Imballaggi del Domani: La Necessità di un Design SostenibilePrincipi, Pratiche ed Innovazioni per un Futuro dove il Packaging Nutre il Pianetadi Marco ArezioNel contesto attuale, dove l'economia circolare e la sostenibilità ambientale stanno assumendo un ruolo sempre più centrale, il packaging si trasforma da semplice contenitore a protagonista nella riduzione dell'impatto ambientale dei prodotti. Un design sostenibile del packaging non solo mira a minimizzare l'uso delle risorse naturali e a ridurre i rifiuti, ma anche a ottimizzare i processi di riciclo e garantire una protezione efficace del contenuto. Esaminiamo più da vicino come queste considerazioni si traducano in pratiche concrete, esplorando alcuni principi fondamentali e esempi di successo nel settore. Riduzione al Minimo del Materiale Nel contesto del design sostenibile, la riduzione al minimo del materiale utilizzato non è solo una pratica ecologica, ma anche una necessità economica e logistica. Concentrarsi sulla minimalizzazione dei materiali impiegati nel packaging non solo diminuisce l'uso delle risorse naturali, ma alleggerisce anche il carico dei sistemi di gestione dei rifiuti e riduce i costi di trasporto. Ad esempio, l'impiego di carta riciclata o certificata dal Forest Stewardship Council (FSC) per la produzione di scatole non solo assicura che il legno provenga da foreste gestite in modo responsabile, ma permette anche di sperimentare con spessori ridotti che mantengono la robustezza necessaria a proteggere il contenuto. Analogamente, nell'ambito dei materiali plastici, il design di contenitori modulabili che utilizzano meno materiale o che sono progettati per essere riempiti nuovamente riduce il rifiuto generato e promuove la cultura del riutilizzo. Per il metallo, adottare leghe più leggere ma robuste permette di diminuire il materiale necessario per lattine e altri imballaggi, mantenendo le proprietà protettive ma con un minor impatto ambientale. Facilitare il Riciclo Facilitare il riciclo è fondamentale per chiudere il ciclo di vita dei materiali. Questo obiettivo si raggiunge progettando imballaggi che possono essere facilmente smontati o che sono composti da un unico materiale, semplificando così il processo di riciclaggio. L'eliminazione dell'uso di colle permanenti o di materiali compositi che non possono essere separati agevolmente è cruciale. Chiarezza nelle istruzioni di riciclo, come simboli facilmente visibili e comprensibili, aiuta i consumatori a identificare il corretto smaltimento del materiale, incoraggiando comportamenti responsabili e consapevoli. Questo principio è applicato efficacemente quando, per esempio, le etichette sui contenitori di vetro o metallo sono progettate per essere rimosse senza residui, garantendo che il materiale riciclato sia di alta qualità e libero da contaminazioni. Utilizzo di Materiali Riciclati e Riciclabili L'adozione di materiali già riciclati e facilmente riciclabili è essenziale per sostenere l'ambiente e ridurre l'impronta ecologica. Cartone ondulato realizzato con una percentuale elevata di fibra riciclata non solo dimostra l'efficacia del riciclo, ma serve anche come esempio per l'industria su come materiali riciclati possano essere riutilizzati senza compromettere la qualità o la sicurezza. Analogamente, l'uso di PET riciclato nelle bottiglie di bevande non solo riduce la dipendenza dal petrolio come materia prima, ma mostra anche come i materiali possono avere una seconda vita utile. L'alluminio, con la sua capacità di essere riciclato all'infinito senza perdere qualità, rappresenta un modello ideale di sostenibilità materialistica nel settore dei metalli. Innovazione e Design per l'Efficienza L'innovazione nel design è cruciale per superare le sfide poste dalla necessità di un packaging più sostenibile. Ad esempio, l'introduzione di imballaggi pieghevoli che non richiedono nastro adesivo non solo riduce il materiale usato, ma anche semplifica il processo di riciclo. Flaconi di plastica che cambiano colore per indicare quando sono vuoti possono aumentare la probabilità che siano riciclati correttamente. Per quanto riguarda il metallo, le lattine con etichette facilmente rimovibili impediscono la contaminazione dei materiali riciclati, aumentando l'efficienza del processo di riciclaggio. Attraverso questi approfondimenti, possiamo vedere come ogni aspetto del design del packaging sia interconnesso con principi di sostenibilità che non solo rispettano l'ambiente ma offrono anche vantaggi economici e pratici, evidenziando l'importanza di un approccio olistico nella progettazione del packaging del futuro.
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La Seconda Vita del Pastazzo degli Agrumi nell'IndustriaCome il Pastazzo degli Agrumi Trasforma l'Economia Circolare: Dalle Bioplastiche ai Tessuti Eco-compatibili ai Concimidi Marco ArezioIl pastazzo degli agrumi è un sottoprodotto derivante dalla lavorazione industriale degli agrumi, come arance, limoni, pompelmi e mandarini. Questo materiale residuo si forma principalmente durante la produzione di succhi di frutta, quando la polpa, la buccia, i semi e altre parti non utilizzate della frutta vengono separati dal succo.Il processo inizia con la raccolta e la selezione degli agrumi, seguita dalla loro pulizia e dal taglio. Durante l'estrazione del succo, le componenti solide vengono meccanicamente separate dal liquido. Il risultato di questa separazione è il pastazzo, che comprende una miscela di buccia (flavedo e albedo), polpa, semi e, a volte, piccole quantità di succo residuo. L'innovazione nel riutilizzo del pastazzo degli agrumi come materia prima in diversi settori industriali, è un esempio emblematico di come l'economia circolare possa trasformare i rifiuti in risorse preziose, contribuendo significativamente alla sostenibilità ambientale. Questa trasformazione coinvolge processi tecnici complessi e approcci innovativi che meritano un'analisi dettagliata.Trasformazione del Pastazzo in Fibra TessileLa trasformazione del pastazzo degli agrumi in fibra tessile è un processo che richiede precisione e innovazione tecnologica. La prima fase inizia con la raccolta e l'essiccazione del pastazzo, che deve essere liberato dall'umidità in eccesso per facilitare l'estrazione della cellulosa. Successivamente, attraverso un processo chimico, la cellulosa viene isolata dal pastazzo utilizzando solventi non tossici. Questo passaggio è cruciale per garantire che la fibra risultante sia ecocompatibile e sicura per l'uso in tessuti destinati al contatto con la pelle.Processo di Separazione della Cellulosa Pretrattamento: Il pastazzo degli agrumi viene inizialmente sottoposto a un pretrattamento per rimuovere impurità e sostanze non cellulosiche. Questo può includere lavaggi con acqua per eliminare zuccheri e acidi organici residui, nonché un trattamento termico o chimico per facilitare la rottura delle pareti cellulari. Delignificazione: La delignificazione è il passaggio successivo, necessario per rimuovere la lignina, un polimero complesso che conferisce rigidità e impermeabilità alle pareti cellulari delle piante. Questo processo si può realizzare attraverso trattamenti chimici, come l'uso di soluzioni alcaline (per esempio, idrossido di sodio) che solubilizzano la lignina senza degradare significativamente la cellulosa. Bleaching (Sbiancamento): Dopo la rimozione della lignina, il materiale residuo può essere ulteriormente trattato con agenti sbiancanti per rimuovere le ultime tracce di colorazione e impurità, migliorando la purezza della cellulosa. Questo passaggio è particolarmente importante quando la cellulosa è destinata all'uso nell'industria tessile o in altre applicazioni dove la bianchezza e la purezza sono essenziali. Estrazione della Cellulosa: A questo punto, la cellulosa purificata è pronta per essere estratta dal miscuglio. Questo può essere fatto attraverso processi di filtrazione e centrifugazione, seguiti dall'essiccazione del materiale per ottenere cellulosa in forma solida o in fiocchi.Tipo di Cellulosa Ricavata La cellulosa estratta dal pastazzo degli agrumi è una cellulosa di tipo rigenerato, simile per alcune caratteristiche alla cellulosa utilizzata per produrre la viscosa o il rayon. Tuttavia, a causa delle specifiche fonti e dei metodi di trattamento, questa cellulosa può presentare proprietà uniche. In particolare: Alta Purezza: La cellulosa ottenuta dal pastazzo degli agrumi, dopo il processo di sbiancamento, tende ad avere un'elevata purezza, che la rende adatta per applicazioni in cui sono richieste caratteristiche di resistenza e lucentezza, come nei tessuti di alta qualità. Sostenibilità: A differenza della cellulosa estratta da legno o cotone, quella derivata dal pastazzo degli agrumi è considerata più sostenibile, poiché proviene da un sottoprodotto dell'industria alimentare, riducendo il bisogno di risorse agricole dedicate e minimizzando i rifiuti. La cellulosa ricavata può essere trasformata in filamenti continui o in fibra tagliata, che poi può essere trasformata in filo e tessuto. Questi materiali trovano impiego non solo nell'industria tessile ma anche nella produzione di materiali compostabili e biodegradabili, come imballaggi eco-compatibili e non tessuti per applicazioni mediche o sanitarie, dimostrando la versatilità e il valore aggiunto che il recupero del pastazzo degli agrumi può portare all'economia circolare. Una volta estratta, la cellulosa subisce un trattamento per essere trasformata in una soluzione viscosa, che poi viene forzata attraverso delle filiere per formare le fibre. Queste fibre sono successivamente trattate attraverso processi di lavaggio, stiratura e asciugatura per stabilizzarle e renderle pronte per la filatura. Il filo risultante può essere utilizzato per tessere o magliare tessuti con caratteristiche simili alla seta, noti per la loro leggerezza, resistenza e comfort.Potenziale di Produzione del Pastazzo e Impatto Ambientale La quantità di pastazzo prodotto annualmente a livello globale è significativa, con l'industria degli agrumi che genera milioni di tonnellate di questo sottoprodotto. Ad esempio, solo in Italia, uno dei principali produttori di agrumi in Europa, si stima che la produzione di pastazzo possa superare le 700.000 tonnellate all'anno. La conversione di una frazione di questo pastazzo in fibra tessile può potenzialmente produrre migliaia di tonnellate di tessuto, riducendo la dipendenza da fibre sintetiche derivate dal petrolio e da colture intensive come il cotone, che hanno un impatto ambientale significativamente maggiore in termini di uso dell'acqua e pesticidi.Utilizzo del Pastazzo come Concime L'impiego del pastazzo degli agrumi come concime organico richiede una gestione attenta per garantire che il materiale sia adeguatamente compostato prima dell'uso. Il compostaggio è un processo biologico che trasforma i rifiuti organici in un prodotto stabilizzato, ricco di humus e nutrienti, ideale per migliorare la fertilità del suolo. Il processo di trasformazione del pastazzo in concime coinvolge tecniche specifiche volte a garantire che il prodotto finale sia sicuro, efficace e di alta qualità per l'uso agricolo. Queste tecniche si basano su principi di compostaggio, fermentazione e trattamento termico.Compostaggio Il compostaggio è una delle tecniche più diffuse per trasformare il pastazzo degli agrumi in concime. Questo processo biologico aerobico decompone la materia organica attraverso l'azione di microrganismi, quali batteri, funghi e protozoi, trasformandola in humus, un ammendante ricco di sostanze nutritive. Preparazione del Materiale: Il pastazzo viene miscelato con altri materiali organici, come letame e residui vegetali, per equilibrare il rapporto carbonio/azoto (C/N), fondamentale per un efficace processo di compostaggio. Controllo delle Condizioni: Durante il compostaggio, è cruciale mantenere adeguati livelli di umidità e arieggiamento per supportare l'attività dei microrganismi. Il materiale può essere periodicamente rivoltato per garantire una distribuzione uniforme dell'ossigeno e della temperatura. Maturazione: Dopo diverse settimane o mesi, a seconda delle condizioni ambientali e della composizione del materiale, il compost raggiunge una fase di maturazione, in cui l'attività microbica diminuisce e il prodotto stabilizzato diventa pronto per l'uso.Fermentazione Anaerobica La fermentazione anaerobica, o digestione anaerobica, è un altro metodo per trasformare il pastazzo in un concime ricco di nutrienti. Questo processo avviene in assenza di ossigeno e produce, oltre al digestato (utilizzabile come fertilizzante), anche biogas, una miscela di metano e CO2 che può essere utilizzata per la produzione di energia. Vediamo i passaggi principali:Digestori Anaerobici: Il pastazzo viene inserito in digestori anaerobici, dove microorganismi specifici degradano la materia organica. Controllo delle Condizioni: La temperatura, il pH e l'umidità all'interno del digestore sono attentamente controllati per ottimizzare il processo e massimizzare la produzione di biogas. Raccolta del Digestato: Al termine del processo, il digestato viene raccolto. Può richiedere ulteriori trattamenti, come la separazione dei solidi dai liquidi, prima di essere utilizzato come concime.Trattamento Termico Il trattamento termico, come la pirolisi o la gasificazione, è un metodo meno comune ma efficace per trasformare il pastazzo in un ammendante del suolo e in energia. Questi processi implicano l'esposizione del materiale a temperature elevate in assenza di ossigeno (pirolisi) o in presenza di una quantità limitata di ossigeno (gasificazione). Produzione di Biochar: La pirolisi produce biochar, un tipo di carbone ricco di carbonio che può migliorare la struttura del suolo, la capacità di ritenzione dell'acqua e la disponibilità di nutrienti. Energia da Gasificazione: La gasificazione trasforma il pastazzo in un gas sintetico che può essere utilizzato per generare energia, mentre il residuo solido può essere impiegato come concime.Trasformazione del Pastazzo in BioplasticaLa trasformazione del pastazzo degli agrumi in bioplastica rappresenta un esempio eccellente di economia circolare, dove un sottoprodotto industriale viene valorizzato come risorsa per la produzione di materiali innovativi e sostenibili. Il processo di conversione del pastazzo in bioplastica segue vari passaggi chiave che implicano l'estrazione di componenti utili, la polimerizzazione di questi componenti in una matrice plastica, e infine la formazione del prodotto finale. Di seguito, viene descritto un processo generale che può essere adattato a seconda delle specifiche tecniche e dei requisiti del prodotto finito:1. Raccolta e Preparazione del PastazzoIl processo inizia con la raccolta del pastazzo degli agrumi, che viene poi essiccato e macinato per ottenere una polvere fine. Questa polvere contiene cellulosa, pectina e limonene, componenti che possono essere trasformati in bioplastiche.2. Estrazione dei Componenti Estrazione della Cellulosa e della Pectina: La cellulosa e la pectina, polimeri naturali presenti nel pastazzo, possono essere estratti tramite processi che includono trattamenti con soluzioni alcaline o acide. Queste sostanze servono come materiale di base per la produzione di bioplastiche grazie alla loro capacità di formare film e strutture plastiche. Estrazione di Limonene: Il limonene, un terpene presente nella buccia degli agrumi, può essere estratto e utilizzato come plastificante naturale per migliorare la flessibilità e le proprietà meccaniche delle bioplastiche.3. Polimerizzazione Le bioplastiche possono essere prodotte attraverso vari metodi di polimerizzazione, tra cui: Polimerizzazione diretta: Sfruttando le proprietà naturali della cellulosa e della pectina, che possono formare reti polimeriche attraverso trattamenti termici o chimici. Sintesi di Poliesteri: Convertendo i monomeri derivati dal pastazzo, come l'acido ferulico, in poliesteri attraverso processi di policondensazione. Questi polimeri possono offrire proprietà biodegradabili e sono adatti per applicazioni specifiche.4. Aggiunta di Additivi Per migliorare le proprietà delle bioplastiche, possono essere aggiunti vari additivi al composto polimerico, tra cui plastificanti naturali come il limonene, stabilizzanti UV, coloranti naturali, e altri additivi per ottimizzare la lavorabilità, la resistenza e la durabilità del materiale.5. Formazione del Prodotto Finale Il materiale polimerico viene poi trasformato nel prodotto finale desiderato attraverso tecniche standard di lavorazione delle plastiche, come l'estrusione, lo stampaggio ad iniezione, o il soffiaggio. Questo passaggio determina la forma, la dimensione e l'uso specifico della bioplastica prodotta.Conclusione La valorizzazione del pastazzo degli agrumi attraverso la sua trasformazione in materie prime per l'industria tessile, l'agricoltura e la produzione di bioplastiche rappresenta un esempio concreto di come l'innovazione e la tecnologia possano contribuire a un'economia più sostenibile e circolare. Questi approcci non solo riducono l'impatto ambientale associato alla gestione dei rifiuti e alla produzione di nuovi materiali ma offrono anche opportunità economiche per le industrie coinvolte, promuovendo lo sviluppo di nuovi mercati e la creazione di posti di lavoro verdi. La sfida per il futuro sarà quella di migliorare queste tecnologie per massimizzare il loro impatto positivo sull'ambiente e sulla società.
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Cosa è il Riciclo dei Metalli e Cosa si RiutilizzaI rottami metallici sono una parte fondamentale delle materie prime delle acciaieriedi Marco ArezioProbabilmente abbiamo capito che l’importanza del riciclo non si debba sentire solo nelle parole e nei proclami politici o commerciali, ma nei fatti di tutti i giorni, cercando di scegliere i prodotti che perseguono, veramente, la filosofia dell’economia circolare, intercettando il greenwashing, quell’ingannevole forma si informazione che ti fa credere che un prodotto sia circolare ma che in realtà non lo è, o lo è solo parzialmente. Non parliamo solo della plastica, che oggi è sulla bocca di tutti, ma anche dei metalli che, insieme al vetro e alla carta, formano la famiglia dei rifiuti di maggiore quantità, di cui ci dobbiamo occuparci ogni giorno.Come avviene la separazione dei metalli? I vari metalli ferrosi e non ferrosi che vengono raccolti sono inviati ai centri di selezione e riciclo, che provvedono, come prima operazione, a separarli per tipologie e dimensioni. La prima macro separazione avviene, infatti, eseguita dividendo quelli appartenenti alla famiglia dei metalli ferrosi e quella dei non ferrosi.Per capire meglio queste due famiglie possiamo dire che: I metalli ferrosi sono metalli e leghe metalliche che contengono il ferro, tra cui, le più conosciute sono l’acciaio e la ghisa. La ghisa si ottiene dall’altoforno e può essere successivamente affinata per ottenere acciaio oppure utilizzata in fonderia. La ghisa è molto dura e fragile, ha una resilienza molto bassa, un allungamento % a rottura praticamente nullo, quindi non può essere lavorata plasticamente, né a caldo né a freddo, ma può essere lavorata solo per fusione. L’acciaio viene ricavato dall’affinazione della ghisa, un’operazione che consiste nel diminuire il tenore di carbonio per ridurre gli elementi dannosi, come zolfo, fosforo, ossigeno, ecc., che possono derivare dai materiali di carica del forno o dai prodotti delle fasi precedenti di lavorazione.Infatti all’aumentare della quantità di carbonio aumentano: - resistenza meccanica, - durezza, - temprabilità, - colabilità/fusibilità, - resistenza all’usura Diminuisce invece: - allungamento A% - resistenza meccanica - lavorabilità e plasticità a freddo - saldabilitàInoltre gli acciai si dividono in duri, semiduri e dolci, infatti, gli acciai dolci presentano una resistenza a trazione molto più bassa di quella degli acciai duri, però sono più malleabili, più duttili e più resistenti agli urti. Sono facilmente saldabili e lavorabili dalle macchine utensili, ma sono meno resistenti all’usura e alla corrosione rispetto agli acciai duri. Durante la preparazione, in fase di fusione, è possibile aggiungere dei leganti ferrosi o non ferrosi per aumentarne le prestazioni, chiamando quindi questi acciai legati o non legati. Vediamo quale influenza hanno i leganti nella preparazione dell'acciaio: Cromo (Cr) Si trova spesso negli acciai, migliorando la durezza, la resistenza meccanica e la resistenza all’usura. In quantità maggiori del 12% rende l’acciaio inossidabile.Nichel (Ni) Si trova spesso insieme al cromo, migliorando tutte le proprietà meccaniche dell’acciaio, come la resistenza alla corrosione, mentre diminuisce la dilatazione termica e la saldabilità. Il nichel si trova anche negli acciai inox in quantità che dipende dal tenore di cromo. Molibdeno (Mo) Migliora la temprabilità e attenua il fenomeno della “fragilità di rinvenimento”. Insieme al cromo e al nichel realizza gli acciai con le migliori proprietà meccaniche (Rm fino a 1200 N/mm2).Silicio (Si) È contenuto naturalmente nell’acciaio in piccole quantità (circa 0,3%), se invece è aggiunto intenzionalmente fino al 2% circa, aumenta la resistenza meccanica, all’ossidazione e soprattutto aumenta notevolmente l’elasticità. Infatti gli acciai al silicio vengono usati per realizzare molle. Manganese (Mn) Aumenta la durezza, la resistenza meccanica e la resistenza a usura, Inoltre migliora notevolmente la temprabilità ma causa il fenomeno della “fragilità di rinvenimento”. Tungsteno (W) – Cobalto (Co) – Vanadio (V) – Titanio (Ti) Sono tutti elementi molto duri che, aggiunti nell’acciaio, gli conferiscono elevatissima durezza che si mantiene anche alle alte temperature. Queste caratteristiche meccaniche si trovano negli acciai per utensili. Piombo (Pb) – Zolfo (S) Sono elementi nocivi per l’acciaio perché gli conferiscono elevata fragilità. Si possono, però, trovare in piccole quantità perché la fragilità indotta dalla loro presenza facilita il distacco del truciolo e favorisce la lavorabilità alle macchine utensili. Tali acciai sono detti automatici. Zolfo (S) – Fosforo (P) – Idrogeno (H) – Azoto (N) – Ossigeno (O) Sono tutti elementi nocivi perché si legano chimicamente con il ferro o con il carbonio formando composti che rendono molto fragile l’acciaio. La loro presenza, quindi, deve essere ridotta al minimo.Per quanto riguarda i materiali non ferrosi si possono definire tali tutte quelle leghe che al loro interno non contengano ferro, o ne contengono una frazione trascurabile. Possiamo elencare tra i metalli non ferrosi il magnesio, il rame, lo zinco, il bronzo, piombo, il nichel, l’ottone e l’alluminio. I metalli non ferrosi uniti ad altri metalli possono generare una grande quantità di leghe, con lo scopo di apportare migliorie alle prestazioni meccaniche, alla lavorabilità, alla resistenza alla corrosione e alle alte temperature del metallo di base.Inoltre, vengono divisi anche in categorie di densità: Pesanti con un peso superiore a 5000 Kg. per Mc Leggeri con un peso tra i 2000 e i 5000 Kg. per McL'impiego dei metalli non ferrosi può essere fatto allo stato puro, o in leghe con altri elementi. Le loro maggiori peculiarità sono caratterizzate dalla leggerezza, dall’inossidabilità, dall’alta conduzione elettrica e termica, dalla durezza, da un alto punto di fusione e dalla malleabilità.Come vengono riciclati i metalli? Abbiamo visto che la prima operazione è quella di individuare le famiglie di appartenenza e di separarle tra loro per avviare i metalli al riciclo. Questo comincia con la riduzione volumetrica dei rottami, attraverso impianti meccanici che hanno lo scopo, non solo di ridurne la dimensione, ma anche di separare eventuali elementi inquinanti presenti nel rottame stesso. Questi impianti di primo trattamento hanno incorporati nella linea sistemi gravitazionali, a corrente parassita, vagli e separatori magnetici, che hanno lo scopo di nobilitare il rottame metallico trattato. Questo, una volta selezionato, viene inviato alle acciaierie per il loro utilizzo insieme ad altri materiali, che permette la creazione di nuovi elementi costituiti da rottame di riciclo. Il riciclo delle scorie delle acciaierie Nell’ambito dell’economia circolare il riutilizzo delle scorie degli altoforni è diventato un tema molto sensibile, non solo dal punto di vista economico, a causa dei costi sempre più alti dello smaltimento in discarica, ma anche per una questione di carattere ambientale. Infatti, lo smaltimento in discarica di queste scorie che contengono metalli pesanti, è un fattore di forte preoccupazione ambientale, per cui, attraverso il loro riciclo, è possibile estrarre i metalli preziosi dalle ceneri di scarto. Una volta riciclate, risultano un materiale inerte che viene utilizzato nei forni delle cementerie, oppure per la realizzazione di materiali ceramici, fibre vetrose, inerte di riempimento o nelle pavimentazioni stradali.Categoria: notizie - metalli - economia circolare - riciclo - rifiuti - rottamerNEWS
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Petcoke: cos’è, come si forma, impatti ambientali e come si ricicla in modo sicuroProprietà, processi di produzione, emissioni e rischi da dispersione con soluzioni operative per una valorizzazione sostenibile del coke di petrolio di Marco ArezioIl petcoke, o coke di petrolio, è la traccia solida che il greggio lascia quando viene spinto oltre la frontiera delle distillazioni convenzionali. Quando le frazioni leggere e medie sono già state estratte e valorizzate, ciò che resta è un residuo pesante, ricco di molecole complesse e refrattarie alla vaporizzazione. Questo residuo, sottoposto a trattamenti termici severi, si ricompone in una struttura carboniosa compatta, quasi interamente costituita da carbonio con piccole percentuali di idrogeno, zolfo e ceneri. È un materiale che porta con sé la memoria geologica del petrolio da cui proviene: se il greggio è ricco di zolfo o di metalli come vanadio e nichel, il petcoke lo rifletterà; se invece la materia prima è più “pulita” e il processo accuratamente governato, il prodotto finale sarà più adatto a impieghi nobili. Per questa ragione il petcoke è insieme risorsa e responsabilità: nasce per massimizzare l’efficienza delle raffinerie, ma chiede in cambio una gestione attenta, capace di limitarne l’impronta ambientale. Come si forma: dentro il cuore del “coker” Il viaggio del residuo verso il petcoke avviene dentro il coker, un’unità di processo dove il materiale pesante è portato a temperature nell’ordine di 480–520 °C e lasciato reagire per ore. Il meccanismo è quello del cracking termico: catene idrocarburiche lunghe si spezzano, liberando vapori che verranno successivamente frazionati in nafte e gasoli; ciò che non può più restare in forma molecolare stabile tende a condensare in una matrice policristallina di carbonio. All’uscita dai drums di coking, il cosiddetto green coke ha un aspetto che racconta molto della sua storia: può presentarsi spugnoso e granulare, quasi una pietra pomice scura, oppure a piccoli granuli sferici e compatti, o ancora come un tessuto fibroso allungato, anticamera del futuro needle coke. Spesso questo materiale subisce un’ulteriore tappa, la calcinazione in forni rotativi a 1.200–1.400 °C, che ne elimina i volatili residui, ne addensa la microstruttura e lo rende più stabile e omogeneo. È qui che si decide in gran parte il destino merceologico del petcoke, separando ciò che potrà diventare parte integrante degli anodi per l’alluminio o degli elettrodi grafitici da ciò che verrà impiegato come combustibile solido in processi energivori. Proprietà rilevanti e classi merceologiche Le proprietà del petcoke non sono un dettaglio da laboratorio, ma la bussola che orienta gli usi industriali. Il tenore di zolfo incide direttamente sulle emissioni di SO₂ in combustione e, di riflesso, sulla necessità di sistemi di abbattimento; le ceneri e il profilo di metalli in traccia dicono se quel materiale potrà essere ammesso nelle filiere elettrochimiche o si fermerà a un impiego energetico; la struttura microcristallina e la densità apparente parlano di reattività e di resistenza meccanica, parametri cruciali quando il coke è destinato a diventare parte di un elettrodo o di un anodo che dovrà funzionare in modo affidabile per mesi. Di qui la distinzione pratica fra un fuel-grade, spesso più ricco di zolfo, adatto ai forni da cemento o ad altre applicazioni termiche, e un anode/needle-grade, più “pulito” e calcinato, vocato a ruoli di alto valore dove il carbonio non è soltanto energia ma funzione materiale. In mezzo, un paesaggio di sfumature che dipende dal greggio, dall’assetto impiantistico e dalla cura nel controllo di processo. Quale grado di inquinamento: dal fumo alla polvere Parlare di inquinamento, nel caso del petcoke, significa distinguere con precisione come e dove il materiale entra in contatto con l’ambiente. In combustione, grazie al suo altissimo contenuto di carbonio e al basso contenuto di volatili, il petcoke esprime un potere calorifico elevato ma anche un fattore emissivo di CO₂ che tende ad allinearsi o superare quello del carbone fossile. Se il tenore di zolfo è consistente, senza desolforazione adeguata le emissioni di SOx diventano il principale nodo ambientale, mentre le NOx dipendono soprattutto dall’assetto del bruciatore e dalle condizioni di fiamma. Le polveri catturate dai filtri e le ceneri possono contenere vanadio e nichel: è una criticità che può essere mitigata con sistemi di filtrazione efficienti, ma che non va mai sottovalutata nell’analisi del ciclo di vita. Fuori dalla combustione, l’attenzione si sposta sulla polverosità. Cumuli esposti, movimentazioni su nastri scoperti, carico e scarico senza confinamento sono attività che trasformano il petcoke in una sorgente puntiforme e, con il vento, diffusa di PM₁₀ e PM₂.₅. Le particelle fini, per loro natura respirabili, veicolano frazioni di IPA e tracce metalliche, contribuendo all’irritazione delle vie aeree e all’aumento del carico infiammatorio nelle popolazioni esposte. In acqua, il petcoke non si scioglie, ma il particolato idrofobico può galleggiare e poi sedimentare, mentre i dilavamenti convogliano solidi sospesi e composti organici verso fossi e canali. In condizioni favorevoli di pH e potenziale redox, il vanadio può risultare più mobile e raggiungere concentrazioni ecotossicologicamente rilevanti. Non siamo di fronte a un veleno acuto, bensì a un complesso di pressioni ambientali che, se non governate, producono un impatto cumulativo significativo. “Riciclo” del petcoke: cosa si fa davvero Il termine “riciclo”, applicato al petcoke, va maneggiato con cura. Non parliamo di un rifiuto urbano da rimettere in circolo, ma di un sottoprodotto industriale il cui primo riciclo è, in realtà, la valorizzazione. La via più nobile è quella non energetica: il petcoke calcinato e a basso zolfo diventa anodo nella produzione di alluminio o elettrodo per acciaierie elettriche quando è di qualità needle. In questo caso, il carbonio non è soltanto combustibile; diventa elemento strutturale di un processo elettrochimico, pur sapendo che, durante l’elettrolisi, l’anodo si consumerà in CO₂. Per il materiale che non raggiunge questi standard, il settore cementiero offre uno sbocco importante: la presenza di calce e l’ambiente alcalino del clinker favoriscono l’intrappolamento di parte dello zolfo, rendendo le emissioni più gestibili rispetto a caldaie prive di abbattimento. Un’altra forma di “riciclo interno” molto concreta riguarda le frazioni fini: polveri e scarti di vagliatura possono essere agglomerati in bricchette o pellet, riducendo sia le dispersioni che la quota di materiale da smaltire. Infine, laddove l’infrastruttura è disponibile, la gassificazione del petcoke apre un capitolo diverso: trasformare il solido in syngas e idrogeno, abbinando cattura e stoccaggio della CO₂, significa riscrivere il bilancio ambientale e far scivolare il petcoke dalla categoria dei combustibili a quella dei feedstock chimici. Sono percorsi ancora selettivi e guidati dall’economia di impianto, ma delineano una traiettoria possibile. Danni ambientali in caso di dispersione: cosa succede davvero Quando il petcoke sfugge al controllo, l’ambiente se ne accorge in fretta. La qualità dell’aria è il primo segnale: una giornata ventosa in un terminal scoperto può portare polvere nera sui davanzali a chilometri di distanza. A livello sanitario, non è tanto l’effetto acuto a preoccupare, quanto l’esposizione ripetuta a polveri fini con IPA e metalli in adsorbimento, soprattutto per gli abitanti prossimi a stoccaggi e banchine. La pioggia compie il resto, trasformando cumuli non protetti in sorgenti di dilavamento: l’acqua scura, caricata di solidi, entra nelle reti di raccolta e nelle acque superficiali, aumentando torbidità e trasportando una frazione di carbonio particolato e contaminanti organici. Nei corpi idrici, il petcoke galleggia, si frammenta e lentamente sedimenta, creando potenziali hotspot di PAH nei sedimenti; il vanadio, a seconda della speciazione, può contribuire allo stress tossicologico di macroinvertebrati e pesci. A tutto questo si somma un aspetto spesso sottovalutato: il danno sociale. Cumuli scuri all’orizzonte, polveri sui balconi, acque di scolo imbrunite alimentano conflitti, esposti, richieste risarcitorie e, talvolta, fermi produttivi. È un costo pienamente ambientale, perché erode il capitale di fiducia con cui i siti industriali convivono col territorio. Prevenzione e buone pratiche (il vero discrimine ambientale) La buona notizia è che la gran parte di questi impatti non è inevitabile. La prevenzione si gioca su un insieme di scelte progettuali e discipline operative. Lo stoccaggio è decisivo: cumuli coperti, capannoni chiusi o sistemi di incapsulamento abbattono alla radice la dispersione; dove l’aperto è inevitabile, barriere frangivento calibrate sui regimi locali riducono l’erosione eolica. Le aree di movimentazione vanno pavimentate e impermeabilizzate, con canalizzazioni e vasche di prima pioggia in grado di trattenere i solidi; i reflui, prima dello scarico, devono attraversare trattamenti fisico-chimici che separino il particolato e adsorbano la frazione organica. Nastri, tramogge e punti di trasferimento dovrebbero essere confinati e dotati di aspirazioni con filtri a cartuccia o a maniche; la bagnatura è utile ma va gestita con parsimonia per non trasformarsi in ulteriore fonte di percolati. Sul fronte emissivo, chi usa il petcoke come combustibile deve poter contare su FGD per lo zolfo, filtri ad alte prestazioni per le polveri e DeNOx quando necessario; nei cementifici, un’accurata gestione del processo favorisce l’intrappolamento dello zolfo nel clinker. Infine, serve monitoraggio: misure in continuo o in rete diffusa di PM₁₀/PM₂.₅, deposimetria, piani meteo-operativi che impongano lo stop alle movimentazioni durante episodi di vento forte. Sono pratiche note e disponibili, che trasformano un materiale potenzialmente problematico in un flusso gestibile in sicurezza. Uno sguardo prospettico: dalla combustione alla materia Il destino del petcoke, nei prossimi anni, dipenderà da quanto rapidamente sapremo spostarne gli usi verso applicazioni a maggiore valore e minore impatto. Ridurre la dipendenza da impieghi puramente energetici, preferire i percorsi in cui il carbonio svolge una funzione materiale o chimica, potenziare la gassificazione con cattura della CO₂ dove esistono le condizioni, investire in upgrading per aumentare la quota di anode e needle grade: sono tutti tasselli della stessa strategia. È un approccio coerente con gli obiettivi climatico-ambientali e con la necessità di dare al sottoprodotto una gerarchia d’uso più responsabile. In parallelo, la disciplina gestionale resta il discrimine tra una convivenza sostenibile e un conflitto permanente con l’ambiente: là dove gli impianti chiudono i circuiti, confinano, abbattono e monitorano, gli impatti si riducono al minimo tecnico ed economico; dove queste misure mancano, il petcoke diventa un amplificatore di criticità. Non c’è fatalismo in questa valutazione, ma un invito pragmatico: trattare il petcoke come materia prima che come combustibile e, soprattutto, come responsabilità prima ancora che come opportunità.© Riproduzione Vietata
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Impatti Ambientali di Giornali e E-Book: Come Scegliere la Lettura più SostenibileUn’analisi del ciclo di vita, delle emissioni di CO₂ e delle strategie circolari per ridurre l’impatto ambientale nella fruizione delle notizie e dei libridi Marco ArezioLa scelta tra leggere un giornale cartaceo o fruire di un contenuto in formato digitale non si limita semplicemente a una preferenza personale. Dietro ogni pagina stampata, così come dietro ogni dispositivo elettronico, si cela un intricato percorso fatto di estrazione e trasformazione di materie prime, di consumi energetici e di emissioni inquinanti che caratterizzano l’intero ciclo di vita del prodotto. È proprio questo il cuore dell’Analisi del Ciclo di Vita (Life Cycle Assessment, LCA), un metodo che consente di identificare e quantificare gli impatti ambientali generati dalla nascita del prodotto (o servizio) fino alla sua dismissione o riciclo. Per i giornali cartacei, il ciclo di vita include la produzione della carta — con il consumo di acqua ed energia, oltre all’utilizzo di fibre vergini o riciclate — la fase di stampa, la distribuzione su scala locale o nazionale e, infine, lo smaltimento o riciclo. Nel caso dell’elettronica, invece, occorre considerare l’estrazione di metalli rari, la fabbricazione di componenti delicati, l’assemblaggio, il trasporto su lunghe distanze, l’utilizzo e l’eventuale ricarica del dispositivo, per poi arrivare al suo smaltimento o riuso a fine vita. Uno degli aspetti salienti dell’LCA è mettere in luce come il picco di emissioni e consumi avvenga spesso in una fase iniziale, per esempio nella produzione di un tablet o di un e-reader. Al contrario, la produzione di un quotidiano genera costantemente impatti, ma in quantità modulabili dal numero di copie stampate. In sostanza, la valutazione complessiva dell’impatto dipende dal modo in cui ognuno di noi legge: la periodicità, la quantità di testi consultati e la durata di vita del dispositivo elettronico sono parametri chiave. Emerge così che un lettore occasionale, che acquista saltuariamente il giornale in edicola, avrà un profilo d’impatto diverso da chi “divora” quotidiani e libri, preferendo magari un singolo dispositivo a inchiostro elettronico capace di durare anni. Produzione Cartacea: Impatti su Foreste ed Emissioni di CO₂ La carta che compone i giornali viene ottenuta principalmente dalla cellulosa, estratta in larga parte da alberi coltivati o da foreste gestite. Se da un lato esistono standard di certificazione come FSC (Forest Stewardship Council) o PEFC (Programme for the Endorsement of Forest Certification) che mirano ad assicurare una gestione sostenibile delle foreste, dall’altro permane il rischio che una domanda troppo elevata di carta possa spingere i produttori a ricorrere a legname proveniente da fonti non controllate. Ciò implica possibili fenomeni di deforestazione illegale o non regolamentata, con ripercussioni dirette sul sequestro di carbonio, sulla biodiversità e sull’equilibrio idrologico del pianeta. La trasformazione della cellulosa in fogli di carta richiede inoltre un notevole consumo di acqua ed energia. Le cartiere più moderne cercano di ottimizzare il riciclo delle acque di lavorazione e di ricorrere a fonti rinnovabili per la produzione di energia, ma resta elevato l’impatto di questa fase industriale, in particolare quando la domanda di carta è in crescita. A ciò si aggiungono le emissioni generate dai trasporti (per portare il legname in cartiera, quindi la carta agli stabilimenti di stampa e, infine, i giornali ai punti vendita o ai lettori). Parlando di emissioni, non va dimenticato l’uso di inchiostri e additivi chimici. Anche se molte tipografie stanno abbandonando i composti organici volatili (VOC) più pericolosi, lo smaltimento di alcune tipologie di inchiostro può comportare rilasci di sostanze potenzialmente dannose nell’ambiente. Tuttavia, uno dei vantaggi intrinseci della carta, rispetto ad altri materiali, è la sua riciclabilità. Questo può permettere, laddove esistano filiere di recupero ben funzionanti, di ridurre la quantità di risorse vergini necessarie e di contenere in parte le emissioni. E-Reader e Dispositivi Digitali: Materie Prime e Processi Produttivi La produzione di un e-reader, di un tablet o di uno smartphone non è immediatamente visibile al consumatore finale, eppure dietro allo schermo si cela una lunga filiera fatta di estrazioni minerarie, lavorazioni chimiche e logistica globale. Metalli rari come il cobalto, il litio, l’indio o le terre rare sono estratti spesso in condizioni ambientali e sociali critiche. Le miniere possono avere un notevole impatto sugli ecosistemi circostanti, inquinando le acque e alterando la morfologia del territorio. Inoltre, in alcuni paesi la tutela dei diritti dei lavoratori è carente, e il mercato dei minerali hi-tech può celare aspetti di sfruttamento e lavoro minorile. I componenti elettronici, dai microchip ai display, richiedono ambienti di produzione a camera bianca, con un controllo costante della temperatura e un’ingente quantità di energia per i processi di fabbricazione. Spesso, queste fabbriche si trovano in Asia, mentre l’assemblaggio finale avviene in altre aree, e i dispositivi vengono poi distribuiti in tutto il mondo: una catena logistica che, sebbene efficiente dal punto di vista economico, incide inevitabilmente sulle emissioni di CO₂ legate ai trasporti. Un altro aspetto cruciale è la batteria. Le batterie ricaricabili agli ioni di litio presenti negli e-reader (e ancora di più nei tablet e negli smartphone) sono soggette a usura e hanno una vita limitata. Il processo di smaltimento o riciclo delle batterie esauste è complesso e, se non gestito in modo corretto, può rilasciare sostanze tossiche nell’ambiente. Tuttavia, se un dispositivo viene costruito con criteri di eco-design e se viene utilizzato a lungo prima di essere sostituito, il suo impatto iniziale — pur elevato — può essere ammortizzato su diversi anni di servizio. Consumo di Risorse e Gestione dei Rifiuti: Carta vs. Elettronica Nel momento in cui un lettore sceglie di acquistare un quotidiano in edicola o di scaricare l’ultima edizione sul proprio e-reader, attiva processi di consumo di risorse differenti. Con la carta, la risorsa principale è costituita da fibre vegetali (in parte riciclate, in parte vergini) e dagli input energetici necessari a trasformarle in un prodotto finito. Una volta letto, il giornale può essere riciclato fino a un certo numero di volte (le fibre di cellulosa si degradano gradualmente), fornendo nuova materia prima per altri prodotti cartacei.Nel caso di un dispositivo elettronico, il singolo atto di lettura non genera, in apparenza, uno spreco di risorse tangibile: non si butta via la “materia prima” di un file, né si accumulano fogli di carta destinati al cestino. Tuttavia, ogni download, ogni aggiornamento software e persino il funzionamento dell’infrastruttura cloud comportano consumi energetici nei data center e nei sistemi di telecomunicazione. Inoltre, quando il dispositivo giunge a fine vita, lo smaltimento di un e-reader o di un tablet richiede una filiera dedicata per evitare la dispersione di metalli pesanti o composti pericolosi. La gestione dei rifiuti, cartacei o elettronici, rimane un nodo fondamentale nella valutazione dell’impatto ambientale. Se la carta, in molte regioni, può essere raccolta in modo differenziato e avviata al riciclo, lo stesso non sempre avviene per i dispositivi elettronici. Da questo punto di vista, le politiche di responsabilità estesa del produttore (EPR) e l’implementazione di sistemi di raccolta specializzati possono fare la differenza, incrementando il tasso di recupero dei materiali preziosi e riducendo lo spreco e l’inquinamento. Emissioni e Bilancio Energetico: Qual è la Soluzione più Sostenibile? È difficile fornire una risposta univoca alla domanda su quale metodo di lettura sia, in assoluto, il più sostenibile. Le variabili sono tante: da quanto spesso si legge, al tipo di mix energetico che alimenta i processi produttivi e i dispositivi, fino al comportamento dell’utente in termini di riciclo o sostituzione. Numerosi studi LCA hanno tentato di definire soglie indicative. Per esempio, un lettore che acquista un quotidiano al giorno potrebbe, nell’arco di un anno, accumulare un consumo di carta e di energia di stampa considerevole. Se, al contrario, scegliesse un e-book reader a inchiostro elettronico e lo utilizzasse per almeno 2-3 anni, probabilmente ammortizzerebbe l’impatto iniziale di produzione del dispositivo. In altre parole, per lettori assidui, la soluzione digitale tende a mostrarsi più efficiente, soprattutto se si sfruttano fonti rinnovabili per la ricarica e se il dispositivo viene mantenuto in vita il più a lungo possibile. Tuttavia, chi legge un giornale cartaceo solo saltuariamente potrebbe non trarre particolari benefici ambientali dall’acquisto di un dispositivo elettronico dedicato. Acquistare un tablet all’anno e sostituirlo di continuo, magari per avere l’ultimo modello, annulla i vantaggi ambientali legati alla dematerializzazione della carta. Il nodo centrale è la frequenza di uso, la cura del dispositivo e il modo in cui viene smaltito o riciclato. Il bilancio energetico, quindi, dipende in larga misura dalle abitudini del consumatore e dalle scelte strategiche delle aziende produttrici. Comportamenti di Lettura e Frequenza di Utilizzo Gli aspetti tecnologici e produttivi non esauriscono il tema della sostenibilità, poiché un fattore decisivo è il comportamento del lettore. Le preferenze individuali, le routine quotidiane e la disponibilità di infrastrutture incidono sul profilo di impatto dell’una o dell’altra opzione. Un utente che legge decine di testi al mese, passa da un quotidiano all’altro e sfoglia molteplici riviste, troverà probabilmente più vantaggioso concentrarsi su un dispositivo elettronico, purché duri nel tempo e venga gestito in modo responsabile. D’altra parte, esiste un pubblico che ama la carta stampata, trova più pratico il formato fisico o magari non ha accesso a una connessione internet stabile. Per queste persone, può avere un senso continuare a leggere il giornale in edizione cartacea, ma risulta sempre importante smaltirlo correttamente o avviarlo al riciclo. Oltre a ciò, va menzionato il concetto di “digital divide”: non tutti dispongono di risorse economiche o competenze per accedere a un e-reader o a un tablet. In alcune aree geografiche, l’edicola o la biblioteca restano gli unici punti di accesso all’informazione. Pertanto, optare per la sola digitalizzazione di un quotidiano potrebbe creare barriere informative per fasce di popolazione meno connesse. Riciclo e Economia Circolare: Strumenti di Riduzione dell’Impatto Nel percorso verso una maggiore sostenibilità, sia la filiera cartaria sia quella elettronica potrebbero adottare o perfezionare modelli di economia circolare. Nel caso della carta, esiste già da tempo un’attenzione particolare al riciclo, grazie al recupero di giornali, riviste, imballaggi. Questa prassi, se ben organizzata, riduce il prelievo di materia prima vergine e attenua l’impatto sui sistemi forestali. Oltre al riciclo, si può migliorare la fase di stampa con inchiostri più ecologici, ridurre il peso dei quotidiani o gestire la distribuzione con mezzi a basso impatto (elettrici o ibridi). Per i dispositivi digitali, l’economia circolare si traduce in design più modulari e riparabili, con la possibilità di sostituire batteria o display senza dover cambiare l’intero dispositivo. Inoltre, la responsabilità estesa del produttore (EPR) implica che le aziende si facciano carico del ritiro e del riciclo dei dispositivi a fine vita, recuperando le materie prime e limitando la dispersione di componenti pericolosi nell’ambiente. Infine, la scelta di alimentare i data center con fonti rinnovabili e di adottare pratiche di efficienza energetica avanzata può ridurre significativamente il peso delle infrastrutture digitali sull’ambiente. Sostenibilità e Innovazione: Verso un Futuro Green per la Lettura Guardando al futuro, è lecito aspettarsi un’evoluzione tecnologica che renda più efficienti i dispositivi elettronici, riducendo i consumi e adottando materiali di origine rinnovabile o facilmente riciclabili. Nel contempo, l’industria cartaria potrà perfezionare la gestione delle foreste e implementare processi di produzione sempre più a basso impatto, alimentati da energia rinnovabile e accompagnati da sistemi di recupero delle acque e di riduzione degli scarti. Le politiche pubbliche potranno giocare un ruolo significativo, incentivando la ricerca e l’innovazione sostenibile, nonché promuovendo modelli di business circolari capaci di premiare chi adotta soluzioni virtuose. Ad esempio, certificazioni ambientali più trasparenti, incentivi fiscali per la produzione ecologica e una corretta informazione del consumatore possono contribuire a trasformare il mercato editoriale, siano essi giornali cartacei o libri digitali. In definitiva, scegliere tra la carta e il digitale non è una questione esclusivamente legata alla comodità o al fascino della tecnologia, ma comporta una riflessione più ampia su come ci poniamo nei confronti delle risorse del pianeta. Da un lato, la carta rimane un materiale riciclabile, tangibile e culturalmente radicato; dall’altro, il digitale permette di dematerializzare una quantità enorme di contenuti, evitando in teoria la produzione continua di copie fisiche, ma al prezzo di un avvio produttivo e di un consumo energetico costante su scala globale. La sostenibilità, in fondo, non si riduce a un singolo gesto, bensì si costruisce su una serie di scelte coerenti, dalla progettazione di un dispositivo elettronico alla gestione del suo smaltimento, dall’acquisto di un quotidiano stampato alla sua fase di riciclo. In un mondo dove le risorse naturali sono limitate e il cambiamento climatico bussa sempre più forte, ognuno di noi ha la responsabilità di informarsi e di agire in modo consapevole. Attraverso il confronto tra giornali cartacei ed e-reader, possiamo cogliere l’occasione per ripensare non solo le nostre abitudini di lettura, ma anche il nostro rapporto con i beni e i servizi che consumiamo, tracciando così la strada verso un futuro più green e inclusivo per tutti.© Riproduzione Vietata
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Il Miraggio del riciclo dei Rifiuti nella Macedonia del NordIl Miraggio del riciclo dei Rifiuti nella Macedonia del Norddi Marco ArezioA due passi dal cuore produttivo dell'Europa, non lontano dal parlamento Europeo dove domina una corsa virtuosa alla tutela dell'ambiente e all'incremento del riciclo dei rifiuti, al centro di un'area in cui la popolazione ha sdoganato l'economia circolare, la Macedonia del nord, secondo quanto riportato da Aleksandar Samardjiev, resta lontano anni luce dal resto d'Europa sul tema della gestione dei rifiuti. Vediamo perchèNonostante alcuni esempi positivi, in Macedonia del Nord il riciclo resta a livelli estremamente bassi. Secondo esperti e osservatori, il paese deve elaborare in fretta una strategia a lungo termine nella gestione dei rifiuti Le famiglie raccolgono i rifiuti in un unico bidone e poi lo svuotano nei contenitori in strada: poi la spazzatura viene portata dai camion comunali in una discarica, dove viene accumulata sul terreno. Questa è, in buona sostanza, l'immagine che sintetizza la gestione dei rifiuti in Macedonia del Nord, con livelli estremamente bassi di selezione e riciclo. Più rifiuti, meno riciclo Le statistiche confermano la disastrosa situazione: mentre la quantità totale di rifiuti raccolti nel paese è in costante aumento, la capacità di riciclo procede nella direzione opposta. Nel 2017 la Macedonia del Nord ha generato 787mila tonnellate di rifiuti, di cui solo lo 0,6% è stato riciclato. Nel 2018 i rifiuti sono aumentati a 855mila tonnellate, con un tasso di riciclo dello 0,5%. Nel 2019 i rifiuti hanno raggiunto le 916mila tonnellate, mentre la capacità di riciclo è scesa ad un mero 0,3%. Secondo i funzionari del Ministero dell'Ambiente e della Pianificazione territoriale, l'attuale quadro giuridico è corretto e coerente con gli standard dell'Unione europea, ma le leggi, le strategie e i piani per la gestione dei rifiuti e la protezione ambientale sono male applicati a livello municipale. I comuni dovrebbero iniziare a lavorare sulla selezione dei rifiuti: non c'è quasi nessuno smistamento dei rifiuti e bidoni separati, cioè dovrebbe essercene uno (giallo) per gli imballaggi in plastica, vetro, carta ecc. e uno per i rifiuti misti non riciclabili. “In questo modo, i rifiuti del bidone giallo non andrebbero in discarica, ma sarebbero separati in carta, vetro, plastica, ecc. e riciclati. Al momento, i cittadini non sono pronti a selezionare, né hanno l'infrastruttura per farlo. Servono anche maggiore controllo e supervisione da parte degli ispettori municipali”, spiega a OBCT Ana Karanfilovska Mazneva, capo del dipartimento ministeriale di Gestione dei rifiuti. Nella sua relazione 2020 sull'andamento del trattamento dei rifiuti, l'Ufficio statale di revisione conclude che la selezione e la raccolta differenziata dei rifiuti urbani vengono eseguite solo in alcuni comuni e in misura limitata. Anche il tasso di riciclo è basso. Pertanto, è necessaria un'azione più intensa da parte dello stato, delle autorità locali e del settore imprenditoriale per migliorare in questo settore. Prilep, un esempio positivo I media locali portano spesso ad esempio la città di Prilep, saldamente al primo posto per la selezione dei rifiuti nel paese, che contribuisce tanto quanto tutte le altre città macedoni messe insieme, compresa la capitale Skopje. Con una popolazione di 75mila abitanti, la città genera ogni anno da 28mila a 31mila tonnellate di rifiuti, di cui la società di servizi pubblici Komunalec riesce a selezionare e vendere fino a 13mila tonnellate di rifiuti selezionati, quasi la metà delle quantità raccolte. Solo nel 2020, questa società di servizi pubblici è riuscita a selezionare e vendere 822 tonnellate di rifiuti di carta e cartone, 87 tonnellate di vari tipi di rifiuti di plastica e imballaggi in PET, 56 tonnellate di nylon e 78 tonnellate di imballaggi in vetro dalla città. Inoltre, sono state raccolte circa tremila tonnellate di detriti edilizi con i propri contenitori per detriti edilizi, che ricoprono la discarica comunale con rifiuti urbani. L'azienda seleziona anche da duemila a tremila tonnellate di materiali di scarto aggiuntivi (tessuti, mobili, legno, ecc.), che però attualmente non vengono venduti nel paese o all'estero. Il comune chiede, ma non ha ancora ricevuto, assistenza dallo stato per un ulteriore trattamento dei rifiuti attraverso la realizzazione di un Centro Secondario di Selezione. Alla ricerca di una strategia efficace di gestione dei rifiuti A livello giuridico, il territorio della Macedonia del Nord è diviso in otto regioni che hanno le proprie discariche. Nonostante le buone intenzioni, tuttavia, la spazzatura viene semplicemente gettata a terra e non trattata. “L'idea è di trasformare le discariche in verie e propri centri per la gestione complessiva dei rifiuti. Quando vengono distribuiti i bidoni dei rifiuti domestici, la selezione secondaria dovrebbe essere effettuata nelle discariche regionali e quindi la carta, il cartone, il vetro e la plastica raccolti dovrebbero essere venduti al settore privato del riciclo, riducendo quindi finalmente i rifiuti abbandonati in tutto il paese", spiega Ana Karanfilovska Mazneva. Igor Makaloski, rappresentante di una delle aziende che raccolgono rifiuti selezionati in collaborazione con i comuni, ritiene che sia necessario che le persone diventino più consapevoli dei vantaggi della selezione dei rifiuti. Afferma che la sua azienda, pur collaborando con oltre 40 amministrazioni locali in Macedonia del Nord, dove vivono oltre il 70% dei 2 milioni di abitanti, raccoglie solo 1.800 tonnellate di rifiuti di imballaggio. “Purtroppo in Macedonia del Nord molto spesso abbiamo solo dichiarazioni di principio quando si parla di ecologia.Insieme, dobbiamo impegnarci di più su questo problema. Ci sono carenze nel processo di raccolta e parte dell'attrezzatura installata è costantemente vandalizzata da cittadini senza scrupoli. Ma questo non ci solleva dalla responsabilità di trovare modi per raccogliere i rifiuti di imballaggio e smaltirli in luoghi appropriati”, spiega Makaloski.L'attivista Branko Prlja (fondatore dei gruppi "Dare, non bittare" e "Non buttare, non inquinare" per sensibilizzare al riciclo, il riutilizzo e l'uso ridotto al fine di preservare l'ambiente) afferma che lo stato dovrebbe essere coinvolto più attivamente nel processo di riciclo. “Vietare, limitare o tassare i materiali non riciclabili. In questo modo non verranno utilizzati e non finiranno nelle discariche. D'altra parte, può aiutare le aziende sovvenzionate a riciclarli o facilitarne il trasporto verso paesi che possono riciclarli”, ha scritto Prlja nel suo blog. Molte scadenze per gli obiettivi di selezione e riciclo in vari piani nazionali sono già state mancate: il riutilizzo e il riciclo del 50% dei rifiuti domestici era previsto per il 2020, ma rimane ad oggi un obiettivo non raggiunto. La ricerca ambientale mostra anche che i rifiuti lasciati a terra emettono sostanze e gas nocivi, diventando così una delle cause dell'inquinamento atmosferico, un altro grave problema sanitario nella Macedonia del Nord. Categoria: notizie - plastica - economia circolare - riciclo - rifiuti - macedonia
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Crisi delle Materie Prime? Come Affrontarla nella Vita QuotidianaCrisi delle Materie Prime? Come Affrontarla nella Vita Quotidianadi Marco ArezioCi sono proclami green in ogni trasmissione televisiva, su internet, sui giornali, sui social, in merito alla necessità di ridurre i rifiuti, non solo plastici, ma di tutte le tipologie.Dagli imballi di carta e cartone degli acquisti on line, al packaging alimentare qualunque esso sia, dagli imballi delle bibite agli elettrodomestici usati, dai telefonini vecchi ai vestiti usati, dalle piastrelle rotte agli scarti alimentari, dai mobili vecchi ai materassi e molte altre cose. Se stiamo piano piano capendo che è necessario fare una raccolta differenziata corretta, per aiutare il sistema del riciclo a ridurre i materiali di scarto, cioè quelle frazioni di materiali che noi gettiamo nella pattumiera ma che non sono riciclabili, per errori di separazione in casa o per caratteristiche del prodotto, dobbiamo anche capire che non tutto è riciclabile, oggi, e che il riciclo ha comunque un impatto ambientale. Il riciclo dei rifiuti è necessario per risparmiare materie prime che preleviamo dalla natura per produrre nuovi materiali, per ridurre i rifiuti non riciclabili che potrebbero essere accumulati nelle discariche, ma, allo stesso tempo, una tale organizzazione industriale che consuma energia ha un senso se il suo impatto ambientale è sostenibile. Per sostenibilità del sistema riciclo tradizionale, intendiamo la contabilizzazione delle percentuali di rifiuti non riciclabili che si producono alla fine del processo, l’analisi delle criticità sulla creazione di queste frazioni non riciclabili, la quantità di energia green utilizzata per lavorare e riprocessare i rifiuti e l’emissione di CO2 del processo. Non è sufficiente oggi aver compreso che i prodotti non vanno buttati ma riciclati, perché a volte sarebbe meglio percorrere altre strade, se possibili, invece che avviare lo scarto al riciclo. In attesa che si consolidi il processo industriale del riciclo chimico, che permette la scomposizione chimica dei componenti di un materiale e la riutilizzazione delle molecole come nuove materie prime, senza generare rifiuti, ci si deve interrogare sul bilanciamento di molti fattori nel trattamento dei rifiuti. Inoltre, in questo periodo in cui i prezzi delle materie prime sono esplosi e c’è una marcata indisponibilità sul mercato, credo non ci sia periodo migliore per analizzare alla fonte il sistema dei consumi che generano, poi, i rifiuti. Il consumismo, nell’era attuale dell’attenzione all’ambiente, non è purtroppo cambiato rispetto al passato, si compra, si usa (poco) e si getta.. (tanto), poi qualcuno riciclerà il prodotto (forse). E’ un approccio sbagliato e negativo per l’ambiente, che comporta la mancata soluzione del problema del consumo delle materie prime naturali, dei costi ambientali del riciclo e dei rifiuti che finiscono in discarica. Non si può colpevolizzare completamente il cittadino disattento al problema, senza tenere in considerazione la scarsa attenzione della politica al sul tema, ma oggi, è necessario lavorare in squadra per migliorare la situazione ambientale e ridurre i costi dei prodotti. Se prendiamo in considerazione i prodotti che generano più rifiuti, possiamo identificare, tra gli altri, gli imballi degli articoli che compriamo, fatti spesso di materiali la cui vita potrebbe essere molto lunga, decenni, ma che li utilizziamo con il principio dell’usa e getta. Le bottiglie delle bibite e dell’acqua in vetro o in plastica, i flaconi dei detersivi o dei prodotti per il corpo, le vaschette alimentari, ecc.. Tutti questi materiali sono fatti con materie prime durevoli e quindi si deve far in modo che non vengano buttati alla fine dell’utilizzo, anche se andrebbero nel flusso del riciclo (oneroso), ma si deve fare in modo che siano restituibili al fornitore per il loro nuovo riempimento o vengano riempite dal cittadino stesso riutilizzando l’imballo. Parliamo quindi di vuoto a rendere per i prodotti da igienizzare e vuoto da riempire, per esempio, per i detersivi o i saponi, posizionando nei negozi boxes per riempire le bottiglie da riutilizzare. Il vuoto a rendere, però, non sempre è conveniente, in quanto implica il trasporto dell’imballo vuoto con un impatto ambientale elevato, quindi, se il punto di ricarica è lontano dal consumatore, potrebbe essere meno gravoso riciclarlo. Qui diventa una responsabilità sociale istruire il cittadino sul vero impatto ambientale di una scelta di acquisto senza permettere le azioni di Greenwashing che il produttore del bene potrebbe fare. Atri due temi importanti riguardano il riutilizzo dei beni e il km. Zero. Molti articoli vengono buttati, senza una reale riduzione delle caratteristiche della funzionalità del prodotto o dell’estetica, per poi comprare di nuovi. Il concetto del riuso dei prodotti non significa andare, saltuariamente, nei mercatini rionali per cercare il prodotto usato, ma creare una rete di raccolta di articoli riutilizzabili, con la collaborazione di produttori, che ricondizionino l’oggetto, lo aggiustino se necessario, ne emettano una garanzia e lo si inserisca nuovamente sul mercato. Un telefonino di ultima generazione può diventale obsoleto dal punto di vista del marketing in poco meno di un anno, ma eccellente e ambito per chi non segue le mode, perché buttalo? Per quanto riguarda il Km. Zero è sempre più necessario, in un’ottica di riduzione delle emissioni di CO2 e per ridurre i costi generali del prodotto, i cui costi di movimentazione sono sempre ricalcolati all’interno del prodotto, cercare di comprare merce prodotta sempre più vicina all’ambito del consumo. Perché comprare una bottiglia di acqua minerale che viene da un luogo distante 500 Km. da me quando ho una fonte che produce un prodotto simile a 50 K.? (o perché non bere l’acqua del rubinetto o andare a riempire l’acqua gassata dai dispenser comunali?). Perché comprare una candela che viene dall’altra parte del mondo quando nel nostro paese ci sono le cererie che le producono, solo per fare degli esempi. Ci potrebbero essere mille altri esempi che riguarderebbero il modo di gestire della nostra mobilità quotidiana, le nostre scelte alimentari, quelle politiche, sociali, culturali, e molte altre. Ricordiamoci che ogni nostra scelta di acquisto crea più o meno inquinamento.Categoria: notizie - plastica - economia circolare - riciclo - rifiutiFoto: WP.F.
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Riciclo della fibra di carbonio: Inaugurato il primo impianto in ItaliaIl Gruppo Hera apre a Faenza il primo impianto italiano per il riciclo della fibra di carbonio, rivoluzionando la gestione dei materiali compositi con un processo innovativo a basse emissionidi Marco ArezioL'industria dei materiali compositi sta vivendo una trasformazione significativa grazie all'innovazione nel riciclo della fibra di carbonio. Il Gruppo Hera ha recentemente inaugurato il primo impianto in Italia dedicato al recupero e riutilizzo di questo materiale, segnando un importante traguardo per l'economia circolare nel settore dei materiali avanzati. Questo nuovo stabilimento rappresenta una soluzione concreta per la gestione dei rifiuti industriali e per la riduzione dell’impatto ambientale della fibra di carbonio, una risorsa fondamentale in settori come l’aerospaziale, l’automotive e le energie rinnovabili. L’importanza della fibra di carbonio e la sfida del riciclo La fibra di carbonio è un materiale ampiamente utilizzato per le sue eccellenti proprietà meccaniche: leggerezza, resistenza e durabilità. Viene impiegata in ambiti strategici come l’industria aerospaziale, automobilistica, sportiva e nell’energia eolica. Tuttavia, uno dei problemi principali legati a questo materiale è la difficoltà di riciclo: i compositi a base di fibra di carbonio, una volta giunti a fine vita, sono difficili da separare e recuperare, con conseguenze ambientali significative. Fino ad oggi, la gestione dei rifiuti di fibra di carbonio in Italia e in Europa si è basata principalmente su soluzioni di smaltimento, come l’incenerimento o la discarica, con elevati costi economici e ambientali. La mancanza di un’infrastruttura adeguata per il riciclo ha reso complessa l’adozione di soluzioni più sostenibili, spingendo il settore a ricercare alternative più efficaci. Il nuovo impianto di Hera: un modello di innovazione circolare Il nuovo impianto del Gruppo Hera, realizzato in collaborazione con l’azienda specializzata Curti, nasce con l’obiettivo di creare un modello efficiente per il recupero della fibra di carbonio attraverso processi innovativi. Situato a Faenza, questa struttura rappresenta la prima realtà italiana in grado di riciclare su scala industriale i materiali compositi in fibra di carbonio, recuperandone la materia prima per nuove applicazioni. La tecnologia utilizzata nel processo di riciclo è basata sulla pirolisi, un metodo che consente di separare la fibra di carbonio dalla matrice polimerica che la lega. Questo processo avviene in assenza di ossigeno, permettendo di decomporre la resina senza bruciare la fibra, preservandone così le proprietà meccaniche. Il risultato è una fibra di carbonio rigenerata, riutilizzabile in nuovi cicli produttivi, con prestazioni simili a quelle del materiale vergine. Grazie a questa innovazione, il nuovo impianto può gestire circa 130 tonnellate di rifiuti all'anno, riducendo in modo significativo la quantità di rifiuti inviati in discarica e abbattendo le emissioni di CO₂ rispetto ai processi tradizionali di smaltimento. I benefici del riciclo della fibra di carbonio L’avvio di questa nuova struttura porta con sé diversi vantaggi, sia dal punto di vista ambientale che economico: - Riduzione dell’impatto ambientale – Il recupero della fibra di carbonio consente di evitare l’incenerimento o il conferimento in discarica, processi altamente inquinanti. Inoltre, la produzione di fibra rigenerata comporta una riduzione significativa delle emissioni di gas serra rispetto alla produzione di fibra vergine. - Risparmio di risorse naturali – La rigenerazione della fibra di carbonio riduce la necessità di estrarre e lavorare nuove materie prime, contribuendo a una gestione più sostenibile delle risorse. - Opportunità economiche – Il mercato della fibra di carbonio riciclata è in forte crescita. Questo materiale può essere reimpiegato in numerosi settori, offrendo alle aziende soluzioni più economiche rispetto all’utilizzo della fibra vergine. - Competitività industriale – L’Italia si posiziona come un punto di riferimento nell’innovazione del riciclo avanzato, contribuendo a creare nuove opportunità nel settore dei materiali compositi e consolidando il ruolo del Paese nell’economia circolare. Applicazioni della fibra di carbonio riciclata La fibra di carbonio recuperata dall’impianto di Hera può essere impiegata in diversi ambiti industriali. Ad esempio, nel settore automobilistico viene utilizzata per la produzione di componenti strutturali leggeri, migliorando le prestazioni dei veicoli e riducendo il consumo di carburante. Anche nel settore aerospaziale e nella produzione di pale eoliche, la fibra di carbonio rigenerata può rappresentare una valida alternativa sostenibile. Inoltre, l’impiego di fibra riciclata è sempre più diffuso in applicazioni sportive e nel design di prodotti tecnologici, dove si cercano materiali innovativi con un basso impatto ambientale. Verso un futuro più sostenibile per i materiali compositi L’inaugurazione del primo impianto italiano per il riciclo della fibra di carbonio segna un importante passo avanti verso una gestione più sostenibile dei materiali compositi. Questo progetto dimostra come l’innovazione tecnologica possa offrire soluzioni concrete ai problemi ambientali, riducendo i rifiuti e valorizzando le risorse disponibili. Il successo di questa iniziativa potrebbe spingere ulteriori investimenti in infrastrutture di riciclo e favorire politiche industriali più orientate all’economia circolare. Con una crescente attenzione verso la sostenibilità e la riduzione dell’impronta ecologica, il settore dei materiali avanzati è destinato a evolversi rapidamente, offrendo nuove opportunità per aziende, istituzioni e ricercatori. L’Italia, grazie a progetti pionieristici come quello del Gruppo Hera, si conferma un attore chiave nella transizione verso un’industria più verde e innovativa, promuovendo un futuro in cui il riciclo della fibra di carbonio diventerà una pratica diffusa e sostenibile.© Riproduzione Vietata
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Il Cortocircuito del Packaging: 21-100-3 la Formula ImperfettaQuando il packaging è maggiore del contenuto che mangiamodi Marco ArezioNo, non è una formula magica, non sono nemmeno tre numeri da giocare al lotto, non è nemmeno una formula chimica. 21-100-3 rappresenta un banale imballo alimentare che troviamo sugli scaffali dei negozi e che compriamo, senza pensarci troppo, per le nostre esigenze alimentari.Un imballo di micro porzioni di marmellata (per fare un esempio), in piccole vaschette racchiuse in un blister di cartone e avvolto da un film trasparente, pensate per gli hotels o per chi consuma quantità molto ridotte di marmellata a pasto, anche se in modo continuativo nel mese. 21 rappresenta il peso in grammi dei vari imballi che costituiscono la confezione vendibile, 100 rappresenta il contenuto di marmellata, diviso in quattro confezioni da 25 gr. l’una e 3 sono i differenti materiali che devono essere smaltiti. Quindi, a fronte di 100 grammi di prodotto netto, l’imballo, in peso, rappresenta più del 20% con la difficoltà di dover dividere una parte nella carta, una parte nella plastica e una parte nell’indifferenziato. Non è sicuramente un atto di accusa verso le case produttrici di marmellata, in quanto hanno solo messo in produzione un articolo richiesto dal mercato, ma è un esempio abbastanza chiaro di come ci possiamo complicare la vita, dal punto di vista del consumo delle materie prime destinate agli imballi e di come sia controproducente, nell’ottica di diminuire i rifiuti, sostenere questo tipo di confezioni. Il mercato non è altro che l’incontro tra domanda e offerta e, se in questo caso, come in molti altri, i consumatori richiedono alle strutture produttive sistemi di confezionamento che siano del tutto contrati alla logica di ridurre la produzione di rifiuti non necessari, non possiamo che arrabbiarci con noi stessi. Il contenimento dei rifiuti passa anche dalla consapevolezza che ogni consumatore dovrebbe avere della filiera produttiva e di quella dei rifiuti e del riciclo, pensando che ad ogni acquisto corrisponde la generazione di un rifiuto, che può essere riciclato con costi non trascurabili, ma che a volte può non essere possibile farlo. Acquistare un prodotto per il consumo quotidiano dovrebbe seguire delle logiche di tipo circolare e ambientale, che mettano in relazione l’incidenza generale del suo rifiuto con il prodotto da consumare. Non bisogna avere una conoscenza tecnica dei sistemi produttivi o del riciclo o dell’impronta carbonica che ogni vasetto di marmellata crea una volta consumato, ma dovremmo avere una costante attenzione a delle buone regole sulla scelta dei prodotti e delle relative confezioni. Questo vuol dire privilegiare gli imballi ricaricabili, regolare il proprio consumo mensile di un prodotto con confezioni che siano le più idonee a non replicare piccoli ma numerosi imballi, ridurre il consumo di articoli il cui packaging potrebbe essere riutilizzato ma in realtà diventa rifiuto all’esaurirsi del suo contenuto. Se siamo sensibili all’aumento dei rifiuti non riciclati nel mondo facciamo anche noi la nostra parte.Categoria: notizie - plastica - economia circolare - rifiuti - packaging Vedi maggiori informazioni sull'argomento
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I Rifiuti Elettronici: una Filiera con Molte Incognite e SpeculazioniI Rifiuti Elettronici: una Filiera con Molte Incognite e Speculazionidi Marco ArezioI rifiuti elettronici sono quella massa di prodotti di uso comune come elettrodomestici, telefonini, televisori, computers e molti altri oggetti che raggiungono, più o meno velocemente, una condizione di obsolescenza, voluta dai produttori o dalla moda o per rotture tecniche, in un tempo sempre più rapido.A differenza dei rifiuti plastici, di vetro, di metallo, di carta o di tessuti, il rifiuto elettronico è un complesso articolato di componenti di varia natura e provenienza che ne fa, di per sé, un oggetto complicato per il riciclo. Inoltre un oggetto elettronico contiene molte sostanze chimiche pericolose che se non trattate in modo corretto comportano seri danni all’ecosistema e all’uomo. Ci sono molti motivi per spingere sull’industria del riciclo legale delle apparecchiature elettroniche, tra le quali possiamo annoverare il rispetto dell’ambiente, la tossicità di alcuni componenti che sono presenti all’interno delle apparecchiature, che devono essere gestiti in maniera corretta e responsabile, ma anche la crescente domanda dei materiali nobili, da parte dei produttori, per la costruzione di nuovi dispositivi. Infatti, molti minerali rari che sono necessari per le moderne tecnologie provengono da paesi che non rispettano i diritti umani. Per evitare di sostenere inconsapevolmente conflitti armati e violazioni dei diritti umani, i deputati del Parlamento europeo hanno adottato norme che impongono agli importatori europei di materiali preziosi di effettuare dei controlli sul ciclo di lavoro per garantire che non si verifichino fenomeni di sfruttamento dei lavoratori, di inquinamento delle terre e di reputazione dei fornitori. Anche per questo motivo la crescita del mercato legale del riciclo di questo settore risulta di particolare importanza. Se volessimo fare una classifica di quale siano i rifiuti elettronici più comuni possiamo dire che i grandi elettrodomestici, come le lavatrici e le stufe elettriche, sono tra i quelli più raccolti e rappresentano oltre la metà di tutti i rifiuti elettrici ed elettronici. Seguono le apparecchiature informatiche e di telecomunicazione (computer portatili, stampanti), le apparecchiature di consumo (videocamere, lampade fluorescenti) e i pannelli fotovoltaici nonché i piccoli elettrodomestici (aspirapolvere, tostapane). Tutte le altre categorie, come gli attrezzi elettrici e i dispositivi medici, rappresentano in totale il 7,2% dei rifiuti elettronici ed elettrici raccolti. Il riciclo dei rifiuti elettronici, nonostante vi siano sostanze preziose al loro interno come il rame, lo stagno, l’oro, il titanio, l’argento, l’alluminio, rimane del tutto insufficiente, in termini di volumi riciclati, rispetto alla produzione annua di apparecchiature nuove. L’ONU nel solo 2017 ha stimato in 50 milioni di tonnellate in tutto il mondo la massa di rifiuti elettronici di cui l’80% è finito nelle discariche. Quali sono i motivi per cui si ricicla così poco?Innanzitutto la complessità degli apparecchi, formati da molti elementi diversi tra loro e l’alto standard qualitativo, che impone l’uso di materie prime chimicamente complesse, che richiederebbe lo smontaggio degli apparecchi per una separazione corretta in elementi costitutivi. In realtà gli molti apparecchi non vengono smontati, specialmente quelli più piccoli, ma macinati e divisi successivamente con la perdita di molti materiali e il parziale inquinamento degli elementi riciclabili. Possiamo dire che solo alcuni produttori hanno avviato il ritiro dei propri prodotti usati a fine vita, come Apple per esempio, creando un flusso di rifiuti del tutto pulito dai quali estrae i materiali più preziosi tra cui l’oro. Inoltre il ritmo di produzione e di vendita degli apparecchi, come i telefonini, vede ogni anno un ciclo di cambio pari a circa il 25% della popolazione, inoltre nelle case sarebbero accumulati 500 milioni di apparecchi inutilizzabili che incombono sulla quota dei rifiuti elettronici globali. I sistemi di riciclo dei rifiuti elettronici - RAEE Il recupero dei componenti degli apparecchi elettronici avviene principalmente attraverso i processi di triturazione e separazione del macinato risultante, secondo la sua natura. Il vetro, la plastica i metalli e altri prodotti minori vengono separati con sistemi meccanici e per densità, creando famiglie omogenee di scarti che potranno diventare nuova materia prima. Purtroppo, all’interno di un apparecchio elettronico, una quota considerevole di materiali non può essere separato e riciclato per la complessità delle ricette chimiche richieste durante la loro produzione. Per queste difficoltà e per gli alti costi di riciclo, attualmente una quota tra il 60 e 80% dei rifiuti elettronici a fine vita vengono inviati in paesi in via di sviluppo, a volte in maniera poco trasparente, dove gli apparecchi vengono separati manualmente, con sistemi che comportano enormi problemi sanitari e ambientali in cui avviene il lavoro. Molti degli prodotti che sono avviati al riciclo o alla discarica sono strumenti ancora validi e recenti, ma attualmente la loro costituzione, strutturale e di processo per il loro funzionamento, ne rende difficile o antieconomica la riparazione, a volte volutamente impossibile dai produttori, così da creare un volano di nuovi acquisti e di conseguenza un aumento esponenziale dei rifiuti. In un’ottica generale questo consumismo sfrenato in cui la vita del prodotto viene programmata per durare il meno possibile, creando un nuovo bisogno di acquisto, va contro ogni logica di sostenibilità a cui gli organi competenti devono dare un freno.Categoria: notizie - RAEE - economia circolare - rifiuti Vedi maggiori informazioni sul riciclo
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La Proprietà dei Rifiuti Domestici e il Diritto di Cessione OnerosaI rifiuti che produciamo ogni giorno hanno un valore e in virtù di questo che dovrebbero essere cedutidi Marco ArezioSembra che il ritiro del rifiuto plastico, del vetro, della carta, dei metalli e della frazione umida dalle nostre case sia un servizio gentile che i comuni organizzano per farci un favore, quello di liberare quotidianamente le nostre case dai rifiuti. Ma è proprio così? Incominciamo a dire che gratis oggi, probabilmente, non si fanno più nemmeno i favori, ma quello che i cittadini hanno in testa, in relazione al servizio di raccolta dei rifiuti, è un concetto non del tutto corretto. Non si vede spesso, nel mercato reale, una cessione di un bene senza un corrispettivo economico pagato da parte dell'acquirente e, probabilmente, ancora meno si vedono operazioni in cui il venditore debba pagare l'acquirente per cedere il suo prodotto. Nel mondo dei rifiuti capita invece con una certa frequenza e i motivi nascono da una visione distorta da parte della gente del concetto di rifiuto di nostra proprietà. Già la parola rifiuto è assimilato a tutti questi prodotti che, nelle nostre case o aziende, finiscono il ciclo di vita che gli abbiamo attribuito, diventando un impellente problema di spazio e di decoro. Con questo concetto, non riuscendo a intravedere nessun valore al prodotto a fine vita, siamo disposti a pagare purché venga portato via dal nostro ambito di vita. Le attività imprenditoriali che si occupano di raccolta, trattamento e smaltimento dei rifiuti ringraziano per la golosa opportunità offerta dai cittadini (sebbene le logiche delle aste delle materie prime a volte raffreddano questi entusiasmi) e i comuni, che hanno il compito di raccogliere i rifiuti, coprono i costi del servizio, lontani dalle logiche di mercato, attraverso i nostri soldi. In realtà, con questo sistema, il cittadino rimane beffato 3 volte: - cede il rifiuto di sua proprietà senza ricavarne alcun vantaggio economico - paga per la cessione e il ritiro del rifiuto presso la propria abitazione - ricompra un bene che probabilmente è fatto con una quota dei rifiuti che ha ceduto in modo oneroso Molti anni fa quando i rifiuti domestici venivano prevalentemente sotterrati in discariche o bruciati passivamente, il contributo economico al ritiro e smaltimento poteva avere un senso logico in quanto, il comune, attraverso società specializzate, offriva un servizio al cittadino non remunerativo. Oggi, i rifiuti hanno un valore intrinseco in quanto producono, attraverso la loro lavorazione, sottoprodotti con cui si crea un nuovo valore. Il vetro, la carta, la plastica la frazione umida delle nostre cucine creano un circolo virtuoso espresso in materie prime seconde o in energia che vengono offerte nuovamente al mercato in una normale attività commerciale. Quindi può facilmente capitare che il rifiuto che noi abbiamo, forse ingenuamente pagato per liberarcene, lo ripagheremo una seconda volta quando andremo a comprare un flacone di detersivo fatto in plastica riciclata o accenderemo la luce a casa nostra, utilizzando l'energia realizzata con la frazione umida delle nostre cucine. In alcune parti del mondo si comincia a pensare che questo approccio alla cessione onerosa, da parte dei cittadini dei propri rifiuti, sia una cosa che ha poco senso e che la sua inversione potrebbe creare un'economia sociale importante e un concreto aiuto alla salvaguardia dell'ambiente. Ma come è possibile cambiare questa mentalità e quali vantaggi porterebbe? Vediamo alcuni punti: Si deve accompagnare il cittadino ad un cambiamento culturale radicale, spostando il concetto di rifiuto da un onere ad una risorsa per sé e per la propria famiglia. Acquistando un valore, il rifiuto domestico permette di creare un ulteriore introito al bilancio famigliare riducendo le tasse a suo carico, come già succede già in alcuni paesi, attenzionando il cittadino al corretto approccio alla raccolta differenziata. Si creerebbe una sostanziale riduzione dei rifiuti dispersi nell'ambiente in quanto si potrebbe generare una nuova economia che valorizza la raccolta e il riciclo. I maggiori oneri che le industrie del riciclo e i comuni saranno costretti a sostenere potrebbero essere compensati, da un aumento della quota di rifiuti lavorabili immessi sul mercato, da una riduzione degli oneri derivanti dalle bonifiche ambientali o dalle conseguenze economiche in relazione all'aumento del tasso di inquinamento circolare e dalla dipendenza dalle materie prime vergini. Pensateci, potrebbe fare bene a tutti.Categoria: notizie - plastica - economia circolare - rifiuti urbaniVedi maggiori informazioni sul riciclo
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Riciclo tessile in Europa: perché il vero “tipping point” non è tecnologico ma economico e politicoIl nuovo report BCG-ReHubs rilanciato il 23 marzo 2026 mostra che il riciclo textile-to-textile può crescere solo con investimenti, standard, raccolta selettiva, EPR e una politica industriale europea capace di colmare il divario di costo tra fibre riciclate e verginiAutore: Marco Arezio. Esperto in economia circolare, riciclo dei polimeri e processi industriali dei materiali. Fondatore della piattaforma rMIX, dedicata alla valorizzazione dei materiali riciclati e allo sviluppo di filiere sostenibili. Data: 3 aprile 2026 Tempo di lettura: 11 minuti Riciclo tessile: l’Europa è arrivata a un punto in cui non bastano più le buone intenzioni C’è un momento in cui un settore smette di poter vivere di slogan. Il tessile europeo è entrato proprio in quel momento. Per anni si è parlato di moda sostenibile, di capsule collection “green”, di raccolta degli abiti usati, di fibre riciclate raccontate come simbolo di una transizione già avviata. Ma il nuovo report BCG-ReHubs, rilanciato il 23 marzo 2026, ci obbliga a guardare la realtà senza filtri: il riciclo textile-to-textile in Europa non è ancora una filiera matura, non è ancora economicamente autosufficiente e, soprattutto, non scalerà da solo. Il cuore del problema non è l’assenza totale di tecnologie. Le tecnologie esistono, stanno evolvendo e in alcuni casi hanno già dimostrato di poter recuperare cotone, poliestere o miste poli-cotone. Il nodo vero è un altro: il sistema industriale che dovrebbe alimentarle, finanziarle e assorbire il loro output non è ancora abbastanza solido. Per questo il report parla di “tipping point”. Non come immagine retorica, ma come soglia economica e organizzativa oltre la quale il textile-to-textile può diventare finalmente una vera infrastruttura industriale europea. La fotografia di partenza è dura. Secondo BCG e ReHubs, nel 2025 l’Europa ha generato circa 15,2 milioni di tonnellate di rifiuti tessili, di cui 13,3 milioni post-consumo. Eppure solo 1,5 milioni di tonnellate vengono oggi raccolte e selezionate in modo utile al riciclo: in pratica, circa una tonnellata su nove del flusso post-consumo. Ancora più sconfortante è il dato sul riciclo chiuso: meno dell’1% dei tessili post-consumo torna a essere nuova fibra tessile. Non siamo dunque davanti a una filiera circolare consolidata; siamo davanti a un sistema che disperde ancora la gran parte del proprio valore materiale. Ed è qui che il tema diventa umano, oltre che industriale. Perché ogni indumento che non rientra in un circuito di riuso o riciclo di qualità racconta una doppia sconfitta: da un lato la perdita di materia, lavoro, energia, acqua e chimica già incorporati nel prodotto; dall’altro il trasferimento del problema verso inceneritori, discariche, export poco trasparenti o raccolte inefficienti. Dietro la parola “tessile” non ci sono solo capi d’abbigliamento. Ci sono consumo di risorse, occupazione europea, dipendenza da materie prime, geopolitica delle fibre e capacità di costruire una manifattura meno vulnerabile. La stessa Commissione europea ricorda che il settore tessile e dell’abbigliamento nell’UE ha generato 170 miliardi di euro di fatturato nel 2023 e impiega 1,3 milioni di persone in circa 197.000 imprese. Il vero significato del “tipping point” europeo Quando il report parla di tipping point, non sta dicendo semplicemente che “bisogna crescere”. Sta definendo una soglia quantitativa e finanziaria precisa. La stima è che entro il 2035 il sistema europeo debba arrivare a circa 2,7 milioni di tonnellate annue di riciclo textile-to-textile per raggiungere una dimensione minima credibile e rendere l’ecosistema industrialmente praticabile. Questa soglia corrisponde a circa il 15% dei rifiuti tessili post-consumo. Per avvicinarsi a quel livello, però, non basta costruire qualche impianto in più. Servono salti simultanei in tre segmenti della catena. La raccolta dedicata dovrebbe passare da circa il 33% del 2025 a circa il 50% nel 2035. La selezione dovrebbe salire dal 36% al 63%. E, a valle, il riciclo in nuova fibra dovrebbe raggiungere appunto 2,7 milioni di tonnellate. In altri termini: il tipping point non è una singola innovazione, ma la sincronizzazione di raccolta, sorting, pretrattamento, riciclo, standard di qualità e mercato di sbocco. Se uno solo di questi anelli resta debole, la catena si spezza. Questa è la parte che spesso sfugge nel dibattito pubblico. Si tende a pensare che il riciclo tessile dipenda soprattutto dal comportamento del consumatore o dalla presenza di qualche marchio più responsabile. In realtà il salto di scala è una questione di economia industriale. Senza massa critica, i flussi sono intermittenti. Senza flussi stabili, gli impianti non saturano la capacità. Senza saturazione, i costi restano alti. Senza costi sostenibili, gli acquirenti non comprano. E senza contratti di acquisto prevedibili, gli investitori non finanziano. Il tipping point è precisamente il punto in cui questa spirale si inverte. Perché le fibre riciclate costano di più: il problema è strutturale, non congiunturale Il passaggio più importante del report BCG-ReHubs è forse il più scomodo: le fibre riciclate textile-to-textile sono un nuovo prodotto industriale con costi di processo strutturalmente più alti. Non si tratta quindi di uno svantaggio temporaneo destinato a sparire automaticamente con un po’ di buona volontà. Significa che, nelle condizioni attuali, queste fibre non riescono a essere competitive né rispetto alle fibre vergini né rispetto ad alcune rotte di riciclo già mature, come il bottle-to-textile. Il motivo è intuitivo solo in apparenza. Una bottiglia in PET è un oggetto molto più standardizzato di un flusso di abiti usati. Il tessile post-consumo arriva invece da decine di combinazioni fibrose, tinture, finissaggi, accessori, cuciture, bottoni, elastomeri, trattamenti funzionali e contaminazioni. Prima ancora di riciclare, occorre intercettare, classificare, selezionare, separare, rimuovere componenti estranei, qualificare il feedstock e spesso pretrattarlo. Tutto questo pesa economicamente molto più del solo processo di trasformazione finale. Il report sottolinea infatti che i costi più alti vengono assorbiti a monte della filiera, creando un vero “deadlock” economico strutturale. La parte più delicata riguarda i margini. Secondo il modello di BCG-ReHubs, diversi anelli della catena mostrano profittabilità compressa o negativa nel passaggio a una scala T2T. Per i riciclatori di poliestere, nelle ipotesi di base, i margini EBIT possono collocarsi addirittura tra -75% e -25%. È un dato brutale, ma serve a capire una cosa fondamentale: nessuna filiera industriale strategica nasce su larga scala se gli operatori più esposti sono strutturalmente in perdita. Il report aggiunge un altro elemento decisivo: per assicurare la domanda, il modello non presuppone un premio di prezzo del textile-to-textile rispetto al riciclato bottle-to-textile. In altre parole, si chiede al nuovo riciclo tessile di entrare sul mercato senza poter scaricare integralmente i propri costi maggiori sul prezzo finale. Questo protegge la domanda, ma lascia scoperto il lato industriale. È qui che nasce la richiesta di meccanismi abilitanti: eco-contributi, standard, supporto pubblico, risk-sharing, contratti di offtake e criteri regolatori sul contenuto riciclato. Senza policy industriale il riciclo tessile non diventa mercato La conclusione del report è netta: il textile-to-textile non diventerà investibile, e quindi non diventerà scalabile, senza politiche abilitanti. Questo non significa sussidiare per sempre un’industria inefficiente. Significa riconoscere che siamo nella fase di formazione del mercato e che, in questa fase, servono strumenti per allineare il rischio, distribuire i costi e creare visibilità sugli sbocchi. Da questo punto di vista, l’Europa ha finalmente iniziato a muoversi. Dal 2025 gli Stati membri devono attivare sistemi di raccolta separata dei tessili. Nell’ottobre 2025 è entrata in vigore la revisione della Waste Framework Directive, che introduce regole comuni di responsabilità estesa del produttore per tessili e calzature. Le tariffe EPR dovranno essere eco-modulate sulla base di criteri di sostenibilità come durabilità e riciclabilità, collegando quindi il costo pagato dai produttori alla qualità ambientale del prodotto immesso sul mercato. È un passaggio cruciale, perché sposta il baricentro del discorso. Fino a ieri il rifiuto tessile era soprattutto un problema di fine vita. Oggi l’UE prova a trasformarlo in un tema di progettazione industriale: chi produce capi difficili da riusare, riparare o riciclare deve pagare di più. È l’unico modo per uscire dalla contraddizione che ha bloccato il settore per anni: da una parte si chiedeva più riciclo, dall’altra si continuavano a mettere sul mercato prodotti progettati per costare poco, durare poco e mescolare materiali incompatibili. Nel febbraio 2026 la Commissione ha anche adottato misure attuative nell’ambito dell’ESPR per limitare la distruzione dell’invenduto di abbigliamento, accessori e calzature. La Commissione stima che in Europa ogni anno venga distrutto il 4-9% dei tessili invenduti prima ancora dell’uso, con circa 5,6 milioni di tonnellate di CO2 generate da questa pratica. Questo dato ha un forte valore simbolico: il sistema non fallisce solo quando non ricicla, ma già molto prima, quando produce troppo, vende male e distrugge merce nuova per difendere margini o logiche di stock. Eppure, la policy da sola non basta se resta vaga. Perché il tipping point si materializzi davvero, l’Europa dovrà fare almeno quattro cose in modo coerente: finanziare l’avvio della capacità industriale, definire standard di qualità per feedstock e fibre riciclate, creare obblighi o target credibili di contenuto riciclato, e costruire una governance transfrontaliera sui flussi. Il report insiste proprio su questo: servono definizioni armonizzate, dati condivisi e coordinamento europeo, non una somma disordinata di iniziative nazionali. La raccolta non basta: il vero collo di bottiglia è la qualità del flusso Nella percezione comune, raccogliere più indumenti usati dovrebbe automaticamente portare a più riciclo. Ma non è così. La raccolta è solo la prima soglia. Il vero valore industriale nasce quando il materiale raccolto diventa un flusso sufficientemente pulito, tracciabile e omogeneo da essere trasformato in feedstock per il riciclo. Oggi questo passaggio è ancora troppo debole. Secondo il report, gran parte del post-consumo non entra nemmeno in canali dedicati; una parte consistente finisce nel rifiuto urbano residuo, e una volta contaminata è di fatto persa per il riciclo. L’Agenzia europea dell’ambiente conferma la fragilità del sistema. Nel 2020 ogni persona nell’UE ha consumato in media 16 kg di tessili; solo 4,4 kg pro capite sono stati raccolti separatamente per riuso e riciclo, mentre 11,6 kg sono finiti nei rifiuti domestici misti. L’EEA sottolinea inoltre che la maggior parte dei rifiuti tessili europei finisce ancora fuori da una filiera ordinata di selezione e riciclo, e che le capacità di sorting e trattamento devono crescere con urgenza. Questo passaggio è decisivo anche per evitare un altro equivoco: esportare non equivale a risolvere. L’EEA osserva che una parte rilevante dei tessili usati europei esportati in Africa viene riutilizzata, ma altri flussi finiscono in discariche o vengono bruciati a cielo aperto; per l’Asia, la situazione è più orientata al riciclo o al riesportato, ma restano criticità di gestione. In sostanza, se l’Europa non costruisce capacità propria di selezione e trattamento, rischia di continuare a spostare geograficamente il problema senza risolverlo davvero. Perché questo articolo riguarda anche l’economia, il lavoro e la resilienza europea Ridurre il dibattito sul riciclo tessile a un tema ambientale sarebbe un errore. La Commissione europea ricorda che i tessili sono il quarto ambito di consumo per impatto su ambiente e clima, il terzo per uso di acqua e suolo e il quinto per uso di materie prime e emissioni climalteranti. Ma, parallelamente, il settore è una grande infrastruttura industriale e occupazionale. Questo significa che la transizione non va letta come semplice costo regolatorio: va letta come una scelta di politica industriale su dove l’Europa vuole collocare il proprio valore nei prossimi dieci anni. Il report BCG-ReHubs insiste su un punto che merita attenzione: una filiera textile-to-textile europea può ridurre la dipendenza da input vergini, in particolare da materie legate al petrolio, e limitare l’esposizione alla volatilità dei prezzi e al rischio geopolitico. È una considerazione molto più ampia del solo “riciclo”. Significa usare la circolarità per ricostruire autonomia industriale, presidiare tecnologia, trattenere valore e ridurre vulnerabilità esterne. In questa chiave, il tipping point non è solo il momento in cui il riciclo tessile comincia a funzionare. È il momento in cui l’Europa decide se vuole restare dipendente da fibre vergini a basso costo e da una moda ad alta dissipazione, oppure se vuole costruire un sistema che premi durata, recupero di qualità, manifattura avanzata e progettazione per il riciclo. È una scelta economica, non un ornamento reputazionale. Il messaggio finale del report: il tempo del pilotismo sta finendo Per anni il tessile circolare è rimasto intrappolato in una zona intermedia: abbastanza visibile da produrre storytelling, troppo fragile per diventare sistema. Oggi quella zona grigia non basta più. I volumi crescono, la fast fashion continua a comprimere la vita utile dei capi, la raccolta separata diventa obbligatoria, la distruzione dell’invenduto viene limitata, e il mercato chiede tracciabilità e contenuti riciclati più credibili. Tutto questo rende il 2026 un anno spartiacque. Il merito del report BCG-ReHubs è proprio questo: smette di raccontare il riciclo tessile come una promessa vaga e lo traduce in numeri industriali. Dice con chiarezza che arrivare a 2,7 milioni di tonnellate di textile-to-textile entro il 2035 è possibile, ma richiede tra 8 e 11 miliardi di euro di CAPEX e tra 5 e 6,5 miliardi di euro di costi operativi ricorrenti annui. Dice che senza meccanismi abilitanti gli impianti non saranno abbastanza redditizi. Dice che la raccolta, da sola, non basta. E dice che le fibre riciclate da tessile a tessile non vinceranno la competizione per inerzia, perché partono con costi strutturalmente più elevati. Ed è proprio qui che l’articolo diventa una presa di posizione. Il vero tipping point europeo non coinciderà con l’annuncio dell’ennesimo impianto pilota né con una campagna marketing sul “capo green”. Arriverà quando il sistema smetterà di trattare il riciclo tessile come un tema accessorio e inizierà a considerarlo per ciò che è: una filiera strategica da costruire con le stesse logiche con cui si costruiscono energia, acciaio, semiconduttori o chimica avanzata. Se l’Europa capirà questo, il tessile circolare potrà finalmente uscire dall’infanzia. Se non lo capirà, continueremo a chiamare innovazione ciò che, in realtà, è ancora solo gestione elegante della dispersione. FAQ Che cosa significa “tipping point” nel riciclo tessile europeo? Significa raggiungere una soglia minima di scala industriale in cui raccolta, selezione, pretrattamento, riciclo e domanda di fibre riciclate diventano abbastanza coordinati da rendere il sistema economicamente credibile. Il report BCG-ReHubs indica questa soglia in circa 2,7 milioni di tonnellate annue di riciclo textile-to-textile entro il 2035. Perché il textile-to-textile oggi non è competitivo rispetto alle fibre vergini? Perché il tessile post-consumo è un flusso complesso, eterogeneo e costoso da raccogliere, selezionare e preparare. Secondo BCG-ReHubs, le fibre T2T hanno costi di lavorazione strutturalmente più alti e, nelle condizioni attuali, non riescono a competere né con le fibre vergini né con alcune rotte di riciclo già mature come il bottle-to-textile. Quali politiche europee possono aiutare davvero il riciclo tessile? Le principali sono la raccolta separata obbligatoria dei tessili dal 2025, l’EPR armonizzata introdotta con la revisione della Waste Framework Directive, l’eco-modulazione delle tariffe in base a durabilità e riciclabilità, e le misure ESPR contro la distruzione dell’invenduto. A queste vanno aggiunti standard tecnici, criteri sul contenuto riciclato e strumenti di de-risking per gli investimenti. Quanta parte dei rifiuti tessili europei viene oggi riciclata in nuovi tessili? Meno dell’1% del post-consumo viene riciclato nuovamente in nuove fibre tessili, secondo il report BCG-ReHubs. Anche la Commissione europea indica che solo l’1% del materiale degli abiti viene riciclato in nuovi capi. Perché aumentare la raccolta non basta? Perché il problema non è solo intercettare i capi usati, ma trasformarli in feedstock industriale di qualità. Senza sorting profondo, tracciabilità, rimozione delle contaminazioni e standard condivisi, gran parte del materiale raccolto non diventa materia prima per il riciclo textile-to-textile. Il riciclo tessile è solo una questione ambientale? No. È anche una questione industriale, occupazionale e strategica. Il settore tessile europeo vale 170 miliardi di euro di fatturato e impiega 1,3 milioni di persone; inoltre una filiera T2T più forte può ridurre la dipendenza da input vergini e da risorse petrolchimiche. Fonti BCG x ReHubs, Advancing Textile Circularity in Europe: The Case for System-Level Scale-Up, 23 marzo 2026. Commissione europea, Sustainable and Circular Textiles Strategy. Commissione europea, Revised Waste Framework Directive enters into force to boost circularity of textile sector and slash food waste, 16 ottobre 2025. Commissione europea, New EU rules to stop the destruction of unsold clothes and shoes, 9 febbraio 2026. European Environment Agency, Textiles | In-depth topics. European Environment Agency, Circularity of the EU textiles value chain in numbers, 26 marzo 2025.Immagine su licenza © Riproduzione Vietata
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La Cina verso la leadership globale nel riciclo: un mercato da 14 miliardi di dollari in espansioneIl paese asiatico accelera nella transizione verso l’economia circolare, investendo in tecnologie innovative e infrastrutture per ridurre l’impatto ambientale e promuovere la sostenibilitàdi Marco ArezioNegli ultimi anni, la Cina è emersa come un attore di spicco nel settore del riciclo dei materiali, confermando il suo impegno nel ridurre l’impatto ambientale e nel favorire lo sviluppo di un’economia circolare. Secondo recenti rapporti, il mercato cinese del riciclo dei materiali ha raggiunto un valore di circa 14 miliardi di dollari, rappresentando un passo significativo verso la sostenibilità globale. Questo articolo analizza i fattori principali che stanno alla base di questa crescita, i benefici per l’economia e l’ambiente, e le sfide che il paese affronta nel migliorare ulteriormente le sue pratiche di riciclo. Un impegno strutturale verso l’economia circolare La Cina ha intrapreso una serie di politiche per incentivare il riciclo e la gestione sostenibile dei rifiuti, specialmente a seguito della crisi dei rifiuti solidi scoppiata negli anni 2000. Nel 2018, il paese ha adottato misure drastiche vietando l’importazione di rifiuti plastici e altri materiali di scarto dall’estero. Questo provvedimento ha spinto le imprese locali a concentrarsi sul riciclo dei rifiuti domestici, stimolando investimenti in nuove tecnologie e infrastrutture. Uno dei principali driver di questo cambiamento è stata la crescente pressione internazionale e interna per ridurre l’impatto ambientale dell'industria cinese, notoriamente responsabile di una parte significativa delle emissioni globali. L'iniziativa nazionale “Made in China 2025” ha promosso l’adozione di tecnologie avanzate per migliorare l’efficienza dei processi di produzione, inclusi quelli legati alla gestione e riciclo dei rifiuti. La crescita del mercato del riciclo dei materiali L’industria del riciclo in Cina ha visto un’impennata senza precedenti, con un mercato che nel 2024 ha raggiunto il valore di 14 miliardi di dollari. Tale crescita è stata favorita da diversi fattori. Prima di tutto, la forte urbanizzazione ha creato un incremento nella produzione di rifiuti domestici, industriali e commerciali, accelerando la domanda di soluzioni per la gestione e il recupero dei materiali. In secondo luogo, lo sviluppo di tecnologie per il riciclo è diventato un pilastro dell’innovazione industriale cinese. Le aziende stanno adottando nuovi sistemi per il trattamento e il riciclo di materiali difficili, come i rifiuti elettronici e i polimeri plastici avanzati, garantendo una maggiore efficienza nel recupero di risorse preziose come metalli rari e materiali compositi. Benefici economici e ambientali L'espansione del settore del riciclo in Cina non solo ha creato opportunità economiche significative, ma ha anche comportato notevoli benefici ambientali. L’economia circolare permette di ridurre la dipendenza dalle risorse naturali, limitando così lo sfruttamento di materie prime vergini e contribuendo a ridurre le emissioni di carbonio. Inoltre, il riciclo dei materiali contribuisce alla riduzione del volume di rifiuti che finiscono in discarica, alleviando il problema della gestione dei rifiuti nelle grandi metropoli cinesi. Dal punto di vista economico, l’espansione dell’industria del riciclo ha creato nuovi posti di lavoro e ha stimolato la crescita di settori ad alto valore aggiunto, come la produzione di tecnologie per il trattamento dei rifiuti. Le aziende che operano nel settore beneficiano di incentivi fiscali e di politiche governative che incoraggiano la transizione verso un’economia più sostenibile. Questo ha portato anche ad un aumento degli investimenti stranieri in tecnologie green, attratti dal potenziale di un mercato così vasto e in rapida espansione. Le sfide da affrontare Nonostante i significativi progressi, il settore del riciclo in Cina deve ancora superare diverse sfide per realizzare il suo pieno potenziale. Una delle principali difficoltà riguarda la mancanza di standard uniformi per la qualità dei materiali riciclati. Ciò rende complicato per le aziende garantire la purezza e la qualità dei prodotti finali, limitando l’adozione diffusa dei materiali riciclati da parte delle industrie tradizionali. Un’altra questione rilevante è rappresentata dal gap tecnologico che esiste tra le diverse regioni del paese. Mentre le grandi città come Shanghai e Pechino dispongono di infrastrutture all’avanguardia per il riciclo, le aree rurali e le città di seconda fascia faticano a sviluppare un sistema di gestione dei rifiuti efficiente. Questa disparità crea uno squilibrio tra le diverse regioni nel contribuire alla riduzione complessiva dell’impronta ecologica del paese. Infine, la consapevolezza ambientale tra la popolazione rimane ancora relativamente bassa rispetto agli standard internazionali. Le campagne di sensibilizzazione e educazione sono fondamentali per garantire un coinvolgimento attivo dei cittadini nella raccolta differenziata e nel riciclo dei rifiuti domestici. Prospettive future Il futuro del riciclo dei materiali in Cina sembra promettente. Le politiche governative continuano a spingere verso una maggiore sostenibilità, e l’industria del riciclo rimane al centro dell’agenda per la lotta ai cambiamenti climatici. La Cina sta progressivamente abbracciando l’economia circolare come un’opportunità per ridurre la sua dipendenza dalle risorse estere e per migliorare la qualità della vita dei suoi cittadini. Con l’espansione delle tecnologie di intelligenza artificiale e robotica, ci si aspetta che le operazioni di riciclo diventino sempre più efficienti e automatizzate, aumentando i tassi di recupero e riducendo i costi operativi. In particolare, l’uso di intelligenza artificiale per la classificazione dei rifiuti e la separazione dei materiali potrebbe rivoluzionare il settore, aprendo nuove possibilità per l’economia circolare cinese. Inoltre, l’adozione di normative più severe e lo sviluppo di standard internazionali per i materiali riciclati potrebbero favorire una maggiore cooperazione globale nel settore. L’industria cinese potrebbe diventare un leader nella produzione di materiali riciclati di alta qualità, esportando non solo prodotti ma anche know-how tecnologico in altre nazioni. Conclusione Il settore del riciclo dei materiali in Cina sta attraversando una fase di crescita straordinaria, con il potenziale di trasformare profondamente l’economia del paese. Tuttavia, per realizzare appieno questa trasformazione, sarà fondamentale affrontare le sfide attuali, migliorando l’uniformità degli standard, investendo nelle infrastrutture rurali e promuovendo una maggiore consapevolezza ambientale tra la popolazione. Il successo della Cina nel campo del riciclo potrebbe servire da modello per altre nazioni, mostrando come lo sviluppo economico e la sostenibilità possano andare di pari passo in un mondo che deve affrontare l'emergenza climatica.
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Urban Mining e RAEE: il Giappone scommette sul recupero di oro, rame e metalli critici dai rifiuti elettroniciDalla sicurezza delle forniture industriali alla nuova politica circolare del 2025-2026, ecco perché il Giappone accelera sull’urban mining dei RAEE Autore: Marco Arezio. Esperto in economia circolare, riciclo dei polimeri e processi industriali delle materie plastiche. Fondatore della piattaforma rMIX, dedicata alla valorizzazione dei materiali riciclati e allo sviluppo di filiere sostenibili.Data: 26 marzo 2026 Tempo di lettura stimato: 10 minutiUrban mining dei RAEE in Giappone: una strategia industriale, non solo ambientale Quando si parla di urban mining si pensa spesso a una formula suggestiva, quasi giornalistica: scavare nelle città invece che nelle miniere. Nel caso del Giappone, però, questa espressione ha ormai perso il carattere metaforico e descrive una scelta industriale precisa. Il Paese è oggi uno dei maggiori generatori mondiali di rifiuti elettronici: secondo il Global E-waste Monitor 2024, nel 2022 il Giappone ha prodotto circa 2,6 milioni di tonnellate di e-waste, pari a circa 21 kg pro capite, collocandosi tra i primi Paesi al mondo per intensità di produzione di RAEE. Nello stesso anno il pianeta ha generato 62 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici, ma solo il 22,3% è stato documentato come raccolto e riciclato correttamente; ancora più significativo è il fatto che appena l’1% della domanda di terre rare sia oggi soddisfatta dal riciclo dei RAEE. Questi numeri spiegano perché il Giappone abbia smesso di trattare i RAEE come un semplice problema di smaltimento. Per Tokyo, l’urban mining è diventato una componente della sicurezza economica nazionale. I documenti energetici e industriali più recenti del governo lo dicono in modo molto chiaro: il Paese dipende quasi totalmente dalle importazioni per le risorse minerarie, e nel caso di litio, cobalto e nichel la dipendenza è indicata come del 100%. Allo stesso tempo, il Strategic Energy Plan del 2025 sottolinea che rame, metalli minori e minerali critici sono essenziali per batterie, motori, semiconduttori e in generale per la transizione digitale ed energetica. Il punto, quindi, non è soltanto recuperare qualche grammo d’oro dagli smartphone dismessi. Il punto è ridurre la vulnerabilità di un’economia avanzata che vive di manifattura, elettronica, auto, batterie, componentistica e materiali funzionali. Il governo giapponese riconosce apertamente che l’incertezza sulle catene di approvvigionamento è cresciuta anche a causa dei controlli all’export introdotti nel 2023 su prodotti legati a gallio, germanio e grafite e nel 2024 su prodotti legati all’antimonio. In altre parole, il recupero dei metalli contenuti nei RAEE non è più una politica ancillare della gestione dei rifiuti, ma un pezzo della strategia di resilienza industriale. Dal simbolo delle Olimpiadi alla realtà dei flussi industriali Il Giappone aveva già mostrato al mondo il potenziale narrativo dell’urban mining con il progetto delle medaglie di Tokyo 2020. Le circa 5.000 medaglie dei Giochi furono prodotte con metalli estratti da telefoni cellulari, piccoli elettrodomestici e altri dispositivi raccolti in tutto il Paese, con un recupero complessivo di 32 kg d’oro, 3.500 kg d’argento e 2.200 kg di rame. Fu un’operazione altamente simbolica, ma non solo simbolica: rese visibile all’opinione pubblica che i rifiuti elettronici sono una riserva materiale già presente sul territorio nazionale. Da allora, però, il discorso giapponese si è spostato dal piano educativo a quello strutturale. Nel rapporto ambientale del 2025, il governo collega la circular economy non soltanto alla riduzione dei rifiuti, ma alla necessità di costruire sistemi che garantiscano materiali riciclati con qualità e quantità compatibili con i fabbisogni dell’industria. Lo stesso documento ricorda che alla fine del 2024 il Consiglio interministeriale sull’economia circolare ha elaborato un “Package for Accelerating the Transition to a Circular Economy”, mentre il Quinto Piano Fondamentale per una Sound Material-Cycle Society, formulato nell’agosto 2024, è stato assunto come strategia nazionale di coordinamento dell’azione pubblica. Non è un dettaglio. Finché il riciclo resta separato dalla manifattura, l’urban mining produce materiali ma non sempre genera filiere stabili. Quando invece il governo spinge sull’integrazione tra chi produce beni e chi tratta rifiuti, il RAEE cambia natura economica: smette di essere un costo da gestire e diventa feedstock industriale. È questo il salto che il Giappone sta cercando di compiere. I dati ufficiali più recenti: raccolta ancora insufficiente, valore dei metalli molto alto Qui emerge il paradosso più interessante. I dati ufficiali più aggiornati disponibili al 26 marzo 2026 per il flusso della piccola elettronica giapponese sono quelli dell’anno fiscale 2023, pubblicati e discussi nei tavoli ministeriali del 2025. Secondo il Ministero dell’Ambiente, nel FY2023 la quantità di piccoli elettrodomestici e dispositivi raccolti e conferiti ai riciclatori è stata di 86.410 tonnellate, in calo di circa il 3% rispetto all’anno precedente e ben lontana dall’obiettivo storico di 140.000 tonnellate annue. Il massimo recente era stato superato nel FY2020 con oltre 102.000 tonnellate; da allora la curva si è indebolita. Le cause individuate dallo stesso governo sono istruttive: stagnazione della raccolta comunale, proliferazione di canali alternativi fuori dal perimetro della legge sulla piccola elettronica, insufficiente consapevolezza dei consumatori e progressiva miniaturizzazione dei dispositivi, che riduce il peso dei flussi raccolti anche quando il numero di pezzi non crolla. È una diagnosi molto concreta: il limite dell’urban mining giapponese oggi non è solo metallurgico, ma logistico, organizzativo e comportamentale. Eppure, dentro queste 86.410 tonnellate c’è una densità di valore che spiega perfettamente perché Tokyo non abbia intenzione di rallentare. Sempre per il FY2023, i riciclatori accreditati hanno ottenuto, dopo selezione e raffinazione, 36.119 tonnellate di ferro, 3.827 tonnellate di alluminio, 2.211 tonnellate di rame, 322 kg d’oro, 3.088 kg d’argento e 38 kg di palladio. Valutando questi metalli ai prezzi di riferimento usati dal ministero al 1° giugno 2024, il solo oro valeva circa 3,76 miliardi di yen, pari a quasi il 40% del valore totale dei metalli considerati; il rame valeva circa 2,43 miliardi di yen, cioè oltre un quarto del totale. Complessivamente, i sette gruppi metallici riportati in tabella arrivavano a circa 9,49 miliardi di yen. Questo è il cuore del tema. L’oro cattura l’attenzione mediatica, ma il vero significato economico dell’urban mining giapponese sta nella combinazione tra metalli preziosi ad alta densità di valore e metalli di base o critici indispensabili alla manifattura avanzata. Se si guarda solo all’oro, si vede una storia brillante; se si guarda al rame, al palladio, al nichel, al cobalto e ai metalli minori, si vede la struttura profonda della politica industriale giapponese. Perché il rame conta quasi quanto l’oro In un Paese manifatturiero come il Giappone, il rame non è un metallo “povero” rispetto all’oro: è un metallo strategico. Il Strategic Energy Plan del 2025 colloca esplicitamente il rame tra i materiali essenziali per batterie di accumulo, motori, semiconduttori e altri prodotti chiave della transizione energetica e digitale. Un altro documento METI del 2025 ribadisce che, con l’avanzata di GX e DX, il governo sta valutando misure per assicurare in modo strategico basi metalliche e minerali critici, “such as copper resources”, necessari all’elettrificazione e agli investimenti industriali interni. Questo spiega perché l’urban mining giapponese non punti solo sui metalli nobili recuperabili dalle schede ad alto contenuto tecnologico. La logica è più ampia: costruire una base domestica di approvvigionamento secondario, capace di integrare miniere estere, stock strategici, raffinazione nazionale e riciclo interno. In questa architettura il rame è il ponte tra il mondo dei RAEE e il mondo della grande industria elettrica ed elettronica. L’oro porta marginalità; il rame porta massa, continuità e compatibilità con le grandi filiere. Come funziona l’urban mining giapponese sul piano industriale Dal punto di vista tecnico-industriale, il Giappone sta cercando di rafforzare quello che nei documenti ambientali viene definito coordinamento tra industrie “arteriali” e “venose”: da un lato manifattura e distribuzione, dall’altro gestione del rifiuto, selezione, smontaggio, trattamento e raffinazione. L’obiettivo è creare un sistema che fornisca materiali riciclati nella qualità e nella quantità richieste dai produttori. È una formulazione importante, perché supera la vecchia idea del riciclo come attività residuale e lo riconosce come infrastruttura industriale. Anche sul territorio questo approccio prende forma concreta. Nel rapporto ambientale 2025 il governo cita il caso di Kitakyushu come il più grande Eco-Town giapponese, con 25 imprese del riciclo attive a marzo 2025 e circa 1.000 posti di lavoro creati. Lo stesso distretto viene presentato come un luogo in cui si stanno sviluppando sistemi di riciclo per pannelli fotovoltaici, batterie ricaricabili per auto, risorse alimentari e altri flussi complessi. In altre parole, l’urban mining non viene concepito come un settore isolato, ma come parte di una geografia industriale della circular economy. Su questa base territoriale si appoggia una metallurgia avanzata già molto sviluppata. DOWA dichiara di poter riciclare fino a 22 elementi metallici differenti e, nel sito di Kosaka, produce quasi 20 diversi metalli di valore, tra cui oro, argento, rame, indio, gallio, antimonio, platino, rodio e palladio. JX Advanced Metals afferma di utilizzare materie prime minerarie e flussi riciclati provenienti da elettrodomestici e apparecchiature elettroniche a fine vita per produrre rame raffinato con purezza superiore al 99,99%, oltre a metalli preziosi e minori come sottoprodotti del processo fusorio. Mitsubishi Materials, infine, definisce “world-class” la propria capacità di trattamento dell’e-scrap e indica un target di 240.000 tonnellate annue di capacità entro il 2030. La vera accelerazione del 2025-2026 La novità più rilevante, oggi, è che il Giappone non si limita a valorizzare impianti e competenze esistenti, ma sta cercando di scalarli con nuovi strumenti legislativi e nuovi investimenti. L’Act Concerning Sophistication of Recycling Business, etc. to Promote Resource Circulation mira esplicitamente a promuovere decarbonizzazione, sicurezza dell’approvvigionamento e disponibilità di risorse riciclate in qualità e quantità adeguate, istituendo un sistema di autorizzazione e certificazione nazionale per l’innalzamento qualitativo del riciclo. Nel grande piano d’azione economico del 2024, il governo scrive inoltre che, sulla base di questo nuovo atto, intende certificare più di 100 progetti avanzati di resource circulation in tre anni. Ancora più indicativo è l’obiettivo quantitativo fissato per l’e-scrap: portare il volume di trattamento del riciclo di rottami elettronici a circa 500.000 tonnellate entro il 2030, cioè un aumento del 50% rispetto al 2020, sostenendo investimenti in impianti e hub. Questo passaggio è forse il segnale più netto del fatto che l’urban mining dei RAEE sia ormai considerato una leva industriale nazionale. Anche il 2026 mostra segnali di accelerazione internazionale. Nel Joint Fact Sheet Giappone-USA del 20 marzo 2026, METI segnala l’interesse di Mitsubishi Materials a sviluppare una futura attività di riciclo delle terre rare in Giappone con ReElement Technologies e ricorda il progetto Exurban negli Stati Uniti, incentrato su una fonderia secondaria che usa solo rottami, come schede elettroniche esauste, per produrre rame, nichel, stagno, oro, argento e metalli del gruppo del platino. Pochi giorni dopo, il 24 marzo 2026, ITOCHU ha annunciato con la controllata Belong la nascita di ERI Japan, joint venture con il grande operatore statunitense ERI per sviluppare il riciclo di apparecchiature IT in Giappone; la stessa nota collega l’operazione al nuovo quadro legislativo del novembre 2025 e alla crescita prevista del mercato IT asset disposition. I limiti reali dell’urban mining dei RAEE Sarebbe però un errore presentare l’urban mining come la soluzione totale alla questione dei minerali critici. Gli stessi dati globali dicono che, nonostante l’enorme valore potenziale dei RAEE, oggi solo l’1% della domanda di terre rare è soddisfatta dal riciclo dell’e-waste. Ciò significa che l’urban mining può diventare un pilastro importante delle filiere, ma non sostituisce integralmente l’estrazione primaria. La sua forza sta soprattutto nel ridurre dipendenze, recuperare valore già disperso nei consumi, abbattere parte degli impatti ambientali dell’estrazione e offrire una fonte domestica complementare di metalli. Il governo giapponese mostra di essere consapevole anche di un altro limite: non basta raccogliere rifiuti elettronici, bisogna farlo in modo selettivo, tracciabile e compatibile con le esigenze industriali. Per questo insiste su raccolta differenziata più ampia, tecnologie di smontaggio, frantumazione e selezione, sistemi digitali, AI e cooperazione tra produttori e operatori del riciclo. La sfida non è soltanto “riciclare di più”, ma “riciclare meglio”, in modo che il materiale secondario possa davvero sostituire una quota crescente di materia prima vergine nelle catene del valore giapponesi. Perché il Giappone può fare scuola Il caso giapponese è particolarmente interessante perché unisce tre dimensioni che altrove sono spesso separate. La prima è la cultura del recupero, resa visibile anche in chiave pubblica con il progetto olimpico. La seconda è la presenza di un’industria metallurgica sofisticata, capace di recuperare molti elementi con processi integrati di selezione, fusione e raffinazione. La terza è la scelta politica di trattare la circular economy come una questione di competitività, non solo di sostenibilità. Non a caso, METI stima per la “resource autonomous circular economy” un mercato da 80 trilioni di yen nel 2030 e da 120 trilioni di yen nel 2050. Per chi osserva l’evoluzione del riciclo in Europa o in Italia, il Giappone offre dunque una lezione importante. L’urban mining funziona davvero quando esistono insieme normativa, raccolta, impianti, tecnologia metallurgica, domanda industriale e una regia pubblica che considera il metallo riciclato come materia strategica. Se manca uno di questi anelli, il sistema rallenta. Se invece questi anelli vengono coordinati, il RAEE smette di essere un rifiuto per diventare un deposito urbano di risorse ad alto valore. Conclusioni Il Giappone accelera sull’urban mining dei RAEE perché ha capito prima di altri che la battaglia per i metalli del XXI secolo non si giocherà solo nelle miniere tradizionali, ma anche dentro le città, gli impianti di selezione, le fonderie secondarie e le catene di ritiro dell’elettronica a fine vita. Oro, rame, palladio e metalli critici contenuti nei rifiuti elettronici non rappresentano solo un’opportunità ambientale: rappresentano un’assicurazione industriale contro la volatilità geopolitica, un fattore di decarbonizzazione e una base concreta per la competitività manifatturiera. Per questo, più che un capitolo della gestione rifiuti, l’urban mining giapponese va letto come una politica di sovranità materiale. E i dati più recenti mostrano che, pur con limiti ancora evidenti nella raccolta, il Paese sta già costruendo le condizioni per trasformare i RAEE da problema urbano a riserva strategica nazionale. FAQ Che cosa significa urban mining dei RAEE? Significa recuperare metalli e altre materie prime da rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche, trattando smartphone, computer, piccoli elettrodomestici e schede elettroniche come una fonte secondaria di risorse. Nel caso giapponese questa attività è ormai inserita in una strategia nazionale di economia circolare e sicurezza delle forniture. Perché il Giappone punta soprattutto sui RAEE? Perché il Giappone genera grandi quantità di rifiuti elettronici, dipende quasi totalmente dalle importazioni minerarie e considera rame, metalli minori e minerali critici essenziali per batterie, motori e semiconduttori. L’urban mining riduce quindi sia la pressione ambientale sia la vulnerabilità strategica delle filiere industriali. Quali sono i dati ufficiali più recenti sulla piccola elettronica in Giappone? Gli ultimi dati ufficiali consolidati disponibili al 26 marzo 2026 sono quelli del FY2023: 86.410 tonnellate raccolte, con recuperi di 2.211 tonnellate di rame, 322 kg d’oro, 3.088 kg d’argento e 38 kg di palladio, oltre a grandi quantità di ferro e alluminio. L’urban mining può sostituire del tutto le miniere tradizionali? No. Può integrare in modo rilevante le forniture e aumentare la sicurezza materiale, ma non sostituisce completamente l’estrazione primaria. A livello globale, il Global E-waste Monitor 2024 ricorda che solo l’1% della domanda di terre rare è oggi coperta dal riciclo dei RAEE. Quali aziende giapponesi sono protagoniste dell’urban mining? Tra gli attori più importanti ci sono DOWA, che dichiara il recupero di 22 elementi metallici, JX Advanced Metals, che produce rame raffinato oltre il 99,99% anche da flussi riciclati, e Mitsubishi Materials, che punta a 240.000 tonnellate annue di capacità di trattamento e-scrap entro il 2030. Qual è l’obiettivo del Giappone per l’e-scrap al 2030? Il piano d’azione economico del governo indica l’obiettivo di portare il volume di trattamento dell’e-scrap a circa 500.000 tonnellate entro il 2030, pari a un aumento del 50% rispetto al 2020, sostenendo investimenti in impianti e hub di riciclo avanzato. Fonti Ministero dell’Ambiente del Giappone, Annual Report on the Environment in Japan 2025 e capitolo su economia circolare. Ministero dell’Economia, del Commercio e dell’Industria del Giappone, Strategic Energy Plan 2025. METI, documenti su politica industriale 2024-2025 e mercato della circular economy. Ministero dell’Ambiente del Giappone, documenti 2025 sulla piccola elettronica e sul recupero di metalli da RAEE. METI e Ministero dell’Ambiente del Giappone, risultati FY2023 della legge sul riciclo dei grandi elettrodomestici. E-Waste Monitor / UNITAR / ITU, Global E-waste Monitor 2024. Governo del Giappone, progetto medaglie Tokyo 2020 da “urban mine”. Testi ufficiali e outline della legge giapponese sulla sofisticazione del riciclo e della resource circulation. Fonti aziendali ufficiali: DOWA, JX Advanced Metals, Mitsubishi Materials, ITOCHUImmagine su licenza © Riproduzione Vietata
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E-waste: il riciclo della sopravvivenzaE-waste: quando il lavoro pericoloso viene fatto dai poveridi Marco ArezioComputer, frigoriferi, televisori, telefonini, batterie, cavi, forni a microonde, condizionatori e schermi, sono questi i rifiuti elettronici da cui si ricavano i metalli preziosi per essere rivenduti. Ma per disfare i rifiuti elettronici (RAEE) in modo economico e senza vincoli ambientali si è creata un’economia clandestina fatta di persone alla soglia della sopravvivenza che per pochi soldi passano dalla disperazione ad una pericolosa quotidianità. Di siti sparsi nel mondo ce ne sono tanti, dai più vicini all’Europa come la Palestina ai più lontani come le periferie delle grandi città Africane o del sud est Asiatico. Il filo conduttore di questi traffici hanno motivi comuni, si creano piccole, ma numerose discariche abusive, che sfuggono al blando controllo delle autorità locali (in alcuni casi i controlli non esistono proprio), nelle quali vengono riversati questi oggetti provenienti dal consumismo moderno venendo smontati per recuperare ciò che di valore c’è all’interno. I metodi di riciclo dei rifiuti elettronici sono arcaici e creano un tasso di inquinamento altissimo a causa della dispersione nel terreno degli acidi delle batterie, dei liquami che derivano dall’incenerimento dei cavi in plastica che avvolgono i trefoli di rame, dall’inquinamento dell’aria a causa di questi fumi che, giorno dopo giorno, oscurano i cieli in cui abitano le stesse famiglie dei lavoratori. Ma cosa si trova all’interno di un telefonino? – ABS 30% – Rame 15% – Resine epossidiche 8% – Ferro 3% – Silicone 10% – Ceramica 16% – Altro 18% Le popolazioni povere che vivono di questa economia sommersa subiscono l’incremento dei tumori, l’elevato tasso di piombo nel sangue, l’avvelenamento dei raccolti a causa di terreni ormai compromessi dagli agenti chimici sversati quotidianamente. I controlli da parte delle autorità in molti casi sono inesistenti in quanto la povertà di alcune zone del nostro pianeta sembra giustifichi un’economia corrotta e ammorbante, dove viene preposta la sopravvivenza immediata rispetto agli effetti di medio periodo dell’inquinamento sulle persone e sull’ambiente in cui abitano. La teoria del poter “mangiare oggi” sembrerebbe un placebo a tutti i mali, senza considerare che le tecniche e gli impianti per un riciclo corretto dell’e-waste evidentemente ci sono ma il mercato preferisce lucrare un prezzo di riciclo più basso sulle spalle della gente povera, senza ulteriori prospettive e soprattutto silenziosa.Categoria: notizie - plastica - economia circolare - e-waste - RAEE - rifiuti elettroniciVedi maggiori informazioni sull'eWaste
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Come Riciclare e Riutilizzare i Fanghi CeramiciAttraverso vari processi, tra cui la chiariflocculazione, si crea una nuova materia prima riciclata da impiegare in molti campidi Marco ArezioI fanghi ceramici sono sottoprodotti della produzione di ceramica, composti da argilla, silice e altri materiali e possono essere riutilizzati o riciclati in vari settori, come l'edilizia o l'agricoltura. Questi si formano durante il processo di lavorazione della ceramica in tutte le sue forme, infatti, quando si prepara l'argilla per la produzione di lavabi, bidet, water, piatti doccia e molti altri elementi, è comune aggiungere acqua e altri materiali. Infatti, durante il processo di modellatura e lavorazione, l'acqua viene spesso utilizzata per ottenere la giusta consistenza dell'argilla. Successivamente, durante la cottura delle ceramiche, l'acqua presente nell'argilla evapora, lasciando residui che diventano i fanghi ceramici. Come abbiamo detto, i fanghi ceramici sono principalmente costituiti da argilla, silice e altri materiali che sono presenti nell'argilla utilizzata nel processo di produzione, tuttavia, la composizione chimica esatta può variare in base al tipo di argilla utilizzata e ai processi di produzione specifici. Come raccogliere e riciclare i fanghi ceramici La raccolta e il riciclo dei fanghi ceramici può essere gestita attraverso i seguenti passaggi: Separazione Durante il processo di produzione è importante separare i fanghi ceramici dagli altri materiali di scarto. Ciò può avvenire attraverso sistemi di filtraggio o sedimentazione. Stoccaggio I fanghi ceramici separati devono essere stoccati in modo adeguato, per impedire contaminazioni o dispersioni. Potrebbero essere utilizzati contenitori o vasche dedicate. Analisi della composizione Prima del riciclo, è consigliabile condurre analisi della composizione chimica dei fanghi ceramici per determinare le loro proprietà. Queste informazioni guideranno l'efficacia del riciclo in diverse applicazioni. Scelta dell'applicazione di riciclo In base alle analisi, si può decidere l'applicazione specifica per il riciclo, come l'utilizzo in edilizia, agricoltura o nell'industria ceramica. Cosa è il processo di chiariflocculazione per il recupero dei fanghi ceramici La chiariflocculazione è un processo utilizzato nel trattamento delle acque per rimuovere particelle sospese e sostanze colorate attraverso l'aggiunta di agenti chimici chiamati flocculanti e coagulanti. Questo processo è composto dalle seguenti fasi: Coagulazione In questa fase, viene aggiunto un coagulante all'acqua grezza. Il coagulante favorisce la formazione di flocculi, agglomerati di particelle fini, che rendono più facile la loro rimozione successiva. Mescolamento o Agitazione Dopo l'aggiunta del coagulante, l'acqua viene mescolata o agitata per promuovere la formazione di flocculi più grandi. Questo processo di agitazione facilita la coesione delle particelle sospese. Chiarificazione o Sedimentazione La miscela di acqua e flocculi viene lasciata riposare in un'apposita vasca di sedimentazione. Durante questo periodo, i flocculi sedimentano sul fondo della vasca, formando una massa più densa di particelle. Estrazione dell'Acqua Chiara L'acqua chiara, priva dei flocculi sedimentati, viene estratta dalla parte superiore della vasca di sedimentazione. Questa acqua è significativamente più pulita rispetto a quella iniziale. Filtrazione In alcuni casi, la chiariflocculazione può essere seguita da un processo di filtrazione per rimuovere eventuali particelle residue rimaste nell'acqua. Disposizione dei Fanghi I flocculi sedimentati, noti anche come fanghi di sedimentazione, vengono rimossi dalla parte inferiore della vasca e spesso destinati a ulteriori trattamenti o smaltiti in modo appropriato. Come si riutilizzano i fanghi ceramici I fanghi ceramici possono essere riutilizzati in diversi settori: Edilizia Possono essere incorporati in materiali da costruzione come mattoni o malte, contribuendo a migliorare le proprietà fisiche del materiale. Agricoltura Possono essere utilizzati come correttivi del suolo per migliorare la fertilità e la struttura del terreno grazie alla presenza di argilla e altri minerali. Industria ceramica In alcuni casi, i fanghi ceramici possono essere riutilizzati nel processo di produzione di nuove ceramiche, riducendo così gli sprechi. Cementifici Possono essere utilizzati come additivi nella produzione di cemento, contribuendo alla riduzione del consumo di materiali vergini. Il riutilizzo dipende dalla composizione specifica dei fanghi ceramici e dalle esigenze dell'applicazione. Come usare i fanghi ceramici in agricoltura L'utilizzo dei fanghi ceramici in agricoltura può contribuire a migliorare la fertilità del terreno e favorire una gestione sostenibile delle risorse. Tuttavia, è fondamentale adottare un approccio oculato e monitorare attentamente l'effetto sulle colture e sull'ecosistema. Per utilizzare i fanghi ceramici in agricoltura bisogna tenere in considerazione le seguenti fasi: Analisi del fango ceramico Prima di utilizzare i fanghi ceramici in agricoltura, effettuare un'analisi della composizione per valutarne le proprietà e assicurarti che siano adatti all'uso nel tuo terreno. Preparazione del terreno E’ possibile incorporare i fanghi ceramici nel terreno durante la preparazione del suolo. Questi possono migliorare la struttura del terreno, aumentare la capacità di ritenzione dell'acqua e fornire nutrienti alle piante. Regolazione del pH E’ consigliabile verificare il pH del terreno dopo l'applicazione dei fanghi ceramici e apportare eventuali regolazioni necessarie per garantire un ambiente adatto alla crescita delle colture. Monitoraggio delle colture Sarebbe auspicabile osservare attentamente le colture per valutare l'impatto dei fanghi ceramici, monitorando la crescita, la salute delle piante e la resa per determinare l'efficacia dell'applicazione. Dosaggio adeguato Seguire le indicazioni sulla quantità di fango ceramico da applicare per evitare sovra o sotto-dosaggi. La quantità può variare in base al tipo di coltura e alle caratteristiche del terreno. Rotazione delle colture Considerare l'implementazione della rotazione delle colture per massimizzare i benefici dei fanghi ceramici e prevenire eventuali accumuli di nutrienti o elementi. Qual vantaggi si apportano alle colture con l’uso dei fanghi ceramici L'uso dei fanghi ceramici in agricoltura può offrire diversi vantaggi per le colture, tra cui: Miglioramento della Struttura del Terreno I fanghi ceramici, ricchi di argilla e altri minerali, possono migliorare la struttura del terreno, aumentando la sua capacità di trattenere acqua e migliorando la porosità. Fornitura di Nutrienti Questi scarti possono contenere sostanze nutritive come azoto, fosforo e potassio, che sono essenziali per la crescita delle piante. I suddetti nutrienti possono essere gradualmente rilasciati nel terreno, beneficiando le colture nel lungo termine. Aumento della Capacità di Ritenzione dell'Acqua La presenza di argilla nei fanghi contribuisce a migliorare la capacità del terreno di trattenere acqua, riducendo la necessità di irrigazione frequente. Riduzione dell'Erosione del Suolo La migliorata struttura del terreno grazie ai fanghi ceramici può contribuire a ridurre l'erosione del suolo, proteggendo così le radici delle piante. Mineralizzazione del Terreno I minerali presenti nei fanghi possono contribuire alla mineralizzazione del terreno, arricchendolo con elementi essenziali per la crescita delle piante. Riduzione degli Sprechi L'uso dei fanghi ceramici rappresenta una forma di riciclo industriale, contribuendo a ridurre gli sprechi e a promuovere pratiche agricole più sostenibili. Come utilizzare i fanghi ceramici nei prodotti per l’edilizia Per utilizzarli nei prodotti edili, puoi considerare diverse applicazioni che sfruttano le proprietà di questi materiali. Ecco alcuni modi comuni: Malte e Intonaci I fanghi ceramici possono essere incorporati nelle malte e negli intonaci durante la fase di miscelazione, infatti, contribuiscono a migliorare le proprietà meccaniche e termiche del materiale finale. Laterizi e Mattoni I fanghi possono essere utilizzati come componente nella produzione di laterizi e mattoni, di fatto la loro presenza può influenzare la resistenza e la durabilità del prodotto finito. Materiali da Costruzione Leggeri Nei processi di produzione di materiali da costruzione leggeri, come pannelli isolanti, i fanghi ceramici possono essere incorporati per apportare leggerezza e migliorare le caratteristiche isolanti. Miscelazione con Aggregati Possono essere miscelati con aggregati (come sabbia o ghiaia) per la produzione di calcestruzzo leggero o massetti alleggeriti. Cappotti Termoisolanti E’ possibile utilizzarli nella produzione di cappotti termoisolanti per migliorare le proprietà isolanti dei rivestimenti esterni degli edifici. Blocchi Prefabbricati I fanghi ceramici possono essere integrati nella produzione di blocchi prefabbricati, offrendo proprietà specifiche al materiale. Come usare i fanghi ceramici nella produzione di cemento Per utilizzare i fanghi ceramici nella produzione di cemento, sarebbe consigliabile tenere in considerazioni i seguenti passaggi: Analisi della Composizione Prima di tutto, effettuare un'analisi dettagliata della composizione chimica e fisica dei fanghi ceramici. Questo aiuterà a comprendere le proprietà specifiche del materiale e a determinare la quantità ottimale da utilizzare. Dosaggio E’ importante determinare la quantità di fango ceramico da aggiungere al cemento, infatti, il dosaggio influenzerà le caratteristiche del cemento finale, quindi è consigliabile trovare un equilibrio che mantenga la qualità del prodotto. Integrazione nella Miscelazione Durante la fase di produzione del cemento, è possibile integrare i fanghi ceramici nella miscela aggiungendoli insieme agli altri componenti come cemento Portland, ghiaia, sabbia e acqua. Prove di Laboratorio Eseguire prove di laboratorio per valutare le prestazioni del nuovo composto cementizio, misurando la resistenza compressiva, l'assorbimento d'acqua e altre caratteristiche per garantire che il cemento soddisfi gli standard richiesti. Regolazioni Se necessario, si possono apportare regolazioni al dosaggio dei fanghi ceramici in base ai risultati delle prove di laboratorio. Questo processo di sperimentazione può essere cruciale per ottenere il giusto equilibrio tra prestazioni e quantità di fango ceramico. Come è perché utilizzare i fanghi ceramici nella produzione di ceramiche L'utilizzo dei fanghi ceramici nella produzione di ceramiche presenta diversi motivi e vantaggi: Recupero di Materiali L'impiego di fanghi ceramici consente il recupero e il riutilizzo di materiali residui derivanti dalla produzione di ceramiche, contribuendo a ridurre gli sprechi e a promuovere pratiche sostenibili. Miglioramento delle Caratteristiche dell'Argilla L'inclusione di questi scarti può migliorare le caratteristiche dell'argilla utilizzata nella produzione di ceramiche, influenzando positivamente la lavorabilità e le proprietà fisiche del materiale crudo. Riduzione dei Costi L'utilizzo dei fanghi ceramici può ridurre i costi associati all'acquisto di nuovi materiali, contribuendo così a una gestione più efficiente delle risorse finanziarie dell'azienda. Diversificazione Estetica I rifiuti delle lavorazioni a base di argilla possono aggiungere varietà estetica alle ceramiche, introducendo colorazioni o effetti speciali che derivano dalla composizione specifica dei fanghi. Sostenibilità Ambientale Incorporare fanghi ceramici nella produzione di ceramiche promuove una pratica più sostenibile, riducendo la necessità di smaltire i residui in discarica e limitando l'estrazione di nuove risorse.
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La plastica non riciclabile nei forni delle cementerie: siamo sicuri?Se i termovalorizzatori nascono per utilizzare correttamente l’End of Waste, le cementerie lasciano molti dubbidi Marco ArezioNell’ottica dell’economia circolare, lo scarto dei prodotti del riciclo plastico, che per sua composizione chimica non può essere utilizzato, ha una valenza termica come combustibile. Ma se l’End of Waste non può essere riciclato è perché è composto da un mix di scarti plastici che, se bruciati nei forni, determinano l’emissione di sostanze tossiche che non devono essere immesse in atmosfera. Per questo sono nati i termovalorizzatori. Gli impianti di termovalorizzazione sono progettati, costruiti e destinati alla combustione dell’End of Waste, tenendo in considerazione il processo chimico di trasformazione delle varie plastiche sotto l’effetto del calore. Questo processo comporta la produzione di fumi nei quali sono contenute sostanze pericolose per l’uomo e l’ambiente che, un impianto nato per questo lavoro, gestisce in modo corretto, con l’obbiettivo di abbattere le sostanze dannose. E’ una pratica comune però, destinare una parte dell’End of Waste anche agli impianti di produzione del cemento, che lo utilizza come comburente per i propri forni a prezzi contenuti, ma attraverso impianti che non sono stati progettati specificatamente per lo smaltimento dei rifiuti. Ma cos’è l’End of Waste? Nelle corrette politiche di gestione dei rifiuti urbani ci sono due categorie di scarti che vengono raccolti e trattati in modo diverso e con scopi diversi: I rifiuti organici, che produciamo quotidianamente nell’ambito domestico, che vengono conferiti nei centri di raccolta dei rifiuti differenziati. Questi prodotti vengono trattati per la produzione di biogas, fertilizzante, anidride carbonica per uso anche alimentare ed energia elettrica. I rifiuti urbani, sotto forma di plastiche miste, che vengono selezionati per tipologia di plastica e avviati al riciclo trasformandoli in scaglie, densificati e polimeri. Nell’ambito della selezione delle frazioni di plastica emergono alcune famiglie, le cui caratteristiche non si prestano ad una selezione meccanica come, per esempio, i poli accoppiati, plastiche formate da famiglie di polimeri differenti tra loro ed incompatibili. Quando una plastica, alla fine del suo ciclo non è recuperabile in modo meccanico, può assumere una importante valenza termica creando un materiale comburente, di caratteristiche caloriche decisamente apprezzabili, che aiuta, attraverso il suo utilizzo, a continuare il cammino dell’economia circolare. Infatti, oltre a non mandare in discarica questa frazione di plastiche miste, che in termini di volume annuo è decisamente importante, possiamo risparmiare l’utilizzo di risorse naturali derivanti dal petrolio. Con l’End of Waste si alimentano oggi principalmente centrali elettriche e cementifici. L’utilizzo di questo rifiuto nelle centrali elettriche ha ridotto la dipendenza anche verso il carbone, carburante fossile con un tenore di inquinamento molto elevato e responsabile di problemi legati alla salute dei cittadini che vivono nelle vicinanze delle centrali. La produzione di energia elettrica, attraverso l’End of Waste, ha permesso di calibrare la progettazione degli impianti rispetto al prodotto che serve come combustibile, creando un’alta efficienza ecologica rispetto ad altri sistemi. Nel nord Europa la produzione di energia attraverso la combustione di rifiuti plastici non riciclabili, risulta un buon compromesso tra risultato tecnico e ambientale. Il secondo ambito di utilizzo del carburante derivato dall’ End of Waste riguarda l’uso nelle cementerie, che lo impiegano per alimentare i forni per la produzione di clinker. Secondo uno studio fatto Agostino di Ciaula, gli impianti per la produzione di clinker/cemento non sarebbero adeguati, dal punto sanitario, ad impiegare questo tipo di rifiuto plastico. In base a queste ricerche, l’impiego dell’End of Waste nei cementifici, in sostituzione di percentuali variabili di combustibili fossili, causa la produzione e l’emissione di metalli pesanti, tossici per l’ambiente e dannosi per la salute umana. Queste sostanze quando emesse nell’ambiente, sono in grado di determinare un aumento del rischio sanitario per i residenti a causa della loro non biodegradabilità (persistenza nell’ambiente), della capacità di trasferirsi con la catena alimentare e di accumularsi progressivamente in tessuti biologici (vegetali, animali, umani). È stato dimostrato che, per alcuni metalli pesanti (soprattutto quelli dotati di maggiore volatilità), il fattore di trasferimento di queste sostanze dal combustibile derivato da rifiuti alle emissioni dell’impianto, è di gran lunga maggiore nel caso dei cementifici, quando confrontati con gli inceneritori classici. Questo valore è significativamente superiore a quello rilevabile in seguito all’utilizzo di End of Waste in impianti progettati per questo scopo (Termovalorizzatori) e, negli stessi cementifici, in misura maggiore rispetto al solo utilizzo di combustibili fossili. Questo impiego è in grado di incrementare le emissioni nell’ambiente di diossine, PCB e altri composti tossici clorurati persistenti con conseguenze negative sulla salute umana. Fattori di trasferimento considerevolmente maggiori per i cementifici sono anche evidenti nel caso del cadmio, sostanza riconosciuta come cancerogeno certo (emissioni percentuali 3.7 volte maggiori nel caso dei cementifici) e del piombo (fattore di trasferimento percentuale 203 volte maggiore nel caso dei cementifici). Nonostante le misure tecnologiche di limitazione delle emissioni adottate dai cementifici, considerato l’elevato volume di fumi emessi da tali impianti, la quantità totale di Hg che raggiungerà l’ambiente sarà, comunque, tale da incrementare in maniera significativa il rischio sanitario dei residenti nei territori limitrofi. Limitando l’analisi al solo mercurio, è stato calcolato che ogni anno in Europa nascono oltre due milioni di bambini con livelli di mercurio oltre il limite considerato “di sicurezza” dall’OMS. Pur tralasciando l’incremento del rischio sanitario da emissione di metalli pesanti cancerogeni presenti nell’End of Waste (arsenico, cadmio, cromo, nichel), problemi altrettanto rilevanti derivano dalla presenza, concessa nel rifiuto stesso, di quantità rilevanti di piombo. Il fattore di trasferimento del piombo, dall’End of Waste alle emissioni, è circa 203 volte maggiore nei cementifici, rispetto agli inceneritori tradizionali, e i valori emissivi sono resi, nel caso dei cementifici, ancora più problematici da un volume medio di fumi emessi, circa cinque volte maggiore nei cementifici rispetto agli inceneritori classici. Anche per il piombo, come per gli altri metalli pesanti, il rispetto dei limiti di legge non è in grado di tutelare adeguatamente l’età pediatrica. L’esposizione a piombo, infatti, come quella da mercurio, inizia durante la vita fetale (in utero) e comporta un accumulo progressivo e irreversibile nell’organismo. Per limitarsi all’assunzione di piombo attraverso l’acqua potabile, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’assunzione di acqua con concentrazioni di piombo pari a soli 5 μg/L comporta un apporto totale di piombo che varia da 3.8 μg/giorno in età pediatrica a 10 μg/giorno per un adulto. Un altro problema riscontrato sono le emissioni di diossina, che anche se contenute all’1% è pur sempre una quantità da considerarsi ad alto rischio per la formazione e la conseguente emissione in atmosfera di diossine, (delle quali il cloro è precursore) e altri composti tossici clorurati, da parte dei cementifici che impieghino la co-combustione dell’End of Waste in sostituzione dei combustibili fossili. Le alte temperature presenti in alcuni punti del ciclo produttivo di questi impianti favoriscono la disgregazione delle diossine. Tuttavia, evidenze scientifiche mostrano con chiarezza come, sebbene le molecole di diossina abbiano un punto di rottura del loro legame a temperature superiori a 850°C, durante le fasi di raffreddamento, (nella parte finale del ciclo produttivo la temperatura scende sino a circa 300°C) esse si riaggregano e si riformano, comparendo di conseguenza nelle emissioni. Rapporti SINTEF e pubblicazioni scientifiche internazionali, documentano la produzione di diossine e di naftaleni policlorurati da parte di cementifici con pratiche di co-combustione e, un recente studio, ha dimostrato quantità considerevoli di diossine nella polvere domestica di case localizzate nei territori limitrofi a cementifici con co-combustione di rifiuti. La Convenzione di Stoccolma richiede la messa in atto di tutte le misure possibili utili a ridurre o eliminare il rilascio nell’ambiente di composti organici clorurati (POPs) e, i cementifici con co-combustione, di rifiuti sono esplicitamente menzionati in essa. Inoltre, anche quando le emissioni di diossine siano quantitativamente contenute, l’utilizzo di combustibile derivato da rifiuti plastici, può generare la produzione e l’emissione di ingenti quantità di PCB (concentrazioni migliaia di volte superiori), composti simili alle diossine in termini di pericolosità ambientale e sanitaria. Le diossine sono composti non biodegradabili, persistenti nell’ambiente con una lunga emivita (che per alcuni congeneri arriva a superare il secolo), trasmissibili con la catena alimentare e, soprattutto, bio-accumulabili. La Environmental Protection Agency (USA EPA) ha recentemente ricalcolato il livello giornaliero di esposizione a diossine considerato non a rischio per l’organismo umano, che è pari a 0.7pg (0.0007ng) di diossine per Kg di peso corporeo.Categoria: notizie - plastica - economia circolare - rifiuti - termovalorizzatoriApprofondisci l'argomento
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