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L’ENIGMA DELLA CASA ABBANDONATA DI FOPPOLO. CAPITOLO 5: LE MANI NELLA TERRA

Slow Life
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Sommario

In una Milano febbrile e distratta, tra i palazzi discreti di via Scarlatti, si muove una donna che ha fatto del rigore e della lucidità il suo credo. Livia Morlacchi, investigatrice privata dalla reputazione solida e dai modi misurati, riapre un fascicolo mai davvero chiuso: il caso Ravelli. Con l’occhio analitico di chi ha vissuto troppi silenzi istituzionali e l’intuito temprato da anni in prima linea, Livia affronta ogni indizio con metodo e sangue freddo.

Accanto a lei, il fidato Enrico, mente tecnologica e razionale, mette in moto una rete di connessioni digitali e dati nascosti. Le carte inviate da Marina Ravelli — ricevute, mappe, contratti bancari dimenticati — non raccontano solo una scomparsa, ma un’intera storia sotterranea, fatta di interessi sepolti e flussi economici occulti.

Livia non si lascia travolgere dall’emotività. Studia, incrocia, triangola. E intuisce, prima degli altri, che quella casa di Foppolo non è solo un ricordo doloroso, ma un crocevia pericoloso dove si intrecciano geologia, affari e memoria. Il terreno sotto i piedi comincia a vibrare. E Livia lo sa: ogni verità scavata porta con sé una faglia. Ma è proprio lì, in quelle crepe, che può nascere la giustizia.

L’enigma della casa abbandonata di Foppolo. Capitolo 5: Le mani nella terra


di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.

Marzo 2025

Racconti. L’enigma della casa abbandonata di Foppolo. Oltre la soglia. Capitolo 5. Le mani nella terra


Milano, via Scarlatti. Un palazzo di inizio Novecento, ristrutturato con discrezione, ospitava al secondo piano lo Studio Investigativo Morlacchi. Nessuna targa appariscente, nessuna insegna al neon: solo un piccolo cartellino ottone inciso con cura – “Studio Investigativo Privato – L. Morlacchi” – accanto al campanello. Il silenzio ovattato dell’androne contrastava con il traffico incessante della città, quasi a voler proteggere quel luogo dal rumore del mondo esterno.

Livia Morlacchi, titolare e fondatrice dell’agenzia, era una donna sulla cinquantina dal portamento elegante e la voce affilata come un bisturi. Ex commissario della Polizia di Stato, si era dimessa anni prima in seguito a un caso mai risolto che l’aveva segnata nel profondo. Da allora, aveva scelto di indagare senza vincoli istituzionali, fondando il proprio studio con un’etica inflessibile ma personale: nessuna causa appariscente, nessuna caccia ai paparazzi, solo casi reali, concreti, spesso grigi e torbidi, che richiedevano metodo, tenacia e silenzio.


I suoi uffici erano sobri ma funzionali: una scrivania in rovere massello, scaffali ordinati con faldoni catalogati per cliente e settore, una lavagna in vetro per le ricostruzioni visive, e una grande carta topografica dell’Italia appesa al muro con puntine colorate a indicare zone calde di operazioni in corso.

Alle pareti, qualche fotografia sbiadita in bianco e nero – non tanto per nostalgia, quanto per ricordare il tempo in cui la verità sembrava più facile da afferrare....

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