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rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Crisi delle Materie Prime? Come Affrontarla nella Vita Quotidiana
Economia circolare

Crisi delle Materie Prime? Come Affrontarla nella Vita Quotidianadi Marco ArezioCi sono proclami green in ogni trasmissione televisiva, su internet, sui giornali, sui social, in merito alla necessità di ridurre i rifiuti, non solo plastici, ma di tutte le tipologie.Dagli imballi di carta e cartone degli acquisti on line, al packaging alimentare qualunque esso sia, dagli imballi delle bibite agli elettrodomestici usati, dai telefonini vecchi ai vestiti usati, dalle piastrelle rotte agli scarti alimentari, dai mobili vecchi ai materassi e molte altre cose. Se stiamo piano piano capendo che è necessario fare una raccolta differenziata corretta, per aiutare il sistema del riciclo a ridurre i materiali di scarto, cioè quelle frazioni di materiali che noi gettiamo nella pattumiera ma che non sono riciclabili, per errori di separazione in casa o per caratteristiche del prodotto, dobbiamo anche capire che non tutto è riciclabile, oggi, e che il riciclo ha comunque un impatto ambientale. Il riciclo dei rifiuti è necessario per risparmiare materie prime che preleviamo dalla natura per produrre nuovi materiali, per ridurre i rifiuti non riciclabili che potrebbero essere accumulati nelle discariche, ma, allo stesso tempo, una tale organizzazione industriale che consuma energia ha un senso se il suo impatto ambientale è sostenibile. Per sostenibilità del sistema riciclo tradizionale, intendiamo la contabilizzazione delle percentuali di rifiuti non riciclabili che si producono alla fine del processo, l’analisi delle criticità sulla creazione di queste frazioni non riciclabili, la quantità di energia green utilizzata per lavorare e riprocessare i rifiuti e l’emissione di CO2 del processo. Non è sufficiente oggi aver compreso che i prodotti non vanno buttati ma riciclati, perché a volte sarebbe meglio percorrere altre strade, se possibili, invece che avviare lo scarto al riciclo. In attesa che si consolidi il processo industriale del riciclo chimico, che permette la scomposizione chimica dei componenti di un materiale e la riutilizzazione delle molecole come nuove materie prime, senza generare rifiuti, ci si deve interrogare sul bilanciamento di molti fattori nel trattamento dei rifiuti. Inoltre, in questo periodo in cui i prezzi delle materie prime sono esplosi e c’è una marcata indisponibilità sul mercato, credo non ci sia periodo migliore per analizzare alla fonte il sistema dei consumi che generano, poi, i rifiuti. Il consumismo, nell’era attuale dell’attenzione all’ambiente, non è purtroppo cambiato rispetto al passato, si compra, si usa (poco) e si getta.. (tanto), poi qualcuno riciclerà il prodotto (forse). E’ un approccio sbagliato e negativo per l’ambiente, che comporta la mancata soluzione del problema del consumo delle materie prime naturali, dei costi ambientali del riciclo e dei rifiuti che finiscono in discarica. Non si può colpevolizzare completamente il cittadino disattento al problema, senza tenere in considerazione la scarsa attenzione della politica al sul tema, ma oggi, è necessario lavorare in squadra per migliorare la situazione ambientale e ridurre i costi dei prodotti. Se prendiamo in considerazione i prodotti che generano più rifiuti, possiamo identificare, tra gli altri, gli imballi degli articoli che compriamo, fatti spesso di materiali la cui vita potrebbe essere molto lunga, decenni, ma che li utilizziamo con il principio dell’usa e getta. Le bottiglie delle bibite e dell’acqua in vetro o in plastica, i flaconi dei detersivi o dei prodotti per il corpo, le vaschette alimentari, ecc.. Tutti questi materiali sono fatti con materie prime durevoli e quindi si deve far in modo che non vengano buttati alla fine dell’utilizzo, anche se andrebbero nel flusso del riciclo (oneroso), ma si deve fare in modo che siano restituibili al fornitore per il loro nuovo riempimento o vengano riempite dal cittadino stesso riutilizzando l’imballo. Parliamo quindi di vuoto a rendere per i prodotti da igienizzare e vuoto da riempire, per esempio, per i detersivi o i saponi, posizionando nei negozi boxes per riempire le bottiglie da riutilizzare. Il vuoto a rendere, però, non sempre è conveniente, in quanto implica il trasporto dell’imballo vuoto con un impatto ambientale elevato, quindi, se il punto di ricarica è lontano dal consumatore, potrebbe essere meno gravoso riciclarlo. Qui diventa una responsabilità sociale istruire il cittadino sul vero impatto ambientale di una scelta di acquisto senza permettere le azioni di Greenwashing che il produttore del bene potrebbe fare. Atri due temi importanti riguardano il riutilizzo dei beni e il km. Zero. Molti articoli vengono buttati, senza una reale riduzione delle caratteristiche della funzionalità del prodotto o dell’estetica, per poi comprare di nuovi. Il concetto del riuso dei prodotti non significa andare, saltuariamente, nei mercatini rionali per cercare il prodotto usato, ma creare una rete di raccolta di articoli riutilizzabili, con la collaborazione di produttori, che ricondizionino l’oggetto, lo aggiustino se necessario, ne emettano una garanzia e lo si inserisca nuovamente sul mercato. Un telefonino di ultima generazione può diventale obsoleto dal punto di vista del marketing in poco meno di un anno, ma eccellente e ambito per chi non segue le mode, perché buttalo? Per quanto riguarda il Km. Zero è sempre più necessario, in un’ottica di riduzione delle emissioni di CO2 e per ridurre i costi generali del prodotto, i cui costi di movimentazione sono sempre ricalcolati all’interno del prodotto, cercare di comprare merce prodotta sempre più vicina all’ambito del consumo. Perché comprare una bottiglia di acqua minerale che viene da un luogo distante 500 Km. da me quando ho una fonte che produce un prodotto simile a 50 K.? (o perché non bere l’acqua del rubinetto o andare a riempire l’acqua gassata dai dispenser comunali?). Perché comprare una candela che viene dall’altra parte del mondo quando nel nostro paese ci sono le cererie che le producono, solo per fare degli esempi. Ci potrebbero essere mille altri esempi che riguarderebbero il modo di gestire della nostra mobilità quotidiana, le nostre scelte alimentari, quelle politiche, sociali, culturali, e molte altre. Ricordiamoci che ogni nostra scelta di acquisto crea più o meno inquinamento.Categoria: notizie - plastica - economia circolare - riciclo - rifiutiFoto: WP.F.

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https://www.rmix.it/ - Come riciclare gli scarti bituminosi
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Come riciclare gli scarti bituminosi
Economia circolare

Incrementare il recupero dell’asfalto e delle guaine bituminose in un’ottica di economia circolare di Marco ArezioNonostante si parli ogni giorno di economia circolare esistono ancora settori, in alcuni paesi, in cui si potrebbe fare molto di più nell’ambito della sostenibilità ambientale. Il campo dei composti bituminosi destinati al riciclo vede luci ed ombre. Il bitume, con cui si realizzano i composti bituminosi come le guaine impermeabilizzanti o l’asfalto, proviene dalla distillazione del petrolio e si presenta sotto forma di liquido di colore nero, viscoso, la cui classificazione è espressa rispetto al grado di penetrazione. Nella moderna produzione troviamo tre tipi di bitume: Distillato Ossidato Soffiato I settori in cui si usano maggiormente i prodotti bituminosi sono l’edilizia, i cui vengono impiegate le guaine bituminose per l’impermeabilizzazione delle strutture e il settore stradale in cui vengono impiegati composti aggreganti per la produzione di asfalto. Come tutti i prodotti, anche i composti bituminosi hanno un ciclo di vita prestabilita, finita la quale vanno rimossi e sostituiti. L’operazione di sostituzione rientra nelle buone procedure dell’economia circolare, attraverso le quali i rifiuti devono essere recuperati per il loro riutilizzo. Per quanto riguarda le guaine bituminose lo scarto deve essere avviato agli impianti di triturazione e selezione e può essere riutilizzato nella formazione di manti stradali, in quanto gli elementi sono compatibili con le miscele d’asfalto. Per quanto riguarda il prodotto risultante dalla fresatura delle pavimentazioni stradali, questo rappresenta per eccellenza l’elemento costitutivo delle miscele per le nuove asfaltature. In realtà, il riciclo degli scarti bituminosi, specialmente quello stradale, gode in Europa di luci ed ombre, con numeri molto differenti tra le nazioni. La Germania, per esempio, riutilizza circa l’84% dello scarto delle pavimentazioni stradali, il Belgio addirittura il 95%, la Francia il 70%, il Regno Unito il 90%, mentre l’Italia solo il 25%, secondo i dati dell’associazione strade e bitume Siteb, portando la media Europea al 60%. I numeri del fresato d’asfalto nel mondo sono davvero importanti, se consideriamo che solo in Germania se ne generano circa 13 milioni di tonnellate all’anno e, la considerazione della qualità di un prodotto per asfaltatura, in paesi come gli Stati Uniti, il Giappone e l’Inghilterra, si misura sul numero di volte in cui si può riutilizzare. Il riciclo e riutilizzo dei composti bituminosi in modo corretto porterebbe a minori importazioni di petrolio, riduzione della circolazione dei mezzi pesanti e riduzioni delle emissioni in atmosfera.Categoria: notizie - bitume - economia circolare - riciclo - rifiuti

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https://www.rmix.it/ - Linoleum e Vinile: Confronto Tecnico, Ambientale e Riciclo nel Settore Edilizio
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Linoleum e Vinile: Confronto Tecnico, Ambientale e Riciclo nel Settore Edilizio
Economia circolare

Linoleum e Vinile: Differenze, impatto ambientale e applicazioni pratiche di due materiali spesso confusidi Marco ArezioNegli ultimi decenni, la crescente attenzione verso la sostenibilità ha portato alla necessità di rivalutare i materiali utilizzati nel settore edilizio, in particolare nel comparto delle pavimentazioni. Due materiali spesso confusi tra loro, ma con caratteristiche e impatti ambientali profondamente differenti, sono il linoleum e il vinile. Sebbene condividano alcune somiglianze estetiche e applicative, questi materiali si distinguono per composizione, processo produttivo, riciclabilità e sostenibilità. Questo articolo mira ad analizzare le differenze tra linoleum e vinile, con un focus specifico sulla loro produzione, sulla possibilità di incorporare materiali di scarto nel processo industriale e sulle implicazioni ambientali legate al loro utilizzo e smaltimento. Tale analisi consentirà di comprendere quale tra i due rappresenti una soluzione più sostenibile per l'architettura del futuro. Storia e Origini del Linoleum e del Vinile Linoleum: un materiale di origine naturale Il linoleum ha una lunga storia che risale alla metà del XIX secolo, quando Frederick Walton sviluppò un materiale composto da olio di lino ossidato, farina di legno, sughero, resine naturali e pigmenti, applicati su un supporto in juta. Fin da subito, il linoleum si distinse per la sua resistenza, le sue proprietà antibatteriche e la sua durabilità, caratteristiche che lo resero particolarmente adatto per l’uso in ospedali, scuole e ambienti ad alta frequentazione. La sua produzione industriale si è consolidata nel tempo, e oggi rappresenta una delle alternative più sostenibili per il rivestimento di pavimenti, grazie alla sua composizione biodegradabile e alla possibilità di utilizzare materiali riciclati nel processo produttivo. Vinile (PVC): un prodotto della chimica industriale Il cloruro di polivinile (PVC), comunemente noto come vinile, fu sintetizzato per la prima volta nel XIX secolo, ma la sua applicazione su larga scala nel settore edilizio avvenne solo nel XX secolo. Grazie alla sua versatilità e al basso costo di produzione, il vinile è diventato rapidamente uno dei materiali più diffusi per pavimentazioni e rivestimenti murali. La sua struttura termoplastica permette di ottenere superfici elastiche, impermeabili e resistenti all'usura, rendendolo adatto ad applicazioni in ambienti domestici e commerciali. Tuttavia, il vinile presenta significative problematiche ambientali legate sia alla produzione, che implica anche l’uso di risorse non rinnovabili e sostanze chimiche potenzialmente nocive, sia allo smaltimento, a causa della sua scarsa biodegradabilità e della ancora scarsa quota di rifiuti riciclati. Processi Produttivi e Possibilità di Integrazione di Materiali di Scarto Produzione del Linoleum e il Ruolo dei Materiali di Recupero Il linoleum viene prodotto attraverso un processo che prevede la miscelazione dell’olio di lino con altri componenti naturali, come farina di legno o sughero, resine naturali e pigmenti, per formare una massa che viene poi stesa su un supporto in juta e lasciata maturare in camere di essiccazione per diverse settimane. Durante questo periodo, l’olio di lino subisce un processo di ossidazione che conferisce al materiale la sua caratteristica resistenza e durabilità. L’integrazione di materiali di scarto nel processo produttivo del linoleum sta assumendo un ruolo sempre più rilevante. Alcune aziende hanno sviluppato varianti del linoleum che includono: - Scarti di legno e sughero provenienti da lavorazioni industriali; - Fibre di juta riciclata utilizzate come supporto strutturale; - Pigmenti naturali derivati da scarti agricoli o residui alimentari. Tali innovazioni permettono di ridurre ulteriormente l’impatto ambientale della produzione, minimizzando l’utilizzo di risorse vergini e favorendo l’economia circolare. Produzione del PVC: Sfide e Opportunità per il Riciclo La produzione del vinile implica la polimerizzazione del cloruro di vinile monomero, derivato dal petrolio o dal gas naturale, con l’aggiunta di plastificanti e stabilizzanti. Il processo è altamente energivoro e comporta emissioni di composti organici volatili (VOC) e altri agenti chimici potenzialmente dannosi per la salute e l’ambiente. Negli ultimi anni, si sono sviluppate tecnologie per ridurre l’impatto ambientale del PVC, tra cui: - Uso di PVC riciclato post-industriale, proveniente da scarti di produzione; - Recupero di vinile post-consumo, attraverso programmi di raccolta e riciclo; - Utilizzo di plastificanti meno tossici e additivi eco-compatibili. Nonostante questi progressi, il riciclo del PVC rimane una sfida complessa, a causa della presenza di numerosi additivi chimici che rendono difficile ottenere un materiale omogeneo e riutilizzabile senza perdita di qualità. Come Distinguere Linoleum e Vinile: Caratteristiche e Consigli per il Consumatore Perché il consumatore confonde i due materiali? Linoleum e vinile vengono spesso confusi perché condividono alcune caratteristiche visive e applicative. Entrambi vengono venduti in rotoli o piastrelle, possono avere colori e texture simili e offrono superfici facili da pulire e resistenti all’usura. Tuttavia, le differenze strutturali e compositive sono significative, e una scelta consapevole richiede la conoscenza di alcuni aspetti fondamentali. Come riconoscere linoleum e vinile Tatto e consistenza: Il linoleum ha una superficie più opaca e una sensazione naturale al tatto, mentre il vinile è generalmente più liscio e morbido grazie alla presenza di plastificanti. Odore: Il linoleum ha un odore leggermente oleoso o di legno, dovuto alla presenza dell’olio di lino, mentre il vinile tende a rilasciare un odore di plastica, soprattutto quando è nuovo. Reazione al fuoco: Il linoleum è più resistente al fuoco rispetto al vinile, che invece può rilasciare fumi tossici se bruciato. Durata: Il linoleum tende a sviluppare una patina naturale che ne aumenta la resistenza nel tempo, mentre il vinile, pur essendo resistente, può deteriorarsi più velocemente a causa dell’esposizione ai raggi UV e all’usura meccanica. Un altro metodo per distinguere i due materiali è verificare le certificazioni ambientali: il linoleum, essendo un prodotto naturale, ha spesso certificazioni ecologiche che ne attestano la sostenibilità, mentre il vinile di nuova generazione può avere certificazioni per l’assenza di ftalati e sostanze tossiche. Applicazioni Comuni di Linoleum e Vinile nell’Edilizia Prodotti e utilizzi del linoleum Il linoleum è particolarmente apprezzato in ambienti che richiedono igiene, resistenza e durabilità, grazie alla sua composizione naturale e alle sue proprietà antibatteriche. Questo materiale viene utilizzato prevalentemente in settori in cui la sicurezza e la salubrità degli ambienti rivestono un ruolo primario. Le sue applicazioni più comuni includono: Pavimentazioni per scuole e ospedali, grazie alle sue proprietà antibatteriche e alla resistenza all’usura. Rivestimenti murali e pannelli decorativi, utilizzati per migliorare la qualità dell’aria interna. Piani di lavoro ecologici, apprezzati per la loro durabilità e resistenza alle macchie. Prodotti e utilizzi del vinile Il PVC è un materiale estremamente versatile, apprezzato per la sua resistenza, impermeabilità e flessibilità, caratteristiche che lo rendono ideale per una vasta gamma di applicazioni edilizie. La sua capacità di adattarsi a diversi contesti costruttivi, unita ai progressi tecnologici nel riciclo del materiale, lo ha reso una scelta popolare in numerosi settori. Viene utilizzato in applicazioni che richiedono durabilità e facilità di manutenzione, come: Pavimenti in vinile per abitazioni e uffici, apprezzati per la facilità di installazione e manutenzione. Rivestimenti per pareti e soffitti, grazie alla resistenza all’umidità e alla capacità di imitare materiali naturali come il legno e la pietra. Serramenti e infissi, dove la durabilità e la resistenza agli agenti atmosferici sono essenziali. L'ampia gamma di applicazioni di entrambi i materiali evidenzia l’importanza di una scelta informata, basata su considerazioni di sostenibilità, durabilità e impatto ambientale. Impatto Ambientale e Fine Vita Linoleum: Un Materiale Biodegradabile Grazie alla sua composizione naturale, il linoleum è un materiale biodegradabile che, a fine vita, può essere compostato senza rilasciare sostanze tossiche. La sua decomposizione non comporta la formazione di microplastiche o sostanze nocive, rendendolo una scelta ecologicamente vantaggiosa rispetto ai materiali sintetici. Inoltre, alcuni produttori stanno esplorando la possibilità di reintrodurre scarti di linoleum nei processi produttivi, creando un ciclo virtuoso di riutilizzo dei materiali. Attraverso avanzate tecnologie di triturazione e rilavorazione, i residui di linoleum possono essere trasformati in nuovi fogli di pavimentazione o utilizzati per la produzione di materiali compositi sostenibili. Questo approccio riduce significativamente lo spreco industriale e minimizza la necessità di nuove risorse naturali, contribuendo a un’economia circolare più efficiente nel settore edilizio. Vinile: Problematiche di Smaltimento e Riciclo Il PVC non è biodegradabile e, se bruciato, può rilasciare diossine e altri composti tossici. Lo smaltimento in discarica è problematico, ma il riciclo del PVC è relativamente efficiente se il materiale viene adeguatamente selezionato e trattato. Attualmente, in Europa vengono riciclati circa 800.000 tonnellate di PVC ogni anno grazie a programmi di raccolta e separazione avanzati, riducendo così la necessità di produzione di nuovo materiale vergine. Esistono programmi di recupero, come l’iniziativa VinylPlus, che prevedono la separazione dei diversi componenti chimici e il riutilizzo del PVC rigenerato in nuove applicazioni edilizie, contribuendo così a ridurre l’impatto ambientale e a promuovere un modello di economia circolare nel settore. In generale però, la quota di riciclo degli scarti di PVC ad oggi  è ancora ridotta rispetto a quella prodotta con materie prime di diretta derivazione petrolifera, che di fatto rende, per ora, il PVC un materiale non completamente sostenibile. Conclusioni Dal punto di vista della sostenibilità, il linoleum rappresenta una scelta più responsabile rispetto al vinile, grazie alla sua composizione naturale, alla biodegradabilità e alla possibilità di integrare materiali di scarto nel processo produttivo. Tuttavia, il vinile, se prodotto con un’alta percentuale di materiale riciclato e con plastificanti eco-compatibili, può ridurre il proprio impatto ambientale. L’industria delle pavimentazioni sta facendo progressi significativi per migliorare la sostenibilità dei materiali disponibili. L’adozione di pratiche di riciclo efficienti e l’innovazione nella composizione chimica dei prodotti possono contribuire a ridurre l’impronta ecologica sia del linoleum che del PVC. La scelta tra questi due materiali dovrebbe quindi basarsi su un’analisi completa del loro ciclo di vita e sulla necessità di promuovere soluzioni edilizie più rispettose dell’ambiente e della salute umana.© Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - La Proprietà dei Rifiuti Domestici e il Diritto di Cessione Onerosa
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare La Proprietà dei Rifiuti Domestici e il Diritto di Cessione Onerosa
Economia circolare

I rifiuti che produciamo ogni giorno hanno un valore e in virtù di questo che dovrebbero essere cedutidi Marco ArezioSembra che il ritiro del rifiuto plastico, del vetro, della carta, dei metalli e della frazione umida dalle nostre case sia un servizio gentile che i comuni organizzano per farci un favore, quello di liberare quotidianamente le nostre case dai rifiuti. Ma è proprio così? Incominciamo a dire che gratis oggi, probabilmente, non si fanno più nemmeno i favori, ma quello che i cittadini hanno in testa, in relazione al servizio di raccolta dei rifiuti, è un concetto non del tutto corretto. Non si vede spesso, nel mercato reale, una cessione di un bene senza un corrispettivo economico pagato da parte dell'acquirente e, probabilmente, ancora meno si vedono operazioni in cui il venditore debba pagare l'acquirente per cedere il suo prodotto. Nel mondo dei rifiuti capita invece con una certa frequenza e i motivi nascono da una visione distorta da parte della gente del concetto di rifiuto di nostra proprietà. Già la parola rifiuto è assimilato a tutti questi prodotti che, nelle nostre case o aziende, finiscono il ciclo di vita che gli abbiamo attribuito, diventando un impellente problema di spazio e di decoro. Con questo concetto, non riuscendo a intravedere nessun valore al prodotto a fine vita, siamo disposti a pagare purché venga portato via dal nostro ambito di vita. Le attività imprenditoriali che si occupano di raccolta, trattamento e smaltimento dei rifiuti ringraziano per la golosa opportunità offerta dai cittadini (sebbene le logiche delle aste delle materie prime a volte raffreddano questi entusiasmi) e i comuni, che hanno il compito di raccogliere i rifiuti, coprono i costi del servizio, lontani dalle logiche di mercato, attraverso i nostri soldi. In realtà, con questo sistema, il cittadino rimane beffato 3 volte: - cede il rifiuto di sua proprietà senza ricavarne alcun vantaggio economico - paga per la cessione e il ritiro del rifiuto presso la propria abitazione - ricompra un bene che probabilmente è fatto con una quota dei rifiuti che ha ceduto in modo oneroso Molti anni fa quando i rifiuti domestici venivano prevalentemente sotterrati in discariche o bruciati passivamente, il contributo economico al ritiro e smaltimento poteva avere un senso logico in quanto, il comune, attraverso società specializzate, offriva un servizio al cittadino non remunerativo. Oggi, i rifiuti hanno un valore intrinseco in quanto producono, attraverso la loro lavorazione, sottoprodotti con cui si crea un nuovo valore. Il vetro, la carta, la plastica la frazione umida delle nostre cucine creano un circolo virtuoso espresso in materie prime seconde o in energia che vengono offerte nuovamente al mercato in una normale attività commerciale. Quindi può facilmente capitare che il rifiuto che noi abbiamo, forse ingenuamente pagato per liberarcene, lo ripagheremo una seconda volta quando andremo a comprare un flacone di detersivo fatto in plastica riciclata o accenderemo la luce a casa nostra, utilizzando l'energia realizzata con la frazione umida delle nostre cucine. In alcune parti del mondo si comincia a pensare che questo approccio alla cessione onerosa, da parte dei cittadini dei propri rifiuti, sia una cosa che ha poco senso e che la sua inversione potrebbe creare un'economia sociale importante e un concreto aiuto alla salvaguardia dell'ambiente. Ma come è possibile cambiare questa mentalità e quali vantaggi porterebbe? Vediamo alcuni punti: Si deve accompagnare il cittadino ad un cambiamento culturale radicale, spostando il concetto di rifiuto da un onere ad una risorsa per sé e per la propria famiglia. Acquistando un valore, il rifiuto domestico permette di creare un ulteriore introito al bilancio famigliare riducendo le tasse a suo carico, come già succede già in alcuni paesi, attenzionando il cittadino al corretto approccio alla raccolta differenziata. Si creerebbe una sostanziale riduzione dei rifiuti dispersi nell'ambiente in quanto si potrebbe generare una nuova economia che valorizza la raccolta e il riciclo. I maggiori oneri che le industrie del riciclo e i comuni saranno costretti a sostenere potrebbero essere compensati, da un aumento della quota di rifiuti lavorabili immessi sul mercato, da una riduzione degli oneri derivanti dalle bonifiche ambientali o dalle conseguenze economiche in relazione all'aumento del tasso di inquinamento circolare e dalla dipendenza dalle materie prime vergini. Pensateci, potrebbe fare bene a tutti.Categoria: notizie - plastica - economia circolare - rifiuti urbaniVedi maggiori informazioni sul riciclo

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https://www.rmix.it/ - Calcestruzzo Riciclato: Un uso ancora troppo Limitato
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Calcestruzzo Riciclato: Un uso ancora troppo Limitato
Economia circolare

Economia Circolare: Calcestruzzo Riciclato e Sostenibilità nella Produzione Industrialedi Marco ArezioNella produzione industriale le linee guida sull’economia circolare stanno entrando in modo prepotente e stabilmente in tutte le aziende.Questo è dovuto a diversi fattori: un nuovo approccio culturale della popolazione che è sempre più attenta all’ambiente, un fattore politico che sposa in pieno le aspettative della gente, nuove regole di carattere finanziario-assicurativo che valuta il livello di rischio delle aziende in base al loro scostamento rispetto ad una impronta carbonica media e, infine, ad una reale necessità di una maggiore sostenibilità dei consumi. Nel campo delle costruzioni la quota dei materiali che vanno in discarica rimane estremamente alta con conseguenze ambientali importanti, non solo per la quantità dei rifiuti che non vengono rimessi in circolazione come nuove materie prime, ma anche a causa del continuo approvvigionamento di nuove materie prime incidendo sulle risorse naturali dell’ambiente. A partire dalla progettazione, gli edifici dovrebbero essere pensati per poter essere costruiti con la quota maggiore di materiali riciclati e, una volta a fine vita, alla demolizione dovrebbe seguire un’attività di recupero di tutti quei materiali che potranno nuovamente essere impiegati per nuove costruzioni. Quali sono i vantaggi nel riciclare il calcestruzzo? A differenza di altri materiali da riciclare, come per esempio le plastiche, la provenienza dello scarto del calcestruzzo contempla la presenza di inerti di cui si conosce la provenienza naturale. Quindi, il riciclo del materiale proveniente dalle demolizioni di edifici può essere facilmente gestito e, la quota che se ne ricava nell’ambito di una demolizione, è generalmente elevata. Il riutilizzo del materiale riciclato porta a una serie di vantaggi: • Minor costo dell’inerte riciclato rispetto a quello naturale • Minor materiale da avviare alla discarica • Inferiore impronta carbonica per un edificio realizzato con calcestruzzi riciclati rispetto ad uno realizzato con inerti naturali • Costi e impatti ambientali dei trasporti inferiori Nelle composizioni delle ricette di calcestruzzo con elementi riciclati possiamo annoverare i seguenti materiali: • Frantumato di demolizione, pulito e di colore uniforme • Frantumato di mattoni, pulito e non inquinato • Frantumato di vetro da post consumo • Ceneri volanti espresse in aggregati leggeri • Frantumati in pietra come massicciate o muri di contenimento • Sabbie di fonderia solo se pulita ed uniforme Ma vediamo quale può essere il comportamento di un calcestruzzo realizzato con inerti riciclati rispetto ad uno con inerti naturali:• L’impiego di inerti riciclati fino ad una quota del 20% non ha effetti sulla resistenza a compressione del calcestruzzo, mentre una miscela del 100% di inerti riciclati porta ad una resistenza di circa il 20% della resistenza a compressione • La durabilità nel tempo, a parità di resistenza, non ha influenza sulla percentuale di uso degli inerti riciclati rispetto a quelli naturali • La rigidità del manufatto con un impiego entro il 20% di inerti riciclati non subisce modifiche sostanziali, mentre per un uso al 100% si dovrà considerare una riduzione della rigidità intorno al 10% • Per quanto riguarda la lavorabilità della miscela non sono state notate riduzioni della stessa utilizzando inerti riciclati fino ad una quota del 20%. • Utilizzando quote superiori al 20% di inerti riciclati la caduta della lavorabilità della pasta cementizia può essere sostanziale, la cui conseguenza principale è la maggior richiesta di acqua per rendere lavorabile l’impasto. Questo a causa dell’irregolarità degli inerti che aumentano la loro superficie specifica, del maggior assorbimento di acqua dell’inerte frantumato e per la presenza di particelle di cemento non idratate. In questo caso è importante l’uso di additivi plastificanti per ridurre l’uso dell’acqua nell’impasto così da non compromettere la resistenza meccanica. Per quanto riguarda l’impatto ambientale degli aggregati naturali bisogna considerare che la loro escavazione richiede 20 MJ/t di energia da combustione e 9 MJ/t di energia elettrica, mentre la loro frantumazione ne richiede, rispettivamente, 120 MJ/t e 50 MJ/t. Mentre l’impatto ambientale degli aggregati riciclati da rifiuti di demolizione può essere valutato in 40 MJ/t di energia da combustione e 15 MJ/t di energia elettrica. In merito alle resistenze meccaniche tra un calcestruzzo realizzato con aggregati riciclati e uno con aggregati naturali, che possiamo vedere nella tabella in fondo all’articolo , fatto salvo quanto detto sopra i dati tecnici sono molto simili.Categoria: notizie - rifiuti edili - economia circolare  Vedi maggiori informazioni sull'argomento

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https://www.rmix.it/ - Le Pavimentazioni da Esterno Carrabili in Materiali Totalmente Riciclati
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Le Pavimentazioni da Esterno Carrabili in Materiali Totalmente Riciclati
Economia circolare

Gli scarti da post consumo costituiscono la base di tre tipologie differenti di pavimentazioni modulari carrabili da esternodi Marco ArezioIl settore dell’edilizia è nel pieno della rivoluzione green, che non riguarda solo il recupero degli scarti durante le demolizioni di tutti quei materiali riciclabili, ma anche dei nuovi prodotti che possono essere fatti, in parte o al 100% con materiali riciclati da post consumo. I produttori di articoli edili hanno trovato alcune brillanti soluzioni che possono raggiungere un doppio obbiettivo: creare dei prodotti circolari e ridurre, attraverso il riutilizzo, i rifiuti sul mercato. Nell’ambito delle pavimentazioni modulari per esterni prendiamo in esame tre tipologie differenti di prodotti, che hanno un approccio all’utilizzo dei rifiuti molto diversi tra loro, ma il cui risultato tecnico e architettonico soddisfa pienamente la clientela. I prodotti presi in esame sono: • Masselli autobloccanti in PVC da scarti di cavi esausti • Piastrelle modulari composte da scarti di vetro, bottiglie, sacchetti in PE e scarti di ceramica • Piastrelle modulari composte da scarti misti in plastica non riciclabili, ceneri degli altiforni e scarti di piastrelle. Gli approcci sono differenti, ma la qualità dei prodotti e la funzione di riciclo dei rifiuti ne fa una proposta interessante, da inserire nei cantieri in cui la voce sostenibilità è tenuta in considerazione. Il massello in PVC riciclato e riciclabile è un prodotto in diretta concorrenza con i masselli in cemento, da cui eredita la carrabilità e l’alta resistenza a compressione, ma aggiunge molte altre caratteristiche migliorative, in quanto è completamente isolante, non assorbe liquidi, non viene macchiato da olio o benzina, si taglia facilmente a mano, è verniciabile e non è soggetto all’azione aggressiva dei sali stradali. Inoltre non attinge a risorse naturali, acqua, sabbia, ghiaia e ha un impatto ambientale in fase di produzione molto più limitato rispetto alla produzione del cemento. Le piastrelle modulari formate dagli scarti di vetro provenienti dalla raccolta differenziata, mischiati con i rifiuti in PE e gli scarti di ceramica, sono una buona soluzione non solo per il riciclo composto da materiali diversi, ma anche per la durabilità dell’elemento che vede nella ceramica e soprattutto nel vetro una robustezza nel tempo importante. Anche queste piastrelle sono carrabili, resistono ai sali stradali e all’abrasione della circolazione veicolare, in virtù del macinato di vetro contenuto. Infine, le piastrelle modulari costituite dai rifiuti non riciclabili della raccolta differenziata, mischiati con le ceneri degli altiforni e con gli scarti delle piastrelle esauste macinate, danno un gradevole aspetto estetico al pavimento e un ottimo passaporto green sul riciclo in quanto, utilizzano due componenti classificati come rifiuti non riciclabili e quindi da smaltire in discarica, quindi ben oltre i materiali riciclati tradizionali. Sono piastrelle modulari che vengono impiegate normalmente i passaggi pedonali, piazze e marciapiedi rendendo sostenibile l’intervento di ripristino edile dell’area.Categoria: notizie - plastica - economia circolare - riciclo - rifiuti - pavimentazioni - edilizia

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https://www.rmix.it/ - I Codici CER dei Rifiuti: Strumenti Essenziali per una Gestione Sostenibile
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare I Codici CER dei Rifiuti: Strumenti Essenziali per una Gestione Sostenibile
Economia circolare

Come Vengono Catalogati i Rifiuti e Quali Sono le Responsabilità di Riciclatori e Cittadini nella Promozione di un’Economia Circolaredi Arezio MarcoI codici CER (Catalogo Europeo dei Rifiuti), noti anche come codici EER (Elenco Europeo dei Rifiuti), sono una classificazione standardizzata dei rifiuti a livello europeo, utilizzata per identificare e gestire correttamente i vari tipi di rifiuti prodotti. Questo sistema di codifica è stato introdotto per facilitare il monitoraggio, la gestione e il trattamento dei rifiuti, promuovendo al contempo una gestione più efficiente e sostenibile delle risorse. Di seguito, esamineremo in dettaglio cosa sono i codici CER, come vengono catalogati e quali sono le implicazioni per i riciclatori e i cittadini. Definizione e Struttura dei Codici CER Il sistema di codici CER è stato istituito dalla Decisione 2000/532/CE della Commissione Europea, e successivamente modificato per adattarsi alle evoluzioni normative e tecniche. Ogni codice CER è costituito da sei cifre, organizzate in tre coppie di numeri. La struttura dei codici è la seguente: Capitolo (prima coppia di cifre): identifica la categoria generale del rifiuto, spesso correlata all'industria o all'attività che lo produce. Ad esempio, i codici che iniziano con 01 si riferiscono a rifiuti derivanti dall'industria mineraria. Sottocapitolo (seconda coppia di cifre): specifica ulteriormente il tipo di attività o processo di produzione. Ad esempio, 01 04 riguarda rifiuti derivanti da attività di perforazione e produzione di idrocarburi. Voce (terza coppia di cifre): descrive in dettaglio il tipo di rifiuto. Ad esempio, 01 04 13 si riferisce a rifiuti costituiti da fanghi contenenti sostanze pericolose. In totale, il sistema CER comprende 20 capitoli principali, che coprono una vasta gamma di rifiuti, dai rifiuti municipali ai rifiuti industriali e pericolosi. Classificazione e Catalogazione dei Rifiuti La catalogazione dei rifiuti avviene attraverso un processo sistematico di identificazione e classificazione. Le fasi principali includono: Identificazione del Rifiuto: La prima fase consiste nell'identificare il rifiuto prodotto. Questo può essere fatto attraverso l'analisi delle caratteristiche fisiche e chimiche del rifiuto, nonché l'osservazione del processo che lo genera. Assegnazione del Codice CER: Una volta identificato il rifiuto, viene assegnato il codice CER appropriato. Questo passaggio richiede la consultazione dell'elenco dei codici CER e la selezione del codice che meglio descrive il rifiuto. In caso di rifiuti complessi, potrebbe essere necessario consultare esperti o utilizzare strumenti di analisi più avanzati. Documentazione e Tracciabilità: Dopo l'assegnazione del codice, è fondamentale documentare accuratamente il rifiuto e il suo codice CER. Questa documentazione è essenziale per garantire la tracciabilità del rifiuto lungo tutto il suo ciclo di vita, dalla produzione allo smaltimento o al riciclaggio. Gestione e Trattamento: Infine, il rifiuto viene gestito e trattato in conformità con le normative vigenti. Il codice CER aiuta a determinare le procedure di trattamento adeguate, che possono includere il riciclaggio, l'incenerimento, la discarica o altre forme di smaltimento. Ruolo del Riciclatore I riciclatori svolgono un ruolo cruciale nella gestione dei rifiuti, e la conoscenza dei codici CER è fondamentale per il loro lavoro. Ecco alcuni aspetti chiave del ruolo del riciclatore: Conformità Normativa: I riciclatori devono assicurarsi che i rifiuti siano classificati correttamente e gestiti in conformità con le normative nazionali ed europee. L'uso appropriato dei codici CER è essenziale per evitare sanzioni legali e garantire una gestione sicura dei rifiuti. Ottimizzazione del Processo di Riciclaggio: Conoscere i codici CER consente ai riciclatori di ottimizzare i processi di selezione, trattamento e riciclaggio dei rifiuti. Ad esempio, la separazione dei rifiuti pericolosi da quelli non pericolosi può migliorare l'efficienza del riciclaggio e ridurre i rischi ambientali. Collaborazione con i Produttori di Rifiuti: I riciclatori devono lavorare a stretto contatto con i produttori di rifiuti per garantire una corretta classificazione e gestione. Questo può includere la formazione del personale sui codici CER e sulle migliori pratiche di gestione dei rifiuti. Innovazione e Sostenibilità: Infine, i riciclatori devono essere proattivi nel cercare nuove soluzioni e tecnologie per migliorare il riciclaggio e ridurre l'impatto ambientale dei rifiuti. La conoscenza dettagliata dei codici CER può facilitare l'adozione di pratiche innovative e sostenibili. Comportamento del Cittadino Anche i cittadini hanno un ruolo importante nella gestione dei rifiuti e devono essere consapevoli dell'importanza dei codici CER. Ecco alcuni consigli su come i cittadini possono contribuire: Educazione e Consapevolezza: I cittadini devono essere informati sui diversi tipi di rifiuti e sui rispettivi codici CER. Le campagne di sensibilizzazione e l'educazione ambientale possono aiutare a diffondere questa conoscenza. Raccolta Differenziata: La corretta separazione dei rifiuti domestici è essenziale per facilitare il riciclaggio. I cittadini devono seguire le indicazioni fornite dalle autorità locali e separare i rifiuti in base ai diversi tipi, come plastica, carta, vetro e rifiuti organici. Riduzione dei Rifiuti: I cittadini possono contribuire riducendo la quantità di rifiuti prodotti. Questo può essere fatto adottando pratiche di consumo sostenibile, come l'acquisto di prodotti con meno imballaggi, il riutilizzo degli oggetti e il ricorso a prodotti riciclabili. Segnalazione dei Rifiuti Pericolosi: È importante che i cittadini siano consapevoli dei rifiuti pericolosi, come batterie, vernici e prodotti chimici, e che li smaltiscano correttamente seguendo le linee guida specifiche. La mancata corretta gestione di questi rifiuti può comportare gravi rischi per l'ambiente e la salute pubblica. Partecipazione Attiva: Infine, i cittadini possono partecipare attivamente alle iniziative di riciclaggio e gestione dei rifiuti nella loro comunità. Questo può includere la partecipazione a programmi di raccolta dei rifiuti, il volontariato in attività di pulizia e il sostegno a politiche e progetti di sostenibilità ambientale. Conclusione I codici CER rappresentano uno strumento fondamentale per la gestione efficace e sostenibile dei rifiuti. La loro corretta applicazione richiede la collaborazione di tutti gli attori coinvolti, dai produttori di rifiuti ai riciclatori, fino ai cittadini. Comprendere e utilizzare questi codici non solo facilita il rispetto delle normative, ma contribuisce anche a promuovere un ambiente più sano e sostenibile. Con l'educazione e la consapevolezza, possiamo tutti giocare un ruolo attivo nella riduzione dell'impatto ambientale dei rifiuti e nella promozione di un'economia circolare.© Riproduzione Vietata

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rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Valutazione sull’efficienza dell’economia circolare in europa
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Plastica, vetro, legno, metalli, carta, gommadi Marco ArezioPrima di addentrarci nella valutazione dello stato di salute dell’economia circolare in Europa , è buona cosa ricordarci come la Comunità Europea è arrivata, negli anni, a promulgare norme sempre più ambiziose per spingere l’economia circolare. Dobbiamo partire dal 1975 quando la CEE emanò la prima direttiva relativa alla gestione dei rifiuti che aveva lo scopo, non tanto di responsabilizzare i cittadini Europei al riciclo e riuso, ma di tutelare la competitività commerciale del mercato in relazione alle diverse normative nazionali sullo smaltimento dei rifiuti. Si cercava quindi di impedire che un minore onere nazionale nello smaltimento dei propri rifiuti potesse generare un vantaggio economico sui prodotti finiti, con conseguenze di alterare principio della libera e corretta concorrenza. In quel momento, nonostante già si sapesse delle conseguenze sanitarie ed ambientali che comportava una gestione non oculata dei rifiuti, si preferiva considerare l’aspetto meramente commerciale del mercato. Ma fu solo nel 2008 che la Comunità Europea, attraverso una specifica direttiva, la numero 98, ha disciplinato la corretta gestione dei rifiuti in funzione alla sostenibilità ambientale e al principio di circolarità, con lo scopo di tutelare la salute, l’ambiente e le risorse naturali. Inoltre, nel 2018, è stata aggiornata la direttiva del 2008 innalzando gli obbiettivi di riciclo, ampliando la famiglia dei prodotti da riciclare, migliorando la prevenzione, varando piani di sostegno finanziario al mercato della circolarità, regolando la frazione dei rifiuti avviati allo smaltimento e al recupero energetico e molti altri punti. Per quanto riguarda l’evoluzione, in termini numerici, della circolarità dell’economia Europea negli ultimi 10 anni, si è notato che la produzione complessiva dei rifiuti è rimasta abbastanza stabile, con un valore di circa 2,5 Mld, ma è cresciuto del 7% la frazione di materiale recuperato, passando da 1029 a 1102 Mt. Esistono differenze di performance, tra le varie famiglie di prodotti che compongono il paniere delle attività circolari, in cui vediamo i rifiuti da imballaggio crescere del 27% dal 2006, portando il tasso di riciclo, rispetto all’immesso sul mercato nell’UE28 dal 57 al 67%, perfettamente in linea con le aspettative Europee pari al 65% per il 2025. I paesi con i più alti tassi di riciclo degli imballi sono la Germania con il 71%, seguono la Spagna con il 70% e l’Italia.Vediamo nel dettaglio le varie famiglie: Carta e Cartone A livello Europeo la percentuale di riciclo della carta e del cartone, rispetto al valore di merce immessa sul mercato, è passata dall’83% del 2009 all’85% del 2017, la cui lenta crescita è frutto di una buona attività di recupero avvenuta già negli anni scorsi, portando il comparto a superare gli obbiettivi previsti per il 2025. Ci sono sicuramente anche delle zone d’ombra per il futuro, in quanto il settore deve risolvere l’impatto sugli alti costi energetici che le cartiere devono sostenere e la gestione dello scarto del riciclo.Vetro Il tasso di riciclo degli imballaggi in vetro, a livello Europeo, rispetto al valore del prodotto immesso sul mercato, è passato dal 68% del 2009 al 74% del 2017, ponendo la Germania in testa in termini di volumi, seguita dalla Francia e dall’Italia. Anche in questo settore, come in quello della carta, la possibilità di ampliare la raccolta e il recupero della materia prima passa dall’incremento e dall’ammodernamento degli impianti di trattamento del vetro e dalla soluzione della gestione degli scarti di produzione che vengono generati durante il riciclo.Plastica Per quanto riguarda la plastica i dati di riciclo a livello Europeo ci dicono che la raccolta è passata dal 32% del 2009 al 42% del 2017, ponendo la Germania in testa con la Spagna a 48% seguita dall’Italia. La crescita negli ultimi periodi è stata molto importante, ma è assolutamente necessario risolvere la questione delle plastiche miste che oggi pongono un freno al settore e incrementare l’uso dei polimeri rigenerati che derivano dalle attività di riciclo, verso prodotti che permettono il loro utilizzo. In merito a questo problema si sono emanate alcune normative che impongono l’uso dei polimeri rigenerati, come il PET, nelle bottiglie con capacità fino a 3 litri, e che limitano la produzione e la vendita di prodotti monouso. Ma molto ancora resta da fare in altri ambiti produttivi, dove si potrebbe imporre l’uso di una certa % di materiale rigenerato in quei prodotti che non hanno una valenza sanitaria o alimentare.Legno Il tasso di riciclo Europeo del legno non configura valori di crescita molto elevati, passando dal 38% del 2009 al 40% del 2017, infatti il comparto soffre ancora della cattiva gestione della separazione del legno rispetto ad altri prodotti avviati alla discarica. Si sta comunque lavorando per riuscire a separarlo in modo più mirato, durante la raccolta differenziata, con l’obbiettivo di ridurre in modo sostanziale l’approvvigionamento industriale da risorse naturali.Metalli Per quanto riguarda l’alluminio la crescita del riciclo dei rottami è stata del 44%, passando da 683 Kt del 2009 a 981 Kt nel 2018, mentre per quanto riguarda il riciclo degli imballi si è superato l’obbiettivo del 2030. I settori di interesse riguardano gli scarti dei processi di laminazione, i rottami pre-consumo e post-consumo e gli imballaggi. In merito al riciclo dei rottami d’acciaio, si può notare un aumento da 12,8 Mt del 2009 a 12,9 Mt del 2019. Per gli imballi si evidenzia una buona performance pari all’8% rispetto al volume immesso. Anche in questo settore, nonostante gli obbiettivi del 2025 siano già stati superati, permangono difficoltà da affrontare come la necessità di raccogliere separatamente, in maniera qualitativa gli imballaggi e l’incremento dei prodotti realizzati con materiale riciclato.Gomma I dati relativi al riciclo della gomma e degli pneumatici esausti ha visto un incremento pari al 29%, passando da 136 Kt del 2013 a 176 Kt nel 2018. Da quando si è inserito il principio della “responsabilità estesa del produttore” la raccolta e l’avvio al riciclo degli pneumatici è aumentata riducendo il fenomeno dell’abbandono degli scarti nell’ambiente, fenomeno che tuttavia ancora persiste in alcune nazioni.Categoria: notizie - plastica - economia circolare - riciclo - rifiuti - vetro - gomma - legno - metalli

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rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Un Esempio di Economia Circolare di Prodotto e di Produzione
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Non dobbiamo cercare la sola circolarità dei componenti dei prodotti, ma verifichiamo anche la sostenibilità della catena produttiva. Un’azienda Italiana fa scuoladi Marco ArezioQuando parliamo di sostenibilità e circolarità ci riferiamo molto spesso al singolo prodotto che può essere composto con materiali riciclati e, ancor meglio, riciclabili al 100%. Questo binomio ci aiuta a capire come le nostre azioni di consumatori possano portare alla riduzione dei rifiuti che produciamo, a risparmiare le risorse naturali e a tutelare l’ambiente. Nonostante ci sia ancora molta strada da fare in questo settore, in quanto il tasso di riciclo dei rifiuti che produciamo non supera il 10% a livello mondiale e che esiste molta confusione su ciò che è riciclabile e ciò che, pur essendo composto da materiali riciclati potrebbe, infatti, essere non più riciclabile, non ci occupiamo abbastanza della sostenibilità della catena produttiva. Possiamo prendere ad esempio il mondo dell’auto elettrica, per capire il problema, dove, al recente aumento della circolazione delle auto Plugin o Full Electric, non è corrisposto un’adeguata rete di ricarica ad energia totalmente rinnovabile. Quindi, spesso, si ricarica la batteria usando una rete di alimentazione dalla quale viene fornita energia elettrica fatta con il gas naturale, o il carbone o con il nucleare. Anche nella realizzazione dei prodotti cosiddetti circolari, dobbiamo considerare non solo se sono composti da materie prime riciclate e riciclabili, ma dobbiamo sapere se il ciclo di produzione sia sostenibile, quindi se attinge ad energia da fonti rinnovabili. Non sono molte le attività industriali che possono vantare un ciclo produttivo del tutto green, ma alcuni esempi nel mondo industriale ci sono. Uno interessante lo possiamo trovare in un’azienda Italiana, la Saxagres, che produce piastrelle per pavimentazioni da esterno ed interno, la quale ha applicato l’estensione del concetto di circolarità sia sul prodotto che sulla produzione. Per quanto riguarda la circolarità del prodotto, nella produzione di ceramiche da esterno e da interno l’azienda utilizza fino al 30% di scarti di produzione, inoltre impiega le ceneri degli altiforni che si producono come scarti nell’incenerimento dei rifiuti che altrimenti finirebbero in discarica. Per quanto riguarda la circolarità della produzione l’azienda si è dotata non solo di pannelli solari ma, per essere totalmente indipendente e sostenere la grande richiesta di energia che proviene dai forni per la cottura delle piastrelle a 1200 gradi, ha realizzato, in collaborazione con altre aziende, un impianto di produzione di biogas, attraverso la gestione anaerobica dei rifiuti urbani nell’area di pertinenza dell’azienda. Così facendo possiamo parlare di circolarità di prodotto e della catena produttiva, contribuendo alla gestione dei rifiuti urbani, all’affrancamento dalle risorse fossili e all’indipendenza energetica.Categoria: notizie - carta - economia circolare - riciclo - energia rinnovabile

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https://www.rmix.it/ - Estrazione Metalli Preziosi dai Rifiuti RAEE: Primo Impianto in Italia
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Estrazione Metalli Preziosi dai Rifiuti RAEE: Primo Impianto in Italia
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I Rifiuti RAEE sono tra quelli meno riciclati ma con più alto valore aggiuntodi Marco ArezioProviamo a pensare quanti telefonini ci passano nelle mani nel corso della nostra vita, quante volte portiamo a riparare un ferro da stiro e ci viene detto, non ne vale la pena buttalo e compratene un altro. Facciamo scorrere i pensieri nella nostra mente e mettiamo a fuoco quante volte abbiamo sostituito un computer, un asciugacapelli, una stampante e molti altri elettrodomestici che sono invecchiati prematuramente o perché volevamo l’ultimo modello dell’anno. Il frutto negativo del nostro benessere porta alla creazione di milioni di tonnellate di rifiuti nel mondo che restano, ad oggi, di difficile gestione se comparati con altri rifiuti di più facile riciclo. Ma i cosiddetti RAEE, sono in realtà di altissimo valore se fossimo capaci di estrarre i componenti preziosi che contengono, parliamo di oro, argento, palladio e rame, solo per fare qualche esempio. Invece, la maggior parte delle volte finiscono in discarica, o vanno ad alimentare il riciclo clandestino in paesi poveri, con implicazioni ambientali e di salute per i lavoratori molto serie. In Italia, Iren Ambiente, una società del gruppo Iren, realizzerà un impianto per il trattamento dei rifiuti RAEE, con lo scopo di estrarre tutti i materiali preziosi che i rifiuti elettrici ed elettronici contengono. L'impianto effettuerà due fasi di lavoro: la prima dedicata al disassemblaggio delle schede, la seconda alla separazione e affinazione dei metalli preziosi tramite un processo idrometallurgico. Il processo, oggetto di un articolo comparso qualche settimana fa sul portale del riciclo rMIX, avrà un ciclo di lavoro con un basso impatto ambientale e un dispendio contenuto di CO2, rispetto alla tradizionale estrazione di minerali preziosi in miniera. L’impianto di lavorazione dei RAEE, con l’estrazione dei metalli preziosi, sarà collocato in Toscana e dovrebbe essere operativo nella seconda metà del 2023, con il preciso scopo di favorire la filiera delle lavorazioni orafe attive nella regione. Categoria: notizie - RAEE - economia circolare - riciclo - rifiuti - metalli preziosi

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rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Quali alternative al riciclo meccanico dei rifiuti da post consumo?
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Un sistema che non risponde più alle stringenti esigenze dell’economia circolaredi Marco ArezioDa quando il mondo si è accorto che la plastica veniva riciclata in quantità del tutto marginale rispetto a quanta ne veniva prodotta e, che la parte non riciclata, circa il 90%, finiva nell’ambiente e negli oceani, ci si è interrogati sulle tecnologie disponibili e sul futuro del riciclo. I dati sono del tutto allarmanti, nonostante la buona volontà di istituire, nei vari paesi, flussi di riciclo secondo i principi dell’economia circolare, almeno partendo da quelli urbani che contano una quota rilevante di plastica, si rimane però preoccupanti per la quantità di rifiuti plastici che possono essere riciclati e reimpiegati. Non è più sufficiente capire che la vaschetta del prosciutto o la bottiglia di acqua o il vassoio dei pomodori in polistirolo debbano essere raccolti, separati, ritirati dagli operatori e avviati agli impianti di riciclo, ma risulta oggi necessario capire, come e quanto ed a che prezzo si possono riciclare tutti i rifiuti domestici che produciamo. Perché in questo periodo ci dobbiamo chiedere, con più insistenza, come mai dobbiamo analizzare così accuratamente il problema? Fino ad un paio di anni fa, riciclare i rifiuti urbani, il così detto  post consumo, era un esercizio industriale, dove contavano soprattutto i numeri e poco la qualità del prodotto, quindi si produceva per liberarsi, dai magazzini, gli stock di rifiuti. Naturalmente si separavano i rifiuti per tipologie, si macinavano, si lavavano e si estrudevano secondo un ciclo collaudato del riciclo meccanico. Ma ogni operazione era finalizzata alla velocità degli impianti, al volume prodotto Ton/ora, con l’obbiettivo di minimizzare lo scarto, in quanto i costi di discarica erano molto alti, quindi si cercava di non buttare niente. Ma tutto questo aveva una valenza fino a quando la Cina importava qualsiasi tipologia di granulo, di macinato e di rifiuto, quindi c’era posto per tutti alla festa. I produttori di granulo da post consumo si erano abituati a comporre ogni tipologia di granulo, riuscendo a raccogliere e trasformare polimeri di qualità medio-bassa e di qualità “immondizia”. Tutto andava bene, finché la Cina ha detto basta. Oggi ci troviamo a considerare che l’enorme quantità di rifiuti che dobbiamo gestire nei nostri paesi, non ci permette di dare risposte al mercato né in termini tecnici, né in termini ambientali e né in termini economici. Ci troviamo con le infrastrutture del riciclo carenti in termini quantitativi, tecnologicamente non adeguate a gestire i flussi di poli-accoppiati che si mandavano in Cina, non sappiamo come gestire lo scarto della frazione delle plastiche non riciclabili, esiste un’avversità diffusa dell’opinione pubblica verso i termovalorizzatori e le discariche. Nel frattempo il nostro trend di consumi, che genera imballi plastici anche complessi, non diminuisce, le aziende che producono i packaging non hanno ancora fatto un passo determinante per avere imballi completamente riciclabili e i governi nazionali sono ancora un po’ latitanti nell’ imprimere cambiamenti radicali (ad eccezione della Comunità Europea). La situazione potrebbe avere una soluzione se si verificassero alcune situazioni: Incremento del riciclo chimico delle plastiche complesse da post consumo e riduzione di quello meccanico, che genera prodotti scadenti e di difficile utilizzo. Cambiamento dei parametri sulla qualità estetica attesa sui prodotti, utilizzando granuli riciclati. Miglioramento della separazione dei rifiuti, a partire dall’abitazione, per utilizzare solo quelle plastiche che non si contaminano con altri materiali (la bottiglia di PET per esempio). Incremento della disponibilità di termovalorizzatori per utilizzare la frazione delle plastiche, che conviene non riciclare, come carburante. Incremento degli impianti per la creazione di biogas ed energia elettrica dagli scarti alimentari domestici. Imposizioni all’industria per produrre imballi più riciclabili possibilmente con mono plastiche. Aumento della cultura della durabilità della plastica contro il concetto del monouso. Aumento dell’utilizzo dell' energia rinnovabile per i processi produttivi. Ascoltare più i giovani e le donne, che sono i più coinvolti nella tutela ambientale, sia con nuove idee e comportamenti, sia nelle scelte di acquisto.Categoria: notizie - plastica - economia circolare - rifiuti

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https://www.rmix.it/ - L'Asfalto Stradale: Dalle Origini Antiche all'Innovazione Sostenibile
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare L'Asfalto Stradale: Dalle Origini Antiche all'Innovazione Sostenibile
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La storia dell'asfalto, le sue trasformazioni nel corso dei secoli e l'uso di materiali riciclati per migliorare le prestazioni e ridurre l'impatto ambientale delle infrastrutture modernedi Marco ArezioLe strade asfaltate sono una componente fondamentale delle nostre infrastrutture moderne, ma l’asfalto ha una storia millenaria che parte da molto lontano. Utilizzato inizialmente in forma grezza e naturale, l’asfalto si è evoluto nel corso dei secoli, con modifiche nella composizione e nelle tecniche di posa. Oggi, l’innovazione più interessante riguarda l’utilizzo di materiali riciclati per creare pavimentazioni stradali più resistenti e sostenibili. Ma come siamo arrivati fino qui? E quali materiali riciclati possono davvero migliorare le performance dell’asfalto stradale? Le antiche origini dell'asfalto L'uso dell'asfalto, in forma di bitume naturale, risale a tempi molto antichi. Le civiltà mesopotamiche, intorno al 6000 a.C., utilizzavano il bitume per impermeabilizzare barche e costruire strade rudimentali. Anche i Romani, grandi innovatori nel campo delle infrastrutture, lo utilizzavano, soprattutto per proteggere i loro acquedotti e come legante nelle pavimentazioni delle vie principali dell’impero. Dopo la caduta dell’Impero Romano, l'uso dell'asfalto subì una battuta d’arresto in Europa, mentre in altre parti del mondo, come in Medio Oriente, continuò ad essere impiegato per scopi di impermeabilizzazione. L’asfalto naturale si trovava principalmente in depositi vicino a laghi bituminosi, come il famoso lago di Trinidad, che avrebbe poi alimentato molte delle prime applicazioni moderne. Il ritorno dell'asfalto nell'era moderna Il vero "rinascimento" dell’asfalto avvenne alla fine del XIX secolo, quando l’ingegnere belga Edmond DeSmedt introdusse una tecnica moderna per asfaltare strade a Washington D.C., utilizzando asfalto naturale proveniente da Trinidad. Questo evento segnò l'inizio dell’asfalto come lo conosciamo oggi. Da allora, l'uso dell'asfalto si diffuse rapidamente grazie alle sue proprietà impermeabilizzanti e alla capacità di resistere alle condizioni climatiche avverse. Con l'industrializzazione e la scoperta del petrolio, il bitume naturale cominciò ad essere gradualmente sostituito da un derivato del petrolio. Questo materiale, ottenuto dalla raffinazione del greggio, offriva maggiori vantaggi economici e prestazionali rispetto al bitume naturale. Fu così che l'asfalto iniziò a trasformarsi in un materiale standard per la costruzione di strade, autostrade e aeroporti. La composizione dell'asfalto: come è cambiata nel tempo Per molto tempo, l’asfalto stradale è stato composto da due elementi principali: gli aggregati e il legante bituminoso. Gli aggregati, come sabbia, ghiaia e pietrisco, costituiscono la struttura fisica dell’asfalto e ne determinano la resistenza meccanica. Il bitume, invece, è il legante che tiene insieme gli aggregati, conferendo elasticità e resistenza alle deformazioni, fondamentali per affrontare le sollecitazioni del traffico e delle condizioni atmosferiche. Con il progredire della tecnologia, si è lavorato per migliorare la qualità del bitume, rendendolo più resistente all’ossidazione e più elastico. Allo stesso tempo, la scelta degli aggregati è stata ottimizzata per garantire una migliore distribuzione delle forze interne nella pavimentazione. L'evoluzione verso l'uso di materiali riciclati A partire dagli ultimi decenni del XX secolo, con la crescente consapevolezza ambientale e la necessità di trovare soluzioni più sostenibili, l’industria dell’asfalto ha cominciato a sperimentare l'uso di materiali riciclati nelle miscele. Questa scelta ha un doppio vantaggio: ridurre la dipendenza da risorse naturali e abbassare l'impatto ambientale legato alla produzione di nuovo materiale. Uno dei materiali più utilizzati è l'asfalto riciclato, noto come RAP (Reclaimed Asphalt Pavement). Questo materiale proviene dalla fresatura o demolizione di strade esistenti e può essere riutilizzato in nuove miscele di asfalto, riducendo la quantità di bitume e aggregati vergini necessari. Il RAP non solo è sostenibile, ma migliora anche la durabilità dell’asfalto, rendendolo più resistente all'usura. L'inclusione di materiali riciclati innovativi Oltre al RAP, diversi altri materiali riciclati sono stati introdotti nell’asfalto per migliorare le performance e ridurre i costi di produzione. Uno dei più interessanti è la gomma derivata da pneumatici fuori uso (PFU). Quando i pneumatici vengono frantumati in particelle di gomma fine, queste possono essere aggiunte all’asfalto per creare una miscela modificata che offre una maggiore elasticità, resistenza alle crepe e capacità di assorbire il rumore del traffico. Negli ultimi anni, la plastica riciclata ha guadagnato attenzione come materiale innovativo da integrare nell’asfalto. Questo materiale, spesso difficile da riciclare nei tradizionali cicli di recupero, può essere fuso e miscelato con il bitume. L'uso di plastica nell’asfalto ne aumenta la resistenza alla fatica e agli sbalzi termici, rendendo la pavimentazione più resistente nel tempo. Un altro sottoprodotto industriale che ha trovato applicazione nell’asfalto è rappresentato dalle ceneri volanti, derivanti dalla combustione del carbone nelle centrali elettriche, e dalle scorie d'acciaieria, che possono sostituire parte degli aggregati tradizionali. Questi materiali non solo aiutano a ridurre i rifiuti industriali, ma migliorano la struttura e la resistenza dell'asfalto. I processi per riciclare e integrare i materiali Ogni materiale riciclato richiede processi specifici per essere integrato con successo nelle miscele di asfalto. Nel caso del RAP, ad esempio, le vecchie pavimentazioni vengono fresate, frantumate e vagliate per eliminare eventuali impurità. Dopo il trattamento, il RAP viene riscaldato e mescolato con nuovo bitume e aggregati per ottenere una miscela che può essere utilizzata nelle nuove pavimentazioni. Con la gomma da pneumatici, le particelle di gomma vengono aggiunte alla miscela di asfalto durante un processo di riscaldamento, che permette alla gomma di fondersi con il bitume e creare una struttura omogenea. La plastica riciclata, invece, viene spesso frantumata in piccole parti o trasformata in una polvere fine prima di essere fusa e miscelata con il legante bituminoso. Prestazioni degli asfalti con materiali riciclati L'uso di materiali riciclati nell’asfalto non si limita a migliorare la sostenibilità, ma offre anche vantaggi concreti in termini di prestazioni. L’asfalto modificato con RAP o gomma da PFU ha dimostrato di essere più duraturo e resistente rispetto all’asfalto tradizionale. La gomma, ad esempio, conferisce elasticità all'asfalto, riducendo il rischio di formazione di crepe e buche, e contribuendo ad una migliore adattabilità alle variazioni di temperatura. Anche l’asfalto con plastica riciclata mostra ottime caratteristiche di resistenza alle temperature estreme, garantendo una maggiore durata in climi molto caldi o freddi. Questo asfalto è anche più resistente alla fatica, riducendo il rischio di danni dovuti al passaggio di veicoli pesanti. Un altro vantaggio, particolarmente apprezzato nelle aree urbane, è la riduzione del rumore: l’asfalto modificato con gomma ha proprietà fonoassorbenti che riducono il rumore prodotto dal traffico, migliorando il comfort acustico. Conclusioni L’evoluzione dell’asfalto stradale racconta una storia di innovazione e progresso, dalla sua origine come bitume naturale fino all’integrazione dei materiali riciclati di oggi. Le nuove miscele di asfalto, arricchite con materiali riciclati come RAP, gomma da PFU, plastica e sottoprodotti industriali, rappresentano una soluzione sostenibile e tecnicamente avanzata. Queste innovazioni non solo contribuiscono a ridurre l'impatto ambientale, ma migliorano anche la qualità e la durabilità delle nostre infrastrutture stradali.© Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - La storia del Calcestruzzo: dai Romani al Moderno Riciclato
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare La storia del Calcestruzzo: dai Romani al Moderno Riciclato
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E’ stato un legante essenziale per lo sviluppo di città e vie di comunicazione, fino ai giorni nostri con i nuovi calcestruzzi ecosostenibilidi Marco ArezioSi può dire che il legante cementizio, noto come calcestruzzo, sia stato davvero una rivoluzione sin dalle epoche più antiche, per la crescita dei popoli, migliorando la solidità e il confort abitativo delle case, costruendo linee di comunicazioni più efficienti e sicure e creando monumenti che la storia ci ha donato perché solidi e duraturi. Dai Romani al XXI° Secolo La storia del calcestruzzo risale a molti secoli fa, a partire dalle antiche civiltà dell'Egitto e della Mesopotamia, dove veniva utilizzato, anche se con una ricetta grezza, per creare strutture come le piramidi e i templi. Tuttavia, la vera diffusione del calcestruzzo, come materiale da costruzione, avvenne durante l'Impero Romano. Questi, infatti, svilupparono una ricetta che includeva l'uso di calce, sabbia, acqua e una forma di pozzolana, un tipo di cenere vulcanica. L'opus caementicium era molto versatile e veniva utilizzato per creare strutture come ponti, acquedotti, basiliche, anfiteatri e persino l'imponente Colosseo. La sua versatilità e resistenza gli permisero di sopportare pesanti carichi e di resistere all'usura del tempo. Per ottenere l'opus caementicium, veniva preparato un impasto utilizzando una miscela di calce (calce viva o idrata) e sabbia. Successivamente, si aggiungeva acqua per creare una pasta lavorabile e la pozzolana, aggiunta come materiale legante, conferiva al calcestruzzo una maggiore resistenza e durabilità. Un altro tipo di calcestruzzo utilizzato dagli antichi Romani era l'"opus reticulatum". Questo stile di muratura consisteva in una disposizione di piccoli blocchi di calcestruzzo rettangolari, generalmente posti a formare un motivo reticolare. L'opus reticulatum veniva spesso utilizzato per rivestire le superfici esterne delle strutture in muratura, conferendo loro un aspetto distintivo. In sintesi, l'uso del calcestruzzo durante l'epoca romana fu un importante contributo all'architettura e all'ingegneria. La combinazione di calce, sabbia, acqua e pozzolana permise ai Romani di realizzare strutture durature e resistenti, lasciando un'eredità che ancora oggi si può ammirare in molte rovine romane. Dopo la caduta dell'Impero Romano, l'uso del calcestruzzo diminuì notevolmente in Europa occidentale durante il periodo medievale. Tuttavia, in altre parti del mondo, come nell'architettura islamica e nell'architettura bizantina, il calcestruzzo continuò ad essere utilizzato. Durante la Rivoluzione Industriale, questo legante conobbe una rinascita grazie ai progressi nella tecnologia di produzione del cemento. Nel XIX secolo, l'ingegnere francese Joseph-Louis Lambot sviluppò il cemento armato, una combinazione di calcestruzzo e acciaio, che rese possibile la costruzione di strutture ancora più resistenti. Nel 1848, Lambot creò un piccolo battello di calcestruzzo armato che presentò all'Esposizione Universale di Parigi. Questa invenzione fu il primo utilizzo documentato di cemento armato. Lambot incorporò una struttura di ferro all'interno dell’impasto per aumentarne la resistenza e la durabilità, aprendo la strada a un nuovo modo di costruire. L'idea di Lambot non ottenne subito grande riconoscimento, ma il suo lavoro aprì la strada a ulteriori sviluppi nell'utilizzo del cemento armato. Successivamente, nel corso del XX secolo, ingegneri come François Hennebique e Auguste Perret perfezionarono e diffusero l'uso del cemento armato, contribuendo alla sua adozione su larga scala nell'industria delle costruzioni. Da allora, il calcestruzzo è diventato uno dei materiali da costruzione più utilizzati al mondo, ed ampiamente impiegato per la costruzione di edifici, strade, dighe, ponti e molte altre infrastrutture. Negli ultimi decenni, sono state sviluppate nuove tecnologie per migliorare le prestazioni del prodotto, come l'uso di additivi per aumentarne la resistenza e la durabilità. In sintesi, la storia del calcestruzzo è una lunga e affascinante evoluzione, che ha visto questo materiale diventare uno dei pilastri della moderna ingegneria e dell'architettura. Cosa è il calcestruzzo riciclato Il calcestruzzo riciclato è un tipo di legante ottenuto tramite il riciclaggio dei materiali di scarto, provenienti dalla demolizione o dalla rottura di strutture di calcestruzzo esistenti. Il processo di riciclaggio del calcestruzzo comporta solitamente la frantumazione delle porzioni di calcestruzzo di scarto in pezzi più piccoli, che vengono quindi selezionati in base alla dimensione e alla qualità. Dopo la selezione, i frammenti di calcestruzzo vengono lavati per rimuovere eventuali impurità e contaminanti. A questo punto, il materiale riciclato può essere utilizzato come aggregato per la produzione di nuovo calcestruzzo. L'utilizzo del calcestruzzo riciclato offre diversi vantaggi ambientali ed economici. Innanzitutto, consente di ridurre la quantità di rifiuti che finiscono nelle discariche, contribuendo così alla sostenibilità ambientale. Inoltre, l'utilizzo del calcestruzzo riciclato richiede meno energia e risorse rispetto alla produzione di uno vergine, riducendo l'impatto ambientale complessivo. Dal punto di vista economico, il calcestruzzo riciclato può essere un'opzione più conveniente rispetto al quello vergine, contribuendo a ridurre i costi di costruzione. Tuttavia, è importante tenere presente che il calcestruzzo riciclato potrebbe avere alcune limitazioni in termini di resistenza e qualità rispetto al calcestruzzo vergine. Pertanto, è necessario un adeguato controllo di qualità e la valutazione delle caratteristiche specifiche del calcestruzzo riciclato per garantirne l'idoneità all'uso in progetti specifici. Quali differenze tecniche esistono tra il calcestruzzo riciclato e quello con inerti naturali Il calcestruzzo riciclato, rispetto a quello realizzato con inerti naturali, può presentare alcune differenze tecniche e di prestazioni. Ecco alcune tra le più comuni: Composizione Il calcestruzzo riciclato utilizza inerti provenienti da materiali di scarto di strutture in cemento demolite, mentre quello con inerti naturali utilizza inerti provenienti da materiali naturali, come ghiaia e sabbia. Qualità degli inerti Gli inerti riciclati possono contenere impurità e contaminanti residui, come vernici, rivestimenti o materiali di rinforzo. Questi residui potrebbero influire sulla qualità e sulla resistenza del calcestruzzo riciclato. Nel calcestruzzo con inerti naturali, gli aggregati tendono ad essere di qualità controllata e privi di contaminanti. Resistenza A causa delle possibili impurità e della variabilità degli inerti riciclati, il calcestruzzo riciclato potrebbe presentare una resistenza leggermente inferiore rispetto a quello con inerti naturali. Tuttavia, con un adeguato controllo di qualità e una corretta selezione degli inerti riciclati, è possibile ottenere livelli di resistenza simili al calcestruzzo tradizionale. Durabilità La durabilità del calcestruzzo riciclato dipende dalla qualità degli inerti utilizzati e dalle caratteristiche del materiale di scarto riciclato. Alcuni studi suggeriscono che il calcestruzzo riciclato potrebbe essere meno resistente all'azione degli agenti aggressivi come la corrosione delle armature o l'attacco chimico rispetto al calcestruzzo con inerti naturali. Tuttavia, è possibile adottare misure correttive come l'uso di additivi o trattamenti superficiali per migliorare la durabilità del calcestruzzo riciclato. Sostenibilità Dal punto di vista ambientale, il calcestruzzo riciclato offre un vantaggio significativo rispetto a quello con inerti naturali, in termini di riduzione dei rifiuti di demolizione e dell'impatto ambientale complessivo legato all'estrazione di materiali naturali. Pertanto, il calcestruzzo riciclato è spesso considerato una scelta più sostenibile. Dove è consigliabile utilizzare il calcestruzzo riciclato Il calcestruzzo riciclato può essere utilizzato in diversi contesti e applicazioni. Ne riportiamo alcuni a livello esemplificativo: Strade e pavimentazioni Il calcestruzzo riciclato può essere utilizzato per la realizzazione di strade, autostrade, marciapiedi e altre pavimentazioni. In questi contesti può offrire una soluzione economicamente vantaggiosa e sostenibile, riducendo l'utilizzo di materiali vergini e la quantità complessiva di rifiuti di costruzione. Opere di ingegneria civile Può inoltre essere impiegato nella costruzione di opere di ingegneria civile come muri di sostegno, ponti, dighe e opere di drenaggio. Tuttavia, è importante valutare attentamente le specifiche tecniche richieste per il progetto e garantire che il calcestruzzo riciclato soddisfi i requisiti di resistenza e durabilità. Elementi prefabbricati Si può anche utilizzare per la produzione di elementi prefabbricati come blocchi di calcestruzzo, pavimenti prefabbricati, travi e pilastri. Il suo utilizzo, nella produzione di elementi prefabbricati, può contribuire alla riduzione dei costi di produzione e all'impatto ambientale complessivo. Opere di riqualificazione e ristrutturazione Il calcestruzzo riciclato può essere una scelta appropriata durante i progetti di riqualificazione o ristrutturazione, in cui sono disponibili materiali di scarto provenienti dalle strutture demolite. L'utilizzo del della versione riciclata, può ridurre la necessità di acquistare calcestruzzo vergine e contribuire alla sostenibilità del progetto. Quali paesi utilizzano maggiormente il calcestruzzo riciclato L'utilizzo del calcestruzzo riciclato ha avuto origine negli anni '70, quando si è iniziato a sperimentare ed adottare metodi per riciclare i materiali di scarto provenienti dalla demolizione delle strutture in calcestruzzo. Tuttavia, l'adozione su larga scala del calcestruzzo riciclato è avvenuta successivamente, negli anni '80 e '90, con lo sviluppo di tecniche più avanzate di triturazione, selezione e produzione di calcestruzzo riciclato. L'uso del calcestruzzo riciclato si è diffuso in vari paesi nel corso degli anni. Alcuni dei paesi in cui l'utilizzo del prodotto riciclato è particolarmente diffuso sono: Stati Uniti Gli Stati Uniti sono stati tra i pionieri nell'utilizzo del calcestruzzo riciclato. Negli anni '80, il riciclaggio del prodotto è stato ampiamente adottato in molti stati americani, per affrontare il problema dei rifiuti da costruzione e promuovere la sostenibilità ambientale. Paesi Europei Diversi paesi europei hanno adottato l'uso del calcestruzzo riciclato in modo significativo. Ad esempio, Paesi Bassi, Germania, Regno Unito, Francia e Svezia hanno incorporato il prodotto ecosostenibile nelle loro prassi di costruzione e nelle normative ambientali. Giappone Il Giappone ha sviluppato tecniche avanzate per il riciclaggio del calcestruzzo e ha fatto ampio uso del prodotto nella costruzione di strade e infrastrutture, soprattutto a partire dagli anni '90. Australia L'Australia ha fatto progressi significativi nell'utilizzo del calcestruzzo riciclato, soprattutto per la realizzazione di pavimentazioni stradali e infrastrutture. Numerose iniziative e progetti sono stati promossi per ridurre l'uso di materiali vergini e favorire l'impiego di quelli riciclati.

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Economia circolare

Dalla raccolta differenziata alla crisi dei riciclatori europei, fino alle nuove regole UE su contenuto riciclato e tracciabilità: un’analisi aggiornata al 2026 sul limite del modello pubblico-privato nella filiera dei rifiutiApprofondimento aggiornato al 2026 sul rapporto tra capitalismo, raccolta differenziata ed economia circolare: perché il riciclo non può reggersi solo sulle logiche di mercato e quali correttivi servono. Autore: Marco Arezio. Esperto in economia circolare, riciclo dei polimeri e processi industriali delle materie plastiche. Fondatore della piattaforma rMIX, dedicata alla valorizzazione dei materiali riciclati e allo sviluppo di filiere sostenibili.Data di prima pubblicazione: giugno 2020 Articolo aggiornato al: 8 aprile 2026 Tempo di lettura: 12 minuti Quando questo articolo fu scritto, nel giugno 2020, il tema sembrava quasi provocatorio: sostenere che capitalismo e imprenditoria privata non fossero sempre la risposta migliore per la collettività appariva, a molti, una posizione ideologica. Sei anni dopo, il contesto europeo ha reso quella riflessione molto più concreta. In Europa il riciclo è cresciuto, arrivando al 44% dei rifiuti generati nel 2022, ma l’Agenzia europea dell’ambiente segnala che i progressi hanno rallentato e in alcuni casi si sono persino invertiti. Nello stesso tempo, l’economia circolare europea resta ancora parziale: nel 2024 il tasso di utilizzo circolare dei materiali nell’UE è poco sopra il 12%, mentre l’Italia si distingue con il 21,6%, uno dei valori più alti dell’Unione. Questi numeri dicono una cosa semplice: la raccolta differenziata, la selezione e il riciclo hanno costruito un’ossatura industriale importante, ma non ancora sufficiente a rendere davvero stabile il sistema. Il fatto che l’Italia abbia raggiunto nel 2023 una raccolta differenziata pari al 66,6% dei rifiuti urbani e che nel 2024 la produzione nazionale dei rifiuti urbani sia tornata sopra i 29,9 milioni di tonnellate mostra bene il problema: la macchina della raccolta funziona, ma la pressione sui volumi, sui costi e sugli sbocchi di mercato non si è affatto dissolta. La raccolta differenziata non è solo un mercato ma un’infrastruttura civile L’errore più frequente, ancora oggi, è considerare la raccolta differenziata come se fosse soltanto un passaggio a monte di una filiera industriale. Non è così. La gestione dei rifiuti è prima di tutto un presidio di igiene urbana, di tutela sanitaria, di ordine territoriale e di continuità amministrativa. Il riciclo viene dopo. Prima c’è l’obbligo di garantire che ogni giorno milioni di famiglie, uffici, negozi e imprese possano conferire correttamente i materiali senza che la città collassi sotto il peso dei propri scarti. Per questo motivo la logica puramente imprenditoriale mostra un limite strutturale. Un’impresa privata può legittimamente ridurre capacità, rinviare investimenti o uscire da un mercato quando i margini non sono più adeguati. Un servizio essenziale, invece, non può fermarsi. È qui che nasce la frizione tra interesse collettivo e razionalità d’impresa: il riciclo industriale può essere organizzato con criteri di efficienza privata, ma la continuità del sistema non può dipendere solo da quelle stesse convenienze. Questa distinzione è diventata ancora più chiara osservando il quadro globale delle plastiche. L’OCSE ricorda che il ciclo della plastica resta largamente non circolare: la produzione mondiale è passata da 234 a 460 milioni di tonnellate tra 2000 e 2019, i rifiuti plastici sono più che raddoppiati e, una volta considerate le perdite di processo, solo il 9% dei rifiuti plastici è stato effettivamente riciclato. Cosa è cambiato davvero nella filiera europea del riciclo Dal 2020 in poi non si è verificato un semplice rallentamento congiunturale. Si è manifestata una fragilità più profonda: l’anello industriale del riciclo, soprattutto per le plastiche, è risultato esposto in modo eccessivo ai prezzi dell’energia, alla volatilità delle materie prime vergini, alla debolezza della domanda di riciclato e alla concorrenza di materiali importati a prezzi più bassi. La Corte dei conti europea lo ha scritto in modo netto nel 2025: alcuni impianti, in particolare quelli che trattano plastica, sono a rischio chiusura per l’aumento dei costi, la carenza di domanda nell’UE e le importazioni di plastica riciclata e vergine più economica da fuori Unione. Questa osservazione è fondamentale perché ribalta una narrazione diffusa. Non basta dire ai cittadini di separare bene i rifiuti, né basta aumentare i quantitativi raccolti. Se il materiale selezionato non trova un mercato stabile, se il riciclatore non ha margini, se l’utilizzatore finale preferisce la materia vergine o l’import a basso costo, la circolarità si spezza proprio nel punto decisivo: quello in cui il rifiuto dovrebbe tornare ad essere materia. La stessa Corte dei conti europea segnala infatti una crisi della domanda di materiali secondari e indica la necessità di rendere economicamente più praticabile il caso industriale del riciclo. Il paradosso del riciclo: tutti lo vogliono, pochi lo pagano Il punto politico ed economico è questo: quasi tutti dichiarano di volere più riciclo, ma molti operatori non sono disposti a pagare il sovrapprezzo, le complessità tecniche o i rischi qualitativi che spesso il materiale riciclato comporta. Un briefing del Parlamento europeo del 2026 lo sintetizza con chiarezza: uno dei maggiori ostacoli alla circolarità è che i materiali riciclati spesso costano più dei vergini, o sono percepiti come qualitativamente inferiori; questo scarto di prezzo e di percezione mina la domanda di riciclati e quindi la sostenibilità economica del riciclo. In altre parole, il mercato da solo non premia automaticamente il comportamento ambientalmente corretto. Premia ciò che è più disponibile, meno rischioso, più standardizzato e spesso più economico nel breve periodo. È il motivo per cui affidare il cuore dell’economia circolare alla sola competizione tra operatori è una scommessa fragile. Quando la materia vergine torna aggressiva sul prezzo, o quando l’importazione estera abbassa i riferimenti di mercato, il riciclatore europeo perde competitività anche se svolge una funzione ambientale essenziale. Perché la plastica resta il punto più fragile dell’economia circolare Tra tutte le filiere, quella della plastica è la più esposta a questa contraddizione. La plastica è tecnicamente riciclabile in molte applicazioni, ma non tutta la plastica raccolta torna in usi ad alto valore; inoltre, qualità del flusso, contaminazione, additivi, odori, colore e requisiti normativi limitano fortemente gli sbocchi. L’Agenzia europea dell’ambiente ricorda che l’uso di plastica riciclata, come quota del totale di plastica impiegata nell’UE, era ancora solo dell’8,1% nel 2020, pur in crescita rispetto al 2018. Questo dato, letto insieme alla crisi degli impianti segnalata nel 2025, mostra che la plastica è il banco di prova dell’intero modello. Se proprio la filiera più simbolica dell’economia circolare continua a dipendere da sostegni normativi, da obblighi di contenuto riciclato e da misure per riequilibrare il prezzo relativo rispetto al vergine, allora significa che il mercato spontaneo non basta. Significa che la circolarità, per funzionare, ha bisogno di essere progettata e non solo auspicata. Il limite del modello misto tra servizio pubblico e profitto privato Il modello che si è diffuso in gran parte d’Europa è noto: il pubblico organizza o regola la raccolta, il privato raccoglie, seleziona, tratta, trasforma e vende, mentre il valore del materiale recuperato dovrebbe contribuire all’equilibrio economico dell’intero sistema. È un modello che ha prodotto risultati, ma ha anche lasciato aperto un nodo: quando il valore di mercato del rifiuto cala, o quando la domanda industriale di riciclato si indebolisce, il sistema perde coesione. La Corte dei conti europea ha segnalato che in molti contesti i vincoli finanziari e le debolezze di pianificazione continuano a rallentare la transizione, e ha inoltre rilevato che le tariffe pagate dai cittadini non coprono tutti i costi della gestione dei rifiuti. In alcuni casi, persino i contributi dei produttori nell’ambito della responsabilità estesa non coprono interamente i costi del sistema. Questo significa che il mercato non solo non remunera sempre abbastanza il riciclo, ma spesso non finanzia nemmeno completamente il servizio collettivo da cui quel riciclo dipende. Qui emerge il cuore dell’argomento: non è la presenza dei privati il problema in sé. Il problema nasce quando un servizio essenziale viene progettato come se potesse reggersi stabilmente su logiche di commodity market. La continuità della raccolta e della valorizzazione dei rifiuti non può dipendere in modo esclusivo da spread di prezzo, aste, opportunità speculative o cicli favorevoli delle materie prime. Le nuove regole europee stanno correggendo un errore di impostazione La parte più interessante dell’aggiornamento 2026 è che la stessa Unione europea sembra aver interiorizzato questo limite. La nuova disciplina sugli imballaggi, il PPWR, è entrata in vigore l’11 febbraio 2025 e si applicherà in via generale dal 12 agosto 2026. Non si limita a parlare di raccolta e riciclabilità: introduce una logica nuova, quella della domanda obbligatoria di materiale riciclato e della progettazione degli imballaggi per rendere economicamente praticabile il riciclo entro il 2030. La direzione è chiarissima. La normativa europea non si affida più soltanto all’idea che, una volta raccolto il rifiuto, il mercato farà il resto. Al contrario, costruisce sbocchi regolati. La Corte dei conti europea riassume i futuri requisiti di contenuto riciclato per gli imballaggi plastici applicabili dal 2030: 30% per alcuni imballaggi sensibili in PET, 10% per quelli sensibili non PET, 30% per le bottiglie monouso per bevande e 35% per altri imballaggi plastici. Già prima di questa regolazione più ampia, l’UE aveva fissato per le bottiglie in plastica il 25% di contenuto riciclato entro il 2025 e il 30% entro il 2030. Anche il futuro Circular Economy Act, atteso nel 2026, nasce con lo stesso obiettivo: creare un mercato unico delle materie prime secondarie, aumentare l’offerta di riciclati di qualità e stimolare la domanda interna nell’UE. Non è un dettaglio tecnico. È il riconoscimento politico del fatto che, senza una domanda costruita anche per via normativa, il riciclo resta esposto alle fragilità del mercato. Il ruolo decisivo degli acquisti pubblici e della domanda garantita Se la raccolta dei rifiuti è un servizio pubblico, allora anche la domanda di materiali riciclati non può essere lasciata integralmente alla spontaneità del mercato. Gli acquisti pubblici sono una leva potente proprio perché stabilizzano la domanda. L’EEA osserva che il ricorso a criteri circolari negli appalti pubblici sta crescendo: oggi il 63% delle città e regioni europee analizzate dichiara di includerli nei processi di procurement, contro il 53% del 2020. Questo è il passaggio che nel 2020 mancava ancora nella consapevolezza generale. Per rendere funzionante l’economia circolare non basta raccogliere e non basta riciclare: bisogna comprare riciclato. Devono farlo la pubblica amministrazione, l’industria degli imballaggi, l’edilizia, l’automotive, il tessile tecnico, gli arredi urbani. Dove non arriva una convenienza spontanea, devono arrivare criteri minimi ambientali, quote obbligatorie, contratti di lungo periodo, standard di qualità e strumenti di tracciabilità. Che cosa dovrebbe cambiare in Italia e in Europa L’aggiornamento del 2026 porta dunque a una conclusione più precisa rispetto al testo del 2020. Non serve “meno impresa” in astratto. Serve un’impresa privata collocata dentro un’architettura pubblica più robusta, più programmata e meno dipendente dalla speculazione sui flussi. Serve una filiera nella quale il prezzo del rifiuto selezionato non distrugga l’equilibrio industriale a valle, nella quale la responsabilità estesa del produttore copra davvero i costi, nella quale gli enti locali non siano costretti a rincorrere emergenze finanziarie e nella quale esistano sbocchi certi per la materia seconda. Servono anche regole commerciali più intelligenti. La nuova regolazione europea sulle spedizioni di rifiuti, entrata in vigore nel maggio 2024, punta proprio a evitare che l’UE esporti i propri problemi ambientali verso Paesi terzi, a rafforzare i controlli e ad aumentare la tracciabilità dei flussi. È un altro segnale della stessa presa di coscienza: la circolarità non si difende solo con buone intenzioni, ma con governance, controllo e capacità di trattenere valore industriale in un perimetro regolato. Il vero nodo non è il capitalismo, ma la dipendenza da esso per un servizio essenziale Rileggendo oggi l’articolo del 2020, la tesi centrale può essere riformulata in modo più rigoroso. Il capitalismo e l’imprenditoria privata non sono inutili alla collettività: al contrario, sono spesso indispensabili per innovazione, efficienza, organizzazione e sviluppo tecnologico. Ma diventano una risposta insufficiente quando la collettività affida a logiche di profitto volatile un’infrastruttura che deve restare operativa sempre, anche quando il mercato non remunera abbastanza. La gestione dei rifiuti appartiene a questa categoria. È un servizio che produce igiene, salute, ordine urbano, minore dipendenza dalle risorse vergini, sicurezza ambientale e resilienza industriale. Per questo non può essere lasciato alla sola selezione darwiniana del mercato. Può includere il mercato, può valorizzare l’impresa, può usare la concorrenza come stimolo. Ma deve essere sorretto da una regia pubblica forte, da strumenti economici anticiclici e da una domanda di riciclato costruita anche con la politica industriale. È esattamente la direzione in cui l’Europa, pur lentamente, si sta muovendo. In definitiva, la domanda non è se il privato debba partecipare o no. La domanda giusta è un’altra: possiamo davvero permetterci che la continuità della circolarità dipenda solo da ciò che conviene, trimestre per trimestre, ai mercati delle materie? La risposta, nel 2026, appare molto meno ideologica e molto più pratica di quanto sembrasse nel 2020: no. FAQ Perché il mercato da solo non basta per far funzionare il riciclo? Perché la raccolta e il trattamento dei rifiuti sono servizi essenziali, mentre la domanda di materiale riciclato resta esposta a volatilità di prezzo, qualità e concorrenza con il vergine. Quando questa domanda cala, l’intera filiera si indebolisce. L’articolo sostiene che il privato debba uscire dal settore dei rifiuti? No. La tesi è che il privato debba operare dentro una cornice pubblica più stabile, con regole che garantiscano continuità del servizio e sbocchi economici per il riciclato. Qual è il segnale più forte del cambiamento europeo? L’introduzione di obblighi di contenuto riciclato, la revisione delle regole sugli imballaggi e la preparazione del Circular Economy Act mostrano che Bruxelles non punta più solo sulla raccolta, ma anche sulla costruzione della domanda di materia seconda. L’Italia è avanti o indietro? L’Italia è tra i Paesi più circolari d’Europa per tasso di utilizzo circolare dei materiali e ha una raccolta differenziata elevata, ma resta esposta come gli altri al problema industriale della domanda di riciclato e della sostenibilità economica della filiera. Quali strumenti servono per rendere il sistema più stabile? Responsabilità estesa del produttore che copra i costi reali, acquisti pubblici verdi, criteri minimi di contenuto riciclato, contratti di lungo periodo, tracciabilità dei flussi e capacità industriale interna al mercato europeo. Fonti European Environment Agency, Waste recycling in Europe, 2025. European Environment Agency, Europe’s environment 2025 – Waste recycling, 2025. European Environment Agency, The role of plastics in Europe’s circular economy, 2024. European Commission, Packaging waste / PPWR, aggiornamento 2026. European Commission, Waste shipments, aggiornamento 2026. European Commission, Circular Economy Act, aggiornamento 2026. European Court of Auditors, Special report 23/2025: Municipal waste management, 2025. Eurostat, Circular economy – material flows, 2025. ISPRA, Rapporto Rifiuti Urbani 2024 – dati di sintesi, 2024. ISPRA, presentazione Rapporto Rifiuti Urbani 2025, 2025. OECD, Global Plastics Outlook, 2022. European Parliament, Plastic waste and recycling in the EU: facts and figures, aggiornato 2024. European Parliament Research Service, Circular Economy Act, 2026. Immagine su licenza © Riproduzione Vietata

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La produzione di CO2 dai rifiuti e le sue potenziali applicazioni industriali: trasporto, cattura e utilizzo per la creazione di materiali innovativi, per il food e per i combustibili sostenibilidi Marco ArezioLa questione della produzione e gestione dei rifiuti rappresenta una sfida significativa a livello globale, non solo per l'impatto visivo e ambientale che essi comportano, ma anche per il loro contributo all'emissione di gas serra. Tra questi, il biossido di carbonio (CO2) è uno dei più significativi, direttamente collegato ai processi di decomposizione dei rifiuti organici nelle discariche e agli impianti di incenerimento dei rifiuti. La CO2 prodotta dai rifiuti è spesso percepita come un sottoprodotto da gestire, ma recenti innovazioni tecnologiche e industriali stanno trasformando questa emissione in una risorsa sfruttabile. In questo articolo, esploreremo cosa si intende per CO2 prodotta dai rifiuti, quali sono i processi attraverso cui viene trasportata e, infine, come viene utilizzata a livello industriale per generare valore e contribuire alla riduzione delle emissioni nette di gas serra. La CO2 prodotta dai rifiuti: origini e contesto La CO2 è un sottoprodotto naturale della decomposizione della materia organica. Nei rifiuti solidi urbani, la frazione biodegradabile (composta da cibo, carta, legno, tessuti, ecc.) subisce un processo di decomposizione aerobica o anaerobica. Durante la decomposizione aerobica (in presenza di ossigeno), come avviene nelle compostiere o negli impianti di trattamento meccanico-biologico, la materia organica viene scomposta in anidride carbonica e acqua. In condizioni anaerobiche (senza ossigeno), come avviene nelle discariche, la decomposizione genera invece una miscela di gas chiamata biogas, composta principalmente da metano (CH4) e CO2. Un altro significativo contributo alla produzione di CO2 dai rifiuti deriva dagli impianti di incenerimento. L’incenerimento, una tecnologia usata per ridurre il volume dei rifiuti solidi urbani, comporta la combustione di materiali organici e inorganici a temperature elevate. Durante il processo, i materiali organici rilasciano CO2 e altre sostanze inquinanti, che devono essere gestite tramite impianti di filtraggio e cattura dei fumi. Trasporto della CO2: problematiche e soluzioni Una volta prodotta, la CO2 può essere emessa direttamente nell'atmosfera, contribuendo all'effetto serra, oppure catturata e trasportata per un suo utilizzo o stoccaggio. Il trasporto della CO2, noto anche come CO2 transport, è una componente critica della cosiddetta Carbon Capture, Utilization, and Storage (CCUS), una tecnologia che mira a ridurre le emissioni nette di anidride carbonica attraverso la cattura e il riutilizzo del gas. Il trasporto della CO2 può avvenire in tre forme principali: In forma gassosa: in pressione tramite condotte o pipeline, spesso utilizzate per brevi distanze. La CO2 viene compressa a una pressione moderata (circa 10-15 bar) per ridurre il volume e facilitarne il trasporto. In forma liquida: per trasporti a lunghe distanze, la CO2 viene liquefatta attraverso raffreddamento e compressione ad alta pressione (superiore a 70 bar). Una volta liquida, può essere trasportata tramite cisterne o navi cisterna simili a quelle utilizzate per il trasporto di gas naturali liquefatti (GNL). In forma solida: sotto forma di ghiaccio secco, la CO2 può essere trasportata in contenitori, anche se questo metodo è meno comune a causa delle difficoltà legate alla gestione termica del processo di solidificazione. Oltre alla questione del trasporto fisico, è necessario considerare anche la rete infrastrutturale e i costi associati. Le pipeline per la CO2 richiedono investimenti significativi e una gestione precisa per evitare perdite e garantire la sicurezza, specie se il trasporto avviene in aree densamente popolate. Tuttavia, la tecnologia delle pipeline è già ampiamente utilizzata nei settori petrolifero e del gas naturale, il che facilita la conversione di alcune infrastrutture per il trasporto della CO2. Utilizzo industriale della CO2: dalle emissioni allo sviluppo di nuovi prodotti La CO2 catturata dai rifiuti non deve necessariamente essere trattata come un semplice scarto. Negli ultimi anni, l'industria ha sviluppato diverse applicazioni innovative per la CO2, trasformandola in una risorsa preziosa. Di seguito alcune delle principali modalità con cui la CO2 viene impiegata a livello industriale: Produzione di combustibili sintetici: la CO2 può essere utilizzata come materia prima per la produzione di combustibili sintetici attraverso processi di conversione chimica. Uno di questi è la reazione con idrogeno ottenuto da fonti rinnovabili (ad esempio l'elettrolisi dell'acqua alimentata da energia eolica o solare) per produrre metanolo o altri idrocarburi sintetici. Questi combustibili possono essere impiegati nei trasporti, contribuendo alla riduzione della dipendenza dai combustibili fossili. Produzione di materiali da costruzione: una delle applicazioni più promettenti è l'uso della CO2 nella produzione di cemento e calcestruzzo a bassa impronta di carbonio. Attraverso processi di carbonatazione, la CO2 può essere intrappolata all'interno dei materiali edili, riducendo la quantità complessiva di CO2 immessa in atmosfera. Alcune start-up stanno sviluppando tecnologie per sostituire il cemento tradizionale con alternative che assorbono più CO2 di quanta ne producano durante il ciclo produttivo. Produzione di plastiche e polimeri: la CO2 può essere impiegata come materia prima per la sintesi di polimeri e plastiche, riducendo la dipendenza dai prodotti petrolchimici. Ad esempio, la CO2 può essere utilizzata per produrre polioli, componenti chiave nella fabbricazione di poliuretano, una plastica ampiamente utilizzata in vari settori, dall'automobile all'edilizia. Agricoltura e coltivazione in serre: la CO2 può essere utilizzata per incrementare la produttività agricola. In ambienti controllati come le serre, l’aumento della concentrazione di CO2 favorisce la fotosintesi, accelerando la crescita delle piante e aumentando la resa dei raccolti. Industria alimentare e delle bevande: la CO2 è ampiamente utilizzata per la carbonatazione delle bevande, come la produzione di bibite gassate e birra. Inoltre, la CO2 alimentare viene impiegata per la refrigerazione e il confezionamento sotto atmosfera modificata, prolungando la conservazione dei prodotti alimentari. Conclusioni La CO2 prodotta dai rifiuti, sebbene rappresenti una delle maggiori sfide in termini di emissioni, può essere trasformata in una risorsa preziosa se gestita correttamente. Il trasporto della CO2, tramite pipeline o navi cisterna, e il suo utilizzo industriale in numerose applicazioni rappresentano soluzioni innovative per contribuire alla riduzione delle emissioni globali di gas serra. In un contesto di economia circolare, la gestione della CO2 non deve essere vista solo come un problema, ma come una nuova opportunità di business. Le tecnologie di cattura, utilizzo e stoccaggio del carbonio offrono infatti soluzioni concrete per valorizzare il gas come materia prima, riducendo al contempo l'impatto ambientale. Attraverso investimenti in ricerca e sviluppo e un'adeguata regolamentazione, l’industria potrebbe sfruttare pienamente il potenziale della CO2 per favorire la transizione verso un'economia a basse emissioni di carbonio.© Riproduzione Vietata

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Economia circolare

Come ristrutturare un vagone ferroviario e renderlo una casa confortevole, sostenibile ed energeticamente efficientedi Marco ArezioNell’ambito dell’edilizia alternativa, il riuso dei materiali e delle strutture dismesse apre a scenari architettonici che coniugano sostenibilità, design e originalità. Tra le soluzioni più affascinanti vi è la trasformazione di un vagone ferroviario dismesso in abitazione. Non si tratta di una semplice operazione di recupero estetico, ma di un progetto complesso che unisce ingegneria, architettura sostenibile e comfort abitativo. Il fascino di vivere in un vagone ferroviario deriva dall’unicità del manufatto e dalla possibilità di integrarlo nel paesaggio, sia esso rurale, montano o urbano, trasformandolo in un esempio di architettura circolare. Dove e come acquistare un vagone ferroviario dismesso Il primo passo per avviare il progetto è l’acquisto del vagone. Le compagnie ferroviarie nazionali e private, così come piattaforme di aste e rivenditori specializzati, offrono periodicamente la possibilità di acquistare convogli fuori servizio. I costi possono variare sensibilmente: un vagone passeggeri dismesso può avere un prezzo che oscilla dai 10.000 ai 25.000 euro, a seconda dello stato di conservazione, della tipologia e dell’anno di produzione. Alcune associazioni ferroviarie storiche forniscono anche vagoni restaurabili a condizioni agevolate, purché venga garantito un riuso coerente e rispettoso. È importante, già in fase di acquisto, verificare i documenti di provenienza e assicurarsi che la struttura sia bonificata da materiali non più ammessi, come l’amianto o vernici contenenti solventi tossici. Progetto architettonico: dal vincolo della forma alla libertà del design Il vagone ferroviario ha una conformazione rettangolare e allungata, con spazi che, se non ripensati, rischiano di risultare stretti e poco funzionali. Il lavoro dell’architetto consiste quindi nel trasformare questo vincolo in opportunità. Le soluzioni progettuali più adottate prevedono: - Modularità degli spazi: suddivisione in zone funzionali (living, cucina, zona notte, bagno) attraverso pannelli leggeri e scorrevoli, così da mantenere la percezione della continuità dello spazio. - Aperture e luce naturale: ampliamento dei finestrini originali o inserimento di nuove vetrate laterali per garantire illuminazione e ventilazione naturale. - Isolamento e coibentazione: utilizzo di materiali sostenibili come fibra di legno, canapa o lana di pecora per rivestire l’interno, garantendo efficienza termica ed acustica. Il progetto architettonico deve integrare la struttura del vagone con il contesto ambientale. Un vagone collocato in un bosco potrà richiamare materiali naturali e colori neutri, mentre in un ambiente urbano si può giocare con il contrasto tra l’anima industriale e un arredamento contemporaneo. Fasi della ristrutturazione: dall’involucro all’impiantistica Bonifica e preparazione La trasformazione di un vagone ferroviario in abitazione non può iniziare senza un lavoro accurato di bonifica e preparazione. È una fase delicata, che determina la sicurezza e la qualità dell’intero progetto. Tutto comincia con un’analisi tecnica e documentale del mezzo: occorre verificarne la provenienza, lo stato di manutenzione e i materiali impiegati nella costruzione. Un rilievo tridimensionale consente di avere una fotografia precisa delle geometrie e delle deformazioni, mentre prove non distruttive come spessimetrie e endoscopie rivelano lo stato delle lamiere e delle giunzioni. La bonifica vera e propria si concentra sull’eliminazione di sostanze potenzialmente pericolose, spesso presenti nei vagoni più datati: vecchi coibenti che possono contenere amianto, vernici al piombo, o impianti che nascondono residui chimici. Questi interventi richiedono squadre specializzate, capaci di lavorare in sicurezza con sistemi di confinamento e dispositivi di protezione. Una volta rimosse le parti critiche, si procede con la sanificazione interna, eliminando ogni traccia di muffa, sporco o contaminanti accumulati negli anni. Segue lo smontaggio selettivo degli arredi e delle pannellature: un’attività che, oltre a liberare spazio, permette di recuperare elementi che potranno essere reimpiegati come dettagli d’arredo. È qui che il vagone comincia a svuotarsi, trasformandosi in un contenitore pronto a ricevere nuova vita. Nei casi in cui sia necessario aprire varchi per porte o finestre, si interviene prima con telai di rinforzo in acciaio o legno strutturale, capaci di mantenere la rigidità del guscio una volta tagliata la lamiera. Infine, l’involucro viene trattato per garantire durabilità. Dopo una sabbiatura o una pulizia meccanica, la superficie riceve cicli protettivi anticorrosione e vernici all’acqua a basso contenuto di solventi. Questa fase è fondamentale non solo per motivi estetici, ma per assicurare la resistenza della struttura nel tempo. La preparazione si conclude con la definizione del basamento: il vagone può essere lasciato sui carrelli originali, mantenendo il fascino ferroviario, oppure posato su plinti in cemento, travi in acciaio o basamenti lignei rialzati. In tutti i casi, è utile prevedere strati elastici o sistemi di disaccoppiamento per isolare la struttura da vibrazioni, ponti termici e umidità di risalita. Isolamento termico e acustico Un vagone ferroviario, nella sua forma originaria, non nasce per garantire comfort abitativo: l’acciaio della cassa disperde velocemente il calore, amplifica i rumori esterni e tende a condensare l’umidità interna. Per questo la fase dell’isolamento è cruciale e rappresenta il cuore della trasformazione architettonica. Il primo passo consiste nello studio della stratigrafia. Non basta aggiungere uno strato isolante, bisogna progettare un sistema che controlli il passaggio del vapore, eviti la formazione di condensa e mantenga una temperatura interna stabile sia d’inverno che d’estate. In genere, si ricorre a isolanti naturali come fibra di legno, canapa o lana, che offrono buone prestazioni sia termiche sia acustiche. Questi materiali vengono collocati all’interno di telai disaccoppiati dalla lamiera, così da interrompere i ponti termici. Sopra l’isolante, si applica una membrana igrovariabile, capace di adattarsi alle diverse stagioni, permettendo all’involucro di “respirare” senza accumulare umidità. Le pareti laterali possono essere trattate con un cappotto interno, soluzione che garantisce continuità e semplicità esecutiva. In alcuni casi, se le norme edilizie lo consentono, è possibile optare per una facciata ventilata esterna, che migliora ulteriormente la durabilità e il comportamento estivo, grazie a una camera d’aria che riduce il surriscaldamento della lamiera. Il tetto, per la sua forma curva e l’esposizione diretta agli agenti atmosferici, richiede un’attenzione particolare: qui l’isolante deve essere posato in modo continuo e accompagnato da strati antivibranti per attenuare il rumore della pioggia battente. Il pavimento viene trattato con un sistema galleggiante, posato su materassini elastici, in modo da migliorare sia l’isolamento termico verso il terreno, sia il comfort acustico rispetto al calpestio. Questa soluzione consente anche di integrare impianti radianti a basso spessore, ideali per mantenere una temperatura interna uniforme senza rubare centimetri preziosi all’altezza utile. Non meno importanti sono i serramenti, veri punti critici per la dispersione energetica. Le vecchie finestre del vagone vengono sostituite con infissi ad alte prestazioni, dotati di doppi o tripli vetri basso-emissivi, eventualmente stratificati per un migliore isolamento acustico. La posa deve essere realizzata con nastri e giunzioni che garantiscano la perfetta tenuta all’aria, evitando infiltrazioni e perdite di efficienza. Il risultato di questa fase è una trasformazione radicale: il guscio metallico del vagone, un tempo rumoroso e dispersivo, diventa un involucro performante, capace di mantenere calore, ridurre i consumi, isolare dai rumori esterni e garantire un comfort abitativo paragonabile, se non superiore, a quello delle abitazioni tradizionali. Impiantistica: dal cuore tecnologico al comfort quotidiano Una volta bonificato e isolato il vagone, la fase successiva riguarda la sua trasformazione in una vera e propria abitazione moderna, capace di garantire comfort, sicurezza ed efficienza energetica. È qui che entra in gioco l’impiantistica, elemento cruciale di ogni progetto architettonico. Senza un’adeguata progettazione degli impianti, anche il miglior isolamento rischierebbe di perdere la propria efficacia. L’impianto elettrico: efficienza e domotica Il vagone, nato con un cablaggio ferroviario minimale ed obsoleto, deve essere completamente ripensato sul piano elettrico. Si parte con una nuova distribuzione dei quadri e dei circuiti, prevedendo prese, punti luce e linee dedicate agli elettrodomestici. L’approccio più diffuso è quello della domotica leggera, che permette di controllare illuminazione, riscaldamento e sistemi di sicurezza da un unico pannello o da dispositivi mobili. Questa soluzione non solo aumenta la comodità, ma contribuisce anche a ridurre i consumi, grazie a scenari programmati che ottimizzano l’uso dell’energia. L’alimentazione può avvenire tramite connessione alla rete elettrica tradizionale, ma molti progetti scelgono di integrare pannelli fotovoltaici posizionati sul tetto del vagone o in prossimità della struttura. Un sistema di accumulo a batterie consente di rendere l’abitazione parzialmente, o addirittura totalmente, indipendente dal punto di vista energetico. L’impianto idraulico: compattezza e sostenibilità Un vagone ferroviario non nasce per ospitare bagni e cucine, quindi l’impianto idraulico va studiato con attenzione. I serbatoi d’acqua, sia per l’approvvigionamento che per lo scarico, trovano posto sotto il pianale o in locali tecnici ricavati all’interno. Nei casi in cui sia possibile collegarsi alla rete idrica e fognaria pubblica, l’impianto può essere semplificato, ma laddove ciò non sia fattibile si ricorre a sistemi di raccolta e trattamento delle acque reflue, compresi mini-impianti di fitodepurazione che rispettano le normative ambientali. Un capitolo a parte riguarda il recupero delle acque piovane: grazie a grondaie integrate o canaline laterali, l’acqua raccolta dal tetto può essere convogliata in serbatoi e utilizzata per irrigazione o usi non potabili, contribuendo a ridurre lo spreco idrico. Riscaldamento e raffrescamento: soluzioni compatte e a basso impatto Il tema della climatizzazione interna è particolarmente delicato in un volume lineare e relativamente contenuto come quello di un vagone ferroviario. Le soluzioni più efficaci sono quelle a basso ingombro e a ridotto consumo: pompe di calore aria-aria con split di design, oppure piccoli sistemi radianti a pavimento, che sfruttano i pannelli sottili a secco già integrati nell’isolamento. In contesti rurali o montani, il fascino di una stufa a pellet compatta può coniugarsi con il piacere del calore naturale e rinnovabile. Il raffrescamento, invece, può contare su pompe di calore reversibili e su una progettazione attenta della ventilazione naturale, resa possibile dalle nuove aperture e dai serramenti ad alte prestazioni. Nei climi più caldi, l’installazione di schermature solari esterne o tende tecniche contribuisce a ridurre il carico termico. Ventilazione meccanica controllata: aria sana in spazi compatti In uno spazio ridotto come quello di un vagone ferroviario, la qualità dell’aria interna è fondamentale. L’adozione di un sistema di ventilazione meccanica controllata con recupero di calore consente di mantenere costante il ricambio d’aria, evitando muffe, condense e ristagni di umidità. Allo stesso tempo, riduce i consumi, recuperando fino al 90% del calore dell’aria estratta. Questo sistema è discreto, integrabile nel controsoffitto o lungo le pareti, e garantisce un microclima sempre sano e confortevole. Impianti speciali: sicurezza e comfort aggiuntivi Un’abitazione ricavata da un vagone ferroviario non può trascurare la sicurezza. È importante prevedere sistemi di allarme antintrusione, rilevatori di fumo e di monossido di carbonio, nonché estintori e sensori domotici che possano intervenire in caso di guasto. Alcuni progetti integrano anche sistemi multimediali e di connettività avanzata, trasformando il vagone in una casa intelligente e tecnologicamente all’avanguardia. Un equilibrio tra tecnologia e sostenibilità Tutta l’impiantistica deve rispettare un principio guida: garantire comfort e sicurezza con il minor impatto ambientale possibile. Questo significa prediligere impianti a basso consumo, fonti energetiche rinnovabili, sistemi di recupero delle risorse e apparecchiature efficienti. La combinazione di isolamento, impianti ben progettati e automazione trasforma il vagone ferroviario da semplice struttura recuperata a unità abitativa di nuova generazione, capace di coniugare memoria storica, architettura e innovazione. Sostenibilità energetica Pannelli solari fotovoltaici sul tetto o in un’area adiacente, sistemi di accumulo di energia e ventilazione meccanica controllata (VMC) per ridurre i consumi. Rivestimenti interni ed esterni Utilizzo di legno certificato FSC, resine ecologiche, pavimenti in bambù o linoleum naturale. All’esterno, eventuali doghe in legno trattato o vernici a base d’acqua per proteggere la lamiera. Norme energetiche e impatto ambientale Un’abitazione ricavata da un vagone ferroviario deve rispettare le normative edilizie locali, le certificazioni energetiche e le prescrizioni ambientali. L’obiettivo è ottenere almeno una classe energetica B, preferibilmente A o superiore, per garantire efficienza e sostenibilità. È necessario presentare il progetto al Comune per il cambio di destinazione d’uso e verificare la conformità alle normative antisismiche, antincendio e di accessibilità. Dal punto di vista ambientale, la scelta di materiali naturali e riciclati, unita a impianti ad alta efficienza, riduce l’impronta di carbonio e rende il progetto coerente con i principi dell’economia circolare. Arredamento: tra funzionalità e atmosfera L’arredamento interno deve sfruttare al meglio lo spazio longitudinale del vagone. Soluzioni salvaspazio come letti a scomparsa, cucine lineari e armadi integrati nelle pareti permettono di garantire comfort senza sacrificare vivibilità. I materiali privilegiati sono leggeri, ecologici e resistenti: legno naturale, metallo riciclato, tessuti biologici. Un aspetto centrale è l’illuminazione: giochi di luci a LED a basso consumo possono ampliare la percezione degli spazi e creare atmosfere intime. L’anima industriale del vagone può essere mantenuta esponendo elementi originali, come i corrimani o le maniglie, armonizzati con complementi moderni. L’arredamento diventa così non solo funzionale, ma anche un racconto estetico della nuova vita del vagone. Vivere in un vagone ferroviario: comfort e identità Una volta completato il progetto, il risultato è una casa che unisce la sostenibilità ambientale alla forza evocativa della memoria ferroviaria. Non è solo un’abitazione, ma un’esperienza abitativa che risponde ai principi della slow life, del minimalismo consapevole e dell’innovazione architettonica. Vivere in un vagone ferroviario ristrutturato significa sperimentare un equilibrio tra tecnologia, natura e design, portando nella quotidianità un pezzo di storia rigenerato per il futuro.© Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - Riciclo tessile in Europa: perché il vero “tipping point” non è tecnologico ma economico e politico
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Riciclo tessile in Europa: perché il vero “tipping point” non è tecnologico ma economico e politico
Economia circolare

Il nuovo report BCG-ReHubs rilanciato il 23 marzo 2026 mostra che il riciclo textile-to-textile può crescere solo con investimenti, standard, raccolta selettiva, EPR e una politica industriale europea capace di colmare il divario di costo tra fibre riciclate e verginiAutore: Marco Arezio. Esperto in economia circolare, riciclo dei polimeri e processi industriali dei materiali. Fondatore della piattaforma rMIX, dedicata alla valorizzazione dei materiali riciclati e allo sviluppo di filiere sostenibili. Data: 3 aprile 2026 Tempo di lettura: 11 minuti Riciclo tessile: l’Europa è arrivata a un punto in cui non bastano più le buone intenzioni C’è un momento in cui un settore smette di poter vivere di slogan. Il tessile europeo è entrato proprio in quel momento. Per anni si è parlato di moda sostenibile, di capsule collection “green”, di raccolta degli abiti usati, di fibre riciclate raccontate come simbolo di una transizione già avviata. Ma il nuovo report BCG-ReHubs, rilanciato il 23 marzo 2026, ci obbliga a guardare la realtà senza filtri: il riciclo textile-to-textile in Europa non è ancora una filiera matura, non è ancora economicamente autosufficiente e, soprattutto, non scalerà da solo. Il cuore del problema non è l’assenza totale di tecnologie. Le tecnologie esistono, stanno evolvendo e in alcuni casi hanno già dimostrato di poter recuperare cotone, poliestere o miste poli-cotone. Il nodo vero è un altro: il sistema industriale che dovrebbe alimentarle, finanziarle e assorbire il loro output non è ancora abbastanza solido. Per questo il report parla di “tipping point”. Non come immagine retorica, ma come soglia economica e organizzativa oltre la quale il textile-to-textile può diventare finalmente una vera infrastruttura industriale europea. La fotografia di partenza è dura. Secondo BCG e ReHubs, nel 2025 l’Europa ha generato circa 15,2 milioni di tonnellate di rifiuti tessili, di cui 13,3 milioni post-consumo. Eppure solo 1,5 milioni di tonnellate vengono oggi raccolte e selezionate in modo utile al riciclo: in pratica, circa una tonnellata su nove del flusso post-consumo. Ancora più sconfortante è il dato sul riciclo chiuso: meno dell’1% dei tessili post-consumo torna a essere nuova fibra tessile. Non siamo dunque davanti a una filiera circolare consolidata; siamo davanti a un sistema che disperde ancora la gran parte del proprio valore materiale. Ed è qui che il tema diventa umano, oltre che industriale. Perché ogni indumento che non rientra in un circuito di riuso o riciclo di qualità racconta una doppia sconfitta: da un lato la perdita di materia, lavoro, energia, acqua e chimica già incorporati nel prodotto; dall’altro il trasferimento del problema verso inceneritori, discariche, export poco trasparenti o raccolte inefficienti. Dietro la parola “tessile” non ci sono solo capi d’abbigliamento. Ci sono consumo di risorse, occupazione europea, dipendenza da materie prime, geopolitica delle fibre e capacità di costruire una manifattura meno vulnerabile. La stessa Commissione europea ricorda che il settore tessile e dell’abbigliamento nell’UE ha generato 170 miliardi di euro di fatturato nel 2023 e impiega 1,3 milioni di persone in circa 197.000 imprese. Il vero significato del “tipping point” europeo Quando il report parla di tipping point, non sta dicendo semplicemente che “bisogna crescere”. Sta definendo una soglia quantitativa e finanziaria precisa. La stima è che entro il 2035 il sistema europeo debba arrivare a circa 2,7 milioni di tonnellate annue di riciclo textile-to-textile per raggiungere una dimensione minima credibile e rendere l’ecosistema industrialmente praticabile. Questa soglia corrisponde a circa il 15% dei rifiuti tessili post-consumo. Per avvicinarsi a quel livello, però, non basta costruire qualche impianto in più. Servono salti simultanei in tre segmenti della catena. La raccolta dedicata dovrebbe passare da circa il 33% del 2025 a circa il 50% nel 2035. La selezione dovrebbe salire dal 36% al 63%. E, a valle, il riciclo in nuova fibra dovrebbe raggiungere appunto 2,7 milioni di tonnellate. In altri termini: il tipping point non è una singola innovazione, ma la sincronizzazione di raccolta, sorting, pretrattamento, riciclo, standard di qualità e mercato di sbocco. Se uno solo di questi anelli resta debole, la catena si spezza. Questa è la parte che spesso sfugge nel dibattito pubblico. Si tende a pensare che il riciclo tessile dipenda soprattutto dal comportamento del consumatore o dalla presenza di qualche marchio più responsabile. In realtà il salto di scala è una questione di economia industriale. Senza massa critica, i flussi sono intermittenti. Senza flussi stabili, gli impianti non saturano la capacità. Senza saturazione, i costi restano alti. Senza costi sostenibili, gli acquirenti non comprano. E senza contratti di acquisto prevedibili, gli investitori non finanziano. Il tipping point è precisamente il punto in cui questa spirale si inverte. Perché le fibre riciclate costano di più: il problema è strutturale, non congiunturale Il passaggio più importante del report BCG-ReHubs è forse il più scomodo: le fibre riciclate textile-to-textile sono un nuovo prodotto industriale con costi di processo strutturalmente più alti. Non si tratta quindi di uno svantaggio temporaneo destinato a sparire automaticamente con un po’ di buona volontà. Significa che, nelle condizioni attuali, queste fibre non riescono a essere competitive né rispetto alle fibre vergini né rispetto ad alcune rotte di riciclo già mature, come il bottle-to-textile. Il motivo è intuitivo solo in apparenza. Una bottiglia in PET è un oggetto molto più standardizzato di un flusso di abiti usati. Il tessile post-consumo arriva invece da decine di combinazioni fibrose, tinture, finissaggi, accessori, cuciture, bottoni, elastomeri, trattamenti funzionali e contaminazioni. Prima ancora di riciclare, occorre intercettare, classificare, selezionare, separare, rimuovere componenti estranei, qualificare il feedstock e spesso pretrattarlo. Tutto questo pesa economicamente molto più del solo processo di trasformazione finale. Il report sottolinea infatti che i costi più alti vengono assorbiti a monte della filiera, creando un vero “deadlock” economico strutturale. La parte più delicata riguarda i margini. Secondo il modello di BCG-ReHubs, diversi anelli della catena mostrano profittabilità compressa o negativa nel passaggio a una scala T2T. Per i riciclatori di poliestere, nelle ipotesi di base, i margini EBIT possono collocarsi addirittura tra -75% e -25%. È un dato brutale, ma serve a capire una cosa fondamentale: nessuna filiera industriale strategica nasce su larga scala se gli operatori più esposti sono strutturalmente in perdita. Il report aggiunge un altro elemento decisivo: per assicurare la domanda, il modello non presuppone un premio di prezzo del textile-to-textile rispetto al riciclato bottle-to-textile. In altre parole, si chiede al nuovo riciclo tessile di entrare sul mercato senza poter scaricare integralmente i propri costi maggiori sul prezzo finale. Questo protegge la domanda, ma lascia scoperto il lato industriale. È qui che nasce la richiesta di meccanismi abilitanti: eco-contributi, standard, supporto pubblico, risk-sharing, contratti di offtake e criteri regolatori sul contenuto riciclato. Senza policy industriale il riciclo tessile non diventa mercato La conclusione del report è netta: il textile-to-textile non diventerà investibile, e quindi non diventerà scalabile, senza politiche abilitanti. Questo non significa sussidiare per sempre un’industria inefficiente. Significa riconoscere che siamo nella fase di formazione del mercato e che, in questa fase, servono strumenti per allineare il rischio, distribuire i costi e creare visibilità sugli sbocchi. Da questo punto di vista, l’Europa ha finalmente iniziato a muoversi. Dal 2025 gli Stati membri devono attivare sistemi di raccolta separata dei tessili. Nell’ottobre 2025 è entrata in vigore la revisione della Waste Framework Directive, che introduce regole comuni di responsabilità estesa del produttore per tessili e calzature. Le tariffe EPR dovranno essere eco-modulate sulla base di criteri di sostenibilità come durabilità e riciclabilità, collegando quindi il costo pagato dai produttori alla qualità ambientale del prodotto immesso sul mercato. È un passaggio cruciale, perché sposta il baricentro del discorso. Fino a ieri il rifiuto tessile era soprattutto un problema di fine vita. Oggi l’UE prova a trasformarlo in un tema di progettazione industriale: chi produce capi difficili da riusare, riparare o riciclare deve pagare di più. È l’unico modo per uscire dalla contraddizione che ha bloccato il settore per anni: da una parte si chiedeva più riciclo, dall’altra si continuavano a mettere sul mercato prodotti progettati per costare poco, durare poco e mescolare materiali incompatibili. Nel febbraio 2026 la Commissione ha anche adottato misure attuative nell’ambito dell’ESPR per limitare la distruzione dell’invenduto di abbigliamento, accessori e calzature. La Commissione stima che in Europa ogni anno venga distrutto il 4-9% dei tessili invenduti prima ancora dell’uso, con circa 5,6 milioni di tonnellate di CO2 generate da questa pratica. Questo dato ha un forte valore simbolico: il sistema non fallisce solo quando non ricicla, ma già molto prima, quando produce troppo, vende male e distrugge merce nuova per difendere margini o logiche di stock. Eppure, la policy da sola non basta se resta vaga. Perché il tipping point si materializzi davvero, l’Europa dovrà fare almeno quattro cose in modo coerente: finanziare l’avvio della capacità industriale, definire standard di qualità per feedstock e fibre riciclate, creare obblighi o target credibili di contenuto riciclato, e costruire una governance transfrontaliera sui flussi. Il report insiste proprio su questo: servono definizioni armonizzate, dati condivisi e coordinamento europeo, non una somma disordinata di iniziative nazionali. La raccolta non basta: il vero collo di bottiglia è la qualità del flusso Nella percezione comune, raccogliere più indumenti usati dovrebbe automaticamente portare a più riciclo. Ma non è così. La raccolta è solo la prima soglia. Il vero valore industriale nasce quando il materiale raccolto diventa un flusso sufficientemente pulito, tracciabile e omogeneo da essere trasformato in feedstock per il riciclo. Oggi questo passaggio è ancora troppo debole. Secondo il report, gran parte del post-consumo non entra nemmeno in canali dedicati; una parte consistente finisce nel rifiuto urbano residuo, e una volta contaminata è di fatto persa per il riciclo. L’Agenzia europea dell’ambiente conferma la fragilità del sistema. Nel 2020 ogni persona nell’UE ha consumato in media 16 kg di tessili; solo 4,4 kg pro capite sono stati raccolti separatamente per riuso e riciclo, mentre 11,6 kg sono finiti nei rifiuti domestici misti. L’EEA sottolinea inoltre che la maggior parte dei rifiuti tessili europei finisce ancora fuori da una filiera ordinata di selezione e riciclo, e che le capacità di sorting e trattamento devono crescere con urgenza. Questo passaggio è decisivo anche per evitare un altro equivoco: esportare non equivale a risolvere. L’EEA osserva che una parte rilevante dei tessili usati europei esportati in Africa viene riutilizzata, ma altri flussi finiscono in discariche o vengono bruciati a cielo aperto; per l’Asia, la situazione è più orientata al riciclo o al riesportato, ma restano criticità di gestione. In sostanza, se l’Europa non costruisce capacità propria di selezione e trattamento, rischia di continuare a spostare geograficamente il problema senza risolverlo davvero. Perché questo articolo riguarda anche l’economia, il lavoro e la resilienza europea Ridurre il dibattito sul riciclo tessile a un tema ambientale sarebbe un errore. La Commissione europea ricorda che i tessili sono il quarto ambito di consumo per impatto su ambiente e clima, il terzo per uso di acqua e suolo e il quinto per uso di materie prime e emissioni climalteranti. Ma, parallelamente, il settore è una grande infrastruttura industriale e occupazionale. Questo significa che la transizione non va letta come semplice costo regolatorio: va letta come una scelta di politica industriale su dove l’Europa vuole collocare il proprio valore nei prossimi dieci anni. Il report BCG-ReHubs insiste su un punto che merita attenzione: una filiera textile-to-textile europea può ridurre la dipendenza da input vergini, in particolare da materie legate al petrolio, e limitare l’esposizione alla volatilità dei prezzi e al rischio geopolitico. È una considerazione molto più ampia del solo “riciclo”. Significa usare la circolarità per ricostruire autonomia industriale, presidiare tecnologia, trattenere valore e ridurre vulnerabilità esterne. In questa chiave, il tipping point non è solo il momento in cui il riciclo tessile comincia a funzionare. È il momento in cui l’Europa decide se vuole restare dipendente da fibre vergini a basso costo e da una moda ad alta dissipazione, oppure se vuole costruire un sistema che premi durata, recupero di qualità, manifattura avanzata e progettazione per il riciclo. È una scelta economica, non un ornamento reputazionale. Il messaggio finale del report: il tempo del pilotismo sta finendo Per anni il tessile circolare è rimasto intrappolato in una zona intermedia: abbastanza visibile da produrre storytelling, troppo fragile per diventare sistema. Oggi quella zona grigia non basta più. I volumi crescono, la fast fashion continua a comprimere la vita utile dei capi, la raccolta separata diventa obbligatoria, la distruzione dell’invenduto viene limitata, e il mercato chiede tracciabilità e contenuti riciclati più credibili. Tutto questo rende il 2026 un anno spartiacque. Il merito del report BCG-ReHubs è proprio questo: smette di raccontare il riciclo tessile come una promessa vaga e lo traduce in numeri industriali. Dice con chiarezza che arrivare a 2,7 milioni di tonnellate di textile-to-textile entro il 2035 è possibile, ma richiede tra 8 e 11 miliardi di euro di CAPEX e tra 5 e 6,5 miliardi di euro di costi operativi ricorrenti annui. Dice che senza meccanismi abilitanti gli impianti non saranno abbastanza redditizi. Dice che la raccolta, da sola, non basta. E dice che le fibre riciclate da tessile a tessile non vinceranno la competizione per inerzia, perché partono con costi strutturalmente più elevati. Ed è proprio qui che l’articolo diventa una presa di posizione. Il vero tipping point europeo non coinciderà con l’annuncio dell’ennesimo impianto pilota né con una campagna marketing sul “capo green”. Arriverà quando il sistema smetterà di trattare il riciclo tessile come un tema accessorio e inizierà a considerarlo per ciò che è: una filiera strategica da costruire con le stesse logiche con cui si costruiscono energia, acciaio, semiconduttori o chimica avanzata. Se l’Europa capirà questo, il tessile circolare potrà finalmente uscire dall’infanzia. Se non lo capirà, continueremo a chiamare innovazione ciò che, in realtà, è ancora solo gestione elegante della dispersione. FAQ Che cosa significa “tipping point” nel riciclo tessile europeo? Significa raggiungere una soglia minima di scala industriale in cui raccolta, selezione, pretrattamento, riciclo e domanda di fibre riciclate diventano abbastanza coordinati da rendere il sistema economicamente credibile. Il report BCG-ReHubs indica questa soglia in circa 2,7 milioni di tonnellate annue di riciclo textile-to-textile entro il 2035. Perché il textile-to-textile oggi non è competitivo rispetto alle fibre vergini? Perché il tessile post-consumo è un flusso complesso, eterogeneo e costoso da raccogliere, selezionare e preparare. Secondo BCG-ReHubs, le fibre T2T hanno costi di lavorazione strutturalmente più alti e, nelle condizioni attuali, non riescono a competere né con le fibre vergini né con alcune rotte di riciclo già mature come il bottle-to-textile. Quali politiche europee possono aiutare davvero il riciclo tessile? Le principali sono la raccolta separata obbligatoria dei tessili dal 2025, l’EPR armonizzata introdotta con la revisione della Waste Framework Directive, l’eco-modulazione delle tariffe in base a durabilità e riciclabilità, e le misure ESPR contro la distruzione dell’invenduto. A queste vanno aggiunti standard tecnici, criteri sul contenuto riciclato e strumenti di de-risking per gli investimenti. Quanta parte dei rifiuti tessili europei viene oggi riciclata in nuovi tessili? Meno dell’1% del post-consumo viene riciclato nuovamente in nuove fibre tessili, secondo il report BCG-ReHubs. Anche la Commissione europea indica che solo l’1% del materiale degli abiti viene riciclato in nuovi capi. Perché aumentare la raccolta non basta? Perché il problema non è solo intercettare i capi usati, ma trasformarli in feedstock industriale di qualità. Senza sorting profondo, tracciabilità, rimozione delle contaminazioni e standard condivisi, gran parte del materiale raccolto non diventa materia prima per il riciclo textile-to-textile. Il riciclo tessile è solo una questione ambientale? No. È anche una questione industriale, occupazionale e strategica. Il settore tessile europeo vale 170 miliardi di euro di fatturato e impiega 1,3 milioni di persone; inoltre una filiera T2T più forte può ridurre la dipendenza da input vergini e da risorse petrolchimiche. Fonti BCG x ReHubs, Advancing Textile Circularity in Europe: The Case for System-Level Scale-Up, 23 marzo 2026. Commissione europea, Sustainable and Circular Textiles Strategy. Commissione europea, Revised Waste Framework Directive enters into force to boost circularity of textile sector and slash food waste, 16 ottobre 2025. Commissione europea, New EU rules to stop the destruction of unsold clothes and shoes, 9 febbraio 2026. European Environment Agency, Textiles | In-depth topics. European Environment Agency, Circularity of the EU textiles value chain in numbers, 26 marzo 2025.Immagine su licenza © Riproduzione Vietata

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