Innovazioni Basate sull'Intelligenza Artificiale nella Gestione e nel Riciclo dei MetalliCome l'intelligenza artificiale sta rivoluzionando l'efficienza e la sostenibilità nei processi di gestione e riciclo dei metallidi Marco ArezioNegli ultimi anni, l'intelligenza artificiale (IA) ha avuto un impatto significativo sulla gestione e sul riciclo dei metalli, contribuendo a rendere il settore più efficiente e sostenibile. Grazie alla sua capacità di elaborare grandi quantità di dati e di individuare schemi complessi, l'IA sta rivoluzionando il modo in cui i metalli vengono gestiti, recuperati e reintrodotti nelle catene produttive, offrendo vantaggi non solo in termini di efficienza operativa, ma anche di riduzione dell'impatto ambientale. Gestione dei Metalli con l'IA L'applicazione dell'intelligenza artificiale nella gestione dei metalli si sta sviluppando principalmente attraverso l'uso di algoritmi di machine learning e deep learning, in grado di analizzare grandi volumi di dati generati durante le operazioni di estrazione, lavorazione e distribuzione. Secondo recenti studi (Chen et al., 2021), l'IA può ottimizzare la gestione dei metalli prevedendo la domanda e coordinando la logistica in modo più efficace, riducendo al minimo gli sprechi e migliorando la catena di approvvigionamento.Un altro aspetto chiave è la manutenzione predittiva degli impianti industriali, fondamentale per minimizzare i tempi di inattività e ottimizzare la produttività. Grazie all'analisi dei dati provenienti dai sensori, le tecniche di IA possono prevedere guasti e malfunzionamenti delle macchine utilizzate nella lavorazione dei metalli, consentendo interventi mirati e tempestivi (Jiang et al., 2020). Innovazioni nel Riciclo dei Metalli Nell'ambito del riciclo, l'intelligenza artificiale ha un impatto ancora più evidente. I sistemi di visione artificiale, basati su algoritmi di deep learning, vengono utilizzati per identificare e separare i metalli dai rifiuti solidi in maniera automatizzata, sostituendo processi manuali spesso costosi e poco efficienti (Zhang et al., 2022). Queste tecnologie sono particolarmente utili per distinguere metalli con caratteristiche fisiche simili, ma con diversi valori commerciali o di riciclabilità. Un esempio di innovazione tecnologica è l'uso di robot automatizzati che, grazie all'intelligenza artificiale, sono in grado di individuare e selezionare materiali metallici da flussi di rifiuti. Un sistema sviluppato recentemente (Smith & Patel, 2023) è stato progettato per il riconoscimento di metalli non ferrosi utilizzando sensori ottici ad alta precisione, migliorando notevolmente la purezza dei materiali riciclati. Un ulteriore progresso è stato fatto nell'utilizzo di algoritmi di apprendimento rinforzato per ottimizzare i processi di frantumazione e separazione dei metalli. Attraverso il monitoraggio in tempo reale dei parametri operativi, queste soluzioni consentono di adattare dinamicamente il processo produttivo per massimizzare l'efficienza e ridurre i consumi energetici (Wang et al., 2021). Integrazione con l'Industria 4.0 L'intelligenza artificiale è spesso implementata nell'ambito dell'Industria 4.0, un ecosistema industriale connesso che integra Internet delle Cose (IoT), robotica avanzata e analisi dei big data. L'integrazione di IA e IoT consente di raccogliere informazioni in tempo reale sui processi di recupero dei metalli, migliorando la tracciabilità e la trasparenza lungo tutta la filiera del riciclo (Kumar et al., 2022). Ad esempio, un recente studio condotto da Li et al. (2023) ha esplorato l'uso di reti neurali convoluzionali (CNN) per l'analisi di immagini provenienti da impianti di selezione dei rifiuti metallici, migliorando l'accuratezza nella classificazione dei materiali e riducendo i costi operativi. Queste innovazioni non solo migliorano la qualità del materiale riciclato, ma aumentano anche la sicurezza sul lavoro, riducendo l'intervento umano nei processi più pericolosi. Sfide e Prospettive Future Nonostante i numerosi vantaggi, l'implementazione dell'IA nel riciclo dei metalli presenta alcune problematiche, come l'elevato costo iniziale delle tecnologie e la necessità di un'infrastruttura digitale adeguata. Inoltre, la disponibilità di dati accurati e affidabili è cruciale per l'addestramento degli algoritmi di IA, e la mancanza di standardizzazione nei processi di raccolta dati può rappresentare un ostacolo significativo (Robinson et al., 2023). Tuttavia, le prospettive future sono promettenti. Si prevede che l'avanzamento delle tecniche di intelligenza artificiale, combinato con il calo dei costi delle tecnologie digitali, permetterà una diffusione sempre maggiore di queste soluzioni nel settore del riciclo dei metalli. Inoltre, la crescente attenzione verso la sostenibilità ambientale e l'economia circolare continuerà a spingere le innovazioni in questo campo, promuovendo un utilizzo più efficiente e responsabile delle risorse metalliche. Conclusioni Le innovazioni basate sull'intelligenza artificiale stanno trasformando il settore della gestione e del riciclo dei metalli, rendendo i processi più efficienti, economici e sostenibili. L'adozione di tecniche avanzate di machine learning, visione artificiale e apprendimento rinforzato consente di migliorare la qualità del materiale riciclato, ridurre i costi operativi e minimizzare l'impatto ambientale. Sebbene ci siano ancora sfide da affrontare, l'integrazione dell'IA nei processi di riciclo rappresenta un passo fondamentale verso una gestione più circolare e sostenibile delle risorse metalliche.© Riproduzione Vietata
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Il Regno Unito Ricicla Meno Rifiuti di Quanti ne BruciaIl Regno Unito Ricicla Meno Rifiuti di Quanti ne Bruciadi Marco ArezioTutta l’Europa è protesa ad alzare i tassi di riciclo delle proprie nazioni, con una gara all’eccellenza espressa in quantità di rifiuti selezionati e immessi nuovamente sul mercato sotto forma di materia prima.L’Italia è il primo paese in Europa in termini di quantità riciclate con il 79,3%, secondo il rapporto GreenItaly della Fondazione Symbola, seguita dalla Francia a 55,8%, con una media europea al 39,2%. In alcuni paesi, come il Regno Unito si avvertono delle incongruenze, secondo gli osservatori locali, sia in termini di sistemi di conteggio delle percentuali riciclate che dei sistemi di smaltimento dei rifiuti. Infatti, un'indagine del programma Dispatches di Channel 4 del Regno Unito rivela che l'11% dei rifiuti domestici britannici, raccolti per il riciclaggio, viene inviato agli impianti di incenerimento invece che essere riutilizzato o riciclato. Le emissioni totali di carbonio dall'incenerimento hanno ora superato quelle del carbone. Fino alla metà degli anni '90 il Regno Unito inviava il 90 percento dei suoi rifiuti in discarica, quale modo semplice ed economico per smaltire i rifiuti. Il governo britannico ha poi introdotto una tassa sulle discariche rendendo molto più costoso lo smaltimento attraverso questo canale, quindi il mercato ha trovato un'alternativa. La soluzione era "energia dai rifiuti", dove gli stessi vengono bruciati per produrre elettricità. Nel 2008 il governo britannico ha fissato l'obiettivo di riciclare il 50% dei rifiuti domestici entro il 2020, ma negli ultimi cinque anni il tasso di riciclaggio si è fermato al 45%. Uno dei massimi esperti di riciclaggio del Regno Unito, il professor Karl Williams, direttore della gestione dei rifiuti presso l'Università del Lancashire centrale, ha espresso seri dubbi anche su questa cifra: "Non è una cifra reale, perché quando parliamo di tassi di riciclaggio si parla solo di tassi di raccolta. Quindi il modo in cui conteggiamo i dati sul riciclaggio, al momento, viene espresso tramite la quantità di materiale che raccogliamo dalle famiglie, questo poi viene misurato e pesato, trasformando questo valore come dato sul riciclaggio ". Gli studi dimostrano che più del 50% di ciò che le persone mettono nei rifiuti potrebbe essere riciclato o compostato se fosse fatta una differenziazione corretta. Quello che stanno bruciando sono risorse preziose I sostenitori dell'incenerimento dicono che questa è una soluzione sostenibile al problema dei rifiuti, evitando che milioni di tonnellate vadano nelle discariche. La giustificazione per loro è "che non abbiamo attualmente le sufficienti strutture per riciclare tutta la plastica”. “Abbiamo molti rifiuti, secondo loro, che non possiamo gestire, a parte il conferimento in discarica. Pertanto, ha senso bruciarli per ricavarne energia invece di bruciare altri tipi di combustibili fossili”, afferma il Professor Williams. Ma Georgia Elliott-Smith, un ingegnere ambientale, crede che si potrebbe fare di più per fermare la combustione di materiali riciclabili: “La realtà è che circa il 60 per cento di ciò che va in questi inceneritori di rifiuti nel Regno Unito possa essere riciclabile. E’ quindi essenziale capire che ciò che stanno bruciando sono risorse preziose che dovrebbero rimanere nell'economia, essere riciclate, riutilizzate e non e bruciate. Al momento, gli obiettivi di riciclo assegnati ad ogni autorità locale responsabile dei rifiuti non sono raggiunti, ma, nello stesso tempo, non ci sono sanzioni per il mancato raggiungimento degli obbiettivi assegnati ". La crescita dei termovalorizzatori ha creato un mercato dell’input vorticoso, che deve assicurare carburante da bruciare agli impianti con la necessità di generare rifiuti in modo continuo. Le emissioni totali di carbonio dall'incenerimento hanno superato quelle del carbone Le emissioni di carbonio, C02, sono uno dei principali motori del cambiamento climatico, motivo per cui c'è stato un allontanamento dall'energia creata con il carbone, tuttavia più inceneritori che generano energia significano un costante incremento di C02. I dati per il 2019 mostrano che i 48 inceneritori del Regno Unito hanno emesso un totale di circa 12,6 milioni di tonnellate di CO2. In confronto, il settore del carbone, in declino, ha prodotto 11,7 milioni di tonnellate di CO2. Tutti i produttori di energia devono pubblicare le loro emissioni totali di anidride carbonica, ma l'industria dell'incenerimento deve solo tenere conto del C02 dalla combustione di rifiuti fossili come la plastica. Quindi non devono segnalare le emissioni da fonti come il cibo e i rifiuti del giardino, noti come CO2 biogenica. Gli attivisti ambientali affermano che questa è una "contabilità creativa del carbonio". “Al momento gli inceneritori di rifiuti sono completamente esclusi da qualsiasi tipo di tassa sul carbonio. Non pagano alcuna tassa sul carburante che ricevono, che è il rifiuto, e non pagano alcuna tassa sulle emissioni che creano, quindi hanno questo doppio vantaggio economico che li rendono vantaggiosi, economici e redditizi ", afferma ingegnere ambientale Georgia Elliott-Smith.Categoria: notizie - plastica - economia circolare - rifiuti Vedi maggiori informazioni sull'argomentoFonti wmw
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La Proprietà dei Rifiuti Domestici e il Diritto di Cessione OnerosaI rifiuti che produciamo ogni giorno hanno un valore e in virtù di questo che dovrebbero essere cedutidi Marco ArezioSembra che il ritiro del rifiuto plastico, del vetro, della carta, dei metalli e della frazione umida dalle nostre case sia un servizio gentile che i comuni organizzano per farci un favore, quello di liberare quotidianamente le nostre case dai rifiuti. Ma è proprio così? Incominciamo a dire che gratis oggi, probabilmente, non si fanno più nemmeno i favori, ma quello che i cittadini hanno in testa, in relazione al servizio di raccolta dei rifiuti, è un concetto non del tutto corretto. Non si vede spesso, nel mercato reale, una cessione di un bene senza un corrispettivo economico pagato da parte dell'acquirente e, probabilmente, ancora meno si vedono operazioni in cui il venditore debba pagare l'acquirente per cedere il suo prodotto. Nel mondo dei rifiuti capita invece con una certa frequenza e i motivi nascono da una visione distorta da parte della gente del concetto di rifiuto di nostra proprietà. Già la parola rifiuto è assimilato a tutti questi prodotti che, nelle nostre case o aziende, finiscono il ciclo di vita che gli abbiamo attribuito, diventando un impellente problema di spazio e di decoro. Con questo concetto, non riuscendo a intravedere nessun valore al prodotto a fine vita, siamo disposti a pagare purché venga portato via dal nostro ambito di vita. Le attività imprenditoriali che si occupano di raccolta, trattamento e smaltimento dei rifiuti ringraziano per la golosa opportunità offerta dai cittadini (sebbene le logiche delle aste delle materie prime a volte raffreddano questi entusiasmi) e i comuni, che hanno il compito di raccogliere i rifiuti, coprono i costi del servizio, lontani dalle logiche di mercato, attraverso i nostri soldi. In realtà, con questo sistema, il cittadino rimane beffato 3 volte: - cede il rifiuto di sua proprietà senza ricavarne alcun vantaggio economico - paga per la cessione e il ritiro del rifiuto presso la propria abitazione - ricompra un bene che probabilmente è fatto con una quota dei rifiuti che ha ceduto in modo oneroso Molti anni fa quando i rifiuti domestici venivano prevalentemente sotterrati in discariche o bruciati passivamente, il contributo economico al ritiro e smaltimento poteva avere un senso logico in quanto, il comune, attraverso società specializzate, offriva un servizio al cittadino non remunerativo. Oggi, i rifiuti hanno un valore intrinseco in quanto producono, attraverso la loro lavorazione, sottoprodotti con cui si crea un nuovo valore. Il vetro, la carta, la plastica la frazione umida delle nostre cucine creano un circolo virtuoso espresso in materie prime seconde o in energia che vengono offerte nuovamente al mercato in una normale attività commerciale. Quindi può facilmente capitare che il rifiuto che noi abbiamo, forse ingenuamente pagato per liberarcene, lo ripagheremo una seconda volta quando andremo a comprare un flacone di detersivo fatto in plastica riciclata o accenderemo la luce a casa nostra, utilizzando l'energia realizzata con la frazione umida delle nostre cucine. In alcune parti del mondo si comincia a pensare che questo approccio alla cessione onerosa, da parte dei cittadini dei propri rifiuti, sia una cosa che ha poco senso e che la sua inversione potrebbe creare un'economia sociale importante e un concreto aiuto alla salvaguardia dell'ambiente. Ma come è possibile cambiare questa mentalità e quali vantaggi porterebbe? Vediamo alcuni punti: Si deve accompagnare il cittadino ad un cambiamento culturale radicale, spostando il concetto di rifiuto da un onere ad una risorsa per sé e per la propria famiglia. Acquistando un valore, il rifiuto domestico permette di creare un ulteriore introito al bilancio famigliare riducendo le tasse a suo carico, come già succede già in alcuni paesi, attenzionando il cittadino al corretto approccio alla raccolta differenziata. Si creerebbe una sostanziale riduzione dei rifiuti dispersi nell'ambiente in quanto si potrebbe generare una nuova economia che valorizza la raccolta e il riciclo. I maggiori oneri che le industrie del riciclo e i comuni saranno costretti a sostenere potrebbero essere compensati, da un aumento della quota di rifiuti lavorabili immessi sul mercato, da una riduzione degli oneri derivanti dalle bonifiche ambientali o dalle conseguenze economiche in relazione all'aumento del tasso di inquinamento circolare e dalla dipendenza dalle materie prime vergini. Pensateci, potrebbe fare bene a tutti.Categoria: notizie - plastica - economia circolare - rifiuti urbaniVedi maggiori informazioni sul riciclo
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Gli Extra Costi degli Impianti di Termovalorizzazione per la Cattura del CarbonioCome risolvere l’abbassamento delle emissioni CO2 nei termovalorizzatori migliorando il processo dei rifiuti di Marco ArezioGli impianti di termovalorizzazione hanno raggiunto standard di efficienza ambientali molto alti rispetto a quelli costruiti negli anni ’90 del secolo scorso, ma, nello stesso tempo, le stringenti normative europee sulla riduzione dell’emissione di CO2 impongono continui efficientamenti degli impianti.Da più parti si sono studiati interventi tecnici per istallare dei sistemi di cattura e stoccaggio della CO2 che verrebbe dispersa in ambiente, modifiche efficaci e del tutto positive da un punto di vista ambientale. Il problema che però si presenta è quello di apparire, come sembrerebbe, una frettolosa soluzione che avrebbe ricadute economiche importanti sul costo della produzione di energia. Secondo gli studi condotti dalla UE sulla finanza sostenibile, il flusso dei rifiuti che entrano nei termovalorizzatori, definiti, non riciclabili o residuo, sembrerebbe composto da un’eccessiva quantità di materiali riciclabili, come plastica ed organico, sottraendo materie prime preziose che dovrebbero rientrare nella catena di produzione. Inoltre la presenza di materiali nobili, che non dovrebbero essere bruciati, aumenta l’emissione di CO2 senza motivo, dovendo poi spendere soldi per la sua cattura. Come risolvere il problema? I flussi di rifiuti definiti "residui", dovrebbero effettivamente essere composti da materiali ormai non più riciclabili e, per fare questo, è necessario che il conferimento degli scarti avvenga attraverso il miglioramento della raccolta differenziata e attraverso un efficiente e diffuso sistema di riciclo meccanico. Questo binomio aiuta alla captazione di tutti quei materiali che hanno un valore industriale e che, quindi, si possano avviare al riciclo, diminuendo il conferimento ai termovalorizzatori di materiali non corretti. A dimostrazione di ciò si possono citare gli esempi di alcuni paesi nei quali è stata applicata una tassa sui termovalorizzatori, calcolata sulla quantità di CO2 emessa. L’abbassamento delle emissioni è transitato dall’istallazione di linee di selezione dei rifiuti in entrata al fine di intercettare tutto quello che, pur presente nel flusso destinato all’incenerimento, poteva essere riciclato. Ad esempio, l'impianto di smistamento di Stoccolma Exergi in Svezia consente di risparmiare 33.000 tonnellate di CO2 all'anno, selezionando l'equivalente di circa il 75% della plastica contenuta nei rifiuti in entrata. Cosa frena questa soluzione? Innanzitutto, spesso, il conferimento dei rifiuti urbani ai termovalorizzatori è da vedersi come una scorciatoia politica alla costruzione di nuovi impianti di riciclo meccanici e di termovalorizzazione, che sono spesso invisi alla popolazione. Laddove la politica non è missione sociale, cerca di assecondare il fenomeno NIMVY (non nel mio territorio), che preferisce spedire i rifiuti lontano dalla propria area piuttosto che renderla autonoma ed efficiente. Questo però, molte volte, comporta contratti rischiosi riguardo i flussi in ingresso ai termovalorizzatori, come le "garanzie di tonnellaggio minimo", le clausole "put or pay" o i "meccanismi di banding", che possono generare penali verso i clienti che conferiscono i rifiuti se il flusso dovesse diminuire. Queste penali, di solito corpose, impediscono la creazione di un concetto di circolarità dei rifiuti locali impedendo qualsiasi operazione di gestione e trattamento degli stessi, con perdite di competitività economica e ambientale rispetto ad altri comuni. Categoria: notizie - plastica - economia circolare - riciclo - rifiuti - termovalorizzatori
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Il Cortocircuito del Packaging: 21-100-3 la Formula ImperfettaQuando il packaging è maggiore del contenuto che mangiamodi Marco ArezioNo, non è una formula magica, non sono nemmeno tre numeri da giocare al lotto, non è nemmeno una formula chimica. 21-100-3 rappresenta un banale imballo alimentare che troviamo sugli scaffali dei negozi e che compriamo, senza pensarci troppo, per le nostre esigenze alimentari.Un imballo di micro porzioni di marmellata (per fare un esempio), in piccole vaschette racchiuse in un blister di cartone e avvolto da un film trasparente, pensate per gli hotels o per chi consuma quantità molto ridotte di marmellata a pasto, anche se in modo continuativo nel mese. 21 rappresenta il peso in grammi dei vari imballi che costituiscono la confezione vendibile, 100 rappresenta il contenuto di marmellata, diviso in quattro confezioni da 25 gr. l’una e 3 sono i differenti materiali che devono essere smaltiti. Quindi, a fronte di 100 grammi di prodotto netto, l’imballo, in peso, rappresenta più del 20% con la difficoltà di dover dividere una parte nella carta, una parte nella plastica e una parte nell’indifferenziato. Non è sicuramente un atto di accusa verso le case produttrici di marmellata, in quanto hanno solo messo in produzione un articolo richiesto dal mercato, ma è un esempio abbastanza chiaro di come ci possiamo complicare la vita, dal punto di vista del consumo delle materie prime destinate agli imballi e di come sia controproducente, nell’ottica di diminuire i rifiuti, sostenere questo tipo di confezioni. Il mercato non è altro che l’incontro tra domanda e offerta e, se in questo caso, come in molti altri, i consumatori richiedono alle strutture produttive sistemi di confezionamento che siano del tutto contrati alla logica di ridurre la produzione di rifiuti non necessari, non possiamo che arrabbiarci con noi stessi. Il contenimento dei rifiuti passa anche dalla consapevolezza che ogni consumatore dovrebbe avere della filiera produttiva e di quella dei rifiuti e del riciclo, pensando che ad ogni acquisto corrisponde la generazione di un rifiuto, che può essere riciclato con costi non trascurabili, ma che a volte può non essere possibile farlo. Acquistare un prodotto per il consumo quotidiano dovrebbe seguire delle logiche di tipo circolare e ambientale, che mettano in relazione l’incidenza generale del suo rifiuto con il prodotto da consumare. Non bisogna avere una conoscenza tecnica dei sistemi produttivi o del riciclo o dell’impronta carbonica che ogni vasetto di marmellata crea una volta consumato, ma dovremmo avere una costante attenzione a delle buone regole sulla scelta dei prodotti e delle relative confezioni. Questo vuol dire privilegiare gli imballi ricaricabili, regolare il proprio consumo mensile di un prodotto con confezioni che siano le più idonee a non replicare piccoli ma numerosi imballi, ridurre il consumo di articoli il cui packaging potrebbe essere riutilizzato ma in realtà diventa rifiuto all’esaurirsi del suo contenuto. Se siamo sensibili all’aumento dei rifiuti non riciclati nel mondo facciamo anche noi la nostra parte.Categoria: notizie - plastica - economia circolare - rifiuti - packaging Vedi maggiori informazioni sull'argomento
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Lastre di alluminio e rivoluzione circolare: chi guida davvero la transizione verso il riciclo strutturaleL' alluminio come laboratorio globale della circolaritàdi Marco ArezioL’industria delle lastre in alluminio rappresenta uno dei campi più fertili per osservare come la circolarità stia modificando l’assetto produttivo contemporaneo. La natura intrinseca dell’alluminio — un metallo che può essere rifuso e riutilizzato infinite volte senza perdita significativa delle proprietà meccaniche — lo rende un candidato naturale per un sistema circolare. Ma è proprio quando un materiale sembra predisposto alla sostenibilità che emergono le sfide più complesse: quelle legate alla governance industriale, alla qualità metallurgica, alla disponibilità di rottame, alla sofisticazione delle leghe e alla capacità di trasformare la circolarità in valore economico strutturale. La transizione non riguarda soltanto la sostituzione di materie prime vergini con materiali riciclati, ma un ripensamento del funzionamento stesso delle filiere. Nel caso dell’alluminio laminato, ciò significa integrare processi di raccolta, selezione e rifusione con le esigenze della laminazione avanzata, mantenendo livelli elevatissimi di purezza, uniformità e prestazioni tecniche. Il panorama industriale che emerge da questa trasformazione non è uniforme: alcune aziende hanno assunto un ruolo guida, altre stanno attraversando una fase di transizione, altre ancora dichiarano obiettivi di circolarità senza fornire dati verificabili. La varietà di questi modelli costituisce un osservatorio prezioso per comprendere che cosa l’economia circolare significhi realmente in un contesto produttivo globale. Le aziende che guidano la produzione di lastre in alluminio riciclato L’analisi delle imprese che operano nel settore delle lastre di alluminio mostra chiaramente come la circolarità non sia un concetto uniforme, ma una costellazione di approcci, strategie e modelli industriali. Novelis rappresenta la forma più avanzata di integrazione circolare. Qui, il riciclo non è un elemento accessorio, ma la base stessa dell’identità aziendale. L’intero ecosistema produttivo è costruito per favorire il rientro del rottame, tanto industriale quanto post-consumer, attraverso centri di raccolta e raffinazione che dialogano direttamente con le linee di laminazione. Le percentuali elevate di contenuto riciclato non sono il risultato di politiche di marketing, ma l’espressione visibile di un impianto sistemico che ha interiorizzato il riciclo come unica strada economicamente sensata. In questo modello, la circolarità è un principio operativo: il metallo non viene semplicemente recuperato, ma reintrodotto in un circuito che gli restituisce valore equivalente, ciclo dopo ciclo. Gränges propone un modello differente, ma non meno significativo. La circolarità è letta come una leva competitiva e tecnologica, particolarmente efficace nel mercato europeo, dove regolamentazioni stringenti e pressioni della filiera spingono le aziende verso materiali a basse emissioni. Qui il riciclo è governato da un approccio metodico, trasparente e orientato alla qualità, in cui i numeri diventano indicatori della capacità dell’azienda di presidiare un settore ad alta innovazione metallurgica. ElvalHalcor, dal canto suo, sviluppa una circolarità progressiva, plasmata dai vincoli e dalle opportunità del Mediterraneo. La crescita del contenuto riciclato procede attraverso una serie di investimenti nella raffinazione e nella laminazione, con un ritmo che rispetta il tessuto industriale circostante. Questo modello mette in luce un aspetto spesso ignorato: la circolarità non è solo una questione di percentuali, ma di coerenza rispetto alle infrastrutture territoriali e ai cicli locali del rottame. Speira segue un percorso ancora diverso. Sebbene la sua capacità di riciclo sia elevata, la sua strategia si concentra su linee di prodotto specifiche a contenuto riciclato molto alto. La circolarità assume qui una qualità “verticale”: profondamente efficace in alcuni segmenti, meno diffusa nella totalità del portafoglio. È un modello che valorizza la differenziazione, in un mercato in cui i materiali premium a basse emissioni stanno diventando rapidamente un segmento strategico. Infine, Impol offre un approccio in cui l’attenzione al low-carbon prevale sulla generalizzazione del riciclo. La circolarità si manifesta nella capacità di offrire materiali certificati per le loro ridotte emissioni complessive, più che nella copertura uniforme dell’intera produzione. È un modello che integra circolarità e decarbonizzazione, mostrando come la sostenibilità possa assumere declinazioni differenti all’interno della stessa filiera. Approfondimento tecnico: le leghe di alluminio riciclabili La riciclabilità dell’alluminio non può essere compresa appieno senza un’analisi delle leghe che compongono la filiera delle lastre. Ogni lega è una storia di chimica e di performance, e la leggerezza apparente di questo metallo nasconde una complessità metallurgica sorprendente. Le leghe delle serie 1000 e 3000, impiegate nel packaging e nei fogli tecnici, si presentano come i candidati ideali per un riciclo efficiente: povere di elementi critici, tollerano bene la variabilità compositiva e consentono l’inserimento di grandi quantità di rottame senza degradare le prestazioni. Tuttavia, una parte rilevante del mercato europeo delle lastre non si regge su queste leghe, ma sulle serie 5000 e 6000, più sofisticate e difficili da riciclare in closed-loop. Il magnesio delle serie 5000 garantisce eccellenti proprietà meccaniche, ma aumenta l’ossidazione in fusione; le composizioni più raffinate delle serie 6000, fondamentali per l’automotive, richiedono un controllo estremamente rigoroso degli elementi in traccia. La circolarità diventa così una questione di ingegneria metallurgica. La capacità di estrarre impurità, di rifinire leghe contaminate, di bilanciare elementi critici e di riportare il rottame all’interno di leghe “sensibili” è ciò che distingue un riciclo di alto livello da un riciclo semplicemente quantitativo. In altre parole, la circolarità non è un atto di raccolta, ma un atto di raffinazione. Il mercato europeo delle lastre: dinamiche, leadership e transizione Il contesto europeo rappresenta oggi uno dei più maturi per lo sviluppo di un’economia circolare dell’alluminio. Le normative ambientali, la crescente domanda di materiali low-carbon e la pressione della produzione automotive hanno spinto i produttori a ripensare la filiera del metallo. Tuttavia, l’Europa non è un blocco omogeneo: esiste un centro-nord fortemente industrializzato, con infrastrutture di riciclo solide e continuità di approvvigionamento del rottame, ed esistono aree mediterranee e orientali nelle quali il flusso del rottame è meno strutturato e il riciclo richiede strategie più adattive. Non si tratta solo di dinamiche industriali, ma di un fenomeno culturale: l’Europa sta trasformando la propria percezione dell’alluminio, passando da una logica che separava nettamente primario e secondario a un sistema ibrido in cui il valore è determinato dalla capacità di far passare la materia molte volte attraverso gli stessi cicli. Il mercato europeo delle lastre sta diventando un prototipo della futura economia low-carbon, in cui il contenuto riciclato non rappresenta più una scelta opzionale, ma un criterio discriminante nelle gare d’appalto, nelle strategie automotive e nelle certificazioni di prodotto. Economia circolare dell’alluminio L’economia circolare dell’alluminio, osservata da una prospettiva accademica, appare come un caso paradigmatico della trasformazione in corso nel rapporto tra materia, tecnica ed economia. L’alluminio possiede la straordinaria capacità di rimanere sé stesso oltre il ciclo termodinamico della fusione: la sua struttura cristallina, la sua duttilità e la sua conducibilità sopravvivono a ripetute rigenerazioni. Tuttavia, questa qualità non è sufficiente affinché il metallo diventi automaticamente parte di un sistema circolare. Ciò che lo rende effettivamente circolare è la capacità dell’industria di creare condizioni tecniche, infrastrutturali e istituzionali che permettano alla materia di rimanere nel ciclo produttivo. Il passaggio dal riciclo aperto a quello chiuso rappresenta uno degli elementi più significativi di questa trasformazione. Non si tratta semplicemente di reimmettere il metallo nel mercato, ma di farlo rientrare nella stessa applicazione, preservandone il valore. Questa logica chiusa richiede un livello di sofisticazione tecnologica elevato e un coordinamento di filiera che supera i confini della produzione industriale per entrare nella sfera della governance economica. La rifusione dell’alluminio, con il suo risparmio energetico fino al 95% rispetto alla produzione primaria, introduce un’altra dimensione della circolarità: la riduzione dell’impatto ambientale. Ma l’economia circolare non è solo un fatto ambientale: è una trasformazione epistemologica del modo in cui concepiamo il valore della materia. L’alluminio riciclato sfida l’idea lineare di produzione e consumo, proponendo una visione della materia come entità dinamica, destinata a circolare senza perdere dignità tecnico-industriale. È in questa dialettica tra cicli tecnici e cicli economici che l’alluminio assume un valore paradigmatico: non solo un materiale, ma un modello per interpretare l’evoluzione dell’industria contemporanea verso una razionalità più complessa, in cui sostenibilità, competitività e innovazione coesistono come parti di un’unica architettura. Conclusione generale Nel settore delle lastre in alluminio, la circolarità non è un obiettivo, ma un processo in atto, stratificato e non uniforme. Novelis, Gränges, ElvalHalcor, Speira e Impol testimoniano che esistono molte forme di economia circolare, ciascuna modellata da cultura tecnica, infrastrutture, strategie industriali e orizzonti di mercato diversi. I modelli più avanzati non si limitano a riciclare materia, ma riciclano il valore stesso del metallo, la sua storia, il suo significato industriale. La vera circolarità dell’alluminio non consiste nel rimettere in circolo lo scarto, ma nel restituire al materiale la possibilità di rinnovarsi senza tradire la sua identità tecnica. Questo saggio vuole mostrare che l’economia circolare, quando osservata con sguardo critico e accademico, non è un insieme di pratiche isolate: è l’espressione più alta della capacità dell’industria di pensare la materia come elemento permanente della nostra civiltà produttiva.© Riproduzione Vietata
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La Raccolta Differenziata dei Rifiuti Urbani in ItaliaAnalisi aggiornata del sistema italiano della raccolta differenziata: dati recenti, squilibri territoriali, infrastrutture di trattamento e sfide industriali della transizione verso l’economia circolareAutore: Marco Arezio Articolo: Novembre 2020Aggiornamento: marzo 2026 Categoria: economia circolare – rifiuti – plastica – gestione ambientale Un sistema che cresce ma non in modo uniforme Negli ultimi vent’anni la gestione dei rifiuti urbani in Italia ha vissuto una trasformazione profonda. Il paese è passato progressivamente da un modello fortemente dipendente dalle discariche a un sistema in cui la raccolta differenziata rappresenta la colonna portante della gestione dei rifiuti. Questo cambiamento è stato guidato da diversi fattori: l’evoluzione delle direttive europee sull’economia circolare, la crescente sensibilità ambientale dei cittadini e lo sviluppo di filiere industriali dedicate al recupero delle materie prime seconde. Il risultato è un sistema che oggi mostra risultati complessivamente positivi se osservato nel panorama europeo. Tuttavia, dietro il dato medio nazionale si nasconde una realtà molto più articolata. L’Italia della gestione dei rifiuti è ancora divisa in due: da una parte un Nord dotato di infrastrutture industriali mature e di sistemi di raccolta efficienti, dall’altra alcune aree del Centro e soprattutto del Sud che stanno migliorando rapidamente ma che continuano a soffrire una cronica carenza impiantistica. Per comprendere davvero lo stato della raccolta differenziata in Italia oggi è necessario partire dai numeri. Evoluzione della raccolta differenziata negli ultimi anni Nel 2018 la raccolta differenziata aveva raggiunto il 58,1% dei rifiuti urbani, pari a circa 17,5 milioni di tonnellate su 30 milioni complessive. Da allora la crescita non si è arrestata. L’introduzione diffusa del porta a porta, la tariffazione puntuale e il consolidamento del sistema consortile del riciclo hanno progressivamente aumentato la quota di rifiuti separati alla fonte. La tabella seguente mostra l’evoluzione più recente del sistema italiano.Anno Rifiuti urbani totali (milioni ton) Raccolta differenziata (%) Raccolta differenziata (milioni ton)Il risultato è che oggi l’Italia si colloca tra i paesi europei più avanzati nella raccolta differenziata domestica, superando diverse economie industriali di pari dimensioni. Ma il dato nazionale non racconta tutta la storia. Il divario territoriale che continua a caratterizzare il sistema Se si osserva la distribuzione geografica della raccolta differenziata emerge chiaramente uno dei tratti strutturali della gestione dei rifiuti in Italia: la forte disparità tra le diverse aree del paese. Questa differenza non riguarda soltanto la percentuale di rifiuti raccolti separatamente, ma anche la presenza di infrastrutture industriali, la qualità dei servizi pubblici locali e la stabilità amministrativa dei sistemi di gestione. La situazione può essere sintetizzata nella tabella seguente. Macro area Raccolta differenziata 2018 Raccolta differenziata 2024 Il Nord Italia continua quindi a rappresentare l’area più avanzata del sistema nazionale. Alcune regioni hanno ormai superato stabilmente il 70% di raccolta differenziata. All’estremo opposto si trovano alcune regioni meridionali dove la crescita è stata significativa ma dove il sistema rimane più fragile. È importante sottolineare che molte di queste regioni hanno registrato negli ultimi anni incrementi anche superiori al 5–7% annuo, segno che il sistema sta evolvendo. Tuttavia l’aumento della raccolta non è stato sempre accompagnato da un adeguato sviluppo degli impianti di trattamento. Ed è proprio qui che emerge uno dei problemi più profondi del sistema italiano dei rifiuti. Le principali frazioni raccolte nel sistema italiano Per comprendere meglio la struttura della raccolta differenziata è utile osservare la composizione delle frazioni merceologiche raccolte. La frazione organica rappresenta ormai il pilastro della raccolta differenziata italiana. Questo flusso è destinato principalmente a impianti di compostaggio o digestione anaerobica che permettono di produrre fertilizzanti agricoli e biometano. Il problema è che la crescita della raccolta dell’umido è stata più rapida della costruzione degli impianti necessari per trattarlo. Il vero nodo del sistema: la distribuzione degli impianti Uno degli aspetti più critici del sistema italiano dei rifiuti riguarda la distribuzione territoriale degli impianti. Molte delle infrastrutture necessarie per trasformare i rifiuti raccolti in nuove materie prime seconde si concentrano nelle regioni del Nord. La distribuzione degli impianti per il trattamento della frazione organica è indicativa. Area geografica Numero impianti Anche per altre infrastrutture fondamentali la situazione è simile. Discariche autorizzate Termovalorizzatori Questa distribuzione squilibrata genera un fenomeno strutturale della gestione dei rifiuti italiana: la migrazione dei rifiuti. Il fenomeno della migrazione dei rifiuti Ogni anno grandi quantità di rifiuti raccolti nel Centro e nel Sud Italia vengono trasportate verso impianti situati nel Nord del paese. Questo movimento avviene soprattutto per: - rifiuti indifferenziati destinati al recupero energetico - frazioni organiche in eccesso - scarti delle piattaforme di selezione Le conseguenze sono rilevanti sotto diversi punti di vista. Sul piano ambientale aumentano le emissioni legate al trasporto su gomma. Sul piano economico crescono i costi di gestione sostenuti dai comuni, che si riflettono direttamente sulle tariffe pagate dai cittadini. Il risultato è che alcune città del Sud pagano la gestione dei rifiuti molto più di territori che dispongono di impianti locali. L’esportazione dei rifiuti italiani all’estero A questa migrazione interna si aggiunge un ulteriore fenomeno: l’esportazione di rifiuti verso altri paesi europei. La quota non è enorme rispetto al totale dei rifiuti prodotti, ma resta significativa dal punto di vista industriale. In totale si tratta di circa 400–500 mila tonnellate annue, pari a poco più dell’1,5% dei rifiuti urbani prodotti. Questo flusso riguarda soprattutto rifiuti destinati alla termovalorizzazione o a trattamenti industriali specializzati. Il dato dimostra ancora una volta come la gestione dei rifiuti sia strettamente legata alla disponibilità di infrastrutture industriali adeguate. Economia circolare e transizione energetica Negli ultimi anni la gestione dei rifiuti è diventata una componente sempre più importante della transizione energetica. Gli impianti di digestione anaerobica dell’organico, ad esempio, producono biometano, un combustibile rinnovabile che può essere utilizzato nei trasporti o immesso nella rete del gas naturale. Allo stesso tempo, il recupero di materia attraverso il riciclo permette di ridurre il consumo di risorse naturali e di limitare le emissioni associate alla produzione di nuovi materiali. L’Unione Europea ha fissato obiettivi molto ambiziosi: - 65% di riciclo dei rifiuti urbani entro il 2035 - riduzione drastica del ricorso alla discarica - sviluppo dell’economia circolare L’Italia è relativamente ben posizionata rispetto a questi obiettivi, ma dovrà comunque affrontare una sfida importante: aumentare la capacità impiantistica e ridurre le disuguaglianze territoriali. Conclusioni: un sistema tra eccellenza e fragilità Il sistema italiano della raccolta differenziata rappresenta oggi un caso interessante nel panorama europeo. Da un lato il paese ha dimostrato che è possibile raggiungere percentuali molto elevate di raccolta grazie alla collaborazione tra cittadini, amministrazioni locali e industria del riciclo. Dall’altro lato permangono fragilità strutturali legate soprattutto alla distribuzione degli impianti e alla difficoltà di pianificare nuove infrastrutture. Il futuro della gestione dei rifiuti in Italia dipenderà dalla capacità di superare queste contraddizioni: rafforzare le filiere industriali del riciclo, costruire impianti dove mancano e trasformare definitivamente i rifiuti in una risorsa economica. Solo allora il sistema italiano potrà passare da una raccolta differenziata efficiente a una vera economia circolare industriale. Fonti ISPRA – Rapporto Rifiuti Urbani Eurostat – Waste Statistics Commissione Europea – Circular Economy Package CONAI – Rapporto sul riciclo degli imballaggi Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica
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Classificazione dei Metalli Non Ferrosi secondo le Specifiche CECAUna guida per la gestione sostenibile dei metalli non ferrosidi Marco ArezioLa classificazione dei metalli non ferrosi è un aspetto fondamentale dell'economia circolare e della gestione sostenibile delle risorse. Comprendere come questi metalli vengono classificati, utilizzati e riciclati non solo aiuta le aziende a ottimizzare i processi produttivi, ma permette anche di ridurre significativamente l'impatto ambientale, favorendo una transizione verso un'economia più verde e responsabile. Questo articolo si concentra sulle specifiche CECA, uno standard che ha contribuito a definire le regole per la gestione dei metalli non ferrosi in Europa, evidenziando l'importanza di questa classificazione per il settore industriale e il mercato del riciclo. Esploreremo in dettaglio le diverse categorie di metalli non ferrosi, la loro provenienza e il motivo per cui vengono classificati in base a specifiche esigenze industriali. Con questa guida, puntiamo a fornire una comprensione approfondita del sistema CECA e del valore che esso aggiunge alla gestione delle risorse metalliche. Chi è la CECA La Comunità Europea del Carbone e dell'Acciaio (CECA) è stata una delle prime istituzioni europee, nata nel 1951 con il Trattato di Parigi. Essa è stata fondata per coordinare la produzione di carbone e acciaio tra i paesi europei, al fine di stimolare la cooperazione economica e ridurre il rischio di conflitti armati tra le nazioni europee. Sebbene la CECA abbia cessato di esistere formalmente nel 2002, le specifiche tecniche da essa definite sono ancora utilizzate oggi per la classificazione dei materiali, in particolare dei metalli non ferrosi. Classificazione dei Metalli Non Ferrosi I metalli non ferrosi sono tutti quei metalli che non contengono una quantità significativa di ferro, come l'alluminio, il rame, lo zinco, il piombo, il nichel, il cobalto e altri metalli preziosi. Le specifiche CECA forniscono una chiara classificazione dei metalli non ferrosi allo scopo di standardizzare la qualità e facilitare le transazioni commerciali tra i vari attori della filiera del riciclo e dell'industria metallurgica. La classificazione dei metalli non ferrosi viene effettuata sulla base di diversi criteri, tra cui la purezza del materiale, la sua provenienza, e le caratteristiche fisiche e chimiche. L'obiettivo principale è assicurare che i metalli riciclati possano essere utilizzati in maniera efficace nei processi industriali, garantendo così la qualità e la coerenza delle materie prime secondarie. Le Varie Categorie di Metalli Non Ferrosi Le categorie dei metalli non ferrosi definite dalle specifiche CECA possono essere suddivise in varie tipologie, ognuna delle quali risponde a precise esigenze industriali. Qui di seguito presentiamo i principali codici e le loro caratteristiche: Alluminio Secondario (Codici CECA 1000-1099) Questa categoria comprende i rottami di alluminio che possono provenire da varie fonti, tra cui rottami domestici, rottami industriali o scarti di produzione. L'alluminio è classificato in diverse categorie in base al contenuto di impurità e alla provenienza. I rottami di alluminio più puri sono particolarmente richiesti per la produzione di nuovi prodotti in alluminio destinati a settori come l'automotive o il packaging. Codice 1001: Alluminio di elevata purezza, spesso utilizzato per applicazioni ad alta precisione. Codice 1005: Alluminio misto, proveniente da rottami domestici, adatto per applicazioni che non richiedono un'elevata purezza. Rame e Leghe di Rame (Codici CECA 2000-2099) Il rame è uno dei metalli non ferrosi più richiesti, grazie alle sue eccellenti proprietà di conduttività elettrica e termica. Le specifiche CECA classificano il rame in diverse categorie in base alla sua purezza e alla presenza di altri elementi legati, come zinco o stagno, per formare ottone o bronzo. I rottami di rame possono derivare da cavi elettrici dismessi, tubature idrauliche o altri dispositivi elettrici, e vengono classificati in funzione dell'utilizzo finale previsto. Codice 2001: Rame privo di impurità, proveniente da cavi elettrici. Codice 2003: Ottone, lega di rame e zinco, adatta per la produzione di componenti meccanici. Zinco e Piombo (Codici CECA 3000-3099) Lo zinco è spesso utilizzato per la galvanizzazione dell'acciaio, mentre il piombo è utilizzato in batterie e altri dispositivi specifici. Le specifiche CECA classificano questi metalli in base alla presenza di impurità e alla loro idoneità per ulteriori lavorazioni, come il riutilizzo nelle batterie o nei rivestimenti di protezione contro la corrosione. Codice 3001: Zinco puro destinato alla galvanizzazione. Codice 3005: Piombo per batterie, caratterizzato da un elevato grado di purezza per garantire la funzionalità delle celle elettrochimiche. Nichel e Cobalto (Codici CECA 4000-4099) Questi metalli sono ampiamente utilizzati nelle superleghe e in applicazioni ad alta tecnologia come le batterie ricaricabili. La classificazione CECA include sia metalli puri che leghe, che vengono valutati per il loro contenuto di elementi tossici o indesiderati. Codice 4001: Nichel elettrolitico, utilizzato per galvanizzazione e produzione di acciai speciali. Codice 4003: Lega di cobalto, ideale per applicazioni ad alta temperatura. Perché Viene Effettuata la Classificazione? La classificazione dei metalli non ferrosi non è un semplice esercizio di catalogazione: essa ha una funzione fondamentale per il buon funzionamento del mercato del riciclo e della produzione industriale. Standardizzando la qualità dei materiali, le specifiche CECA facilitano la compravendita dei rottami, consentendo a compratori e venditori di avere una base comune di riferimento che riduca il rischio di controversie e aumenti la fiducia reciproca. Inoltre, garantisce che i materiali riciclati possano essere utilizzati nei processi industriali con la stessa affidabilità delle materie prime vergini, riducendo così la dipendenza dalle risorse naturali. Provenienza dei Rottami I metalli non ferrosi possono provenire da diverse fonti, tra cui rottami industriali, scarti post-consumo e demolizioni. Ad esempio, le vecchie automobili, gli elettrodomestici, le costruzioni demolite e le linee elettriche dismesse sono tutte potenziali fonti di metalli non ferrosi da riciclare. La provenienza del rottame è cruciale per la sua classificazione, in quanto può influenzare la purezza del materiale e il tipo di lavorazione necessaria per il riutilizzo. Come e Perché Utilizzare Questa Classificazione Per le aziende che operano nel settore del riciclo dei metalli, la classificazione secondo le specifiche CECA rappresenta uno strumento essenziale per garantire la qualità dei materiali e massimizzare l'efficienza del processo produttivo. Utilizzare questa classificazione significa essere in grado di offrire ai propri clienti metalli riciclati di qualità certificata, rispondendo a specifiche esigenze industriali e contribuendo al contempo a ridurre l'impatto ambientale. Inoltre, per i produttori di metalli e per le fonderie, sapere esattamente che tipo di rottame si sta acquistando è fondamentale per ottimizzare il processo produttivo e garantire che il prodotto finale abbia le caratteristiche desiderate. La standardizzazione facilita anche il commercio internazionale dei metalli riciclati, riducendo le barriere tecniche e favorendo la transizione verso un'economia più circolare e sostenibile. Conclusione La classificazione dei metalli non ferrosi secondo le specifiche CECA rappresenta un elemento chiave per garantire la qualità e l'efficienza nel settore del riciclo dei materiali. Comprendere questa classificazione è fondamentale per tutti gli attori della filiera, dai riciclatori ai produttori, fino ai consumatori finali. L'utilizzo di standard riconosciuti come quelli CECA permette di ottimizzare l'uso delle risorse, ridurre lo spreco e favorire lo sviluppo di un'economia più verde e sostenibile.© Riproduzione Vietata
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Perché Rendere Sostenibile la Produzione degli Apparecchi Elettronici?Perché Rendere Sostenibile la Produzione degli Apparecchi Elettronici?di Marco ArezioNel nostro articolo E-WASTE Il Riciclo della Sopravvivenza, abbiamo affrontato il problema dei rifiuti elettronici sotto l’aspetto del riciclo illegale in paesi invia di sviluppo. In questo articolo vorremmo proporre, con l’aiuto di Adrian Mendez Prieto, alcune soluzione che possano aiutarci a capire quali passi il sistema di produzione e quello dell’E-Waste dovrebbero fare per incrementare il riciclo e cancellare la piaga del contrabbando dei rifiuti elettronici.Sebbene quasi il 100% dei rifiuti elettronici sia considerato riciclabile, ha solo un tasso di riciclaggio tra il 10-15%, motivo per cui è visto come un problema ambientale emergente, ma anche come una potenziale opportunità di business. Gli elementi che possono essere recuperati dai rifiuti elettronici per evitare danni ambientali includono componenti in metallo, vetro, ceramica e plastica in una composizione più ampia; quest'ultimo rappresenta il 20% della composizione globale di E-Waste. A causa della presenza di additivi come i ritardanti di fiamma, di tipo bromurato (BFR), il riciclaggio delle plastiche da E-Waste presenta una maggiore complessità di trattamento e ritrattamento, rispetto alle plastiche utilizzate in altre applicazioni. La lavorazione di materie plastiche contenenti additivi (BFR) considerati inquinanti organici persistenti (POP) è regolata dalla Convenzione di Stoccolma (in vigore dal 2004), che stabilisce che il riciclaggio o lo smaltimento finale di articoli contenenti BFR o POP deve essere effettuato in modo in modo corretto e non deve comportare il recupero di BFR o POP per il riutilizzo. Richiede inoltre la separazione e la classificazione della plastica con BRF da altri rifiuti elettronici. Attualmente, la maggior parte delle apparecchiature elettriche ed elettroniche non sono progettate per il riciclo, tanto meno per favorire un ciclo chiuso dei propri rifiuti. Lo sviluppo di una progettazione ecocompatibile adeguata consentirebbe vantaggi ambientali ed economici, in modo tale che l'uso di plastica riciclata potrebbe ridurre l'impatto ambientale di oltre il 20%. Fasi di implementazione di una strategia ambientale che promuove la circolarità di E-Waste Economia circolare come strategia. L'economia circolare è un sistema industriale rigenerativo che sin dall'inizio, con la progettazione, considera l'ottimizzazione e la riduzione dell'uso di materiali ed energia, oltre alla minimizzazione di scarti ed emissioni. Questo porta a cercare di scollegare l'uso di materie prime e risorse non rinnovabili per eliminare l'inquinamento e la generazione di rifiuti. Controllo nella selezione delle materie plastiche. Le decisioni sull'uso di materiali e prodotti chimici vengono prese dall'inizio del ciclo di vita, durante la fase di progettazione ecocompatibile del prodotto. La circolarità, quindi, sarà promossa riducendo l'ampia varietà di tipi di polimeri ed eliminando gli additivi complessi utilizzando plastica riciclata nella produzione. Per i riciclatori, uno dei principali ostacoli al ritrattamento dei rifiuti di plastica elettronica è il gran numero di polimeri diversi. Una potenziale soluzione per ridurre questa grande varietà potrebbe consistere nel promuovere accordi tra i produttori sui tipi di plastica che utilizzano nei loro prodotti, facilitando l'identificazione dei componenti e favorendo gli investimenti in nuove tecnologie di riciclaggio. Maggiore contenuto e utilizzo dei materiali riciclati. Indubbiamente, un grande dilemma nel settore è il fatto che i riciclatori non trattano la plastica se non c'è mercato e i produttori non possono acquistare plastica riciclata perché non c'è fornitura. Qui diventa concreto il requisito di una simbiosi circolare tra gli elementi della catena del valore del settore delle materie plastiche. Ovvero una maggiore integrazione e comunicazione tra produttori di resine, fabbricanti, raccoglitori, riciclatori, ecc., Che consentono la gestione e la lavorazione del riciclo di qualità che porta all'ottenimento di prodotti competitivi. Punti chiave per migliorare il riciclaggio dei rifiuti di plastica elettronica Gestione dei materiali residui. Il flusso E-Waste si caratterizza per essere particolarmente complesso grazie alla sua composizione, con una combinazione di componenti di alto valore (come oro e palladio) e materiali tossici (ad esempio, mercurio e ritardanti di fiamma bromurati). A causa di ciò, questi materiali difficilmente entrano in un sistema di raccolta controllato e ufficiale, che ne favorisce la manipolazione illegale e l'esportazione nei paesi in via di sviluppo. Ciò richiede, con urgenza, l'attuazione e l'applicazione delle norme per la classificazione e l'etichettatura di detti rifiuti. Tracciabilità. Uno dei principali punti deboli nella gestione e nella gestione dei rifiuti elettronici è la mancanza di un sistema di tracciabilità, poiché è attualmente difficile tracciare il flusso di materiali in entrata e in uscita nella catena di approvvigionamento dei rifiuti elettronici. La totale tracciabilità della gestione dei rifiuti elettronici dovrebbe consentire un aumento del volume raccolto, ridurre i flussi incontrollati e garantire il trattamento adeguato dei materiali in base alla loro composizione plastica e al contenuto di sostanze pericolose. Allo stesso modo, una tracciabilità efficiente consentirebbe l'implementazione di un'infrastruttura di raccolta più controllata, che si tradurrebbe nel trattamento e nel ritrattamento dei rifiuti elettrici ed elettronici di qualità superiore. Tecnologia. L'attuale stato della tecnologia per la movimentazione di tali materiali di scarto si è rivelato poco efficiente a causa delle notevoli perdite di plastica pulita e dei limiti stabiliti dalle normative restrittive per E-Waste. Per questo motivo, è stato dimostrato che il riciclaggio della plastica di scarto basato sullo smontaggio e la separazione manuale è stato più selettivo e preciso, il che implica una minore perdita di plastica pulita. Tuttavia, l'uso di una tecnologia bassa implica costi più elevati, rendendola meno attraente dal punto di vista tecnologico ed economico. Considerazioni sul design. È stato dimostrato che materiali riciclati di qualità e l'implementazione di un eco-design che assicuri la circolarità del sistema attraverso la sostituzione di componenti o la riciclabilità dei materiali, consentono vantaggi tangibili e sostenibili, che a sua volta consente di ridurre l'impatto 20% di ambiente del prodotto. Una cosa interessante da evidenziare è che questi benefici ambientali devono essere trasmessi al mercato attraverso comunicazioni di prodotto sostenibili. Partecipazione dei consumatori. L'efficienza dei sistemi di raccolta nei paesi nordici basati sulla separazione dei rifiuti elettronici dalla fonte è stata dimostrata, in base al coinvolgimento e all'impegno dei consumatori a contribuire al sistema. I limiti dello smantellamento manuale dei rifiuti elettronici durante il riciclaggio dimostrano l'urgenza di ridurre i tipi di plastica utilizzati nella produzione di apparecchiature elettriche ed elettroniche e la necessità di identificare le parti in plastica in termini di tipo di polimero e ritardanti di fiamma bromurati. Quanto precede mostra che per il trattamento dei rifiuti elettronici è necessaria l'incorporazione di un sistema di progettazione ecocompatibile che promuova un flusso circolare e più sostenibile di materiali, riducendo il loro impatto ambientale. Pertanto, è necessaria la creazione di protocolli e regolamenti appropriati per l'uso della plastica nelle applicazioni EEE o di componenti elettronici complessi. Considerando la grande diversità dei settori di applicazione e l'ampia gamma di prodotti in plastica, nonché la presenza di additivi come ritardanti di fiamma bromurati, è richiesta l'implementazione efficiente e affidabile di sistemi di identificazione, raccolta, raccolta e separazione, che consentano un riciclaggio di qualità per ridurre l'inquinamento, nonché lo sviluppo di ritardanti di fiamma a basso impatto ambientale.Categoria: notizie - plastica - economia circolare - rifiuti - raee Vedi maggiori informazioni sul riciclo
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Gestione dei Rifiuti Tessili nei Paesi in Via di Sviluppo: Opportunità e Sfide per la SostenibilitàCome i paesi emergenti possono trasformare i rifiuti tessili in risorse per un futuro più sostenibiledi Marco ArezioLa gestione dei rifiuti tessili rappresenta una sfida cruciale nei paesi in via di sviluppo, un tema spesso trascurato nei dibattiti globali sulla sostenibilità. Ogni anno, enormi quantità di abiti usati provenienti dai paesi industrializzati arrivano nei mercati locali o, peggio, si accumulano in discariche improvvisate. Questo fenomeno comporta gravi conseguenze ambientali, economiche e sociali, ma offre anche l'opportunità di promuovere modelli innovativi di economia circolare. Le Implicazioni Ambientali dei Rifiuti Tessili L'accumulo incontrollato di tessuti, in particolare quelli sintetici, rappresenta una minaccia per gli ecosistemi locali. I tessuti non biodegradabili possono rimanere nell'ambiente per decenni, rilasciando microplastiche che si infiltrano nelle falde acquifere e nella catena alimentare. La combustione dei rifiuti, spesso utilizzata per ridurre il volume delle discariche, libera gas serra e sostanze tossiche, aggravando il cambiamento climatico e causando problemi di salute pubblica nelle comunità circostanti. Inoltre, le discariche improvvisate degradano il paesaggio e compromettono la biodiversità, minacciando la sopravvivenza di molte specie. Un Problema Che Non Può Più Essere Ignorato Paesi come il Ghana, il Kenya, il Bangladesh e l'India affrontano sfide specifiche legate ai rifiuti tessili, a seconda delle infrastrutture e delle condizioni socioeconomiche. In Ghana, il "Kantamanto Market" riceve grandi quantitativi di abiti usati, molti dei quali non sono riutilizzabili e finiscono per essere abbandonati in discariche, aggravando il degrado ambientale. In Kenya, la mancanza di politiche adeguate per regolare l'importazione di vestiti di scarsa qualità satura il mercato locale, danneggiando le filiere tessili indigene. In Bangladesh, l'afflusso di scarti tessili esteri si somma a un già elevato volume di rifiuti industriali, creando rischi per l'ambiente e per la salute pubblica. In India, infine, l'assenza di infrastrutture di riciclo e la scarsa consapevolezza portano a un accumulo incontrollato di rifiuti tessili, accentuando le disuguaglianze sociali. Soluzioni per una Gestione Sostenibile Nonostante la complessità del problema, esistono soluzioni promettenti per trasformare i rifiuti tessili in risorse utili. Un approccio integrato, che coinvolga governi, ONG, imprese e comunità locali, può portare a risultati significativi. Promozione dell’Economia Circolare L’economia circolare offre opportunità concrete per ridurre l’impatto ambientale dei rifiuti tessili. In Bangladesh, ad esempio, impianti di riciclo avanzati, finanziati da collaborazioni tra aziende globali del settore tessile e ONG internazionali, trasformano scarti industriali in fibre rigenerate pronte per nuove produzioni. In Kenya, molte cooperative femminili dedicate all’upcycling ricevono sostegno economico e formativo da ONG locali e programmi internazionali, come il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP). Queste iniziative non solo riducono i rifiuti, ma creano anche opportunità di lavoro e rafforzano le economie locali. Regolamentazione e Formazione I governi possono giocare un ruolo cruciale implementando normative che regolino l'importazione di vestiti usati e promuovano la qualità dei materiali. Parallelamente, campagne di sensibilizzazione e programmi di formazione possono incoraggiare consumi più consapevoli e preparare le comunità locali a sviluppare competenze legate al riciclo e all’upcycling. Collaborazione Internazionale: Un Imperativo La cooperazione tra paesi sviluppati e in via di sviluppo è un elemento chiave per affrontare questa crisi globale. I paesi industrializzati, principali esportatori di rifiuti tessili, devono assumersi la responsabilità di supportare le nazioni emergenti attraverso finanziamenti mirati a progetti di infrastrutture sostenibili, come impianti di riciclo e programmi di upcycling. Inoltre, il trasferimento tecnologico può accelerare l'adozione di metodi innovativi per il trattamento dei rifiuti, mentre la formazione è essenziale per sviluppare competenze locali in grado di gestire efficacemente queste risorse. Una maggiore trasparenza nei processi di esportazione, inclusa la tracciabilità dei materiali, è indispensabile per evitare l'invio di rifiuti non idonei, contribuendo a ridurre il carico ambientale sui paesi riceventi e promuovendo relazioni commerciali più etiche e sostenibili. Lezioni da Progetti di Successo Diversi progetti dimostrano che una gestione sostenibile dei rifiuti tessili è possibile. In Ghana, il "Kantamanto Market" è un esempio di resilienza, offrendo opportunità di lavoro grazie al riutilizzo e all’upcycling di abiti usati. In Bangladesh, la collaborazione con aziende globali ha permesso di sviluppare impianti di riciclo innovativi, mentre in Kenya le ONG lavorano con cooperative locali per promuovere pratiche sostenibili. Un Futuro Possibile La gestione dei rifiuti tessili nei paesi in via di sviluppo non è solo una sfida, ma anche un'opportunità. Attraverso investimenti in infrastrutture, politiche mirate e sensibilizzazione, è possibile ridurre l'impatto ambientale, migliorare le condizioni di vita delle comunità e creare economie più resilienti. Un approccio integrato, in linea con gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite, rappresenta la chiave per trasformare i rifiuti tessili in risorse per un futuro più sostenibile.© Riproduzione Vietata
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I Tempi di Decomposizione dei Rifiuti in Discarica ci Fanno RiflettereI Tempi di Decomposizione dei Rifiuti in Discarica ci Fanno Rifletteredi Marco ArezioPer secoli, fino a quando si è cominciato a parlare di economia circolare, i rifiuti venivano bruciati o accatastati nelle discariche. Ma se da una parte si era e, si è a volte ancora oggi, trovato un mezzo sbrigativo per disfarsi di ciò che non serviva più, dall’altro non ci siamo mai posti in modo serio il problema dell’evoluzione dei rifiuti nella discarica. Nonostante oggi le attività di riciclo siano al centro dell’attenzione della classe politica e dell’opinione pubblica, stride in modo fastidioso come la percentuale della massa di rifiuti che ricicliamo raggiunga circa il 10-12 per cento, a livello mondiale, rispetto ai prodotti che scartiamo ogni anno. I motivi di una quota così bassa sono di natura economica, culturale, gestionale e a volte anche criminale, con eccellenze in alcuni paesi che raggiungono il 70-80% dei materiali riciclati raccolti, fino a posizioni in cui la raccolta differenziata non è nel vocabolario della vita quotidiana. Ma è forse importante sapere cosa succede ai rifiuti che finiscono in discarica o nei fiumi, che poi sfociano in mare, per rendersi conto che quell’enorme massa di scarto potrebbe costituire un propellente per ridurre l’impronta carbonica e risparmiare risorse naturali, se solo il tasso di riciclo fosse più alto. La permanenza in termini di tempo dei rifiuti sotterrati è diversa da quelli che rimangono esposti agli agenti atmosferici o quelli che finiscono nei mari, questo perché il sole, l’acqua e le temperature agiscono, nel tempo sui di essi. Quindi un’esposizione o meno agli agenti atmosferici cambia i tempi di decomposizione medi dei materiali. Ma se consideriamo i soli rifiuti che finiscono in una discarica non selettiva, possiamo abbozzare alcuni dati che ci possono far riflettere: La plastica I rifiuti plastici che finiscono oggi nelle discariche sono tra i più variegati, specialmente in quei paesi dove la raccolta differenziata non viene applicata. La loro disgregazione, non biodegradabilità, come abbiamo visto dipende in modo importante dagli agenti atmosferici, dalla loro composizione e dagli spessori costruttivi, ma possiamo dire che i tempi per l’autodistruzione di un prodotto plastico si contano mediamente in centinaia di anni. Pannolini usa e Getta Quando si parla di questo prodotto dobbiamo considerare che i volumi che genera come rifiuto quotidianamente sono davvero importanti. Negli Stati Uniti nel 2018 sono stati raccolti circa 3,3 milioni di tonnellate di pannolini usa e getta e, per la loro composizione di plastiche miste, la loro permanenza in discarica oscilla tra 250 e 500 anni prima che si decompongano. Alluminio L’industria del packaging fa largo uso delle confezioni di alluminio per contenere liquidi e cibi, infatti i dati di riciclo di questi imballi in America nel 2019 hanno toccato le 42,7 miliardi di lattine. Volumi impressionanti che ci fanno ben sperare ma, ancora molte lattine di alluminio vanno a finire nelle discariche Americane con un ritmo di circa 10 miliardi all’anno nel 2018. Il tempo di decomposizione di una lattina mediamente è di 80-100 anni. Vetro Il vetro è l’elemento naturale per eccellenza il cui riciclo è davvero semplice ma, nonostante questo, la quantità di oggetti in vetro e ceramica che finiscono nelle discariche è molto alto. Di contro i tempi di decomposizione dei prodotti e tra i più alti e possiamo considerarlo in diverse centinaia di anni, ma secondo alcuni è un elemento che non si decompone affatto. La Carta Per quanto si possa pensare che la carta abbia un ciclo di decomposizione breve in virtù dei componenti che la caratterizzano, oggi troviamo, specialmente della carta per gli imballi alimentari, rifiuti composti da carta e plastica, che, solidarizzandosi, allungano i tempi di decomposizione in modo estremamente lungo. La carta è uno tra i prodotti più importanti della raccolta differenziata e il suo riciclo impatta in modo diretto sull’ambiente perché l’utilizzo di cellulosa riciclata riduce l’approvvigionamento di quella vergine e di conseguenza l’abbattimento degli alberi. I tempi di decomposizione di un prodotto in carta non accoppiato vanno dalle 2 alle 6 settimane in funzione dal grado di umidità che interessa il prodotto ma passa a decine di anni se il prodotto prevede degli accoppiati plastici. Per facilità di comprensione elenchiamo alcuni articoli che si trovano nelle discariche e i loro tempi di decomposizione:Mozziconi di sigaretta: 10-12 anni Lenza mono filamento: 600 anni Suole di gomma degli stivali: 50-80 anni Bicchieri di plastica espansa: 50 anni Scarpe di pelle: 25-40 anni Cartoni del latte: 5 anni Compensato: 1-3 anni Guanti di cotone: 3 mesi Cartone: 2 mesi Polistirene: Non biodegrada Tessuto in nylon: 30-40 anni Lattina: 80 anni Funi: 3-14 mesi Barattoli di alluminio: 80-100 anni Non esiste veramente un’alternativa alla discarica? Si esiste.Categoria: notizie - plastica - economia circolare - rifiuti - discariche Approfondisci l'argomento
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Cosa ce ne Facciamo di 100.000 Tonnellate di Rifiuti Organici?I Rifiuti li buttiamo? No, saranno la benzina per i nostri investimentidi Marco ArezioQuando si parla di rifiuti ci vengono in mente spesso le discariche, le città con le strade piene di cumoli di immondizia o le scene che si vedono in televisione sulle isole galleggianti di plastica negli oceani. Ma in realtà, i rifiuti possono essere ben altre cose, se vogliamo vederli sotto una luce diversa, se ci pensiamo un attimo prima di buttare nell’ambiente una bottiglia di vetro o di plastica, o un sacchetto o un giornale o una classica buccia di banana. Si, perché i rifiuti possono essere davvero il tesoro che non capiamo, la benzina per far muovere il mondo, il mezzo per salvare il pianeta dai gas serra, la chiave per eliminare la deforestazione e il modo per avere i mari più puliti e più popolati di pesci. Utopia? No, quella la lasciamo ai sognatori, chi è più concreto, un giorno, si è chiesto cosa farebbe se avesse a disposizione 100.000 tonnellate di rifiuti organici che derivano dalle cucine delle nostre abitazioni e dal verde di scarto delle nostre città e paesi. La A2A, azienda Italiana attiva nel riciclo dei rifiuti e promotore della produzione di energia sostenibile, ha dato una risposta concreta a questo quesito, infatti, ha deciso di costruire, in provincia di Pavia, un impianto che potesse trattare quella quantità di rifiuti organici, con lo scopo di produrre compost, un concime ecologico, ed energia elettrica attraverso la produzione di biometano. Attraverso la digestione anaerobica, sarà possibile produrre 8,2 milioni di metri cubi di biometano che andranno ad alimentare i consumi energetici di circa 20.000 persone, inoltre si potrà produrre circa 20.000 tonnellate di compost da utilizzare, come fertilizzante bio, nella lavorazione dei campi, senza inquinare le falde ed avvelenare gli uccelli con l’uso dei concimi chimici. L’impianto, oltre ad essere un esempio chiaro di come si possono investire i rifiuti invece che buttarli, aiuta la comunità territoriale a ridurre la dipendenza dalle fonti fossili per produrre energia. Se si moltiplicassero queste tipologie di investimenti, in Italia si potrebbe produrre oltre 6 miliardi di metri cubi di biometano, che equivarrebbe a circa il 22% di quanto importavamo dalla Russia, e circa il 10% del fabbisogno nazionale in un anno. Le importazioni di energia Italiane si possono calcolare in circa il 78% del fabbisogno nazionale, contro circa il 60% degli altri paesi Europei, valori questi che devono spingerci a pensare che sia giusto aumentare le leve energetiche nazionali e rinnovabili, come il vento, il sole, l’acqua e i rifiuti. Un’ulteriore nota importante è che, attraverso il massiccio utilizzo dei rifiuti, è possibile azzerare o minimizzare il conferimento in discarica. Categoria: notizie - rifiuti organici - economia circolare - riciclo
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Percentuali di Riciclo dei Metalli: Origini, Sfide e Opportunità per un Futuro SostenibileScopri l'origine dei rifiuti metallici, le tecnologie di recupero e come i metalli riciclati possono essere riutilizzati per un’economia circolaredi Marco ArezioIl riciclo dei metalli rappresenta una delle soluzioni più efficaci per ridurre l’impatto ambientale dell’estrazione mineraria e per garantire un uso sostenibile delle risorse naturali. Tuttavia, non tutti i metalli vengono riciclati con la stessa efficienza. Le percentuali di recupero variano da un sorprendente 86% per l’oro a meno dello 0,5% per il litio, sollevando interrogativi sulla gestione dei rifiuti metallici e sulle opportunità future. Per comprendere le ragioni di queste disparità, è necessario esplorare l'origine dei rifiuti metallici, le tecnologie di recupero e il loro utilizzo successivo. Da Dove Provengono i Rifiuti Metallici? I metalli utilizzati nell’industria moderna provengono da prodotti complessi e ampiamente diffusi, spesso alla fine del loro ciclo di vita. Nel settore dell’elettronica, per esempio, smartphone, computer e televisori contengono una grande varietà di metalli, tra cui oro, argento, platino e terre rare. Questi dispositivi, una volta dismessi, diventano una fonte preziosa di materiali riciclabili, anche se il loro recupero richiede processi tecnologicamente avanzati. L’industria automobilistica è un’altra grande produttrice di rifiuti metallici. I veicoli fuori uso contengono rame, alluminio, acciaio e batterie al litio-ionico, che rappresentano una risorsa essenziale per il recupero di metalli strategici come il litio e il cobalto. Anche l’edilizia contribuisce in modo significativo, fornendo materiali come zinco, rame e acciaio da infrastrutture e edifici demoliti. Infine, gli imballaggi in alluminio, come lattine e involucri alimentari, costituiscono una fonte importante di materiali riciclabili, se adeguatamente raccolti. Perché Le Percentuali di Riciclo Sono Così Diverse? Le differenze nelle percentuali di riciclo dei metalli dipendono da diversi fattori, tra cui il valore economico del materiale, la disponibilità di tecnologie per il recupero e l’efficienza dei sistemi di raccolta. Metalli preziosi come l’oro, con un tasso di riciclo dell’86%, beneficiano di un alto valore economico che incentiva gli investimenti in tecnologie avanzate. Allo stesso modo, platino e palladio raggiungono un 60% di riciclo grazie alla loro importanza nell’industria automobilistica e nei dispositivi elettronici. Dall’altra parte dello spettro, metalli come il litio (0,5%) e le terre rare (0,2%) soffrono di percentuali estremamente basse. Questo è dovuto alla complessità tecnica del loro recupero, spesso integrati in dispositivi di piccole dimensioni e difficili da separare. Anche metalli più comuni, come l’alluminio (42%) e il rame (33%), hanno percentuali di riciclo limitate nonostante la loro ampia disponibilità, a causa di una gestione inefficiente dei rifiuti in molte regioni del mondo. Come Funziona il Riciclo dei Metalli? Il riciclo dei metalli richiede processi tecnologicamente avanzati che variano a seconda del materiale da recuperare. I metalli preziosi, come oro, argento e platino, vengono recuperati attraverso metodi chimici, come la lisciviazione con acidi, o fisici, come l’elettrolisi. Questi processi permettono di separare i metalli puri dai materiali di scarto, rendendoli pronti per nuovi utilizzi. Per i metalli di base, come alluminio e rame, il processo è spesso più semplice. Ad esempio, l’alluminio viene fuso e riformato, risparmiando fino al 95% dell’energia rispetto alla produzione primaria. Anche il rame, estratto da cavi e tubature, segue un processo simile, che prevede triturazione e fusione per ottenere materiale riciclato di alta qualità. Il riciclo dei metalli strategici, come litio e cobalto, è ancora in fase di sviluppo. Questi materiali, spesso recuperati da batterie esauste, richiedono tecnologie innovative come l’idrometallurgia, che utilizza solventi per separare i metalli, o processi pirometallurgici ad alta temperatura. Dove Avviene il Riciclo dei Metalli? La geografia del riciclo dei metalli è strettamente legata alla disponibilità di infrastrutture avanzate e alla domanda di materiali riciclati. In Europa, paesi come Germania e Belgio sono leader nel riciclo di metalli preziosi e strategici, grazie a normative rigorose e tecnologie di punta. L’Italia si distingue nel riciclo dell’alluminio, con consorzi come CIAL che promuovono una gestione sostenibile degli imballaggi. In Asia, la Cina domina il riciclo delle terre rare, mentre Giappone e Corea del Sud guidano gli sforzi per il riciclo delle batterie. Gli Stati Uniti, invece, si concentrano principalmente sul recupero di rame, alluminio e acciaio, ma stanno aumentando gli investimenti nel trattamento di batterie e terre rare. Quali Sono gli Impieghi dei Metalli Riciclati? I metalli riciclati trovano applicazione in molti settori chiave dell’economia globale. L’oro e l’argento vengono riutilizzati per circuiti elettronici, gioielli e contatti elettrici, mentre l’alluminio trova impiego in imballaggi, componenti automobilistici e costruzioni leggere. Il rame riciclato è essenziale per cavi elettrici e tubature, e metalli strategici come litio e cobalto sono reintegrati in nuove batterie per veicoli elettrici e sistemi di accumulo energetico. Le terre rare, nonostante le basse percentuali di riciclo, sono cruciali per la produzione di magneti permanenti utilizzati in turbine eoliche, motori elettrici e dispositivi elettronici avanzati, contribuendo a una transizione energetica sostenibile. Sfide e Opportunità per il Futuro del Riciclo dei Metalli Nonostante i progressi, il riciclo dei metalli presenta sfide importanti. I costi elevati e la complessità tecnica del recupero, soprattutto per metalli strategici, rappresentano ostacoli significativi. Inoltre, la mancanza di infrastrutture adeguate nei paesi in via di sviluppo limita la raccolta e il trattamento dei rifiuti metallici. Tuttavia, le opportunità sono enormi. L’innovazione tecnologica può ridurre i costi di recupero e migliorare l’efficienza dei processi, mentre politiche di incentivazione possono favorire la creazione di una filiera globale del riciclo più robusta. La sensibilizzazione dei consumatori e delle aziende è fondamentale per aumentare la quantità di materiali avviati al riciclo, trasformando le percentuali attuali in un modello virtuoso per l’economia circolare. Conclusioni: Verso un Futuro Sostenibile Il riciclo dei metalli è una componente essenziale di un’economia sostenibile. Aumentare le percentuali di recupero, sviluppare tecnologie più efficienti e migliorare i sistemi di raccolta sono passi indispensabili per ridurre l’impatto ambientale e garantire un uso responsabile delle risorse naturali. Il futuro del riciclo dei metalli dipende dalla nostra capacità di investire nell’innovazione e di adottare un approccio sistematico che valorizzi ogni risorsa disponibile.© Riproduzione Vietata
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Crisi delle Materie Prime? Come Affrontarla nella Vita QuotidianaCrisi delle Materie Prime? Come Affrontarla nella Vita Quotidianadi Marco ArezioCi sono proclami green in ogni trasmissione televisiva, su internet, sui giornali, sui social, in merito alla necessità di ridurre i rifiuti, non solo plastici, ma di tutte le tipologie.Dagli imballi di carta e cartone degli acquisti on line, al packaging alimentare qualunque esso sia, dagli imballi delle bibite agli elettrodomestici usati, dai telefonini vecchi ai vestiti usati, dalle piastrelle rotte agli scarti alimentari, dai mobili vecchi ai materassi e molte altre cose. Se stiamo piano piano capendo che è necessario fare una raccolta differenziata corretta, per aiutare il sistema del riciclo a ridurre i materiali di scarto, cioè quelle frazioni di materiali che noi gettiamo nella pattumiera ma che non sono riciclabili, per errori di separazione in casa o per caratteristiche del prodotto, dobbiamo anche capire che non tutto è riciclabile, oggi, e che il riciclo ha comunque un impatto ambientale. Il riciclo dei rifiuti è necessario per risparmiare materie prime che preleviamo dalla natura per produrre nuovi materiali, per ridurre i rifiuti non riciclabili che potrebbero essere accumulati nelle discariche, ma, allo stesso tempo, una tale organizzazione industriale che consuma energia ha un senso se il suo impatto ambientale è sostenibile. Per sostenibilità del sistema riciclo tradizionale, intendiamo la contabilizzazione delle percentuali di rifiuti non riciclabili che si producono alla fine del processo, l’analisi delle criticità sulla creazione di queste frazioni non riciclabili, la quantità di energia green utilizzata per lavorare e riprocessare i rifiuti e l’emissione di CO2 del processo. Non è sufficiente oggi aver compreso che i prodotti non vanno buttati ma riciclati, perché a volte sarebbe meglio percorrere altre strade, se possibili, invece che avviare lo scarto al riciclo. In attesa che si consolidi il processo industriale del riciclo chimico, che permette la scomposizione chimica dei componenti di un materiale e la riutilizzazione delle molecole come nuove materie prime, senza generare rifiuti, ci si deve interrogare sul bilanciamento di molti fattori nel trattamento dei rifiuti. Inoltre, in questo periodo in cui i prezzi delle materie prime sono esplosi e c’è una marcata indisponibilità sul mercato, credo non ci sia periodo migliore per analizzare alla fonte il sistema dei consumi che generano, poi, i rifiuti. Il consumismo, nell’era attuale dell’attenzione all’ambiente, non è purtroppo cambiato rispetto al passato, si compra, si usa (poco) e si getta.. (tanto), poi qualcuno riciclerà il prodotto (forse). E’ un approccio sbagliato e negativo per l’ambiente, che comporta la mancata soluzione del problema del consumo delle materie prime naturali, dei costi ambientali del riciclo e dei rifiuti che finiscono in discarica. Non si può colpevolizzare completamente il cittadino disattento al problema, senza tenere in considerazione la scarsa attenzione della politica al sul tema, ma oggi, è necessario lavorare in squadra per migliorare la situazione ambientale e ridurre i costi dei prodotti. Se prendiamo in considerazione i prodotti che generano più rifiuti, possiamo identificare, tra gli altri, gli imballi degli articoli che compriamo, fatti spesso di materiali la cui vita potrebbe essere molto lunga, decenni, ma che li utilizziamo con il principio dell’usa e getta. Le bottiglie delle bibite e dell’acqua in vetro o in plastica, i flaconi dei detersivi o dei prodotti per il corpo, le vaschette alimentari, ecc.. Tutti questi materiali sono fatti con materie prime durevoli e quindi si deve far in modo che non vengano buttati alla fine dell’utilizzo, anche se andrebbero nel flusso del riciclo (oneroso), ma si deve fare in modo che siano restituibili al fornitore per il loro nuovo riempimento o vengano riempite dal cittadino stesso riutilizzando l’imballo. Parliamo quindi di vuoto a rendere per i prodotti da igienizzare e vuoto da riempire, per esempio, per i detersivi o i saponi, posizionando nei negozi boxes per riempire le bottiglie da riutilizzare. Il vuoto a rendere, però, non sempre è conveniente, in quanto implica il trasporto dell’imballo vuoto con un impatto ambientale elevato, quindi, se il punto di ricarica è lontano dal consumatore, potrebbe essere meno gravoso riciclarlo. Qui diventa una responsabilità sociale istruire il cittadino sul vero impatto ambientale di una scelta di acquisto senza permettere le azioni di Greenwashing che il produttore del bene potrebbe fare. Atri due temi importanti riguardano il riutilizzo dei beni e il km. Zero. Molti articoli vengono buttati, senza una reale riduzione delle caratteristiche della funzionalità del prodotto o dell’estetica, per poi comprare di nuovi. Il concetto del riuso dei prodotti non significa andare, saltuariamente, nei mercatini rionali per cercare il prodotto usato, ma creare una rete di raccolta di articoli riutilizzabili, con la collaborazione di produttori, che ricondizionino l’oggetto, lo aggiustino se necessario, ne emettano una garanzia e lo si inserisca nuovamente sul mercato. Un telefonino di ultima generazione può diventale obsoleto dal punto di vista del marketing in poco meno di un anno, ma eccellente e ambito per chi non segue le mode, perché buttalo? Per quanto riguarda il Km. Zero è sempre più necessario, in un’ottica di riduzione delle emissioni di CO2 e per ridurre i costi generali del prodotto, i cui costi di movimentazione sono sempre ricalcolati all’interno del prodotto, cercare di comprare merce prodotta sempre più vicina all’ambito del consumo. Perché comprare una bottiglia di acqua minerale che viene da un luogo distante 500 Km. da me quando ho una fonte che produce un prodotto simile a 50 K.? (o perché non bere l’acqua del rubinetto o andare a riempire l’acqua gassata dai dispenser comunali?). Perché comprare una candela che viene dall’altra parte del mondo quando nel nostro paese ci sono le cererie che le producono, solo per fare degli esempi. Ci potrebbero essere mille altri esempi che riguarderebbero il modo di gestire della nostra mobilità quotidiana, le nostre scelte alimentari, quelle politiche, sociali, culturali, e molte altre. Ricordiamoci che ogni nostra scelta di acquisto crea più o meno inquinamento.Categoria: notizie - plastica - economia circolare - riciclo - rifiutiFoto: WP.F.
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Rifiuti Spaziali: Minaccia in Orbita e Impatti sulla TerraFormazione, quantità e i pericoli per i satelliti essenziali per il monitoraggio climatico, le telecomunicazioni e i dati scientificidi Marco ArezioAbbiamo parlato, in un articolo precedente, dell'inquinamento dei fondali degli oceani ad opera dei detriti delle missioni spaziali lasciati affondare, oggi parliamo dei rifiuti spaziali che orbitano intorno alla terra e del loro pericolo. I rifiuti spaziali, o detriti spaziali, sono una crescente minaccia per le attività in orbita e, indirettamente, per la Terra. Questi frammenti di satelliti dismessi, veicoli spaziali e altri oggetti artificiali continuano a orbitare attorno al nostro pianeta a velocità estreme, creando pericoli non solo per le operazioni spaziali, ma anche per una serie di servizi fondamentali per la vita quotidiana sulla Terra. I servizi meteorologici, le rilevazioni ambientali, le telecomunicazioni e la navigazione satellitare, tutti dipendono da satelliti che operano in orbita. In questo articolo esamineremo come si formano i rifiuti spaziali, quanti ne esistono attualmente e quali problemi possono causare sia nello spazio che sulla Terra. La Formazione dei Rifiuti Spaziali I rifiuti spaziali sono prodotti dalle attività umane nello spazio, che hanno avuto inizio con il lancio del Sputnik 1 nel 1957. Ogni lancio spaziale lascia dietro di sé residui, come stadi di razzi esausti, parti di satelliti e detriti causati da esplosioni o collisioni. Le principali cause di formazione di detriti spaziali includono: Esplosioni in orbita: Componenti come serbatoi di propellente o batterie possono esplodere a causa di guasti tecnici o deterioramento, liberando migliaia di frammenti. Collisioni tra oggetti spaziali: Eventi di questo tipo generano una quantità significativa di frammenti, come dimostrato dalla collisione tra il satellite commerciale Iridium 33 e il satellite russo inattivo Kosmos 2251 nel 2009, che ha generato oltre 2.000 nuovi pezzi di detriti. Satelliti e veicoli dismessi: Numerosi satelliti, una volta conclusa la loro missione, rimangono in orbita per decenni, continuando a rappresentare una potenziale minaccia. Con il crescente numero di lanci commerciali e militari, il volume dei rifiuti spaziali aumenta esponenzialmente, creando un ambiente pericoloso nello spazio attorno alla Terra. Quantità e Distribuzione dei Rifiuti Spaziali Attualmente, si stima che ci siano oltre 36.000 oggetti di grandi dimensioni (superiori ai 10 cm) in orbita, monitorati da reti di sorveglianza spaziale. Inoltre, ci sono circa 1 milione di frammenti di dimensioni comprese tra 1 e 10 cm e oltre 130 milioni di frammenti più piccoli di 1 cm. Anche i detriti di piccole dimensioni possono rappresentare una minaccia significativa a causa delle altissime velocità a cui viaggiano (circa 28.000 km/h). Le principali regioni orbitali: Bassa orbita terrestre (LEO): Tra i 200 e i 2.000 chilometri sopra la superficie terrestre. Qui si trovano la maggior parte dei satelliti per l'osservazione della Terra, delle comunicazioni e della Stazione Spaziale Internazionale. Orbita geostazionaria (GEO): Intorno ai 36.000 chilometri dalla Terra, ospita satelliti per comunicazioni e meteorologici, che operano in posizioni fisse rispetto alla superficie terrestre. Orbita media terrestre (MEO): Tra i 2.000 e i 35.786 chilometri, questa orbita è utilizzata principalmente dai satelliti del sistema GPS. Queste orbite sono diventate sempre più affollate, aumentando il rischio di collisioni che, a loro volta, generano nuovi detriti. Questo fenomeno, noto come "sindrome di Kessler", suggerisce che oltre una certa soglia, il volume crescente di detriti potrebbe innescare una reazione a catena, rendendo alcune orbite impraticabili per lunghi periodi di tempo. Impatti dei Rifiuti Spaziali sulla Terra Sebbene i rifiuti spaziali si trovino in orbita attorno alla Terra, gli effetti delle loro interazioni possono avere un impatto diretto su molti aspetti della nostra vita quotidiana. I satelliti svolgono un ruolo cruciale nella raccolta di dati, nelle comunicazioni e nel monitoraggio della Terra. I detriti spaziali rappresentano una minaccia crescente per questi satelliti, e qualsiasi danneggiamento o perdita di questi asset potrebbe avere conseguenze significative per la Terra. Danni ai Satelliti per il Monitoraggio Meteorologico I satelliti meteorologici forniscono dati essenziali per le previsioni del tempo, il monitoraggio dei cambiamenti climatici e la rilevazione di eventi atmosferici estremi come uragani, tempeste e siccità. I detriti spaziali rappresentano una minaccia per questi satelliti, soprattutto quelli in orbita geostazionaria. Una collisione potrebbe compromettere la capacità di fornire previsioni accurate e tempestive, con gravi ripercussioni su settori come l’agricoltura, la gestione delle risorse idriche e la sicurezza delle popolazioni. Un esempio recente riguarda la Stazione Spaziale Internazionale (ISS), che è stata costretta più volte a effettuare manovre di emergenza per evitare collisioni con detriti spaziali. Se anche i satelliti meteorologici fossero colpiti, ci troveremmo di fronte a ritardi nelle rilevazioni climatiche e a una minore precisione delle previsioni. Interruzioni delle Comunicazioni Globali Molti satelliti per le telecomunicazioni operano in orbita geostazionaria, che è densamente popolata da detriti spaziali. Una collisione con un satellite per telecomunicazioni potrebbe interrompere i servizi di telefonia mobile, internet, televisione satellitare e trasmissioni radiofoniche, causando gravi disservizi in tutto il mondo. Perdita dei Servizi di Navigazione Satellitare I satelliti GPS, che orbitano principalmente in orbita media terrestre (MEO), sono essenziali per la navigazione, sia per le automobili che per i sistemi di trasporto aereo e marittimo. Un’interruzione o una perdita di precisione causata da un danno a uno di questi satelliti potrebbe generare disagi a livello globale, compromettendo operazioni logistiche, la sicurezza dei trasporti e persino il funzionamento di servizi finanziari e infrastrutture energetiche che dipendono dalla sincronizzazione precisa fornita dal sistema GPS. Compromissione del Monitoraggio Ambientale Oltre ai satelliti meteorologici, molte costellazioni di satelliti sono progettate per monitorare l’ambiente terrestre, rilevando livelli di inquinamento, incendi, deforestazione e lo scioglimento delle calotte polari. La loro interruzione potrebbe rallentare la risposta a emergenze ambientali, riducendo la capacità di mitigare catastrofi naturali e antropiche e di analizzare i cambiamenti climatici. Pericolo per le Missioni Umane nello Spazio I detriti spaziali non solo rappresentano una minaccia per i satelliti, ma anche per le missioni spaziali con equipaggio. La Stazione Spaziale Internazionale (ISS), che orbita a circa 400 chilometri sopra la Terra, deve continuamente manovrare per evitare collisioni con frammenti di detriti. Anche un piccolo oggetto potrebbe danneggiare irreparabilmente la stazione o, peggio, mettere in pericolo la vita degli astronauti. Conclusione I rifiuti spaziali rappresentano una sfida crescente per il futuro delle operazioni nello spazio e per la vita sulla Terra. Con l'aumento delle attività spaziali, l’accumulo di detriti continua a peggiorare, minacciando satelliti essenziali per la comunicazione, la navigazione e il monitoraggio del pianeta. Senza un intervento tempestivo, la sindrome di Kessler potrebbe diventare una realtà, limitando l'accesso sicuro allo spazio e mettendo a rischio l'infrastruttura globale che dipende dalle tecnologie satellitari. È fondamentale che le agenzie spaziali, le organizzazioni internazionali e le aziende private collaborino per sviluppare soluzioni sostenibili, come il miglioramento delle tecniche di rimozione dei detriti e l'adozione di regolamenti più stringenti per evitare la creazione di nuovi rifiuti. La salvaguardia dell’orbita terrestre è cruciale non solo per garantire il futuro dell’esplorazione spaziale, ma anche per proteggere i servizi essenziali su cui ogni giorno facciamo affidamento sulla Terra.
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I Rifiuti Urbani Migliorano la Crescita dei PomodoriCon la CO2 recuperata dall'incenerimento dei rifiuti si favorisce il processo di fotosintesidi Marco ArezioA Madrid è andato in scena l'ennesimo raduno oceanico di giovani e meno giovani, capeggiati da Greta, in concomitanza con la riunione Cop25, dal quale è emersa una sonora bocciatura delle aspirazioni ambientaliste, promosse dalla piazza, da parte di un gruppo dei paesi che hanno partecipato alla riunione. Con una serie di rinvii delle decisioni da prendere, in merito al taglio e ai crediti della CO2, al Fondo per i danni causati dai cambiamenti climatici e la ratificazione degli impegni presi in merito all'accordo di Parigi, si sono delineati alcuni blocchi composti da stati con visioni ambientali completamente diverse: Chi non vuole cambiare le cose, anzi, come gli Stati Uniti, vogliono uscire dall'accordo di Parigi per avere mano libera nella gestione del processo di inquinamento. In questo blocco possiamo includere anche l'Arabia Saudita, l'Australia, Brasile e la Russia che non vogliono ulteriori tagli sulle emissioni di CO2. Chi sta lavorando per il rispetto dei limiti imposti a Parigi, in primis l'Unione Europea, che sembra l'unica che si stia impegnando a prendere sul serio il problema del cambiamento climatico. All'interno del suo gruppo però, ci sono dei paesi del blocco dell'Est, capeggiati dalla Polonia, le cui economie sono ancora profondamente legate all'uso del carbone e che, quindi, sono ostili ad ulteriori revisioni al ribasso dei limiti sulle emissioni. Chi sta alla finestra senza prendere sostanziali decisioni, come la Cina e l'india, il cui mercato economico è fortemente legato alla gestione lassista delle normative ambientali (emissioni, rifiuti, riciclo, riuso, scarichi industriali e urbani). Nel frattempo l'Europa, chiaccherando forse meno, sotto la spinta delle direttive del parlamento in fatto ambientale, ha liberato una serie di energie propositive, sia imprenditoriali che accademiche, che vogliono studiate e sfruttare nuove idee nel campo della gestione dei rifiuti e del risparmio energetico. Una di queste prevede il recupero della CO2 che viene generata dall'incenerimento di quei rifiuti non riciclabili, per usi civili. Questa operazione ha degli indubbi vantaggi diretti ed indiretti: - L'operazione di incenerimento di rifiuti, che andrebbero in discarica, non crea emissioni di CO2 in ambiente in quanto viene completamente recuperata e riutilizzata. - Con l'attività di incenerimento si può fornire energia elettrica e riscaldamento alle città limitrofe all'impianto, risolvendo il problema dei rifiuti locali. - La CO2 recuperata viene utilizzata, tra l'altro, per attività agricole, in certi periodi, dell'anno e per ridurre i costi della gestione dell'impianto. Ma come avviene questa applicazione nel campo agricolo? I fumi prodotti dalla combustione dei rifiuti urbani hanno un contenuto di anidride carbonica che oscilla tra il 5 e il 20%, oltre ad altre tipologie di gas come l'ossigeno, gli ossidi di zolfo, gli ossidi di azoto e varie frazioni di polvere. Questi fumi vengono convogliati in un impianto specifico che ha lo scopo di separare la CO2 dagli altri elementi, così da poter avviare il processo di sterilizzazione dell'anidride carbonica, che si otterrà alla fine del ciclo di trattamento, così da renderla utilizzabile per usi industriali e alimentari. Questa separazione avviene facendo passare i fumi in un solvente che ha lo scopo di assorbire la CO2 e respingere gli altri componenti. La soluzione, solvente+CO2, viene avviata in un altro impianto che ha lo scopo di far bollire la soluzione in modo da separare nuovamente il solvente, che rientrerà nel ciclo di produzione, dalla CO2 sotto forma di gas. L'anidride carbonica gassosa passerà in un altro impianto di purificazione e, attraverso una serie di filtri, terminerà il processo di purificazione del gas, passando poi alla fase di compressione della CO2 per portarla ad una consistenza liquida. Questo nuovo elemento liquido verrà poi stoccato e avviato nelle serre per facilitare il processo di crescita dei fiori, delle piante e dei frutti. Infatti questo processo è influenzato dalla temperatura, dalla luce, dall'acqua e dalla CO2 assorbita dalle piante. Ma tra tutti gli elementi sopra citati, è proprio l'aumento della concentrazione di CO2 che influenza in maniera drastica il processo di fotosintesi, infatti un incremento di anidride carbonica doppia rispetto alle concentrazioni naturali, porterà ad uno sviluppo maggiore della pianta di circa il 15-20%, a parità degli altri parametri nutrizionali. La concimazione carbonica, così chiamata, ingenera un incremento della crescita di molte specie vegetali, ma i risultai più evidenti si notano nell'aumento della qualità del prodotto e la riduzione dei cicli produttivi.Categoria: notizie - rifiuti - economia circolareVedi maggiori informazioni sul riciclo
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E-waste: il riciclo della sopravvivenzaE-waste: quando il lavoro pericoloso viene fatto dai poveridi Marco ArezioComputer, frigoriferi, televisori, telefonini, batterie, cavi, forni a microonde, condizionatori e schermi, sono questi i rifiuti elettronici da cui si ricavano i metalli preziosi per essere rivenduti. Ma per disfare i rifiuti elettronici (RAEE) in modo economico e senza vincoli ambientali si è creata un’economia clandestina fatta di persone alla soglia della sopravvivenza che per pochi soldi passano dalla disperazione ad una pericolosa quotidianità. Di siti sparsi nel mondo ce ne sono tanti, dai più vicini all’Europa come la Palestina ai più lontani come le periferie delle grandi città Africane o del sud est Asiatico. Il filo conduttore di questi traffici hanno motivi comuni, si creano piccole, ma numerose discariche abusive, che sfuggono al blando controllo delle autorità locali (in alcuni casi i controlli non esistono proprio), nelle quali vengono riversati questi oggetti provenienti dal consumismo moderno venendo smontati per recuperare ciò che di valore c’è all’interno. I metodi di riciclo dei rifiuti elettronici sono arcaici e creano un tasso di inquinamento altissimo a causa della dispersione nel terreno degli acidi delle batterie, dei liquami che derivano dall’incenerimento dei cavi in plastica che avvolgono i trefoli di rame, dall’inquinamento dell’aria a causa di questi fumi che, giorno dopo giorno, oscurano i cieli in cui abitano le stesse famiglie dei lavoratori. Ma cosa si trova all’interno di un telefonino? – ABS 30% – Rame 15% – Resine epossidiche 8% – Ferro 3% – Silicone 10% – Ceramica 16% – Altro 18% Le popolazioni povere che vivono di questa economia sommersa subiscono l’incremento dei tumori, l’elevato tasso di piombo nel sangue, l’avvelenamento dei raccolti a causa di terreni ormai compromessi dagli agenti chimici sversati quotidianamente. I controlli da parte delle autorità in molti casi sono inesistenti in quanto la povertà di alcune zone del nostro pianeta sembra giustifichi un’economia corrotta e ammorbante, dove viene preposta la sopravvivenza immediata rispetto agli effetti di medio periodo dell’inquinamento sulle persone e sull’ambiente in cui abitano. La teoria del poter “mangiare oggi” sembrerebbe un placebo a tutti i mali, senza considerare che le tecniche e gli impianti per un riciclo corretto dell’e-waste evidentemente ci sono ma il mercato preferisce lucrare un prezzo di riciclo più basso sulle spalle della gente povera, senza ulteriori prospettive e soprattutto silenziosa.Categoria: notizie - plastica - economia circolare - e-waste - RAEE - rifiuti elettroniciVedi maggiori informazioni sull'eWaste
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