Caricamento in corso...
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare - Italiano rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare - Inglese rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare - Francese rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare - Spagnolo
69 risultati
https://www.rmix.it/ - Crisi delle Materie Prime? Come Affrontarla nella Vita Quotidiana
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Crisi delle Materie Prime? Come Affrontarla nella Vita Quotidiana
Economia circolare

Crisi delle Materie Prime? Come Affrontarla nella Vita Quotidianadi Marco ArezioCi sono proclami green in ogni trasmissione televisiva, su internet, sui giornali, sui social, in merito alla necessità di ridurre i rifiuti, non solo plastici, ma di tutte le tipologie.Dagli imballi di carta e cartone degli acquisti on line, al packaging alimentare qualunque esso sia, dagli imballi delle bibite agli elettrodomestici usati, dai telefonini vecchi ai vestiti usati, dalle piastrelle rotte agli scarti alimentari, dai mobili vecchi ai materassi e molte altre cose. Se stiamo piano piano capendo che è necessario fare una raccolta differenziata corretta, per aiutare il sistema del riciclo a ridurre i materiali di scarto, cioè quelle frazioni di materiali che noi gettiamo nella pattumiera ma che non sono riciclabili, per errori di separazione in casa o per caratteristiche del prodotto, dobbiamo anche capire che non tutto è riciclabile, oggi, e che il riciclo ha comunque un impatto ambientale. Il riciclo dei rifiuti è necessario per risparmiare materie prime che preleviamo dalla natura per produrre nuovi materiali, per ridurre i rifiuti non riciclabili che potrebbero essere accumulati nelle discariche, ma, allo stesso tempo, una tale organizzazione industriale che consuma energia ha un senso se il suo impatto ambientale è sostenibile. Per sostenibilità del sistema riciclo tradizionale, intendiamo la contabilizzazione delle percentuali di rifiuti non riciclabili che si producono alla fine del processo, l’analisi delle criticità sulla creazione di queste frazioni non riciclabili, la quantità di energia green utilizzata per lavorare e riprocessare i rifiuti e l’emissione di CO2 del processo. Non è sufficiente oggi aver compreso che i prodotti non vanno buttati ma riciclati, perché a volte sarebbe meglio percorrere altre strade, se possibili, invece che avviare lo scarto al riciclo. In attesa che si consolidi il processo industriale del riciclo chimico, che permette la scomposizione chimica dei componenti di un materiale e la riutilizzazione delle molecole come nuove materie prime, senza generare rifiuti, ci si deve interrogare sul bilanciamento di molti fattori nel trattamento dei rifiuti. Inoltre, in questo periodo in cui i prezzi delle materie prime sono esplosi e c’è una marcata indisponibilità sul mercato, credo non ci sia periodo migliore per analizzare alla fonte il sistema dei consumi che generano, poi, i rifiuti. Il consumismo, nell’era attuale dell’attenzione all’ambiente, non è purtroppo cambiato rispetto al passato, si compra, si usa (poco) e si getta.. (tanto), poi qualcuno riciclerà il prodotto (forse). E’ un approccio sbagliato e negativo per l’ambiente, che comporta la mancata soluzione del problema del consumo delle materie prime naturali, dei costi ambientali del riciclo e dei rifiuti che finiscono in discarica. Non si può colpevolizzare completamente il cittadino disattento al problema, senza tenere in considerazione la scarsa attenzione della politica al sul tema, ma oggi, è necessario lavorare in squadra per migliorare la situazione ambientale e ridurre i costi dei prodotti. Se prendiamo in considerazione i prodotti che generano più rifiuti, possiamo identificare, tra gli altri, gli imballi degli articoli che compriamo, fatti spesso di materiali la cui vita potrebbe essere molto lunga, decenni, ma che li utilizziamo con il principio dell’usa e getta. Le bottiglie delle bibite e dell’acqua in vetro o in plastica, i flaconi dei detersivi o dei prodotti per il corpo, le vaschette alimentari, ecc.. Tutti questi materiali sono fatti con materie prime durevoli e quindi si deve far in modo che non vengano buttati alla fine dell’utilizzo, anche se andrebbero nel flusso del riciclo (oneroso), ma si deve fare in modo che siano restituibili al fornitore per il loro nuovo riempimento o vengano riempite dal cittadino stesso riutilizzando l’imballo. Parliamo quindi di vuoto a rendere per i prodotti da igienizzare e vuoto da riempire, per esempio, per i detersivi o i saponi, posizionando nei negozi boxes per riempire le bottiglie da riutilizzare. Il vuoto a rendere, però, non sempre è conveniente, in quanto implica il trasporto dell’imballo vuoto con un impatto ambientale elevato, quindi, se il punto di ricarica è lontano dal consumatore, potrebbe essere meno gravoso riciclarlo. Qui diventa una responsabilità sociale istruire il cittadino sul vero impatto ambientale di una scelta di acquisto senza permettere le azioni di Greenwashing che il produttore del bene potrebbe fare. Atri due temi importanti riguardano il riutilizzo dei beni e il km. Zero. Molti articoli vengono buttati, senza una reale riduzione delle caratteristiche della funzionalità del prodotto o dell’estetica, per poi comprare di nuovi. Il concetto del riuso dei prodotti non significa andare, saltuariamente, nei mercatini rionali per cercare il prodotto usato, ma creare una rete di raccolta di articoli riutilizzabili, con la collaborazione di produttori, che ricondizionino l’oggetto, lo aggiustino se necessario, ne emettano una garanzia e lo si inserisca nuovamente sul mercato. Un telefonino di ultima generazione può diventale obsoleto dal punto di vista del marketing in poco meno di un anno, ma eccellente e ambito per chi non segue le mode, perché buttalo? Per quanto riguarda il Km. Zero è sempre più necessario, in un’ottica di riduzione delle emissioni di CO2 e per ridurre i costi generali del prodotto, i cui costi di movimentazione sono sempre ricalcolati all’interno del prodotto, cercare di comprare merce prodotta sempre più vicina all’ambito del consumo. Perché comprare una bottiglia di acqua minerale che viene da un luogo distante 500 Km. da me quando ho una fonte che produce un prodotto simile a 50 K.? (o perché non bere l’acqua del rubinetto o andare a riempire l’acqua gassata dai dispenser comunali?). Perché comprare una candela che viene dall’altra parte del mondo quando nel nostro paese ci sono le cererie che le producono, solo per fare degli esempi. Ci potrebbero essere mille altri esempi che riguarderebbero il modo di gestire della nostra mobilità quotidiana, le nostre scelte alimentari, quelle politiche, sociali, culturali, e molte altre. Ricordiamoci che ogni nostra scelta di acquisto crea più o meno inquinamento.Categoria: notizie - plastica - economia circolare - riciclo - rifiutiFoto: WP.F.

SCOPRI DI PIU'
https://www.rmix.it/ - Cosa ce ne Facciamo di 100.000 Tonnellate di Rifiuti Organici?
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Cosa ce ne Facciamo di 100.000 Tonnellate di Rifiuti Organici?
Economia circolare

I Rifiuti li buttiamo? No, saranno la benzina per i nostri investimentidi Marco ArezioQuando si parla di rifiuti ci vengono in mente spesso le discariche, le città con le strade piene di cumoli di immondizia o le scene che si vedono in televisione sulle isole galleggianti di plastica negli oceani. Ma in realtà, i rifiuti possono essere ben altre cose, se vogliamo vederli sotto una luce diversa, se ci pensiamo un attimo prima di buttare nell’ambiente una bottiglia di vetro o di plastica, o un sacchetto o un giornale o una classica buccia di banana. Si, perché i rifiuti possono essere davvero il tesoro che non capiamo, la benzina per far muovere il mondo, il mezzo per salvare il pianeta dai gas serra, la chiave per eliminare la deforestazione e il modo per avere i mari più puliti e più popolati di pesci. Utopia? No, quella la lasciamo ai sognatori, chi è più concreto, un giorno, si è chiesto cosa farebbe se avesse a disposizione 100.000 tonnellate di rifiuti organici che derivano dalle cucine delle nostre abitazioni e dal verde di scarto delle nostre città e paesi. La A2A, azienda Italiana attiva nel riciclo dei rifiuti e promotore della produzione di energia sostenibile, ha dato una risposta concreta a questo quesito, infatti, ha deciso di costruire, in provincia di Pavia, un impianto che potesse trattare quella quantità di rifiuti organici, con lo scopo di produrre compost, un concime ecologico, ed energia elettrica attraverso la produzione di biometano. Attraverso la digestione anaerobica, sarà possibile produrre 8,2 milioni di metri cubi di biometano che andranno ad alimentare i consumi energetici di circa 20.000 persone, inoltre si potrà produrre circa 20.000 tonnellate di compost da utilizzare, come fertilizzante bio, nella lavorazione dei campi, senza inquinare le falde ed avvelenare gli uccelli con l’uso dei concimi chimici. L’impianto, oltre ad essere un esempio chiaro di come si possono investire i rifiuti invece che buttarli, aiuta la comunità territoriale a ridurre la dipendenza dalle fonti fossili per produrre energia. Se si moltiplicassero queste tipologie di investimenti, in Italia si potrebbe produrre oltre 6 miliardi di metri cubi di biometano, che equivarrebbe a circa il 22% di quanto importavamo dalla Russia, e circa il 10% del fabbisogno nazionale in un anno. Le importazioni di energia Italiane si possono calcolare in circa il 78% del fabbisogno nazionale, contro circa il 60% degli altri paesi Europei, valori questi che devono spingerci a pensare che sia giusto aumentare le leve energetiche nazionali e rinnovabili, come il vento, il sole, l’acqua e i rifiuti. Un’ulteriore nota importante è che, attraverso il massiccio utilizzo dei rifiuti, è possibile azzerare o minimizzare il conferimento in discarica. Categoria: notizie - rifiuti organici - economia circolare - riciclo 

SCOPRI DI PIU'
https://www.rmix.it/ - Il Cortocircuito del Packaging: 21-100-3 la Formula Imperfetta
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Il Cortocircuito del Packaging: 21-100-3 la Formula Imperfetta
Economia circolare

Quando il packaging è maggiore del contenuto che mangiamodi Marco ArezioNo, non è una formula magica, non sono nemmeno tre numeri da giocare al lotto, non è nemmeno una formula chimica. 21-100-3 rappresenta un banale imballo alimentare che troviamo sugli scaffali dei negozi e che compriamo, senza pensarci troppo, per le nostre esigenze alimentari.Un imballo di micro porzioni di marmellata (per fare un esempio), in piccole vaschette racchiuse in un blister di cartone e avvolto da un film trasparente, pensate per gli hotels o per chi consuma quantità molto ridotte di marmellata a pasto, anche se in modo continuativo nel mese. 21 rappresenta il peso in grammi dei vari imballi che costituiscono la confezione vendibile, 100 rappresenta il contenuto di marmellata, diviso in quattro confezioni da 25 gr. l’una e 3 sono i differenti materiali che devono essere smaltiti. Quindi, a fronte di 100 grammi di prodotto netto, l’imballo, in peso, rappresenta più del 20% con la difficoltà di dover dividere una parte nella carta, una parte nella plastica e una parte nell’indifferenziato. Non è sicuramente un atto di accusa verso le case produttrici di marmellata, in quanto hanno solo messo in produzione un articolo richiesto dal mercato, ma è un esempio abbastanza chiaro di come ci possiamo complicare la vita, dal punto di vista del consumo delle materie prime destinate agli imballi e di come sia controproducente, nell’ottica di diminuire i rifiuti, sostenere questo tipo di confezioni. Il mercato non è altro che l’incontro tra domanda e offerta e, se in questo caso, come in molti altri, i consumatori richiedono alle strutture produttive sistemi di confezionamento che siano del tutto contrati alla logica di ridurre la produzione di rifiuti non necessari, non possiamo che arrabbiarci con noi stessi. Il contenimento dei rifiuti passa anche dalla consapevolezza che ogni consumatore dovrebbe avere della filiera produttiva e di quella dei rifiuti e del riciclo, pensando che ad ogni acquisto corrisponde la generazione di un rifiuto, che può essere riciclato con costi non trascurabili, ma che a volte può non essere possibile farlo. Acquistare un prodotto per il consumo quotidiano dovrebbe seguire delle logiche di tipo circolare e ambientale, che mettano in relazione l’incidenza generale del suo rifiuto con il prodotto da consumare. Non bisogna avere una conoscenza tecnica dei sistemi produttivi o del riciclo o dell’impronta carbonica che ogni vasetto di marmellata crea una volta consumato, ma dovremmo avere una costante attenzione a delle buone regole sulla scelta dei prodotti e delle relative confezioni. Questo vuol dire privilegiare gli imballi ricaricabili, regolare il proprio consumo mensile di un prodotto con confezioni che siano le più idonee a non replicare piccoli ma numerosi imballi, ridurre il consumo di articoli il cui packaging potrebbe essere riutilizzato ma in realtà diventa rifiuto all’esaurirsi del suo contenuto. Se siamo sensibili all’aumento dei rifiuti non riciclati nel mondo facciamo anche noi la nostra parte.Categoria: notizie - plastica - economia circolare - rifiuti - packaging Vedi maggiori informazioni sull'argomento

SCOPRI DI PIU'
https://www.rmix.it/ - Quali alternative al riciclo meccanico dei rifiuti da post consumo?
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Quali alternative al riciclo meccanico dei rifiuti da post consumo?
Economia circolare

Un sistema che non risponde più alle stringenti esigenze dell’economia circolaredi Marco ArezioDa quando il mondo si è accorto che la plastica veniva riciclata in quantità del tutto marginale rispetto a quanta ne veniva prodotta e, che la parte non riciclata, circa il 90%, finiva nell’ambiente e negli oceani, ci si è interrogati sulle tecnologie disponibili e sul futuro del riciclo. I dati sono del tutto allarmanti, nonostante la buona volontà di istituire, nei vari paesi, flussi di riciclo secondo i principi dell’economia circolare, almeno partendo da quelli urbani che contano una quota rilevante di plastica, si rimane però preoccupanti per la quantità di rifiuti plastici che possono essere riciclati e reimpiegati. Non è più sufficiente capire che la vaschetta del prosciutto o la bottiglia di acqua o il vassoio dei pomodori in polistirolo debbano essere raccolti, separati, ritirati dagli operatori e avviati agli impianti di riciclo, ma risulta oggi necessario capire, come e quanto ed a che prezzo si possono riciclare tutti i rifiuti domestici che produciamo. Perché in questo periodo ci dobbiamo chiedere, con più insistenza, come mai dobbiamo analizzare così accuratamente il problema? Fino ad un paio di anni fa, riciclare i rifiuti urbani, il così detto  post consumo, era un esercizio industriale, dove contavano soprattutto i numeri e poco la qualità del prodotto, quindi si produceva per liberarsi, dai magazzini, gli stock di rifiuti. Naturalmente si separavano i rifiuti per tipologie, si macinavano, si lavavano e si estrudevano secondo un ciclo collaudato del riciclo meccanico. Ma ogni operazione era finalizzata alla velocità degli impianti, al volume prodotto Ton/ora, con l’obbiettivo di minimizzare lo scarto, in quanto i costi di discarica erano molto alti, quindi si cercava di non buttare niente. Ma tutto questo aveva una valenza fino a quando la Cina importava qualsiasi tipologia di granulo, di macinato e di rifiuto, quindi c’era posto per tutti alla festa. I produttori di granulo da post consumo si erano abituati a comporre ogni tipologia di granulo, riuscendo a raccogliere e trasformare polimeri di qualità medio-bassa e di qualità “immondizia”. Tutto andava bene, finché la Cina ha detto basta. Oggi ci troviamo a considerare che l’enorme quantità di rifiuti che dobbiamo gestire nei nostri paesi, non ci permette di dare risposte al mercato né in termini tecnici, né in termini ambientali e né in termini economici. Ci troviamo con le infrastrutture del riciclo carenti in termini quantitativi, tecnologicamente non adeguate a gestire i flussi di poli-accoppiati che si mandavano in Cina, non sappiamo come gestire lo scarto della frazione delle plastiche non riciclabili, esiste un’avversità diffusa dell’opinione pubblica verso i termovalorizzatori e le discariche. Nel frattempo il nostro trend di consumi, che genera imballi plastici anche complessi, non diminuisce, le aziende che producono i packaging non hanno ancora fatto un passo determinante per avere imballi completamente riciclabili e i governi nazionali sono ancora un po’ latitanti nell’ imprimere cambiamenti radicali (ad eccezione della Comunità Europea). La situazione potrebbe avere una soluzione se si verificassero alcune situazioni: Incremento del riciclo chimico delle plastiche complesse da post consumo e riduzione di quello meccanico, che genera prodotti scadenti e di difficile utilizzo. Cambiamento dei parametri sulla qualità estetica attesa sui prodotti, utilizzando granuli riciclati. Miglioramento della separazione dei rifiuti, a partire dall’abitazione, per utilizzare solo quelle plastiche che non si contaminano con altri materiali (la bottiglia di PET per esempio). Incremento della disponibilità di termovalorizzatori per utilizzare la frazione delle plastiche, che conviene non riciclare, come carburante. Incremento degli impianti per la creazione di biogas ed energia elettrica dagli scarti alimentari domestici. Imposizioni all’industria per produrre imballi più riciclabili possibilmente con mono plastiche. Aumento della cultura della durabilità della plastica contro il concetto del monouso. Aumento dell’utilizzo dell' energia rinnovabile per i processi produttivi. Ascoltare più i giovani e le donne, che sono i più coinvolti nella tutela ambientale, sia con nuove idee e comportamenti, sia nelle scelte di acquisto.Categoria: notizie - plastica - economia circolare - rifiuti

SCOPRI DI PIU'
https://www.rmix.it/ - Cantiere Sostenibile: Il Riciclo dei Teli Impermeabili da Sottotetto
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Cantiere Sostenibile: Il Riciclo dei Teli Impermeabili da Sottotetto
Economia circolare

Polipropilene, Poliestere e Polietilene sono le principali materie prime che costituiscono i teli sottocoppo e sottotegoladi Marco ArezioNell’ambito della sostenibilità dei materiali che vengono utilizzati nei cantieri edili per l’impermeabilizzazione dei tetti, ci siamo occupati in passato dei sistemi di riciclo delle lastre in cartone bitumato, che servono per la posa di coppi e tegole, rendendo il tetto impermeabile e nello stesso tempo ventilato e delle guaine bituminose, che vengono posizionate sopra la falda del tetto in laterocemento o in legno, per proteggerlo dalle infiltrazioni di acqua. Se nel passato, durante le fasi di demolizione, il materiale di risulta del cantiere veniva inviato senza alcuna selezione preventiva alla discarica, oggi è doveroso e necessario selezionare i prodotti di scarto per il loro recupero. I teli sottotetto e sottotegola sono prodotti relativamente recenti che vengono utilizzati per evitare percolazioni di acqua all’interno dell’abitazione, per riflettere il calore verso l’esterno, per favorire la traspirabilità del pacchetto tetto, per ridurre la formazione di umidità causata da fattori interni ed esterni e per altri scopi. Come sono composti i teli sottotetto?I più diffusi sono realizzati in polipropilene o poliestere o polietilene, attraverso la calandratura delle materie prime in strati sottili e molto resistenti. Sono normalmente realizzati in pacchetti stratificati di due, tre o quatto fogli ognuno con un compito preciso che possiamo riassumere: • Strati di finitura • Strato portante • Strato riflettente • Armature Per renderci conto della costituzione di un metro quadrato di telo impermeabile possiamo dire che le grammature possono variare da 100 a 400 grammi, possono avere alcuni strati accoppiati tra loro o prevedere un’armatura a rete che ne aumenta la resistenza a trazione. Quali funzioni hanno i teli sottotetto?In passato l’impermeabilizzazione del tetto, che fosse costituito da una falda il laterocemento o da un assito in legno, si affidava ai composti bituminosi, guaine liquide o guaine a rotoli, il compito di rendere impermeabile il tetto. Con l’utilizzo su larga scala dei tetti in legno, si è notato che la posa dei composti bituminosi avevano una controindicazione, in quanto l’umidità che migrava dall’abitazione veniva bloccata dallo strato impermeabile, con la conseguenza di far marcire, nel tempo, l’assito in legno. Si iniziò quindi ad adottare, per questa tipologia di costruzione, le lastre in cartone riciclato imbevute di bitume, che permettevano, attraverso la loro conformazione, sia la ventilazione del tetto che la facilità di posa della copertura in laterizio. L’adozione successiva dei teli sottotetto ebbe una più rapida impiego nel nord Europa, in quanto l’uso del legno per i tetti era più diffuso che nel sud, inoltre la copertura finale era spesso rappresentata dalle tegole e, queste, risultavano di facile posa su una doppia listellatura in legno anziché sulle lastre bitumate. Nacque così una vasta gamma di prodotti per le esigenze più disparate: • Impermeabilità • Traspirabilità • Riflettenza • Protezione • Isolamento • anticondensa Come riciclare i teli sottotetto?La grande diffusione di questi sistemi di protezione ha, negli ultimi trent’anni, incrementato in modo esponenziale la produzione creando, dopo un lasso di tempo naturale, i primi ritorni come rifiuti da riciclare. Normalmente, essendo i prodotti costituiti da polimeri primari, come il polipropilene, il poliestere e il polietilene, il loro recupero segue la strada dei rifiuti plastici da post consumo, con il conferimento alle piattaforme di riciclo che provvederanno alla loro selezione, macinazione, lavaggio, densificazione, pronti per essere estrusi in nuova materia prima riciclata. Un percorso più problematico esiste per quei teli che sono composti da plastiche differenti, come l’abbinamento con poliuretani, poliesteri, film di alluminio o spalmature varie. In questi casi il conferimento agli impianti di riciclo meccanico di questi teli composti, crea un percentuale di rifiuti non riciclabili piuttosto elevata, in quanto diventa difficile la separazione per tipologia di polimeri dei vari strati e, quindi, il loro riciclo come nuova matria prima. Sicuramente alcune combinazioni tra i polimeri, come il PE+PET, potrebbero trovare un utilizzo come materie prime riciclate, ma restano comunque di difficile riciclo le altre tipologie. Categoria: notizie - plastica - economia circolare - riciclo - edilizia - teli impermeabili e traspiranti

SCOPRI DI PIU'
https://www.rmix.it/ - Bioplastiche Compostabili e Produzione di Biogas: Tecniche ed Innovazioni per Massimizzare l'Efficienza Energetica
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Bioplastiche Compostabili e Produzione di Biogas: Tecniche ed Innovazioni per Massimizzare l'Efficienza Energetica
Economia circolare

Analisi delle strategie più avanzate per ottimizzare la digestione anaerobica delle bioplastiche compostabili, migliorare la produzione di biogas e sostenere un’economia circolare sostenibiledi Marco ArezioLa crescente attenzione alla tutela ambientale e all'economia circolare ha favorito l'adozione di materiali compostabili, in particolare le bioplastiche, in prodotti quotidiani come stoviglie monouso, imballaggi alimentari e sacchetti per la raccolta differenziata. Questi materiali, principalmente composti da polimeri quali l'acido polilattico (PLA), i poliidrossialcanoati (PHA) e altre miscele biodegradabili, costituiscono una parte significativa dei rifiuti organici domestici destinati alla produzione di biogas attraverso la digestione anaerobica. La loro crescente diffusione pone però nuove sfide tecniche che richiedono soluzioni innovative per massimizzare l’efficienza della conversione energetica, garantendo al contempo la sostenibilità economica e ambientale del processo. Le criticità nella digestione anaerobica delle bioplastiche La digestione anaerobica è una tecnologia consolidata che consente ai microrganismi di decomporre la sostanza organica in assenza di ossigeno, generando un biogas principalmente composto da metano (CH4) e anidride carbonica (CO2). Tuttavia, i polimeri compostabili mostrano generalmente tempi di biodegradazione più lunghi rispetto ai tradizionali rifiuti organici domestici, come residui alimentari e vegetali. Questo è dovuto alla loro complessa struttura chimica e alla stabilità molecolare, che ostacolano l'attività microbica rallentando notevolmente la produzione di biogas. Inoltre, la digestione delle bioplastiche presenta diverse problematiche tecniche, fra cui: - Esigenze rigorose riguardo alla stabilità delle condizioni operative, come temperatura, pH e agitazione- Difficoltà nella frammentazione dei materiali, che limita l’accessibilità ai batteri- Accumulo di intermedi chimici (come acidi grassi volatili) che possono ostacolare o arrestare il processoTecniche avanzate per migliorare l'efficienza della digestione anaerobica Per affrontare queste sfide, recenti studi e applicazioni industriali hanno proposto varie soluzioni tecnologiche e biologiche avanzate. 1. Pretrattamenti chimico-fisici Il primo approccio per migliorare la biodegradabilità delle bioplastiche consiste in trattamenti preliminari di tipo fisico e chimico. Tecniche come la triturazione fine aumentano l’accessibilità microbica, mentre trattamenti termici come l’idrolisi idrotermale (100-180°C sotto pressione) favoriscono la scomposizione dei polimeri in molecole più semplici. Trattamenti chimici alcalini o acidi, inoltre, aumentano la solubilizzazione delle bioplastiche rendendole più facilmente biodegradabili dai microrganismi. 2. Impiego di enzimi specifici e consorzi microbici selezionati L'aggiunta di enzimi idrolitici specifici, quali esterasi, proteasi e lipasi, si è dimostrata efficace per accelerare la decomposizione delle bioplastiche compostabili, incrementando significativamente la produzione di biogas fino al 40%. Parallelamente, l'utilizzo di consorzi batterici specializzati, adattati alla degradazione dei polimeri complessi come il PLA, ha mostrato risultati promettenti nel migliorare l'efficienza e nel superare eventuali condizioni inibitorie del processo. 3. Ottimizzazione della composizione dei substrati Un ulteriore miglioramento si ottiene modificando strategicamente la composizione del materiale inserito nel digestore. Miscelando le bioplastiche con substrati organici facilmente degradabili, come residui alimentari ricchi di lipidi o carboidrati semplici, si riesce a compensare i rallentamenti causati dalla difficile degradabilità delle bioplastiche, aumentando significativamente la resa totale di biogas. Innovazioni tecnologiche nella progettazione e gestione dei digestori anaerobici La progettazione e gestione dei digestori anaerobici svolgono un ruolo fondamentale nell'efficienza del processo. Innovazioni come i digestori multistadio o sistemi plug-flow con ricircolo permettono un miglior controllo operativo (temperatura, pH, concentrazione dei substrati). Inoltre, tecnologie avanzate di monitoraggio continuo, agitatori innovativi e sistemi di automazione contribuiscono a mantenere condizioni ottimali di digestione, migliorando costantemente la resa energetica. Prospettive future e opportunità per la ricerca Le prospettive di ricerca futura puntano sull'integrazione sinergica di tutte queste tecnologie avanzate in sistemi ottimizzati capaci di garantire efficienze elevate, affidabilità operativa e sostenibilità economica a lungo termine. Per gli studenti universitari specializzati in economia circolare e tecnologie ambientali, la conoscenza approfondita di questi processi rappresenta un fattore competitivo importante per affrontare le sfide future nella gestione sostenibile dei rifiuti. In conclusione, l'applicazione integrata delle tecniche avanzate presentate rappresenta un'importante opportunità per trasformare le bioplastiche compostabili da sfida tecnica a risorsa energetica sostenibile, consolidando il ruolo della digestione anaerobica nella transizione globale verso modelli di sviluppo più sostenibili.© Riproduzione Vietata

SCOPRI DI PIU'
https://www.rmix.it/ - Decreto Inerti: Regole e Opportunità per il Riciclo dei Rifiuti da Costruzione
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Decreto Inerti: Regole e Opportunità per il Riciclo dei Rifiuti da Costruzione
Economia circolare

Scopri come il Decreto Inerti favorisce il riutilizzo dei materiali da demolizione, riduce i rifiuti edilizi e promuove l’economia circolare nel settore delle costruzionidi Marco ArezioNegli ultimi anni, la gestione dei rifiuti da costruzione e demolizione ha rappresentato una sfida cruciale per il settore edilizio e per l’economia circolare. Per affrontare questa problematica, il Ministero dell'Ambiente ha introdotto il Decreto Inerti, una normativa pensata per favorire il riutilizzo dei materiali provenienti da demolizioni e scavi, trasformandoli in risorse utili per nuove costruzioni. Un passo avanti per il riciclo nel settore edilizio Il nuovo decreto si pone l’obiettivo di superare i limiti della precedente normativa, abrogando il DM 152/2022 e introducendo regole più chiare e vantaggiose per il riutilizzo degli inerti. Uno degli aspetti chiave di questa regolamentazione è l’ampliamento delle applicazioni per gli aggregati recuperati, riducendo al contempo gli oneri amministrativi ed economici per le imprese del settore. Grazie a questo aggiornamento normativo, i materiali derivati da demolizioni selettive e da scavi possono essere reimmessi nel mercato con maggiore facilità, contribuendo così a ridurre la quantità di rifiuti destinati alle discariche e incentivando pratiche di edilizia sostenibile. Criteri e responsabilità per la cessazione della qualifica di rifiuto Uno dei punti fondamentali del decreto riguarda la definizione dei criteri secondo cui un materiale inerte cessa di essere classificato come rifiuto e diventa un aggregato recuperato. Per ottenere questa qualifica, il materiale deve passare attraverso specifici processi di trattamento e rispettare determinati standard qualitativi. Il testo normativo stabilisce anche le responsabilità dei produttori di aggregati recuperati, introducendo requisiti come la dichiarazione di conformità, il prelievo e la detenzione di campioni, e l’implementazione di un sistema di controllo qualità. Questo meccanismo di monitoraggio può includere anche procedure di accreditamento per garantire maggiore sicurezza e trasparenza nel settore. Monitoraggio e possibili revisioni future Un altro aspetto innovativo del Decreto Inerti è il monitoraggio dei risultati ottenuti. Entro 24 mesi dall’entrata in vigore, il Ministero dell’Ambiente valuterà i dati raccolti attraverso il Registro nazionale delle autorizzazioni al recupero (ReCER). Questa analisi servirà a verificare l’efficacia della normativa e, se necessario, ad aggiornare i criteri di cessazione della qualifica di rifiuto. Si tratta di un meccanismo essenziale per garantire che il sistema di recupero e riutilizzo degli inerti possa evolversi in base alle esigenze del mercato e alle migliori pratiche internazionali in tema di economia circolare. Un’opportunità per l’economia circolare e le imprese Il recupero dei materiali inerti rappresenta una grande opportunità per il settore edile italiano. In un paese dove le materie prime scarseggiano e i costi di approvvigionamento aumentano, il riutilizzo di materiali da costruzione può garantire benefici ambientali ed economici. Come sottolineato anche dal Ministero, questa normativa permette di ridurre la dipendenza dalle discariche, abbattere l’impatto ambientale delle costruzioni e offrire un supporto concreto alle imprese che operano nella filiera dell’estrazione, del riciclo e della produzione di materiali per l’edilizia. Conclusioni: il Decreto Inerti è un cambiamento strategico Il Decreto Inerti rappresenta un cambiamento strategico per il settore delle costruzioni in Italia. Se correttamente applicato, può facilitare la transizione verso un modello di edilizia più sostenibile e circolare, con meno sprechi e un utilizzo più efficiente delle risorse. Tuttavia, affinché il decreto raggiunga il massimo della sua efficacia, sarà fondamentale una collaborazione tra istituzioni, aziende e operatori del settore, oltre a una costante revisione delle norme per adattarle alle nuove sfide della sostenibilità. L'economia circolare nell’edilizia sta diventando una realtà sempre più concreta e il Decreto Inerti può rappresentare un punto di svolta per un futuro più green e responsabile.© Riproduzione Vietata

SCOPRI DI PIU'
https://www.rmix.it/ - Le Problematiche dei Materiali da Smaltire e Riciclare per Titolari di Cave e Marmisti
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Le Problematiche dei Materiali da Smaltire e Riciclare per Titolari di Cave e Marmisti
Economia circolare

Normative stringenti e consapevolezza ambientale stanno trasformando il settore della lavorazione delle pietre naturali di Marco ArezioNegli ultimi anni, il settore delle cave e della lavorazione del marmo ha affrontato problematiche crescenti riguardanti la gestione dei materiali da smaltire e riciclare. I titolari di cave e marmisti si trovano oggi in una situazione di incertezza e confusione, alimentata da normative sempre più stringenti e da una crescente consapevolezza ambientale.Questo articolo esplorerà le cause di questo caos, le implicazioni per il settore e le possibili soluzioni per una gestione più sostenibile e efficiente dei rifiuti derivanti dalla lavorazione della pietra. La Problematicità dei Materiali di Scarto La lavorazione del marmo e delle altre pietre naturali produce una quantità significativa di materiali di scarto. Questi scarti includono frammenti di pietra, polveri e fanghi derivanti dai processi di taglio e levigatura. Storicamente, gran parte di questi materiali è stata semplicemente smaltita in discariche, con scarsa considerazione per le conseguenze ambientali. Tuttavia, con l'aumento delle normative ambientali e delle pressioni sociali per pratiche più sostenibili, la gestione di questi rifiuti è diventata una questione critica. Normative Stringenti e Complessità Burocratiche Una delle principali fonti di confusione per i titolari di cave e marmisti è rappresentata dalle normative sempre più stringenti relative alla gestione dei rifiuti. Le leggi in materia di smaltimento e riciclaggio dei materiali da costruzione sono complesse e in continua evoluzione, con variazioni significative tra diverse regioni e paesi. Questo comporta un carico burocratico considerevole per le aziende, che devono investire tempo e risorse per conformarsi alle regolamentazioni. La mancanza di chiarezza e la frequente modifica delle leggi aggravano ulteriormente la situazione, creando un ambiente di incertezza che rende difficile pianificare a lungo termine. Impatti Economici e Ambientali La gestione inadeguata dei materiali di scarto ha impatti significativi sia dal punto di vista economico che ambientale. Economicamente, i costi associati allo smaltimento dei rifiuti possono essere elevati, specialmente se le aziende non adottano strategie efficaci per ridurre e riciclare i materiali di scarto. Inoltre, le multe e le sanzioni per il mancato rispetto delle normative possono rappresentare un peso finanziario considerevole. Dal punto di vista ambientale, il mancato riciclaggio e smaltimento corretto dei materiali di scarto può portare a problemi di inquinamento, degrado del suolo e contaminazione delle acque. I fanghi e le polveri derivanti dalla lavorazione delle pietre possono contenere sostanze chimiche pericolose che, se non gestite correttamente, possono avere impatti negativi sulla salute pubblica e sull'ecosistema. Soluzioni e Prospettive per il Futuro Nonostante le sfide, esistono diverse soluzioni che i titolari di cave e marmisti possono adottare per gestire in modo più efficiente e sostenibile i materiali di scarto. Una delle soluzioni principali è rappresentata dall'adozione di tecnologie avanzate per il riciclaggio dei rifiuti. Ad esempio, i fanghi possono essere trattati e trasformati in materiali utilizzabili per la costruzione o per altri scopi industriali, riducendo la quantità di rifiuti destinati alle discariche. Un'altra soluzione promettente è l'implementazione di pratiche di economia circolare, che mirano a mantenere i materiali in uso il più a lungo possibile, riducendo al minimo i rifiuti. Questo può includere la progettazione di prodotti che facilitano il riutilizzo e il riciclaggio dei materiali, nonché la collaborazione con altre industrie per trovare sbocchi commerciali per i materiali di scarto. Infine, è essenziale che le autorità pubbliche e le organizzazioni di settore lavorino insieme per semplificare le normative e fornire supporto alle aziende. Questo potrebbe includere la creazione di linee guida chiare e unificate, programmi di formazione e incentivi finanziari per le aziende che adottano pratiche sostenibili. Conclusioni Il caos che i titolari di cave e marmisti stanno affrontando riguardo ai materiali da smaltire e riciclare è un riflesso delle sfide più ampie legate alla gestione dei rifiuti nel contesto delle crescenti pressioni ambientali. Tuttavia, con l'adozione di tecnologie avanzate, pratiche di economia circolare e una collaborazione efficace tra settore pubblico e privato, è possibile trasformare queste sfide in opportunità. Un approccio più sostenibile alla gestione dei rifiuti non solo contribuirà a proteggere l'ambiente, ma potrà anche portare benefici economici significativi, rendendo il settore della lavorazione delle pietre più resiliente e innovativo.

SCOPRI DI PIU'
https://www.rmix.it/ - La Proprietà dei Rifiuti Domestici e il Diritto di Cessione Onerosa
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare La Proprietà dei Rifiuti Domestici e il Diritto di Cessione Onerosa
Economia circolare

I rifiuti che produciamo ogni giorno hanno un valore e in virtù di questo che dovrebbero essere cedutidi Marco ArezioSembra che il ritiro del rifiuto plastico, del vetro, della carta, dei metalli e della frazione umida dalle nostre case sia un servizio gentile che i comuni organizzano per farci un favore, quello di liberare quotidianamente le nostre case dai rifiuti. Ma è proprio così? Incominciamo a dire che gratis oggi, probabilmente, non si fanno più nemmeno i favori, ma quello che i cittadini hanno in testa, in relazione al servizio di raccolta dei rifiuti, è un concetto non del tutto corretto. Non si vede spesso, nel mercato reale, una cessione di un bene senza un corrispettivo economico pagato da parte dell'acquirente e, probabilmente, ancora meno si vedono operazioni in cui il venditore debba pagare l'acquirente per cedere il suo prodotto. Nel mondo dei rifiuti capita invece con una certa frequenza e i motivi nascono da una visione distorta da parte della gente del concetto di rifiuto di nostra proprietà. Già la parola rifiuto è assimilato a tutti questi prodotti che, nelle nostre case o aziende, finiscono il ciclo di vita che gli abbiamo attribuito, diventando un impellente problema di spazio e di decoro. Con questo concetto, non riuscendo a intravedere nessun valore al prodotto a fine vita, siamo disposti a pagare purché venga portato via dal nostro ambito di vita. Le attività imprenditoriali che si occupano di raccolta, trattamento e smaltimento dei rifiuti ringraziano per la golosa opportunità offerta dai cittadini (sebbene le logiche delle aste delle materie prime a volte raffreddano questi entusiasmi) e i comuni, che hanno il compito di raccogliere i rifiuti, coprono i costi del servizio, lontani dalle logiche di mercato, attraverso i nostri soldi. In realtà, con questo sistema, il cittadino rimane beffato 3 volte: - cede il rifiuto di sua proprietà senza ricavarne alcun vantaggio economico - paga per la cessione e il ritiro del rifiuto presso la propria abitazione - ricompra un bene che probabilmente è fatto con una quota dei rifiuti che ha ceduto in modo oneroso Molti anni fa quando i rifiuti domestici venivano prevalentemente sotterrati in discariche o bruciati passivamente, il contributo economico al ritiro e smaltimento poteva avere un senso logico in quanto, il comune, attraverso società specializzate, offriva un servizio al cittadino non remunerativo. Oggi, i rifiuti hanno un valore intrinseco in quanto producono, attraverso la loro lavorazione, sottoprodotti con cui si crea un nuovo valore. Il vetro, la carta, la plastica la frazione umida delle nostre cucine creano un circolo virtuoso espresso in materie prime seconde o in energia che vengono offerte nuovamente al mercato in una normale attività commerciale. Quindi può facilmente capitare che il rifiuto che noi abbiamo, forse ingenuamente pagato per liberarcene, lo ripagheremo una seconda volta quando andremo a comprare un flacone di detersivo fatto in plastica riciclata o accenderemo la luce a casa nostra, utilizzando l'energia realizzata con la frazione umida delle nostre cucine. In alcune parti del mondo si comincia a pensare che questo approccio alla cessione onerosa, da parte dei cittadini dei propri rifiuti, sia una cosa che ha poco senso e che la sua inversione potrebbe creare un'economia sociale importante e un concreto aiuto alla salvaguardia dell'ambiente. Ma come è possibile cambiare questa mentalità e quali vantaggi porterebbe? Vediamo alcuni punti: Si deve accompagnare il cittadino ad un cambiamento culturale radicale, spostando il concetto di rifiuto da un onere ad una risorsa per sé e per la propria famiglia. Acquistando un valore, il rifiuto domestico permette di creare un ulteriore introito al bilancio famigliare riducendo le tasse a suo carico, come già succede già in alcuni paesi, attenzionando il cittadino al corretto approccio alla raccolta differenziata. Si creerebbe una sostanziale riduzione dei rifiuti dispersi nell'ambiente in quanto si potrebbe generare una nuova economia che valorizza la raccolta e il riciclo. I maggiori oneri che le industrie del riciclo e i comuni saranno costretti a sostenere potrebbero essere compensati, da un aumento della quota di rifiuti lavorabili immessi sul mercato, da una riduzione degli oneri derivanti dalle bonifiche ambientali o dalle conseguenze economiche in relazione all'aumento del tasso di inquinamento circolare e dalla dipendenza dalle materie prime vergini. Pensateci, potrebbe fare bene a tutti.Categoria: notizie - plastica - economia circolare - rifiuti urbaniVedi maggiori informazioni sul riciclo

SCOPRI DI PIU'
https://www.rmix.it/ - Linoleum e Vinile: Confronto Tecnico, Ambientale e Riciclo nel Settore Edilizio
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Linoleum e Vinile: Confronto Tecnico, Ambientale e Riciclo nel Settore Edilizio
Economia circolare

Linoleum e Vinile: Differenze, impatto ambientale e applicazioni pratiche di due materiali spesso confusidi Marco ArezioNegli ultimi decenni, la crescente attenzione verso la sostenibilità ha portato alla necessità di rivalutare i materiali utilizzati nel settore edilizio, in particolare nel comparto delle pavimentazioni. Due materiali spesso confusi tra loro, ma con caratteristiche e impatti ambientali profondamente differenti, sono il linoleum e il vinile. Sebbene condividano alcune somiglianze estetiche e applicative, questi materiali si distinguono per composizione, processo produttivo, riciclabilità e sostenibilità. Questo articolo mira ad analizzare le differenze tra linoleum e vinile, con un focus specifico sulla loro produzione, sulla possibilità di incorporare materiali di scarto nel processo industriale e sulle implicazioni ambientali legate al loro utilizzo e smaltimento. Tale analisi consentirà di comprendere quale tra i due rappresenti una soluzione più sostenibile per l'architettura del futuro. Storia e Origini del Linoleum e del Vinile Linoleum: un materiale di origine naturale Il linoleum ha una lunga storia che risale alla metà del XIX secolo, quando Frederick Walton sviluppò un materiale composto da olio di lino ossidato, farina di legno, sughero, resine naturali e pigmenti, applicati su un supporto in juta. Fin da subito, il linoleum si distinse per la sua resistenza, le sue proprietà antibatteriche e la sua durabilità, caratteristiche che lo resero particolarmente adatto per l’uso in ospedali, scuole e ambienti ad alta frequentazione. La sua produzione industriale si è consolidata nel tempo, e oggi rappresenta una delle alternative più sostenibili per il rivestimento di pavimenti, grazie alla sua composizione biodegradabile e alla possibilità di utilizzare materiali riciclati nel processo produttivo. Vinile (PVC): un prodotto della chimica industriale Il cloruro di polivinile (PVC), comunemente noto come vinile, fu sintetizzato per la prima volta nel XIX secolo, ma la sua applicazione su larga scala nel settore edilizio avvenne solo nel XX secolo. Grazie alla sua versatilità e al basso costo di produzione, il vinile è diventato rapidamente uno dei materiali più diffusi per pavimentazioni e rivestimenti murali. La sua struttura termoplastica permette di ottenere superfici elastiche, impermeabili e resistenti all'usura, rendendolo adatto ad applicazioni in ambienti domestici e commerciali. Tuttavia, il vinile presenta significative problematiche ambientali legate sia alla produzione, che implica anche l’uso di risorse non rinnovabili e sostanze chimiche potenzialmente nocive, sia allo smaltimento, a causa della sua scarsa biodegradabilità e della ancora scarsa quota di rifiuti riciclati. Processi Produttivi e Possibilità di Integrazione di Materiali di Scarto Produzione del Linoleum e il Ruolo dei Materiali di Recupero Il linoleum viene prodotto attraverso un processo che prevede la miscelazione dell’olio di lino con altri componenti naturali, come farina di legno o sughero, resine naturali e pigmenti, per formare una massa che viene poi stesa su un supporto in juta e lasciata maturare in camere di essiccazione per diverse settimane. Durante questo periodo, l’olio di lino subisce un processo di ossidazione che conferisce al materiale la sua caratteristica resistenza e durabilità. L’integrazione di materiali di scarto nel processo produttivo del linoleum sta assumendo un ruolo sempre più rilevante. Alcune aziende hanno sviluppato varianti del linoleum che includono: - Scarti di legno e sughero provenienti da lavorazioni industriali; - Fibre di juta riciclata utilizzate come supporto strutturale; - Pigmenti naturali derivati da scarti agricoli o residui alimentari. Tali innovazioni permettono di ridurre ulteriormente l’impatto ambientale della produzione, minimizzando l’utilizzo di risorse vergini e favorendo l’economia circolare. Produzione del PVC: Sfide e Opportunità per il Riciclo La produzione del vinile implica la polimerizzazione del cloruro di vinile monomero, derivato dal petrolio o dal gas naturale, con l’aggiunta di plastificanti e stabilizzanti. Il processo è altamente energivoro e comporta emissioni di composti organici volatili (VOC) e altri agenti chimici potenzialmente dannosi per la salute e l’ambiente. Negli ultimi anni, si sono sviluppate tecnologie per ridurre l’impatto ambientale del PVC, tra cui: - Uso di PVC riciclato post-industriale, proveniente da scarti di produzione; - Recupero di vinile post-consumo, attraverso programmi di raccolta e riciclo; - Utilizzo di plastificanti meno tossici e additivi eco-compatibili. Nonostante questi progressi, il riciclo del PVC rimane una sfida complessa, a causa della presenza di numerosi additivi chimici che rendono difficile ottenere un materiale omogeneo e riutilizzabile senza perdita di qualità. Come Distinguere Linoleum e Vinile: Caratteristiche e Consigli per il Consumatore Perché il consumatore confonde i due materiali? Linoleum e vinile vengono spesso confusi perché condividono alcune caratteristiche visive e applicative. Entrambi vengono venduti in rotoli o piastrelle, possono avere colori e texture simili e offrono superfici facili da pulire e resistenti all’usura. Tuttavia, le differenze strutturali e compositive sono significative, e una scelta consapevole richiede la conoscenza di alcuni aspetti fondamentali. Come riconoscere linoleum e vinile Tatto e consistenza: Il linoleum ha una superficie più opaca e una sensazione naturale al tatto, mentre il vinile è generalmente più liscio e morbido grazie alla presenza di plastificanti. Odore: Il linoleum ha un odore leggermente oleoso o di legno, dovuto alla presenza dell’olio di lino, mentre il vinile tende a rilasciare un odore di plastica, soprattutto quando è nuovo. Reazione al fuoco: Il linoleum è più resistente al fuoco rispetto al vinile, che invece può rilasciare fumi tossici se bruciato. Durata: Il linoleum tende a sviluppare una patina naturale che ne aumenta la resistenza nel tempo, mentre il vinile, pur essendo resistente, può deteriorarsi più velocemente a causa dell’esposizione ai raggi UV e all’usura meccanica. Un altro metodo per distinguere i due materiali è verificare le certificazioni ambientali: il linoleum, essendo un prodotto naturale, ha spesso certificazioni ecologiche che ne attestano la sostenibilità, mentre il vinile di nuova generazione può avere certificazioni per l’assenza di ftalati e sostanze tossiche. Applicazioni Comuni di Linoleum e Vinile nell’Edilizia Prodotti e utilizzi del linoleum Il linoleum è particolarmente apprezzato in ambienti che richiedono igiene, resistenza e durabilità, grazie alla sua composizione naturale e alle sue proprietà antibatteriche. Questo materiale viene utilizzato prevalentemente in settori in cui la sicurezza e la salubrità degli ambienti rivestono un ruolo primario. Le sue applicazioni più comuni includono: Pavimentazioni per scuole e ospedali, grazie alle sue proprietà antibatteriche e alla resistenza all’usura. Rivestimenti murali e pannelli decorativi, utilizzati per migliorare la qualità dell’aria interna. Piani di lavoro ecologici, apprezzati per la loro durabilità e resistenza alle macchie. Prodotti e utilizzi del vinile Il PVC è un materiale estremamente versatile, apprezzato per la sua resistenza, impermeabilità e flessibilità, caratteristiche che lo rendono ideale per una vasta gamma di applicazioni edilizie. La sua capacità di adattarsi a diversi contesti costruttivi, unita ai progressi tecnologici nel riciclo del materiale, lo ha reso una scelta popolare in numerosi settori. Viene utilizzato in applicazioni che richiedono durabilità e facilità di manutenzione, come: Pavimenti in vinile per abitazioni e uffici, apprezzati per la facilità di installazione e manutenzione. Rivestimenti per pareti e soffitti, grazie alla resistenza all’umidità e alla capacità di imitare materiali naturali come il legno e la pietra. Serramenti e infissi, dove la durabilità e la resistenza agli agenti atmosferici sono essenziali. L'ampia gamma di applicazioni di entrambi i materiali evidenzia l’importanza di una scelta informata, basata su considerazioni di sostenibilità, durabilità e impatto ambientale. Impatto Ambientale e Fine Vita Linoleum: Un Materiale Biodegradabile Grazie alla sua composizione naturale, il linoleum è un materiale biodegradabile che, a fine vita, può essere compostato senza rilasciare sostanze tossiche. La sua decomposizione non comporta la formazione di microplastiche o sostanze nocive, rendendolo una scelta ecologicamente vantaggiosa rispetto ai materiali sintetici. Inoltre, alcuni produttori stanno esplorando la possibilità di reintrodurre scarti di linoleum nei processi produttivi, creando un ciclo virtuoso di riutilizzo dei materiali. Attraverso avanzate tecnologie di triturazione e rilavorazione, i residui di linoleum possono essere trasformati in nuovi fogli di pavimentazione o utilizzati per la produzione di materiali compositi sostenibili. Questo approccio riduce significativamente lo spreco industriale e minimizza la necessità di nuove risorse naturali, contribuendo a un’economia circolare più efficiente nel settore edilizio. Vinile: Problematiche di Smaltimento e Riciclo Il PVC non è biodegradabile e, se bruciato, può rilasciare diossine e altri composti tossici. Lo smaltimento in discarica è problematico, ma il riciclo del PVC è relativamente efficiente se il materiale viene adeguatamente selezionato e trattato. Attualmente, in Europa vengono riciclati circa 800.000 tonnellate di PVC ogni anno grazie a programmi di raccolta e separazione avanzati, riducendo così la necessità di produzione di nuovo materiale vergine. Esistono programmi di recupero, come l’iniziativa VinylPlus, che prevedono la separazione dei diversi componenti chimici e il riutilizzo del PVC rigenerato in nuove applicazioni edilizie, contribuendo così a ridurre l’impatto ambientale e a promuovere un modello di economia circolare nel settore. In generale però, la quota di riciclo degli scarti di PVC ad oggi  è ancora ridotta rispetto a quella prodotta con materie prime di diretta derivazione petrolifera, che di fatto rende, per ora, il PVC un materiale non completamente sostenibile. Conclusioni Dal punto di vista della sostenibilità, il linoleum rappresenta una scelta più responsabile rispetto al vinile, grazie alla sua composizione naturale, alla biodegradabilità e alla possibilità di integrare materiali di scarto nel processo produttivo. Tuttavia, il vinile, se prodotto con un’alta percentuale di materiale riciclato e con plastificanti eco-compatibili, può ridurre il proprio impatto ambientale. L’industria delle pavimentazioni sta facendo progressi significativi per migliorare la sostenibilità dei materiali disponibili. L’adozione di pratiche di riciclo efficienti e l’innovazione nella composizione chimica dei prodotti possono contribuire a ridurre l’impronta ecologica sia del linoleum che del PVC. La scelta tra questi due materiali dovrebbe quindi basarsi su un’analisi completa del loro ciclo di vita e sulla necessità di promuovere soluzioni edilizie più rispettose dell’ambiente e della salute umana.© Riproduzione Vietata

SCOPRI DI PIU'
https://www.rmix.it/ - Petcoke: cos’è, come si forma, impatti ambientali e come si ricicla in modo sicuro
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Petcoke: cos’è, come si forma, impatti ambientali e come si ricicla in modo sicuro
Economia circolare

Proprietà, processi di produzione, emissioni e rischi da dispersione con soluzioni operative per una valorizzazione sostenibile del coke di petrolio di Marco ArezioIl petcoke, o coke di petrolio, è la traccia solida che il greggio lascia quando viene spinto oltre la frontiera delle distillazioni convenzionali. Quando le frazioni leggere e medie sono già state estratte e valorizzate, ciò che resta è un residuo pesante, ricco di molecole complesse e refrattarie alla vaporizzazione. Questo residuo, sottoposto a trattamenti termici severi, si ricompone in una struttura carboniosa compatta, quasi interamente costituita da carbonio con piccole percentuali di idrogeno, zolfo e ceneri. È un materiale che porta con sé la memoria geologica del petrolio da cui proviene: se il greggio è ricco di zolfo o di metalli come vanadio e nichel, il petcoke lo rifletterà; se invece la materia prima è più “pulita” e il processo accuratamente governato, il prodotto finale sarà più adatto a impieghi nobili. Per questa ragione il petcoke è insieme risorsa e responsabilità: nasce per massimizzare l’efficienza delle raffinerie, ma chiede in cambio una gestione attenta, capace di limitarne l’impronta ambientale. Come si forma: dentro il cuore del “coker” Il viaggio del residuo verso il petcoke avviene dentro il coker, un’unità di processo dove il materiale pesante è portato a temperature nell’ordine di 480–520 °C e lasciato reagire per ore. Il meccanismo è quello del cracking termico: catene idrocarburiche lunghe si spezzano, liberando vapori che verranno successivamente frazionati in nafte e gasoli; ciò che non può più restare in forma molecolare stabile tende a condensare in una matrice policristallina di carbonio. All’uscita dai drums di coking, il cosiddetto green coke ha un aspetto che racconta molto della sua storia: può presentarsi spugnoso e granulare, quasi una pietra pomice scura, oppure a piccoli granuli sferici e compatti, o ancora come un tessuto fibroso allungato, anticamera del futuro needle coke. Spesso questo materiale subisce un’ulteriore tappa, la calcinazione in forni rotativi a 1.200–1.400 °C, che ne elimina i volatili residui, ne addensa la microstruttura e lo rende più stabile e omogeneo. È qui che si decide in gran parte il destino merceologico del petcoke, separando ciò che potrà diventare parte integrante degli anodi per l’alluminio o degli elettrodi grafitici da ciò che verrà impiegato come combustibile solido in processi energivori. Proprietà rilevanti e classi merceologiche Le proprietà del petcoke non sono un dettaglio da laboratorio, ma la bussola che orienta gli usi industriali. Il tenore di zolfo incide direttamente sulle emissioni di SO₂ in combustione e, di riflesso, sulla necessità di sistemi di abbattimento; le ceneri e il profilo di metalli in traccia dicono se quel materiale potrà essere ammesso nelle filiere elettrochimiche o si fermerà a un impiego energetico; la struttura microcristallina e la densità apparente parlano di reattività e di resistenza meccanica, parametri cruciali quando il coke è destinato a diventare parte di un elettrodo o di un anodo che dovrà funzionare in modo affidabile per mesi. Di qui la distinzione pratica fra un fuel-grade, spesso più ricco di zolfo, adatto ai forni da cemento o ad altre applicazioni termiche, e un anode/needle-grade, più “pulito” e calcinato, vocato a ruoli di alto valore dove il carbonio non è soltanto energia ma funzione materiale. In mezzo, un paesaggio di sfumature che dipende dal greggio, dall’assetto impiantistico e dalla cura nel controllo di processo. Quale grado di inquinamento: dal fumo alla polvere Parlare di inquinamento, nel caso del petcoke, significa distinguere con precisione come e dove il materiale entra in contatto con l’ambiente. In combustione, grazie al suo altissimo contenuto di carbonio e al basso contenuto di volatili, il petcoke esprime un potere calorifico elevato ma anche un fattore emissivo di CO₂ che tende ad allinearsi o superare quello del carbone fossile. Se il tenore di zolfo è consistente, senza desolforazione adeguata le emissioni di SOx diventano il principale nodo ambientale, mentre le NOx dipendono soprattutto dall’assetto del bruciatore e dalle condizioni di fiamma. Le polveri catturate dai filtri e le ceneri possono contenere vanadio e nichel: è una criticità che può essere mitigata con sistemi di filtrazione efficienti, ma che non va mai sottovalutata nell’analisi del ciclo di vita. Fuori dalla combustione, l’attenzione si sposta sulla polverosità. Cumuli esposti, movimentazioni su nastri scoperti, carico e scarico senza confinamento sono attività che trasformano il petcoke in una sorgente puntiforme e, con il vento, diffusa di PM₁₀ e PM₂.₅. Le particelle fini, per loro natura respirabili, veicolano frazioni di IPA e tracce metalliche, contribuendo all’irritazione delle vie aeree e all’aumento del carico infiammatorio nelle popolazioni esposte. In acqua, il petcoke non si scioglie, ma il particolato idrofobico può galleggiare e poi sedimentare, mentre i dilavamenti convogliano solidi sospesi e composti organici verso fossi e canali. In condizioni favorevoli di pH e potenziale redox, il vanadio può risultare più mobile e raggiungere concentrazioni ecotossicologicamente rilevanti. Non siamo di fronte a un veleno acuto, bensì a un complesso di pressioni ambientali che, se non governate, producono un impatto cumulativo significativo. “Riciclo” del petcoke: cosa si fa davvero Il termine “riciclo”, applicato al petcoke, va maneggiato con cura. Non parliamo di un rifiuto urbano da rimettere in circolo, ma di un sottoprodotto industriale il cui primo riciclo è, in realtà, la valorizzazione. La via più nobile è quella non energetica: il petcoke calcinato e a basso zolfo diventa anodo nella produzione di alluminio o elettrodo per acciaierie elettriche quando è di qualità needle. In questo caso, il carbonio non è soltanto combustibile; diventa elemento strutturale di un processo elettrochimico, pur sapendo che, durante l’elettrolisi, l’anodo si consumerà in CO₂. Per il materiale che non raggiunge questi standard, il settore cementiero offre uno sbocco importante: la presenza di calce e l’ambiente alcalino del clinker favoriscono l’intrappolamento di parte dello zolfo, rendendo le emissioni più gestibili rispetto a caldaie prive di abbattimento. Un’altra forma di “riciclo interno” molto concreta riguarda le frazioni fini: polveri e scarti di vagliatura possono essere agglomerati in bricchette o pellet, riducendo sia le dispersioni che la quota di materiale da smaltire. Infine, laddove l’infrastruttura è disponibile, la gassificazione del petcoke apre un capitolo diverso: trasformare il solido in syngas e idrogeno, abbinando cattura e stoccaggio della CO₂, significa riscrivere il bilancio ambientale e far scivolare il petcoke dalla categoria dei combustibili a quella dei feedstock chimici. Sono percorsi ancora selettivi e guidati dall’economia di impianto, ma delineano una traiettoria possibile. Danni ambientali in caso di dispersione: cosa succede davvero Quando il petcoke sfugge al controllo, l’ambiente se ne accorge in fretta. La qualità dell’aria è il primo segnale: una giornata ventosa in un terminal scoperto può portare polvere nera sui davanzali a chilometri di distanza. A livello sanitario, non è tanto l’effetto acuto a preoccupare, quanto l’esposizione ripetuta a polveri fini con IPA e metalli in adsorbimento, soprattutto per gli abitanti prossimi a stoccaggi e banchine. La pioggia compie il resto, trasformando cumuli non protetti in sorgenti di dilavamento: l’acqua scura, caricata di solidi, entra nelle reti di raccolta e nelle acque superficiali, aumentando torbidità e trasportando una frazione di carbonio particolato e contaminanti organici. Nei corpi idrici, il petcoke galleggia, si frammenta e lentamente sedimenta, creando potenziali hotspot di PAH nei sedimenti; il vanadio, a seconda della speciazione, può contribuire allo stress tossicologico di macroinvertebrati e pesci. A tutto questo si somma un aspetto spesso sottovalutato: il danno sociale. Cumuli scuri all’orizzonte, polveri sui balconi, acque di scolo imbrunite alimentano conflitti, esposti, richieste risarcitorie e, talvolta, fermi produttivi. È un costo pienamente ambientale, perché erode il capitale di fiducia con cui i siti industriali convivono col territorio. Prevenzione e buone pratiche (il vero discrimine ambientale) La buona notizia è che la gran parte di questi impatti non è inevitabile. La prevenzione si gioca su un insieme di scelte progettuali e discipline operative. Lo stoccaggio è decisivo: cumuli coperti, capannoni chiusi o sistemi di incapsulamento abbattono alla radice la dispersione; dove l’aperto è inevitabile, barriere frangivento calibrate sui regimi locali riducono l’erosione eolica. Le aree di movimentazione vanno pavimentate e impermeabilizzate, con canalizzazioni e vasche di prima pioggia in grado di trattenere i solidi; i reflui, prima dello scarico, devono attraversare trattamenti fisico-chimici che separino il particolato e adsorbano la frazione organica. Nastri, tramogge e punti di trasferimento dovrebbero essere confinati e dotati di aspirazioni con filtri a cartuccia o a maniche; la bagnatura è utile ma va gestita con parsimonia per non trasformarsi in ulteriore fonte di percolati. Sul fronte emissivo, chi usa il petcoke come combustibile deve poter contare su FGD per lo zolfo, filtri ad alte prestazioni per le polveri e DeNOx quando necessario; nei cementifici, un’accurata gestione del processo favorisce l’intrappolamento dello zolfo nel clinker. Infine, serve monitoraggio: misure in continuo o in rete diffusa di PM₁₀/PM₂.₅, deposimetria, piani meteo-operativi che impongano lo stop alle movimentazioni durante episodi di vento forte. Sono pratiche note e disponibili, che trasformano un materiale potenzialmente problematico in un flusso gestibile in sicurezza. Uno sguardo prospettico: dalla combustione alla materia Il destino del petcoke, nei prossimi anni, dipenderà da quanto rapidamente sapremo spostarne gli usi verso applicazioni a maggiore valore e minore impatto. Ridurre la dipendenza da impieghi puramente energetici, preferire i percorsi in cui il carbonio svolge una funzione materiale o chimica, potenziare la gassificazione con cattura della CO₂ dove esistono le condizioni, investire in upgrading per aumentare la quota di anode e needle grade: sono tutti tasselli della stessa strategia. È un approccio coerente con gli obiettivi climatico-ambientali e con la necessità di dare al sottoprodotto una gerarchia d’uso più responsabile. In parallelo, la disciplina gestionale resta il discrimine tra una convivenza sostenibile e un conflitto permanente con l’ambiente: là dove gli impianti chiudono i circuiti, confinano, abbattono e monitorano, gli impatti si riducono al minimo tecnico ed economico; dove queste misure mancano, il petcoke diventa un amplificatore di criticità. Non c’è fatalismo in questa valutazione, ma un invito pragmatico: trattare il petcoke come materia prima che come combustibile e, soprattutto, come responsabilità prima ancora che come opportunità.© Riproduzione Vietata

SCOPRI DI PIU'
https://www.rmix.it/ - Geopolimeri: il futuro sostenibile dell’edilizia senza cemento
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Geopolimeri: il futuro sostenibile dell’edilizia senza cemento
Economia circolare

Scopri come i geopolimeri riducono le emissioni di CO₂, riciclano rifiuti industriali e offrono un’alternativa ecologica e resistente al cemento tradizionaledi Marco ArezioIn un’epoca in cui la transizione ecologica è diventata una priorità, anche il settore delle costruzioni si trova al centro di una profonda revisione. Il cemento, per decenni protagonista assoluto di ogni opera edilizia, è oggi oggetto di numerose critiche per il suo impatto ambientale, legato soprattutto alle alte emissioni di anidride carbonica nella fase produttiva. A fronte di queste problematiche, i geopolimeri si stanno imponendo come alternativa concreta, innovativa e sostenibile, capace non solo di sostituire il cemento Portland, ma anche di offrire nuove opportunità tecniche e ambientali. Composizione e Sintesi dei Geopolimeri I geopolimeri non derivano da una cottura a temperature elevate come nel caso del cemento tradizionale. Al contrario, si formano attraverso una reazione chimica tra ossidi di silicio e alluminio attivati da soluzioni alcaline, solitamente a base di idrossidi e silicati. Il risultato di questa reazione, detta geopolimerizzazione, è una massa solida e amorfa, simile a una pietra, che può indurire anche a temperatura ambiente. Ciò che rende questi materiali particolarmente interessanti è la possibilità di utilizzare materie prime secondarie, cioè residui industriali non pericolosi come le ceneri volanti, le scorie d’altoforno o i fanghi derivati dalla lavorazione dell’alluminio. Questi sottoprodotti, una volta finemente macinati, diventano parte integrante della miscela geopoli­merica, riducendo drasticamente il bisogno di estrarre nuove risorse e abbattendo le emissioni legate alla produzione. I Vantaggi Ambientali e Meccanici Il vantaggio più evidente dei geopolimeri è la loro ridotta impronta di carbonio. La produzione non richiede la cottura a oltre 1.400 °C come nel caso del clinker di cemento, e ciò consente un abbattimento drastico delle emissioni di CO₂. Inoltre, l’integrazione di scarti industriali nel ciclo produttivo li rende uno degli esempi più virtuosi di economia circolare nel settore delle costruzioni. Dal punto di vista tecnico, i geopolimeri offrono una resistenza meccanica a compressione molto elevata, comparabile o addirittura superiore a quella del cemento Portland. Sono inoltre estremamente stabili in ambienti aggressivi, resistono a temperature elevate, attacchi chimici e cicli gelo-disgelo. Queste proprietà li rendono particolarmente adatti a contesti esigenti, come rivestimenti industriali, infrastrutture esposte o edilizia in ambienti marini. Mix Design: l’Arte di Progettare la Miscela Perfetta Il cuore della realizzazione di un geopolimero efficace risiede nel mix design, ovvero nella progettazione accurata della miscela. Questo processo richiede la giusta combinazione tra: - Fase solida, composta da fonti di silicio e alluminio (come ceneri, scorie, metakaolino); - Attivatore alcalino, che può essere una soluzione di idrossido di sodio o potassio combinata con un silicato solubile; - Additivi e filler, utilizzati per migliorare la lavorabilità, ridurre la porosità o aumentare la resistenza meccanica e chimica. Ogni mix deve essere calibrato in base all'applicazione finale: maggiore lavorabilità per getti complessi, elevata resistenza per elementi strutturali, durabilità per ambienti aggressivi. La temperatura e il tempo di indurimento vengono anch’essi regolati attraverso il rapporto tra liquido e solido e la scelta del tipo di attivatore. Negli ultimi anni, la sperimentazione ha portato alla creazione di miscele preformulate e in polvere, che possono essere utilizzate in cantiere semplicemente aggiungendo acqua, rendendo il prodotto più sicuro da maneggiare e facilitando la sua diffusione sul mercato. Sfide Tecniche e Limiti Normativi Nonostante i progressi, i geopolimeri non sono ancora ampiamente diffusi in Europa. Una delle principali difficoltà è legata all’utilizzo di soluzioni alcaline concentrate, che possono essere corrosive e richiedono precauzioni specifiche nella manipolazione. Inoltre, la mancanza di una normativa chiara e consolidata li penalizza rispetto al cemento, per il quale esistono standard di riferimento ben definiti da decenni. Un altro ostacolo è la mancanza di una banca dati affidabile sul comportamento a lungo termine dei geopolimeri in opere reali. Sebbene le prove di laboratorio ne confermino l’elevata durabilità, manca ancora un’esperienza storica sufficiente a renderli del tutto affidabili agli occhi di ingegneri e progettisti conservatori. Applicazioni Reali e Progetti Pilota Nei paesi dove il contesto normativo è più aperto, i geopolimeri stanno già trovando applicazione su larga scala. In Australia, ad esempio, è stato costruito il primo edificio multipiano al mondo interamente realizzato con blocchi prefabbricati in geopolimero. Si tratta della sede del Global Change Institute, un progetto simbolico, ma anche altamente funzionale. Sempre in Australia, l’aeroporto regionale di Toowoomba Wellcamp è stato interamente costruito utilizzando cemento geopolimerico, incluse le piste di atterraggio e gli edifici del terminal. Anche in altri continenti, come Asia e Sud America, si stanno moltiplicando i progetti dimostrativi per valutare la fattibilità tecnica ed economica di questo nuovo materiale. Prospettive Future La strada per una diffusione ampia dei geopolimeri passa da alcune azioni chiave. In primo luogo, è necessaria una maggiore standardizzazione, che consenta alle imprese di utilizzare i geopolimeri senza affrontare iter sperimentali o deroghe. In secondo luogo, si dovrà proseguire con la ricerca per sviluppare formulazioni sicure, stabili e compatibili con le esigenze operative dei cantieri. Allo stesso tempo, la crescente sensibilità verso la decarbonizzazione dell’economia e l’adozione di criteri ESG (ambientali, sociali e di governance) da parte delle imprese, potrebbe fare da volano per la diffusione dei geopolimeri anche nel settore pubblico e nei grandi appalti. Conclusione I geopolimeri non sono più una mera curiosità accademica. Sono un materiale solido, testato, versatile e in grado di rispondere a molte delle esigenze che l’industria delle costruzioni dovrà affrontare nei prossimi decenni. La loro capacità di combinare sostenibilità ambientale, elevate prestazioni tecniche e riutilizzo di rifiuti industriali li rende una delle alternative più credibili e avanzate al cemento tradizionale. Resta ora da vincere la sfida culturale, normativa e logistica per portarli fuori dai laboratori e dentro i cantieri del futuro.© Riproduzione Vietata

SCOPRI DI PIU'
https://www.rmix.it/ - Piastrelle Smaltate fatte a Mano con Componenti Riciclati
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Piastrelle Smaltate fatte a Mano con Componenti Riciclati
Economia circolare

La lunga tradizione Italiana delle piastrelle fatte a mano sposa la sostenibilità. Come si producono oggi di Marco ArezioLe piastrelle smaltate fatte a mano hanno una lunga storia che risale a molti secoli fa, infatti le prime tracce risalgono all'antica Mesopotamia e all'antico Egitto intorno al 4.000 a.C. In queste civiltà, le piastrelle venivano realizzate utilizzando argilla e smalti a base di minerali come l'ossido di ferro per creare decorazioni su pareti e pavimenti. Durante il periodo islamico, tra l'VIII e il XV secolo, le piastrelle smaltate fatte a mano raggiunsero un grande sviluppo artistico e tecnico. In particolare, l'arte della ceramica islamica in Persia, Spagna e Medio Oriente produsse piastrelle smaltate di straordinaria bellezza e complessità. In Italia, il massimo splendore di quest’arte lo raggiunse nel periodo del rinascimento, a partire dal XV secolo, dove le città di Firenze, Faenza, Deruta e altre località italiane, divennero famose per le loro produzioni di piastrelle smaltate a mano, spesso decorate con disegni ispirati alla pittura rinascimentale. La maiolica italiana e la Delftware olandese divennero, inoltre, stili distintivi di piastrelle smaltate fatte a mano, con motivi decorativi e paesaggi dipinti a mano. Nel tardo XIX secolo e all'inizio del XX secolo, i movimenti artistici dell'Art Nouveau e dell'Art Deco influenzarono la produzione di piastrelle smaltate fatte a mano, diventando più audaci nel design, con motivi geometrici, forme organiche e colori vivaci. Questa tipologia di articoli artigianali sono diventi oggetti d'arte molto apprezzati per la loro bellezza, artigianalità e individualità. Sono utilizzati per decorare pareti, pavimenti, caminetti, bagni e cucine, e sono considerati delle vere e proprie opere d'arte ceramica. Oggi, oltre all’espressione artistica che rappresenta la piastrella, si guarda anche alla loro sostenibilità, infatti, molti artigiani ceramisti utilizzano nelle loro ricette, scarti di lavorazioni precedenti o piastrelle di recupero che provengono da demolizioni e ristrutturazioni. Le fasi di produzione di una piastrella smaltata fatta a mano con elementi riciclati comportano le seguenti fasi: - Raccolta e selezione dei materiali riciclati: vengono raccolti i materiali ceramici riciclati, come piastrelle rotte o scarti di produzione, provenienti da fonti affidabili. Questi materiali vengono successivamente selezionati e separati per rimuovere eventuali impurità come colla o vernice - Triturazione: i materiali ceramici riciclati vengono sottoposti a un processo di triturazione meccanica per ridurli in frammenti più piccoli. La dimensione dei frammenti può variare a seconda dell'applicazione e del tipo di piastrella che si intende produrre. - Preparazione dell'impasto: l'impasto viene preparato utilizzando una miscela di argilla vergine e materiali ceramici riciclati triturati. La proporzione tra argilla e materiali riciclati può essere determinata in base alle caratteristiche desiderate delle piastrelle finali. L'argilla funge da legante per i materiali riciclati. - Miscelazione e omogeneizzazione: gli ingredienti vengono miscelati insieme in un miscelatore meccanico per garantire una distribuzione uniforme dei materiali e ottenere una consistenza omogenea dell'impasto. Durante questa fase, possono essere aggiunti additivi o coloranti, se necessario, per ottenere il risultato desiderato. - Formatura delle piastrelle: l'impasto viene quindi formato in piastrelle attraverso l’azione manuale dell’artigiano piastrellista, facendo attenzione alla planarità, all’omogeneità e alla buona riuscita delle superfici. - Essiccazione: le piastrelle formate vengono trasferite su scaffali o appositi supporti e lasciate asciugare all'aria o in forni appositi. Questo processo di essiccazione rimuove l'umidità e rende le piastrelle pronte per la successiva fase di cottura. - Cottura: le piastrelle essiccate vengono sottoposte a una cottura in forni ceramici ad alta temperatura. La temperatura e il tempo di cottura dipendono dal tipo di argilla utilizzata e dalle specifiche del produttore. Durante la cottura, l'argilla si solidifica e le particelle di materiale ceramico riciclato si fondono insieme per formare le piastrelle. - Smaltatura e decorazione: dopo la cottura, le piastrelle possono essere smaltate e decorate. Questa fase comporta l'applicazione di smalti, colori o decorazioni sulla superficie delle piastrelle. Lo smalto è una miscela di minerali colorati e vetrificanti che conferisce alle piastrelle la loro finitura e colore caratteristici. Per preparare lo smalto, i minerali vengono macinati finemente e mescolati con vetrificanti e altri additivi. Questo processo può essere effettuato in modo manuale o utilizzando apparecchiature specializzate. La smaltatura può avvenire a spruzzo, per immersione o a pennello.    Smaltatura a spruzzo: lo smalto viene spruzzato sulla superficie delle piastrelle utilizzando un'apparecchiatura di spruzzatura. Questo metodo permette una distribuzione uniforme dello smalto ed è adatto per superfici lisce.      Smaltatura a immersione: le piastrelle vengono immerse in una vasca contenente lo smalto liquido. Dopo l'immersione, le piastrelle vengono sollevate e l'eccesso di smalto viene scolato. Questo  metodo è adatto per coprire l'intera superficie delle piastrelle.    Applicazione a pennello: lo smalto viene applicato sulla superficie delle piastrelle utilizzando un pennello. Questo metodo offre maggiore controllo sulla quantità e sulla distribuzione dello smalto, ed è spesso utilizzato per dettagli o decorazioni specifiche.- Asciugatura: dopo l'applicazione dello smalto, le piastrelle vengono lasciate asciugare per un periodo di tempo. La durata dell'asciugatura dipende dal tipo di smalto utilizzato e dalle condizioni ambientali. Durante l'asciugatura, lo smalto si indurisce e forma uno strato solido sulla superficie delle piastrelle. - Seconda cottura: dopo l'asciugatura, le piastrelle vengono sottoposte a una seconda cottura a una temperatura elevata. Durante questa cottura, lo smalto si fonde e si vetrifica, formando uno strato protettivo sulla superficie delle piastrelle. Questa cottura è essenziale per fissare lo smalto e garantire una finitura durevole e resistente.

SCOPRI DI PIU'
https://www.rmix.it/ - Economia circolare: il rifiuto non esiste – viva il rifiuto
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Economia circolare: il rifiuto non esiste – viva il rifiuto
Economia circolare

Togliamo dal vocabolario dell’economia circolare la parola rifiutodi Marco ArezioNon è un esercizio di lessico accademico, quello che vorrebbe che la parola Rifiuto scomparisse dal vocabolario per essere sostituita da –Risorsa– ma una provocazione che serve a farci capire come, in un periodo in cui le parole – Economia Circolare e Rifiuti – assumono un’importanza nella comunicazione generale, facciamo un pò di confusione e difficoltà a capirne i veri termini e le vere implicazioni. Il modello circolare di cui tanto si parla, non è solo quello di cercare di fare del nostro meglio, come cittadini, per avere una vita che sia più rispettosa dell’ambiente, quindi ridurre gli imballi, ridurre l’uso della plastica, razionalizzare gli spostamenti con i mezzi a con motori termici, regolare il riscaldamento o l’aria condizionata per evitare gli sprechi, razionalizzare l’uso dell’acqua, favorire negli acquisti le aziende che producono rispettando l’ambiente e sfavorire chi non lo fà. Potremmo citare molti altri comportamenti virtuosi da tenere, ma non dobbiamo dimenticarci che l’economia circolare si raggiunge attraverso una crescita culturale continua che può aiutare il nostro pianeta. Non ci dobbiamo accontentare dei piccoli gesti quotidiani, peraltro importantissimi, ma dobbiamo guardare, con la mente aperta, a come migliorare la nostra vita da cittadini “circolari“, perchè le idee di molti possono aiutare il sistema produttivo e distributivo. Nella filiera dell’economia circolare ci sono aree ancora trascurate e inespresse, a causa di deficit comunicativi, di una struttura manageriale e di una parte di consumatori che non hanno realmente compreso l’importanza degli argomenti trattati, di una errata scala dei valori in cui il denaro gioca un ruolo importante nelle scelte di tutti. Queste aree le troviamo in molti settori produttivi e distributivi su cui dovremmo lavorare meglio per dare un risultato più concreto al progetto comune di un’economia e di una vita meno impattante sull’ambiente. La prima cosa da fare è declassificare la parola rifiuto e riclassificarla come risorsa. La bottiglia dell’acqua che buttiamo non è un rifiuto, per fare un esempio banale, è la risorsa che permetterà alle aziende di produrre, nuovamente, altre bottiglie, indumenti, imbottiture per divani, articoli per il packaging senza intaccare le risorse naturali. La seconda cosa è la produzione di articoli con materiali che possano essere riciclati al 100%, non può più succedere che l’immissione sul mercato di un prodotto, un imballo per esempio, non tenga conto dei parametri di riciclabilità e possa costituire, per la collettività, un rifiuto che non sia una risorsa. La terza cosa, nell’era di internet super veloce, è la comunicazione circolare trasversale, che significa che lo scarto di produzione di un settore che non può essere riutilizzato nuovamente all’interno di esso, possa diventare una risorsa per atri settori. Le piattaforme web servono per comunicare anche, appunto, trasversalmente, informazioni in tempo reale che possano risolvere problematiche immediate e concrete. Ogni settore industriale è gravato da una parte di rifiuti di lavorazione che, nonostante accurate analisi, non può essere riutilizzato all’interno di esso, ma deve essere messo a disposizione di altri settori, in modo da poter scoprire le potenzialità del prodotto-rifiuto che può essere impiegato in campi differenti, così da creare una economia circolare trasversale. Per fare alcuni esempi, certamente non esaustivi, possiamo citare: Gli scarti del settore della carta potrebbero essere valorizzati nel settore della plastica Gli scarti della combustione del carbone potrebbero essere impiegati nel campo delle ceramiche Gli scarti della lavorazione delle pietre e delle demolizioni nel settore edile Gli scarti del vetro nell’arredamento e nel calcestruzzo I fanghi di alcune lavorazioni industriali possono essere impiegati in vari settori. Gli scarti di plastiche composite possono diventare polvere per compounds Gli scarti di alcuni rifiuti plastici non riciclabili da impiegare nel settore dei bitumi Ci sono molti altri esempi di settori che già si scambiano i rifiuti-risorse, ma il problema che i numeri sono decisamente bassi e molti dei prodotti descritti ed altri non citati, oggi, finiscono ancora in discarica e, a volte, anche per mancanza di comunicazione, che crea nuove opportunità e un nuovo modello circolare.Categoria: notizie - plastica - economia circolare - rifiutoVedi maggiori informazioni sul riciclo

SCOPRI DI PIU'
https://www.rmix.it/ - Le pale eoliche: un rifiuto difficile che può essere riciclato
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Le pale eoliche: un rifiuto difficile che può essere riciclato
Economia circolare

Pale eoliche, una composizione di molti materiali solidamente ancorati tra loro ne rendeva impossibile il riciclodi Marco ArezioIl vento è un pilastro della produzione delle energie rinnovabili e, da anni, si sta sfruttando con sempre maggiore interesse costruendo ed installando turbine che possano intercettare il vento e creare energia elettrica. Nonostante la prima informazione che ci è giunta dal passato circa l’utilizzo del vento per scopi meccanici risale al I secolo D.C. ad opera dell’Ingegnere greco Erone di Alessandria, la forza del vento all’epoca veniva soprattutto sfruttata nel campo navale, per riempire le vele e creare il moto delle barche sull’acqua. Intorno al IX secolo D.C. si iniziò in India, Iran e in Cina, ad usare il vento per far girare delle pale telate che potevano imprimere una forza ad un sistema di trasmissione, attraverso il quale si potevano eseguire nuovi lavori meccanizzati, come macinare i cereali, pompare l’acqua o eseguire alcune attività nel campo edile. In Europa i mulini a vento si diffusero in maniera capillare, soprattutto in Olanda, utilizzandoli per pompare l’acqua dai terreni sotto il livello del mare. Questa operazione fu così importante nelle operazioni di bonifica, che il mulino a vento assunse una figura rappresentativa del paese. Per vedere l’uso del vento nella produzione di energia elettrica, abbiamo dovuto aspettare fino al 1887 quando il professor James Blyth costruì, nel suo guardino, la prima turbina eolica per dare la corrente al suo cottage. Il risultato fu così incoraggiante che nel 1891 depositò il brevetto. Negli anni successivi molti altri inventori e scienziati studiarono, testarono e brevettarono, migliorie sul numero di pale ideale per fruttare al meglio la forza del vento, il loro profilo, i sistemi meccanici dei rotori e le altezze corrette di installazione delle turbine. Le pale eoliche, non metalliche, sono formate da un agglomerato di prodotti la cui prevalenza è costituita da legno di balsa, plastica, fibra di vetro, ed in misura minore da fibre di carbonio e metalli vari. Il ciclo di vita di un parco eolico può essere considerato intorno ai 25 anni e, recentemente, si è presentata la prima ondata di turbine dismesse. Teniamo in considerazione che, nella sola Germania, si prevedono nel 2024 circa 15.000 pale da riciclare. La difficoltà di separare gli elementi che costituiscono il manufatto ha fatto mettere in moto l’istituto tedesco WKI, che hanno studiato come separare il legno di balsa dalle parti plastiche e dalla vetroresina, al fine di recuperare le parti in legno per costruire nuovi pannelli isolanti per edifici. In una lama del rotore può contenere fino a 15 metri cubi di balsa, un legno leggerissimo e molto resistente, ma essendo solidarizzato con la vetroresina e la plastica, era considerato un rifiuto non riciclabile e finiva negli impianti di incenerimento o nelle cementerie come combustibile. L’istituto WKI dopo vari tentativi, ha capito che i componenti si potevano separate sfruttando la loro tenacità, infatti inserendo il prodotto in un mulino a rotazione e scagliando il pezzo contro delle parti metalliche, la balsa si scomponeva dai pezzi in vetroresina e da quelli in plastica. La balsa recuperata veniva ceduta agli impianti di produzione di pannelli fonoisolanti ultraleggeri, infatti, questi, raggiungono una densità di circa 20 Kg. per metro cubo e le loro prestazioni sono paragonabili ai pannelli in polistirolo.Categoria: notizie - pale eoliche - economia circolare - riciclo - rifiutiVedi maggiori informazioni sull'energia eolica

SCOPRI DI PIU'
https://www.rmix.it/ - Progettazione urbana sostenibile: strutture e infrastrutture circolari per la città del futuro
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Progettazione urbana sostenibile: strutture e infrastrutture circolari per la città del futuro
Economia circolare

Ponti, edifici e pavimentazioni realizzati con materiali rigenerati e strategie di riuso strutturale sistematico rappresentano il cuore della nuova ingegneria urbana circolaredi Marco ArezioNegli ultimi due decenni, la progettazione urbana ha subito una profonda trasformazione concettuale. L’idea tradizionale di città come somma di edifici e infrastrutture in crescita lineare è stata progressivamente sostituita da un paradigma basato sulla circular economy applicata all’ingegneria e all’architettura urbana. Oggi la città sostenibile non è più solo quella che riduce le emissioni o che utilizza energie rinnovabili, ma quella che chiude i cicli materiali, rigenera il costruito e limita il consumo di risorse vergini. Al centro di questa visione si colloca la progettazione di strutture e infrastrutture circolari, in cui ponti, edifici e pavimentazioni vengono ripensati come sistemi dinamici, capaci di nascere, trasformarsi e rigenerarsi in continuità. L’evoluzione della progettazione urbana verso modelli circolari Il concetto di progettazione urbana sostenibile si è evoluto dalla semplice efficienza energetica verso la gestione integrata dei flussi materiali e delle risorse. L’obiettivo non è più soltanto costruire in modo “green”, ma garantire che ogni elemento urbano — dalle fondamenta ai rivestimenti, dai ponti alle strade — sia parte di un ecosistema circolare. L’approccio sistemico implica una progettazione multidisciplinare in cui urbanisti, ingegneri civili, architetti e ricercatori dei materiali collaborano per definire strategie di riuso, smontaggio e riciclo strutturale programmato, fin dalla fase di concept. La sostenibilità, in questa prospettiva, non è un attributo posticcio, ma una caratteristica intrinseca del progetto. Materiali rigenerati e riuso strutturale: principi dell’ingegneria sostenibile La base tecnica della progettazione circolare si fonda sull’impiego di materiali rigenerati, recuperati o riutilizzabili con prestazioni meccaniche certificate. Tra i principali si annoverano: ⦁ Calcestruzzi riciclati con aggregati da demolizione controllata ⦁ Acciai rigenerati da filiere industriali di scarto o demolizione navale ⦁ Compositi polimerici rinforzati con fibre naturali o riciclate ⦁ Legno lamellare rigenerato e trattato per ponti e solai leggeri Il riuso strutturale, inteso come recupero e riprogettazione di elementi portanti esistenti, rappresenta una delle frontiere più avanzate: travi, pilastri, archi o conci di ponti vengono analizzati mediante modelli FEM e controlli non distruttivi, per poi essere reimpiegati in nuove opere. Ciò consente un risparmio medio del 30-50% di materia prima e una significativa riduzione delle emissioni di CO₂ associate alla produzione di materiali da costruzione. Ponti e infrastrutture viarie in economia circolare I ponti, simbolo di connessione e progresso, sono anche laboratori di innovazione circolare. Le nuove generazioni di ponti modulari, ad esempio, vengono concepite per essere smontabili, trasportabili e riutilizzabili in altri contesti territoriali. Alcune sperimentazioni europee (come i progetti ReCreate e CinderCE) applicano il principio di “design for disassembly” anche alle grandi infrastrutture, permettendo il riuso di conci prefabbricati e la sostituzione selettiva di componenti danneggiati. Inoltre, l’impiego di calcestruzzi geopolimerici e acciai riciclati consente di ridurre drasticamente l’impatto ambientale del ciclo di vita dell’opera, aumentando al contempo la durabilità in condizioni estreme. Queste pratiche non solo estendono la vita utile delle strutture, ma introducono un nuovo concetto di infrastruttura flessibile, adattabile al cambiamento climatico e alle esigenze urbane in evoluzione. Architettura e costruzione di edifici a ciclo chiuso Nel settore edilizio urbano, la circolarità si traduce nella costruzione di edifici a ciclo chiuso, in cui ogni componente è pensato per essere separato, aggiornato e riutilizzato. Le facciate modulari, i pannelli strutturali prefabbricati e i sistemi di giunzione reversibili permettono la demolizione selettiva e la reintegrazione dei materiali nel ciclo produttivo. In questo contesto, la digitalizzazione — tramite Building Information Modeling (BIM) e Digital Twin urbani — riveste un ruolo strategico: consente di tracciare i materiali e di prevederne il comportamento meccanico nel tempo, aprendo la strada alla gestione predittiva del costruito. L’obiettivo finale è un’architettura rigenerativa, capace di restituire più risorse di quante ne consuma. Pavimentazioni urbane con aggregati riciclati e sistemi drenanti Le pavimentazioni rappresentano una parte significativa del suolo urbano e sono oggi oggetto di innovazioni circolari orientate a: ⦁ utilizzo di asfalti rigenerati (RAP) ⦁ aggregati riciclati da demolizioni controllate ⦁ leganti a base di geopolimeri e ceneri volanti ⦁ pavimentazioni permeabili che favoriscono il drenaggio urbano e mitigano l’effetto isola di calore In alcuni progetti sperimentali, la combinazione di materiali termoriflettenti e rigenerati ha mostrato riduzioni fino a 6-8°C nelle temperature superficiali estive, migliorando il comfort urbano e riducendo i consumi energetici degli edifici adiacenti. Le pavimentazioni, quindi, diventano non solo un elemento funzionale, ma una tecnologia ambientale attiva. Analisi del ciclo di vita e indicatori di sostenibilità strutturale Un approccio realmente circolare richiede una valutazione quantitativa dei benefici ambientali, economici e sociali delle soluzioni adottate. L’LCA (Life Cycle Assessment) e il LCC (Life Cycle Cost) sono strumenti fondamentali per misurare l’impatto di materiali e tecniche di costruzione. Indicatori come il Global Warming Potential (GWP) o l’Energy Payback Time consentono di confrontare le prestazioni ambientali tra diverse alternative strutturali. Inoltre, l’integrazione tra analisi LCA e modelli digitali BIM permette la creazione di database dinamici per il monitoraggio continuo della sostenibilità del costruito, estendendo il concetto di efficienza a tutto l’arco di vita dell’opera. Normative europee e linee guida tecniche per il riuso dei materiali L’Unione Europea, attraverso direttive come la Waste Framework Directive (2008/98/EC) e il Green Deal, ha stabilito obiettivi precisi di recupero e riuso dei materiali da costruzione. Le più recenti norme EN 15804 e EN 15978 definiscono i criteri per la dichiarazione ambientale di prodotto (EPD) e per la valutazione delle prestazioni edilizie in ottica di ciclo di vita. Molti Paesi europei stanno inoltre introducendo regolamenti nazionali sul riuso strutturale, che consentono l’impiego di componenti recuperati in nuovi progetti previa certificazione meccanica e tracciabilità. Questo quadro normativo favorisce la transizione verso un mercato dei materiali secondari ad alto valore ingegneristico, ponendo l’Europa come leader mondiale nella progettazione urbana sostenibile. Verso la città resiliente: sinergie tra ingegneria, urbanistica e ambiente La città circolare non è soltanto una somma di tecniche costruttive ecocompatibili, ma un ecosistema complesso, in cui infrastrutture, spazi verdi, sistemi energetici e mobilità interagiscono in un equilibrio dinamico. La resilienza urbana — capacità di adattarsi e rigenerarsi dopo eventi estremi o crisi ambientali — dipende dalla qualità strutturale e circolare dei suoi elementi costitutivi. Ponti modulari, edifici smontabili, pavimentazioni drenanti e materiali riciclati sono tasselli di una visione sistemica, in cui la tecnica diventa alleata della vita urbana, della sicurezza e della sostenibilità ambientale. Solo un approccio interdisciplinare, fondato su conoscenza scientifica, innovazione tecnologica e responsabilità ambientale, può garantire la nascita di una nuova generazione di città resilienti e circolari, capaci di coniugare progresso e rispetto per le risorse. © Riproduzione Vietata

SCOPRI DI PIU'
https://www.rmix.it/ - Fanghi di depurazione per l’agricoltura: un azzardo?
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Fanghi di depurazione per l’agricoltura: un azzardo?
Economia circolare

Nell’ottica dell’economia circolare sono state identificate alcune tipologie di fanghi di depurazione utilizzabili, ma lo smaltimento rimane complesso di Marco ArezioSembra una lotta già vista in altri settori tra i prodotti eco compatibili e quelli di derivazione industriale che tanto ha interessato la popolazione e un po’ meno la politica. Come per la plastica, il vetro, il legno, la carta e metalli, esiste una competizione sotto traccia tra prodotto “vergine” e prodotto da riuso. Il fango di depurazione è un altro esempio della complicata normativa che regge il mercato dei rifiuti rispetto alle esigenze sul territorio degli operatori del settore. Esistono, in alcune aree, divieti assoluti nell’utilizzo di questi fanghi trattati e libertà di utilizzo in altre, complice anche una normativa che in alcuni paesi è ancora del secolo scorso. Ma cosa è il fango da depurazione? Le cosiddette acque nere delle reti fognarie che confluiscono nei depuratori cittadini, vengono trattate meccanicamente, biologicamente e chimicamente in modo da rendere il fluido di risulta adatto alla reimmissione in natura senza creare alterazioni nell’ecosistema. Queste operazioni creano uno scarto di lavorazione che è composto da un fango contenente parti organiche e inorganiche in gran parte biodegradabili. I fanghi si dividono in fanghi primari e secondari. I primari sono costituiti prevalentemente in: Organici, quali la cellulosa gli zuccheri i lipidi e le proteine, che sono facilmente biodegradabili Inorganici, quali la sabbia gli ossidi metallici e i carbonati Organici non facilmente biodegradabili, come le fibre le gomme e semi I fanghi secondari sono costituiti prevalentemente da: Solidi sospesi che non sono stati trattenuti dalla sedimentazione primaria Solidi prodotti direttamente dall’impianto, quali sostanze che non vengono attaccate dai batteri e solidi disciolti biodegradabili che vengono attaccate dai batteri. Senza entrare nello specifico delle differenze chimiche dei fanghi primari e secondari e sul loro diverso trattamento in un impianto di depurazione possiamo dire che i fanghi secondari sono i più ricchi di nutrienti, come l’azoto e il fosforo rispetto ai primari, quindi più adatti ad un uso in agricoltura. Quelli primari, invece, hanno un potere calorifico maggiore dei secondari biologici e quindi più indicati allo smaltimento per incenerimento. In realtà, per le difficoltà che le normative ambientali stanno ponendo, una consistente frazione di fanghi, che potrebbero essere utilizzati in agricoltura, si sta accumulando nei depositi in quanto non trovano uno sbocco commerciale. Se consideriamo che la produzione dei fanghi da depurazione non si ferma mai, in quanto le acque nere confluiscono ogni giorno nei depuratori, l’enigma di dove collocarli aumenta sempre più ogni giorno. Il problema non è solo per gli impianti di depurazione, ma coinvolge anche gli agricoltori che sono costretti ad usare concimi chimici quando la natura ci dà le stesse sostanze che necessita la terra sotto forma di liquami trattati. I metodi per affrontare questa emergenza vede la reazione degli operatori divisi tra passivi e attivi. Per passivi intendiamo le soluzioni tecniche che mirano, attraverso metodi di gestione del ciclo di depurazione, alla riduzione della quantità di fango di risulta. Tra quelli attivi troviamo proposte per trasformare il fango in “gesso di defecazione” ottenendo un prodotto che non è più da considerare rifiuto, ma come un additivo che può essere utilizzato in agricoltura come correttivo delle ricette di concimazione. Un altro progetto è la “carbonizzazione accelerata del fango” attraverso la permanenza dei fanghi in un’autoclave ad alta pressione (18 bar) e ad alta temperatura (190°). Così facendo si genera una trasformazione dei fanghi in un prodotto definito “biocarbone”. Una ulteriore linea di smaltimento è quella di mischiare i fanghi di depurazione, attraverso un impianto di iniezione dei fanghi disidratati, ai processi di combustione dei rifiuti, creando una co-combustione che utilizzerebbe una percentuale di fanghi tra il 7 e 8% rispetto ai rifiuti immessi.Categoria: notizie - fanghi - economia circolare - riciclo - rifiuti - fanghi di depurazione

SCOPRI DI PIU'
69 risultati
1 2 3 4 5

CONTATTACI

Copyright © 2026 - Privacy Policy - Cookie Policy | Tailor made by plastica riciclata da post consumoeWeb

plastica riciclata da post consumo