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https://www.rmix.it/ - Granulo in rPET per Contatto Alimentare: la Società Arezio Marco in Inghilterra
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Granulo in rPET per Contatto Alimentare: la Società Arezio Marco in Inghilterra
Economia circolare

Granulo in rPET per Contatto Alimentare: la Società Arezio Marco in Inghilterradi Marco ArezioLa produzione di bottiglie in PET riciclato, che in massima parte occupano la maggior parte del mercato del packaging in PET insieme alle vaschette alimentari, hanno guadagnato velocemente marcato tra i consumatori finali, ci quali sono sempre alla ricerca di imballi che siano i più sostenibili possibili.I produttori di acque e bibite si stanno adeguando alle crescenti richieste di packaging riciclato, inserendo nelle loro produzione l’rPET, materia prima riciclata in granuli che è certificata per il contatto alimentare. In realtà, a fronte di un’enorme richiesta di materia prima riciclata, la necessità dei produttori di bottiglie di avere un fornitore di rPET food, che riassuma diverse caratteristiche tecnico-commerciali non è sempre facile. La società Italiana Arezio Marco è stata incaricata di valutare e proporre tre fornitori affidabili per l’inserimento della materia prima, rPET food, nella produzione di imballi per bevande in Inghilterra.Le valutazioni hanno riguardato: • Le certificazioni sul prodotto, per valutare se il granulo rispettasse i livelli qualitativi della produzione che fino ad ora era espressa solamente attraverso l’uso di PET vergine. • La certificazione sulla compatibilità alimentare per verificare la rispondenza alle normative EFSA • L’analisi del ciclo di produzione attraverso la valutazione della selezione per colore, la macinazione il lavaggio, la sanificazione e l’estrusione del prodotto. • Il controllo di qualità del granulo prodotto prima della consegna al cliente • Le disponibilità trimestrali per permettere programmi di approvvigionamento regolari Terminate queste valutazioni è stato seguito un programma di tests delle campionature consegnate al cliente, che sono passate attraverso le analisi di laboratorio per certificare l’allineamento dei dati dichiarati dal produttore di granulo e, successivamente, con una quantità di materia prima crescente, si sono effettuati tests di produzione su larga scala. Una volta approvati i prodotti e le compatibilità rispetto alle produzioni dei vari packaging, si sono iniziate le forniture della materia prima riciclata.Categoria: notizie - plastica - economia circolare - riciclo - rifiuti - PETVedi il prodotto finito

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https://www.rmix.it/ - Pattumiere domestiche fatte in plastica vergine: uno schiaffo all’economia circolare
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Pattumiere domestiche fatte in plastica vergine: uno schiaffo all’economia circolare
Economia circolare

Perché si sono scelti alcuni colori che impongono l’uso della plastica non riciclata? di Marco ArezioE’ davvero un controsenso, un cortocircuito verso i principi dell’economia circolare la scelta di fabbricare pattumiere per i rifiuti domestici di colori come il giallo, il rosso, l’azzurro, il bianco o il silver, per citarne alcuni, che difficilmente possono essere fatte con la plastica riciclata. I rifiuti domestici, che tanto diligentemente i cittadini separano in casa, servono alla collettività per essere trasformati, secondo i principi dell’economia circolare, in nuovi materiali di uso quotidiano, evitando di utilizzare risorse naturali, come il petrolio, per costruire prodotti che si possono fare con quello che noi scartiamo. Tra questi rifiuti, nelle case viene separata la plastica dal vetro, dal metallo e dalla carta, che prendono percorsi di riciclo diversi in modo da essere lavorati e offerti nuovamente sul mercato come materie prime seconde. La plastica viene raccolta dai comuni ed inviata ai centri di selezione che sono incaricati di dividere il contenuto dei sacchetti della raccolta domestica, nelle varie tipologie di plastiche che vengono raccolte all’interno della casa. Vediamo alcuni impieghi dei rifiuti plastici raccolti: Le bottiglie dell’acqua e delle bibite in PET saranno lavorate per creare nuovo granulo per la produzione di altre bottiglie, di fibra per i vestiti e per l’imbottitura dei divani, per le regge adatte al confezionamento degli imballi industriali, per fare le vaschette alimentari trasparenti. I flaconi dei detersivi in HDPE vengono lavorati per produrre materia prima con cui si ottengono altri flaconi per i detersivi o gli oli industriali, taniche per la benzina, prodotti per l’edilizia, film da copertura per i bancali di prodotti, tubi rigidi di irrigazione per l’agricoltura, raccordi idraulici per l’irrigazione, membrane di protezione, grigliati erbosi carrabili, reti di segnalazione e contenimento. Con gli imballi rigidi in PP si possono fabbricare pattumiere, cassette da trasporto, sedie e tavoli per il giardino, divani e poltrone tipo rattan, palette e scope, armadi da esterno, bauli per il giardino o per la casa, secchi per la pulizia, carrelli e imballi vari. Con la plastica flessibile degli imballi in LDPE, selezionata per tipologia, si possono creare altri sacchetti per la pattumiera, film da copertura agricola, tubi flessibili per l’irrigazione in agricoltura o per il giardino, teli da copertura per l’edilizia, vasi, supporti per le reti dei letti, secchi, lastre in legno polimero, pannelli divisori per pareti, camminamenti agricoli. Abbiamo quindi visto alcuni esempi di come i materiali che provengono dal riciclo domestico possono, e devono, essere riutilizzati per produrre nuovi prodotti senza sfruttare le risorse della terra. Tecnicamente, si possono reimpiegare i rifiuti urbani, creando prodotti utili alla comunità, di buona qualità tecnica e con un buon impatto estetico, il quale, però, non dovrebbe mai essere una discriminante nella scelta del consumatore, in quanto, se una pattumiera è marrone scuro invece che gialla, non credo che per contenere dei rifiuti possa fare la differenza in casa. In realtà, su questo inutile valore estetico, i consumatori, o chi sceglie per loro, consegnandogli la pattumiera per la raccolta differenziata, fanno una differenza sostanziale se contribuire al ciclo dell’economia circolare o vanificare gli sforzi di separazione dei rifiuti che non verranno riutilizzati. Infatti, pattumiere in polipropilene con colori sgargianti, quali il bianco, il rosso, il celeste, il giallo, il colore panna, il silver, l’azzurro o il verde chiaro, solo per citarne alcuni, difficilmente possono essere prodotte utilizzando la plastica riciclata in quanto, questa, provenendo da un mix di colori degli imballi raccolti, non permette solitamente di arrivare a colori così chiari. Di conseguenza, o vengono prodotti con materiali vergini, quindi granuli di derivazione petrolifera e non riciclati, o il produttore deve fare delle miscele nelle quali inserire una piccola percentuale di materiale riciclato e poi aggiungere del materiale vergine. Le pattumiere fatte con il granulo proveniente dal post consumo, quindi dalla raccolta differenziata, sono sostanzialmente prodotte con colori scuri, quali il nero, il verde, il marrone, il blu e il grigio scuro. A chi interessa la perfezione estetica di un prodotto destinato ai rifiuti se questo comporta problemi all’ambiente?Categoria: notizie - plastica - economia circolare - riciclo - rifiuti - pattumiereVedi maggiori informazioni sul riciclo

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https://www.rmix.it/ - Il vetro nell’economia circolare.
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Il vetro nell’economia circolare.
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L’incremento dell’uso del vetro si vede al supermercato. di Marco ArezioIl trend di crescita del fatturato degli imballi di vetro nelle catene di supermercati per prodotti alimentari, come evidenziato dal report di Assovetro, riflette un cambiamento significativo nei comportamenti di consumo e nelle politiche ambientali. Questo interesse rinnovato verso il vetro, anziché altri materiali come la plastica, può essere analizzato attraverso diverse lenti: ambientale, economica, e di percezione del consumatore. Contesto Ambientale e Regolamentare Il vetro, essendo completamente riciclabile, si inserisce perfettamente nella narrativa dell'economia circolare, un principio fondamentale per ridurre l'impronta ecologica e migliorare la sostenibilità. L'Europa, in particolare, ha messo in atto numerose direttive volte a ridurre la produzione di rifiuti e aumentare le quote di riciclaggio. La strategia europea per la plastica nel 2018 ha spinto molte aziende a riconsiderare le loro opzioni di imballaggio, promuovendo materiali sostenibili come il vetro. L'obiettivo dell'industria europea di raggiungere un tasso di raccolta del vetro per il riciclo del 90% entro il 2030 è un'espressione di queste politiche ambientali aggressive. Dinamiche di Mercato del VetroI dati presentati da Assovetro mostrano un incremento significativo nel fatturato di prodotti imballati in vetro in categorie diverse, da alimenti base come i sughi a prodotti più voluttuari come il vino e la birra. Questo può essere interpretato come un indicatore di una crescente preferenza dei consumatori per il vetro, visto come più sicuro, riciclabile e meno impattante rispetto alla plastica. Le aziende che operano nei settori alimentare e delle bevande stanno rispondendo a questo cambiamento con investimenti in linee di produzione per imballaggi in vetro e iniziative di marketing che sottolineano la sostenibilità del vetro.Percezione dei Consumatori sulla sostenibilità degli imballi di vetroIl rapporto sottolinea una crescente sensibilità dei consumatori verso la sostenibilità e l'impatto ambientale dei materiali di imballaggio. Anche se la preferenza per il vetro può derivare da una percezione non completamente informata dell'impatto ambientale della plastica, rappresenta comunque una spinta positiva verso materiali considerati più "puliti" e "naturali". Inoltre, il vetro è spesso percepito come un materiale che migliora l'esperienza di consumo, mantenendo meglio le proprietà organolettiche dei prodotti, soprattutto nel settore alimentare e delle bevande. Implicazioni per il Settore Retail e Produttivo I supermercati e i produttori stanno adattando le loro strategie per capitalizzare su queste tendenze. Questo include non solo l'adattamento delle linee di prodotti ma anche l'implementazione di strategie di raccolta e riciclo del vetro per ridurre i costi e migliorare l'efficienza operativa. Il successo in questi sforzi può anche essere un forte punto di differenziazione nel mercato, attrattivo per i consumatori che sono sempre più consapevoli delle questioni ambientali. Conclusione In conclusione, l'aumento del fatturato degli imballi di vetro nei supermercati riflette una trasformazione significativa nelle preferenze dei consumatori e nelle pratiche aziendali. Questo non solo cambia il panorama dei materiali di imballaggio ma segna anche un punto di svolta verso pratiche più sostenibili e responsabili. Tuttavia, affrontare la sfida di aumentare le quote di raccolta e riciclo del vetro sarà cruciale per realizzare appieno i benefici ambientali promessi da questo cambiamento.Categoria: notizie - vetro - economia circolare - rifiuti - rottameVedi maggiori informazioni sul riciclo

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https://www.rmix.it/ - L’impiego dei polimeri nel campo dell’ecologia
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare L’impiego dei polimeri nel campo dell’ecologia
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Polimeri nel campo dell’ecologiadi Marco ArezioCi sono i campi di applicazione tradizionali dei polimeri plastici che tutti conosciamo, permettendoci di usare i prodotti plastici quotidiani, poi ci sono campi di utilizzo davvero impensabili. Secondo le informazioni dell’Universitàdi Iztapalapa in Messico, un team di ricercatori universitari, capeggiato dalla Dott.ssa Judith Cardoso, sta studiando gli impieghi di vari polimeri e biopolimeri, per migliorare le performance di alcune operazioni di carattere ecologico. Due di questi progetti riguardano la pulizia dei pozzi profondi e il trattamento dell’acqua di scarto proveniente dai lavaggi delle auto che sono notoriamente contaminate. Nel caso dell’autolavaggio si trattava di poter gestire i materiali di scarto, di origine biologica e trasportati dall’acqua, attraverso il legame con un polimero, creando dall’unione, un elemento pesante che scendesse sul fondo delle vasche di raccolta, consentendo così di pulire l’acqua. Questo nuovo composto può essere definito un fango che ha caratteristiche tali da poter essere utilizzato per il compostaggio. Nel caso della purificazione dei pozzi di acqua dai metalli pesanti, quali il Cromo 6 e l’arsenico, il gruppo di ricerca, in collaborazione con il National Polytechnic Istitute (IPN), sta sperimentando l’impiego di resine a base di polimeri. Questo studio vuole trovare una soluzione per l’estrazione dell’acqua in assenza dei due inquinanti, che sono facilmente presenti nei pozzi in aree semi-aride. Il processo prevede inoltre l’impiego della tecnologia di elettrodeionizzazione in una cella elettrochimica. Un altro studio su cui si stanno concentrando i ricercatori è quello di riuscire ad immagazzinare, nelle resine riciclate, una certa quantità di CO2 con lo scopo di produrre un abbattimento di quella circolante e, inoltre, creare resine con un maggior valore aggiunto. Infatti, se si riuscisse a trovare un metodo industriale di immagazzinamento della CO2 nelle resine riciclate, si creerebbero delle basi polimeriche che si potrebbero trasformare, secondo i ricercatori, in etanolo metanolo e biocarburanti od altri composti da utilizzare come materie prime.Categoria: notizie - polimeri - economia circolare - riciclo - rifiuti - ecologia

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https://www.rmix.it/ - Qualcuno ha paura dell’aumento del riciclo della plastica?
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Qualcuno ha paura dell’aumento del riciclo della plastica?
Economia circolare

Ipotesi di diminuzione del consumo dei derivati del petrolio per l’incremento delle tecnologie del riciclodi Marco ArezioLa reazione che l’opinione pubblica mondiale sta avendo in merito al problema dell’inquinamento prodotto dai rifiuti plastici, rilasciati in modo incosciente nell’ambiente, sta creando non solo una coscienza ambientalista che fino a pochi anni fa era veramente poco sentita nei vari strati della popolazione mondiale, ma sta creando conseguenze non previste solo 10 anni fa in merito alla produzione e vendita dei derivati dal petrolio. Il movimento di opinione che sta crescendo giorno dopo giorno contro la dispersione degli imballaggi plastici, soprattutto nei mari, ha spinto anche i grandi produttori di imballaggi a trovare alternative del loro standard produttivo. Questa nuova coscienza ha portato un gran numero di menti a ragionare sulla possibilità di riciclare la plastica in modo alternativo alla comune conoscenza, anche in merito alle normative Europee e Americane, sempre più stringenti, che impongono l’aumento delle % di riciclo delle materie plastiche. Uno di questi nuovi studi si sta concentrando sulla produzione di liquidi combustibili di derivazione del riciclo della plastica di uso comune, attraverso la produzione di cracking termico a 400° per ricreare un prodotto sintetico che risulta essere leggero e senza zolfo che può essere lavorato con altri oli in raffineria. Un altro studio utilizza sempre la tecnologia del cracking termico ma calibrata alla produzione di nafta e un distillato simile al diesel che viene miscelato con il normale gasolio da raffineria. Ci sono poi da considerare le acquisizioni avvenute sul mercato, da parte dei produttori di materie prime vergini (polimeri) derivanti dal petrolio, di riciclatori di materie plastiche al fine di controllare la lunga filiera della plastica e prevenire possibili perdite di fatturato con la diminuzione della vendita dei polimeri vergini. Questo fermento sul mondo del riciclo della plastica non riguarda solo l’America e l’Europa, ma anche l’Asia, dove i governi, tra cui Cina e Indonesia, stanno mettendo in campo complessi ed estesi programmi di riciclaggio per evitare problemi come quelli verificatisi in Indonesia dove è dovuto intervenire l’esercito per ripulire la plastica che ostruiva il fiume Citarum. Detto questo ci si attende che a breve la domanda di greggio possa venire influenzata dagli eventi in atto, infatti il presidente della società eChem, che si occupa della consulenza nel settore energetico, sostiene che se l’incremento del riciclo del polietilene e polipropilene dovesse continuare ai ritmi che ci si aspetta alla luce di tutte le tecnologie che stanno entrando in campo, questo potrebbe portare ad una perdita a medio termine di milioni di tonnellate di petrolio, annullando così la crescita della produzione che molte compagnie petrolifere si aspettavano. Inoltre il petrolio ha un altro forte concorrente che si chiama: liquidi da gas naturale. Infatti negli Stati uniti, l’etano sta attirando numerosi investimenti in particolare nelle regioni nord orientali.Categoria: notizie - plastica - economia circolare - ricicloVedi maggiori informazioni sul riciclo

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https://www.rmix.it/ - Globalizzazione del Marcato della Plastica Riciclata: Il Dado è Tratto (Alea iacta est)
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Globalizzazione del Marcato della Plastica Riciclata: Il Dado è Tratto (Alea iacta est)
Economia circolare

Globalizzazione del Marcato della Plastica Riciclata: Il Dado è Tratto (Alea iacta est)di Marco ArezioC’era bisogno di scomodare Giulio Cesare per dare l’idea che non c’è un momento più propizio come questo per agire? Forse si.Non è solo la Plastic Tax che spinge l’Europa a riconsiderare i polimeri riciclati, ma una serie di movimenti dal basso in cui i consumatori, preoccupati dalle condizioni ambientali del pianeta, richiedono produzioni più sostenibili anche nel mondo della plastica. Anche molti altri paesi, fuori dal confine Europeo, stanno adottando politiche restrittive per disincentivare l’uso della plastica vergine nelle produzioni massive, con lo scopo di aumentare il riciclo e diminuire i rifiuti plastici. La società S&P Global Platts Analytics prevede che la plastica riciclata, prodotta attraverso il sistema di riciclo meccanico, sostituirà oltre 1,7 milioni di tonnellate di polimeri plastici vergini entro il 2030, rispetto alle 688.000 tonnellate del 2020. Come sostituire la plastica vergine con quella riciclata a livello globale C’è ancora molta diffidenza sui polimeri plastici riciclati, specialmente nei paesi meno industrializzati, dove troppo spesso l’acquisto di questa materia prima è visto come un affare economico, volto a ridurre il costo di produzione. Questa richiesta di realizzare un’importante differenza di prezzo, rispetto a quella vergine, diventa per alcuni acquirenti l’unico metro di valutazione per l’impiego di un polimero riciclato. Ma come abbiamo visto nell’articolo pubblicato nel portale Arezio, anno dopo anno il prezzo dei polimeri riciclati si sposteranno verso il prezzo di quelli vergini e, in molti casi lo supereranno, questo per ragioni di carattere economico, ambientale e industriale. La globalizzazione del marcato dei polimeri riciclati deve passare verso una standardizzazione dei processi produttivi, in cui la filiera di trasformazione offra a tutti i clienti e in tutti i continenti dei processi di trattamento del rifiuto plastico comparabili dal punto di vista qualitativo. Oggi, in molte parti del mondo, la produzione di polimeri riciclati è un’attività localizzata dove non vengono sempre espressi valori di qualità, ma principalmente la necessità più o meno impellente del riuso del rifiuto in entrata. Bisogna acquisire la consapevolezza che l’utilizzo dei polimeri riciclati deve essere prioritario rispetto a quelli vergini, indipendentemente dal loro costo, in quanto il risparmio delle risorse del pianeta e la riduzione dei rifiuti che vengono prodotti giornalmente sono di gran lunga il fattore principale. La pressione dei governi Come abbiamo visto molti stati stanno applicando legislazioni disincentivanti all’uso della plastica vergine, attraverso una serie di tasse o imposizioni di utilizzo nelle miscele di percentuali variabili di plastica riciclata. In Gran Bretagna, per esempio, la produzione di un articolo che non contenga il 30% di plastica riciclata, per i prodotti rientranti in alcune categorie, subisce una tassa di 200 GBP/Ton, rendendo meno vantaggioso il costo finale del prodotto fatto solo con plastica vergine. Queste normative devono, da una parte disincentivare l’acquisto non deferibile della plastica vergine ma, nello stesso tempo, devono tendere, non solo ad aumentare la quota di produzione dei polimeri riciclati a livello mondiale, in modo da compensare la diminuzione dell’uso del vergine, ma devono anche portare a una filiera produttiva più uniforme per creare similitudini nei polimeri riciclati esportabili. Queste attività legislative stanno aumentando la richiesta di plastica riciclata che spesso, come in Europa, non corrisponde all’aumento dei volumi offerti. Principio di standardizzazione dei polimeri riciclati Quando si acquista un Polimero vergine con una specifica caratteristica da un fornitore è possibile, se le condizioni di mercato lo rendessero necessario, acquistarne uno molto simile prodotto da un altro fornitore, senza avere grandi differenze sui valori tecnici o di colore. Nel campo dei polimeri riciclati, non sempre questa alternanza esiste, in quanto ci possono essere delle differenze che potrebbero rendere un elemento diverso da un altro. Vediamo come: • Differenti fonti di approvvigionamento • Differente ciclo di vita del prodotto da riciclare • Differente di sostanze contenute nel prodotto se è un imballo • Differenti tecniche e metodi di riciclo nella filiera • Differenti macchinari utilizzati • Differente qualità della filiera del riciclo • Differenti mix di input per la creazione delle ricette • Differenti tecniche per il controllo di qualità dei polimeri Queste sono solo alcune alternative che possono implicare ad un polimero riciclato di essere differente da un suo simile. La standardizzazione non è sempre facile, in quanto il materiale in entrata può avere caratteristiche, a volte, più vicino al rifiuto che alla materia prima, ma lo sforzo comune di caratterizzare sempre meglio i polimeri finali permetterà una maggiore diffusione degli stessi. Nel mercato Europeo il lavoro di standardizzazione di alcuni polimeri come rPET o il PVC ha portato buoni risultati, conferendo a queste due famiglie regole qualitative, all’interno delle quali il prodotto è normato e di più facile diffusione nel mondo, potendo ripetere, lotto per lotto gli stessi valori. Anche l’rPET riciclato negli Stati Uniti sta diventando più uniforme e mostra riduzioni dei livelli di contaminanti. Questa spinta è guidata dalla California, dove dal 2022 si applicherà un contenuto minimo di plastica riciclata nelle bottiglie in PET, a partire dal 15%. Ma le produzioni di macinati trasparenti rPET della California sono in gran parte dominate da materiali con un livello di contaminanti in PVC fino a 100 ppm, questo significa che il settore dell’rPET statunitense è orientato verso mercati finali di qualità inferiore, come i mercati delle fibre e dei tessuti. I grandi marchi internazionali delle bibite stanno installando produzione di rPET nei paesi dove trovano fonti di approvvigionamento abbondanti e continuative, creando una spinta alla standardizzazione del polimero nel mondo. L’inquinamento globale procurato della plastica abbandonata a causa di comportamenti scellerati dell’uomo può essere risolto, dando valore al prodotto da riciclare in tutto il modo.Categoria: notizie - plastica - economia circolare - rifiuti - business - internazionalizzazioneVedi maggiori informazioni sull'argomento

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https://www.rmix.it/ - The Boneyard: il più grande cimitero di aerei al mondo
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare The Boneyard: il più grande cimitero di aerei al mondo
Economia circolare

Dalla storia militare al riciclo aeronautico: il cuore nascosto dell’economia circolare del volo di Marco ArezioNel cuore dell’Arizona, poco distante dalla città di Tucson, esiste un luogo che sembra sospeso tra memoria e futuro: il Boneyard, il più grande cimitero di aerei al mondo. Migliaia di velivoli militari e civili, immobili e silenziosi sotto il sole cocente del deserto, si allineano in una scenografia impressionante. A prima vista può sembrare un paesaggio post-apocalittico, una distesa di rottami arrugginiti e dimenticati. In realtà, è una delle infrastrutture aeronautiche più strategiche e sofisticate al mondo, dove la storia militare incontra l’economia circolare e la gestione dei materiali ad alto valore tecnologico. Le origini: dal dopoguerra all’era atomica Il Boneyard nacque nel 1946, all’indomani della Seconda guerra mondiale. L’US Air Force si trovava con una flotta immensa, frutto della corsa agli armamenti che aveva caratterizzato il conflitto. Migliaia di bombardieri, caccia e aerei da trasporto, fondamentali per la vittoria, erano ormai inutili in tempo di pace. Ma cosa fare di queste macchine gigantesche, costruite con materiali preziosi come alluminio e titanio? Distruggerli sarebbe stato un errore strategico, non solo economico: quegli aerei rappresentavano un patrimonio industriale, un serbatoio di pezzi di ricambio, ma anche una riserva militare in caso di nuovi conflitti. Si decise quindi di conservarli, e la scelta cadde sull’Arizona per ragioni precise: - il clima arido e l’umidità minima riducevano la corrosione delle strutture metalliche- il terreno compatto permetteva di parcheggiare i colossi dell’aria senza pavimentazioni costose- la vicinanza con basi operative e centri logistici garantiva la manutenzioneFu così che nacque il 309th Aerospace Maintenance and Regeneration group (AMARG), reparto incaricato della gestione degli aerei. Un’istituzione che, da allora, non ha mai smesso di evolversi. La Guerra fredda e la crescita del Boneyard Con l’inizio della Guerra fredda, il deposito di Tucson assunse una dimensione ancora più importante. Ogni nuova generazione di velivoli portava con sé il ritiro di quella precedente. I bombardieri B-29 e B-50 lasciarono spazio ai colossali B-52 Stratofortress, i caccia F-86 Sabre furono sostituiti dagli F-4 Phantom, e via via fino agli F-14 Tomcat e agli F-16 Fighting Falcon. Il Boneyard diventò così una riserva strategica, una sorta di “polizza assicurativa” per l’US Air Force. Alcuni velivoli venivano sigillati e mantenuti in condizioni tali da poter tornare a volare in poche settimane. Altri venivano smontati per fornire componenti introvabili, mantenendo in vita intere flotte sparse nel mondo. In questo senso, il Boneyard è stato ed è tuttora un laboratorio di economia circolare ante litteram, dove nulla va sprecato. Un museo a cielo aperto Camminare tra le file ordinate di aerei è come attraversare un gigantesco manuale di storia aeronautica del XX e XXI secolo. Qui convivono bombardieri che hanno sorvolato il Vietnam, caccia impiegati durante la Guerra fredda, elicotteri da trasporto, aerei da ricognizione e cargo intercontinentali. Alcuni restano lì come pezzi da museo all’aperto, altri attendono ancora un nuovo impiego. Ogni velivolo è un frammento di memoria: un B-52 può raccontare la storia della deterrenza nucleare, un F-14 ricorda le tensioni della Guerra fredda nei cieli del Mediterraneo, mentre i giganteschi cargo C-5 Galaxy testimoniano le missioni logistiche che hanno cambiato la geopolitica. Il valore strategico e industriale Nonostante l’aspetto suggestivo, il Boneyard non è affatto un deposito abbandonato. È una infrastruttura strategica di enorme valore economico e militare. In caso di emergenza, molti velivoli possono essere riattivati: basta rimuovere i sigilli protettivi, sostituire alcuni componenti e aggiornarne i sistemi. Per quelli che non possono più tornare a volare, la sorte non è comunque segnata: diventano donatori di organi tecnologici, fornendo pezzi di ricambio che mantengono operative intere flotte ancora in servizio. Questo sistema consente un risparmio enorme, riducendo la necessità di produrre nuovi pezzi complessi e costosi. Economia circolare e riciclo dei giganti dell’aria Quando un aereo entra nel Boneyard non significa necessariamente che la sua storia sia finita. Al contrario, inizia una fase complessa e cruciale: quella del recupero e riciclo dei materiali. È qui che la logica dell’economia circolare trova applicazione in una delle industrie più avanzate e costose del mondo: l’aeronautica. Un aeromobile medio-grande può pesare centinaia di tonnellate, ed è composto da una combinazione di materiali difficili da reperire, lavorare e sostituire. Alluminio ad alta resistenza, leghe di titanio, acciai speciali, rame e cablaggi, compositi in fibra di carbonio: ogni singolo elemento rappresenta una risorsa preziosa che non può essere dispersa. Smantellamento ad alta sicurezza La prima fase del riciclo è la rimozione delle componenti sensibili. Sistemi di navigazione militari, elettronica avanzata, radar, apparati per le comunicazioni e, soprattutto, elementi legati agli armamenti vengono smontati con protocolli di sicurezza severissimi. Nulla può lasciare la base senza essere tracciato: molti sistemi sono coperti da segreti militari e vengono disattivati o distrutti prima che i materiali entrino nella catena industriale. In parallelo, vengono rimossi i fluidi pericolosi: carburante residuo, oli, idraulici e sostanze chimiche che non possono contaminare il terreno o l’atmosfera. Questo rende il Boneyard anche un presidio ambientale, in grado di ridurre al minimo l’impatto in un settore tradizionalmente ad alto rischio. Recupero dei materiali pregiati Una volta neutralizzate le parti pericolose, inizia la vera e propria fase di smontaggio strutturale. Le fusoliere vengono aperte, le ali separate, i motori estratti. Ogni pezzo viene selezionato: ciò che può diventare ricambio per altri velivoli viene stoccato e catalogato, il resto è destinato al riciclo metallurgico. Il processo è un esempio di upcycling industriale: - l’alluminio aeronautico, estremamente leggero e resistente, viene rifuso e reinserito in cicli produttivi che spaziano dall’edilizia ai trasporti civili- il titanio, materiale raro e costoso, viene recuperato per applicazioni ad alta tecnologia come turbine, impianti medici e industria spaziale- il rame dei cablaggi trova nuova vita nell’elettronica di consumo e nelle infrastrutture energetiche- i compositi in fibra di carbonio, difficili da smaltire, vengono macinati e trasformati in materiali rinforzati per l’automotive e la nauticaUn bombardiere di grandi dimensioni può fornire oltre 100 tonnellate di materiali riutilizzabili, riducendo drasticamente la necessità di estrarre nuove risorse. Dal deserto all’industria civile Il paradosso è affascinante: ciò che un tempo era progettato per la guerra può diventare materia prima per la pace. Un caccia smantellato può fornire titanio per protesi ortopediche, rame per reti elettriche o fibra di carbonio per imbarcazioni sportive. Questa logica, tipica dell’economia circolare, chiude il cerchio del ciclo di vita dei materiali. Gli aerei, tra le macchine più complesse mai costruite dall’uomo, non finiscono come rifiuti ma come risorse rigenerate. È un approccio che riduce i costi, limita le emissioni legate all’estrazione mineraria e offre nuove opportunità all’industria. Un modello per altri settori Il sistema del Boneyard è diventato un modello di riferimento per altre filiere industriali. L’automotive, la cantieristica navale e persino l’edilizia guardano a questa esperienza come a un laboratorio su larga scala. L’idea che ogni prodotto, anche il più complesso, debba avere un “fine vita circolare” non è più solo un principio teorico: a Tucson è realtà da oltre settant’anni. In questo senso, il Boneyard non è soltanto un cimitero di aerei: è un centro di innovazione ambientale e industriale, un luogo dove si impara che il valore di un manufatto non termina con il suo uso primario, ma continua in forme inaspettate. L’ampiezza del fenomeno Oggi il Boneyard copre un’area di oltre 10 chilometri quadrati e ospita più di 4.000 velivoli, tra cui caccia, bombardieri, elicotteri e aerei civili. Non esiste al mondo un’altra installazione paragonabile. Altri cimiteri di aerei si trovano in California, nel deserto del Mojave, o in alcune regioni europee, ma nessuno raggiunge la scala e l’organizzazione di Tucson. È diventato persino una meta turistica: attraverso tour guidati è possibile ammirare da vicino questo spettacolo surreale. Il colpo d’occhio di migliaia di aerei ordinati in file interminabili, sotto il sole del deserto, è un’esperienza che lascia senza fiato. Un simbolo della modernità e della sostenibilità Il Boneyard non è solo un deposito militare: è un simbolo della modernità industriale e tecnologica, ma anche una metafora della transizione verso la sostenibilità. Rappresenta l’idea che perfino i giganti dell’aria, costruiti per la guerra e la potenza, possano avere un futuro diverso grazie al riciclo e al riuso intelligente. In un mondo che affronta sfide ambientali sempre più pressanti, il Boneyard è un esempio concreto di come anche le industrie più complesse possano adottare logiche di economia circolare. Un laboratorio a cielo aperto che unisce passato, presente e futuro del volo.© Riproduzione Vietata

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rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Quando la plastica ti salva la vita
Economia circolare

Plastica ed Economia Circolare: oltre i pregiudizi, verso una lettura tecnica e consapevole Autore: Marco ArezioArticolo originale: Marzo 2020Aggiornamento: Marzo 2026 Categoria: Economia circolare – Materie plastiche – Sostenibilità Introduzione: quando l’emozione prende il posto dell’analisi Negli ultimi anni la plastica è diventata, nell’immaginario collettivo, il simbolo per eccellenza dell’inquinamento globale. Le immagini di oceani invasi dai rifiuti, di animali intrappolati o di microplastiche nei pesci hanno costruito una narrazione potente, capace di generare indignazione immediata ma spesso incapace di favorire una comprensione profonda del problema. Il punto non è negare l’esistenza di un impatto ambientale reale, ma distinguere tra causa e conseguenza. La plastica, infatti, non nasce come rifiuto: diventa rifiuto quando viene gestita male. Questo passaggio, apparentemente banale, è invece il cuore di una riflessione tecnica che troppo spesso viene ignorata nel dibattito pubblico. La plastica: da materiale strategico a capro espiatorio Se osserviamo con attenzione la nostra quotidianità, emerge con chiarezza un dato difficilmente contestabile: la plastica è ovunque. Non solo negli imballaggi, ma nei dispositivi medici, nei sistemi di isolamento degli edifici, nei componenti delle automobili, negli strumenti elettronici, nelle infrastrutture energetiche. Ridurre questo materiale alla sola immagine di una bottiglia abbandonata o di un sacchetto trasportato dal vento significa ignorare decenni di innovazione tecnologica. È come giudicare l’intera industria siderurgica sulla base di una carcassa arrugginita. La plastica è stata una delle più grandi rivoluzioni industriali del Novecento: leggera, resistente, modellabile, economicamente accessibile. Ha permesso di ridurre i consumi energetici nei trasporti, migliorare la conservazione degli alimenti, aumentare la sicurezza in ambito sanitario. In altre parole, ha contribuito in modo significativo al miglioramento della qualità della vita. Il vero problema: sistemi di gestione incompleti e disomogenei Quando si analizza il tema con strumenti tecnici, emerge un quadro molto diverso da quello spesso raccontato. Il problema principale non è la produzione della plastica, ma la sua gestione a fine vita. Dalla seconda metà del Novecento sono state prodotte oltre 8 miliardi di tonnellate di materie plastiche. Di queste, solo una frazione relativamente limitata è stata effettivamente riciclata. Il resto si è accumulato in discarica, è stato incenerito o, nei casi peggiori, disperso nell’ambiente. Ma questo dato non racconta un fallimento del materiale. Racconta piuttosto un deficit infrastrutturale globale: sistemi di raccolta insufficienti, impianti di selezione non adeguati, mancanza di investimenti nelle tecnologie di recupero e, soprattutto, una scarsa diffusione di comportamenti responsabili. In molti Paesi emergenti, ad esempio, la raccolta differenziata è ancora assente o limitata alle aree urbane più sviluppate. In questi contesti, qualsiasi materiale — plastica, metallo, carta — rischia di diventare un rifiuto disperso. Esempi concreti: quando la gestione funziona (e quando no) Per comprendere meglio la differenza tra materiale e sistema, è utile osservare alcuni casi reali. In diversi Paesi del Nord Europa, come Germania o Paesi Bassi, i sistemi di raccolta e riciclo delle plastiche raggiungono livelli di efficienza molto elevati. Qui, grazie a una combinazione di infrastrutture avanzate, normative stringenti e partecipazione dei cittadini, la plastica post-consumo viene recuperata, selezionata e reimmessa nei cicli produttivi in modo sistematico. Al contrario, in molte aree del Sud-Est asiatico o dell’Africa subsahariana, la mancanza di infrastrutture rende impossibile una gestione efficace dei rifiuti. È in questi contesti che si genera la maggior parte della dispersione ambientale che poi alimenta le immagini simbolo dell’inquinamento globale. Questo confronto evidenzia un punto cruciale: la plastica non è intrinsecamente inquinante. Diventa tale quando il sistema che la circonda non è in grado di gestirla. Riciclo: limiti reali e nuove opportunità tecnologiche Un’altra semplificazione diffusa riguarda il riciclo. Spesso viene presentato come soluzione definitiva, oppure al contrario come pratica inefficace. La realtà è più complessa. Il riciclo meccanico, oggi dominante, è limitato da fattori tecnici ben noti: degradazione delle catene polimeriche, contaminazioni, perdita di proprietà meccaniche. Questo fenomeno, noto come downcycling, rende difficile un riutilizzo infinito del materiale nelle stesse applicazioni. Negli ultimi anni, tuttavia, si stanno affermando tecnologie di riciclo chimico che consentono di scomporre i polimeri nei loro componenti di base, permettendo la produzione di materiali con caratteristiche comparabili a quelle vergini. Pirolisi, depolimerizzazione e solvolisi rappresentano alcune delle soluzioni più promettenti. Il limite, oggi, non è tanto tecnologico quanto economico e normativo: servono investimenti, scale industriali adeguate e un quadro regolatorio stabile che favorisca l’integrazione di queste tecnologie nelle filiere esistenti. Il ruolo della plastica nella transizione sostenibile Paradossalmente, la plastica è anche uno degli strumenti fondamentali per la transizione ecologica. Nei settori dell’energia rinnovabile, dell’efficienza energetica e della mobilità sostenibile, i materiali polimerici svolgono un ruolo centrale. Pensiamo alle pale eoliche, ai pannelli fotovoltaici, ai componenti leggeri per i veicoli elettrici o ai sistemi di isolamento termico negli edifici. Eliminare la plastica senza alternative equivalenti significherebbe, in molti casi, aumentare il consumo di risorse e le emissioni. Anche in ambito sanitario, l’esperienza recente ha dimostrato quanto questi materiali siano essenziali. Dispositivi di protezione individuale, contenitori sterili, strumenti monouso: senza plastica, la gestione delle emergenze sanitarie sarebbe stata molto più complessa. Cultura e responsabilità: il vero cambio di paradigma Il nodo centrale resta quindi culturale. Non basta innovare le tecnologie o migliorare le infrastrutture: è necessario sviluppare una consapevolezza diffusa lungo tutta la filiera, dal produttore al consumatore. Questo significa progettare prodotti più facilmente riciclabili, ridurre le contaminazioni nei flussi di rifiuto, incentivare l’uso di materie prime seconde e promuovere comportamenti responsabili. Significa anche evitare approcci ideologici. Demonizzare un materiale non porta a soluzioni efficaci. Al contrario, rischia di spostare il problema altrove, senza risolverlo. Conclusione: dalla colpa alla responsabilità Attribuire alla plastica la responsabilità dell’inquinamento significa semplificare un problema complesso. La plastica è uno strumento, e come tale può essere utilizzata bene o male. La vera sfida non è eliminarla, ma gestirla in modo intelligente, integrandola in un sistema circolare capace di valorizzarne le caratteristiche e ridurne gli impatti. In questa prospettiva, la plastica del futuro non sarà diversa da quella del passato per natura, ma per contesto: inserita in filiere efficienti, tracciate e sostenibili. FAQ La plastica è sempre dannosa per l’ambiente? No. Diventa dannosa quando viene dispersa o gestita in modo scorretto. In sistemi efficienti può essere recuperata e riutilizzata. Perché si ricicla solo una piccola parte della plastica? A causa di limiti infrastrutturali, tecnici ed economici: raccolta inefficiente, contaminazione dei rifiuti e costi del riciclo rispetto al materiale vergine. Il riciclo chimico è la soluzione definitiva? È una tecnologia promettente, ma non ancora diffusa su larga scala. Deve integrarsi con il riciclo meccanico, non sostituirlo completamente. Eliminare la plastica risolverebbe il problema ambientale? No. Molti prodotti alternativi hanno impatti ambientali uguali o superiori se analizzati lungo l’intero ciclo di vita. Qual è il ruolo dei cittadini? Fondamentale: una corretta raccolta differenziata e comportamenti responsabili migliorano l’efficienza dell’intero sistema. Fonti e riferimenti tecnici European Commission – Plastics Strategy and Circular Economy Action Plan OECD – Global Plastics Outlook Ellen MacArthur Foundation – The New Plastics Economy PlasticsEurope – Plastics – the Facts IEA (International Energy Agency) – Material efficiency and plastics ISO 15270: Plastics – Guidelines for the recovery and recycling of plastics waste

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Un’analisi tecnica e aggiornata del riciclo della plastica negli Stati Uniti: raccolta differenziata, capacità impiantistica, qualità del riciclato, bottiglie food-contact, politiche statali, mercati del PCR e differenze strutturali rispetto all’EuropaAutore: Marco Arezio. Esperto in economia circolare, riciclo dei polimeri e processi industriali delle materie plastiche. Fondatore della piattaforma rMIX, dedicata alla valorizzazione dei materiali riciclati e allo sviluppo di filiere sostenibili. Data: 1 aprile 2026 Tempo di lettura: 16 minuti Parlare di riciclo della plastica negli Stati Uniti significa entrare nel cuore di una contraddizione industriale e culturale. Da una parte c’è il più grande mercato occidentale dei consumi confezionati, una base produttiva enorme, una forte spinta delle grandi marche verso il contenuto riciclato e un ecosistema tecnologico avanzato. Dall’altra c’è un sistema frammentato, con regole diverse da stato a stato, livelli molto variabili di accesso alla raccolta, rendimenti di selezione imperfetti e una distanza ancora troppo grande tra ciò che i cittadini conferiscono e ciò che ritorna davvero sul mercato sotto forma di nuova resina. Il punto più delicato, e anche più umano, è proprio questo: molti cittadini americani separano i rifiuti convinti di partecipare a un ciclo chiuso, ma il sistema reale disperde ancora enormi quantità di materiale per mancanza di accesso, errori di conferimento, limiti di selezione, scarsa riciclabilità degli imballaggi e insufficiente convenienza economica. La fiducia nel riciclo, negli USA, non dipende più solo dal gesto domestico: dipende dalla capacità della filiera di trasformare quel gesto in polimero secondario pulito, certificabile e vendibile. La storia del riciclo americano: dall’Oregon Bottle Bill al PCR La storia moderna del riciclo statunitense non nasce da un grande piano federale, ma da una legge statale diventata simbolica. Nel 1971 l’Oregon approvò il primo sistema cauzionale-deposito del Paese per contrastare l’abbandono dei contenitori monouso, e da lì prese forma il modello dei bottle bill, poi adottato da altri nove stati. Quella stagione è importante perché mostra una caratteristica che ancora oggi definisce gli USA: l’innovazione nelle politiche del riciclo parte spesso dai territori, non dal centro. Negli anni successivi il sistema americano si è strutturato soprattutto attorno al riciclo meccanico, mentre il lavoro di standardizzazione tecnica sull’imballaggio è stato rafforzato anche dal ruolo dell’Association of Plastic Recyclers, attiva dal 1992 come riferimento per la progettazione di packaging compatibile con il riciclo. Questo aspetto è cruciale, perché negli USA il problema non è solo raccogliere di più, ma progettare meglio ciò che si immette sul mercato. I numeri reali del riciclo della plastica negli Stati Uniti Il dato ufficiale nazionale più solido disponibile dall’EPA per l’intero flusso delle plastiche municipali resta quello del 2018: 35,7 milioni di tonnellate generate, circa 3 milioni di tonnellate riciclate e un tasso di riciclo dell’8,7%. Nello stesso anno, 27 milioni di tonnellate di plastica sono finite in discarica. Già questi numeri spiegano tutto: negli Stati Uniti il problema non è marginale, è strutturale. All’interno di questo quadro generale, alcune filiere performano meglio. Sempre secondo EPA, nel 2018 le bottiglie e i vasetti in PET hanno raggiunto un tasso di riciclo del 29,1%, mentre le bottiglie in HDPE naturale il 29,3%. Si tratta di percentuali molto superiori alla media complessiva della plastica, segno che il riciclo statunitense funziona soprattutto quando il flusso è relativamente omogeneo, riconoscibile e sostenuto da un mercato finale robusto. I dati più recenti, però, sono frammentati per filiera. Nel PET, NAPCOR segnala che nel 2023 il tasso di raccolta delle bottiglie PET negli USA ha raggiunto il 33%, il livello più alto dal 1996, mentre il contenuto medio di rPET in bottiglie e vasetti statunitensi è salito al 16,2%, con 966 milioni di libbre di rPET impiegate in tali applicazioni. È un segnale importante: dove c’è domanda industriale chiara, il sistema accelera. Anche dal lato della capacità emerge una verità spesso trascurata. Secondo APR, nel 2025 i riciclatori meccanici di USA e Canada dispongono di una capacità inutilizzata significativa e potrebbero trattare quasi 2 miliardi di libbre di plastica in più ogni anno se raccogliessero più materiale e trovassero una domanda manifatturiera più stabile. In altre parole, il collo di bottiglia non è solo impiantistico: è soprattutto a monte, nella raccolta, e a valle, nella continuità del mercato. Gli Stati più virtuosi e il peso dei bottle bill Se si guarda ai singoli stati, la geografia del riciclo statunitense cambia radicalmente. Il rapporto “50 States of Recycling”, richiamato da Resource Recycling, mostra che nel 2021 i migliori risultati nel riciclo degli imballaggi plastici, escludendo fibre e film flessibili, sono stati ottenuti da Maine, Vermont, Massachusetts, Iowa, Oregon, New York, California, Michigan, New Jersey e Connecticut. Nove di questi dieci stati hanno un sistema cauzionale-deposito attivo. Questo non è un dettaglio statistico, ma una lezione di politica industriale. Gli stati con DRS riciclano in media il 34% degli imballaggi attraverso mercati closed-loop, contro appena il 7% degli stati senza DRS; per le bottiglie PET, gli stati con bottle bill riciclano oltre 3,5 volte di più pro capite rispetto agli stati senza deposito. Significa che la qualità della raccolta migliora quando il cittadino riceve un incentivo economico diretto e quando il sistema di ritorno è chiaro, comodo e capillare. I tassi di redemption del 2023 confermano il quadro. L’Oregon ha raggiunto l’87%, il Michigan il 73%, il Vermont il 72%, New York il 68%, la California il 59%, il Connecticut il 43% e il Massachusetts il 36%; il dato del Maine è indicato al 77% ma con segnalazione di parzialità del reporting. Non tutti i bottle bill americani sono quindi uguali, ma nel loro insieme dimostrano che la raccolta di qualità non è un’utopia: è il risultato di regole ben progettate. Capacità industriale e qualità del riciclato: il vero collo di bottiglia NIST ricorda che la plastica negli USA viene riciclata soprattutto con processi meccanici e che il packaging rappresenta la principale destinazione d’uso della plastica, con il 44,8% dell’impiego totale e il 46,7% della generazione di rifiuto. Questo spiega perché il destino del riciclo americano si giochi soprattutto sugli imballaggi: se non si chiude bene la filiera del packaging, non si chiude quasi nulla. La qualità del riciclato, però, viene erosa lungo tutta la catena. NIST evidenzia che per le bottiglie PET circa il 27% del materiale raccolto si perde prima di trasformarsi in nuova materia: 13% in selezione e 14% in lavorazione presso il processore. Per l’HDPE le perdite arrivano al 28%, per il PP al 41%, per le plastiche rigide #3-#7 al 44% e per altri manufatti rigidi in PET al 68%. Le cause sono note: materiale intercettato male, contaminazione, sporco, umidità, etichette, coating, tappi e colle. Qui emerge una verità scomoda ma fondamentale: la raccolta differenziata non coincide con il riciclo effettivo. Molto materiale viene “raccolto per il riciclo”, ma non riesce ad arrivare alla pelletizzazione finale con le caratteristiche richieste dal mercato. Per questo negli USA la discussione seria si sta spostando dal semplice volume raccolto alla resa reale in polimero secondario commerciabile. Le criticità tecniche del riciclo meccanico Le criticità tecniche sono almeno quattro. La prima è la contaminazione tra polimeri diversi, aggravata da imballaggi multistrato, sleeve difficili da separare, additivi non trasparenti, pigmenti e componenti incompatibili. La seconda è la contaminazione organica, che peggiora qualità e resa. La terza è la degradazione del materiale durante i cicli di riciclo meccanico. La quarta è la difficoltà di valorizzare film e flessibili, ancora molto indietro rispetto ai flussi rigidi. NIST è molto chiaro anche sul lato economico. I costi di raccolta nei programmi generici superano spesso i 300 dollari per tonnellata, a cui si aggiungono circa 100 dollari per tonnellata di processing; il prezzo di vendita dei materiali plastici riciclati è spesso inferiore a questo costo totale, e in molti casi persino inferiore al solo costo di lavorazione. È qui che il riciclo smette di essere una parola morale e torna a essere ciò che è davvero: una filiera industriale che vive o muore sulla qualità del feedstock e sulla tenuta del mercato. Per questo le innovazioni richieste al sistema non sono decorative, ma necessarie: selezione ottica e robotica, secondary MRF, watermark digitali, traccianti chimici, semplificazione del design e riduzione della complessità del packaging. Senza queste correzioni, la raccolta aumenta ma la qualità del polimero riciclato non regge le specifiche tecniche delle applicazioni più esigenti. I problemi politici e sociali del sistema americano Sul piano politico, gli Stati Uniti non hanno ancora una regia unitaria paragonabile a quella europea. Il risultato è una mappa di regole, definizioni, programmi locali e requisiti industriali fortemente disomogenea. Negli ultimi anni l’Extended Producer Responsibility per il packaging ha iniziato a consolidarsi con le leggi approvate in Maine e Oregon nel 2021, e poi in Colorado e California nel 2022. È un passaggio importante, perché l’EPR non serve solo a finanziare il sistema: serve anche a spingere il redesign degli imballaggi e a dare più continuità ai mercati del riciclato. Il problema sociale è altrettanto serio. Secondo The Recycling Partnership, oggi il 73% delle famiglie statunitensi ha accesso al riciclo, ma nelle abitazioni multifamiliari l’accesso scende al 37%. Solo il 43% delle famiglie partecipa davvero; tra quelle con accesso, il 59% utilizza il servizio, e tra quelle che lo usano solo il 57% del materiale riciclabile finisce effettivamente nel contenitore corretto. Il risultato finale è duro da leggere: il 76% dei riciclabili residenziali si perde a livello domestico e solo il 21% viene effettivamente riciclato. Questi numeri mostrano che il riciclo americano non è solo un tema di tecnologia o di mercato, ma anche di disuguaglianza infrastrutturale, di comunicazione pubblica e di fiducia. Dove il servizio è discontinuo, poco leggibile o scomodo, il cittadino si allontana. E quando il cittadino si allontana, la qualità del materiale peggiora ancora. I mercati principali dei polimeri riciclati negli USA I mercati più solidi dei polimeri riciclati negli USA restano quelli collegati agli imballaggi, perché proprio il packaging è il principale sbocco storico delle resine PET, HDPE e PP. Le applicazioni tipiche descritte da NIST comprendono per il PET bottiglie per bevande, bottiglie acqua e vaschette food; per l’HDPE contenitori per bevande, sacchetti e flaconi per detergenti; per il PP coppette, tappi, flaconi, contenitori per yogurt e altri imballaggi rigidi. Nel caso del PET il mercato è particolarmente chiaro: nel 2023 il 59% di tutto l’rPET impiegato negli end market di USA e Canada è andato ad applicazioni bottle-to-bottle. È il segnale più netto di una filiera dove la domanda finale, spinta da brand commitment e obblighi di contenuto riciclato, sta cercando di ricostruire un circuito chiuso relativamente stabile. Per HDPE e PP il mercato del PCR è più articolato. Il riutilizzo cresce in contenitori per la detergenza, personal care, household packaging, componenti rigidi stampati e applicazioni meno sensibili sotto il profilo regolatorio. Il principio industriale è semplice: più il flusso è monomateriale, tracciabile e poco contaminato, più il riciclato può risalire verso usi ad alto valore; più è misto e sporco, più scivola verso impieghi tecnicamente tolleranti e meno remunerativi. Plastica riciclata per il food: cosa si può fare davvero La produzione di polimeri riciclati idonei al contatto alimentare è il banco di prova più severo del sistema americano. FDA chiarisce che l’uso di plastica post-consumo nel food packaging viene valutato caso per caso, perché i rischi principali riguardano la presenza di contaminanti nel prodotto finale, l’ingresso di materiali non conformi alla filiera food-contact e l’eventuale non conformità degli additivi. Per questo la valutazione richiede descrizione completa del processo, controllo delle fonti, prove di decontaminazione e, quando necessario, test con contaminanti surrogati e modelli di migrazione. Il livello guida richiamato da FDA è una concentrazione dietetica non superiore a 0,5 ppb. FDA precisa inoltre che per il PET e il PEN ottenuti con riciclo terziario non ritiene più necessario il surrogate contaminant testing, perché ha già concluso che questi processi possono produrre materiale di purezza idonea al food contact. Questo aiuta a capire perché, nel panorama americano, il baricentro del food-grade riciclato sia ragionevolmente concentrato soprattutto sul PET bottle-to-bottle, con filiere fortemente controllate e decontaminate; l’HDPE ha spazi reali, ma più selettivi e meno lineari. A sostenere questa domanda non ci sono più solo impegni volontari. In California, AB 793 impone ai produttori di contenitori per bevande almeno il 15% di plastica riciclata dal 2022, il 25% dal 2025 e il 50% dal 2030. Nello Stato di Washington, i contenitori per bevande devono raggiungere il 15% nel 2023, il 25% nel 2026 e il 50% nel 2031; per household cleaning e personal care le soglie sono 15% nel 2025, 25% nel 2028 e 50% nel 2031. Washington specifica anche che, ai fini di questi obblighi, sono ammissibili sia il riciclo meccanico sia quello chimico, mentre la bio-resina non conta come contenuto riciclato. Il confronto con l’Europa: dove gli USA sono indietro e dove possono recuperare Il confronto con l’Europa va fatto con onestà metodologica. Il dato EPA dell’8,7% riguarda tutta la plastica nei rifiuti municipali USA nel 2018, mentre il 42,1% europeo diffuso da Eurostat riguarda il riciclo dei rifiuti di imballaggi plastici nel 2023. Non sono quindi indicatori perfettamente sovrapponibili. Ma proprio questa cautela rende il confronto più serio: anche tenendo conto della non piena omogeneità, il divario resta ampio e racconta una maggiore maturità europea nelle filiere degli imballaggi. Nel 2023 l’UE ha generato 35,3 kg pro capite di rifiuti di imballaggi plastici e ne ha riciclati 14,8 kg pro capite; i Paesi migliori sono stati Belgio, Lettonia e Slovacchia. Plastics Europe aggiunge che nel 2022 il contenuto circolare di plastica nei nuovi prodotti europei era pari al 13,5%, di cui 12,6% da riciclato post-consumo, e che i tassi di riciclo dei flussi raccolti separatamente sono circa 13 volte superiori a quelli dei flussi misti. È forse questo il punto chiave: l’Europa non è più avanzata perché “crede” di più nel riciclo, ma perché misura meglio, separa meglio e armonizza di più. Anche sul fronte dei deposit systems il confronto è istruttivo. Una sintesi riportata da Resource Recycling indica che nel 2023 i sistemi cauzionali statunitensi avevano una media di ritorno del 62%, contro una media europea dell’87%. Non è solo una differenza di efficienza; è una differenza di progetto istituzionale: in Europa i sistemi sono spesso più moderni, più capillari e con depositi economicamente più incisivi. Cosa insegna davvero il caso americano Gli Stati Uniti non sono un fallimento assoluto del riciclo della plastica, ma sono un sistema che mostra in modo quasi didattico dove una filiera si rompe. Si rompe quando la raccolta non è universale. Si rompe quando gli imballaggi non sono progettati per essere selezionati bene. Si rompe quando la qualità del materiale scende sotto la soglia tecnica richiesta dal mercato. Si rompe quando il costo di raccolta e lavorazione supera il valore del polimero rigenerato. E si rompe quando la politica non costruisce regole abbastanza stabili da sostenere investimenti di lungo periodo. Ma gli USA mostrano anche la direzione di recupero. Dove esistono bottle bill efficienti, il materiale migliora. Dove arrivano obblighi di contenuto riciclato, il mercato si irrobustisce. Dove il PET viene raccolto bene e decontaminato correttamente, il bottle-to-bottle torna a essere credibile. Dove si estende l’EPR, si inizia finalmente a saldare il rapporto tra design, raccolta, selezione e domanda finale. Il futuro del riciclo plastico americano non dipenderà da una singola tecnologia miracolosa, ma dalla capacità di far lavorare insieme politica industriale, progettazione degli imballaggi, infrastruttura di raccolta e mercati del PCR. FAQ Qual è il tasso ufficiale di riciclo della plastica negli USA? Il dato nazionale ufficiale EPA più citato per l’intero flusso delle plastiche municipali è l’8,7% nel 2018, pari a circa 3 milioni di tonnellate riciclate su 35,7 milioni di tonnellate generate. Quali sono gli stati più virtuosi nel riciclo della plastica? Nel ranking 2021 sugli imballaggi plastici, escludendo fibre e film flessibili, figurano ai primi posti Maine, Vermont, Massachusetts, Iowa, Oregon, New York, California, Michigan, New Jersey e Connecticut; nove su dieci hanno un bottle bill. Negli USA si produce plastica riciclata idonea al food contact? Sì, ma solo in filiere molto controllate. FDA valuta i processi caso per caso e richiede controllo della sorgente, prova di decontaminazione e, quando necessario, test con contaminanti surrogati e valutazioni di migrazione; per il PET riciclato con processi terziari la posizione FDA è più consolidata. Perché l’Europa appare più avanti degli USA? Perché dispone di metriche più armonizzate sugli imballaggi, raccolta separata più strutturata, maggiore spinta normativa e mercati del riciclato più integrati. Eurostat indica per il 2023 un riciclo del 42,1% degli imballaggi plastici UE, mentre Plastics Europe segnala che la raccolta separata moltiplica di circa 13 volte la probabilità di riciclo rispetto ai flussi misti. Fonti principali EPA, FDA, NIST, The Recycling Partnership, Association of Plastic Recyclers, NAPCOR, CalRecycle, Washington State Department of Ecology, Product Stewardship Institute, Container Recycling Institute, Eurostat, Plastics Europe.Immagine su licenza © Riproduzione Vietata

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Riciclo della grafite di scarto: metodi di purificazione, riutilizzo industriale e vantaggi economici ed ambientalidi Marco ArezioLa grafite nasce come materiale d’élite per i processi metallurgici e meccanici ad alta temperatura, ma la sua lavorazione porta con sé la produzione inevitabile di residui. Non si tratta di scarti omogenei, bensì di un insieme di forme e composizioni che riflettono la complessità delle lavorazioni da cui provengono. Polveri sottilissime generate dai distaccanti utilizzati in fresatura, frammenti prelevati dalla sagomatura degli elettrodi, depositi carboniosi formati dall’erosione nei forni elettrici, residui filtrati dai sistemi di aspirazione: tutti questi materiali compongono il vasto panorama degli scarti grafitici. Ogni tipologia porta con sé impurità specifiche — oli tecnici, ossidi metallici, particelle ceramiche, residui refrattari — che richiedono un approccio di riciclo capace di adattarsi a una materia prima che, pur essendo sempre grafite, cambia volto a seconda della sua storia produttiva. Tecnologie di pretrattamento e selezione dei residui grafitici Per avviare un recupero efficace, la grafite scartata deve subire un primo lavoro di “riordino”. I fanghi provenienti dai distaccanti vanno essiccati per restituire al materiale la consistenza adatta a essere lavorata; le scaglie e le polveri secche, invece, vengono frantumate e calibrate in granulometrie specifiche. In questa fase si svolge una selezione silenziosa ma fondamentale: magneti, separatori a induzione e tavole densimetriche eliminano metalli indesiderati, sabbie, ossidi e tutte quelle componenti che potrebbero compromettere le successive fasi di purificazione. È un lavoro di sottrazione e di pulizia, che ha l’obiettivo di restituire al materiale una certa uniformità e di prepararlo alle operazioni che faranno emergere di nuovo la sua natura tecnica. Purificazione termica e chimica della grafite riciclata Il cuore del riciclo grafitico è la purificazione, una fase in cui la materia viene portata all’estremo per ritrovare la propria qualità originaria. La purificazione termica avviene attraverso trattamenti ad altissima temperatura, spesso oltre i 2.500 °C, in ambienti controllati in cui le impurità metalliche si volatilizzano o reagiscono trasformandosi in composti separabili. Il calore non solo pulisce il materiale, ma ne migliora anche la struttura cristallina, rendendo la grafite recuperata molto simile a quella elettrolitica. L’alternativa chimica sfrutta direttamente la reattività degli acidi e delle basi forti: immersioni in soluzioni fluoridriche, solforiche o alcaline rimuovono selettivamente ciò che è estraneo al carbonio, lasciando intatta la grafite. Talvolta, soprattutto quando si opera su polveri sottilissime, si ricorre alla flottazione mineraria, adattata dalla tradizione estrattiva per far emergere la grafite come componente idrofoba capace di separarsi naturalmente da ciò che non appartiene alla stessa famiglia carboniosa. Alla fine di questo percorso, il materiale torna a essere una risorsa industriale, pronto per una nuova vita produttiva. Qualità e standard tecnici del materiale recuperato Il valore della grafite riciclata non dipende soltanto dalla sua purezza, ma anche dalla capacità dei processi di garantire una costanza nelle caratteristiche tecniche. La granulometria deve essere stabile, la conducibilità elettrica e termica misurabile e prevedibile, l’assenza di oli e metalli accuratamente certificata. In molti casi, le aziende si affidano a protocolli ISO specifici o a standard settoriali che definiscono parametri come il grado di cristallinità, la percentuale di impurità residue o il contenuto di ceneri. Un materiale grafitico che supera questi criteri diventa un vero asset industriale, competitivo rispetto alla grafite vergine non solo in termini ambientali ma anche di performance. Applicazioni industriali della grafite riciclata Una volta recuperata e purificata, la grafite torna a circolare in molte filiere. In alcuni casi rientra direttamente nella produzione di nuovi elettrodi, mescolata in percentuali calibrate con grafite vergine. In altri si trasforma in lubrificante solido, impalpabile e resistente, utile per paste ad alta temperatura o spray tecnici. Le polveri riciclate diventano spesso distaccanti per fresatura o colata, soprattutto quando si cercano soluzioni meno costose ma comunque performanti. Nel mondo metallurgico trovano spazio come agenti riducenti nelle briquettes metalliche, mentre nell’industria dei refrattari contribuiscono a realizzare crogioli capaci di sopportare shock termici intensi. Infine, una parte della grafite recuperata entra nei materiali conduttivi per componenti elettrici o, nei casi in cui la purezza lo consente, nei blend destinati agli anodi delle batterie: un settore affamato di carbonio tecnico e sempre più interessato a fonti alternative. Benefici economici e ambientali del riciclo della grafite I vantaggi derivanti dal recupero della grafite sono evidenti già a livello industriale: riduzione dei costi di smaltimento, stabilità dei prezzi in un mercato globale instabile e minor dipendenza da fornitori di minerali strategici. Ma i benefici ambientali sono ancora più rilevanti. Riciclare grafite significa sottrarre materia ai processi estrattivi, spesso localizzati in aree ad alta vulnerabilità ecologica; significa ridurre le emissioni legate alla produzione di grafite sintetica, tra le più energivore; significa promuovere una filiera del carbonio circolare, in cui il materiale non viene più considerato uno scarto ma un vettore di prestazioni. In un contesto industriale sempre più attento alla sostenibilità, queste dinamiche assumono un peso strategico nelle politiche di approvvigionamento. Normative europee e certificazioni per il materiale riciclato Il percorso di riciclo della grafite è regolato da numerosi riferimenti normativi. Le aziende devono rispettare il quadro REACH per la gestione delle sostanze chimiche, le norme sulle emissioni industriali nei trattamenti termici e una serie di standard che definiscono la qualità e la sicurezza dei materiali riciclati, soprattutto quando destinati a lubrificanti o a tecnologie ad alta temperatura. Molti produttori scelgono inoltre certificazioni ambientali volontarie, come le EPD o la ISO 14021, che consentono di comunicare in maniera trasparente l’impatto ridotto del materiale recuperato. La tracciabilità, in questo settore, è un elemento irrinunciabile: dimostra che il ciclo di vita della grafite è gestito in modo responsabile e conforme alle direttive europee. Innovazioni e nuove frontiere nel recupero della grafite di scarto La ricerca sta ampliando rapidamente gli orizzonti del riciclo grafitico. Tecnologie al plasma per purificazioni ultrarapide, sistemi elettrochimici che eliminano l’uso di acidi pericolosi, tecniche di micronizzazione avanzata per il settore delle batterie, impianti che catturano e riciclano le polveri di fresatura in tempo reale: tutto questo sta contribuendo a rendere la grafite di scarto una risorsa sempre più preziosa. Le industrie ad alta intensità energetica guardano con crescente interesse a questi sviluppi, consapevoli che il futuro richiederà materiali affidabili, sostenibili e, soprattutto, rinnovabili.© Riproduzione Vietata

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La scatola di cartone ondulato riciclato è un imballo che è sottoposto a molti tests prima di arrivare fino a noi. Vediamolidi Marco ArezioNel packaging moderno le scatole in cartone riciclato hanno preso uno spazio nel mercato molto importante, sono economiche, protettive, sostenibili, facili da produrre, stampabili e riutilizzabili. Inoltre, considerando che per ogni 100 kg. di materia prima utilizzata per fabbricare il cartone ondulato più del 50% è composto da materiale riciclato, l’approvvigionamento delle materie prime è meno complicato che in altri settori. L’utilizzo di una quota così elevata di cartone riciclato è reso possibile anche dal progresso degli impianti di lavorazione del macero, che permettono di recuperare e selezionare una percentuale elevata di fibre, eliminare i contaminanti ed effettuare trattamenti per ottenere prestazioni di qualità. Ma per produrre una scatola in cartone ondulato di qualità dobbiamo risalire la filiera, controllando la carta utilizzata ed effettuare delle prove di laboratorio, che ci indichino le caratteristiche fisiche per il prodotto che utilizziamo come imballo. Tra le prove principali troviamo: • Grammatura • Resistenza alla compressione • Resistenza allo scoppio • Resistenza alla compressione in piano • Assorbimento dell’acqua Cobb • Permeabilità all’aria • Resistenza alla delaminazione • Resistenza alla trazione • Rigidità a trazione Non tutti i tests saranno effettuati in modo uniforme su tutte le tipologie di cartoni ondulati, ma si utilizzeranno alcuni sistemi di controllo in base alla tipologia di imballo e a cosa conterranno. Per quanto riguarda le scatole di cartone ondulato, destinate all’immagazzinamento della merce, un test molto importante riguarda la resistenza a compressione verticale, che esprime la portanza degli imballi accatastati. La prova viene eseguita secondo metodo Fefco n° 50, che consente di mettere in relazione il progetto della scatola in cartone ondulato in funzione dell’accatastamento, ovvero del peso del contenuto, dell’altezza di accatastamento e di un fattore di sicurezza (Ct). La prova di resistenza alla compressione sul cartone ondulato si esegue con le onde orientate perpendicolarmente al piano delle piastre e si applica a tutti i tipi di cartone ondulato. Dovendo utilizzare le scatole per la logistica è inoltre importante verificare la prova della contenibilità degli oggetti, la resistenza alle vibrazioni e alle cadute. Queste prove sono propedeutiche per capire la resistenza della scatola alle sollecitazioni e agli eventuali urti imposti durante il trasporto e quale grado di protezione la stessa può dare ai prodotti contenuti. Inoltre, essendo le scatole composte da cartone ondulato igroscopico, è importante effettuare la prova di assorbimento dell’acqua Cobb, infatti, questo il metodo esprime, in g/m2, la quantità di acqua distillata assorbita da un provino di carta sottoposta a una pressione di colonna d’acqua di 1 cm in un determinato tempo. Come abbiamo capito anche le scatole di cartone ondulato, alle quali non diamo molta considerazione quando ci arriva un pacco, sono degli imballi pensati per proteggere nel migliore dei modi i nostri acquisti, al prezzo più contenuto possibile e, cosa non trascurabile, in modo ecologico e sostenibile. Categoria: notizie - carta - economia circolare - riciclo - rifiuti - packaging

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https://www.rmix.it/ - Polvere o Granulo Riciclato di PVC: Sarà Sempre come tu lo Vuoi
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Polvere o Granulo Riciclato di PVC: Sarà Sempre come tu lo Vuoi
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Polvere o Granulo Riciclato di PVC: Sarà Sempre come tu lo Vuoidi Marco ArezioIl PVC riciclato si è fatto in mille forme per te, per i tuoi estrusori o per le tue presse, in granulo, macinato o in polvere è sempre a tua disposizione per le tue produzioni.Si mette al tuo servizio con mille vestiti diversi, colori a RAL o standard, miscele popolane o di classe, che non fanno desiderare di avere altri polimeri vergini. Diventa sempre quello che vuoi tu vuoi che sia: • Tubi • Profili • Zerbini • Raccordi • Accessori • Masselli autobloccanti • Finestre • Scarpe • Ciabatte • Stivali • Canne dell’acqua • Griglie • Fili per legature • Angolari • Guarnizioni • Membrane impermeabili • Puntali antiinfortunistici • Semilavorati • Chiusini • E molto altro Si adatta a quello che desideri, può essere rigido o soft a seconda di cosa richiede la situazione, può essere trasparente se lo richiedi, senza ombre o sfumature strane, o di mille colori se preferisci. Ma sa anche essere forte e resistente come il granulo, aspettando che tu possa scioglierlo e plasmarlo secondo i tuoi desideri, oppure impalpabile come la polvere nella quale lasciare la tua impronta o sfuggente come le scaglie di un macinato che assomigliano ai coriandoli della tua infanzia. Il PVC riciclato, sotto qualsiasi forma, cammina con te, ti accompagna nella tua vita lavorativa, ti esorta a rispettare l’ambiente, a ridurre l’impronta carbonica, a non utilizzare i polimeri vergini di derivazioni petrolifera se possibile, ti rendono fiero di partecipare al processo dell’economia circolare, ti insegna a credere di poter costruire un mondo migliore attraverso il riciclo. Quando fai una cosa che ritieni socialmente utile, come realizzare prodotti in PVC riciclato, lo fai anche per le generazioni future, forse anche per i tuoi figli, insegnandoli che la riduzione dei consumi, il riciclo, il riuso e il recupero di ciò che sembrerebbe un rifiuto, sono fattori non trascurabili ma essenziali per vivere in un mondo meno consumista, dove si brucia tutto quello che si tocca, lasciando solo scorie.Categoria: notizie - plastica - economia circolare - rifiuti - riciclo - PVC Vedi maggiori informazioni sulle materie plastiche

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https://www.rmix.it/ - Come Riciclare il Supporto delle Etichette nel Settore del Packaging
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Come Riciclare il Supporto delle Etichette nel Settore del Packaging
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Come Riciclare il Supporto delle Etichette nel Settore del Packagingdi Marco ArezioRecuperare e riciclare non significa solo occuparsi del prodotto a fine vita che è stato acquistato dal consumatore, portato per esempio a casa, utilizzato il suo contenuto e poi buttato nei rifiuti.Questo è il concetto tradizionale di un prodotto che deve essere avviato al riciclo, ma i consumatori non vedono altre tipologie di rifiuti che vengono generati per produrre quell'imballo. Per esempio i supporti delle etichette che vengono applicate ai prodotti, generano, in maniera continuativa, rifiuti che possiamo definirli non di consumo ma di produzione. Come ci racconta Tiziano Polito di un'iniziativa portata avanti dalla società Americana Avery Dennison, che recupererà i rifiuti dai materiali adesivi che immette sul mercato in otto paesi Europei nella prima metà del 2021. 470.000 tonnellate: questo è il volume del supporto per etichette prodotto in Europa nel 2019 secondo la società di consulenza AWA. Solo un terzo di questa quantità viene riciclato. I dorsi - chiamati da alcuni "liner" o "protector" sono usati, per veicolare l'etichetta, chiamata "front", diventano poi rifiuti una volta applicata l'etichetta sul prodotto. Da diversi anni i produttori di materiali adesivi si propongono di recuperarli nell'ambito di programmi che rispondono ad un approccio di economia circolare. Avery Dennison è uno di loro. Il produttore americano lancia, con AD Circular, un nuovo progetto di recupero e riciclo per i paesi europei. Con un inizio previsto nella prima metà del 2021 in Francia, Spagna, Belgio, Polonia, Danimarca, Svezia, Germania e Regno Unito, il programma coinvolgerà altri paesi europei nella seconda metà dell'anno. Il progetto riguarda il recupero e il riciclo del supporto in carta e il film plastico. Per realizzare il progetto, Avery Dennison cha reato un sistema semplice: le aziende hanno a disposizione un'applicazione Web per pianificare la raccolta dei propri rifiuti. Inoltre fornisce loro dati utili sotto forma di analisi e certificati, quantità di materiali riciclati, quantità di emissioni di CO2 evitate, ecc.Categoria: notizie - plastica - economia circolare - rifiuti - etichette - packaging

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https://www.rmix.it/ - Imballi alimentari in pet: perché riciclarli?
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Imballi alimentari in pet: perché riciclarli?
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A volte ci si chiede se lo sforzo di fare la raccolta differenziata in casa ne valga la penadi Marco ArezioMolte volte quando dividiamo la spazzatura ci chiediamo se il nostro impegno servirà a qualche cosa, se il materiale che noi dividiamo poi verrà effettivamente impiegato o finirà in discarica o peggio bruciato, se gli oneri che paghiamo, nonostante il nostro lavoro di pre-selezione, siano utili alla causa ambientalista. In casa, magari avendo a disposizione spazi ristretti, il dover selezionare la carta, il vetro, la plastica e gli scarti alimentari in contenitori diversi, comporta impegno, fatica mentale nella separazione e spazi sottratti ad altre cose. Se poi aggiungiamo che dobbiamo ricordarci anche in quali giorni del mese ritirano il sacchetto di uno o dell’altro prodotto, diventa un compito da organizzare con impegni da non dimenticare se non si vuole che la casa si riempia di spazzatura. Ogni tanto ricordiamo quanto era comodo buttare ogni cosa in un sacco unico e quando passava la raccolta dei rifiuti si doveva solo pensare a portare il sacco, con i rifiuti misti, fuori dalla porta di casa e non ci si pensava più. Abbiamo visto questa generale inerzia dove ci ha portato, ma forse avremmo anche il diritto di capire a cosa servano i nostri sforzi domestici nella separazione dei rifiuti. Quando compriamo i pomodori, le pesche o le fragole, ci vengono molte volte presentate in negozio dentro a scatolette in plastica trasparente, chiuse da un coperchio che protegge il prodotto deperibile. La portiamo a casa, mettiamo a tavola il contenuto e l’imballo, in questo caso in PET, viene subito buttato. Tutti questi imballi trasparenti in PET, attraverso la raccolta differenziata, possono rinascere a nuova vita evitando di utilizzare nuovo petrolio per fare altri prodotti. Si, ma come? La vaschetta, insieme alle altre compagne di viaggio, viene portata nei centri di selezione dei rifiuti dove verrà divisa dagli altri imballi in plastica ed avviata alla rigenerazione. Gli imballi alimentari in PET verranno macinati in pezzi dalle dimensioni di 10 mm. circa, poi lavati in modo da togliere le etichette presenti sulla confezione, separati per colore, se ci fossero vaschette colorate mischiate a quelle trasparenti e poi estrusi creando un granulo che costituirà la nuova materia prima per realizzare molti prodotti. Se la destinazione del nuovo granulo dovrà essere ancora quella alimentare, durante il processo che porta alla granulazione, il materiale verrà sanificato e igienizzato, potendo poi essere utilizzato per ricostruire imballi alimentari. Se invece la destinazione sarà in settori non alimentari, il granulo verrà imballato e venduto in molti settori produttivi. Vediamo quali: Il settore dell’arredamento utilizza il granulo di PET riciclato per fare la fibra che troveremo nei cuscini e nell’imbottitura dei divani e delle poltrone.L’industria tessile utilizza il granulo di PET riciclato per fare fibra adatta alla realizzazione di capi da abbigliamento e coperte.L’industria dell’imballaggio utilizza il granulo di PET riciclato per fare le regge per gli imballi che troviamo su molte confezioni o sui bancali di merce, con lo scopo di stabilizzare il materiale contenuto.L’industria della pulizia utilizza il granulo di PET riciclato per fare mono-filamenti per le scope domestiche e industriali e per realizzare spazzole per le macchine per la pulitura meccanica. Come vedete ogni nostro sforzo legato alla separazione domestica dei rifiuti è destinato a risparmiare CO2 nell’atmosfera, risorse naturali, a consumare inutilmente materie prime di origine fossile e a risolvere il problema degli imballi di plastica che non verranno più messi nelle discariche o peggio scaricati in mare.Categoria: notizie - plastica - economia circolare - PETVedi il prodotto finitoVedi maggiori informazioni sul riciclo

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https://www.rmix.it/ - La plastica è il nostro nemico?
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare La plastica è il nostro nemico?
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Lettera aperta agli ambientalisti da un ambientalista di Marco Arezio. Marco 2020Oggi voglio raccontarvi la mia piccola storia di ambientalista, nata in un tempo che sembra appartenere a un altro mondo. Non c'erano social media, niente cellulari, e la televisione impiegava minuti ad accendersi, aspettando che le valvole si scaldassero.Gli inizi: un amore per la naturaNon ho ricordi nitidi del mio amore per la natura fino ai sei anni. Ma proprio a quell'età ebbi una fortuna speciale: frequentai una scuola sperimentale, un luogo diverso, che ti insegnava a guardare il mondo con occhi curiosi. Era il 1970, e gli insegnanti adottavano un metodo che andava oltre i libri, un percorso che ci portava a esplorare il bello, a conoscerlo, a viverlo. Così iniziai a conoscere la natura da vicino, non da dietro un banco, ma camminandoci dentro, sentendomi parte di essa.Da quel momento fu amore a prima vista, senza ripensamenti. La parola "ecologista" ancora non esisteva, ma io lo ero già. A casa avevamo tre vecchi pini e, su uno di questi, a otto anni, costruii il mio rifugio segreto, lassù a quindici metri da terra, con tre assi di legno trovate nell’orto di mio padre. Lì passavo i pomeriggi dopo la scuola, arrampicandomi in cima e scendendo su una canna d'acqua in PVC legata a un ramo. Mi sentivo il re del mondo, circondato solo dal vento e dal profumo dei pini.La montagna: un amore estremoQuando divenni più grande e acquisii maggiore indipendenza, quella passione per la natura divenne un desiderio irrefrenabile di scoprirla in tutta la sua forza. Così ho scelto l'alpinismo. Ho scelto la montagna per vivere la natura nella sua forma più pura e selvaggia, senza compromessi, spesso in solitudine. Scalavo in estate e in inverno, cercando percorsi difficili e solitari, volendo immergermi completamente nella bellezza incondizionata della natura.Dalla passione al lavoroAnche nella mia vita lavorativa ho voluto dare un senso a questo amore. Dopo alcune esperienze iniziali, ho iniziato a lavorare nella produzione di manufatti in plastica riciclata e, successivamente, nel riciclo dei rifiuti plastici. Era come chiudere il cerchio che avevo aperto da bambino: fare qualcosa di concreto per salvaguardare, nel mio piccolo, quell'ambiente che tanto amavo.Oggi: una battaglia controcorrenteOggi, viviamo in un mondo dove tutto è veloce, dove i social media sono lo strumento principale per veicolare idee. Un mondo in cui, a suon di slogan e di foto condivise, l'odio per la plastica è diventato la bandiera di chi vuole sentirsi parte di una battaglia giusta. Capisco l'indignazione e capisco anche le campagne per ridurre l'uso della plastica inutile. Sono sicuramente iniziative lodevoli, come lo è raccogliere i rifiuti in spiaggia o utilizzare borse in cotone. Ma a volte ho la sensazione che sia una lotta contro il nemico sbagliato.Non ho mai visto una bottiglia in PET o un flacone di detersivo camminare da soli verso il mare e tuffarsi per restare lì. Sono le nostre mani che portano la plastica dove non dovrebbe stare. La plastica, di per sé, non è il nemico: siamo noi che non ne gestiamo l’uso e lo smaltimento. Eppure, milioni di dollari vengono riversati in campagne che additano la plastica come il male assoluto, anche da parte di quelle stesse aziende che hanno contribuito a crearne l’abuso. A me sembra una gigantesca operazione di marketing, una maschera per ripulirsi la coscienza.La vera sfida: investire in culturaSe è l'uomo che inquina, perché non investire nella cultura? Perché non insegnare davvero cosa significhi un comportamento ecologico alle persone che non hanno le stesse opportunità educative dei paesi più avanzati?Da ecologista, non odio la plastica. Credo anzi che i rifiuti plastici possano essere una risorsa per salvare le risorse ambientali, trasformandoli in nuovi prodotti o carburanti. Quello che non tollero è l'ignoranza e la manipolazione di chi si fa convincere che basti un post o uno slogan per essere davvero dalla parte della natura.ConclusioneQuesta è la mia storia, il mio piccolo viaggio di ambientalista. Una storia di amore per la natura, di coerenza e di battaglie affrontate con la testa alta, non per moda, ma per passione sincera.© Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - Perché l’Industria Petrolchimica Aumenterà la Produzione di Plastica a Discapito del Riciclo?
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Perché l’Industria Petrolchimica Aumenterà la Produzione di Plastica a Discapito del Riciclo?
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Molti fattori stanno alla base di questo trend rialzista: l’elettrificazione, il coronavirus e i nuovi mercatidi Marco ArezioSembra incredibile poter immaginare, in un mondo che sta annegando nei rifiuti plastici, che ci siano società industriali che spingono ancora oggi sull’aumento della produzione di plastica vergine. Eppure, secondo i dati forniti da Wood Mackenzie, nei prossimi 5 anni, nel mondo, si realizzeranno 176 nuovi impianti petrolchimici, di cui 80% sarà in Asia. Inoltre, se vediamo cosa succede negli Stati Uniti, dal 2010 ad oggi sono stati investiti 200 miliardi di dollari in progetti legati alla plastica vergine e ai prodotti chimici derivati secondo i dati dell’ACC. Nel frattempo i rifiuti mondiali aumentano, spinti anche dal ritorno alle produzioni di oggetti in plastica monouso per l’ambito ospedaliero, come le mascherine, le visiere i camici e tutti gli accessori, usa e getta, che si usano in ambito medico. Ma, se da una parte questi rifiuti non sono riciclabili per questioni igieniche, dall’altra parte ci troviamo di fronte ad una grave crisi nel campo del riciclo in quanto in molte aree del mondo i riciclatori hanno visto una riduzione sostanziale della domanda di polimeri riciclati a causa dell’impossibilità di competere con i prezzi dei polimeri vergini. Questo crea due fattori destabilizzanti:• L’aumento dei rifiuti riciclabili che non vengono riutilizzati • La crisi del comparto del riciclo delle materie plastiche Ma quale è il motivo che spinge i petrolchimici ad aumentare la produzione di plastica vergine? Le previsioni mondiali di consumo di carburanti fossili per l’autotrazione è vista dagli esperti del settore in forte calo, con previsioni di pesanti ribassi percentuali fino al 2050, cosa che ha già messo in allarme il comparto petrolchimico. Inoltre queste temono le preoccupazioni ambientali della popolazione mondiale che ha spinto molti governi al divieto di utilizzo di alcuni prodotti monouso, come i sacchetti di plastica, che sta comportando, secondo alcuni studi, una riduzione di domanda petrolifera di 2 milioni di barili al giorno. In questo scenario di forte riduzione del mercato, le compagnie petrolifere hanno adottato strategie che permettessero loro di ridurre le perdite in termini quantitativi, cercare nuovi mercati e assecondare la popolazione con un’immagine più verde delle loro aziende. Queste strategie le possiamo riassumere: • Acquisizione del mercato dei polimeri riciclati attraverso la guerra sul prezzo delle materie prime • Sostegno alle campagne di utilizzo della plastica come materia prima che possa rendere più igienica la nostra vita • Capillarizzazione della produzione e distribuzione delle materie prime vergini in aree in via di sviluppo, abituando la popolazione all’uso dei prodotti plastici per praticità ed economia • Creazione di un’immagine più green attraverso la costante informazione del mercato circa le donazioni economiche fatte al consorzio tra le aziende chiamato “Alliance to End of Plasitc Waste”. In realtà la guerra, mai dichiarata, tra i petrolchimici e il mondo del riciclo, con quest’ultimo ormai in ginocchio, ha portato grandi nomi come la Coca Cola, a dichiarare, come riportato da Reuters, che non riuscirà a rispettare l’impegno di produrre le bottiglie con il 50% di plastica riciclata entro il 2020 nel Regno Unito, per svariate ragioni, una di queste è l’impossibilità di reperire sul mercato una quota sempre maggiore di rifiuto plastico riciclato. Se i petrolchimici stanno facendo la corsa ad incrementare le produzioni mondiali di plastica, vorrei ricordare che dal 1950 abbiamo prodotto e utilizzato circa 6,3 miliardi di tonnellate di plastica e che il 91% di questi quantitativi, ormai rifiuti, non è mai stato riciclato e giace nell’ambiente, inquinando le nostre vita, secondo uno studio pubblicato su Science del 2017. Questo non ci fa riflettere?Categoria: notizie - plastica - economia circolare  Vedi maggiori informazioni sull'argomento

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https://www.rmix.it/ - Percentuali di Riciclo dei Metalli: Origini, Sfide e Opportunità per un Futuro Sostenibile
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Percentuali di Riciclo dei Metalli: Origini, Sfide e Opportunità per un Futuro Sostenibile
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Scopri l'origine dei rifiuti metallici, le tecnologie di recupero e come i metalli riciclati possono essere riutilizzati per un’economia circolaredi Marco ArezioIl riciclo dei metalli rappresenta una delle soluzioni più efficaci per ridurre l’impatto ambientale dell’estrazione mineraria e per garantire un uso sostenibile delle risorse naturali. Tuttavia, non tutti i metalli vengono riciclati con la stessa efficienza. Le percentuali di recupero variano da un sorprendente 86% per l’oro a meno dello 0,5% per il litio, sollevando interrogativi sulla gestione dei rifiuti metallici e sulle opportunità future. Per comprendere le ragioni di queste disparità, è necessario esplorare l'origine dei rifiuti metallici, le tecnologie di recupero e il loro utilizzo successivo. Da Dove Provengono i Rifiuti Metallici? I metalli utilizzati nell’industria moderna provengono da prodotti complessi e ampiamente diffusi, spesso alla fine del loro ciclo di vita. Nel settore dell’elettronica, per esempio, smartphone, computer e televisori contengono una grande varietà di metalli, tra cui oro, argento, platino e terre rare. Questi dispositivi, una volta dismessi, diventano una fonte preziosa di materiali riciclabili, anche se il loro recupero richiede processi tecnologicamente avanzati. L’industria automobilistica è un’altra grande produttrice di rifiuti metallici. I veicoli fuori uso contengono rame, alluminio, acciaio e batterie al litio-ionico, che rappresentano una risorsa essenziale per il recupero di metalli strategici come il litio e il cobalto. Anche l’edilizia contribuisce in modo significativo, fornendo materiali come zinco, rame e acciaio da infrastrutture e edifici demoliti. Infine, gli imballaggi in alluminio, come lattine e involucri alimentari, costituiscono una fonte importante di materiali riciclabili, se adeguatamente raccolti. Perché Le Percentuali di Riciclo Sono Così Diverse? Le differenze nelle percentuali di riciclo dei metalli dipendono da diversi fattori, tra cui il valore economico del materiale, la disponibilità di tecnologie per il recupero e l’efficienza dei sistemi di raccolta. Metalli preziosi come l’oro, con un tasso di riciclo dell’86%, beneficiano di un alto valore economico che incentiva gli investimenti in tecnologie avanzate. Allo stesso modo, platino e palladio raggiungono un 60% di riciclo grazie alla loro importanza nell’industria automobilistica e nei dispositivi elettronici. Dall’altra parte dello spettro, metalli come il litio (0,5%) e le terre rare (0,2%) soffrono di percentuali estremamente basse. Questo è dovuto alla complessità tecnica del loro recupero, spesso integrati in dispositivi di piccole dimensioni e difficili da separare. Anche metalli più comuni, come l’alluminio (42%) e il rame (33%), hanno percentuali di riciclo limitate nonostante la loro ampia disponibilità, a causa di una gestione inefficiente dei rifiuti in molte regioni del mondo. Come Funziona il Riciclo dei Metalli? Il riciclo dei metalli richiede processi tecnologicamente avanzati che variano a seconda del materiale da recuperare. I metalli preziosi, come oro, argento e platino, vengono recuperati attraverso metodi chimici, come la lisciviazione con acidi, o fisici, come l’elettrolisi. Questi processi permettono di separare i metalli puri dai materiali di scarto, rendendoli pronti per nuovi utilizzi. Per i metalli di base, come alluminio e rame, il processo è spesso più semplice. Ad esempio, l’alluminio viene fuso e riformato, risparmiando fino al 95% dell’energia rispetto alla produzione primaria. Anche il rame, estratto da cavi e tubature, segue un processo simile, che prevede triturazione e fusione per ottenere materiale riciclato di alta qualità. Il riciclo dei metalli strategici, come litio e cobalto, è ancora in fase di sviluppo. Questi materiali, spesso recuperati da batterie esauste, richiedono tecnologie innovative come l’idrometallurgia, che utilizza solventi per separare i metalli, o processi pirometallurgici ad alta temperatura. Dove Avviene il Riciclo dei Metalli? La geografia del riciclo dei metalli è strettamente legata alla disponibilità di infrastrutture avanzate e alla domanda di materiali riciclati. In Europa, paesi come Germania e Belgio sono leader nel riciclo di metalli preziosi e strategici, grazie a normative rigorose e tecnologie di punta. L’Italia si distingue nel riciclo dell’alluminio, con consorzi come CIAL che promuovono una gestione sostenibile degli imballaggi. In Asia, la Cina domina il riciclo delle terre rare, mentre Giappone e Corea del Sud guidano gli sforzi per il riciclo delle batterie. Gli Stati Uniti, invece, si concentrano principalmente sul recupero di rame, alluminio e acciaio, ma stanno aumentando gli investimenti nel trattamento di batterie e terre rare. Quali Sono gli Impieghi dei Metalli Riciclati? I metalli riciclati trovano applicazione in molti settori chiave dell’economia globale. L’oro e l’argento vengono riutilizzati per circuiti elettronici, gioielli e contatti elettrici, mentre l’alluminio trova impiego in imballaggi, componenti automobilistici e costruzioni leggere. Il rame riciclato è essenziale per cavi elettrici e tubature, e metalli strategici come litio e cobalto sono reintegrati in nuove batterie per veicoli elettrici e sistemi di accumulo energetico. Le terre rare, nonostante le basse percentuali di riciclo, sono cruciali per la produzione di magneti permanenti utilizzati in turbine eoliche, motori elettrici e dispositivi elettronici avanzati, contribuendo a una transizione energetica sostenibile. Sfide e Opportunità per il Futuro del Riciclo dei Metalli Nonostante i progressi, il riciclo dei metalli presenta sfide importanti. I costi elevati e la complessità tecnica del recupero, soprattutto per metalli strategici, rappresentano ostacoli significativi. Inoltre, la mancanza di infrastrutture adeguate nei paesi in via di sviluppo limita la raccolta e il trattamento dei rifiuti metallici. Tuttavia, le opportunità sono enormi. L’innovazione tecnologica può ridurre i costi di recupero e migliorare l’efficienza dei processi, mentre politiche di incentivazione possono favorire la creazione di una filiera globale del riciclo più robusta. La sensibilizzazione dei consumatori e delle aziende è fondamentale per aumentare la quantità di materiali avviati al riciclo, trasformando le percentuali attuali in un modello virtuoso per l’economia circolare. Conclusioni: Verso un Futuro Sostenibile Il riciclo dei metalli è una componente essenziale di un’economia sostenibile. Aumentare le percentuali di recupero, sviluppare tecnologie più efficienti e migliorare i sistemi di raccolta sono passi indispensabili per ridurre l’impatto ambientale e garantire un uso responsabile delle risorse naturali. Il futuro del riciclo dei metalli dipende dalla nostra capacità di investire nell’innovazione e di adottare un approccio sistematico che valorizzi ogni risorsa disponibile.© Riproduzione Vietata

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