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1572 CARNEVALE DI SANGUE. CAPITOLO 16. LA BADESSA DI SAN ZACCARIA E IL RICHIAMO DEL POTERE

Slow Life
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare - 1572 Carnevale di Sangue. Capitolo 16. La Badessa di San Zaccaria e il Richiamo del Potere
Sommario

Nel cuore della Venezia cinquecentesca, la badessa di San Zaccaria, madre Benedetta, lascia il suo convento per recarsi al palazzo cardinalizio, attraversando una città vibrante di vita, odori e peccati. La sua figura austera si muove tra il silenzio delle celle e il tumulto delle calli, in un equilibrio perfetto tra obbedienza e governo.

Dentro le mura monastiche regna l’ordine: orti rigogliosi, laboratori di erbe e profumi, ricami destinati alle spose patrizie. Fuori, invece, la Serenissima brulica di voci, commerci e miserie. Quando la badessa giunge dal cardinale Grimani, l’incontro assume i toni solenni di una convocazione che va oltre la devozione: una giovane donna, figlia di un notaio influente, dovrà essere accolta nel convento per un misterioso atto di redenzione. Tra le righe della lettera che riceve, la badessa intuisce che la quiete del suo monastero sta per essere turbata da un destino più grande di quanto sembri.

Tra le calli di Venezia e i silenzi del convento, madre Benedetta attraversa il confine invisibile tra fede e politica


Ottobre 2026

di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.

Racconti. 1572 Carnevale di Sangue. Capitolo 16. La Badessa di San Zaccaria e il Richiamo del Potere


La badessa uscì dal convento accompagnata da due sorelle, il capo coperto dal velo bianco che ondeggiava leggermente sotto la brezza del mattino. L’aria di Venezia era tersa, punteggiata dal suono delle campane e dal richiamo dei barcaioli che iniziavano le loro rotte nei canali. Camminava a passo misurato, le mani giunte davanti a sé, mentre i sandali di cuoio consumato battevano ritmicamente sulle pietre umide del chiostro. Il profumo d’incenso delle Lodi si mescolava a quello più terreno della cera d’api e delle erbe essiccate, che aleggiava in tutto il monastero di San Zaccaria.

Era stata una mattinata piena, una come tante, ma che in lei lasciava sempre il segno di una fatica composta, fatta di dovere e disciplina. Dopo i vespri, aveva ricevuto nella sua piccola sala d’udienza le consorelle più anziane, che le avevano riferito dei lavori di cucito, della manutenzione delle celle e dei bisogni delle novizie più giovani. Aveva ascoltato tutto in silenzio, con lo sguardo fermo e la mente lucida di chi sa che ogni dettaglio contribuisce all’ordine del convento. Nulla sfuggiva alla sua attenzione: nemmeno le scorte di cera, né la quantità di lino rimasto per le bende dei malati.


Poi, con il passo sicuro di chi governa, si era diretta verso gli orti interni.

Lì, le sorelle giardiniere si erano inchinate al suo passaggio, tenendo tra le mani mazzi di cavolo, erbe aromatiche e ceste di mele cotogne appena raccolte. L’orto del monastero era un piccolo miracolo di geometria e dedizione: aiuole ordinate come un ricamo, vialetti di ghiaia e pergolati di vite che offrivano ombra nelle ore più calde. Ogni mattina, parte dei raccolti veniva venduta nel portico che dava sulla calle principale, dove le donne del popolo veneziano si fermavano per acquistare frutta e verdure benedette dal lavoro delle monache......

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