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RICCARDO CASSIN E LA LEGGENDARIA SCALATA DEL PIZZO BADILE

Ambiente
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare - Riccardo Cassin e la Leggendaria Scalata del Pizzo Badile
Sommario

- Riccardo Cassin e la nascita di un sogno alpinistico

- Il viaggio da Lecco al Pizzo Badile nel 1937

- Preparazione e partenza dalla base del rifugio Sasc Furä

- La scalata storica della parete nord-est del Badile

- L'arrivo in vetta: tre giorni sospesi sul granito

- La tragedia durante la discesa verso la Capanna Sciora

- Il ritorno a Lecco e il lutto per Molteni e Valsecchi

- L’eredità di Riccardo Cassin e la via immortale del Badile

Una delle imprese più eroiche dell'alpinismo classico, tra coraggio estremo, fratellanza spezzata e una montagna che non perdona


di Marco Arezio

Era il luglio del 1937, e Lecco bruciava sotto il sole. Riccardo Cassin, 28 anni, operaio e alpinista autodidatta, guardava verso nord con un obiettivo nitido: la parete nord-est del Pizzo Badile, una lastra di granito compatto, verticale e inviolato, nel cuore severo della Val Bregaglia. Non era solo un progetto alpinistico: era un sogno da conquistare con le mani nude, la mente lucida e il cuore saldo.

Con lui partirono quattro amici: Vittorio Ratti, Luigi Esposito, Mario Molteni e Giuseppe Valsecchi. Tutti lecchesi, tutti giovani e con quella fame di cielo che spesso nasce in chi ha conosciuto la fatica e il lavoro sin da bambino. Raggiunsero Bondo, in Svizzera, con i mezzi dell'epoca: probabilmente in treno fino a Chiavenna e poi a piedi lungo la valle, carichi di attrezzatura e aspettative. L’avvicinamento stesso era parte della conquista. Dormivano dove potevano, mangiavano poco, parlavano meno. Avevano la montagna nella testa.

Il villaggio di Bondo segnava il limite del mondo abitato. Da lì, iniziarono la salita verso il rifugio Sasc Furä, sobrio riparo in pietra incastonato tra pascoli magri e rocce scolpite dal vento. Davanti a loro, il Pizzo Badile si ergeva come un obelisco di pietra, elegante e spietato. La parete nord-est, ancora inviolata, attendeva.

L'attacco alla parete

Il 14 luglio 1937, alle prime luci dell'alba, la cordata lasciò il rifugio. L’attrezzatura era essenziale: corde di canapa, chiodi di ferro, martello, scarponi chiodati. Nessuna imbragatura moderna, nessun abbigliamento tecnico. Solo esperienza, coraggio e un’intesa profonda.

Cassin guidava. Aveva già affrontato pareti ardite, ma nulla paragonabile a quella distesa di granito verticale che li sovrastava. La salita fu un esercizio di lucidità e rischio calcolato. Si saliva in opposizione, in spaccata, su fessure appena sufficienti per infilare una mano o un chiodo. Le soste erano brevi, i pasti inesistenti. Dormivano rannicchiati su cenge strette, legati uno all’altro per non cadere nel vuoto.

La parete sembrava non finire mai. La tensione era continua. A ogni tiro, un’incognita. A ogni movimento, la consapevolezza che un errore sarebbe costato la vita. Cassin cercava la via con istinto e intelligenza, piantava i chiodi dove la roccia glielo permetteva, spesso dove non avrebbe dovuto farlo nessuno.

Molteni e Valsecchi cominciarono a rallentare. La fatica accumulata, la scarsità di cibo e l'altitudine iniziarono a minare il loro equilibrio. Ma nessuno si fermava. Si saliva come in apnea, con lo sguardo fisso sulla roccia.

La vetta

Il 16 luglio, dopo tre giorni di sforzo quasi disumano, il gruppo raggiunse la vetta. Era fatta. I 3.308 metri del Pizzo Badile erano stati conquistati lungo una via nuova, elegante e pericolosa. Nessuno gridò. La montagna era silenziosa, e così furono anche loro.

Stretti in un abbraccio muto, guardarono le Alpi stendersi sotto di loro. Ma già sapevano: non era finita. Le nuvole si stavano addensando. Il vento aveva cambiato direzione. La discesa sarebbe stata un’altra battaglia.

La tragedia del Badile: quando il coraggio non basta

Decisero di scendere dal versante svizzero, in direzione della Capanna Sciora. Ma il tempo peggiorava. Nebbia, pioggia, vento. I corpi erano esausti. L’altitudine, la fame, il freddo stavano minando le ultime forze.

Mario Molteni fu il primo a crollare. Iniziò a barcollare, a perdere lucidità. Cassin e Ratti tentarono di sostenerlo, di nutrirlo, di motivarlo. Ma non bastò. Il giovane si accasciò su una roccia e non si rialzò più. Morì tra le braccia degli amici. Aveva solo 25 anni. Il suo viso, scavato e immobile, restò impresso per sempre nella memoria di Cassin.

Poco dopo, anche Giuseppe Valsecchi si fermò. La morte di Molteni lo aveva sconvolto, svuotato. Non riuscì a proseguire. Si lasciò cadere, stremato. Silenziosamente, senza rabbia. Forse si arrese, forse comprese che la montagna non gli avrebbe concesso il ritorno.

Due giovani forti, spezzati dalla montagna dopo averle dato tutto.

Cassin e Ratti continuarono la discesa con il peso del lutto addosso. I loro volti segnati non perdevano lacrime: erano congelate dal vento e dalla fatica. Raggiunsero la Capanna Sciora stremati, muti. Più che vincitori, sembravano superstiti.

Il ritorno e il dolore

I corpi di Molteni e Valsecchi vennero recuperati nei giorni successivi. Fu un’operazione complicata, sotto una pioggia battente. Cassin volle partecipare. Per lui non era solo un gesto umano, era una promessa da mantenere. Nessuno avrebbe lasciato la montagna senza portare indietro chi non ce l’aveva fatta.

A Lecco, i funerali furono solenni. Una città intera piangeva due dei suoi figli migliori. La folla accompagnò i feretri in un silenzio denso come nebbia. Sui volti, lacrime e fierezza. Nessuna retorica, solo rispetto.

Cassin non parlò molto. Non era tipo da grandi discorsi. Ma da quel giorno, ogni volta che avrebbe guardato una montagna, avrebbe visto anche i volti di Mario e Giuseppe. Ogni salita futura sarebbe stata anche un omaggio silenzioso a loro.

Un uomo e un’epoca

Riccardo Cassin era figlio del Novecento povero e laborioso. Cresciuto senza padre, formato tra la fabbrica e i monti, costruì la sua forza con il sacrificio. L’alpinismo, per lui, non fu mai un passatempo. Fu una vocazione.

La sua figura emerse con discrezione ma forza. Non era carismatico nel senso teatrale, ma possedeva quella calma autorevolezza che nasce solo da chi conosce la vita dura. Il rispetto che incuteva era naturale, mai imposto. Era un capo senza arroganza.

Negli anni seguenti, avrebbe scalato pareti leggendarie, dal Lyskamm al Gasherbrum IV. Ma il Badile rimase per sempre la sua vetta simbolo. Quella che lo consacrò, ma che gli chiese in cambio qualcosa di troppo caro.

Eredità di roccia

Oggi la via Cassin al Pizzo Badile è uno dei grandi classici dell’alpinismo mondiale. Tecnica, logica, elegante, crudele. Ogni cordata che la percorre rivive quella storia: il sogno, la fatica, la perdita.

Riccardo Cassin è morto nel 2009, a cento anni. Ma il suo spirito, il suo stile, il suo silenzioso rispetto per la montagna vivono ancora tra le placche di granito che salgono verso il cielo.

E lassù, dove l’aria è sottile e il mondo scompare, c’è sempre un pensiero che vola a quei due giovani che non tornarono. Il Badile li accolse. E non li ha più lasciati andare.

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