La Tecnologia Satellitare per il Controllo dei Progetti di RiforestazioneQuando ambiente e scienza spaziale si uniscono per migliorare la nostra vitadi Marco ArezioI progetti di decarbonizzazione ad opera delle aziende internazionali produttrici di beni o servizi, che hanno sottoscritto l’impegno alla compensazione delle emissioni di CO2, sono spesso realizzati in zone non sempre di comodo accesso, oppure lontane dalle aziende responsabili dei progetti. Infatti, la piantumazione di vaste aree di territorio non può essere solo sulla carta, sbandierate come una chiave di marketing per convincere i clienti e i consumatori delle buone intenzioni circa la decarbonizzazione degli impatti sull'ambiente delle aziende. La riforestazione deve essere iniziata, attraverso la messa a dimora delle specie arboree corrette, nelle quantità stabilite per creare il bilanciamento carbonico, ma deve anche essere seguita, passo dopo passo essendo un progetto su un medio-lungo periodo. Per queste necessità la tecnologia satellitare ci viene incontro, ci semplifica il lavoro, in quanto è possibile realizzare immagini estremamente ravvicinate dell’area, fino a 30 cm. e raccogliere le informazioni corrette sull’andamento del progetto e sullo stato di salute dell’area piantumata. Questa tecnologia, attraverso i satelliti Pléiades Neo di Airbus, ha permesso alla Nestlé di potere creare un controllo efficacie sulle aree di approvvigionamento del proprio caffè, situate nelle provincie di Ranong e Chumphon nel sud della Thailandia. Questo approccio aiuterà Nestlé a certificare la quantità di carbonio che sta rimuovendo dall'atmosfera attraverso il suo Global Reforestation Program, un pilastro fondamentale del suo progetto per il raggiungimento delle emissioni zero entro il 2050. Magdi Batato, vicepresidente esecutivo e responsabile delle operazioni di Nestlé, ha dichiarato: "Le foreste sono spesso soluzioni attive basate solo sulla natura, perché utilizziamo la natura come soluzione per contribuire a ridurre le nostre emissioni. Coltivare alberi vicino alle nostre località di approvvigionamento del caffè è una parte essenziale della nostro programma a favore del clima, oltre alla decarbonizzazione delle nostre attività partendo dai fornitori delocalizzati. Attraverso il nostro programma di riforestazione globale, miriamo a piantare e far crescere 200 milioni di alberi presso i nostri punti di fornitura entro il 2030. Il nostro obiettivo è rimuovere 2 milioni di tonnellate di CO2e attraverso questi progetti”. La tecnologia satellitare Pléiades Neo di Airbus, utilizzato nelle due provincie Tailandesi, monitorerà circa 150.000 alberi da ombra nelle fattorie da cui Nestlé si rifornisce di caffè, per un periodo di 20 anni. Gli alberi da ombra aiutano a prevenire la sovraesposizione del caffè al sole, aumentano la resa e la produttività a lungo termine, rimuovendo anche il carbonio dall'atmosfera. Sulla base di questa esperienza, Nestlé determinerà se espandere l'approccio ad altre sedi in tutto il mondo. L’uso di questi satelliti, utilizzati anche per il controllo della deforestazione dilagante in molti paesi dell’America Latina e del sud est asiatico, trovano adesso un’altra proficua applicazione per monitorare la riforestazione delle aree di maggiore interesse bioclimatico.Fonte Nestlé
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I Paesi Modello nella Sostenibilità Ambientale: Esempi di Eccellenza VerdeDalla Scandinavia alla Costa Rica, scopriamo le nazioni che stanno guidando la lotta contro il cambiamento climatico e promuovendo uno sviluppo ecologicodi Marco ArezioIl dibattito sulla sostenibilità ambientale è oggi uno dei temi più urgenti e rilevanti a livello globale. Il cambiamento climatico, la perdita di biodiversità, l'inquinamento e l'eccessivo sfruttamento delle risorse naturali stanno mettendo a dura prova la salute del pianeta. In questo scenario complesso, diversi paesi stanno dimostrando un impegno concreto nel promuovere politiche e iniziative volte a ridurre l'impatto ambientale, a proteggere la natura e a salvaguardare le risorse per le generazioni future. Ogni anno, l'Università di Yale pubblica l'Environmental Performance Index (EPI), una classifica che valuta le performance ambientali dei paesi di tutto il mondo. L'indice prende in considerazione vari fattori, tra cui la qualità dell'aria, la gestione delle risorse idriche, la biodiversità e le strategie per contrastare i cambiamenti climatici. Questa graduatoria non solo evidenzia le nazioni che eccellono in questi ambiti, ma funge anche da strumento per misurare i progressi nel tempo e individuare le aree che richiedono miglioramenti. In questo contesto, alcuni paesi si distinguono nettamente per le loro azioni virtuose. Queste nazioni hanno adottato politiche innovative, investito in energie rinnovabili e implementato pratiche sostenibili che possono fungere da modello per il resto del mondo. Di seguito, vedremo alcune delle nazioni che hanno raggiunto livelli eccezionali di sostenibilità ambientale e che rappresentano esempi concreti di come la transizione ecologica sia non solo possibile, ma necessaria. Paesi scandinavi (Islanda, Norvegia, Svezia, Finlandia) Il Nord Europa, e in particolare la Scandinavia, è da tempo un esempio di eccellenza nella tutela ambientale. I paesi di questa regione hanno sviluppato una forte cultura del rispetto per la natura, integrata nelle loro politiche pubbliche e pratiche quotidiane. In Finlandia, il termine "jokamiehenoikeus" garantisce a tutti il diritto di godere liberamente della natura, un principio che riflette l'importanza della conservazione degli ecosistemi naturali. Islanda, Norvegia, Svezia e Finlandia non solo sono tra i maggiori produttori di energie rinnovabili, ma hanno anche adottato politiche innovative per ridurre le emissioni di gas serra, migliorare la qualità dell'aria e gestire in modo sostenibile le risorse naturali. Pakistan Il Pakistan, pur essendo uno dei paesi più vulnerabili agli effetti dei cambiamenti climatici, ha compiuto passi significativi nella lotta per la sostenibilità. Iniziative come il "Billion Tree Tsunami" rappresentano uno sforzo ambizioso per riforestare vaste aree del paese, proteggendo la biodiversità e mitigando l'impatto della desertificazione. Nonostante le sfide legate all’innalzamento delle temperature e agli eventi climatici estremi, il Pakistan sta emergendo come uno degli stati più impegnati a contrastare l’impatto dei cambiamenti climatici in Asia. Lussemburgo Il piccolo Lussemburgo è riuscito a ottenere grandi risultati nel campo della sostenibilità. Nel 2020, è diventato il primo paese al mondo a offrire gratuitamente il trasporto pubblico, con l'obiettivo di ridurre la dipendenza dalle auto private e migliorare la qualità dell'aria. Le autorità lussemburghesi hanno inoltre intrapreso un percorso verso l'elettrificazione dei trasporti e la promozione di soluzioni energetiche rinnovabili, dimostrando come anche uno stato di piccole dimensioni possa fare la differenza. Costa Rica Il Costa Rica è un pioniere mondiale nella conservazione ambientale e nello sviluppo sostenibile. Il paese ha raggiunto livelli straordinari nella produzione di energia rinnovabile, tanto che quasi il 100% del suo fabbisogno energetico è soddisfatto da fonti pulite come l'energia idroelettrica, eolica e geotermica. Il governo costaricano ha inoltre adottato politiche lungimiranti per la protezione delle sue foreste pluviali e della sua straordinaria biodiversità, consolidando il paese come un modello di sostenibilità per l'America Latina e il mondo intero. Australia L'Australia, nonostante le sfide poste dai frequenti incendi e dalle condizioni climatiche avverse, ha compiuto passi importanti verso la sostenibilità. Sydney, una delle principali città australiane, ha investito considerevolmente nelle energie rinnovabili, in particolare nel solare, posizionandosi tra le città più ecologiche del mondo. Il paese sta inoltre adottando strategie per la conservazione della fauna e la protezione delle barriere coralline, pur dovendo fronteggiare sfide significative a causa del riscaldamento globale. Cuba Nonostante le difficoltà economiche, Cuba è riuscita a sviluppare un modello di sostenibilità basato sull'agricoltura biologica e sulle energie rinnovabili. Le riforme agricole hanno permesso al paese di ridurre l'uso di pesticidi e fertilizzanti chimici, promuovendo pratiche agricole più naturali e sostenibili. L'isola caraibica è anche impegnata nella protezione della sua biodiversità marina e terrestre, dimostrando come un approccio olistico possa contribuire a uno sviluppo sostenibile. Danimarca La Danimarca è uno dei paesi più avanzati al mondo in termini di energie rinnovabili. La nazione scandinava è da tempo un leader nell'energia eolica, tanto che gran parte del suo fabbisogno energetico è soddisfatto da turbine eoliche onshore e offshore. Inoltre, Copenaghen, la capitale, mira a diventare la prima città al mondo a emissioni zero entro il 2025, grazie a una combinazione di trasporti pubblici ecologici, mobilità ciclabile e tecnologie innovative per il risparmio energetico. Mauritius Situata nell'Oceano Indiano, l'isola di Mauritius ha adottato politiche severe per la protezione delle sue risorse marine e costiere. Negli ultimi anni, ha sviluppato una serie di leggi per contrastare l'inquinamento marino e ridurre l'impatto delle attività economiche sull'ecosistema dell'isola. Tuttavia, eventi come il disastro della nave Wakashio hanno messo in luce le problematiche che Mauritius deve ancora affrontare nella gestione delle sue acque e nella protezione della biodiversità marina. Svizzera La Svizzera è conosciuta per il suo impegno nella conservazione dell'ambiente e la gestione sostenibile delle sue risorse naturali. Il paese ha saputo bilanciare lo sviluppo economico con la protezione del territorio, investendo in architettura verde, energie rinnovabili e agricoltura sostenibile. Inoltre, la Svizzera ha adottato politiche rigorose per la protezione delle sue aree alpine, salvaguardando così uno degli ecosistemi più vulnerabili e importanti del continente europeo.© Riproduzione Vietata
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L’alba ecologica della TanzaniaTanzania: Il governo vieta i prodotti plastici monouso e promuove i centri ecologici Trentatrè, fin’ora, sono gli stati Africani che hanno vietato l’uso dei sacchetti di plastica per cercare di diminuire l’errato uso della plastica nella nostra vita. Dal 1° Giugno 2019 anche la Tanzania si è unito a questo piccolo esercito che tenta di fare qualche cosa per arginare il mare di plastica monouso che sta intasando l’ambiente. Ma il paese sta anche cercando di fare qualche passo in più nell’ambito di un uso coerente e rispettoso della plastica, infatti sta anche studiando come fare a risolvere la problematica dello smaltimento di una produzione giornaliera ingente di rifiuti nelle proprie città. Il problema è così sentito che il governo ha coinvolto tutte le forze nazionali disponibili aprendo un canale di comunicazione anche con le associazioni giovanili ambientaliste. Lo sviluppo demografico delle città, come ad esempio Dar es Salaam, capitale culturale della Tanzania, che ha visto una rapida crescita negli ultimi anni, ed è ha una popolazione di circa 4,3 milioni di persone registrate nell’ultimo censimento nazionale, dispone di un servizio di raccolta dei rifiuti per solo il 30-40% dei suoi cittadini. Il paese produce circa 4.600 tonnellate di rifiuti al giorno con una previsione di salire a circa 12.000 entro il 2025, quindi si capisce che la messa al bando dei prodotti monouso, tra i quali ci sono i sacchetti in plastica, non potesse essere l’unica decisione da prendere in ambito ambientale. Il governo ha deciso di partire dalle scuole per far prendere coscienza ai giovani che i rifiuti, specialmente quelli plastici, siano una risorsa nel loro riutilizzo e che la loro dispersione nell’ambiente sia un lento suicidio collettivo. Inoltre i programmi didattici nelle scuole elementari vogliono valorizzare il giardinaggio, la piantumazione e ogni forma di conservazione dell’ambiente.Approfondisci l'argomento
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Cosa sono i Tensioattivi e che Impatto hanno sull’AmbienteSaponi, detersivi, shampoo, sono solo alcuni esempi di composti che contengono i tensioattividi Marco ArezioCome ogni medaglia esiste un lato brillante e uno scuro, nel nostro caso, oggi, parliamo sia del lato brillante, cioè i prodotti della pulizia che assolvono un compito nobile e doveroso, che del lato scuro, che riguarda l’impatto ambientale dello scarico dei tensioattivi nei fiumi, laghi e mari. Cosa sono i tensioattivi I tensioattivi, noti anche come surfattanti, sono composti chimici che vengono utilizzati comunemente nei detergenti, come lo shampoo, i saponi, i detersivi e molti altri prodotti per la pulizia personale e domestica. La loro principale funzione è quella di abbassare la tensione superficiale tra due fasi immiscibili, come ad esempio l'acqua e l'olio, permettendo loro di mescolarsi in una soluzione omogenea. Questa capacità li rende efficaci per disperdere grasso e sporco, facilitando la pulizia e l'eliminazione delle impurità. I tensioattivi possono essere di diversi tipi: - come anionici - cationici - non ionici - anfoteri ciascuno con proprietà specifiche a seconda dell'applicazione desiderata. Categorie e differenze tra i tensioattivi I tensioattivi possono essere suddivisi in diverse categorie principali in base alla loro polarità e carica elettrica. Le principali categorie di tensioattivi sono: Tensioattivi anionici Questi tensioattivi hanno una carica negativa quando si dissolvono in acqua. Sono comunemente utilizzati nei detergenti per lavanderia e piatti, oltre che nei saponi. Gli esempi includono il solfato di sodio laurile (SLS) e il solfato di sodio laurilsolfonato (SLES). Tensioattivi cationici A differenza degli anionici, i tensioattivi cationici hanno una carica positiva in ambiente acquoso. Sono spesso usati come additivi per ammorbidenti, balsami per capelli e detergenti per tessuti. Esempi di tensioattivi cationici includono i cloruri di ammonio quaternario. Tensioattivi non ionici Questi tensioattivi non hanno cariche elettriche e sono spesso utilizzati in detergenti delicati, come detergenti per pelli sensibili o detergenti per lavastoviglie. Gli esempi includono gli alcoli grassi etossilati (AEO) e i nonilfenoli etossilati (NPE). Tensioattivi anfoteri Possono avere sia cariche positive che negative in diverse condizioni di pH. Sono comunemente utilizzati nei prodotti per capelli, come shampoo e balsami. Un esempio comune di tensioattivo anfotero è il cocamidopropil betaina. Le differenze tra i tensioattivi riguardano principalmente le loro cariche elettriche e le proprietà che queste conferiscono ai composti. Inoltre, il tipo di tensioattivo utilizzato può influire sulla sua efficacia per specifiche applicazioni, come la rimozione di grasso, la schiumosità e la capacità di essere stabile in diverse condizioni di pH e temperatura. La scelta del tensioattivo dipenderà dalle esigenze specifiche del prodotto e dalla sua finalità d'uso. La storia dei tensioattivi L'uso di tensioattivi naturali, come il sapone, risale a migliaia di anni fa. I primi tentativi di pulire e lavare gli oggetti hanno spinto l’uomo all'utilizzo di miscele di oli e grassi di origine animale e vegetale, che contenevano già composti tensioattivi naturali. Questi tensioattivi presenti nel sapone permettevano di ridurre la tensione superficiale dell'acqua, facilitando la pulizia. Tuttavia, la produzione su larga scala di tensioattivi sintetici, come quelli utilizzati oggi, è iniziata nel corso del XX secolo, con importanti sviluppi nella chimica industriale e delle materie prime. Infatti, i primi tensioattivi sintetici furono sviluppati durante la prima metà del XX secolo e vennero utilizzati principalmente nell'industria dei detergenti e dei saponi. Non esiste un singolo inventore dei tensioattivi sintetici, ma il merito va attribuito a molti scienziati e ricercatori che hanno contribuito a sviluppare e perfezionare questi composti chimici nel corso del tempo. La loro scoperta e applicazione hanno avuto un impatto significativo sulla pulizia, igiene e produzione di una vasta gamma di prodotti chimici e beni di consumo moderni. Cosa comporta lo scarico dei tensioattivi nell’ambiente Lo scarico dei tensioattivi nell'ambiente può avere diversi effetti negativi, poiché questi composti chimici possono essere dannosi per gli ecosistemi acquatici e terrestri. Vediamo alcune delle principali problematiche ambientali correlate allo scarico di tensioattivi in ambiente: Inquinamento dell'acqua I tensioattivi possono arrivare nei corpi d'acqua attraverso gli scarichi domestici e industriali. Questi composti possono alterare la tensione superficiale dell'acqua, riducendo la capacità degli organismi di planare o galleggiare. Ciò può avere effetti negativi su alcune specie acquatiche, come insetti o piccoli animali che si muovono sulla superficie dell'acqua per alimentarsi o riprodursi. Tossicità per la vita acquatica Alcuni tensioattivi, specialmente quelli non biodegradabili, possono essere tossici per organismi acquatici come pesci, invertebrati e piante acquatiche. Questi composti possono danneggiare gli organismi presenti negli ecosistemi acquatici, alterando la loro fisiologia e la loro capacità di sopravvivenza e riproduzione. Formazione di schiuma Lo scarico eccessivo di tensioattivi può portare alla formazione di schiuma sulla superficie dell'acqua, specialmente in corrispondenza di fonti di scarico come fiumi o laghi. Questa schiuma può interferire con il trasporto dell'ossigeno, creare ostruzioni e ostacoli per la fauna e diventare un problema estetico. Inquinamento del suolo Se i tensioattivi vengono assorbiti nel terreno, possono contaminare le acque sotterranee o influenzare negativamente i microrganismi del suolo, compromettendo la salute e la fertilità del terreno. Quali sono i tensioattivi biodegradabili I tensioattivi biodegradabili sono composti chimici che possono essere facilmente scomposti e decomposti in modo naturale dagli organismi biologici presenti nell'ambiente, come batteri e altri microrganismi. Questa caratteristica li rende meno dannosi per l'ambiente rispetto ai tensioattivi non biodegradabili, poiché si degradano rapidamente e si trasformano in sostanze meno tossiche. Vediamo quali sono i principali tensioattivi biodegradabili:Tensioattivi a base di zucchero Sono ottenuti da fonti vegetali come il mais, la canna da zucchero o il cocco. Sono considerati biodegradabili e spesso utilizzati in prodotti per la pulizia ecologici e sostenibili. Tensioattivi a base di amminoacidi Sono derivati dagli amminoacidi, i mattoni costitutivi delle proteine. Sono biodegradabili e comunemente usati in prodotti per l'igiene personale, come shampoo e detergenti delicati. Tensioattivi a base di oli vegetali Alcuni tensioattivi possono essere ottenuti dalla saponificazione di oli vegetali come l'olio di palma o l'olio di cocco. Sono biodegradabili e utilizzati in prodotti per la pulizia e per la cura della pelle. Tensioattivi enzimatici Sono basati su enzimi, che sono proteine naturali altamente biodegradabili. Sono spesso utilizzati in detergenti per lavanderia e lavastoviglie. Tensioattivi di origine naturale Alcuni tensioattivi possono essere estratti da fonti naturali come le saponarie (Sapindus spp.) o altri alberi e piante. Quando si scelgono prodotti contenenti tensioattivi, è sempre consigliabile cercare quelli con etichette "biodegradabili" o "ecologici" per contribuire a ridurre l'impatto ambientale del loro utilizzo.
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L’educazione alla Responsabilità Ambientale. La chiesa Diventa GreenCome raccogliere i rifiuti e convertirli in sussidi per i poveri secondo il principio della sostenibilità ambientaledi Marco ArezioLa chiesa di tutto il mondo, spinta dalle indicazioni di Papa Francesco, si sta ponendo il problema di dare un sostanziale contributo attraverso corrette politiche comportamentali e di informazioni sul tema dell’ecologia, dello spreco e dei rifiuti. Ci sono tanti campi in cui la chiesa sta lavorando, dai più visibili a quelli meno appariscenti o sotto gli occhi di tutti. Tra quelli più visibili possiamo citare una scelta fatta dalla Chiesa d’Inghilterra che, in collaborazione con la ditta specializzata nell’abbigliamento ecclesiastico, Butler & Butler, ha lanciato la prima tonaca fatta in fibra di poliestere, creata al 100% con bottiglie di plastica riciclata. Non si tratta di tessuti di ripiego ma di veri e propri prodotti di qualità elevata, soffici e morbidi che non hanno niente da invidiare a quelli tradizionali. Ma l’indicazione da parte del vaticano circa un’educazione familiare alla responsabilità ambientale, tocca vari aspetti della vita dei fedeli: – Evitare gli imballi in plastica non strettamente necessari – Preoccuparsi di separare in modo corretto i rifiuti in casa – Evitare gli sprechi alimentari – Ridurre lo sfruttamento energetico – Minimizzare la produzione di CO2 attraverso la mobilità necessaria – Ridurre il consumo di acqua Nei dibattiti e nelle funzioni religiose il rapporto tra l’uomo e la natura è tornato alla sua centralità, perduta nel tempo e cerca di recuperare un equilibrio, anche spirituale, tra l’ecosistema e la vita umana. Ma le iniziative non finiscono qui. Tra quelle meno visibili, possiamo citare un’iniziativa del Pontefice, che, attraverso la collaborazione con i fondatori di Plastik Bank, società che ha messo a punto un sistema di raccolta della plastica riversata negli oceani, trasformandola poi in moneta, ha avviato iniziative di supporto economico agli indigenti. Considerando che attualmente si conta che circa 9 milione di tonnellate annue di plastica finiscono negli oceani, per un po’ di tempo questa iniziativa sosterrà economicamente un gran numero di persone povere, in attesa che vengano adottate, finalmente, soluzioni ambientali più drastiche in modo che finisca questo scempio ecologico.Approfondisci l'argomento
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L’ambiente Salubre e’ un Nostro DovereDall’antropocentrismo dei diritti a quello dei doveri Dal punto di vista giuridico, possiamo garantire lo sviluppo sostenibile solo affermando che la generazione attuale ha l’obbligo di consegnare a quelle future un pianeta non deteriorato. L’ambiente è saldamente in cima all’agenda della politica e al centro dell’attenzione dei mass media e delle persone comuni. Surriscaldamento globale, Accordo di Parigi, Enciclica del Papa Laudato si’, caso Urgenda, economia circolare: sotto la pressione mediatica e avvinti dalla preoccupazione che nasce dalla percezione soggettiva del climate change, nessuno può oggi chiamarsi fuori dalle discussioni sull’ambiente. Tutti rivendicano la pretesa di vivere in un ambiente salubre e anche il diritto, nelle sue varie articolazioni, si sforza di dare corpo a una tale situazione giuridica, anche per renderla giustiziabile. Ma davvero possiamo accampare diritti e pretese nei confronti della natura? Eventi come i frequenti disastri naturali dimostrano che è un’illusione profonda quella di pretendere giuridicamente di vivere in un particolare contesto naturale (ché questo, tecnicamente, significa essere titolari di un diritto), che sia appunto salubre. E quando l’ambiente o i suoi elementi non sono “salubri” (si pensi agli animali pericolosi), la prospettiva del diritto soggettivo appare insufficiente, né questo deficit di tutela può essere compensato accedendo all’ipocrisia del diritto degli animali: il diritto è una costruzione culturale dell’uomo e l’uomo ne è il protagonista (l’albero può forse agire in giudizio? Chi può ergersi a suo rappresentante?). Guardando il problema dal punto di vista giuridico non possiamo abbandonare l’antropocentrismo. Il problema nasce dal fatto che l’antropocentrismo del diritto all’ambiente salubre non ci soddisfa: rischia di essere un meccanismo un po’ ipocrita, irrigidisce la trama giuridica e appare svuotato di capacità di aggredire i problemi reali o uno strumento troppo forte in mano a pochi eletti. Su di un piano più generale, poi, riflette l’idea di un uomo – dominatore che accampa la pretesa di sfruttare la natura e finisce con il dequotare tutto ciò che non è strumentale al benessere del titolare. La verità è molto più semplice. L’ambiente, per l’uomo, anche giuridicamente, è l’oggetto non già di un diritto, ma di un dovere di protezione, in un’ottica di responsabilità. Basta guardare ai principi della materia ambientale per rendersi conto che essi esprimono un contenuto evidentissimo di doverosità. Anche la protezione degli animali può essere meglio assicurata valorizzando le nostre responsabilità, piuttosto che invocando vuote pretese giuridiche di chi non le potrà mai esercitare. La disciplina di settore, poi, è letteralmente zeppa di doveri. Il principio base di tutti gli altri, lo sviluppo sostenibile, infine, conferma la correttezza di questa prospettiva e mostra che il vero baricentro della disciplina giuridica in materia di ambiente è il dovere di protezione del genere umano: la generazione attuale ha l’obbligo di consegnare alle generazioni future un contesto ambientale non peggiore di quello ereditato. Occorre passare dall’antropocentrismo dei diritti all’antropocentrismo dei doveri. Si tratta di uno scarto soprattutto culturale, che ha l’obiettivo di evidenziare le nostre responsabilità, di vittime o di aggressori. Di fronte all’incertezza scientifica e alla straordinaria complessità del problema, questo atteggiamento impone di agire con saggezza e con estrema prudenza, ciascuno nel proprio specifico ambito di azione: i temi ambientali non possono essere risolti soltanto dall’economia, dall’etica, dalla scienza o dal diritto, imponendosi invece uno sforzo congiunto. Un atteggiamento forse da recuperare dopo l’esaltazione anche deresponsabilizzante dei diritti degli ultimi decenni e che suggerisce di valutare con una certa diffidenza chi, proponendo certezze assolute, pretende di semplificare una questione intrisa di inestricabili valenze etiche e assiologiche. A proposito di rispetto per le generazioni future: come il più contiene il meno, occorre attenzione e cautela anche nei confronti di quella attuale, sicché non convince la prospettiva di indicare qualche suo esponente come il portavoce privilegiato – ma quanto consapevole? dell’ambiente o delle generazioni future, dimensioni che non hanno bisogno di rappresentanti, ma che pretendono sofferto rispetto (voluto è ogni riferimento al caso Thunberg). Fabrizio Fracchia, ordinario presso il Dipartimento di studi giuridici dell’Università Bocconi di MilanoApprofondisci l'argomento
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Dai granchi blu alla bioeconomia circolare: estrazione sostenibile di chitina e chitosano tramite fermentazione battericaCome la minaccia del granchio blu nel Mediterraneo si trasforma in risorsa green grazie alla fermentazione naturale e ai nuovi biopolimeridi Marco ArezioLe coste italiane stanno vivendo una vera e propria rivoluzione, innescata dall’arrivo di un ospite inatteso e indesiderato: il granchio blu (Callinectes sapidus), crostaceo originario delle Americhe, oggi protagonista di una delle più drammatiche invasioni biologiche degli ultimi decenni nel Mediterraneo. Quello che per pescatori e allevatori di molluschi è stato – e resta – un vero flagello, si sta però rivelando, grazie all’innovazione scientifica, una straordinaria opportunità per la bioeconomia circolare e la sostenibilità ambientale. La chiave di questa trasformazione risiede in un processo che unisce scienza, tecnologia e rispetto per l’ambiente: la fermentazione batterica applicata all’estrazione di chitina e chitosano, due biopolimeri dai molteplici usi industriali e ambientali. Ma come si è arrivati a questa svolta? E perché la gestione del granchio blu rappresenta un caso esemplare di come le crisi ambientali possano generare valore? L’arrivo del granchio blu nel Mediterraneo: storia di una minaccia che diventa opportunità Il granchio blu, facilmente riconoscibile per le chele dai riflessi azzurri, ha fatto il suo ingresso nel Mediterraneo attraverso un viaggio silenzioso e quasi invisibile. Le sue larve e le sue uova sono state trasportate dalle navi mercantili insieme alle acque di zavorra, un fenomeno comune a molte specie invasive. Le condizioni ambientali favorevoli, unite all’aumento delle temperature marine, hanno consentito alla popolazione di granchio blu di proliferare con rapidità sorprendente. In poco tempo, il crostaceo ha colonizzato lagune, delta fluviali e tratti costieri, causando gravi danni alla biodiversità locale. Tra le vittime principali ci sono vongole, cozze, piccoli pesci e altri organismi fondamentali per l’ecosistema marino, oltre che per la filiera della pesca italiana. In regioni come Veneto, Emilia-Romagna e Puglia, le perdite per la predazione del granchio blu sono state nell’ultimo biennio davvero ingenti, colpendo duramente l’economia locale. Svolta green: la fermentazione batterica per l’estrazione di chitina e chitosano La crescente emergenza ha stimolato una riflessione profonda sulla gestione sostenibile delle specie invasive. La soluzione più interessante ed ecocompatibile si è rivelata quella di valorizzare i granchi blu attraverso la fermentazione batterica, un processo biotecnologico che consente di estrarre in modo pulito e naturale due polimeri preziosi: chitina e chitosano. Come funziona la fermentazione batterica A differenza dei tradizionali trattamenti chimici, spesso aggressivi e impattanti sull’ambiente, la fermentazione sfrutta l’azione di particolari ceppi batterici per degradare selettivamente le componenti indesiderate del carapace (guscio) dei granchi. In pratica, dopo la raccolta e la pulizia, i gusci vengono immersi in substrati liquidi dove proliferano batteri lattici o altre specie capaci di abbattere le proteine e le sostanze minerali, lasciando intatta la chitina. Durante la fermentazione, i batteri producono enzimi che decompongono le proteine e i sali di calcio, separando la matrice di chitina senza bisogno di ricorrere a sostanze chimiche tossiche. Questa chitina, una volta isolata, può essere convertita in chitosano tramite un processo di deacetilazione, anch’esso realizzabile con metodi dolci o enzimatici. L’approccio batterico si distingue quindi per la sua sostenibilità: riduce la produzione di rifiuti, il consumo di energia e l’impatto ambientale, oltre a permettere la valorizzazione completa di una biomassa problematica. Biopolimeri dai granchi blu: applicazioni e potenzialità Chitina e chitosano ottenuti attraverso la fermentazione dai granchi blu sono materiali di grande interesse per la ricerca e l’industria, in quanto completamente biodegradabili, biocompatibili e dotati di proprietà uniche. Bioplastiche e packaging sostenibile Uno degli impieghi principali riguarda la produzione di bioplastiche compostabili e di materiali da imballaggio per il settore alimentare. Questi film protettivi sono in grado di sostituire la plastica tradizionale, offrendo una soluzione concreta per ridurre l’inquinamento da polimeri sintetici e la dipendenza da fonti fossili. Medicina rigenerativa e farmaceutica Nel campo biomedico, il chitosano è particolarmente apprezzato per le sue proprietà antibatteriche e cicatrizzanti. Viene impiegato per produrre suture, bendaggi, scaffold per la rigenerazione dei tessuti, sistemi di rilascio controllato di farmaci e persino come ingrediente di creme e gel medicali. Purificazione ambientale Le capacità chelanti del chitosano lo rendono ideale per la depurazione delle acque, dove viene usato per rimuovere metalli pesanti, microinquinanti e agenti patogeni da reflui civili e industriali. Cosmesi naturale e nutraceutica Le industrie cosmetiche e nutraceutiche utilizzano chitina e chitosano come agenti idratanti, protettivi e antinfiammatori in prodotti per la pelle, integratori alimentari e formulazioni innovative. Agricoltura bio In agricoltura, il chitosano è già riconosciuto come biostimolante naturale: aiuta la germinazione, rafforza le difese delle piante contro funghi e batteri e permette la riduzione dell’uso di fitofarmaci chimici. Economia circolare e sostenibilità: il nuovo ciclo di vita del granchio blu La valorizzazione dei granchi blu tramite fermentazione batterica incarna perfettamente i principi dell’economia circolare. Una specie invasiva, che danneggia gli ecosistemi e l’economia locale, viene trasformata in una fonte rinnovabile di materiali a basso impatto ambientale. Questo modello ha ricadute positive su più livelli: Controllo della specie invasiva: la raccolta mirata dei granchi blu contribuisce a ridurre la pressione sugli ecosistemi locali. Nuove filiere produttive: si creano opportunità di lavoro e innovazione nelle aree colpite. Rispetto dell’ambiente: la fermentazione batterica è un processo a basso consumo energetico, senza produzione di residui nocivi. Riduzione dei rifiuti: il granchio blu, anziché essere smaltito come scarto, viene pienamente valorizzato. Una lezione dal Mediterraneo: dalla crisi all’innovazione, il futuro dei biopolimeri La vicenda del granchio blu nel Mediterraneo insegna che anche le crisi più complesse possono diventare occasioni di progresso se affrontate con creatività e visione. L’estrazione sostenibile di chitina e chitosano tramite fermentazione batterica rappresenta una strada concreta verso una bioeconomia avanzata, capace di coniugare la tutela ambientale con lo sviluppo industriale. Investire su queste tecnologie significa dare un nuovo valore alle risorse del mare, sostenere la ricerca e contribuire alla lotta contro l’inquinamento da plastica e la perdita di biodiversità. Così il granchio blu, da nemico della pesca e dell’ambiente, può diventare simbolo di una nuova alleanza tra uomo, natura e innovazione.© Riproduzione Vietata
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CO2: la Butto? No la Catturo, la Imprigiono e la RiutilizzoLa CO2 come Risorsa: Cattura, Imprigionamento e Riutilizzo per un Futuro SostenibileL’anidride carbonica è sempre stata additata come un veleno per l’ambiente, dispersa senza criterio nell’atmosfera, distrutti gli ambienti che fungevano da moderatore delle quantità dell’aria, costruiti prodotti che ne emettono in quantità pericolose.Ma c’è un altro risvolto della medaglia che consiste nel considerare la CO2 una vera risorsa da riutilizzare in molti campi civili ed industriali. La CO2, opportunamente trattata, viene usata nel settore alimentare, nelle bibite, nel settore medicale, nella depurazione delle acque, nella lavorazione dei metalli, come gas refrigerante ecologico e in molti altri campi applicativi. Quindi catturarla, imprigionarla, lavorarla e riutilizzarla è un’opportunità importante ma anche una necessità per il bilanciamento carbonico del nostro pianeta. Tra i primi in Italia a realizzare industrialmente un processo di riciclo della CO2 è stata l’azienda Bergamasca Tenaris Dalmine, che attraverso lo stabilimento a Dalmine (Bg), iniziò a trattare questa preziosa materia prima nel settore della lavorazione dei metalli Oggi l’azienda ha aperto una collaborazione con la società Saipem e la Siad, che, attraverso l’acquisto di una innovativa tecnologia Canadese tramite Saipem, utilizza un enzima particolare per la cattura della CO2. Processo che sta interessando l’approfondimento tecnico-scientifico, con studi già in fase avanzata anche il Politecnico di Milano e di Torino. Questa tecnologia riduce notevolmente i costi di post-combustione per la cattura della C02 e permette il suo impiego in moltissimi settori di competenza delle tra aziende. Michele della Botta, Ad di TenarisDalmine, sostiene che questo progetto aiuterà l’azienda nell’obbiettivo di riduzione del 30% delle emissioni di CO2 entro il 2030.
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La Scomparsa degli Uccelli in Europa: Un Campanello d’Allarme per l’EcosistemaAgricoltura intensiva, urbanizzazione e cambiamenti climatici: le cause di una crisi invisibile sui volatilidi Marco ArezioNegli ultimi decenni, l’Europa ha assistito a un preoccupante declino della popolazione aviaria, un fenomeno che ha assunto proporzioni drammatiche. Secondo uno studio condotto da BirdLife International, dal 1980 a oggi sono scomparsi tra i 560 e i 620 milioni di uccelli appartenenti alle specie più comuni. In altre parole, un uccello su sei non è più presente nei nostri cieli, nei campi o nei parchi cittadini. A essere maggiormente colpiti sono il passero domestico, la ballerina gialla, gli storni e le allodole, specie una volta abbondanti e ormai in forte declino. Ma cosa sta causando questa perdita massiccia di biodiversità? Dietro questa crisi si nascondono cause profonde, strettamente connesse alle attività umane: l’agricoltura intensiva, l’uso massiccio di pesticidi, la perdita di habitat e l’inquinamento atmosferico. Anche l’urbanizzazione e i cambiamenti climatici giocano un ruolo significativo, modificando gli ecosistemi in modi che rendono sempre più difficile la sopravvivenza di molte specie. Un declino silenzioso: il ruolo dell’agricoltura e dell’urbanizzazione Uno dei principali responsabili della scomparsa degli uccelli è il modello di agricoltura industriale adottato negli ultimi decenni. La crescente domanda di prodotti agricoli ha portato a una radicale trasformazione dei paesaggi rurali: prati e siepi, un tempo rifugi vitali per molte specie, sono stati eliminati per far spazio a monocolture sterili e prive di biodiversità. Inoltre, l’uso di pesticidi chimici ha avuto un impatto devastante sugli insetti, fonte primaria di nutrimento per numerose specie di uccelli insettivori. Tra i prodotti più dannosi spiccano i neonicotinoidi, sostanze altamente tossiche per gli insetti impollinatori e per gli uccelli che si nutrono di loro. Le città, che potrebbero rappresentare un rifugio alternativo per alcune specie, si stanno rivelando ambienti sempre più ostili. La progressiva cementificazione riduce gli spazi verdi, eliminando fonti di cibo e luoghi sicuri per la nidificazione. Anche l’inquinamento atmosferico ha un effetto nocivo sulla salute degli uccelli, compromettendo la loro capacità respiratoria e riproduttiva. Un ulteriore fattore di disturbo è rappresentato dall’illuminazione artificiale notturna, che interferisce con i cicli biologici di molte specie migratorie, disorientandole durante i loro spostamenti stagionali. Gli effetti della scomparsa degli uccelli sugli ecosistemi La progressiva riduzione della popolazione aviaria non è solo un problema per la biodiversità, ma ha conseguenze dirette sugli equilibri ecologici. Gli uccelli svolgono ruoli cruciali negli ecosistemi: alcuni contribuiscono al controllo biologico degli insetti nocivi, mentre altri, come le specie frugivore, sono fondamentali per la disseminazione dei semi e il mantenimento della vegetazione naturale. Il loro declino potrebbe quindi innescare effetti a cascata sulle catene alimentari, alterando la dinamica tra prede e predatori e mettendo a rischio la stabilità degli ecosistemi. La riduzione della biodiversità aviaria è anche un indicatore dello stato di salute dell’ambiente. Se gli uccelli scompaiono, significa che il loro habitat è sempre più degradato e inospitale. Questo segnale d’allarme dovrebbe spingerci a riflettere su come le nostre scelte economiche e produttive stiano impattando il pianeta. Cosa possiamo fare? Strategie di conservazione e possibili soluzioni Invertire questa tendenza richiede un approccio sistemico che coinvolga politiche ambientali, pratiche agricole più sostenibili e un maggiore impegno da parte della società civile. Una delle prime azioni da intraprendere è una riforma delle politiche agricole europee, incentivando pratiche meno impattanti per la biodiversità. L’agricoltura biologica, che evita l’uso di pesticidi chimici e favorisce la rotazione delle colture, potrebbe rappresentare un’alternativa sostenibile. Inoltre, sarebbe fondamentale ripristinare elementi naturali nei paesaggi agricoli, come siepi, boschetti e zone umide, che forniscono rifugio e risorse agli uccelli. Nelle aree urbane, invece, sarebbe necessario un maggiore impegno per la protezione degli spazi verdi e la riduzione dell’inquinamento atmosferico. Più alberi e meno cemento possono fare la differenza, così come un uso più attento dell’illuminazione notturna per non disturbare le rotte migratorie. Anche i cittadini possono contribuire, ad esempio installando mangiatoie e nidi artificiali nei giardini e sui balconi, offrendo così un piccolo aiuto alle specie in difficoltà. Conclusione: il futuro della biodiversità è nelle nostre mani La scomparsa degli uccelli in Europa non è solo una questione naturalistica, ma rappresenta un sintomo di un problema più ampio: il degrado degli ecosistemi causato dall’attività umana. Se vogliamo fermare questa tendenza, dobbiamo ripensare il nostro modo di produrre cibo, di costruire le nostre città e di interagire con la natura. La conservazione della biodiversità non è solo un dovere morale, ma una necessità per garantire un futuro sostenibile anche per l’uomo. Solo attraverso un impegno collettivo e politiche più attente potremo continuare a vedere e ascoltare il volo e il canto degli uccelli nei nostri paesaggi.ACQUISTA IL LIBRO© Riproduzione Vietata
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La Forestazione Urbana Potrebbe Migliorare i Fenomeni DepressiviCome la presenza di verde urbano può influenzare positivamente la salute mentale nelle città modernedi Marco ArezioFino al periodo antecedente alla rivoluzione industriale, che si può collocare in Inghilterra nella seconda metà del XVIII° secolo e, più ancora, nella seconda rivoluzione industriale alla fine del XIX° secolo, con l’arrivo delle scoperte chimiche, il rapporto che l’uomo aveva con la natura era di complicità e simbiosi.L’uomo sfruttava la terra per il proprio sostentamento ma non arrecava danni così gravi da non permettere all’ambiente di rigenerarsi in modo autonomo, creando un equilibrio tra le azioni antropiche e la consistenza naturale. Ai giorni nostri, di quel rapporto, è rimasto ben poco perché ben poco è rimasto dell’ambiente naturale e, l’uomo, si è abituato a vivere in ambienti che di naturale hanno davvero poco. Città cementificate, con poche aree verdi, dove non si vedono fiori, profumi e animali che ci potrebbero far ricordare da dove veniamo. Alcune città sono sempre più grandi e popolate, in cui la gente vive in agglomerati dormitori, nelle quali si cerca di sopravvivere attraverso delle opportunità di lavoro che in aree esterne non permettono di farlo. Ma anche nelle città definite ricche, del primo mondo, la ricchezza è divisa in modo del tutto “antisociale” creando gruppi di persone che sopravvive e altri che hanno avuto più fortuna o opportunità. La vita in questi ambiti, specialmente in quelli con una densità della popolazione maggiore e con redditi molto diseguali, crea tensioni, paure, angosce insicurezza che molte volte si traduce in forme piò o meno gravi di depressione. A Lipsia, in Germania, hanno studiato il fenomeno della depressione urbana in relazione alla presenza di verde, quindi della densità di piantumazione delle aree abitate. In uno studio, fatto su 9751 cittadini, si è cercato di capire se ci fosse un nesso tra la presenza degli alberi e la quantità di psicofarmaci utilizzati per la cura della depressione rispetto ad altre zone in cui la forestazione fosse assente o inferiore. Si è visto, incrociando le statistiche delle prescrizioni di ansiolitici e antidepressivi agli abitanti presi in considerazione, che la presenza di alberi ad alto fusto e del fogliame lungo le strade e a ridosso delle abitazioni, coincideva con un minore utilizzo in quell’area di farmaci per la salute mentale. Coincidenza? Può darsi, ma c’è un altro dato che potrebbe confutare questa tesi, infatti, controllando altri fattori di rischio per la salute mentale come la perdita del lavoro, problemi sessuali, di età di peso ed economici, si è visto che le aree con più o meno presenza di alberi non influenzavano questi fattori. Si è inoltre scoperto che le specie arboree differenti non giovavano in alcun modo al fenomeno, quindi non si poteva elevare una pianta migliore dell’altra a questo scopo. Ovviamente non è uno studio scientifico, anche perché molte persone depresse non assumono farmaci, quindi sfuggono alle statistiche, ma sicuramente dimostra che la vegetazione intensa nelle città e la presenza di uccelli, migliora l’umore degli abitanti. Ricordiamo poi che gli alberi in città riducono la calura che le costruzioni possono immagazzinare quando sono esposte al sole, aiutando a rendere l’ambiente più fresco, assorbono l’anidride carbonica nell’aria e riducono le polveri.
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Bolsonaro: l’Amazonia è Nostra non VostraLa foresta Amazzonica non è mai stata così minacciata da quando il presidente Bolsonaro vuole imitare Trumpdi Marco ArezioChe l’elezione del presidente Bolsonaro fosse una pessima notizia per la tutela dell’ambiente era una cosa risaputa ma che a soli nove mesi dall’elezione fosse riuscito a collezionare un disastro ambientale in Amazzonia di queste proporzione nessuno sarebbe riuscito a prevederlo. Nella sua politica liberistica coniuga ignoranza sui temi scientifici legati alle risorse ambientali, necessari per la sopravvivenza degli stessi Brasiliani, ad una certa arroganza condita con una lungimiranza politica al quanto discutibile. Dare a Macron del colonialista a seguito del tentativo del presidente francese di far capire l’ovvio a Bolsonaro sembrerebbe una scenetta teatrale poco degna di uno statista. Il business di togliere la terra alla foresta, tramite il fuoco, per permettere agli allevatori di estendere i pascoli intensivi allo scopo di sostenere un’attività, quella della produzione di carne, di per sé tra le maggiori attività inquinanti al mondo, comporta un incomprensibile disegno di autodistruzione che anche i bambini possono facilmente comprendere. La politica del presidente Bolsonaro evidentemente non arriva a tanto, ma preferisce accusare le associazioni ambientalistiche degli incendi con lo scopo di farsi pubblicità o lamentarsi che non ha i mezzi per poter contenere il fuoco nel suo paese. Come sempre, dove la politica non ragiona per il bene dei propri cittadini, sono i cittadini del mondo che possono condizionare e boicottare pacificamente gli interessi economici che sono alla base di questi disastri. Come? Semplicemente continuare a preferire nei propri acquisti prodotti che vengano da filiere alimentari che non abbiano creato danni all’ecosistema. Ricordandoci sempre che la produzione di ossigeno che viene dall’Amazzonia copre il 20% del nostro fabbisogno mondiale e che l’anidride carbonica immessa in atmosfera tramite questi incendi andrà a pesare in modo importante sul riscaldamento globale, che a catena velocizzerà tutta una serie di conseguenze ambientali già molto gravi, sarebbe importante che ognuno facesse la propria parte per contrastare l’accelerazione dell’implosione della specie umana.Approfondisci l'argomento
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Bilanciamento Carbonico e Forestazione nella Repubblica Democratica del CongoTrasformazione di una raffineria in una bioraffineria per trattare biomasse, compensando le emissioni di CO2 e promuovendo lo sviluppo sostenibile in AfricaPer molti decenni, a partire dall’epoca dello schiavismo fino ad arrivare ai tempi moderni, l’Africa è stata troppe volte vista come una cassa bancomat dalla quale si prelevava a piacimento e senza spese, la forza lavoro, le materie prime del sottosuolo, i prodotti delle foreste e il commercio degli animali.Inoltre si lasciavano nel paese rifiuti non riciclabili o poco convenienti dei paesi più avanzati, commerci poco trasparenti di armi e produzioni industriali inquinanti non più accettate in altri paesi. Oggi anche in Africa, qualche passo verso una diversa considerazione del continente si sta facendo, senza però illuderci che i problemi legati al denaro e, quindi, e alle sue distorsioni continua a portare.Dal punto di vista ambientale Total ci racconta un’iniziativa di forestazione nella Repubblica Democratica del Congo che ha lo scopo di compensare l’impronta carbonica che le sue attività estrattive imprimono all’ambiente del continente. Infatti, Total e Forêt Ressources Management hanno firmato un accordo di partnership con la Repubblica del Congo per piantare una foresta di 40.000 ettari sull'altopiano di Batéké. La nuova foresta creerà un serbatoio di carbonio che sequestrerà oltre 10 milioni di tonnellate di CO2 in 20 anni, per essere certificato in conformità con gli standard Verified Carbon Standard (VCS) e Climate, Community & Biodiversity (CCB). Il progetto, finanziato da Total, include pratiche agroforestali sviluppate con le comunità locali per la produzione agricola e l'energia del legno sostenibile. Entro il 2040, una gestione responsabile attraverso il taglio selettivo promuoverà la naturale rigenerazione delle specie locali e fornirà a Brazzaville e Kinshasa legname e compensato. “Con questo progetto sugli altopiani di Batéké, Total si sta impegnando nello sviluppo di pozzi di assorbimento naturali del carbonio in Africa. Queste attività si basano sulle iniziative prioritarie intraprese dal Gruppo per evitare e ridurre le emissioni, in linea con la sua ambizione di arrivare alla compensazione totale delle emissioni di carbonio entro il 2050. Contribuiranno inoltre a mostrare il potenziale naturale del Congo e ad estendere la nostra partnership a lungo termine con il paese, dove siamo presenti da cinquant'anni ", ha affermato Nicolas Terraz, Senior Vice President Africa, Exploration & Production di Total. "Vogliamo sviluppare questi progetti con partner riconosciuti, come FRM, che hanno molto da insegnarci, concentrandoci sulle regioni pertinenti per sviluppare il nostro impegno a lungo termine e contribuire allo sviluppo locale", ha aggiunto Adrien Henry, Vicepresidente Soluzioni basate sulla natura a Total. Il progetto è concepito per produrre molteplici vantaggi sociali, economici e ambientali. La piantumazione di alberi di Acacia mangium e auriculiformis sugli altopiani sabbiosi esposti a incendi ricorrenti creerà un ambiente forestale che, alla fine, aiuterà ad ampliare la biodiversità degli ecosistemi. Il progetto creerà opportunità di lavoro, con un impatto positivo su diverse migliaia di persone. Inoltre, un fondo di sviluppo locale sosterrà iniziative sanitarie, nutrizionali ed educative a beneficio dei villaggi vicini. "Gli oltre 10 milioni di ettari di riserve sugli altopiani di Batéké in Congo offrono un modo fantastico per combattere il cambiamento climatico a livello globale e un'opportunità unica per uno sviluppo socio-economico sostenibile nelle regioni isolate del paese", ha osservato Bernard Cassagne, Presidente e CEO di Forêt Ressources Management. "Questo progetto ambizioso ed esemplare fa parte di PRONAR, il programma nazionale di imboschimento / riforestazione lanciato nel 2011 per espandere la copertura forestale del paese e aumentare la capacità di stoccaggio del carbonio, creare nuove imprese basate sul legno per diversificare l'economia nazionale e favorire l'emergere di una economia verde nella Repubblica del Congo”, ha concluso Rosalie Matondo, Ministro dell'Economia forestale della Repubblica del Congo. Informazioni sulla gestione delle risorse forestaliIl Forêt Ressources Management Group (FRM) è uno dei principali attori nel settore del legno, della silvicoltura e delle piantagioni agroforestali in Africa. FRM ha più di 30 anni di esperienza nella silvicoltura, foreste tropicali e servizi di consulenza per l'industria del legno. L'amministratore delegato e il suo team di ingegneri hanno stretto forti legami con le aziende forestali, i prodotti forestali e le industrie del legno, le autorità locali, la società civile e istituti di credito internazionali in numerosi paesi con grandi sfide forestali per gestire le risorse esistenti o sviluppare nuove risorse attraverso programmi di piantumazione di alberi. Informazioni su Total Nature Based SolutionsIn linea con la sua ambizione di arrivare alle emissioni zero entro il 2050 e parallelamente alle sue iniziative per evitare e ridurre le emissioni, Total ha annunciato la creazione della sua nuova unità Nature Based Solutions (NBS) a giugno 2019 per sviluppare pozzi di carbonio naturali per intercettare le tonnellate rimanenti di CO 2 dalle sue attività industriali. Sostenuto da un budget annuale di $ 100 milioni, l'obiettivo di Total è quello di partecipare allo sviluppo di una capacità di sequestro cattura di almeno 5 milioni di tonnellate di CO2 all'anno a partire dal 2030, contribuendo al tempo steso alla conservazione della biodiversità e allo sviluppo sostenibile delle comunità locali. Approfondisci l'argomentoInfo Total
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Forestazione Urbana: Strategie Verdi per Città SostenibiliBenefici Ambientali, Salute Pubblica e Mitigazione del Cambiamento Climaticodi Marco ArezioLa forestazione urbana rappresenta una strategia fondamentale per migliorare la qualità della vita nelle città. Attraverso la piantumazione di alberi e la creazione di spazi verdi, è possibile ottenere numerosi benefici ambientali, sociali ed economici. Questo articolo esplora i vantaggi della forestazione urbana, concentrandosi sulla salute umana, sulla riduzione degli inquinanti atmosferici e sull'attenuazione delle isole di calore urbane. Verranno inoltre proposte simulazioni su quantità e tipologie di piante necessarie per abitante per massimizzare questi benefici. Forestazione Urbana - Vantaggi sulla Salute Purificazione dell'Aria e riduzione degli inquinantiGli alberi urbani sono essenziali per filtrare gli inquinanti atmosferici, tra cui particolato fine, ozono, biossido di azoto e monossido di carbonio. Uno studio del 2019 ha dimostrato che in una città media europea, piantare almeno tre alberi per abitante può ridurre significativamente la concentrazione di particolato fine nell'aria, migliorando la salute respiratoria della popolazione.Assorbimento di CO2 Gli alberi giocano un ruolo cruciale nell'assorbimento del biossido di carbonio, contribuendo significativamente alla lotta contro il cambiamento climatico. Un singolo albero maturo può assorbire fino a 150 kg di CO2 all'anno. Implementando piani di forestazione urbana, le città possono compensare una parte delle loro emissioni di gas serra.Riduzione del Particolato Fine La capacità degli alberi di trattenere particelle sottili dall'aria è un altro beneficio importante. Studi hanno dimostrato che la forestazione urbana può ridurre le concentrazioni di PM2.5, particolato fine che rappresenta un serio rischio per la salute umana, fino al 20-30%. Attenuazione delle Isole di Calore Urbane Effetto Refrigerante Le isole di calore urbane, aree della città significativamente più calde del loro circondario rurale, sono mitigate efficacemente attraverso la forestazione urbana. La traspirazione degli alberi e l'ombreggiatura contribuiscono a ridurre le temperature ambientali. Un'area ben piantumata può essere fino a 8°C più fresca rispetto a zone urbane senza copertura verde. Incremento del Comfort Abitativo La riduzione delle temperature estive grazie alla presenza di alberi migliora il comfort abitativo e riduce la necessità di condizionamento d'aria, portando a un significativo risparmio energetico. Un'analisi del 2021 ha rivelato che incrementare del 30% la copertura arborea in una città può ridurre il consumo di energia per il raffrescamento fino al 50%. Benefici Psicologici La presenza di spazi verdi urbani contribuisce anche al benessere psicologico, riducendo lo stress e promuovendo attività fisica. Secondo una ricerca pubblicata nel 2020, le persone che vivono entro 500 metri da aree verdi urbane riportano livelli di stress inferiore e una migliore qualità della vita. Strategie di Implementazione: Pianificazione e Gestione La pianificazione e la gestione della forestazione urbana richiedono un approccio olistico che tenga conto di variabili ambientali, sociali ed economiche. Pianificazione Urbana: Integrare la forestazione urbana nelle politiche di pianificazione urbana è essenziale. Ciò include la definizione di zone verdi protette, la creazione di corridoi verdi che collegano diversi spazi verdi della città, e l'implementazione di normative che incoraggiano o impongono la piantumazione di alberi in nuovi sviluppi urbani. Gestione Sostenibile: La manutenzione degli spazi verdi urbani richiede una gestione attenta per garantire la loro sostenibilità a lungo termine. Questo include pratiche di irrigazione efficienti, la scelta di piante adatte al clima locale, e programmi di sostituzione per gli alberi malati o vecchi. Casi Studio: Esempi di Successo Internazionali Casi studio da tutto il mondo dimostrano l'efficacia della forestazione urbana nell'affrontare le sfide ambientali e sociali delle città moderne. Conosciuta come la "Città Giardino", Singapore è un esempio primario di forestazione urbana integrata nella pianificazione città. Attraverso un impegno governativo decennale, Singapore ha trasformato il suo paesaggio urbano in uno degli spazi urbani più verdi del mondo, migliorando significativamente la qualità dell'aria e riducendo le temperature urbane. La città di Milano ha intrapreso il progetto "Forestami" con l'obiettivo di piantare 3 milioni di alberi entro il 2030. Questo progetto punta a incrementare la biodiversità, migliorare la qualità dell'aria e combattere le isole di calore, trasformando Milano in un modello di sostenibilità urbana. Quantità e Tipologia di Piante per Abitante Per realizzare una forestazione urbana efficace, è fondamentale adottare un approccio basato su dati scientifici. Le simulazioni effettuate da studi recenti forniscono linee guida precise su quantità e tipologie di piante per ottenere i massimi benefici in termini di qualità dell'aria, riduzione delle isole di calore e benessere psicofisico. Quantità di Piante: La densità ottimale di piantumazione varia in base alle dimensioni della città e alla sua struttura urbanistica. Generalmente, si raccomanda la piantumazione di almeno 3-5 alberi di grande taglia per abitante. Questo target permette di creare una copertura arborea capillare che può offrire benefici tangibili in termini di riduzione dell'inquinamento e miglioramento del microclima urbano. Tipologia di Piante: La selezione delle specie è critica. Alberi come querce, platani e frassini sono preferibili per la loro grande capacità di assorbimento del CO2 e per la loro efficacia nel filtrare particolato fine dall'aria. Allo stesso tempo, è importante includere specie a foglia caduca per garantire una copertura solare in inverno e ombreggiamento in estate, oltre a specie sempreverdi per un verde urbano costante. Conclusione La forestazione urbana rappresenta una strategia ecologica e sostenibile per affrontare molteplici sfide ambientali e sociali nelle aree urbane. Attraverso la piantumazione mirata e la manutenzione di spazi verdi, le città possono diventare più vivibili, salutari e resilienti ai cambiamenti climatici.
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I Paesi Più Sostenibili al Mondo: Modelli di Innovazione e AmbienteScopri come le nazioni più virtuose stanno trasformando la sostenibilità in realtà attraverso energie rinnovabili, economia circolare e politiche ambientali all’avanguardiadi Marco ArezioIn un’epoca segnata dall’urgente necessità di affrontare le sfide ambientali, come il cambiamento climatico, l'inquinamento e l’esaurimento delle risorse naturali, alcuni Paesi si ergono come esempi virtuosi di sostenibilità. Queste nazioni non si limitano a gestire le emergenze ambientali, ma adottano un approccio proattivo e integrato, dimostrando che è possibile coniugare sviluppo economico, benessere sociale e tutela dell’ambiente. Essere leader in sostenibilità non significa semplicemente avere aria pulita e acqua cristallina. Significa adottare un sistema di gestione che coinvolga l’intera società, dai governi ai cittadini, e che abbracci una visione a lungo termine. Questi Paesi hanno compreso che la sostenibilità non è un lusso o un’opzione, ma una necessità per garantire il futuro delle prossime generazioni. Attraverso un mix di innovazione tecnologica, educazione ambientale e politiche rigorose, hanno trasformato le sfide ambientali in opportunità di crescita. L’importanza di adottare misure concrete non è mai stata così evidente come oggi. Eventi climatici estremi, perdita di biodiversità, innalzamento del livello del mare e inquinamento diffuso rappresentano problemi globali che richiedono risposte immediate. Tuttavia, i Paesi virtuosi dimostrano che affrontare queste questioni non deve significare sacrificare lo sviluppo o la qualità della vita. Al contrario, molti di loro hanno visto migliorare la salute pubblica, l'economia locale e il turismo grazie a un ambiente più pulito e vivibile. Un aspetto cruciale è la capacità di coinvolgere tutti i settori della società. Non si tratta solo di emanare leggi, ma di promuovere una cultura della sostenibilità. Le scuole insegnano ai bambini l’importanza del rispetto per l’ambiente, le aziende adottano modelli di economia circolare per ridurre gli sprechi e i cittadini sono incentivati ad adottare stili di vita più consapevoli, come l’uso di mezzi di trasporto pubblici o l’energia rinnovabile. L’utilizzo di indicatori come l’Environmental Performance Index (EPI) è un ulteriore punto di forza. Questi strumenti analizzano numerosi parametri, come la qualità dell’aria, la gestione dei rifiuti, la conservazione delle risorse naturali e l’accesso a fonti di energia sostenibili, fornendo una visione chiara dello stato di salute ambientale di una nazione. Attraverso questi dati, i Paesi sono in grado di valutare i progressi fatti, identificare le aree di miglioramento e pianificare nuove strategie. Ma cosa rende questi Paesi dei modelli? Non è solo la tecnologia, né soltanto la geografia favorevole: è la combinazione di visione politica, coinvolgimento sociale e innovazione. Ogni nazione virtuosa ha trovato un proprio equilibrio, sviluppando soluzioni che riflettono le sue risorse naturali, il contesto culturale e le sfide specifiche. Alcuni puntano sull’energia rinnovabile, altri sulla protezione della biodiversità, altri ancora su sistemi avanzati di gestione dei rifiuti. Questi esempi di eccellenza dimostrano che la sostenibilità non è un’utopia, ma una strada percorribile. Ogni Paese che aspira a migliorare la propria qualità ambientale può trarre ispirazione da questi modelli, adattando le soluzioni migliori alle proprie realtà. E mentre affrontiamo un futuro incerto, le storie di successo di queste nazioni ci ricordano che il cambiamento positivo è possibile, a patto che ci sia la volontà di agire e un impegno collettivo per preservare il nostro pianeta. Nei paragrafi successivi analizzeremo le caratteristiche distintive di ciascuno di questi Paesi, evidenziando le strategie che li hanno portati a essere tra i leader mondiali nella tutela dell’ambiente. Danimarca: L’Avanguardia della Sostenibilità La Danimarca è leader mondiale grazie a politiche innovative e una visione a lungo termine. La sua energia deriva in gran parte dal vento, con enormi parchi eolici sia sulla terraferma che offshore. Copenaghen, capitale della sostenibilità, è un modello di mobilità urbana, con piste ciclabili integrate e trasporti pubblici elettrici che riducono l’uso delle automobili. Anche le infrastrutture urbane riflettono un design attento alla riduzione dell’impatto ambientale, con soluzioni per il riciclo dell’acqua e spazi verdi rigeneranti. Regno Unito: Innovazione e Foreste Rinnovabili Nel Regno Unito, la transizione verso l’energia pulita è guidata da una crescente dipendenza da fonti rinnovabili come l’eolico e il solare. Il governo ha investito in programmi per ampliare le foreste nazionali, che svolgono un ruolo cruciale nel contrastare le emissioni di CO₂. Inoltre, le città britanniche stanno adottando infrastrutture verdi, con particolare attenzione alla qualità dell’aria nelle aree urbane. Finlandia: La Perfezione nella Gestione delle Risorse La Finlandia eccelle grazie alla sua gestione responsabile delle risorse naturali, come acqua e foreste. La qualità dell’aria e dell’acqua è tra le migliori al mondo, grazie a un controllo rigoroso delle attività industriali e a un sistema energetico orientato verso fonti rinnovabili. La cultura ambientale è radicata nel sistema educativo, incoraggiando uno stile di vita consapevole sin dalla giovane età. Malta: Piccola ma Potente Nonostante le sue ridotte dimensioni, Malta ha fatto notevoli progressi nel miglioramento della gestione dei rifiuti e delle risorse idriche. L’isola punta a un turismo sostenibile e alla riduzione dell’inquinamento industriale, investendo in tecnologie che migliorano la qualità dell’ambiente. Svezia: Economia Circolare e Biodiversità La Svezia è un esempio di economia circolare. Con oltre il 50% dei rifiuti riciclati, il Paese utilizza energia geotermica e idroelettrica per alimentare gran parte delle sue attività. Le foreste, che coprono gran parte del territorio, sono gestite in modo sostenibile per garantire la biodiversità e fornire risorse senza compromettere l’ambiente. Lussemburgo: Mobilità Sostenibile Il Lussemburgo si distingue per il trasporto pubblico gratuito, alimentato in gran parte da energia rinnovabile. Nonostante le sue dimensioni, il Paese ha dedicato ampie risorse alla protezione delle aree verdi e alla promozione dell’agricoltura biologica, riducendo l’impatto dei pesticidi. Slovenia: La Fusione tra Natura e Innovazione Con oltre metà del territorio coperto da foreste, la Slovenia è una delle nazioni più verdi d’Europa. Lubiana, la capitale, è un simbolo di sostenibilità urbana, grazie a un sistema avanzato di gestione dei rifiuti e una mobilità dolce che riduce l’uso dei veicoli privati. Svizzera: Precisione ed Efficienza Ecologica La Svizzera è sinonimo di eccellenza nella gestione delle risorse naturali. Grazie all’uso diffuso delle energie rinnovabili e a un rigoroso controllo dell’inquinamento, il Paese ha raggiunto standard elevatissimi nella qualità della vita e nella tutela ambientale. Austria: Città Verdi e Agricoltura Biologica L’Austria bilancia perfettamente modernità e rispetto per la natura. Le città, come Vienna, vantano una combinazione di infrastrutture tecnologiche e ampie aree verdi. Il Paese promuove attivamente l’agricoltura biologica e l’uso sostenibile delle risorse. Islanda: Il Paradiso dell’Energia Pulita Grazie alla sua posizione geografica unica, l’Islanda utilizza risorse geotermiche e idroelettriche per alimentare l’intero Paese. La natura incontaminata e la tutela degli habitat sono priorità nazionali, rendendo l’Islanda un modello globale per la gestione sostenibile dell’energia. Questi Paesi dimostrano che un cambiamento positivo è possibile con una visione chiara, politiche mirate e il coinvolgimento collettivo. Ogni nazione ha trovato il proprio equilibrio, adattando soluzioni innovative alle proprie risorse e realtà locali. I loro successi offrono una guida per affrontare le sfide globali, mostrando che sostenibilità e progresso possono andare di pari passo.© Riproduzione Vietata
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La crisi dell’acqua: una risorsa vitale sempre più a rischio. La lezione della CaliforniaSiccità, sprechi e cambiamenti climatici stanno prosciugando le riserve idriche globalidi Marco ArezioL'acqua, da sempre sinonimo di vita, è oggi una risorsa a rischio per milioni di persone in tutto il mondo. La sua disponibilità, distribuzione e qualità sono messe a dura prova da una combinazione di fattori storici, economici, climatici e culturali. Nonostante rappresenti meno dell'1% del totale dell'acqua presente sulla Terra, quella dolce è essenziale per l'agricoltura, l'industria, la vita quotidiana e la sopravvivenza degli ecosistemi. Tuttavia, l'idea che l'acqua sia una risorsa infinita ha alimentato per decenni pratiche di sfruttamento insostenibili, portando molte aree del pianeta a uno stato di emergenza idrica. La carenza d’acqua, spesso percepita come un fenomeno distante e legato esclusivamente a regioni aride o desertiche, sta invece diventando un problema globale. Dai bacini idrici della California agli affluenti del Nilo, passando per le falde sotterranee del Medio Oriente, la domanda di acqua dolce supera di gran lunga le capacità naturali di rigenerazione delle riserve idriche. Questa crisi non riguarda solo il mondo in via di sviluppo: anche paesi ricchi e tecnologicamente avanzati, come gli Stati Uniti, stanno affrontando situazioni di scarsità che mettono a nudo le fragilità di sistemi di gestione idrica obsoleti e non sostenibili. A rendere ancora più complessa la situazione è il cambiamento climatico, che modifica drasticamente i cicli naturali dell'acqua. Lunghi periodi di siccità, alternati a eventi meteorologici estremi come inondazioni improvvise, stanno riducendo la prevedibilità e la stabilità delle riserve idriche, rendendo difficile per governi e comunità pianificare e gestire l'uso delle risorse. Inoltre, l'espansione delle aree urbane, l'agricoltura intensiva e l'industria aggravano la pressione sui bacini idrici, con conseguenze devastanti per gli ecosistemi, l'economia e la salute pubblica. L’intensità e la frequenza delle crisi idriche in molte parti del mondo, come evidenziato dal caso californiano, mettono in luce quanto sia urgente ripensare il nostro rapporto con l’acqua. Non si tratta solo di un problema ambientale, ma di una vera e propria questione di giustizia sociale ed economica. L'accesso all'acqua potabile è riconosciuto come un diritto umano dall'ONU, ma miliardi di persone continuano a soffrire per la sua mancanza, vittime di sprechi, politiche inefficaci e conflitti per il controllo delle risorse. In questa cornice globale, la crisi idrica californiana assume una particolare rilevanza, non solo per la gravità della situazione ma anche perché rappresenta un simbolo delle contraddizioni e delle sfide affrontate da altre aree del mondo. La California, terra di opportunità e innovazione, è diventata uno specchio delle conseguenze di un uso irresponsabile dell'acqua: laghi prosciugati, costi in aumento per le famiglie e danni irreversibili agli ecosistemi. Questo scenario invita a riflettere su quanto il problema sia sistemico e richieda soluzioni integrate che coinvolgano tecnologia, politiche pubbliche e un cambio di mentalità collettivo. California: un caso simbolo di emergenza idrica Negli ultimi decenni, la California si è trovata ad affrontare una grave crisi idrica che incarna la tensione tra sviluppo urbano e disponibilità limitata di risorse naturali. L'articolo citato mette in luce come la metropoli consumi quantità enormi di acqua per scopi non essenziali, contribuendo al prosciugamento dei principali bacini idrici dello stato, come il lago Owens e il bacino del Colorado. Questi fenomeni, accelerati dai cambiamenti climatici, si traducono in un peggioramento della qualità dell'aria, con polveri sottili che si sollevano dai letti asciutti dei laghi, aumentando i rischi per la salute pubblica. Nonostante l’aumento dei costi delle bollette e l’introduzione di sanzioni per chi esagera con le irrigazioni, le politiche di gestione dell'acqua rimangono inefficaci per affrontare la profondità del problema. La situazione è ulteriormente aggravata dalla pressione esercitata dall'agricoltura intensiva, che rappresenta una delle principali voci di consumo idrico dello stato. Radici storiche di un problema globale Le crisi idriche non sono fenomeni nuovi. Fin dall'antichità, la gestione inefficace delle risorse idriche ha portato al declino di molte civiltà. La Mesopotamia, ad esempio, vide una drastica riduzione della fertilità dei suoi terreni a causa della salinizzazione provocata da sistemi di irrigazione mal progettati. Con l'avvento della rivoluzione industriale, la pressione sulle risorse idriche è cresciuta, alimentata dalla necessità di acqua per la produzione industriale e l'espansione urbana. Tuttavia, l'attuale emergenza idrica globale è senza precedenti per scala e impatti. Il cambiamento climatico, combinato con la crescita demografica e l'urbanizzazione rapida, ha portato a una domanda d'acqua insostenibile in molte aree del mondo. La California ne è solo un esempio, ma situazioni analoghe si riscontrano in regioni come il Medio Oriente, l'India e il Sudafrica. Le conseguenze ambientali e sociali Il prosciugamento dei laghi e dei fiumi non ha solo ripercussioni sull'ecosistema naturale, ma influisce anche direttamente sulla qualità della vita umana. In California, la siccità ha portato alla riduzione della fauna ittica, alla perdita di biodiversità e all'impoverimento dei terreni agricoli. Inoltre, l'aumento delle polveri sottili, sollevate dai letti asciutti dei laghi, rappresenta una grave minaccia per la salute pubblica, causando malattie respiratorie e cardiovascolari. Dal punto di vista sociale, le conseguenze della crisi idrica sono altrettanto devastanti. La riduzione delle risorse disponibili crea tensioni tra comunità urbane e rurali, alimenta disuguaglianze economiche e porta al dislocamento forzato di intere comunità, in particolare nelle aree più povere del pianeta. Lezioni dalla crisi californiana La situazione in California offre importanti lezioni sulla necessità di un approccio sostenibile alla gestione delle risorse idriche. Tra le misure da adottare vi sono: Politiche di risparmio idrico: Incentivare l'uso responsabile dell'acqua tramite campagne di sensibilizzazione e penalizzazioni per gli sprechi. Investimenti tecnologici: Sviluppare sistemi di irrigazione più efficienti e tecnologie di riciclo e desalinizzazione dell'acqua. Protezione degli ecosistemi: Riconoscere l'importanza di preservare laghi, fiumi e zone umide come parte integrante del ciclo idrico naturale. Un futuro incerto, ma non inevitabile La crisi idrica globale richiede risposte rapide e coordinate. Sebbene il problema sia complesso, esistono soluzioni praticabili che, se implementate su larga scala, possono mitigare gli effetti della siccità e garantire un uso più equo e sostenibile delle risorse idriche. La sfida è enorme, ma non possiamo permetterci di ignorarla: la gestione dell'acqua è la chiave per il futuro della vita sul nostro pianeta.© Riproduzione Vietata
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La 24 Ore di Le Mans Iscriverà solo Auto con Carburante RinnovabileVediamo come, nella più iconica delle competizioni d'auto, la 24 Ore di Le Mans, si useranno solo biocarburantidi Marco ArezioLa gara automobilistica che si svolge ogni anno, nel mese di Giugno, presso il circuito di Le Mans in Francia è nata nel 1923 e, non c’è dubbio, ha fatto la storia delle competizioni sportive delle auto. Attraverso le competizioni, l’industria automobilistica si metteva in luce verso i propri clienti, utilizzando le corse come veicolo pubblicitario per i propri modelli di serie. Ricordiamo nomi eccellenti dell’industria dell’auto come la Ferrari, l’Alfa Romeo, la Bugatti, la Ford, la Bentley, la Jaguar, la Mercedes e molte altre marche, e più recenti, che hanno calcato il prestigioso circuito. Alcuni piloti sono diventati oramai leggenda, come Tazio Nuvolari, Luigi Chinetti, Phil Hill, Olivier Gendebien, Ludovico Scarfiotti, Lorenzo Bandini, Bruce McLaren, Chris Amon, Jacky Ickx, Henri Pescarolo, Gérard Larrousse, Jean-Pierre Jaussaud, Didier Pironi, Michele Alboreto, Stefan Johansson, Tom Kristensen e molti altri che si sono sfidati a velocità folli per far vincere il proprio team. La gara ha visto anche delle enormi tragedie, come l’incidente avvenuto nel 1955 quando una Mercedes, volò letteralmente oltre la pista, atterrando tra la folla che seguiva la gara. Ci furono 83 morti e 120 feriti. Ma la competizione di Le Mans è sempre stata vista come la battaglia tecnologica tra le case costruttrici che, attraverso le gare, volevano sottolineare la capacità industriale e la maestria nel produrre modelli vincenti, veloci e carismatici. I clienti di auto si identificavano, come nel calcio, con il proprio marchio preferito, supportandone le gesta e, i fortunati che potevano permettersi macchine così prestigiose, ne facevano uno status symbol. L’intreccio tra industria e sport è durato per molto tempo, nonostante da un po' di anni le case automobilistiche sono viste come produttori di mezzi inquinanti e, quindi, si è allentato quel forte sodalizio passionale che c’era prima con le auto. In realtà oggi si vuole cercare di conservare quella passione per il motore endotermico, che ha sempre affascinato il pubblico, cerando carburanti che siano pienamente rispettosi dell’ambiente e non di derivazione petrolifera. Infatti, secondo le informazioni di Total, si è realizzato un biocarburante composto da residui delle lavorazioni agricole, come le vinacce e le fecce, chiamato Excellium Racing 100, che è stato approvato dalla FIA come carburante adatto alle competizioni. Soddisfa inoltre le direttive delle case automobilistiche per quanto riguarda i motori, dei piloti per la guidabilità e dell’ente europeo sulle energie rinnovabili (RED). Tutte le 60 auto che correranno la gara di Le Mans nel 2022 saranno rifornite questo carburante ecologico, dimostrazione che passione e ambiente sono conciliabili, se si vuole.
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La tutela dell’ambiente nelle indicazioni delle religioni monoteisteCristiani, Buddisti, Islamici, Induisti ed Ebrei, in forme diverse, uniti per preservare il mondodi Marco ArezioLa tutela dell’ambiente è entrata prepotentemente negli obbiettivi divulgativi delle principali religioni monoteiste mondiali, non che sia una novità da trattare in un tempo di pericolo per il nostro pianeta, ma una forma di rinnovo degli antichi insegnamenti sul rapporto tra l’uomo e la terra. Le forme comunicative possono essere diverse, le prospettive per guardare i problemi possono mutare, gli argomenti possono essere esposti partendo da più lontano o da più vicino, ma il punto comune delle principali religioni monoteiste è il rispetto per il creato. Cinque anni fa, Papa Francesco, diffondeva l’Enciclica Laudato Si, che è interamente dedicata alla custodia del pianeta, riprendendo il Cantico delle Creature scritto da San Francesco in ammirazione del creato. Trattando gli argomenti in maniera pastorale e non scientifica, nell’enciclica si parla di inquinamento e cambiamenti climatici, del rapporto con l’acqua, della biodiversità, della degradazione sociale, dell’iniquità, della debolezza nelle reazioni e della diversità di opinioni. Nelle religioni orientali, Buddiste ed Induiste, a differenza delle altre, il concetto della logica cosmica contempla l’uomo come parte del creato, con un rapporto paritetico ed interdipendente con la natura e quindi, in una logica ambientalista, la tutela dell’habitat è parte integrante della vita dei fedeli. Per gli Induisti il rispetto e la cura dell’ambiente sono prima di tutto una questione spirituale di approccio alla vita, ed in seconda istanza una questione etico-morale di natura sociale e civile. La spiritualità individuale induista trae linfa dal contesto naturale in cui il fedele vive e, l’ambiente, è uno dei mezzi che portano il fedele alla conoscenza della felicità. Per i Buddisti ogni entità, animale, umana o vegetale, non è rappresentabile come essere indipendente da ciò che la circonda, perché tutti i fenomeni esistenziali sono interdipendenti fra di loro. I Buddismo nega ogni forma di violenza su qualsiasi essere e proclama il rispetto per la vita sotto tutte le forme in cui si manifesta. L’Ebraismo interviene in maniera determinante nelle politiche sociali per quanto riguarda il rispetto della natura in cui si vive, che è rappresentata all’interno della Torah, la dottrina scritta tremila anni fa, in cui si insegnava a vivere nel rispetto delle risorse naturali ed in armonia con l’ambiente. Gli ebrei sono attenti a non abbattere alberi, deviare il corso dei fiumi, istallare produzioni vicino ai centri abitati che possano creare inquinamento, sprecare l’acqua e altre restrizioni. La religione Islamica, attraverso la legge morale, porta il fedele alla sensibilizzazione del riciclo dell’acqua, alla condivisione dei mezzi di trasporto, alla consumazione di cibo locale, l’uso dei pannelli solari sulle moschee, alla stampa del Corano anche su carta riciclata e ad altri indirizzi ecologici. Nel Corano ricorrono spesso metafore, come quella dell’acqua, dove Dio chiede conto agli uomini dei loro comportamenti nei confronti dell’ambiente che ha creato, ed essendo l’uomo un messaggero di Dio, deve sentirsi in obbligo di conservare quanto a ricevuto. Inoltre consiglia il pellegrinaggio alla Mecca, a cui ogni mussulmano una volta nella vita deve arrivare, attraverso un viaggio eco sostenibile. Alla Mecca ogni anno si prevedono circa 2 milioni di Fedeli e le indicazioni che vengono fornite ai fedeli riguardano anche l’attenzione alle bottiglie di plastica e gli incarti per gli alimenti consumati. In generale possiamo dire che l’aspetto ecologico permea ogni area ecclesiologica e dogmatica, in quanto l’aspetto spirituale e la sua dimensione non può prescindere da un corretto rapporto con il creato.Approfondisci l'argomento
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