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https://www.rmix.it/ - Progetto di Consulenza per l'Esportazione di TPO Riciclato in Svezia
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Progetto di Consulenza per l'Esportazione di TPO Riciclato in Svezia
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Progetto di Consulenza per l'Esportazione di TPO Riciclato in Sveziadi Marco ArezioIl TPO è una Poliolefine composta che si adatta ad innumerevoli applicazioni in settori tecnici di produzione. Il materiale impiegato in modo importante nel settore dell’automotive, viene recuperato, prevalentemente, come scarto industriale.Il mercato dei compounds tecnici richiedono uno scarto di TPO che abbia un bassissimo contenuto di polietilene reticolato, o addirittura nullo, il quale molte volte viene impiegato a corredo dei fogli di copertura delle parti interne delle auto. Rimane comunque un mercato di nicchia, in quanto il riutilizzo dello scarto post industriale può essere impiegato in settori che non siano il food o il medicale e, la ridotta disponibilità sul mercato, hanno spesso privilegiato la produzione di compounds con le materie prime vergini. La società di consulenza sulle materie prime riciclate, Arezio Marco, è stata incaricata di valutare dei canali di vendita per le balle di TPO in Europa, per permettere al cliente di poter seguire l’ingresso dello scarto di produzione con maggiore costanza, avendo, a valle, un mercato regolare a cui vendere il prodotto selezionato. Il compito della società Arezio Marco è stato quello di ottimizzare i flussi in ingresso, derivanti dai produttori degli scarti, con i flussi di vendita verso i trasformatori della materia prima, creando nuovi rapporti con clienti che potessero acquistare in modo continuativo il TPO in balle. La Svezia si è dimostrato un paese in cui l’interesse per il prodotto è stato importante, potendo costruire una buona partnership tra fornitore e cliente.Categoria: notizie - plastica - economia circolare - riciclo - rifiuti - TPO

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https://www.rmix.it/ - Estrazione Metalli Preziosi dai Rifiuti RAEE: Primo Impianto in Italia
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Estrazione Metalli Preziosi dai Rifiuti RAEE: Primo Impianto in Italia
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I Rifiuti RAEE sono tra quelli meno riciclati ma con più alto valore aggiuntodi Marco ArezioProviamo a pensare quanti telefonini ci passano nelle mani nel corso della nostra vita, quante volte portiamo a riparare un ferro da stiro e ci viene detto, non ne vale la pena buttalo e compratene un altro. Facciamo scorrere i pensieri nella nostra mente e mettiamo a fuoco quante volte abbiamo sostituito un computer, un asciugacapelli, una stampante e molti altri elettrodomestici che sono invecchiati prematuramente o perché volevamo l’ultimo modello dell’anno. Il frutto negativo del nostro benessere porta alla creazione di milioni di tonnellate di rifiuti nel mondo che restano, ad oggi, di difficile gestione se comparati con altri rifiuti di più facile riciclo. Ma i cosiddetti RAEE, sono in realtà di altissimo valore se fossimo capaci di estrarre i componenti preziosi che contengono, parliamo di oro, argento, palladio e rame, solo per fare qualche esempio. Invece, la maggior parte delle volte finiscono in discarica, o vanno ad alimentare il riciclo clandestino in paesi poveri, con implicazioni ambientali e di salute per i lavoratori molto serie. In Italia, Iren Ambiente, una società del gruppo Iren, realizzerà un impianto per il trattamento dei rifiuti RAEE, con lo scopo di estrarre tutti i materiali preziosi che i rifiuti elettrici ed elettronici contengono. L'impianto effettuerà due fasi di lavoro: la prima dedicata al disassemblaggio delle schede, la seconda alla separazione e affinazione dei metalli preziosi tramite un processo idrometallurgico. Il processo, oggetto di un articolo comparso qualche settimana fa sul portale del riciclo rMIX, avrà un ciclo di lavoro con un basso impatto ambientale e un dispendio contenuto di CO2, rispetto alla tradizionale estrazione di minerali preziosi in miniera. L’impianto di lavorazione dei RAEE, con l’estrazione dei metalli preziosi, sarà collocato in Toscana e dovrebbe essere operativo nella seconda metà del 2023, con il preciso scopo di favorire la filiera delle lavorazioni orafe attive nella regione. Categoria: notizie - RAEE - economia circolare - riciclo - rifiuti - metalli preziosi

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https://www.rmix.it/ - rNEWS: la Plastica Riciclata Certificata per il Food è Sicura? C'è chi Dice No
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare rNEWS: la Plastica Riciclata Certificata per il Food è Sicura? C'è chi Dice No
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La normativa dell'uso della plastica riciclata negli imballi alimentari, soprattutto per quanto riguarda il PET, sta favorendo un diffuso impiego sia nel settore del beverage che nelle vaschette alimentaridi Marco ArezioOttenuta la certificazione da parte dell'EFSA, i produttori stanno impiegando la plastica riciclata da post consumo negli imballi alimentari. Il dubbio che nasce da molte parti riguarda la certezza o meno della possibile cessione da parte della plastica riciclata, di sostanze nocive che possono migrare all'uomo, in quanto i controlli vengono fatti non sugli alimenti contenuti negli imballi ma sui processi produttivi.L'articolo di seguito descrive il problema attraverso l'intervista fatta a Floriana Cimmarusti è Segretario Generale di Safe Food Advocacy Europe (SAFE).Fino ad ora, le aziende non hanno utilizzato materie plastiche riciclate negli imballaggi per alimenti a causa di problemi di sicurezza. Ma i tempi stanno cambiando e sembrano pronte a riconsiderare la loro posizione: la UE sta per autorizzare più di 100 processi di riciclaggio “sicuri” per le applicazioni di contatto alimentare. Floriana Cimmarusti è Segretario Generale di Safe Food Advocacy Europe (SAFE), un’organizzazione senza scopo di lucro con sede a Bruxelles: ha parlato dei rischi di tossicità negli imballaggi in plastica riciclata. Proponiamo di seguito, la traduzione dell‘intervista che ha rilasciato al magazine di informazione Euractiv. “Il rischio di sostanze tossiche che contaminano il cibo esiste già con la plastica vergine, quindi sarà solo più alto con imballaggi riciclati provenienti da vecchie materie plastiche che potrebbero contenere sostanze chimiche vietate” afferma Floriana Cimmarusti. Aziende come Tetra Pak non hanno mai utilizzato plastica riciclata negli imballaggi per alimenti a causa di problemi di sicurezza. Ora sembrano pronte a riconsiderare la loro posizione prima della decisione dell’UE di autorizzare più di 100 processi di riciclaggio “sicuri” per le applicazioni di contatto alimentare. Allora, cosa è cambiato? I processi di riciclaggio ora diventano più sicuri?No, è solo che quei processi di riciclaggio saranno ora formalmente autorizzati per l’uso in applicazioni di contatto alimentare. Pertanto Tetra Pak e altre società saranno legalmente protette se utilizzano materie plastiche riciclate che sono state prodotte utilizzando tali processi autorizzati. L’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) ha già espresso un parere favorevole su tali processi di riciclaggio, pertanto non appena la Commissione Europea li approverà mediante la procedura di comitatologia, diventerà legge. Dal punto di vista legale, le aziende di imballaggio alimentare saranno quindi in grado di utilizzare tutta la plastica riciclata che desiderano. E nel caso in cui qualcosa vada storto, saranno protetti dalla legislazione dell’UE contro potenziali contenziosi da parte dei gruppi di consumatori. Senza questo tipo di autorizzazione, sarebbe molto rischioso per le aziende utilizzare materie plastiche riciclate. Le aziende di imballaggio alimentare non hanno interesse a vedere uno scandalo scoppiare sulla sicurezza dei loro prodotti. Quindi devono avere fiducia che almeno alcuni di questi processi siano davvero sicuri. Sono sicura che credono che il sistema sia sicuro. Ma non appena l’UE approverà il processo, non si troveranno ad affrontare alcun rischio legale, che è un punto chiave per loro. La plastica riciclata può provenire da luoghi molto diversi e la contaminazione può avvenire molto facilmente, ad esempio quando le persone mescolano la spazzatura che entra nei loro contenitori per il riciclo. Una procedura standard approvata a livello UE può effettivamente garantire che non si verifichi alcuna contaminazione?Il PET è l’unico tipo di plastica più facile da pulire nel processo di riciclaggio, e quindi considerato il più sicuro dopo il riciclaggio. Ma ci sarà sempre un rischio. Molti tipi di plastica assorbono i prodotti chimici durante la gestione dei rifiuti ed è molto difficile durante il riciclaggio eliminarli. Ad esempio, è una sfida introdurre sistemi di smistamento che separino i materiali a contatto con gli alimenti da materie plastiche non alimentari. Il rischio di sostanze tossiche che contaminano il cibo è già presente con la plastica vergine, quindi sarà solo più alto con materie plastiche riciclate di vecchi materiali plastici che potrebbero contenere sostanze chimiche estremamente tossiche e vietate. Ad esempio, i livelli di oligomeri (sottoprodotti involontari di plastica che migrano negli alimenti) sono più alti nella plastica riciclata che nella plastica vergine. Alcuni test hanno anche dimostrato che i livelli di migrazione negli oli vegetali sono più alti con la plastica riciclata rispetto alla plastica vergine. Inoltre, un sacco di contaminanti non identificati sono stati trovati in plastica riciclata che non troviamo in plastica vergine. Questi contaminanti provengono dalla cross- contamination durante la gestione dei rifiuti. Infine, un sacco di additivi si trovano in PET riciclato che sono assenti nelle materie plastiche vergini o presenti in quantità molto inferiori, e tali additivi hanno dimostrato di avere tassi di migrazione più elevati nelle materie plastiche riciclate rispetto alle materie plastiche vergini. Quindi, il rischio di contaminazione con plastica riciclata è chiaramente superiore a quello della plastica vergine. La Commissione europea si sta preparando ad approvare 140 nuovi processi di riciclaggio da utilizzare in applicazioni di contatto alimentare come l’imballaggio. L’EFSA ha già espresso un parere favorevole a tutti tranne 3 di essi, in cui la valutazione è stata inconcludente. Che cosa sai di questi 140 processi di riciclaggio? Sono davvero al sicuro?Non penso che la procedura di valutazione del rischio utilizzata dall’EFSA possa darci piena certezza che le materie plastiche riciclate siano sicure. Come ho detto, molti tipi di plastica assorbono sostanze chimiche durante l’uso e la gestione dei rifiuti, che sono difficili da rimuovere durante il riciclaggio. Inoltre, è importante ricordare che la valutazione del rischio dell’EFSA si concentra sull’avvio del processo di riciclaggio, non sul prodotto finito che ne esce alla fine. Quindi non esiste un’analisi seria delle sostanze chimiche alla fine di ogni processo di riciclaggio. E questo dato è attualmente carente. Inoltre, l’esposizione cumulativa non viene presa in considerazione dall’EFSA quando le esposizioni sono stimate. Ora, la maggior parte di questi processi di riciclaggio riguarda la plastica PET, che è una delle poche eccezioni che consente una pulizia piuttosto approfondita durante il riciclaggio. Tuttavia, anche nel PET, i polimeri in plastica spesso si degradano durante l’uso e il riciclaggio. E questo può provocare oligomeri che possono migrare nel cibo. I ritardanti di fiamma bromurati sono stati trovati regolarmente in articoli di plastica destinati ai materiali a contatto con alimenti, il che indica chiaramente che nel processo sono stati utilizzati rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche (RAEE). E questo chiaramente non è permesso. Quindi è necessaria una migliore applicazione per migliorare questa situazione. C’è stata una sufficiente quantità di controllo su questi 140 processi di riciclaggio approvati dall’EFSA?No, a causa della discutibile procedura di valutazione del rischio dell’EFSA. Non dobbiamo dimenticare che alcuni dei dati presentati all’EFSA dalle società ricorrenti sono segreti commerciali coperti da riservatezza, come per il glifosato. Nel caso del glifosato, una parte dei dati, quella importante, è stata oscurata dal testo ufficiale. Ho paura che lo stesso accada con quei processi di riciclaggio. Quindi non possiamo leggere tutti i dati. E non esiste una revisione scientifica dei dati presentati da un laboratorio indipendente. Chiaramente, non c’è abbastanza ricerca per dirci se la plastica riciclata è pericolosa o meno per i consumatori. Quindi penso che sia un po’ troppo veloce adottare 140 metodologie in così poco tempo. Semplicemente non sappiamo quante sostanze chimiche ci saranno ancora alla fine del processo di riciclaggio e quale tipo di migrazione avverrà nel cibo. In un mondo ideale, come funzionerebbe un processo di riciclaggio sicuro per le applicazioni di contatto alimentare?Un centro di ricerca indipendente dovrebbe condurre la valutazione del rischio. E i dati richiesti per questa valutazione dovrebbero essere raccolti da un’organizzazione indipendente, non dal settore che richiede l’approvazione del processo di riciclaggio. Non dovremmo semplicemente fidarci della ricerca svolta dalle aziende, che è ciò che sta accadendo attualmente. Crediamo che non ci dovrebbe essere alcun compromesso tra sicurezza del consumatore e profitto economico. La Commissione vuole utilizzare una procedura di approvazione accelerata per quei 140 processi di riciclaggio, il che significa che il Parlamento e il Consiglio non avranno l’opportunità di controllare le decisioni prima di essere adottate. Come ti fa sentire?Non ci sentiamo a nostro agio per questo. Il Parlamento Europeo dovrebbe essere coinvolto in modo che la salute dei consumatori possa essere adeguatamente protetta. È davvero un peccato che il Parlamento non possa dire nulla al riguardo. La plastica è leggera ed economica, il che la rende un’opzione conveniente per il confezionamento degli alimenti. Quindi quali sono le alternative verdi?Un’alternativa potrebbe essere il vetro perché non provoca la migrazione di sostanze chimiche negli alimenti. Con alluminio o plastica, c’è. Certo, non sarebbe pratico imballare tutto in vetro – è pesante, può rompersi, ecc. E il problema con le alternative a base biologica è che non sono abbastanza forti. Ma ci sono alcune alternative. Stiamo facendo una campagna con ristoranti e bar per incoraggiarli a utilizzare alternative alle tazze di plastica monouso per caffè e tè, ad esempio il bambù. Quando metti qualcosa di caldo nella plastica, c’è più migrazione di sostanze chimiche, quindi la campagna aumenta la consapevolezza sulle alternative. È inoltre possibile utilizzare contenitori riutilizzabili in acciaio o provare a vendere il maggior numero possibile di prodotti plastic free o sfusi. Sempre più negozi vendono prodotti come pasta, noci, dolci o riso in pezzi che i clienti mettono in sacchetti di cotone che portano a fare la spesa.Categoria: notizie - plastica - economia circolare - rifiuti - certificazione food Articoli CorrelatiOsservatorio Veganoc

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https://www.rmix.it/ - Dalla Dipendenza delle Materie Prime Fossili a quella Dei Metalli Rari
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Dalla Dipendenza delle Materie Prime Fossili a quella Dei Metalli Rari
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Dalla Dipendenza delle Materie Prime Fossili a quella Dei Metalli Raridi Marco ArezioLe crisi energetiche che si stanno susseguendo dallo scoppio della guerra tra Ucraina e Russia hanno messo in evidenza, per gli Europei. quanto siamo fragili ed esposti a ricatti su materiali come il carbone, il petrolio e il gas. Se l'Unione Europea sta lavorando per risolvere la dipendenza energetica dalla Russia, non dobbiamo dimenticarci che si stanno profilando altre crisi sulle materie prime che riguardano i metalli rari.Questi vengono usati nelle produzione di energie rinnovabili, nella produzione digitale, nell'elettrificazione della mobilità sostenibile, nello sviluppo dell'energia nucleare, quindi in ogni settore del nostro futuro. Come per l'energia, la posta in gioco è ambientale, economica e geopolitica, data la nostra dipendenza da un numero limitato di paesi produttori, come la Cina, con cui fatichiamo ad avere rapporti politici distesi, con il rischio di non poter contare sulle forniture di questi prodotti. Da molti anni si sta evidenziando che lo sfruttamento delle risorse naturali avrebbe creato problemi di approvvigionamento, ma è dall'esplosione dell'economia basata sulla digitalizzazione, nella quale i metalli rari sono assolutamente necessari, che ci siamo accorti di come sia difficile procurarseli e di come siano in mano a pochi paesi produttori. Nel 2011 la Commissione Europea ha pubblicato per la prima volta un elenco di quattordici materie prime critiche per l'economia europea. Da allora questa lista ha continuato a crescere, tanto che nel 2020 i materiali erano una trentina. In una situazione così difficile e pericolosa, un efficientamento dei sistemi basati sull'economia circolare per il recupero e il riutilizzo dei componenti elettronici dei prodotti diventati rifiuti, ricoprirà una fase imprescindibile dell'indipendenza Europea ai metalli rari. Troppo poco si sta facendo in termini di riciclo del RAEE e molti metalli preziosi finiscono in discarica o bruciati, cosa che l'Europa non può più permetterselo se non vuole finire, come per i combustibili fossili, in uno stato di ricatto economico-politico. Sarà anche importante puntare sul valore dei prodotti, dei suoi componenti e dei materiali che li costituiscono, per dare la massima durabilità nel tempo agli oggetti, attraverso una progettazione intelligente, il riutilizzo e/o l'uso condiviso dei prodotti, la riparazione, il ricondizionamento, il recupero dei pezzi di ricambio. È diventato urgente investire massicciamente nella ricerca e sviluppo di materiali alternativi, ma anche ridurre la domanda di materie prime. Abbiamo bisogno di un piano di investimenti per sviluppare l'economia circolare a livello europeo che sia all'altezza di questa sfida essenziale per il futuro di tutti noi. Governare è prevedere.Categoria: notizie - metalli rari - economia circolare - riciclo 

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https://www.rmix.it/ - Rivoluzione Verde: Le Carte di Credito Sostenibili alla Ribalta
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Rivoluzione Verde: Le Carte di Credito Sostenibili alla Ribalta
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Come il Riciclo dei Polimeri Sta Ridisegnando il Futuro delle Transazioni Finanziariedi Marco ArezioLe carte di credito sono diventate un pilastro fondamentale dell'economia moderna, facilitando transazioni veloci e sicure in tutto il mondo. La loro produzione, tuttavia, implica una serie di processi complessi e l'uso di materiali specifici, con una crescente attenzione verso l'impiego di polimeri riciclati in risposta alle sfide dell'economia circolare. Materiali Utilizzati Tradizionalmente, le carte di credito sono state prodotte utilizzando PVC (Policloruro di Vinile), un materiale plastico noto per la sua durabilità, flessibilità e capacità di essere stampato con precisione. Il PVC consente di incorporare vari livelli di sicurezza, come ologrammi, microchip e bande magnetiche, rendendo le carte di credito difficili da contraffare. Tuttavia, il PVC non è facilmente riciclabile e può rilasciare sostanze nocive se non smaltito correttamente. Negli ultimi anni, c'è stata una spinta verso l'utilizzo di materiali più sostenibili, tra cui polimeri riciclati. Questi materiali provengono da fonti post-consumo o post-industriali e attraversano un processo di pulizia, triturazione e rigenerazione prima di essere trasformati in nuove carte. L'uso di polimeri riciclati riduce la dipendenza dalle risorse vergini e diminuisce l'impatto ambientale della produzione delle carte di credito. Produzione e Riciclo delle Carte di Credito La produzione di carte di credito inizia con la creazione di un foglio di materiale plastico, che viene poi stampato, tagliato e inciso con i dati del titolare della carta. La fabbricazione di un microchip e l'installazione di una banda magnetica sono passaggi successivi cruciali, seguiti da test rigorosi per assicurare la conformità agli standard di sicurezza. Nonostante l'incremento nell'uso di carte virtuali e sistemi di pagamento mobile, la produzione annua di carte di credito fisiche rimane significativa, con stime che superano i miliardi di unità a livello globale. Il tasso di riciclo, tuttavia, è ancora basso, in parte a causa della complessità dei materiali coinvolti e della mancanza di infrastrutture dedicate. Iniziative volte ad aumentare la raccolta e il riciclo delle carte di credito scadute o dismesse stanno guadagnando terreno, con alcune aziende che offrono programmi di ritorno specifici per le carte di credito. Curiosità del Mercato Personalizzazione: l'industria delle carte di credito ha visto una crescente domanda di personalizzazione, con clienti che desiderano design unici o la possibilità di aggiungere immagini personalizzate sulle loro carte. Carte di credito ecologiche: alcune banche e istituti di credito hanno iniziato a offrire carte prodotte esclusivamente con materiali sostenibili o riciclati, rispondendo alla crescente consapevolezza ambientale dei consumatori. Tecnologia contactless: l'adozione di tecnologia contactless ha accelerato l'uso delle carte di credito, rendendo le transazioni più rapide e convenienti. Storia delle Carte di Credito La storia delle carte di credito risale agli anni '20 negli Stati Uniti, quando furono introdotte come metodo di pagamento per i clienti VIP di alberghi e stazioni di servizio. Tuttavia, il concetto di carta di credito come lo conosciamo oggi si è sviluppato negli anni '50, con l'introduzione della Diners Club Card, seguita dalla American Express e dalla Bank of America Card, che in seguito divenne Visa. Queste prime carte erano generalmente fatte di cartone e venivano accettate solo in un limitato numero di stabilimenti. Da allora, l'industria delle carte di credito ha visto innovazioni rivoluzionarie, inclusa l'introduzione di bande magnetiche, microchip e tecnologie di sicurezza avanzate, trasformando il modo in cui consumiamo e gestiamo le nostre finanze. Mentre l'industria delle carte di credito continua ad evolversi, con un occhio di riguardo verso soluzioni più sostenibili e tecnologicamente avanzate, l'adozione di polimeri riciclati rappresenta un passo importante verso la riduzione dell'impatto ambientale di questi strumenti di pagamento indispensabili. Questa transizione non solo rispecchia le crescenti esigenze ambientali ma segnala anche un cambiamento nel comportamento dei consumatori, sempre più orientati verso scelte etiche e sostenibili. Il futuro delle carte di credito sembra orientarsi verso l'innovazione continua, sia in termini di materiali e processi produttivi sia nella funzionalità e sicurezza. Le sfide legate al riciclo e allo smaltimento delle carte di credito richiedono un impegno congiunto da parte delle aziende produttrici, dei consumatori e delle autorità normative per sviluppare soluzioni efficaci che promuovano l'economia circolare. Inoltre, l'emergere di tecnologie digitali e di sistemi di pagamento alternativi potrebbe ridurre la necessità di carte fisiche, spostando l'attenzione verso soluzioni completamente virtuali. Tuttavia, fino a quando la carta di credito fisica rimarrà un elemento fondamentale nel portafoglio dei consumatori, il suo impatto ambientale e le strategie per la sua mitigazione rimarranno argomenti di cruciale importanza. La storia delle carte di credito, dalla loro creazione come semplici strumenti di carta per un'élite ristretta alla loro attuale incarnazione come simboli di accessibilità finanziaria e innovazione tecnologica, riflette l'evoluzione della società moderna e delle sue priorità. Man mano che ci avviciniamo a un futuro più sostenibile, il ruolo delle carte di credito e la loro produzione continueranno ad adattarsi, dimostrando la capacità dell'industria di rispondere alle sfide ambientali senza compromettere la sicurezza e la comodità degli utenti. In conclusione, la produzione di carte di credito, l'uso di materiali riciclati e la storia di questo strumento finanziario offrono uno sguardo affascinante sull'intersezione tra tecnologia, economia e sostenibilità.

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https://www.rmix.it/ - Come si Ricicla l’Alluminio e Perché Farlo
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Come si Ricicla l’Alluminio e Perché Farlo
Economia circolare

Il riciclo dell’alluminio è un’attività che rispecchia l’economia circolaredi Marco ArezioQuando si parla di economia circolare e, nello specifico, di riciclo dei materiali che utilizziamo, c’è da tenere in considerazione il gradiente di circolarità di ogni singola famiglia di materia prima. Il vetro, la plastica, la carta, i metalli, il legno, la gomma, i materiali edili di scarto, e molti altri prodotti hanno un ciclo di riutilizzo che dipende dalle caratteristiche fisico-chimiche che lo costituiscono. C’è chi può essere riutilizzato in modo continuativo e infinito, come per esempio l’alluminio e c’è invece chi, invece, ha dei cicli di riciclo più o meno prestabiliti, trascorsi i quali, la materia prima si degrada e non permette più la sua trasformazione in nuovi prodotti. L’alluminio rientra pienamente in quei materiali nobili a cui è permesso una rigenerazione continua senza perdere le qualità intrinseche, garantendo un impatto ambientale basso, in quanto non crea nel tempo rifiuti e ha dei costi di trasformazione limitati. A livello mondiale, il riciclo dell’alluminio, in termini di tonnellate annue, vede gli Stati Uniti e il Giappone in testa, seguiti dalla Germania e dall’Italia, sia per quanto riguarda il riciclo degli scarti pre consumo che post consumo. Come abbiamo detto l’alluminio è riciclabile al 100% e riutilizzabile, teoricamente, all’infinito evitando di attingere alle risorse naturali della terra e contribuendo alla riduzione delle emissioni di sostanze inquinanti in atmosfera. L’alluminio è uno dei pochi materiali che, una volta riciclato, non perde le sue caratteristiche chimico-fisiche, risultando del tutto simile al materiale prodotto con la materia prima naturale. Ma vediamo come si ricicla l’alluminio Il materiale di scarto può provenire dalla raccolta differenziata, quindi da oggetti a fine vita che il cittadino scarta, per esempio le lattine di bibite, le scatolette di tonno, le lattine dell’olio, ecc.., oppure dagli sfridi di produzioni industriali che possono essere recuperate e reimmesse nel ciclo produttivo dopo il loro riciclo. Tutti questi scarti, dopo la loro selezione, vengono pressati in balle ed inviati in fonderia per l’attività di riciclo, che consiste in un trattamento termico a circa 500°, con lo scopo di staccare eventuali vernici o sostanze presenti e sodalizzate con l’alluminio. Terminata questa fase di pre-trattamento, il materiale viene poi fuso ad una temperatura di circa 800°, ottenendo il fuso liquido di alluminio con il quale si realizzano lingotti o placche, destinate a rappresentare la materia prima per nuovi manufatti. L’impiego dell’alluminio riciclato trova applicazione in tutti quei settori produttivi che un tempo utilizzavano solo materia prima vergine, grazie alle sue caratteristiche qualitative viene impiegato nel settore automobilistico, in quello dell’edilizia, nella produzione di oggetti per la casa, per i nuovi imballaggi, per la carpenteria, nel settore nautico e in molti altri settori. Quali sono i vantaggi del riciclo dell’alluminio • Vantaggi di carattere economico e strategico, in quanto un paese può disporre di alluminio anche se è carente di materie prime naturali per realizzarlo • Vantaggi di carattere energetico, in quanto produrre alluminio riciclato fa risparmiare circa il 95% rispetto al ciclo produttivo partendo dalla materia prima naturale • Vantaggi di carattere ambientale, in quanto la raccolta e il riciclo degli scarti di alluminio contribuisce alla riduzione dei rifiuti nell’ambiente e riduce il consumo di risorse della terra Quindi, il riciclo dell’alluminio si sposa perfettamente con i dettami dell’economia circolare, che tende a contrastare l’economia lineare, rappresentata dal processo di consumo “estrarre, produrre, utilizzare e gettare”. In Europa la percentuale di riciclo dell’alluminio rappresenta ormai il 50% della produzione, con punte che sfiorano il 100% per esempio in Italia, spinti dal fatto che produrre 1 Kg. di alluminio riciclato comporta un fabbisogno energetico del 5% rispetto ad una produzione tradizionale. Il riciclo non si basa solo su principi etici o ambientali, ma diventa anche un fattore economico interessante su cui costruire dei vantaggi competitivi aziendali. Categoria: notizie - alluminio - economia circolare - riciclo - rifiuti - metalli - rottame

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https://www.rmix.it/ - Prezzi del PVC: Quali Aspettative per il Secondo e Terzo Trimestre 2021?
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Prezzi del PVC: Quali Aspettative per il Secondo e Terzo Trimestre 2021?
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Prezzi del PVC: Quali Aspettative per il Secondo e Terzo Trimestre 2021?di Marco ArezioLa tendenza ad un aumento sostenuto dei prezzi del PVC si è notato con chiarezza nel quarto trimestre 2020, a causa di una serie di fattori concatenanti, che ha portato un differenziale medio rispetto all’etilene di 243,5 € /tonnellata nell'Europa nord-occidentale.Se consideriamo i prezzi spot del PVC possiamo notare un picco di costo intorno alla settimana 6 del 2021 mai registrato dai dati ICIS dal 2003. Le contrattazioni reali hanno fatto segnare prezzi, sul mercato Turco per esempio, intorno a 1600 $/tonnellata verso all’ultima settimana di Gennaio 2021, con valori medi delle esportazioni internazionali, considerando la collocazione della merce FOB, che ha subito un incremento del 69%, pari a circa 900 $/tonnellata, rispetto al quinquennio 2015-2020. Quali sono i motivi di questi incrementi di prezzo? In Europa e negli Stati Uniti si è assistito ad una serie di dichiarazioni di fermo degli impianti per causa di forza maggiore, con la concomitante ripresa del settore delle costruzioni a livello globale. Inoltre si è verificato una diminuzione delle quantità di plastificanti disponibili, necessari per la produzione delle ricette di PVC. In Europa le fermate per causa di forza maggiore hanno interessato circa 3 milioni di tonnellate di capacità produttive, alle quali si aggiungono anche i produttori statunitensi Westlake e Formosa. Cosa succederà nel secondo e terzo trimestre 2021? Le aspettative di un mantenimento dei prezzi attuali è supportata dal fatto che ci sono in arrivo nuove riduzioni delle produzioni, per esempio di KEM ONE, Vynova e INOVYN, le quali fanno pensare ad una stabilità dei prezzi sui livelli del primo trimestre 2021. La richiesta di PVC nel settore delle costruzioni dovrebbe incrementare ulteriormente a seguito delle nuove spinte al risparmio energetico su cui si stanno concentrando molti governi. Spinte che si tradurranno in un efficientamento, per esempio, delle abitazioni attraverso un uso maggiore di nuovi infissi con maggiori valenze termiche. Si ipotizza che nel 2021 la domanda globale del settore edile dovrebbe crescere del 3,5% rispetto al 2020, anche spinta da un nuovo stile di vita imposto dalla pandemia, in cui la gente vive più in casa e, di conseguenza, investirà più nella manutenzione edilizia delle proprie abitazioni sfruttando gli incentivi degli stati. Le aspettative per il terzo trimestre 2021 vedrebbero una leggera flessione dei prezzi del PVC, a causa di un assestamento globale delle forniture, delle scorte e degli ordini, pur rimanendo i prezzi decisamente più alti rispetto al 2020. Categoria: notizie - plastica - economia circolare - PVC

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https://www.rmix.it/ - Anche i Cavalli Preferiscono gli Pneumatici Riciclati
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Anche i Cavalli Preferiscono gli Pneumatici Riciclati
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Abbiamo parlato negli articoli scorsi di come gli pneumatici riciclati vengano raccolti e riciclati per creare nuova materia prima e nuove applicazioni che aiutino la circolarità dei rifiutidi Marco ArezioCi siamo soffermati sui sistemi di riciclo che attualmente vengono impiegati per la trasformazione degli pneumatici a fine vita, ma anche di alcune applicazioni nel campo dell’edilizia, in particolare nel settore dell’isolamento acustico. Rotoli, lastre e polverino vengono impiegati per la fono-assorbenza e la fono-impedenza del rumore in modo da dare alle nostre case un confort abitativo migliore. Nell’esplorazione dei vari campi di applicazione della materia prima che deriva dal riciclo degli pneumatici oggi vediamo l'utilizzo nelle scuderie dei cavalli. Nei maneggi, il mantenimento della salute e il confort dei cavalli è un fatto cruciale e di importanza primaria per la buona gestione dell’impresa e degli animali. Questi due obbiettivi, spesso, si raggiungono evitando l’insorgere di problemi legati alle articolazioni e ai legamenti dei cavalli e all’eccessiva presenza di polvere nell’ambito di lavoro. Nelle stalle si sta diffondendo l’uso di pavimentazione realizzate con materiali elastici provenienti dalla lavorazione degli pneumatici esausti che vengono posati sotto forme di piastrelle o di agglomerati monolitici. I manufatti possono essere alloggiati sopra il normale pavimento in cemento di supporto, riducendo la presenza dei materiali da lettiera ed aumentando l’igiene del locale e dell’animale in quanto è molto più semplice ed efficace la pulizia. Anche nelle aree di trotto e corsa dei cavalli, che notoriamente sono composte solo da sabbia, si può sostituire una miscela di sabbia e granulo di gomma riciclata che ha lo scopo di abbattere la dispersione delle polveri nell’aria, polveri che possono creare patologie respiratorie sia per gli animali che i lavoratori che li accudiscono giornalmente. Queste patologie possono presentarsi sotto forma di silicosi a seguito di una prolungata inspirazione delle micro polveri causate dall’azione dinamica degli zoccoli dei cavalli sui terreni sabbiosi. Un confort, un’igiene e uno stato di salute migliore per animali e lavoratori dei maneggi, attraverso l’uso delle pavimentazioni e dei compound contenenti gli pneumatici riciclati, è un fatto importante, ma molto più lo è, come per tutti i rifiuti che produciamo, quello di riutilizzarli, sotto forma di nuovi prodotti riciclati per ridurre i materiali destinati alla discarica o alla termovalorizzazione, per il benessere di tutti e del pianeta.Categoria: notizie - plastica - economia circolare - riciclo - rifiuti - pneumatici - cavalli Vedi maggiori informazione sui cavalli

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https://www.rmix.it/ - Lastre di alluminio e rivoluzione circolare: chi guida davvero la transizione verso il riciclo strutturale
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Lastre di alluminio e rivoluzione circolare: chi guida davvero la transizione verso il riciclo strutturale
Economia circolare

L' alluminio come laboratorio globale della circolaritàdi Marco ArezioL’industria delle lastre in alluminio rappresenta uno dei campi più fertili per osservare come la circolarità stia modificando l’assetto produttivo contemporaneo. La natura intrinseca dell’alluminio — un metallo che può essere rifuso e riutilizzato infinite volte senza perdita significativa delle proprietà meccaniche — lo rende un candidato naturale per un sistema circolare. Ma è proprio quando un materiale sembra predisposto alla sostenibilità che emergono le sfide più complesse: quelle legate alla governance industriale, alla qualità metallurgica, alla disponibilità di rottame, alla sofisticazione delle leghe e alla capacità di trasformare la circolarità in valore economico strutturale. La transizione non riguarda soltanto la sostituzione di materie prime vergini con materiali riciclati, ma un ripensamento del funzionamento stesso delle filiere. Nel caso dell’alluminio laminato, ciò significa integrare processi di raccolta, selezione e rifusione con le esigenze della laminazione avanzata, mantenendo livelli elevatissimi di purezza, uniformità e prestazioni tecniche. Il panorama industriale che emerge da questa trasformazione non è uniforme: alcune aziende hanno assunto un ruolo guida, altre stanno attraversando una fase di transizione, altre ancora dichiarano obiettivi di circolarità senza fornire dati verificabili. La varietà di questi modelli costituisce un osservatorio prezioso per comprendere che cosa l’economia circolare significhi realmente in un contesto produttivo globale. Le aziende che guidano la produzione di lastre in alluminio riciclato L’analisi delle imprese che operano nel settore delle lastre di alluminio mostra chiaramente come la circolarità non sia un concetto uniforme, ma una costellazione di approcci, strategie e modelli industriali. Novelis rappresenta la forma più avanzata di integrazione circolare. Qui, il riciclo non è un elemento accessorio, ma la base stessa dell’identità aziendale. L’intero ecosistema produttivo è costruito per favorire il rientro del rottame, tanto industriale quanto post-consumer, attraverso centri di raccolta e raffinazione che dialogano direttamente con le linee di laminazione. Le percentuali elevate di contenuto riciclato non sono il risultato di politiche di marketing, ma l’espressione visibile di un impianto sistemico che ha interiorizzato il riciclo come unica strada economicamente sensata. In questo modello, la circolarità è un principio operativo: il metallo non viene semplicemente recuperato, ma reintrodotto in un circuito che gli restituisce valore equivalente, ciclo dopo ciclo. Gränges propone un modello differente, ma non meno significativo. La circolarità è letta come una leva competitiva e tecnologica, particolarmente efficace nel mercato europeo, dove regolamentazioni stringenti e pressioni della filiera spingono le aziende verso materiali a basse emissioni. Qui il riciclo è governato da un approccio metodico, trasparente e orientato alla qualità, in cui i numeri diventano indicatori della capacità dell’azienda di presidiare un settore ad alta innovazione metallurgica. ElvalHalcor, dal canto suo, sviluppa una circolarità progressiva, plasmata dai vincoli e dalle opportunità del Mediterraneo. La crescita del contenuto riciclato procede attraverso una serie di investimenti nella raffinazione e nella laminazione, con un ritmo che rispetta il tessuto industriale circostante. Questo modello mette in luce un aspetto spesso ignorato: la circolarità non è solo una questione di percentuali, ma di coerenza rispetto alle infrastrutture territoriali e ai cicli locali del rottame. Speira segue un percorso ancora diverso. Sebbene la sua capacità di riciclo sia elevata, la sua strategia si concentra su linee di prodotto specifiche a contenuto riciclato molto alto. La circolarità assume qui una qualità “verticale”: profondamente efficace in alcuni segmenti, meno diffusa nella totalità del portafoglio. È un modello che valorizza la differenziazione, in un mercato in cui i materiali premium a basse emissioni stanno diventando rapidamente un segmento strategico. Infine, Impol offre un approccio in cui l’attenzione al low-carbon prevale sulla generalizzazione del riciclo. La circolarità si manifesta nella capacità di offrire materiali certificati per le loro ridotte emissioni complessive, più che nella copertura uniforme dell’intera produzione. È un modello che integra circolarità e decarbonizzazione, mostrando come la sostenibilità possa assumere declinazioni differenti all’interno della stessa filiera. Approfondimento tecnico: le leghe di alluminio riciclabili La riciclabilità dell’alluminio non può essere compresa appieno senza un’analisi delle leghe che compongono la filiera delle lastre. Ogni lega è una storia di chimica e di performance, e la leggerezza apparente di questo metallo nasconde una complessità metallurgica sorprendente. Le leghe delle serie 1000 e 3000, impiegate nel packaging e nei fogli tecnici, si presentano come i candidati ideali per un riciclo efficiente: povere di elementi critici, tollerano bene la variabilità compositiva e consentono l’inserimento di grandi quantità di rottame senza degradare le prestazioni. Tuttavia, una parte rilevante del mercato europeo delle lastre non si regge su queste leghe, ma sulle serie 5000 e 6000, più sofisticate e difficili da riciclare in closed-loop. Il magnesio delle serie 5000 garantisce eccellenti proprietà meccaniche, ma aumenta l’ossidazione in fusione; le composizioni più raffinate delle serie 6000, fondamentali per l’automotive, richiedono un controllo estremamente rigoroso degli elementi in traccia. La circolarità diventa così una questione di ingegneria metallurgica. La capacità di estrarre impurità, di rifinire leghe contaminate, di bilanciare elementi critici e di riportare il rottame all’interno di leghe “sensibili” è ciò che distingue un riciclo di alto livello da un riciclo semplicemente quantitativo. In altre parole, la circolarità non è un atto di raccolta, ma un atto di raffinazione. Il mercato europeo delle lastre: dinamiche, leadership e transizione Il contesto europeo rappresenta oggi uno dei più maturi per lo sviluppo di un’economia circolare dell’alluminio. Le normative ambientali, la crescente domanda di materiali low-carbon e la pressione della produzione automotive hanno spinto i produttori a ripensare la filiera del metallo. Tuttavia, l’Europa non è un blocco omogeneo: esiste un centro-nord fortemente industrializzato, con infrastrutture di riciclo solide e continuità di approvvigionamento del rottame, ed esistono aree mediterranee e orientali nelle quali il flusso del rottame è meno strutturato e il riciclo richiede strategie più adattive. Non si tratta solo di dinamiche industriali, ma di un fenomeno culturale: l’Europa sta trasformando la propria percezione dell’alluminio, passando da una logica che separava nettamente primario e secondario a un sistema ibrido in cui il valore è determinato dalla capacità di far passare la materia molte volte attraverso gli stessi cicli. Il mercato europeo delle lastre sta diventando un prototipo della futura economia low-carbon, in cui il contenuto riciclato non rappresenta più una scelta opzionale, ma un criterio discriminante nelle gare d’appalto, nelle strategie automotive e nelle certificazioni di prodotto. Economia circolare dell’alluminio L’economia circolare dell’alluminio, osservata da una prospettiva accademica, appare come un caso paradigmatico della trasformazione in corso nel rapporto tra materia, tecnica ed economia. L’alluminio possiede la straordinaria capacità di rimanere sé stesso oltre il ciclo termodinamico della fusione: la sua struttura cristallina, la sua duttilità e la sua conducibilità sopravvivono a ripetute rigenerazioni. Tuttavia, questa qualità non è sufficiente affinché il metallo diventi automaticamente parte di un sistema circolare. Ciò che lo rende effettivamente circolare è la capacità dell’industria di creare condizioni tecniche, infrastrutturali e istituzionali che permettano alla materia di rimanere nel ciclo produttivo. Il passaggio dal riciclo aperto a quello chiuso rappresenta uno degli elementi più significativi di questa trasformazione. Non si tratta semplicemente di reimmettere il metallo nel mercato, ma di farlo rientrare nella stessa applicazione, preservandone il valore. Questa logica chiusa richiede un livello di sofisticazione tecnologica elevato e un coordinamento di filiera che supera i confini della produzione industriale per entrare nella sfera della governance economica. La rifusione dell’alluminio, con il suo risparmio energetico fino al 95% rispetto alla produzione primaria, introduce un’altra dimensione della circolarità: la riduzione dell’impatto ambientale. Ma l’economia circolare non è solo un fatto ambientale: è una trasformazione epistemologica del modo in cui concepiamo il valore della materia. L’alluminio riciclato sfida l’idea lineare di produzione e consumo, proponendo una visione della materia come entità dinamica, destinata a circolare senza perdere dignità tecnico-industriale. È in questa dialettica tra cicli tecnici e cicli economici che l’alluminio assume un valore paradigmatico: non solo un materiale, ma un modello per interpretare l’evoluzione dell’industria contemporanea verso una razionalità più complessa, in cui sostenibilità, competitività e innovazione coesistono come parti di un’unica architettura. Conclusione generale Nel settore delle lastre in alluminio, la circolarità non è un obiettivo, ma un processo in atto, stratificato e non uniforme. Novelis, Gränges, ElvalHalcor, Speira e Impol testimoniano che esistono molte forme di economia circolare, ciascuna modellata da cultura tecnica, infrastrutture, strategie industriali e orizzonti di mercato diversi. I modelli più avanzati non si limitano a riciclare materia, ma riciclano il valore stesso del metallo, la sua storia, il suo significato industriale. La vera circolarità dell’alluminio non consiste nel rimettere in circolo lo scarto, ma nel restituire al materiale la possibilità di rinnovarsi senza tradire la sua identità tecnica. Questo saggio vuole mostrare che l’economia circolare, quando osservata con sguardo critico e accademico, non è un insieme di pratiche isolate: è l’espressione più alta della capacità dell’industria di pensare la materia come elemento permanente della nostra civiltà produttiva.© Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - Cosa è la Carta da Macero e come si Ricicla
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Cosa è la Carta da Macero e come si Ricicla
Economia circolare

Il processo di riciclo della carta da macero è indispensabile per ridurre il consumo forestale a scopi industrialidi Marco ArezioLa carta da macero è un elemento essenziale nel ciclo di riciclo della carta, contribuendo alla sostenibilità ambientale e alla riduzione della deforestazione. Esaminiamo da cosa è costituita la carta da macero e il processo di riciclo che la trasforma in un materiale utile e eco-friendly. 1. Composizione della Carta da Macero La carta da macero è principalmente costituita da vecchi prodotti di carta e cartone raccolti attraverso il processo di riciclo. Questi materiali includono giornali, scatole di cartone, carta da ufficio, opuscoli e altri elementi di carta utilizzati quotidianamente. La composizione può variare, ma l'obiettivo è di utilizzare materiale precedentemente prodotto piuttosto che ricorrere a fibre vergini. 2. Raccolta e Separazione La prima fase del riciclo della carta da macero inizia con la sua raccolta. Le aziende specializzate recuperano questi materiali dai rifiuti solidi urbani. Dopo la raccolta, i materiali vengono separati in base alla qualità e alla tipologia. 3. Triturazione e Rottura delle Fibre Dopo la raccolta, i materiali che compongono la carta da macero vengono sottoposti a processi di triturazione e rottura delle fibre. Questo passaggio riduce la carta in piccoli frammenti, creando una polpa grezza che può essere lavorata per formare nuovi fogli di carta. 4. Pulizia e Sbiancamento La polpa ottenuta viene successivamente pulita per rimuovere inchiostri, collanti e altri contaminanti. Il processo di sbiancamento può essere incluso per migliorare la qualità e l'aspetto del prodotto finale. Tecniche ecocompatibili vengono spesso preferite per ridurre l'impatto ambientale. 5. Formazione dei Fogli Dopo la preparazione della polpa, si procede alla formazione dei nuovi fogli di carta. Questo avviene attraverso processi di pressatura e asciugatura, garantendo la creazione di fogli di carta uniformi e di qualità. 6. Formazione di Bobine e Taglio I fogli di carta prodotti vengono quindi avvolti in bobine o tagliati in formati specifici, a seconda delle esigenze del mercato. Questa fase è cruciale per preparare la carta da macero per l'uso in una varietà di applicazioni. 7. Utilizzo e Applicazioni La carta da macero riciclata può essere utilizzata in numerosi settori, tra cui la produzione di carta igienica, cartone ondulato, carta da stampa, e altro ancora. Il suo utilizzo riduce la dipendenza dalle fibre vergini, preservando le risorse naturali e riducendo l'impatto ambientale. 8. Ciclo di Vita Sostenibile La carta da macero completa il suo ciclo di vita sostenibile quando, alla fine della sua utilità, viene di nuovo raccolta e sottoposta al processo di riciclo. Questo ciclo continua, contribuendo a preservare le foreste e a ridurre la produzione di rifiuti. In conclusione, la carta da macero è un componente fondamentale del ciclo di riciclo della carta. Il suo processo di produzione e riciclo gioca un ruolo cruciale nella riduzione dell'impatto ambientale e nella promozione di pratiche sostenibili nell'industria cartaria.

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https://www.rmix.it/ - La Caotica Situazione del Polipropilene in Turchia: la Tempesta Perfetta
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare La Caotica Situazione del Polipropilene in Turchia: la Tempesta Perfetta
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La Caotica Situazione del Polipropilene in Turchia: la Tempesta Perfettadi Marco ArezioUn periodo così se lo ricorderanno a lungo, non solo il sistema industriale Turco che utilizza il polipropilene ma, a cascata, anche gli acquirenti dei prodotti finiti che le fabbriche Turche riforniscono e il sistema finanziario che è sotto pressione.Gli aumenti spropositati del polipropilene in Turchia è la conseguenza di una serie di situazioni eccezionali che si sono verificate sui mercati mondiali delle materie prime vergini, manifestandosi come una tempesta perfetta. E come tutte le tempeste improvvise, la situazione ha colto di sorpresa anche i buyers Turchi, creando una serie di difficoltà sull’approvvigionamento della materia prima, sui livelli di prezzi insostenibili e sui bilanci delle aziende. La concatenazione degli eventi si è abbattuta su analisi previsionali di disponibilità di PP regolare, pur con una previsione di un rialzo dei prezzi che sembrava sostenibile e ciclico. Le aspettative di un rialzo graduale ruotavano intorno alla considerazione di un periodo estremamente lungo di prezzi sotto la media, di una ipotesi di ripresa internazionale e dell’avvicinarsi del capodanno Cinese che avrebbe liberato maggiori disponibilità sul mercato. In realtà queste tesi si sono rilevate sbagliate in merito all’eccezionalità degli eventi che sono capitati: • I problemi metereologici negli USA con un crollo delle produzioni di PP • Lo spostamento di parti delle scorte mondiali dei produttori verso mercati più profittevoli come gli USA e l’Europa • La scarsità di circolazione dei containers che ha impennato le quotazioni • Il concatenamento di fermi produttivi agli impianti, in parte già programmati come Total, Ineos, LyondellBasell, ExxonMobil, Borealis e Unipetrol. Scorte ridotte anche nel Medio Oriente, area di normale approvvigionamento per la Turchia • La riduzione delle festività del capodanno cinese a causa del Covid con una ripresa dei consumi di di polimeri prima del previsto • Il rallentamento delle operazioni doganali causa Covid. Questi eventi concatenati hanno portato in Turchia un livello dei prezzi elevatissimi, con una scarsità di disponibilità che ha messo in crisi i produttori locali. Gli operatori dichiarano aumenti per il PPH di 350-500 $ a tonnellata, da una settimana all’altra e i buyers non sanno come trasmettere in modo costruttivo al settore commerciale gli aumenti dei costi dei prodotti. La crescita dei prezzi in percentuale ha raggiunto il 49% per il PP Raffia e il 32% il PPBC per iniezione, rispetto a Febbraio 2021, creando il caos soprattutto nelle aziende che lavorano con contratti di forniture per clienti che assemblano i semilavorati prodotti in Turchia. Non sono solo i margini di contribuzione sulle commesse a non quadrare più, ma anche l’impossibilità di produrre per la mancanza, anche a qualsiasi prezzo, della materia prima. Nemmeno l’aumento della lira turca rispetto al dollaro è stata di aiuto in questa situazione paradossale, che sta mettendo in ginocchio il comparto delle materie plastiche avendo un peso nel paese di cruciale importanza. Ci si interroga su quando questa situazione possa risolversi, ma gli analisti sono prudenti nello stabilire delle date, in quanto il fenomeno è complesso e la risoluzione delle problematiche passa dall’evolversi in modo positivo di tutti i fattori sopra descritti.Categoria: notizie - plastica - economia circolare - rifiuti - PP - Turchia Maggiori informazioni sulle regole di navigazione internazionali

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https://www.rmix.it/ - Classificazione dei Metalli Non Ferrosi secondo le Specifiche CECA
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Classificazione dei Metalli Non Ferrosi secondo le Specifiche CECA
Economia circolare

Una guida per la gestione sostenibile dei metalli non ferrosidi Marco ArezioLa classificazione dei metalli non ferrosi è un aspetto fondamentale dell'economia circolare e della gestione sostenibile delle risorse. Comprendere come questi metalli vengono classificati, utilizzati e riciclati non solo aiuta le aziende a ottimizzare i processi produttivi, ma permette anche di ridurre significativamente l'impatto ambientale, favorendo una transizione verso un'economia più verde e responsabile. Questo articolo si concentra sulle specifiche CECA, uno standard che ha contribuito a definire le regole per la gestione dei metalli non ferrosi in Europa, evidenziando l'importanza di questa classificazione per il settore industriale e il mercato del riciclo. Esploreremo in dettaglio le diverse categorie di metalli non ferrosi, la loro provenienza e il motivo per cui vengono classificati in base a specifiche esigenze industriali. Con questa guida, puntiamo a fornire una comprensione approfondita del sistema CECA e del valore che esso aggiunge alla gestione delle risorse metalliche. Chi è la CECA La Comunità Europea del Carbone e dell'Acciaio (CECA) è stata una delle prime istituzioni europee, nata nel 1951 con il Trattato di Parigi. Essa è stata fondata per coordinare la produzione di carbone e acciaio tra i paesi europei, al fine di stimolare la cooperazione economica e ridurre il rischio di conflitti armati tra le nazioni europee. Sebbene la CECA abbia cessato di esistere formalmente nel 2002, le specifiche tecniche da essa definite sono ancora utilizzate oggi per la classificazione dei materiali, in particolare dei metalli non ferrosi. Classificazione dei Metalli Non Ferrosi I metalli non ferrosi sono tutti quei metalli che non contengono una quantità significativa di ferro, come l'alluminio, il rame, lo zinco, il piombo, il nichel, il cobalto e altri metalli preziosi. Le specifiche CECA forniscono una chiara classificazione dei metalli non ferrosi allo scopo di standardizzare la qualità e facilitare le transazioni commerciali tra i vari attori della filiera del riciclo e dell'industria metallurgica. La classificazione dei metalli non ferrosi viene effettuata sulla base di diversi criteri, tra cui la purezza del materiale, la sua provenienza, e le caratteristiche fisiche e chimiche. L'obiettivo principale è assicurare che i metalli riciclati possano essere utilizzati in maniera efficace nei processi industriali, garantendo così la qualità e la coerenza delle materie prime secondarie. Le Varie Categorie di Metalli Non Ferrosi Le categorie dei metalli non ferrosi definite dalle specifiche CECA possono essere suddivise in varie tipologie, ognuna delle quali risponde a precise esigenze industriali. Qui di seguito presentiamo i principali codici e le loro caratteristiche: Alluminio Secondario (Codici CECA 1000-1099) Questa categoria comprende i rottami di alluminio che possono provenire da varie fonti, tra cui rottami domestici, rottami industriali o scarti di produzione. L'alluminio è classificato in diverse categorie in base al contenuto di impurità e alla provenienza. I rottami di alluminio più puri sono particolarmente richiesti per la produzione di nuovi prodotti in alluminio destinati a settori come l'automotive o il packaging. Codice 1001: Alluminio di elevata purezza, spesso utilizzato per applicazioni ad alta precisione. Codice 1005: Alluminio misto, proveniente da rottami domestici, adatto per applicazioni che non richiedono un'elevata purezza. Rame e Leghe di Rame (Codici CECA 2000-2099) Il rame è uno dei metalli non ferrosi più richiesti, grazie alle sue eccellenti proprietà di conduttività elettrica e termica. Le specifiche CECA classificano il rame in diverse categorie in base alla sua purezza e alla presenza di altri elementi legati, come zinco o stagno, per formare ottone o bronzo. I rottami di rame possono derivare da cavi elettrici dismessi, tubature idrauliche o altri dispositivi elettrici, e vengono classificati in funzione dell'utilizzo finale previsto. Codice 2001: Rame privo di impurità, proveniente da cavi elettrici. Codice 2003: Ottone, lega di rame e zinco, adatta per la produzione di componenti meccanici. Zinco e Piombo (Codici CECA 3000-3099) Lo zinco è spesso utilizzato per la galvanizzazione dell'acciaio, mentre il piombo è utilizzato in batterie e altri dispositivi specifici. Le specifiche CECA classificano questi metalli in base alla presenza di impurità e alla loro idoneità per ulteriori lavorazioni, come il riutilizzo nelle batterie o nei rivestimenti di protezione contro la corrosione. Codice 3001: Zinco puro destinato alla galvanizzazione. Codice 3005: Piombo per batterie, caratterizzato da un elevato grado di purezza per garantire la funzionalità delle celle elettrochimiche. Nichel e Cobalto (Codici CECA 4000-4099) Questi metalli sono ampiamente utilizzati nelle superleghe e in applicazioni ad alta tecnologia come le batterie ricaricabili. La classificazione CECA include sia metalli puri che leghe, che vengono valutati per il loro contenuto di elementi tossici o indesiderati. Codice 4001: Nichel elettrolitico, utilizzato per galvanizzazione e produzione di acciai speciali. Codice 4003: Lega di cobalto, ideale per applicazioni ad alta temperatura. Perché Viene Effettuata la Classificazione? La classificazione dei metalli non ferrosi non è un semplice esercizio di catalogazione: essa ha una funzione fondamentale per il buon funzionamento del mercato del riciclo e della produzione industriale. Standardizzando la qualità dei materiali, le specifiche CECA facilitano la compravendita dei rottami, consentendo a compratori e venditori di avere una base comune di riferimento che riduca il rischio di controversie e aumenti la fiducia reciproca. Inoltre, garantisce che i materiali riciclati possano essere utilizzati nei processi industriali con la stessa affidabilità delle materie prime vergini, riducendo così la dipendenza dalle risorse naturali. Provenienza dei Rottami I metalli non ferrosi possono provenire da diverse fonti, tra cui rottami industriali, scarti post-consumo e demolizioni. Ad esempio, le vecchie automobili, gli elettrodomestici, le costruzioni demolite e le linee elettriche dismesse sono tutte potenziali fonti di metalli non ferrosi da riciclare. La provenienza del rottame è cruciale per la sua classificazione, in quanto può influenzare la purezza del materiale e il tipo di lavorazione necessaria per il riutilizzo. Come e Perché Utilizzare Questa Classificazione Per le aziende che operano nel settore del riciclo dei metalli, la classificazione secondo le specifiche CECA rappresenta uno strumento essenziale per garantire la qualità dei materiali e massimizzare l'efficienza del processo produttivo. Utilizzare questa classificazione significa essere in grado di offrire ai propri clienti metalli riciclati di qualità certificata, rispondendo a specifiche esigenze industriali e contribuendo al contempo a ridurre l'impatto ambientale. Inoltre, per i produttori di metalli e per le fonderie, sapere esattamente che tipo di rottame si sta acquistando è fondamentale per ottimizzare il processo produttivo e garantire che il prodotto finale abbia le caratteristiche desiderate. La standardizzazione facilita anche il commercio internazionale dei metalli riciclati, riducendo le barriere tecniche e favorendo la transizione verso un'economia più circolare e sostenibile. Conclusione La classificazione dei metalli non ferrosi secondo le specifiche CECA rappresenta un elemento chiave per garantire la qualità e l'efficienza nel settore del riciclo dei materiali. Comprendere questa classificazione è fondamentale per tutti gli attori della filiera, dai riciclatori ai produttori, fino ai consumatori finali. L'utilizzo di standard riconosciuti come quelli CECA permette di ottimizzare l'uso delle risorse, ridurre lo spreco e favorire lo sviluppo di un'economia più verde e sostenibile.© Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - Imballi biobased da rifiuti organici: perché sono più sostenibili di quelli ottenuti da coltivazioni dedicate
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Imballi biobased da rifiuti organici: perché sono più sostenibili di quelli ottenuti da coltivazioni dedicate
Economia circolare

Come trasformare gli scarti biologici in materiali da imballaggio realmente circolari, riducendo consumo di suolo, conflitto con il cibo e impatti ambientali nascosti Autore: Marco Arezio. Esperto in economia circolare, riciclo dei polimeri e processi industriali delle materie plastiche. Fondatore della piattaforma rMIX, dedicata alla valorizzazione dei materiali riciclati e allo sviluppo di filiere sostenibili. Data: 10 aprile 2026 Tempo di lettura: 12 minuti Nel dibattito sugli imballi sostenibili, il termine biobased viene spesso usato in modo troppo generico. In realtà non basta che un materiale derivi dalla biomassa per poterlo considerare, di per sé, una soluzione ambientalmente convincente. La stessa Commissione europea chiarisce che una plastica biobased è semplicemente una plastica ottenuta in tutto o in parte da risorse biologiche e che ciò non implica automaticamente né biodegradabilità né compostabilità; inoltre, il beneficio ambientale deve essere valutato lungo l’intero ciclo di vita, compresi gli effetti sull’uso del suolo. Questa precisazione è fondamentale perché consente di separare due modelli industriali molto diversi. Il primo è quello degli imballi biobased ottenuti da coltivazioni dedicate, cioè da zuccheri, amidi o altre biomasse primarie coltivate appositamente per diventare materia industriale. Il secondo è quello, molto più coerente con la logica dell’economia circolare, che utilizza rifiuti organici e sottoprodotti biologici già esistenti: scarti alimentari separati alla fonte, residui agroindustriali, frazioni lignocellulosiche, scarti della lavorazione ortofrutticola, residui proteici o polisaccaridici provenienti dall’industria alimentare. È soprattutto questo secondo modello a meritare oggi attenzione, perché consente di sostituire una parte del carbonio fossile senza aprire una nuova pressione sulle risorse agricole primarie. In altre parole, quando si parla di packaging biobased realmente sostenibile, il punto non è soltanto “da dove viene il carbonio”, ma se per ottenerlo si sottraggono o meno suolo, acqua, fertilizzanti e biomassa primaria ad altri usi più nobili o più delicati. Proprio per questo la Commissione europea, nel proprio quadro politico sui biobased plastics, afferma che i produttori dovrebbero dare priorità all’uso di rifiuti organici ben gestiti e di sottoprodotti, invece che alla biomassa primaria; e nel testo della comunicazione si sottolinea anche che, soprattutto per prodotti a vita breve, come molti imballaggi, rifiuti e sottoprodotti dovrebbero essere preferiti alla biomassa primaria. Perché il confronto con i biobased da coltivazione è decisivo Per anni una parte del mercato ha presentato i materiali biobased come alternativa quasi automaticamente virtuosa alle plastiche fossili. Oggi sappiamo che questa impostazione è troppo semplificata. Uno studio pubblicato nel 2026 su Nature Communications mostra che la transizione verso packaging bio-based può effettivamente ridurre le emissioni climalteranti, ma può anche aumentare il danno agli ecosistemi, soprattutto a causa dell’uso del suolo; inoltre, i risultati dipendono molto dall’origine della biomassa e dalla gestione del fine vita. La conclusione implicita è netta: non tutta la biomassa è uguale, e la differenza tra biomassa primaria e rifiuto biologico è ambientamente decisiva. Anche la Commissione europea insiste su questo punto quando ricorda che il vantaggio dei materiali biobased deve essere valutato oltre la semplice riduzione dell’uso di fonti fossili, includendo esplicitamente le modifiche d’uso del suolo. Il JRC, nel policy brief del 2026, aggiunge che la sostituzione del carbonio fossile con biomassa in genere abbassa le emissioni di gas serra sul ciclo di vita, ma che in altre categorie ambientali emergono trade-off non trascurabili. Tradotto in termini industriali: un imballo biobased ottenuto da coltivazioni dedicate può avere un profilo climatico interessante, ma non per questo è la migliore opzione ecologica complessiva. È qui che i rifiuti organici cambiano radicalmente il quadro. Quando il feedstock proviene da una biomassa già scartata dal sistema economico — ad esempio residui alimentari o sottoprodotti di lavorazione — si evita o si riduce drasticamente il conflitto con la produzione di cibo, con il mangime, con l’uso del suolo e con parte degli input agricoli necessari alla coltivazione primaria. Un rapporto della Commissione europea sulla bioeconomia urbana sottolinea proprio che i flussi di biowaste urbano e fanghi biologici possono costituire feedstock secondari disponibili tutto l’anno e utilizzabili nelle bioraffinerie senza creare conflitto con la produzione alimentare o con il cambiamento d’uso del suolo. Quali rifiuti organici possono diventare materia prima per il packaging Non tutti i rifiuti organici sono ugualmente adatti alla produzione di imballaggi. Dal punto di vista tecnico, i flussi più promettenti sono quelli relativamente omogenei, puliti e tracciabili, perché permettono di controllare meglio composizione, contaminanti, resa e proprietà del materiale finale. In questa categoria rientrano soprattutto gli scarti dell’industria agroalimentare: bucce, polpe, vinacce, bagasse, scarti amidacei, residui lignocellulosici, sottoprodotti proteici e frazioni ricche di pectine, cellulosa, emicellulosa o altri biocomponenti funzionali. Le revisioni scientifiche più recenti sul packaging da agro-waste confermano che questi flussi possono essere valorizzati per estrarre cellulosa, emicellulosa, amido, pectina, lignina, chitosano, alginato e PHA, con applicazioni in film, coating, strutture attive e imballi biodegradabili. Una seconda categoria molto interessante è costituita dal food waste separato alla fonte, cioè rifiuto alimentare raccolto in modo selettivo e non disperso nel rifiuto urbano indifferenziato. Uno studio LCA del 2024 pubblicato su Sustainability considera proprio il food waste separato come feedstock di seconda generazione per la produzione di bioplastica, sottolineando il vantaggio di non competere con il settore alimentare. Questo è un passaggio importante perché sposta il discorso dalla semplice “biomassa rinnovabile” alla valorizzazione di una perdita del sistema alimentare. Più complesso è invece il caso della frazione organica urbana mista. L’Unione europea la considera un bacino con potenziale ancora largamente non sfruttato per prodotti bio-based a maggior valore aggiunto, ma riconosce che su scala industriale le attività realmente mature sono ancora poche. La valorizzazione in packaging è dunque possibile, ma richiede una qualità di raccolta, una selezione e una logistica molto più rigorose rispetto a quelle necessarie per compost o biogas. Le principali tecnologie per ottenere polimeri e film dagli scarti biologici Le vie industriali non sono una sola. La prima consiste nell’estrazione diretta di biopolimeri o biocomponenti dagli scarti. Dai residui agroalimentari si possono ottenere matrici o ingredienti funzionali per film e coating: cellulosa per rinforzi e barriere, pectine per film edibili o rivestimenti, amidi residui per matrici termoplastiche, lignina per modificare proprietà barriera o UV, chitosano da scarti di crostacei per funzioni antimicrobiche. Le review più aggiornate mostrano che questi materiali, se ben formulati, possono migliorare proprietà meccaniche, barriera e funzioni attive del packaging. La seconda via è quella biotecnologica, in cui il rifiuto organico viene prima convertito in molecole intermedie o direttamente in polimeri tramite fermentazione. Il caso più studiato è quello dei PHA, poliesteri microbici ottenibili da diverse matrici di scarto. Le review del 2024 e del 2025 dedicate al packaging alimentare mostrano che i PHA sono tra le piattaforme più promettenti per collegare rifiuti organici, biotecnologia e imballaggio, ma anche che restano criticità su costi, fragilità, finestra termica e processabilità. Una terza via, più propriamente da bioraffineria, consiste nel trasformare il rifiuto organico in monomeri o building blocks che poi vengono polimerizzati o incorporati in sistemi compositi. La letteratura del 2025 sulle biorefineries evidenzia che questa architettura industriale consente di ridurre sprechi, creare più prodotti dalla stessa matrice e migliorare l’efficienza economica, ma comporta anche processi più complessi, investimenti maggiori e una forte dipendenza dall’efficienza del downstream. Il vero vantaggio ambientale dei rifiuti organici rispetto alle coltivazioni Il vantaggio più importante dei rifiuti organici come feedstock per imballi non sta soltanto nel fatto che “non vengono dal petrolio”. Sta nel fatto che non richiedono, a monte, una nuova produzione biologica dedicata. Questo riduce il rischio di occupazione di suolo agricolo, di consumo irriguo aggiuntivo, di uso di fertilizzanti e fitofarmaci e di competizione con filiere alimentari e zootecniche. La Commissione europea lo dice in modo esplicito: l’uso di rifiuti organici e sottoprodotti per produrre plastiche biobased può contribuire a disaccoppiare parzialmente il settore dalle risorse fossili, riducendo al tempo stesso l’uso di risorse biologiche primarie ed evitando pressioni sulla biodiversità. A questa logica si aggiunge un secondo vantaggio, spesso sottovalutato: la prevenzione delle emissioni legate al mancato corretto trattamento del rifiuto organico. Nel caso del food waste, la sua valorizzazione in materiali può evitare che esso finisca in discarica o in flussi di gestione a basso valore. Lo studio pilota greco pubblicato nel 2024 mostra che convertire rifiuto alimentare in bioplastica ha un duplice effetto di prevenzione: da un lato si sottrae il rifiuto alla discarica, dall’altro si evita la produzione della biomassa primaria equivalente, in quel caso mais. Nel sistema analizzato, 715 kg di food waste sottratti alla discarica corrispondevano a una riduzione di 26,8 kg di emissioni di metano, mentre l’intero scenario mostrava benefici in termini di clima, uso del suolo ed ecotossicità acquatica, pur con limiti legati all’energia consumata nel processo. Da un punto di vista di economia circolare, il vantaggio è ancora più chiaro. La Waste Framework Directive dell’UE conferma la gerarchia dei rifiuti e la priorità delle opzioni che preservano meglio valore e risorse. Se un rifiuto organico di buona qualità può essere trasformato in materiale, e non solo in energia o in trattamento biologico di basso valore, esso viene spostato verso impieghi più coerenti con una bioeconomia circolare avanzata. La stessa Commissione sta promuovendo linee industriali orientate proprio alla valorizzazione del bio-waste urbano in prodotti bio-based a maggiore valore aggiunto. Dove la sostenibilità dei packaging da rifiuti è concreta e misurabile Dire che gli imballi da rifiuti organici sono “più sostenibili” ha senso solo se si specifica in che modo lo sono. Il primo indicatore è l’assenza di conflitto con il cibo. I materiali da rifiuto separato o da sottoprodotto non sottraggono materie prime a usi alimentari e non richiedono, in linea di principio, un’espansione dedicata delle superfici agricole. Questo li rende ambientalmente più coerenti dei materiali da coltivazione soprattutto nei settori a rapida rotazione, come il packaging monouso o a breve vita utile. Il secondo indicatore è il minor carico di impatti a monte. La letteratura LCA non consente semplificazioni assolute, ma converge su un punto: quando il feedstock proviene da scarti, una parte rilevante degli impatti associati alla coltivazione primaria viene evitata o ridotta. Il caso studio sul food waste-to-PLA mostra proprio che i benefici ambientali nascono dalla combinazione tra evitato conferimento in discarica ed evitata produzione di mais equivalente. Questo non significa che ogni impianto waste-based vinca automaticamente, ma che la struttura del confronto parte da una base più favorevole rispetto ai materiali ottenuti da biomassa primaria. Il terzo indicatore è la coerenza sistemica. Se l’Europa ha reso obbligatoria la raccolta separata del bio-waste entro il 31 dicembre 2023, con applicazione sostanziale dal 1° gennaio 2024, è proprio perché il rifiuto organico non deve più essere considerato un residuo marginale ma una risorsa da trattare in modo qualificato. In questo contesto, impiegare il biowaste per creare materiali da imballaggio può rappresentare una delle forme più avanzate di valorizzazione, purché il sistema sia tecnicamente solido e non scivoli nel greenwashing. I limiti industriali che non vanno nascosti Sostenibile non significa semplice. Gli imballi biobased ottenuti da rifiuti organici presentano limiti reali che vanno dichiarati con onestà tecnica. Il primo è la variabilità del feedstock. Uno scarto industriale ben definito è gestibile; una frazione organica urbana irregolare, contaminata o raccolta male lo è molto meno. Per questo i progetti industriali più credibili tendono a partire da sottoprodotti o flussi separati di alta qualità, non dall’umido urbano indistinto. Le iniziative europee sulla valorizzazione del biowaste urbano insistono infatti sia sul grande potenziale, sia sul fatto che le attività industriali su vasta scala siano ancora limitate. Il secondo limite è energetico e impiantistico. Lo studio LCA sul food waste evidenzia che l’elettricità è il principale contributore a diverse categorie di impatto ambientale nella produzione di PLA da scarto alimentare; in particolare, i maggiori impatti residui riguardano eutrofizzazione delle acque dolci, uso dell’acqua ed ecotossicità, e dipendono in misura significativa dal mix energetico e dall’uso di chimici di processo. Dunque il packaging da rifiuto organico è più credibile di quello da coltivazione, ma solo se prodotto in impianti efficienti, con energia a bassa intensità carbonica e processi di separazione/purificazione ben ottimizzati. Il terzo limite è prestazionale. Le review sui PHA per il food packaging e sui materiali da agro-waste ricordano che, pur essendo promettenti, molti di questi sistemi necessitano di blending, plasticizzazione, rinforzi, multilayer o funzionalizzazioni per raggiungere le prestazioni richieste in termini di barriera, saldabilità, stabilità termica e resistenza meccanica. In sostanza, il rifiuto organico può essere un eccellente feedstock, ma il risultato finale dipende dall’ingegneria del materiale, non soltanto dalla nobiltà ecologica della materia prima. Prestazioni tecniche e qualità degli imballi ottenuti dagli scarti Sul piano applicativo, i materiali da rifiuti organici non devono essere pensati soltanto come “plastiche alternative”, ma come una famiglia ampia di soluzioni. Alcuni sono più adatti a film flessibili, altri a coating funzionali, altri ancora a vaschette, inserti, imbottiture, laminati o packaging attivo. La letteratura del 2025 sui residui agroindustriali mostra che gli scarti vegetali possono contribuire non solo alla matrice del materiale, ma anche alle proprietà antimicrobiche, antiossidanti e barriera, aiutando a prolungare la shelf life del prodotto confezionato. Questo aspetto è cruciale anche dal punto di vista ambientale. Un imballo sostenibile non è quello che semplicemente “si biodegrada”, ma quello che svolge la propria funzione con il minor impatto complessivo. Se un packaging da rifiuto organico riduce l’impatto della materia prima ma peggiora la conservazione del cibo, il bilancio finale può deteriorarsi. Per questo i sistemi più promettenti sono quelli che integrano sostenibilità del feedstock, buone prestazioni tecniche e coerenza con il fine vita reale. Sicurezza alimentare, tracciabilità e regole europee Quando questi materiali entrano nel mondo degli imballaggi alimentari, la sostenibilità da sola non basta. Devono rispettare il quadro europeo sui materiali a contatto con gli alimenti. La Commissione europea ricorda che il Regolamento (CE) n. 1935/2004 impone che i materiali non rilascino componenti a livelli dannosi per la salute e non alterino composizione, gusto o odore degli alimenti. Inoltre, il sistema richiede documentazione di conformità, tracciabilità, controllo qualità e selezione di materie prime iniziali idonee. Questo significa che un packaging da rifiuti organici può essere eccellente sul piano ambientale ma non essere automaticamente idoneo all’uso alimentare senza una robusta validazione industriale e normativa. Sul fronte degli imballaggi in generale, la nuova regolazione europea va nella stessa direzione di rigore. La Commissione indica che il Packaging and Packaging Waste Regulation (PPWR) 2025/40 è entrato in vigore l’11 febbraio 2025 e si applicherà in via generale dal 12 agosto 2026. Questo quadro non impone di usare packaging da rifiuti organici, ma alza l’asticella su progettazione, riciclabilità, compostabilità dove ammessa e coerenza ambientale complessiva. In pratica, restringe lo spazio per i materiali “verdi solo di nome” e favorisce approcci più solidi e documentabili. Perché il futuro del biobased credibile passa dai rifiuti e non dai campi La direzione tecnologica più credibile non è quella che sostituisce il petrolio con coltivazioni dedicate senza cambiare il modello, ma quella che trasforma perdite organiche già esistenti in materie prime secondarie ad alto valore. Questo vale ancora di più per il packaging, che nella maggior parte dei casi è un prodotto a vita breve. Se per fabbricare un imballo di poche settimane o pochi mesi occorre occupare suolo agricolo, impiegare acqua irrigua, fertilizzanti e biomassa primaria, il vantaggio ambientale rischia di diventare molto fragile. Se invece quello stesso imballo nasce da un rifiuto organico ben raccolto, da un sottoprodotto o da una filiera di scarto industriale, il ragionamento cambia radicalmente: si sottrae valore ai flussi residuali, si evita parte degli impatti a monte e si riduce il conflitto bioeconomico tra materia, cibo ed energia. La conclusione professionale, oggi, è quindi piuttosto netta. Sì, i polimeri e gli imballi biobased ottenuti da rifiuti organici sono, in linea generale, più sostenibili di quelli derivati da coltivazioni, perché eliminano o attenuano il nodo del land use, riducono la competizione con il sistema agroalimentare e si inseriscono meglio nella gerarchia europea dei rifiuti e nella bioeconomia circolare. Tuttavia, questa superiorità non è automatica: si realizza davvero solo quando il feedstock è ben selezionato, il processo è efficiente, l’energia è pulita, il prodotto è funzionale e il fine vita è coerente. La vera sostenibilità, insomma, non nasce dall’etichetta biobased, ma dalla qualità della filiera che sta dietro a quella parola. FAQ Gli imballi biobased da rifiuti organici sono sempre compostabili? No. La Commissione europea distingue chiaramente tra biobased, biodegradabile e compostabile: un materiale biobased può non essere né biodegradabile né compostabile. Sono proprietà diverse e vanno dimostrate caso per caso. I rifiuti organici urbani possono essere usati direttamente per fare packaging? Non sempre in modo diretto. I flussi urbani hanno grande potenziale, ma richiedono raccolta separata di qualità, selezione, pretrattamento e processi industriali più sofisticati. Oggi i flussi più maturi per applicazioni di packaging restano soprattutto quelli agroindustriali e i food waste ben separati. Perché i materiali da coltivazione sono meno convincenti dal punto di vista ambientale? Perché possono comportare uso del suolo, pressione su acqua e input agricoli e conflitto con la produzione di cibo o mangimi. Uno studio del 2026 su Nature Communications mostra che il packaging bio-based può ridurre le emissioni di gas serra ma aumentare il danno agli ecosistemi, soprattutto per effetto del land use. Un imballo da rifiuto organico è automaticamente sicuro per alimenti? No. Per il contatto alimentare valgono i requisiti del Regolamento (CE) n. 1935/2004: sicurezza, inerzia, tracciabilità, documentazione di conformità, controllo qualità e idoneità delle materie prime usate nel processo. L’Europa favorisce l’uso dei rifiuti organici per i biobased plastics? Sì, sul piano dell’indirizzo politico la Commissione afferma che i produttori dovrebbero dare priorità a rifiuti organici ben gestiti e sottoprodotti rispetto alla biomassa primaria, soprattutto per prodotti a vita breve. Inoltre, la raccolta separata del bio-waste è obbligatoria nell’UE dal 2024, creando una base più solida per filiere di valorizzazione avanzata. Fonti Commissione europea, Biobased, biodegradable and compostable plastics. Commissione europea / Eur-Lex, EU policy framework on biobased, biodegradable and compostable plastics. Commissione europea, Food Contact Materials legislation. Commissione europea, Waste Framework Directive. Commissione europea, Packaging waste / PPWR 2025/40. JRC, Bio-based plastics in a sustainable and circular bioeconomy. Nature Communications (2026), Transition to bio-based plastic packaging reveals complex climate–biodiversity trade-offs. Sustainability (2024), Environmental Impact and Sustainability of Bioplastic Production from Food Waste. Agricultural and Food Research (2025), Valorization of plant-based agro-waste into sustainable food packaging materials. Biocatalysis and Agricultural Biotechnology (2024), Advancements in microbial production of PHA from wastes for sustainable active food packaging. Food Hydrocolloids for Health / ScienceDirect (2025), Polyhydroxyalkanoates for sustainable food packaging.Immagine su licenza © Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - Situazione del PVC: si Profila l’11° Aumento Consecutivo
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Situazione del PVC: si Profila l’11° Aumento Consecutivo
Economia circolare

Situazione del Polimero in PVC: si Profila l’11° Aumento Consecutivodi Marco ArezioUna situazione che è diventata francamente paradossale, in cui gli esperti vedono il trend rialzista dei prezzi del PVC estendersi per il secondo trimestre dell’anno.Si parla dell’undicesimo aumento consecutivo che sta gettando nel panico produttori di compounds, di prodotti finiti e della filiera della componentistica. I motivi che hanno portato a questa situazioni sono articolati e, allo stesso tempo, concatenati tra loro come abbiamo potuto già riferire negli articoli che potrete leggere in fondo, sull’andamento mondiale delle materie prime. Il problema non è solo il livello insopportabile dei prezzi per i trasformatori di materia prima, che sono in difficoltà nel rispettare i contratti fatti, ma anche dalla mancanza di approvvigionamenti continuativi e sufficienti per sostenere la produzione. Si stanno verificando, a fronte di un portafoglio ordini sostenuto, il fermo di alcuni impianti produttivi per l’impossibilità di ricevere in tempo la materia prima. Dobbiamo inoltre considerare che all’avvicinarsi della stagione più mite in Europa corrisponde normalmente ad una ripresa delle attività del settore dell’edilizia e del settore agricolo, in cui la richiesta di manufatti in PVC diventa robusta. Per rispondere alle richieste di clienti che acquistano manufatti in PVC normalmente si coinvolge sia il magazzino dei prodotti finiti, costituito nei mesi precedenti la primavera, quando il livello degli ordini solitamente è inferiore alla produzione, sia la produzione quotidiana. Questa situazione nei mesi invernali non si è verificata, in quanto le scorte dei produttori sono generalmente scarse o nulle e la produzione giornaliera soffre di ingressi di materia prima non ottimali. Alcuni operatori, specialmente nel settore dei tubi, hanno dichiarato che stanno valutando se sospendere le produzioni di tubi in PVC a favore dell’HDPE per non perdere fatturato in un momento così importante. C’è anche da considerare che ad incidere negativamente sulla produzione dei prodotti in PVC e dei compounds non è solamente la carenza ormai cronica della materia prima, ma anche quella legata agli additivi che sono necessari per le produzioni. Uno tra tutti è il plastificante che, scarseggiando sul mercato proprio come la materia prima a cui si deve legare, impedisce il regolare svolgimento delle attività produttive.Categoria: notizie - plastica - economia circolare - rifiuti - PVC

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https://www.rmix.it/ - Come il Polipropilene Riciclato può Aiutare la Gestione Sostenibile delle Acque
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Come il Polipropilene Riciclato può Aiutare la Gestione Sostenibile delle Acque
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Come il Polipropilene Riciclato può Aiutare la Gestione Sostenibile delle Acquedi Marco ArezioL’acqua è un bene primario di cui l’uomo ha assoluto bisogno per sopravvivere e lo si contende dal passato più antico fino ai tempi moderni.Le guerre per il controllo dell’acqua sono sempre più numerose, che siano conosciute all’opinione pubblica o che non facciano notizia, hanno numeri impressionanti. Tra il 2000 e il 2009, secondo un rapporto dell’UNESCO, si sono combattute 94 guerre per il controllo delle forniture dell’acqua, mentre tra il 2010 e il 2018 ben 263. In un pianeta dove la popolazione continua ad aumentare, specialmente in aree povere come l’Africa con una popolazione di circa 1,2 miliardi di persone che dovrebbe raddoppiare entro il 2050, il bisogno di acqua potabile è sempre più impellente. Il controllo dei grandi fiumi, che portano acqua sia alla popolazione che all’agricoltura, sono sempre più oggetto di contese politiche e militari. Il Nilo che bagna molti paesi Africani, l’Indo che serve il Pakistan ma nasce in India, il Tigri e l’Eufrate che sono necessari a Siria e Iraq ma influenzati dalla Turchia, e molte altre situazioni. Se poi consideriamo che nel mondo, secondo il rapporto, circa 2,1 miliardi di persone non hanno accesso ad un’acqua sicura e altri 4,5 miliardi non possono usufruire di servizi igienici corretti, è facile pensare quale sia il livello di gravità della situazione idrica. Non si deve in questo caso giocare di medie, considerando solo la quantità di acqua disponibile per persona nel mondo, ma anche la sua distribuzione geografica, cioè quanti litri sono disponibili per individuo nei vari paesi. Ci accorgeremmo subito che i numeri sono allarmanti, con milioni di persone senza acqua e altrettanti che ne hanno troppa e la sprecano. Tra i paesi in cui c’è carenza di acqua o hanno flussi stagionali estremi ed opposti, come siccità in certi periodi dell’anno e alluvioni in altri, la disponibilità di acqua sicura, non contaminata, è davvero un problema. Inoltre sempre più spesso la carenza di servizi igienici efficienti comporta la contaminazione delle acque disponibili, creando a loro volta problemi sanitari gravissimi tra la popolazione. A questo punto ci dovremmo chiedere come la plastica riciclata, in particolare il polipropilene, può aiutare l’uomo ad alleviare il problema?Attraverso l’uso del polipropilene riciclato, si sono costruite strutture che possono aiutare la popolazione a ridurre o risolvere i due maggiori problemi: • La mancanza di servizi igienici efficienti crea la dispersione delle acque reflue inquinate da batteri fecali, che possono mischiarsi con le fonti di approvvigionamento delle acque utilizzate per l’uso domestico. Se non esistono sistemi fognari sicuri è possibile istallare moduli in plastica riciclata composti da fosse biologiche e sistemi di dispersione delle acque trattate nel terreno, senza che queste inquinino le falde.• In caso di mancanza di una rete idrica di approvvigionamento dell’acqua è necessario, in quei paesi dove si verificano fenomeni di alternanza di lunghi periodi senza acqua a periodi in cui le piogge intense apportano un quantitativo di acqua superiore alle necessità del momento, l’installazione di impianti di immagazzinamento dell’acqua, posizionati sotto il livello del terreno, in modo da conservare per un tempo più lungo possibile delle scorte, che non saranno soggette all’evaporazione causata dal sole.Queste soluzioni si possono facilmente mettere in opera anche in paesi in cui le infrastrutture e la logistica è scarsa, in quanto i sistemi di controllo delle acque sono modulari, leggeri perchè fatti in plastica riciclata, permettendo una facile installazione anche senza grandi mezzi meccanici.Categoria: notizie - plastica - economia circolare - riciclo - PP - acquaVedi maggiori informazioni sull'argomento

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https://www.rmix.it/ - Odori nel PLA Riciclato: Tecniche per Rilevarli e Strategie di Riduzione per Imballaggi Alimentari Sicuri
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Odori nel PLA Riciclato: Tecniche per Rilevarli e Strategie di Riduzione per Imballaggi Alimentari Sicuri
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Scopri come analizzare e ridurre i composti volatili e gli odori indesiderati nel PLA riciclato, garantendo sicurezza e qualità nelle applicazioni di packaging alimentaredi Marco ArezioIl crescente interesse verso l'uso di materiali plastici biodegradabili e riciclati ha stimolato molte ricerche sul poli(lattato) o polilattico (PLA), un polimero derivato da risorse rinnovabili come l'amido di mais. Grazie alle sue caratteristiche ecocompatibili, come la biodegradabilità e la riciclabilità, il PLA è sempre più utilizzato per la produzione di imballaggi alimentari. Tuttavia, durante il processo di riciclo, il PLA può sviluppare composti volatili e odori indesiderati che possono compromettere la sicurezza e la qualità degli alimenti confezionati. Questi odori non solo influenzano la percezione del prodotto da parte dei consumatori, ma possono anche rappresentare un rischio per la sicurezza alimentare. Questo articolo esamina le principali fonti di odori nel PLA riciclato, i metodi per l'analisi dei composti volatili e le strategie per minimizzarli, con un focus sulla sicurezza e la qualità degli imballaggi alimentari. Fonti dei Composti Volatili e Odori nel PLA Riciclato I composti volatili e gli odori indesiderati presenti nel PLA riciclato derivano principalmente da tre fattori: Degradazione Termica del Polimero: Durante il riciclo, il PLA viene sottoposto a temperature elevate che possono causare la degradazione del polimero. Questa degradazione termica porta alla formazione di composti come acidi, aldeidi e chetoni, spesso associati a odori sgradevoli. La gravità della degradazione è influenzata da vari parametri del processo, come la temperatura di estrusione, il tempo di permanenza e la presenza di agenti ossidanti. L'uso di condizioni di lavorazione eccessivamente aggressive può incrementare significativamente la produzione di composti volatili indesiderati. Contaminazione da Materiali Estranei: Il PLA proveniente da rifiuti post-consumo può essere contaminato da residui organici o altri materiali plastici. Queste contaminazioni possono contribuire alla formazione di composti volatili attraverso reazioni chimiche o decomposizione di sostanze estranee. La separazione inefficace dei materiali durante la fase di raccolta e selezione contribuisce a questo problema, favorendo reazioni indesiderate durante il riciclo. La presenza di materiali contaminanti, come polietilene o polipropilene, può complicare il processo di riciclo e portare alla formazione di odori sgradevoli. Residui di Additivi e Monomeri: Gli additivi utilizzati nella produzione del PLA, come plastificanti o stabilizzanti, possono rimanere intrappolati nella matrice del polimero e durante il riciclo liberare sostanze volatili che contribuiscono agli odori indesiderati. Anche i monomeri residui o i prodotti di degradazione del PLA possono contribuire significativamente alla formazione di odori. Questi residui rappresentano una delle principali problematiche per la produzione di PLA riciclato di alta qualità, in quanto l'eliminazione completa degli additivi è spesso difficile. Tecniche di Analisi dei Composti Volatili Per garantire la sicurezza e la qualità degli imballaggi in PLA riciclato, è fondamentale identificare e quantificare i composti volatili responsabili degli odori indesiderati. Le principali tecniche utilizzate per l'analisi dei composti volatili includono: Microestrazione in Fase Solida (SPME) accoppiata alla Gascromatografia-Spettrometria di Massa (GC-MS): Questa tecnica è ampiamente utilizzata per analizzare i composti volatili grazie alla sua elevata sensibilità e capacità di identificare una vasta gamma di molecole. La SPME permette di estrarre i composti volatili presenti nel PLA senza l'uso di solventi, riducendo così il rischio di contaminazione. La combinazione con la GC-MS consente una caratterizzazione precisa dei composti volatili, facilitando l'identificazione dei principali responsabili degli odori. Olfattometria: Questa tecnica viene utilizzata per la valutazione sensoriale degli odori e si basa sull'uso di un pannello di esperti che valuta l'intensità e la qualità degli odori emessi dal PLA riciclato. L'olfattometria è spesso impiegata insieme alla GC-MS per correlare le caratteristiche sensoriali con la presenza di specifici composti volatili. L'uso di un pannello umano fornisce una valutazione soggettiva che è consigliabile per comprendere l'impatto sensoriale dei composti volatili sul consumatore. Analisi della Spettroscopia Infrarossa (FTIR): L'FTIR viene utilizzata per identificare i gruppi funzionali presenti nei composti volatili, fornendo informazioni sulla natura chimica degli odori nel PLA. L'analisi FTIR è particolarmente utile per monitorare la presenza di gruppi funzionali correlati alla degradazione del PLA e per verificare l'efficacia dei trattamenti di riciclo. L'uso della FTIR permette anche di monitorare i cambiamenti nella struttura chimica del PLA durante i vari stadi del riciclo. Strategie per la Riduzione degli Odori nel PLA Riciclato Per migliorare la qualità del PLA riciclato e ridurre la presenza di odori indesiderati, sono state sviluppate diverse strategie di trattamento: Lavaggio e Deodorazione: Il lavaggio del PLA con solventi specifici o soluzioni alcaline è una delle tecniche più efficaci per rimuovere i residui di additivi e contaminanti. Il trattamento con aria calda o vapore può essere utilizzato per ridurre ulteriormente la concentrazione di composti volatili. Il lavaggio può includere l'uso di tensioattivi per solubilizzare e rimuovere sostanze organiche responsabili degli odori. In alcuni casi, vengono utilizzati solventi organici per rimuovere in modo più efficace gli odori persistenti, garantendo un materiale finale più pulito e adatto al contatto alimentare. Uso di Adsorbenti: Materiali come il carbone attivo e il biochar sono stati utilizzati come adsorbenti per rimuovere i composti volatili dal PLA riciclato. Questi materiali hanno una grande superficie specifica che permette di assorbire gli odori, migliorando la qualità del prodotto finale. Recentemente, sono stati studiati anche nuovi materiali come le zeoliti e i materiali a base di grafene, che offrono una capacità di adsorbimento migliorata grazie alla loro struttura porosa e alle loro proprietà chimiche uniche. L'uso di adsorbenti avanzati potrebbe essere una soluzione promettente per ridurre gli odori senza influire negativamente sulle proprietà meccaniche del materiale. Modificazione del Processo di Riciclo: L'ottimizzazione dei parametri di processo, come la temperatura di estrusione e il tempo di permanenza, può ridurre la degradazione del PLA e, di conseguenza, la formazione di composti volatili. L'utilizzo di condizioni di lavorazione più miti aiuta a preservare la struttura del polimero e a limitare la formazione di sostanze indesiderate. In particolare, l'estrusione in condizioni di vuoto può aiutare a ridurre la presenza di composti volatili eliminando i gas generati durante il processo di fusione. Inoltre, l'utilizzo di tecnologie come il raffreddamento rapido può contribuire a minimizzare la degradazione termica. Trattamenti Biologici: Alcuni studi hanno esplorato l'uso di trattamenti biologici, come l'impiego di enzimi specifici che possono degradare o trasformare i composti volatili. Questi trattamenti rappresentano un'alternativa sostenibile ai trattamenti chimici, riducendo l'impatto ambientale del processo di riciclo e migliorando la qualità olfattiva del PLA. Gli enzimi, in particolare, possono essere selettivi per certi gruppi funzionali, rendendo possibile la rimozione mirata dei composti responsabili degli odori senza alterare le proprietà del polimero. Conclusioni L'uso del PLA riciclato per applicazioni di packaging alimentare presenta diverse problematiche legate alla presenza di composti volatili e odori indesiderati. Tuttavia, attraverso l'impiego di tecniche avanzate di analisi e strategie di trattamento efficaci, è possibile migliorare la qualità del PLA riciclato e garantirne la sicurezza per il contatto con alimenti. La combinazione di metodi fisici, chimici e biologici per la rimozione degli odori offre promettenti soluzioni per affrontare queste problematiche e contribuire a una maggiore sostenibilità nella filiera degli imballaggi. La continua ricerca su nuove tecnologie di trattamento e sulla comprensione delle dinamiche di formazione degli odori è cruciale per aumentare l'utilizzo di materiali riciclati nell'industria degli imballaggi, contribuendo significativamente alla riduzione dell'impatto ambientale dei materiali plastici. Inoltre, la collaborazione tra industria, enti di ricerca e organi normativi sarà essenziale per sviluppare soluzioni innovative e garantire che il PLA riciclato soddisfi gli standard di qualità e sicurezza necessari per le applicazioni alimentari. In questo contesto, l'adozione di una mentalità orientata all'economia circolare diventa fondamentale per promuovere la sostenibilità e ridurre la dipendenza dai materiali vergini, contribuendo così a un futuro più verde e sostenibile.© Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - La crisi del mercato della carta da macero
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare La crisi del mercato della carta da macero
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Anche l’e-Commerce sta acuendo la crisi del mercato della carta riciclata, sprofondata nel 2019di Marco ArezioLa crisi del mercato della carta da macero ha cominciato a manifestarsi nell’Agosto 2017 con l’inizio della discesa dei prezzi sul mercato internazionale, per poi acuirsi nel corso del 2019, dove sia i volumi esportati, che i prezzi per tonnellata, stanno mettendo in crisi il comparto del riciclo. I motivi di questa situazione si possono individuare nella riduzione delle importazioni da parte della Cina, dalla guerra commerciale estesa su molti settori tra gli USA e la Cina e, paradossalmente, dall’accresciuta capacità di raccolta della carta da macero, che non trova utilizzo pieno senza le esportazioni. Se i numeri pre-crisi vedevano la Cina come importatore primario di carta da macero, con circa 30 milioni di tonnellate l’anno e l’Europa con circa 8 milioni, oggi il governo di Pechino importa “solo”12 milioni di tonnellate e, di questa cifra, buona parte viene dalla cordata USA-Regno Unito. Questo surplus di carta che era destinata all’area Cinese, viene collocata in altri mercati, forzando le vendite attraverso la diminuzione del prezzo, con lo scopo di liberarsi degli stock invenduti. Considerando che in Europa, nel corso del 2018 si sono raccolte circa 56 milioni di tonnellate di carta a fronte di un utilizzo di circa 48 milioni, generando così una differenza per eccesso di offerta pari a circa 8 milioni di tonnellate, carta che si accumula anno dopo anno con problemi di gestione molto importanti. Questa situazione genera uno squilibrio, anche finanziario, del sistema di raccolta nel quale manca, sostanzialmente, un livello di vendite accettabile, in termini quantitativi, e un livello remunerativo sul prezzo del prodotto che possa coprire tutti i costi della filiera.Ci sono poi altri fattori, concomitanti e collaterali, che hanno incrementato le problematiche sopra descritte e che potemmo riassumere in questi punti: La disaffezione da parte dei consumatori ad alcuni imballi di plastica ha portato ad un incremento di utilizzo di imballi in carta, con la conseguenza di produrre più rifiutiL’efficienza del sistema di raccolta, come quello del vetro, crea un’offerta superiore alla domanda, su cui si dovrà intervenire attraverso sostegni finanziari all’economia circolare della carta.L’esplosione dell’e-commerce, che ha nell’imballo di cartone il suo packaging preferito, genera un aumento molto importante di rifiuti di cartone.Si è molto discusso sulla valenza sociale ed ecologica del sistema di vendita tramite le piattaforme web, in cui si confrontano i sostenitori dell’efficienza del modernismo tecnologico con chi sostiene che, le vendite on-line di beni non durevoli, sono la conseguenza del capriccio e della pigrizia cresciute con il consumismo e di una totale assenza di rispetto per l’ambiente e per la piccola imprenditoria formata dai negozi di quartiere o di paese. Per inquadrare la dimensione del fenomeno “e-commerce”, dobbiamo farci un’idea sui numeri che genera nel mondo e che sono espressi in circa 3.000 miliardi di dollari, con una previsione di arrivare a circa 4.000 miliardi nel 2022. Le società più rappresentative del fenomeno sono Amazon e Alibaba, che offrono merce in qualsiasi parte del mondo, nel più breve tempo possibile e al prezzo più basso in assoluto. Su questi tre pilasti si fonda il successo delle vendite on-line, sistema che ha messo in crisi la distribuzione tradizionale e, con essa, anche i lavoratori che ne facevano parte. Ma se da un lato non credo si possa addebitare alla formula dell’acquisto on-line, la chiusura di moltissimi negozi medio-piccoli, che erano già entrati in crisi con l’avvento anni fà delle grandi catene distributive, si può certo dire che il business delle consegne a domicilio, di articoli singoli in tempi brevissimi, sta generando un problema ambientale da tenere in considerazione. Non volendo entrare nello specifico del fenomeno dell’aumento del traffico a causa di questo sistema logistico frazionato, dove la movimentazione di un’enorme numero di colli singoli, in continua rotazione tra fornitori, distributori e cliente, crea un apprezzabile valore emissivo di CO2 e di NOx, in quanto merita un approfondimento dedicato. Vorrei considerare, invece, l’impatto che questo sistema di consegne crea in termini di aumento di imballi in cartone. Infatti il fornitore spedisce l’articolo ai magazzini di una società come Amazon o similare, la quale lo stocca nel proprio magazzino in attesa dell’ordine del cliente. Ricevuto l’ordine, il distributore imballerà l’articolo in una nuova confezione di cartone, adatto per la spedizione in funzione della dimensione del collo acquistato. In pratica, fino a qui, si sono utilizzati almeno due imballi, con i relativi accessori per la confezione. Questa, non è un’azione con un impatto trascurabile, se pensata su larga scala con milioni di colli in movimento ogni giorno e non ha comparazione, dal punto di vista dell’impatto ambientale, se la stessa operazione si facesse dal negozio vicino a casa, il quale utilizzerà solo l’imballo del produttore, o al massimo aggiungerà un sacchetto che potrà comunque essere riutilizzato in casa. Ma se il prodotto fosse rifiutato dal cliente finale? La riconsegna del prodotto respinto ha bisogno di un’ulteriore imballo per la spedizione e, anche qui, non stiamo parlando di piccoli numeri se consideriamo, per esempio, che Zalando, la nota marca di vendite on-line di abbigliamento e accessori, dichiara resi per circa 70 milioni di pacchi. Una cosa importante da notare è che la maggior parte dei pacchi respinti finisce nell’area “Destroy” (area in cui si distruggono gli articoli nuovi) in quanto non c’è convenienza economica nella restituzione dell’articolo al produttore. Questo genera una quantità consistete di rifiuti e di imballi che devono essere gestiti dal paese di distribuzione e non dal produttore.Categoria: notizie - carta - economia circolare - rifiuti

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