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https://www.rmix.it/ - Il prezzo del PET Riciclato Raggiunge il Massimo Storico
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Il prezzo del PET Riciclato Raggiunge il Massimo Storico
Economia circolare

Il prezzo dell’rPET Europeo ha raggiunto il suo massimo storico di Marco ArezioIl concatenarsi di molti fattori, considerando che gli impianti produttivi sia di scaglia in rPET che di granulo per il contatto alimentare, stanno lavorando a pieno regime, ormai vicini al 100% della loro capacità produttiva, hanno spinto alcuni clienti a tornare temporaneamente agli approvvigionamenti di materia prima vergine. Inoltre, il delta di prezzo tra il macinato trasparente di polietilene tereftalato riciclato, rispetto al PET vergine in Europa, ha raggiunto un livello record, poiché i prezzi dei materiali hanno continuato a seguire percorsi divergenti, secondo i dati di S&P Global Platts. Il delta tra l’ rPET clear flakes rispetto al PET vergine è stato calcolato a Euro 210/Ton il 30 giugno, il livello più ampio da quando è stata lanciato il monitoraggio dell’ PET clear flakes nel febbraio 2008. Il precedente massimo storico era stato di Euro 160/Ton il 15 maggio 2020. Mentre I prezzi del PET vergine in Europa diminuiscono, fino a toccare i 1.190 Euro/Ton, in calo di 35 Euro/Ton settimana su settimana, realizzando il livello più basso da 16 settimane, con la conseguenza di fare aumentare le scorte di polimero vergine, la richiesta e di conseguenza i prezzi dell’rPET aumentano. Sembrerebbe che la crescente domanda di rPET macinato e di granulo per contatto alimentare si mantenga, anche per l’inizio di questa estate, ben al disopra delle reali capacità produttive. I produttori di rPET riciclato si aspettano un aumento della diponibilità di bottiglie da riciclare solo a partire da Ottobre 2021, con la conseguenza di non poter soddisfare l’enorme richiesta di materiale riciclato. I prezzi delle balle di bottiglie in PET post-consumo hanno raggiunto 750 Euro/Ton FD NWE, un massimo storico, sulla scia di questi problemi legati all’offerta del prodotto. Categoria: notizie - plastica - economia circolare - riciclo - rifiuti - PET

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https://www.rmix.it/ - Imballi alimentari in pet: perché riciclarli?
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Imballi alimentari in pet: perché riciclarli?
Economia circolare

A volte ci si chiede se lo sforzo di fare la raccolta differenziata in casa ne valga la penadi Marco ArezioMolte volte quando dividiamo la spazzatura ci chiediamo se il nostro impegno servirà a qualche cosa, se il materiale che noi dividiamo poi verrà effettivamente impiegato o finirà in discarica o peggio bruciato, se gli oneri che paghiamo, nonostante il nostro lavoro di pre-selezione, siano utili alla causa ambientalista. In casa, magari avendo a disposizione spazi ristretti, il dover selezionare la carta, il vetro, la plastica e gli scarti alimentari in contenitori diversi, comporta impegno, fatica mentale nella separazione e spazi sottratti ad altre cose. Se poi aggiungiamo che dobbiamo ricordarci anche in quali giorni del mese ritirano il sacchetto di uno o dell’altro prodotto, diventa un compito da organizzare con impegni da non dimenticare se non si vuole che la casa si riempia di spazzatura. Ogni tanto ricordiamo quanto era comodo buttare ogni cosa in un sacco unico e quando passava la raccolta dei rifiuti si doveva solo pensare a portare il sacco, con i rifiuti misti, fuori dalla porta di casa e non ci si pensava più. Abbiamo visto questa generale inerzia dove ci ha portato, ma forse avremmo anche il diritto di capire a cosa servano i nostri sforzi domestici nella separazione dei rifiuti. Quando compriamo i pomodori, le pesche o le fragole, ci vengono molte volte presentate in negozio dentro a scatolette in plastica trasparente, chiuse da un coperchio che protegge il prodotto deperibile. La portiamo a casa, mettiamo a tavola il contenuto e l’imballo, in questo caso in PET, viene subito buttato. Tutti questi imballi trasparenti in PET, attraverso la raccolta differenziata, possono rinascere a nuova vita evitando di utilizzare nuovo petrolio per fare altri prodotti. Si, ma come? La vaschetta, insieme alle altre compagne di viaggio, viene portata nei centri di selezione dei rifiuti dove verrà divisa dagli altri imballi in plastica ed avviata alla rigenerazione. Gli imballi alimentari in PET verranno macinati in pezzi dalle dimensioni di 10 mm. circa, poi lavati in modo da togliere le etichette presenti sulla confezione, separati per colore, se ci fossero vaschette colorate mischiate a quelle trasparenti e poi estrusi creando un granulo che costituirà la nuova materia prima per realizzare molti prodotti. Se la destinazione del nuovo granulo dovrà essere ancora quella alimentare, durante il processo che porta alla granulazione, il materiale verrà sanificato e igienizzato, potendo poi essere utilizzato per ricostruire imballi alimentari. Se invece la destinazione sarà in settori non alimentari, il granulo verrà imballato e venduto in molti settori produttivi. Vediamo quali: Il settore dell’arredamento utilizza il granulo di PET riciclato per fare la fibra che troveremo nei cuscini e nell’imbottitura dei divani e delle poltrone.L’industria tessile utilizza il granulo di PET riciclato per fare fibra adatta alla realizzazione di capi da abbigliamento e coperte.L’industria dell’imballaggio utilizza il granulo di PET riciclato per fare le regge per gli imballi che troviamo su molte confezioni o sui bancali di merce, con lo scopo di stabilizzare il materiale contenuto.L’industria della pulizia utilizza il granulo di PET riciclato per fare mono-filamenti per le scope domestiche e industriali e per realizzare spazzole per le macchine per la pulitura meccanica. Come vedete ogni nostro sforzo legato alla separazione domestica dei rifiuti è destinato a risparmiare CO2 nell’atmosfera, risorse naturali, a consumare inutilmente materie prime di origine fossile e a risolvere il problema degli imballi di plastica che non verranno più messi nelle discariche o peggio scaricati in mare.Categoria: notizie - plastica - economia circolare - PETVedi il prodotto finitoVedi maggiori informazioni sul riciclo

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https://www.rmix.it/ - Percentuali di Riciclo dei Metalli: Origini, Sfide e Opportunità per un Futuro Sostenibile
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Percentuali di Riciclo dei Metalli: Origini, Sfide e Opportunità per un Futuro Sostenibile
Economia circolare

Scopri l'origine dei rifiuti metallici, le tecnologie di recupero e come i metalli riciclati possono essere riutilizzati per un’economia circolaredi Marco ArezioIl riciclo dei metalli rappresenta una delle soluzioni più efficaci per ridurre l’impatto ambientale dell’estrazione mineraria e per garantire un uso sostenibile delle risorse naturali. Tuttavia, non tutti i metalli vengono riciclati con la stessa efficienza. Le percentuali di recupero variano da un sorprendente 86% per l’oro a meno dello 0,5% per il litio, sollevando interrogativi sulla gestione dei rifiuti metallici e sulle opportunità future. Per comprendere le ragioni di queste disparità, è necessario esplorare l'origine dei rifiuti metallici, le tecnologie di recupero e il loro utilizzo successivo. Da Dove Provengono i Rifiuti Metallici? I metalli utilizzati nell’industria moderna provengono da prodotti complessi e ampiamente diffusi, spesso alla fine del loro ciclo di vita. Nel settore dell’elettronica, per esempio, smartphone, computer e televisori contengono una grande varietà di metalli, tra cui oro, argento, platino e terre rare. Questi dispositivi, una volta dismessi, diventano una fonte preziosa di materiali riciclabili, anche se il loro recupero richiede processi tecnologicamente avanzati. L’industria automobilistica è un’altra grande produttrice di rifiuti metallici. I veicoli fuori uso contengono rame, alluminio, acciaio e batterie al litio-ionico, che rappresentano una risorsa essenziale per il recupero di metalli strategici come il litio e il cobalto. Anche l’edilizia contribuisce in modo significativo, fornendo materiali come zinco, rame e acciaio da infrastrutture e edifici demoliti. Infine, gli imballaggi in alluminio, come lattine e involucri alimentari, costituiscono una fonte importante di materiali riciclabili, se adeguatamente raccolti. Perché Le Percentuali di Riciclo Sono Così Diverse? Le differenze nelle percentuali di riciclo dei metalli dipendono da diversi fattori, tra cui il valore economico del materiale, la disponibilità di tecnologie per il recupero e l’efficienza dei sistemi di raccolta. Metalli preziosi come l’oro, con un tasso di riciclo dell’86%, beneficiano di un alto valore economico che incentiva gli investimenti in tecnologie avanzate. Allo stesso modo, platino e palladio raggiungono un 60% di riciclo grazie alla loro importanza nell’industria automobilistica e nei dispositivi elettronici. Dall’altra parte dello spettro, metalli come il litio (0,5%) e le terre rare (0,2%) soffrono di percentuali estremamente basse. Questo è dovuto alla complessità tecnica del loro recupero, spesso integrati in dispositivi di piccole dimensioni e difficili da separare. Anche metalli più comuni, come l’alluminio (42%) e il rame (33%), hanno percentuali di riciclo limitate nonostante la loro ampia disponibilità, a causa di una gestione inefficiente dei rifiuti in molte regioni del mondo. Come Funziona il Riciclo dei Metalli? Il riciclo dei metalli richiede processi tecnologicamente avanzati che variano a seconda del materiale da recuperare. I metalli preziosi, come oro, argento e platino, vengono recuperati attraverso metodi chimici, come la lisciviazione con acidi, o fisici, come l’elettrolisi. Questi processi permettono di separare i metalli puri dai materiali di scarto, rendendoli pronti per nuovi utilizzi. Per i metalli di base, come alluminio e rame, il processo è spesso più semplice. Ad esempio, l’alluminio viene fuso e riformato, risparmiando fino al 95% dell’energia rispetto alla produzione primaria. Anche il rame, estratto da cavi e tubature, segue un processo simile, che prevede triturazione e fusione per ottenere materiale riciclato di alta qualità. Il riciclo dei metalli strategici, come litio e cobalto, è ancora in fase di sviluppo. Questi materiali, spesso recuperati da batterie esauste, richiedono tecnologie innovative come l’idrometallurgia, che utilizza solventi per separare i metalli, o processi pirometallurgici ad alta temperatura. Dove Avviene il Riciclo dei Metalli? La geografia del riciclo dei metalli è strettamente legata alla disponibilità di infrastrutture avanzate e alla domanda di materiali riciclati. In Europa, paesi come Germania e Belgio sono leader nel riciclo di metalli preziosi e strategici, grazie a normative rigorose e tecnologie di punta. L’Italia si distingue nel riciclo dell’alluminio, con consorzi come CIAL che promuovono una gestione sostenibile degli imballaggi. In Asia, la Cina domina il riciclo delle terre rare, mentre Giappone e Corea del Sud guidano gli sforzi per il riciclo delle batterie. Gli Stati Uniti, invece, si concentrano principalmente sul recupero di rame, alluminio e acciaio, ma stanno aumentando gli investimenti nel trattamento di batterie e terre rare. Quali Sono gli Impieghi dei Metalli Riciclati? I metalli riciclati trovano applicazione in molti settori chiave dell’economia globale. L’oro e l’argento vengono riutilizzati per circuiti elettronici, gioielli e contatti elettrici, mentre l’alluminio trova impiego in imballaggi, componenti automobilistici e costruzioni leggere. Il rame riciclato è essenziale per cavi elettrici e tubature, e metalli strategici come litio e cobalto sono reintegrati in nuove batterie per veicoli elettrici e sistemi di accumulo energetico. Le terre rare, nonostante le basse percentuali di riciclo, sono cruciali per la produzione di magneti permanenti utilizzati in turbine eoliche, motori elettrici e dispositivi elettronici avanzati, contribuendo a una transizione energetica sostenibile. Sfide e Opportunità per il Futuro del Riciclo dei Metalli Nonostante i progressi, il riciclo dei metalli presenta sfide importanti. I costi elevati e la complessità tecnica del recupero, soprattutto per metalli strategici, rappresentano ostacoli significativi. Inoltre, la mancanza di infrastrutture adeguate nei paesi in via di sviluppo limita la raccolta e il trattamento dei rifiuti metallici. Tuttavia, le opportunità sono enormi. L’innovazione tecnologica può ridurre i costi di recupero e migliorare l’efficienza dei processi, mentre politiche di incentivazione possono favorire la creazione di una filiera globale del riciclo più robusta. La sensibilizzazione dei consumatori e delle aziende è fondamentale per aumentare la quantità di materiali avviati al riciclo, trasformando le percentuali attuali in un modello virtuoso per l’economia circolare. Conclusioni: Verso un Futuro Sostenibile Il riciclo dei metalli è una componente essenziale di un’economia sostenibile. Aumentare le percentuali di recupero, sviluppare tecnologie più efficienti e migliorare i sistemi di raccolta sono passi indispensabili per ridurre l’impatto ambientale e garantire un uso responsabile delle risorse naturali. Il futuro del riciclo dei metalli dipende dalla nostra capacità di investire nell’innovazione e di adottare un approccio sistematico che valorizzi ogni risorsa disponibile.© Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - Impatti Ambientali di Giornali e E-Book: Come Scegliere la Lettura più Sostenibile
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Impatti Ambientali di Giornali e E-Book: Come Scegliere la Lettura più Sostenibile
Economia circolare

Un’analisi del ciclo di vita, delle emissioni di CO₂ e delle strategie circolari per ridurre l’impatto ambientale nella fruizione delle notizie e dei libridi Marco ArezioLa scelta tra leggere un giornale cartaceo o fruire di un contenuto in formato digitale non si limita semplicemente a una preferenza personale. Dietro ogni pagina stampata, così come dietro ogni dispositivo elettronico, si cela un intricato percorso fatto di estrazione e trasformazione di materie prime, di consumi energetici e di emissioni inquinanti che caratterizzano l’intero ciclo di vita del prodotto. È proprio questo il cuore dell’Analisi del Ciclo di Vita (Life Cycle Assessment, LCA), un metodo che consente di identificare e quantificare gli impatti ambientali generati dalla nascita del prodotto (o servizio) fino alla sua dismissione o riciclo. Per i giornali cartacei, il ciclo di vita include la produzione della carta — con il consumo di acqua ed energia, oltre all’utilizzo di fibre vergini o riciclate — la fase di stampa, la distribuzione su scala locale o nazionale e, infine, lo smaltimento o riciclo. Nel caso dell’elettronica, invece, occorre considerare l’estrazione di metalli rari, la fabbricazione di componenti delicati, l’assemblaggio, il trasporto su lunghe distanze, l’utilizzo e l’eventuale ricarica del dispositivo, per poi arrivare al suo smaltimento o riuso a fine vita. Uno degli aspetti salienti dell’LCA è mettere in luce come il picco di emissioni e consumi avvenga spesso in una fase iniziale, per esempio nella produzione di un tablet o di un e-reader. Al contrario, la produzione di un quotidiano genera costantemente impatti, ma in quantità modulabili dal numero di copie stampate. In sostanza, la valutazione complessiva dell’impatto dipende dal modo in cui ognuno di noi legge: la periodicità, la quantità di testi consultati e la durata di vita del dispositivo elettronico sono parametri chiave. Emerge così che un lettore occasionale, che acquista saltuariamente il giornale in edicola, avrà un profilo d’impatto diverso da chi “divora” quotidiani e libri, preferendo magari un singolo dispositivo a inchiostro elettronico capace di durare anni. Produzione Cartacea: Impatti su Foreste ed Emissioni di CO₂ La carta che compone i giornali viene ottenuta principalmente dalla cellulosa, estratta in larga parte da alberi coltivati o da foreste gestite. Se da un lato esistono standard di certificazione come FSC (Forest Stewardship Council) o PEFC (Programme for the Endorsement of Forest Certification) che mirano ad assicurare una gestione sostenibile delle foreste, dall’altro permane il rischio che una domanda troppo elevata di carta possa spingere i produttori a ricorrere a legname proveniente da fonti non controllate. Ciò implica possibili fenomeni di deforestazione illegale o non regolamentata, con ripercussioni dirette sul sequestro di carbonio, sulla biodiversità e sull’equilibrio idrologico del pianeta. La trasformazione della cellulosa in fogli di carta richiede inoltre un notevole consumo di acqua ed energia. Le cartiere più moderne cercano di ottimizzare il riciclo delle acque di lavorazione e di ricorrere a fonti rinnovabili per la produzione di energia, ma resta elevato l’impatto di questa fase industriale, in particolare quando la domanda di carta è in crescita. A ciò si aggiungono le emissioni generate dai trasporti (per portare il legname in cartiera, quindi la carta agli stabilimenti di stampa e, infine, i giornali ai punti vendita o ai lettori). Parlando di emissioni, non va dimenticato l’uso di inchiostri e additivi chimici. Anche se molte tipografie stanno abbandonando i composti organici volatili (VOC) più pericolosi, lo smaltimento di alcune tipologie di inchiostro può comportare rilasci di sostanze potenzialmente dannose nell’ambiente. Tuttavia, uno dei vantaggi intrinseci della carta, rispetto ad altri materiali, è la sua riciclabilità. Questo può permettere, laddove esistano filiere di recupero ben funzionanti, di ridurre la quantità di risorse vergini necessarie e di contenere in parte le emissioni. E-Reader e Dispositivi Digitali: Materie Prime e Processi Produttivi La produzione di un e-reader, di un tablet o di uno smartphone non è immediatamente visibile al consumatore finale, eppure dietro allo schermo si cela una lunga filiera fatta di estrazioni minerarie, lavorazioni chimiche e logistica globale. Metalli rari come il cobalto, il litio, l’indio o le terre rare sono estratti spesso in condizioni ambientali e sociali critiche. Le miniere possono avere un notevole impatto sugli ecosistemi circostanti, inquinando le acque e alterando la morfologia del territorio. Inoltre, in alcuni paesi la tutela dei diritti dei lavoratori è carente, e il mercato dei minerali hi-tech può celare aspetti di sfruttamento e lavoro minorile. I componenti elettronici, dai microchip ai display, richiedono ambienti di produzione a camera bianca, con un controllo costante della temperatura e un’ingente quantità di energia per i processi di fabbricazione. Spesso, queste fabbriche si trovano in Asia, mentre l’assemblaggio finale avviene in altre aree, e i dispositivi vengono poi distribuiti in tutto il mondo: una catena logistica che, sebbene efficiente dal punto di vista economico, incide inevitabilmente sulle emissioni di CO₂ legate ai trasporti. Un altro aspetto cruciale è la batteria. Le batterie ricaricabili agli ioni di litio presenti negli e-reader (e ancora di più nei tablet e negli smartphone) sono soggette a usura e hanno una vita limitata. Il processo di smaltimento o riciclo delle batterie esauste è complesso e, se non gestito in modo corretto, può rilasciare sostanze tossiche nell’ambiente. Tuttavia, se un dispositivo viene costruito con criteri di eco-design e se viene utilizzato a lungo prima di essere sostituito, il suo impatto iniziale — pur elevato — può essere ammortizzato su diversi anni di servizio. Consumo di Risorse e Gestione dei Rifiuti: Carta vs. Elettronica Nel momento in cui un lettore sceglie di acquistare un quotidiano in edicola o di scaricare l’ultima edizione sul proprio e-reader, attiva processi di consumo di risorse differenti. Con la carta, la risorsa principale è costituita da fibre vegetali (in parte riciclate, in parte vergini) e dagli input energetici necessari a trasformarle in un prodotto finito. Una volta letto, il giornale può essere riciclato fino a un certo numero di volte (le fibre di cellulosa si degradano gradualmente), fornendo nuova materia prima per altri prodotti cartacei.Nel caso di un dispositivo elettronico, il singolo atto di lettura non genera, in apparenza, uno spreco di risorse tangibile: non si butta via la “materia prima” di un file, né si accumulano fogli di carta destinati al cestino. Tuttavia, ogni download, ogni aggiornamento software e persino il funzionamento dell’infrastruttura cloud comportano consumi energetici nei data center e nei sistemi di telecomunicazione. Inoltre, quando il dispositivo giunge a fine vita, lo smaltimento di un e-reader o di un tablet richiede una filiera dedicata per evitare la dispersione di metalli pesanti o composti pericolosi. La gestione dei rifiuti, cartacei o elettronici, rimane un nodo fondamentale nella valutazione dell’impatto ambientale. Se la carta, in molte regioni, può essere raccolta in modo differenziato e avviata al riciclo, lo stesso non sempre avviene per i dispositivi elettronici. Da questo punto di vista, le politiche di responsabilità estesa del produttore (EPR) e l’implementazione di sistemi di raccolta specializzati possono fare la differenza, incrementando il tasso di recupero dei materiali preziosi e riducendo lo spreco e l’inquinamento. Emissioni e Bilancio Energetico: Qual è la Soluzione più Sostenibile? È difficile fornire una risposta univoca alla domanda su quale metodo di lettura sia, in assoluto, il più sostenibile. Le variabili sono tante: da quanto spesso si legge, al tipo di mix energetico che alimenta i processi produttivi e i dispositivi, fino al comportamento dell’utente in termini di riciclo o sostituzione. Numerosi studi LCA hanno tentato di definire soglie indicative. Per esempio, un lettore che acquista un quotidiano al giorno potrebbe, nell’arco di un anno, accumulare un consumo di carta e di energia di stampa considerevole. Se, al contrario, scegliesse un e-book reader a inchiostro elettronico e lo utilizzasse per almeno 2-3 anni, probabilmente ammortizzerebbe l’impatto iniziale di produzione del dispositivo. In altre parole, per lettori assidui, la soluzione digitale tende a mostrarsi più efficiente, soprattutto se si sfruttano fonti rinnovabili per la ricarica e se il dispositivo viene mantenuto in vita il più a lungo possibile. Tuttavia, chi legge un giornale cartaceo solo saltuariamente potrebbe non trarre particolari benefici ambientali dall’acquisto di un dispositivo elettronico dedicato. Acquistare un tablet all’anno e sostituirlo di continuo, magari per avere l’ultimo modello, annulla i vantaggi ambientali legati alla dematerializzazione della carta. Il nodo centrale è la frequenza di uso, la cura del dispositivo e il modo in cui viene smaltito o riciclato. Il bilancio energetico, quindi, dipende in larga misura dalle abitudini del consumatore e dalle scelte strategiche delle aziende produttrici. Comportamenti di Lettura e Frequenza di Utilizzo Gli aspetti tecnologici e produttivi non esauriscono il tema della sostenibilità, poiché un fattore decisivo è il comportamento del lettore. Le preferenze individuali, le routine quotidiane e la disponibilità di infrastrutture incidono sul profilo di impatto dell’una o dell’altra opzione. Un utente che legge decine di testi al mese, passa da un quotidiano all’altro e sfoglia molteplici riviste, troverà probabilmente più vantaggioso concentrarsi su un dispositivo elettronico, purché duri nel tempo e venga gestito in modo responsabile. D’altra parte, esiste un pubblico che ama la carta stampata, trova più pratico il formato fisico o magari non ha accesso a una connessione internet stabile. Per queste persone, può avere un senso continuare a leggere il giornale in edizione cartacea, ma risulta sempre importante smaltirlo correttamente o avviarlo al riciclo. Oltre a ciò, va menzionato il concetto di “digital divide”: non tutti dispongono di risorse economiche o competenze per accedere a un e-reader o a un tablet. In alcune aree geografiche, l’edicola o la biblioteca restano gli unici punti di accesso all’informazione. Pertanto, optare per la sola digitalizzazione di un quotidiano potrebbe creare barriere informative per fasce di popolazione meno connesse. Riciclo e Economia Circolare: Strumenti di Riduzione dell’Impatto Nel percorso verso una maggiore sostenibilità, sia la filiera cartaria sia quella elettronica potrebbero adottare o perfezionare modelli di economia circolare. Nel caso della carta, esiste già da tempo un’attenzione particolare al riciclo, grazie al recupero di giornali, riviste, imballaggi. Questa prassi, se ben organizzata, riduce il prelievo di materia prima vergine e attenua l’impatto sui sistemi forestali. Oltre al riciclo, si può migliorare la fase di stampa con inchiostri più ecologici, ridurre il peso dei quotidiani o gestire la distribuzione con mezzi a basso impatto (elettrici o ibridi). Per i dispositivi digitali, l’economia circolare si traduce in design più modulari e riparabili, con la possibilità di sostituire batteria o display senza dover cambiare l’intero dispositivo. Inoltre, la responsabilità estesa del produttore (EPR) implica che le aziende si facciano carico del ritiro e del riciclo dei dispositivi a fine vita, recuperando le materie prime e limitando la dispersione di componenti pericolosi nell’ambiente. Infine, la scelta di alimentare i data center con fonti rinnovabili e di adottare pratiche di efficienza energetica avanzata può ridurre significativamente il peso delle infrastrutture digitali sull’ambiente. Sostenibilità e Innovazione: Verso un Futuro Green per la Lettura Guardando al futuro, è lecito aspettarsi un’evoluzione tecnologica che renda più efficienti i dispositivi elettronici, riducendo i consumi e adottando materiali di origine rinnovabile o facilmente riciclabili. Nel contempo, l’industria cartaria potrà perfezionare la gestione delle foreste e implementare processi di produzione sempre più a basso impatto, alimentati da energia rinnovabile e accompagnati da sistemi di recupero delle acque e di riduzione degli scarti. Le politiche pubbliche potranno giocare un ruolo significativo, incentivando la ricerca e l’innovazione sostenibile, nonché promuovendo modelli di business circolari capaci di premiare chi adotta soluzioni virtuose. Ad esempio, certificazioni ambientali più trasparenti, incentivi fiscali per la produzione ecologica e una corretta informazione del consumatore possono contribuire a trasformare il mercato editoriale, siano essi giornali cartacei o libri digitali. In definitiva, scegliere tra la carta e il digitale non è una questione esclusivamente legata alla comodità o al fascino della tecnologia, ma comporta una riflessione più ampia su come ci poniamo nei confronti delle risorse del pianeta. Da un lato, la carta rimane un materiale riciclabile, tangibile e culturalmente radicato; dall’altro, il digitale permette di dematerializzare una quantità enorme di contenuti, evitando in teoria la produzione continua di copie fisiche, ma al prezzo di un avvio produttivo e di un consumo energetico costante su scala globale. La sostenibilità, in fondo, non si riduce a un singolo gesto, bensì si costruisce su una serie di scelte coerenti, dalla progettazione di un dispositivo elettronico alla gestione del suo smaltimento, dall’acquisto di un quotidiano stampato alla sua fase di riciclo. In un mondo dove le risorse naturali sono limitate e il cambiamento climatico bussa sempre più forte, ognuno di noi ha la responsabilità di informarsi e di agire in modo consapevole. Attraverso il confronto tra giornali cartacei ed e-reader, possiamo cogliere l’occasione per ripensare non solo le nostre abitudini di lettura, ma anche il nostro rapporto con i beni e i servizi che consumiamo, tracciando così la strada verso un futuro più green e inclusivo per tutti.© Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - Tecnologie Avanzate nel Riciclo del Vetro: Innovazione e Sostenibilità per un Futuro Circolare
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Tecnologie Avanzate nel Riciclo del Vetro: Innovazione e Sostenibilità per un Futuro Circolare
Economia circolare

Illustrazione delle ultime innovazioni tecnologiche nel riciclo del vetro e del loro impatto sull’efficienza dei processi e sulla qualità del materiale riciclatodi Marco ArezioIl riciclo del vetro rappresenta una componente cruciale nell'ambito dell'economia circolare e della sostenibilità ambientale. Il vetro è un materiale infinitamente riciclabile senza perdita di qualità, rendendolo ideale per un ciclo chiuso di produzione e riutilizzo. Negli ultimi anni, il settore del riciclo del vetro ha visto significative innovazioni tecnologiche che stanno trasformando il modo in cui questo materiale viene raccolto, trattato e reinserito nel ciclo produttivo. In questo articolo esploreremo le tecnologie più recenti e come stanno contribuendo a migliorare l’efficienza e la qualità del processo di riciclo del vetro. Tecnologie di Raccolta e Smistamento Raccolta Differenziata Avanzata La raccolta differenziata è il primo passo fondamentale per un efficace riciclo del vetro. Le tecnologie avanzate nel campo della raccolta stanno rendendo questo processo più efficiente e preciso. Sensori intelligenti e sistemi di monitoraggio IoT (Internet of Things) sono sempre più utilizzati per ottimizzare i percorsi di raccolta dei rifiuti, riducendo i costi e l’impatto ambientale. Smistamento Ottico Una delle innovazioni più significative è rappresentata dai sistemi di smistamento ottico. Queste tecnologie utilizzano sensori a infrarossi e a raggi X per identificare e separare i diversi tipi di vetro e altri materiali contaminanti. Questi sistemi sono in grado di distinguere tra vetro chiaro, verde e marrone, migliorando notevolmente la purezza del materiale riciclato. La precisione dello smistamento ottico permette di ridurre le impurità, rendendo il vetro riciclato più adatto per la produzione di nuovi prodotti. Processi di Frantumazione e Pulizia Frantumazione Controllata La frantumazione del vetro è una fase critica nel processo di riciclo. Le nuove tecnologie di frantumazione controllata permettono di ottenere frammenti di vetro di dimensioni omogenee, ottimizzando il successivo trattamento. I frantumatori di ultima generazione sono dotati di sistemi di controllo automatizzato che regolano la velocità e la pressione, minimizzando la produzione di polveri e riducendo l’usura delle macchine. Tecniche di Pulizia Avanzate La pulizia del vetro frantumato è essenziale per eliminare le impurità come carta, plastica e metalli. I moderni impianti di riciclo utilizzano una combinazione di tecniche avanzate, tra cui lavaggi con acqua ad alta pressione, separatori ad aria e magnetici, e centrifughe. Queste tecnologie migliorano la qualità del vetro riciclato, rendendolo comparabile al vetro vergine in termini di purezza e trasparenza. Innovazioni nella Rifusione del Vetro Forni a Basso Impatto Ambientale La rifusione del vetro richiede una grande quantità di energia. I nuovi forni a basso impatto ambientale sono progettati per ridurre il consumo energetico e le emissioni di CO2. Questi forni utilizzano tecnologie avanzate come il recupero di calore, l’uso di combustibili alternativi e la gestione automatizzata dei processi di combustione, contribuendo a rendere la produzione di vetro riciclato più sostenibile. Additivi per la Rifusione L'aggiunta di specifici additivi durante la rifusione può migliorare le proprietà del vetro riciclato. Recenti studi hanno esplorato l'uso di materiali nanostrutturati che aumentano la resistenza e la trasparenza del vetro, consentendo una maggiore varietà di applicazioni per il vetro riciclato. Tecnologie di Monitoraggio e Controllo Sistemi di Controllo in Tempo Reale L'implementazione di sistemi di controllo in tempo reale nei processi di riciclo permette di monitorare costantemente le condizioni operative e la qualità del prodotto. Questi sistemi utilizzano sensori avanzati e algoritmi di intelligenza artificiale per ottimizzare ogni fase del processo, dalla raccolta alla rifusione. Il monitoraggio in tempo reale aiuta a identificare e correggere rapidamente eventuali problemi, migliorando l'efficienza complessiva del riciclo. Blockchain per la Tracciabilità La blockchain è una tecnologia emergente che sta trovando applicazione anche nel riciclo del vetro. Utilizzando registri distribuiti e immutabili, è possibile tracciare ogni fase del ciclo di vita del vetro riciclato, garantendo la trasparenza e l’affidabilità delle informazioni. Questo approccio può aumentare la fiducia dei consumatori e degli stakeholder nei prodotti riciclati, favorendo una maggiore adozione di materiali riciclati. Impatto delle Innovazioni sul Settore Le innovazioni tecnologiche nel riciclo del vetro stanno avendo un impatto significativo su diversi fronti: Efficienza Energetica: Le nuove tecnologie riducono il consumo energetico nei processi di raccolta, frantumazione e rifusione, contribuendo a una diminuzione delle emissioni di gas serra. Qualità del Materiale Riciclato: I miglioramenti nella separazione e nella pulizia del vetro aumentano la purezza del vetro riciclato, rendendolo più competitivo rispetto al vetro vergine. Riduzione dei Costi: L'automazione e il controllo avanzato riducono i costi operativi e migliorano l'efficienza complessiva del processo. Sostenibilità: L’adozione di tecnologie a basso impatto ambientale e la tracciabilità dei materiali favoriscono una gestione più sostenibile delle risorse. Sfide e Prospettive Future Nonostante i progressi, il settore del riciclo del vetro affronta ancora diverse sfide. La contaminazione dei rifiuti, la variabilità della domanda di vetro riciclato e la necessità di investimenti significativi in nuove tecnologie sono tra i principali ostacoli. Tuttavia, le prospettive future sono promettenti. La ricerca continua nel campo dei materiali avanzati e delle tecnologie di processo promette ulteriori miglioramenti. In particolare, l’integrazione delle tecnologie digitali, come l’intelligenza artificiale e la blockchain, potrebbe rivoluzionare il settore, rendendo il riciclo del vetro ancora più efficiente e sostenibile. Conclusioni Le tecnologie avanzate stanno trasformando il settore del riciclo del vetro, rendendo i processi più efficienti, sostenibili e capaci di produrre materiali di alta qualità. Queste innovazioni non solo contribuiscono a ridurre l’impatto ambientale, ma anche a promuovere un’economia circolare più robusta e resiliente. Per continuare su questa strada, sarà fondamentale supportare la ricerca e l’adozione di nuove tecnologie, garantendo al contempo politiche favorevoli e investimenti adeguati. Solo così sarà possibile realizzare pienamente il potenziale del vetro riciclato come risorsa preziosa e sostenibile per il futuro.© Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - rNEWS: L'importanza della Plastica nella lotta al Coronavirus
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare rNEWS: L'importanza della Plastica nella lotta al Coronavirus
Economia circolare

La pandemia da Coronavirus ha visto aumentare in modo importante l'uso della plastica nei presidi di protezione individuale e nelle attività mediche di assistenzadi Marco ArezioMai come in questo periodo si è visto l'importanza di non demonizzare la plastica ma di ridarle il corretto posto che merita nella nostra vita, pur sapendo che un prodotto così versatile e utile deve essere smaltito e riciclato in modo corretto per creare nuova materia prima. L'articolo di Anna Munzio ci parla proprio di questo.La Reuters ha parlato di «pandemia della plastica». Perché il virus che ha sconvolto il mondo ha avuto l'effetto non del tutto secondario di farci capire come sia indispensabile questo materiale per una delle sue qualità forse più nascoste, la protezione. Dei cibi e delle bevande, ma soprattutto dal virus: così è partita la «corsa alla plastica», il nuovo oro utilizzato in mascherine, visiere, guanti, contenitori di plastica per alimenti e plastica a bolle da imballaggio per milioni di consegne a domicilio. Una corsa che ha fatto dimenticare, dopo anni di campagne, il problema principale di questo materiale magico, leggero, all'occorrenza trasparente e che quando nacque sembrò ecologico perché sostituiva risorse naturali come avorio o legno: i tempi di decomposizione, che si misurano in secoli, e l'inquinamento che ne consegue. La soluzione da tempo è indicata nel riciclo. Un sistema gestito in Italia da Corepla che nel 2019 ha raccolto 1.370.000 tonnellate di plastica in modo differenziato, il 13 per cento in più rispetto al 2018, e che oggi copre 7.345 comuni coinvolgendo 58.377.389 cittadini. Anch'esso però è stato messo sotto stress dal Covid-19. Tra marzo e aprile, in pieno lockdown, è aumentata la quantità di rifiuti di imballaggio in plastica gestiti da Corepla ma anche la quota destinata alla termovalorizzazione e quella conferita in discarica. Il presidente di Corepla, Giorgio Quagliuolo, ci anticipa qualche dato su questo anno complicato anche sul fronte della gestione rifiuti: «Il 2020 vedrà una crescita a cifra singola dei quantitativi di rifiuti di imballaggio in plastica gestiti da Corepla, con picchi proprio in corrispondenza dei periodi di lockdown di marzo/aprile che hanno evidenziato un aumento dell'8 per cento, in controtendenza rispetto alla riduzione dei consumi (-4 per cento) e alla produzione dei rifiuti urbani (-10/14 per cento) del medesimo periodo». A cosa sono state dovute le maggiori criticità? «Alla chiusura delle attività commerciali e produttive e al brusco arresto dell'export: in sette settimane di lockdown è stata bloccata l'esportazione di oltre 16mila tonnellate di rifiuti urbani. In più, il blocco quasi totale del settore delle costruzioni ha fortemente ridotto l'utilizzo della frazione di imballaggi non riciclabili meccanicamente come combustibile nei cementifici. Cause che si sono unite alla saturazione della capacità disponibile negli impianti nazionali. Va detto che il sistema ha comunque tenuto, grazie a interventi straordinari che hanno evidenziato però le carenze strutturali impiantistiche e del mercato nazionale delle materie prime seconde». Se è vero che siamo quel che mangiamo è anche vero che siamo ciò che buttiamo nella spazzatura: e l'uso della plastica in fondo è una cartina al tornasole che rivela lo stato della nostra società, la sua economia ma anche gli stili di vita e la sensibilità ecologica dei consumatori. Dunque, la corsa alla plastica continuerà? Secondo il presidente questo dipende da diversi fattori: andamento della produzione industriale, propensione all'acquisto da parte dei consumatori, incognita della Plastic Tax, impatti della direttiva europea SUP - Single Use Plastics che intende limitare la plastica monouso, «tutti fattori resi più incerti dalla pandemia. Analoghe incertezze riguardano i numeri della raccolta, per la quale ci aspettiamo che si confermi il trend di crescita ma con rallentamenti fisiologici e legati alla situazione contingente». E le bioplastiche, di cui si fa sempre un gran parlare? «Nel 2019 hanno rappresentato circa il 3 per cento degli imballaggi in plastica immessi sul mercato; allo stato attuale della tecnologia è più complicato che possano sostituire le plastiche fossili in alcuni settori, quello medicale è possibile che sia uno di questi».Categoria: notizie - plastica - economia circolare

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rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Plastica: Come Trattare gli Scarti Industriali
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Gli scarti industriali della plastica sono uno dei fattori di inquinamento del nostro pianetadi Marco ArezioTutte le aziende di produzione industriale fanno uso di plastica, sia in ricezione che in uscita. La responsabilità della loro gestione e smaltimento diventa quindi una responsabilità sociale per l’impresa, la quale deve trovare delle modalità per smistare e riciclare la plastica.Gli scarti industriali della plastica Tutta la strategia mondiale, comunque, anche a livello normativo, poggia sull’obbligo di gestione ottimale dei rifiuti plastici industriali al fine di evitare un impatto ambientale rilevante. La sfida quotidiana è diventata quindi il riuso della plastica riciclata, sotto forma di altri oggetti utili per i vari settori di destinazione. In questo processo industriale entrano di diritto tutti quegli impianti per il riciclo della plastica che ne permettano la scomposizione e la riduzione a materia riutilizzabile. Questi macchinari di ultima generazione permettono, fra l’altro, di rimuovere le sostanze pericolose della plastica, lasciando un prodotto finale riutilizzabile in ottica di economia circolare. In particolare i macchinari permettono di coprire tutta la filiera del riciclo della plastica fino ad ottenere un prodotto da poter reimpiegare per il suo riciclo verso una “nuova vita”. Qui sotto indichiamo nel dettaglio di cosa si tratta.Taglio della plastica Si tratta di macchinari per il taglio della plastica che, grazie alla ridotta potenza permettono di avere bassi consumi energetici e nello stesso tempo assolvono alla funzione di taglio di ogni genere volumi e tipologie.Lavaggio della plastica Nel recupero delle materie plastiche diventa importante effettuare un lavaggio completo che “liberi” la plastica trattata dai contaminanti come la sabbia, gli oli, additivi vari, metalli o quanto altro la renda “spuria”. Queste macchine per il lavaggio della plastica permettono quindi di ottenere la massima pulizia anche nei confronti di materiale dannoso di piccolissime dimensioni.Asciugatura della plastica Il materiale lavato viene poi passato in macchine per l’asciugatura della plastica. Si tratta di macchinari che permettono elevate prestazioni sia per plastiche rigide che per plastiche non rigide e riducono al massimo la quantità di acqua presente nel materiale.Densificazione della plastica Questo processo di lavorazione è uno dei plusvalori per dei sistemi di riciclo integrati. Il densificatore per la plastica è un macchinario pensato appositamente per la trasformazione ed il recupero di materiali plastici non rigidi, provenienti da scarti industriali e post industriali.Estrusione della plastica Il macchinario per l’estrusione della plastica viene molto utilizzato nelle industrie per la granulazione del materiale. Tale processo permette di ottenere dei piccoli “granuli” di plastica tali da essere inseriti all’interno di fusti o silos in maniera semplice.Stoccaggio della plastica Dopo l’estrusione si pone il problema dello stoccaggio della plastica. A riguardo è consigliato un sistema che permette di omogenizzare il materiale e ne favorisce il raffreddamento. Questo macchinario permette lo stoccaggio anche di quantità elevate di plastica. Categoria: notizie - plastica - economia circolare - riciclo - rifiuti - scarti industriali

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https://www.rmix.it/ - Riciclo della Plastica negli USA: Stati Virtuosi, Numeri Reali, Food-Grade, Criticità Tecniche e Confronto con l’Europa
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Riciclo della Plastica negli USA: Stati Virtuosi, Numeri Reali, Food-Grade, Criticità Tecniche e Confronto con l’Europa
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Un’analisi tecnica e aggiornata del riciclo della plastica negli Stati Uniti: raccolta differenziata, capacità impiantistica, qualità del riciclato, bottiglie food-contact, politiche statali, mercati del PCR e differenze strutturali rispetto all’EuropaAutore: Marco Arezio. Esperto in economia circolare, riciclo dei polimeri e processi industriali delle materie plastiche. Fondatore della piattaforma rMIX, dedicata alla valorizzazione dei materiali riciclati e allo sviluppo di filiere sostenibili. Data: 1 aprile 2026 Tempo di lettura: 16 minuti Parlare di riciclo della plastica negli Stati Uniti significa entrare nel cuore di una contraddizione industriale e culturale. Da una parte c’è il più grande mercato occidentale dei consumi confezionati, una base produttiva enorme, una forte spinta delle grandi marche verso il contenuto riciclato e un ecosistema tecnologico avanzato. Dall’altra c’è un sistema frammentato, con regole diverse da stato a stato, livelli molto variabili di accesso alla raccolta, rendimenti di selezione imperfetti e una distanza ancora troppo grande tra ciò che i cittadini conferiscono e ciò che ritorna davvero sul mercato sotto forma di nuova resina. Il punto più delicato, e anche più umano, è proprio questo: molti cittadini americani separano i rifiuti convinti di partecipare a un ciclo chiuso, ma il sistema reale disperde ancora enormi quantità di materiale per mancanza di accesso, errori di conferimento, limiti di selezione, scarsa riciclabilità degli imballaggi e insufficiente convenienza economica. La fiducia nel riciclo, negli USA, non dipende più solo dal gesto domestico: dipende dalla capacità della filiera di trasformare quel gesto in polimero secondario pulito, certificabile e vendibile. La storia del riciclo americano: dall’Oregon Bottle Bill al PCR La storia moderna del riciclo statunitense non nasce da un grande piano federale, ma da una legge statale diventata simbolica. Nel 1971 l’Oregon approvò il primo sistema cauzionale-deposito del Paese per contrastare l’abbandono dei contenitori monouso, e da lì prese forma il modello dei bottle bill, poi adottato da altri nove stati. Quella stagione è importante perché mostra una caratteristica che ancora oggi definisce gli USA: l’innovazione nelle politiche del riciclo parte spesso dai territori, non dal centro. Negli anni successivi il sistema americano si è strutturato soprattutto attorno al riciclo meccanico, mentre il lavoro di standardizzazione tecnica sull’imballaggio è stato rafforzato anche dal ruolo dell’Association of Plastic Recyclers, attiva dal 1992 come riferimento per la progettazione di packaging compatibile con il riciclo. Questo aspetto è cruciale, perché negli USA il problema non è solo raccogliere di più, ma progettare meglio ciò che si immette sul mercato. I numeri reali del riciclo della plastica negli Stati Uniti Il dato ufficiale nazionale più solido disponibile dall’EPA per l’intero flusso delle plastiche municipali resta quello del 2018: 35,7 milioni di tonnellate generate, circa 3 milioni di tonnellate riciclate e un tasso di riciclo dell’8,7%. Nello stesso anno, 27 milioni di tonnellate di plastica sono finite in discarica. Già questi numeri spiegano tutto: negli Stati Uniti il problema non è marginale, è strutturale. All’interno di questo quadro generale, alcune filiere performano meglio. Sempre secondo EPA, nel 2018 le bottiglie e i vasetti in PET hanno raggiunto un tasso di riciclo del 29,1%, mentre le bottiglie in HDPE naturale il 29,3%. Si tratta di percentuali molto superiori alla media complessiva della plastica, segno che il riciclo statunitense funziona soprattutto quando il flusso è relativamente omogeneo, riconoscibile e sostenuto da un mercato finale robusto. I dati più recenti, però, sono frammentati per filiera. Nel PET, NAPCOR segnala che nel 2023 il tasso di raccolta delle bottiglie PET negli USA ha raggiunto il 33%, il livello più alto dal 1996, mentre il contenuto medio di rPET in bottiglie e vasetti statunitensi è salito al 16,2%, con 966 milioni di libbre di rPET impiegate in tali applicazioni. È un segnale importante: dove c’è domanda industriale chiara, il sistema accelera. Anche dal lato della capacità emerge una verità spesso trascurata. Secondo APR, nel 2025 i riciclatori meccanici di USA e Canada dispongono di una capacità inutilizzata significativa e potrebbero trattare quasi 2 miliardi di libbre di plastica in più ogni anno se raccogliessero più materiale e trovassero una domanda manifatturiera più stabile. In altre parole, il collo di bottiglia non è solo impiantistico: è soprattutto a monte, nella raccolta, e a valle, nella continuità del mercato. Gli Stati più virtuosi e il peso dei bottle bill Se si guarda ai singoli stati, la geografia del riciclo statunitense cambia radicalmente. Il rapporto “50 States of Recycling”, richiamato da Resource Recycling, mostra che nel 2021 i migliori risultati nel riciclo degli imballaggi plastici, escludendo fibre e film flessibili, sono stati ottenuti da Maine, Vermont, Massachusetts, Iowa, Oregon, New York, California, Michigan, New Jersey e Connecticut. Nove di questi dieci stati hanno un sistema cauzionale-deposito attivo. Questo non è un dettaglio statistico, ma una lezione di politica industriale. Gli stati con DRS riciclano in media il 34% degli imballaggi attraverso mercati closed-loop, contro appena il 7% degli stati senza DRS; per le bottiglie PET, gli stati con bottle bill riciclano oltre 3,5 volte di più pro capite rispetto agli stati senza deposito. Significa che la qualità della raccolta migliora quando il cittadino riceve un incentivo economico diretto e quando il sistema di ritorno è chiaro, comodo e capillare. I tassi di redemption del 2023 confermano il quadro. L’Oregon ha raggiunto l’87%, il Michigan il 73%, il Vermont il 72%, New York il 68%, la California il 59%, il Connecticut il 43% e il Massachusetts il 36%; il dato del Maine è indicato al 77% ma con segnalazione di parzialità del reporting. Non tutti i bottle bill americani sono quindi uguali, ma nel loro insieme dimostrano che la raccolta di qualità non è un’utopia: è il risultato di regole ben progettate. Capacità industriale e qualità del riciclato: il vero collo di bottiglia NIST ricorda che la plastica negli USA viene riciclata soprattutto con processi meccanici e che il packaging rappresenta la principale destinazione d’uso della plastica, con il 44,8% dell’impiego totale e il 46,7% della generazione di rifiuto. Questo spiega perché il destino del riciclo americano si giochi soprattutto sugli imballaggi: se non si chiude bene la filiera del packaging, non si chiude quasi nulla. La qualità del riciclato, però, viene erosa lungo tutta la catena. NIST evidenzia che per le bottiglie PET circa il 27% del materiale raccolto si perde prima di trasformarsi in nuova materia: 13% in selezione e 14% in lavorazione presso il processore. Per l’HDPE le perdite arrivano al 28%, per il PP al 41%, per le plastiche rigide #3-#7 al 44% e per altri manufatti rigidi in PET al 68%. Le cause sono note: materiale intercettato male, contaminazione, sporco, umidità, etichette, coating, tappi e colle. Qui emerge una verità scomoda ma fondamentale: la raccolta differenziata non coincide con il riciclo effettivo. Molto materiale viene “raccolto per il riciclo”, ma non riesce ad arrivare alla pelletizzazione finale con le caratteristiche richieste dal mercato. Per questo negli USA la discussione seria si sta spostando dal semplice volume raccolto alla resa reale in polimero secondario commerciabile. Le criticità tecniche del riciclo meccanico Le criticità tecniche sono almeno quattro. La prima è la contaminazione tra polimeri diversi, aggravata da imballaggi multistrato, sleeve difficili da separare, additivi non trasparenti, pigmenti e componenti incompatibili. La seconda è la contaminazione organica, che peggiora qualità e resa. La terza è la degradazione del materiale durante i cicli di riciclo meccanico. La quarta è la difficoltà di valorizzare film e flessibili, ancora molto indietro rispetto ai flussi rigidi. NIST è molto chiaro anche sul lato economico. I costi di raccolta nei programmi generici superano spesso i 300 dollari per tonnellata, a cui si aggiungono circa 100 dollari per tonnellata di processing; il prezzo di vendita dei materiali plastici riciclati è spesso inferiore a questo costo totale, e in molti casi persino inferiore al solo costo di lavorazione. È qui che il riciclo smette di essere una parola morale e torna a essere ciò che è davvero: una filiera industriale che vive o muore sulla qualità del feedstock e sulla tenuta del mercato. Per questo le innovazioni richieste al sistema non sono decorative, ma necessarie: selezione ottica e robotica, secondary MRF, watermark digitali, traccianti chimici, semplificazione del design e riduzione della complessità del packaging. Senza queste correzioni, la raccolta aumenta ma la qualità del polimero riciclato non regge le specifiche tecniche delle applicazioni più esigenti. I problemi politici e sociali del sistema americano Sul piano politico, gli Stati Uniti non hanno ancora una regia unitaria paragonabile a quella europea. Il risultato è una mappa di regole, definizioni, programmi locali e requisiti industriali fortemente disomogenea. Negli ultimi anni l’Extended Producer Responsibility per il packaging ha iniziato a consolidarsi con le leggi approvate in Maine e Oregon nel 2021, e poi in Colorado e California nel 2022. È un passaggio importante, perché l’EPR non serve solo a finanziare il sistema: serve anche a spingere il redesign degli imballaggi e a dare più continuità ai mercati del riciclato. Il problema sociale è altrettanto serio. Secondo The Recycling Partnership, oggi il 73% delle famiglie statunitensi ha accesso al riciclo, ma nelle abitazioni multifamiliari l’accesso scende al 37%. Solo il 43% delle famiglie partecipa davvero; tra quelle con accesso, il 59% utilizza il servizio, e tra quelle che lo usano solo il 57% del materiale riciclabile finisce effettivamente nel contenitore corretto. Il risultato finale è duro da leggere: il 76% dei riciclabili residenziali si perde a livello domestico e solo il 21% viene effettivamente riciclato. Questi numeri mostrano che il riciclo americano non è solo un tema di tecnologia o di mercato, ma anche di disuguaglianza infrastrutturale, di comunicazione pubblica e di fiducia. Dove il servizio è discontinuo, poco leggibile o scomodo, il cittadino si allontana. E quando il cittadino si allontana, la qualità del materiale peggiora ancora. I mercati principali dei polimeri riciclati negli USA I mercati più solidi dei polimeri riciclati negli USA restano quelli collegati agli imballaggi, perché proprio il packaging è il principale sbocco storico delle resine PET, HDPE e PP. Le applicazioni tipiche descritte da NIST comprendono per il PET bottiglie per bevande, bottiglie acqua e vaschette food; per l’HDPE contenitori per bevande, sacchetti e flaconi per detergenti; per il PP coppette, tappi, flaconi, contenitori per yogurt e altri imballaggi rigidi. Nel caso del PET il mercato è particolarmente chiaro: nel 2023 il 59% di tutto l’rPET impiegato negli end market di USA e Canada è andato ad applicazioni bottle-to-bottle. È il segnale più netto di una filiera dove la domanda finale, spinta da brand commitment e obblighi di contenuto riciclato, sta cercando di ricostruire un circuito chiuso relativamente stabile. Per HDPE e PP il mercato del PCR è più articolato. Il riutilizzo cresce in contenitori per la detergenza, personal care, household packaging, componenti rigidi stampati e applicazioni meno sensibili sotto il profilo regolatorio. Il principio industriale è semplice: più il flusso è monomateriale, tracciabile e poco contaminato, più il riciclato può risalire verso usi ad alto valore; più è misto e sporco, più scivola verso impieghi tecnicamente tolleranti e meno remunerativi. Plastica riciclata per il food: cosa si può fare davvero La produzione di polimeri riciclati idonei al contatto alimentare è il banco di prova più severo del sistema americano. FDA chiarisce che l’uso di plastica post-consumo nel food packaging viene valutato caso per caso, perché i rischi principali riguardano la presenza di contaminanti nel prodotto finale, l’ingresso di materiali non conformi alla filiera food-contact e l’eventuale non conformità degli additivi. Per questo la valutazione richiede descrizione completa del processo, controllo delle fonti, prove di decontaminazione e, quando necessario, test con contaminanti surrogati e modelli di migrazione. Il livello guida richiamato da FDA è una concentrazione dietetica non superiore a 0,5 ppb. FDA precisa inoltre che per il PET e il PEN ottenuti con riciclo terziario non ritiene più necessario il surrogate contaminant testing, perché ha già concluso che questi processi possono produrre materiale di purezza idonea al food contact. Questo aiuta a capire perché, nel panorama americano, il baricentro del food-grade riciclato sia ragionevolmente concentrato soprattutto sul PET bottle-to-bottle, con filiere fortemente controllate e decontaminate; l’HDPE ha spazi reali, ma più selettivi e meno lineari. A sostenere questa domanda non ci sono più solo impegni volontari. In California, AB 793 impone ai produttori di contenitori per bevande almeno il 15% di plastica riciclata dal 2022, il 25% dal 2025 e il 50% dal 2030. Nello Stato di Washington, i contenitori per bevande devono raggiungere il 15% nel 2023, il 25% nel 2026 e il 50% nel 2031; per household cleaning e personal care le soglie sono 15% nel 2025, 25% nel 2028 e 50% nel 2031. Washington specifica anche che, ai fini di questi obblighi, sono ammissibili sia il riciclo meccanico sia quello chimico, mentre la bio-resina non conta come contenuto riciclato. Il confronto con l’Europa: dove gli USA sono indietro e dove possono recuperare Il confronto con l’Europa va fatto con onestà metodologica. Il dato EPA dell’8,7% riguarda tutta la plastica nei rifiuti municipali USA nel 2018, mentre il 42,1% europeo diffuso da Eurostat riguarda il riciclo dei rifiuti di imballaggi plastici nel 2023. Non sono quindi indicatori perfettamente sovrapponibili. Ma proprio questa cautela rende il confronto più serio: anche tenendo conto della non piena omogeneità, il divario resta ampio e racconta una maggiore maturità europea nelle filiere degli imballaggi. Nel 2023 l’UE ha generato 35,3 kg pro capite di rifiuti di imballaggi plastici e ne ha riciclati 14,8 kg pro capite; i Paesi migliori sono stati Belgio, Lettonia e Slovacchia. Plastics Europe aggiunge che nel 2022 il contenuto circolare di plastica nei nuovi prodotti europei era pari al 13,5%, di cui 12,6% da riciclato post-consumo, e che i tassi di riciclo dei flussi raccolti separatamente sono circa 13 volte superiori a quelli dei flussi misti. È forse questo il punto chiave: l’Europa non è più avanzata perché “crede” di più nel riciclo, ma perché misura meglio, separa meglio e armonizza di più. Anche sul fronte dei deposit systems il confronto è istruttivo. Una sintesi riportata da Resource Recycling indica che nel 2023 i sistemi cauzionali statunitensi avevano una media di ritorno del 62%, contro una media europea dell’87%. Non è solo una differenza di efficienza; è una differenza di progetto istituzionale: in Europa i sistemi sono spesso più moderni, più capillari e con depositi economicamente più incisivi. Cosa insegna davvero il caso americano Gli Stati Uniti non sono un fallimento assoluto del riciclo della plastica, ma sono un sistema che mostra in modo quasi didattico dove una filiera si rompe. Si rompe quando la raccolta non è universale. Si rompe quando gli imballaggi non sono progettati per essere selezionati bene. Si rompe quando la qualità del materiale scende sotto la soglia tecnica richiesta dal mercato. Si rompe quando il costo di raccolta e lavorazione supera il valore del polimero rigenerato. E si rompe quando la politica non costruisce regole abbastanza stabili da sostenere investimenti di lungo periodo. Ma gli USA mostrano anche la direzione di recupero. Dove esistono bottle bill efficienti, il materiale migliora. Dove arrivano obblighi di contenuto riciclato, il mercato si irrobustisce. Dove il PET viene raccolto bene e decontaminato correttamente, il bottle-to-bottle torna a essere credibile. Dove si estende l’EPR, si inizia finalmente a saldare il rapporto tra design, raccolta, selezione e domanda finale. Il futuro del riciclo plastico americano non dipenderà da una singola tecnologia miracolosa, ma dalla capacità di far lavorare insieme politica industriale, progettazione degli imballaggi, infrastruttura di raccolta e mercati del PCR. FAQ Qual è il tasso ufficiale di riciclo della plastica negli USA? Il dato nazionale ufficiale EPA più citato per l’intero flusso delle plastiche municipali è l’8,7% nel 2018, pari a circa 3 milioni di tonnellate riciclate su 35,7 milioni di tonnellate generate. Quali sono gli stati più virtuosi nel riciclo della plastica? Nel ranking 2021 sugli imballaggi plastici, escludendo fibre e film flessibili, figurano ai primi posti Maine, Vermont, Massachusetts, Iowa, Oregon, New York, California, Michigan, New Jersey e Connecticut; nove su dieci hanno un bottle bill. Negli USA si produce plastica riciclata idonea al food contact? Sì, ma solo in filiere molto controllate. FDA valuta i processi caso per caso e richiede controllo della sorgente, prova di decontaminazione e, quando necessario, test con contaminanti surrogati e valutazioni di migrazione; per il PET riciclato con processi terziari la posizione FDA è più consolidata. Perché l’Europa appare più avanti degli USA? Perché dispone di metriche più armonizzate sugli imballaggi, raccolta separata più strutturata, maggiore spinta normativa e mercati del riciclato più integrati. Eurostat indica per il 2023 un riciclo del 42,1% degli imballaggi plastici UE, mentre Plastics Europe segnala che la raccolta separata moltiplica di circa 13 volte la probabilità di riciclo rispetto ai flussi misti. Fonti principali EPA, FDA, NIST, The Recycling Partnership, Association of Plastic Recyclers, NAPCOR, CalRecycle, Washington State Department of Ecology, Product Stewardship Institute, Container Recycling Institute, Eurostat, Plastics Europe.Immagine su licenza © Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - Il recupero dello zinco dai fumi di acciaieria: tecnologie, processi e sostenibilità industriale
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Il recupero dello zinco dai fumi di acciaieria: tecnologie, processi e sostenibilità industriale
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Come funziona il recupero dello zinco dai fumi delle acciaierie: analisi dei processi pirometallurgici e idrometallurgici, impatti ambientali e vantaggi per l’economia circolare dei metallidi Marco ArezioNell’industria siderurgica moderna, la valorizzazione dei residui è divenuta un pilastro della sostenibilità. Tra questi, i fumi di acciaieria — sottoprodotti inevitabili dei processi di fusione e affinazione — rappresentano una fonte significativa di metalli secondari, in particolare di zinco. L’estrazione di questo metallo dai fumi non è solo una questione di recupero economico, ma anche di gestione ambientale responsabile, poiché tali polveri contengono sostanze potenzialmente tossiche e devono essere trattate con sistemi sofisticati. Origine dei fumi di acciaieria e contenuto in zinco Durante la fusione dei rottami ferrosi in forni elettrici ad arco (EAF), si sviluppano temperature che superano i 1600°C. In queste condizioni, i metalli leggeri e volatili come lo zinco, il piombo e il cadmio si vaporizzano, ossidandosi poi a contatto con l’ossigeno e condensando sotto forma di ossidi metallici nei sistemi di aspirazione dei fumi. Queste polveri, raccolte nei filtri a maniche o negli elettrofiltri, vengono definite EAF Dust o “polveri di acciaieria” e contengono normalmente dal 10 al 35% di zinco, oltre a ossidi di ferro, manganese e altre impurità. La composizione chimica delle polveri di acciaieria Le polveri di acciaieria sono una miscela complessa di ZnO, Fe₂O₃, PbO, CdO e altre fasi metalliche. La forma chimica dello zinco (ossido, ferrite di zinco, solfuro) condiziona fortemente la tecnologia di recupero adottata. In particolare, lo zinco legato come ferrite di zinco (ZnFe₂O₄) risulta molto più difficile da ridurre rispetto allo zinco ossido, richiedendo processi termici o chimici più spinti. La caratterizzazione chimica e mineralogica è quindi il primo passo indispensabile per impostare un corretto schema di trattamento. Tecniche di separazione e concentrazione dello zinco Prima di entrare nei reattori di recupero, le polveri subiscono operazioni di pretrattamento: essiccazione, classificazione granulometrica, eventuale agglomerazione (pelletizzazione) e miscelazione con agenti riducenti come carbone o coke. Questi passaggi consentono di migliorare la stabilità del materiale e di regolarne la composizione, facilitando la separazione dello zinco dagli altri ossidi metallici nel processo successivo. Il processo Waelz: il metodo più diffuso nel mondo Il processo Waelz è la tecnologia più utilizzata per il recupero dello zinco dalle polveri di acciaieria. Si tratta di un processo pirometallurgico continuo condotto in un forno rotativo inclinato rivestito di refrattario. Il materiale viene riscaldato tra 1000 e 1200°C insieme a un riducente (generalmente carbone). In queste condizioni, lo zinco si riduce a vapore metallico, separandosi dagli ossidi di ferro e volatilizzando. Il vapore di zinco si combina con l’ossigeno formando ossido di zinco (ZnO), che viene successivamente catturato dai filtri e trasformato in un concentrato commercializzabile, denominato Waelz oxide, con un contenuto di zinco superiore al 55%. Il residuo solido del forno, chiamato Waelz slag, contiene principalmente ferro e silice e può essere parzialmente riutilizzato in processi metallurgici o edilizi. Alternative idrometallurgiche per il recupero dello zinco Negli ultimi anni, l’interesse verso processi idrometallurgici è aumentato, poiché offrono minori emissioni e una gestione più controllata delle scorie. Tali processi prevedono la lisciviazione selettiva degli ossidi di zinco in acidi o soluzioni ammoniacali, seguita da precipitazione o elettrolisi per ottenere zinco metallico o sali puri (come ZnSO₄). Un vantaggio di queste tecniche è la possibilità di trattare polveri con basso tenore di zinco o con alta presenza di ferriti, ma i costi di reagenti e la complessità impiantistica ne limitano la diffusione su larga scala. Impatti ambientali e vantaggi economici del riciclo Il recupero dello zinco dai fumi di acciaieria riduce drasticamente la quantità di rifiuti pericolosi da smaltire e consente di recuperare metalli di valore riducendo l’estrazione mineraria primaria. Ogni tonnellata di zinco secondario prodotto permette un risparmio energetico del 60-70% rispetto al metallo ottenuto da minerale, e un taglio delle emissioni di CO₂ superiore al 50%. Inoltre, il Waelz oxide può essere reimmesso nelle raffinerie di zinco, creando un ciclo chiuso virtuoso tra acciaierie e impianti di raffinazione. Normative europee e strategie di economia circolare La direttiva europea 2008/98/CE sulla gestione dei rifiuti e la successiva tassonomia verde dell’UE promuovono il recupero dei metalli da scarti industriali come pratica prioritaria. Il riconoscimento del Waelz oxide come “prodotto” e non “rifiuto”, in determinate condizioni, rappresenta un passaggio strategico per la creazione di mercati secondari stabili del metallo. Le acciaierie europee stanno progressivamente internalizzando gli impianti di trattamento, trasformando i propri residui in risorse economicamente redditizie. Prospettive future e innovazioni tecnologiche Il futuro del recupero dello zinco dai fumi di acciaieria sarà caratterizzato da tecnologie ibride, combinando pirometallurgia e idrometallurgia, nonché da un maggiore impiego di intelligenza artificiale per il controllo dei processi. Si stanno sperimentando sistemi di plasma termico e reattori a letto fluido che promettono rese più elevate e minori emissioni. Parallelamente, la digitalizzazione dei flussi materiali permetterà una tracciabilità completa del metallo recuperato, a garanzia della sua origine sostenibile. Conclusione Il recupero dello zinco dai fumi di acciaieria rappresenta oggi uno degli esempi più efficaci di economia circolare applicata alla metallurgia pesante. Un processo che trasforma un rifiuto complesso in una risorsa strategica, riducendo impatti ambientali e dipendenza da miniere primarie. L’innovazione tecnologica e le politiche europee di sostenibilità spingono sempre più verso una filiera chiusa dei metalli, dove nulla si perde e tutto si rigenera.© Riproduzione Vietata

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Economia circolare

Plastica ed Economia Circolare: oltre i pregiudizi, verso una lettura tecnica e consapevole Autore: Marco ArezioArticolo originale: Marzo 2020Aggiornamento: Marzo 2026 Categoria: Economia circolare – Materie plastiche – Sostenibilità Introduzione: quando l’emozione prende il posto dell’analisi Negli ultimi anni la plastica è diventata, nell’immaginario collettivo, il simbolo per eccellenza dell’inquinamento globale. Le immagini di oceani invasi dai rifiuti, di animali intrappolati o di microplastiche nei pesci hanno costruito una narrazione potente, capace di generare indignazione immediata ma spesso incapace di favorire una comprensione profonda del problema. Il punto non è negare l’esistenza di un impatto ambientale reale, ma distinguere tra causa e conseguenza. La plastica, infatti, non nasce come rifiuto: diventa rifiuto quando viene gestita male. Questo passaggio, apparentemente banale, è invece il cuore di una riflessione tecnica che troppo spesso viene ignorata nel dibattito pubblico. La plastica: da materiale strategico a capro espiatorio Se osserviamo con attenzione la nostra quotidianità, emerge con chiarezza un dato difficilmente contestabile: la plastica è ovunque. Non solo negli imballaggi, ma nei dispositivi medici, nei sistemi di isolamento degli edifici, nei componenti delle automobili, negli strumenti elettronici, nelle infrastrutture energetiche. Ridurre questo materiale alla sola immagine di una bottiglia abbandonata o di un sacchetto trasportato dal vento significa ignorare decenni di innovazione tecnologica. È come giudicare l’intera industria siderurgica sulla base di una carcassa arrugginita. La plastica è stata una delle più grandi rivoluzioni industriali del Novecento: leggera, resistente, modellabile, economicamente accessibile. Ha permesso di ridurre i consumi energetici nei trasporti, migliorare la conservazione degli alimenti, aumentare la sicurezza in ambito sanitario. In altre parole, ha contribuito in modo significativo al miglioramento della qualità della vita. Il vero problema: sistemi di gestione incompleti e disomogenei Quando si analizza il tema con strumenti tecnici, emerge un quadro molto diverso da quello spesso raccontato. Il problema principale non è la produzione della plastica, ma la sua gestione a fine vita. Dalla seconda metà del Novecento sono state prodotte oltre 8 miliardi di tonnellate di materie plastiche. Di queste, solo una frazione relativamente limitata è stata effettivamente riciclata. Il resto si è accumulato in discarica, è stato incenerito o, nei casi peggiori, disperso nell’ambiente. Ma questo dato non racconta un fallimento del materiale. Racconta piuttosto un deficit infrastrutturale globale: sistemi di raccolta insufficienti, impianti di selezione non adeguati, mancanza di investimenti nelle tecnologie di recupero e, soprattutto, una scarsa diffusione di comportamenti responsabili. In molti Paesi emergenti, ad esempio, la raccolta differenziata è ancora assente o limitata alle aree urbane più sviluppate. In questi contesti, qualsiasi materiale — plastica, metallo, carta — rischia di diventare un rifiuto disperso. Esempi concreti: quando la gestione funziona (e quando no) Per comprendere meglio la differenza tra materiale e sistema, è utile osservare alcuni casi reali. In diversi Paesi del Nord Europa, come Germania o Paesi Bassi, i sistemi di raccolta e riciclo delle plastiche raggiungono livelli di efficienza molto elevati. Qui, grazie a una combinazione di infrastrutture avanzate, normative stringenti e partecipazione dei cittadini, la plastica post-consumo viene recuperata, selezionata e reimmessa nei cicli produttivi in modo sistematico. Al contrario, in molte aree del Sud-Est asiatico o dell’Africa subsahariana, la mancanza di infrastrutture rende impossibile una gestione efficace dei rifiuti. È in questi contesti che si genera la maggior parte della dispersione ambientale che poi alimenta le immagini simbolo dell’inquinamento globale. Questo confronto evidenzia un punto cruciale: la plastica non è intrinsecamente inquinante. Diventa tale quando il sistema che la circonda non è in grado di gestirla. Riciclo: limiti reali e nuove opportunità tecnologiche Un’altra semplificazione diffusa riguarda il riciclo. Spesso viene presentato come soluzione definitiva, oppure al contrario come pratica inefficace. La realtà è più complessa. Il riciclo meccanico, oggi dominante, è limitato da fattori tecnici ben noti: degradazione delle catene polimeriche, contaminazioni, perdita di proprietà meccaniche. Questo fenomeno, noto come downcycling, rende difficile un riutilizzo infinito del materiale nelle stesse applicazioni. Negli ultimi anni, tuttavia, si stanno affermando tecnologie di riciclo chimico che consentono di scomporre i polimeri nei loro componenti di base, permettendo la produzione di materiali con caratteristiche comparabili a quelle vergini. Pirolisi, depolimerizzazione e solvolisi rappresentano alcune delle soluzioni più promettenti. Il limite, oggi, non è tanto tecnologico quanto economico e normativo: servono investimenti, scale industriali adeguate e un quadro regolatorio stabile che favorisca l’integrazione di queste tecnologie nelle filiere esistenti. Il ruolo della plastica nella transizione sostenibile Paradossalmente, la plastica è anche uno degli strumenti fondamentali per la transizione ecologica. Nei settori dell’energia rinnovabile, dell’efficienza energetica e della mobilità sostenibile, i materiali polimerici svolgono un ruolo centrale. Pensiamo alle pale eoliche, ai pannelli fotovoltaici, ai componenti leggeri per i veicoli elettrici o ai sistemi di isolamento termico negli edifici. Eliminare la plastica senza alternative equivalenti significherebbe, in molti casi, aumentare il consumo di risorse e le emissioni. Anche in ambito sanitario, l’esperienza recente ha dimostrato quanto questi materiali siano essenziali. Dispositivi di protezione individuale, contenitori sterili, strumenti monouso: senza plastica, la gestione delle emergenze sanitarie sarebbe stata molto più complessa. Cultura e responsabilità: il vero cambio di paradigma Il nodo centrale resta quindi culturale. Non basta innovare le tecnologie o migliorare le infrastrutture: è necessario sviluppare una consapevolezza diffusa lungo tutta la filiera, dal produttore al consumatore. Questo significa progettare prodotti più facilmente riciclabili, ridurre le contaminazioni nei flussi di rifiuto, incentivare l’uso di materie prime seconde e promuovere comportamenti responsabili. Significa anche evitare approcci ideologici. Demonizzare un materiale non porta a soluzioni efficaci. Al contrario, rischia di spostare il problema altrove, senza risolverlo. Conclusione: dalla colpa alla responsabilità Attribuire alla plastica la responsabilità dell’inquinamento significa semplificare un problema complesso. La plastica è uno strumento, e come tale può essere utilizzata bene o male. La vera sfida non è eliminarla, ma gestirla in modo intelligente, integrandola in un sistema circolare capace di valorizzarne le caratteristiche e ridurne gli impatti. In questa prospettiva, la plastica del futuro non sarà diversa da quella del passato per natura, ma per contesto: inserita in filiere efficienti, tracciate e sostenibili. FAQ La plastica è sempre dannosa per l’ambiente? No. Diventa dannosa quando viene dispersa o gestita in modo scorretto. In sistemi efficienti può essere recuperata e riutilizzata. Perché si ricicla solo una piccola parte della plastica? A causa di limiti infrastrutturali, tecnici ed economici: raccolta inefficiente, contaminazione dei rifiuti e costi del riciclo rispetto al materiale vergine. Il riciclo chimico è la soluzione definitiva? È una tecnologia promettente, ma non ancora diffusa su larga scala. Deve integrarsi con il riciclo meccanico, non sostituirlo completamente. Eliminare la plastica risolverebbe il problema ambientale? No. Molti prodotti alternativi hanno impatti ambientali uguali o superiori se analizzati lungo l’intero ciclo di vita. Qual è il ruolo dei cittadini? Fondamentale: una corretta raccolta differenziata e comportamenti responsabili migliorano l’efficienza dell’intero sistema. Fonti e riferimenti tecnici European Commission – Plastics Strategy and Circular Economy Action Plan OECD – Global Plastics Outlook Ellen MacArthur Foundation – The New Plastics Economy PlasticsEurope – Plastics – the Facts IEA (International Energy Agency) – Material efficiency and plastics ISO 15270: Plastics – Guidelines for the recovery and recycling of plastics waste

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https://www.rmix.it/ - Gli atomizzatori in plastica riciclata: il cuore sostenibile dei flaconi spray
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Gli atomizzatori in plastica riciclata: il cuore sostenibile dei flaconi spray
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Come nasce, funziona e si ricicla un atomizzatore in plastica riciclata per la cosmetica, la pulizia e l’industriadi Marco ArezioLa seconda vita della plastica: dentro un piccolo gesto, una grande rivoluzione Aprire un flacone spray e premere sull’erogatore è un gesto automatico, che compiamo ogni giorno: una spruzzata di profumo, un detergente sul piano della cucina, uno spray igienizzante tra le mani. Eppure, dietro quel semplice gesto, si nasconde un ingranaggio tecnico di precisione e — se parliamo di atomizzatori realizzati in plastica riciclata — anche una scelta consapevole verso un’economia più circolare. L’atomizzatore, quella piccola pompa che trasforma un liquido in una finissima nebbia, è un componente essenziale per molti flaconi. Che si tratti di cosmetici, prodotti per l’igiene personale o detergenti domestici, il suo funzionamento preciso dipende da una combinazione calibrata di molle, valvole, tubicini e materiali plastici. Oggi, grazie ai progressi nel recupero e nella lavorazione dei polimeri, molti di questi piccoli dispositivi vengono realizzati con plastica riciclata: una soluzione che unisce funzionalità, estetica e sostenibilità. Dal rifiuto al prodotto finito: come nasce un atomizzatore riciclato La plastica che darà nuova forma a un atomizzatore non nasce vergine. Proviene da bottiglie, contenitori, imballaggi o scarti industriali accuratamente raccolti. Il primo passo è la selezione: la plastica deve essere compatibile per tipo e qualità, altrimenti rischia di compromettere la funzionalità del prodotto finale. Una volta separato il materiale utile, si procede al lavaggio, una fase delicata che elimina residui organici, colle, etichette e altre impurità. Frantumata in piccoli pezzi, la plastica viene trasformata in granuli e quindi fusa per essere riformata attraverso stampaggio a iniezione. Questo metodo consente di ottenere con precisione le minuscole parti che compongono l’atomizzatore: la pompa, il tubo pescante, la testa dello spruzzo, eventualmente la ghiera di chiusura. Alcuni modelli includono anche componenti metallici come molle in acciaio, fondamentali per il ritorno meccanico del pulsante. L’assemblaggio è l’ultimo passaggio della catena produttiva: una fase che può avvenire manualmente o tramite macchinari automatizzati, specialmente nei grandi impianti industriali. In ogni caso, l’obiettivo è uno solo: creare un dispositivo capace di erogare il prodotto in modo uniforme, controllato e duraturo. Se il materiale è riciclato, il risultato deve comunque rispettare gli standard di qualità richiesti dal mercato. Versatilità d’uso e settori applicativi Gli atomizzatori in plastica riciclata sono oggi largamente impiegati in settori anche molto diversi tra loro. In cosmetica, rappresentano un connubio perfetto tra estetica e sostenibilità: profumi, acque rinfrescanti, spray per capelli o per il viso trovano in questi erogatori una soluzione elegante e coerente con i valori green richiesti da un numero crescente di consumatori. Nel settore della pulizia domestica e professionale, gli spruzzatori vengono utilizzati per detergenti multiuso, disinfettanti, deodoranti per ambienti e prodotti per la cura delle superfici. Anche qui, l’impiego di plastica riciclata contribuisce a ridurre l’impronta ambientale del prodotto finito, senza sacrificare la funzionalità. Lo stesso vale per l’ambito farmaceutico, dove gli spray nasali o per la gola richiedono atomizzatori sicuri, precisi e — quando possibile — riciclabili o già derivanti da plastica post-consumo. Ci sono infine applicazioni meno visibili ma ugualmente importanti: prodotti tecnici, spray industriali, lubrificanti e agenti chimici che necessitano di una diffusione controllata. E dopo l’uso? Il destino circolare dell’atomizzatore Riciclare un atomizzatore in plastica non è semplice come gettare una bottiglia nella raccolta differenziata. La sua struttura complessa — composta da diverse plastiche, talvolta metallo, e piccole parti incollate o incastrate — rende necessaria una separazione accurata prima del conferimento. Alcune aziende, particolarmente attente alla circolarità, progettano i loro erogatori in modo che possano essere smontati e riciclati più facilmente, scegliendo materiali compatibili e semplificando l’assemblaggio. Una volta disassemblato, il percorso ricomincia: lavaggio, frantumazione, granulazione, fusione. I granuli ottenuti potranno essere impiegati nuovamente per produrre nuovi componenti, anche di altri settori, in un ciclo virtuoso che limita la produzione di plastica vergine e allunga la vita del materiale. Certo, ci sono delle sfide: non tutta la plastica è uguale, e non sempre le tecnologie di riciclo sono aggiornate per gestire materiali misti o contaminati. Inoltre, il costo della plastica riciclata può risultare superiore a quello del materiale nuovo, soprattutto quando sono richiesti standard qualitativi elevati, come nel settore farmaceutico. Ma è proprio qui che la scelta etica dell’impresa — e la consapevolezza del consumatore — fanno la differenza. Un piccolo oggetto, un grande messaggio L’adozione di atomizzatori in plastica riciclata non è soltanto una questione tecnica o produttiva: è una dichiarazione di intenti. È il segnale che anche nei più piccoli dettagli di un prodotto è possibile integrare la sostenibilità ambientale, favorendo un uso più intelligente delle risorse e una progettazione più responsabile. In un mondo dove ogni gesto conta, anche una semplice spruzzata può raccontare una storia diversa: quella di un materiale che ha avuto una seconda occasione, e di un consumatore che ha scelto di premiare un’economia più circolare. E in quella sottile nebbia che si disperde nell’aria, c’è forse il profumo di un futuro un po’ più sostenibile.© Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - Come Riciclare il Supporto delle Etichette nel Settore del Packaging
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Come Riciclare il Supporto delle Etichette nel Settore del Packagingdi Marco ArezioRecuperare e riciclare non significa solo occuparsi del prodotto a fine vita che è stato acquistato dal consumatore, portato per esempio a casa, utilizzato il suo contenuto e poi buttato nei rifiuti.Questo è il concetto tradizionale di un prodotto che deve essere avviato al riciclo, ma i consumatori non vedono altre tipologie di rifiuti che vengono generati per produrre quell'imballo. Per esempio i supporti delle etichette che vengono applicate ai prodotti, generano, in maniera continuativa, rifiuti che possiamo definirli non di consumo ma di produzione. Come ci racconta Tiziano Polito di un'iniziativa portata avanti dalla società Americana Avery Dennison, che recupererà i rifiuti dai materiali adesivi che immette sul mercato in otto paesi Europei nella prima metà del 2021. 470.000 tonnellate: questo è il volume del supporto per etichette prodotto in Europa nel 2019 secondo la società di consulenza AWA. Solo un terzo di questa quantità viene riciclato. I dorsi - chiamati da alcuni "liner" o "protector" sono usati, per veicolare l'etichetta, chiamata "front", diventano poi rifiuti una volta applicata l'etichetta sul prodotto. Da diversi anni i produttori di materiali adesivi si propongono di recuperarli nell'ambito di programmi che rispondono ad un approccio di economia circolare. Avery Dennison è uno di loro. Il produttore americano lancia, con AD Circular, un nuovo progetto di recupero e riciclo per i paesi europei. Con un inizio previsto nella prima metà del 2021 in Francia, Spagna, Belgio, Polonia, Danimarca, Svezia, Germania e Regno Unito, il programma coinvolgerà altri paesi europei nella seconda metà dell'anno. Il progetto riguarda il recupero e il riciclo del supporto in carta e il film plastico. Per realizzare il progetto, Avery Dennison cha reato un sistema semplice: le aziende hanno a disposizione un'applicazione Web per pianificare la raccolta dei propri rifiuti. Inoltre fornisce loro dati utili sotto forma di analisi e certificati, quantità di materiali riciclati, quantità di emissioni di CO2 evitate, ecc.Categoria: notizie - plastica - economia circolare - rifiuti - etichette - packaging

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https://www.rmix.it/ - Come e Perché Utilizzare i Rifiuti Plastici per la Produzione di Combustibili
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La densificazione dei rifiuti plastici destinati alla produzione di combustibilidi Marco ArezioQuando parliamo di economia circolare, parola molto di moda al giorno d’oggi, intendiamo la produzione di un bene, il suo uso, il suo riciclo a fine vita e la nuova produzione fatta con la materia prima del prodotto riciclato. In questo processo non sempre si riesce a rendere circolare, attraverso i comuni sistemi di riciclo meccanici, il 100% dei rifiuti che raccogliamo. Una parte di essi finiva e finisce in discarica, con tempi di decomposizione talmente lunghi da definirli eterni, con problemi di possibile inquinamento delle aree circostanti. Nel campo delle materie plastiche, quello che possiamo definire il rifiuto del rifiuto, può ancora essere recuperato attraverso la creazione di un prodotto adatto alla produzione di combustibile industriale destinato ad impianti come le cementerie, le acciaierie e altre produzioni energivore. L’argomento dell’utilizzo dei rifiuti urbani non riciclabili come combustibile non può essere più attuale di così, vista la situazione degli alti prezzi del petrolio e del gas, che stanno fortemente incidendo sui costi di produzione, sia delle attività industriali che nella produzione di energia elettrica. Impiegare i rifiuti urbani non riciclabili significa: • Ridurre l’uso delle fonti fossili • Ridurre i rifiuti che sarebbero destinati alle discariche • Ridurre i costi di produzione • Utilizzare carburanti a Km. 0 • Ridurre l’impronta carbonica del traffico delle materie prime industriali • Ridurre la dipendenza energetica dall’estero Il nord Europa, dove l’utilizzo di CSS e CDR per la produzione di energia elettrica e per l’alimentazione dei forni industriali è circa il 60-80% dei carburanti utilizzati, ci dimostra come le nuove tecnologie di filtrazione dell’aria rende il processo sicuro e conveniente. Ma come deve essere preparato il rifiuto per essere utilizzato come combustibile? Lo scarto dei rifiuti urbani è un mix eterogeneo, composto prevalentemente da plastiche miste, che sono, per forma, natura, densità e composizione, bisognose di un trattamento che le amalgami in modo regolare per poterle utilizzare come combustibile. Questa operazione può essere fatta attraverso l’uso di specifici densificatori, che trasformano quello che è un ammasso scomposto e variegato di rifiuti plastici in un prodotto dalla forma di un macinato grossolano. Lo scopo del densificatore non è solo quello di regolarizzare il rifiuto plastico misto, in pezzature che vanno da 25 a 60 mm., quindi facilmente utilizzabili in tutti i forni, ma anche quello di ridurne drasticamente la percentuale di umidità creando un comburente asciutto e prestante. Il desnsificatore è un impianto che viene utilizzato anche per amalgamare le plastiche flessibili e leggere durante le fasi di riciclo. Infatti per poter estrudere il rifiuto plastico con peso specifico basso, si tende ad agglomerare le parti tra loro creando delle pezzature che possano, attraverso il loro peso maggiore, essere gestite facilmente in un impianto di estrusione o di stampaggio. Categoria: notizie - plastica - economia circolare - riciclo - rifiuti - combustibili

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https://www.rmix.it/ - La Filiera del Vetro in Difficoltà sul Gas e sul Rottame. Cosa Fare?
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Le aziende del packaging in vetro, dopo le rapide crescite post Covid, stanno incontrando enormi difficoltàdi Marco ArezioIl vetro è una materia prima fondamentale nell’ambito del packaging alimentare, medicale ed industriale ma, nello stesso tempo, riveste una grande importanza in altri settori, a partire da quello edile, dell’arredamento, dell’automotive e artistico. Nonostante il periodo del Covid abbia rallentato i produttori del vetro piano, quelli del packaging, specialmente le aziende che producevano bottiglie e vasetti, hanno continuato a lavorare servendo il settore alimentare e farmaceutico. Passati i periodi di restrizione e ripartiti i consumi, tutti i settori avevano visto una forte ripresa del consumo nazionale e delle esportazioni, con risultati positivi, 2022 su 2021, anche a due cifre in qualche paese (+10,4% USA, +9,3% Germania, +7,2% Spagna). La guerra tra la Russia e l’Ucraina ha scatenato la corsa sfrenata al prezzo del gas, in un settore assolutamente energivoro, che ha visto salire la propria bolletta energetica a livelli insostenibili. Inoltre, la dinamica rialzista del prezzo del gas non è l’unico problema a cui devono guardare le vetrerie, in quanto, anche il reperimento stesso del gas per il 2023 potrebbe essere complicato, vista la riduzione quasi totale delle forniture del gas russo. Una mano la potrebbe dare un utilizzo maggiore del rottame di vetro che, dal punto di vista produttivo, secondo i dati Coreve, riduce il consumo di gas di circa il 30%. Infatti, per produrre il vetro attraverso il rottame basta scaldare il forno fino al punto di fusione del materiale, mentre produrre vetro da materie prime vergini bisogna dosare diversi componenti, come la sabbia silicea, che hanno bisogno di molta più energia per mescolarsi. Ma anche nel settore del riciclo, nonostante sia uno tra quelli più virtuosi, si sente ma mancanza di materia prima seconda rispetto alle necessità, sapendo che lo scarto è presente nel mercato. Qui, entrano in gioco dinamiche non gestibili dalle vetrerie, che riguardano le percentuali di riciclo del vetro per paese e per area geografica, dove troviamo delle eccellenze che superano il 70% di raccolta e aree in cui non si arriva al 50%, con una perdita di prodotto enorme e un impatto ambientale maggiore. Considerando che l’utilizzo del rottame nella produzione del vetro nuovo ha un impatto ambientale inferiore rispetto all’uso di materie prime vergini, permettendo quindi un risparmio di gas in produzione, credo che sia necessario concentrare l’attenzione ad un miglioramento della raccolta differenziata in modo da aumentare la materia prima seconda disponibile. Inoltre, la florida produzione di bottiglie e barattoli per le salse, il vino, la confettura, l’olio e molti altri prodotti del food che l’Italia esporta, non permettono il recupero del vetro usato, quindi, diventa fondamentale migliorare la raccolta in quei settori dove siamo più carenti. Per quanto riguarda il vetro artistico, possiamo dire che le eccellenze italiane sono formate normalmente da artigiani che costituiscono piccole realtà imprenditoriali, con piccole produzioni di grande pregio. Le limitate dimensioni societarie portano ad un peso energetico elevatissimo delle bollette del gas rispetto al fatturato, mettendo in crisi l’esistenza stessa di alcune imprese. Murano, la storica isola Italiana, famosa in tutto il mondo per le realizzazioni artistiche in vetro, è in forte difficoltà sul mantenimento dei forni accesi 24 su 24 a causa del caro gas, nonostante la regione Veneto abbia dato dei ristori per compensare, almeno in parte, l’oscillazione delle bollette. Categoria: notizie - pvetro - economia circolare - riciclo - rifiuti - rottame

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https://www.rmix.it/ - Perché la Plastica Riciclata deve Costare più di quella Vergine?
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Perché la Plastica Riciclata deve Costare più di quella Vergine?di Marco ArezioIn un mondo dove lo sfruttamento delle risorse naturali della terra sta mettendo in ginocchio l’ambiente in cui viviamo, dove la crescita esponenziale dei rifiuti sta creando una situazione intollerabile, anche aiutata dai comportamenti umani, dove l’industria del riciclo non riesce ad assorbire tutti i rifiuti che la società produce per trasformali in materie prime, ci sono ancora persone che considerano l’acquisto della materia prima riciclata possibile solo se è un affare economico vantaggioso.Non stupitevi, ma è quello che succede in molte parti del mondo, dove ancora oggi la materia plastica riciclata è vista come un sottoprodotto economico delle materie prime vergini, riducendo l’acquisto ad un fatto meramente di convenienza economica.Ecco perché la plastica riciclata deve costare più di quella vergineInnanzitutto, in linea generale, sarebbe una questione etica quella di capire che l’uso della plastica riciclata è necessaria per il consumo dei rifiuti che vengono prodotti ogni giorno dalla società e che senza il riciclo e l’utilizzo di questa materia prima, il problema dei rifiuti sarebbe molto più pressante di quanto non lo sia adesso. Ma supponiamo che l’etica sia un esercizio mentale soggettivo e che non si venga sfiorati da questi dubbi, dobbiamo comunque sforzarci di considerare come sia importante capire che, oggi, non si dovrebbe poter scegliere tra l’uso di una plastica vergine al posto di quella riciclata nella produzione di articoli di uso comune. Vediamo alcuni motivi:• La materia prima riciclata, salvo alcuni settori specifici come il medicale e una parte del settore food, può essere impiegata normalmente come le materia prima vergine, sia per caratteristiche tecniche che estetiche. Quindi la frase che si sente spesso “se costa lo stesso prezzo o poco di meno compro la materia prima vergine perché è migliore” ce la dobbiamo dimenticare. • A fronte di una crescita dei rifiuti non riciclati, che oggi è mediamente arrivata nel mondo a sfiorare l’85-90% dei rifiuti plastici prodotti, il settore del riciclo soffre di mancanza di molte tipologie di plastiche da lavorare, in quanto il sistema della raccolta-riciclo-produzione di materia prima in molti paesi è scollegato o non funziona come dovrebbe. • La mancanza di alcuni prodotti strategici come gli scarti in PVC per l’estrusione e lo stampaggio o in HDPE per il settore del soffiaggio e dell’estrusione, implica, a fronte dei numeri riferiti ai materiali che non vengono riciclati che abbiamo visto al punto precedente, di dover comprare materia prima vergine per sopperire alla mancanza di quella riciclata. • Le politiche governative di sostegno economico a settori, che nel passato venivano considerati strategici, come quello dell’estrazione e raffinazione delle fonti energetiche fossili, sono completamente fuori tempo e sbagliate, se consideriamo che il mondo del riciclo non riceve gli stessi sussidi statali nonostante svolga un compito ecologico e nel rispetto dell’economia circolare. • Produrre materia prima seconda significa non utilizzare risorse naturali, ridurre l’impronta carbonica, evitare l’inquinamento dei mari, del terreno e dell’aria se i rifiuti vengono bruciati. Inoltre preservare la nostra salute, in quanto è stato dimostrato che la catena alimentare è influenzata negativamente da questo problema. Cioè ci mangiamo ciò che buttiamo. • Il prezzo dei polimeri riciclati può e dovrebbe costare più di quella vergine per motivi tecnici e per motivi etici. Tra quelli tecnici consideriamo che si deve investire molto di più sulla filiera della raccolta differenziata per aumentare l’input disponibile, che la selezione e trattamento meccanico dei rifiuti ha un costo elevato che si ripercuote sul costo del polimero, che il settore subisce la concorrenza dei produttori di materie prime vergini in termini di prezzo e quindi i margini del settore, che compiono anche un’opera sociale, sono molto bassi se non negativi. I motivi etici riguardano i concetti della “green economy” in cui valgono le regole delle 4 R: riuso, riciclo, risparmio e recupero. Meglio utilizzare materie prime che derivano dalla filiera del riciclo che materie prime vergini per tutti i motivi presentati. • Bisogna considerare un costo dell’educazione civica della popolazione sulla gestione dei rifiuti e le conseguenze delle azioni umane di gettarli nei fiumi. Educare le persone ad un approccio culturale corretto sull’ambientale è un tassello finanziario necessario, da conteggiare nel costo delle materie prime riciclate, un’azione che porterà ad un mondo più pulito, a ridurre lo sfruttamento delle risorse naturali per la produzione di polimeri vergini e ad una disponibilità maggiore di plastica da riciclare oggi carente sui mercati internazionali, per alcune tipologie.Categoria: notizie - plastica - economia circolare - rifiuti  Vedi maggiori informazioni sul riciclo

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https://www.rmix.it/ - Pattumiere domestiche fatte in plastica vergine: uno schiaffo all’economia circolare
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Perché si sono scelti alcuni colori che impongono l’uso della plastica non riciclata? di Marco ArezioE’ davvero un controsenso, un cortocircuito verso i principi dell’economia circolare la scelta di fabbricare pattumiere per i rifiuti domestici di colori come il giallo, il rosso, l’azzurro, il bianco o il silver, per citarne alcuni, che difficilmente possono essere fatte con la plastica riciclata. I rifiuti domestici, che tanto diligentemente i cittadini separano in casa, servono alla collettività per essere trasformati, secondo i principi dell’economia circolare, in nuovi materiali di uso quotidiano, evitando di utilizzare risorse naturali, come il petrolio, per costruire prodotti che si possono fare con quello che noi scartiamo. Tra questi rifiuti, nelle case viene separata la plastica dal vetro, dal metallo e dalla carta, che prendono percorsi di riciclo diversi in modo da essere lavorati e offerti nuovamente sul mercato come materie prime seconde. La plastica viene raccolta dai comuni ed inviata ai centri di selezione che sono incaricati di dividere il contenuto dei sacchetti della raccolta domestica, nelle varie tipologie di plastiche che vengono raccolte all’interno della casa. Vediamo alcuni impieghi dei rifiuti plastici raccolti: Le bottiglie dell’acqua e delle bibite in PET saranno lavorate per creare nuovo granulo per la produzione di altre bottiglie, di fibra per i vestiti e per l’imbottitura dei divani, per le regge adatte al confezionamento degli imballi industriali, per fare le vaschette alimentari trasparenti. I flaconi dei detersivi in HDPE vengono lavorati per produrre materia prima con cui si ottengono altri flaconi per i detersivi o gli oli industriali, taniche per la benzina, prodotti per l’edilizia, film da copertura per i bancali di prodotti, tubi rigidi di irrigazione per l’agricoltura, raccordi idraulici per l’irrigazione, membrane di protezione, grigliati erbosi carrabili, reti di segnalazione e contenimento. Con gli imballi rigidi in PP si possono fabbricare pattumiere, cassette da trasporto, sedie e tavoli per il giardino, divani e poltrone tipo rattan, palette e scope, armadi da esterno, bauli per il giardino o per la casa, secchi per la pulizia, carrelli e imballi vari. Con la plastica flessibile degli imballi in LDPE, selezionata per tipologia, si possono creare altri sacchetti per la pattumiera, film da copertura agricola, tubi flessibili per l’irrigazione in agricoltura o per il giardino, teli da copertura per l’edilizia, vasi, supporti per le reti dei letti, secchi, lastre in legno polimero, pannelli divisori per pareti, camminamenti agricoli. Abbiamo quindi visto alcuni esempi di come i materiali che provengono dal riciclo domestico possono, e devono, essere riutilizzati per produrre nuovi prodotti senza sfruttare le risorse della terra. Tecnicamente, si possono reimpiegare i rifiuti urbani, creando prodotti utili alla comunità, di buona qualità tecnica e con un buon impatto estetico, il quale, però, non dovrebbe mai essere una discriminante nella scelta del consumatore, in quanto, se una pattumiera è marrone scuro invece che gialla, non credo che per contenere dei rifiuti possa fare la differenza in casa. In realtà, su questo inutile valore estetico, i consumatori, o chi sceglie per loro, consegnandogli la pattumiera per la raccolta differenziata, fanno una differenza sostanziale se contribuire al ciclo dell’economia circolare o vanificare gli sforzi di separazione dei rifiuti che non verranno riutilizzati. Infatti, pattumiere in polipropilene con colori sgargianti, quali il bianco, il rosso, il celeste, il giallo, il colore panna, il silver, l’azzurro o il verde chiaro, solo per citarne alcuni, difficilmente possono essere prodotte utilizzando la plastica riciclata in quanto, questa, provenendo da un mix di colori degli imballi raccolti, non permette solitamente di arrivare a colori così chiari. Di conseguenza, o vengono prodotti con materiali vergini, quindi granuli di derivazione petrolifera e non riciclati, o il produttore deve fare delle miscele nelle quali inserire una piccola percentuale di materiale riciclato e poi aggiungere del materiale vergine. Le pattumiere fatte con il granulo proveniente dal post consumo, quindi dalla raccolta differenziata, sono sostanzialmente prodotte con colori scuri, quali il nero, il verde, il marrone, il blu e il grigio scuro. A chi interessa la perfezione estetica di un prodotto destinato ai rifiuti se questo comporta problemi all’ambiente?Categoria: notizie - plastica - economia circolare - riciclo - rifiuti - pattumiereVedi maggiori informazioni sul riciclo

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https://www.rmix.it/ - Granulo in rPET per Contatto Alimentare: la Società Arezio Marco in Inghilterra
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Granulo in rPET per Contatto Alimentare: la Società Arezio Marco in Inghilterra
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Granulo in rPET per Contatto Alimentare: la Società Arezio Marco in Inghilterradi Marco ArezioLa produzione di bottiglie in PET riciclato, che in massima parte occupano la maggior parte del mercato del packaging in PET insieme alle vaschette alimentari, hanno guadagnato velocemente marcato tra i consumatori finali, ci quali sono sempre alla ricerca di imballi che siano i più sostenibili possibili.I produttori di acque e bibite si stanno adeguando alle crescenti richieste di packaging riciclato, inserendo nelle loro produzione l’rPET, materia prima riciclata in granuli che è certificata per il contatto alimentare. In realtà, a fronte di un’enorme richiesta di materia prima riciclata, la necessità dei produttori di bottiglie di avere un fornitore di rPET food, che riassuma diverse caratteristiche tecnico-commerciali non è sempre facile. La società Italiana Arezio Marco è stata incaricata di valutare e proporre tre fornitori affidabili per l’inserimento della materia prima, rPET food, nella produzione di imballi per bevande in Inghilterra.Le valutazioni hanno riguardato: • Le certificazioni sul prodotto, per valutare se il granulo rispettasse i livelli qualitativi della produzione che fino ad ora era espressa solamente attraverso l’uso di PET vergine. • La certificazione sulla compatibilità alimentare per verificare la rispondenza alle normative EFSA • L’analisi del ciclo di produzione attraverso la valutazione della selezione per colore, la macinazione il lavaggio, la sanificazione e l’estrusione del prodotto. • Il controllo di qualità del granulo prodotto prima della consegna al cliente • Le disponibilità trimestrali per permettere programmi di approvvigionamento regolari Terminate queste valutazioni è stato seguito un programma di tests delle campionature consegnate al cliente, che sono passate attraverso le analisi di laboratorio per certificare l’allineamento dei dati dichiarati dal produttore di granulo e, successivamente, con una quantità di materia prima crescente, si sono effettuati tests di produzione su larga scala. Una volta approvati i prodotti e le compatibilità rispetto alle produzioni dei vari packaging, si sono iniziate le forniture della materia prima riciclata.Categoria: notizie - plastica - economia circolare - riciclo - rifiuti - PETVedi il prodotto finito

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