Le bioplastiche compostabili saranno un’alternativa alla plastica tradizionale?Le bioplastiche compostabili saranno un’alternativa alla plastica tradizionale?di Marco ArezioLe bioplastiche compostabili, di derivazione vegetale, sembravano essere la panacea di tutti i mali attribuiti alla plastica di origine fossile ma, oggi, sono sorti molti dubbi su una loro efficacia e sostenibilità relativi ai modelli di produzione della componente vegetale. C’è una grande confusione sul mercato, causata anche dalle etichette sui prodotti in cui abbondano i suffissi “Bio”,“Biodegradabile”, e “Biocompostabile”, dove il consumatore rimane spiazzato e non sempre ne capisce le differenze. Su questa velata ignoranza si fonda spesso il fenomeno del greewashing che fa sembrare un prodotto eticamente “green” quando a volte non lo è del tutto. I prodotti che troviamo negli scaffali dei negozi con l’etichetta biodegradabile e compostabile sono generalmente prodotti che partono da una materia prima vegetale, come l’amido di mais, il frumento, la barbabietola, la canna da zucchero, la tapioca e le patate. Questi elementi naturali, debitamente processati, possono essere trasformati in polimeri, comparabili per qualità, caratteristiche tecniche e lavorabilità a polimeri di origine fossile che non sono compostabili. In realtà il consumatore deve sapere che la compostabilità, che trova espressa sulle etichette dell’imballo, riguarda principalmente una trasformazione industriale dello stesso e non la possibilità di inserirlo nel composter in giardino. Quella della materia prima che costituisce un imballo biodegradabile e compostabile è effettivamente un’ottima idea, in quanto permetterebbe di recuperare molti imballi che oggi non si riciclano, o si riciclano con uno scarso valore aggiunto proprio per i residui di cibo che rimangono all’interno delle confezioni. Ma dobbiamo fare un passo indietro per vedere la sostenibilità della filiera di queste materie prime compostabili di origine vegetale. I dubbi che sorgono in modo sempre più corposo riguardano la coltivazione dei prodotti vegetali quali canna da zucchero, patate, mais, barbabietole, frumento e molti altri prodotti, che vanno ad incidere negativamente sulla produzione di derrate alimentari, sull’occupazione del suolo coltivabile già messo sotto pressione dalla produzione di cereali per l’industria della carne, dal consumo di acqua, dall’impiego di concimi chimici e pesticidi e dalla deforestazione per creare nuove terre coltivabili. Ne vale la pena? Secondo il rapporto della FAO del Luglio 2019, oltre 2 miliardi di persone, soprattutto nei paesi a basso e medio reddito, non hanno accesso regolare ad alimenti salubri, nutrienti e sufficienti. Ciò richiede una profonda trasformazione dei sistemi alimentari affinché forniscano diete sane e prodotte in modo sostenibile alla popolazione mondiale in aumento. Numero di persone affamate nel mondo nel 2018 sono circa 821,6 milioni così divise: in Asia: 513,9 milioniin Africa: 256,1 milioniin America Latina e nei Caraibi: 42,5 milioniNumero di persone in stato di insicurezza alimentare moderata o grave: 2 miliardi (26,4%)Bambini con basso peso alla nascita: 20,5 milioni (1 su 7)Bambini al di sotto dei 5 anni affetti da rachitismo (bassa statura rispetto all’età): 148,9 milioni (21,9%)Bambini al di sotto dei 5 anni che soffrono di deperimento (scarso peso rispetto all’altezza): 49,5 milioni (7,3%) Un rapporto dell’UNICEF evidenzia gli scarsi progressi compiuti nella lotta agli effetti della malnutrizione infantile sullo sviluppo dell’infanzia. Nel 2017 sono stati 151 milioni i bambini sotto i cinque anni affetti da ritardo nell’altezza dovuto alla malnutrizione (stunting), rispetto ai 165 milioni del 2012. In Africa e Asia vivono rispettivamente il 39% e il 55% di tutti i bambini affetti da questa forma di ritardo. L’incidenza del deperimento infantile (wasting) rimane estremamente elevata in Asia, dove quasi un bambino su dieci sotto i cinque anni ha un peso più basso del dovuto rispetto all’altezza: dieci volte più di quanto avvenga in America Latina e nei Caraibi, dove questa forma di malnutrizione colpisce solo 1 bambino su 100. Il rapporto bolla come “vergognoso” il fatto che una donna su tre in età fertile, nel mondo, sia affetta da anemia, circostanza che ha conseguenze pesanti sulla salute e sullo sviluppo sia per le donne stesse che per i loro bambini. Nessuna regione del pianeta ha mostrato negli ultimi anni un calo nella diffusione dell’anemia femminile, e l’incidenza del fenomeno fra le donne africane e asiatiche è quasi tripla rispetto alle donne nord-americane. Ma se l’aumento della richiesta di biopolimeri, di biocarburanti e di foraggio per l’industria della carne deve soddisfare l’aumento di una popolazione crescente, anno dopo anno, l’agricoltura non sarà in grado di produrre quanto richiesto dal mercato per soddisfare le esigenze alimentari umane. Si aggiunga inoltre che l’agricoltura, per via del cambiamento climatico, è strettamente dipendente dalle condizioni metereologiche che stanno diventando sempre più sfavorevoli con un aumento della desertificazione e della resistenza delle piante. In questo quadro, le scoperte dei biopolimeri sono sicuramente un passo avanti nella ricerca, ma se dovessimo pensare di sostituire, anche parzialmente la produzione di plastica con una bioplastica, le cui materie prime derivino da una coltivazione agricola, non credo che sia un processo in equilibrio con le esigenze globali.Categoria: notizie - plastica - economia circolare - bio plasticaVedi maggiori informazioni sulla bioplastica
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La Caotica Situazione del Polipropilene in Turchia: la Tempesta PerfettaLa Caotica Situazione del Polipropilene in Turchia: la Tempesta Perfettadi Marco ArezioUn periodo così se lo ricorderanno a lungo, non solo il sistema industriale Turco che utilizza il polipropilene ma, a cascata, anche gli acquirenti dei prodotti finiti che le fabbriche Turche riforniscono e il sistema finanziario che è sotto pressione.Gli aumenti spropositati del polipropilene in Turchia è la conseguenza di una serie di situazioni eccezionali che si sono verificate sui mercati mondiali delle materie prime vergini, manifestandosi come una tempesta perfetta. E come tutte le tempeste improvvise, la situazione ha colto di sorpresa anche i buyers Turchi, creando una serie di difficoltà sull’approvvigionamento della materia prima, sui livelli di prezzi insostenibili e sui bilanci delle aziende. La concatenazione degli eventi si è abbattuta su analisi previsionali di disponibilità di PP regolare, pur con una previsione di un rialzo dei prezzi che sembrava sostenibile e ciclico. Le aspettative di un rialzo graduale ruotavano intorno alla considerazione di un periodo estremamente lungo di prezzi sotto la media, di una ipotesi di ripresa internazionale e dell’avvicinarsi del capodanno Cinese che avrebbe liberato maggiori disponibilità sul mercato. In realtà queste tesi si sono rilevate sbagliate in merito all’eccezionalità degli eventi che sono capitati: • I problemi metereologici negli USA con un crollo delle produzioni di PP • Lo spostamento di parti delle scorte mondiali dei produttori verso mercati più profittevoli come gli USA e l’Europa • La scarsità di circolazione dei containers che ha impennato le quotazioni • Il concatenamento di fermi produttivi agli impianti, in parte già programmati come Total, Ineos, LyondellBasell, ExxonMobil, Borealis e Unipetrol. Scorte ridotte anche nel Medio Oriente, area di normale approvvigionamento per la Turchia • La riduzione delle festività del capodanno cinese a causa del Covid con una ripresa dei consumi di di polimeri prima del previsto • Il rallentamento delle operazioni doganali causa Covid. Questi eventi concatenati hanno portato in Turchia un livello dei prezzi elevatissimi, con una scarsità di disponibilità che ha messo in crisi i produttori locali. Gli operatori dichiarano aumenti per il PPH di 350-500 $ a tonnellata, da una settimana all’altra e i buyers non sanno come trasmettere in modo costruttivo al settore commerciale gli aumenti dei costi dei prodotti. La crescita dei prezzi in percentuale ha raggiunto il 49% per il PP Raffia e il 32% il PPBC per iniezione, rispetto a Febbraio 2021, creando il caos soprattutto nelle aziende che lavorano con contratti di forniture per clienti che assemblano i semilavorati prodotti in Turchia. Non sono solo i margini di contribuzione sulle commesse a non quadrare più, ma anche l’impossibilità di produrre per la mancanza, anche a qualsiasi prezzo, della materia prima. Nemmeno l’aumento della lira turca rispetto al dollaro è stata di aiuto in questa situazione paradossale, che sta mettendo in ginocchio il comparto delle materie plastiche avendo un peso nel paese di cruciale importanza. Ci si interroga su quando questa situazione possa risolversi, ma gli analisti sono prudenti nello stabilire delle date, in quanto il fenomeno è complesso e la risoluzione delle problematiche passa dall’evolversi in modo positivo di tutti i fattori sopra descritti.Categoria: notizie - plastica - economia circolare - rifiuti - PP - Turchia Maggiori informazioni sulle regole di navigazione internazionali
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rNEWS: La Plastica è Caduta Vittima del suo Successo e dell’Ignoranza?La plastica ha straordinarie doti che hanno reso la nostra vita, attraverso le sue applicazioni, decisamente più comoda, sicura ed economicadi Marco ArezioNon sono sensazioni ma dati chiari e inconfutabili quanto la plastica sia economica, resistente, durevole, adatta agli alimenti e al medicale, impermeabile, elettricamente neutra, malleabile, modellabile, leggera, colorabile e con un impatto carbonico in fase di produzione molto basso. Il polverone mediatico sollevato da più parti, a volte spinto da interessi non cristallini e da persone che non hanno conoscenza del settore, anche a livello politico, attribuisce alla plastica colpe che non ha, come quella di inquinare il pianeta. Il problema esiste, non si deve negare, ma la questione è da ridurre a due fattori: il principale è l’abitudine dell’uomo a sbarazzarsi comodamente dei propri rifiuti, qualsiasi, nell’ambiente e la seconda è che i tassi di riciclo della plastica, come per altri prodotti, sono ancora molto bassi, per svariate ragioni che vedremo in questo articolo realizzato dalla Basf. I temi sono trattati attraverso l’intervista al Prof. Dr. Helmut Maurer, Giurista principale presso l’Unità Gestione Rifiuti e Riciclo della Commissione Europea, Direzione Generale per l’Ambiente e a Patricia Vangheluwe, PhD, Direttore Affari Consumatori e Ambientali presso PlasticsEurope. Il successo della plastica è indiscusso, contemporaneamente i suoi aspetti negativi come lo smaltimento dei rifiuti sono oggetto di molte discussioni. Il Prof. Dr. Helmut Maurer e Patricia Vangheluwe, PhD, due esperti nel settore delle materie plastiche, discutono le loro idee su come affrontare questa sfida globale. Le materie plastiche interessano quasi ogni settore delle nostre vite, apportando miglioramenti, comodità e risparmi sui costi. Da oltre 100 anni questi materiali altamente versatili contribuiscono a plasmare il nostro mondo e nuove materie plastiche sono sempre in fase di sviluppo. Ma poiché i rifiuti plastici si accumulano nelle discariche e negli oceani, il loro smaltimento costituisce oggi un serio problema ambientale. Patricia Vangheluwe, PhD, di PlasticsEurope, e il Professor Dr. Helmut Maurer della Commissione Europea per la Gestione dei Rifiuti e il Riciclo, discutono del dilemma dinanzi al quale ci troviamo. Per alcuni la parola “plastica” è diventata sinonimo di cultura usa e getta, tuttavia il materiale fornisce un enorme contributo alle nostre vite quotidiane. Ritenete che la plastica abbia un problema di immagine? Helmut Maurer: La plastica è vittima della sua versatilità e del suo grande successo. Cosa non facciamo con la plastica? Ce l’abbiamo persino nei nostri corpi come parte delle applicazioni medicali. Non c’è motivo di demonizzare la plastica. Il problema, dal mio punto di vista, è che è ampiamente abusata. La commercializziamo e la produciamo il più possibile ma poi non disponiamo degli strumenti per gestirla adeguatamente. L’obsolescenza programmata è diventata un principio industriale. Patricia Vangheluwe: Concordo che le materie plastiche soffrano di un problema di immagine e che dobbiamo cambiare questa situazione. Ad esempio dobbiamo fare molto di più per utilizzare i rifiuti plastici post-consumo come risorsa e far capire alla gente che la plastica è un materiale prezioso. Come società dobbiamo affrontare questo problema perché la plastica offre enormi possibilità per affrontare le sfide sociali ed è uno dei materiali più eco-efficienti in circolazione. Il consumo crescente ha creato problemi poiché gli stati fanno ogni sforzo possibile per gestire grandi quantitativi di materiale plastico come rifiuto. Secondo il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP), tra il 22% e il 43% dei rifiuti plastici finisce nelle discariche di tutto in modo invece di essere riutilizzato o riciclato. Come possiamo risolvere questo problema? Maurer: Nei paesi in via di sviluppo, la plastica viene praticamente sempre buttata via, in discarica o nella natura. Anche in Europa circa il 50% finisce in discarica. È chiaro che dobbiamo intervenire urgentemente. Quello di cui abbiamo bisogno è un divieto globale di collocamento in discarica. E abbiamo milioni di tonnellate di plastica decomposte in microparticelle che galleggiano nei nostri oceani – un flusso di altri 10 - 15 milioni di tonnellate raggiunge l’ambiente marino ogni anno. Dobbiamo parlare a livello globale – gli oceani non hanno confini. Dobbiamo inoltre lavorare sulla composizione chimica dei materiali. È necessario realizzare prodotti con materiali progettati per essere riciclati ed evitare additivi tossici che ne rendano difficoltoso il recupero. È una grande sfida per l’industria della plastica. Vangheluwe: Condivido l’opinione di Helmut che dobbiamo incoraggiare un divieto di collocamento in discarica a livello globale. Quando si arriva ai rifiuti post-consumo, l’intera catena di valore – dalle aziende produttrici di materie plastiche ai produttori, rivenditori e consumatori finali dei prodotti – può fare di più. Dobbiamo progettare prodotti per garantire l’eco-efficienza, che non è esattamente la stessa cosa della progettazione per il riciclo, e nel fare questo dobbiamo tener conto di quello che succederà con il prodotto alla fine della sua vita. Le società produttrici hanno sempre preso molto sul serio i rifiuti, perché dal punto di vista economico ha senso usare le risorse all’interno della produzione nel modo più efficiente possibile. Tutti gli sviluppi di prodotti e di applicazioni che stanno portando avanti sono destinati a rendere i prodotti più leggeri, più duraturi e più funzionali. Questo contribuisce a risparmiare risorse, il che ha effetti positivi simili alla prevenzione dei rifiuti. “Dobbiamo fare molto di più per utilizzare i rifiuti plastici post-consumo come risorsa e far capire alla gente che la plastica è un materiale prezioso.” Spesso per i paesi industrialmente avanzati risulta più economico spedire le materie plastiche via nave a migliaia di chilometri di distanza piuttosto che rilavorarle nel luogo in cui sono state usate. Non sarebbe opportuno rendere il riciclo vicino a casa più economicamente sostenibile? Vangheluwe: I riciclati di qualità dovrebbero essere considerati prodotti, così come qualunque altro prodotto in commercio. In un mercato libero i prodotti possono essere scambiati; domanda e offerta regolano il mercato. Ma sarebbe bene che i riciclatori procedessero di pari passo con la catena del valore vicino a casa per ricavare un valore maggiore da questi materiali riciclati. I produttori di materie plastiche possono aiutare i riciclatori perché hanno la conoscenza del materiale stesso. Queste informazioni possono contribuire a determinare a quali mercati possono essere destinati quei prodotti e come effettuare i controlli di qualità. Maurer: Come giustamente dice Patricia, i produttori conoscono meglio il loro materiale ed è estremamente importante che i riciclatori abbiano quella stessa conoscenza. C’è ancora molto da fare per semplificare questo trasferimento di conoscenze. Ci sono parecchie cose che possiamo fare per migliorare il riciclo interno delle materie plastiche. Innanzitutto possiamo fissare obiettivi per riciclare molto di più. Quindi dobbiamo anche agevolare i mercati. Possiamo definire criteri di cessazione della qualifica di rifiuto e creare una domanda del mercato verso il riciclo di alta qualità. Anche bruciare i rifiuti plastici per generare energia è un’industria. Poiché i tassi di riciclo della plastica a livello mondiale sono bassi, molti affermano che è una componente fondamentale del mix energetico. Ritenete che gli schemi di recupero di energia dai rifiuti utilizzando la plastica abbiano un ruolo a lungo termine? Maurer: In linea di massima, la combustione della plastica dovrebbe essere evitata perché nella combustione perdiamo l’energia di processo necessaria per produrre la plastica. La combustione rallenterà mano a mano che il riciclaggio diventerà più allettante. Ma la realtà è che molta plastica post-consumo non è adatta al riciclo – in parte a causa dei materiali nocivi immessi dai produttori, come alcuni ritardanti di fiamma o ftalati. Ma stiamo parlando di un obiettivo in movimento perché la plastica di domani – la plastica meglio riciclabile – porterà naturalmente a un riciclo maggiore. Un altro argomento importante contro la combustione della plastica è costituito dai cambiamenti climatici. Fino al 2050 abbiamo un budget massimo di 1.000 miliardi di tonnellate di emissioni di CO2 da rispettare se vogliamo limitare il riscaldamento globale a 2°gradi Celsius. Ma come già sappiamo le riserve globali di combustibili fossili sono pari a 2.900 miliardi di tonnellate di CO2. Se dovessimo lasciarle nel terreno, questo ci obbligherebbe a riciclare di più. Vangheluwe: Il recupero energetico costituisce a volte la soluzione più eco-efficiente, soprattutto per i rifiuti misti. Quando questo avviene da una prospettiva di ciclo di vita, il recupero dell’energia ha senso come una delle opzioni di gestione dei rifiuti. Si spera che un giorno ci sarà un’innovazione che ci consentirà di decomporre le materie plastiche miste che non possono essere riciclate in maniera sostenibile in materie prime che possono essere riutilizzate per produrre plastica in maniera economica ed ecosostenibile – questa sarebbe una conquista che contribuirebbe ad aumentare il riciclo della plastica. “Anche in Europa circa il 50% della plastica finisce in discarica. È chiaro che dobbiamo intervenire urgentemente. Quello di cui abbiamo bisogno è un divieto globale di collocamento in discarica.” Come ritenete si evolveranno i prodotti in plastica nei prossimi 50 anni? In quali settori vedete le maggiori opportunità e sfide? Maurer: Vorrei che la plastica si sbarazzasse della sua immagine negativa di materiale onnipresente, economico e facilmente scomponibile. Ma vorrei mettere in guardia dal ritenere che il futuro dipenda solo da una maggiore tecnologia. Dobbiamo affrontare il fatto che un tasso di crescita annuo globale del 5% nella produzione della plastica significherebbe raddoppiare la produzione ogni 14 anni, cosicché entro il 2043 produrremmo 1.200 milioni di tonnellate all’anno. Questo ovviamente non sarebbe sostenibile. Già oggi la plastica nell’ambiente marino è totalmente fuori controllo. Penso che stiamo producendo troppe cose di cui non abbiamo realmente bisogno. Vangheluwe: Vedremo sviluppi continui nell’imballaggio intelligente e negli accoppiati barriera, applicazioni medicali come protesi e anche materiali compositi più leggeri che possono essere usati nelle applicazioni strutturali per i mercati automobilistici e delle costruzioni. Le materie plastiche a base biologica continueranno ad essere sviluppate e credo che avremo materie plastiche miste che verranno utilizzate come flusso di materie prime per la plastica nei prossimi 50 anni. Assisteremo anche a un impiego crescente di CO2 come materia prima chiudendo in questo modo l’intero ciclo del carbonio. È quello che sta avvenendo ora per la produzione dei poliuretani. Se la plastica è destinata a continuare a fornire tutti i benefici che ha offerto fino ad ora, tutti noi dovremo continuare a lavorare alla sfida della gestione dei rifiuti come spazzatura e alla plastica nell’ambiente. Ho sempre ritenuto che la tecnologia e l’innovazione possano fare la differenza. Con una crescente educazione alla corretta gestione dei rifiuti e innovazione, la plastica continuerà a fornire soluzioni a molte delle sfide sociali che ci aspettano. Categoria: notizie - plastica - economia circolare - rifiuti
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Odori nel PLA Riciclato: Tecniche per Rilevarli e Strategie di Riduzione per Imballaggi Alimentari SicuriScopri come analizzare e ridurre i composti volatili e gli odori indesiderati nel PLA riciclato, garantendo sicurezza e qualità nelle applicazioni di packaging alimentaredi Marco ArezioIl crescente interesse verso l'uso di materiali plastici biodegradabili e riciclati ha stimolato molte ricerche sul poli(lattato) o polilattico (PLA), un polimero derivato da risorse rinnovabili come l'amido di mais. Grazie alle sue caratteristiche ecocompatibili, come la biodegradabilità e la riciclabilità, il PLA è sempre più utilizzato per la produzione di imballaggi alimentari. Tuttavia, durante il processo di riciclo, il PLA può sviluppare composti volatili e odori indesiderati che possono compromettere la sicurezza e la qualità degli alimenti confezionati. Questi odori non solo influenzano la percezione del prodotto da parte dei consumatori, ma possono anche rappresentare un rischio per la sicurezza alimentare. Questo articolo esamina le principali fonti di odori nel PLA riciclato, i metodi per l'analisi dei composti volatili e le strategie per minimizzarli, con un focus sulla sicurezza e la qualità degli imballaggi alimentari. Fonti dei Composti Volatili e Odori nel PLA Riciclato I composti volatili e gli odori indesiderati presenti nel PLA riciclato derivano principalmente da tre fattori: Degradazione Termica del Polimero: Durante il riciclo, il PLA viene sottoposto a temperature elevate che possono causare la degradazione del polimero. Questa degradazione termica porta alla formazione di composti come acidi, aldeidi e chetoni, spesso associati a odori sgradevoli. La gravità della degradazione è influenzata da vari parametri del processo, come la temperatura di estrusione, il tempo di permanenza e la presenza di agenti ossidanti. L'uso di condizioni di lavorazione eccessivamente aggressive può incrementare significativamente la produzione di composti volatili indesiderati. Contaminazione da Materiali Estranei: Il PLA proveniente da rifiuti post-consumo può essere contaminato da residui organici o altri materiali plastici. Queste contaminazioni possono contribuire alla formazione di composti volatili attraverso reazioni chimiche o decomposizione di sostanze estranee. La separazione inefficace dei materiali durante la fase di raccolta e selezione contribuisce a questo problema, favorendo reazioni indesiderate durante il riciclo. La presenza di materiali contaminanti, come polietilene o polipropilene, può complicare il processo di riciclo e portare alla formazione di odori sgradevoli. Residui di Additivi e Monomeri: Gli additivi utilizzati nella produzione del PLA, come plastificanti o stabilizzanti, possono rimanere intrappolati nella matrice del polimero e durante il riciclo liberare sostanze volatili che contribuiscono agli odori indesiderati. Anche i monomeri residui o i prodotti di degradazione del PLA possono contribuire significativamente alla formazione di odori. Questi residui rappresentano una delle principali problematiche per la produzione di PLA riciclato di alta qualità, in quanto l'eliminazione completa degli additivi è spesso difficile. Tecniche di Analisi dei Composti Volatili Per garantire la sicurezza e la qualità degli imballaggi in PLA riciclato, è fondamentale identificare e quantificare i composti volatili responsabili degli odori indesiderati. Le principali tecniche utilizzate per l'analisi dei composti volatili includono: Microestrazione in Fase Solida (SPME) accoppiata alla Gascromatografia-Spettrometria di Massa (GC-MS): Questa tecnica è ampiamente utilizzata per analizzare i composti volatili grazie alla sua elevata sensibilità e capacità di identificare una vasta gamma di molecole. La SPME permette di estrarre i composti volatili presenti nel PLA senza l'uso di solventi, riducendo così il rischio di contaminazione. La combinazione con la GC-MS consente una caratterizzazione precisa dei composti volatili, facilitando l'identificazione dei principali responsabili degli odori. Olfattometria: Questa tecnica viene utilizzata per la valutazione sensoriale degli odori e si basa sull'uso di un pannello di esperti che valuta l'intensità e la qualità degli odori emessi dal PLA riciclato. L'olfattometria è spesso impiegata insieme alla GC-MS per correlare le caratteristiche sensoriali con la presenza di specifici composti volatili. L'uso di un pannello umano fornisce una valutazione soggettiva che è consigliabile per comprendere l'impatto sensoriale dei composti volatili sul consumatore. Analisi della Spettroscopia Infrarossa (FTIR): L'FTIR viene utilizzata per identificare i gruppi funzionali presenti nei composti volatili, fornendo informazioni sulla natura chimica degli odori nel PLA. L'analisi FTIR è particolarmente utile per monitorare la presenza di gruppi funzionali correlati alla degradazione del PLA e per verificare l'efficacia dei trattamenti di riciclo. L'uso della FTIR permette anche di monitorare i cambiamenti nella struttura chimica del PLA durante i vari stadi del riciclo. Strategie per la Riduzione degli Odori nel PLA Riciclato Per migliorare la qualità del PLA riciclato e ridurre la presenza di odori indesiderati, sono state sviluppate diverse strategie di trattamento: Lavaggio e Deodorazione: Il lavaggio del PLA con solventi specifici o soluzioni alcaline è una delle tecniche più efficaci per rimuovere i residui di additivi e contaminanti. Il trattamento con aria calda o vapore può essere utilizzato per ridurre ulteriormente la concentrazione di composti volatili. Il lavaggio può includere l'uso di tensioattivi per solubilizzare e rimuovere sostanze organiche responsabili degli odori. In alcuni casi, vengono utilizzati solventi organici per rimuovere in modo più efficace gli odori persistenti, garantendo un materiale finale più pulito e adatto al contatto alimentare. Uso di Adsorbenti: Materiali come il carbone attivo e il biochar sono stati utilizzati come adsorbenti per rimuovere i composti volatili dal PLA riciclato. Questi materiali hanno una grande superficie specifica che permette di assorbire gli odori, migliorando la qualità del prodotto finale. Recentemente, sono stati studiati anche nuovi materiali come le zeoliti e i materiali a base di grafene, che offrono una capacità di adsorbimento migliorata grazie alla loro struttura porosa e alle loro proprietà chimiche uniche. L'uso di adsorbenti avanzati potrebbe essere una soluzione promettente per ridurre gli odori senza influire negativamente sulle proprietà meccaniche del materiale. Modificazione del Processo di Riciclo: L'ottimizzazione dei parametri di processo, come la temperatura di estrusione e il tempo di permanenza, può ridurre la degradazione del PLA e, di conseguenza, la formazione di composti volatili. L'utilizzo di condizioni di lavorazione più miti aiuta a preservare la struttura del polimero e a limitare la formazione di sostanze indesiderate. In particolare, l'estrusione in condizioni di vuoto può aiutare a ridurre la presenza di composti volatili eliminando i gas generati durante il processo di fusione. Inoltre, l'utilizzo di tecnologie come il raffreddamento rapido può contribuire a minimizzare la degradazione termica. Trattamenti Biologici: Alcuni studi hanno esplorato l'uso di trattamenti biologici, come l'impiego di enzimi specifici che possono degradare o trasformare i composti volatili. Questi trattamenti rappresentano un'alternativa sostenibile ai trattamenti chimici, riducendo l'impatto ambientale del processo di riciclo e migliorando la qualità olfattiva del PLA. Gli enzimi, in particolare, possono essere selettivi per certi gruppi funzionali, rendendo possibile la rimozione mirata dei composti responsabili degli odori senza alterare le proprietà del polimero. Conclusioni L'uso del PLA riciclato per applicazioni di packaging alimentare presenta diverse problematiche legate alla presenza di composti volatili e odori indesiderati. Tuttavia, attraverso l'impiego di tecniche avanzate di analisi e strategie di trattamento efficaci, è possibile migliorare la qualità del PLA riciclato e garantirne la sicurezza per il contatto con alimenti. La combinazione di metodi fisici, chimici e biologici per la rimozione degli odori offre promettenti soluzioni per affrontare queste problematiche e contribuire a una maggiore sostenibilità nella filiera degli imballaggi. La continua ricerca su nuove tecnologie di trattamento e sulla comprensione delle dinamiche di formazione degli odori è cruciale per aumentare l'utilizzo di materiali riciclati nell'industria degli imballaggi, contribuendo significativamente alla riduzione dell'impatto ambientale dei materiali plastici. Inoltre, la collaborazione tra industria, enti di ricerca e organi normativi sarà essenziale per sviluppare soluzioni innovative e garantire che il PLA riciclato soddisfi gli standard di qualità e sicurezza necessari per le applicazioni alimentari. In questo contesto, l'adozione di una mentalità orientata all'economia circolare diventa fondamentale per promuovere la sostenibilità e ridurre la dipendenza dai materiali vergini, contribuendo così a un futuro più verde e sostenibile.© Riproduzione Vietata
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La creazione di microplastiche aprendo una bottiglia. dove vanno a finire?Microplastiche generate dall’apertura degli imballaggi alimentari: cosa dice la scienza nel 2026 e perché questo fenomeno riguarda la nostra vita quotidiana Autore: Marco Arezio Data di pubblicazione originale: Marzo 2020Ultimo aggiornamento scientifico: Marzo 2026Categoria: Plastica – Microplastiche – Economia circolare – Sicurezza alimentare Un gesto quotidiano che la ricerca scientifica ha iniziato a osservare da vicino Aprire una bottiglia d’acqua, svitare il tappo di una bibita, strappare la confezione di un pacco di biscotti o tagliare una busta di plastica che contiene alimenti sono gesti talmente abituali da risultare invisibili alla nostra attenzione. Ogni giorno compiamo queste operazioni decine di volte senza interrogarci su ciò che accade realmente nel momento in cui il materiale plastico viene sottoposto a una piccola sollecitazione meccanica. Negli ultimi anni la comunità scientifica ha iniziato a guardare con maggiore attenzione proprio a questi momenti apparentemente insignificanti. La domanda che alcuni ricercatori si sono posti è semplice ma al tempo stesso sorprendente: quando apriamo un imballaggio plastico si generano microplastiche? E se la risposta è sì, dove finiscono queste particelle? Già alcuni studi pubblicati intorno al 2020 avevano suggerito che l’apertura di una confezione alimentare potesse produrre minuscoli frammenti plastici. Da allora la ricerca scientifica si è evoluta rapidamente. Tra il 2021 e il 2025 numerosi gruppi di ricerca in Europa, Asia e Nord America hanno approfondito questo fenomeno utilizzando tecnologie analitiche sempre più sofisticate. Oggi sappiamo che le microplastiche non derivano soltanto dalla degradazione ambientale dei rifiuti plastici, come spesso si immagina, ma possono essere prodotte anche da processi meccanici estremamente comuni, come l’attrito tra superfici polimeriche durante l’apertura di un imballaggio. Questo non significa che ogni bottiglia rappresenti un pericolo immediato per la salute umana, ma dimostra quanto il tema delle microplastiche sia più complesso di quanto si pensasse fino a pochi anni fa. Microplastiche e nanoplastiche: una presenza ormai globale Prima di comprendere cosa accade durante l’apertura di una bottiglia o di una confezione alimentare, è necessario chiarire cosa si intende esattamente con il termine microplastiche. Con questa espressione si indicano generalmente frammenti plastici con dimensioni inferiori ai cinque millimetri. Quando le dimensioni scendono ulteriormente, fino alla scala nanometrica, si parla invece di nanoplastiche, particelle così piccole da poter interagire con strutture biologiche estremamente fini. Negli ultimi anni queste particelle sono state identificate praticamente ovunque. Le ricerche scientifiche hanno documentato la presenza di microplastiche negli oceani, nei sedimenti marini, nei laghi, nei fiumi e perfino nelle regioni polari. Tuttavia la loro diffusione non riguarda soltanto gli ecosistemi naturali. Studi pubblicati negli ultimi anni hanno individuato microplastiche anche nell’aria che respiriamo, nell’acqua potabile e in diversi alimenti. Alcune ricerche hanno persino dimostrato la presenza di queste particelle nel sangue umano e nella placenta, segno che l’esposizione è ormai diffusa su scala globale. Questo non implica automaticamente un rischio sanitario grave, perché la tossicologia delle microplastiche è ancora oggetto di studio. Tuttavia dimostra che le particelle plastiche possono entrare nei sistemi biologici, aprendo nuovi interrogativi scientifici. Cosa accade realmente quando apriamo una bottiglia Per comprendere il fenomeno della generazione di microplastiche durante l’apertura degli imballaggi, alcuni gruppi di ricerca hanno deciso di osservare nel dettaglio le interazioni meccaniche tra i diversi materiali plastici utilizzati nel packaging alimentare. Uno degli esempi più comuni riguarda le bottiglie per bevande. In queste confezioni il corpo della bottiglia è generalmente realizzato in PET (polietilene tereftalato), mentre il tappo è spesso prodotto in polietilene ad alta densità (HDPE) o in altre varianti di polietilene. Quando si svita il tappo, le filettature dei due materiali entrano in contatto e scorrono l’una sull’altra. Questo movimento produce attrito e, in alcuni casi, microabrasioni delle superfici polimeriche. Le ricerche hanno dimostrato che durante questo processo possono staccarsi minuscoli frammenti plastici invisibili a occhio nudo. Alcuni di questi frammenti possono cadere direttamente nella bevanda nel momento in cui la bottiglia viene aperta. Situazioni simili possono verificarsi anche quando si aprono altri tipi di imballaggi alimentari. Tagliare una confezione con un coltello, utilizzare una forbice o strappare manualmente una busta plastica può generare una frammentazione microscopica del materiale. Il fenomeno è in gran parte legato alla struttura dei polimeri. I materiali plastici, pur essendo resistenti e flessibili, possono produrre microframmenti quando vengono sottoposti a stress meccanici localizzati.Come gli scienziati hanno misurato questo fenomeno Per studiare questi processi in modo scientificamente rigoroso, i ricercatori hanno utilizzato tecniche analitiche molto avanzate. Gli imballaggi sono stati pesati prima e dopo l’apertura con microbilance estremamente sensibili, capaci di rilevare variazioni di massa minime. Successivamente le superfici dei materiali sono state osservate con microscopia elettronica a scansione, una tecnologia che consente di analizzare strutture microscopiche con un livello di dettaglio impossibile da ottenere con strumenti ottici tradizionali. Le analisi hanno evidenziato che l’apertura di una confezione può generare quantità di particelle plastiche dell’ordine di 10–30 nanogrammi. Si tratta di quantità estremamente piccole, ma sufficienti per dimostrare che il fenomeno esiste realmente. La quantità di frammenti dipende molto dal tipo di apertura. Se una confezione viene aperta con una forbice o con un taglio preciso, la produzione di particelle tende a essere più limitata. Al contrario, quando il materiale viene strappato manualmente o tagliato con strumenti più aggressivi, la frammentazione può aumentare.Anche il tipo di polimero utilizzato, lo spessore dell’imballaggio e la presenza di multistrati possono influenzare il fenomeno.Dove finiscono le microplastiche generate Una volta prodotte, queste minuscole particelle possono seguire percorsi diversi. Nel caso delle bottiglie, alcune possono cadere direttamente nella bevanda. Nel caso delle confezioni alimentari, invece, i frammenti possono depositarsi sull’alimento o disperdersi nell’aria circostante. Le quantità coinvolte sono molto piccole e non rappresentano necessariamente una fonte primaria di esposizione. Tuttavia la ricerca scientifica sottolinea un elemento importante: l’esposizione umana alle microplastiche non dipende da una singola fonte, ma dalla somma di numerosi contributi quotidiani. Le microplastiche possono infatti entrare nel nostro organismo attraverso molte vie diverse. Possono essere presenti nell’acqua che beviamo, nei pesci che consumiamo, nel sale marino, nelle polveri domestiche e persino nelle fibre sintetiche dei tessuti. L’apertura degli imballaggi rappresenta quindi una piccola parte di un fenomeno molto più ampio. Cosa sappiamo oggi sugli effetti biologici Negli ultimi cinque anni la ricerca sulle microplastiche ha fatto progressi significativi, ma molte domande restano ancora aperte. Alcuni studi condotti su organismi acquatici hanno dimostrato che particelle molto piccole possono attraversare le membrane cellulari e accumularsi nei tessuti. In alcuni pesci, ad esempio, l’esposizione a nanoplastiche è stata associata a alterazioni neurologiche o comportamentali. Quando si passa all’uomo, tuttavia, le evidenze sono ancora limitate. Organizzazioni scientifiche internazionali come l’Organizzazione Mondiale della Sanità e l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare sottolineano che non esistono ancora prove definitive di effetti tossicologici diretti. Il problema principale riguarda la dimensione delle particelle. Le nanoplastiche, essendo estremamente piccole, potrebbero teoricamente attraversare alcune barriere biologiche e interagire con sistemi cellulari. Ma comprendere esattamente cosa accade richiede ancora anni di ricerca. Plastica, imballaggi e sicurezza alimentare Quando si parla di microplastiche è importante non perdere di vista un aspetto fondamentale. Gli imballaggi plastici svolgono un ruolo cruciale nella sicurezza alimentare e nella riduzione degli sprechi. Molti alimenti moderni possono essere conservati più a lungo proprio grazie alle proprietà barriera dei materiali plastici. Senza questi imballaggi, il deterioramento degli alimenti sarebbe molto più rapido e le perdite lungo la filiera alimentare aumenterebbero significativamente. Secondo diverse analisi internazionali, circa un terzo del cibo prodotto nel mondo viene sprecato. Gli imballaggi contribuiscono in modo importante a limitare questo problema, migliorando la conservazione e la logistica dei prodotti alimentari. Per questo motivo la questione delle microplastiche non può essere affrontata in modo semplicistico contrapponendo plastica e ambiente. La sfida reale consiste nel migliorare la progettazione dei materiali e la gestione dei rifiuti, evitando la dispersione delle plastiche nell’ambiente. Economia circolare e futuro degli imballaggi Negli ultimi anni l’Unione Europea ha introdotto numerose politiche per ridurre l’impatto ambientale delle plastiche. Il piano d’azione per l’economia circolare, insieme alle direttive sugli imballaggi e sulle plastiche monouso, punta a migliorare la riciclabilità dei materiali e a ridurre la dispersione dei rifiuti. Anche l’industria del packaging sta evolvendo rapidamente. Nuovi design degli imballaggi, tappi solidali alle bottiglie e materiali più resistenti sono stati sviluppati per migliorare le prestazioni ambientali dei prodotti. Parallelamente cresce l’attenzione verso la progettazione di imballaggi pensati fin dall’origine per il riciclo, riducendo la complessità dei materiali e favorendo il recupero delle materie prime seconde. Una conclusione che invita alla responsabilitàLe ricerche scientifiche dimostrano che microplastiche e nanoplastiche possono essere generate anche durante l’apertura degli imballaggi. Tuttavia le quantità coinvolte sono molto piccole e rappresentano soltanto una delle molte possibili fonti di esposizione.Il vero problema ambientale della plastica non risiede nel materiale in sé, ma nel modo in cui l’umanità lo utilizza e lo gestisce. Quando i rifiuti plastici vengono dispersi nell’ambiente, possono frammentarsi nel tempo generando microplastiche che entrano negli ecosistemi e nella catena alimentare. La soluzione non consiste quindi nel demonizzare la plastica, ma nel costruire sistemi industriali e sociali capaci di gestirla in modo responsabile. In altre parole, non è la plastica il nemico dell’uomo. Il vero problema è l’incapacità di governarne correttamente il ciclo di vita. L’economia circolare rappresenta oggi lo strumento più concreto per affrontare questa sfida, trasformando un materiale straordinariamente utile in una risorsa che può essere utilizzata più volte senza diventare un rifiuto permanente. Fonti scientifiche World Health Organization – Microplastics in Drinking Water European Food Safety Authority – Microplastics and Nanoplastics in Food United Nations Environment Programme – Global Plastic Pollution Assessment Nature Reviews Materials – Microplastics and Human Health Science of the Total Environment – Human exposure to microplastics University of Newcastle – Research on microplastic pollution Chinese Academy of Sciences – Studies on microplastic generation in packaging
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Il ruolo del vetro riciclato nell’edilizia sostenibile: applicazioni e casi studioDalla riduzione dei rifiuti al miglioramento delle prestazioni energetiche: il vetro riciclato come materiale chiave per l’architettura del futurodi Marco ArezioNell’immaginario comune, il vetro è un materiale fragile, trasparente, quasi effimero. Eppure, nel mondo dell’edilizia sostenibile, esso sta assumendo una consistenza nuova: quella di risorsa strategica, capace di incarnare i principi dell’economia circolare e di trasformare gli scarti in elementi costruttivi di valore. Non si tratta più soltanto di bottiglie, finestre o lastre che trovano un secondo impiego, ma di un materiale che, attraverso la filiera del riciclo, diventa protagonista di progetti architettonici innovativi e funzionali. Il vetro riciclato non è un sostituto minore, un materiale “povero” destinato a finiture marginali: al contrario, esso si rivela una risorsa ad alte prestazioni, capace di migliorare la qualità estetica e tecnica delle costruzioni. La sua introduzione in edilizia è oggi parte integrante delle strategie di sostenibilità delle imprese e delle normative europee, che spingono verso la riduzione dell’impatto ambientale e l’efficienza energetica. Il potenziale circolare del vetro La peculiarità del vetro è quella di poter essere riciclato potenzialmente all’infinito, senza perdere le sue caratteristiche chimiche e meccaniche. Ogni frammento di vetro recuperato, il cosiddetto cullet, diventa materia prima seconda che riduce il fabbisogno di sabbia silicea, soda e calcare. Ciò comporta due vantaggi immediati: la diminuzione dei rifiuti destinati alle discariche e la riduzione dell’energia necessaria per la fusione, poiché il vetro riciclato fonde a temperature più basse rispetto alle materie prime vergini. L’integrazione del vetro riciclato nei processi produttivi edilizi è quindi un esempio concreto di economia circolare, in cui gli scarti urbani o industriali rientrano in un ciclo virtuoso, trasformandosi in nuove opportunità progettuali. Questo aspetto si allinea con i protocolli internazionali di sostenibilità, dal LEED al BREEAM, che premiano l’uso di materiali riciclati e a basso impatto. Applicazioni nell’edilizia: oltre la trasparenza Il primo pensiero va ai vetri da finestra, ma il riciclo in edilizia è molto più ampio e articolato. I granuli di vetro, una volta trattati, possono essere utilizzati in diversi ambiti: Calcestruzzo alleggerito: l’uso di vetro riciclato come aggregato parziale sostituisce ghiaia o sabbia, migliorando isolamento termico e acustico. In particolare, il vetro macinato fine riduce la densità del calcestruzzo, offrendo soluzioni leggere e performanti per pannelli prefabbricati e pavimentazioni. Isolanti termici: attraverso la schiumatura del vetro riciclato si ottiene un materiale leggero, poroso e con ottime proprietà isolanti, utilizzato in pannelli e blocchi da costruzione. Questo “vetro cellulare” è in grado di coniugare leggerezza e resistenza alla compressione, offrendo un’alternativa ecologica ai materiali tradizionali. Rivestimenti e pavimentazioni: le piastrelle in vetro riciclato, disponibili in numerose colorazioni e texture, combinano estetica e durabilità. La loro capacità di riflettere la luce contribuisce anche a migliorare la luminosità degli ambienti. Aggregati decorativi: utilizzati nei calcestruzzi architettonici o nei terrazzi alla veneziana, i frammenti di vetro riciclato aggiungono un valore estetico unico, dando vita a superfici che raccontano una storia di recupero e innovazione. Ogni applicazione dimostra come il vetro, lungi dall’essere confinato alla sua funzione tradizionale, possa trasformarsi in elemento portante e versatile dell’edilizia sostenibile. Energia, risorse e riduzione delle emissioni L’impiego di vetro riciclato in edilizia non riguarda solo il lato estetico o tecnico, ma si traduce in un concreto risparmio energetico e ambientale. Per ogni 10% di vetro riciclato utilizzato nella fusione, si riduce del 2-3% il consumo energetico del processo e si abbassa proporzionalmente l’emissione di CO₂. Se si considera che il settore delle costruzioni è responsabile di circa il 40% delle emissioni globali di gas serra, appare evidente l’impatto positivo che il riciclo del vetro può avere su scala globale. Ridurre il fabbisogno di materie prime vergini significa anche preservare ecosistemi fragili, limitare l’estrazione di sabbia – una risorsa sempre più scarsa – e minimizzare i costi complessivi di approvvigionamento. Casi studio: quando il vetro riciclato diventa architettura Il riciclo del vetro in edilizia non è più soltanto un concetto astratto, ma una realtà concreta che trova applicazioni in cantieri, progetti di riqualificazione e nuove costruzioni. Alcuni casi recenti, provenienti da diversi Paesi europei, testimoniano come il vetro riciclato possa tradursi in soluzioni pratiche e competitive. 1. Il quartiere residenziale sostenibile di Milano A Milano, nell’ambito di un progetto di housing sociale a basso impatto ambientale, è stato sperimentato l’impiego di calcestruzzo con aggregati di vetro riciclato per le pavimentazioni interne ed esterne. Il materiale è stato prodotto sostituendo circa il 20% della sabbia tradizionale con granuli di vetro recuperati da bottiglie post-consumo. Il risultato è stato duplice: da un lato un calcestruzzo alleggerito, più facile da posare e con un coefficiente di isolamento termico superiore del 15% rispetto ai mix convenzionali; dall’altro, un effetto estetico sorprendente, grazie alla riflessione della luce naturale sulle superfici. Le pavimentazioni delle aree comuni, come atri e corridoi, presentano così una texture unica, capace di combinare durabilità e design. 2. Una scuola a Friburgo (Germania) con pannelli in vetro cellulare La città di Friburgo, già nota per il suo impegno nella sostenibilità, ha adottato blocchi di vetro cellulare riciclato per l’isolamento termico di una nuova scuola elementare. Il materiale, derivato da vetro frantumato e successivamente schiumato a temperature controllate, è stato utilizzato come strato isolante nelle pareti e nelle coperture. I pannelli hanno garantito un’elevata resistenza alla compressione (oltre 0,7 MPa), una bassissima conducibilità termica (0,08 W/mK) e un comportamento al fuoco in classe A1, cioè completamente incombustibile. In termini ambientali, si stima che l’impiego di vetro cellulare abbia ridotto le emissioni di CO₂ del cantiere di oltre 200 tonnellate rispetto a soluzioni tradizionali a base di polistirene espanso. 3. La sede di un’azienda di design a Copenaghen In Danimarca, un’azienda del settore design ha voluto trasformare la propria nuova sede in un manifesto di sostenibilità. Il progetto architettonico ha previsto l’uso esteso di piastrelle e rivestimenti interni in vetro riciclato, ottenuti da lastre post-industriali e bottiglie colorate. Ogni ambiente presenta pareti rivestite da superfici semitrasparenti che giocano con la luce naturale, creando atmosfere cangianti durante il giorno. Dal punto di vista tecnico, le piastrelle hanno dimostrato una durezza superficiale superiore ai materiali ceramici standard e una resistenza agli agenti chimici che le rende ideali per ambienti ad alto traffico. Commercialmente, il progetto ha avuto anche un ritorno di immagine: l’azienda ha registrato un incremento di oltre il 30% nella percezione positiva da parte dei clienti, grazie all’uso evidente di materiali riciclati. 4. Infrastrutture stradali in Spagna Un’applicazione meno nota ma molto significativa riguarda la realizzazione di massicciate e sottofondi stradali con vetro riciclato in Spagna, nella regione della Catalogna. I frammenti di vetro, accuratamente selezionati e trattati, sono stati utilizzati come sostituti della ghiaia. Questa soluzione ha permesso di ridurre i costi di approvvigionamento di materiale vergine, migliorare il drenaggio delle superfici e dare nuova vita a oltre 15.000 tonnellate di vetro altrimenti destinate alla discarica. I test su tratti pilota hanno dimostrato che le prestazioni meccaniche del sottofondo erano paragonabili a quelle dei materiali tradizionali, con un costo complessivo inferiore del 12%. 5. Progetti residenziali negli Stati Uniti Anche oltreoceano, in California, alcune aziende hanno sperimentato la produzione di superfici decorative e top per cucine con granuli di vetro riciclato inglobati in una matrice resinosa o cementizia. Questi materiali hanno sostituito il marmo e il granito in diverse residenze di fascia medio-alta, con risultati apprezzabili: i piani sono resistenti, durevoli, più economici e, soprattutto, comunicano chiaramente il valore ecologico del recupero. Il successo commerciale è stato notevole: aziende specializzate in questo segmento hanno triplicato la loro quota di mercato in pochi anni, dimostrando che il binomio sostenibilità–design può trasformarsi in un business competitivo. Opportunità per il mercato e prospettive future Dal punto di vista commerciale, il vetro riciclato rappresenta una filiera in crescita. Le imprese che scelgono di integrarlo nei loro prodotti ottengono vantaggi competitivi, grazie alla possibilità di comunicare un impegno concreto verso la sostenibilità. In un contesto in cui i clienti finali – dai privati agli enti pubblici – sono sempre più attenti all’impatto ambientale delle costruzioni, il vetro riciclato diventa un elemento di differenziazione. Inoltre, la crescente attenzione legislativa, con incentivi e normative che premiano l’uso di materiali riciclati, sta spingendo il settore verso un’adozione sempre più diffusa. La sfida sarà legata alla standardizzazione e certificazione dei materiali, per garantire sicurezza, prestazioni e affidabilità. Il futuro dell’edilizia sostenibile non potrà prescindere dall’integrazione di filiere come quella del vetro. La possibilità di trasformare un rifiuto comune in un elemento architettonico di valore rappresenta non solo un’opportunità tecnica, ma anche un messaggio culturale: costruire in armonia con il ciclo naturale delle risorse. Conclusione Il vetro riciclato non è più soltanto un’opzione “verde”, ma una vera e propria risorsa strategica. La sua capacità di coniugare bellezza, prestazioni e sostenibilità lo rende un materiale simbolo dell’edilizia del futuro. In ogni granulo di vetro recuperato si riflette non solo la luce, ma anche una visione: quella di un mondo in cui costruire significa rispettare, innovare e rigenerare.© Riproduzione Vietata
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Le Bombole di Acetilene: Struttura, Funzionamento e Riciclo SostenibileAnalisi tecnica e ambientale delle bombole di acetilene: composizione, principi di sicurezza, impieghi industriali e strategie di riciclodi Marco ArezioL’acetilene (C₂H₂) è un gas altamente infiammabile, instabile allo stato puro e utilizzato in numerosi processi industriali, soprattutto nella saldatura e nel taglio dei metalli. Per le sue caratteristiche chimiche peculiari, non può essere conservato come un gas compresso tradizionale: necessita di bombole specificamente progettate, che rappresentano un capolavoro di ingegneria dei materiali e di sicurezza industriale. L’obiettivo di questo articolo è descrivere come sono costruite le bombole di acetilene, a cosa servono, e soprattutto come vengono riciclate, inserendo l’analisi nel contesto più ampio dell’economia circolare dei gas tecnici. Cos’è l’acetilene e perché richiede bombole speciali L’acetilene è un idrocarburo insaturo appartenente alla famiglia degli alchini, caratterizzato da un triplo legame carbonio-carbonio. È un gas incolore, leggermente più leggero dell’aria e dall’odore pungente. La sua particolarità risiede nell’elevato potere calorifico e nella fiamma estremamente calda (fino a 3.200 °C in combinazione con ossigeno), che lo rende ideale per la saldatura ossiacetilenica. Tuttavia, questa elevata energia interna rende l’acetilene intrinsecamente instabile: se compresso a pressioni superiori a 2 bar, può decomporsi spontaneamente con violenza. È per questo che non può essere immagazzinato come gli altri gas tecnici, ma richiede bombole appositamente progettate per garantirne la stabilità e la sicurezza d’uso. Struttura interna e materiali costruttivi delle bombole di acetilene Le bombole di acetilene non sono semplici contenitori metallici pressurizzati. All’interno ospitano una massa porosa impregnata di un solvente organico, solitamente acetone o dimetilformammide (DMF), che serve per disciogliere e stabilizzare il gas. La massa porosa ha una funzione fondamentale: impedisce la formazione di sacche di gas libero e distribuisce uniformemente il solvente, riducendo il rischio di decomposizione esplosiva. Essa è composta da materiali inerti e refrattari, come diatomite, silice, calcare, cemento poroso, amianto sostituito da fibre minerali o strutture a base di carbonato di calcio espanso. Il guscio esterno è invece realizzato in acciaio legato ad alta resistenza, capace di sopportare le variazioni termiche e meccaniche derivanti dall’uso industriale. L’interno è progettato per essere totalmente saturo del solvente, in modo che l’acetilene non si trovi mai allo stato puro, ma sempre disciolto. Il principio di funzionamento e la stabilizzazione del gas All’interno della bombola, il gas acetilene viene dissolto nel solvente a una pressione di esercizio di circa 15 bar. Quando la valvola viene aperta, il gas si libera gradualmente, passando dallo stato disciolto a quello gassoso in modo controllato. Il sistema è concepito per prevenire l’autodecomposizione dell’acetilene, che può essere innescata da urti, calore o compressione eccessiva. Per questo motivo, le bombole includono valvole di sicurezza, dispositivi antiritorno di fiamma e un controllo costante della pressione interna. La temperatura di stoccaggio deve essere mantenuta inferiore a 40 °C, poiché il calore accelera la liberazione del gas dal solvente e potrebbe portare a instabilità. Ogni bombola è dotata di una targhetta identificativa che ne certifica la capacità, il numero di serie, il tipo di solvente e la data di collaudo. Impieghi industriali e applicazioni dell’acetilene L’acetilene trova impiego in numerosi settori industriali grazie al suo potere termico e alla capacità di generare una fiamma controllabile e molto concentrata. È utilizzato principalmente per: - Saldatura e taglio ossiacetilenico di acciai e leghe - Trattamenti termici superficiali, come la carburazione - Produzione di composti organici, come l’acrilonitrile e il cloruro di vinile - Laboratori di ricerca e processi di deposizione chimica (CVD) La sua versatilità ne fa uno dei gas tecnici più diffusi, ma anche uno dei più regolamentati per motivi di sicurezza. Normative di sicurezza e manutenzione periodica delle bombole Le bombole di acetilene sono soggette a severe normative internazionali come la ISO 3807 e la Direttiva Europea 2010/35/UE (TPED), che ne regolano costruzione, test, marcatura e manutenzione. Ogni bombola deve essere collaudata con prove idrauliche e di tenuta ogni 10 anni, e mantenuta in ambienti ventilati e lontani da fonti di calore. Le aziende produttrici e distributrici devono garantire la tracciabilità completa del contenitore e del gas, in conformità ai regolamenti sul trasporto di merci pericolose (ADR). Il riempimento può essere effettuato solo da operatori certificati, in impianti approvati che verificano l’integrità della massa porosa e la saturazione del solvente. Fine vita e gestione del rifiuto pressurizzato Quando una bombola di acetilene raggiunge la fine della sua vita utile, non può essere semplicemente smaltita come un rottame metallico. Deve prima essere depressurizzata, degasata e bonificata in centri specializzati. Il processo inizia con l’apertura controllata e il rilascio sicuro del gas residuo, seguito da un periodo di aerazione per rimuovere solventi e vapori. Successivamente, la massa porosa interna viene estratta, triturata e trattata per separare i componenti minerali e organici. Solo a quel punto il corpo metallico può essere avviato alla fonderia per il riciclo dell’acciaio. Processi di riciclo dei materiali metallici e della massa porosa Il riciclo delle bombole di acetilene rappresenta un’eccellenza tecnologica nel recupero dei materiali. L’acciaio esterno, dopo la bonifica, viene reimmesso nel ciclo siderurgico, riducendo l’uso di minerale vergine. La massa porosa, se composta da materiali minerali naturali, può essere utilizzata come inerte nei cementifici o nei materiali da costruzione leggeri. In alcuni casi, la rigenerazione del materiale interno consente di ricostruire nuove bombole, chiudendo completamente il ciclo del prodotto. Il ruolo del riciclo nella filiera dell’acetilene e nella transizione ecologica Il recupero delle bombole di acetilene non è solo un obbligo normativo ma un tassello essenziale della transizione ecologica dell’industria dei gas tecnici. La possibilità di reimpiegare acciaio e materiali inerti riduce significativamente l’impatto ambientale e i costi di produzione. Le aziende del settore stanno investendo in sistemi digitali di tracciabilità basati su RFID e blockchain per monitorare la vita utile delle bombole e ottimizzare i cicli di manutenzione e riciclo. In un’ottica di economia circolare, la bombola di acetilene diventa così un prodotto durevole, riparabile e completamente riciclabile, simbolo di una filiera industriale che evolve verso la sostenibilità. In sintesi, le bombole di acetilene rappresentano un esempio perfetto di come tecnologia, sicurezza e sostenibilità possano coesistere in un prodotto industriale complesso. Dalla loro progettazione alla gestione del fine vita, esse incarnano i principi dell’economia circolare applicata ai gas tecnici, contribuendo a rendere più sostenibile uno dei settori fondamentali per la produzione e la manutenzione industriale moderna.© Riproduzione Vietata
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L’Innovazione della Carta Riciclata: Soluzioni Sostenibili per i Prodotti di Uso QuotidianoDalle applicazioni innovative ai vantaggi ambientali: come la carta riciclata sta trasformando il mercato e migliorando la vita di tutti i giornidi Marco ArezioL'uso della carta riciclata ha trovato applicazioni sempre più innovative negli ultimi anni, grazie ai progressi tecnologici e alla crescente consapevolezza ambientale. Tradizionalmente, la carta riciclata veniva utilizzata principalmente per produrre nuovi fogli di carta o cartone per l'imballaggio. Tuttavia, oggi le sue applicazioni si sono notevolmente espanse, abbracciando settori diversi e offrendo soluzioni ecologiche per una vasta gamma di prodotti. EdiliziaUna delle applicazioni più sorprendenti della carta riciclata è nel settore edilizio. Pannelli isolanti e materiali di costruzione a base di carta riciclata offrono alternative sostenibili e altamente efficaci. Questi materiali non solo riducono la dipendenza dalle risorse tradizionali, ma offrono anche eccellenti proprietà isolanti. Design e arredamento La carta riciclata viene utilizzata per creare mobili e oggetti di design unici. Designer innovativi trasformano questo materiale in pezzi di arredamento che combinano estetica e sostenibilità. Sedie, tavoli e lampade realizzati con carta riciclata stanno guadagnando popolarità tra i consumatori attenti all'ambiente. ModaAnche l'industria della moda ha abbracciato l'uso della carta riciclata. Tessuti a base di fibra di carta vengono utilizzati per creare abiti e accessori ecologici. Questi tessuti, pur essendo leggeri e traspiranti, offrono durabilità e comfort comparabili ai materiali tradizionali. PackagingL'innovazione nel packaging è un altro campo in cui la carta riciclata sta facendo la differenza. Oltre ai classici imballaggi di cartone, oggi si producono confezioni alimentari, sacchetti e persino bottiglie utilizzando carta riciclata. Questi imballaggi non solo riducono l'uso della plastica, ma sono anche completamente biodegradabili. Esempi di prodotti quotidiani realizzati con carta riciclata Il mercato dei prodotti realizzati con carta riciclata è in continua espansione, e sempre più articoli di uso quotidiano vengono prodotti utilizzando questo materiale sostenibile. Ecco alcuni esempi di come la carta riciclata viene integrata nei prodotti che usiamo ogni giorno: Quaderni e taccuini: Molti produttori di articoli di cancelleria offrono quaderni e taccuini realizzati interamente con carta riciclata. Questi prodotti non solo conservano la qualità della carta tradizionale, ma spesso includono design accattivanti e funzionalità aggiuntive. Carta igienica e asciugamani di carta: Uno degli utilizzi più diffusi della carta riciclata è nella produzione di carta igienica e asciugamani di carta. Questi prodotti offrono la stessa morbidezza e assorbenza delle loro controparti tradizionali, ma con un impatto ambientale notevolmente ridotto. Buste e sacchetti: I sacchetti di carta riciclata sono una scelta comune nei supermercati e nei negozi al dettaglio. Oltre a ridurre la plastica monouso, questi sacchetti sono robusti e possono essere riutilizzati più volte. Prodotti di cartoleria: Biglietti di auguri, calendari e agende sono sempre più spesso realizzati con carta riciclata. Questi prodotti non solo sono ecologici, ma spesso presentano design creativi e innovativi. Case study di aziende che utilizzano carta riciclata nei loro prodotti Diverse aziende hanno adottato l'uso della carta riciclata nei loro processi produttivi, dimostrando come la sostenibilità possa andare di pari passo con l'innovazione e la qualità. Ecco alcuni esempi di aziende che hanno fatto del riciclo della carta un pilastro della loro filosofia aziendale: MoleskineQuesto noto produttore di taccuini ha introdotto una linea di prodotti realizzati con carta riciclata, mantenendo la stessa attenzione alla qualità e al design che caratterizza i loro prodotti tradizionali. La scelta di utilizzare carta riciclata ha permesso a Moleskine di ridurre significativamente il proprio impatto ambientale. IKEAIl gigante dell'arredamento ha sviluppato una serie di mobili e accessori utilizzando carta riciclata. Ad esempio, la serie di scaffali e contenitori KALLAX include prodotti realizzati in parte con questo materiale, dimostrando come l'innovazione sostenibile possa essere integrata nei prodotti di massa. Seventh GenerationQuesta azienda, specializzata in prodotti per la pulizia della casa e la cura personale, utilizza carta riciclata per i suoi rotoli di carta igienica e asciugamani di carta. La missione di Seventh Generation è quella di promuovere uno stile di vita più sostenibile, e l'uso di carta riciclata è un elemento chiave della loro strategia. EpsonNel settore tecnologico, Epson ha sviluppato una gamma di carta per stampanti realizzata con materiali riciclati. Questa iniziativa non solo riduce il consumo di risorse, ma incoraggia anche i clienti a scegliere soluzioni di stampa più ecologiche. Vantaggi per i consumatori e per l’ambiente L'uso della carta riciclata offre numerosi vantaggi sia per i consumatori che per l'ambiente. Questi benefici contribuiscono a promuovere pratiche di consumo più responsabili e a ridurre l'impatto ecologico della produzione di carta. Riduzione dei rifiuti: Il riciclo della carta aiuta a ridurre la quantità di rifiuti che finiscono in discarica. Questo processo consente di recuperare materiali che altrimenti verrebbero sprecati, trasformandoli in nuovi prodotti utili. Risparmio di risorse naturali: La produzione di carta riciclata richiede meno risorse naturali rispetto alla produzione di carta vergine. Questo significa un minore consumo di legno, acqua ed energia, contribuendo a preservare le foreste e a ridurre l'impatto ambientale complessivo. Riduzione delle emissioni di gas serra: Il processo di riciclo della carta produce meno emissioni di gas serra rispetto alla produzione di carta da materie prime vergini. Questo contribuisce a combattere il cambiamento climatico e a migliorare la qualità dell'aria. Benefici economici: I prodotti realizzati con carta riciclata spesso costano meno rispetto a quelli prodotti con carta vergine. Questo può tradursi in risparmi per i consumatori, senza compromettere la qualità dei prodotti acquistati. Consapevolezza ambientale: L'acquisto di prodotti realizzati con carta riciclata contribuisce a sensibilizzare i consumatori sull'importanza del riciclo e della sostenibilità. Questa consapevolezza può incoraggiare comportamenti di consumo più responsabili e sostenibili. In conclusione, l'impiego della carta riciclata nei prodotti di uso quotidiano rappresenta un passo significativo verso un futuro più sostenibile. Le innovazioni nel riciclo della carta, i numerosi esempi di prodotti realizzati con questo materiale e i vantaggi ambientali ed economici dimostrano che la scelta della carta riciclata è vantaggiosa per tutti. Continuare a supportare e promuovere l'uso di carta riciclata è essenziale per ridurre l'impatto ambientale e costruire un mondo più verde e sostenibile.© Riproduzione Vietata
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La fine dell’hdpe riciclato da soffiaggio. una morte annunciata.Come i produttori di polimeri vergini stanno disperdendo le competenze del settore delle materie plastiche riciclatedi Marco ArezioVi racconto una storia che ha dell’incredibile agli occhi degli addetti del settore del riciclo delle materie plastiche, per cercare di far capire come è cambiato il mondo e cosa ancora ci dobbiamo aspettare dal futuro. C’era un tempo in cui il granulo in HDPE proveniente dai flaconi della detergenza non era preso in considerazione come materia prima da chi li produceva, ed era facile sentirsi dire sempre la stessa litania: “io uso il vergine e mai impiegherò materiali riciclati per i flaconi nella mia azienda”. Certo, di anni ne sono passati e il mondo della rigenerazione, con grande impegno e dedizione, ha creato prodotti impensabili, solo poco tempo fa, sia dal punto di vista della pulizia del materiale, della resistenza che danno al flacone, della tenuta delle saldature, delle tipologie di colore che spaziano dai più delicati a quelli più scuri, che nel campo della semi trasparenza in presenza di liquidi. Ma la cosa che ha creato maggiore soddisfazione tra i produttori di polimero in HDPE rigenerato per il soffiaggio è la possibilità di produrre flaconi, fino a 5 litri, al 100%, senza usare il polimero vergine. Finalmente il settore aveva dato una risposta inequivocabile alle esigenze della società in termini di economia circolare. Ma nel frattempo, i produttori di polimero vergine e alcuni grandi nomi del packaging, che fino a due o tre anni fa’ non consideravano il polimero riciclato come degno di nota, sono stati travolti dal sentimento popolare verso l’economia circolare, senza compromessi. Si è così verificata una situazione che non avevano previsto, cioè che la gente chiedesse a gran voce un packaging contenente materiale riciclato e non vergine, così da rispettare le regole che vogliono la totale circolarità della materia. Alle richieste della nuova corrente “green” non avevano risposte pronte da dare, perché il loro prodotto, da materia prima di élite, era diventato un reietto, con la conseguenza di temere la diminuzione delle vendite. L’assoluta necessità di dover far capire alla gente che le loro aziende si sono votate all’economia circolare e che le aspettative dei consumatori, in termini ambientali, sono le loro aspettative, che le preoccupazioni della società per l’inquinamento da plastica, sono le loro preoccupazioni, che la necessità di ridurre la produzione di prodotti raffinati dal petrolio per l’opinione pubblica è essenziale, così lo è anche per loro. Quello che non è a tutti evidente è come si stiano muovendo per cercare di dare ciò che la gente chiede e per creare dal nulla, improvvisamente, un prodotto apparentemente “green” che soddisfi tutti. In primo luogo hanno puntato su compound, la cui struttura primaria è fatta da polimeri vergini, aggiungendo dell’HDPE rigenerato all’interno della miscela in modo che il loro prodotto, che definiscono “ecologico”, non si discosti troppo, in produzione, dai parametri standard di un polimero vergine. Il marketing ne ha elogiato le qualità in termini di sostenibilità e lo ha sta proponendo al mercato alla stregua di un materiale riciclato, ma di una qualità superiore. A questo punto, l’ultimo tassello era vendere il compound, che non si può definire riciclato e nemmeno circolare, ad un prezzo che non era quello di un riciclato, ma nemmeno di un vergine, ma imponendo al mercato un prezzo così alto che è diventato un’affare irrinunciabile. Ma per non rinunciare a questo grande business, i produttori avevano bisogno di assicurarsi grandi quantità di materia prima riciclata, da poter metterla sui prodotti vergini come il parmigiano sugli spaghetti. Quindi hanno iniziato a comprare aziende impegnate nel riciclo del l’HDPE, in modo da assicurarsi, in modo continuativo, la fonte del polimero da post consumo. Questa situazione ha portato a due cose alquanto discutibili: La prima vede un aumento della concentrazione della disponibilità di HDPE riciclato in poche mani, e la dispersione di un’ immensa conoscenza tecnica acquisita dai riciclatori negli anni, in quanto l’obbiettivo dei produttori di vergine non è quello di migliorare la qualità del prodotto riciclato, investendo nella filiera del riciclo, ma è quello di assicurarsi solo di averlo, per poter dichiarare il loro compound “green”. La seconda porterà alla perdita della consapevolezza dei molti traguardi tecnici raggiunti con l’HDPE riciclato da parte delle aziende più dinamiche nell’ambito del riciclo, facendo invece credere al mercato che il prodotto sostenibile sia quello che si ottiene mischiando il vergine e il rigenerato. Questa politica monopolista sta iniziando anche sull’LDPE con accordi recentissimi tra produttori di granuli riciclati e trasformatori di derivati del petrolio, con il chiaro sentore che ci sia poca considerazione della filiera del riciclo costruita negli anni con tanta fatica. Dal punto di vista tecnico si potrebbe persino dire che, in certi ambiti, il compound vergine+rigenerato potrebbe avere una valenza, sui flaconi o sulle taniche oltre i 5 litri o si può obbiettare che il passaggio alla produzione diffusa di flaconi piccoli, solo con la materia prima rigenerata, non sarebbe proponibile a causa della scarsità dell’input da post consumo. Ma l’economia circolare dovrebbe andare nella direzione di incrementare il riciclo della plastica nel mondo, che è tragicamente ferma sotto il 10% di quella prodotta, invece che spingere su prodotti che di “green” hanno ben poco.Categoria: notizie - plastica - economia circolare - HDPE - ricicloVedi maggiori informazioni sul riciclo
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Il vetro nell’economia circolare.L’incremento dell’uso del vetro si vede al supermercato. di Marco ArezioIl trend di crescita del fatturato degli imballi di vetro nelle catene di supermercati per prodotti alimentari, come evidenziato dal report di Assovetro, riflette un cambiamento significativo nei comportamenti di consumo e nelle politiche ambientali. Questo interesse rinnovato verso il vetro, anziché altri materiali come la plastica, può essere analizzato attraverso diverse lenti: ambientale, economica, e di percezione del consumatore. Contesto Ambientale e Regolamentare Il vetro, essendo completamente riciclabile, si inserisce perfettamente nella narrativa dell'economia circolare, un principio fondamentale per ridurre l'impronta ecologica e migliorare la sostenibilità. L'Europa, in particolare, ha messo in atto numerose direttive volte a ridurre la produzione di rifiuti e aumentare le quote di riciclaggio. La strategia europea per la plastica nel 2018 ha spinto molte aziende a riconsiderare le loro opzioni di imballaggio, promuovendo materiali sostenibili come il vetro. L'obiettivo dell'industria europea di raggiungere un tasso di raccolta del vetro per il riciclo del 90% entro il 2030 è un'espressione di queste politiche ambientali aggressive. Dinamiche di Mercato del VetroI dati presentati da Assovetro mostrano un incremento significativo nel fatturato di prodotti imballati in vetro in categorie diverse, da alimenti base come i sughi a prodotti più voluttuari come il vino e la birra. Questo può essere interpretato come un indicatore di una crescente preferenza dei consumatori per il vetro, visto come più sicuro, riciclabile e meno impattante rispetto alla plastica. Le aziende che operano nei settori alimentare e delle bevande stanno rispondendo a questo cambiamento con investimenti in linee di produzione per imballaggi in vetro e iniziative di marketing che sottolineano la sostenibilità del vetro.Percezione dei Consumatori sulla sostenibilità degli imballi di vetroIl rapporto sottolinea una crescente sensibilità dei consumatori verso la sostenibilità e l'impatto ambientale dei materiali di imballaggio. Anche se la preferenza per il vetro può derivare da una percezione non completamente informata dell'impatto ambientale della plastica, rappresenta comunque una spinta positiva verso materiali considerati più "puliti" e "naturali". Inoltre, il vetro è spesso percepito come un materiale che migliora l'esperienza di consumo, mantenendo meglio le proprietà organolettiche dei prodotti, soprattutto nel settore alimentare e delle bevande. Implicazioni per il Settore Retail e Produttivo I supermercati e i produttori stanno adattando le loro strategie per capitalizzare su queste tendenze. Questo include non solo l'adattamento delle linee di prodotti ma anche l'implementazione di strategie di raccolta e riciclo del vetro per ridurre i costi e migliorare l'efficienza operativa. Il successo in questi sforzi può anche essere un forte punto di differenziazione nel mercato, attrattivo per i consumatori che sono sempre più consapevoli delle questioni ambientali. Conclusione In conclusione, l'aumento del fatturato degli imballi di vetro nei supermercati riflette una trasformazione significativa nelle preferenze dei consumatori e nelle pratiche aziendali. Questo non solo cambia il panorama dei materiali di imballaggio ma segna anche un punto di svolta verso pratiche più sostenibili e responsabili. Tuttavia, affrontare la sfida di aumentare le quote di raccolta e riciclo del vetro sarà cruciale per realizzare appieno i benefici ambientali promessi da questo cambiamento.Categoria: notizie - vetro - economia circolare - rifiuti - rottameVedi maggiori informazioni sul riciclo
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Ricambi per le auto prodotti con un compound contenente scarti di caffèFord e McDonald’s hanno creato una collaborazione ispirata all’economia circolaredi Marco ArezioLe due società attive nel settore della mobilità e della ristorazione hanno coinvolto la ditta Competitive Green Technology per realizzare un compound che potesse utilizzare alcuni scarti del del caffè, uniti al polipropilene, per produrre ricambi per auto. Lo scopo era studiare una ricetta che rendesse alcune parti delle auto più leggere e più robuste rispetto alle ricette tradizionali. Lo scarto, per evitare che si bruci, viene trattato in un ambiente a basso contenuto di ossigeno e poi mischiato con il polipropilene per la formazione dei granuli, che risulteranno più leggeri del polipropilene tradizionale e avranno bisogno di minor energia per lo stampaggio. Secondo il leader tecnico del team di ricerca dei nuovi materiali Ford, il Sig. Mielewski, lo scarto proveniente dalla torrefazione del caffè viene usato in sostituzione del talco che normalmente compone i compounds di polipropilene, apportando una riduzione di peso intorno al 20% e una buona resistenza alle alte temperature. Le prime applicazioni sono state fatte nella produzione di alloggiamenti per i fari, a seguito di prove nelle quali si è notata una maggiore resistenza alle temperature rispetto al pezzo fatto con il nuovo compound al tradizionale. Infatti, l’alloggiamento dei fari è una zona dove si crea molto calore e le proprietà tecnica del nuovo materiale è sembrata subito azzeccata a questo lavoro. Questi nuovi ambiti per i fari saranno costruiti dal fornitore Varroc Lighting Systems e saranno posizionati sulla berlina Lincon Continental a seguito delle nuove modifiche previste nel 2020. Secondo il team Ford, l’alloggiamento per i fari è solo l’inizio della produzione di articoli per la componentistica delle auto fatte con questa ricetta Green e con altre allo studio, come è successo per la schiuma di soia usata nei sedili della Mustang e che oggi si trovano in molte altre macchine dell’azienda. La ricerca e lo sviluppo di ricette che siano compatibili con la circolarità dei componenti impiegati, hanno lo scopo di utilizzare i pezzi prodotti in alcune vetture della gamma Ford e Lincon, con particolare attenzione a quegli elementi dove, all’interno dell’auto, vengono sviluppate alte temperature. Parliamo di involucri per batterie, sotto cofani e coperture per il motore. Ovviamente la fragranza del caffè, sui componenti da installare, viene tolta nella fase di produzione del compound per evitare che la vostra macchina abbia il profumo di una tazza di caffè appena versato.Categoria: notizie - plastica - economia circolare - demolizioni - ricambi autoVedi maggiori informazioni sul riciclo
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Rutenio e Riciclo: il metallo raro che guida l’innovazione tecnologica e sostenibileCos’è il rutenio, dove si trova, come si produce, i suoi usi strategici e perché il riciclo è fondamentale per la filiera globale e l’economia circolaredi Marco ArezioIl rutenio è uno dei metalli più affascinanti e meno noti al grande pubblico, ma al tempo stesso tra i più strategici per l’industria tecnologica moderna. Appartenente al gruppo del platino, si distingue per proprietà chimiche e fisiche che lo rendono prezioso in numerosi campi, dall’elettronica alla catalisi, fino alle applicazioni in ambito energetico. Nonostante la sua rarità, il rutenio ha un ruolo fondamentale nello sviluppo di materiali ad alte prestazioni, e il suo riciclo rappresenta una sfida cruciale in ottica di economia circolare. Cos’è il rutenio e quali sono le sue proprietà Il rutenio è un elemento chimico con simbolo Ru e numero atomico 44. È un metallo di transizione, duro, fragile e di colore bianco-argenteo, che appartiene alla famiglia dei platinoidi. La sua durezza e resistenza all’ossidazione, anche ad alte temperature, lo rendono estremamente durevole. È considerato uno dei metalli più rari della crosta terrestre, con una presenza stimata in appena 0,001 parti per milione. Queste caratteristiche lo collocano tra i materiali ad alto valore strategico, tanto che viene monitorato attentamente a livello internazionale insieme ad altri metalli critici come il rodio, l’iridio e il palladio. Dove si trova e come si ottiene Il rutenio non si trova quasi mai allo stato puro in natura. È presente in quantità minime all’interno di minerali che contengono platino, osmio e nichel. I giacimenti principali si trovano in Russia, Sudafrica e Nord America, dove viene estratto come sottoprodotto della raffinazione del platino e del nichel. Una volta separato, il rutenio viene purificato attraverso processi chimici complessi, che prevedono la formazione di ossidi e cloruri per consentire la sua successiva riduzione e raffinazione. La lavorazione richiede tecnologie sofisticate e un elevato grado di competenza tecnica, il che contribuisce ad accrescere il suo costo sul mercato internazionale. I principali utilizzi industriali L’impiego del rutenio è ampio e variegato. Nell’industria elettronica viene utilizzato per la produzione di resistori a film spesso e di contatti elettrici altamente resistenti alla corrosione. In ambito chimico e catalitico, svolge un ruolo determinante come catalizzatore nelle reazioni di idrogenazione e ossidazione, contribuendo alla produzione di fertilizzanti, carburanti sintetici e prodotti chimici avanzati. Nel settore dell’energia, il rutenio trova applicazione nelle celle a combustibile e in alcune leghe destinate a resistere in condizioni estreme di pressione e calore. Un campo emergente riguarda le nanotecnologie e l’uso del rutenio in composti organometallici per la ricerca farmaceutica, dove vengono studiate molecole a base di rutenio con proprietà antitumorali. Chi controlla la produzione mondiale La produzione mondiale di rutenio è concentrata in pochi paesi, rendendo la sua catena di approvvigionamento particolarmente sensibile a fattori geopolitici. La Russia e il Sudafrica detengono la quota maggiore di estrazione e raffinazione, mentre altre aree, come il Nord America e in parte l’Australia, contribuiscono in maniera minore. Questa concentrazione geografica comporta il rischio di oscillazioni nei prezzi e nelle disponibilità, motivo per cui l’Unione Europea e altri blocchi economici monitorano attentamente il mercato dei platinoidi. Le grandi multinazionali del settore minerario, che già operano nel campo del platino e del palladio, sono anche i principali attori della produzione di rutenio. Il riciclo del rutenio: sfide, tecniche e opportunità nell’economia circolare Il rutenio, a causa della sua scarsità e del suo elevato valore, non può essere considerato un materiale di uso “usa e getta”. Proprio per questo motivo, le strategie di recupero e riciclo assumono un peso centrale, non soltanto per garantire continuità alle filiere produttive che lo impiegano, ma anche per ridurre l’impatto ambientale legato alla sua estrazione e lavorazione primaria. A differenza di altri metalli diffusi in natura, il rutenio è presente solo in quantità infinitesimali e quasi sempre come sottoprodotto della raffinazione del platino o del nichel. Di conseguenza, ogni grammo recuperato attraverso il riciclo diventa un contributo significativo sia in termini economici sia in termini di sostenibilità. Le fonti principali di rutenio riciclabile Il rutenio può essere recuperato da diverse matrici: - Catalizzatori esauriti: molti processi chimici e petrolchimici utilizzano catalizzatori a base di rutenio. Una volta terminato il ciclo di vita, questi materiali rappresentano una riserva preziosa di metallo recuperabile. - Componenti elettronici dismessi: resistenze a film spesso, contatti elettrici e altri microcomponenti contengono tracce di rutenio che, se opportunamente trattate, possono essere estratte. - Scarti industriali di lavorazione: polveri, fanghi e residui derivanti dai processi di produzione e di raffinazione dei platinoidi contengono percentuali di rutenio che non devono essere disperse. Queste fonti secondarie hanno una concentrazione di metallo spesso superiore a quella dei giacimenti naturali, rendendo il riciclo non solo conveniente ma anche imprescindibile per la sicurezza dell’approvvigionamento. Le tecniche di recupero del rutenio Il riciclo del rutenio non è semplice, perché richiede processi chimici e metallurgici sofisticati, in grado di separarlo da metalli simili come platino, palladio o iridio. Le tecniche più diffuse sono: - Processi idrometallurgici: prevedono l’uso di soluzioni acide e ossidanti in grado di sciogliere le leghe contenenti rutenio. Successivamente, tramite processi di precipitazione selettiva o estrazione con solventi, il metallo viene isolato e concentrato. - Processi pirometallurgici: si basano sull’uso di alte temperature per fondere i materiali di scarto e separare il rutenio attraverso reazioni di ossidazione e riduzione controllata. - Recupero da catalizzatori: spesso si impiega una combinazione di ossidazione termica e dissoluzione chimica, per poi ridurre il rutenio a forma metallica o a composti purificati pronti per un nuovo impiego industriale. Una delle difficoltà maggiori è che il rutenio, a differenza del platino o del palladio, può assumere diversi stati di ossidazione e formare composti complessi, che richiedono metodologie mirate per essere ricondotti al metallo puro. Innovazioni tecnologiche nel riciclo del rutenio Negli ultimi anni, la ricerca scientifica ha cercato di rendere i processi di recupero più sostenibili. Tecniche avanzate di bio-lisciviazione, che sfruttano microrganismi per dissolvere i metalli preziosi, stanno emergendo come alternative meno impattanti rispetto all’uso intensivo di acidi forti. Allo stesso modo, l’impiego di nuove tecnologie di separazione a membrana e di estrazione ionica promette di migliorare le rese e ridurre i costi energetici. Un aspetto cruciale riguarda anche la tracciabilità: molti produttori stanno investendo in sistemi di identificazione e raccolta mirata dei componenti contenenti rutenio, così da non disperderlo nella filiera dei rifiuti elettronici. I vantaggi ambientali ed economici del riciclo Il riciclo del rutenio ha un duplice beneficio. Da un lato, evita l’impatto ambientale legato all’attività mineraria primaria, che richiede enormi quantità di energia e comporta la produzione di rifiuti tossici. Dall’altro, garantisce un approvvigionamento più stabile e meno dipendente dalle oscillazioni geopolitiche che caratterizzano i paesi estrattori. Recuperare il rutenio dagli scarti industriali significa anche ridurre il rischio di dispersione di metalli pesanti nell’ambiente, contribuendo alla tutela degli ecosistemi. Il rutenio come metallo riciclabile all’infinito Uno dei punti di forza del rutenio, così come degli altri metalli del gruppo del platino, è che non perde le proprie proprietà durante i cicli di riciclo. Ciò significa che può essere reimmesso più volte nei processi produttivi senza alcuna perdita di qualità. Questa caratteristica lo rende perfettamente compatibile con i principi dell’economia circolare, in cui il concetto di rifiuto viene superato e le risorse preziose restano in circolo nel sistema industriale. Prospettive future del riciclo del rutenio Con l’aumento della domanda in settori come le celle a combustibile, le leghe avanzate e i composti farmaceutici, il fabbisogno di rutenio è destinato a crescere. Per questo motivo, le tecniche di recupero diventeranno sempre più strategiche e integrate nelle catene del valore industriale. È prevedibile che, nei prossimi anni, i paesi con maggiore capacità tecnologica investiranno non solo nell’estrazione mineraria, ma soprattutto nel potenziamento delle infrastrutture per il riciclo. In questo scenario, l’Europa ha un’opportunità importante per ridurre la propria dipendenza dall’importazione di metalli critici e diventare un hub per il recupero e la rigenerazione dei platinoidi, tra cui il rutenio. Impatto strategico e prospettive future Con la crescita della domanda di materiali avanzati per l’elettronica, la mobilità elettrica e la chimica verde, l’importanza del rutenio è destinata ad aumentare. Tuttavia, la sua disponibilità limitata e il controllo da parte di pochi paesi produttori rappresentano sfide significative. La ricerca scientifica è orientata verso due direzioni principali: da un lato, sviluppare processi industriali che impieghino quantità sempre più ridotte di rutenio, dall’altro incrementare i sistemi di riciclo per recuperarlo dagli scarti. È proprio in questo equilibrio tra domanda crescente e sostenibilità ambientale che si giocherà il futuro di questo metallo raro ma indispensabile.© Riproduzione Vietata
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Il Riciclo dei Rottami MetalliciInnovazioni e Sostenibilità: La Nuova Frontiera dei Metallidi Marco ArezioIl settore del riciclo dei rottami metallici sta vivendo una trasformazione radicale, spinta dall'innovazione tecnologica e dalla crescente necessità di pratiche sostenibili. Questo articolo esplora le ultime innovazioni nel campo, sottolineando come stiano cambiando il panorama del riciclo dei metalli, migliorando l'efficienza del processo e contribuendo significativamente alla sostenibilità ambientale. 1. Introduzione al Riciclo dei Metalli Il riciclo dei metalli gioca un ruolo cruciale nell'economia circolare, riducendo la necessità di estrazione di nuovi materiali, diminuendo l'emissione di gas serra e risparmiando energia. I metalli, grazie alla loro intrinseca capacità di essere riciclati più volte senza perdere le proprietà, offrono un'opportunità unica per lo sviluppo sostenibile. Tuttavia, nonostante questi benefici, il settore si trova di fronte a sfide significative, tra cui l'efficienza del riciclaggio, la separazione dei materiali e la gestione dei residui. 2. Innovazioni Tecnologiche nel Riciclo Le tecnologie emergenti stanno apportando miglioramenti significativi nel processo di riciclaggio dei rottami metallici. Tra queste, si evidenziano: Tecnologie di Separazione Avanzate: Nuovi metodi di separazione basati su sensori ottici, raggi X, e magnetismo stanno migliorando la capacità di distinguere e separare i metalli misti nei rottami. Questi sistemi consentono una separazione più accurata, aumentando la purezza dei materiali riciclati e riducendo i rifiuti. Pirolisi e Gassificazione: Questi processi termochimici trasformano i rifiuti metallici in gas sintetico o olio, recuperando energia e materiali. Offrono una soluzione per trattare i rottami metallici contaminati o misti che altrimenti sarebbero difficili da riciclare. Processi Enzimatici: La ricerca sta esplorando l'uso di enzimi per recuperare metalli da rottami elettronici e batterie. Questi metodi biologici promettono di offrire un'alternativa ecocompatibile ai processi chimici convenzionali. 3. Efficienza Energetica e Riduzione dell'Impatto Ambientale Le innovazioni tecnologiche non solo migliorano l'efficienza del riciclaggio ma contribuiscono anche a una significativa riduzione dell'impatto ambientale. La gassificazione, ad esempio, permette di recuperare energia dai rottami metallici, riducendo il consumo di combustibili fossili. Analogamente, i metodi di separazione avanzati minimizzano la produzione di scarti, contribuendo alla riduzione delle discariche. 4. Sfide e Barriere all'Innovazione Nonostante i progressi, l'adozione di queste tecnologie innovative incontra ostacoli. Le barriere includono il costo elevato degli investimenti iniziali, la mancanza di normative chiare, e la necessità di sviluppare competenze specifiche. Inoltre, la variabilità nella composizione dei rottami metallici richiede soluzioni flessibili e adattabili, un ulteriore livello di complessità. 5. Prospettive Future Il futuro del riciclaggio dei metalli appare promettente, con la ricerca e lo sviluppo che continuano a spingere i confini dell'innovazione. L'integrazione di tecnologie digitali, come l'intelligenza artificiale e la blockchain, potrebbe offrire nuove soluzioni per migliorare la tracciabilità dei materiali e ottimizzare le catene di fornitura del riciclaggio. 6. Conclusione L'innovazione nel riciclo dei rottami metallici è fondamentale per affrontare le sfide ambientali del nostro tempo. Le nuove tecnologie non solo migliorano l'efficienza e la sostenibilità del processo di riciclaggio ma contribuiscono anche alla realizzazione di un'economia più circolare e resiliente. Mentre il settore si adatta a queste innovazioni, si apre la strada a nuove possibilità per ridurre l'impatto ambientale dell'industria e supportare la transizione verso pratiche più sostenibili. Le imprese e le istituzioni che operano nel settore del riciclo dei metalli sono chiamate a giocare un ruolo chiave in questa transizione, investendo in tecnologie innovative, formando le competenze necessarie e collaborando con i partner lungo l'intera catena di valore per superare le barriere esistenti. La capacità di adattarsi rapidamente alle nuove tecnologie e ai cambiamenti del mercato sarà determinante per il successo in questo settore in evoluzione. Inoltre, la sensibilizzazione e l'impegno da parte dei consumatori e delle comunità svolgono un ruolo fondamentale nel sostenere il riciclaggio dei metalli. Promuovere una maggiore comprensione dell'importanza del riciclo, insieme alla partecipazione attiva nella raccolta differenziata, può aumentare significativamente le quantità di materiale riciclabile disponibile, migliorando ulteriormente l'efficienza del processo di riciclaggio. L'adozione di politiche pubbliche che favoriscano il riciclo dei metalli, tramite incentivi finanziari, normative chiare e supporto alla ricerca e all'innovazione, è altresì cruciale. Queste politiche possono accelerare l'adozione delle nuove tecnologie, rendendo il riciclaggio dei metalli più economicamente vantaggioso e ambientalmente sostenibile. Infine, la collaborazione tra i vari stakeholder - industrie, governi, istituti di ricerca e società civile - è essenziale per costruire un sistema di riciclaggio dei metalli robusto e sostenibile. Attraverso un impegno congiunto, è possibile affrontare le sfide attuali e future, sfruttando appieno il potenziale dei rottami metallici come risorsa preziosa per l'industria e per la società.
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Il Riciclo della Carta: tra Detrattori e SostenitoriCome in tutte le attività anche nel campo del riciclo esistono correnti avverse che cercano di screditare o minimizzare il mercato concorrentedi Marco ArezioNel settore del riciclo della carta è emerso uno studio pubblicato nell’ ottobre del 2020 su Nature Sustainability a cura dell’università di Yale e dell’University Colleage di Londra, secondo il quale la produzione di carta riciclata utilizzerebbe maggiori quantità di energia proveniente da fonti fossili rispetto a quella prodotta da fibre vergini. Secondo i ricercatori le emissioni dirette di CO2 per la produzione di un cartone Invercote ammontano mediamente a 33 kg. per tonnellata, mentre lo stesso prodotto realizzato attraverso l’utilizzo di carta riciclata produrrebbe mediamente circa 294 kg. per tonnellata di CO2. Bisogna però fare notare alcuni cose importanti per inquadrare questa analisi:• La carta riciclata supporta il mercato mondiale del prodotto finito in modo inequivocabile in termini quantitativi e di contenimento dei prezzi. • La circolarità della produzione della carta passa anche dall’utilizzo di energie rinnovabili che abbattono in modo consistente l’impronta carbonica. • Il riciclo della carta è un pilastro fondamentale nella gestione responsabile dei rifiuti al quale non si può rinunciare. • Il conteggio dell’impatto ambientale del riciclo della carta non è da imputare solo al prodotto finito, ma al sistema riciclo che è un’attività industriale irrinunciabile, su cui si può e si deve lavorare per ridurre l’impatto carbonico. • Anche in altri settori del riciclo, la plastica per esempio, ci sono esempi in cui il prezzo della materia prima vergine costa meno di quella rigenerata e, se contiamo l’impatto ambientale per produrre un kg. di granulo vergine rispetto a quello rigenerato, probabilmente vedremmo che il granulo riciclato potrebbe avere un impatto carbonico maggiore. Ma se nel conteggio di quanto è veramente l’impronta carbonica di un granulo vergine, conteggiando anche la produzione della materia prima proveniente dalla raffinazione del petrolio, i conti sarebbero diversi. Alla fine il mercato del riciclo deve essere spinto, sostenuto e migliorato in quanto, senza la gestione corretta dei rifiuti, i conti sugli impatti carbonici sarebbero ben più critici di quelli attuali.Categoria: notizie - carta - economia circolare - rifiutiVedi maggiori informazioni sul riciclo
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Il recupero dello zinco dai fumi di acciaieria: tecnologie, processi e sostenibilità industrialeCome funziona il recupero dello zinco dai fumi delle acciaierie: analisi dei processi pirometallurgici e idrometallurgici, impatti ambientali e vantaggi per l’economia circolare dei metallidi Marco ArezioNell’industria siderurgica moderna, la valorizzazione dei residui è divenuta un pilastro della sostenibilità. Tra questi, i fumi di acciaieria — sottoprodotti inevitabili dei processi di fusione e affinazione — rappresentano una fonte significativa di metalli secondari, in particolare di zinco. L’estrazione di questo metallo dai fumi non è solo una questione di recupero economico, ma anche di gestione ambientale responsabile, poiché tali polveri contengono sostanze potenzialmente tossiche e devono essere trattate con sistemi sofisticati. Origine dei fumi di acciaieria e contenuto in zinco Durante la fusione dei rottami ferrosi in forni elettrici ad arco (EAF), si sviluppano temperature che superano i 1600°C. In queste condizioni, i metalli leggeri e volatili come lo zinco, il piombo e il cadmio si vaporizzano, ossidandosi poi a contatto con l’ossigeno e condensando sotto forma di ossidi metallici nei sistemi di aspirazione dei fumi. Queste polveri, raccolte nei filtri a maniche o negli elettrofiltri, vengono definite EAF Dust o “polveri di acciaieria” e contengono normalmente dal 10 al 35% di zinco, oltre a ossidi di ferro, manganese e altre impurità. La composizione chimica delle polveri di acciaieria Le polveri di acciaieria sono una miscela complessa di ZnO, Fe₂O₃, PbO, CdO e altre fasi metalliche. La forma chimica dello zinco (ossido, ferrite di zinco, solfuro) condiziona fortemente la tecnologia di recupero adottata. In particolare, lo zinco legato come ferrite di zinco (ZnFe₂O₄) risulta molto più difficile da ridurre rispetto allo zinco ossido, richiedendo processi termici o chimici più spinti. La caratterizzazione chimica e mineralogica è quindi il primo passo indispensabile per impostare un corretto schema di trattamento. Tecniche di separazione e concentrazione dello zinco Prima di entrare nei reattori di recupero, le polveri subiscono operazioni di pretrattamento: essiccazione, classificazione granulometrica, eventuale agglomerazione (pelletizzazione) e miscelazione con agenti riducenti come carbone o coke. Questi passaggi consentono di migliorare la stabilità del materiale e di regolarne la composizione, facilitando la separazione dello zinco dagli altri ossidi metallici nel processo successivo. Il processo Waelz: il metodo più diffuso nel mondo Il processo Waelz è la tecnologia più utilizzata per il recupero dello zinco dalle polveri di acciaieria. Si tratta di un processo pirometallurgico continuo condotto in un forno rotativo inclinato rivestito di refrattario. Il materiale viene riscaldato tra 1000 e 1200°C insieme a un riducente (generalmente carbone). In queste condizioni, lo zinco si riduce a vapore metallico, separandosi dagli ossidi di ferro e volatilizzando. Il vapore di zinco si combina con l’ossigeno formando ossido di zinco (ZnO), che viene successivamente catturato dai filtri e trasformato in un concentrato commercializzabile, denominato Waelz oxide, con un contenuto di zinco superiore al 55%. Il residuo solido del forno, chiamato Waelz slag, contiene principalmente ferro e silice e può essere parzialmente riutilizzato in processi metallurgici o edilizi. Alternative idrometallurgiche per il recupero dello zinco Negli ultimi anni, l’interesse verso processi idrometallurgici è aumentato, poiché offrono minori emissioni e una gestione più controllata delle scorie. Tali processi prevedono la lisciviazione selettiva degli ossidi di zinco in acidi o soluzioni ammoniacali, seguita da precipitazione o elettrolisi per ottenere zinco metallico o sali puri (come ZnSO₄). Un vantaggio di queste tecniche è la possibilità di trattare polveri con basso tenore di zinco o con alta presenza di ferriti, ma i costi di reagenti e la complessità impiantistica ne limitano la diffusione su larga scala. Impatti ambientali e vantaggi economici del riciclo Il recupero dello zinco dai fumi di acciaieria riduce drasticamente la quantità di rifiuti pericolosi da smaltire e consente di recuperare metalli di valore riducendo l’estrazione mineraria primaria. Ogni tonnellata di zinco secondario prodotto permette un risparmio energetico del 60-70% rispetto al metallo ottenuto da minerale, e un taglio delle emissioni di CO₂ superiore al 50%. Inoltre, il Waelz oxide può essere reimmesso nelle raffinerie di zinco, creando un ciclo chiuso virtuoso tra acciaierie e impianti di raffinazione. Normative europee e strategie di economia circolare La direttiva europea 2008/98/CE sulla gestione dei rifiuti e la successiva tassonomia verde dell’UE promuovono il recupero dei metalli da scarti industriali come pratica prioritaria. Il riconoscimento del Waelz oxide come “prodotto” e non “rifiuto”, in determinate condizioni, rappresenta un passaggio strategico per la creazione di mercati secondari stabili del metallo. Le acciaierie europee stanno progressivamente internalizzando gli impianti di trattamento, trasformando i propri residui in risorse economicamente redditizie. Prospettive future e innovazioni tecnologiche Il futuro del recupero dello zinco dai fumi di acciaieria sarà caratterizzato da tecnologie ibride, combinando pirometallurgia e idrometallurgia, nonché da un maggiore impiego di intelligenza artificiale per il controllo dei processi. Si stanno sperimentando sistemi di plasma termico e reattori a letto fluido che promettono rese più elevate e minori emissioni. Parallelamente, la digitalizzazione dei flussi materiali permetterà una tracciabilità completa del metallo recuperato, a garanzia della sua origine sostenibile. Conclusione Il recupero dello zinco dai fumi di acciaieria rappresenta oggi uno degli esempi più efficaci di economia circolare applicata alla metallurgia pesante. Un processo che trasforma un rifiuto complesso in una risorsa strategica, riducendo impatti ambientali e dipendenza da miniere primarie. L’innovazione tecnologica e le politiche europee di sostenibilità spingono sempre più verso una filiera chiusa dei metalli, dove nulla si perde e tutto si rigenera.© Riproduzione Vietata
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Mercato della Plastica Riciclata 2020: Luci e OmbreIl mondo, nel 2020, ha attraversato una situazione di generale difficoltà umana, economica e sociale con ricadute pesanti per tutti noidi Marco ArezioLe ripetute restrizioni alle libertà personali dovute al Covid stanno cambiando il nostro approccio anche nel mondo degli affari con le limitazioni dei contatti umani e l’uso massiccio delle tecnologie di comunicazione internet. Questo ha portato vantaggi e svantaggi, ma sicuramente non vi erano possibilità diverse per continuare a lavorare e a preservare le aziende e il lavoro. Nel mondo dell’economia circolare, attività di cui ci occupiamo, il settore della plastica riciclata ha pesantemente risentito della caduta delle quotazioni petrolifere, con la conseguenza di comprimere i prezzi delle materie prime riciclate ad un punto pericoloso per la sostenibilità finanziaria delle aziende. L’annullamento del divario, in molti casi, tra il prezzo delle materie prime vergini e quelle riciclate, ha comportato, in alcuni settori non legati al food o alla detergenza, una caduta degli ordinativi delle materie prime riciclate rispetto al passato. Le aspettative al rialzo dei prezzi delle materie prime vergini, non sono ben chiare, in quanto, in un quadro macroeconomico, la crisi planetaria ha ridotto in modo sostanziale il consumo di carburanti (aerei, macchine, navi, camion, industrie) favorendo l’incremento di produzione delle materie plastiche vergini a prezzi molto compressi. Inoltre, in una situazione come quella descritta, paesi in cui il problema del riciclo non è così sentito, la mancanza di un divario di prezzo sostanziale tra la materia prima vergine e quella rigenerata, ha comportato uno spostamento degli acquisti verso le materie prime vergini con la perdita di interi mercati del comparto delle materie prime riciclate. Ma il 2020 non è però passato invano, ci sono stati visibili progressi tecnologici che fanno ben sperare per il prossimo anno in un nuovo corso per le plastiche da post consumo. La ricerca ha portato a buoni traguardi sullo sviluppo dell’uprecycling, che ha l’obbiettivo di incrementare la qualità e l’utilizzo delle plastiche da post consumo, in settori e su prodotti che fino a poco tempo fa non erano producibili con queste tipologie di plastiche da riciclo. Selezionatori, lavaggi, estrusori, cambiafiltri, degasaggi e impianti per controllo analitico degli odori hanno portato una ventata di qualità nella filiera del riciclo, migliorandone in modo sostanziale la materia prima. Ed è proprio sul controllo degli odori che si giocherà la battaglia per incrementare l’utilizzo delle plastiche da post consumo in settori che ancora oggi non le usano. Se fino a ieri la definizione di un disturbo legato all’odore era, non solo empirica, ma soggettiva, in quanto veniva fatta attraverso la sensazione percepita dal naso umano, oggi, attraverso lo strumento da laboratorio che esegue un’analisi chimica dei volatili prodotti dai campioni, niente sarà più soggettivo e incerto. Chi utilizza questo strumento, chiamato naso elettronico in maniera riduttiva, crea una patente certificata dell’odore della propria materia prima o prodotto finale, i cui valori, analitici e incontrovertibili, non lasciano adito a discussioni. Chi compra e chi vende materia prima riciclata o prodotti fatti dalla plastica da post consumo ha oggi la possibilità di certificare i livelli dei prodotti contenuti che generano odore. I motivi per vedere con un certo cauto ottimismo il 2021 nel settore della plastica riciclata da post consumo credo che ci siano, quindi il regalo che ci possiamo fare è un atteggiamento propositivo che ci accompagni a migliorare la nostra vita, il nostro lavoro e l’ambiente in cui viviamo.Categoria: notizie - plastica - economia circolare Vedi maggiori informazioni sulle materie plastiche
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Lastre di alluminio e rivoluzione circolare: chi guida davvero la transizione verso il riciclo strutturaleL' alluminio come laboratorio globale della circolaritàdi Marco ArezioL’industria delle lastre in alluminio rappresenta uno dei campi più fertili per osservare come la circolarità stia modificando l’assetto produttivo contemporaneo. La natura intrinseca dell’alluminio — un metallo che può essere rifuso e riutilizzato infinite volte senza perdita significativa delle proprietà meccaniche — lo rende un candidato naturale per un sistema circolare. Ma è proprio quando un materiale sembra predisposto alla sostenibilità che emergono le sfide più complesse: quelle legate alla governance industriale, alla qualità metallurgica, alla disponibilità di rottame, alla sofisticazione delle leghe e alla capacità di trasformare la circolarità in valore economico strutturale. La transizione non riguarda soltanto la sostituzione di materie prime vergini con materiali riciclati, ma un ripensamento del funzionamento stesso delle filiere. Nel caso dell’alluminio laminato, ciò significa integrare processi di raccolta, selezione e rifusione con le esigenze della laminazione avanzata, mantenendo livelli elevatissimi di purezza, uniformità e prestazioni tecniche. Il panorama industriale che emerge da questa trasformazione non è uniforme: alcune aziende hanno assunto un ruolo guida, altre stanno attraversando una fase di transizione, altre ancora dichiarano obiettivi di circolarità senza fornire dati verificabili. La varietà di questi modelli costituisce un osservatorio prezioso per comprendere che cosa l’economia circolare significhi realmente in un contesto produttivo globale. Le aziende che guidano la produzione di lastre in alluminio riciclato L’analisi delle imprese che operano nel settore delle lastre di alluminio mostra chiaramente come la circolarità non sia un concetto uniforme, ma una costellazione di approcci, strategie e modelli industriali. Novelis rappresenta la forma più avanzata di integrazione circolare. Qui, il riciclo non è un elemento accessorio, ma la base stessa dell’identità aziendale. L’intero ecosistema produttivo è costruito per favorire il rientro del rottame, tanto industriale quanto post-consumer, attraverso centri di raccolta e raffinazione che dialogano direttamente con le linee di laminazione. Le percentuali elevate di contenuto riciclato non sono il risultato di politiche di marketing, ma l’espressione visibile di un impianto sistemico che ha interiorizzato il riciclo come unica strada economicamente sensata. In questo modello, la circolarità è un principio operativo: il metallo non viene semplicemente recuperato, ma reintrodotto in un circuito che gli restituisce valore equivalente, ciclo dopo ciclo. Gränges propone un modello differente, ma non meno significativo. La circolarità è letta come una leva competitiva e tecnologica, particolarmente efficace nel mercato europeo, dove regolamentazioni stringenti e pressioni della filiera spingono le aziende verso materiali a basse emissioni. Qui il riciclo è governato da un approccio metodico, trasparente e orientato alla qualità, in cui i numeri diventano indicatori della capacità dell’azienda di presidiare un settore ad alta innovazione metallurgica. ElvalHalcor, dal canto suo, sviluppa una circolarità progressiva, plasmata dai vincoli e dalle opportunità del Mediterraneo. La crescita del contenuto riciclato procede attraverso una serie di investimenti nella raffinazione e nella laminazione, con un ritmo che rispetta il tessuto industriale circostante. Questo modello mette in luce un aspetto spesso ignorato: la circolarità non è solo una questione di percentuali, ma di coerenza rispetto alle infrastrutture territoriali e ai cicli locali del rottame. Speira segue un percorso ancora diverso. Sebbene la sua capacità di riciclo sia elevata, la sua strategia si concentra su linee di prodotto specifiche a contenuto riciclato molto alto. La circolarità assume qui una qualità “verticale”: profondamente efficace in alcuni segmenti, meno diffusa nella totalità del portafoglio. È un modello che valorizza la differenziazione, in un mercato in cui i materiali premium a basse emissioni stanno diventando rapidamente un segmento strategico. Infine, Impol offre un approccio in cui l’attenzione al low-carbon prevale sulla generalizzazione del riciclo. La circolarità si manifesta nella capacità di offrire materiali certificati per le loro ridotte emissioni complessive, più che nella copertura uniforme dell’intera produzione. È un modello che integra circolarità e decarbonizzazione, mostrando come la sostenibilità possa assumere declinazioni differenti all’interno della stessa filiera. Approfondimento tecnico: le leghe di alluminio riciclabili La riciclabilità dell’alluminio non può essere compresa appieno senza un’analisi delle leghe che compongono la filiera delle lastre. Ogni lega è una storia di chimica e di performance, e la leggerezza apparente di questo metallo nasconde una complessità metallurgica sorprendente. Le leghe delle serie 1000 e 3000, impiegate nel packaging e nei fogli tecnici, si presentano come i candidati ideali per un riciclo efficiente: povere di elementi critici, tollerano bene la variabilità compositiva e consentono l’inserimento di grandi quantità di rottame senza degradare le prestazioni. Tuttavia, una parte rilevante del mercato europeo delle lastre non si regge su queste leghe, ma sulle serie 5000 e 6000, più sofisticate e difficili da riciclare in closed-loop. Il magnesio delle serie 5000 garantisce eccellenti proprietà meccaniche, ma aumenta l’ossidazione in fusione; le composizioni più raffinate delle serie 6000, fondamentali per l’automotive, richiedono un controllo estremamente rigoroso degli elementi in traccia. La circolarità diventa così una questione di ingegneria metallurgica. La capacità di estrarre impurità, di rifinire leghe contaminate, di bilanciare elementi critici e di riportare il rottame all’interno di leghe “sensibili” è ciò che distingue un riciclo di alto livello da un riciclo semplicemente quantitativo. In altre parole, la circolarità non è un atto di raccolta, ma un atto di raffinazione. Il mercato europeo delle lastre: dinamiche, leadership e transizione Il contesto europeo rappresenta oggi uno dei più maturi per lo sviluppo di un’economia circolare dell’alluminio. Le normative ambientali, la crescente domanda di materiali low-carbon e la pressione della produzione automotive hanno spinto i produttori a ripensare la filiera del metallo. Tuttavia, l’Europa non è un blocco omogeneo: esiste un centro-nord fortemente industrializzato, con infrastrutture di riciclo solide e continuità di approvvigionamento del rottame, ed esistono aree mediterranee e orientali nelle quali il flusso del rottame è meno strutturato e il riciclo richiede strategie più adattive. Non si tratta solo di dinamiche industriali, ma di un fenomeno culturale: l’Europa sta trasformando la propria percezione dell’alluminio, passando da una logica che separava nettamente primario e secondario a un sistema ibrido in cui il valore è determinato dalla capacità di far passare la materia molte volte attraverso gli stessi cicli. Il mercato europeo delle lastre sta diventando un prototipo della futura economia low-carbon, in cui il contenuto riciclato non rappresenta più una scelta opzionale, ma un criterio discriminante nelle gare d’appalto, nelle strategie automotive e nelle certificazioni di prodotto. Economia circolare dell’alluminio L’economia circolare dell’alluminio, osservata da una prospettiva accademica, appare come un caso paradigmatico della trasformazione in corso nel rapporto tra materia, tecnica ed economia. L’alluminio possiede la straordinaria capacità di rimanere sé stesso oltre il ciclo termodinamico della fusione: la sua struttura cristallina, la sua duttilità e la sua conducibilità sopravvivono a ripetute rigenerazioni. Tuttavia, questa qualità non è sufficiente affinché il metallo diventi automaticamente parte di un sistema circolare. Ciò che lo rende effettivamente circolare è la capacità dell’industria di creare condizioni tecniche, infrastrutturali e istituzionali che permettano alla materia di rimanere nel ciclo produttivo. Il passaggio dal riciclo aperto a quello chiuso rappresenta uno degli elementi più significativi di questa trasformazione. Non si tratta semplicemente di reimmettere il metallo nel mercato, ma di farlo rientrare nella stessa applicazione, preservandone il valore. Questa logica chiusa richiede un livello di sofisticazione tecnologica elevato e un coordinamento di filiera che supera i confini della produzione industriale per entrare nella sfera della governance economica. La rifusione dell’alluminio, con il suo risparmio energetico fino al 95% rispetto alla produzione primaria, introduce un’altra dimensione della circolarità: la riduzione dell’impatto ambientale. Ma l’economia circolare non è solo un fatto ambientale: è una trasformazione epistemologica del modo in cui concepiamo il valore della materia. L’alluminio riciclato sfida l’idea lineare di produzione e consumo, proponendo una visione della materia come entità dinamica, destinata a circolare senza perdere dignità tecnico-industriale. È in questa dialettica tra cicli tecnici e cicli economici che l’alluminio assume un valore paradigmatico: non solo un materiale, ma un modello per interpretare l’evoluzione dell’industria contemporanea verso una razionalità più complessa, in cui sostenibilità, competitività e innovazione coesistono come parti di un’unica architettura. Conclusione generale Nel settore delle lastre in alluminio, la circolarità non è un obiettivo, ma un processo in atto, stratificato e non uniforme. Novelis, Gränges, ElvalHalcor, Speira e Impol testimoniano che esistono molte forme di economia circolare, ciascuna modellata da cultura tecnica, infrastrutture, strategie industriali e orizzonti di mercato diversi. I modelli più avanzati non si limitano a riciclare materia, ma riciclano il valore stesso del metallo, la sua storia, il suo significato industriale. La vera circolarità dell’alluminio non consiste nel rimettere in circolo lo scarto, ma nel restituire al materiale la possibilità di rinnovarsi senza tradire la sua identità tecnica. Questo saggio vuole mostrare che l’economia circolare, quando osservata con sguardo critico e accademico, non è un insieme di pratiche isolate: è l’espressione più alta della capacità dell’industria di pensare la materia come elemento permanente della nostra civiltà produttiva.© Riproduzione Vietata
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