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https://www.rmix.it/ - Tossicologia delle Materie Plastiche: gli Ftalati nei Plastificanti
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Tossicologia delle Materie Plastiche: gli Ftalati nei Plastificanti
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Tossicologia delle Materie Plastiche: gli Ftalati nei Plastificanti. Cosa dobbiamo sapere per una corretta gestionedi Marco ArezioCon l’avvento del polipropilene sul mercato, a seguito della scoperta fatta da Giulio Natta negli anni ’50 del secolo scorso, che gli valse il Nobel, i tradizionali prodotti da imballo in vetro e metallo, vennero rapidamente sostituiti dalle materie plastiche per maggiore leggerezza, sicurezza, gradevolezza ed economicità.  L’industria del packaging alimentare sperimentò diversi polimeri, tra i quali anche il PVC, usato sia nelle strutture rigide che nei film di protezione per la realizzazione degli imballi. I polimeri, tra cui anche il PVC, hanno bisogno di additivi per poterli modellare nella produzione, per renderli flessibili e, alle alte temperature, per evitarne la degradazione. La scelta dell’additivo da impiegare dipende dal polimero a cui si deve legare e dall’applicazione finale del prodotto che si intende realizzare. Il plastificante è un additivo largamente usato per realizzare gli imballi alimentari e deve avere caratteristiche precise e normate:• Chimicamente inerte • Facilmente miscelabile con il polimero • Non deve creare l’effetto essudazione, cioè la migrazione verso la superficie • Deve essere termosaldabile • Deve essere foto saldabile • Non deve essere volatile Tra i più comuni plastificanti troviamo gli Ftalati, famiglia di prodotti che sposa in modo egregio le richieste della catena produttiva e distributiva richieste ad un imballo. Gli Ftalati non si legano chimicamente al PVC ma agiscono da additivi creando le migliori condizioni affinché il polimero assuma una maggiore flessibilità. Le maggiori famiglie di Ftalati utilizzati nel PVC per la realizzazione degli imballi rientrano nelle sigle DEHP, DIDP e DINP, racchiudendo in esse diverse proprietà fisico-chimiche a seconda delle lunghezze delle catene alchiliche del gruppo funzionale estere. Le caratteristiche principali degli Ftalati sono:• Liposolubili • Poco solubili all’acqua • Inodori • Incolori • Volatili Gli Ftalati non li troviamo solamente negli imballi alimentari ma in moltissimi prodotti di uso comune come i giocattoli, gli indumenti impermeabili, gli interni delle auto, nei rivestimenti delle case, nelle gomme, negli adesivi, nei sigillanti, nelle vernici, nelle tende esterne, nei cavi, nei cosmetici, nei profumi, nei dispositivi medici come cateteri, sacche per trasfusioni e in molti altri prodotti. Proprio per la loro larghissima diffusione è importante sapere quali effetti sull’uomo potrebbe avere la diffusione non regolamentata degli ftalati nell’ambiente, in quanto sono prodotti che persistono nell’acqua, nell’aria e nel suolo, introducendosi nella catena alimentare animale e, di conseguenza, dell’uomo. I danni che posso causare all’uomo riguardano l’azione che gli Ftalati hanno come interferenti endocrini, che sono stati studiati già nel 2009 dalla Endocrine Society, che ha confermato gli effetti nocivi di questi interferenti endocrini nei sistemi fisiologicamente sensibili agli ormoni, quali:• Cervello • Testicoli e prostata nei maschi • Ovaie e utero per le femmine • Ghiandola pituitaria • Tiroide • Sistema cardiovascolare • Pancreas • Tessuto adiposo • Ghiandole mammarie • Sistema neuroendocrino dell’ippotalamo L’EFSA (European Food Safety Authority) nel 2019 ha ridefinito i limiti massimi di utilizzo di quattro dei cinque Ftalati più usati nei polimeri (DBP, BBP, DEHP e DINP) indicando la dose giornaliera massima tollerabile dall’uomo che corrisponde a 0,05 mg./Kg. corporeo. Questi dati tengono in considerazione l’utilizzo di polimeri vergini ma, in considerazione del ciclo di vita delle plastiche a fine vita nell’ambiente, con la possibilità che gli Ftalati possano trasferirsi nelle catene alimentari, sarebbe doveroso creare una catena di controllo sulla filiera. Per quanto riguarda la plastica riciclata, vista la facile diffusione di questi agenti chimici nell’ambiente, una maggiore perfomance in termini quantitativi del riciclo rispetto alla plastica vergine prodotta sarebbe un doveroso obbiettivo anche ambientale. Inoltre la trasformazione dello scarto plastico in una nuova materia prima, imporrebbe un controllo analitico delle sostanze chimiche all’interno della stessa, attraverso uno strumento di analisi come un gascromatografo abbinato ad uno spettrometro a mobilità ionica, che ne caratterizzi i componenti chimici che andranno sul mercato. Cosa comunque raccomandata anche nell’utilizzo di materia prima vergine ad uso alimentare, anche non direttamente correlata al packaging, per esempio i tubi in materia plastica per il trasporto dell’acqua potabile, prodotti secondo la norma UNI 1622, che riguarda odori e sapori del liquido trasportato, che potrebbero nel tempo rilasciare sostanze incompatibili con la salute dell’uomo.Categoria: notizie - tecnica - plastica - tossicologia - ftalati - imballi - packaging Vedi maggiori informazioni sulle materie plastiche

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https://www.rmix.it/ - Studio dei Process Oils da Fonti Rinnovabili e la loro Compatibilità con Gomme Sintetiche
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Studio dei Process Oils da Fonti Rinnovabili e la loro Compatibilità con Gomme Sintetiche
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Un’analisi tecnica sulle alternative sostenibili agli oli minerali nell’industria della gommadi Marco ArezioNell’industria della gomma sintetica, i process oils rappresentano un elemento invisibile ma decisivo. Questi oli non si limitano a rendere i compound più lavorabili: ne condizionano le proprietà dinamiche, la resistenza meccanica e persino la sostenibilità ambientale. Per lungo tempo, la produzione ha fatto affidamento quasi esclusivamente su derivati del petrolio, in particolare oli aromatici e paraffinici, la cui efficacia è stata comprovata da decenni di utilizzo. Tuttavia, le normative europee, unite alla crescente sensibilità ecologica, hanno spinto verso un ripensamento strutturale del settore. Da qui nasce l’interesse per i process oils di origine rinnovabile, derivati da oli vegetali o da biomasse, che promettono di unire compatibilità tecnica e responsabilità ambientale. Caratteristiche dei process oils tradizionali Gli oli minerali impiegati come plasticizzanti e fluidificanti hanno da sempre garantito un’ottima processabilità dei compound e una buona interazione con elastomeri come SBR, BR, NBR ed EPDM. Il loro ruolo consiste principalmente nel ridurre la viscosità durante la miscelazione, favorire la dispersione di filler rinforzanti e modulare le proprietà meccaniche del prodotto finale. Tuttavia, la presenza di composti policiclici aromatici (PAH), ritenuti tossici e regolamentati dalle direttive europee, ha reso urgente il ricorso a soluzioni più sicure e meno impattanti. Il passaggio da una base fossile a una bio-based non è quindi soltanto un miglioramento tecnologico, ma anche una risposta necessaria a vincoli ambientali e normativi. Origine e tipologie di process oils da fonti rinnovabili Le ricerche accademiche degli ultimi anni hanno esplorato numerose fonti per la produzione di oli alternativi. Gli oli vegetali naturali, come quelli di soia, colza, palma o girasole, costituiscono il gruppo più immediatamente disponibile. Accanto a essi, si collocano gli esteri sintetici derivati da acidi grassi, ottenuti attraverso processi di transesterificazione, capaci di garantire maggiore stabilità termica. In fase sperimentale troviamo i derivati dalla lignina o da oli pirolitici di biomassa, insieme ai plasticizzanti prodotti a partire da sottoprodotti agro-industriali come glicerolo o acido citrico. La caratteristica comune a tutti questi oli è la loro rinnovabilità e biodegradabilità, ma la sfida rimane il raggiungimento di prestazioni comparabili, in termini di durabilità e compatibilità, a quelle offerte dai corrispettivi fossili. Compatibilità con gomme sintetiche La compatibilità di un olio con un elastomero dipende in larga parte dalla polarità delle molecole e dalla capacità di interazione con la catena polimerica. Le prove di laboratorio hanno evidenziato come gli esteri a bassa polarità derivati da oli vegetali siano efficaci con gomme a base idrocarburica, come SBR e BR. Nei compound EPDM, oli idrogenati e a catena lunga hanno migliorato le prestazioni dinamiche riducendo l’isteresi. Per elastomeri più polari, come l’NBR, si sono rivelati più adatti esteri di acidi grassi funzionalizzati, in grado di interagire con i gruppi nitrilici e migliorare la resistenza all’olio. La compatibilità non è quindi uniforme, ma varia a seconda della natura chimica dell’elastomero e del grado di polarità del plasticizzante. Proprietà meccaniche e reologiche Un aspetto centrale riguarda le proprietà che i process oils trasmettono al compound. Gli oli rinnovabili riducono la viscosità Mooney in misura simile agli oli minerali, rendendo i compound processabili senza compromessi significativi. Le prove meccaniche hanno dimostrato che l’elasticità e la resistenza alla trazione rimangono comparabili, mentre alcuni esteri funzionalizzati hanno persino migliorato la resistenza alla lacerazione. In applicazioni come i pneumatici, si è osservato un effetto positivo sulla riduzione della resistenza al rotolamento, che si traduce in maggiore efficienza energetica. I dati sperimentali confermano dunque che la sostituzione di oli fossili con alternative rinnovabili non comporta necessariamente un decadimento delle prestazioni, anzi in alcuni casi porta a benefici misurabili. Stabilità termica e ossidativa Se le prestazioni reologiche e meccaniche appaiono promettenti, la stabilità rappresenta ancora un punto critico. Gli oli vegetali naturali, caratterizzati da catene insature, sono particolarmente vulnerabili all’ossidazione, fenomeno che può portare a indurimento del materiale e riduzione della vita utile del prodotto. Per ovviare a questo problema, si ricorre a modifiche chimiche mirate: idrogenazione parziale per saturare i doppi legami, epossidazione per incrementare la resistenza termica o processi di esterificazione per stabilizzare la molecola. Parallelamente, l’aggiunta di pacchetti antiossidanti specifici permette di prolungare la durata e di assicurare prestazioni costanti nel tempo. La ricerca scientifica è oggi orientata proprio a rafforzare questi aspetti, così da colmare il divario con gli oli minerali convenzionali. Implicazioni ambientali e industriali Sul piano ambientale, l’introduzione di process oils bio-based rappresenta un passo avanti significativo. La ridotta tossicità, la biodegradabilità e la possibilità di provenire da sottoprodotti industriali conferiscono a questi oli un profilo ecologico superiore rispetto ai derivati fossili. Tuttavia, l’analisi non può fermarsi al solo impatto diretto: occorre valutare il bilancio complessivo, considerando il consumo di suolo, l’uso di risorse idriche e il potenziale conflitto con la filiera alimentare. Per questo, la ricerca più avanzata guarda con interesse a oli ottenuti da colture non destinate all’alimentazione o da scarti agro-industriali, così da evitare competizioni indesiderate. Dal punto di vista industriale, l’adozione di process oils rinnovabili apre prospettive di lungo periodo: riduzione della dipendenza dalle fonti fossili, allineamento alle normative europee e possibilità di costruire catene del valore più resilienti. Conclusioni Il passaggio dai process oils di origine fossile a quelli derivati da fonti rinnovabili non è solo una tendenza, ma una necessità strategica. Le ricerche condotte in ambito accademico hanno già dimostrato la compatibilità con diversi elastomeri e l’efficacia in termini di lavorabilità e proprietà meccaniche. Rimangono aperte questioni cruciali, come la stabilità ossidativa e la standardizzazione industriale, ma le soluzioni sono in fase avanzata e promettono di rendere gli oli rinnovabili competitivi su larga scala. Nei prossimi anni, è prevedibile una crescente diffusione di queste alternative, con benefici sia per l’ambiente sia per l’industria, in un percorso che coniuga performance tecnica e sostenibilità.© Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - Resine Furaniche: Materiali Sostenibili ad Alte Prestazioni per l'Industria Moderna
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Resine Furaniche: Materiali Sostenibili ad Alte Prestazioni per l'Industria Moderna
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Dalla produzione alla sostenibilità: caratteristiche, applicazioni e potenziale di riciclo delle resine derivate da biomassa rinnovabiledi Marco ArezioLe resine furaniche, note anche come resine a base di furano, sono materiali polimerici sintetici derivati da composti organici che contengono l'anello furanico, una struttura ciclica costituita da quattro atomi di carbonio e un atomo di ossigeno. Questo tipo di resine si caratterizza per le sue proprietà uniche, come la resistenza alle alte temperature, agli agenti chimici e all'usura, rendendole un'opzione ideale in numerosi settori industriali. Composizione e Produzione delle Resine Furaniche Le resine furaniche sono generalmente prodotte a partire da furfurale o furfuril alcol, che sono ottenuti da biomassa lignocellulosica come sottoprodotti agricoli. La produzione di furfurale, che è il precursore chiave per molte resine furaniche, inizia solitamente con la depolimerizzazione della pentosana (un polisaccaride presente nella biomassa) mediante idrolisi acida. Una volta ottenuto il furfurale, questo può essere convertito in furfuril alcol, che rappresenta uno dei monomeri principali utilizzati per la produzione delle resine furaniche. Le principali fasi di produzione delle resine furaniche comprendono: Sintesi del furfurale: Il furfurale è un liquido ottenuto dalla disidratazione degli zuccheri pentosi, spesso derivati da scarti agricoli come le pannocchie di mais, la crusca di riso e altre fonti lignocellulosiche. Questo processo coinvolge l'idrolisi acida dei materiali ricchi di pentosio, che produce furfurale attraverso una reazione di disidratazione. Polimerizzazione del furfurale: Il furfurale può essere polimerizzato mediante reazioni di condensazione con altri composti, come il fenolo o la formaldeide, oppure può essere direttamente convertito in resine mediante trattamento con acidi catalitici. Il prodotto più comune di queste reazioni è la resina furfurilica, che presenta eccellenti proprietà termoindurenti. Proprietà delle Resine Furaniche Le resine furaniche possiedono una combinazione di proprietà che le rendono uniche rispetto ad altre resine sintetiche. Tra le principali caratteristiche, si possono evidenziare: Resistenza alle alte temperature: Le resine furaniche possono mantenere la loro integrità strutturale anche a temperature elevate, tipicamente fino a 300°C, e per brevi periodi anche oltre. Resistenza chimica: Queste resine mostrano una notevole resistenza agli acidi, agli alcali e a molti solventi organici, il che le rende particolarmente adatte per applicazioni nel settore chimico. Proprietà meccaniche: Le resine furaniche hanno un'elevata durezza e rigidità, caratteristiche che migliorano ulteriormente quando sono rinforzate con materiali come la fibra di vetro. Sostenibilità: Poiché i precursori delle resine furaniche sono derivati da biomassa rinnovabile, queste resine rappresentano un'alternativa più ecologica rispetto ad altri materiali polimerici di origine petrolchimica. Applicazioni delle Resine Furaniche Le resine furaniche trovano impiego in una vasta gamma di applicazioni industriali grazie alle loro caratteristiche sopra elencate. Ecco alcune delle principali aree di utilizzo: Industria delle fonderie: Le resine furaniche vengono ampiamente utilizzate nella produzione di anime e stampi per la colata di metalli. Grazie alla loro elevata resistenza alle temperature e alla loro capacità di formare strutture rigide e stabili, sono preferite nella fusione di metalli ferrosi e non ferrosi. Materiali compositi: Queste resine sono spesso utilizzate come matrici polimeriche per materiali compositi rinforzati con fibre di vetro o carbonio. Questi compositi trovano impiego in settori come l'aeronautica, l'industria automobilistica e quella navale, dove è richiesta una combinazione di leggerezza e resistenza. Rivestimenti e adesivi: Le resine furaniche sono usate come leganti in rivestimenti resistenti alla corrosione per serbatoi di stoccaggio chimico, pavimentazioni industriali e condotte. Inoltre, la loro capacità adesiva le rende ideali per applicazioni che richiedono un legame forte e duraturo tra superfici diverse. Settore edilizio: In campo edile, le resine furaniche sono impiegate nella produzione di calcestruzzi e malte speciali, migliorando la resistenza del materiale agli agenti chimici e all'umidità. Riciclo e Sostenibilità delle Resine Furaniche Il riciclo delle resine furaniche è una sfida tecnica ma possibile grazie al loro carattere termosettante. Essendo resine termoindurenti, non possono essere semplicemente fusi e riformati come le resine termoplastiche, ma richiedono processi di riciclo più complessi. Tuttavia, negli ultimi anni sono stati sviluppati approcci innovativi per il riciclo delle resine furaniche e la loro gestione a fine vita, in linea con i principi dell'economia circolare. Riciclo chimico: Una delle tecniche più promettenti per il riciclo delle resine furaniche è il riciclo chimico, che consiste nella depolimerizzazione della resina per recuperare i monomeri di base, come il furfurale e il furfuril alcol. Questi monomeri possono essere successivamente purificati e riutilizzati per la sintesi di nuove resine. Riciclo meccanico: Un altro metodo è il riciclo meccanico, che prevede la macinazione dei manufatti in resina furanica per ottenere materiali granulari che possono essere utilizzati come riempitivi in nuove formulazioni di resine o come additivi in altri materiali compositi. Recupero energetico: In alternativa, le resine furaniche possono essere utilizzate per il recupero energetico tramite processi di combustione controllata, grazie al loro elevato contenuto energetico derivato dalla biomassa. Questo approccio permette di recuperare l'energia intrinseca del materiale, minimizzando i rifiuti. In un contesto di economia circolare, è fondamentale promuovere la riduzione dei rifiuti industriali e incentivare la rigenerazione delle risorse. Le resine furaniche, grazie alla loro origine da biomassa rinnovabile e alla possibilità di essere riciclate o valorizzate energeticamente, si inseriscono in questo quadro come una soluzione promettente e sostenibile. Considerazioni Future e Innovazioni L'interesse per le resine furaniche è in crescita, in particolare per la loro potenziale applicazione come alternativa sostenibile alle resine sintetiche a base di petrolio. Le ricerche attuali si concentrano sul miglioramento delle tecnologie di produzione e riciclo, nonché sull'ottimizzazione delle loro proprietà meccaniche e termiche per renderle competitive in un numero sempre maggiore di applicazioni. Un'area di ricerca particolarmente interessante riguarda l'ulteriore sviluppo di resine furaniche bio-based completamente prive di derivati del petrolio. Questi progressi potrebbero portare alla creazione di nuovi materiali ancora più ecologici, con un minore impatto ambientale lungo tutto il ciclo di vita. Conclusioni Le resine furaniche rappresentano una famiglia di materiali polimerici ad alte prestazioni con un vasto potenziale applicativo in numerosi settori industriali. Grazie alla loro resistenza chimica, termica e meccanica, sono una scelta privilegiata per la produzione di materiali compositi, rivestimenti e componenti per fonderie. Nonostante le sfide legate al loro riciclo, i progressi tecnologici stanno rendendo queste resine sempre più sostenibili e compatibili con i principi dell'economia circolare. In futuro, le resine furaniche potrebbero svolgere un ruolo chiave nella transizione verso materiali bio-based, contribuendo alla riduzione dell'impatto ambientale dei materiali sintetici.

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https://www.rmix.it/ - L’Assorbimento dell’Umidità nei Polimeri
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare L’Assorbimento dell’Umidità nei Polimeri
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Guida tecnica sull’assorbimento dell’acqua nelle materie plastiche: meccanismi molecolari, essiccazione industriale, degrado idrolitico, riciclo, controllo del dew point e gestione dell’umidità residua in PA, PC, PET, ABS, PMMA, PBT, PE e PP Autore: Marco Arezio. Esperto in economia circolare, riciclo dei polimeri e processi industriali delle materie plastiche. Fondatore della piattaforma rMIX, dedicata alla valorizzazione dei materiali riciclati e allo sviluppo di filiere sostenibili. Articolo originale: maggio 2020 Versione aggiornata: 2 aprile 2026 Tempo di lettura: 12 minutiUmidità nei polimeri: perché è una variabile tecnica decisivaL’umidità nei polimeri è una di quelle variabili che spesso sembrano secondarie fino a quando la linea produttiva non inizia a generare difetti apparentemente inspiegabili. Bolle, aloni superficiali, fragilità anomala, opacità, variazioni di viscosità, pezzi instabili dimensionalmente o peggioramenti improvvisi della finitura non sono quasi mai fenomeni casuali. Molto spesso, dietro questi problemi, si nasconde una gestione insufficiente dell’acqua presente nel materiale.Ogni materia polimerica, durante le fasi di sintesi, confezionamento, trasporto, stoccaggio e trasformazione, entra in rapporto con l’umidità dell’ambiente. Questa interazione non ha lo stesso significato per tutti i polimeri. In alcuni casi l’acqua rimane soprattutto in superficie; in altri penetra nel granulo, diffonde nella struttura del materiale e condiziona in modo profondo il comportamento del polimero in trasformazione e in esercizio.Nel contesto industriale attuale, in cui le aziende devono garantire qualità costante, scarti ridotti, minor consumo energetico e crescente impiego di riciclati, la gestione dell’umidità non può più essere trattata come una semplice fase accessoria. È diventata una parte integrante del controllo di processo, al pari della temperatura, del tempo di residenza, della velocità di plastificazione e della qualità della materia prima.Cosa significa equilibrio igrometrico nelle materie plasticheTutte le materie plastiche, in misura diversa, tendono a raggiungere un equilibrio con l’ambiente che le circonda. Questo equilibrio dipende da vari fattori: umidità relativa dell’aria, temperatura ambiente, tempo di esposizione, dimensione del granulo, superficie specifica del materiale, eventuale presenza di polveri o rimacinati e struttura chimica del polimero.Parlare di equilibrio igrometrico significa descrivere la condizione nella quale il materiale ha assorbito o ceduto acqua fino a stabilizzarsi rispetto all’ambiente circostante. Questa situazione, però, non è mai assoluta né definitiva. Basta una variazione della temperatura del magazzino, un cambio stagionale, un’esposizione prolungata all’aria o una diversa modalità di stoccaggio per modificare il contenuto di umidità del materiale.È importante chiarire anche un punto che in passato veniva semplificato troppo: nei materiali igroscopici l’acqua non sempre si “lega chimicamente” in senso stretto e irreversibile. Più correttamente, le molecole d’acqua diffondono nel materiale e interagiscono con specifici siti polari delle catene polimeriche mediante interazioni intermolecolari, spesso sotto forma di ponti a idrogeno. Questa distinzione è rilevante perché spiega perché un granulo possa sembrare asciutto all’esterno pur contenendo ancora una quantità significativa di umidità al proprio interno.Polimeri igroscopici e non igroscopici: differenze reali in produzioneLa distinzione tra polimeri igroscopici e non igroscopici rimane fondamentale per chi opera nel settore delle materie plastiche, ma deve essere letta in modo tecnico e non soltanto scolastico.Nei polimeri igroscopici l’acqua penetra all’interno del granulo e si distribuisce nel materiale per diffusione. Questo significa che la semplice rimozione dell’umidità superficiale non è sufficiente. Il polimero deve essere sottoposto a un trattamento di essiccazione capace di estrarre l’acqua anche dalla parte interna del granulo. Appartengono a questa famiglia, in termini pratici di trasformazione, materiali come poliammide, policarbonato, polimetilmetacrilato, polietilentereftalato, polibutilentereftalato e acrilonitrile-butadiene-stirene.Nei polimeri non igroscopici, invece, l’acqua tende a depositarsi soprattutto sulla superficie, senza diffondere in misura significativa nella matrice. Questo comportamento è tipico delle poliolefine come polietilene e polipropilene, oltre che del polistirene. In questi casi il problema è spesso legato alla presenza di condensa, acqua superficiale o umidità associata a cattive condizioni di stoccaggio, più che a un vero fenomeno di assorbimento interno.Tuttavia, anche questa classificazione deve essere usata con intelligenza. Un materiale definito non igroscopico non è automaticamente esente da problemi legati all’acqua. Se il granulo è stato esposto all’umidità, se deriva da un ciclo di lavaggio, se presenta elevata superficie specifica per via della macinazione, oppure se è stato conservato in ambienti freddi e poi esposto a un’aria più calda, anche una poliolefina può introdurre in macchina una quantità di acqua sufficiente a generare difetti.Per questo motivo, nel linguaggio produttivo moderno, non è più sufficiente domandarsi se il polimero sia igroscopico o meno. Occorre capire dove si trova l’acqua, in quale quantità, come è arrivata nel materiale e quali effetti può produrre nelle specifiche condizioni di lavorazione.Perché alcuni polimeri assorbono acqua: polarità e ponti a idrogenoPer comprendere davvero il fenomeno dell’igroscopicità bisogna scendere al livello molecolare. La molecola dell’acqua è polare: presenta una distribuzione asimmetrica delle cariche elettriche e quindi è in grado di interagire con gruppi funzionali polari presenti nelle catene macromolecolari dei polimeri.La struttura della molecola d’acqua, con l’atomo di ossigeno più elettronegativo e i due atomi di idrogeno legati con un angolo di circa 104,5°, genera un dipolo permanente. L’ossigeno assume una parziale carica negativa, mentre gli idrogeni assumono una parziale carica positiva. Questa polarità rende l’acqua particolarmente incline a interagire con altre regioni polari.Quando un polimero contiene gruppi funzionali come carbonili, esteri, ammidi o altre funzioni polari, aumenta la possibilità che si instaurino interazioni con le molecole d’acqua. Nei policarbonati, nei poliesteri come PET e PBT, nel PMMA e in altre famiglie tecniche, la presenza del gruppo carbonilico contribuisce alla polarità della struttura e facilita l’attrazione delle molecole d’acqua.Nel caso delle poliammidi il fenomeno è ancora più evidente. La presenza del gruppo ammidico rende queste macromolecole particolarmente sensibili all’acqua. Le molecole d’acqua possono interagire sia con il gruppo carbonilico sia con l’idrogeno legato all’azoto, formando ponti a idrogeno che favoriscono l’assorbimento e la permanenza dell’umidità nella matrice polimerica.I ponti a idrogeno sono interazioni più deboli dei legami covalenti della catena polimerica, ma sufficientemente stabili da consentire l’adsorbimento e l’assorbimento di acqua fino a un certo valore di equilibrio. Questo valore cambia da polimero a polimero ed è influenzato anche dalle condizioni ambientali. Al contrario, i polimeri non polari, come molte poliolefine, non presentano una struttura favorevole a questo tipo di interazione e quindi non assorbono umidità nello stesso modo.Cosa accade in estrusione e stampaggio quando il materiale è umidoQuando il materiale plastico entra nel cilindro di plastificazione o nell’estrusore, la presenza di acqua diventa un fattore critico. Se l’umidità è superficiale, il primo effetto può essere la rapida evaporazione durante il riscaldamento, con conseguente formazione di bolle, aloni, opacità, righe argentate, crateri o microvuoti. In questi casi il problema appare soprattutto estetico, ma può comunque compromettere la qualità commerciale del manufatto.Se invece il polimero è igroscopico e l’acqua è presente nel volume del granulo, il problema è più profondo. Durante la fusione, l’umidità può favorire reazioni di idrolisi o comunque processi di degradazione che riducono il peso molecolare del materiale. Questo comporta una diminuzione della viscosità, una modificazione dell’indice di fluidità, una perdita di resistenza meccanica e, in alcuni casi, una maggiore fragilità del prodotto finito.Dal punto di vista produttivo, ciò significa che il materiale non si comporta più come previsto. Il tecnico di processo può osservare instabilità del riempimento, variazioni nella pressione, tempi ciclo meno stabili, peggior tenuta dimensionale e difetti che sembrano imputabili alla macchina o allo stampo, ma che in realtà derivano da una preparazione insufficiente della materia prima.L’errore più comune è considerare l’umidità solo come un difetto del materiale. In realtà essa è una variabile che modifica il processo. Un polimero umido cambia il proprio comportamento reologico, termico e meccanico, e quindi altera l’intero equilibrio della trasformazione.Degrado idrolitico, difetti superficiali e perdita di prestazioniUno degli effetti più seri dell’umidità nei polimeri tecnici è il degrado idrolitico. In presenza di acqua e temperature elevate, alcune catene macromolecolari possono andare incontro a scissione. Questo fenomeno è particolarmente rilevante nei poliesteri, nel policarbonato e in altre famiglie sensibili, nelle quali il contatto tra umidità residua e temperature di lavorazione può determinare un abbassamento della massa molecolare.Quando la massa molecolare diminuisce, il materiale perde parte delle proprietà per cui era stato scelto. Possono ridursi tenacità, resistenza all’urto, capacità di sopportare sollecitazioni prolungate e qualità della superficie. In molti casi il pezzo può anche sembrare accettabile a vista, ma rivelarsi inferiore sotto carico, durante prove di laboratorio o nell’utilizzo reale.ACQUISTA IL MANUALENelle poliammidi il rapporto con l’acqua è ancora più articolato. Da un lato l’umidità in esercizio può agire come plastificante, aumentando la mobilità delle catene e modificando rigidezza, allungamento e stabilità dimensionale. Dall’altro, durante la trasformazione, la presenza non controllata di acqua può contribuire a un deterioramento qualitativo che si accentua soprattutto quando il materiale ha già subito altre storie termiche, come accade nei cicli di riciclo o reprocessing.Questo spiega perché la semplice eliminazione dei difetti visibili non possa essere considerata sufficiente. Un pezzo privo di bolle non è necessariamente un pezzo correttamente trasformato. La qualità vera si misura nella conservazione della struttura molecolare e nella capacità del manufatto di mantenere nel tempo le prestazioni richieste.Essiccazione industriale: aria calda, aria secca e punto di rugiadaDal punto di vista impiantistico, la gestione dell’umidità si basa su una distinzione che rimane valida anche oggi. Nei materiali non igroscopici, dove il problema è prevalentemente superficiale, la rimozione dell’acqua può avvenire attraverso essiccatori ad aria calda. In questi casi si tratta soprattutto di eliminare l’umidità aderente alla superficie del granulo o di prevenire gli effetti della condensa.Per i materiali igroscopici, invece, la sola aria calda non è sufficiente. Se l’aria introdotta nel sistema contiene ancora una quantità significativa di vapore, non sarà in grado di estrarre efficacemente l’acqua dall’interno del granulo. Diventa quindi necessario utilizzare sistemi con aria deumidificata, nei quali il contenuto di umidità dell’aria viene abbassato prima del contatto con il materiale.In questo contesto assume grande importanza il concetto di punto di rugiada. Più basso è il punto di rugiada dell’aria di processo, maggiore è la sua capacità di assorbire umidità dal polimero. Per questo l’essiccazione moderna non si valuta soltanto in funzione della temperatura impostata, ma del rapporto tra temperatura, tempo di permanenza, portata dell’aria, punto di rugiada e tenuta dell’intero sistema.Un altro aspetto spesso trascurato riguarda il riassorbimento. Un materiale ben essiccato può tornare rapidamente a caricarsi di umidità se viene lasciato esposto all’aria del reparto, se la tramoggia non è adeguatamente protetta o se tra essiccazione e trasformazione trascorre troppo tempo. Da questo punto di vista, una buona essiccazione non dipende solo dalla qualità dell’essiccatore, ma anche dalla disciplina con cui il materiale viene movimentato e alimentato alla macchina.Nel 2026, inoltre, il tema dell’essiccazione è strettamente legato all’efficienza energetica. Asciugare un polimero in modo corretto è indispensabile, ma farlo in modo inefficiente può aumentare sensibilmente il costo industriale del processo. Per questo i reparti più evoluti cercano oggi un equilibrio tra qualità dell’asciugatura, contenimento dei consumi e adattamento dei parametri alle reali condizioni del materiale.Umidità e polimeri riciclati: una criticità ancora più importanteSe nel materiale vergine la gestione dell’umidità è già fondamentale, nel materiale riciclato lo è ancora di più. I polimeri riciclati possono presentare una maggiore variabilità, una storia termica pregressa, una più alta sensibilità alla degradazione e, in molti casi, una superficie più esposta all’interazione con l’ambiente.I granuli riciclati o i rimacinati possono inoltre provenire da fasi di lavaggio, triturazione, stoccaggio prolungato o movimentazione in ambienti non perfettamente controllati. Questo comporta la possibilità che il contenuto d’acqua sia più variabile e meno prevedibile rispetto a quello di un materiale vergine di prima fornitura.Nei polimeri sensibili all’idrolisi, questa condizione è particolarmente critica. Se il materiale è già stato sottoposto a un primo ciclo termico e meccanico, la sua tolleranza a ulteriori degradazioni può essere inferiore. La presenza di umidità residua, combinata con le temperature di lavorazione, può quindi accelerare la perdita di peso molecolare e peggiorare ulteriormente il profilo prestazionale del riciclato.Per chi opera nell’economia circolare, questo è un punto essenziale. Il riciclo non dipende soltanto dalla capacità di recuperare materia, ma dalla capacità di conservarne il valore tecnico. Se l’umidità non viene controllata in modo rigoroso, una quota importante del potenziale del riciclato può andare persa già nella fase di trasformazione.Come si misura l’umidità residua nei granuli plasticiUn reparto moderno non può affidarsi solo all’esperienza visiva o tattile per valutare se un materiale sia abbastanza asciutto. L’umidità residua deve essere misurata o, almeno, controllata attraverso procedure standardizzate.A livello tecnico esistono norme di riferimento per valutare l’assorbimento d’acqua e il contenuto di umidità nei materiali polimerici. La determinazione dell’assorbimento può essere studiata con metodi normati specifici, mentre la quantificazione dell’umidità residua nei granuli viene spesso effettuata con tecniche di laboratorio dedicate. Tra queste, la titolazione Karl Fischer rimane uno degli approcci più affidabili quando occorre misurare con precisione quantità molto basse di acqua.Oltre ai controlli di laboratorio, sempre più impianti utilizzano strumenti di monitoraggio in linea o procedure di verifica indiretta basate su punto di rugiada, tempi di residenza, condizioni di alimentazione e comportamenti di processo. La vera qualità, tuttavia, nasce dalla combinazione tra misura, esperienza e organizzazione.Sapere quanta acqua è presente nel granulo è importante, ma altrettanto importante è sapere quando il materiale è stato essiccato, per quanto tempo è rimasto esposto all’ambiente e se il sistema di trasporto fino alla macchina ha mantenuto condizioni adeguate. Senza questa visione complessiva, il dato numerico rischia di non bastare.Strategie corrette per gestire PE, PP, PA, PET, PC, ABS, PMMA e PBTDal punto di vista operativo, le poliolefine come PE e PP richiedono soprattutto attenzione allo stoccaggio, alla prevenzione della condensa e all’eliminazione dell’umidità superficiale. Se conservate correttamente, questi materiali presentano meno criticità legate all’assorbimento interno dell’acqua, ma possono comunque generare problemi quando provengono da cicli di lavaggio o da ambienti umidi.Le poliammidi richiedono invece una gestione molto più rigorosa. La loro forte affinità con l’acqua impone essiccazione accurata, controllo del tempo di esposizione all’aria e valutazione attenta delle condizioni dimensionali e meccaniche finali del pezzo. Il PET e il PBT, come poliesteri tecnici, devono essere lavorati con livelli di umidità residua molto contenuti per evitare idrolisi e perdita di prestazioni. Il policarbonato e il PMMA richiedono anch’essi una preparazione attenta per preservare trasparenza, qualità superficiale e stabilità della struttura molecolare. L’ABS, pur non raggiungendo sempre i livelli di criticità di una poliammide, non deve essere sottovalutato e necessita comunque di pre-essiccazione corretta.La strategia migliore non consiste nell’applicare una regola generale a tutti i materiali, ma nel costruire un protocollo coerente con la famiglia polimerica, il tipo di impianto, il formato del granulo, l’eventuale presenza di riciclato, la stagione, l’umidità del reparto e gli obiettivi qualitativi del manufatto finale.L’umidità nei polimeri è un tema molto più complesso di quanto possa sembrare a una prima lettura. Non è semplicemente una questione di materiale bagnato o asciutto, ma un fenomeno che coinvolge chimica, diffusione, equilibrio ambientale, tecnologia di essiccazione, reologia, qualità estetica e conservazione delle proprietà meccaniche.I polimeri igroscopici assorbono acqua all’interno della loro struttura e richiedono sistemi di deumidificazione e procedure rigorose. I polimeri non igroscopici, pur essendo meno sensibili all’assorbimento interno, non sono affatto esenti da problemi e devono comunque essere protetti da umidità superficiale, condensa e cattive pratiche di stoccaggio.Nel panorama industriale contemporaneo, segnato da una crescente attenzione al riciclo, all’efficienza energetica e alla stabilità qualitativa, il controllo dell’umidità è diventato una competenza fondamentale. Solo comprendendo il comportamento specifico di ogni polimero e costruendo un processo coerente di essiccazione, misura e handling è possibile trasformare la materia plastica in modo affidabile, tecnico e sostenibile.FAQCosa significa che un polimero è igroscopico?Significa che il materiale è in grado di assorbire acqua anche all’interno del granulo e non soltanto sulla superficie. Questo richiede una vera fase di deumidificazione prima della trasformazione.PE e PP devono essere essiccati?In molti casi è sufficiente eliminare l’umidità superficiale, ma se il materiale è stato lavato, stoccato male o soggetto a condensa, anche queste resine possono richiedere asciugatura accurata.Perché l’umidità è pericolosa per PET, PBT e policarbonato?Perché durante la lavorazione può favorire degradazione idrolitica, riduzione del peso molecolare e peggioramento delle proprietà meccaniche e ottiche.Le poliammidi cambiano comportamento quando assorbono acqua?Sì. L’acqua può agire come plastificante, modificando rigidità, allungamento, dimensioni e comportamento meccanico del materiale.Il materiale riciclato è più sensibile all’umidità?Spesso sì, perché ha una storia termica precedente, maggiore variabilità e può provenire da fasi di lavaggio o stoccaggio meno controllate.Come si controlla l’umidità residua nei polimeri?Attraverso procedure standardizzate, strumenti di laboratorio, controllo del punto di rugiada, verifica dei tempi di permanenza e monitoraggio della gestione del materiale lungo tutta la linea.FontiLetteratura scientifica sulla diffusione dell’acqua nei materiali polimericiNorme tecniche per la misura dell’assorbimento d’acqua nei polimeriNorme tecniche per la determinazione dell’umidità residua nei materiali plasticiStudi scientifici sul degrado idrolitico dei polimeri tecniciPubblicazioni tecniche sulla trasformazione di polimeri vergini e riciclatiDocumentazione normativa sui metodi di misura dell’umidità e dell’assorbimento d’acquaCategoria SEO: notizie – tecnica – plastica – riciclo – polimeri – umiditàImmagine su licenza © Riproduzione Vietata

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Tecniche e Tecnologie All'avanguardia per Ridurre i Costi Operativi e l'Impatto Ambientale negli Impianti di Lavorazione delle Materie Plastichedi Marco Arezio L'industria della trasformazione delle materie plastiche, pilastro fondamentale di numerosi settori manifatturieri, si affida in larga misura a processi ad alta intensità energetica come l'estrusione e il soffiaggio. In un contesto economico globale sempre più competitivo e caratterizzato da una crescente sensibilità verso le tematiche ambientali, l'ottimizzazione del consumo energetico non rappresenta più una mera opportunità di risparmio, ma diviene un imperativo strategico per garantire la sostenibilità economica e ambientale degli impianti produttivi. Analizzare e intervenire sui flussi energetici è essenziale per mitigare i costi operativi significativi e ridurre l'impronta ecologica associata a queste lavorazioni. Il Fabbisogno Energetico: Una Panoramica Critica Per comprendere appieno il potenziale di efficientamento, è fondamentale delineare il panorama del consumo energetico tipico di un impianto di estrusione o soffiaggio. Le principali aree in cui l'energia viene impiegata e, di conseguenza, potenzialmente dispersa, sono molteplici e interconnesse. Al centro vi sono gli azionamenti dei motori elettrici che alimentano le viti degli estrusori, le pompe idrauliche, i sistemi di trasporto e altre componenti meccaniche vitali per il processo. Questi motori rappresentano sovente la quota preponderante del consumo totale. Un altro ambito critico è il riscaldamento. L'energia termica è indispensabile per portare la materia prima polimerica alla temperatura di processo ottimale, mantenendo condizioni termiche precise lungo la canna dell'estrusore, nelle testate di estrusione, negli stampi e negli accumulatori. Questo apporto termico è tipicamente garantito da resistenze elettriche, la cui gestione incide notevolmente sull'efficienza complessiva. Parallelamente al riscaldamento, il raffreddamento gioca un ruolo energetico non trascurabile. È necessario dissipare il calore generato dal processo per solidificare il materiale estruso o soffiato, controllare la temperatura degli stampi, raffreddare l'olio dei sistemi idraulici e mantenere operative le apparecchiature elettroniche. Questi processi di raffreddamento, spesso basati su circolazione di acqua o aria, comportano un dispendio energetico per il funzionamento di pompe, ventilatori e chiller. Infine, non si possono trascurare i sistemi ausiliari che supportano l'operatività dell'impianto. I compressori d'aria, indispensabili nel processo di soffiaggio e per altre funzionalità pneumatiche, le pompe per vuoto, i sistemi di alimentazione e trasporto del materiale contribuiscono al carico energetico complessivo. Nelle macchine che impiegano sistemi idraulici, l'efficienza delle pompe e delle valvole ha un impatto diretto sui consumi, specialmente se non adeguatamente dimensionate e controllate. Identificare e quantificare precisamente l'energia assorbita da ciascuna di queste aree attraverso audit energetici mirati e l'implementazione di sistemi di monitoraggio dei consumi in tempo reale costituisce il punto di partenza essenziale per delineare una strategia di efficientamento efficace. Un Approccio Olistico all'Efficienza: Tecniche e Tecnologie Chiave L'ottimizzazione energetica negli impianti di estrusione e soffiaggio richiede un approccio multiforme, che integri l'adozione di tecnologie avanzate con l'implementazione di migliori pratiche operative. Il cuore dell'efficienza spesso risiede nell'ottimizzazione degli azionamenti e dei motori. Sostituire i motori elettrici obsoleti o a bassa efficienza con unità conformi agli standard più elevati (classi IE3, IE4 e oltre) garantisce intrinsecamente un minor assorbimento di potenza grazie a perdite interne minimizzate. Tuttavia, l'impatto più significativo si ottiene con l'integrazione di Variatori di Velocità (VSD). Questi dispositivi permettono di modulare con precisione la velocità del motore in funzione del carico effettivo e del reale fabbisogno del processo. Questo è particolarmente vantaggioso per gli azionamenti principali come le viti estrusore o le pompe idrauliche, che spesso operano a carico parziale. Evitando il funzionamento a velocità fissa eccessiva, i VSD consentono risparmi energetici sostanziali, proporzionali alla riduzione di velocità richiesta dal processo. Per quanto concerne i sistemi di riscaldamento, l'evoluzione tecnologica offre soluzioni decisamente più efficienti rispetto al passato. L'impiego di riscaldatori a fascia in ceramica o, ancor meglio, a induzione, consente un trasferimento di calore più diretto ed efficiente alla canna dell'estrusore o agli stampi, riducendo drasticamente le dispersioni termiche. I riscaldatori a induzione, in particolare, scaldando la canna per effetto di correnti indotte, offrono un controllo termico molto più reattivo e preciso, minimizzando i tempi di riscaldamento e stabilizzazione e le dispersioni. A complemento, un isolamento termico adeguato di canne, testate e stampi è indispensabile. L'utilizzo di coperture isolanti progettate su misura, realizzate con materiali ad alte prestazioni, può ridurre significativamente le perdite di calore verso l'ambiente circostante, diminuendo l'energia necessaria per mantenere le temperature di processo. Anche i sistemi di raffreddamento presentano ampi margini di efficientamento. Un controllo più granulare e localizzato dei fluidi di raffreddamento, regolando flussi e temperature solo dove e quando strettamente necessario, evita sprechi energetici. Sistemi di controllo avanzati possono monitorare in tempo reale le temperature e adattare dinamicamente l'intensità del raffreddamento. L'adozione di sistemi di raffreddamento adiabatico o a ciclo chiuso può inoltre portare a risparmi idrici ed energetici. I sistemi a ciclo chiuso, in particolare, minimizzano la necessità di reintegro dell'acqua e i costi associati al suo trattamento, riducendo l'energia impiegata per la sua movimentazione e refrigerazione. Considerando i sistemi ausiliari, l'efficienza dei compressori d'aria nel soffiaggio è cruciale. Investire in compressori d'aria ad alta efficienza, ottimizzare la pressione di esercizio e implementare programmi di manutenzione rigorosi per individuare e riparare le perdite nella rete di distribuzione sono azioni a elevato ritorno. Inoltre, il calore generato dai compressori può essere recuperato e riutilizzato per altri scopi, come il riscaldamento di acqua o ambienti, trasformando una perdita energetica in una risorsa. Analogamente, le pompe per vuoto, se presenti, dovrebbero essere selezionate per la loro efficienza e gestite in modo da operare solo al bisogno. L'ottimizzazione di processo offre ulteriori opportunità di risparmio. Un design della vite estrusore ottimizzato per il polimero specifico e il prodotto finale massimizza il lavoro meccanico impartito al materiale, riducendo la dipendenza dall'apporto termico elettrico per la plastificazione. L'implementazione di sistemi di controllo avanzato basati su algoritmi predittivi o adattivi permette di gestire dinamicamente i parametri di processo (temperature, velocità della vite, pressioni) per raggiungere la qualità desiderata con il minimo dispendio energetico. Ridurre gli scarti di produzione e ottimizzare le procedure di avviamento e cambio formato minimizza i tempi di inattività e la quantità di materiale e energia sprecati. Infine, il recupero del calore di scarto rappresenta una strategia potente per valorizzare l'energia altrimenti dissipata. Il calore residuo proveniente dalla canna estrusore, dai sistemi idraulici o dai compressori d'aria può essere efficacemente catturato attraverso scambiatori di calore dedicati e riutilizzato per preriscaldare la materia prima in ingresso, per il riscaldamento di acqua di processo o addirittura per il riscaldamento degli edifici. Questo non solo riduce il fabbisogno di energia primaria, ma contribuisce anche a una maggiore integrazione e circolarità dei flussi energetici all'interno dell'impianto. Implementazione e i Molteplici Vantaggi Intraprendere un percorso verso una maggiore efficienza energetica richiede un'analisi approfondita e una pianificazione oculata. Un approccio basato sulla priorità degli interventi con il più rapido ritorno sull'investimento può facilitare l'avvio del processo, per poi estendersi progressivamente ad azioni più complesse. I benefici derivanti da un incremento dell'efficienza energetica sono molteplici e si estendono oltre la semplice riduzione dei costi: - Riduzione dei costi operativi: Il beneficio più immediato e tangibile è la significativa diminuzione delle spese energetiche, che impatta positivamente sui margini di profitto. - Incremento della competitività: Minori costi di produzione consentono alle aziende di posizionarsi in modo più aggressivo sul mercato. - Miglioramento della sostenibilità: La riduzione dei consumi energetici porta a una minore emissione di gas serra e a un'impronta ambientale più contenuta, rispondendo alle crescenti aspettative normative e sociali. - Aumento della produttività: Processi ottimizzati per l'efficienza tendono ad essere anche più stabili e performanti, riducendo i fermi macchina e migliorando la capacità produttiva complessiva. - Maggiore durata delle apparecchiature: Un funzionamento più controllato e temperature gestite in modo ottimale riducono lo stress termico e meccanico sui componenti, estendendone la vita utile e riducendo i costi di manutenzione. Considerazioni Conclusive In conclusione, l'efficienza energetica negli impianti di estrusione e soffiaggio non è più un traguardo opzionale, ma una componente essenziale di una gestione industriale moderna e responsabile. Attraverso una comprensione approfondita dei modelli di consumo, l'adozione mirata di tecnologie all'avanguardia come VSD, motori ad alta efficienza, sistemi di riscaldamento avanzati, isolamento termico efficace e l'implementazione di strategie di ottimizzazione di processo e recupero di calore, le aziende possono realizzare risparmi significativi, migliorare la propria sostenibilità e rafforzare la propria posizione nel mercato globale. Investire nell'efficienza energetica significa non solo tagliare i costi, ma anche costruire un futuro più resiliente e sostenibile per l'industria della plastica. L'analisi continua, l'innovazione tecnologica e l'impegno verso il miglioramento continuo sono le leve fondamentali per sbloccare il pieno potenziale di efficienza in questo settore vitale.© Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - Studio Reologico dei Polimeri nella Coestrusione: Sfide Industriali e Soluzioni Avanzate
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Studio Reologico dei Polimeri nella Coestrusione: Sfide Industriali e Soluzioni Avanzate
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Analisi dettagliata sul comportamento reologico dei materiali polimerici, principali problematiche e tecniche innovative per ottimizzare il processo industriale di coestrusionedi Marco ArezioLa coestrusione è una tecnica avanzata, molto diffusa nell'industria dei polimeri, che consente la realizzazione di prodotti composti da più strati, ciascuno con specifiche proprietà fisiche e chimiche. La conoscenza approfondita della reologia dei polimeri risulta determinante per garantire l'efficienza del processo produttivo e l'elevata qualità del prodotto finito. Questo articolo analizza nel dettaglio le caratteristiche reologiche implicate nel processo di coestrusione, esplorando le principali criticità riscontrate in ambito industriale e illustrando strategie tecniche mirate per affrontarle con successo. Cosa è la Coestrusione delle Materie Plastiche La coestrusione consiste nel fondere contemporaneamente diversi materiali polimerici per produrre manufatti multistrato con prestazioni migliori rispetto a quelle ottenibili dai singoli materiali. Tra le proprietà integrate in un prodotto coestruso si annoverano la resistenza meccanica, un’elevata barriera ai gas e una maggiore stabilità chimica ed estetica. Tuttavia, per ottenere risultati soddisfacenti, è indispensabile comprendere in modo approfondito il comportamento reologico dei polimeri, ovvero come essi reagiscono alle sollecitazioni termiche e meccaniche durante la lavorazione. Comportamento Reologico dei Polimeri nella Coestrusione I polimeri presentano tipicamente una natura viscoelastica, caratterizzata sia da proprietà viscose che elastiche, che influenzano direttamente il loro comportamento nel processo di lavorazione. Tra i principali fattori che determinano tale comportamento reologico troviamo la viscosità, il peso molecolare e la temperatura. La viscosità, infatti, varia notevolmente al variare del peso molecolare e della temperatura. Pertanto, un accurato controllo di questi parametri risulta cruciale per evitare instabilità durante il processo produttivo. In particolare, l’aumento del peso molecolare porta a un incremento della viscosità a causa degli intrecci molecolari (entanglements). Inoltre, molti polimeri mostrano il fenomeno di shear-thinning, ovvero una riduzione della viscosità all'aumentare della velocità di deformazione, facilitando così la lavorabilità ma aumentando il rischio di degrado termico. Problematiche Industriali nella Coestrusione Una delle sfide principali nella coestrusione è la compatibilità reologica tra i diversi polimeri utilizzati. Se esistono differenze significative nelle viscosità dei materiali coinvolti, possono verificarsi instabilità alle interfacce che portano a difetti o deformazioni nel prodotto finale. Un problema frequente è il fenomeno dell’incapsulamento, dove un materiale a viscosità più bassa tende ad inglobare quello più viscoso, compromettendo la qualità strutturale. Inoltre, una scarsa compatibilità reologica può causare un’adesione insufficiente tra gli strati, riducendo significativamente le performance complessive del prodotto finale. Tecniche Avanzate di Caratterizzazione Reologica Per fronteggiare queste criticità è necessario utilizzare tecniche avanzate di caratterizzazione reologica, come la reometria rotazionale e capillare. La reometria rotazionale permette di misurare con precisione viscosità ed elasticità del polimero in diverse condizioni operative, mentre la reometria capillare simula più accuratamente le condizioni reali dell’estrusione industriale, determinando la viscosità ad elevate velocità di deformazione tipiche dei processi produttivi. Strategie di Ottimizzazione della Coestrusione Per migliorare l'efficienza del processo e risolvere le problematiche reologiche, è possibile adottare specifiche strategie operative. Tra queste, la progettazione ottimizzata delle teste di estrusione, supportata dalla fluidodinamica computazionale (CFD), permette di definire geometrie che assicurino un flusso omogeneo e stabile. Un’altra strategia consiste nell’uso di additivi compatibilizzanti e modificatori reologici, che aumentano l’adesione e uniformano la viscosità tra i diversi materiali. Infine, l’implementazione di sistemi automatizzati con sensori integrati di pressione e temperatura consente un controllo continuo e preciso del processo produttivo, riducendo scarti e aumentando la qualità finale. Applicazioni Industriali della Coestrusione Grazie alla sua versatilità, la coestrusione trova ampia applicazione in numerosi settori industriali. Nel settore del packaging flessibile, consente di produrre film multistrato con elevate proprietà barriera, combinando materiali performanti come EVOH e polietilene. Nell’industria automobilistica, la coestrusione è impiegata per realizzare componenti con elevate prestazioni meccaniche, estetiche e di resistenza chimica. Nel settore delle costruzioni, invece, viene utilizzata per fabbricare tubazioni e pannelli isolanti altamente resistenti agli agenti atmosferici e dimensionalmente stabili. Conclusioni Un’approfondita conoscenza delle proprietà reologiche dei polimeri è essenziale per ottimizzare la coestrusione in ambito industriale. Attraverso tecniche avanzate di progettazione, caratterizzazione e controllo del processo, è possibile garantire una produzione efficiente, limitare gli sprechi e ottenere costantemente prodotti di elevata qualità.© Riproduzione Vietata

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Quali differenze e caratteristiche hanno le cariche vegetali nei prodotti legno-plastica di Marco ArezioI polimeri termoplastici riciclati hanno una lunga storia di combinazioni con cariche e fibre, che permettono di migliorare le prestazioni fisico-meccaniche dei manufatti che sono realizzati attraverso questi compound. Le modificazioni che maggiormente possiamo notare dall’unione di un polimero termoplastico riciclato con le cariche, possono riguardare la resistenza alla flessione, alla compressione, all’urto, al taglio, all’abrasione, alla temperatura, all’invecchiamento, all’azione dei raggi U.V. e, certamente, alla riciclabilità dell’elemento. Cosa è un polimero termoplastico? Per polimero termoplastico riciclato, molto brevemente, si intende un elemento, di derivazione petrolifera, che rammollisce in presenza di una fonte di calore (estrusione, stampaggio, soffiaggio o altri metodi di lavorazione) e si solidifica raffreddandosi, avente una disposizione delle catene polimeriche lineari o ramificate. Il comportamento delle molecole e la loro forza ne determinano le caratteristiche che, a loro volta, sono influenzate dalle temperature di lavorazione od ambientali a cui il polimero viene sottoposto. Cosa è una fibra o un riempimento vegetale? Le fibre sono dei filamenti dotati di un rapporto preciso tra lunghezza e diametro, che permettono il miglioramento delle caratteristiche di un composto in cui sono inglobate, sostituendo il volume del materiale primario, così da aumentarne la tenacità e la flessibilità. Le fibre, in generale, possono essere di tre categorie: inorganiche, organiche o naturali. Le prime, tra le più comuni utilizzate nei composti polimerici, sono a base di vetro, carbonio, grafite, alluminio. Tra le fibre organiche possiamo citare le poliammidi e le poliolefiniche. Per quanto riguarda le fibre naturali possiamo dividerle in tre categorie: vegetali, animali e minerali. Lo scopo dell’utilizzo delle fibre è quello di migliorare le seguenti caratteristiche: - la resistenza meccanica - il modulo elastico - il comportamento elastico a rottura - la riduzione del peso specifico Le fibre sono poi classificate in base ad elementi fisici, come la lunghezza, lo spessore, la forma, la finitura e la distribuzione volumetrica. Per raggiungere un miglioramento delle prestazioni tecniche del composto, le superfici delle fibre dovranno aderire in modo completo con la matrice polimerica, così da creare una continuità di materiale. Tale è l’importanza di questa unione fibro-polimerica, che si sono studiati degli additivi che possano aumentare e facilitare il contatto superficiale di ogni singola fibra con la matrice polimerica. Anche la disposizione delle fibre risulta critica per le caratteristiche del composito. Le proprietà meccaniche di un composito con fibre continue ed allineate sono fortemente anisotrope. Il rinforzo e la conseguente resistenza, raggiungono il massimo valore nella direzione di allineamento ed il minimo nella direzione trasversale. Infatti, lungo questa direzione l'effetto di rinforzo delle fibre è praticamente nullo e, normalmente, si presentano delle fratture per valori di carichi di trazione relativamente bassi. Per altre orientazioni del carico, la resistenza globale del composito assume valori intermedi. Nella produzione del WPC (wood plastic composit), quindi, si utilizzano due elementi che sono rappresentati da un polimero plastico riciclato, come l’HDPE o l’LDPE o il PVC e la fibra vegetale composta dagli scarti delle lavorazioni del legno o fa fibre vegetali naturali. In base alla qualità, resistenza, colorazione e dimensioni dei manufatti da realizzare, è possibile utilizzare un semplice riempimento composto da segatura, piuttosto che farina di legno, fibra di legno o cellulosa. La scelta del polimero riciclato, invece, è influenzata anche dalle temperature di esercizio degli estrusori, che non dovranno rovinare termicamente le cariche vegetali e, nello stesso tempo, degradare il polimero che resterà il collante e la struttura portante del manufatto. La produzione del WPC avviene per estrusione o stampaggio, attraverso l’uso di un granulo plastico, che contiene la carica stabilita per la realizzazione di un determinato prodotto e nelle quantità programmate. Oltre alla fibra di legno costituita da segatura o farina di legno, è possibile realizzare compound più performanti utilizzando la fibra vegetale di canapa, normalmente disposta lungo la linea di direzione degli sforzi maggiori.Foto Gla pavimenti

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Caratteristiche, lavorazioni, applicazioni e sistemi di riciclo del PMMAdi Marco ArezioIl PMMA, o Polimetilmetacrilato, è una resina termoplastica che appartiene al gruppo dei tecnopolimeri, ottenuta dalla polimerizzazione del metacrilato (MMA). E’ comunemente considerato un vetro acrilico, in quanto vanta una migliore trasparenza rispetto al vetro tradizionale, tanto che in molte applicazioni è stato sostituito dal PMMA. La storia del PMMA nasce nel 1938 quando in Germania, a cura di Otto Rohm, viene immesso sul mercato il primo prodotto chiamato plexiglass. Come abbiamo detto, ha la caratteristica evidente della trasparenza, ma può mantenere, a differenza del vetro, anche un’ottima resistenza meccanica, che si realizza grazie a differenti mescole polimeriche, tanto che viene usato anche per la realizzazione di vetri di sicurezza. Quali sono le caratteristiche del PMMA • densità: 1,18 – 1,19 gr/cm3 • temperatura di fusione Tm: 105-160 °C • temperatura di transizione vetrosa Tg: 80-105 °C • buona rigidità • resistenza meccanica • resistenza all'impatto e durezza elevate. • buona resistenza a trazione • buoni valori di compressione e flessione • elevata stabilità ai raggi UV • ottima resistenza all’invecchiamento • sensibilità ai graffi e alle abrasioni • buona resistenza alle intemperie • ottime proprietà ottiche, di chiarezza e trasparenza • ottime proprietà elettriche • buona resistenza termica • resistenza chimica ai sali • resistenza agli idrocarburi alifatici • non resiste agli idrocarburi clorurati, acidi concentrati, nitro e vernici Come si lavora il PMMA Il Polimetilmetacrilato può essere lavorato attraverso l’estrusione e la termoformatura, che rappresentano due sistemi di lavorazione delle materie plastiche tradizionali. Ne esiste un terzo, chiamato per colatura, che viene impiegato normalmente per la produzione delle lastre in PMMA, utilizzando una pasta acrilica, definita “sciroppo”, ottenuta pre-polimerizzando il monomero di MMA in un reattore mediante agitazione. Applicazioni del PMMA Il Polimetilmetacrilato ha una vastissima area di applicazioni, in settori diversi e con innumerevoli prodotti che potremmo riassumere di seguito:  Edilizia  lastre per serramenti  vetrate infrangibili  lucernari  vasche da bagno  piatti per doccia  cabine per doccia  cabine per impieghi sanitari in genere  elementi di piscine  lavandini  lastre alveolari per serre  Illuminazione  insegne luminose per esterni  insegne per il traffico  targhe pubblicitarie  lettere luminose  targhe luminose per istruzioni  Settore trasporti  fanali per automobili  catarifrangenti  dischi per tachimetri  triangoli di segnalazione  fanali di lampeggiamento  parabrezza per aerei e impieghi spaziali  Settore medicale  filtri  parti di apparecchi per dialisi  contenitori per il sangue  impieghi ortopedici  protesi dentarie  imballaggio di cosmetici  lenti  Industria elettrica ed elettronica  interruttori  pulsanti di comando  memorizzatori ottici  CD e DVD  displays per cellulari  elementi in fibra ottica Come riciclare il PMMA Il riciclo del Polimetilmetacrilato inizia con la raccolta e la selezione dei prodotti a fine vita o degli sfridi di lavorazioni industriali, differenziandoli in base al colore così da creare fonti omogenee tra loro. A questo punto esistono due sistemi di riciclo: quello meccanico, come una normale poliolefina, e quello chimico, che punta alla depolimerizzazione del PMMA. Utilizzando il riciclo meccanico il materiale da riciclare viene macinato in dimensioni idonee per il successivo utilizzo e reimmesso nella produzione, per esempio delle lastre, attraverso il processo termico indotto da un estrusore. Utilizzando il riciclo chimico, gli scarti di PMMA subiranno un processo di depolimerizzazione, che consiste nella dissociazione delle molecole del materiale da riciclare. Dopo l’opportuna purificazione, si genera l’MMA, il quale, tramite reazione di polimerizzazione, dà vita al nuovo polimero rPMMA puro al 99%. Il ciclo è completamente ad impatto zero, in quanto il processo viene realizzato a circuito chiuso e tutti i sottoprodotti di questo processo chimico vengo riutilizzati all’interno del ciclo produttivo. Lo svantaggio del riciclo chimico è che alla fine del processo si avrà un rPMMA meno traslucido, avendo un costo di riciclo alto e un consumo energetico importante. Nomi commerciali comuni del PMMA Acridite ACRYLITE Acryvill Altuglas Amanite Cyrolite Green Cast LuciteOptix Oroglas Perspex Plexiglas R-Cast Setacryl Crylux TrespexZylar Categoria: notizie - tecnica - plastica - riciclo - PMMA

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https://www.rmix.it/ - I Cavi Sottomarini per le Telecomunicazioni: Struttura, Materiali, Produzione, Posa, Durata e Riciclo
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare I Cavi Sottomarini per le Telecomunicazioni: Struttura, Materiali, Produzione, Posa, Durata e Riciclo
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Dal polietilene ad alta densità al poliuretano: come sono fatti, come vengono posati e quanto durano i cavi sottomarini che mantengono il mondo connessodi Marco ArezioI cavi sottomarini per le telecomunicazioni sono la spina dorsale del traffico globale di dati, permettendo a Internet e alle reti telefoniche di collegare continenti distanti. Nonostante l'immagine spesso invisibile che abbiamo di queste infrastrutture, i cavi sottomarini sono essenziali per mantenere il mondo connesso. Ma come sono fatti? Quali materiali vengono utilizzati e come riescono a durare così a lungo negli ambienti ostili degli oceani? Esploriamo questi aspetti con un focus particolare sui polimeri utilizzati e le loro funzioni. Struttura di un Cavo Sottomarino per le Telecomunicazioni La struttura di un cavo sottomarino può sembrare semplice, ma è un concentrato di tecnologia progettato per resistere a pressioni enormi e a condizioni ambientali difficili. Al cuore del cavo troviamo le fibre ottiche, che trasportano segnali sotto forma di luce, rendendo possibile la trasmissione di grandi quantità di dati. Queste fibre sono incredibilmente sottili e fragili, quindi devono essere protette da diversi strati di materiali. Il nucleo delle fibre è circondato da un rivestimento protettivo in polimero, solitamente un polimero acrilico. Questo strato è fondamentale per mantenere l'integrità delle fibre, evitando che subiscano danni fisici o vengano a contatto con l'umidità. Tra le fibre ottiche e i successivi strati del cavo, spesso si utilizza un gel impermeabile che agisce come barriera ulteriore contro l'acqua. Man mano che si aggiungono strati di protezione, troviamo una guaina metallica, generalmente in acciaio o alluminio, per proteggere il nucleo del cavo. Questo strato di metallo è resistente alla corrosione e impedisce che il cavo venga danneggiato da pressioni esterne, colpi o persino morsi di creature marine. Il rivestimento finale del cavo è composto da materiali polimerici, i quali offrono la protezione più esterna e determinano la sua longevità nelle profondità marine. Polimeri Utilizzati nella Costruzione del Cavo Uno dei principali protagonisti della costruzione dei cavi sottomarini è il polietilene ad alta densità (HDPE). Questo polimero è largamente utilizzato grazie alle sue proprietà: è resistente all'acqua, chimicamente stabile, durevole e relativamente economico da produrre. Essendo un polimero termoplastico, l'HDPE è anche facile da modellare e lavorare in spessori sottili o più consistenti, a seconda delle esigenze strutturali del cavo. Oltre alla sua funzione di isolante, l'HDPE è fondamentale per proteggere il cavo dall'usura causata da correnti marine, sabbia e detriti sottomarini. Un altro polimero chiave è il poliuretano, utilizzato principalmente come rivestimento esterno nei cavi destinati a condizioni particolarmente estreme, come zone vulcaniche o aree a elevata attività sismica. Il poliuretano è elastico e ha un'alta resistenza all'abrasione, due caratteristiche che lo rendono ideale per proteggere il cavo da eventuali danni fisici. Oltre ai polimeri principali come HDPE e poliuretano, altri materiali polimerici, come le resine acriliche, vengono utilizzati nei rivestimenti interni che avvolgono le singole fibre ottiche, proteggendole dall'umidità e da micro urti che potrebbero comprometterne la funzionalità. Infine, in alcune applicazioni specifiche si possono utilizzare materiali come il polipropilene, che ha una resistenza chimica superiore e viene talvolta preferito nei cavi posati in acque particolarmente aggressive dal punto di vista chimico. Produzione dei Cavi Sottomarini per le Telecomunicazioni La produzione di un cavo sottomarino è un processo estremamente complesso, suddiviso in varie fasi. In primo luogo, vengono prodotte le fibre ottiche, le vere protagoniste del trasporto dei dati. Queste fibre vengono realizzate tramite un processo chiamato tiratura, in cui un preformato di vetro viene riscaldato e allungato fino a ottenere un filo sottile. Una volta pronte, le fibre vengono avvolte nei polimeri acrilici, che le proteggono dai danni fisici. Successivamente, si procede con l’aggiunta degli strati di protezione in acciaio o alluminio. Questi materiali metallici sono essenziali per proteggere il cavo dalle forze esterne e dalla corrosione. L’intero nucleo viene poi rivestito con strati multipli di HDPE o poliuretano, a seconda delle esigenze del cavo e delle condizioni a cui sarà sottoposto. Prima di essere inviati per la posa in mare, i cavi sono sottoposti a test rigorosi per assicurare che siano in grado di resistere alle enormi pressioni sottomarine e alle sollecitazioni meccaniche che incontreranno durante la loro lunga vita operativa. Posa dei Cavi Cavi Sottomarini per le Telecomunicazioni La posa di un cavo sottomarino è un'operazione che richiede una pianificazione meticolosa e un’attrezzatura altamente specializzata. Il primo passo è la mappatura dei fondali marini, un’operazione che prevede l’utilizzo di sonar e altri strumenti di rilevamento per trovare il percorso ottimale. Le navi posacavi, enormi e dotate di attrezzature avanzate, hanno il compito di rilasciare lentamente il cavo sul fondale, evitando qualsiasi danno durante il processo. In alcune zone, dove il fondale è particolarmente accidentato o dove c’è rischio di collisioni con altre infrastrutture o attività umane, vengono utilizzati aratri sottomarini che scavano una trincea in cui posare il cavo. Questa operazione consente al cavo di rimanere protetto da eventuali urti o incidenti. Una volta che il cavo raggiunge la costa, viene collegato alle infrastrutture terrestri e testato per verificare che tutto funzioni correttamente. Durata e Manutenzione dei Cavi Cavi Sottomarini per le Telecomunicazioni I cavi sottomarini sono progettati per durare tra i 25 e i 30 anni, ma la loro durata può variare in base alle condizioni ambientali. Alcuni cavi possono necessitare di manutenzione prima del termine della loro vita operativa, specialmente in aree caratterizzate da attività umane, come la pesca o il traffico marittimo. La manutenzione di un cavo sottomarino è un'operazione delicata. Se si verifica un guasto, navi specializzate vengono inviate a localizzare il punto danneggiato, sollevare il cavo dalla profondità del mare e ripararlo in superficie. Questo processo può essere molto costoso e richiede tempo, ma è essenziale per garantire la continuità delle comunicazioni globali. Riciclo dei Cavi Sottomarini per le TelecomuunicazioniUna volta che un cavo sottomarino ha terminato la sua vita utile, sorge la questione del riciclo. Tradizionalmente, molti cavi venivano lasciati sul fondo del mare, ma oggi, con l'attenzione crescente verso la sostenibilità, si cerca sempre più di recuperare e riciclare queste infrastrutture. Il processo di riciclo inizia con il recupero del cavo dal fondale, un'operazione simile a quella della posa. Una volta portato a terra, il cavo viene trasportato in impianti specializzati, dove viene separato in componenti. I metalli come il rame e l'acciaio vengono recuperati e riutilizzati in nuovi processi produttivi, mentre i polimeri possono essere riciclati o, in alcuni casi, utilizzati per il recupero energetico. Il riciclo dei cavi sottomarini è un passo importante verso la creazione di un’economia circolare e sostenibile, riducendo al minimo l'impatto ambientale delle infrastrutture telecomunicative. Conclusioni I cavi sottomarini per le telecomunicazioni sono delle vere e proprie meraviglie tecnologiche. Costruiti con materiali avanzati come l'HDPE e il poliuretano, questi cavi sono progettati per resistere per decenni nelle profondità marine, trasmettendo dati e comunicazioni vitali per l'economia globale. Nonostante la loro complessità, il futuro dei cavi sottomarini guarda sempre più verso un approccio sostenibile, puntando sul riciclo e sull'uso di materiali che possano essere recuperati e riutilizzati in modo efficace.

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https://www.rmix.it/ - Cosa è il Polimero PVA: Produzione, Utilizzo, Riciclo e Impatto Ambientale
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Cosa è il Polimero PVA: Produzione, Utilizzo, Riciclo e Impatto Ambientale
Informazioni Tecniche

Il PVA è un polimero ormai onnipresente nella produzione di oggetti di uso comune e di rilevanza tecnica, ma con risvolti ambientali non semplici di Marco ArezioIl poliacetato di vinile (PVA) è un polimero sintetico con eccellenti proprietà di solubilità in acqua, rendendolo un materiale di scelta in diverse applicazioni industriali e commerciali. La sua versatilità deriva dalla sua capacità di formare film trasparenti, la sua resistenza a solventi organici e oli, nonché la sua atossicità, che lo rende sicuro per l'utilizzo in applicazioni mediche e alimentari. Produzione del PVA Processo di Produzione La produzione di PVA inizia con la polimerizzazione dell'acetato di vinile in presenza di un catalizzatore. Il processo può variare, ma comunemente include le fasi di iniziazione, propagazione e terminazione, che conducono alla formazione di catene polimeriche di PVA. Successivamente, il polimero viene purificato e trasformato in varie forme per la commercializzazione, come polvere, granuli o soluzioni acquose. Dati di Produzione Mondiale La produzione di PVA a livello mondiale è influenzata da diversi fattori, tra cui la domanda nei settori chiave come l'imballaggio, la tessile, l'edilizia e l'agricoltura. L'Asia è il maggiore produttore di PVA, in particolare la Cina, che da sola contribuisce significativamente alla capacità produttiva globale. Altri paesi asiatici come Giappone, Corea del Sud e India sono anche importanti produttori di PVA. Principali Paesi Produttori di PVACina: La Cina è il leader nella produzione di PVA, con una stima di produzione che varia notevolmente, ma che può superare il milione di tonnellate annue, a seconda della domanda interna e delle esportazioni. Giappone e Corea del Sud: Questi paesi sono noti per la loro alta qualità di PVA, con una produzione combinata che può raggiungere centinaia di migliaia di tonnellate all'anno. India: L'India sta emergendo come un importante centro di produzione di PVA, con una capacità produttiva in crescita, che mira a soddisfare sia il mercato interno che quello delle esportazioni. Trend di Crescita La tendenza di crescita nella produzione di PVA riflette l'aumento della domanda in vari settori applicativi. La produzione è prevista aumentare nei prossimi anni, con un tasso di crescita annuo composto (CAGR) che può variare in base a diversi fattori economici, tecnologici e ambientali. Applicazioni ed Utilizzi del PVAIl Polivinil Alcol (PVA) è un polimero versatile con una vasta gamma di applicazioni e utilizzi in diversi settori industriali, grazie alle sue proprietà uniche quali la solubilità in acqua, la biodegradabilità (sotto certe condizioni), la resistenza chimica e meccanica, e l'atossicità. Di seguito, approfondiamo le principali applicazioni e utilizzi del PVA. Industria Tessile Nel settore tessile, il PVA è impiegato come agente di addolcimento e di finitura per migliorare la resistenza e la flessibilità dei filati e dei tessuti. Serve anche come fibra di supporto che può essere facilmente rimossa dopo il processo di tessitura, migliorando così l'efficienza della produzione. Packaging Il PVA trova ampio impiego nell'industria del packaging, in particolare nella produzione di film solubili in acqua e di imballaggi biodegradabili, come le capsule di detersivo liquido. Questi imballaggi si dissolvono completamente a contatto con l'acqua, riducendo i rifiuti di plastica. Edilizia e Costruzioni Nell'edilizia, il PVA è usato come componente in malte, intonaci, e sigillanti per migliorarne le proprietà adesive, la flessibilità e la resistenza all'umidità. Viene inoltre utilizzato in pitture e rivestimenti per aumentarne la durata e la resistenza agli agenti chimici. Industria della Carta Il PVA migliora la resistenza meccanica e la lucidità della carta e del cartone, trovando applicazione nella produzione di carta per stampa di alta qualità e imballaggi alimentari. Agisce anche come agente legante in inchiostri e vernici, migliorando la qualità di stampa. Elettronica Nel campo dell'elettronica, il PVA è utilizzato in componenti di display a cristalli liquidi (LCD) e in altri dispositivi elettronici per le sue proprietà ottiche e isolanti. Serve come strato di allineamento per i cristalli liquidi, essenziale per la qualità dell'immagine. Settore Farmaceutico e Medico Il PVA trova impiego in applicazioni mediche e farmaceutiche, tra cui la fabbricazione di capsule e film solubili per il rilascio controllato di farmaci, nonché in materiali per lenti a contatto morbide e idrogeli per applicazioni biomediche, grazie alla sua compatibilità biologica e atossicità. Agricoltura Nell'agricoltura, il PVA è usato per produrre film agricoli biodegradabili che aiutano a conservare l'umidità del suolo e a ridurre l'uso di erbicidi. Questi film si degradano naturalmente, riducendo l'impatto ambientale dell'agricoltura intensiva. Prodotti per la Cura Personale Il PVA è impiegato nella produzione di prodotti per l'igiene personale, come gli shampoo e i bagnoschiuma in forma solida, che si dissolvono in acqua, offrendo una soluzione sostenibile e riducendo l'utilizzo di plastica. Riciclo del PVA Il riciclo del PVA presenta delle sfide a causa della sua solubilità in acqua, ma esistono metodi sia fisici che chimici per il suo trattamento. La ricerca è incentrata sul miglioramento delle tecniche di recupero e sullo sviluppo di processi biologici per degradare il PVA in maniera più efficiente e sostenibile. Tecniche di Riciclo Riciclo Meccanico: Questo metodo implica la macinazione o la triturazione del PVA usato per riutilizzarlo direttamente nella produzione di nuovi articoli. Tuttavia, la sua efficacia è limitata dalla qualità del PVA riciclato, che può essere compromessa dalla degradazione termica o meccanica. Riciclo Chimico: Questa tecnica trasforma il PVA in monomeri o in altri composti chimici attraverso processi come l'idrolisi alcalina o l'alcolisi. Questi monomeri possono essere poi reimmessi nel ciclo produttivo. Il riciclo chimico ha il vantaggio di poter recuperare il PVA da miscele e compositi, superando alcune delle limitazioni del riciclo meccanico. Riciclo Biologico: Sfrutta microrganismi capaci di degradare il PVA in composti più semplici, come acqua e anidride carbonica, o in altri intermedi utili. La ricerca in questo campo è focalizzata sull'identificazione e l'ingegnerizzazione di ceppi batterici o enzimi specifici che possano effettuare questa trasformazione in modo efficiente. Solubilità in Acqua e Biodegradabilità La solubilità in acqua del PVA è sia una benedizione che una maledizione. Da un lato, facilita la sua rimozione da tessuti o altri materiali in processi industriali; dall'altro, rende la gestione dei rifiuti più complicata, specialmente in contesti in cui il PVA entra in ambienti acquatici. La biodegradabilità del PVA varia a seconda del suo grado di idrolisi e della composizione, con alcuni gradi di PVA che si degradano più facilmente in condizioni ambientali specifiche. Impatto Ambientale L'impatto ambientale del Polivinil Alcol (PVA) nelle acque reflue merita un'analisi approfondita, considerando sia le proprietà chimiche del PVA sia le dinamiche degli impianti di trattamento delle acque. Il PVA, nonostante sia generalmente considerato meno dannoso rispetto ad altri polimeri sintetici, presenta difficoltà specifiche una volta che entra nel sistema idrico, principalmente a causa della sua solubilità in acqua e della sua biodegradabilità variabile. Solubilità in Acqua e Trattamento delle Acque Reflue Il PVA è altamente solubile in acqua, il che significa che può facilmente disperdersi negli ecosistemi acquatici attraverso le acque reflue. Questa caratteristica, se da un lato facilita l'uso di PVA in applicazioni come capsule di detersivo solubili, dall'altro lato rende la sua rimozione dagli scarichi di acque reflue più complessa rispetto ai polimeri insolubili, che possono essere filtrati o fatti sedimentare con processi fisici standard. Biodegradabilità del PVA La biodegradabilità del PVA varia in base al grado di polimerizzazione e all'idrolisi. Alcune forme di PVA sono più facilmente degradabili da microrganismi presenti negli impianti di trattamento delle acque o negli ambienti naturali. Tuttavia, il processo di biodegradazione può essere lento e incompleto, portando all'accumulo di residui di PVA nelle acque, con potenziali effetti negativi sugli organismi acquatici. Effetti sugli Ecosistemi Acquatici La presenza di PVA nelle acque reflue e nei corpi idrici può influenzare la qualità dell'acqua e la salute degli ecosistemi acquatici in vari modi: Riduzione dell'Ossigeno: La biodegradazione del PVA da parte dei microrganismi consuma ossigeno disciolto nell'acqua, potenzialmente portando a condizioni di ipossia (basso contenuto di ossigeno) che possono danneggiare la vita acquatica. Effetti sulla Flora e Fauna Acquatica: Il PVA e i prodotti intermedi della sua degradazione possono avere effetti tossici su alcuni organismi acquatici, influenzando la crescita, la riproduzione e la sopravvivenza di pesci, invertebrati e piante acquatiche. Interferenze con i Processi di Trattamento: Alte concentrazioni di PVA nelle acque reflue possono interferire con i processi di trattamento biologico, riducendone l'efficacia e aumentando i costi operativi. Strategie di Mitigazione Per ridurre l'impatto ambientale del PVA nelle acque reflue, è necessario adottare una combinazione di approcci: Miglioramento dei Processi di Trattamento: Sviluppare e implementare tecnologie avanzate di trattamento delle acque in grado di rimuovere efficacemente il PVA e altri contaminanti organici. Innovazione nel Design dei Prodotti: Progettare prodotti che contengono PVA con una maggiore biodegradabilità o che rilasciano meno PVA nelle acque reflue. Regolamentazione e Monitoraggio: Stabilire limiti rigorosi per la concentrazione di PVA negli scarichi industriali e monitorare regolarmente le acque reflue per garantire il rispetto delle normative. Il caso delle capsule in PVA di detersivo per le lavatrici L'impatto ambientale delle capsule di detersivo in PVA (polivinil alcol) si concentra principalmente sulla loro solubilità in acqua e sulla biodegradabilità, oltre alla produzione e allo smaltimento. Questi aspetti influenzano direttamente gli ecosistemi acquatici e terrestri, la gestione dei rifiuti, e il consumo di risorse naturali. Impatto Ambientale delle Capsule di Detersivo in PVA Biodegradabilità: Sebbene il PVA sia tecnicamente biodegradabile, la velocità e l'efficienza di questo processo possono variare notevolmente a seconda delle condizioni ambientali, come la presenza di microrganismi specifici e la temperatura. Se non gestite correttamente, le capsule possono contribuire all'inquinamento da microplastiche negli ecosistemi acquatici. Solubilità in Acqua: La caratteristica principale del PVA è la sua solubilità in acqua, che permette alle capsule di detersivo di dissolversi completamente durante il ciclo di lavaggio. Tuttavia, ciò significa anche che residui di PVA possono finire nelle acque reflue, dove la loro completa biodegradazione non è sempre garantita, potenzialmente influenzando la qualità dell'acqua e la vita acquatica. Consumo di Risorse: La produzione di capsule in PVA richiede risorse naturali, inclusi petrolio e gas per la produzione del monomero di vinil acetato, e energia per i processi di polimerizzazione e confezionamento. Questo contribuisce all'impronta di carbonio del prodotto. Gestione dei Rifiuti: Anche se le capsule stesse si dissolvono, il packaging secondario può generare rifiuti aggiuntivi, specialmente se non è riciclabile o biodegradabile. Conclusioni Il PVA gioca un ruolo cruciale in molteplici industrie grazie alle sue proprietà uniche. Tuttavia, è fondamentale affrontare i problemi associati alla sua produzione, utilizzo e smaltimento per mitigare l'impatto ambientale. La promozione del riciclo e lo sviluppo di alternative sostenibili saranno vitali per garantire che l'uso del PVA rimanga sostenibile a lungo termine.

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https://www.rmix.it/ - Ricerche microbiologiche per studiare un batterio che decompone il poliuretano
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Ricerche microbiologiche per studiare un batterio che decompone il poliuretano
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Lo Pseudomonas è un batterio, che potrebbe decomporre i legami della resina termoindurente come il poliuretanodi Marco ArezioTra le varie attività di studio, sulle strade alternative nella gestione dei rifiuti, la microbiologia si sta sforzando di trovare e testare batteri per scomporre quei legami chimici definiti irreversibili, come quelli del poliuretano. Le resine termoindurenti, di cui fa parte il poliuretano, è un materiale molto rigido costituito da polimeri reticolati nei quali il moto delle catene polimeriche è fortemente limitato dall’elevato numero di reticolazioni esistenti. Durante il riscaldamento subiscono una modificazione chimica irreversibile. Le resine di questo tipo, sotto l’azione del calore nella fase iniziale, rammolliscono (diventano plastiche) e, successivamente, solidificano. Contrariamente alle resine termoplastiche, non presentano la possibilità di subire numerosi processi di formatura durante il loro utilizzo. Le resine termoindurenti, sono materiali nei quali il moto delle catene polimeriche è fortemente vincolato da un numero elevato di reticolazioni esistenti. Infatti, durante il processo di produzione, subiscono modifiche chimiche irreversibili associate alla creazione di legami covalenti trasversali tra le catene dei pre-polimeri di partenza. La densità delle interconnessioni e la natura dipendono dalle condizioni di polimerizzazione e dalla natura dei precursori: generalmente essi sono sistemi liquidi, o facilmente liquefacibili a caldo, costituiti da composti organici a basso peso molecolare, spesso multifunzionali, chimicamente reattivi, a volte in presenza di iniziatori o catalizzatori. Il poliuretano è un composto largamente usato come isolante termico, nel settore dell’edilizia, dell’industria dell’auto, negli elettrodomestici, nelle celle frigorifere, nel settore navale e ferroviario, nei mobili, nel settore calzaturiero e in molti altri settori industriali. Ogni anno, nella sola Europa, si producono circa 3,5 milioni di tonnellate di poliuretano che, alla fine del ciclo di vita, non trova una corretta destinazione nel settore del riciclo e vanno a finire normalmente in discarica. La difficoltà che oggi incontra questa tipologia di rifiuto plastico nel processo di riconversione, finchè il riciclo chimico non avrà preso piede, hanno spinto le ricerche biologiche a tracciare nuove strade. Un gruppo di ricerca Europeo chiamato P4SB sta studiando materiali provenienti dalla biologia sintetica che siano in grado, tramite dei catalizzatori batterici, di creare bio enzimi che possano depolimerizzare il poliuretano, ma anche il PET. Lo studio ha identificato un batterio, chiamato Psneudomonas, che opportunamente ingegnerizzato, sia in grado di metabolizzare i componenti del poliuretano, che verranno poi resi, all’interno della massa batterica, sotto forma di bio plastica. Questo batterio ha la capacità di sopravvivere in condizioni estreme ed è molto resistente alle sostanze tossiche, infatti è un nemico per eccellenza nel campo medico in quanto resiste facilmente agli antibiotici. Fa parte della famiglia dei batteri gram-negativi che colpisce normalmente le persone con barriere immunitarie basse o con problemi alla pelle e alle mucose. Il batterio nell’uomo scatena malattie associate alle infezioni, come i problemi respiratori, la polmonite, l’endocardite, meningiti, problemi agli occhi, alle articolazioni, gastrointestinali, dermatologici e altre forme di reazione del corpo. Questo dimostra che è un batterio da prendere sul serio e il suo utilizzo nel campo microbiologico, applicato al riciclo delle plastiche come il poliuretano, fa capire il grado di colonizzazione e decomposizione che potrebbe mettere in campo se trattato con le dovute attenzioni.Categoria: notizie - plastica - batteri - riciclo - rifiuti - poliuretano

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https://www.rmix.it/ - Cosa è il Nuovo Enzima che Mangia i Rifiuti di PET in Tempi Rapidi
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La depolimerizzazione della plastica attraverso i nuovi enzimi sarà l'alternativa al riciclo meccanico e chimico?di Marco ArezioOggi la produzione di rifiuti plastici continua ad essere superiore alla capacità del loro riciclo meccanico, tanto è vero che si stanno studiando soluzioni integrative per ridurre questo gap. Oltre alle innumerevoli strade che potrebbe aprire il riciclo chimico,  l’ingegneria biologica sta facendo passi enormi sull’individuazione di corretti enzimi che possano degradare la plastica. Attraverso uno studio da parte di un team di scienziati Americani, volto ad individuare un enzima modificato, sono state studiate combinazioni di aminoacidi che potessero degradare il PET in tempi più veloci rispetto al passato. L'organismo ha due enzimi che idrolizzano il polimero prima in mono-(2-idrossietil) tereftalato e poi in glicole etilenico e acido tereftalico da utilizzare come fonte di energia. Un enzima in particolare, la PETasi, è diventato l'obiettivo degli sforzi di ingegneria proteica per renderlo stabile a temperature più elevate e aumentare la sua attività catalitica. Un team attorno ad Hal Alper dell'Università del Texas ad Austin negli Stati Uniti, ha creato una PETasi in grado di degradare 51 diversi prodotti in PET, inclusi contenitori e bottiglie di plastica interi. Nella costruzione dello studio si sono avvalsi di un algoritmo che ha utilizzato 19.000 proteine di dimensioni simili e, per ogni aminoacido di PETase, il programma ha studiato il loro adattamento all’ambiente in cui vivevano rispetto ad altre proteine. Un amminoacido che non si adatta bene può essere fonte di instabilità e l'algoritmo suggerisce un amminoacido diverso al suo posto. Si sono poi verificate milioni di combinazioni e, alla fine del lavoro di analisi, i ricercatori hanno puntato su tre soluzioni che sembravano quelle più promettenti. Intervenendo ulteriormente con modifiche dirette, gli scienziati hanno creato un enzima molto attivo sul PET che lavorava con rapidità e a temperature più basse rispetto al passato. A 50°C, l'enzima è quasi due volte più attivo nell'idrolizzare un piccolo campione di un contenitore per alimenti in PET rispetto a un'altra PETasi ingegnerizzata a 70°C. L'enzima ha persino depolimerizzato un intero vassoio di plastica per torte in 48 ore e il team ha dimostrato che può creare un nuovo oggetto di plastica dai rifiuti degradati. E’ importante sottolineare che i tests sono stati fatti non su campioni di PET amorfo appositamente realizzati in laboratorio, ma su imballi in PET acquistati direttamente ai supermercati. Questo avvicina ancora di più le prove eseguite al contesto in cui si dovrebbe operare, cioè nell’ambito del riciclo o della depolimerizzazione delle plastiche. Resta da vedere se la depolimerizzazione enzimatica verrà infine utilizzata per il riciclaggio su larga scala. Infatti, la maggior parte del PET nel mondo viene riciclato non per depolimerizzazione, ma per fusione e rimodellamento, ma le sue proprietà si deteriorano ad ogni ciclo. Come abbiamo detto esistono alcuni metodi di depolimerizzazione chimica, ma comportano un consumo di energia molto alto e, nell’ottica della circolarità dei prodotti, l’aspetto dell’impatto ambientale che il riciclo comporta è da tenere in considerazione, specialmente quando non si dispone di energie rinnovabili. Il grande vantaggio degli enzimi è che possono essere molto più specifici dei catalizzatori chimici e, quindi, potrebbe essere più semplice, in teoria, degradare un flusso di rifiuti. Gli scienziati non nascondono però che lo studio degli enzimi che depolimerizzano il PET, per quanto complicato e lungo, potrebbe essere addirittura più semplice rispetto alla loro applicazioni su poliolefine o su plastiche miste.Categoria: notizie - tecnica - plastica - riciclo - PET - depolimerizzazione 

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https://www.rmix.it/ - Copolimero EVA: Caratteristiche, Proprietà Tecniche, Applicazioni e Riciclo
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Copolimero EVA: Caratteristiche, Proprietà Tecniche, Applicazioni e Riciclo
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Un nome difficile, Etilene Vinil Acetato, per una materia prima plastica di grande diffusionedi Marco ArezioIl copolimero EVA è una materia prima in continua crescita nel mondo, infatti se ne è utilizzata nel 2020, nonostante gli stop produttivi dovuti alla pandemia, circa 640.000 tonnellate, con un incremento medio nell’ultimo decennio del 4,3% annuo. Il mercato asiatico è sicuramente l’area in cui si impiega maggiormente l’EVA, con in testa la Cina, che ha avuto una crescita nei consumi 2019-2020 del 2-3%, seguita dagli Stati Uniti che detengono circa il 17% dei consumi mondiali. Quali sono le caratteristiche dell’EVA? L’EVA, come abbiamo detto, è un copolimero ottenuto dalla polimerizzazione del Vinil Acetato, le differenti proporzioni di quest’ultimo nella ricetta, cambiano le caratteristiche finali del prodotto, creandogli un’affinità all’LDPE. I due valori determinanti nelle ricette dell’EVA sono la sua fluidità (MFI) e la percentuale di VA (vinil acetato), in particolare, all’aumentare del tenore del comonomero la cristallinità decresce, influenzando, di conseguenza numerose proprietà dell’EVA. Infatti, un incremento del contenuto di VA aumenta la densità, la trasparenza e la flessibilità del materiale, mentre ne riduce il punto di fusione e la durezza. Quali sono le proprietà Fisico-Meccaniche dell’EVA? L’EVA, composto dal comonomero di acetato di vinile, è un prodotto semicristalino e, rispetto alle caratteristiche dell’LDPE, diventa normalmente più trasparente e più flessibile con l’aumentare della percentuale di acetato di vinile contenuto nella ricetta. Al ridursi della resistenza del materiale si riduce anche il suo intervallo di fusione, quindi la temperatura di fusione dell’EVA è pertanto inferiore a quella dell’LDPE. Durante lo stampaggio ad iniezione, per esempio, la temperatura della massa fusa dovrebbe attestarsi tra i 175 e i 225 °C e la sua lavorazione è analoga a quella dell’LDPE. Il tenore di VAC (acetato di vinile) determina le seguenti modifiche nei prodotti finiti: • 1-10%: a confronto con un film in LDPE saranno più trasparenti, flessibili e plastici, più facili da sigillare, meno rotture, maggior ritiro a temperature basse. • 15-30%: molto flessibile e morbido, lavorabile termoplasticamente, simile alla gomma di caucciù, • 30-40%: elevato allungamento elastico, flessibilità con capacità di assorbimento della carica, buona resistenza ed alta adesività. • 40-50%: estrema elasticità, reticolabile con perossidi. • 70-95%: impiego sotto forma di lattici per coloranti in emulsione, rivestimento di carta ed adesivi. L’acetato di vinile nell’EVA è anche responsabile del caratteristico odore di aceto del materiale. L’EVA, rispetto al PVC, ha una migliore resistenza alle basse temperature, nessuna migrazione di plastificante caratterizzando una elasticità permanente, una maggior resistenza a flessione e miglior resistenza ai prodotti chimici. Inoltre ha migliori proprietà di isolamento elettrico, di contro le proprietà di barriera ai gas sono inferiori come la resistenza alla luce e all’abrasione. Possiamo raggruppare le caratteristiche fisico-chimiche dell’EVA in questo schema:  Buona resistenza all’abrasione  Ottima resistenza alla luce  Espansa a cellule chiuse  Ottima resistenza all’ozono e all’ossigeno  Durezza 25/30 Shore A  Buone caratteristiche antisdrucciolo  Ottima memoria elastica  Idrorepellente  Piacevole al tatto  Colorabile, con ottimi effetti estetici  Buona capacità antivibrante  Buona resistenza alla lacerazione  Media resistenza agli oli minerali  Ottima resistenza all’aria calda Quali sono le proprietà elettriche dell’EVA? Rispetto all’LDPE le proprietà isolanti, dal punto di vista elettrico, rimangono inferiori ma l’EVA è spesso richiesto, per esempio nell’industria dei cavi, per la sua facile reticolabilità e buona flessibilità. Grazie all’elevata capacità del copolimeri EVA di incorporare cariche, come il nerofumo, si utilizzano anche per la fabbricazione di mescole semiconduttrici. • Resistività di volume Ohm/cm 2,5×1016 • Costante dielettrica 2,6 – 3,2 • Fattore di dissipazione 0,03 – 0,05 Quali sono le proprietà Chimiche dell’EVA? In presenza delle radiazioni UV il copolimero EVA ha un decadimento delle proprietà fisiche, quali la tenacità, l’allungamento a rottura e il cambiamento di colore. Inoltre, alcuni agenti chimici (agenti bagnanti, sostanze polari e diversi liquidi organici), possono fessurare il prodotto internamente. Con l’aumentare del contenuto di acetato di vinile aumenta notevolmente la resistenza agli oli minerali, al contrario si vedono diminuire le caratteristiche dell’isolamento elettrico. Quali sono le proprietà termiche dell’EVA? • Temperatura di esercizio: 60 a + 80 °C • Punto di infragilimento: – 30 °C • Maxima temperatura in uso Statico: + 80 °C • Low Temperature Range: – 30 a – 50 °C Quali sono le applicazioni dell’EVA? Il copolimero EVA trova grande applicazione nel settore del packaging, come il film estensibile, in virtù degli alti coefficienti di frizione ed adesività che conferiscono al prodotto una buona caratteristica saldante. Inoltre viene impiegato nei processi di co-estrusione per la realizzazione di film multistrato, specialmente nel settore alimentare. Infine, trova larga applicazione nel settore delle calzature, come le suole o l’interno degli scarponi da sci e nel settore delle telecomunicazioni come elemento di rivestimento dei tubi e cavi. Come si ricicla l’EVA? Lo scarto dell’EVA può avere una provenienza post industriale, questo significa che durante la lavorazione per la produzione di oggetti si possono generare rifili o scarti. Se il rifiuto di lavorazione non è espanso, è possibile recuperarlo attraverso la macinazione dello stesso, avendo cura di tenere separarti gli scarti provenienti da ricette differenti. Una volta ridotto di volume è possibile impiegarlo come materia prima seconda nella produzione di nuovi prodotti. Se il materiale non espanso, invece, proviene dalla raccolta differenziata, è necessario prevedere passaggi di riciclo che possano separare eventuali materiali combinati nel prodotto da riciclare separando l’EVA. Per esempio, se abbiamo una scarpa con suola in EVA e struttura in tessuto o composta da altri materiali, si dovranno separate i vari materiali che la compongono prima delle operazioni finali di riciclo. Se, invece, i materiali di scarto sono composti da EVA espansa, questa può essere usata, dopo essere stata macinata o micronizzata, come inerte in miscele di leganti per svariati prodotti.Categoria: notizie - tecnica - plastica - riciclo - EVA

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https://www.rmix.it/ - Ottimizzazione Energetica nelle Macchine per la Lavorazione delle Materie Plastiche
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Ottimizzazione Energetica nelle Macchine per la Lavorazione delle Materie Plastiche
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Soluzioni Tecnologiche per Ridurre i Consumi e Migliorare le Prestazioni delle Macchine per la Plasticadi Marco ArezioL'industria delle materie plastiche si trova oggi ad affrontare una sfida cruciale: ridurre il consumo energetico senza compromettere la produttività e la qualità del prodotto finale. Le macchine per la lavorazione delle plastiche, dai sistemi di iniezione ai macchinari di estrusione e termoformatura, rappresentano un'area chiave in cui l'efficienza energetica può fare una differenza significativa. Grazie all'introduzione di tecnologie innovative, è possibile ridurre l'impatto ambientale e ottenere risparmi operativi notevoli. L'importanza di un approccio sistemico L'ottimizzazione energetica delle macchine non si limita alla scelta di componenti più efficienti. Richiede un approccio sistemico che coinvolga l'intero ciclo di produzione, dalla progettazione del macchinario fino al suo utilizzo quotidiano. Le moderne tecniche di simulazione digitale, combinate con i dati raccolti attraverso sensori IoT (Internet of Things), consentono di monitorare il consumo energetico in tempo reale e di identificare eventuali inefficienze. Ad esempio, un controllo avanzato dei parametri di processo è essenziale per ridurre i picchi di energia senza compromettere la qualità del prodotto. Inoltre, è importante considerare l'interazione tra il macchinario e l'ambiente produttivo, come la disposizione degli impianti, la ventilazione e la temperatura ambiente, che influenzano direttamente le prestazioni energetiche. Tecnologie ad alta efficienza Tra le soluzioni più promettenti per migliorare l'efficienza energetica si annoverano i motori elettrici ad alta efficienza e i sistemi di recupero del calore. I motori a magneti permanenti, per esempio, non solo riducono le perdite energetiche grazie alla loro maggiore efficienza intrinseca, ma consentono anche un controllo più preciso e dinamico, ideale per i processi complessi e variabili della lavorazione delle materie plastiche. Inoltre, i sistemi di recupero del calore, come gli scambiatori termici integrati, permettono di trasformare l'energia termica dissipata in energia utile, alimentando altre fasi del processo o contribuendo al riscaldamento dell'ambiente produttivo. Questa combinazione di tecnologie contribuisce a un significativo abbattimento dei consumi senza sacrificare le prestazioni operative. Un altro esempio di soluzione efficiente è rappresentato dai sistemi idraulici a velocità variabile, che regolano il flusso in base alle effettive esigenze operative, ottimizzando così il consumo energetico senza sacrificare le prestazioni. Questi sistemi utilizzano tecnologie avanzate di controllo, che adattano dinamicamente la velocità del motore idraulico alle necessità specifiche del processo produttivo, evitando sprechi. Allo stesso tempo, l'integrazione di sistemi di recupero del calore si sta rivelando una strategia fondamentale: l'energia termica generata durante il funzionamento delle macchine può essere catturata mediante scambiatori di calore altamente efficienti e reimmessa nel ciclo produttivo o utilizzata per il riscaldamento dell'impianto. Questa combinazione tecnologica consente una riduzione significativa dei costi operativi, migliorando al contempo la sostenibilità complessiva delle operazioni. Digitalizzazione e automazione La digitalizzazione gioca un ruolo centrale nell'ottimizzazione energetica. L'automazione avanzata, abbinata all'intelligenza artificiale (IA), permette di analizzare grandi quantità di dati e di ottimizzare i parametri operativi in modo dinamico. I sistemi predittivi basati su algoritmi di machine learning possono anticipare guasti o anomalie, minimizzando i tempi di inattività e riducendo i costi energetici associati a un uso inefficiente delle risorse. Un esempio pratico di digitalizzazione è l'implementazione di dashboard intelligenti, che forniscono agli operatori una visione chiara e immediata del consumo energetico e delle opportunità di miglioramento. Questi strumenti non solo aumentano la consapevolezza, ma facilitano anche l'adozione di pratiche operative più sostenibili. Materiali e progettazione sostenibile Un ulteriore aspetto da considerare è la progettazione dei macchinari con materiali leggeri e resistenti, che riducono le inerzie e migliorano l'efficienza complessiva. L'uso di materiali compositi e di leghe avanzate consente di alleggerire le strutture senza comprometterne la durabilità, contribuendo a un consumo energetico ridotto durante l'intero ciclo di vita del macchinario. Inoltre, i macchinari progettati con un'ottica modulare facilitano la manutenzione e l'aggiornamento tecnologico, riducendo l'obsolescenza e promuovendo un modello di economia circolare. Formazione degli operatori Infine, non bisogna sottovalutare l'importanza della formazione degli operatori. Anche la macchina più avanzata è inefficiente se utilizzata in modo scorretto. Programmi di training specifici per il personale possono garantire un uso ottimale delle tecnologie disponibili, migliorando la produttività e riducendo i costi operativi. L'integrazione tra tecnologie avanzate, formazione adeguata e un approccio olistico alla gestione dell'energia rappresenta quindi la chiave per affrontare con successo le sfide del settore. © Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - Qualità del rifiuto in pvc per la produzione di un granulo riciclato
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Qualità del rifiuto in pvc per la produzione di un granulo riciclato
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Una buona selezione dello scarto di PVC determina una migliore qualità del granulo riciclato per produrre i raccordi stampati per i tubidi Marco ArezioCome accade per la produzione dei tubi lisci per il convogliamento dell’acqua fatti con granuli in PVC riciclato, anche la produzione dei raccordi dei tubi segue delle regole di produzione consigliabili. Tubi e raccordi in PVC, adatti per far defluire le acque dagli edifici, senza pressione, hanno un buon alleato che si sta rapidamente diffondendo nel mondo. Il materiale riciclato sta prendendo sempre più piede in questo campo dando una grande mano all’economia circolare e soprattutto all’ambiente. Il riutilizzare degli scarti in PVC per trasformarli in altri prodotti, non solo crea un’indipendenza dall’industria petrolifera che, per quanto utile, è la maggiore responsabile dell’effetto serra e del prosciugamento delle risorse naturali. Ove fosse possibile, l’evitare di sostenere ulteriormente l’industria dei polimeri vergini, di derivazione petrolifera, costituirebbe di certo un grande regalo all’ambiente e quindi a noi stessi. C’è poi da considerare l’aspetto dell’inquinamento creato dai rifiuti solidi, che la società produce ad un ritmo impressionante a causa di un consumismo senza freni. Questi rifiuti, attraverso i principi dell’economia circolare, sono da riutilizzare per ridurne il loro impatto sulla nostra vita. Nel mondo della produzione dei tubi e raccordi in PVC, gli scarti hanno assunto un ruolo importante in quanto, attraverso una corretta selezione di essi, si possono estrudere tubi ed iniettare raccordi senza utilizzare il materiale vergine. Per i raccordi, che vengono realizzati in forme e diametri differenti, gioca un ruolo molto importante l’origine del materiale che vogliamo riciclare e che destineremo alla produzione dei manufatti. Ci sono alcune tipologie di rifiuti che possono essere usati per questa tipologie di prodotto: I profili dei serramenti che devono essere completamente puliti da gomme, siliconi, guarnizioni e ogni parte metallica presente nelle finestre.Le tapparelle che devono presentare la completa asportazione dei meccanismi di movimento in metalloI tubi di scarico prodotti o raccolti, devono essere macinati senza essere mischiati con altri tubi (PP-LD o HD)Carte di credito come scarti di produzioneAnime per avvolgere prodotti in carta o film plasticiManufatti per la tornitura a forma cilindrica piena o con altre forme, risultanti dallo scarto di lavorazione da materiali vergini o riciclati La scelta di utilizzare sempre materiali altamente selezionati e provenienti da una filiera che non sia quella del post consumo, garantisce un vantaggio qualitativo alla fonte e, soprattutto, si evita il pericoloso problema dell’inquinamento dei macinati da estrusione o stampaggio con altre tipologie di plastiche che non sono distinguibili ad occhio nudo. Se non si dispone di un controllo diretto dell’input del PVC in entrata, ma si acquista il macinato o il granulo finito, prima di utilizzarlo è importante poter fare un’analisi di laboratorio per capire la composizione della materia prima in entrata. Sarebbe inoltre una buona regola disporre di un piccolo estrusore da laboratorio per simulare una produzione campione, verificando i comportamenti del materiale in fase di fusione.Categoria: notizie - tecnica - plastica - riciclo - pvc

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https://www.rmix.it/ - Come Scegliere un HDPE Riciclato da Soffiaggio senza Odori per l’Automotive
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Come Scegliere un HDPE Riciclato da Soffiaggio senza Odori per l’Automotive
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Come Scegliere un HDPE Riciclato da Soffiaggio senza Odori per l’Automotivedi Marco ArezioL’uso dell’HDPE riciclato per il soffiaggio si sta moltiplicando nelle aziende che fino a pochi anni fa rinnegavano il materiale riciclato, bollandolo come uno scarto, un rifiuto, dalle scarse qualità tecniche, estetiche e d’immagine.Per fortuna molte cose sono cambiate dentro e fuori le aziende, così che l’HDPE riciclato da soffiaggio è passato nel giro di qualche anno da reietto a prodotto di grande interesse, pratico e mediatico. Senza dubbio ci sono stati anche notevoli miglioramenti tecnici sugli impianti che caratterizzano la filiera produttiva del riciclo, tanto che molte delle problematiche classiche che si riscontravano nell’uso dell’HDPE riciclato durante la produzione di articoli soffiati, in parte sono state risolte. Molto ha fatto anche un diverso approccio sia dell’acquirente della materia prima che del consumatore finale, che hanno perso quella criticità relativa ad un articolo fatto con materiale riciclato. Ma nel campo del riciclo ci sono ancora flussi di HDPE che possono presentare problemi qualitativi, estetici e di odore. In relazione all’odore contenuto nei flaconi da riciclare, materia prima da post consumo utilizzata per la realizzazione del granulo da soffiaggio, sicuramente il più persistente è quello che deriva dai detersivi, infatti nonostante il lavaggio, anche accurato dei flaconi da riciclare, l’odore di tensioattivo rimane in modo quasi indelebile. Se nel settore del packaging la rimanenza di odore di detersivo è sempre più tollerato, ma in altri settori, come quello dell’automotive, è una forte discriminante. Nell’ottica dell’economia circolare, l’impiego di granuli in HDPE riciclato che provengano dal post consumo è diventato una vera necessità per l’ambiente, in quanto è indispensabile riutilizzare il più possibile la plastica a fine vita, per evitare che finisca in rifiuto. Sul mercato esistono dei granuli in HDPE neutri od opacizzati, che non hanno al loro interno odori di detersivo, alimentari o di altre fragranze (o puzze), rendendoli così adatti ad un uso più professionale. Per esempio i condotti dell’aria nel settore automotive, possono essere realizzati con granuli in HDPE riciclati, ma non devono attribuire all’aria che ci passa all’interno, odori sgradevoli o persistenti. L’input di questi granuli è costituito da una mono plastica (solo HDPE) che non viene a contatto con altri rifiuti e quindi non ne assorbe, durante il ciclo di immagazzinamento, trasporto nei sacchi e riciclo finale, le contaminazioni classiche che danno origine agli odori pungenti e persistenti della raccolta differenziata. Con questi materiali, neutri od opacizzati, si possono soffiare bocchettoni di aerazione, o altri parti nel settore dell’automotive, che non presentano odori sul prodotto finito, riuscendo a coniugare qualità, circolarità ed esigenze tecniche. In ogni caso, i granuli in ingresso, si possono testare attraverso una semplice analisi sull’impronta degli odori contenuti, attraverso un test di gas cromatografia a mobilità ionica, che in soli 20 minuti ci può dare una fotografia sui componenti chimici dei granuli, in relazione a possibili odori durante le fasi di soffiaggio dell’articolo o una volta posizionato nel veicolo. Questi dati rilasciati dalla prova non sono empirici, come il test fatto con il naso da un gruppo di persone, ma sono del tutto analitici, precisi ed inconfutabili.Categoria: notizie - tecnica - plastica - riciclo - HDPE - soffiaggio - post consumo - automotive - odori Vedi maggiori informazioni sul riciclo

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https://www.rmix.it/ - Etichette RFID, Tag NFC e Indicatori di Freschezza Compostabili: Frontiere e Innovazione Sostenibile per il Packaging Alimentare e Farmaceutico
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Etichette RFID, Tag NFC e Indicatori di Freschezza Compostabili: Frontiere e Innovazione Sostenibile per il Packaging Alimentare e Farmaceutico
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Verso un packaging intelligente e completamente compostabile: sfide, soluzioni e prospettive per l’integrazione di dispositivi elettronici sostenibili nei flussi di raccolta organicadi Marco ArezioNegli ultimi decenni, il settore del packaging ha conosciuto una vera e propria rivoluzione. Se un tempo l’imballaggio era solo un mezzo per contenere, proteggere e trasportare le merci, oggi è divenuto un veicolo di informazione, sicurezza, interazione e, sempre più spesso, sostenibilità ambientale. L’avvento dell’Internet of Packaging (IoP) ha permesso di arricchire le confezioni di prodotti alimentari, farmaceutici e di largo consumo con etichette intelligenti: RFID, tag NFC e indicatori di freschezza sono ormai realtà consolidate sulle linee produttive di aziende globali, in grado di offrire nuovi livelli di tracciabilità, autenticità e controllo della qualità. Tuttavia, questa spinta verso l’innovazione digitale si accompagna a una sfida ancora più pressante: riuscire a gestire la fine vita di imballaggi dotati di componenti elettronici senza appesantire l’impatto ambientale, integrando questi dispositivi nel ciclo virtuoso dell’economia circolare. Così, il packaging intelligente si trova oggi a un bivio: diventare davvero sostenibile, o rischiare di trasformarsi in un nuovo problema di smaltimento. Smart Packaging e nuove esigenze di tracciabilità e sicurezza La diffusione del packaging intelligente è nata dall’esigenza di avere sempre più informazioni sul ciclo di vita del prodotto: da dove arriva, come viene conservato, se è stato manipolato correttamente lungo la filiera. Etichette RFID e tag NFC consentono di tracciare i prodotti in modo univoco, facilitando sia la logistica sia la gestione degli stock, mentre indicatori di freschezza e sensori ambientali sono in grado di rilevare in tempo reale eventuali variazioni di temperatura, gas o umidità, segnalando alterazioni che possono compromettere la sicurezza o la qualità dell’alimento o del farmaco. Queste tecnologie sono ormai imprescindibili per le aziende che vogliono ridurre gli sprechi, garantire sicurezza ai consumatori e soddisfare le richieste di trasparenza del mercato. Ma proprio la presenza di componenti elettronici, se non adeguatamente progettati, può compromettere la possibilità di avviare l’imballaggio verso il riciclo o la compostabilità, andando a inquinare i flussi di raccolta organica e costituendo un potenziale rischio per l’ambiente. Problematiche ambientali dei dispositivi elettronici tradizionali L’entusiasmo per il packaging smart si scontra ancora oggi con i limiti imposti dall’utilizzo di materiali convenzionali nella fabbricazione delle etichette elettroniche. La struttura di questi dispositivi, infatti, è tipicamente basata su substrati plastici come PET o PP, su piste conduttive in rame, argento o alluminio, su microchip di silicio e su adesivi sintetici. Nessuno di questi materiali può essere considerato realmente biodegradabile o compostabile, anzi, spesso sono fonte di rilascio di microplastiche e metalli pesanti. Se dispersi nei flussi di rifiuti organici, possono peggiorare la qualità del compost prodotto, con rischi di contaminazione per i suoli e le colture. Per questa ragione, la normativa europea (EN 13432) e quella americana (ASTM D6400) stanno imponendo criteri sempre più stringenti non solo per i materiali d’imballo, ma anche per tutte le componenti funzionali, comprese quelle elettroniche, richiedendo la completa compostabilità per tutto ciò che accompagna il prodotto alla fine del suo ciclo di vita. Architettura di una smart label compostabile: materiali innovativi e processi produttivi La ricerca scientifica e tecnologica ha risposto a queste nuove sfide ambientali con uno sforzo senza precedenti, portando allo sviluppo di una nuova generazione di etichette e sensori che sono progettati fin dall’origine per essere compostabili. Le fondamenta di queste soluzioni risiedono nei substrati bio-based, ossia supporti ricavati da materie prime rinnovabili come il PLA (un polimero ottenuto dalla fermentazione di zuccheri vegetali), la cellulosa rigenerata o il PHB, un biopolimero microbico. Questi materiali non solo sono compatibili con le moderne tecniche di stampa elettronica, ma si degradano in modo sicuro sia negli impianti di compostaggio industriale che, in alcuni casi, anche in ambienti domestici. La seconda rivoluzione riguarda i materiali utilizzati per le piste conduttive e i circuiti: invece dei classici metalli pesanti, si stanno affermando inchiostri a base di carbonio, grafite o nanotubi di carbonio, e polimeri organici conduttivi come PEDOT:PSS o polianilina, tutti in grado di degradarsi durante il compostaggio. Anche le versioni “green” di conduttori metallici – come nanoparticelle di argento incapsulate – stanno trovando applicazione, anche se con qualche limite in termini di costo e durabilità. Il vero salto di qualità, però, è quello dei microchip e dei sensori eco-compatibili: oggi si lavora su transistor organici su supporti cellulosici, dispositivi a film sottile totalmente biodegradabili e memorie transitorie che si dissolvono a contatto con l’umidità. Pur con prestazioni limitate rispetto ai classici chip in silicio, queste soluzioni risultano già sufficienti per tag NFC e RFID a ciclo breve, ideali per monitoraggi puntuali e packaging monouso. Infine, gli indicatori di freschezza possono essere realizzati senza elettronica, utilizzando film reattivi a base di sostanze naturali come pectina, alginati o pigmenti vegetali, capaci di cambiare colore a seconda della presenza di gas o variazioni di temperatura: un’informazione di sicurezza immediatamente fruibile dal consumatore e, soprattutto, del tutto biodegradabile. Tecniche di produzione e integrazione industriale Le innovazioni nei materiali hanno stimolato una rapida evoluzione anche nei processi produttivi. Le etichette smart compostabili vengono oggi prodotte attraverso la stampa inkjet di inchiostri conduttivi su substrati bio-based o su carta, la serigrafia per realizzare circuiti più spessi e robusti, e la laminazione o l’accoppiamento a bassa temperatura, in modo da non alterare le proprietà dei materiali compostabili. Si prestano grande attenzione anche agli adesivi, privilegiando quelli naturali a base di amido o destrine, proprio per evitare ogni rischio di contaminazione nei flussi organici. L’obiettivo è riuscire a integrare queste tecnologie nelle linee di produzione esistenti, garantendo scalabilità, efficienza e competitività dei costi. Limiti attuali e sfide tecniche Sebbene i risultati siano promettenti, la strada verso una completa adozione delle etichette compostabili non è priva di ostacoli. Il primo limite riguarda la durata: questi dispositivi sono perfetti per prodotti a ciclo di vita breve – come alimentari freschi o farmaci monodose – ma meno adatti a logistiche a lungo termine. La portata di comunicazione dei tag passivi RFID o NFC, ad esempio, è ancora inferiore rispetto a quella dei tradizionali circuiti metallici, soprattutto alle frequenze più alte. Sul fronte economico, i costi di produzione, seppur in discesa, restano superiori alle soluzioni convenzionali, anche se la crescita della domanda e l’industrializzazione stanno rapidamente riducendo il divario. Esistono infine alcune difficoltà di compatibilità con i sistemi di lettura standard, spesso ottimizzati per etichette metalliche, che richiederanno aggiornamenti e adattamenti tecnologici da parte degli operatori logistici e industriali. Applicazioni reali e casi studio Nonostante questi limiti, numerosi casi di successo dimostrano come la rivoluzione delle etichette smart compostabili sia già una realtà. Nel settore alimentare, per esempio, alcune aziende stanno sperimentando confezioni di insalate pronte, carne e latticini dotate di indicatori di freschezza e tag NFC compostabili, in grado di monitorare la catena del freddo e garantire la qualità fino al consumatore finale. Anche in ambito farmaceutico, i blister e le confezioni “intelligenti” si stanno dotando di tag NFC compostabili, offrendo sicurezza nella tracciabilità e agevolando uno smaltimento sostenibile. Nella logistica e nel settore e-commerce, buste e scatole compostabili con tag smart integrati permettono l’autenticazione del prodotto e il tracking lungo tutta la supply chain, senza appesantire la frazione residua dei rifiuti. Normativa e standard: una corsa verso la conformità L’adeguamento alle normative rappresenta un passaggio cruciale per la diffusione del packaging intelligente e compostabile. Le norme EN 13432 e ASTM D6400 sono oggi il riferimento per chi intende certificare la compostabilità dei materiali, prevedendo limiti precisi sulla biodegradabilità, la disintegrazione, l’assenza di metalli pesanti e la sicurezza eco-tossicologica. Gli organismi di certificazione stanno aggiornando i loro protocolli per includere i dispositivi elettronici, ponendo particolare attenzione alla sicurezza alimentare e all’impatto ambientale del compost prodotto. La direzione è chiara: solo i dispositivi che rispettano questi requisiti potranno essere integrati senza riserve nei flussi di raccolta organica. Prospettive di ricerca e scenari futuri La ricerca non si ferma, anzi accelera su più fronti. Ci si muove verso l’elettronica transiente e disassemblabile, dispositivi progettati per dissolversi spontaneamente o essere facilmente separati dai materiali compostabili. Prende piede la stampa di circuiti “on demand” su materiali biodegradabili, utile per la personalizzazione delle informazioni lungo tutta la filiera. Si studiano soluzioni che integrano la tracciabilità con blockchain e IoT senza compromettere la compatibilità ambientale. Infine, grande attenzione viene dedicata all’educazione del consumatore: istruzioni chiare e simboli intuitivi sono fondamentali affinché lo smaltimento sia davvero corretto e non rischi di contaminare i flussi organici. Questa rivoluzione è sostenuta da una solida collaborazione tra università, industria e regolatori, con l’obiettivo di standardizzare le nuove tecnologie e accelerare la transizione verso un packaging più intelligente, sostenibile e rispettoso dell’ambiente. Conclusioni: il futuro del packaging smart è compostabile Mai come oggi l’innovazione nel settore del packaging si trova davanti a una scelta decisiva: continuare a crescere puntando su intelligenza, tracciabilità e interattività, oppure fermarsi per non aggravare la pressione ambientale. L’integrazione di etichette RFID, tag NFC e indicatori di freschezza compostabili rappresenta la sintesi di queste esigenze, dimostrando che è possibile coniugare tecnologia avanzata e rispetto dell’ambiente. I progressi nei materiali, nei processi produttivi e nella normativa hanno aperto la strada a packaging realmente smart e, allo stesso tempo, pienamente compatibili con la raccolta organica e i principi dell’economia circolare. Restano criticità tecniche ed economiche, ma la direzione intrapresa dal settore è netta: il packaging del futuro sarà sempre più integrato, interattivo e sostenibile. La sfida, ora, è giocata sulla velocità di questa transizione e sulla capacità di fare sistema tra ricerca, industria e policy maker, per costruire insieme una filiera innovativa, trasparente e davvero green, senza compromessi sulla salute del pianeta.© Riproduzione Vietata

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