 20 metri) a profonda (oltre 40 metri), in base al modello e alla location. Composizione della Turbina Una turbina mareomotrice è composta principalmente da: Pale della turbina: Sono le parti mobili che interagiscono direttamente con il flusso d'acqua. Il loro design è ottimizzato per catturare l'energia cinetica dell'acqua in movimento. Rotore: Collegato alle pale, il rotore si mette in rotazione quando le pale sono spinte dall'acqua. Generatore: Convertitore meccanico-elettrico che trasforma l'energia meccanica della rotazione in energia elettrica. È connesso al rotore tramite un albero di trasmissione. Gondola: Struttura che alloggia il generatore, il cambio (se presente) e altri componenti meccanici ed elettrici. Supporto o Struttura di Ancoraggio: Sistema che mantiene la turbina in posizione, che può variare da strutture fisse a soluzioni galleggianti o ancorate al fondale marino. Sistema di Controllo e Convertitore: Gestisce l'operatività della turbina, ottimizzandone la produzione in base alle condizioni marine, e converte l'energia elettrica prodotta in una forma utilizzabile dalla rete elettrica. Produzione di Elettricità e Manutenzione di una Turbina MareomotriceIl processo di generazione di energia elettrica da una turbina mareomotrice si basa sulla conversione dell'energia cinetica del movimento dell'acqua in energia elettrica. Quando l'acqua fluisce attraverso le pale della turbina, la forza dell'acqua le mette in rotazione, attivando così il rotore. Questo movimento rotatorio viene poi trasmesso al generatore, dove viene convertito in energia elettrica. Il sistema di controllo e il convertitore assicurano che l'energia prodotta sia compatibile con le specifiche della rete elettrica, rendendola pronta per il consumo.Manutenzione La manutenzione delle turbine mareomotrici portatili include ispezioni regolari, pulizia delle pale e controlli del sistema di trasmissione e del generatore. La portabilità facilita le operazioni di manutenzione, permettendo, in alcuni casi, il ritiro della turbina per le riparazioni a terra, riducendo così i tempi e i costi di intervento. Frequenza di manutenzione: Generalmente semestrale o annuale, a seconda delle condizioni operative. Costi di manutenzione: Variabili, ma possono rappresentare il 10-20% dei costi operativi totali. Costi di Produzione Il costo per la produzione di energia da una turbina mareomotrice dipende da molti fattori, inclusi i costi iniziali di investimento, operativi, e di manutenzione. Costi Iniziali di Sviluppo e Installazione Progettazione e Sviluppo: I costi di progettazione possono variare da decine a centinaia di migliaia di euro, a seconda della complessità del progetto e delle specifiche tecniche. Costruzione e Materiali: Per una turbina di media grandezza (100 kW - 1 MW), i costi possono variare da 1.5 a 3 milioni di euro. La variazione dipende dalla scelta dei materiali, dalla complessità del design e dalle dimensioni della turbina. Installazione e Commissioning: L'installazione può aggiungere significativamente al costo totale, soprattutto se il sito richiede lavori sottomarini complessi. Questi costi possono variare da alcune centinaia di migliaia a oltre un milione di euro. Costi Operativi e di ManutenzioneOperazioni Regolari e Manutenzione (O&M): Tipicamente, i costi annuali di O&M possono rappresentare il 2-5% del costo iniziale dell'impianto. Questo include ispezioni, riparazioni, sostituzioni di componenti, e assicurazione. Durata Operativa: La durata prevista di una turbina mareomotrice è di 20-25 anni. I costi di O&M accumulati nel tempo possono quindi rappresentare una quota significativa dell'investimento totale.Costo Complessivo dell'Energia Prodotto (LCOE) Il LCOE è un indicatore chiave per valutare il costo complessivo dell'energia prodotta durante la vita operativa di un impianto, considerando tutti i costi iniziali e operativi. Per le turbine mareomotrici, il LCOE può variare significativamente a seconda della tecnologia, del sito, e della scala del progetto. Stime recenti suggeriscono un LCOE per l'energia mareomotrice che varia da 0,10 a 0,30 €/kWh, rendendola competitiva con altre forme di energia rinnovabile in determinate condizioni. Conclusioni Le turbine mareomotrici rappresentano un'interessante innovazione nel campo delle energie rinnovabili, offrendo una soluzione flessibile e sostenibile per la produzione di energia in diverse situazioni geografiche e contesti. Con la loro capacità di sfruttare le risorse marine in modo non invasivo e la facilità di installazione e manutenzione, hanno il potenziale per contribuire significativamente alla transizione energetica verso fonti più pulite e sostenibili.
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La tutela dell’ambiente nelle indicazioni delle religioni monoteisteCristiani, Buddisti, Islamici, Induisti ed Ebrei, in forme diverse, uniti per preservare il mondodi Marco ArezioLa tutela dell’ambiente è entrata prepotentemente negli obbiettivi divulgativi delle principali religioni monoteiste mondiali, non che sia una novità da trattare in un tempo di pericolo per il nostro pianeta, ma una forma di rinnovo degli antichi insegnamenti sul rapporto tra l’uomo e la terra. Le forme comunicative possono essere diverse, le prospettive per guardare i problemi possono mutare, gli argomenti possono essere esposti partendo da più lontano o da più vicino, ma il punto comune delle principali religioni monoteiste è il rispetto per il creato. Cinque anni fa, Papa Francesco, diffondeva l’Enciclica Laudato Si, che è interamente dedicata alla custodia del pianeta, riprendendo il Cantico delle Creature scritto da San Francesco in ammirazione del creato. Trattando gli argomenti in maniera pastorale e non scientifica, nell’enciclica si parla di inquinamento e cambiamenti climatici, del rapporto con l’acqua, della biodiversità, della degradazione sociale, dell’iniquità, della debolezza nelle reazioni e della diversità di opinioni. Nelle religioni orientali, Buddiste ed Induiste, a differenza delle altre, il concetto della logica cosmica contempla l’uomo come parte del creato, con un rapporto paritetico ed interdipendente con la natura e quindi, in una logica ambientalista, la tutela dell’habitat è parte integrante della vita dei fedeli. Per gli Induisti il rispetto e la cura dell’ambiente sono prima di tutto una questione spirituale di approccio alla vita, ed in seconda istanza una questione etico-morale di natura sociale e civile. La spiritualità individuale induista trae linfa dal contesto naturale in cui il fedele vive e, l’ambiente, è uno dei mezzi che portano il fedele alla conoscenza della felicità. Per i Buddisti ogni entità, animale, umana o vegetale, non è rappresentabile come essere indipendente da ciò che la circonda, perché tutti i fenomeni esistenziali sono interdipendenti fra di loro. I Buddismo nega ogni forma di violenza su qualsiasi essere e proclama il rispetto per la vita sotto tutte le forme in cui si manifesta. L’Ebraismo interviene in maniera determinante nelle politiche sociali per quanto riguarda il rispetto della natura in cui si vive, che è rappresentata all’interno della Torah, la dottrina scritta tremila anni fa, in cui si insegnava a vivere nel rispetto delle risorse naturali ed in armonia con l’ambiente. Gli ebrei sono attenti a non abbattere alberi, deviare il corso dei fiumi, istallare produzioni vicino ai centri abitati che possano creare inquinamento, sprecare l’acqua e altre restrizioni. La religione Islamica, attraverso la legge morale, porta il fedele alla sensibilizzazione del riciclo dell’acqua, alla condivisione dei mezzi di trasporto, alla consumazione di cibo locale, l’uso dei pannelli solari sulle moschee, alla stampa del Corano anche su carta riciclata e ad altri indirizzi ecologici. Nel Corano ricorrono spesso metafore, come quella dell’acqua, dove Dio chiede conto agli uomini dei loro comportamenti nei confronti dell’ambiente che ha creato, ed essendo l’uomo un messaggero di Dio, deve sentirsi in obbligo di conservare quanto a ricevuto. Inoltre consiglia il pellegrinaggio alla Mecca, a cui ogni mussulmano una volta nella vita deve arrivare, attraverso un viaggio eco sostenibile. Alla Mecca ogni anno si prevedono circa 2 milioni di Fedeli e le indicazioni che vengono fornite ai fedeli riguardano anche l’attenzione alle bottiglie di plastica e gli incarti per gli alimenti consumati. In generale possiamo dire che l’aspetto ecologico permea ogni area ecclesiologica e dogmatica, in quanto l’aspetto spirituale e la sua dimensione non può prescindere da un corretto rapporto con il creato.Approfondisci l'argomento
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