Piastrelle Smaltate fatte a Mano con Componenti RiciclatiLa lunga tradizione Italiana delle piastrelle fatte a mano sposa la sostenibilità. Come si producono oggi di Marco ArezioLe piastrelle smaltate fatte a mano hanno una lunga storia che risale a molti secoli fa, infatti le prime tracce risalgono all'antica Mesopotamia e all'antico Egitto intorno al 4.000 a.C. In queste civiltà, le piastrelle venivano realizzate utilizzando argilla e smalti a base di minerali come l'ossido di ferro per creare decorazioni su pareti e pavimenti. Durante il periodo islamico, tra l'VIII e il XV secolo, le piastrelle smaltate fatte a mano raggiunsero un grande sviluppo artistico e tecnico. In particolare, l'arte della ceramica islamica in Persia, Spagna e Medio Oriente produsse piastrelle smaltate di straordinaria bellezza e complessità. In Italia, il massimo splendore di quest’arte lo raggiunse nel periodo del rinascimento, a partire dal XV secolo, dove le città di Firenze, Faenza, Deruta e altre località italiane, divennero famose per le loro produzioni di piastrelle smaltate a mano, spesso decorate con disegni ispirati alla pittura rinascimentale. La maiolica italiana e la Delftware olandese divennero, inoltre, stili distintivi di piastrelle smaltate fatte a mano, con motivi decorativi e paesaggi dipinti a mano. Nel tardo XIX secolo e all'inizio del XX secolo, i movimenti artistici dell'Art Nouveau e dell'Art Deco influenzarono la produzione di piastrelle smaltate fatte a mano, diventando più audaci nel design, con motivi geometrici, forme organiche e colori vivaci. Questa tipologia di articoli artigianali sono diventi oggetti d'arte molto apprezzati per la loro bellezza, artigianalità e individualità. Sono utilizzati per decorare pareti, pavimenti, caminetti, bagni e cucine, e sono considerati delle vere e proprie opere d'arte ceramica. Oggi, oltre all’espressione artistica che rappresenta la piastrella, si guarda anche alla loro sostenibilità, infatti, molti artigiani ceramisti utilizzano nelle loro ricette, scarti di lavorazioni precedenti o piastrelle di recupero che provengono da demolizioni e ristrutturazioni. Le fasi di produzione di una piastrella smaltata fatta a mano con elementi riciclati comportano le seguenti fasi: - Raccolta e selezione dei materiali riciclati: vengono raccolti i materiali ceramici riciclati, come piastrelle rotte o scarti di produzione, provenienti da fonti affidabili. Questi materiali vengono successivamente selezionati e separati per rimuovere eventuali impurità come colla o vernice - Triturazione: i materiali ceramici riciclati vengono sottoposti a un processo di triturazione meccanica per ridurli in frammenti più piccoli. La dimensione dei frammenti può variare a seconda dell'applicazione e del tipo di piastrella che si intende produrre. - Preparazione dell'impasto: l'impasto viene preparato utilizzando una miscela di argilla vergine e materiali ceramici riciclati triturati. La proporzione tra argilla e materiali riciclati può essere determinata in base alle caratteristiche desiderate delle piastrelle finali. L'argilla funge da legante per i materiali riciclati. - Miscelazione e omogeneizzazione: gli ingredienti vengono miscelati insieme in un miscelatore meccanico per garantire una distribuzione uniforme dei materiali e ottenere una consistenza omogenea dell'impasto. Durante questa fase, possono essere aggiunti additivi o coloranti, se necessario, per ottenere il risultato desiderato. - Formatura delle piastrelle: l'impasto viene quindi formato in piastrelle attraverso l’azione manuale dell’artigiano piastrellista, facendo attenzione alla planarità, all’omogeneità e alla buona riuscita delle superfici. - Essiccazione: le piastrelle formate vengono trasferite su scaffali o appositi supporti e lasciate asciugare all'aria o in forni appositi. Questo processo di essiccazione rimuove l'umidità e rende le piastrelle pronte per la successiva fase di cottura. - Cottura: le piastrelle essiccate vengono sottoposte a una cottura in forni ceramici ad alta temperatura. La temperatura e il tempo di cottura dipendono dal tipo di argilla utilizzata e dalle specifiche del produttore. Durante la cottura, l'argilla si solidifica e le particelle di materiale ceramico riciclato si fondono insieme per formare le piastrelle. - Smaltatura e decorazione: dopo la cottura, le piastrelle possono essere smaltate e decorate. Questa fase comporta l'applicazione di smalti, colori o decorazioni sulla superficie delle piastrelle. Lo smalto è una miscela di minerali colorati e vetrificanti che conferisce alle piastrelle la loro finitura e colore caratteristici. Per preparare lo smalto, i minerali vengono macinati finemente e mescolati con vetrificanti e altri additivi. Questo processo può essere effettuato in modo manuale o utilizzando apparecchiature specializzate. La smaltatura può avvenire a spruzzo, per immersione o a pennello. Smaltatura a spruzzo: lo smalto viene spruzzato sulla superficie delle piastrelle utilizzando un'apparecchiatura di spruzzatura. Questo metodo permette una distribuzione uniforme dello smalto ed è adatto per superfici lisce. Smaltatura a immersione: le piastrelle vengono immerse in una vasca contenente lo smalto liquido. Dopo l'immersione, le piastrelle vengono sollevate e l'eccesso di smalto viene scolato. Questo metodo è adatto per coprire l'intera superficie delle piastrelle. Applicazione a pennello: lo smalto viene applicato sulla superficie delle piastrelle utilizzando un pennello. Questo metodo offre maggiore controllo sulla quantità e sulla distribuzione dello smalto, ed è spesso utilizzato per dettagli o decorazioni specifiche.- Asciugatura: dopo l'applicazione dello smalto, le piastrelle vengono lasciate asciugare per un periodo di tempo. La durata dell'asciugatura dipende dal tipo di smalto utilizzato e dalle condizioni ambientali. Durante l'asciugatura, lo smalto si indurisce e forma uno strato solido sulla superficie delle piastrelle. - Seconda cottura: dopo l'asciugatura, le piastrelle vengono sottoposte a una seconda cottura a una temperatura elevata. Durante questa cottura, lo smalto si fonde e si vetrifica, formando uno strato protettivo sulla superficie delle piastrelle. Questa cottura è essenziale per fissare lo smalto e garantire una finitura durevole e resistente.
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Anime interne per bobine: guida alla scelta tra cartone e plastica riciclataSostenibilità e prestazioni a confronto: quale anima interna scegliere per la nostra produzione?di Marco ArezioLe anime interne delle bobine industriali possono sembrare un dettaglio marginale, ma in realtà sono un elemento cruciale per garantire efficienza, qualità e sostenibilità nei processi produttivi. Tra le alternative più diffuse, il cartone stratificato riciclato e la plastica riciclata rappresentano due opzioni con caratteristiche molto diverse. La scelta non dipende solo dal costo, ma anche dall'applicazione specifica e dai valori aziendali. Esploriamo insieme le peculiarità di entrambi i materiali e scopriamo come fare la scelta giusta. Il cartone stratificato: leggerezza e sostenibilità Il cartone stratificato riciclato, derivato dalla carta di scarto, rappresenta una soluzione pratica ed ecologica. Attraverso un processo di compressione a strati, si ottengono tubi leggeri e resistenti, spesso migliorati da rivestimenti impermeabilizzanti per aumentarne la durata. Questo materiale è ideale per applicazioni meno impegnative, come bobine di carta o pellicole sottili, dove la leggerezza e la facilità di manipolazione sono un vantaggio. Tuttavia, il cartone può risultare vulnerabile in ambienti umidi o sotto carichi pesanti, rischiando deformazioni che potrebbero compromettere il prodotto avvolto. Dal punto di vista ambientale, il cartone è imbattibile: biodegradabile, riciclabile e pienamente in linea con i principi dell'economia circolare. Una volta esaurito il suo ciclo di vita, può essere facilmente riutilizzato o compostato, contribuendo a ridurre i rifiuti. La plastica riciclata: resistenza e affidabilità La plastica riciclata, prodotta da polimeri come il polipropilene (PP) o il cloruro di polivinile (PVC), è progettata per le applicazioni più impegnative. Attraverso processi di triturazione, fusione ed estrusione, si ottengono tubi robusti e duraturi, capaci di resistere a carichi elevati e condizioni ambientali difficili. Questa opzione è perfetta per bobine che avvolgono tessuti pesanti o materiali tecnici, dove la durabilità e la stabilità sono indispensabili. Sebbene la plastica non sia biodegradabile, il suo ciclo di vita prolungato e la possibilità di riciclo riducono l'impatto ambientale complessivo. Tuttavia, i costi energetici del processo produttivo sono più elevati rispetto a quelli del cartone. Quale anima interna scegliere per le tue esigenze produttive? La decisione tra cartone e plastica dipende principalmente dal contesto applicativo. Ecco alcune indicazioni per orientarti: Se lavori con materiali leggeri: Il cartone è la scelta ideale per bobine di carta, pellicole leggere o lavorazioni con carichi moderati. È perfetto per chi punta a ridurre i costi e massimizzare la sostenibilità. Se hai bisogno di robustezza e durata: Per cicli intensivi o materiali pesanti, come tessuti tecnici, la plastica è indispensabile. La sua resistenza compensa il maggiore investimento iniziale. Se operi in ambienti umidi o difficili: La plastica garantisce stabilità anche in condizioni impegnative, mentre il cartone potrebbe degradarsi. Se hai obiettivi ambientali ambiziosi: Il cartone è la scelta più ecologica, ma anche la plastica può essere una soluzione sostenibile se riciclata correttamente. Un equilibrio tra efficienza e valori aziendali Non esiste una soluzione unica: ogni materiale ha i suoi punti di forza e le sue limitazioni. Il cartone eccelle in termini di sostenibilità e costi contenuti, mentre la plastica offre prestazioni superiori per le applicazioni più impegnative. Adottare un approccio consapevole significa valutare le tue priorità: è più importante ottimizzare i costi, garantire la massima durata o ridurre l'impatto ambientale? La risposta guiderà la tua scelta, assicurando non solo un risultato ottimale, ma anche un contributo significativo verso un futuro più sostenibile e responsabile.© Riproduzione Vietata
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Quale futuro per il mercato dei polimeri da post consumo?L’economia circolare che cresce in molti paesi nel mondo, i prezzi del petrolio, la concorrenza dei polimeri verginidi Marco ArezioLa raccolta differenziata ci restituiva, dopo la trasformazione, una materia prima per la produzione di granuli, macinati e densificati (polimeri post consumo) adatti alla produzione di prodotti plastici, consentendoci di chiudere il cerchio dell’economia circolare. Ora il mondo sta cambiando e dobbiamo ripensare ad un modello produttivo e distributivo che non consideri più la Cina come mercato prevalente e che possa trovare una soluzione verso la competizione con i prezzi delle materie prime vergini. Un tempo c’era la Cina, che fagocitava tutto lo scarto di basso valore delle materie prime in balle provenienti dalla raccolta differenziata mondiale, lasciando, a noi occidentali, l’illusione che avessimo fatto tutto il dovuto per creare un circolo virtuoso sui rifiuti. Raccolta, selezione, impiego dei materiali da post consumo più nobili attraverso la produzione di polimeri, vendita in Cina dello scarto non utilizzato e distribuzione dei polimeri “vendibili” nei mercati remunerativi: questo era il lavoro delle economie del riciclo occidentali. Fino al 2017 la nostra economia circolare ruotava intorno a questo paradigma e ci siamo illusi di poter creare un business verde e remunerativo con questo sistema. Ma quando la Cina ha deciso di non acquistare più le balle di rifiuti plastici, i riciclatori si sono divisi in due categorie: Chi raccoglieva dal mercato il rifiuto post consumo e post industriale, vendendolo come materia prima non lavorata, ha subito compreso la pericolosità commerciale e le conseguenze che questo stop poteva creare nel futuro. Infatti in pochi mesi i mercati occidentali si sono riempiti di rifiuti plastici di scarsa qualità che non avevano più una immediata collocazione.Chi si occupava della lavorazione dei rifiuti da post consumo, acquistando prevalentemente alle aste nazionali il rifiuto sotto forma di plastica mista che proveniva dalle nostre città. Approfittando del blocco delle importazioni Cinesi dei rifiuti plastici hanno iniziato a vendere lo stesso prodotto sotto forma di granulo. Tutti, chi più chi meno, hanno approfittato delle opportunità che questo mercato offriva, sotto forma di importanti contratti in termini di tonnellate vendute mensilmente e pagamenti in anticipo, facendo la felicità degli imprenditori. Pochi hanno pensato che la festa potesse finire e, quindi, non si sono posti il problema di investire per qualificare il prodotto, in quanto oggettivamente, sia l’LDPE, che il PP o PP/PE, miscele composte dagli scarti del post consumo, sono molto sensibili e instabili nella qualità. Inoltre, in alcuni casi, il mercato cinese ricercava granuli di valore molto basso, con l’obbiettivo di comprimere il più possibile il prezzo, in modo da poter dare spazio a tutti gli intermediari commerciali. Una parte dello scarto delle lavorazioni del post consumo veniva “aggiunta” nel granulo per ridurre gli scarti da portare in discarica e abbassare il costo del granulo. Un prodotto così squalificato che prospettive può avere oggi? Forse abbiamo perso tempo prezioso perché oggi si intravedono alcuni problemi non facili da risolvere: Il mercato cinese probabilmente non tornerà indietro, accettando di diventare ancora la pattumiera del mondo, né sotto forma di balle di materie plastiche né di polimeri riciclati da post consumo di bassa qualità. Con il passare degli anni, Pechino aumenterà la quota di raccolta differenziata e avrà a disposizione sempre più materia prima per produrre i polimeri da post consumo che ha sempre comprato in Occidente sotto forma di rifiuto, macinato o granulo. Il governo sta andando verso una politica di economia circolare in tutti i settori sociali, che sia nell’ambito dei rifiuti, delle energie rinnovabili e del controllo dell’inquinamento.I produttori occidentali non hanno investito abbastanza e in tempo per aumentare la qualità dei polimeri da post consumo, attraverso ricette, metodi selettivi, accordi tecnici con i produttori di prodotti del packaging, che riducessero i problemi prestazionali che l’input da genera, puntando solo a minimizzare i costi di produzione, per avere un prezzo sempre più competitivo che svuotasse ogni mese il loro magazzino delle materie prime. Si è considerata quasi esclusivamente l’importanza della quantità e ben poco alla qualità del prodotto. L’economia circolare funziona se le materie plastiche riciclate potranno competere sempre più con quelle vergini nell’uso su larga scala, ma se la qualità rimane molto distante, non c’è prezzo o obbligo nell’uso che ne permetta una grande diffusione. Finché il rating, che il mercato dà ai polimeri realizzati con il materiale da post consumo, rimane a livello “spazzatura”, sarà difficile ipotizzare un vero incremento dei consumi.La variabile del prezzo del greggio, con i ribassi mai visti fino ad oggi che sembrerebbe possano mantenersi nel breve periodo, spinge la competizione economica tra le materie prime vergini e le materie riciclate, portando ad una forte discriminante all’uso di quest’ultima. Nemmeno i polimeri da post consumo di più alta qualità, come per esempio l’HDPE da soffiaggio o estrusione, riuscirebbero a reggere un confronto commerciale con i polimeri vergini, se non ci fosse, in alcuni casi per questioni di marketing, l’obbligo all’uso delle materie prime riciclate.Categoria: notizie - plastica - economia circolare - riciclo - rifiuti - polimeri post consumoVedi maggiori informazioni sul riciclo
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La Gestione dei Rifiuti nel MedioevoA partire dal 1200 d.C. nacque l’esigenza di regolare nelle città il problema degli rifiuti domestici e produttividi Marco ArezioA partire dal Medioevo gli agglomerati urbani che crescevano sulla spinta di interessi commerciali, religiosi, produttivi o politici, iniziavano ad affrontare il problema della gestione dei rifiuti, in città di piccole dimensioni ma molto popolose. In “fai da te” non era più una soluzione accettabile. Quando parliamo di rifiuti ci vengono in mente subito immagini come la plastica, la carta, il vetro, il metallo delle lattine e gli scarti alimentari, che costituiscono il mix dei consumi degli imballi moderni. Niente di tutto questo nel medioevo, in quanto, per le tipologie di materie prime a disposizione e per l’abitudine ad usare un modello di economia circolare, che noi stiamo riscoprendo solo ora, che puntava al riutilizzo di tutto quello che si poteva riutilizzare, i rifiuti erano differenti. In cucina si buttava veramente poco, sia come materie prime fresche che come cibi avanzati, i quali, erano ricomposti abilmente in altre forme di alimentazione. Da qui nasce la caratterizzazione della “cucina povera” fatti di elementi freschi che venivano dalla campagna, che seguivano le stagioni, con cui si realizzano piatti non raffinati ma essenziali. Le materie prime di cui disponevano le persone erano fatte principalmente di legno, ceramica, stoffe, coccio, rame per le pentole e ferro per altre attrezzature. Tutte queste tipologie di materiali, a fine vita andavamo eliminate. Inoltre, in quel periodo, esisteva anche il problema dello smaltimento delle deiezioni, che costituivano un pericolo principalmente di tipo sanitario oltre che di decoro. Nelle città, per un certo periodo, si producevano anche prodotti come il pellame e il cuoio che creavano scarti solidi e liquidi altamente inquinanti e maleodoranti i quali creavano grandi problemi igienico-sanitari, tanto che poi, come vedremo più avanti, si decise di delocalizzare queste attività fuori dai centri urbani. Tutti questi rifiuti solidi venivano abbandonati lungo le strade, giorno dopo giorno, creando problemi per la salute della popolazione residente e di decoro per le città che incominciavano ad attrarre viandanti per affari o pellegrini per attività religiose. I rifiuti liquidi delle attività artigianali venivano smaltiti nei fossi, nei fiumi o nei campi direttamente senza troppi riguardi. A partire dal XII secolo d.C. la crescita demografica e artigianale delle città faceva nascere la voglia di primeggiare dal punto di vista dell’importanza sociale e della bellezza architettonica, mettendo in competizione una città con l’altra. Il miglioramento dell’aspetto estetico dei centri abitati doveva passare anche sulla riqualificazione delle strade cittadine che non potevano più ospitare ogni sorta di liquame, rifiuto e scarto di cui la cittadinanza si voleva disfare. Nasce così a Siena, per esempio, l’ufficio della “Nettezza Pubblica”, situato in piazza del Campo che, a partire dal 9 Ottobre 1296, iniziò ad appaltare la pulizia delle aree cittadine per la durata di un anno. L’appalto consisteva, non solo della pulizia delle strade con il diritto di trattenere tutti i rifiuti considerati in qualche modo riutilizzabili, ma anche la pulizia delle aree dei mercati con l’acquisizione della proprietà delle granaglie di scarto. Inoltre il comune affidava all’appaltatore una scrofa con i suoi piccoli, che lo aiutassero nella pulizia di ciò che era commestibile per i maiali. Per quanto riguarda le attività artigianali, la prima forma di regolamentazione della gestione dei rifiuti produttivi la troviamo nelle Costituzioni di Melfi, emanate nel 1231 da Federico II, che costituivano la prima raccolta di leggi in materia sanitaria. In particolare imponeva lo spostamento di produzioni nocive per la popolazione, come la concia delle pelli o la produzione di cuoio, all’esterno delle aree abitate. In altre zone geografiche, come a Friburgo, città medioevale fondata nel 1120, importante centro dell’area Germanica, vennero realizzati numerosi canali in cui era severamente vietato riversare immondizie da parte dei cittadini. Gli scarti solidi, prodotti dalle case e dalle attività artigianali, dovevano essere conferiti ai centri di raccolta stabiliti dalle autorità che, poi, provvedevano allo smaltimento gettandoli nel fiume Dreisam. Il sistema però, non sembrava realmente funzionare, in quanto i cittadini, il più delle volte gettavano i rifiuti nei vari canali evitandosi la strada verso i centri di raccolta.Categoria: notizie - storia - economia circolare - riciclo - rifiuti
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La plastica non riciclabile nei forni delle cementerie: siamo sicuri?Se i termovalorizzatori nascono per utilizzare correttamente l’End of Waste, le cementerie lasciano molti dubbidi Marco ArezioNell’ottica dell’economia circolare, lo scarto dei prodotti del riciclo plastico, che per sua composizione chimica non può essere utilizzato, ha una valenza termica come combustibile. Ma se l’End of Waste non può essere riciclato è perché è composto da un mix di scarti plastici che, se bruciati nei forni, determinano l’emissione di sostanze tossiche che non devono essere immesse in atmosfera. Per questo sono nati i termovalorizzatori. Gli impianti di termovalorizzazione sono progettati, costruiti e destinati alla combustione dell’End of Waste, tenendo in considerazione il processo chimico di trasformazione delle varie plastiche sotto l’effetto del calore. Questo processo comporta la produzione di fumi nei quali sono contenute sostanze pericolose per l’uomo e l’ambiente che, un impianto nato per questo lavoro, gestisce in modo corretto, con l’obbiettivo di abbattere le sostanze dannose. E’ una pratica comune però, destinare una parte dell’End of Waste anche agli impianti di produzione del cemento, che lo utilizza come comburente per i propri forni a prezzi contenuti, ma attraverso impianti che non sono stati progettati specificatamente per lo smaltimento dei rifiuti. Ma cos’è l’End of Waste? Nelle corrette politiche di gestione dei rifiuti urbani ci sono due categorie di scarti che vengono raccolti e trattati in modo diverso e con scopi diversi: I rifiuti organici, che produciamo quotidianamente nell’ambito domestico, che vengono conferiti nei centri di raccolta dei rifiuti differenziati. Questi prodotti vengono trattati per la produzione di biogas, fertilizzante, anidride carbonica per uso anche alimentare ed energia elettrica. I rifiuti urbani, sotto forma di plastiche miste, che vengono selezionati per tipologia di plastica e avviati al riciclo trasformandoli in scaglie, densificati e polimeri. Nell’ambito della selezione delle frazioni di plastica emergono alcune famiglie, le cui caratteristiche non si prestano ad una selezione meccanica come, per esempio, i poli accoppiati, plastiche formate da famiglie di polimeri differenti tra loro ed incompatibili. Quando una plastica, alla fine del suo ciclo non è recuperabile in modo meccanico, può assumere una importante valenza termica creando un materiale comburente, di caratteristiche caloriche decisamente apprezzabili, che aiuta, attraverso il suo utilizzo, a continuare il cammino dell’economia circolare. Infatti, oltre a non mandare in discarica questa frazione di plastiche miste, che in termini di volume annuo è decisamente importante, possiamo risparmiare l’utilizzo di risorse naturali derivanti dal petrolio. Con l’End of Waste si alimentano oggi principalmente centrali elettriche e cementifici. L’utilizzo di questo rifiuto nelle centrali elettriche ha ridotto la dipendenza anche verso il carbone, carburante fossile con un tenore di inquinamento molto elevato e responsabile di problemi legati alla salute dei cittadini che vivono nelle vicinanze delle centrali. La produzione di energia elettrica, attraverso l’End of Waste, ha permesso di calibrare la progettazione degli impianti rispetto al prodotto che serve come combustibile, creando un’alta efficienza ecologica rispetto ad altri sistemi. Nel nord Europa la produzione di energia attraverso la combustione di rifiuti plastici non riciclabili, risulta un buon compromesso tra risultato tecnico e ambientale. Il secondo ambito di utilizzo del carburante derivato dall’ End of Waste riguarda l’uso nelle cementerie, che lo impiegano per alimentare i forni per la produzione di clinker. Secondo uno studio fatto Agostino di Ciaula, gli impianti per la produzione di clinker/cemento non sarebbero adeguati, dal punto sanitario, ad impiegare questo tipo di rifiuto plastico. In base a queste ricerche, l’impiego dell’End of Waste nei cementifici, in sostituzione di percentuali variabili di combustibili fossili, causa la produzione e l’emissione di metalli pesanti, tossici per l’ambiente e dannosi per la salute umana. Queste sostanze quando emesse nell’ambiente, sono in grado di determinare un aumento del rischio sanitario per i residenti a causa della loro non biodegradabilità (persistenza nell’ambiente), della capacità di trasferirsi con la catena alimentare e di accumularsi progressivamente in tessuti biologici (vegetali, animali, umani). È stato dimostrato che, per alcuni metalli pesanti (soprattutto quelli dotati di maggiore volatilità), il fattore di trasferimento di queste sostanze dal combustibile derivato da rifiuti alle emissioni dell’impianto, è di gran lunga maggiore nel caso dei cementifici, quando confrontati con gli inceneritori classici. Questo valore è significativamente superiore a quello rilevabile in seguito all’utilizzo di End of Waste in impianti progettati per questo scopo (Termovalorizzatori) e, negli stessi cementifici, in misura maggiore rispetto al solo utilizzo di combustibili fossili. Questo impiego è in grado di incrementare le emissioni nell’ambiente di diossine, PCB e altri composti tossici clorurati persistenti con conseguenze negative sulla salute umana. Fattori di trasferimento considerevolmente maggiori per i cementifici sono anche evidenti nel caso del cadmio, sostanza riconosciuta come cancerogeno certo (emissioni percentuali 3.7 volte maggiori nel caso dei cementifici) e del piombo (fattore di trasferimento percentuale 203 volte maggiore nel caso dei cementifici). Nonostante le misure tecnologiche di limitazione delle emissioni adottate dai cementifici, considerato l’elevato volume di fumi emessi da tali impianti, la quantità totale di Hg che raggiungerà l’ambiente sarà, comunque, tale da incrementare in maniera significativa il rischio sanitario dei residenti nei territori limitrofi. Limitando l’analisi al solo mercurio, è stato calcolato che ogni anno in Europa nascono oltre due milioni di bambini con livelli di mercurio oltre il limite considerato “di sicurezza” dall’OMS. Pur tralasciando l’incremento del rischio sanitario da emissione di metalli pesanti cancerogeni presenti nell’End of Waste (arsenico, cadmio, cromo, nichel), problemi altrettanto rilevanti derivano dalla presenza, concessa nel rifiuto stesso, di quantità rilevanti di piombo. Il fattore di trasferimento del piombo, dall’End of Waste alle emissioni, è circa 203 volte maggiore nei cementifici, rispetto agli inceneritori tradizionali, e i valori emissivi sono resi, nel caso dei cementifici, ancora più problematici da un volume medio di fumi emessi, circa cinque volte maggiore nei cementifici rispetto agli inceneritori classici. Anche per il piombo, come per gli altri metalli pesanti, il rispetto dei limiti di legge non è in grado di tutelare adeguatamente l’età pediatrica. L’esposizione a piombo, infatti, come quella da mercurio, inizia durante la vita fetale (in utero) e comporta un accumulo progressivo e irreversibile nell’organismo. Per limitarsi all’assunzione di piombo attraverso l’acqua potabile, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’assunzione di acqua con concentrazioni di piombo pari a soli 5 μg/L comporta un apporto totale di piombo che varia da 3.8 μg/giorno in età pediatrica a 10 μg/giorno per un adulto. Un altro problema riscontrato sono le emissioni di diossina, che anche se contenute all’1% è pur sempre una quantità da considerarsi ad alto rischio per la formazione e la conseguente emissione in atmosfera di diossine, (delle quali il cloro è precursore) e altri composti tossici clorurati, da parte dei cementifici che impieghino la co-combustione dell’End of Waste in sostituzione dei combustibili fossili. Le alte temperature presenti in alcuni punti del ciclo produttivo di questi impianti favoriscono la disgregazione delle diossine. Tuttavia, evidenze scientifiche mostrano con chiarezza come, sebbene le molecole di diossina abbiano un punto di rottura del loro legame a temperature superiori a 850°C, durante le fasi di raffreddamento, (nella parte finale del ciclo produttivo la temperatura scende sino a circa 300°C) esse si riaggregano e si riformano, comparendo di conseguenza nelle emissioni. Rapporti SINTEF e pubblicazioni scientifiche internazionali, documentano la produzione di diossine e di naftaleni policlorurati da parte di cementifici con pratiche di co-combustione e, un recente studio, ha dimostrato quantità considerevoli di diossine nella polvere domestica di case localizzate nei territori limitrofi a cementifici con co-combustione di rifiuti. La Convenzione di Stoccolma richiede la messa in atto di tutte le misure possibili utili a ridurre o eliminare il rilascio nell’ambiente di composti organici clorurati (POPs) e, i cementifici con co-combustione, di rifiuti sono esplicitamente menzionati in essa. Inoltre, anche quando le emissioni di diossine siano quantitativamente contenute, l’utilizzo di combustibile derivato da rifiuti plastici, può generare la produzione e l’emissione di ingenti quantità di PCB (concentrazioni migliaia di volte superiori), composti simili alle diossine in termini di pericolosità ambientale e sanitaria. Le diossine sono composti non biodegradabili, persistenti nell’ambiente con una lunga emivita (che per alcuni congeneri arriva a superare il secolo), trasmissibili con la catena alimentare e, soprattutto, bio-accumulabili. La Environmental Protection Agency (USA EPA) ha recentemente ricalcolato il livello giornaliero di esposizione a diossine considerato non a rischio per l’organismo umano, che è pari a 0.7pg (0.0007ng) di diossine per Kg di peso corporeo.Categoria: notizie - plastica - economia circolare - rifiuti - termovalorizzatoriApprofondisci l'argomento
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Quando la plastica ti salva la vitaPlastica ed Economia Circolare: oltre i pregiudizi, verso una lettura tecnica e consapevole Autore: Marco ArezioArticolo originale: Marzo 2020Aggiornamento: Marzo 2026 Categoria: Economia circolare – Materie plastiche – Sostenibilità Introduzione: quando l’emozione prende il posto dell’analisi Negli ultimi anni la plastica è diventata, nell’immaginario collettivo, il simbolo per eccellenza dell’inquinamento globale. Le immagini di oceani invasi dai rifiuti, di animali intrappolati o di microplastiche nei pesci hanno costruito una narrazione potente, capace di generare indignazione immediata ma spesso incapace di favorire una comprensione profonda del problema. Il punto non è negare l’esistenza di un impatto ambientale reale, ma distinguere tra causa e conseguenza. La plastica, infatti, non nasce come rifiuto: diventa rifiuto quando viene gestita male. Questo passaggio, apparentemente banale, è invece il cuore di una riflessione tecnica che troppo spesso viene ignorata nel dibattito pubblico. La plastica: da materiale strategico a capro espiatorio Se osserviamo con attenzione la nostra quotidianità, emerge con chiarezza un dato difficilmente contestabile: la plastica è ovunque. Non solo negli imballaggi, ma nei dispositivi medici, nei sistemi di isolamento degli edifici, nei componenti delle automobili, negli strumenti elettronici, nelle infrastrutture energetiche. Ridurre questo materiale alla sola immagine di una bottiglia abbandonata o di un sacchetto trasportato dal vento significa ignorare decenni di innovazione tecnologica. È come giudicare l’intera industria siderurgica sulla base di una carcassa arrugginita. La plastica è stata una delle più grandi rivoluzioni industriali del Novecento: leggera, resistente, modellabile, economicamente accessibile. Ha permesso di ridurre i consumi energetici nei trasporti, migliorare la conservazione degli alimenti, aumentare la sicurezza in ambito sanitario. In altre parole, ha contribuito in modo significativo al miglioramento della qualità della vita. Il vero problema: sistemi di gestione incompleti e disomogenei Quando si analizza il tema con strumenti tecnici, emerge un quadro molto diverso da quello spesso raccontato. Il problema principale non è la produzione della plastica, ma la sua gestione a fine vita. Dalla seconda metà del Novecento sono state prodotte oltre 8 miliardi di tonnellate di materie plastiche. Di queste, solo una frazione relativamente limitata è stata effettivamente riciclata. Il resto si è accumulato in discarica, è stato incenerito o, nei casi peggiori, disperso nell’ambiente. Ma questo dato non racconta un fallimento del materiale. Racconta piuttosto un deficit infrastrutturale globale: sistemi di raccolta insufficienti, impianti di selezione non adeguati, mancanza di investimenti nelle tecnologie di recupero e, soprattutto, una scarsa diffusione di comportamenti responsabili. In molti Paesi emergenti, ad esempio, la raccolta differenziata è ancora assente o limitata alle aree urbane più sviluppate. In questi contesti, qualsiasi materiale — plastica, metallo, carta — rischia di diventare un rifiuto disperso. Esempi concreti: quando la gestione funziona (e quando no) Per comprendere meglio la differenza tra materiale e sistema, è utile osservare alcuni casi reali. In diversi Paesi del Nord Europa, come Germania o Paesi Bassi, i sistemi di raccolta e riciclo delle plastiche raggiungono livelli di efficienza molto elevati. Qui, grazie a una combinazione di infrastrutture avanzate, normative stringenti e partecipazione dei cittadini, la plastica post-consumo viene recuperata, selezionata e reimmessa nei cicli produttivi in modo sistematico. Al contrario, in molte aree del Sud-Est asiatico o dell’Africa subsahariana, la mancanza di infrastrutture rende impossibile una gestione efficace dei rifiuti. È in questi contesti che si genera la maggior parte della dispersione ambientale che poi alimenta le immagini simbolo dell’inquinamento globale. Questo confronto evidenzia un punto cruciale: la plastica non è intrinsecamente inquinante. Diventa tale quando il sistema che la circonda non è in grado di gestirla. Riciclo: limiti reali e nuove opportunità tecnologiche Un’altra semplificazione diffusa riguarda il riciclo. Spesso viene presentato come soluzione definitiva, oppure al contrario come pratica inefficace. La realtà è più complessa. Il riciclo meccanico, oggi dominante, è limitato da fattori tecnici ben noti: degradazione delle catene polimeriche, contaminazioni, perdita di proprietà meccaniche. Questo fenomeno, noto come downcycling, rende difficile un riutilizzo infinito del materiale nelle stesse applicazioni. Negli ultimi anni, tuttavia, si stanno affermando tecnologie di riciclo chimico che consentono di scomporre i polimeri nei loro componenti di base, permettendo la produzione di materiali con caratteristiche comparabili a quelle vergini. Pirolisi, depolimerizzazione e solvolisi rappresentano alcune delle soluzioni più promettenti. Il limite, oggi, non è tanto tecnologico quanto economico e normativo: servono investimenti, scale industriali adeguate e un quadro regolatorio stabile che favorisca l’integrazione di queste tecnologie nelle filiere esistenti. Il ruolo della plastica nella transizione sostenibile Paradossalmente, la plastica è anche uno degli strumenti fondamentali per la transizione ecologica. Nei settori dell’energia rinnovabile, dell’efficienza energetica e della mobilità sostenibile, i materiali polimerici svolgono un ruolo centrale. Pensiamo alle pale eoliche, ai pannelli fotovoltaici, ai componenti leggeri per i veicoli elettrici o ai sistemi di isolamento termico negli edifici. Eliminare la plastica senza alternative equivalenti significherebbe, in molti casi, aumentare il consumo di risorse e le emissioni. Anche in ambito sanitario, l’esperienza recente ha dimostrato quanto questi materiali siano essenziali. Dispositivi di protezione individuale, contenitori sterili, strumenti monouso: senza plastica, la gestione delle emergenze sanitarie sarebbe stata molto più complessa. Cultura e responsabilità: il vero cambio di paradigma Il nodo centrale resta quindi culturale. Non basta innovare le tecnologie o migliorare le infrastrutture: è necessario sviluppare una consapevolezza diffusa lungo tutta la filiera, dal produttore al consumatore. Questo significa progettare prodotti più facilmente riciclabili, ridurre le contaminazioni nei flussi di rifiuto, incentivare l’uso di materie prime seconde e promuovere comportamenti responsabili. Significa anche evitare approcci ideologici. Demonizzare un materiale non porta a soluzioni efficaci. Al contrario, rischia di spostare il problema altrove, senza risolverlo. Conclusione: dalla colpa alla responsabilità Attribuire alla plastica la responsabilità dell’inquinamento significa semplificare un problema complesso. La plastica è uno strumento, e come tale può essere utilizzata bene o male. La vera sfida non è eliminarla, ma gestirla in modo intelligente, integrandola in un sistema circolare capace di valorizzarne le caratteristiche e ridurne gli impatti. In questa prospettiva, la plastica del futuro non sarà diversa da quella del passato per natura, ma per contesto: inserita in filiere efficienti, tracciate e sostenibili. FAQ La plastica è sempre dannosa per l’ambiente? No. Diventa dannosa quando viene dispersa o gestita in modo scorretto. In sistemi efficienti può essere recuperata e riutilizzata. Perché si ricicla solo una piccola parte della plastica? A causa di limiti infrastrutturali, tecnici ed economici: raccolta inefficiente, contaminazione dei rifiuti e costi del riciclo rispetto al materiale vergine. Il riciclo chimico è la soluzione definitiva? È una tecnologia promettente, ma non ancora diffusa su larga scala. Deve integrarsi con il riciclo meccanico, non sostituirlo completamente. Eliminare la plastica risolverebbe il problema ambientale? No. Molti prodotti alternativi hanno impatti ambientali uguali o superiori se analizzati lungo l’intero ciclo di vita. Qual è il ruolo dei cittadini? Fondamentale: una corretta raccolta differenziata e comportamenti responsabili migliorano l’efficienza dell’intero sistema. Fonti e riferimenti tecnici European Commission – Plastics Strategy and Circular Economy Action Plan OECD – Global Plastics Outlook Ellen MacArthur Foundation – The New Plastics Economy PlasticsEurope – Plastics – the Facts IEA (International Energy Agency) – Material efficiency and plastics ISO 15270: Plastics – Guidelines for the recovery and recycling of plastics waste
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Recupero delle Materie Prime Strategiche dai RAEE: Una Sfida per l’Economia CircolareCome l’Italia può valorizzare il riciclo dei rifiuti elettronici per ottenere oro, terre rare, e altri materiali critici, riducendo la dipendenza estera e promuovendo la sostenibilitàdi Marco ArezioL’industria moderna dipende in modo sempre più significativo dalle materie prime critiche, elementi fondamentali per lo sviluppo di tecnologie avanzate come batterie, semiconduttori, pannelli solari e display. Tuttavia, l’accesso limitato a queste risorse pone sfide strategiche per l’industria italiana ed europea. Con un livello di importazione che raggiunge il 90%, diventa cruciale sviluppare soluzioni per ridurre la dipendenza dall’estero e garantire la sicurezza dell’approvvigionamento. La situazione attuale: una dipendenza rischiosa La dipendenza dell’Italia e dell’Europa da fornitori esterni, in particolare dalla Cina, rappresenta un rischio economico e geopolitico. Secondo il rapporto curato dal Gruppo Iren e The European House – Ambrosetti, nel 2023 l’Europa ha registrato una dipendenza di circa 2,7 miliardi di euro per le materie prime critiche, un dato in costante crescita. Questo scenario mette in evidenza la vulnerabilità dell’industria europea, che rischia di perdere competitività sui mercati globali. In Italia, le materie prime critiche contribuiscono per il 32% al PIL, generando un valore di circa 690 miliardi di euro. Tuttavia, solo una minima parte dei materiali contenuti nei rifiuti tecnologici, come i RAEE, viene recuperata. La percentuale di riciclo si ferma al 38%, lasciando spazio a un enorme potenziale inutilizzato. La sfida dei RAEE: un tesoro da recuperare I RAEE, ovvero i Rifiuti da Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche, rappresentano una risorsa fondamentale per recuperare materie prime critiche come oro, argento, rame e terre rare. Attualmente, l’Italia e l’Europa si trovano a gestire questa risorsa in modo inefficiente, con una filiera del riciclo frammentata e poco integrata. Secondo lo studio, migliorare la gestione dei RAEE potrebbe ridurre significativamente la dipendenza estera, creando al contempo nuove opportunità economiche e occupazionali. Quattro strategie per una transizione sostenibile Per rispondere a queste sfide, il rapporto propone quattro strategie chiave: Esplorazione mineraria e partnership internazionali La creazione di accordi con paesi ricchi di risorse naturali, in particolare in Africa, rappresenta una soluzione strategica per diversificare le fonti di approvvigionamento. Collaborazioni bilaterali mirate potrebbero garantire accesso a risorse fondamentali in modo più stabile e sostenibile. Riciclo e valorizzazione dei materiali secondari L’innovazione tecnologica è cruciale per migliorare i processi di recupero dai rifiuti tecnologici. Ad esempio, sviluppare tecnologie più efficienti per il trattamento dei RAEE consentirebbe di estrarre e riutilizzare materiali critici con minore impatto ambientale rispetto all’estrazione primaria. Infrastrutture logistiche e filiere integrate Potenziare la logistica e la trasparenza delle catene di approvvigionamento rappresenta un passo fondamentale per ottimizzare il recupero e il riutilizzo dei materiali. Sistemi integrati potrebbero facilitare la raccolta, il trattamento e il trasporto dei RAEE, migliorando l’efficienza complessiva del processo. Valorizzazione economica dei materiali riciclati Per ridurre il gap con le materie prime vergini, è necessario rendere i materiali riciclati competitivi in termini di prezzo e prestazioni. Politiche di incentivazione e investimenti nella ricerca potrebbero accelerare questo processo, promuovendo una vera economia circolare. L’impatto economico e ambientale delle strategie proposte L’implementazione delle strategie delineate potrebbe generare benefici significativi su più livelli. Dal punto di vista economico, una gestione più efficiente delle materie prime critiche consentirebbe all’Italia di risparmiare circa 6 miliardi di euro l’anno, riducendo la dipendenza estera di un terzo entro il 2040. Questo risultato contribuirebbe anche a rafforzare la posizione competitiva dell’Italia nel contesto internazionale, in particolare rispetto alla Cina. Dal punto di vista ambientale, il miglioramento dei processi di riciclo e recupero porterebbe a una significativa riduzione delle emissioni di gas serra e dell’impatto ambientale associato all’estrazione primaria. Valorizzare i materiali secondari significa, infatti, ridurre la pressione sulle risorse naturali, promuovendo un modello di sviluppo più sostenibile. Un approccio sistemico: la chiave per il futuro Come evidenziato nel rapporto, affrontare la sfida delle materie prime critiche richiede un approccio sistemico. È necessario creare sinergie tra pubblico e privato, investendo in innovazione e infrastrutture per una gestione più efficiente delle risorse. Progetti pilota, politiche di incentivazione e una maggiore cooperazione a livello europeo sono strumenti indispensabili per realizzare una transizione efficace verso l’economia circolare. In conclusione, le materie prime critiche non rappresentano solo una sfida, ma anche un’opportunità per ridefinire il futuro dell’industria italiana ed europea. Investire nel riciclo, nell’innovazione e nelle partnership strategiche non è più un’opzione, ma una necessità per garantire la competitività e la sostenibilità a lungo termine.© Riproduzione Vietata
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Floricoltura: L'Importanza delle Lastre Bugnate in HDPE Riciclato per le FioriereCome le lastre bugnate in HDPE riciclato non solo preservano la struttura delle fioriere, ma migliorano anche la salute delle piantedi Marco Arezio Le fioriere sono elementi fondamentali per l’arredo degli spazi verdi, sia privati che pubblici. Tuttavia, per assicurare la loro durata nel tempo e garantire la salute delle piante, è essenziale proteggerle adeguatamente. Una delle soluzioni più efficaci in questo senso è l’utilizzo di lastre bugnate in HDPE (polietilene ad alta densità) riciclato, che offrono numerosi benefici sia a livello strutturale che botanico. Cosa sono le Lastre Bugnate in HDPE Riciclato? Le lastre bugnate sono fogli di plastica con una superficie irregolare, caratterizzata da piccole protuberanze distribuite uniformemente. Queste lastre sono solitamente prodotte in HDPE, un materiale plastico noto per la sua resistenza e longevità. L'HDPE riciclato è particolarmente apprezzato perché combina prestazioni eccellenti con un approccio sostenibile, riducendo l'impatto ambientale rispetto alla produzione di nuova plastica. Resistenza e Circolarità delle Lastre Bugnate Riciclate Uno dei principali vantaggi delle lastre bugnate in HDPE riciclato è la loro straordinaria resistenza e la loro capacità di integrarsi in un’economia circolare. - Resistenza Meccanica: Le lastre bugnate in HDPE sono estremamente resistenti agli urti, alla compressione e alla trazione. Questa caratteristica le rende particolarmente adatte a sopportare il peso del terreno e delle piante, nonché la pressione esercitata dalle radici in crescita. Inoltre, l’HDPE è resistente agli agenti chimici e ai raggi UV, garantendo che le lastre mantengano le loro proprietà nel tempo, anche quando esposte agli agenti atmosferici. - Circolarità e Sostenibilità: L’HDPE riciclato utilizzato per la produzione di queste lastre proviene da plastica post-consumo, riducendo così la necessità di nuove risorse e contribuendo a diminuire l’impatto ambientale. Inoltre, una volta terminato il ciclo di vita della lastra, essa può essere riciclata nuovamente, favorendo un ciclo produttivo più sostenibile e contribuendo all’economia circolare. - Mantenimento dell’Umidità: Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, le lastre bugnate non hanno una funzione drenante. Invece, contribuiscono a mantenere un livello ottimale di umidità nel terreno. Le protuberanze sulle lastre creano piccoli spazi che favoriscono la ritenzione idrica, assicurando che le radici delle piante possano accedere a una riserva d'acqua costante, particolarmente utile durante i periodi di siccità. - Protezione dalle Radici Invasive: Le radici delle piante, se non controllate, possono espandersi e danneggiare la struttura delle fioriere. Le lastre bugnate creano una barriera fisica che impedisce alle radici di penetrare nel materiale della fioriera, preservandone l'integrità e prolungandone la durata. - Isolamento Termico: Le fioriere esposte alle intemperie subiscono variazioni termiche significative, che possono influire negativamente sulle piante. Le lastre in HDPE offrono un buon isolamento termico, proteggendo le radici dalle temperature estreme e contribuendo a mantenere un ambiente più stabile all'interno della fioriera. - Protezione Strutturale: Le lastre bugnate aggiungono uno strato di protezione alle pareti delle fioriere, particolarmente utile se queste sono realizzate in materiali soggetti a usura, come il legno. Questo strato aggiuntivo aiuta a prevenire danni causati dall'umidità e dalla pressione delle radici, prolungando la vita delle fioriere. Vantaggi Botanici delle Lastre Bugnate in HDPE Riciclato Oltre ai benefici strutturali, le lastre bugnate in HDPE riciclato offrono numerosi vantaggi botanici, migliorando le condizioni di crescita per molte specie vegetali. - Ritenzione Idrica Ottimale: Le protuberanze delle lastre creano microspazi che trattengono l'umidità nel terreno, favorendo una distribuzione uniforme dell'acqua intorno alle radici. Questo è particolarmente vantaggioso per piante che necessitano di un'umidità costante, come le felci, le begonie e le impatiens. - Riduzione dello Stress Idrico: Durante i periodi di siccità o in condizioni di irrigazione irregolare, la capacità delle lastre bugnate di mantenere l'umidità nel terreno aiuta a ridurre lo stress idrico sulle piante. Specie come i gerani, le petunie e le piante tropicali coltivate in fioriera traggono notevole beneficio da questo aspetto. - Protezione delle Radici Delicate: Le lastre bugnate creano un ambiente stabile e protetto per le radici, prevenendo danni meccanici che potrebbero verificarsi durante il riempimento o lo spostamento delle fioriere. Piante con radici particolarmente delicate, come le orchidee e alcune specie di piante carnivore, beneficiano di questa protezione. - Promozione della Crescita Sana: Mantenendo un livello di umidità adeguato e proteggendo le radici dalle temperature estreme, le lastre bugnate favoriscono una crescita sana e vigorosa delle piante. Specie che richiedono un ambiente di coltivazione più controllato, come le erbe aromatiche (basilico, menta) e i piccoli frutti (fragole, lamponi), possono prosperare grazie a queste condizioni ottimali. Conclusioni L'uso di lastre bugnate in HDPE riciclato per la protezione delle fioriere non solo preserva l'integrità strutturale della fioriera stessa, ma offre anche significativi vantaggi per la salute delle piante. Grazie alla loro capacità di mantenere un'umidità costante nel terreno, proteggere le radici e fornire un ambiente termicamente stabile, queste lastre rappresentano una soluzione ideale per chi desidera creare condizioni ottimali per la coltivazione in fioriere. Optare per lastre bugnate in HDPE riciclato significa fare una scelta sostenibile, che tutela l'ambiente e assicura alle piante le migliori condizioni per crescere rigogliose e sane, contribuendo al contempo alla longevità delle fioriere.© Riproduzione Vietata
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I Giovani Commercialisti Abbracciano il Futuro Green: Una Professione in EvoluzioneSostenibilità, consulenza strategica e innovazione tecnologica ridefiniscono il ruolo dei commercialisti under 40di Marco ArezioNegli ultimi anni, il mondo professionale dei commercialisti sta vivendo una trasformazione significativa, e la sostenibilità è al centro di questo cambiamento. Con il crescente riconoscimento dell'urgenza di affrontare le problematiche ambientali, la sostenibilità non è più vista solo come una tendenza, ma come una componente strategica per il futuro delle professioni, inclusa quella dei commercialisti. Secondo diverse analisi del settore, una percentuale crescente di giovani professionisti considera la sostenibilità un campo di specializzazione prioritario, il che indica una chiara direzione verso un futuro più "green" e consapevole. La Sostenibilità Come Specializzazione del Futuro La domanda di competenze legate alla sostenibilità è in forte crescita, non solo nel settore industriale o nel campo della consulenza strategica, ma anche tra i commercialisti. In particolare, i giovani professionisti sembrano essere tra i principali promotori di questa tendenza. Oltre il 60% di coloro che hanno meno di 40 anni considerano la sostenibilità una delle aree su cui concentrarsi per offrire un valore aggiunto ai propri clienti. Questo orientamento si riflette anche nella crescente richiesta di consulenze su modelli economici sostenibili, efficienza energetica, riduzione delle emissioni di carbonio e ottimizzazione dei processi aziendali in ottica di economia circolare. Consulenza Strategica e Innovazione Tecnologica Oltre alla sostenibilità, la consulenza strategica e l'innovazione tecnologica rappresentano due ambiti chiave su cui i giovani commercialisti stanno costruendo le loro carriere. Questi professionisti sono chiamati a supportare le imprese nell'adozione di nuovi modelli di business che integrino pratiche sostenibili e digitalizzazione dei processi. La crescente complessità normativa e fiscale che circonda la sostenibilità ambientale richiede un expertise specifico, che solo chi si specializza in queste aree è in grado di fornire. Le Nuove Sfide: La Tecnologia e la Normativa La tecnologia, in particolare, rappresenta una sfida e un'opportunità. L'automazione dei processi contabili e fiscali, l'uso dell'intelligenza artificiale e il miglioramento della gestione dei dati sono tutti elementi che possono aumentare l'efficienza operativa e ridurre i costi, ma richiedono anche una preparazione adeguata. Inoltre, la complessità delle normative sulla sostenibilità, sia a livello nazionale che internazionale, impone ai commercialisti di tenersi costantemente aggiornati, in modo da fornire consulenze allineate con le normative vigenti e in grado di anticipare i cambiamenti futuri. Leadership e Consapevolezza: Un Nuovo Approccio Il passaggio verso una mentalità green non riguarda solo competenze tecniche, ma anche una nuova visione della leadership. I giovani commercialisti stanno assumendo ruoli sempre più centrali nel guidare il cambiamento all'interno delle organizzazioni. Sono loro i portatori di una consapevolezza collettiva della necessità di adottare strategie aziendali sostenibili che non solo rispondano alle richieste normative, ma che siano anche orientate a lungo termine verso un miglioramento complessivo della gestione delle risorse. Il Futuro della Professione: Una Visione Ottimista Mentre alcuni vedono nel cambiamento una sfida complessa da affrontare, molti giovani commercialisti abbracciano con entusiasmo le nuove opportunità offerte dal focus sulla sostenibilità. Essi vedono in questo approccio non solo una necessità dettata dalle circostanze, ma una reale occasione per differenziarsi e creare valore. Il futuro della professione sembra quindi essere fortemente legato a una visione integrata in cui sostenibilità, tecnologia e consulenza strategica lavorano insieme per offrire un servizio di alto livello, capace di rispondere alle esigenze sempre più sofisticate delle imprese moderne. In conclusione, i giovani commercialisti stanno ridefinendo il proprio ruolo nel mondo del lavoro. La sostenibilità, un tempo considerata una questione marginale, è ora al centro delle competenze richieste e delle opportunità future. Questo trend non solo cambia il modo in cui i commercialisti operano, ma contribuisce a plasmare un'economia più verde e resiliente, capace di rispondere alle sfide globali con soluzioni innovative e responsabili.
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Le migliori università europee per l’ingegneria ambientale: dove formarsi per un futuro sostenibileScopri perché gli istituti più prestigiosi attirano i talenti, quali opportunità di carriera attendono i laureati e quali aziende competono per assumere i migliori ingegneri ambientali in Europadi Marco ArezioL'ingegneria ambientale è un campo di studio in rapida espansione e di cruciale importanza nel contesto attuale, caratterizzato da crescenti sfide legate ai cambiamenti climatici, alla gestione delle risorse naturali e alla sostenibilità. L'Europa, con la sua ricca tradizione accademica e la forte attenzione alle politiche ambientali, ospita alcune delle migliori università al mondo che offrono programmi avanzati in ingegneria ambientale. In questo articolo, esamineremo alcune delle più prestigiose università europee in questo settore, spiegando perché sono così attrattive, quali prospettive di carriera offrono ai laureati e quali aziende competono per assicurarsi i migliori talenti. ETH di Zurigo (Svizzera) L'ETH di Zurigo, ufficialmente conosciuto come il Politecnico Federale di Zurigo, è costantemente classificato come una delle migliori università al mondo in ingegneria ambientale. Questa istituzione svizzera è nota per l'eccellenza accademica e la ricerca innovativa, soprattutto nei campi dell'energia sostenibile, della gestione delle risorse idriche e del controllo dell'inquinamento. Perché è famosa? L'ETH è rinomata per il suo approccio interdisciplinare e l'accesso a strutture di ricerca all'avanguardia. Il programma di ingegneria ambientale combina la teoria con un forte focus sulla pratica, rendendo i laureati particolarmente preparati ad affrontare le complesse sfide ambientali del futuro. La stretta collaborazione con aziende e governi a livello internazionale offre agli studenti un'opportunità unica di applicare le loro conoscenze in progetti reali. Prospettive di carriera e aziende principali I laureati dell'ETH sono molto ricercati da aziende come Siemens, ABB, e grandi aziende di consulenza ambientale come ERM e AECOM. Anche le organizzazioni internazionali e le agenzie governative svizzere offrono opportunità di lavoro di alto profilo. Prospettive di guadagno Dopo cinque anni di esperienza lavorativa, i laureati in ingegneria ambientale dell'ETH possono aspettarsi un salario medio di circa 85.000-100.000 CHF l'anno, con opportunità di crescita significative a seconda del settore e del ruolo. Imperial College London (Regno Unito) L'Imperial College London è uno dei principali istituti di ricerca scientifica e ingegneria nel Regno Unito e nel mondo. Il suo programma di ingegneria ambientale è tra i più completi, offrendo corsi che spaziano dalla gestione delle risorse idriche alla pianificazione urbana sostenibile. Perché è famoso? Imperial College è famoso per il rigore accademico e per l'elevato livello di ricerca scientifica. Il programma in ingegneria ambientale è noto per il suo approccio pragmatico e per le sue connessioni con l'industria. L'università ospita anche vari centri di ricerca dedicati alle energie rinnovabili, ai cambiamenti climatici e alla gestione dei rifiuti, fornendo agli studenti l'accesso diretto a ricerche all'avanguardia. Prospettive di carriera e aziende principali I laureati dell'Imperial College trovano impiego presso grandi multinazionali come Shell, BP, e Arup, nonché presso enti pubblici come il DEFRA (Department for Environment, Food & Rural Affairs). Anche aziende del settore della consulenza ambientale come WSP e Jacobs sono attivamente alla ricerca di neolaureati dall'Imperial. Prospettive di guadagno Dopo cinque anni di lavoro, i laureati possono guadagnare tra 60.000 e 85.000 GBP all'anno, con una crescita salariale più rapida per chi si muove verso ruoli dirigenziali o consulenze internazionali. Università tecnica di Delft (Paesi Bassi) L'Università tecnica di Delft (TU Delft) è una delle istituzioni più prestigiose d'Europa in ingegneria, con un forte focus sull'innovazione e la sostenibilità. Il programma di ingegneria ambientale dell'università è ben strutturato, con corsi specifici su tecnologie verdi, mitigazione del cambiamento climatico e pianificazione urbana sostenibile. Perché è famosa? La TU Delft è conosciuta per l'enfasi posta sulla ricerca applicata e per le sue strette relazioni con il settore industriale e le istituzioni governative. Gli studenti beneficiano di un'esperienza di apprendimento pratica e di una forte cultura di scambio internazionale, con molti programmi di cooperazione e stage in collaborazione con aziende europee e mondiali. Prospettive di carriera e aziende principali I laureati della TU Delft sono ambiti da società di ingegneria come Royal HaskoningDHV, Arcadis, e dalle autorità pubbliche nei Paesi Bassi e a livello europeo. Anche le aziende tecnologiche legate alle energie rinnovabili come Vestas e Ørsted sono frequenti destinazioni per i laureati in ingegneria ambientale. Prospettive di guadagno I laureati della TU Delft con cinque anni di esperienza possono guadagnare tra i 60.000 e i 75.000 EUR all'anno, con incrementi salariali significativi per chi lavora in settori di nicchia come le tecnologie verdi e le consulenze ambientali. Politecnico di Milano (Italia) Il Politecnico di Milano è una delle università tecniche più antiche e rinomate d'Italia e offre un eccellente programma di ingegneria ambientale, con particolare attenzione alla gestione delle risorse idriche, al trattamento dei rifiuti e all'energia sostenibile. Perché è famosa? Il Politecnico di Milano è noto per la qualità della sua formazione ingegneristica e per l'integrazione di tecnologia e sostenibilità. I programmi sono fortemente orientati al mercato del lavoro, con molte opportunità di stage presso aziende e enti pubblici italiani e internazionali. La vicinanza a distretti industriali all'avanguardia nel Nord Italia facilita inoltre l'accesso a risorse e reti professionali. Prospettive di carriera e aziende principali I laureati trovano impiego presso grandi aziende italiane e internazionali come Eni, Snam, Italferr, e presso enti pubblici e organizzazioni non governative attive nella sostenibilità e nell'ambiente. Anche aziende come Prysmian e Saipem sono tra le più attive nel reclutare neolaureati. Prospettive di guadagno Il guadagno medio dei laureati del Politecnico di Milano, dopo cinque anni di esperienza, varia tra 50.000 e 65.000 EUR all'anno, con possibilità di avanzamenti significativi in aziende multinazionali e ruoli di consulenza. Prospettive di carriera per i laureati in ingegneria ambientale Le prospettive di carriera per i laureati in ingegneria ambientale in Europa sono estremamente promettenti. Con l'urgente necessità di risolvere problemi legati al cambiamento climatico, alla scarsità delle risorse e all'inquinamento, le competenze in questo campo sono sempre più richieste. I laureati possono lavorare in diversi settori, tra cui: - Industria energetica (rinnovabili, petrolio e gas) - Consulenza ambientale (con particolare focus su sostenibilità, gestione delle risorse e conformità normativa) - Governi e organizzazioni internazionali (progettazione di politiche ambientali, regolamentazione e monitoraggio) - Aziende tecnologiche (sviluppo di soluzioni per l'energia pulita e la riduzione delle emissioni) Conclusione Le migliori università europee in ingegneria ambientale, come l'ETH di Zurigo, l'Imperial College London, la TU Delft e il Politecnico di Milano, offrono ai loro laureati una formazione di eccellenza e molte opportunità di carriera. Le prospettive per i neolaureati in questo settore sono eccellenti, grazie alla crescente domanda di soluzioni innovative per affrontare le sfide ambientali globali. Le aziende leader in ambito tecnologico, energetico e di consulenza si contendono questi talenti, offrendo remunerazioni competitive e opportunità di crescita significative. Dopo cinque anni di esperienza, i laureati possono aspettarsi stipendi che riflettono l'importanza cruciale delle loro competenze nel mondo del lavoro odierno.
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Economia circolare e bio edilizia: lo scarto del risoCome riconsiderare i prodotti vegetali di scarto per la bio-edilizia in un’ottica di economia circolaredi Marco ArezioE’ nato prima l’uovo o la gallina? Una battuta spiritosa che potrebbe essere applicata facilmente al binomio bio edilizia – economia circolare. Infatti possiamo dire che i due campi si alimentano vicendevolmente, mettendo il mercato dei rifiuti e degli scarti a disposizione dell’industria dei prodotti edilizi, per la creazione di manufatti sempre più green. Esiste infatti nel passato una vasta documentazione che descrive come l’uomo avesse sempre cercato di migliorare la salubrità e la vivibilità delle proprie abitazioni, sfruttando nel migliore dei modi quello che la natura gli metteva a disposizione, sia sotto l’aspetto ambientale che quello delle materie prime sulle quali poteva contare. La lenta evoluzione dei processi costruttivi e dei materiali, durante i secoli, ha visto un lento ma costante miglioramento delle performance abitative degli edifici costruiti, soprattutto quando vennero impiegati i mattoni, i vetri, gli isolamenti termici pur rudimentali, i sistemi fognari e molte altre innovazioni. Ma la svolta concreta è avvenuta durante del XIX secolo, quando la grande disponibilità di energia proveniente dalle fonti fossili, in coincidenza dei progressi tecnologici, creò una nuova forma di architettura, anche intesa come materiali, basata molto sulla futurizzazione della potenza industriale e sulla produzione in serie di elementi per l’edilizia. Questo trasformismo portò ad un allontanamento progressivo dalla centralità dell’ambiente e della natura nelle opere edili e nei suoi progetti. Intorno agli anni 70 dello scorso secolo, anche nel settore delle costruzioni iniziarono a crescere dei dubbi sulla sostenibilità dei materiali usati e sul metodo della cementificazione selvaggia che erodeva il suolo, inquinava l’ambiente e sperperava le risorse energetiche. Il processo che portò ad una nuova consapevolezza tra edilizia e ambiente si manifestò, lentamente, attraverso strade diverse: le crisi petrolifere causarono l’aumento del costo per scaldare le abitazioni, spingendo alla creazione dei primi isolanti termici, l’inquinamento urbano portò allo studio di nuove forme di sfruttamento dell’energia domestica, la crescita di una nuova coscienza ambientalista mise in discussione una serie di materiali difficilmente riciclabili. L’idea di una nuova circolarità nell’uso degli edifici e dei materiali che li compongono, rivoluzionò il sistema fin dalle fasi di progettazione, in cui vennero inseriti concetti come bioedilizia ed economia circolare dei rifiuti. Oggi, questo nuovo corso, gira intorno all’impatto ambientale dell’edificio, attraverso lo strumento dell’eco bilancio, che deve considerare tutte le fasi della vita della struttura, cioè significa analizzare l’impatto del costruito nella fase prima della sua realizzazione, durante la vita dell’edificio e dopo la sua esistenza, intesa come recupero dei materiali che lo hanno composto. Utilizzando la metodologia LCA (Life Cycle Assessment), adattata, non ai singoli prodotti, ma ad un edificio intero, si vuole fare una valutazione complessiva del progetto rispettando i seguenti parametri: Compatibilità: che consiste nella valutazione dell’opera nel contesto ambientale sotto il profilo economico, inteso come minori sprechi generali nel tempo. Benessere: inteso come integrazione dell’uomo in equilibro con la natura e le sue risorse. Riciclo e riuso: inteso come la ricerca di una costruzione, anche di tipo a secco, in cui gli elementi potrebbero essere smontati e riutilizzati facilmente a fine ciclo. Da questi concetti nascono nuove forme di ricerca che vogliono ripercorrere la circolarità dei materiali da impiegare, per realizzarne altri adatti alle costruzioni, cercando di minimizzare il prelievo delle materie prime dall’ambiente. In questo contesto si muovono i materiali, intesi come materie prime, che provengono dallo scarto della lavorazione del riso, riutilizzati come componenti eco compatibili, finalizzati alla realizzazione di nuovi elementi costruttivi. Per scarto del riso, possiamo identificare la parte che lo avvolge, denominata pula o lolla, che risulta dopo la lavorazione, tramite sbramatura (azione meccanica di pulitura del chicco di riso) del prodotto raccolto nel campo, il cui rifiuto incide dal 17 al 23% in peso. La lolla ha una consistenza molto dura e leggera, con una densità di circa 135-140 Kg./m3 ed ha ottime caratteristiche espresse nell’imputrescibilità e inattaccabilità dagli insetti. Essendo molto scarso l’apporto nutritivo del prodotto (3,3% di proteine e 1,1% di grassi) non viene generalmente impiegata come mangime per gli animali. Nel campo dell’arredamento, la lolla di riso viene utilizzata, in compound con delle resine, per creare un legno artificiale, adatto alla costruzione di darsene, pontili e arredo urbano esterno in virtù delle elevate proprietà impermeabili, di resistenza al sole, alla pioggia, alla salsedine e alla neve. Nel campo delle costruzioni abitative, la lolla di riso viene impiegata in alcuni processi produttivi: Massetti alleggeriti con spiccate doti di isolamento termo-acusticheMalte di intonaco e di finitura attraverso un mix di lolla di riso, inerti silicei ed argillaPitture da esterno composte da latte di calce e lolla di risoPannelli per pareti da interno ed esterno, per l’isolamento termo-acustico, composti da lolla di riso, ossido di magnesio e amido di soia con la funzione di legante. I prodotti composti dalla lolla di riso, dalla paglia e dalla calce sono leggeri, tenaci, con caratteristiche termiche e acustiche e traspiranti.Categoria: notizie - plastica - economia circolare - bioediliziaVedi maggiori informazioni sulla bioedilizia
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Il Packaging del Vino Francese Vira sulle Bottiglie in rPET?Un accordo storico tra due società per aiutare il settore vitivinicolo Francese ad affrontare la mancanza di vetroIl vino ha provato in passato ad uscire dalle solite bottiglie in vetro da 75 cc., entrando nel cartone per esempio, ma con risultati non eccelsi. Un imballo troppo diverso, anche visivamente, che non è piaciuto ai degustatori del nettare degli Dei, sollevando anche alcuni dubbi sulla qualità e durata del vino all’interno di questo packaging in cartone. Ora la Francia, famosa nazione per quantità e qualità del vino, vive la difficoltà nel reperire il vetro per le bottiglie tradizionali e, anche a causa dei costi saliti alle stelle, si è domandata come poter risolvere il problema. Così, due società specializzate nel packaging per il settore vitivinicolo e nelle soluzioni sostenibili per l’industria dell’imbottigliamento, hanno unito i loro sforzi per andare incontro alle aziende agricole Francesi che producono vino. La collaborazione tra Vinventios, azienda specializzata nella produzione di chiusure sostenibili per bottiglie, inserita nella filiera della produzione del vino in molti paesi del mondo e Packamama, azienda specializzata nella produzione di bottiglie per il vino in rPET, ha dato i suoi frutti sul mercato Francese. Le nuove bottiglie in rPET andranno a sostituire le classiche cilindriche in vetro, che tutti conosciamo, apportando, non solo una novità stilistica nella bottiglia, in quanto ovalizzata e non cilindrica, ma anche un messaggio forte dal punto di vista ambientale, utilizzando l’rPET, riciclato al 100%, che secondo Packamama, aiuterà le cantine ad abbattere la loro impronta di CO2. Inoltre, il PET riciclato per alimenti è certificato in Europa e negli USA, non reagisce ai cibi e alle bevande, non ha alcun impatto sul gusto ed è privo di PBA. Il vantaggio della bottiglia riciclata in rPET non è solo espresso nel miglioramento del marketing dell’imballo e nel vantaggio ambientale, passando dal vetro alla plastica, ma ha anche un grande vantaggio economico nei trasporti e, quindi, nel risparmio di costi e di carburante bruciato per la logistica. Infatti, secondo Packamama, la bottiglia in rPET, del tutto simile a quella in vetro, anche nel colore, pesa solo 63 gr. che corrisponde all’87% in meno di una di vetro, con risvolti evidenti sull’impronta carbonica nella logistica. Secondo Packamama la Francia sta vivendo una serie di coincidenze negative nel settore del vino, come la mancanza di bottiglie in vetro, i loro prezzi molto più altri che in passato e la disaffezione al vino da parte delle generazioni più giovani. Con la nuova bottiglia in rPET i prezzi del packaging saranno più competitivi, più stabili, il prodotto più sostenibile e più innovativo, andando incontro anche alle esigenze rivendicate dai giovani in termini di tutela ambientale. La carenza di bottiglie in vetro, che ha afflitto la Francia negli ultimi anni, è stata innescata dal fermo dei forni a causa del Covid 19, ma è poi proseguita per la ridotta produzione generale, anche a seguito del costo improponibile, per alcune aziende, dell’energia. Resiste, tuttavia, un certo disappunto da parte dei consumatori di vino meno giovani al cambio del vetro come materia prima per le bottiglie, essendo convinti che il vetro sia, nel suo complesso, più sostenibile e circolare della plastica.
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Gestione dei Rifiuti Tessili nei Paesi in Via di Sviluppo: Opportunità e Sfide per la SostenibilitàCome i paesi emergenti possono trasformare i rifiuti tessili in risorse per un futuro più sostenibiledi Marco ArezioLa gestione dei rifiuti tessili rappresenta una sfida cruciale nei paesi in via di sviluppo, un tema spesso trascurato nei dibattiti globali sulla sostenibilità. Ogni anno, enormi quantità di abiti usati provenienti dai paesi industrializzati arrivano nei mercati locali o, peggio, si accumulano in discariche improvvisate. Questo fenomeno comporta gravi conseguenze ambientali, economiche e sociali, ma offre anche l'opportunità di promuovere modelli innovativi di economia circolare. Le Implicazioni Ambientali dei Rifiuti Tessili L'accumulo incontrollato di tessuti, in particolare quelli sintetici, rappresenta una minaccia per gli ecosistemi locali. I tessuti non biodegradabili possono rimanere nell'ambiente per decenni, rilasciando microplastiche che si infiltrano nelle falde acquifere e nella catena alimentare. La combustione dei rifiuti, spesso utilizzata per ridurre il volume delle discariche, libera gas serra e sostanze tossiche, aggravando il cambiamento climatico e causando problemi di salute pubblica nelle comunità circostanti. Inoltre, le discariche improvvisate degradano il paesaggio e compromettono la biodiversità, minacciando la sopravvivenza di molte specie. Un Problema Che Non Può Più Essere Ignorato Paesi come il Ghana, il Kenya, il Bangladesh e l'India affrontano sfide specifiche legate ai rifiuti tessili, a seconda delle infrastrutture e delle condizioni socioeconomiche. In Ghana, il "Kantamanto Market" riceve grandi quantitativi di abiti usati, molti dei quali non sono riutilizzabili e finiscono per essere abbandonati in discariche, aggravando il degrado ambientale. In Kenya, la mancanza di politiche adeguate per regolare l'importazione di vestiti di scarsa qualità satura il mercato locale, danneggiando le filiere tessili indigene. In Bangladesh, l'afflusso di scarti tessili esteri si somma a un già elevato volume di rifiuti industriali, creando rischi per l'ambiente e per la salute pubblica. In India, infine, l'assenza di infrastrutture di riciclo e la scarsa consapevolezza portano a un accumulo incontrollato di rifiuti tessili, accentuando le disuguaglianze sociali. Soluzioni per una Gestione Sostenibile Nonostante la complessità del problema, esistono soluzioni promettenti per trasformare i rifiuti tessili in risorse utili. Un approccio integrato, che coinvolga governi, ONG, imprese e comunità locali, può portare a risultati significativi. Promozione dell’Economia Circolare L’economia circolare offre opportunità concrete per ridurre l’impatto ambientale dei rifiuti tessili. In Bangladesh, ad esempio, impianti di riciclo avanzati, finanziati da collaborazioni tra aziende globali del settore tessile e ONG internazionali, trasformano scarti industriali in fibre rigenerate pronte per nuove produzioni. In Kenya, molte cooperative femminili dedicate all’upcycling ricevono sostegno economico e formativo da ONG locali e programmi internazionali, come il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP). Queste iniziative non solo riducono i rifiuti, ma creano anche opportunità di lavoro e rafforzano le economie locali. Regolamentazione e Formazione I governi possono giocare un ruolo cruciale implementando normative che regolino l'importazione di vestiti usati e promuovano la qualità dei materiali. Parallelamente, campagne di sensibilizzazione e programmi di formazione possono incoraggiare consumi più consapevoli e preparare le comunità locali a sviluppare competenze legate al riciclo e all’upcycling. Collaborazione Internazionale: Un Imperativo La cooperazione tra paesi sviluppati e in via di sviluppo è un elemento chiave per affrontare questa crisi globale. I paesi industrializzati, principali esportatori di rifiuti tessili, devono assumersi la responsabilità di supportare le nazioni emergenti attraverso finanziamenti mirati a progetti di infrastrutture sostenibili, come impianti di riciclo e programmi di upcycling. Inoltre, il trasferimento tecnologico può accelerare l'adozione di metodi innovativi per il trattamento dei rifiuti, mentre la formazione è essenziale per sviluppare competenze locali in grado di gestire efficacemente queste risorse. Una maggiore trasparenza nei processi di esportazione, inclusa la tracciabilità dei materiali, è indispensabile per evitare l'invio di rifiuti non idonei, contribuendo a ridurre il carico ambientale sui paesi riceventi e promuovendo relazioni commerciali più etiche e sostenibili. Lezioni da Progetti di Successo Diversi progetti dimostrano che una gestione sostenibile dei rifiuti tessili è possibile. In Ghana, il "Kantamanto Market" è un esempio di resilienza, offrendo opportunità di lavoro grazie al riutilizzo e all’upcycling di abiti usati. In Bangladesh, la collaborazione con aziende globali ha permesso di sviluppare impianti di riciclo innovativi, mentre in Kenya le ONG lavorano con cooperative locali per promuovere pratiche sostenibili. Un Futuro Possibile La gestione dei rifiuti tessili nei paesi in via di sviluppo non è solo una sfida, ma anche un'opportunità. Attraverso investimenti in infrastrutture, politiche mirate e sensibilizzazione, è possibile ridurre l'impatto ambientale, migliorare le condizioni di vita delle comunità e creare economie più resilienti. Un approccio integrato, in linea con gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite, rappresenta la chiave per trasformare i rifiuti tessili in risorse per un futuro più sostenibile.© Riproduzione Vietata
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Aggregati Fini Riciclati nelle Malte Colorate: Innovazione Sostenibile e Prestazionale per l’Edilizia ContemporaneaVediamo le tecniche di produzione delle malte colorate con inerti fini riciclati, le differenze prestazionali rispetto alle malte tradizionali e le migliori soluzioni preconfezionate sul mercatodi Marco ArezioL’edilizia moderna è chiamata a una trasformazione profonda, guidata dalla crescente attenzione per l’ambiente, dall’urgenza di ridurre il consumo di risorse naturali e dall’evoluzione normativa verso la circolarità. In questo scenario, l’impiego di aggregati fini riciclati nelle malte colorate si sta affermando come una scelta virtuosa e innovativa, in grado di coniugare responsabilità ambientale, valore estetico e prestazioni tecniche. Ma come vengono prodotte queste malte? Quali sono le loro differenze rispetto ai prodotti tradizionali? E quali soluzioni sono oggi disponibili per imprese, progettisti e restauratori? Come si Producono le Malte Colorate con Inerti Riciclati Il processo produttivo delle malte colorate con aggregati fini riciclati inizia con il recupero selezionato di materiali da demolizione – calcestruzzo, laterizio, ceramica, vetro – che vengono frantumati, vagliati e puliti per ottenere una granulometria uniforme e priva di contaminanti. Questi inerti sono poi caratterizzati in laboratorio per verificarne porosità, resistenza, assorbimento d’acqua e compatibilità con i leganti. Durante la formulazione, gli aggregati riciclati vengono miscelati con calce idraulica, cemento o altri leganti (anche a base di calce aerea o pozzolane naturali), acqua e pigmenti minerali selezionati. Particolare attenzione è posta nella scelta dei pigmenti: essi devono garantire stabilità cromatica ed essere compatibili con le variazioni cromatiche e fisiche proprie degli inerti riciclati. Per migliorare la lavorabilità e la resa estetica, possono essere utilizzati additivi naturali e agenti fluidificanti. Dopo la posa, la malta subisce un ciclo di maturazione controllato, durante il quale si verificano resistenza, aderenza, stabilità cromatica e durabilità rispetto agli agenti atmosferici. La versatilità estetica è uno degli aspetti distintivi: la varietà di provenienza degli inerti e la possibilità di miscelarli con pigmenti di origine minerale permette di ottenere finiture uniche, con effetti materici, cromatici e tattili non replicabili dalle malte tradizionali. Questo rende le malte colorate con riciclato ideali sia per nuove architetture sostenibili sia per restauri di superfici storiche, dove si desidera ricreare texture antiche e cromie originali. Differenze Prestazionali: Riciclato vs Inerti Naturali Sul piano prestazionale, il confronto tra malte colorate con aggregati fini riciclati e quelle con inerti naturali mostra un quadro articolato. Le malte tradizionali, grazie all’omogeneità degli aggregati vergini, offrono generalmente una resistenza meccanica leggermente superiore e una minore porosità. Tuttavia, la ricerca più avanzata e l’esperienza di cantiere dimostrano che, grazie alla selezione attenta degli inerti e a una corretta progettazione della miscela, le malte con riciclato possono raggiungere performance del tutto soddisfacenti nella maggior parte delle applicazioni. L’assorbimento d’acqua e la porosità, più elevati nei riciclati, possono essere mitigati tramite trattamenti superficiali e una scelta accurata dei leganti, garantendo comunque resistenza a cicli di gelo/disgelo e durabilità nel tempo. Dal punto di vista estetico, le malte riciclate offrono una maggiore variabilità cromatica, sfruttata spesso come elemento distintivo, soprattutto in interventi dove è richiesto un effetto “materico” o la riproduzione fedele di finiture storiche. Infine, dal punto di vista ambientale, le malte con inerti riciclati apportano benefici tangibili: riducono il fabbisogno di materie prime vergini, valorizzano scarti di demolizione e limitano l’impatto ambientale legato all’estrazione e al trasporto degli inerti naturali. Le Malte Colorate Preconfezionate con Inerti Riciclati: Soluzioni e Marchi di Riferimento Sul mercato sono ormai disponibili numerose soluzioni preconfezionate che integrano inerti riciclati in percentuali significative, garantendo facilità d’uso, costanza qualitativa e risultati estetici elevati.Kerakoll, con Biocalce® Restauro Eco Malte, propone finiture traspiranti e compatibili con edifici storici, integrando inerti da ceramica e laterizio. Saint-Gobain Weber con Webercalce Natura Eco utilizza vetro riciclato, offrendo malte colorate performanti per interni ed esterni. Mapei propone Mape-Antique Eco Rinnova, specifica per il recupero sostenibile e conforme ai criteri CAM. A livello internazionale, si distingue la britannica LimeGreen con la linea Eco Mortar Colour Range, che valorizza aggregati riciclati locali per restauri e nuove architetture green. Queste soluzioni preconfezionate garantiscono resistenza, durabilità, stabilità cromatica e una sensibile riduzione dell’impatto ambientale, offrendo a progettisti e imprese la sicurezza di prodotti certificati, versatili e in linea con i più recenti standard di edilizia sostenibile. Prospettive e Conclusioni L’integrazione degli aggregati fini riciclati nelle malte colorate non è più una semplice tendenza, ma una realtà concreta che sta ridefinendo il modo di costruire e restaurare. L’innovazione nei processi produttivi, il miglioramento della qualità degli inerti riciclati e la disponibilità di soluzioni preconfezionate consentono di coniugare in ogni contesto prestazioni tecniche, resa estetica e rispetto per l’ambiente. Le malte colorate con aggregati riciclati, sostenute da normative e certificazioni ambientali sempre più stringenti, sono oggi un pilastro della transizione verso l’economia circolare in edilizia. E mentre il mercato evolve, cresce anche la sensibilità dei progettisti e dei clienti finali, sempre più consapevoli che la bellezza, la durabilità e la sostenibilità possono (e devono) convivere in ogni intervento sul costruito. © Riproduzione Vietata
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Economia circolare: il rifiuto non esiste – viva il rifiutoTogliamo dal vocabolario dell’economia circolare la parola rifiutodi Marco ArezioNon è un esercizio di lessico accademico, quello che vorrebbe che la parola Rifiuto scomparisse dal vocabolario per essere sostituita da –Risorsa– ma una provocazione che serve a farci capire come, in un periodo in cui le parole – Economia Circolare e Rifiuti – assumono un’importanza nella comunicazione generale, facciamo un pò di confusione e difficoltà a capirne i veri termini e le vere implicazioni. Il modello circolare di cui tanto si parla, non è solo quello di cercare di fare del nostro meglio, come cittadini, per avere una vita che sia più rispettosa dell’ambiente, quindi ridurre gli imballi, ridurre l’uso della plastica, razionalizzare gli spostamenti con i mezzi a con motori termici, regolare il riscaldamento o l’aria condizionata per evitare gli sprechi, razionalizzare l’uso dell’acqua, favorire negli acquisti le aziende che producono rispettando l’ambiente e sfavorire chi non lo fà. Potremmo citare molti altri comportamenti virtuosi da tenere, ma non dobbiamo dimenticarci che l’economia circolare si raggiunge attraverso una crescita culturale continua che può aiutare il nostro pianeta. Non ci dobbiamo accontentare dei piccoli gesti quotidiani, peraltro importantissimi, ma dobbiamo guardare, con la mente aperta, a come migliorare la nostra vita da cittadini “circolari“, perchè le idee di molti possono aiutare il sistema produttivo e distributivo. Nella filiera dell’economia circolare ci sono aree ancora trascurate e inespresse, a causa di deficit comunicativi, di una struttura manageriale e di una parte di consumatori che non hanno realmente compreso l’importanza degli argomenti trattati, di una errata scala dei valori in cui il denaro gioca un ruolo importante nelle scelte di tutti. Queste aree le troviamo in molti settori produttivi e distributivi su cui dovremmo lavorare meglio per dare un risultato più concreto al progetto comune di un’economia e di una vita meno impattante sull’ambiente. La prima cosa da fare è declassificare la parola rifiuto e riclassificarla come risorsa. La bottiglia dell’acqua che buttiamo non è un rifiuto, per fare un esempio banale, è la risorsa che permetterà alle aziende di produrre, nuovamente, altre bottiglie, indumenti, imbottiture per divani, articoli per il packaging senza intaccare le risorse naturali. La seconda cosa è la produzione di articoli con materiali che possano essere riciclati al 100%, non può più succedere che l’immissione sul mercato di un prodotto, un imballo per esempio, non tenga conto dei parametri di riciclabilità e possa costituire, per la collettività, un rifiuto che non sia una risorsa. La terza cosa, nell’era di internet super veloce, è la comunicazione circolare trasversale, che significa che lo scarto di produzione di un settore che non può essere riutilizzato nuovamente all’interno di esso, possa diventare una risorsa per atri settori. Le piattaforme web servono per comunicare anche, appunto, trasversalmente, informazioni in tempo reale che possano risolvere problematiche immediate e concrete. Ogni settore industriale è gravato da una parte di rifiuti di lavorazione che, nonostante accurate analisi, non può essere riutilizzato all’interno di esso, ma deve essere messo a disposizione di altri settori, in modo da poter scoprire le potenzialità del prodotto-rifiuto che può essere impiegato in campi differenti, così da creare una economia circolare trasversale. Per fare alcuni esempi, certamente non esaustivi, possiamo citare: Gli scarti del settore della carta potrebbero essere valorizzati nel settore della plastica Gli scarti della combustione del carbone potrebbero essere impiegati nel campo delle ceramiche Gli scarti della lavorazione delle pietre e delle demolizioni nel settore edile Gli scarti del vetro nell’arredamento e nel calcestruzzo I fanghi di alcune lavorazioni industriali possono essere impiegati in vari settori. Gli scarti di plastiche composite possono diventare polvere per compounds Gli scarti di alcuni rifiuti plastici non riciclabili da impiegare nel settore dei bitumi Ci sono molti altri esempi di settori che già si scambiano i rifiuti-risorse, ma il problema che i numeri sono decisamente bassi e molti dei prodotti descritti ed altri non citati, oggi, finiscono ancora in discarica e, a volte, anche per mancanza di comunicazione, che crea nuove opportunità e un nuovo modello circolare.Categoria: notizie - plastica - economia circolare - rifiutoVedi maggiori informazioni sul riciclo
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Notizie sul Legno Riciclato nel MondoTavole, bancali, segatura, blocchetti per pallets, biomasse, pavimenti, pannellature, pellets, arredamento, porte, isolanti in fibra riciclata e serramentidi Marco ArezioSul portale del riciclo rMIX puoi trovare offerte, richieste e notizie sul mondo del legno riciclato, sia sotto forma di materia prima che di prodotto semilavorato o finito. Il legno riciclato proviene dalla raccolta dello scarto che viene inviato al riciclo, mentre i prodotti finiti in legno riciclato sono recuperati da ristrutturazioni o cambio di destinazione d'uso.I prodotti principale trattati sono:travicapriatepavimentipannelliinfissimobiliassipalletspelletspackaging variobiomassescarti di lavorazioneCategoria: notizie - legno - economia circolare - riciclo - rifiuti
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Le Problematiche dei Materiali da Smaltire e Riciclare per Titolari di Cave e MarmistiNormative stringenti e consapevolezza ambientale stanno trasformando il settore della lavorazione delle pietre naturali di Marco ArezioNegli ultimi anni, il settore delle cave e della lavorazione del marmo ha affrontato problematiche crescenti riguardanti la gestione dei materiali da smaltire e riciclare. I titolari di cave e marmisti si trovano oggi in una situazione di incertezza e confusione, alimentata da normative sempre più stringenti e da una crescente consapevolezza ambientale.Questo articolo esplorerà le cause di questo caos, le implicazioni per il settore e le possibili soluzioni per una gestione più sostenibile e efficiente dei rifiuti derivanti dalla lavorazione della pietra. La Problematicità dei Materiali di Scarto La lavorazione del marmo e delle altre pietre naturali produce una quantità significativa di materiali di scarto. Questi scarti includono frammenti di pietra, polveri e fanghi derivanti dai processi di taglio e levigatura. Storicamente, gran parte di questi materiali è stata semplicemente smaltita in discariche, con scarsa considerazione per le conseguenze ambientali. Tuttavia, con l'aumento delle normative ambientali e delle pressioni sociali per pratiche più sostenibili, la gestione di questi rifiuti è diventata una questione critica. Normative Stringenti e Complessità Burocratiche Una delle principali fonti di confusione per i titolari di cave e marmisti è rappresentata dalle normative sempre più stringenti relative alla gestione dei rifiuti. Le leggi in materia di smaltimento e riciclaggio dei materiali da costruzione sono complesse e in continua evoluzione, con variazioni significative tra diverse regioni e paesi. Questo comporta un carico burocratico considerevole per le aziende, che devono investire tempo e risorse per conformarsi alle regolamentazioni. La mancanza di chiarezza e la frequente modifica delle leggi aggravano ulteriormente la situazione, creando un ambiente di incertezza che rende difficile pianificare a lungo termine. Impatti Economici e Ambientali La gestione inadeguata dei materiali di scarto ha impatti significativi sia dal punto di vista economico che ambientale. Economicamente, i costi associati allo smaltimento dei rifiuti possono essere elevati, specialmente se le aziende non adottano strategie efficaci per ridurre e riciclare i materiali di scarto. Inoltre, le multe e le sanzioni per il mancato rispetto delle normative possono rappresentare un peso finanziario considerevole. Dal punto di vista ambientale, il mancato riciclaggio e smaltimento corretto dei materiali di scarto può portare a problemi di inquinamento, degrado del suolo e contaminazione delle acque. I fanghi e le polveri derivanti dalla lavorazione delle pietre possono contenere sostanze chimiche pericolose che, se non gestite correttamente, possono avere impatti negativi sulla salute pubblica e sull'ecosistema. Soluzioni e Prospettive per il Futuro Nonostante le sfide, esistono diverse soluzioni che i titolari di cave e marmisti possono adottare per gestire in modo più efficiente e sostenibile i materiali di scarto. Una delle soluzioni principali è rappresentata dall'adozione di tecnologie avanzate per il riciclaggio dei rifiuti. Ad esempio, i fanghi possono essere trattati e trasformati in materiali utilizzabili per la costruzione o per altri scopi industriali, riducendo la quantità di rifiuti destinati alle discariche. Un'altra soluzione promettente è l'implementazione di pratiche di economia circolare, che mirano a mantenere i materiali in uso il più a lungo possibile, riducendo al minimo i rifiuti. Questo può includere la progettazione di prodotti che facilitano il riutilizzo e il riciclaggio dei materiali, nonché la collaborazione con altre industrie per trovare sbocchi commerciali per i materiali di scarto. Infine, è essenziale che le autorità pubbliche e le organizzazioni di settore lavorino insieme per semplificare le normative e fornire supporto alle aziende. Questo potrebbe includere la creazione di linee guida chiare e unificate, programmi di formazione e incentivi finanziari per le aziende che adottano pratiche sostenibili. Conclusioni Il caos che i titolari di cave e marmisti stanno affrontando riguardo ai materiali da smaltire e riciclare è un riflesso delle sfide più ampie legate alla gestione dei rifiuti nel contesto delle crescenti pressioni ambientali. Tuttavia, con l'adozione di tecnologie avanzate, pratiche di economia circolare e una collaborazione efficace tra settore pubblico e privato, è possibile trasformare queste sfide in opportunità. Un approccio più sostenibile alla gestione dei rifiuti non solo contribuirà a proteggere l'ambiente, ma potrà anche portare benefici economici significativi, rendendo il settore della lavorazione delle pietre più resiliente e innovativo.
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