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rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Il vetro riciclato nella produzione di fibre di vetro e materiali compositi
Economia circolare

L'uso del vetro riciclato per una nuova generazione di fibre di vetro e materiali compositidi Marco ArezioLa transizione verso un’economia circolare e a basse emissioni di carbonio richiede soluzioni tecnologiche capaci di ridurre l’uso di risorse naturali e, al contempo, mantenere o migliorare le prestazioni dei materiali avanzati. Uno degli ambiti di ricerca più promettenti è l’impiego del vetro riciclato nella produzione di fibre di vetro e materiali compositi. Si tratta di un settore in rapida evoluzione, che unisce le esigenze industriali di leggerezza, resistenza e versatilità alla necessità di contenere l’impatto ambientale dei processi produttivi. Le fibre di vetro sono già oggi ampiamente utilizzate in molte applicazioni, dalle costruzioni all’automotive, dall’aerospazio alle energie rinnovabili, grazie al loro eccellente rapporto tra peso e resistenza. La possibilità di produrle a partire da cullet, ossia frammenti di vetro riciclato, apre scenari industriali di grande interesse, sia per l’efficienza energetica dei processi sia per la riduzione dei rifiuti. La composizione chimica del vetro riciclato e la sua compatibilità Il vetro riciclato mantiene una struttura chimica dominata dal biossido di silicio (SiO₂), accompagnato da ossidi di sodio, calcio, alluminio e magnesio. Questi elementi sono compatibili con la composizione tipica del vetro per fibre, che deve garantire viscosità adeguata al processo di filatura e resistenza termica al prodotto finale. Tuttavia, a differenza delle materie prime vergini, il vetro riciclato presenta una maggiore variabilità dovuta alla provenienza eterogenea degli scarti. Per esempio, la presenza di vetro sodico-calcico da imballaggi, borosilicati da lampade o piombo residuo da vecchi dispositivi elettronici può alterare sensibilmente la fusione e compromettere la qualità delle fibre. Per questa ragione, le pubblicazioni scientifiche sottolineano l’importanza di una fase di selezione e purificazione molto accurata, che può includere separazione ottica, rimozione magnetica di contaminanti metallici e trattamenti chimici per ridurre la presenza di ossidi indesiderati. Processi produttivi e ottimizzazione dei parametri L’utilizzo di vetro riciclato nella produzione di fibre richiede un’attenta revisione dei parametri di processo. La fusione del cullet avviene a temperature inferiori rispetto alla miscela di materie prime vergini: si stima una riduzione della temperatura di fusione di circa 150–200 °C, che comporta un risparmio energetico del 25–30%. Questo aspetto rappresenta uno dei principali vantaggi ambientali ed economici, in quanto il consumo energetico costituisce una voce rilevante nei costi di produzione industriale. Uno dei parametri più studiati in letteratura è la viscosità del bagno fuso. Per ottenere fibre uniformi, la viscosità deve rimanere stabile entro un range specifico (generalmente tra 10² e 10³ Pa·s). L’aggiunta di vetro riciclato tende a migliorare la fluidità del fuso, rendendo più agevole la filatura. Tuttavia, eccessive concentrazioni di ossidi alcalini possono ridurre troppo la viscosità, aumentando il rischio di instabilità durante l’estrusione. Le ricerche condotte presso università europee e centri di ricerca statunitensi hanno sperimentato percentuali di riciclato fino al 70% nella miscela di fusione, dimostrando che, con un adeguato controllo della composizione, è possibile ottenere fibre di qualità comparabile a quelle tradizionali. Alcuni studi hanno inoltre proposto l’introduzione di additivi fluidificanti o correttivi chimici per stabilizzare la composizione del vetro riciclato, con risultati positivi sulla regolarità delle fibre prodotte. Un’altra area di ottimizzazione riguarda i crogioli e gli ugelli utilizzati nella filatura. Le impurità del vetro riciclato, anche se in tracce, possono accelerare l’usura dei componenti refrattari. Per ovviare a questo problema, sono in corso ricerche su materiali refrattari più resistenti agli ossidi metallici e sulle tecniche di rivestimento protettivo, al fine di aumentare la durata degli impianti. Proprietà meccaniche e termiche delle fibre da vetro riciclato La letteratura scientifica concorda nel sottolineare che le fibre prodotte da vetro riciclato presentano proprietà meccaniche comparabili a quelle prodotte da materie prime vergini. La resistenza a trazione, che nelle fibre tradizionali varia mediamente tra 2 e 3 GPa, si mantiene sugli stessi livelli anche in presenza di elevate percentuali di cullet. Analogamente, il modulo elastico si colloca nell’intervallo 70–75 GPa, con scostamenti minimi dovuti alla variabilità della materia prima. Alcuni ricercatori hanno osservato che l’impiego di vetro riciclato può migliorare la regolarità della superficie delle fibre, riducendo la presenza di microfratture o porosità dovute a tensioni interne durante il raffreddamento. Questo effetto, ancora oggetto di studio, sembrerebbe legato alla diversa distribuzione degli ossidi alcalini nel reticolo vetroso derivato da cullet. Dal punto di vista termico, le fibre di vetro riciclato mostrano una temperatura di transizione vetrosa (Tg) e una temperatura di rammollimento molto simili a quelle tradizionali, confermando la piena idoneità per applicazioni ad alte temperature. La stabilità dimensionale fino a circa 600–700 °C è garantita anche in campioni con oltre il 50% di riciclato, rendendole adatte per applicazioni nel settore delle energie rinnovabili (pale eoliche, pannelli fotovoltaici) e nell’edilizia ad alte prestazioni. Un aspetto interessante riguarda la resistenza agli agenti chimici. Alcuni studi indicano che le fibre contenenti cullet possono avere una maggiore resistenza all’attacco alcalino, proprietà che ne estende la durabilità in ambienti aggressivi, come infrastrutture in calcestruzzo armato esposte a sali disgelanti o acque marine. Applicazioni nei materiali compositi I materiali compositi rinforzati con fibre di vetro (GFRP) rappresentano uno dei campi di applicazione più promettenti per le fibre prodotte da vetro riciclato. Questi materiali sono fondamentali per il settore automobilistico, dove leggerezza e resistenza meccanica sono essenziali per ridurre i consumi energetici dei veicoli. L’introduzione di fibre da cullet consente di ridurre l’impatto ambientale dei compositi, senza comprometterne la rigidità o la resistenza alla fatica. Nel settore delle energie rinnovabili, in particolare nelle pale eoliche, i GFRP ottenuti con fibre riciclate hanno mostrato prestazioni paragonabili a quelle tradizionali. Le prove di fatica ciclica su campioni realizzati con matrici epossidiche e fibre riciclate indicano una durata utile coerente con gli standard industriali. Considerata la crescente domanda di materiali per l’eolico, l’integrazione del vetro riciclato rappresenta una strategia per ridurre la dipendenza da materie prime vergini e migliorare la sostenibilità complessiva della filiera. Un altro campo emergente è quello delle costruzioni sostenibili. I pannelli isolanti, i profili strutturali e i rinforzi per calcestruzzo in composito con fibre di vetro riciclato offrono vantaggi sia sul piano meccanico sia su quello ambientale. Le ricerche in questo settore evidenziano un potenziale aumento della resistenza a flessione del 10–15% rispetto a compositi convenzionali, grazie a una migliore interazione tra fibra e matrice polimerica. Infine, applicazioni interessanti si riscontrano nell’industria nautica e aerospaziale, dove la riduzione del peso e l’elevata resistenza alla corrosione sono cruciali. Sebbene in questi settori la certificazione dei materiali sia particolarmente severa, i primi studi suggeriscono che, con ulteriori controlli sulla qualità del cullet, le fibre di vetro riciclato potrebbero aprire la strada a nuovi standard di materiali compositi eco-efficienti. Impatto ambientale e analisi LCA L’uso di vetro riciclato riduce non solo il consumo energetico, ma anche le emissioni di gas serra associate. Le analisi di ciclo di vita (LCA) condotte in diversi contesti industriali mostrano che la sostituzione del 50% delle materie prime vergini con cullet può portare a una riduzione delle emissioni di CO₂ fino al 20–25% per tonnellata di fibra prodotta. Inoltre, l’impiego del vetro riciclato contribuisce a ridurre la quantità di rifiuti destinati in discarica, alleviando la pressione sui sistemi di gestione dei rifiuti urbani e industriali. Conclusioni L’integrazione del vetro riciclato nei processi di produzione delle fibre di vetro e dei materiali compositi rappresenta un importante passo avanti nella direzione della sostenibilità industriale. Gli studi scientifici confermano che, con un adeguato controllo della composizione e dei parametri di processo, è possibile ottenere fibre di alta qualità con proprietà meccaniche e termiche in linea con le esigenze industriali. Le applicazioni nei compositi aprono prospettive concrete in settori strategici come l’automotive, l’edilizia sostenibile e le energie rinnovabili. La sfida principale rimane quella di migliorare i sistemi di selezione e purificazione del vetro riciclato, per garantire qualità e costanza del materiale. Ma le prospettive di ricerca sono incoraggianti: l’adozione di tecnologie innovative e il supporto delle politiche ambientali potranno trasformare il vetro riciclato in una risorsa primaria per i materiali avanzati del futuro.© Riproduzione Vietata

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rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Quando la plastica ti salva la vita
Economia circolare

Plastica ed Economia Circolare: oltre i pregiudizi, verso una lettura tecnica e consapevole Autore: Marco ArezioArticolo originale: Marzo 2020Aggiornamento: Marzo 2026 Categoria: Economia circolare – Materie plastiche – Sostenibilità Introduzione: quando l’emozione prende il posto dell’analisi Negli ultimi anni la plastica è diventata, nell’immaginario collettivo, il simbolo per eccellenza dell’inquinamento globale. Le immagini di oceani invasi dai rifiuti, di animali intrappolati o di microplastiche nei pesci hanno costruito una narrazione potente, capace di generare indignazione immediata ma spesso incapace di favorire una comprensione profonda del problema. Il punto non è negare l’esistenza di un impatto ambientale reale, ma distinguere tra causa e conseguenza. La plastica, infatti, non nasce come rifiuto: diventa rifiuto quando viene gestita male. Questo passaggio, apparentemente banale, è invece il cuore di una riflessione tecnica che troppo spesso viene ignorata nel dibattito pubblico. La plastica: da materiale strategico a capro espiatorio Se osserviamo con attenzione la nostra quotidianità, emerge con chiarezza un dato difficilmente contestabile: la plastica è ovunque. Non solo negli imballaggi, ma nei dispositivi medici, nei sistemi di isolamento degli edifici, nei componenti delle automobili, negli strumenti elettronici, nelle infrastrutture energetiche. Ridurre questo materiale alla sola immagine di una bottiglia abbandonata o di un sacchetto trasportato dal vento significa ignorare decenni di innovazione tecnologica. È come giudicare l’intera industria siderurgica sulla base di una carcassa arrugginita. La plastica è stata una delle più grandi rivoluzioni industriali del Novecento: leggera, resistente, modellabile, economicamente accessibile. Ha permesso di ridurre i consumi energetici nei trasporti, migliorare la conservazione degli alimenti, aumentare la sicurezza in ambito sanitario. In altre parole, ha contribuito in modo significativo al miglioramento della qualità della vita. Il vero problema: sistemi di gestione incompleti e disomogenei Quando si analizza il tema con strumenti tecnici, emerge un quadro molto diverso da quello spesso raccontato. Il problema principale non è la produzione della plastica, ma la sua gestione a fine vita. Dalla seconda metà del Novecento sono state prodotte oltre 8 miliardi di tonnellate di materie plastiche. Di queste, solo una frazione relativamente limitata è stata effettivamente riciclata. Il resto si è accumulato in discarica, è stato incenerito o, nei casi peggiori, disperso nell’ambiente. Ma questo dato non racconta un fallimento del materiale. Racconta piuttosto un deficit infrastrutturale globale: sistemi di raccolta insufficienti, impianti di selezione non adeguati, mancanza di investimenti nelle tecnologie di recupero e, soprattutto, una scarsa diffusione di comportamenti responsabili. In molti Paesi emergenti, ad esempio, la raccolta differenziata è ancora assente o limitata alle aree urbane più sviluppate. In questi contesti, qualsiasi materiale — plastica, metallo, carta — rischia di diventare un rifiuto disperso. Esempi concreti: quando la gestione funziona (e quando no) Per comprendere meglio la differenza tra materiale e sistema, è utile osservare alcuni casi reali. In diversi Paesi del Nord Europa, come Germania o Paesi Bassi, i sistemi di raccolta e riciclo delle plastiche raggiungono livelli di efficienza molto elevati. Qui, grazie a una combinazione di infrastrutture avanzate, normative stringenti e partecipazione dei cittadini, la plastica post-consumo viene recuperata, selezionata e reimmessa nei cicli produttivi in modo sistematico. Al contrario, in molte aree del Sud-Est asiatico o dell’Africa subsahariana, la mancanza di infrastrutture rende impossibile una gestione efficace dei rifiuti. È in questi contesti che si genera la maggior parte della dispersione ambientale che poi alimenta le immagini simbolo dell’inquinamento globale. Questo confronto evidenzia un punto cruciale: la plastica non è intrinsecamente inquinante. Diventa tale quando il sistema che la circonda non è in grado di gestirla. Riciclo: limiti reali e nuove opportunità tecnologiche Un’altra semplificazione diffusa riguarda il riciclo. Spesso viene presentato come soluzione definitiva, oppure al contrario come pratica inefficace. La realtà è più complessa. Il riciclo meccanico, oggi dominante, è limitato da fattori tecnici ben noti: degradazione delle catene polimeriche, contaminazioni, perdita di proprietà meccaniche. Questo fenomeno, noto come downcycling, rende difficile un riutilizzo infinito del materiale nelle stesse applicazioni. Negli ultimi anni, tuttavia, si stanno affermando tecnologie di riciclo chimico che consentono di scomporre i polimeri nei loro componenti di base, permettendo la produzione di materiali con caratteristiche comparabili a quelle vergini. Pirolisi, depolimerizzazione e solvolisi rappresentano alcune delle soluzioni più promettenti. Il limite, oggi, non è tanto tecnologico quanto economico e normativo: servono investimenti, scale industriali adeguate e un quadro regolatorio stabile che favorisca l’integrazione di queste tecnologie nelle filiere esistenti. Il ruolo della plastica nella transizione sostenibile Paradossalmente, la plastica è anche uno degli strumenti fondamentali per la transizione ecologica. Nei settori dell’energia rinnovabile, dell’efficienza energetica e della mobilità sostenibile, i materiali polimerici svolgono un ruolo centrale. Pensiamo alle pale eoliche, ai pannelli fotovoltaici, ai componenti leggeri per i veicoli elettrici o ai sistemi di isolamento termico negli edifici. Eliminare la plastica senza alternative equivalenti significherebbe, in molti casi, aumentare il consumo di risorse e le emissioni. Anche in ambito sanitario, l’esperienza recente ha dimostrato quanto questi materiali siano essenziali. Dispositivi di protezione individuale, contenitori sterili, strumenti monouso: senza plastica, la gestione delle emergenze sanitarie sarebbe stata molto più complessa. Cultura e responsabilità: il vero cambio di paradigma Il nodo centrale resta quindi culturale. Non basta innovare le tecnologie o migliorare le infrastrutture: è necessario sviluppare una consapevolezza diffusa lungo tutta la filiera, dal produttore al consumatore. Questo significa progettare prodotti più facilmente riciclabili, ridurre le contaminazioni nei flussi di rifiuto, incentivare l’uso di materie prime seconde e promuovere comportamenti responsabili. Significa anche evitare approcci ideologici. Demonizzare un materiale non porta a soluzioni efficaci. Al contrario, rischia di spostare il problema altrove, senza risolverlo. Conclusione: dalla colpa alla responsabilità Attribuire alla plastica la responsabilità dell’inquinamento significa semplificare un problema complesso. La plastica è uno strumento, e come tale può essere utilizzata bene o male. La vera sfida non è eliminarla, ma gestirla in modo intelligente, integrandola in un sistema circolare capace di valorizzarne le caratteristiche e ridurne gli impatti. In questa prospettiva, la plastica del futuro non sarà diversa da quella del passato per natura, ma per contesto: inserita in filiere efficienti, tracciate e sostenibili. FAQ La plastica è sempre dannosa per l’ambiente? No. Diventa dannosa quando viene dispersa o gestita in modo scorretto. In sistemi efficienti può essere recuperata e riutilizzata. Perché si ricicla solo una piccola parte della plastica? A causa di limiti infrastrutturali, tecnici ed economici: raccolta inefficiente, contaminazione dei rifiuti e costi del riciclo rispetto al materiale vergine. Il riciclo chimico è la soluzione definitiva? È una tecnologia promettente, ma non ancora diffusa su larga scala. Deve integrarsi con il riciclo meccanico, non sostituirlo completamente. Eliminare la plastica risolverebbe il problema ambientale? No. Molti prodotti alternativi hanno impatti ambientali uguali o superiori se analizzati lungo l’intero ciclo di vita. Qual è il ruolo dei cittadini? Fondamentale: una corretta raccolta differenziata e comportamenti responsabili migliorano l’efficienza dell’intero sistema. Fonti e riferimenti tecnici European Commission – Plastics Strategy and Circular Economy Action Plan OECD – Global Plastics Outlook Ellen MacArthur Foundation – The New Plastics Economy PlasticsEurope – Plastics – the Facts IEA (International Energy Agency) – Material efficiency and plastics ISO 15270: Plastics – Guidelines for the recovery and recycling of plastics waste

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rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare La plastica è il nostro nemico?
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Lettera aperta agli ambientalisti da un ambientalista di Marco Arezio. Marco 2020Oggi voglio raccontarvi la mia piccola storia di ambientalista, nata in un tempo che sembra appartenere a un altro mondo. Non c'erano social media, niente cellulari, e la televisione impiegava minuti ad accendersi, aspettando che le valvole si scaldassero.Gli inizi: un amore per la naturaNon ho ricordi nitidi del mio amore per la natura fino ai sei anni. Ma proprio a quell'età ebbi una fortuna speciale: frequentai una scuola sperimentale, un luogo diverso, che ti insegnava a guardare il mondo con occhi curiosi. Era il 1970, e gli insegnanti adottavano un metodo che andava oltre i libri, un percorso che ci portava a esplorare il bello, a conoscerlo, a viverlo. Così iniziai a conoscere la natura da vicino, non da dietro un banco, ma camminandoci dentro, sentendomi parte di essa.Da quel momento fu amore a prima vista, senza ripensamenti. La parola "ecologista" ancora non esisteva, ma io lo ero già. A casa avevamo tre vecchi pini e, su uno di questi, a otto anni, costruii il mio rifugio segreto, lassù a quindici metri da terra, con tre assi di legno trovate nell’orto di mio padre. Lì passavo i pomeriggi dopo la scuola, arrampicandomi in cima e scendendo su una canna d'acqua in PVC legata a un ramo. Mi sentivo il re del mondo, circondato solo dal vento e dal profumo dei pini.La montagna: un amore estremoQuando divenni più grande e acquisii maggiore indipendenza, quella passione per la natura divenne un desiderio irrefrenabile di scoprirla in tutta la sua forza. Così ho scelto l'alpinismo. Ho scelto la montagna per vivere la natura nella sua forma più pura e selvaggia, senza compromessi, spesso in solitudine. Scalavo in estate e in inverno, cercando percorsi difficili e solitari, volendo immergermi completamente nella bellezza incondizionata della natura.Dalla passione al lavoroAnche nella mia vita lavorativa ho voluto dare un senso a questo amore. Dopo alcune esperienze iniziali, ho iniziato a lavorare nella produzione di manufatti in plastica riciclata e, successivamente, nel riciclo dei rifiuti plastici. Era come chiudere il cerchio che avevo aperto da bambino: fare qualcosa di concreto per salvaguardare, nel mio piccolo, quell'ambiente che tanto amavo.Oggi: una battaglia controcorrenteOggi, viviamo in un mondo dove tutto è veloce, dove i social media sono lo strumento principale per veicolare idee. Un mondo in cui, a suon di slogan e di foto condivise, l'odio per la plastica è diventato la bandiera di chi vuole sentirsi parte di una battaglia giusta. Capisco l'indignazione e capisco anche le campagne per ridurre l'uso della plastica inutile. Sono sicuramente iniziative lodevoli, come lo è raccogliere i rifiuti in spiaggia o utilizzare borse in cotone. Ma a volte ho la sensazione che sia una lotta contro il nemico sbagliato.Non ho mai visto una bottiglia in PET o un flacone di detersivo camminare da soli verso il mare e tuffarsi per restare lì. Sono le nostre mani che portano la plastica dove non dovrebbe stare. La plastica, di per sé, non è il nemico: siamo noi che non ne gestiamo l’uso e lo smaltimento. Eppure, milioni di dollari vengono riversati in campagne che additano la plastica come il male assoluto, anche da parte di quelle stesse aziende che hanno contribuito a crearne l’abuso. A me sembra una gigantesca operazione di marketing, una maschera per ripulirsi la coscienza.La vera sfida: investire in culturaSe è l'uomo che inquina, perché non investire nella cultura? Perché non insegnare davvero cosa significhi un comportamento ecologico alle persone che non hanno le stesse opportunità educative dei paesi più avanzati?Da ecologista, non odio la plastica. Credo anzi che i rifiuti plastici possano essere una risorsa per salvare le risorse ambientali, trasformandoli in nuovi prodotti o carburanti. Quello che non tollero è l'ignoranza e la manipolazione di chi si fa convincere che basti un post o uno slogan per essere davvero dalla parte della natura.ConclusioneQuesta è la mia storia, il mio piccolo viaggio di ambientalista. Una storia di amore per la natura, di coerenza e di battaglie affrontate con la testa alta, non per moda, ma per passione sincera.© Riproduzione Vietata

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rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare La Situazione degli Scarti Metallici sul Mercato Cinese nel 2021
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La Situazione degli Scarti Metallici sul Mercato Cinese nel 2021di Marco ArezioIl trend rialzista dei prezzi delle materie prime da riciclare trova anche nel campo degli scarti ferrosi e non ferrosi piena rispondenza. La Cina aveva previsto rigide restrizioni delle importazioni inerenti alle materie prime da riciclare nel 2018-2020, per poi diventare più elastica in virtù della crescente domanda di scarti da lavorare da parte del mercato interno come ci racconta Brayan Tailor.La Repubblica Popolare Cinese produce più acciaio, alluminio e rame di qualsiasi altra nazione sulla Terra, quindi se la percentuale di consumo dei rottami dovesse aumentare nel 2021, è probabile che si realizzino degli effetti a catena. Una presentazione online di fine febbraio di Ian Roper e Joyce Li di Shanghai Metals Market (SMM) ha affrontato l'evoluzione del mercato dei rottami metallici di base in Cina, insieme ad altre tendenze che influenzano la produzione e l'uso di acciaio, acciaio inossidabile, alluminio e rame nel paese. Negli ultimi due anni, il governo Cinese aveva imposto barriere sulle importazioni, anche sui rottami ferrosi e non ferrosi, oltre che su altri materiali da riciclo,  con l'ipotesi di un divieto assoluto di importazione per tutti i tipi di rottami il 1 ° gennaio di quest'anno. Li ha osservato che la Cina è lungi dall'essere autosufficiente per quanto riguarda il rame, con il suo "tasso di autosufficienza" che è sceso dal 40% nel 2010 al 22% nel 2019. Le restrizioni sui rottami importati nel 2019 e nel 2020 hanno portato quindi a un aumento del catodo di rame e le importazioni di lingotti di alluminio nel 2020. Sebbene i volumi delle importazioni di rottami siano rimbalzati a Novembre e Dicembre a livello generale, Roper ha notato che le importazioni in Cina sono diminuite di circa 300.000 tonnellate nel 2020. Inoltre ha dichiarato che SMM prevede un incremento delle importazioni generali di rottami nel 2021 nonostante potrebbero crescere globalmente in modo notevole i prezzi. Nel mercato dei metalli ferrosi, i produttori di acciaio Cinesi sembrano spingersi verso i forni elettrici ad arco (EAF) e altre tecnologie progettate per ridurre le emissioni e consumare più rottame. Anche se i produttori Cinesi importeranno nel 2021 circa 1 milione di tonnellate di rottame, Roper ha affermato che si tratta di una quantità che avrà un impatto sui livelli di prezzo della materia prima, in una regione in cui gli stabilimenti di nazioni vicine, come il Vietnam, stanno facendo offerte per lo stesso prodotto.Categoria: notizie - metalli - economia circolare - rottame Vedi maggiori informazioni sul riciclo

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https://www.rmix.it/ - Cosa è il Riciclo dei Metalli e Cosa si Riutilizza
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Cosa è il Riciclo dei Metalli e Cosa si Riutilizza
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I rottami metallici sono una parte fondamentale delle materie prime delle acciaieriedi Marco ArezioProbabilmente abbiamo capito che l’importanza del riciclo non si debba sentire solo nelle parole e nei proclami politici o commerciali, ma nei fatti di tutti i giorni, cercando di scegliere i prodotti che perseguono, veramente, la filosofia dell’economia circolare, intercettando il greenwashing, quell’ingannevole forma si informazione che ti fa credere che un prodotto sia circolare ma che in realtà non lo è, o lo è solo parzialmente. Non parliamo solo della plastica, che oggi è sulla bocca di tutti, ma anche dei metalli che, insieme al vetro e alla carta, formano la famiglia dei rifiuti di maggiore quantità, di cui ci dobbiamo occuparci ogni giorno.Come avviene la separazione dei metalli? I vari metalli ferrosi e non ferrosi che vengono raccolti sono inviati ai centri di selezione e riciclo, che provvedono, come prima operazione, a separarli per tipologie e dimensioni. La prima macro separazione avviene, infatti, eseguita dividendo quelli appartenenti alla famiglia dei metalli ferrosi e quella dei non ferrosi.Per capire meglio queste due famiglie possiamo dire che: I metalli ferrosi sono metalli e leghe metalliche che contengono il ferro, tra cui, le più conosciute sono l’acciaio e la ghisa. La ghisa si ottiene dall’altoforno e può essere successivamente affinata per ottenere acciaio oppure utilizzata in fonderia. La ghisa è molto dura e fragile, ha una resilienza molto bassa, un allungamento % a rottura praticamente nullo, quindi non può essere lavorata plasticamente, né a caldo né a freddo, ma può essere lavorata solo per fusione. L’acciaio viene ricavato dall’affinazione della ghisa, un’operazione che consiste nel diminuire il tenore di carbonio per ridurre gli elementi dannosi, come zolfo, fosforo, ossigeno, ecc., che possono derivare dai materiali di carica del forno o dai prodotti delle fasi precedenti di lavorazione.Infatti all’aumentare della quantità di carbonio aumentano: - resistenza meccanica, - durezza, - temprabilità, - colabilità/fusibilità, - resistenza all’usura Diminuisce invece: - allungamento A% - resistenza meccanica - lavorabilità e plasticità a freddo - saldabilitàInoltre gli acciai si dividono in duri, semiduri e dolci, infatti, gli acciai dolci presentano una resistenza a trazione molto più bassa di quella degli acciai duri, però sono più malleabili, più duttili e più resistenti agli urti. Sono facilmente saldabili e lavorabili dalle macchine utensili, ma sono meno resistenti all’usura e alla corrosione rispetto agli acciai duri. Durante la preparazione, in fase di fusione, è possibile aggiungere dei leganti ferrosi o non ferrosi per aumentarne le prestazioni, chiamando quindi questi acciai legati o non legati. Vediamo quale influenza hanno i leganti nella preparazione dell'acciaio: Cromo (Cr) Si trova spesso negli acciai, migliorando la durezza, la resistenza meccanica e la resistenza all’usura. In quantità maggiori del 12% rende l’acciaio inossidabile.Nichel (Ni) Si trova spesso insieme al cromo, migliorando tutte le proprietà meccaniche dell’acciaio, come la resistenza alla corrosione, mentre diminuisce la dilatazione termica e la saldabilità. Il nichel si trova anche negli acciai inox in quantità che dipende dal tenore di cromo. Molibdeno (Mo) Migliora la temprabilità e attenua il fenomeno della “fragilità di rinvenimento”. Insieme al cromo e al nichel realizza gli acciai con le migliori proprietà meccaniche (Rm fino a 1200 N/mm2).Silicio (Si) È contenuto naturalmente nell’acciaio in piccole quantità (circa 0,3%), se invece è aggiunto intenzionalmente fino al 2% circa, aumenta la resistenza meccanica, all’ossidazione e soprattutto aumenta notevolmente l’elasticità. Infatti gli acciai al silicio vengono usati per realizzare molle. Manganese (Mn) Aumenta la durezza, la resistenza meccanica e la resistenza a usura, Inoltre migliora notevolmente la temprabilità ma causa il fenomeno della “fragilità di rinvenimento”. Tungsteno (W) – Cobalto (Co) – Vanadio (V) – Titanio (Ti) Sono tutti elementi molto duri che, aggiunti nell’acciaio, gli conferiscono elevatissima durezza che si mantiene anche alle alte temperature. Queste caratteristiche meccaniche si trovano negli acciai per utensili. Piombo (Pb) – Zolfo (S) Sono elementi nocivi per l’acciaio perché gli conferiscono elevata fragilità. Si possono, però, trovare in piccole quantità perché la fragilità indotta dalla loro presenza facilita il distacco del truciolo e favorisce la lavorabilità alle macchine utensili. Tali acciai sono detti automatici. Zolfo (S) – Fosforo (P) – Idrogeno (H) – Azoto (N) – Ossigeno (O) Sono tutti elementi nocivi perché si legano chimicamente con il ferro o con il carbonio formando composti che rendono molto fragile l’acciaio. La loro presenza, quindi, deve essere ridotta al minimo.Per quanto riguarda i materiali non ferrosi si possono definire tali tutte quelle leghe che al loro interno non contengano ferro, o ne contengono una frazione trascurabile. Possiamo elencare tra i metalli non ferrosi il magnesio, il rame, lo zinco, il bronzo, piombo, il nichel, l’ottone e l’alluminio. I metalli non ferrosi uniti ad altri metalli possono generare una grande quantità di leghe, con lo scopo di apportare migliorie alle prestazioni meccaniche, alla lavorabilità, alla resistenza alla corrosione e alle alte temperature del metallo di base.Inoltre, vengono divisi anche in categorie di densità: Pesanti con un peso superiore a 5000 Kg. per Mc Leggeri con un peso tra i 2000 e i 5000 Kg. per McL'impiego dei metalli non ferrosi può essere fatto allo stato puro, o in leghe con altri elementi. Le loro maggiori peculiarità sono caratterizzate dalla leggerezza, dall’inossidabilità, dall’alta conduzione elettrica e termica, dalla durezza, da un alto punto di fusione e dalla malleabilità.Come vengono riciclati i metalli? Abbiamo visto che la prima operazione è quella di individuare le famiglie di appartenenza e di separarle tra loro per avviare i metalli al riciclo. Questo comincia con la riduzione volumetrica dei rottami, attraverso impianti meccanici che hanno lo scopo, non solo di ridurne la dimensione, ma anche di separare eventuali elementi inquinanti presenti nel rottame stesso. Questi impianti di primo trattamento hanno incorporati nella linea sistemi gravitazionali, a corrente parassita, vagli e separatori magnetici, che hanno lo scopo di nobilitare il rottame metallico trattato. Questo, una volta selezionato, viene inviato alle acciaierie per il loro utilizzo insieme ad altri materiali, che permette la creazione di nuovi elementi costituiti da rottame di riciclo. Il riciclo delle scorie delle acciaierie Nell’ambito dell’economia circolare il riutilizzo delle scorie degli altoforni è diventato un tema molto sensibile, non solo dal punto di vista economico, a causa dei costi sempre più alti dello smaltimento in discarica, ma anche per una questione di carattere ambientale. Infatti, lo smaltimento in discarica di queste scorie che contengono metalli pesanti, è un fattore di forte preoccupazione ambientale, per cui, attraverso il loro riciclo, è possibile estrarre i metalli preziosi dalle ceneri di scarto. Una volta riciclate, risultano un materiale inerte che viene utilizzato nei forni delle cementerie, oppure per la realizzazione di materiali ceramici, fibre vetrose, inerte di riempimento o nelle pavimentazioni stradali.Categoria: notizie - metalli - economia circolare - riciclo - rifiuti - rottamerNEWS

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https://www.rmix.it/ - Esiste una relazione tra l’aspirina e la plastica riciclata?
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Esiste una relazione tra l’aspirina e la plastica riciclata?
Economia circolare

I ricercatori hanno scoperto evidenze tra l'aspirina e la plastica riciclata. Vediamo quali sonodi Marco ArezioUn gruppo di ricercatori ha scoperto che l’idrolisi acida di un polimero vinilico riciclato induce ad una scomposizione chimica in acido salicilico e acido acetico. Questi acidi, debitamente trattati, sono i componenti per l’aspirina. Siamo pervasi ormai ogni giorno da notizie sull’inquinamento della plastica, sulla difficoltà di riciclare tutta quella che viene giornalmente prodotta, sulle difficoltà tecniche del processo di recupero meccanico delle varie tipologie di polimeri che troviamo nei prodotti e vediamo con speranza le nuove forme di riciclo non meccanico che si stanno studiando e testando. Esistono polimeri decisamente difficili da riciclare, dove le tecnologie molecolari di scomposizione dei componenti chimici potranno dare speranze industriali, per risolvere i vari problemi tecnici che comportano una percentuale di riciclo così bassa nel mondo. La via più sbrigativa, secondo alcune scuole di pensiero attuali, sarebbe quella di seguire le ideologie del movimento PlasticFree, che segue l’utopia di vivere senza plastica. Oggi, se ci guardiamo intorno, capiamo che nel breve periodo sembra impossibile sostituire tutti i prodotti plastici con prodotti alternativi che abbiano un costo sostenibile e un impatto ambientale corretto. Sarà sicuramente una strada da seguire quella di evitare la produzione di prodotti plastici usa e getta, in quanto la plastica nasce per durare. Una buona notizia viene dall’Universitàdi Shinshu, dove un ricercatore ha scoperto che l’idrolisi acida di un polimero vinilico porta alla formazione di acido salicilico e acido acetico, componenti di base dell’aspirina, che potrebbero, tramite passaggi chimici, ritornare a trasformarsi i composti in polimeri vinilici. Ma cosa sono i polimeri vinilici? Questi polimeri sono composti da monomeri vinilici, in pratica sono piccole molecole create da un doppio legame carbonio-carbonio e costituiscono la seconda più famosa ed utilizzata famiglia di polimeri. Tuttavia il vinile riciclato è di difficile utilizzo, in quanto instabile e di difficile manipolazione industriale, quindi i ricercatori stanno studiando i meccanismi di varie reazioni chimiche, per capire se forniranno indicazioni per nuove applicazioni sui vinili riciclabili e sulle sue applicazioni su scala industriale.Categoria: notizie - economia circolare - aspirina

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