Guerra, Pandemia e Siccità: La Tempesta Perfetta per l'AfricaUna crisi umanitaria senza precedenti in Africa occidentale a causa di guerra, pandemia e siccità, e le soluzioni per un futuro miglioredi Marco ArezioLa combinazione devastante della guerra tra Ucraina e Russia, la pandemia di COVID-19 e le persistenti siccità stanno creando una crisi umanitaria senza precedenti in Africa, specialmente nelle regioni occidentali come Burkina Faso, Ciad, Niger, Mali e Nigeria. Questi paesi, già alle prese con instabilità politica e scarsità di risorse, stanno affrontando un peggioramento delle condizioni alimentari e sociali. L'impatto delle Siccità Negli ultimi anni, le lunghe siccità hanno gravemente compromesso la produzione agricola in molte regioni africane. Questo ha portato a un aumento del 20% dei prezzi dei beni alimentari, aggravando la già fragile situazione economica delle popolazioni locali. L'agricoltura, che rappresenta la principale fonte di sussistenza per molte comunità, è stata colpita duramente, riducendo la disponibilità di cibo e aumentando la malnutrizione. La Dipendenza dal Grano Russo e Ucraino La guerra tra Ucraina e Russia ha ulteriormente aggravato la crisi alimentare. Molti paesi africani dipendono fortemente dalle importazioni di grano da questi due paesi, con una dipendenza che varia tra il 30% e il 50%. Con l'interruzione delle forniture di grano, i prezzi sono aumentati esponenzialmente, rendendo ancora più difficile per le popolazioni già vulnerabili accedere ai beni alimentari di base. La mancanza di grano non solo influisce direttamente sulla disponibilità di cibo, ma ha anche un effetto domino sui prezzi di altri alimenti, rendendo la crisi ancora più acuta. Riduzione degli Aiuti Internazionali Oltre alla crisi alimentare, la guerra in Ucraina ha portato a un reindirizzamento delle risorse finanziarie globali. Molti paesi, che in passato destinavano fondi significativi alla cooperazione internazionale e agli aiuti umanitari per l'Africa, stanno ora spostando queste risorse per sostenere l'Ucraina e per gestire l'afflusso di sfollati in Europa. Questo spostamento di priorità finanziarie rischia di lasciare le nazioni africane ancora più vulnerabili, senza il sostegno necessario per affrontare le emergenze alimentari e sanitarie. La Necessità di una Visione Globale degli Aiuti In questo contesto complesso, è fondamentale adottare una visione ampia e globale degli aiuti umanitari. I poveri, gli affamati e i profughi, indipendentemente dalla loro origine, meritano uguale attenzione e supporto. È essenziale che la comunità internazionale non dimentichi le crisi umanitarie in Africa mentre si mobilita per aiutare l'Ucraina. L'approccio agli aiuti deve essere inclusivo e bilanciato, garantendo che nessuna regione venga lasciata indietro. Le Prospettive Future Per affrontare efficacemente la tempesta perfetta di guerra, pandemia e siccità che sta colpendo l'Africa, sono necessarie strategie a lungo termine che promuovano la resilienza e la sostenibilità. Investire in agricoltura sostenibile, migliorare le infrastrutture per la gestione delle risorse idriche e rafforzare i sistemi sanitari sono passi cruciali. Inoltre, diversificare le fonti di approvvigionamento alimentare e ridurre la dipendenza da importazioni esterne può contribuire a creare una maggiore sicurezza alimentare. In conclusione, la crisi attuale richiede un impegno globale concertato per fornire assistenza immediata e sviluppare soluzioni a lungo termine. Solo attraverso un'azione collettiva e coordinata possiamo sperare di mitigare gli effetti devastanti di questa tempesta perfetta e costruire un futuro più stabile e prospero per le popolazioni africane.
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Finanza climatica e investimenti sostenibili: soluzioni per i paesi meno sviluppatiCome energia pulita e biodiversità sostengono lo sviluppo economico e ambientale nelle economie emergentiNegli ultimi decenni, il cambiamento climatico è emerso come una delle principali sfide globali, con impatti profondi su economie, società e ambiente. Questa crisi ambientale colpisce in maniera particolarmente grave i paesi meno sviluppati, che dispongono di risorse limitate e infrastrutture fragili. Tali nazioni, pur contribuendo in minima parte alle emissioni globali di gas serra, sono infatti esposte a fenomeni climatici estremi come inondazioni, siccità prolungate, uragani devastanti e innalzamento del livello del mare, con effetti drammatici sulla loro capacità di sviluppo e sopravvivenza economica. Per questo motivo, è cruciale investire in strategie di finanza climatica e sostenibilità, mirate a potenziare la resilienza di questi territori, favorire lo sviluppo economico sostenibile e proteggere la biodiversità.Finanza climatica: un pilastro per la resilienza economica La finanza climatica comprende fondi e strumenti finanziari specificamente destinati a mitigare gli effetti del cambiamento climatico e ad aiutare le comunità più vulnerabili ad adattarsi ai cambiamenti inevitabili. Tuttavia, per i paesi meno sviluppati, spesso caratterizzati da un accesso limitato ai mercati finanziari globali e una capacità istituzionale ridotta, è cruciale rendere questi strumenti realmente accessibili e fruibili. I principali organismi internazionali, come il Fondo Verde per il Clima (Green Climate Fund), la Banca Mondiale e diverse banche regionali di sviluppo, hanno aumentato significativamente gli sforzi e le risorse dedicate a questi paesi, implementando programmi volti a potenziare infrastrutture resilienti, migliorare l’efficienza energetica e promuovere tecnologie innovative. L’obiettivo è creare condizioni economiche e ambientali stabili che consentano di raggiungere obiettivi di sviluppo sostenibile, riducendo al contempo la vulnerabilità economica e sociale dei paesi coinvolti. Energia pulita: catalizzatore dello sviluppo sostenibile L’accesso all'energia pulita rappresenta un elemento centrale nella strategia di finanza climatica per i paesi meno sviluppati. Tecnologie quali l’energia solare, eolica, idroelettrica e geotermica, offrono soluzioni concrete per ridurre la dipendenza dai combustibili fossili e garantire l'accesso a fonti energetiche sostenibili e affidabili. Programmi innovativi come "Lighting Africa" della Banca Mondiale, hanno portato l'energia solare in aree rurali remote dell'Africa subsahariana, migliorando sensibilmente la qualità della vita e favorendo attività economiche prima impossibili. La diffusione di energia pulita genera, infatti, benefici tangibili immediati, riducendo emissioni e inquinamento, creando posti di lavoro e stimolando investimenti privati ulteriori nel settore dell’energia sostenibile. Inoltre, promuove lo sviluppo di competenze tecniche locali, necessarie per gestire tecnologie avanzate e garantire la sostenibilità delle soluzioni adottate. Biodiversità: preservazione del capitale naturale La tutela della biodiversità rappresenta un altro pilastro fondamentale degli investimenti sostenibili. Spesso i paesi meno sviluppati possiedono una biodiversità straordinaria e unica, vitale per la salute ecologica del pianeta intero. Tuttavia, questi territori sono soggetti a enormi pressioni derivanti da deforestazione, agricoltura intensiva, sfruttamento eccessivo delle risorse ittiche e perdita di habitat naturali. Programmi internazionali come il Global Environment Facility (GEF) e il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (UNDP) hanno finanziato progetti mirati alla conservazione degli ecosistemi, al ripristino degli habitat degradati e all'uso sostenibile delle risorse naturali. Questi interventi contribuiscono non solo alla salvaguardia ambientale, ma generano anche importanti benefici economici attraverso l’ecoturismo, la gestione sostenibile delle foreste e delle risorse marine, la creazione di occupazione locale e la promozione di pratiche agricole sostenibili. Inclusione sociale ed economica: un fattore cruciale Un elemento centrale, spesso trascurato, della finanza climatica è l'inclusione sociale. Garantire che le comunità locali partecipino attivamente alla definizione e alla realizzazione degli interventi è fondamentale per il successo a lungo termine dei progetti. Approcci partecipativi e inclusivi aumentano l'efficacia delle iniziative, contribuiscono alla riduzione delle disuguaglianze sociali e garantiscono l’accesso equo alle risorse naturali ed energetiche. Per raggiungere questo obiettivo, è importante che gli interventi includano un robusto piano di formazione e sensibilizzazione delle popolazioni locali, che favorisca lo sviluppo di competenze tecniche e manageriali, oltre a un monitoraggio partecipato per valutare e adattare continuamente le strategie adottate. Conclusione: verso un futuro resiliente e sostenibile La finanza climatica e gli investimenti sostenibili rappresentano per i paesi meno sviluppati un'opportunità concreta per affrontare le sfide ambientali ed economiche del futuro. Attraverso interventi mirati nel settore energetico, protezione della biodiversità e promozione dell'inclusione sociale, queste nazioni possono costruire un futuro più equo e prospero. Garantire un accesso diffuso e semplificato a questi strumenti finanziari non è soltanto un imperativo morale, ma rappresenta anche un investimento strategico per garantire benefici ambientali, sociali ed economici duraturi e diffusi per tutta la comunità globale.© Riproduzione Vietata
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Senza la Riduzione della Carne sulle Tavole la Lotta Climatica PerderàL'impari lotta tra la carne animale e quella vegetaledi Marco ArezioL’industria della carne è una lobby forte al pari di quella del petrolio, di internet, del fumo, dell’alcol, del gioco d’azzardo e di molte altre attività economiche che vivono sull’empatia con il consumatore.E’ da considerarsi una sorta di dipendenza dal gusto, un richiamo irresistibile a soddisfare l’impulso del cibo corroborato dalla sensazione di appagamento del palato. Un richiamo irresistibile, unito al fatto che normalmente non ci poniamo il problema se un così prelibato alimento possa arrecare danno all’ambiente.Il bisogno primario di mangiare, supportato dal piacere di farlo per vivere un’esperienza culinaria gradevole, quasi mai accende un processo di ragionamento imparziale e distaccato sul problema del mondo della carne. Purtroppo è risaputo che l’industria dell’allevamento degli animali da macello incide in modo enorme sul cambiamento climatico, sia direttamente causato dagli animali in vita, che dalla necessità di spazi sempre più grandi di territori deforestati da assegnare al pascolo, sia dall’enorme quantità di terra ed acqua necessarie a produrre alimenti per gli animali. Se consideriamo che i nutrimenti che la carne può dare al nostro corpo sono facilmente sostituibili con altri, forse meno gustosi, ma con un basso impatto climatico, la partita si gioca solo sulle sensazioni espresse dal sapore del prodotto. La catena di soggetti che protegge questo scrigno del sapore, con cui tiene legato il consumatore al proprio business, parte da lontano, a cominciare dalla politica che dovrebbe legiferare per proteggere l’ambiente ma anche la salute dei cittadini (la carne ha molte controindicazioni importanti per il nostro corpo). Il marketing delle aziende della carne che fa leva proprio sulle sensazioni del gusto per promuovere il prodotto da vendere, incidendo sulle debolezze dei cittadini. Le aziende del settore che combattono contro qualsiasi forma di concorrenza vegetale di prodotti alternativi, interdicendo i nomi dei prodotti finiti che sono nel linguaggio comune, come hamburger, bistecca, ecc.. cercando di ostacolare la diffusione di prodotti non a base di carne ma dall’aspetto simile. In un mondo democratico è giusto che le scelte alimentari dipendano da noi stessi, ma abbiamo, nello stesso modo, il diritto ad una corretta informazione sugli impatti che l’industria della carne ha, non solo sul nostro pianeta, ma anche sulla nostra salute. Ma nello stesso tempo, abbiamo il diritto che i prodotti a base vegetale, che possono sostituire i prodotti a base di carne, abbiano la libertà di diffondersi sul mercato in modo da lasciare ampio spazio di scelta al consumatore che vuole acquistarli. Il consumatore consapevole dell’impatto sulla terra che ha la produzione di carne, fa nutrire una certa speranza che, in ogni modo, prima o poi, la scelta si sposterà su una carne vegetale che non creare squilibri ambientali così macroscopici. Invece, per i consumatori che non hanno questa consapevolezza ambientale e si fanno dirigere da scelte dettate dal gusto del prodotto, dobbiamo aspettare che la carne a base vegetale possa raggiungere standard olfattivi e di gusto piacevoli come la carne da animale. Solo a quel punto sarà possibile aumentare la platea di soggetti che potranno spostarsi verso un alimento a minore impatto ecologico. Certamente gli stati potrebbero disincentivare il consumo della carne, visto che la problematica della sua permanenza sulle tavole comporta un peggioramento del clima e della salute, valori che gli stati devono perseguire e tutelare. I sistemi per disincentivare, per esempio, il fumo e l’alcol, sono normalmente applicati in molti stati, con il risultato che anno dopo anno, i cittadini si stanno adeguando a queste limitazioni. Questo non vuol dire non fumare o non bere, ma cercare di limitare le occasioni e renderle più onerose per il portafoglio di chi vuole consumare questi prodotti. Anche per la carne dovrebbe essere fatta una politica di disincentivazione, creando un contro marketing, senza eccedere nelle provocazioni o nelle paure, ma illustrare in modo esatto gli impatti ambientali dell’industria della carne e l’impatto sulla nostra salute nel lungo periodo.
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Intelligenza Ambientale: La Nuova Frontiera della Convergenza TecnologicaCome la fusione tra IoT, IA, big data e sensori ambientali sta trasformando la nostra quotidianità in ecosistemi intelligenti e reattividi Orizio LucaViviamo un'epoca in cui le tecnologie non solo evolvono, ma si fondono. Intelligenza artificiale, Internet of Things, analisi predittiva, sensori ambientali e interfacce uomo-macchina stanno convergendo verso un obiettivo comune: creare ambienti capaci di percepire, apprendere e interagire con l’uomo in maniera proattiva e contestuale. È la nascita dell’intelligenza ambientale, un paradigma che non solo ridefinisce il concetto di smart home o smart city, ma che sta trasformando l’intero tessuto sociale e produttivo. La convergenza tecnologica: un nuovo codice genetico per l’innovazione Il concetto di convergenza tecnologica rappresenta l’unione sinergica di più discipline tecnologiche, che fino a pochi anni fa viaggiavano su binari paralleli: la robotica incontra l’intelligenza artificiale, i big data si fondono con il cloud computing, i sensori ambientali comunicano con la blockchain, mentre l’IoT diventa il tessuto nervoso di tutto questo sistema. L’interazione tra queste tecnologie non è semplicemente additiva, ma moltiplicativa. Ogni tecnologia apporta un set unico di capacità, e la loro combinazione genera un’intelligenza distribuita in grado di percepire, prevedere e agire sul mondo fisico con una rapidità e un’adattività finora inimmaginabili. Cos’è davvero l’intelligenza ambientale? L’intelligenza ambientale (Ambient Intelligence o AmI) è un ambiente digitale sensibile e reattivo che riconosce la presenza di persone, ne interpreta le esigenze e reagisce in tempo reale per offrire comfort, sicurezza, efficienza e personalizzazione. Questo nuovo paradigma tecnologico poggia su quattro pilastri: - Percezione ambientale: Sensori capaci di rilevare temperatura, umidità, inquinamento, movimento, luminosità, suoni e persino emozioni umane. - Elaborazione intelligente: Algoritmi di IA che interpretano i dati ambientali, li correlano a modelli comportamentali e producono risposte coerenti. - Interazione naturale: Interfacce uomo-macchina che comunicano attraverso la voce, i gesti, il riconoscimento facciale o persino tramite l’analisi delle onde cerebrali. - Adattività contestuale: Sistemi capaci di apprendere nel tempo e adattarsi ai cambiamenti di comportamento o di condizioni ambientali. L'obiettivo non è solo ottimizzare i processi o migliorare l’esperienza utente, ma creare ambienti empatici, che riconoscono lo stato fisico ed emotivo delle persone e si adattano alle loro esigenze in modo discreto e quasi invisibile. Smart environment: dove l’intelligenza diventa ambiente L’intelligenza ambientale si manifesta in spazi intelligenti (smart spaces) che includono case, uffici, fabbriche, scuole, ospedali e intere città. Smart Home: Luci che si regolano automaticamente, assistenti vocali che anticipano le nostre richieste, termostati intelligenti che imparano dalle nostre abitudini. Ma anche dispositivi che monitorano la qualità dell’aria, il consumo energetico e la sicurezza in tempo reale. Smart Office: Postazioni che si adattano a chi le utilizza, sistemi di climatizzazione personalizzati, sale riunioni prenotate automaticamente in base agli orari e alle preferenze, e piattaforme collaborative che suggeriscono soluzioni ottimali durante una riunione. Smart City: Semafori che regolano il traffico in base ai flussi in tempo reale, sistemi di gestione rifiuti che inviano i dati di riempimento, illuminazione pubblica che si regola in funzione della presenza di pedoni e delle condizioni atmosferiche. In ognuno di questi ambiti, l’intelligenza ambientale agisce senza essere invadente, favorendo una nuova armonia tra uomo e tecnologia. L’intelligenza ambientale al servizio della sostenibilità Uno degli aspetti più promettenti dell’AmI è il suo potenziale nella lotta al cambiamento climatico e alla gestione sostenibile delle risorse. Sistemi intelligenti applicati alla gestione degli edifici possono ridurre il consumo energetico fino al 30-40%, mentre le reti elettriche intelligenti (smart grid) sono in grado di distribuire l’energia in modo ottimale, riducendo gli sprechi. Anche in agricoltura si stanno sviluppando fattorie intelligenti (smart farming) che, grazie ai sensori ambientali e ai sistemi predittivi, permettono di irrigare solo quando necessario, monitorare la salute delle colture e usare fertilizzanti in maniera mirata, contribuendo a un’agricoltura più resiliente e sostenibile. In ambito sanitario, ospedali e case di cura si stanno dotando di ambienti intelligenti capaci di rilevare cadute, anomalie vitali e comportamenti a rischio, fornendo una assistenza silenziosa ma costante, soprattutto per le fasce più fragili della popolazione. Sfide etiche e criticità Come ogni rivoluzione, anche l’intelligenza ambientale porta con sé rischi e interrogativi etici. La raccolta e l’elaborazione di dati personali in tempo reale pongono il problema della privacy. In che misura è accettabile che un sistema conosca abitudini, orari, gusti e persino emozioni dell’utente? Altra criticità è la trasparenza degli algoritmi. I sistemi intelligenti prendono decisioni spesso opache per l’utente finale, con il rischio di introdurre bias o discriminazioni se non opportunamente progettati. Vi è infine un interrogativo filosofico più ampio: quanto siamo disposti a delegare all’intelligenza artificiale la gestione dei nostri ambienti di vita? Rischiamo di perdere competenze, autonomia o capacità decisionali? L’Unione Europea, consapevole di queste implicazioni, ha introdotto nel 2024 l’AI Act, una legislazione che mira a regolamentare l’uso dell’intelligenza artificiale nei contesti più delicati, promuovendo un approccio etico, trasparente e responsabile. Una rivoluzione invisibile e pervasiva A differenza delle grandi innovazioni del passato — la macchina a vapore, l’elettricità, il computer — l’intelligenza ambientale non si manifesta con un singolo oggetto o dispositivo, ma si diffonde nell’ambiente, nei muri, nei pavimenti, nelle superfici. È una rivoluzione invisibile, che non si nota ma si percepisce, che non urla ma sussurra. L’ambiente intelligente non sostituisce l’uomo, ma lo accompagna, lo osserva, lo ascolta, e agisce con discrezione per migliorare la sua qualità di vita, la sua sicurezza, la sua salute, e persino la sua felicità. Conclusioni: l’intelligenza che ci circonda La convergenza tecnologica ci sta portando verso una nuova era in cui la tecnologia non è più un oggetto da maneggiare, ma un ambiente in cui viviamo. L’intelligenza ambientale rappresenta la forma più evoluta di questa fusione: una tecnologia onnipresente, ma non invadente; potente, ma rispettosa; autonoma, ma empatica. In questo scenario, il futuro non sarà dominato da robot umanoidi o da computer superpotenti, ma da ambienti intelligenti capaci di interagire con noi in modo naturale, anticipando i nostri bisogni, prevenendo i rischi, migliorando il nostro benessere. Siamo all’inizio di un nuovo ecosistema digitale, in cui tecnologia e ambiente si fondono per costruire un futuro più sostenibile, sensibile e intelligente. Un futuro che, per la prima volta, non solo possiamo usare, ma possiamo abitare.© Riproduzione Vietata
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La Giornata Mondiale dell’Acqua ci Ricorda una Crisi mai RisoltaOltre 3 miliardi di persone a rischio per la qualità dell'acqua e 2,3 miliardi vivono in aree sotto stress idricodi Marco ArezioI dati impietosi che le Nazioni Unite, in occasione della giornata mondiale dell'acqua, ci raccontano sulla difficoltà di avere una quantità di acqua sufficiente per ogni persona nel mondo, una qualità che sia corretta e non crei malattie e un equilibrio di consumo delle risorse ambientali, ci fanno molto riflettere. Infatti, a livello globale, oltre 3 miliardi di persone sono a rischio di malattie perché la qualità dell'acqua dei loro fiumi, laghi e delle acque sotterranee è insicura, a causa della mancanza di controlli accurati.Nel frattempo, un quinto dei bacini idrografici del mondo sta subendo fluttuazioni drammatiche nella disponibilità di acqua e 2,3 miliardi di persone vivono in paesi classificati come "stressati dall'acqua", di cui 721 milioni in aree in cui la situazione idrica è "critica", secondo recenti ricerca condotta dal Programma delle Nazioni Unite per l'ambiente (UNEP) e dai suoi partner. “Il nostro pianeta sta affrontando una triplice crisi di cambiamento climatico, che si compone in perdita di biodiversità, inquinamento e spreco. Queste crisi stanno mettendo a dura prova gli oceani, i fiumi, i mari e i laghi”, ha affermato Inger Andersen, Direttore Esecutivo dell'UNEP. "La raccolta di dati regolari, completi e aggiornati è fondamentale per gestire le nostre risorse idriche in modo più sostenibile e garantire l'accesso all'acqua potabile per tutti". Storicamente ci sono sempre stati pochi dati e pochi studi sullo stato globale degli ecosistemi di acqua dolce. Per colmare il divario, l'UNEP ha utilizzato le tecnologie di osservazione della Terra per monitorare, per lunghi periodi di tempo, la storia attraverso la quale gli ecosistemi di acqua dolce stanno cambiando. I ricercatori hanno esaminato più di 75.000 corpi idrici in 89 paesi e hanno scoperto che oltre il 40% era gravemente inquinato. I numeri, presentati il 18 marzo in una riunione di alto livello delle Nazioni Unite sugli obiettivi relativi all'acqua dell'Agenda 2030, suggeriscono che il mondo è in ritardo sulla tabella di marcia per la fornitura di acqua potabile sicura a tutta l'umanità. I dati dell'UNEP indicano che il mondo non è sulla buona strada per arrivare ad una gestione idrica sostenibile entro il 2030, infatti gli sforzi dovrebbero raddoppiare nei prossimi nove anni per raggiungere l'Obiettivo di Sviluppo Sostenibile (SDG) 6, che richiede "la disponibilità e la gestione sostenibile dell'acqua e igiene per tutti ". Coordinato da UN-Water, l'UNEP, insieme ad altre sette agenzie delle Nazioni Unite, fa parte dell'Integrated Monitoring Initiative, un programma globale progettato per supportare i paesi attraverso il monitoraggio e la verifica dei progressi verso gli obiettivi SDG 6. L'UNEP è responsabile di tre degli 11 indicatori: qualità dell'acqua ambientale, gestione integrata delle risorse idriche ed ecosistemi di acqua dolce. I dati raccolti dall'UNEP vengono analizzati per monitorare come le pressioni ambientali, come il cambiamento climatico, l'urbanizzazione e i cambiamenti nell'uso del suolo, tra gli altri, influiscono sulle risorse di acqua dolce del mondo. Andersen ha affermato che le informazioni aiuterebbero a favorire un processo decisionale ambientale ai massimi livelli. Cosa si deve fare per accelerare il processo? Per velocizzare gli interventi necessari, nel 2020 è stato lanciato l'Obiettivo di sviluppo sostenibile 6 Global Acceleration Framework, che mira a mobilitare l'azione tra i governi, la società civile, il settore privato e le Nazioni Unite per allineare gli sforzi, ottimizzare i finanziamenti e migliorare la capacità e governance per gestire le risorse idriche. Ogni anno, le Nazioni Unite celebrano il 22 marzo come Giornata mondiale dell'acqua, per aumentare la consapevolezza del ruolo fondamentale di questa nella sicurezza alimentare, nella produzione di energia, nell'industria e in altri aspetti dello sviluppo umano, economico e sociale. Quest'anno, il tema della giornata è "valorizzare l'acqua". Si riconosce che una gestione dell'acqua efficace ed equa ha effetti catalitici in tutta l'Agenda 2030.
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Uragani: Storia, Cause e Impatti dei Cicloni Tropicali più Distruttivi degli Ultimi 70 AnniCome si formano gli uragani, quali i più devastanti della storia recente e come il cambiamento climatico sta rendendo questi fenomeni atmosfericidi Marco ArezioNel corso degli ultimi settant’anni, gli uragani hanno segnato profondamente la storia del nostro pianeta, causando devastazioni inimmaginabili e lasciando cicatrici indelebili nelle regioni colpite. Da Katrina a Haiyan, passando per Harvey e Patricia, questi colossi atmosferici hanno ridefinito i confini della scienza meteorologica, portando a una migliore comprensione dei meccanismi che ne regolano la formazione e la potenza. Ma cosa rende un uragano così distruttivo? E come è cambiata la loro intensità con il passare dei decenni? Approfondire le loro caratteristiche e l’evoluzione scientifica che ha permesso di studiarli significa comprendere meglio non solo la loro natura, ma anche il futuro di un pianeta in cui eventi estremi sembrano diventare sempre più frequenti. Le Origini di un Colosso Atmosferico Gli uragani, noti anche come cicloni tropicali o tifoni a seconda della regione del mondo in cui si sviluppano, sono fenomeni atmosferici che nascono sopra gli oceani caldi, dove la temperatura della superficie dell’acqua supera i 26,5°C. Questa calda distesa marina fornisce l’energia necessaria affinché si sviluppi un sistema di bassa pressione che, alimentato dal vapore acqueo e dai venti, può trasformarsi in una tempesta di proporzioni gigantesche. Ciò che rende gli uragani così impressionanti è la loro capacità di autoalimentarsi: più caldo è l’oceano, più intensa diventa la tempesta. Quando le condizioni atmosferiche sono favorevoli, il sistema può evolversi rapidamente, raggiungendo venti superiori ai 250 km/h nei casi più estremi. La Scala Saffir-Simpson, introdotta negli anni ‘70, classifica gli uragani in cinque categorie in base alla velocità del vento e al potenziale distruttivo. Un uragano di Categoria 1 è già pericoloso, ma quando si raggiunge la Categoria 5, si parla di tempeste capaci di radere al suolo intere città, spazzare via infrastrutture e causare mareggiate di proporzioni bibliche. Gli Uragani che Hanno Scritto la Storia Negli ultimi settant’anni, numerosi uragani hanno lasciato un segno indelebile nella memoria collettiva, non solo per la loro intensità ma anche per l’impatto umano ed economico che hanno causato. L’uragano più costoso della storia è senza dubbio Katrina, che nel 2005 devastò New Orleans e altre aree della costa del Golfo degli Stati Uniti. Le piogge torrenziali e la rottura degli argini portarono a inondazioni catastrofiche che causarono la morte di oltre 1.800 persone e danni stimati in 125 miliardi di dollari. Questo evento fu un punto di svolta nella gestione delle emergenze climatiche, dimostrando quanto fosse cruciale investire in infrastrutture di protezione più resilienti. Nel 2013, il tifone Haiyan colpì le Filippine con venti che superarono i 315 km/h, rendendolo uno dei cicloni più potenti mai registrati. La tempesta non solo causò migliaia di vittime, ma dimostrò anche come l’innalzamento del livello del mare e il cambiamento climatico stessero amplificando gli effetti distruttivi di questi eventi. L’uragano Harvey, nel 2017, ha invece messo in luce un’altra caratteristica devastante delle tempeste moderne: la quantità di pioggia. Harvey si spostò molto lentamente sopra il Texas, scaricando quantità d’acqua senza precedenti – in alcune zone si registrarono oltre 1.500 mm di precipitazioni – causando inondazioni estreme e danni enormi. Alcuni uragani, pur non avendo provocato catastrofi umane, hanno comunque stabilito record meteorologici impressionanti. L’uragano Tip, nel 1979, è stato il più grande mai registrato, con un diametro che superava i 2.000 km, mentre Patricia, nel 2015, ha generato venti da 345 km/h, la velocità più alta mai registrata per un uragano. L’Impatto del Cambiamento Climatico sugli Uragani Negli ultimi decenni, la scienza meteorologica ha evidenziato una preoccupante tendenza: gli uragani stanno diventando sempre più intensi. Questo è direttamente collegato al riscaldamento globale. Gli oceani si stanno scaldando e, di conseguenza, forniscono più energia ai cicloni tropicali, permettendo loro di crescere più velocemente e raggiungere categorie più elevate in tempi sempre più brevi. Inoltre, il riscaldamento globale sta rallentando il movimento degli uragani, rendendoli più pericolosi poiché rimangono più a lungo sulle aree colpite, scaricando quantità maggiori di pioggia. Un altro fattore aggravante è l’innalzamento del livello del mare, che rende le mareggiate più devastanti. Anche uragani di media intensità possono causare danni catastrofici se le acque costiere sono già più alte rispetto al passato. I modelli climatici suggeriscono che, se le emissioni di gas serra continueranno a crescere, gli uragani diventeranno più intensi e frequenti nelle zone tropicali e subtropicali. Gli eventi estremi, una volta rari, potrebbero diventare la norma, con impatti devastanti sulle economie costiere e sulle comunità vulnerabili. Scienza e Tecnologia: Come Prevedere gli Uragani Se c’è un lato positivo nello studio degli uragani, è il miglioramento continuo delle capacità di previsione e monitoraggio. Rispetto a settant’anni fa, oggi disponiamo di strumenti avanzati che ci permettono di seguire l’evoluzione di una tempesta in tempo reale. I satelliti meteorologici, lanciati a partire dagli anni ‘60, hanno rivoluzionato il modo in cui osserviamo i cicloni tropicali, fornendo immagini dettagliate sulle loro dimensioni e traiettorie. I modelli computerizzati utilizzano dati atmosferici e oceanici per prevedere il loro comportamento con giorni di anticipo, permettendo evacuazioni tempestive e riducendo il numero di vittime. Un altro strumento fondamentale sono gli aerei cacciatori di uragani, che volano direttamente dentro le tempeste per raccogliere dati preziosi sulla pressione, la velocità del vento e l’umidità. Queste informazioni sono cruciali per affinare le previsioni e migliorare la gestione delle emergenze. Conclusioni Gli uragani sono tra i fenomeni naturali più distruttivi e affascinanti della Terra. Negli ultimi settant’anni, la loro evoluzione è stata seguita con crescente attenzione dalla comunità scientifica, permettendo una maggiore comprensione dei loro meccanismi e un miglioramento delle tecnologie di previsione. Tuttavia, con il cambiamento climatico in atto, il loro impatto potrebbe diventare ancora più devastante. La sfida per il futuro sarà quella di rafforzare le infrastrutture, migliorare i sistemi di allerta precoce e ridurre le emissioni globali, per cercare di mitigare l’intensità di questi colossi atmosferici. Gli uragani continueranno a fare parte della nostra storia, ma la scienza e la tecnologia ci daranno gli strumenti per affrontarli con maggiore consapevolezza e preparazione.ACQUISTA IL LIBRO© Riproduzione Vietata
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Quando i Capitali sono Daltonici agli Investimenti GreenSi parla tanto di investimenti per l’economia circolare ma il capitale cerca sempre scorciatoieSembreremmo ormai entrati in una fase di sicuro interesse verso l’economia verde, di startup innovative che si occupano di agricoltura eco sostenibile, di scoperte per la riduzione dell’inquinamento atmosferico, dei mari e dei suoli, di una mobilità con una bassa impronta carbonica… ma è proprio così? Nonostante la Commissione Europea presieduta da Ursula von der Leyen, abbia tracciato una strada chiara e univoca su un modello di sviluppo più compatibile con le esigenze della terra e, nonostante dall’altra parte dell’oceano, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, stia remando in senso opposto ritirando addirittura il suo paese dall’accordo di Parigi sul clima, il mondo degli affari tiene il timone dritto decidendo come e dove investire il denaro a disposizione. Infatti, al di là dei proclami statali e dei movimenti di opinione della gente, i soldi si muovono nell’interesse del profitto che, a volte, si può incrociare con i gli interessi della politica e dell’opinione pubblica e a volte no. Non si può dire che il business sociale esista, in quanto i soldi vengono investiti oggi con orizzonti temporali sempre più corti rispetto agli anni, ai decenni o al secolo scorso. Complice l’informatizzazione dei sistemi economici, gli investitori scommettono su attività che si auspicano avere dei ritorni di profitto molto alti in tempi estremamente ristretti. Un esempio lo possiamo vedere osservando l’andamento di alcuni titoli tecnologici e di servizi legati al web, come Google, Apple, Amazon, Tesla, solo per citarne alcuni, che hanno incrementato il loro valore durante il periodo dell’esplosione del Covid in modo del tutto sorprendente, in uno spazio di tempo estremamente limitato, con valori di crescita a due cifre percentuali. Questo è difficile che succeda in un’economia tradizionale, ed è sempre più consueto vedere come i capitali mondiali si rivolgano a business con crescite esponenziali in periodi ristretti. Come è possibile attirare investimenti su progetti green che debbano cambiare o risolvere le anomalie produttive, di consumo o di mobilità che affliggono il nostro pianeta, i cui progetti hanno bisogno di anni o decenni per essere realizzati? Interessa a qualche investitore portare l’acqua potabile in alcune metropoli, come Mumbai, in cui il ritorno dell’investimento sarebbe assicurato ma a fronte della costruzione di una rete idrica i cui tempi sarebbero ovviamente lunghi? Sembrerebbe di no, infatti ogni giorno centinaia di camion portano l’acqua in città, emettendo tonnellate di Co2, ma non si trovano capitali per ammodernare la rete idrica e ridurre l’inquinamento atmosferico. Questo è solo un esempio del paradosso della finanza, che influisce sul mantenimento di sistemi inefficienti e inquinanti, nonostante si dispongano di risorse e di mezzi per risolvere i problemi ambientali. Approfondisci l'argomento
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European green deal: dove sta andando l’europa?European Green Deal 2026: Bilancio, Sfide e il Nuovo Ordine Climatico Globale Aggiornamento dell'articolo originale pubblicato nel 2020. Data aggiornamento: Marzo 2026Argomenti: European Green Deal · COP30 · Accordo di Parigi · Carbon Tax · CBAM · Clima 2026 Tempo di lettura: circa 8 minuti Autore: Marco ArezioDal fallimento di Madrid al banco di prova globale: cosa è cambiato in sei anni Nel dicembre 2019, la COP25 di Madrid si chiuse con un nulla di fatto. I grandi Paesi inquinatori — Stati Uniti, Cina, Brasile, India e Russia — non solo non avevano mostrato disponibilità a rispettare gli obiettivi di Parigi, ma alcuni di essi avevano addirittura avanzato l'ipotesi di abbandonare l'accordo. L'Europa, guidata dalla neopresidente della Commissione Ursula von der Leyen, si ritrovò sola a portare avanti la battaglia climatica. Sei anni dopo, la situazione è profondamente mutata — e non sempre in meglio. Questo aggiornamento analizza lo stato attuale dell'European Green Deal, il nuovo contesto geopolitico dopo la COP30 di Belém (novembre 2025) e le sfide concrete che l'Unione Europea deve affrontare nel 2026. 1. L'European Green Deal: da proposta ambiziosa a legge vincolante La legge europea sul clima: obiettivi ora giuridicamente vincolanti Quello che nel 2020 era un programma politico è diventato, nel 2021, diritto positivo europeo. La Legge europea sul clima, approvata dal Parlamento europeo il 24 giugno 2021, ha reso giuridicamente vincolante la riduzione delle emissioni del 55% entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990 e la neutralità climatica entro il 2050. Non si tratta più di buone intenzioni: i singoli Stati membri hanno ora obblighi legali concreti. Il pacchetto "Fit for 55": le 13 riforme operative Nel 2023 l'UE ha approvato il pacchetto Fit for 55, che comprende 13 riforme legislative correlate. Tra i provvedimenti più rilevanti: la revisione del sistema ETS (Emission Trading System) per includere edifici e trasporti stradali a partire dal 2027, l'eliminazione progressiva delle quote di emissione gratuite per l'aviazione — completamente azzerata nel 2026 con passaggio all'asta integrale — e l'obiettivo di riduzione del 100% delle emissioni per auto nuove entro il 2035. I risultati misurabili: le emissioni calano I dati cominciano a dare ragione alla strategia. Secondo i più recenti rilevamenti disponibili, nel 2023 le emissioni di gas serra nell'UE sono diminuite del 7% rispetto all'anno precedente, portando la riduzione complessiva al 32,5% rispetto al 1990. Il settore che ha guidato questa inversione di tendenza è quello energetico, con un crollo del 43% delle emissioni grazie alla rapida espansione delle rinnovabili e alla progressiva uscita dal carbone. Industria, trasporti ed edilizia mostrano riduzioni più contenute, ma restano tra i settori più difficili da decarbonizzare. 📌 L'UE è ancora distante dalla traiettoria ottimale per centrare tutti i target al 2030. Resistenze politiche, pressioni economiche e crisi geopolitiche stanno rallentando la transizione in diversi Paesi membri. 2. La Carbon Tax europea (CBAM): da idea del 2020 a realtà del 2026 Nel 2020, quando l'articolo originale fu scritto, la Carbon Tax sulle importazioni era un'idea in fase embrionale, un modo per proteggere le imprese europee dalla concorrenza sleale di Paesi che producono senza vincoli ambientali. Oggi è legge. Il Meccanismo di Adeguamento del Carbonio alle Frontiere (CBAM — Carbon Border Adjustment Mechanism) è entrato in vigore nel 2023 in fase transitoria per alcune categorie di prodotti: cemento, ferro e acciaio, alluminio, fertilizzanti, elettricità e idrogeno. L'entrata a regime completo è prevista proprio nel 2026, con l'applicazione piena a tutti i settori inclusi e il pagamento effettivo dei certificati CBAM da parte degli importatori. Il principio è esattamente quello ipotizzato nel 2020: chi esporta verso l'UE utilizzando energia da fonti fossili — quindi più economica ma più inquinante — dovrà pagare un prezzo equivalente a quello sostenuto dalle imprese europee all'interno del sistema ETS. L'obiettivo è eliminare il cosiddetto "carbon leakage", ovvero la delocalizzazione delle emissioni verso Paesi con regole meno stringenti. 📌 Il CBAM rappresenta uno strumento rivoluzionario nel commercio internazionale e ha già scatenato reazioni diplomatiche da parte di Cina, India e altri Paesi esportatori verso l'UE.ACQUISTA IL LIBRO 3. La COP30 di Belém (2025): storia si ripete, ma con nuovi protagonisti Gli USA fuori dall'Accordo di Parigi per la seconda volta Il 20 gennaio 2025, nel primo giorno del suo secondo mandato, Donald Trump ha firmato l'ordine esecutivo "Putting America First in International Environmental Agreements", avviando il ritiro formale degli Stati Uniti dall'Accordo di Parigi. Il ritiro è diventato effettivo il 27 gennaio 2026, collocando Washington nel ristretto gruppo di Paesi esterni al trattato — insieme a Iran, Libia e Yemen. La COP30, tenutasi a Belém, in Brasile, dal 10 al 25 novembre 2025, è stata il primo vertice ONU sul clima senza una delegazione ufficiale federale statunitense dagli anni Novanta. L'assenza americana ha pesato enormemente sulle trattative, indebolendo la coalizione transatlantica che tradizionalmente guidava le ambizioni negoziali. Il risultato della COP30: l'accordo Global Mutirão Nonostante il contesto difficile, la conferenza si è chiusa con un accordo: il Global Mutirão (termine portoghese che indica uno sforzo collettivo comunitario). I punti principali: i Paesi dovranno triplicare i fondi per l'adattamento climatico a sostegno delle nazioni più vulnerabili; per la prima volta tutte le parti negoziali hanno riconosciuto la necessità di contrastare la disinformazione climatica; tuttavia, l'obiettivo di neutralità carbonica è stato posticipato dal 2030 al 2035, un passo indietro che ha sollevato forti critiche. La nuova geopolitica del clima: la Cina riempie il vuoto americano Il ritiro americano ha prodotto un effetto inatteso: ha rafforzato la posizione geopolitica della Cina, che sta utilizzando la transizione energetica come strumento di influenza globale. Nelle parole degli analisti, la leadership tecnologico-industriale sulle tecnologie pulite si sta consolidando attorno a Pechino, che domina le principali catene del valore globali — dai pannelli solari alle batterie per veicoli elettrici. Nei 18 mesi precedenti la COP30, le emissioni cinesi non sono cresciute, un segnale ambiguo che viene letto sia come progresso reale sia come mossa strategica. Ursula von der Leyen, presente a Belém insieme al presidente del Consiglio europeo António Costa, ha ribadito che l'Accordo di Parigi rimane "la migliore prospettiva per tutta l'umanità" e ha confermato che l'Europa manterrà la rotta, continuando a lavorare con tutti i Paesi che vogliono tutelare il clima. 4. Le resistenze interne: il Green Deal sotto pressione politica La retromarcia sui pesticidi e la pressione degli agricoltori Il percorso del Green Deal non è stato privo di battute d'arresto. Sotto la pressione delle proteste degli agricoltori europei del 2024, la Commissione ha ritirato la proposta di regolamento sull'uso sostenibile dei prodotti fitosanitari (SUR), che prevedeva la riduzione del 50% dei pesticidi chimici entro il 2030. Von der Leyen ha giustificato il ritiro affermando che "gli agricoltori meritano di essere ascoltati". Il pacchetto Omnibus: semplificazione o ridimensionamento? Nel febbraio 2025, la Commissione europea ha presentato il cosiddetto pacchetto Omnibus, una revisione complessiva delle norme di rendicontazione sulla sostenibilità (CSRD, Tassonomia, SFDR) con l'obiettivo dichiarato di ridurre gli oneri burocratici per le imprese. Il pacchetto risponde alle istanze del Rapporto Draghi sulla competitività europea (settembre 2024), che chiedeva carichi amministrativi più leggeri e maggiore prevedibilità normativa. I critici, tuttavia, rilevano che alleggerire i requisiti di trasparenza potrebbe rendere più difficile monitorare i progressi reali verso la sostenibilità. I Paesi dell'Est e il carbone: una transizione a più velocità Le resistenze dei Paesi dell'Europa orientale — Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria — rimangono una costante del dibattito interno. Legati storicamente al carbone per la produzione elettrica, questi Paesi continuano a chiedere flessibilità nei tempi di transizione. Il Fondo per la Transizione Giusta, che prevede circa 100 miliardi l'anno per accompagnare le regioni più esposte, rappresenta lo strumento principale per gestire questo divario, ma il reperimento delle risorse rimane un nodo politico aperto. 5. Competitività europea nel 2026: le sfide strutturali La preoccupazione emersa nel 2020 — il rischio che le imprese europee diventassero meno competitive rispetto a quelle di Paesi senza vincoli ambientali — è ancora più attuale nel 2026, aggravata da nuove variabili geopolitiche. La guerra in Ucraina ha accelerato la necessità di diversificazione energetica, portando all'adozione del piano REPowerEU nel 2022, che ha destinato il 40% dei fondi alla fornitura di energia sicura e sostenibile. Nel contempo, le tensioni commerciali con gli USA post-Trump e la concorrenza cinese nelle tecnologie pulite impongono all'Europa una riflessione strategica sulla propria base industriale. Il Rapporto Draghi, pubblicato nel settembre 2024, ha messo in evidenza un paradosso europeo: l'UE è leader mondiale nelle politiche climatiche ma rischia di perdere la leadership industriale e tecnologica proprio nei settori chiave della transizione verde. La risposta dell'UE punta su un maggiore investimento pubblico in settori strategici — tecnologia, industria manifatturiera sostenibile, energie rinnovabili — combinato con strumenti di protezione commerciale come il CBAM. Conclusioni: l'Europa ancora "sola", ma con strumenti più solidi Nel 2020 scrivevamo che Von der Leyen si ritrovava sola dopo il fallimento di Madrid. Nel 2026 quella solitudine è, per certi versi, ancora più pronunciata: gli USA sono usciti per la seconda volta dall'Accordo di Parigi, la governance climatica globale è sempre più frammentata, e la COP30 ha mostrato quanto sia difficile mantenere la coesione internazionale di fronte alle pressioni economiche e geopolitiche. Eppure, l'Europa non si è fermata. Rispetto al 2020, l'UE dispone oggi di strumenti molto più concreti: una legge sul clima vincolante, il CBAM operativo, il pacchetto Fit for 55, un sistema ETS riformato e miliardi di euro investiti attraverso NextGenerationEU. I risultati in termini di riduzione delle emissioni, seppure insufficienti rispetto alla traiettoria ideale, dimostrano che la transizione è possibile. La sfida del 2026 non è più convincere il mondo che il problema esiste, ma dimostrare che la transizione ecologica può essere anche una transizione economica vincente — creando lavoro, riducendo la dipendenza energetica e rafforzando la competitività europea in un mondo in cui le regole del gioco stanno rapidamente cambiando. Le intenzioni, come scritto nel 2020, sono ancora buone. Ma oggi ci sono anche più fatti, più norme e — si spera — più consapevolezza globale. Il processo è lento, complicato e costoso: richiede molta politica e molti soldi. Due ingredienti da prendere ancora con le pinze. Fonti e approfondimenti Commissione europea — European Green Deal: commission.europa.eu/strategy-and-policy/priorities-2019-2024/european-green-deal_it Parlamento europeo — Fit for 55 e Legge europea sul clima: europarl.europa.eu Consiglio UE — Cronistoria Green Deal: consilium.europa.eu Il Sole 24 Ore — Ritiro USA dall'Accordo di Parigi, gennaio 2025 Euronews — COP30 Belém, novembre 2025 Geopolitica.info — COP30 a 10 anni dall'Accordo di Parigi, dicembre 2025 Pagella Politica — Che fine ha fatto il Green Deal, 2024
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Rotta Artica: Le Ambizioni di Russia, Cina e USA nello Scioglimento dei GhiacciCome il Riscaldamento Globale Sta Trasformando l’Artico in un Campo di Competizione Geopolitica tra Mosca, Pechino e Washingtondi Marco ArezioIl riscaldamento globale, che minaccia il pianeta, sta al contempo aprendo scenari geopolitici inediti. Lo scioglimento dei ghiacci nell’Artico ha acceso una competizione tra le principali potenze globali – Russia, Cina e Stati Uniti – per il controllo delle nuove rotte marittime, delle risorse naturali e dell'influenza strategica. Mentre la Russia rafforza la sua presenza militare e commerciale nella regione, la Cina mira a consolidare la propria posizione con il progetto della “Via della Seta Polare”. Gli Stati Uniti, seppur tardivamente, riconoscono l'importanza strategica della regione e cercano di contrastare l'ascesa delle altre potenze. La strategia della Russia La Russia è stata la prima a cogliere le opportunità offerte dal riscaldamento globale. Subito dopo l’aggressione all’Ucraina nel 2022, Mosca ha adottato una “dottrina marittima” che evidenzia l’Artico come fulcro della strategia geopolitica del Cremlino. Il documento sottolinea la necessità di sviluppare una Rotta Marittima Nordica sicura, utilizzabile tutto l’anno, per consolidare il ruolo della Russia nel commercio globale. La militarizzazione dell’area artica, in particolare tra lo stretto di Bering e la Norvegia, segnala le ambizioni russe di dominare la regione. La flotta di rompighiaccio russa, la più potente al mondo, rappresenta uno strumento essenziale per mantenere aperta la nuova rotta nordica e attrarre investimenti. Inoltre, il controllo delle risorse naturali, come petrolio e gas, rafforza ulteriormente la posizione di Mosca nel mercato globale. Tuttavia, questa strategia non è priva di rischi. La crescente competizione nell’Artico potrebbe portare a tensioni militari con altre potenze e a una corsa agli armamenti nella regione. Le ambizioni della Cina Anche la Cina, sebbene non sia una nazione artica, ha individuato nell’Artico una chiave per rafforzare il suo ruolo globale. Con il supporto della Russia, Pechino sta promuovendo la creazione di una “Via della Seta Polare”, parte integrante della sua strategia di espansione commerciale. Questo progetto mira a sviluppare rotte marittime più brevi e sicure, capaci di ridurre la dipendenza cinese dalle tradizionali rotte controllate dagli Stati Uniti e dai loro alleati. La Cina ha inoltre mostrato interesse per le risorse naturali dell’Artico, come il gas naturale liquefatto russo, essenziale per sostenere la sua crescita economica. Pechino considera queste risorse una componente strategica per la sua sicurezza energetica e un’opportunità per rafforzare i legami con Mosca. Nonostante il linguaggio ufficiale cinese presenti l’Artico come una regione “di cooperazione globale”, le sue mosse suggeriscono un approccio più competitivo. La possibilità di accedere a nuove rotte marittime e risorse energetiche rafforza la posizione della Cina nella competizione geopolitica globale. La risposta degli Stati Uniti Gli Stati Uniti, tradizionalmente concentrati su altre regioni del mondo, si sono resi conto relativamente tardi dell’importanza strategica dell’Artico. Durante l’amministrazione Trump, l’interesse per la Groenlandia è stato visto come un tentativo di compensare la crescente influenza russa e cinese nella regione. Sebbene inizialmente sottovalutata, questa mossa ha rivelato la crescente consapevolezza americana sulla necessità di un presidio strategico nell’Artico. Gli Stati Uniti, insieme ai loro alleati della NATO, stanno cercando di sviluppare una strategia coordinata per contrastare le ambizioni di Russia e Cina. Tuttavia, la mancanza di infrastrutture adeguate e l’assenza di una flotta di rompighiaccio competitiva rappresentano una sfida significativa per Washington. La posizione americana è ulteriormente complicata dalla natura multilaterale della politica artica, che richiede una cooperazione con altre nazioni e il rispetto delle norme internazionali. Tuttavia, la crescente militarizzazione della regione da parte di Mosca e Pechino potrebbe spingere Washington a rafforzare la propria presenza militare nell’Artico. Un nuovo campo di competizione globale L’Artico sta rapidamente diventando un terreno di competizione tra le principali potenze globali. Mentre il riscaldamento globale accelera lo scioglimento dei ghiacci, le opportunità commerciali e strategiche offerte dalla regione stanno alimentando nuove tensioni geopolitiche. La Russia vede nell’Artico un’occasione per rafforzare la propria influenza globale, mentre la Cina utilizza la regione come parte della sua strategia per sfidare il dominio occidentale. Gli Stati Uniti, sebbene in ritardo, stanno cercando di difendere i propri interessi e mantenere l’equilibrio di potere nella regione. Questa corsa all’Artico solleva interrogativi su chi effettivamente gioisca per il cambiamento climatico. Mentre le potenze globali vedono nello scioglimento dei ghiacci nuove opportunità, il costo ecologico e umano di questa crisi rischia di essere ignorato. La sfida per il futuro sarà quella di trovare un equilibrio tra le ambizioni geopolitiche e la necessità di proteggere uno degli ecosistemi più vulnerabili del pianeta.© Riproduzione Vietata
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Previsione dell'inquinamento atmosferico urbano: un approccio delle machine learning basato su osservazioni satellitari e previsioni meteorologicheSfruttare i dati satellitari e il machine learning per migliorare la qualità dell'aria nelle cittàdi Marco Arezio L'inquinamento atmosferico rappresenta una delle principali sfide per le città moderne, con conseguenze rilevanti sulla salute pubblica e sulla qualità della vita dei cittadini. La complessità delle dinamiche che contribuiscono alla formazione e alla dispersione degli inquinanti rende difficile la previsione accurata dei livelli di inquinamento nelle aree urbane. Questo articolo esplora un approccio innovativo basato su modelli di apprendimento automatico (machine learning) che combinano dati provenienti da osservazioni satellitari e previsioni meteorologiche per migliorare la precisione delle previsioni degli inquinanti atmosferici. In particolare, ci concentriamo sull'area metropolitana di Milano, una delle città italiane più colpite da problemi di qualità dell'aria. L'integrazione di dati satellitari e previsioni meteorologiche L'accuratezza delle previsioni sulla qualità dell'aria dipende dalla disponibilità di dati affidabili e dalla capacità di integrarli in modelli complessi. Le osservazioni satellitari forniscono dati preziosi sulla concentrazione di inquinanti come il biossido di azoto (NO2), l'ozono (O3) e il particolato fine (PM2.5 e PM10), coprendo vaste aree geografiche e offrendo una visione complessiva della situazione atmosferica. Questi dati vengono integrati con previsioni meteorologiche locali, che includono informazioni su parametri chiave quali temperatura, umidità, velocità e direzione del vento, tutti elementi che influenzano significativamente la dispersione degli inquinanti nell'aria. Le osservazioni satellitari vengono effettuate utilizzando una serie di strumenti avanzati, come il sensore TROPOMI a bordo del satellite Sentinel-5P dell'Agenzia Spaziale Europea (ESA), che è in grado di rilevare le concentrazioni di numerosi gas atmosferici con alta risoluzione. L'integrazione di questi dati satellitari con previsioni meteorologiche provenienti da modelli come l'European Centre for Medium-Range Weather Forecasts (ECMWF) consente di ottenere una comprensione più accurata e dettagliata della qualità dell'aria in un contesto urbano dinamico come Milano. Modelli di machine learning per la previsione dell'inquinamento Per migliorare la capacità di previsione dell'inquinamento atmosferico, si fa uso di modelli di machine learning che combinano dati eterogenei e li elaborano per identificare pattern nascosti e relazioni non lineari tra le variabili. In questo studio, sono stati impiegati diversi algoritmi di apprendimento automatico, tra cui reti neurali artificiali (ANN), alberi decisionali potenziati (come XGBoost) e modelli di regressione supportati da macchine a vettori di supporto (SVR). Uno dei vantaggi dell'uso del machine learning è la capacità di addestrare i modelli su grandi volumi di dati, identificando correlazioni che possono sfuggire alle tecniche di modellazione tradizionale. Ad esempio, i modelli possono riconoscere come determinate combinazioni di fattori meteorologici, come la presenza di una specifica pressione atmosferica o una certa direzione del vento, possano favorire l'accumulo o la dispersione di inquinanti. Questo tipo di analisi è particolarmente utile in aree densamente popolate come Milano, dove le fonti di emissione sono molteplici e variabili. Focus sull'area metropolitana di Milano Milano è caratterizzata da una densità di popolazione elevata, un'alta concentrazione di attività industriali e una geografia che limita il ricambio dell'aria, rendendo la città particolarmente vulnerabile all'accumulo di inquinanti atmosferici. Il modello proposto è stato applicato per prevedere i livelli di PM2.5 e NO2, in considerazione delle loro importanti implicazioni sulla salute pubblica. Attraverso l'integrazione di dati satellitari e previsioni meteorologiche locali, i modelli di machine learning sono stati in grado di migliorare significativamente la precisione delle previsioni rispetto ai metodi tradizionali. In particolare, l'uso delle reti neurali ha permesso di modellare le interazioni non lineari tra le condizioni meteorologiche e la concentrazione degli inquinanti, mentre XGBoost si è dimostrato particolarmente efficace nel gestire la variabilità temporale delle emissioni, come i picchi di traffico o le condizioni atmosferiche avverse. Risultati e prospettive future I risultati delle simulazioni hanno mostrato che l'integrazione dei dati satellitari ha migliorato la capacità del modello di catturare eventi di inquinamento improvvisi, come quelli causati da condizioni meteorologiche stagnanti o da aumenti temporanei delle emissioni. Le previsioni ottenute hanno mostrato un miglioramento delle prestazioni rispetto ai modelli basati esclusivamente su dati meteorologici, con un incremento significativo nella precisione delle stime dei livelli di PM2.5 e NO2. Questo approccio basato su machine learning ha quindi il potenziale di fornire informazioni più accurate e tempestive sulla qualità dell'aria, consentendo alle autorità locali di attuare misure preventive per mitigare l'esposizione della popolazione agli inquinanti. In futuro, il miglioramento dell'accesso a dati satellitari ad alta risoluzione e l'aumento della capacità di calcolo potrebbero ulteriormente incrementare l'affidabilità di questi modelli, rendendoli strumenti essenziali per la gestione sostenibile dell'ambiente urbano. Conclusioni L'approccio di previsione dell'inquinamento atmosferico basato sull'integrazione di osservazioni satellitari e previsioni meteorologiche, mediante l'uso di tecniche di machine learning, rappresenta un passo avanti significativo nella comprensione e nella gestione della qualità dell'aria nelle aree urbane. Nel contesto di una città come Milano, questo tipo di modelli offre la possibilità di anticipare situazioni critiche e adottare misure preventive per ridurre l'impatto sulla salute pubblica. Sebbene ci siano ancora sfide legate alla complessità del sistema atmosferico e alla disponibilità di dati sempre più precisi, il potenziale di queste tecnologie per il monitoraggio e la previsione dell'inquinamento è estremamente promettente.ACQUISTA IL LIBRO © Riproduzione VietataFoto wikimedia
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Rischi ambientali : come si muove la finanzaLa correlazione tra i rischi finanziari e i rischi ambientali visti dagli operatori bancari internazionali di Marco ArezioI problemi dell’ambiente e i relativi rischi ambientali, non sono, oggi, solo appannaggio di un gruppo sempre più ampio di giovani che manifestano nelle piazze e non sono solo occasione per il cosiddetto “green washing”, l’utilizzo a volte a sproposito dell’etichetta green sui prodotti da parte delle aziende, ma sono entrati prepotentemente nelle camere ovattate della finanza che conta. La questione del clima è diventata un problema di rischio finanziario, che coinvolge gli istituti bancari e il sistema finanziario internazionale, i quali dovranno confrontarsi con un nemico subdolo e potente. Non esiste un solo rischio ambientale, ma diversi elementi che potrebbero concatenarsi creando una problematica di difficile gestione a livello finanziario, tale per cui si potrebbero mettere in crisi i capitali in circolazione. I rischi ambientali che destano maggiore attenzione da parte delle istituzioni finanziarie possono essere elencati in: Incremento di gas serra Incremento delle precipitazioni Incremento delle siccità I rischi connessi a queste problematiche dipendono dal loro manifestarsi e dalla violenza con cui si presentano nelle aree geografiche del pianeta, ma si traducono in costi di vite umane, distruzione delle infrastrutture pubbliche e private, perdita di produttività con danni alla crescita economica e innalzamento dei prezzi dei beni primari. Questi costi incideranno direttamente sui valori degli assets, con un deterioramento della capacità delle imprese e delle famiglie di onorare i debiti e una riduzione del valore delle garanzie. Alle banche è affidato il compito di indirizzare i flussi finanziari verso attività che indirettamente riducano il rischio stesso e quindi verso iniziative di sostenibilità ambientale che possano mitigare gli effetti che causano i cambiamenti climatici. Questi finanziamenti sono necessari per la stabilità stesse delle banche. L’Europa avrebbe bisogno, per aggiornare le reti energetiche, migliorare la gestione dei rifiuti, delle risorse idriche, per modernizzare la rete dei trasporti e della logistica, di 270 miliardi di euro all’anno, cifre enormi che dovranno essere trovate perchè non ci sono alternative alla strada della sostenibilità ambientale. La maggior preoccupazione delle banche e degli investitori finanziari è il rischio nel deterioramento dei propri crediti e il valore dei loro attivi in relazione ai fattori climatici, che non sono di per sè rischi nuovi, ma che stanno diventando di proporzioni tali che potrebbero destabilizzare il ritorno finanziario delle operazioni. La comunità internazionale dal punto di vista politico si sta muovendo in ordine sparso, con diversi approcci tra gli Stati Uniti, l’Europa, la Cina, la Russia, l’India, per citarne qualcuno, ma alla fine saranno le istituzioni finanziarie che influenzeranno le scelte di transizione energetica e di sostenibilità ambientale. In questo momento, però, non tutte le banche hanno compreso in pieno quale sia la strada corretta per l’elargizione dei capitali sul mercato industriale e quale ricadute si avranno, anche in termini di rischio sulle operazioni, rimanendo immobili sugli assets in portafoglio. Si possono vedere, per esempio, negli Stati Uniti, paese gestito da una politica ultra negazionista in termini ambientali, che i movimenti ambientalisti stanno manifestando contro banche, quali la JP Morgan, la Well Fargo, la Bank of America, le quali continuano a sostenere finanziariamente le società impegnate nell’estrazione e raffinazione del petrolio. Ma ci sono anche fondi di investimento internazionali, come il BlackRock, il più grande del mondo, che ha capito velocemente dove indirizzare il timone dei propri investimenti e, attraverso il presidente Larry Find, ha ribadito ai propri clienti e agli amministratori delegati delle società in cui il fondo è posizionato, che premierà le imprese e i progetti legati alla sostenibilità. Secondo Find, non solo i governi, ma anche le istituzioni finanziarie e le imprese potranno essere travolte se non si adotteranno misure efficaci a favore dell’ambiente. Quella di BlackRock non è una raccomandazione o un consiglio, ma una forte e univoca decisione che si potrebbe concretizzare attraverso l’opposizione nei consigli di amministrazione o la sfiducia a managers che non adotteranno misure concrete in fatto di sostenibilità climatica. Find vede il rischio ambientale colpire direttamente la solvibilità dei mutui, specialmente quelli sulla casa, sull’inflazione, se dovessero impennarsi i prezzi dei generi primari, sul rallentamento della crescita dei paesi emergenti e quindi a cascata su quella mondiale, causata della riduzione della produzione per l’aumento delle temperature.
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L'impatto degli Allevamenti Intensivi sull'Inquinamento dell'Aria in LombardiaGli allevamenti intensivi responsabili di un terzo delle polveri sottili nella Pianura Padana: un'analisi dei dati e delle fonti di inquinamento nella regionedi Marco ArezioLa Pianura Padana è una delle aree più inquinate d'Europa, con livelli di polveri sottili (PM10 e PM2.5) spesso al di sopra dei limiti di sicurezza stabiliti dall'Unione Europea. Tra le fonti di inquinamento, gli allevamenti intensivi svolgono un ruolo significativo. Secondo uno studio del Centro EuroMediterraneo sul Cambiamento Climatico, un terzo delle polveri sottili presenti nell'aria della Pianura Padana proviene dalla zootecnia. Questo articolo analizza i dati attuali sull'inquinamento atmosferico causato dagli allevamenti intensivi e confronta questo contributo con altre fonti di inquinamento in Lombardia.Dati sull'Inquinamento dell'Aria dalla Zootecnia Gli allevamenti intensivi sono responsabili della produzione di ammoniaca (NH3), un gas che, una volta rilasciato nell'atmosfera, contribuisce alla formazione di particolato secondario (PM2.5) attraverso reazioni chimiche. I dati del progetto Inhale, realizzato in collaborazione con Legambiente Lombardia, indicano che gli allevamenti intensivi emettono circa il 94% dell'ammoniaca totale prodotta in Lombardia. Secondo l'ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale), in Lombardia vengono emessi annualmente circa 100.000 tonnellate di ammoniaca. Di queste, circa 94.000 tonnellate provengono dagli allevamenti intensivi, principalmente bovini e suini. Questo elevato contributo è dovuto alle grandi quantità di deiezioni prodotte e al loro stoccaggio e gestione in ambienti confinati, che favoriscono l'evaporazione dell'ammoniaca. Quota di Inquinamento dalla Zootecnia Il particolato fine PM2.5, derivato dalla conversione dell'ammoniaca, rappresenta una delle componenti più pericolose dell'inquinamento atmosferico per la salute umana, essendo in grado di penetrare profondamente nei polmoni e nel sistema circolatorio. Lo studio del Centro EuroMediterraneo ha stimato che il 30-35% del PM2.5 presente nell'aria della Pianura Padana sia direttamente correlato alle emissioni di ammoniaca dagli allevamenti intensivi. Analisi degli Inquinanti Rispetto ad Altre Fonti In Lombardia, le altre principali fonti di inquinamento includono il trasporto su strada, l'industria e il riscaldamento domestico. Secondo l'ARPAL (Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale della Lombardia), la distribuzione delle emissioni di PM10 e PM2.5 per fonte è la seguente: - Trasporto su strada: 45% - Industria: 20% - Riscaldamento domestico: 15% - Agricoltura e Allevamenti: 20% (di cui il 15% è imputabile alla zootecnia) Questi dati evidenziano come gli allevamenti intensivi rappresentino una quota significativa dell'inquinamento atmosferico, comparabile a quella dell'industria e superiore a quella del riscaldamento domestico.Impatto sulla Salute e sull'Ambiente L'esposizione prolungata alle polveri sottili può causare gravi problemi di salute, tra cui malattie respiratorie, cardiovascolari e un aumento della mortalità prematura. L'inquinamento da ammoniaca e particolato fine non solo influisce negativamente sulla qualità dell'aria, ma contribuisce anche all'acidificazione del suolo e delle acque, con impatti negativi sugli ecosistemi.Conclusioni Gli allevamenti intensivi in Lombardia rappresentano una delle principali fonti di inquinamento atmosferico, contribuendo significativamente alla formazione di particolato fine (PM2.5) attraverso le emissioni di ammoniaca. Gli sforzi per mitigare questo impatto devono includere l'adozione di tecnologie più sostenibili per la gestione delle deiezioni, il miglioramento delle pratiche di stoccaggio e l'implementazione di misure di controllo delle emissioni. La lotta all'inquinamento atmosferico richiede un approccio integrato che coinvolga tutti i settori produttivi e che promuova una maggiore consapevolezza e responsabilità ambientale. Solo attraverso un impegno congiunto sarà possibile migliorare la qualità dell'aria e proteggere la salute pubblica e l'ambiente.ACQUISTA IL LIBRO
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Il Disboscamento Illegale in RomaniaUn disastro ecologico nell’Amazzonia Europea. Stiamo a guardare ancora?di Marco Arezio Le foreste della Romania, di proprietà dello stato, ammontano a 3,13 milioni di ettari, cifra che rappresenta il 48% delle superfici boschive del paese. In questi territori l’abbattimento illegale delle piante sta alimentando il mercato nero del legno e provoca un danno ambientale enorme. Secondo i dati raccolti il disboscamento illegale in Romania ammonta ogni anno a circa 20 milioni di metri cubi di legname su un totale di 18 milioni autorizzati legalmente dallo Stato. Considerando un prezzo medio del legno di circa 50 euro/mc, si può notare che il business illegale frutta circa 1 miliardo di euro l’anno. In realtà, sono anni che il fenomeno va avanti, probabilmente coperto da funzionari dello stato che fanno finta di non vedere il problema, ma recentemente è tornato prepotentemente alla ribalta in quanto sono stati uccisi due guardia parco, che stavano onestamente lavorando per la tutela del patrimonio forestale dello stato. Si è parlato di forme mafiose di gestione del business del legno dolce, cosa che ha fatto muovere anche la Commissione Europea, che ha imposto allo stato Romeno, una verifica della situazione attraverso la creazione di una commissione di controllo sui numeri e sulle procedure di disboscamento. Secondo le indicazioni di Recorder.co, il rapporto elaborato, dopo aver sentito gli operatori dei controlli sul campo, coadiuvati da esperti formati in Francia, Svizzera e Finlandia, ha dimostrato che il disboscamento illegale rappresenta circa 20 milioni di mc/anno. Tuttavia, il rapporto sembra essere stato censurato dalle autorità che lo hanno ricevuto, in quanto non rappresenterebbe la reale situazione, in base ai rilevamenti autonomi di Romsilva, società che gestisce il patrimonio boschivo statale. Secondo i dati di questa società, il volume del disboscamento illegale si aggirerebbe tra i 40 e i 50.000 metri cubi annui e ipotizza che la commissione incaricata al controllo, su pressione della Comunità Europea, potrebbe aver commesso degli errori di calcolo. In una conferenza pubblica in cui hanno partecipato, sia il capo di Romsilva, sia i responsabili del progetto IFN, National Forest Inventory che ha eseguito i rilevamenti, è emerso che i numeri contenuti nel rapporto IFN, siano stati supportati da consulenti indipendenti Europei, ma che l’ente statale della protezione delle foreste insiste apertamente nel crederlo inattendibile, lasciando il problema in un pericoloso limbo. Come succede solitamente negli affari gestiti dalla malavita, il fenomeno dell’intimidazione, dell’omertà e della corruzione, unge un ingranaggio ben collaudato a tutti i livelli, con l’unico scopo di tenere le attività illegali al riparo dei clamori della cronaca, in modo da continuare in modo discreto e le operazioni. Si è tanto criticato Bolsonaro per il mancato contrasto alla deforestazione dell’Amazzonia, ma poco si è parlato della deforestazione illegale in Romania
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India: il fermo del paese fa rivedere l’HimalayaAssediate dall’inquinamento le città Indiane vivono immerse in una caligine permanentedi Marco ArezioUn poco invidiabile record di inquinamento è detenuto dall’india che, a causa della sua numerosa popolazione, dagli assembramenti urbani e da una politica ambientale non eccelsa, è annoverato tra i paesi che producono maggiore inquinamento atmosferico al mondo. Forse è un fatto di cultura che il problema dell’ambiente non sia molto sentito nel paese, così che le fonti di inquinamento fanno parte della vita quotidiana della popolazione. L’uso della carbonella per cucinare, il traffico impazzito composto da mezzi di trasporto che non hanno impianti per l’abbattimento delle emissioni inquinanti, l’abitudine a bruciare la spazzatura specialmente la plastica, le centrali a carbone che sostengono la produzione di energia elettrica, l’incenerimento in campagna delle stoppie per preparare le nuove colture e le emissioni in atmosfera delle fabbriche. In questo momento la Cina, considerata il paese che produceva più inquinamento al mondo, si sta attrezzando per far fronte a un problema che è diventato anche sociale, di salute pubblica, lasciando il triste primato all’India. Le morti per inquinamento sono aumentate da 740.000 decessi del 1990 a 1.100.000 nel 2015, ricoprendo la quarta causa di morte in India, con una progressione in crescita che non vede la fine, in quanto, per ora, un progetto complessivo di riduzione delle fonti inquinanti non si vede ancora. Nonostante sia stato lanciato il progetto Ncap, che prevede la riduzione nelle aree metropolitane del PM 2,5 e PM 10, i risultati attualmente non sono visibili e valutabili. Nel frattempo è arrivato il Coronavirus, che ha imposto il lockdown per alcune settimane facendo chiudere, fabbriche, bloccando i voli aerei, il traffico su gomma, le metropolitane, dando così una tregua ambientale al paese. A seguito di queste restrizioni totali, nel giro di due settimane si è verificato una drastica riduzione delle polveri sottili e degli altri inquinanti solitamente presenti nei cieli Indiani, facendo scoprire nuovi aspetti della natura. In alcune aree del paese, a distanza di centinaia di chilometri, si è tornata ad ammirare la catena Himalayana che, secondo gli abitanti del Panjab, non si vedeva da 20 anni. I bambini hanno potuto godere di una vista meravigliosa su una catena montuosa di cui conoscevano l’esistenza solo sui libri.Approfondisci l'argomento
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Il cambiamento climatico e i diritti umaniXenofobie, Nazionalismi e Violenze sono solo danni collaterali al progresso economico? Gli stati ricchi sono sordi agli avvertimenti degli scienziati sul riscaldamento globale e sulle conseguenze che esso imprime sull’ambiente e sulla popolazione. Quello che era considerato catastrofico qualche anno fa sembra sia un buon punto di partenza oggi. Se il riscaldamento globale attacca la filiera alimentare, da cui alcuni paesi sono abituati a rifornirsi, riducendo i quantitativi, poco male, cambieranno area geografica e fornitori, si tratterà di pagare un po’ di più. Se il riscaldamento globale aumenta la temperatura media nelle città in cui vivono, poco male, aumenteranno l’uso dei condizionatori, si tratterà di pagare un po’ di più. Se il riscaldamento globale riduce la disponibilità di acqua da bere e per l’uso domestico, poco male, si forniranno da fonti più lontane e la trasporteranno fino a casa, si tratterà di pagare un po’ di più. Se il riscaldamento globale fa aumentare i livelli degli oceani e minaccia alcune aree costiere o zone turistiche, poco male, cambieranno i loro orizzonti di vacanza, si tratterà di pagare un po’ di più. Se il riscaldamento globale incrementa le migrazioni che premono ai loro confini, poco male, spegneranno la televisione e si verseranno un buon bicchiere di vino, sapendo che sono in costruzione nuovi muri che li proteggeranno, si tratterà di pagare un po’ di più. Se il riscaldamento globale aumenta i casi di malattie pandemiche e tradizionali, che minacciano le loro nazioni, poco male, l’assistenza sanitaria di alto livello e le protezioni individuali e i servizi a cui possono accedere ridurranno quasi a zero il rischio, si tratta di pagare un po’ di più. Esatto, si tratta di pagare un po’ di più. Ma c’è una consistente fetta della popolazione mondiale, alla quale non è imputabile, se non in maniera del tutto marginale, l’inquinamento che causa il riscaldamento globale, che non gode di tutte le difese che i paesi ricchi possono elargire ai propri cittadini. Le popolazioni Africane, del sud est Asiatico e sud Americane, subiscono un impatto diretto dei cambiamenti climatici, come la mancanza di acqua, la mancanza di cibo causato dalla progressiva desertificazione dei terreni, il caldo estremo che non può essere mitigato da alloggi adeguati, un’assistenza sanitaria scarsa o scadente, che non permette loro di affrontare le malattie che si stanno diffondendo ripetutamente nel mondo. Quando si parla, anche nelle sedi più autorevoli, di diritti umani si è portati a pensare sempre a se stessi e di come sia giusto garantire i supporti di base alla vita delle persone. Poi, però, ci si dimentica di agire o lo si fa in maniera del tutto timida e inadeguata rispetto alle esigenze. A questo divario di risorse così vergognoso ci stiamo un po’ abituando, sembra sia una divisione divina tra ricchi e poveri, uno status quo che ci fa comodo mantenere, coccolandoci nella nostra quotidianità. Ma a parte i governi che non guardano più in là del loro naso, che negano i problemi ambientali, che negano le relazioni tra epidemie e cambiamenti climatici, che credono nella correttezza e nella validità degli slogan “prima noi”, i paesi più ricchi del mondo si dovranno a breve confrontare con la disperazione di masse sempre più grandi di popolazione che non hanno più niente, a causa del clima impazzito che abbiamo creato. Se abbiamo negato a milioni di uomini i diritti di base che sono l’alimentazione, la casa, l’assistenza sanitaria, il lavoro e l’istruzione, come possiamo pensare che questa rabbia, fatta di disperazione, non possa portare a rivolte sociali, guerre, terrorismo, nazionalismi, xenofobia che prima o poi riguarderanno tutti? Se adesso giudichiamo la negazione del diritto alla vita o ad una vita dignitosa, una grande fetta di popolazione mondiale, come un danno collaterale al progresso economico, quanto tempo pensiamo possa passare perché anche noi verremo coinvolti e stritolati dal disastro ambientale del pianeta che stiamo piano piano costruendo? I diritti fondamentali non sono mai unilaterali, valgono per tutti, sempre. Approfondisci l'argomento
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Analisi della Qualità dell’Aria e degli Odori all’Interno delle AutoEsposizione ai Composti Volatili Nocivi: Come le Alte Temperature Influiscono sull'Abitacolo e la Salute dei Passeggeridi Marco ArezioLe auto con cui ci spostiamo durante le nostre giornate lavorative o come mezzo di trasporto per le nostre vacanze o per i nostri hobbies, sono un insieme di prodotti chimici che, come tali, sono sottoposti a differenti reazioni in base alle sollecitazioni esterne che li interessano.Le temperature, specialmente quelle calde, sono un fattore scatenante che possono causare un incremento di volatili all’interno degli abitacoli delle auto, volatili che possono essere percepiti sotto forma di odori, o del tutto neutri alla percezione nasale, ma che possono portare con sé elementi volatili che potrebbero essere dannosi per la salute, causando problemi fisici a lungo termine. Ma quali sono i volatili che si disperdono all’interno degli abitacoli delle auto? I composti nocivi per la salute presenti nelle auto: • Acetaldeide • Acroleina • Benzene • Toluene • Etilbenzene • Stirene • O-m-p-xilene Queste sostanze che provengono dalla composizione delle strutture plastiche, o dai suoi rivestimenti, che compongono tutta la macchina, come cruscotti, sedili, accessori, pannellature, parti di aerazione, parti del motore che, sotto l’effetto del cambio di temperature, possono rilasciare sostanze volatili nocive.Come si può controllare la concentrazione di questi elementi per capire, in modo analitico, se possono danneggiare la salute?Questa analisi della qualità dell’aria può essere fatta impiegando un piccolo strumento come il gascromatografo a mobilità ionica che, attraverso l’aspirazione dei volatili all’interno dell’abitacolo, permette in modo semplice e rapido, la valutazione chimica dei volatili dispesi nell’aria. Questa piccola macchina impiega circa 15 minuti per identificare i concentrati chimici ad un livello pari a 5 ppb e ci restituisce una fotografia della qualità dell’aria che respiriamo in macchina. Qual’ è in sintesi l’obbiettivo: • Quantificazione simultanea delle emissioni gassose sopra riportate • Impiego di un apparecchio semplice e veloce per il campionamento dell’aria nelle auto • Vision tridimensionale dei componenti chimici rilevati • Automatizzazione del sistema di aspirazione e controllo • Breve tempo di ciclo • Valori analitici certi Considerando che nello spettro delle sostanze volatili che possono essere presenti in un’auto, una parte di esse non vengono percepite come odori dall’uomo e, quindi, non ci accorgiamo della loro presenza. La qualificazione dei composti chimici ci può aiutare a capire se, viaggiando all’interno dell’abitacolo esposti all’inalazione di questi elementi, per un determinato tempo, questi possano causare un danno alla nostra salute. Vedi filtri per areazione auto
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L’alba ecologica della TanzaniaTanzania: Il governo vieta i prodotti plastici monouso e promuove i centri ecologici Trentatrè, fin’ora, sono gli stati Africani che hanno vietato l’uso dei sacchetti di plastica per cercare di diminuire l’errato uso della plastica nella nostra vita. Dal 1° Giugno 2019 anche la Tanzania si è unito a questo piccolo esercito che tenta di fare qualche cosa per arginare il mare di plastica monouso che sta intasando l’ambiente. Ma il paese sta anche cercando di fare qualche passo in più nell’ambito di un uso coerente e rispettoso della plastica, infatti sta anche studiando come fare a risolvere la problematica dello smaltimento di una produzione giornaliera ingente di rifiuti nelle proprie città. Il problema è così sentito che il governo ha coinvolto tutte le forze nazionali disponibili aprendo un canale di comunicazione anche con le associazioni giovanili ambientaliste. Lo sviluppo demografico delle città, come ad esempio Dar es Salaam, capitale culturale della Tanzania, che ha visto una rapida crescita negli ultimi anni, ed è ha una popolazione di circa 4,3 milioni di persone registrate nell’ultimo censimento nazionale, dispone di un servizio di raccolta dei rifiuti per solo il 30-40% dei suoi cittadini. Il paese produce circa 4.600 tonnellate di rifiuti al giorno con una previsione di salire a circa 12.000 entro il 2025, quindi si capisce che la messa al bando dei prodotti monouso, tra i quali ci sono i sacchetti in plastica, non potesse essere l’unica decisione da prendere in ambito ambientale. Il governo ha deciso di partire dalle scuole per far prendere coscienza ai giovani che i rifiuti, specialmente quelli plastici, siano una risorsa nel loro riutilizzo e che la loro dispersione nell’ambiente sia un lento suicidio collettivo. Inoltre i programmi didattici nelle scuole elementari vogliono valorizzare il giardinaggio, la piantumazione e ogni forma di conservazione dell’ambiente.Approfondisci l'argomento
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