Alla Cascina del Pellicano la vita scorre secondo regole proprie, dove la campagna non è mai solo campagna e la normalità va interpretata con una certa elasticità. Un conte poco incline alla fatica, una donna pratica e devota, animali insolitamente espressivi e un postino leggendariamente svogliato si muovono in un microcosmo rurale che sembra innocuo solo in apparenza. Qui, piccoli segnali diventano eventi e l’assurdo si insinua con la naturalezza di un fenomeno stagionale.
Tra santi distratti, odori persistenti e osservazioni “quasi scientifiche”, la quotidianità si trasforma in una commedia nera dove nessuno urla e nessuno corre, ma tutti osservano. Il racconto procede con un umorismo sottile e crescente, mostrando come le grandi svolte nascano spesso da ciò che viene ignorato. Senza mai perdere il tono leggero, la storia riflette sul confine ambiguo tra caso e opportunità, tra miracolo e affare. Alla fine resta una sensazione precisa: quando qualcosa emerge dalla terra, non sempre lo fa per il bene di chi lo trova.
Racconto grottesco di campagna tra postini, santi locali e scoperte indesiderate
Gennaio 2026
di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.
Romanzo giallo-umoristico. La Ricetta della Cascina del Pellicano. Capitolo 6: Quando gli Animali Cominciarono a Ballare
I passeri cinguettavano sui rami degli alberi che facevano da contorno al lato nord della concimaia, e quel loro chiacchiericcio minuto — insistente, allegro, un po’ pettegolo — dava alla scena un’aria quasi normale. Quasi. Perché la normalità, alla Cascina del Pellicano, era diventata un concetto elastico: si allungava e si stringeva a seconda di ciò che decidevano di fare gli animali.
Il conte osservava le sue “mandrie” con un’attenzione rapita, come se stesse assistendo a un esperimento di laboratorio e non a una mucca, un cavallo e un cane che brucavano attorno a una vasca di drenaggio e compostaggio puzzolente. Aveva lo sguardo di chi finalmente crede di aver trovato qualcosa che non richiede la fatica di inventarlo: una scoperta già pronta, che basta solo capire come incassare.
Ida, seduta al suo fianco sul bordo della vasca in cemento, era assorta. Le gambe penzolavano sopra la pozza scura del concime liquido, e lei teneva le mani unite in grembo come se stesse pregando. In parte lo faceva davvero, ma non con la teatralità delle chiese: pregava con quella devozione pratica di chi si rivolge a Dio come ci si rivolge al medico condotto, senza troppi giri di parole, con la speranza che l’intervento arrivi prima che il guaio diventi irreversibile.
Il vento della mattina era leggero. Passava sulla pelle, entrava nelle narici con un misto di erba bagnata e vita marcia, e sembrava portarsi via le parole che sarebbero state doverose in quel teatrino campestre. Perché c’erano sempre parole “doverose”: commenti, giudizi, frasi da dire per dimostrare di essere presenti. Ida, invece, aveva imparato che molte parole peggiorano le situazioni. Quindi taceva, e nel suo silenzio c’era una forma di equilibrio antico: se il mondo è già abbastanza folle, non serve aggiungere spiegazioni.
La mucca brucava voracemente l’erba verdissima cresciuta ai margini, come se quel bordo acquitrinoso fosse un ristorante stellato. Il cavallo si muoveva tra fango e ramaglia con la calma di chi non ha aspirazioni, annusando e scegliendo il punto migliore per esistere senza disturbare. Caligola, più cauto, restava vicino, masticava uno stelo duro e guardava ogni tanto il conte con la prudenza dei cani che sanno riconoscere l’inizio dei problemi.
Il loro silenzio religioso venne rotto all’improvviso da un sibilo lontano.
All’inizio fu un rumore sottile, come il lamento di un tubo dell’acqua o di una cinghia che scorre male. Proveniva dalla strada che da Cava Manara tagliava la campagna, attraversava il tratto fino alla Cascina del Pellicano e poi centrava fragorosamente l’argine che portava a Sommo Lomellina a destra e Tre Re a sinistra. Un suono che, a forza di avvicinarsi, diventava sempre più netto, più metallico, più irritante.
Né il conte né Ida ci fecero caso subito. In campagna i rumori arrivano sempre prima del significato. Poi, mentre il sibilo aumentava, Gianalberto buttò l’occhio verso la strada.
E lo vide.
Il motorino giallo del postino in lontananza.
A bordo, Aurelio Malcontento.
Il nome, in paese, non aveva mai bisogno di presentazioni: Aurelio era famoso quasi quanto il conte, ma per ragioni più democratiche. Uno sfaticato come lui, solo senza titolo nobiliare. Per consegnare tre bollette e sei volantini pubblicitari nell’area compresa tra i comuni di Sommo e Cava Manara, impiegava le sei ore e trenta canoniche del suo contratto. E badate bene: sei ore e trenta solo quando il clima era mite. In caso contrario, l’uomo praticava un principio inviolabile: la posta si consegna quando non dà fastidio. Se pioveva, se faceva freddo, se c’era vento, se l’aria era “strana”, lui dall’ufficio postale non usciva per niente. Lo si poteva definire una forma di sostenibilità personale.
I posteri — se mai qualcuno avrà la pazienza di occuparsi dei postini della Lomellina — potranno discutere a lungo se quel giorno fosse stato il fato, il destino vigliacco, o il miracolo di San Rocco, protettore di Sommo, a metterci lo zampino. Sta di fatto che Aurelio Malcontento stava arrivando. Lanciato. Più o meno.
Il motorino puntava verso la cascina a una velocità che oscillava tra i ventisette e i trenta chilometri orari: una velocità rispettabile per un uomo che considerava la fatica un abuso contrattuale. Nel cassettino frontale c’era sicuramente il Giornalino del Coltivatore Diretto, che Gianalberto riceveva da anni senza mai aprirlo, ma che continuava a farsi consegnare per confermare a sé stesso di essere, almeno sulla carta, un coltivatore.
Il conte seguiva il motorino con lo sguardo, più per curiosità che per reale interesse. E fu proprio in quel momento che le mandrie iniziarono a compiere atti del tutto strambi.
Prima la mucca.
La vacca da latte si irrigidì, alzò la testa, e per un attimo sembrò ascoltare qualcosa che gli altri non sentivano. Poi, all’improvviso, iniziò una danza circolare. Non una passeggiata, non un giro prudente: una rotazione vera, vorticosa, nel tentativo assurdo di mordersi la coda. I suoi muggiti si trasformarono in suoni terribili, quasi isterici, che assomigliavano più a un latrato di cane che al verso di una mucca. Ma la cosa più inquietante era l’intensità: la vacca girava su sé stessa sempre più forte, sempre più rapida, spostandosi a spirale verso la strada, riempiendo l’aria di un rumore assordante, come se una muta di cani avesse deciso di invadere le campagne.
Ida spalancò gli occhi. Non per paura, ma per incredulità. Aveva visto di tutto nella vita, ma una mucca posseduta dall’idea di essere un cane era una novità anche per lei.
Poi il cavallo.
Nel frattempo il ronzino, come se avesse ricevuto un segnale da un altoparlante invisibile, iniziò a saltare in modo innaturale. Non i soliti balzi scomposti di un animale spaventato: no. Balzi coreografici. Cercava di unire le zampe in aria, facendo toccare i quattro zoccoli contemporaneamente, come un acrobata che ha studiato male la disciplina. E a ogni atterraggio sincrono — tac! — emetteva un fischio lungo e metallico, simile a quello di una nave che lascia la banchina per le terre d’America.
Un cavallo-fischietto. Una mucca-lupo. La mattina stava degenerando con una creatività che nessun drammaturgo avrebbe osato proporre per non essere accusato di esagerazione.
Il conte restò seduto, immobile, con la bocca leggermente aperta. Non era spaventato. Era, più che altro, affascinato. Dentro di lui, l’idea dell’imprenditore si gonfiava come un palloncino: ecco la prova, pensava. Ecco il fenomeno. Ecco la sostanza.
Ida, invece, sentiva una cosa diversa: non la prova, ma il presagio. Quel genere di presagio che non porta mai a un guadagno pulito.
E poi arrivò il colpo di teatro finale.
Caligola.
Il cane, che fino a un secondo prima aveva giocato con l’erba selvatica come un filosofo in pensione, scattò con un’agilità imprevista e saltò sulla groppa della mucca in piena rotazione destrorsa. Ci salì con la precisione di un circense esperto, mantenendo un equilibrio che sfidava non solo la gravità, ma anche la dignità della specie. Una volta in sella, iniziò anche lui a girare, ma in senso inverso rispetto al movimento del quadrupede, cercando di mordersi la coda, come se volesse dimostrare che il delirio, se condiviso, diventa disciplina.
La scena era così assurda che per un istante Ida non riuscì nemmeno a reagire. Le venne da ridere e da piangere insieme, e dovette scegliere: optò per una risatina strozzata, perché piangere avrebbe richiesto troppa energia.
Il motorino del postino, intanto, continuava ad avvicinarsi. Aurelio Malcontento, ignaro o forse semplicemente abituato a non notare nulla che non fosse un ostacolo diretto, puntava verso la cascina con la sua andatura da eroe del contratto collettivo.
«Conte…» mormorò Ida, finalmente trovando la voce, «io non so che cosa lei voglia scoprire… ma questa roba qui… non mi sembra benedetta.»
Gianalberto non la ascoltò. Aveva gli occhi lucidi, rapiti. Sembrava un bambino davanti ai fuochi d’artificio, solo che i fuochi d’artificio erano fatti di letame, fischi navali e bovini in trance.
La mucca continuava a ruotare, il cavallo a saltare, il cane a danzare. Il vento portava i suoni e li mescolava ai cinguettii dei passeri, come se la natura intera stesse partecipando a un concerto impazzito.
E in quel caos, mentre l’argine restituiva l’eco del motorino in avvicinamento, Ida capì una verità semplice: qualunque cosa ci fosse nella concimaia, non era fatta per restare nascosta. E quando qualcosa non vuole restare nascosto, prima o poi qualcuno si fa male.
Non era pessimismo.
Era esperienza.
San Rocco, che a Sommo Lomellina godeva di una reputazione solida e di un’agenda fitta di intercessioni minori, decretò che il postino avrebbe avuto bisogno di qualche settimana di riposo. Non una punizione, si badi bene, ma una convalescenza doverosa, corredata — come da tradizione lombarda — da un bel certificato medico scritto in grafia indecifrabile e timbrato con decisione. Un miracolo amministrativo, più che mistico: Aurelio Malcontento avrebbe finalmente avuto una giustificazione ufficiale per non consegnare la posta.
Ma il santo, evidentemente, aveva deciso di intervenire in modo scenografico.
La Gina, nel pieno della sua vorticosa spirale, puntò dritta verso la strada. Non deviò. Non esitò. Era come se una bussola interiore, tarata su coordinate incomprensibili, le avesse indicato l’asfalto come destino inevitabile. Caligola, saldo sulla sua groppa, sembrava spronarla con entusiasmo canino, abbaiando a ritmo, contribuendo ad aumentare quella forza centrifuga che stava trasformando una placida vacca da latte in un ordigno agricolo rotante.
Il conte seguiva la scena con gli occhi spalancati, incapace di formulare un pensiero compiuto. Ida, invece, aveva già capito che la giornata stava per entrare nella fase che lei definiva mentalmente “poi non dite che non ve l’avevo detto”.
Alle 11.02 — orario che sarebbe rimasto inciso nella memoria collettiva come un’annotazione a margine della storia locale — la meteora gialla delle Poste Italiane, cavalcata da Aurelio Malcontento, impattò contro la vacca che ostruiva la strada di campagna.
La velocità, tenuto conto dell’esigua frenata del motorino e della naturale avversione di Aurelio per l’uso energico dei freni, poteva essere calcolata tra i quindici e i diciassette chilometri orari. Non fu il Big Bang. Non fu nemmeno l’interruzione della rotazione terrestre. Ma l’impatto ebbe una sua dignità drammatica.
Il motorino oscillò.
La vacca non oscillò.
Caligola oscillò.
Il mondo, per un secondo, trattenne il fiato.
Poi il mezzo delle poste, con tutto il suo carico — borsa di cuoio, giornalini agricoli, bollette, volantini di offerte improbabili — scivolò verso la concimaia come attratto da una legge fisica tutta sua, una gravità selettiva che punisce solo chi non ha voglia di lavorare.
La curva a novanta gradi dopo l’impatto fu determinante.
Il motorino affondò nella concimaia con una dignità che non gli era mai appartenuta. Aurelio Malcontento, ancora aggrappato al manubrio per puro riflesso condizionato, seguì il suo destriero meccanico in quell’abbraccio finale con il liquame. Il concime liquido si richiuse su di lui come una coperta calda e maleodorante, coprendolo di miasmi, residui vegetali, schizzi densi e una nuova identità olfattiva che lo avrebbe accompagnato per giorni.
Per un attimo ci fu silenzio.
Poi Aurelio emerse.
Il volto irriconoscibile, gli occhi spalancati, la bocca aperta in un’espressione che oscillava tra lo stupore e l’indignazione professionale. Il berretto delle poste galleggiava accanto a lui come un relitto di guerra. Dal cassettino del motorino uscì lentamente il Giornalino del Coltivatore Diretto, che si aprì sull’acqua come un fiore inutile.
«Madòna…» riuscì a dire Aurelio, e non era chiaro se fosse una preghiera o una constatazione.
Ida si portò una mano alla bocca. Non per shock, ma per trattenere una risata che sarebbe stata poco cristiana. Aveva visto uomini cadere nell’acqua, nel fango, nella miseria. Ma un postino delle poste italiane immerso fino alla vita nella concimaia della Cascina del Pellicano era una variante che meritava almeno un rispetto silenzioso.
Il conte, invece, reagì come solo lui sapeva fare: non fece nulla.
Restò seduto.
Osservò.
Annotò mentalmente.
Interessante, pensò. Reazione intensa anche sull’essere umano.
Nel frattempo, la mandria — se così la si poteva ancora chiamare — continuò indisturbata il suo orrendo spettacolo lungo i campi limitrofi alla cascina. La Gina, liberata dall’urto, riprese a ruotare in direzione opposta, come se l’incidente fosse stato solo una variazione coreografica. Il cavallo fischiava e saltava, ormai completamente dedito alla sua nuova carriera da strumento a fiato. Caligola, ancora sulla groppa della mucca, sembrava dirigere il tutto con una concentrazione quasi professionale.
Aurelio, intanto, cercava di uscire dalla concimaia. Ogni movimento produceva suoni umidi e poco incoraggianti. L’odore era diventato una presenza fisica, un’entità autonoma che si appiccicava ai vestiti, ai capelli, alle intenzioni future.
«Chiamate… chiamate qualcuno…» biascicò.
Ida si alzò lentamente.
«Conte,» disse con calma, «forse è il caso di aiutare il postino.»
Gianalberto annuì, come se l’idea gli fosse appena stata suggerita da un consulente esterno.
«Sì.
Certo. Dopo.»Dopo cosa, non lo specificò.
Alla fine, con una pala, una corda e una quantità di borbottii degna di una liturgia pagana, Aurelio Malcontento venne estratto dalla concimaia. Venne seduto su un muretto, grondante, silenzioso, con lo sguardo perso di chi ha appena visto la propria routine dissolversi.
Qualcuno avrebbe chiamato il medico.
Qualcuno avrebbe compilato un modulo.
Qualcuno avrebbe parlato di fatalità.
Ma Ida sapeva la verità.
San Rocco aveva deciso di farsi notare.
E la concimaia, ormai, non era più solo un problema agricolo.
Era diventata un segno.
Ed è qui che entrò, ancora una volta, in gioco la carriola.
La stessa carriola di legno che aveva già trasportato il conte, la stessa che sembrava avere un ruolo chiave nella gestione delle crisi alla Cascina del Pellicano, venne riesumata con un pragmatismo che rasentava la rassegnazione. Il postino Aurelio Malcontento fu adagiato dentro con una certa cura, come si fa con i feriti che non si sa bene se siano vivi, morti o semplicemente troppo spaventati per reagire.
Ida, naturalmente, prese in mano i manici e spingendola si diresse verso la cascina.
Il conte no.
Il conte osservava a debita distanza.
Non per codardia, ma per puro istinto di sopravvivenza: i miasmi che il postino, impregnato di concimaia fino all’anima, emanava erano tali che sembravano avere una consistenza fisica. L’aria si faceva più spessa intorno alla carriola, come se il puzzo avesse deciso di occupare uno spazio tutto suo, con confini ben definiti.
Aurelio non si lamentava granché. Era stato così paralizzante lo spavento dell’incidente che si sentiva con un piede nella tomba e l’altro — molto scivoloso — ancora nella concimaia. Aveva lo sguardo perso, fisso in un punto che solo lui vedeva, e mormorava qualcosa che poteva essere una preghiera o un elenco di rimpianti.
Ida lo spinse fino alla pompa dell’acqua in giardino, posò la carriola e lo lasciò lì, immerso nella sua trance spirituale.
Poi afferrò la canna dell’acqua ed aprì il getto senza esitazione.
L’acqua investì Aurelio con una violenza purificatrice che non ammetteva discussioni. Il letame liquido colava via in rivoli scuri, liberando progressivamente un essere umano sotto strati di vita agricola non richiesta. Il lavaggio fu metodico, accurato, quasi professionale.
Il getto freddo interruppe di colpo le preghiere del postino.
Aurelio tornò alla realtà come se fosse stato richiamato indietro da una sirena d’allarme. Con un balzo che non sapeva nemmeno di possedere, schizzò fuori dalla carriola, tossendo, sputando acqua, con una vitalità che contraddiceva anni di svogliatezza certificata.
«Madonna santa!» gridò, finalmente presente.
Terminati i lavaggi superficiali, Ida decretò che non era più il caso di lasciarlo lì come un panno steso ad asciugare.
«Conte,» disse, «sarebbe meglio portarlo in casa. Deve cambiarsi. E bere qualcosa di caldo.»
Il conte annuì con gravità.
Il terzetto entrò in casa.
In cucina, Ida gli diede un cambio di vestiti del conte: pantaloni larghi, una camicia troppo lunga, un maglione che aveva visto epoche migliori. Aurelio fu invitato ad andare in bagno a cambiarsi, mentre loro avrebbero preparato una tisana calda, di quelle che nella mente di Ida curavano tutto: freddo, shock, destino avverso.
Passarono dieci minuti.
Il bagno era ancora chiuso.
Silenzio.
Passarono venti minuti.
Il conte iniziò a preoccuparsi, ma in modo tutto suo.
«Ida,» disse, «vada a controllare.»
Ida lo guardò con uno sdegno calibrato.
«Conte,» rispose, «non sarebbe onorevole che una donna bussasse al bagno di uno sconosciuto.»
Il conte non colse minimamente l’allusione.
«Ma come sconosciuto?» replicò sereno. «Il postino lo conosciamo ben bene. Viene un giorno sì e uno no da vent’anni a portarci la posta.»
E chiuse la questione con un gesto della mano, come si chiude un dibattito inutile.
Ida sospirò.
Uscì dalla cucina e si diresse verso il bagno. Ma mentre si avvicinava, iniziò a sentire una voce. Roca. Ansante. Un timbro che lei si era sognata di notte per anni quando era più giovane, quando la vita sembrava ancora disposta a sorprendere. Peccato che, ai sogni, nella sua esperienza, non seguissero mai i fatti.
Avvicinò l’orecchio alla porta di vetri traslucidi.
Sentì uno sbuffo.
Uno sbuffo profondo, animalesco, inconfondibile.
Il respiro di un toro in calore.
Ida ne aveva visti e sentiti tanti in campagna. Quel suono non ammetteva interpretazioni alternative. Fu per lei uno sgomento totale. Un cortocircuito emotivo che la lasciò per un istante senza parole.
Con un coraggio che non sapeva di possedere, avvicinò le nocche alla porta e, con voce lieve, disse:
«Aurelio… tutto bene?»
La porta si spalancò all’improvviso.
Davanti a lei apparve il postino delle Poste Italiane.
Nudo.
Visibilmente eccitato nelle sue parti, senza bisogno di specificazioni tecniche.
Ma con il cappello a visiera ancora in testa.
Ida emise un urlo che fece tremare il vetro della porta, un urlo primordiale, agricolo, che conteneva settantotto anni di disciplina e una sorpresa finale che nessuno aveva richiesto.
Scattò via come una centometrista, percorse il corridoio in tempo record, salì le scale di legno coperte da una passatoia ruvida verde, svoltò a destra e si chiuse nella sua stanza, girando la chiave con mani tremanti. Le gote le bruciavano, non per la corsa, ma per l’immagine appena impressa nella memoria: parti intime erette, visiera gialla, destino beffardo.
Il conte, affacciatosi dalla porta della cucina, osservava la scena con un misto di stupore e compiacimento scientifico. Aurelio camminava per casa con passo incerto ma deciso, guardandosi intorno alla ricerca di una donna, di un senso, di un seguito a quella improvvisa rinascita.
Fu in quell’istante che Gianalberto ebbe la certezza.
Non un sospetto.
Non un’ipotesi.
Una certezza limpida.
Il postino era entrato in contatto con la sostanza presente nella concimaia. E quella sostanza non si limitava a migliorare l’umore o a rendere danzanti mucche e cavalli. Aveva risvegliato qualcosa di molto più profondo, molto più potente.
Altro che Viagra.
Qui si parlava di aspetti impensabili per un uomo della sua età. Pulsioni. Energie. Impulsi che la vita, la routine e il contratto collettivo avevano sopito per decenni.
Il conte sorrise lentamente.
Ida, chiusa nella sua stanza, pregava come non faceva da anni.
E la Cascina del Pellicano, silenziosa fuori, sembrava trattenere il fiato.
Dopo circa un’ora e mezza l’effetto eccitante della concimaia svanì dal corpo del postino con la stessa discrezione con cui era arrivato: senza salutare, senza spiegazioni, lasciando solo una vaga sensazione di stanchezza e una gran sete. Aurelio Malcontento, che nel frattempo non aveva trovato nemmeno l’ombra di un’altra donna — fatto che, a mente fredda, gli parve improvvisamente coerente con tutta la sua biografia — si arrese all’evidenza e si sedette in cucina.
La tisana era ancora lì.
Ida l’aveva preparata un’era geologica prima, quando ancora si pensava che il problema principale fosse il freddo e non l’improvvisa rinascita ormonale di un dipendente statale. La bevve in silenzio, a piccoli sorsi, con quell’aria di chi sente che qualcosa di importante è successo ma non ha la minima intenzione di capirlo davvero. Ogni sorso sembrava riportarlo un po’ più vicino alla versione ufficiale di sé: postino, svogliato, prudente, perfettamente inserito nella mediocrità.
Dalla sedia, Aurelio intravide il conte.
GianalbertoMarchetti era chino sul grande tavolo della sala da pranzo, sommerso da una quantità impressionante di fogli scritti a mano. Non scarabocchi, non appunti frettolosi: fogli ordinati, calligrafia elegante, margini rispettati con una disciplina che nessuno avrebbe sospettato possibile in quell’uomo. Sembrava un altro. O, più inquietante, sembrava finalmente sé stesso.
Aveva annotato tutto.
Ogni dettaglio dei due giorni passati alla concimaia:
– la danza della vacca,
– il cavallo fischiante,
– il cane equilibrista,
– la propria euforia,
– l’effetto sul postino,
– la durata media degli stati alterati,
– persino la direzione del vento.
Ogni osservazione era accompagnata da considerazioni che lui definiva, con legittimo orgoglio, “quasi scientifiche”. Alla fine delle pagine, Gianalberto aveva tracciato una linea netta e sotto aveva scritto una parola che gli costò più fatica di tutte le firme messe dal notaio Gallotto in una vita intera.
Droga.
Si fermò a guardarla.
Droga, si suonava bene.
Non la scrisse con disgusto. Né con entusiasmo. La scrisse con la soddisfazione di chi, dopo anni passati a girare intorno alle cose senza afferrarle, finalmente le chiama per nome. Perché sì, alla fine di quello si trattava. Non miracolo. Non punizione divina. Non scherzo della natura.
Un miscuglio.
Un miscuglio di elementi chimici che, dai concimi e dai diserbanti sparsi nei campi nel corso di decenni, percolavano con le piogge nella concimaia. Un brodo primordiale agricolo, legale dall’inizio alla fine, perché nessuno fabbricava nulla, nessuno spacciava, nessuno trasgrediva. La terra faceva tutto da sola, come aveva sempre fatto.
Il conte sollevò la testa e fissò il vuoto.
Il punto geniale — lo capì in quell’istante — era proprio lì: nessun laboratorio clandestino, nessuna polvere da tagliare, nessuna notte insonne. Solo una concimaia, una cascina e un uomo che, per pura inerzia esistenziale, ne era diventato il custode esclusivo.
Il problema, però, rimaneva.
Per capire cosa ci fosse realmente in quel liquame maleodorante, avrebbe dovuto portare la sostanza in un laboratorio. Analisi, provette, microscopi. E questo avrebbe messo a repentaglio la sicurezza della droga. Perché una volta che la scienza ci mette il naso, poi arrivano gli altri: università, aziende, brevetti, consulenti, e alla fine — pensò con un brivido — gente che lavora.
No.
Meglio non sapere troppo.
Meglio restare nell’ignoranza operativa, quella che permette di fare affari senza troppe domande. Il conte sorrise. Era un sorriso piccolo, ma autentico. Per la prima volta nella sua vita, l’idea di non approfondire gli sembrava una scelta strategica, non una debolezza.
Aurelio lo osservava da lontano, stringendo la tazza tra le mani.
«Conte…» azzardò. «Io… io mi sento meglio adesso.»
Gianalberto annuì distrattamente, senza distogliere lo sguardo dai fogli.
«È normale,» disse. «L’effetto ha una durata limitata. Direi… un’ora e mezza. Due, al massimo.»
Il postino sbiancò leggermente.
«Ah.»
«Ma scusi conte» disse il postino. «Ma di che effetto sta parlando?»
Seguì un silenzio.
«E… e prima?» chiese Aurelio, con voce bassa.
Il conte lo guardò finalmente.
«Prima lei era un caso studio.»
Aurelio annuì lentamente, come se quella spiegazione fosse sufficiente, ma in realtà non capì nulla. In fondo, nella sua carriera aveva fatto di peggio senza sapere perché.
Ida, che ascoltava dalla soglia, scosse la testa. Non disse nulla. Aveva capito che il conte aveva preso una decisione irreversibile: pensare. E quando Gianalberto pensava, anche se raramente, lo faceva fino in fondo.
Il conte raccolse i fogli, li allineò con cura e li mise in una cartellina improvvisata.
Aurelio finì la tisana.
La posò sul tavolo.
Si alzò.
«Io… io tornerei a casa,» disse. «Il dottore… ecco…»
«Convalescenza,» lo aiutò il conte. «Si prenda tutto il tempo che le serve.»
Aurelio annuì, riconoscente.
Uscì dalla cucina con passo lento, ancora avvolto nei vestiti del conte, lasciandosi dietro l’odore di tisana, di letame e di qualcosa di nuovo.
«Ida,» disse il Conte, «qui c’è un futuro.»
Ida sospirò.
«Conte,» rispose, «io spero solo che non venga qualcuno a chiederle come funziona.»
Gianalberto sorrise di nuovo.
«Se lo chiedono,» disse, «vuol dire che abbiamo già perso.»
Gianalberto restò a guardare i suoi appunti.
Finalmente aveva trovato una parola.
E con quella parola, un’idea.
Il fatto che fosse una pessima idea non gli passò nemmeno per la testa.