Le Problematiche dei Materiali da Smaltire e Riciclare per Titolari di Cave e MarmistiNormative stringenti e consapevolezza ambientale stanno trasformando il settore della lavorazione delle pietre naturali di Marco ArezioNegli ultimi anni, il settore delle cave e della lavorazione del marmo ha affrontato problematiche crescenti riguardanti la gestione dei materiali da smaltire e riciclare. I titolari di cave e marmisti si trovano oggi in una situazione di incertezza e confusione, alimentata da normative sempre più stringenti e da una crescente consapevolezza ambientale.Questo articolo esplorerà le cause di questo caos, le implicazioni per il settore e le possibili soluzioni per una gestione più sostenibile e efficiente dei rifiuti derivanti dalla lavorazione della pietra. La Problematicità dei Materiali di Scarto La lavorazione del marmo e delle altre pietre naturali produce una quantità significativa di materiali di scarto. Questi scarti includono frammenti di pietra, polveri e fanghi derivanti dai processi di taglio e levigatura. Storicamente, gran parte di questi materiali è stata semplicemente smaltita in discariche, con scarsa considerazione per le conseguenze ambientali. Tuttavia, con l'aumento delle normative ambientali e delle pressioni sociali per pratiche più sostenibili, la gestione di questi rifiuti è diventata una questione critica. Normative Stringenti e Complessità Burocratiche Una delle principali fonti di confusione per i titolari di cave e marmisti è rappresentata dalle normative sempre più stringenti relative alla gestione dei rifiuti. Le leggi in materia di smaltimento e riciclaggio dei materiali da costruzione sono complesse e in continua evoluzione, con variazioni significative tra diverse regioni e paesi. Questo comporta un carico burocratico considerevole per le aziende, che devono investire tempo e risorse per conformarsi alle regolamentazioni. La mancanza di chiarezza e la frequente modifica delle leggi aggravano ulteriormente la situazione, creando un ambiente di incertezza che rende difficile pianificare a lungo termine. Impatti Economici e Ambientali La gestione inadeguata dei materiali di scarto ha impatti significativi sia dal punto di vista economico che ambientale. Economicamente, i costi associati allo smaltimento dei rifiuti possono essere elevati, specialmente se le aziende non adottano strategie efficaci per ridurre e riciclare i materiali di scarto. Inoltre, le multe e le sanzioni per il mancato rispetto delle normative possono rappresentare un peso finanziario considerevole. Dal punto di vista ambientale, il mancato riciclaggio e smaltimento corretto dei materiali di scarto può portare a problemi di inquinamento, degrado del suolo e contaminazione delle acque. I fanghi e le polveri derivanti dalla lavorazione delle pietre possono contenere sostanze chimiche pericolose che, se non gestite correttamente, possono avere impatti negativi sulla salute pubblica e sull'ecosistema. Soluzioni e Prospettive per il Futuro Nonostante le sfide, esistono diverse soluzioni che i titolari di cave e marmisti possono adottare per gestire in modo più efficiente e sostenibile i materiali di scarto. Una delle soluzioni principali è rappresentata dall'adozione di tecnologie avanzate per il riciclaggio dei rifiuti. Ad esempio, i fanghi possono essere trattati e trasformati in materiali utilizzabili per la costruzione o per altri scopi industriali, riducendo la quantità di rifiuti destinati alle discariche. Un'altra soluzione promettente è l'implementazione di pratiche di economia circolare, che mirano a mantenere i materiali in uso il più a lungo possibile, riducendo al minimo i rifiuti. Questo può includere la progettazione di prodotti che facilitano il riutilizzo e il riciclaggio dei materiali, nonché la collaborazione con altre industrie per trovare sbocchi commerciali per i materiali di scarto. Infine, è essenziale che le autorità pubbliche e le organizzazioni di settore lavorino insieme per semplificare le normative e fornire supporto alle aziende. Questo potrebbe includere la creazione di linee guida chiare e unificate, programmi di formazione e incentivi finanziari per le aziende che adottano pratiche sostenibili. Conclusioni Il caos che i titolari di cave e marmisti stanno affrontando riguardo ai materiali da smaltire e riciclare è un riflesso delle sfide più ampie legate alla gestione dei rifiuti nel contesto delle crescenti pressioni ambientali. Tuttavia, con l'adozione di tecnologie avanzate, pratiche di economia circolare e una collaborazione efficace tra settore pubblico e privato, è possibile trasformare queste sfide in opportunità. Un approccio più sostenibile alla gestione dei rifiuti non solo contribuirà a proteggere l'ambiente, ma potrà anche portare benefici economici significativi, rendendo il settore della lavorazione delle pietre più resiliente e innovativo.
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La Turchia, discarica d’Europa: l'allarme rifiuti di plastica esportati dall'UELe quantità dei rifiuti plastici sono quadruplicate negli ultimi anni, con l’Italia tra i maggiori esportatoridi Marco ArezioNegli ultimi anni, la Turchia è diventata la principale destinazione dei rifiuti di plastica provenienti dall'Europa, con un aumento significativo delle quantità esportate. Questo fenomeno solleva preoccupazioni ambientali e sanitarie, evidenziando la necessità di una gestione più responsabile dei rifiuti a livello globale. L'aumento delle esportazioni di rifiuti plastici verso la Turchia Dopo che la Cina ha vietato l'importazione di rifiuti plastici nel 2018, molti Paesi europei hanno cercato nuove destinazioni per i loro scarti. La Turchia è emersa come una delle principali mete, con un incremento esponenziale delle importazioni di rifiuti plastici. Secondo i dati di Eurostat, nel 2023 la Turchia ha importato 457.000 tonnellate di rifiuti plastici dall'Europa, quadruplicando le quantità rispetto al 2018. Il ruolo dell'Italia L'Italia si colloca al quarto posto tra i Paesi europei esportatori di rifiuti plastici verso la Turchia. Nel 2023, l'Italia ha inviato 41.580 tonnellate di rifiuti plastici in Turchia, equivalenti a circa 347 camion al mese. Questo rappresenta un aumento significativo rispetto agli anni precedenti, evidenziando una crescente dipendenza dall'export per la gestione dei rifiuti plastici. Implicazioni ambientali e sanitarie L'aumento delle importazioni di rifiuti plastici ha portato a gravi conseguenze ambientali in Turchia. Indagini condotte da Greenpeace hanno rivelato che molti di questi rifiuti non vengono riciclati correttamente, finendo in discariche illegali o venendo bruciati all'aperto, causando inquinamento del suolo, dell'aria e delle acque. Queste pratiche mettono a rischio la salute delle comunità locali, esponendole a sostanze tossiche e cancerogene. La risposta della Turchia Di fronte a questa situazione, nel maggio 2021 il governo turco ha annunciato un divieto sull'importazione di rifiuti in polietilene, una delle plastiche più comuni. Tuttavia, a seguito delle pressioni dell'industria locale, il divieto è stato revocato dopo pochi giorni, permettendo la continuazione delle importazioni. Questa decisione ha sollevato critiche da parte delle organizzazioni ambientaliste, che sottolineano la necessità di politiche più rigorose per proteggere l'ambiente e la salute pubblica. La necessità di una gestione responsabile dei rifiuti La situazione attuale evidenzia l'urgenza di una gestione più sostenibile dei rifiuti plastici in Europa. Affidarsi all'export verso Paesi come la Turchia non risolve il problema, ma lo sposta altrove, con gravi conseguenze ambientali e sociali. È fondamentale ridurre la produzione di plastica, migliorare le infrastrutture di riciclo e promuovere l'economia circolare per affrontare efficacemente la crisi dei rifiuti plastici. Conclusione La Turchia è diventata la discarica d'Europa per i rifiuti di plastica, con quantità quadruplicate negli ultimi anni, anche a causa delle esportazioni italiane. Questo fenomeno comporta seri rischi ambientali e sanitari, evidenziando la necessità di una gestione più responsabile e sostenibile dei rifiuti plastici a livello globale.© Riproduzione Vietata
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La Cina verso la leadership globale nel riciclo: un mercato da 14 miliardi di dollari in espansioneIl paese asiatico accelera nella transizione verso l’economia circolare, investendo in tecnologie innovative e infrastrutture per ridurre l’impatto ambientale e promuovere la sostenibilitàdi Marco ArezioNegli ultimi anni, la Cina è emersa come un attore di spicco nel settore del riciclo dei materiali, confermando il suo impegno nel ridurre l’impatto ambientale e nel favorire lo sviluppo di un’economia circolare. Secondo recenti rapporti, il mercato cinese del riciclo dei materiali ha raggiunto un valore di circa 14 miliardi di dollari, rappresentando un passo significativo verso la sostenibilità globale. Questo articolo analizza i fattori principali che stanno alla base di questa crescita, i benefici per l’economia e l’ambiente, e le sfide che il paese affronta nel migliorare ulteriormente le sue pratiche di riciclo. Un impegno strutturale verso l’economia circolare La Cina ha intrapreso una serie di politiche per incentivare il riciclo e la gestione sostenibile dei rifiuti, specialmente a seguito della crisi dei rifiuti solidi scoppiata negli anni 2000. Nel 2018, il paese ha adottato misure drastiche vietando l’importazione di rifiuti plastici e altri materiali di scarto dall’estero. Questo provvedimento ha spinto le imprese locali a concentrarsi sul riciclo dei rifiuti domestici, stimolando investimenti in nuove tecnologie e infrastrutture. Uno dei principali driver di questo cambiamento è stata la crescente pressione internazionale e interna per ridurre l’impatto ambientale dell'industria cinese, notoriamente responsabile di una parte significativa delle emissioni globali. L'iniziativa nazionale “Made in China 2025” ha promosso l’adozione di tecnologie avanzate per migliorare l’efficienza dei processi di produzione, inclusi quelli legati alla gestione e riciclo dei rifiuti. La crescita del mercato del riciclo dei materiali L’industria del riciclo in Cina ha visto un’impennata senza precedenti, con un mercato che nel 2024 ha raggiunto il valore di 14 miliardi di dollari. Tale crescita è stata favorita da diversi fattori. Prima di tutto, la forte urbanizzazione ha creato un incremento nella produzione di rifiuti domestici, industriali e commerciali, accelerando la domanda di soluzioni per la gestione e il recupero dei materiali. In secondo luogo, lo sviluppo di tecnologie per il riciclo è diventato un pilastro dell’innovazione industriale cinese. Le aziende stanno adottando nuovi sistemi per il trattamento e il riciclo di materiali difficili, come i rifiuti elettronici e i polimeri plastici avanzati, garantendo una maggiore efficienza nel recupero di risorse preziose come metalli rari e materiali compositi. Benefici economici e ambientali L'espansione del settore del riciclo in Cina non solo ha creato opportunità economiche significative, ma ha anche comportato notevoli benefici ambientali. L’economia circolare permette di ridurre la dipendenza dalle risorse naturali, limitando così lo sfruttamento di materie prime vergini e contribuendo a ridurre le emissioni di carbonio. Inoltre, il riciclo dei materiali contribuisce alla riduzione del volume di rifiuti che finiscono in discarica, alleviando il problema della gestione dei rifiuti nelle grandi metropoli cinesi. Dal punto di vista economico, l’espansione dell’industria del riciclo ha creato nuovi posti di lavoro e ha stimolato la crescita di settori ad alto valore aggiunto, come la produzione di tecnologie per il trattamento dei rifiuti. Le aziende che operano nel settore beneficiano di incentivi fiscali e di politiche governative che incoraggiano la transizione verso un’economia più sostenibile. Questo ha portato anche ad un aumento degli investimenti stranieri in tecnologie green, attratti dal potenziale di un mercato così vasto e in rapida espansione. Le sfide da affrontare Nonostante i significativi progressi, il settore del riciclo in Cina deve ancora superare diverse sfide per realizzare il suo pieno potenziale. Una delle principali difficoltà riguarda la mancanza di standard uniformi per la qualità dei materiali riciclati. Ciò rende complicato per le aziende garantire la purezza e la qualità dei prodotti finali, limitando l’adozione diffusa dei materiali riciclati da parte delle industrie tradizionali. Un’altra questione rilevante è rappresentata dal gap tecnologico che esiste tra le diverse regioni del paese. Mentre le grandi città come Shanghai e Pechino dispongono di infrastrutture all’avanguardia per il riciclo, le aree rurali e le città di seconda fascia faticano a sviluppare un sistema di gestione dei rifiuti efficiente. Questa disparità crea uno squilibrio tra le diverse regioni nel contribuire alla riduzione complessiva dell’impronta ecologica del paese. Infine, la consapevolezza ambientale tra la popolazione rimane ancora relativamente bassa rispetto agli standard internazionali. Le campagne di sensibilizzazione e educazione sono fondamentali per garantire un coinvolgimento attivo dei cittadini nella raccolta differenziata e nel riciclo dei rifiuti domestici. Prospettive future Il futuro del riciclo dei materiali in Cina sembra promettente. Le politiche governative continuano a spingere verso una maggiore sostenibilità, e l’industria del riciclo rimane al centro dell’agenda per la lotta ai cambiamenti climatici. La Cina sta progressivamente abbracciando l’economia circolare come un’opportunità per ridurre la sua dipendenza dalle risorse estere e per migliorare la qualità della vita dei suoi cittadini. Con l’espansione delle tecnologie di intelligenza artificiale e robotica, ci si aspetta che le operazioni di riciclo diventino sempre più efficienti e automatizzate, aumentando i tassi di recupero e riducendo i costi operativi. In particolare, l’uso di intelligenza artificiale per la classificazione dei rifiuti e la separazione dei materiali potrebbe rivoluzionare il settore, aprendo nuove possibilità per l’economia circolare cinese. Inoltre, l’adozione di normative più severe e lo sviluppo di standard internazionali per i materiali riciclati potrebbero favorire una maggiore cooperazione globale nel settore. L’industria cinese potrebbe diventare un leader nella produzione di materiali riciclati di alta qualità, esportando non solo prodotti ma anche know-how tecnologico in altre nazioni. Conclusione Il settore del riciclo dei materiali in Cina sta attraversando una fase di crescita straordinaria, con il potenziale di trasformare profondamente l’economia del paese. Tuttavia, per realizzare appieno questa trasformazione, sarà fondamentale affrontare le sfide attuali, migliorando l’uniformità degli standard, investendo nelle infrastrutture rurali e promuovendo una maggiore consapevolezza ambientale tra la popolazione. Il successo della Cina nel campo del riciclo potrebbe servire da modello per altre nazioni, mostrando come lo sviluppo economico e la sostenibilità possano andare di pari passo in un mondo che deve affrontare l'emergenza climatica.
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Come riciclare gli scarti bituminosiIncrementare il recupero dell’asfalto e delle guaine bituminose in un’ottica di economia circolare di Marco ArezioNonostante si parli ogni giorno di economia circolare esistono ancora settori, in alcuni paesi, in cui si potrebbe fare molto di più nell’ambito della sostenibilità ambientale. Il campo dei composti bituminosi destinati al riciclo vede luci ed ombre. Il bitume, con cui si realizzano i composti bituminosi come le guaine impermeabilizzanti o l’asfalto, proviene dalla distillazione del petrolio e si presenta sotto forma di liquido di colore nero, viscoso, la cui classificazione è espressa rispetto al grado di penetrazione. Nella moderna produzione troviamo tre tipi di bitume: Distillato Ossidato Soffiato I settori in cui si usano maggiormente i prodotti bituminosi sono l’edilizia, i cui vengono impiegate le guaine bituminose per l’impermeabilizzazione delle strutture e il settore stradale in cui vengono impiegati composti aggreganti per la produzione di asfalto. Come tutti i prodotti, anche i composti bituminosi hanno un ciclo di vita prestabilita, finita la quale vanno rimossi e sostituiti. L’operazione di sostituzione rientra nelle buone procedure dell’economia circolare, attraverso le quali i rifiuti devono essere recuperati per il loro riutilizzo. Per quanto riguarda le guaine bituminose lo scarto deve essere avviato agli impianti di triturazione e selezione e può essere riutilizzato nella formazione di manti stradali, in quanto gli elementi sono compatibili con le miscele d’asfalto. Per quanto riguarda il prodotto risultante dalla fresatura delle pavimentazioni stradali, questo rappresenta per eccellenza l’elemento costitutivo delle miscele per le nuove asfaltature. In realtà, il riciclo degli scarti bituminosi, specialmente quello stradale, gode in Europa di luci ed ombre, con numeri molto differenti tra le nazioni. La Germania, per esempio, riutilizza circa l’84% dello scarto delle pavimentazioni stradali, il Belgio addirittura il 95%, la Francia il 70%, il Regno Unito il 90%, mentre l’Italia solo il 25%, secondo i dati dell’associazione strade e bitume Siteb, portando la media Europea al 60%. I numeri del fresato d’asfalto nel mondo sono davvero importanti, se consideriamo che solo in Germania se ne generano circa 13 milioni di tonnellate all’anno e, la considerazione della qualità di un prodotto per asfaltatura, in paesi come gli Stati Uniti, il Giappone e l’Inghilterra, si misura sul numero di volte in cui si può riutilizzare. Il riciclo e riutilizzo dei composti bituminosi in modo corretto porterebbe a minori importazioni di petrolio, riduzione della circolazione dei mezzi pesanti e riduzioni delle emissioni in atmosfera.Categoria: notizie - bitume - economia circolare - riciclo - rifiuti
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Come riciclare i rifiuti edili: lastre ondulate di cartone bitumatoDalla discarica alle nuove filiere circolari: composizione, produzione, limiti tecnici, ricerca scientifica e scenari industriali per il recupero delle lastre fibro-bituminose e cellulosa-bitume nel settore edilizio e stradale Autore: Marco Arezio. Esperto in economia circolare, riciclo dei polimeri e processi industriali delle materie plastiche. Fondatore della piattaforma rMIX, dedicata alla valorizzazione dei materiali riciclati e allo sviluppo di filiere sostenibili. Data: marzo 2026 Aggiornamento editoriale: revisione tecnica e normativa del testo originariamente pubblicato nel maggio 2020 Tempo di lettura: 10 minuti Nel 2020 l’idea che una lastra ondulata in cartone bitumato potesse evitare la discarica appariva quasi una nicchia tecnica. Nel marzo 2026 il quadro è più maturo, ma anche più complesso. Da un lato, il settore delle costruzioni e demolizioni è ormai riconosciuto in Europa come uno dei campi decisivi della transizione circolare; dall’altro, proprio i materiali compositi come le lastre cellulosa-bitume dimostrano che non basta dichiarare un prodotto “riciclabile” perché esista davvero una filiera industriale stabile, capillare e redditizia. I rifiuti da costruzione e demolizione rappresentano oltre un terzo di tutti i rifiuti generati nell’Unione europea, mentre la sola attività delle costruzioni ha contribuito per il 38,4% del totale dei rifiuti UE nel 2022. La gerarchia europea dei rifiuti continua a indicare come priorità prevenzione, riuso e riciclo, relegando la discarica all’ultima opzione. Questo passaggio è fondamentale per capire il destino delle lastre ondulate bitumate. Non siamo più nel tempo in cui il tema si esauriva nello smaltimento. Oggi la domanda giusta è diversa: questo materiale, una volta rimosso, può essere recuperato in modo tecnicamente affidabile, economicamente sensato e ambientalmente preferibile? La risposta, aggiornata al marzo 2026, è sì sul piano tecnico in diversi casi, ma ancora non in modo uniforme sul piano industriale e territoriale. Cosa sono davvero le lastre ondulate in cartone bitumato Le lastre ondulate fibro-bituminose o in cartone bitumato discendono storicamente dal materiale cellulosa-bitume lanciato in Francia nel 1944 da Gaston Gromier. La loro diffusione è stata legata soprattutto alla leggerezza, al costo contenuto, alla facilità di posa e alla buona impermeabilità, che ne hanno fatto una soluzione popolare per coperture leggere, tettoie, edifici agricoli, strutture secondarie e sottomanti di copertura. Dal punto di vista della formulazione, le versioni moderne sono composte essenzialmente da bitume, fibre cellulosiche riciclate, resine termoindurenti e pigmenti; secondo la documentazione tecnica del produttore Onduline, le fibre cellulosiche riciclate rappresentano quasi la metà del contenuto del prodotto. La certificazione tecnica britannica BBA descrive inoltre il materiale come un foglio corrugato a base di fibra di cellulosa, pigmentato sulla faccia superiore e rivestito con resina termoindurente, poi impregnato di bitume. Sul piano prestazionale, il riferimento di marcatura CE resta la norma armonizzata EN 534 per le lastre ondulate bituminose. Questa composizione spiega perché il prodotto sia sempre stato apprezzato in edilizia, ma anche perché abbia creato difficoltà a fine vita. La cellulosa non è semplicemente accoppiata al bitume come in un laminato facile da separare: ne è impregnata, stabilizzata, trasformata in una matrice composita. In altre parole, il valore funzionale del prodotto nasce proprio dall’intima unione dei componenti, e questa stessa unione rende più difficile il recupero selettivo dei materiali quando la lastra viene rimossa. Come vengono prodotte e perché la loro struttura ha frenato il riciclo tradizionale Il ciclo produttivo resta sostanzialmente coerente con quanto si descriveva già anni fa, ma oggi è meglio documentato nelle certificazioni di prodotto e nelle EPD. La fibra cellulosica viene preparata in forma di polpa, pressata in fogli, pigmentata, trattata con resina termoindurente, corrugata, essiccata e infine impregnata con bitume per immersione. È un processo continuo che punta a ottenere leggerezza, impermeabilità e resistenza sufficiente alla posa e all’esercizio. Il nodo tecnico del fine vita nasce qui. Se un materiale è costituito da una componente bituminosa invecchiata, da fibre impregnate, da resine e da rivestimenti superficiali, non può essere trattato con la stessa semplicità di un rottame metallico o di un inerte minerale. Per questo, per molto tempo, la destinazione prevalente è stata la discarica o comunque l’uscita dal ciclo dei materiali. La letteratura e le politiche europee sulla gestione dei rifiuti da costruzione insistono infatti su un punto chiave: i materiali compositi, se non vengono separati e qualificati correttamente alla fonte, perdono gran parte del loro valore di riciclo. Cosa è cambiato davvero dal 2020 al marzo 2026 La prima novità è che oggi le coperture bituminose leggere non possono più essere lette solo come prodotti a fine vita problematici. Sono anche prodotti che, in fase di fabbricazione, incorporano già materia riciclata e sono sempre più accompagnati da dati LCA ed EPD. Onduline dichiara per le proprie lastre e tegole bituminose un contenuto di riciclato attorno al 45-51%, mentre nel 2024 il gruppo ha comunicato di aver riciclato circa 46.400 tonnellate di materiali, soprattutto fibre cellulosiche per le lastre bituminose. Sempre nel 2024 ha inoltre valorizzato, tramite EPD validate, l’impronta climatica delle proprie famiglie di prodotto. La seconda novità, però, è più scomoda e più interessante. Proprio le EPD e le informazioni tecniche mostrano che l’end of life reale delle lastre ondulate in cellulosa-bitume non è ancora universalmente circolare. Nell’EPD 2024 per le lastre ondulate bituminose da sottotetto, il produttore considera a fine vita il riciclo del 100% dei fissaggi metallici, ma il conferimento in discarica del 100% delle lastre corrugate bituminose. Inoltre, una guida di smaltimento 2025 per il mercato britannico le definisce rifiuti non pericolosi ma non riciclabili nel circuito locale. Questo è il punto decisivo dell’aggiornamento 2026: la riciclabilità teorica del materiale e la sua riciclabilità industriale effettiva non coincidono ancora dappertutto. In altri termini, rispetto al 2020 non possiamo più scrivere in modo lineare che “le lastre si riciclano” e basta. Dobbiamo dire qualcosa di più vero: esistono ormai strade tecniche credibili per recuperare rifiuti bituminosi da copertura, ma le lastre ondulate in cartone bitumato non sono ancora entrate ovunque in una filiera standardizzata, diffusa e riconosciuta come accade per altre famiglie di rifiuti. Riciclabilità tecnica e riciclabilità industriale: la distinzione che nel 2026 non si può più ignorare Questo è il vero salto culturale da fare. Un materiale può essere tecnicamente recuperabile e tuttavia non essere, in una determinata area geografica, industrialmente accettato in raccolta, selezione e reimpiego. Nel caso delle lastre ondulate bitumate il problema dipende da almeno cinque fattori: eterogeneità dei manufatti rimossi, presenza di chiodi o fissaggi, contaminazioni di cantiere, assenza di canali logistici dedicati e mancanza di specifiche condivise per l’impiego del macinato in nuovi prodotti. A complicare ulteriormente la questione c’è la confusione, ancora frequente, tra lastre bituminose leggere e vecchie lastre in fibrocemento con amianto. Le fonti tecniche del produttore ribadiscono che le lastre Onduline sono un’alternativa asbestos-free al fibrocemento storico, ma ricordano anche che altri vecchi prodotti da copertura, installati decenni fa e prodotti da terzi, possono invece contenere amianto. Questo significa che ogni filiera di recupero seria deve partire da identificazione del materiale, audit pre-demolizione e demolizione selettiva. Senza questa fase, parlare di economia circolare è solo marketing. La strada più concreta resta quella del settore asfaltiero Se c’è una direzione che, tra ricerca e industria, appare oggi la più solida per i rifiuti bituminosi da copertura, è l’utilizzo nei conglomerati bituminosi per pavimentazioni. Non è una novità assoluta, ma nel 2026 questa via ha una base tecnica molto più robusta di sei anni fa. Già il progetto europeo LIFE “Roof to Road” aveva dimostrato la possibilità di raccogliere, macinare e riutilizzare il bitume proveniente dai materiali di copertura in asfalti per strade e infrastrutture, con l’obiettivo di evitare sia la discarica sia l’incenerimento. La letteratura più recente conferma e raffina questa prospettiva. Uno studio di laboratorio del 2025 sulle membrane bituminose a fine vita ha testato aggiunte dello 0,5% e del 2% in peso nella miscela asfaltica con metodo dry, con risultati promettenti: la presenza del rifiuto non ha peggiorato, e in alcuni casi ha migliorato, le prestazioni esaminate, rendendo concreto un tasso di riciclo del 2% nella miscela. Parallelamente, una review del 2024 sui recycled asphalt shingles mostra che l’impiego di RAS può essere economicamente ed ecologicamente vantaggioso; in molte formulazioni, dosaggi fino al 20% sul peso del legante o al 5% sul peso della miscela risultano gestibili, pur con effetti da controllare su fatica e fessurazione termica. Il motivo tecnico è chiaro. Il rifiuto da copertura apporta bitume invecchiato, fibre e in alcuni casi filler minerali. Questo tende ad aumentare rigidezza, resistenza al solco e stabilità ad alta temperatura, ma può anche rendere la miscela più fragile a bassa temperatura o sotto carichi ripetuti. Per questo la ricerca più avanzata non si limita ad aggiungere macinato: lavora su compatibilità del legante, dosaggio, granulometria, uso di rejuvenators, bio-oli e approcci di balanced mixture design. Per le lastre ondulate in cartone bitumato, rispetto a membrane e shingles, la base sperimentale diretta è ancora più ridotta. Ma l’inferenza tecnica è forte: se il rifiuto viene identificato correttamente, depurato da metalli e contaminanti, calibrato in pezzatura e dosato entro finestre compatibili con la miscela, il settore asfaltiero resta il candidato più credibile per un recupero di massa. È però una conclusione ragionata, non una standardizzazione già universalmente acquisita. La vera frontiera nuova è il passaggio dal tetto alla nuova copertura L’aggiornamento più interessante del 2026 non arriva però solo dalle strade. Arriva anche dal tentativo di chiudere il ciclo dentro lo stesso settore delle coperture. In questo campo il caso più avanzato è quello di Derbigum, che dichiara di riciclare membrane bituminose dal 1990, trasformando sfridi di posa, sfridi di produzione e membrane esauste selettivamente rimosse in una nuova materia prima chiamata Derbitumen. Nel 2025-2026 l’azienda ha presentato Novitumen, tecnologia basata su bitume riciclato al 100%, con un investimento annunciato di 5 milioni di euro nel biennio 2026-2027 per ampliare la capacità industriale e con avvio commerciale in Italia dal secondo trimestre 2026. Questo passaggio è strategico perché sposta la narrazione dalla semplice “valorizzazione energetica o stradale” a un recupero ad alto valore aggiunto, roof-to-roof. In parallelo, Build Up ha segnalato nel 2025 anche una nuova linea di ricerca su processi portatili per rifiuti bituminosi da copertura capaci di generare compositi durevoli e flessibili per applicazioni edilizie. Non siamo ancora davanti a un mercato maturo e diffuso per tutte le lastre ondulate in cartone bitumato, ma il messaggio industriale è ormai inequivocabile: il recupero avanzato del bitume da copertura non è più una curiosità di laboratorio. Dove restano i limiti tecnici e industriali Aggiornare seriamente un articolo del 2020 significa anche dire cosa non funziona ancora. Il primo limite è la raccolta. Senza demolizione selettiva, audit pre-demolizione e separazione pulita del flusso, i rifiuti da copertura diventano una miscela di basso valore. Il Protocollo europeo aggiornato nel 2024 insiste proprio su audit, demolizione selettiva, logistica trasparente e gestione di qualità, perché la qualità del riciclo si decide in cantiere prima ancora che in impianto. Il secondo limite è la standardizzazione. Le lastre ondulate a base cellulosa-bitume non sono tutte uguali: cambiano età, formulazione, contenuto di fibre, livello di ossidazione del bitume, presenza di pigmenti e condizioni d’uso. Il terzo limite è reologico: il bitume invecchiato irrigidisce le miscele e richiede aggiustamenti progettuali. Il quarto è normativo-commerciale: una filiera esiste davvero solo quando produttori, demolitori, trasportatori, impianti di selezione e utilizzatori finali condividono specifiche tecniche, costi logistici e responsabilità di qualità. Senza questo ecosistema, il materiale resta “potenzialmente riciclabile” ma praticamente escluso dal mercato. Per l’Italia la partita è aperta, ma non parte da zero In Italia il quadro generale dei rifiuti da costruzione e demolizione è oggi più favorevole che in passato. ISPRA indica per il 2023 un tasso di recupero e riciclaggio dei rifiuti da costruzione e demolizione pari all’81%, superiore all’obiettivo europeo del 70%, con oltre 61,6 milioni di tonnellate generate e circa 49,9 milioni di tonnellate di recupero di materia, esclusa la colmatazione. Ma questi dati positivi non vanno letti in modo ingenuo: una quota importante del recupero è ancora concentrata sulle frazioni minerali, più facili da valorizzare in sottofondi, rilevati, calcestruzzi o asfalti. Proprio per questo i materiali compositi da copertura rappresentano oggi il vero banco di prova della qualità della circolarità. Se l’Italia vuole spostarsi da un recupero quantitativo a un recupero qualitativo, dovrà costruire filiere dedicate anche per questi materiali. Vuol dire catalogazione corretta dei rifiuti, rimozione selettiva, impianti autorizzati, test prestazionali sul macinato, accordi con il comparto asfaltiero e, dove possibile, collegamenti con il nascente paradigma roof-to-roof. La circolarità delle lastre bitumate non si giocherà su slogan ambientali, ma sulla capacità di trasformare un rifiuto composito in una materia seconda affidabile. Conclusione Riscrivendo oggi il testo del 2020, la conclusione più onesta è questa: le lastre ondulate in cartone bitumato non sono più condannate concettualmente alla discarica, ma non sono ancora entrate ovunque in una filiera di riciclo industriale matura, lineare e universalmente disponibile. La ricerca del 2024-2025 ha rafforzato in modo netto la possibilità di usare rifiuti bituminosi da copertura nelle miscele asfaltiche; l’industria, con progetti come Roof to Road e soprattutto con modelli roof-to-roof come Derbitumen e Novitumen, ha mostrato che il recupero ad alto valore non è utopia. Allo stesso tempo, le EPD e le istruzioni di smaltimento di mercato ricordano che, per molte lastre corrugate, il fine vita reale continua ancora spesso a essere la discarica. La vera novità del marzo 2026, quindi, non è solo tecnologica. È concettuale. Non basta più dire che un materiale “si può riciclare”: bisogna chiedersi dove, con quali controlli, con quale qualità, con quale sbocco industriale e con quale risparmio effettivo di risorse fossili. Solo quando queste domande trovano una risposta concreta, la copertura rimossa smette di essere un problema e diventa davvero una risorsa. FAQ Le lastre ondulate in cartone bitumato sono rifiuti pericolosi? In generale no, non sono assimilabili ai vecchi manufatti in fibrocemento con amianto; alcune guide tecniche di prodotto le indicano come rifiuti non pericolosi. Però la verifica sul manufatto rimosso resta indispensabile, perché sul costruito esistente possono convivere prodotti diversi, anche di altri produttori e di epoche differenti. Oggi queste lastre si riciclano davvero? Tecnicamente esistono vie di recupero credibili, soprattutto nel settore asfaltiero e, per alcune membrane bituminose, anche in filiere roof-to-roof. Industrialmente, però, la disponibilità del servizio non è uniforme e in alcune EPD di mercato il fine vita delle lastre corrugate è ancora modellato come discarica. Qual è la destinazione più promettente del materiale recuperato? La più consolidata, ad oggi, è l’impiego nei conglomerati bituminosi per pavimentazioni stradali, dove il contenuto bituminoso del rifiuto può sostituire in parte risorse vergini, purché il mix sia progettato correttamente. Perché non basta triturarle e usarle ovunque? Perché il bitume è invecchiato, il materiale è composito, i fissaggi metallici vanno rimossi, la contaminazione da cantiere va evitata e le prestazioni finali della miscela dipendono da dosaggi, granulometria e compatibilità reologica. Cosa significa, in pratica, economia circolare per queste coperture? Significa passare da una logica di smaltimento a una logica di flusso qualificato: identificazione del materiale, demolizione selettiva, raccolta separata, preparazione del rifiuto, impiego in una filiera con specifiche tecniche e tracciabilità. È questo che trasforma un rifiuto composito in una materia seconda. Fonti essenziali utilizzate Commissione europea, pagine ufficiali su Waste Framework Directive e Construction and Demolition Waste. Eurostat, Waste statistics, dati UE 2022. ISPRA, indicatore 2025 su riciclaggio/recupero dei rifiuti da costruzione e demolizione in Italia. Onduline Group, storia del prodotto, composizione dichiarata, sostenibilità ed EPD 2024. British Board of Agrément, certificazione tecnica del prodotto corrugato a base cellulosa-bitume. Pasetto et al., 2025, studio di laboratorio sul riciclo di membrane bituminose a fine vita in miscele asfaltiche. Pasetto et al., 2024, review sull’uso sostenibile dei recycled asphalt shingles nelle miscele asfaltiche. LIFE “Roof to Road”, progetto europeo sul riuso del bitume da copertura nell’asfalto. Derbigum, documentazione 2025-2026 su Derbitumen e Novitumen. Immagine su licenza © Riproduzione Vietata
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Approcci Elettrocatalitici per la Valorizzazione dei Rifiuti IndustrialiCome l'elettrocatalisi trasforma i rifiuti in risorse preziose, contribuendo all’economia circolare e riducendo l’impatto ambientale delle attività produttivedi Marco ArezioL’aumento della produzione di rifiuti industriali rappresenta una delle sfide principali per la sostenibilità ambientale e l'economia circolare. In questo contesto, la valorizzazione dei rifiuti diventa un obiettivo prioritario, trasformando materiali di scarto in risorse preziose e riducendo al contempo l'impatto ambientale delle attività produttive. Tra le tecnologie emergenti, l'elettrocatalisi si distingue come uno degli approcci più promettenti per raggiungere questo scopo. Attraverso l’elettrocatalisi, infatti, è possibile convertire sostanze indesiderate, come anidride carbonica, nitrati o composti organici tossici, in prodotti chimici di valore o combustibili. Questo articolo fornisce una panoramica delle tecnologie elettrocatalitiche applicate alla valorizzazione dei rifiuti industriali, con una particolare attenzione ai recenti sviluppi e alle sfide future. Principi dell’Elettrocatalisi L'elettrocatalisi è una tecnologia che sfrutta l'energia elettrica per indurre reazioni chimiche su una superficie catalitica. In un sistema elettrochimico, l'elettrodo attivo è rivestito da un materiale catalitico che facilita la conversione dei reagenti in prodotti desiderati, grazie alla riduzione o ossidazione di composti specifici. Il processo elettrocatalitico richiede un catalizzatore appropriato, selezionato in base alla sua capacità di favorire reazioni selettive e di ridurre le energie di attivazione, minimizzando il consumo energetico. L’elettrocatalisi offre la possibilità di convertire rifiuti complessi in composti utili, sfruttando l’energia elettrica, preferibilmente proveniente da fonti rinnovabili, per garantire la sostenibilità del processo. Applicazioni dell'Elettrocatalisi nella Valorizzazione dei Rifiuti 1. Trasformazione dell’Anidride Carbonica (CO₂) Uno degli obiettivi principali nella gestione dei rifiuti industriali è la conversione dell'anidride carbonica, un gas serra prodotto in grandi quantità da diversi settori. La riduzione elettrocatalitica della CO₂ può produrre una varietà di composti, come monossido di carbonio, metano, etilene e metanolo, utilizzati nell’industria chimica come materia prima. I principali catalizzatori utilizzati per questa trasformazione sono metalli nobili come platino e argento, o metalli di transizione come rame e nichel, i quali facilitano una riduzione selettiva della CO₂. Nuove ricerche si stanno orientando verso lo sviluppo di catalizzatori più economici e meno impattanti, come ossidi metallici e materiali a base di carbonio, per rendere il processo scalabile su larga scala. 2. Recupero di Nitrati e Fosfati dai Rifiuti Agricoli e Industriali L'accumulo di nitrati e fosfati nei rifiuti agricoli e nelle acque reflue industriali è una delle principali cause di inquinamento idrico e eutrofizzazione. L'elettrocatalisi offre soluzioni per la conversione dei nitrati in azoto gassoso, riducendo il carico inquinante nelle acque, e per il recupero di fosfati in forme utilizzabili come fertilizzanti. La riduzione elettrocatalitica dei nitrati richiede materiali con alta attività catalitica e resistenza alla corrosione, come elettrodi di titanio e platino, anche se la ricerca sta esplorando nuovi materiali a base di grafene o materiali polimerici conduttori. La produzione di fosfati recuperabili richiede lo sviluppo di sistemi elettrochimici specifici che consentano di concentrare e isolare i composti di interesse, con l'obiettivo di chiudere il ciclo dei nutrienti e promuovere pratiche agricole sostenibili. 3. Degradazione dei Composti Organici Tossici Molti rifiuti industriali contengono composti organici tossici, come fenoli, solventi clorurati e composti aromatici. La loro degradazione è essenziale per ridurre la tossicità e il rischio ambientale. L'elettrocatalisi permette di trasformare questi composti in molecole meno pericolose o addirittura in sottoprodotti utili. L'uso di elettrodi a base di ossido di titanio e materiali conduttori come grafene e nanotubi di carbonio consente di attivare reazioni ossidative in grado di scomporre molecole complesse in modo efficace. Alcuni studi recenti si sono concentrati sull'ottimizzazione delle condizioni operative, come il potenziale applicato e la composizione dell’elettrolita, per migliorare l'efficienza e la selettività della degradazione. 4. Recupero dei Metalli Preziosi L'industria elettronica e molte altre produzioni industriali generano scarti contenenti metalli preziosi, come oro, platino e palladio. La loro estrazione tramite metodi elettrocatalitici è un'alternativa sostenibile ai processi chimici tradizionali, che spesso comportano l'uso di acidi e reagenti tossici. Attraverso l’elettrodeposizione, è possibile recuperare metalli in forma pura, da riutilizzare in nuovi processi produttivi. Elettrodi di grafite e materiali a base di ossidi metallici sono utilizzati per facilitare il recupero selettivo di metalli specifici, migliorando così la redditività del processo. Problemi Tecnologici e Futuri Sviluppi Nonostante i progressi, l'applicazione dell'elettrocatalisi per la valorizzazione dei rifiuti industriali affronta ancora diverse problematiche. Una delle principali limitazioni riguarda l’efficienza energetica del processo: la conversione elettrochimica richiede una notevole quantità di energia, e l’efficacia di molti catalizzatori diminuisce col tempo a causa dell’avvelenamento da sottoprodotti. Per superare queste barriere, la ricerca si concentra sullo sviluppo di nuovi materiali catalitici stabili, resistenti alla corrosione e selettivi per le reazioni desiderate. L'integrazione dell'elettrocatalisi con altre tecnologie di valorizzazione, come la fotocatalisi o la biocatalisi, rappresenta un'area di ricerca emergente con potenziali benefici in termini di efficienza e sostenibilità. Inoltre, l’utilizzo di elettricità proveniente da fonti rinnovabili, come l’energia solare o eolica, potrebbe ridurre l’impatto ambientale complessivo del processo, rendendolo una soluzione economicamente e ecologicamente sostenibile per il futuro. Conclusioni L’elettrocatalisi offre un'opportunità unica per la valorizzazione dei rifiuti industriali, permettendo la conversione di composti inquinanti in risorse utili e riducendo l'impatto ambientale delle attività produttive. Sebbene ci siano ancora sfide da affrontare, i progressi recenti nei materiali catalitici e nei sistemi elettrochimici indicano una prospettiva promettente per l'integrazione di questa tecnologia nell’economia circolare. Con il supporto di ulteriori ricerche e investimenti, l'elettrocatalisi potrebbe diventare uno strumento fondamentale per promuovere una gestione sostenibile dei rifiuti e una transizione verso un modello industriale più circolare.© Riproduzione Vietata
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La Seconda Vita del Pastazzo degli Agrumi nell'IndustriaCome il Pastazzo degli Agrumi Trasforma l'Economia Circolare: Dalle Bioplastiche ai Tessuti Eco-compatibili ai Concimidi Marco ArezioIl pastazzo degli agrumi è un sottoprodotto derivante dalla lavorazione industriale degli agrumi, come arance, limoni, pompelmi e mandarini. Questo materiale residuo si forma principalmente durante la produzione di succhi di frutta, quando la polpa, la buccia, i semi e altre parti non utilizzate della frutta vengono separati dal succo.Il processo inizia con la raccolta e la selezione degli agrumi, seguita dalla loro pulizia e dal taglio. Durante l'estrazione del succo, le componenti solide vengono meccanicamente separate dal liquido. Il risultato di questa separazione è il pastazzo, che comprende una miscela di buccia (flavedo e albedo), polpa, semi e, a volte, piccole quantità di succo residuo. L'innovazione nel riutilizzo del pastazzo degli agrumi come materia prima in diversi settori industriali, è un esempio emblematico di come l'economia circolare possa trasformare i rifiuti in risorse preziose, contribuendo significativamente alla sostenibilità ambientale. Questa trasformazione coinvolge processi tecnici complessi e approcci innovativi che meritano un'analisi dettagliata.Trasformazione del Pastazzo in Fibra TessileLa trasformazione del pastazzo degli agrumi in fibra tessile è un processo che richiede precisione e innovazione tecnologica. La prima fase inizia con la raccolta e l'essiccazione del pastazzo, che deve essere liberato dall'umidità in eccesso per facilitare l'estrazione della cellulosa. Successivamente, attraverso un processo chimico, la cellulosa viene isolata dal pastazzo utilizzando solventi non tossici. Questo passaggio è cruciale per garantire che la fibra risultante sia ecocompatibile e sicura per l'uso in tessuti destinati al contatto con la pelle.Processo di Separazione della Cellulosa Pretrattamento: Il pastazzo degli agrumi viene inizialmente sottoposto a un pretrattamento per rimuovere impurità e sostanze non cellulosiche. Questo può includere lavaggi con acqua per eliminare zuccheri e acidi organici residui, nonché un trattamento termico o chimico per facilitare la rottura delle pareti cellulari. Delignificazione: La delignificazione è il passaggio successivo, necessario per rimuovere la lignina, un polimero complesso che conferisce rigidità e impermeabilità alle pareti cellulari delle piante. Questo processo si può realizzare attraverso trattamenti chimici, come l'uso di soluzioni alcaline (per esempio, idrossido di sodio) che solubilizzano la lignina senza degradare significativamente la cellulosa. Bleaching (Sbiancamento): Dopo la rimozione della lignina, il materiale residuo può essere ulteriormente trattato con agenti sbiancanti per rimuovere le ultime tracce di colorazione e impurità, migliorando la purezza della cellulosa. Questo passaggio è particolarmente importante quando la cellulosa è destinata all'uso nell'industria tessile o in altre applicazioni dove la bianchezza e la purezza sono essenziali. Estrazione della Cellulosa: A questo punto, la cellulosa purificata è pronta per essere estratta dal miscuglio. Questo può essere fatto attraverso processi di filtrazione e centrifugazione, seguiti dall'essiccazione del materiale per ottenere cellulosa in forma solida o in fiocchi.Tipo di Cellulosa Ricavata La cellulosa estratta dal pastazzo degli agrumi è una cellulosa di tipo rigenerato, simile per alcune caratteristiche alla cellulosa utilizzata per produrre la viscosa o il rayon. Tuttavia, a causa delle specifiche fonti e dei metodi di trattamento, questa cellulosa può presentare proprietà uniche. In particolare: Alta Purezza: La cellulosa ottenuta dal pastazzo degli agrumi, dopo il processo di sbiancamento, tende ad avere un'elevata purezza, che la rende adatta per applicazioni in cui sono richieste caratteristiche di resistenza e lucentezza, come nei tessuti di alta qualità. Sostenibilità: A differenza della cellulosa estratta da legno o cotone, quella derivata dal pastazzo degli agrumi è considerata più sostenibile, poiché proviene da un sottoprodotto dell'industria alimentare, riducendo il bisogno di risorse agricole dedicate e minimizzando i rifiuti. La cellulosa ricavata può essere trasformata in filamenti continui o in fibra tagliata, che poi può essere trasformata in filo e tessuto. Questi materiali trovano impiego non solo nell'industria tessile ma anche nella produzione di materiali compostabili e biodegradabili, come imballaggi eco-compatibili e non tessuti per applicazioni mediche o sanitarie, dimostrando la versatilità e il valore aggiunto che il recupero del pastazzo degli agrumi può portare all'economia circolare. Una volta estratta, la cellulosa subisce un trattamento per essere trasformata in una soluzione viscosa, che poi viene forzata attraverso delle filiere per formare le fibre. Queste fibre sono successivamente trattate attraverso processi di lavaggio, stiratura e asciugatura per stabilizzarle e renderle pronte per la filatura. Il filo risultante può essere utilizzato per tessere o magliare tessuti con caratteristiche simili alla seta, noti per la loro leggerezza, resistenza e comfort.Potenziale di Produzione del Pastazzo e Impatto Ambientale La quantità di pastazzo prodotto annualmente a livello globale è significativa, con l'industria degli agrumi che genera milioni di tonnellate di questo sottoprodotto. Ad esempio, solo in Italia, uno dei principali produttori di agrumi in Europa, si stima che la produzione di pastazzo possa superare le 700.000 tonnellate all'anno. La conversione di una frazione di questo pastazzo in fibra tessile può potenzialmente produrre migliaia di tonnellate di tessuto, riducendo la dipendenza da fibre sintetiche derivate dal petrolio e da colture intensive come il cotone, che hanno un impatto ambientale significativamente maggiore in termini di uso dell'acqua e pesticidi.Utilizzo del Pastazzo come Concime L'impiego del pastazzo degli agrumi come concime organico richiede una gestione attenta per garantire che il materiale sia adeguatamente compostato prima dell'uso. Il compostaggio è un processo biologico che trasforma i rifiuti organici in un prodotto stabilizzato, ricco di humus e nutrienti, ideale per migliorare la fertilità del suolo. Il processo di trasformazione del pastazzo in concime coinvolge tecniche specifiche volte a garantire che il prodotto finale sia sicuro, efficace e di alta qualità per l'uso agricolo. Queste tecniche si basano su principi di compostaggio, fermentazione e trattamento termico.Compostaggio Il compostaggio è una delle tecniche più diffuse per trasformare il pastazzo degli agrumi in concime. Questo processo biologico aerobico decompone la materia organica attraverso l'azione di microrganismi, quali batteri, funghi e protozoi, trasformandola in humus, un ammendante ricco di sostanze nutritive. Preparazione del Materiale: Il pastazzo viene miscelato con altri materiali organici, come letame e residui vegetali, per equilibrare il rapporto carbonio/azoto (C/N), fondamentale per un efficace processo di compostaggio. Controllo delle Condizioni: Durante il compostaggio, è cruciale mantenere adeguati livelli di umidità e arieggiamento per supportare l'attività dei microrganismi. Il materiale può essere periodicamente rivoltato per garantire una distribuzione uniforme dell'ossigeno e della temperatura. Maturazione: Dopo diverse settimane o mesi, a seconda delle condizioni ambientali e della composizione del materiale, il compost raggiunge una fase di maturazione, in cui l'attività microbica diminuisce e il prodotto stabilizzato diventa pronto per l'uso.Fermentazione Anaerobica La fermentazione anaerobica, o digestione anaerobica, è un altro metodo per trasformare il pastazzo in un concime ricco di nutrienti. Questo processo avviene in assenza di ossigeno e produce, oltre al digestato (utilizzabile come fertilizzante), anche biogas, una miscela di metano e CO2 che può essere utilizzata per la produzione di energia. Vediamo i passaggi principali:Digestori Anaerobici: Il pastazzo viene inserito in digestori anaerobici, dove microorganismi specifici degradano la materia organica. Controllo delle Condizioni: La temperatura, il pH e l'umidità all'interno del digestore sono attentamente controllati per ottimizzare il processo e massimizzare la produzione di biogas. Raccolta del Digestato: Al termine del processo, il digestato viene raccolto. Può richiedere ulteriori trattamenti, come la separazione dei solidi dai liquidi, prima di essere utilizzato come concime.Trattamento Termico Il trattamento termico, come la pirolisi o la gasificazione, è un metodo meno comune ma efficace per trasformare il pastazzo in un ammendante del suolo e in energia. Questi processi implicano l'esposizione del materiale a temperature elevate in assenza di ossigeno (pirolisi) o in presenza di una quantità limitata di ossigeno (gasificazione). Produzione di Biochar: La pirolisi produce biochar, un tipo di carbone ricco di carbonio che può migliorare la struttura del suolo, la capacità di ritenzione dell'acqua e la disponibilità di nutrienti. Energia da Gasificazione: La gasificazione trasforma il pastazzo in un gas sintetico che può essere utilizzato per generare energia, mentre il residuo solido può essere impiegato come concime.Trasformazione del Pastazzo in BioplasticaLa trasformazione del pastazzo degli agrumi in bioplastica rappresenta un esempio eccellente di economia circolare, dove un sottoprodotto industriale viene valorizzato come risorsa per la produzione di materiali innovativi e sostenibili. Il processo di conversione del pastazzo in bioplastica segue vari passaggi chiave che implicano l'estrazione di componenti utili, la polimerizzazione di questi componenti in una matrice plastica, e infine la formazione del prodotto finale. Di seguito, viene descritto un processo generale che può essere adattato a seconda delle specifiche tecniche e dei requisiti del prodotto finito:1. Raccolta e Preparazione del PastazzoIl processo inizia con la raccolta del pastazzo degli agrumi, che viene poi essiccato e macinato per ottenere una polvere fine. Questa polvere contiene cellulosa, pectina e limonene, componenti che possono essere trasformati in bioplastiche.2. Estrazione dei Componenti Estrazione della Cellulosa e della Pectina: La cellulosa e la pectina, polimeri naturali presenti nel pastazzo, possono essere estratti tramite processi che includono trattamenti con soluzioni alcaline o acide. Queste sostanze servono come materiale di base per la produzione di bioplastiche grazie alla loro capacità di formare film e strutture plastiche. Estrazione di Limonene: Il limonene, un terpene presente nella buccia degli agrumi, può essere estratto e utilizzato come plastificante naturale per migliorare la flessibilità e le proprietà meccaniche delle bioplastiche.3. Polimerizzazione Le bioplastiche possono essere prodotte attraverso vari metodi di polimerizzazione, tra cui: Polimerizzazione diretta: Sfruttando le proprietà naturali della cellulosa e della pectina, che possono formare reti polimeriche attraverso trattamenti termici o chimici. Sintesi di Poliesteri: Convertendo i monomeri derivati dal pastazzo, come l'acido ferulico, in poliesteri attraverso processi di policondensazione. Questi polimeri possono offrire proprietà biodegradabili e sono adatti per applicazioni specifiche.4. Aggiunta di Additivi Per migliorare le proprietà delle bioplastiche, possono essere aggiunti vari additivi al composto polimerico, tra cui plastificanti naturali come il limonene, stabilizzanti UV, coloranti naturali, e altri additivi per ottimizzare la lavorabilità, la resistenza e la durabilità del materiale.5. Formazione del Prodotto Finale Il materiale polimerico viene poi trasformato nel prodotto finale desiderato attraverso tecniche standard di lavorazione delle plastiche, come l'estrusione, lo stampaggio ad iniezione, o il soffiaggio. Questo passaggio determina la forma, la dimensione e l'uso specifico della bioplastica prodotta.Conclusione La valorizzazione del pastazzo degli agrumi attraverso la sua trasformazione in materie prime per l'industria tessile, l'agricoltura e la produzione di bioplastiche rappresenta un esempio concreto di come l'innovazione e la tecnologia possano contribuire a un'economia più sostenibile e circolare. Questi approcci non solo riducono l'impatto ambientale associato alla gestione dei rifiuti e alla produzione di nuovi materiali ma offrono anche opportunità economiche per le industrie coinvolte, promuovendo lo sviluppo di nuovi mercati e la creazione di posti di lavoro verdi. La sfida per il futuro sarà quella di migliorare queste tecnologie per massimizzare il loro impatto positivo sull'ambiente e sulla società.
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Cosa Sono i Rifiuti Industriali: Origini e Strategie Avanzate di Riciclo Scopriamo le principali tipologie di rifiuti industriali, le loro fonti e le soluzioni di riciclo innovative che possono trasformare i materiali di scarto in risorse preziose per l'economia circolaredi Marco ArezioNel panorama moderno della sostenibilità e della protezione ambientale, i rifiuti industriali rappresentano una delle questioni più complesse e rilevanti. Con l'avanzare della globalizzazione e della produzione di massa, la quantità di scarti derivanti dalle attività industriali è cresciuta in modo esponenziale. Ma cosa sono esattamente questi rifiuti? Da dove provengono e come possono essere gestiti in modo responsabile per minimizzare il loro impatto sull'ambiente? In questo articolo esploreremo la natura dei rifiuti industriali, le loro fonti principali e, in particolare, il ruolo cruciale che il riciclo può giocare nel ridurre il loro impatto. Comprendere i rifiuti industriali I rifiuti industriali sono il risultato delle varie attività produttive che costituiscono il tessuto economico moderno. Ogni fase della produzione, dalla lavorazione delle materie prime alla fabbricazione di beni finiti, genera scarti. Questi scarti possono essere estremamente diversi tra loro, sia per la loro composizione che per il loro potenziale impatto ambientale. Ad esempio, i rifiuti possono essere solidi, liquidi o gassosi, e includere tutto, dai residui metallici ai prodotti chimici complessi. Nonostante questa varietà, ciò che accomuna tutti i rifiuti industriali è la loro origine: essi derivano da processi che, pur essendo fondamentali per il progresso economico, producono inevitabilmente materiali di scarto. A differenza dei rifiuti domestici, spesso relativamente semplici da gestire, i rifiuti industriali possono contenere sostanze altamente pericolose, che richiedono trattamenti specializzati per evitare contaminazioni dell'ambiente e pericoli per la salute pubblica. Le origini dei rifiuti industriali Le fonti di rifiuti industriali sono numerose e diversificate. Ogni settore economico, dall'industria pesante a quella chimica, dall'agroalimentare alla produzione energetica, contribuisce alla generazione di rifiuti. Ad esempio, l'industria manifatturiera, che produce beni di consumo quotidiani come automobili, elettrodomestici e abbigliamento, genera una vasta gamma di rifiuti, tra cui scarti di materiali, prodotti non conformi agli standard e residui di lavorazione. Nel settore chimico, la situazione è ancora più complessa. La produzione di sostanze come plastica, vernici e prodotti farmaceutici genera rifiuti che possono essere particolarmente pericolosi, poiché spesso contengono sostanze tossiche o reattive. L'industria mineraria e quella energetica non sono da meno: l'estrazione di risorse naturali e la produzione di energia comportano la generazione di scarti in grandi quantità, come fanghi, polveri e residui di combustione, molti dei quali richiedono trattamenti specifici per prevenire la dispersione di sostanze nocive nell'ambiente. Anche l'industria agroalimentare, che potrebbe sembrare più "naturale", contribuisce in modo significativo alla produzione di rifiuti, tra cui scarti organici e sottoprodotti della lavorazione del cibo. Questi rifiuti, sebbene spesso biodegradabili, devono comunque essere gestiti con attenzione per evitare l'emissione di gas serra o la contaminazione del suolo e delle acque. Il riciclo dei rifiuti industriali: una sfida e un'opportunità Il riciclo dei rifiuti industriali rappresenta una delle frontiere più avanzate e strategiche nella gestione sostenibile dei materiali di scarto. A differenza del riciclo dei rifiuti domestici, che spesso coinvolge materiali relativamente uniformi come carta, vetro o plastica, il riciclo dei rifiuti industriali deve affrontare la complessità e la varietà delle sostanze coinvolte. Tuttavia, proprio questa complessità offre opportunità uniche per recuperare risorse preziose e ridurre la dipendenza dalle materie prime vergini. Riciclo meccanico Uno dei metodi più comuni per il riciclo dei rifiuti industriali è il riciclaggio meccanico. Questo processo prevede la lavorazione fisica dei materiali per trasformarli in nuovi prodotti. Ad esempio, i metalli come l'acciaio, l'alluminio e il rame possono essere recuperati dai rifiuti industriali e rifusi per essere utilizzati in nuovi cicli produttivi. La plastica, che costituisce una parte significativa dei rifiuti industriali, può essere triturata, fusa e riformata in nuovi prodotti, riducendo la necessità di produrre nuova plastica da petrolio. Il riciclo meccanico non solo consente di risparmiare risorse naturali, ma riduce anche la quantità di rifiuti che finiscono in discarica o che devono essere trattati attraverso incenerimento, con conseguente diminuzione delle emissioni di gas serra e di altre sostanze inquinanti. Riciclo chimico Il riciclo chimico rappresenta un'ulteriore evoluzione nelle tecniche di recupero dei materiali. A differenza del riciclaggio meccanico, che si basa su processi fisici, il riciclaggio chimico scompone i rifiuti nei loro componenti chimici di base, permettendo di recuperare e riutilizzare materiali che altrimenti sarebbero difficili da trattare. Ad esempio, la pirolisi è una tecnologia avanzata che permette di scomporre i polimeri plastici in monomeri, che possono poi essere utilizzati per produrre nuova plastica o altri materiali sintetici. Questo tipo di riciclo è particolarmente utile per trattare rifiuti plastici misti o contaminati, che non possono essere facilmente riciclati attraverso metodi tradizionali. Il riciclo chimico non si limita alla plastica: anche i rifiuti provenienti dall'industria chimica, come solventi e acidi, possono essere trattati per recuperare sostanze chimiche pure o per trasformare i rifiuti pericolosi in materiali sicuri e riutilizzabili. Questo approccio non solo riduce la quantità di rifiuti pericolosi che devono essere smaltiti in modo speciale, ma contribuisce anche a chiudere il ciclo dei materiali, creando un sistema industriale più circolare e sostenibile. Recupero di energia Un'altra strategia importante per la gestione dei rifiuti industriali è il recupero di energia. Alcuni tipi di rifiuti, in particolare quelli ad alto contenuto energetico come i residui di biomassa o i rifiuti chimici, possono essere utilizzati come combustibili per produrre energia. Questo processo, noto come incenerimento con recupero di energia, riduce il volume dei rifiuti e, allo stesso tempo, genera elettricità o calore che possono essere utilizzati per alimentare processi industriali o riscaldare edifici. Tuttavia, il recupero di energia non è privo di controversie. Sebbene sia considerato un'opzione di gestione dei rifiuti migliore rispetto alla discarica, l'incenerimento può produrre emissioni inquinanti, tra cui diossine e altre sostanze tossiche, se non viene gestito correttamente. Pertanto, è essenziale che queste operazioni siano condotte con tecnologie avanzate per minimizzare l'impatto ambientale. Trattamento biologico Il trattamento biologico è particolarmente adatto per i rifiuti organici, come quelli provenienti dall'industria agroalimentare. Processi come il compostaggio e la digestione anaerobica permettono di trasformare gli scarti organici in compost o biogas, che possono essere utilizzati rispettivamente come fertilizzanti e fonti di energia rinnovabile. Questi metodi non solo aiutano a ridurre la quantità di rifiuti che devono essere smaltiti, ma promuovono anche la sostenibilità agricola e la produzione di energia verde. In particolare, la digestione anaerobica è un processo che converte la materia organica in biogas (principalmente metano), che può essere utilizzato per generare elettricità o come carburante per veicoli. Il residuo solido che rimane, noto come digestato, può essere utilizzato come fertilizzante, chiudendo così il ciclo dei nutrienti. Le principali famiglie di rifiuti industriali All'interno del vasto mondo dei rifiuti industriali, è possibile individuare alcune famiglie principali, ciascuna con caratteristiche specifiche e sfide uniche per il riciclo e il trattamento. Rifiuti metallici I rifiuti metallici sono tra i più preziosi e riciclabili. Derivano da settori come l'industria automobilistica, la produzione di macchinari e l'edilizia. Grazie alla loro alta riciclabilità, i metalli possono essere rifusi e riutilizzati più volte senza perdere le loro proprietà. Questo non solo riduce la necessità di estrarre nuovi minerali, ma consente anche di risparmiare energia, poiché il riciclo dei metalli richiede meno energia rispetto alla produzione da materie prime vergini. Rifiuti plastici La plastica è onnipresente nei rifiuti industriali, provenendo da imballaggi, scarti di produzione e prodotti obsoleti. Tuttavia, il riciclo della plastica è particolarmente complesso a causa della varietà di polimeri e della contaminazione. Oltre al riciclo meccanico, il riciclo chimico sta emergendo come una soluzione promettente per trattare le plastiche difficili da riciclare, trasformandole in nuove materie prime. Rifiuti chimici I rifiuti chimici rappresentano una delle categorie più pericolose e complesse da gestire. Questi rifiuti includono solventi, acidi, basi e altri prodotti chimici che possono essere tossici, corrosivi o infiammabili. Il loro trattamento richiede tecnologie specializzate, ma il riciclo chimico offre soluzioni per recuperare materiali preziosi e neutralizzare i rischi associati a questi rifiuti. Rifiuti organici Generati principalmente dall'industria agroalimentare, i rifiuti organici possono essere trattati con metodi biologici come il compostaggio e la digestione anaerobica. Questi processi permettono di convertire gli scarti alimentari e vegetali in risorse utili, contribuendo alla sostenibilità e alla riduzione dei rifiuti. Rifiuti elettronici Con l'avvento della digitalizzazione, i rifiuti elettronici, noti anche come e-waste, sono diventati una preoccupazione crescente. Questi rifiuti, che comprendono dispositivi elettronici obsoleti come computer, telefoni e apparecchiature industriali, contengono sia materiali preziosi come oro e rame, sia sostanze pericolose come il mercurio. Il riciclo degli e-waste è essenziale per recuperare metalli preziosi e prevenire la dispersione di sostanze tossiche nell'ambiente. Rifiuti minerari L'estrazione e la lavorazione dei minerali generano enormi quantità di scarti, tra cui rocce, fanghi e polveri. Questi rifiuti possono contenere metalli pesanti e altre sostanze pericolose, rendendo necessarie pratiche di gestione e bonifica ambientale per minimizzare i rischi. Rifiuti tessili Infine, i rifiuti tessili, derivanti principalmente dall'industria della moda, costituiscono una sfida crescente. Con l'aumento della produzione di abbigliamento, anche gli scarti tessili stanno aumentando. Fortunatamente, il riciclo tessile sta guadagnando terreno, con nuove tecnologie che permettono di recuperare fibre e materiali per la produzione di nuovi capi o altri prodotti tessili. Conclusione La gestione dei rifiuti industriali è un elemento cruciale per il futuro della sostenibilità. Con l'aumento della produzione globale, è fondamentale sviluppare e implementare strategie di riciclo e trattamento che siano efficienti e rispettose dell'ambiente. Sebbene le problematiche siano molteplici, le opportunità offerte dal riciclo sono altrettanto grandi. Investire in tecnologie innovative e promuovere pratiche industriali sostenibili non solo aiuterà a ridurre l'impatto ambientale dei rifiuti industriali, ma contribuirà anche a costruire un'economia più circolare e resiliente. Solo attraverso un impegno collettivo e l'adozione di soluzioni avanzate possiamo garantire che i rifiuti industriali non diventino una minaccia per le future generazioni, ma una risorsa preziosa da recuperare e riutilizzare.
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Covid-19: la sua possibile presenza sui rifiuti domesticiCome trattare i prodotti della raccolta differenziata per evitare il contagio da Covid 19di Marco Arezio Che il virus, Covid 19 o Coronavirus, sia terribilmente contagioso per vie area lo abbiamo capito presto vedendo cosa è successo in Cina e cosa sta succedendo in Europa, ma dobbiamo anche considerare come trattare i prodotti che compriamo e i rifiuti che produciamo, per evitare eventuali contagi. Dopo La Cina, che abbiamo visto molto lontana per diverse settimane, in cui il virus aveva devastato l’equilibrio sociale di una parte del paese, ci siamo improvvisamente svegliati, non tutti in Europa direi, con il virus in casa. Sappiamo che la fonte di contagio primario rimane quella per via area, con gli sternuti e i colpi di tosse di chi è contagiato, attraverso i quali si espelle dal nostro corpo, vaporizzazioni e saliva, nei quali c’è il virus. Abbiamo imparato a capire come difenderci attraverso le mascherine, i guanti e l’allontanamento sociale. Ma cosa sappiamo della permanenza in vita del virus Covid-19 sulle superfici e sui prodotti che usiamo ogni giorno? Poco, secondo l’Istituto Superiore della Sanità Italiano, impegnato per gestire l’epidemia nel proprio paese, il virus si disattiva in un arco temporale variabile tra pochi minuti a 8-9 giorni, in base ai comportamenti di altri virus similari studiati in precedenza. Questa grande forchetta temporale dipende dal tipo di superficie con cui viene in contatto il virus, dalle condizioni quali l’umidità, il calore, la temperatura e molti atri fattori più tecnici. Non potendo sapere se gli imballi che tocchiamo posso trasportare un virus depositato in precedenza, dobbiamo stare molto attenti anche alla manipolazione dei prodotti che usiamo e che diventeranno rifiuti. Sarebbe auspicabile fare la spesa utilizzando guanti monouso e una volta che i prodotti acquistati entrano in casa, passarli, ove possibile, con liquidi a base di alcool. Ma anche i rifiuti domestici che gettiamo, sarebbe meglio seguissero strade diverse, se siete positivi al Covid-19 o se siete in quarantena, rispetto alla selezione tradizionale che normalmente facciamo in casa. Vediamo alcuni esempi: La plastica, il vetro, la carta, i residui di cibo, i fazzoletti le mascherine e i guanti (per fare alcuni esempi) sarebbe meglio metterli nel sacco del rifiuto indifferenziato, senza quindi separarli, per essere indirizzati agli impianti di termovalorizzazione. I sacchetti devono rappresentare un involucro robusto, che non si possa rompere nella movimentazione da parte dell’operatore che raccoglie i rifiuti. Se i sacchetti sono molto fini, usatene più di uno sovrapposti. La chiusura dei sacchetti deve essere ermetica, in modo che non ci sia la possibilità, rovesciandosi, che fuoriescano i rifiuti. Le legature vanno fatte con i guanti nonouso. Gettate poi i guanti in un altro sacchetto per la raccolta indifferenziata. Lavatevi sempre le mani al termine dell’operazione per almeno 30 secondi con acqua e sapone.
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Il Riciclo dei Materiali Edili: dalla Polvere all’ArteIl Riciclo dei Materiali Edili: dalla Polvere all’Artedi Marco ArezioPensando ai materiali edili esausti, frutto di demolizioni o ristrutturazioni, vengono sovente in mente immagini di mattoni e cemento a blocchi irregolari, piastrelle rotte, resti di infissi, vetri rotti, pavimenti demoliti per la sostituzione.Mi verrebbe da dire, polvere e sudore, dove la demolizione o il cambio di destinazioni dei locali è la creazione di quello che viene definita macerie. Le macerie sono una massa non definita di materiali di scarto provenienti dai cantieri, che fino a poco tempo fa avevano come unico sbocco la discarica, in cui si riversavano in modo irrecuperabile, come un ammasso di elementi senza più curarsene. L’avvento dell’economia circolare ha portato più consapevolezza anche nel mondo dell’edilizia, iniziando a ripensare ad un’azione di selezione dei materiali di risulta del cantiere e, soprattutto, a una nuova vita che si può attribuire ai materiali che prima erano abbandonati nelle discariche. Oggi, si comincia a parlare di calcestruzzo riciclato, espresso in granulometrie differenti che possono originare a nuovi inerti per le nuove mescole cementizie. Si parla di recuperare gli infissi, selezionandoli per materiale, dividendo quindi la plastica dal metallo e dal legno ed avviando i materiali alla creazione di nuovi prodotti. I manti impermeabili, espressi sotto forma di guaine bituminose o di PVC o lastre bitumate, trovano nella selezione e riciclo una nuova vita in differenti mercati. Potrei continuare ad elencare le nuove strade che siamo riusciti a far percorrere a tutti quei materiali di scarto dei cantieri edili che affogavano nelle discariche, con conseguenze ambientali ed economiche elevate. Un passo avanti è poi stato fatto attraverso la richiesta dei progettisti e dei clienti di avere una casa più sostenibile, fatta di prodotti che abbiano una componente riciclata, con un impatto ambientale minore rispetto al passato. Ci sono però da segnalare delle eccellenze, aziende che hanno sposato l’economia circolare dei prodotti edilizi con un concetto di alta qualità, forse con un’impronta di qualità artistica. Un esempio potrebbero essere le mattonelle in cotto, frutto di un recupero certosino in edifici storici in cui si stanno facendo ristrutturazioni o demolizioni, il cui obbiettivo è il recupero funzionale delle vecchie mattonelle in cotto, cercando di salvare l’integrità dell’elemento. Una volta recuperate e pulite possono essere vendute come nuovi pavimenti in cotto riciclato, ma possono essere anche lavorate in modo da dare un valore estetico elevato e artistico al pavimento che si dovrà fare. Queste lavorazioni possono prevedere inserti in marmo di carrara, con fregi o forme a richiesta, che esaltano la storicità del pezzo ed impreziosiscono l’ambiente con decorazioni di alta fattura artigianale. Le piastrelle in cotto recuperato sono trattate una a una, secondo le indicazioni e i gusti dei clienti, per creare pavimenti unici che possano rispecchiare il gusto e la calda atmosfera che ogni committente vuole trovare nella propria casa. Categoria: notizie - materiali edili - economia circolare - riciclo - rifiutiVedi i prodotti edili riciclati
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I Tempi di Decomposizione dei Rifiuti in Discarica ci Fanno RiflettereI Tempi di Decomposizione dei Rifiuti in Discarica ci Fanno Rifletteredi Marco ArezioPer secoli, fino a quando si è cominciato a parlare di economia circolare, i rifiuti venivano bruciati o accatastati nelle discariche. Ma se da una parte si era e, si è a volte ancora oggi, trovato un mezzo sbrigativo per disfarsi di ciò che non serviva più, dall’altro non ci siamo mai posti in modo serio il problema dell’evoluzione dei rifiuti nella discarica. Nonostante oggi le attività di riciclo siano al centro dell’attenzione della classe politica e dell’opinione pubblica, stride in modo fastidioso come la percentuale della massa di rifiuti che ricicliamo raggiunga circa il 10-12 per cento, a livello mondiale, rispetto ai prodotti che scartiamo ogni anno. I motivi di una quota così bassa sono di natura economica, culturale, gestionale e a volte anche criminale, con eccellenze in alcuni paesi che raggiungono il 70-80% dei materiali riciclati raccolti, fino a posizioni in cui la raccolta differenziata non è nel vocabolario della vita quotidiana. Ma è forse importante sapere cosa succede ai rifiuti che finiscono in discarica o nei fiumi, che poi sfociano in mare, per rendersi conto che quell’enorme massa di scarto potrebbe costituire un propellente per ridurre l’impronta carbonica e risparmiare risorse naturali, se solo il tasso di riciclo fosse più alto. La permanenza in termini di tempo dei rifiuti sotterrati è diversa da quelli che rimangono esposti agli agenti atmosferici o quelli che finiscono nei mari, questo perché il sole, l’acqua e le temperature agiscono, nel tempo sui di essi. Quindi un’esposizione o meno agli agenti atmosferici cambia i tempi di decomposizione medi dei materiali. Ma se consideriamo i soli rifiuti che finiscono in una discarica non selettiva, possiamo abbozzare alcuni dati che ci possono far riflettere: La plastica I rifiuti plastici che finiscono oggi nelle discariche sono tra i più variegati, specialmente in quei paesi dove la raccolta differenziata non viene applicata. La loro disgregazione, non biodegradabilità, come abbiamo visto dipende in modo importante dagli agenti atmosferici, dalla loro composizione e dagli spessori costruttivi, ma possiamo dire che i tempi per l’autodistruzione di un prodotto plastico si contano mediamente in centinaia di anni. Pannolini usa e Getta Quando si parla di questo prodotto dobbiamo considerare che i volumi che genera come rifiuto quotidianamente sono davvero importanti. Negli Stati Uniti nel 2018 sono stati raccolti circa 3,3 milioni di tonnellate di pannolini usa e getta e, per la loro composizione di plastiche miste, la loro permanenza in discarica oscilla tra 250 e 500 anni prima che si decompongano. Alluminio L’industria del packaging fa largo uso delle confezioni di alluminio per contenere liquidi e cibi, infatti i dati di riciclo di questi imballi in America nel 2019 hanno toccato le 42,7 miliardi di lattine. Volumi impressionanti che ci fanno ben sperare ma, ancora molte lattine di alluminio vanno a finire nelle discariche Americane con un ritmo di circa 10 miliardi all’anno nel 2018. Il tempo di decomposizione di una lattina mediamente è di 80-100 anni. Vetro Il vetro è l’elemento naturale per eccellenza il cui riciclo è davvero semplice ma, nonostante questo, la quantità di oggetti in vetro e ceramica che finiscono nelle discariche è molto alto. Di contro i tempi di decomposizione dei prodotti e tra i più alti e possiamo considerarlo in diverse centinaia di anni, ma secondo alcuni è un elemento che non si decompone affatto. La Carta Per quanto si possa pensare che la carta abbia un ciclo di decomposizione breve in virtù dei componenti che la caratterizzano, oggi troviamo, specialmente della carta per gli imballi alimentari, rifiuti composti da carta e plastica, che, solidarizzandosi, allungano i tempi di decomposizione in modo estremamente lungo. La carta è uno tra i prodotti più importanti della raccolta differenziata e il suo riciclo impatta in modo diretto sull’ambiente perché l’utilizzo di cellulosa riciclata riduce l’approvvigionamento di quella vergine e di conseguenza l’abbattimento degli alberi. I tempi di decomposizione di un prodotto in carta non accoppiato vanno dalle 2 alle 6 settimane in funzione dal grado di umidità che interessa il prodotto ma passa a decine di anni se il prodotto prevede degli accoppiati plastici. Per facilità di comprensione elenchiamo alcuni articoli che si trovano nelle discariche e i loro tempi di decomposizione:Mozziconi di sigaretta: 10-12 anni Lenza mono filamento: 600 anni Suole di gomma degli stivali: 50-80 anni Bicchieri di plastica espansa: 50 anni Scarpe di pelle: 25-40 anni Cartoni del latte: 5 anni Compensato: 1-3 anni Guanti di cotone: 3 mesi Cartone: 2 mesi Polistirene: Non biodegrada Tessuto in nylon: 30-40 anni Lattina: 80 anni Funi: 3-14 mesi Barattoli di alluminio: 80-100 anni Non esiste veramente un’alternativa alla discarica? Si esiste.Categoria: notizie - plastica - economia circolare - rifiuti - discariche Approfondisci l'argomento
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Un Esempio di Economia Circolare di Prodotto e di ProduzioneNon dobbiamo cercare la sola circolarità dei componenti dei prodotti, ma verifichiamo anche la sostenibilità della catena produttiva. Un’azienda Italiana fa scuoladi Marco ArezioQuando parliamo di sostenibilità e circolarità ci riferiamo molto spesso al singolo prodotto che può essere composto con materiali riciclati e, ancor meglio, riciclabili al 100%. Questo binomio ci aiuta a capire come le nostre azioni di consumatori possano portare alla riduzione dei rifiuti che produciamo, a risparmiare le risorse naturali e a tutelare l’ambiente. Nonostante ci sia ancora molta strada da fare in questo settore, in quanto il tasso di riciclo dei rifiuti che produciamo non supera il 10% a livello mondiale e che esiste molta confusione su ciò che è riciclabile e ciò che, pur essendo composto da materiali riciclati potrebbe, infatti, essere non più riciclabile, non ci occupiamo abbastanza della sostenibilità della catena produttiva. Possiamo prendere ad esempio il mondo dell’auto elettrica, per capire il problema, dove, al recente aumento della circolazione delle auto Plugin o Full Electric, non è corrisposto un’adeguata rete di ricarica ad energia totalmente rinnovabile. Quindi, spesso, si ricarica la batteria usando una rete di alimentazione dalla quale viene fornita energia elettrica fatta con il gas naturale, o il carbone o con il nucleare. Anche nella realizzazione dei prodotti cosiddetti circolari, dobbiamo considerare non solo se sono composti da materie prime riciclate e riciclabili, ma dobbiamo sapere se il ciclo di produzione sia sostenibile, quindi se attinge ad energia da fonti rinnovabili. Non sono molte le attività industriali che possono vantare un ciclo produttivo del tutto green, ma alcuni esempi nel mondo industriale ci sono. Uno interessante lo possiamo trovare in un’azienda Italiana, la Saxagres, che produce piastrelle per pavimentazioni da esterno ed interno, la quale ha applicato l’estensione del concetto di circolarità sia sul prodotto che sulla produzione. Per quanto riguarda la circolarità del prodotto, nella produzione di ceramiche da esterno e da interno l’azienda utilizza fino al 30% di scarti di produzione, inoltre impiega le ceneri degli altiforni che si producono come scarti nell’incenerimento dei rifiuti che altrimenti finirebbero in discarica. Per quanto riguarda la circolarità della produzione l’azienda si è dotata non solo di pannelli solari ma, per essere totalmente indipendente e sostenere la grande richiesta di energia che proviene dai forni per la cottura delle piastrelle a 1200 gradi, ha realizzato, in collaborazione con altre aziende, un impianto di produzione di biogas, attraverso la gestione anaerobica dei rifiuti urbani nell’area di pertinenza dell’azienda. Così facendo possiamo parlare di circolarità di prodotto e della catena produttiva, contribuendo alla gestione dei rifiuti urbani, all’affrancamento dalle risorse fossili e all’indipendenza energetica.Categoria: notizie - carta - economia circolare - riciclo - energia rinnovabile
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Cosa ce ne Facciamo di 100.000 Tonnellate di Rifiuti Organici?I Rifiuti li buttiamo? No, saranno la benzina per i nostri investimentidi Marco ArezioQuando si parla di rifiuti ci vengono in mente spesso le discariche, le città con le strade piene di cumoli di immondizia o le scene che si vedono in televisione sulle isole galleggianti di plastica negli oceani. Ma in realtà, i rifiuti possono essere ben altre cose, se vogliamo vederli sotto una luce diversa, se ci pensiamo un attimo prima di buttare nell’ambiente una bottiglia di vetro o di plastica, o un sacchetto o un giornale o una classica buccia di banana. Si, perché i rifiuti possono essere davvero il tesoro che non capiamo, la benzina per far muovere il mondo, il mezzo per salvare il pianeta dai gas serra, la chiave per eliminare la deforestazione e il modo per avere i mari più puliti e più popolati di pesci. Utopia? No, quella la lasciamo ai sognatori, chi è più concreto, un giorno, si è chiesto cosa farebbe se avesse a disposizione 100.000 tonnellate di rifiuti organici che derivano dalle cucine delle nostre abitazioni e dal verde di scarto delle nostre città e paesi. La A2A, azienda Italiana attiva nel riciclo dei rifiuti e promotore della produzione di energia sostenibile, ha dato una risposta concreta a questo quesito, infatti, ha deciso di costruire, in provincia di Pavia, un impianto che potesse trattare quella quantità di rifiuti organici, con lo scopo di produrre compost, un concime ecologico, ed energia elettrica attraverso la produzione di biometano. Attraverso la digestione anaerobica, sarà possibile produrre 8,2 milioni di metri cubi di biometano che andranno ad alimentare i consumi energetici di circa 20.000 persone, inoltre si potrà produrre circa 20.000 tonnellate di compost da utilizzare, come fertilizzante bio, nella lavorazione dei campi, senza inquinare le falde ed avvelenare gli uccelli con l’uso dei concimi chimici. L’impianto, oltre ad essere un esempio chiaro di come si possono investire i rifiuti invece che buttarli, aiuta la comunità territoriale a ridurre la dipendenza dalle fonti fossili per produrre energia. Se si moltiplicassero queste tipologie di investimenti, in Italia si potrebbe produrre oltre 6 miliardi di metri cubi di biometano, che equivarrebbe a circa il 22% di quanto importavamo dalla Russia, e circa il 10% del fabbisogno nazionale in un anno. Le importazioni di energia Italiane si possono calcolare in circa il 78% del fabbisogno nazionale, contro circa il 60% degli altri paesi Europei, valori questi che devono spingerci a pensare che sia giusto aumentare le leve energetiche nazionali e rinnovabili, come il vento, il sole, l’acqua e i rifiuti. Un’ulteriore nota importante è che, attraverso il massiccio utilizzo dei rifiuti, è possibile azzerare o minimizzare il conferimento in discarica. Categoria: notizie - rifiuti organici - economia circolare - riciclo
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Sistemi di Riciclo della Fibra di Carbonio: Tecnologie e Applicazioni Post-RicicloDalle sfide tecnologiche alle applicazioni post-riciclo: una panoramica sui processi innovativi per il recupero della fibra di carboniodi Marco ArezioLa fibra di carbonio è un materiale composito estremamente versatile grazie alle sue eccellenti proprietà meccaniche, come l'elevata resistenza alla trazione, la rigidità e il peso ridotto. Per questo motivo, viene utilizzata in settori avanzati come l'aerospaziale, l'automobilistico, lo sportivo e l'energia eolica. Tuttavia, il crescente utilizzo di questo materiale ha evidenziato problematiche legate al suo smaltimento a fine vita, rendendo necessario lo sviluppo di tecnologie efficaci per il suo riciclo. In risposta a queste esigenze, aziende e ricercatori stanno lavorando per sviluppare e ottimizzare i processi di recupero della fibra di carbonio, cercando di rendere l'intero ciclo di vita del materiale più sostenibile. Introduzione alla Fibra di Carbonio e Sfide Ambientali La fibra di carbonio è composta da lunghi filamenti di carbonio intrecciati, combinati con resine, che danno vita a materiali compositi con elevate prestazioni. Tuttavia, una delle principali problematiche ambientali associate alla fibra di carbonio è la sua più difficile riciclabilità. A differenza di altri materiali che possono essere facilmente degradati o inceneriti, la fibra di carbonio richiede tecniche avanzate per essere recuperata e riutilizzata. La crescente domanda di questo materiale ha sollevato questioni critiche sulla gestione dei rifiuti, sia per quanto riguarda gli scarti di produzione che i prodotti a fine vita, come pale eoliche, componenti aerospaziali e parti automobilistiche. Studi recenti hanno dimostrato che la crescente quantità di rifiuti di fibra di carbonio costituisce un potenziale problema ambientale se non gestito adeguatamente. Un articolo pubblicato su Composites Part B (2022) ha sottolineato come gli scarti di produzione e il numero crescente di prodotti giunti a fine vita possano portare a un significativo aumento dei rifiuti pericolosi, rendendo necessarie soluzioni di riciclo più efficienti. Le principali sfide per il riciclo della fibra di carbonio includono: Complessità della separazione del materiale: La fibra di carbonio è spesso utilizzata in combinazione con resine polimeriche, complicando il processo di separazione. Preservazione delle proprietà: I processi di recupero devono preservare le eccellenti proprietà meccaniche del materiale riciclato. Costo del processo: I metodi di riciclo devono essere competitivi rispetto alla produzione di fibra di carbonio vergine. Tecnologie di Riciclo della Fibra di Carbonio Attualmente esistono diverse tecniche per il riciclo della fibra di carbonio, ognuna con vantaggi e svantaggi specifici. I principali processi includono: Pirolisi La pirolisi è uno dei metodi più utilizzati per il riciclo della fibra di carbonio. Questo processo consiste nel riscaldamento del materiale composito in assenza di ossigeno, a temperature comprese tra 400°C e 800°C, che permette di degradare la matrice polimerica liberando le fibre di carbonio. Vantaggi: Le fibre recuperate mantengono la maggior parte delle loro proprietà meccaniche, come la resistenza alla trazione. Inoltre, è possibile evitare l'uso di solventi chimici. Svantaggi: Il processo richiede un elevato consumo energetico e i sottoprodotti, come gas e ceneri, devono essere gestiti in maniera adeguata. Uno studio pubblicato su Journal of Cleaner Production (2021) ha dimostrato che la pirolisi, se ottimizzata, può ridurre le emissioni del 30% rispetto alla produzione di fibra di carbonio vergine, garantendo al contempo una buona qualità delle fibre recuperate. Solvolisi La solvolisi è una tecnica chimica che prevede l'utilizzo di solventi ad alte temperature e pressioni per rompere la matrice polimerica. In questo processo, le fibre di carbonio vengono separate senza subire danni significativi. Vantaggi: La solvolisi può essere eseguita a temperature più basse rispetto alla pirolisi, riducendo così i costi energetici. Inoltre, i solventi utilizzati possono essere riciclati e riutilizzati. Svantaggi: La gestione dei solventi richiede particolare attenzione per evitare impatti ambientali negativi e i costi del processo chimico possono risultare elevati. Uno studio pubblicato su Polymer Degradation and Stability (2023) ha evidenziato che l'utilizzo di solventi eco-compatibili può ridurre significativamente l'impatto ambientale della solvolisi, rendendo il processo più sostenibile e adatto a una scala industriale. Riciclo Meccanico Il riciclo meccanico implica la frantumazione dei materiali compositi contenenti fibra di carbonio in particelle più piccole, seguita dalla separazione delle fibre dai polimeri attraverso processi fisici come la macinazione o la vagliatura. Vantaggi: Questo metodo è relativamente semplice ed economico rispetto ai processi chimici e termici. Svantaggi: Le fibre risultanti sono più corte e possono perdere parte delle loro proprietà meccaniche, limitando le applicazioni del materiale riciclato. Uno studio pubblicato su Materials Today (2022) ha sottolineato che il riciclo meccanico è principalmente adatto ad applicazioni non strutturali, come la produzione di materiali da costruzione e rinforzi per calcestruzzo. Riciclo tramite Microonde Una delle tecnologie emergenti per il riciclo della fibra di carbonio è l'utilizzo delle microonde. Questo processo sfrutta il riscaldamento selettivo del materiale, che consente di degradare rapidamente la matrice polimerica preservando le fibre di carbonio. Vantaggi: Questo metodo è rapido e ha un potenziale risparmio energetico. È adatto a materiali compositi di diversa composizione e complessità. Svantaggi: Si tratta di una tecnologia ancora in fase sperimentale che necessita di ulteriori ottimizzazioni per essere applicata su scala industriale. Uno studio pubblicato su Waste Management (2023) ha mostrato che l'uso delle microonde potrebbe ridurre i tempi di riciclo del 50% rispetto ai metodi tradizionali, rendendolo un'opzione promettente per il futuro. Destinazioni e Applicazioni delle Fibre di Carbonio Riciclate Una delle principali sfide per l'economia circolare applicata alla fibra di carbonio è trovare utilizzi pratici per il materiale riciclato, poiché le fibre potrebbero non mantenere tutte le proprietà del materiale originale. Tuttavia, le fibre riciclate stanno trovando impiego in diversi settori. Settore Automobilistico L'industria automobilistica è uno dei principali settori che sta esplorando l'uso delle fibre di carbonio riciclate. Le applicazioni includono componenti strutturali e parti non critiche dei veicoli, dove la riduzione del peso è fondamentale per migliorare l'efficienza del carburante. Energia Eolica Le pale delle turbine eoliche sono spesso costruite con materiali compositi, inclusa la fibra di carbonio. Con l'aumento del numero di turbine che raggiungono la fine del loro ciclo di vita, la fibra di carbonio riciclata può essere reintegrata in nuove pale o utilizzata in componenti non strutturali come i coperchi dei motori e le parti interne delle turbine. Settore Edilizio Nel settore delle costruzioni, le fibre di carbonio riciclate possono essere utilizzate per rinforzare calcestruzzo e materiali compositi destinati a ponti, strade e altre infrastrutture. Questo impiego non richiede fibre lunghe e permette di sfruttare fibre più corte, mantenendo la resistenza complessiva delle strutture. Elettronica e Beni di Consumo Le fibre di carbonio riciclate trovano applicazione anche nell'elettronica e nei beni di consumo, specialmente in dispositivi che richiedono materiali leggeri e resistenti, come laptop, smartphone, biciclette e attrezzature sportive. Sfide e Opportunità Future Il riciclo della fibra di carbonio rappresenta una grande opportunità per ridurre l'impatto ambientale associato alla produzione e allo smaltimento di questo materiale, ma ci sono ancora alcune problematiche da affrontare. La qualità del materiale riciclato, i costi elevati di alcune tecnologie e la mancanza di normative specifiche sono tra i principali fattori che limitano la diffusione su larga scala del riciclo. Standardizzazione dei Processi Un'area critica è la standardizzazione dei processi di riciclo della fibra di carbonio. Attualmente esistono molte varianti dei processi di recupero e non tutte garantiscono lo stesso livello di qualità del materiale riciclato. La creazione di linee guida e standard riconosciuti a livello globale potrebbe facilitare l'integrazione delle fibre riciclate nei diversi settori industriali. Innovazione Tecnologica Il miglioramento delle tecnologie esistenti, come la pirolisi e la solvolisi, e lo sviluppo di nuove tecnologie come il riciclo tramite microonde o metodi biochimici, possono ridurre i costi e migliorare l'efficienza dei processi di riciclo. Anche l'ottimizzazione dell'uso delle fibre riciclate, come la combinazione di fibre vergini e riciclate per ottenere materiali compositi ibridi, rappresenta un'importante opportunità. Conclusione Il riciclo della fibra di carbonio è un passo cruciale verso la sostenibilità dei materiali compositi avanzati. Sebbene ci siano ancora molti problemi da superare, i progressi nelle tecnologie di riciclo offrono soluzioni promettenti per recuperare e riutilizzare questo materiale in modo efficiente. Con il continuo aumento della domanda di fibra di carbonio, l'espansione delle applicazioni delle fibre riciclate e la riduzione dei costi dei processi saranno fondamentali per creare un ciclo di vita chiuso per questo prezioso materiale. Fonti scientifiche: Composites Part B (2022), Journal of Cleaner Production (2021), Polymer Degradation and Stability (2023), Materials Today (2022), Waste Management (2023).© Riproduzione Vietata
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Petcoke: cos’è, come si forma, impatti ambientali e come si ricicla in modo sicuroProprietà, processi di produzione, emissioni e rischi da dispersione con soluzioni operative per una valorizzazione sostenibile del coke di petrolio di Marco ArezioIl petcoke, o coke di petrolio, è la traccia solida che il greggio lascia quando viene spinto oltre la frontiera delle distillazioni convenzionali. Quando le frazioni leggere e medie sono già state estratte e valorizzate, ciò che resta è un residuo pesante, ricco di molecole complesse e refrattarie alla vaporizzazione. Questo residuo, sottoposto a trattamenti termici severi, si ricompone in una struttura carboniosa compatta, quasi interamente costituita da carbonio con piccole percentuali di idrogeno, zolfo e ceneri. È un materiale che porta con sé la memoria geologica del petrolio da cui proviene: se il greggio è ricco di zolfo o di metalli come vanadio e nichel, il petcoke lo rifletterà; se invece la materia prima è più “pulita” e il processo accuratamente governato, il prodotto finale sarà più adatto a impieghi nobili. Per questa ragione il petcoke è insieme risorsa e responsabilità: nasce per massimizzare l’efficienza delle raffinerie, ma chiede in cambio una gestione attenta, capace di limitarne l’impronta ambientale. Come si forma: dentro il cuore del “coker” Il viaggio del residuo verso il petcoke avviene dentro il coker, un’unità di processo dove il materiale pesante è portato a temperature nell’ordine di 480–520 °C e lasciato reagire per ore. Il meccanismo è quello del cracking termico: catene idrocarburiche lunghe si spezzano, liberando vapori che verranno successivamente frazionati in nafte e gasoli; ciò che non può più restare in forma molecolare stabile tende a condensare in una matrice policristallina di carbonio. All’uscita dai drums di coking, il cosiddetto green coke ha un aspetto che racconta molto della sua storia: può presentarsi spugnoso e granulare, quasi una pietra pomice scura, oppure a piccoli granuli sferici e compatti, o ancora come un tessuto fibroso allungato, anticamera del futuro needle coke. Spesso questo materiale subisce un’ulteriore tappa, la calcinazione in forni rotativi a 1.200–1.400 °C, che ne elimina i volatili residui, ne addensa la microstruttura e lo rende più stabile e omogeneo. È qui che si decide in gran parte il destino merceologico del petcoke, separando ciò che potrà diventare parte integrante degli anodi per l’alluminio o degli elettrodi grafitici da ciò che verrà impiegato come combustibile solido in processi energivori. Proprietà rilevanti e classi merceologiche Le proprietà del petcoke non sono un dettaglio da laboratorio, ma la bussola che orienta gli usi industriali. Il tenore di zolfo incide direttamente sulle emissioni di SO₂ in combustione e, di riflesso, sulla necessità di sistemi di abbattimento; le ceneri e il profilo di metalli in traccia dicono se quel materiale potrà essere ammesso nelle filiere elettrochimiche o si fermerà a un impiego energetico; la struttura microcristallina e la densità apparente parlano di reattività e di resistenza meccanica, parametri cruciali quando il coke è destinato a diventare parte di un elettrodo o di un anodo che dovrà funzionare in modo affidabile per mesi. Di qui la distinzione pratica fra un fuel-grade, spesso più ricco di zolfo, adatto ai forni da cemento o ad altre applicazioni termiche, e un anode/needle-grade, più “pulito” e calcinato, vocato a ruoli di alto valore dove il carbonio non è soltanto energia ma funzione materiale. In mezzo, un paesaggio di sfumature che dipende dal greggio, dall’assetto impiantistico e dalla cura nel controllo di processo. Quale grado di inquinamento: dal fumo alla polvere Parlare di inquinamento, nel caso del petcoke, significa distinguere con precisione come e dove il materiale entra in contatto con l’ambiente. In combustione, grazie al suo altissimo contenuto di carbonio e al basso contenuto di volatili, il petcoke esprime un potere calorifico elevato ma anche un fattore emissivo di CO₂ che tende ad allinearsi o superare quello del carbone fossile. Se il tenore di zolfo è consistente, senza desolforazione adeguata le emissioni di SOx diventano il principale nodo ambientale, mentre le NOx dipendono soprattutto dall’assetto del bruciatore e dalle condizioni di fiamma. Le polveri catturate dai filtri e le ceneri possono contenere vanadio e nichel: è una criticità che può essere mitigata con sistemi di filtrazione efficienti, ma che non va mai sottovalutata nell’analisi del ciclo di vita. Fuori dalla combustione, l’attenzione si sposta sulla polverosità. Cumuli esposti, movimentazioni su nastri scoperti, carico e scarico senza confinamento sono attività che trasformano il petcoke in una sorgente puntiforme e, con il vento, diffusa di PM₁₀ e PM₂.₅. Le particelle fini, per loro natura respirabili, veicolano frazioni di IPA e tracce metalliche, contribuendo all’irritazione delle vie aeree e all’aumento del carico infiammatorio nelle popolazioni esposte. In acqua, il petcoke non si scioglie, ma il particolato idrofobico può galleggiare e poi sedimentare, mentre i dilavamenti convogliano solidi sospesi e composti organici verso fossi e canali. In condizioni favorevoli di pH e potenziale redox, il vanadio può risultare più mobile e raggiungere concentrazioni ecotossicologicamente rilevanti. Non siamo di fronte a un veleno acuto, bensì a un complesso di pressioni ambientali che, se non governate, producono un impatto cumulativo significativo. “Riciclo” del petcoke: cosa si fa davvero Il termine “riciclo”, applicato al petcoke, va maneggiato con cura. Non parliamo di un rifiuto urbano da rimettere in circolo, ma di un sottoprodotto industriale il cui primo riciclo è, in realtà, la valorizzazione. La via più nobile è quella non energetica: il petcoke calcinato e a basso zolfo diventa anodo nella produzione di alluminio o elettrodo per acciaierie elettriche quando è di qualità needle. In questo caso, il carbonio non è soltanto combustibile; diventa elemento strutturale di un processo elettrochimico, pur sapendo che, durante l’elettrolisi, l’anodo si consumerà in CO₂. Per il materiale che non raggiunge questi standard, il settore cementiero offre uno sbocco importante: la presenza di calce e l’ambiente alcalino del clinker favoriscono l’intrappolamento di parte dello zolfo, rendendo le emissioni più gestibili rispetto a caldaie prive di abbattimento. Un’altra forma di “riciclo interno” molto concreta riguarda le frazioni fini: polveri e scarti di vagliatura possono essere agglomerati in bricchette o pellet, riducendo sia le dispersioni che la quota di materiale da smaltire. Infine, laddove l’infrastruttura è disponibile, la gassificazione del petcoke apre un capitolo diverso: trasformare il solido in syngas e idrogeno, abbinando cattura e stoccaggio della CO₂, significa riscrivere il bilancio ambientale e far scivolare il petcoke dalla categoria dei combustibili a quella dei feedstock chimici. Sono percorsi ancora selettivi e guidati dall’economia di impianto, ma delineano una traiettoria possibile. Danni ambientali in caso di dispersione: cosa succede davvero Quando il petcoke sfugge al controllo, l’ambiente se ne accorge in fretta. La qualità dell’aria è il primo segnale: una giornata ventosa in un terminal scoperto può portare polvere nera sui davanzali a chilometri di distanza. A livello sanitario, non è tanto l’effetto acuto a preoccupare, quanto l’esposizione ripetuta a polveri fini con IPA e metalli in adsorbimento, soprattutto per gli abitanti prossimi a stoccaggi e banchine. La pioggia compie il resto, trasformando cumuli non protetti in sorgenti di dilavamento: l’acqua scura, caricata di solidi, entra nelle reti di raccolta e nelle acque superficiali, aumentando torbidità e trasportando una frazione di carbonio particolato e contaminanti organici. Nei corpi idrici, il petcoke galleggia, si frammenta e lentamente sedimenta, creando potenziali hotspot di PAH nei sedimenti; il vanadio, a seconda della speciazione, può contribuire allo stress tossicologico di macroinvertebrati e pesci. A tutto questo si somma un aspetto spesso sottovalutato: il danno sociale. Cumuli scuri all’orizzonte, polveri sui balconi, acque di scolo imbrunite alimentano conflitti, esposti, richieste risarcitorie e, talvolta, fermi produttivi. È un costo pienamente ambientale, perché erode il capitale di fiducia con cui i siti industriali convivono col territorio. Prevenzione e buone pratiche (il vero discrimine ambientale) La buona notizia è che la gran parte di questi impatti non è inevitabile. La prevenzione si gioca su un insieme di scelte progettuali e discipline operative. Lo stoccaggio è decisivo: cumuli coperti, capannoni chiusi o sistemi di incapsulamento abbattono alla radice la dispersione; dove l’aperto è inevitabile, barriere frangivento calibrate sui regimi locali riducono l’erosione eolica. Le aree di movimentazione vanno pavimentate e impermeabilizzate, con canalizzazioni e vasche di prima pioggia in grado di trattenere i solidi; i reflui, prima dello scarico, devono attraversare trattamenti fisico-chimici che separino il particolato e adsorbano la frazione organica. Nastri, tramogge e punti di trasferimento dovrebbero essere confinati e dotati di aspirazioni con filtri a cartuccia o a maniche; la bagnatura è utile ma va gestita con parsimonia per non trasformarsi in ulteriore fonte di percolati. Sul fronte emissivo, chi usa il petcoke come combustibile deve poter contare su FGD per lo zolfo, filtri ad alte prestazioni per le polveri e DeNOx quando necessario; nei cementifici, un’accurata gestione del processo favorisce l’intrappolamento dello zolfo nel clinker. Infine, serve monitoraggio: misure in continuo o in rete diffusa di PM₁₀/PM₂.₅, deposimetria, piani meteo-operativi che impongano lo stop alle movimentazioni durante episodi di vento forte. Sono pratiche note e disponibili, che trasformano un materiale potenzialmente problematico in un flusso gestibile in sicurezza. Uno sguardo prospettico: dalla combustione alla materia Il destino del petcoke, nei prossimi anni, dipenderà da quanto rapidamente sapremo spostarne gli usi verso applicazioni a maggiore valore e minore impatto. Ridurre la dipendenza da impieghi puramente energetici, preferire i percorsi in cui il carbonio svolge una funzione materiale o chimica, potenziare la gassificazione con cattura della CO₂ dove esistono le condizioni, investire in upgrading per aumentare la quota di anode e needle grade: sono tutti tasselli della stessa strategia. È un approccio coerente con gli obiettivi climatico-ambientali e con la necessità di dare al sottoprodotto una gerarchia d’uso più responsabile. In parallelo, la disciplina gestionale resta il discrimine tra una convivenza sostenibile e un conflitto permanente con l’ambiente: là dove gli impianti chiudono i circuiti, confinano, abbattono e monitorano, gli impatti si riducono al minimo tecnico ed economico; dove queste misure mancano, il petcoke diventa un amplificatore di criticità. Non c’è fatalismo in questa valutazione, ma un invito pragmatico: trattare il petcoke come materia prima che come combustibile e, soprattutto, come responsabilità prima ancora che come opportunità.© Riproduzione Vietata
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Il Cortocircuito del Packaging: 21-100-3 la Formula ImperfettaQuando il packaging è maggiore del contenuto che mangiamodi Marco ArezioNo, non è una formula magica, non sono nemmeno tre numeri da giocare al lotto, non è nemmeno una formula chimica. 21-100-3 rappresenta un banale imballo alimentare che troviamo sugli scaffali dei negozi e che compriamo, senza pensarci troppo, per le nostre esigenze alimentari.Un imballo di micro porzioni di marmellata (per fare un esempio), in piccole vaschette racchiuse in un blister di cartone e avvolto da un film trasparente, pensate per gli hotels o per chi consuma quantità molto ridotte di marmellata a pasto, anche se in modo continuativo nel mese. 21 rappresenta il peso in grammi dei vari imballi che costituiscono la confezione vendibile, 100 rappresenta il contenuto di marmellata, diviso in quattro confezioni da 25 gr. l’una e 3 sono i differenti materiali che devono essere smaltiti. Quindi, a fronte di 100 grammi di prodotto netto, l’imballo, in peso, rappresenta più del 20% con la difficoltà di dover dividere una parte nella carta, una parte nella plastica e una parte nell’indifferenziato. Non è sicuramente un atto di accusa verso le case produttrici di marmellata, in quanto hanno solo messo in produzione un articolo richiesto dal mercato, ma è un esempio abbastanza chiaro di come ci possiamo complicare la vita, dal punto di vista del consumo delle materie prime destinate agli imballi e di come sia controproducente, nell’ottica di diminuire i rifiuti, sostenere questo tipo di confezioni. Il mercato non è altro che l’incontro tra domanda e offerta e, se in questo caso, come in molti altri, i consumatori richiedono alle strutture produttive sistemi di confezionamento che siano del tutto contrati alla logica di ridurre la produzione di rifiuti non necessari, non possiamo che arrabbiarci con noi stessi. Il contenimento dei rifiuti passa anche dalla consapevolezza che ogni consumatore dovrebbe avere della filiera produttiva e di quella dei rifiuti e del riciclo, pensando che ad ogni acquisto corrisponde la generazione di un rifiuto, che può essere riciclato con costi non trascurabili, ma che a volte può non essere possibile farlo. Acquistare un prodotto per il consumo quotidiano dovrebbe seguire delle logiche di tipo circolare e ambientale, che mettano in relazione l’incidenza generale del suo rifiuto con il prodotto da consumare. Non bisogna avere una conoscenza tecnica dei sistemi produttivi o del riciclo o dell’impronta carbonica che ogni vasetto di marmellata crea una volta consumato, ma dovremmo avere una costante attenzione a delle buone regole sulla scelta dei prodotti e delle relative confezioni. Questo vuol dire privilegiare gli imballi ricaricabili, regolare il proprio consumo mensile di un prodotto con confezioni che siano le più idonee a non replicare piccoli ma numerosi imballi, ridurre il consumo di articoli il cui packaging potrebbe essere riutilizzato ma in realtà diventa rifiuto all’esaurirsi del suo contenuto. Se siamo sensibili all’aumento dei rifiuti non riciclati nel mondo facciamo anche noi la nostra parte.Categoria: notizie - plastica - economia circolare - rifiuti - packaging Vedi maggiori informazioni sull'argomento
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Economia circolare: il rifiuto non esiste – viva il rifiutoTogliamo dal vocabolario dell’economia circolare la parola rifiutodi Marco ArezioNon è un esercizio di lessico accademico, quello che vorrebbe che la parola Rifiuto scomparisse dal vocabolario per essere sostituita da –Risorsa– ma una provocazione che serve a farci capire come, in un periodo in cui le parole – Economia Circolare e Rifiuti – assumono un’importanza nella comunicazione generale, facciamo un pò di confusione e difficoltà a capirne i veri termini e le vere implicazioni. Il modello circolare di cui tanto si parla, non è solo quello di cercare di fare del nostro meglio, come cittadini, per avere una vita che sia più rispettosa dell’ambiente, quindi ridurre gli imballi, ridurre l’uso della plastica, razionalizzare gli spostamenti con i mezzi a con motori termici, regolare il riscaldamento o l’aria condizionata per evitare gli sprechi, razionalizzare l’uso dell’acqua, favorire negli acquisti le aziende che producono rispettando l’ambiente e sfavorire chi non lo fà. Potremmo citare molti altri comportamenti virtuosi da tenere, ma non dobbiamo dimenticarci che l’economia circolare si raggiunge attraverso una crescita culturale continua che può aiutare il nostro pianeta. Non ci dobbiamo accontentare dei piccoli gesti quotidiani, peraltro importantissimi, ma dobbiamo guardare, con la mente aperta, a come migliorare la nostra vita da cittadini “circolari“, perchè le idee di molti possono aiutare il sistema produttivo e distributivo. Nella filiera dell’economia circolare ci sono aree ancora trascurate e inespresse, a causa di deficit comunicativi, di una struttura manageriale e di una parte di consumatori che non hanno realmente compreso l’importanza degli argomenti trattati, di una errata scala dei valori in cui il denaro gioca un ruolo importante nelle scelte di tutti. Queste aree le troviamo in molti settori produttivi e distributivi su cui dovremmo lavorare meglio per dare un risultato più concreto al progetto comune di un’economia e di una vita meno impattante sull’ambiente. La prima cosa da fare è declassificare la parola rifiuto e riclassificarla come risorsa. La bottiglia dell’acqua che buttiamo non è un rifiuto, per fare un esempio banale, è la risorsa che permetterà alle aziende di produrre, nuovamente, altre bottiglie, indumenti, imbottiture per divani, articoli per il packaging senza intaccare le risorse naturali. La seconda cosa è la produzione di articoli con materiali che possano essere riciclati al 100%, non può più succedere che l’immissione sul mercato di un prodotto, un imballo per esempio, non tenga conto dei parametri di riciclabilità e possa costituire, per la collettività, un rifiuto che non sia una risorsa. La terza cosa, nell’era di internet super veloce, è la comunicazione circolare trasversale, che significa che lo scarto di produzione di un settore che non può essere riutilizzato nuovamente all’interno di esso, possa diventare una risorsa per atri settori. Le piattaforme web servono per comunicare anche, appunto, trasversalmente, informazioni in tempo reale che possano risolvere problematiche immediate e concrete. Ogni settore industriale è gravato da una parte di rifiuti di lavorazione che, nonostante accurate analisi, non può essere riutilizzato all’interno di esso, ma deve essere messo a disposizione di altri settori, in modo da poter scoprire le potenzialità del prodotto-rifiuto che può essere impiegato in campi differenti, così da creare una economia circolare trasversale. Per fare alcuni esempi, certamente non esaustivi, possiamo citare: Gli scarti del settore della carta potrebbero essere valorizzati nel settore della plastica Gli scarti della combustione del carbone potrebbero essere impiegati nel campo delle ceramiche Gli scarti della lavorazione delle pietre e delle demolizioni nel settore edile Gli scarti del vetro nell’arredamento e nel calcestruzzo I fanghi di alcune lavorazioni industriali possono essere impiegati in vari settori. Gli scarti di plastiche composite possono diventare polvere per compounds Gli scarti di alcuni rifiuti plastici non riciclabili da impiegare nel settore dei bitumi Ci sono molti altri esempi di settori che già si scambiano i rifiuti-risorse, ma il problema che i numeri sono decisamente bassi e molti dei prodotti descritti ed altri non citati, oggi, finiscono ancora in discarica e, a volte, anche per mancanza di comunicazione, che crea nuove opportunità e un nuovo modello circolare.Categoria: notizie - plastica - economia circolare - rifiutoVedi maggiori informazioni sul riciclo
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