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https://www.rmix.it/ - Cambiamenti Climatici e Siccità. L’Acqua non si Fabbrica (Forse)
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Cambiamenti Climatici e Siccità. L’Acqua non si Fabbrica (Forse)
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La siccità è arrivata in modo devastante anche in Europa, forse adesso ascolteremo la terra?di Marco ArezioIl Covid, la guerra, il caldo asfissiante, la siccità, la mancanza di energia, i flussi migratori in crescita, questa è la fotografia del nostro vivere contemporaneo. I problemi ci piace vederli in televisione, con l’idea sciocca che rimangano confinati li dentro, poi, facciamo la vita di sempre, facendo finta che tutto vada bene. E’ una forma di protezione? Forse, ma di fatto la situazione è proprio questa, un insieme di fatti concatenati (e non li ho citati tutti), che rendono complicata la vita di oggi e del medio periodo. Di cambiamenti climatici piace parlarne a tutti, siamo tutti ecologisti per uniformarci alla massa che, ora, cammina in questo senso, ma in realtà, nella nostra vita quotidiana ci comportiamo in modo non troppo green. Noi rispecchiamo la classe politica che eleggiamo, che dovrebbe prendere delle decisioni per la comunità, anche impopolari, nella giusta direzione per il nostro futuro, ma la politica oggi sembra un grande social e i politici, come influencers, devono piacere e compiacere, non governare. Quindi risolvere i problemi climatici è difficile, perché sembra non ci siano nell’agenda delle priorità, anche se ne parlano giornalmente. Da anni si parla di energie rinnovabili e da anni si fa pochino per aumentare seriamente la produzione di energia dal sole e dal vento, ma adesso che il prezzo del gas è andato alle stelle si rispolverano vecchi progetti lasciati nei cassetti dei burocrati. Per quanto riguarda l’acqua la faccenda è, purtroppo, ancora più grave in quanto non basta finanziare nuovi progetti, come è successo per le energie rinnovabili, per avere più acqua, in quanto questa è difficilmente producibile. Anche per il settore idrico, bene primario per la popolazione, le istituzioni hanno fatto sempre poco, molto poco, in un paese che fino a poco tempo fa non aveva il problema della siccità, non si è mai investito abbastanza sugli acquedotti, che in molti casi disperdono lungo il tragitto anche il 30-40% della loro portata. Non si è investito sugli accumuli, creando nelle zone più piovose, come in montagna, invasi che potessero fungere da riserva d’acqua quando necessario, non si è investito in impianti di desalinizzazione lungo le coste e non si è mai affrontato una gestione organica e sociale delle acque sotterranee profonde. Secondo i dati Istat del 2019, le acque sotterranee garantiscono l’84% del fabbisogno idropotabile (48% da pozzi e 36% da sorgenti), oltre a coprire una parte significativa delle esigenze agricole e industriali. Pur risentendo della diminuzione delle piogge, la risorsa idrica sotterranea nazionale si rinnova annualmente per circa 50 miliardi di metri cubi, valore paragonabile all’acqua invasata in media nel Lago di Garda e a quella che mediamente il fiume Po scarica in Adriatico in un anno. Inoltre si dovrebbe sfruttare di più la risorsa dell’umidità dell’aria, in quanto è possibile costruire deumidificatori che, spinti da energia rinnovabile, trasformino l’umidità in acqua potabile. Questi impianti potrebbero contribuire alla riduzione dell’uso dell’acqua che preleviamo dagli acquedotti, facendo risparmiare risorse naturali importanti. Forse è il caso di svegliarci e fare tutti, nel nostro piccolo, qualche cosa.ACQUISTA IL LIBRO

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https://www.rmix.it/ - Supereruzioni Vulcaniche e Raffreddamento Globale
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Supereruzioni Vulcaniche e Raffreddamento Globale
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Analisi Approfondita dei Meccanismi Climatici e delle Conseguenze delle Più Grandi Eruzioni della Storiadi Marco Arezio Le eruzioni vulcaniche sono fenomeni naturali di straordinaria potenza che possono avere impatti significativi e duraturi sul clima terrestre. Tra questi fenomeni, le supereruzioni rappresentano eventi di dimensioni eccezionali, capaci di rilasciare immense quantità di ceneri e gas, come l'anidride solforosa, nell'atmosfera. Questi materiali possono influenzare il clima globale per anni, causando un raffreddamento significativo della Terra. Questo articolo esplora il meccanismo attraverso cui le supereruzioni raffreddano il pianeta e offre una cronologia storica delle più grandi eruzioni, analizzando le loro conseguenze climatiche.Meccanismo del Raffreddamento Vulcanico Quando una supereruzione vulcanica si verifica, grandi quantità di cenere e gas vengono espulse nell'atmosfera. L'anidride solforosa (SO2) è particolarmente importante in questo processo. Una volta rilasciata, questa si ossida e forma aerosol di solfato che riflettono la luce solare, riducendo la quantità di energia solare che raggiunge la superficie terrestre. Questo processo, noto come "forcing radiativo negativo," porta a un raffreddamento della superficie terrestre. Gli aerosol di solfato possono rimanere nella stratosfera per diversi anni, mantenendo il raffreddamento per periodi prolungati. La dispersione delle ceneri vulcaniche e degli aerosol di solfato nella stratosfera ha un effetto simile a quello delle nuvole, ma su scala globale. La riduzione della radiazione solare incidente diminuisce l'evaporazione e le precipitazioni, alterando i modelli climatici globali. Questi cambiamenti possono portare a una riduzione delle temperature medie globali, influenzando direttamente le stagioni e i cicli agricoli.Cronologia delle Supereruzioni Storiche Eruzione del Toba (circa 74.000 anni fa) Localizzazione: Sumatra, Indonesia Volume di materiale eruttato: 2.800 km³ L'eruzione del Toba è una delle più grandi esplosioni vulcaniche conosciute. L'evento ha espulso enormi quantità di ceneri e gas nell'atmosfera, creando un vasto lago calderico. La dispersione globale delle ceneri vulcaniche ha influenzato il clima mondiale per anni. Si stima che l'eruzione del Toba abbia causato un "inverno vulcanico" con una diminuzione delle temperature globali di circa 3-5°C. Questo evento è stato collegato a un collo di bottiglia genetico nella popolazione umana, suggerendo un impatto significativo sulla demografia dell'epoca. Le conseguenze ecologiche includono la distruzione di vaste aree forestali e la riduzione della biodiversità. Eruzione del Taupo (circa 26.500 anni fa) Localizzazione: Nuova Zelanda Volume di materiale eruttato: 1.170 km³ L'eruzione del Taupo è stata una delle più violente degli ultimi 70.000 anni. Il materiale eruttato ha formato uno spesso strato di cenere che si è disperso su gran parte dell'emisfero meridionale. L'eruzione ha innescato un periodo di raffreddamento globale, influenzando il clima dell'emisfero australe. Le ceneri depositate hanno avuto impatti significativi sull'ecologia locale, con cambiamenti nei pattern di vegetazione e nelle reti alimentari. Eruzione del Tambora (1815) Localizzazione: Sumbawa, Indonesia Volume di materiale eruttato: 160 km³ L'eruzione del Tambora è stata una delle più potenti eruzioni vulcaniche della storia recente. La colonna eruttiva raggiunse i 43 km di altezza, disperdendo ceneri in tutta la stratosfera. L'eruzione del Tambora è famosa per aver causato l'anno senza estate del 1816. Le temperature globali diminuirono di circa 0,4-0,7°C, causando gravi perdite agricole in Nord America ed Europa e portando a carestie diffuse. I cambiamenti climatici influenzarono anche la distribuzione delle malattie, con un aumento delle epidemie di colera e tifo. Eruzione del Krakatoa (1883) Localizzazione: Indonesia Volume di materiale eruttato: 25 km³ L'eruzione del Krakatoa fu caratterizzata da esplosioni catastrofiche che distrussero gran parte dell'isola. Le onde di maremoto generate causarono devastazioni in molte aree costiere vicine. L'eruzione del Krakatoa raffreddò le temperature globali di circa 1,2°C nei mesi successivi. Gli effetti sul clima durarono per circa cinque anni, contribuendo a condizioni meteorologiche anomale in tutto il mondo. Le ceneri vulcaniche produssero tramonti spettacolari, influenzando anche la cultura e l'arte del periodo. Eruzione del Monte Pinatubo (1991) Localizzazione: Filippine Volume di materiale eruttato: 10 km³ L'eruzione del Monte Pinatubo è stata una delle più grandi del XX secolo. La colonna eruttiva raggiunse i 35 km di altezza, e l'eruzione fu accompagnata da piogge acide e colate di fango. Questa eruzione ha portato a un raffreddamento globale di circa 0,5°C per due anni. Gli aerosol di solfato rilasciati hanno ridotto la radiazione solare incidente, evidenziando l'importanza dei vulcani nel sistema climatico terrestre. L'eruzione del Pinatubo ha anche fornito preziose informazioni per i modelli climatici attuali, aiutando a migliorare le previsioni dei cambiamenti climatici futuri.Implicazioni Future Comprendere l'impatto delle supereruzioni è cruciale per la preparazione e la mitigazione dei loro effetti futuri. L'integrazione dei dati storici con i modelli climatici moderni può aiutare a prevedere le conseguenze di eventi simili in futuro. Inoltre, lo studio delle eruzioni passate fornisce importanti indicazioni sui potenziali rischi per l'agricoltura, la salute umana e l'ambiente globale. Le supereruzioni possono avere effetti devastanti sulle infrastrutture, interrompendo i trasporti aerei, contaminando le riserve idriche e danneggiando le colture agricole. La pianificazione delle emergenze e l'adozione di strategie di adattamento possono ridurre significativamente l'impatto di questi eventi.Conclusione Le supereruzioni vulcaniche rappresentano tra i più potenti eventi naturali capaci di influenzare il clima terrestre per anni. Dalle ceneri e anidride solforosa rilasciate, fino ai conseguenti cambiamenti climatici globali, queste eruzioni forniscono preziose lezioni sul ruolo dei vulcani nel sistema climatico del nostro pianeta. Attraverso l'analisi storica delle maggiori eruzioni, possiamo meglio comprendere i meccanismi di raffreddamento climatico e prepararci per affrontare le future sfide legate a questi cataclismi naturali. Lo studio delle supereruzioni è fondamentale non solo per comprendere il passato della Terra, ma anche per prepararsi a eventuali future catastrofi. La collaborazione internazionale nella ricerca vulcanologica e climatica può migliorare la nostra capacità di risposta e mitigazione, proteggendo le comunità e preservando l'ambiente globale.ACQUISTA IL LIBRO

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https://www.rmix.it/ - La Forestazione delle Aree Metropolitane: Milano non Perde Tempo.
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare La Forestazione delle Aree Metropolitane: Milano non Perde Tempo.
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Riduzione dell’inquinamento, mitigazione delle ondate di calore, obbiettivi socialidi Marco ArezioChe le aree metropolitane stiano diventando sempre più un aggregato di popolazione crescente, nei numeri e nelle esigenze, è evidente in molti paesi del modo dove non si arresta l’incremento delle migrazioni interne verso le grandi città. I motivi che spingono le persone a muoversi sono principalmente economici, essendo la città un ambiente in cui le occasioni di trovare lavoro sono sicuramente più alte rispetto alle aree rurali. L’incremento massiccio della popolazione ha portato negli scorsi decenni ad una cementificazione “urgente” e smodata, sia dal punto di vista architettonico, che ambientale, che sociale, creando interi quartieri senza identità e senza un’anima, attraverso un’edilizia economica e con una spiccata essenzialità urbanistica. Questo modo di creare quartieri “dormitorio” ha creato disgregazione sociale, generazionale e una mancanza di integrazione tra il costruito e la natura. I bambini nati in questi contesti faticano a riconoscere un’alternativa ambientale ai palazzi, le strade asfaltate e ad ambiti diversi dai piccoli parchi di quartiere, se esistono. Inoltre, l’inquinamento crescente causato dal traffico veicolare, dal riscaldamento delle abitazioni e dalle conseguenze delle ondate di calore estivo, creano delle condizioni di vita non salubri e stressanti per la popolazione. Molte amministrazioni cittadine si sono convinte che il verde sia la chiave per lenire alcune problematiche legate all’inquinamento e, attraverso l’incremento della forestazione cittadina, la possibilità di creare condizioni di vita e una socialità più umana. Milano ha fatto suo questo obbiettivo, con il proposito di piantare tre milioni di alberi entro il 2030 e, attraverso questa operazione, riqualificare alcune aree per incrementare l’aggregazione sociale. La piantumazione ha anche lo scopo di inserire nel bilancio ambientale della città un elemento mitigatore degli inquinanti e del calore insistente, durante l’estate, sugli edifici meno preposti a difendere gli utenti da questo fenomeno in crescita. Parliamo soprattutto di edilizia scolastica, ospedali e centri per anziani, che riceveranno i primi interventi volti a rendere più vivibile l’ambiente cittadino. Il problema climatico nelle città tende ad acuire le disuguaglianze sociali, economiche e sanitarie, specialmente nelle periferie, dove la qualità delle costruzioni dal punto di vista dell’isolamento temo-acustico crea situazioni di disagio evidente. Inoltre gli alberi portano un aiuto nella lotta alle polveri sottili, al riscaldamento degli edifici con un risparmio nell’uso dei condizionatori. Milano ha messo in campo anche iniziative “green” attraverso la realizzazione di edifici, in cui il verde è parte integrante della loro struttura e attraverso l’organizzazione di eventi aperti a tutta la popolazione da vivere in nuove aree destinate ad un nuovo rapporto tra la popolazione cittadina e la natura. Approfondisci l'argomento

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https://www.rmix.it/ - Quando i Capitali sono Daltonici agli Investimenti Green
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Quando i Capitali sono Daltonici agli Investimenti Green
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Si parla tanto di investimenti per l’economia circolare ma il capitale cerca sempre scorciatoieSembreremmo ormai entrati in una fase di sicuro interesse verso l’economia verde, di startup innovative che si occupano di agricoltura eco sostenibile, di scoperte per la riduzione dell’inquinamento atmosferico, dei mari e dei suoli, di una mobilità con una bassa impronta carbonica… ma è proprio così?  Nonostante la Commissione Europea presieduta da Ursula von der Leyen, abbia tracciato una strada chiara e univoca su un modello di sviluppo più compatibile con le esigenze della terra e, nonostante dall’altra parte dell’oceano, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, stia remando in senso opposto ritirando addirittura il suo paese dall’accordo di Parigi sul clima, il mondo degli affari tiene il timone dritto decidendo come e dove investire il denaro a disposizione. Infatti, al di là dei proclami statali e dei movimenti di opinione della gente, i soldi si muovono nell’interesse del profitto che, a volte, si può incrociare con i gli interessi della politica e dell’opinione pubblica e a volte no. Non si può dire che il business sociale esista, in quanto i soldi vengono investiti oggi con orizzonti temporali sempre più corti rispetto agli anni, ai decenni o al secolo scorso. Complice l’informatizzazione dei sistemi economici, gli investitori scommettono su attività che si auspicano avere dei ritorni di profitto molto alti in tempi estremamente ristretti. Un esempio lo possiamo vedere osservando l’andamento di alcuni titoli tecnologici e di servizi legati al web, come Google, Apple, Amazon, Tesla, solo per citarne alcuni, che hanno incrementato il loro valore durante il periodo dell’esplosione del Covid in modo del tutto sorprendente, in uno spazio di tempo estremamente limitato, con valori di crescita a due cifre percentuali. Questo è difficile che succeda in un’economia tradizionale, ed è sempre più consueto vedere come i capitali mondiali si rivolgano a business con crescite esponenziali in periodi ristretti. Come è possibile attirare investimenti su progetti green che debbano cambiare o risolvere le anomalie produttive, di consumo o di mobilità che affliggono il nostro pianeta, i cui progetti hanno bisogno di anni o decenni per essere realizzati? Interessa a qualche investitore portare l’acqua potabile in alcune metropoli, come Mumbai, in cui il ritorno dell’investimento sarebbe assicurato ma a fronte della costruzione di una rete idrica i cui tempi sarebbero ovviamente lunghi? Sembrerebbe di no, infatti ogni giorno centinaia di camion portano l’acqua in città, emettendo tonnellate di Co2, ma non si trovano capitali per ammodernare la rete idrica e ridurre l’inquinamento atmosferico. Questo è solo un esempio del paradosso della finanza, che influisce sul mantenimento di sistemi inefficienti e inquinanti, nonostante si dispongano di risorse e di mezzi per risolvere i problemi ambientali. Approfondisci l'argomento

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https://www.rmix.it/ - Cosa Sta Succedendo alle Foreste Artiche a Causa dell'Inquinamento?
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Cosa Sta Succedendo alle Foreste Artiche a Causa dell'Inquinamento?
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Cosa Sta Succedendo alle Foreste Artiche a Causa dell'Inquinamento?Abbiamo trattato in articoli precedente la devastante azione dell'uomo sullo sfruttamento della foresta amazzonica e sullo sfruttamento del legname nei boschi della Romania ma ora troviamo interessante proporre un articolo apparso su Science che informa della situazione delle foreste artiche russe a causa dell'inquinamento causato dalle attività industriali dell'uomo.Il dilagante inquinamento atmosferico nella Siberia settentrionale sta bloccando la luce solare e rallentando la crescita delle foreste boreali, suggerisce una nuova ricerca Il più grande studio sugli anelli degli alberi a Norilsk, la città più inquinata della Russia e la città più settentrionale del mondo, ha scoperto che l'inquinamento atmosferico da miniere e fonderie locali è almeno in parte responsabile di un fenomeno noto come "oscuramento artico". Simile all'``oscuramento globale '', questo effetto più regionale si verifica quando minuscole particelle - da inquinamento atmosferico, eruzioni vulcaniche e polvere - si raccolgono nell'atmosfera, dove assorbono o disperdono parzialmente l'energia solare, interferendo con la disponibilità di luce, l'evaporazione e l'idrologia. il terreno. Osservazioni a lungo termine e misurazioni satellitari hanno dimostrato che la quantità di radiazione solare che raggiunge la superficie dell'Artico è diminuita dalla metà del secolo, ma non era chiaro se ciò fosse dovuto all'inquinamento umano nella regione. Oggi, dopo quasi un secolo di attività mineraria pesante e non regolamentata, la morte degli alberi vicino a Norilsk si è estesa fino a 100 chilometri, ma questo è uno dei primi studi per collegare quella foresta in diminuzione con la luce solare ridotta. "Sebbene il problema delle emissioni di zolfo e del deperimento forestale sia stato affrontato con successo in gran parte dell'Europa, per la Siberia non siamo stati in grado di vedere quale sia stato l'impatto, in gran parte a causa della mancanza di dati di monitoraggio a lungo termine", afferma Ulf Büntgen, analista di sistemi ambientali dell'Università di Cambridge. Eppure, questa regione è una delle più fortemente inquinate al mondo. Quindi, leggendo migliaia di anelli di alberi di conifere vive e morte che circondano la città di Norilsk, i ricercatori hanno cercato di ricostruire quello che è successo a questa foresta un tempo incontaminata. Usando il legno e la chimica del suolo, hanno mappato l'entità della devastazione ambientale incontrollata di Norilsk nel corso di nove decenni. "Possiamo vedere che gli alberi vicino a Norilsk hanno iniziato a morire in maniera massiccia negli anni '60 a causa dell'aumento dei livelli di inquinamento", afferma Büntgen. Utilizzando la radiazione solare che raggiunge la superficie come proxy per l'inquinamento atmosferico, i modelli del team forniscono "una forte prova" che l'oscuramento artico ha sostanzialmente ridotto la crescita degli alberi dagli anni '70. Oggi, dicono gli autori, anche le foreste boreali in Eurasia e nel Nord America settentrionale sono diventate in gran parte una "discarica per grandi concentrazioni di inquinanti atmosferici di origine antropica", e quindi gli effetti dell'oscuramento artico potrebbero essere avvertiti in modo molto più ampio al di fuori della regione di Norilsk studiata qui . Sfortunatamente, a causa dei modelli di circolazione su larga scala, sappiamo che gli inquinanti tendono ad accumularsi nell'atmosfera artica, e questo significa che gli ecosistemi a nord possono essere particolarmente vulnerabili all'inquinamento globale nel suo complesso. Anche sapendo questo, gli autori non erano preparati per l'entità del problema che avevano scoperto. "Ciò che ci ha sorpreso è quanto siano diffusi gli effetti dell'inquinamento industriale: l'entità dei danni mostra quanto sia vulnerabile e sensibile la foresta boreale", afferma Büntgen. "Data l'importanza ecologica di questo bioma, i livelli di inquinamento nelle alte latitudini settentrionali potrebbero avere un enorme impatto sull'intero ciclo globale del carbonio". Né l'inquinamento è l'unica minaccia per questi preziosi ecosistemi, a volte descritti come "polmoni" per il nostro pianeta. Sembra che il cambiamento climatico stia anche alterando la diversità delle foreste boreali, mentre gli incendi più intensi e frequenti stanno spazzando via enormi aree della Siberia ogni anno, contribuendo a un ulteriore inquinamento atmosferico regionale. Mentre alcuni modelli di riscaldamento globale suggeriscono che la crescita degli alberi aumenterà con il cambiamento climatico, la nuova ricerca evidenzia che l'inquinamento atmosferico potrebbe superare questo, il che significa che gli alberi nel nord artico cresceranno più lentamente e più deboli di prima. Ulteriori ricerche dovrebbero esaminare come l'inquinamento atmosferico potrebbe portare a una riduzione della radiazione solare, assorbendo la radiazione solare direttamente o indirettamente attraverso i suoi effetti sulle nuvole. Considerata l'importanza di queste foreste boreali come pozzo di carbonio e quanto vulnerabili sembrano essere, gli autori chiedono ulteriori informazioni sugli effetti a lungo termine delle emissioni industriali sulle foreste più settentrionali del mondo. "Questo studio appare particolarmente opportuno alla luce del rilascio, senza precedenti a Norilsk di oltre 20.000 tonnellate di gasolio nel 2020", scrivono, "un disastro ambientale che sottolinea la minaccia del settore industriale di Norilsk sotto il rapido riscaldamento dell'Artico e lo scongelamento del permafrost, e sottolinea anche la vulnerabilità ecologica delle alte latitudini settentrionali ". Carly Cassella

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https://www.rmix.it/ - Temperature record e anomalie climatiche: cosa ci attende nei prossimi 3 anni e come possiamo difenderci
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Temperature record e anomalie climatiche: cosa ci attende nei prossimi 3 anni e come possiamo difenderci
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L’aumento delle temperature globali e la crescita delle anomalie climatiche stanno cambiando il volto del pianeta. Cosa succederà nei prossimi 3 anni?di Marco ArezioNegli ultimi anni, le cronache internazionali sono state scandite da notizie di temperature record, siccità prolungate, inondazioni improvvise, ondate di calore, uragani fuori stagione e gelo inaspettato. Questi eventi, un tempo considerati eccezionali, stanno diventando la nuova normalità. Ma perché avvengono queste anomalie climatiche? Quali sono le previsioni per i prossimi tre anni e come possiamo, concretamente, difenderci e adattarci a uno scenario che pare sempre più complesso e imprevedibile? Il quadro attuale: dati e segnali di allarme Il 2023 e il 2024 sono stati due degli anni più caldi mai registrati da quando esistono rilevazioni sistematiche. Secondo i dati di Copernicus, NOAA e IPCC, la temperatura media globale della superficie terrestre ha superato, per più mesi consecutivi, la soglia simbolica di 1,5°C rispetto ai livelli preindustriali. Non si tratta di una semplice statistica: ogni decimo di grado in più moltiplica la frequenza e l’intensità di eventi climatici estremi. Tra le anomalie più significative degli ultimi dodici mesi si segnalano l’aumento della temperatura superficiale degli oceani (che, a sua volta, amplifica tempeste e uragani), la riduzione dei ghiacci artici e antartici, periodi di siccità straordinaria alternati a piogge torrenziali, l’anticipo della primavera e la durata prolungata delle ondate di calore estivo. Fenomeni che interessano ormai tutto il pianeta, senza distinzioni tra Nord e Sud del mondo. Le cause delle anomalie climatiche: tra cicli naturali e attività antropiche Per comprendere perché si verificano queste anomalie, è necessario distinguere tra i cicli naturali della Terra e l’effetto delle attività umane. Da una parte, il clima terrestre ha sempre conosciuto oscillazioni cicliche dovute a fattori astronomici (come la variazione dell’asse terrestre, i cicli solari, le correnti oceaniche tipo El Niño e La Niña). Dall’altra, dagli anni ’50 del Novecento, l’accumulo di gas serra prodotti dalla combustione di combustibili fossili, deforestazione, agricoltura intensiva e urbanizzazione, ha innalzato in modo anomalo la concentrazione di CO₂ e metano nell’atmosfera. Secondo la quasi totalità della comunità scientifica, il “forcing” antropico – cioè la spinta aggiuntiva esercitata dalle attività umane – ha ormai superato la variabilità naturale. I modelli climatici più avanzati dimostrano che, senza un rapido cambio di rotta, i prossimi anni vedranno un’ulteriore accelerazione delle temperature medie, con effetti a cascata su tutti gli ecosistemi. Cosa aspettarci nei prossimi 3 anni? Scenari probabili secondo la scienza Le previsioni climatiche non sono oroscopi, ma strumenti statistici basati su milioni di dati raccolti in tutto il mondo. I principali centri di ricerca (come il CMCC, il Met Office britannico, la NASA e l’IPCC) concordano su alcuni punti: Aumento della frequenza e intensità delle ondate di calore: L’Europa meridionale, l’Asia sud-occidentale e l’America settentrionale saranno particolarmente esposte. Nei mesi estivi, le temperature massime potranno superare di 3-5°C i valori medi del periodo 1991-2020, con effetti sulla salute pubblica, l’agricoltura e l’energia. Piogge torrenziali e alluvioni lampo: L’atmosfera più calda trattiene più vapore acqueo, che si traduce in piogge più intense, spesso concentrate in poche ore. Le aree urbane e costiere sono ad alto rischio di danni e interruzioni infrastrutturali. Siccità più lunghe e diffuse: In vaste zone del Mediterraneo, dell’Africa subsahariana e delle Americhe, la combinazione tra alte temperature e scarse precipitazioni causerà siccità più prolungate, con crisi idriche sempre più frequenti. Impatto sulla biodiversità: I cambiamenti rapidi non consentono a molte specie animali e vegetali di adattarsi. L’incremento di fenomeni estremi mette a rischio la produzione agricola, la sicurezza alimentare e la salute degli ecosistemi. Effetti sui ghiacciai e sull’innalzamento del mare: L’accelerazione della fusione dei ghiacciai alpini, artici e antartici proseguirà, con un conseguente aumento del livello medio del mare e rischi per città costiere e delta fluviali. Incertezza legata a feedback e tipping points: Alcuni processi, come il rilascio di metano dal permafrost o il collasso delle correnti oceaniche, potrebbero innescare cambiamenti bruschi e difficilmente reversibili, la cui tempistica è ancora incerta. Come difendersi? Strategie di adattamento e mitigazione Di fronte a scenari così articolati, le strategie di difesa devono essere multilivello e integrate, coinvolgendo cittadini, imprese, amministrazioni pubbliche e ricerca scientifica. Ecco alcune delle principali azioni concrete per prepararsi e adattarsi: 1. Pianificazione urbana e territoriale “climate proof” Le città dovranno investire in infrastrutture resilienti: sistemi di drenaggio avanzati, riforestazione urbana, tetti verdi e materiali riflettenti che abbassano la temperatura degli edifici, reti di allerta per alluvioni e ondate di calore. È necessario favorire la permeabilità del suolo per ridurre il rischio di allagamenti e ripensare la mobilità pubblica in ottica sostenibile. 2. Gestione delle risorse idriche La siccità richiede nuove strategie di raccolta, riciclo e risparmio dell’acqua: reti idriche intelligenti, sistemi di irrigazione di precisione in agricoltura, recupero delle acque grigie e investimenti in desalinizzazione nelle aree costiere più esposte. 3. Protezione della salute pubblica Sistemi sanitari e protezione civile dovranno potenziare i piani di prevenzione per le fasce di popolazione più vulnerabili: anziani, bambini, persone con malattie croniche. Le ondate di calore dovranno essere gestite con campagne di informazione, reti di supporto e monitoraggio continuo delle condizioni ambientali. 4. Adattamento in agricoltura e sicurezza alimentare Le colture dovranno essere selezionate per la resistenza alla siccità e al calore. L’agricoltura di precisione, l’uso di dati climatici in tempo reale, l’introduzione di varietà più resilienti e la diversificazione produttiva saranno fondamentali per garantire la sicurezza alimentare nei prossimi anni. 5. Innovazione e ricerca tecnologica La transizione verso un’economia a basse emissioni di carbonio è indispensabile. L’adozione di energie rinnovabili, la diffusione di sistemi di accumulo, il miglioramento dell’efficienza energetica e lo sviluppo di tecnologie per la cattura e lo stoccaggio del carbonio (CCS) rappresentano alcune delle principali soluzioni. 6. Educazione, consapevolezza e coinvolgimento sociale Le comunità devono essere sensibilizzate sull’importanza dei comportamenti individuali e collettivi: dalla riduzione degli sprechi energetici all’adozione di stili di vita più sostenibili, fino alla richiesta di politiche climatiche ambiziose da parte dei governi. La sfida dei prossimi anni: adattarsi senza rinunciare alla mitigazione Il punto cruciale è che, pur adottando tutte le strategie di adattamento possibili, non possiamo rinunciare agli sforzi di mitigazione delle emissioni. La finestra temporale per evitare i peggiori scenari climatici si sta rapidamente chiudendo. Ogni scelta individuale, aziendale o politica che riduce la pressione sull’ambiente contribuisce a rendere meno drammatici gli impatti nei prossimi tre anni – e soprattutto nel lungo periodo. La scienza ci offre conoscenza, scenari e strumenti. Sta a noi, collettivamente, decidere come agire. Le temperature record e le anomalie climatiche non sono un destino ineluttabile, ma la conseguenza di decisioni (o omissioni) che possiamo ancora indirizzare. Prepararsi, adattarsi, innovare e cambiare abitudini è l’unico modo per trasformare la crisi climatica in un’opportunità di progresso e resilienza.© Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - La Forestazione Urbana Potrebbe Migliorare i Fenomeni Depressivi
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare La Forestazione Urbana Potrebbe Migliorare i Fenomeni Depressivi
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Come la presenza di verde urbano può influenzare positivamente la salute mentale nelle città modernedi Marco ArezioFino al periodo antecedente alla rivoluzione industriale, che si può collocare in Inghilterra nella seconda metà del XVIII° secolo e, più ancora, nella seconda rivoluzione industriale alla fine del XIX° secolo, con l’arrivo delle scoperte chimiche, il rapporto che l’uomo aveva con la natura era di complicità e simbiosi.L’uomo sfruttava la terra per il proprio sostentamento ma non arrecava danni così gravi da non permettere all’ambiente di rigenerarsi in modo autonomo, creando un equilibrio tra le azioni antropiche e la consistenza naturale. Ai giorni nostri, di quel rapporto, è rimasto ben poco perché ben poco è rimasto dell’ambiente naturale e, l’uomo, si è abituato a vivere in ambienti che di naturale hanno davvero poco. Città cementificate, con poche aree verdi, dove non si vedono fiori, profumi e animali che ci potrebbero far ricordare da dove veniamo. Alcune città sono sempre più grandi e popolate, in cui la gente vive in agglomerati dormitori, nelle quali si cerca di sopravvivere attraverso delle opportunità di lavoro che in aree esterne non permettono di farlo. Ma anche nelle città definite ricche, del primo mondo, la ricchezza è divisa in modo del tutto “antisociale” creando gruppi di persone che sopravvive e altri che hanno avuto più fortuna o opportunità. La vita in questi ambiti, specialmente in quelli con una densità della popolazione maggiore e con redditi molto diseguali, crea tensioni, paure, angosce insicurezza che molte volte si traduce in forme piò o meno gravi di depressione. A Lipsia, in Germania, hanno studiato il fenomeno della depressione urbana in relazione alla presenza di verde, quindi della densità di piantumazione delle aree abitate. In uno studio, fatto su 9751 cittadini, si è cercato di capire se ci fosse un nesso tra la presenza degli alberi e la quantità di psicofarmaci utilizzati per la cura della depressione rispetto ad altre zone in cui la forestazione fosse assente o inferiore. Si è visto, incrociando le statistiche delle prescrizioni di ansiolitici e antidepressivi agli abitanti presi in considerazione, che la presenza di alberi ad alto fusto e del fogliame lungo le strade e a ridosso delle abitazioni, coincideva con un minore utilizzo in quell’area di farmaci per la salute mentale. Coincidenza? Può darsi, ma c’è un altro dato che potrebbe confutare questa tesi, infatti, controllando altri fattori di rischio per la salute mentale come la perdita del lavoro, problemi sessuali, di età di peso ed economici, si è visto che le aree con più o meno presenza di alberi non influenzavano questi fattori. Si è inoltre scoperto che le specie arboree differenti non giovavano in alcun modo al fenomeno, quindi non si poteva elevare una pianta migliore dell’altra a questo scopo. Ovviamente non è uno studio scientifico, anche perché molte persone depresse non assumono farmaci, quindi sfuggono alle statistiche, ma sicuramente dimostra che la vegetazione intensa nelle città e la presenza di uccelli, migliora l’umore degli abitanti. Ricordiamo poi che gli alberi in città riducono la calura che le costruzioni possono immagazzinare quando sono esposte al sole, aiutando a rendere l’ambiente più fresco, assorbono l’anidride carbonica nell’aria e riducono le polveri.

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https://www.rmix.it/ - Rotta Artica: Le Ambizioni di Russia, Cina e USA nello Scioglimento dei Ghiacci
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Rotta Artica: Le Ambizioni di Russia, Cina e USA nello Scioglimento dei Ghiacci
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Come il Riscaldamento Globale Sta Trasformando l’Artico in un Campo di Competizione Geopolitica tra Mosca, Pechino e Washingtondi Marco ArezioIl riscaldamento globale, che minaccia il pianeta, sta al contempo aprendo scenari geopolitici inediti. Lo scioglimento dei ghiacci nell’Artico ha acceso una competizione tra le principali potenze globali – Russia, Cina e Stati Uniti – per il controllo delle nuove rotte marittime, delle risorse naturali e dell'influenza strategica. Mentre la Russia rafforza la sua presenza militare e commerciale nella regione, la Cina mira a consolidare la propria posizione con il progetto della “Via della Seta Polare”. Gli Stati Uniti, seppur tardivamente, riconoscono l'importanza strategica della regione e cercano di contrastare l'ascesa delle altre potenze. La strategia della Russia La Russia è stata la prima a cogliere le opportunità offerte dal riscaldamento globale. Subito dopo l’aggressione all’Ucraina nel 2022, Mosca ha adottato una “dottrina marittima” che evidenzia l’Artico come fulcro della strategia geopolitica del Cremlino. Il documento sottolinea la necessità di sviluppare una Rotta Marittima Nordica sicura, utilizzabile tutto l’anno, per consolidare il ruolo della Russia nel commercio globale. La militarizzazione dell’area artica, in particolare tra lo stretto di Bering e la Norvegia, segnala le ambizioni russe di dominare la regione. La flotta di rompighiaccio russa, la più potente al mondo, rappresenta uno strumento essenziale per mantenere aperta la nuova rotta nordica e attrarre investimenti. Inoltre, il controllo delle risorse naturali, come petrolio e gas, rafforza ulteriormente la posizione di Mosca nel mercato globale. Tuttavia, questa strategia non è priva di rischi. La crescente competizione nell’Artico potrebbe portare a tensioni militari con altre potenze e a una corsa agli armamenti nella regione. Le ambizioni della Cina Anche la Cina, sebbene non sia una nazione artica, ha individuato nell’Artico una chiave per rafforzare il suo ruolo globale. Con il supporto della Russia, Pechino sta promuovendo la creazione di una “Via della Seta Polare”, parte integrante della sua strategia di espansione commerciale. Questo progetto mira a sviluppare rotte marittime più brevi e sicure, capaci di ridurre la dipendenza cinese dalle tradizionali rotte controllate dagli Stati Uniti e dai loro alleati. La Cina ha inoltre mostrato interesse per le risorse naturali dell’Artico, come il gas naturale liquefatto russo, essenziale per sostenere la sua crescita economica. Pechino considera queste risorse una componente strategica per la sua sicurezza energetica e un’opportunità per rafforzare i legami con Mosca. Nonostante il linguaggio ufficiale cinese presenti l’Artico come una regione “di cooperazione globale”, le sue mosse suggeriscono un approccio più competitivo. La possibilità di accedere a nuove rotte marittime e risorse energetiche rafforza la posizione della Cina nella competizione geopolitica globale. La risposta degli Stati Uniti Gli Stati Uniti, tradizionalmente concentrati su altre regioni del mondo, si sono resi conto relativamente tardi dell’importanza strategica dell’Artico. Durante l’amministrazione Trump, l’interesse per la Groenlandia è stato visto come un tentativo di compensare la crescente influenza russa e cinese nella regione. Sebbene inizialmente sottovalutata, questa mossa ha rivelato la crescente consapevolezza americana sulla necessità di un presidio strategico nell’Artico. Gli Stati Uniti, insieme ai loro alleati della NATO, stanno cercando di sviluppare una strategia coordinata per contrastare le ambizioni di Russia e Cina. Tuttavia, la mancanza di infrastrutture adeguate e l’assenza di una flotta di rompighiaccio competitiva rappresentano una sfida significativa per Washington. La posizione americana è ulteriormente complicata dalla natura multilaterale della politica artica, che richiede una cooperazione con altre nazioni e il rispetto delle norme internazionali. Tuttavia, la crescente militarizzazione della regione da parte di Mosca e Pechino potrebbe spingere Washington a rafforzare la propria presenza militare nell’Artico. Un nuovo campo di competizione globale L’Artico sta rapidamente diventando un terreno di competizione tra le principali potenze globali. Mentre il riscaldamento globale accelera lo scioglimento dei ghiacci, le opportunità commerciali e strategiche offerte dalla regione stanno alimentando nuove tensioni geopolitiche. La Russia vede nell’Artico un’occasione per rafforzare la propria influenza globale, mentre la Cina utilizza la regione come parte della sua strategia per sfidare il dominio occidentale. Gli Stati Uniti, sebbene in ritardo, stanno cercando di difendere i propri interessi e mantenere l’equilibrio di potere nella regione. Questa corsa all’Artico solleva interrogativi su chi effettivamente gioisca per il cambiamento climatico. Mentre le potenze globali vedono nello scioglimento dei ghiacci nuove opportunità, il costo ecologico e umano di questa crisi rischia di essere ignorato. La sfida per il futuro sarà quella di trovare un equilibrio tra le ambizioni geopolitiche e la necessità di proteggere uno degli ecosistemi più vulnerabili del pianeta.© Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - Polimeri avanzati per la cattura del carbonio: Come i materiali innovativi aiutano a ridurre la CO2 atmosferica
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Polimeri avanzati per la cattura del carbonio: Come i materiali innovativi aiutano a ridurre la CO2 atmosferica
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I polimeri porosi, funzionalizzati con gruppi amminici e a scambio ionico, possono migliorare l'efficienza nella cattura e stoccaggio dell'anidride carbonicadi Marco ArezioIl cambiamento climatico, principalmente causato dalle emissioni di gas serra come l'anidride carbonica (CO2), ha spinto la comunità scientifica a sviluppare tecnologie innovative per ridurre la concentrazione di CO2 nell'atmosfera. Tra le varie soluzioni proposte, i polimeri avanzati si sono dimostrati molto promettenti per la cattura e lo stoccaggio della CO2. Questi materiali offrono vantaggi unici grazie alla loro versatilità e facilità di personalizzazione, aprendo nuove opportunità nella lotta contro il cambiamento climatico. In questo articolo esploreremo le principali tipologie di polimeri usati per la cattura del carbonio, i loro meccanismi di funzionamento, e le sfide e opportunità legate al loro utilizzo su scala industriale. Tipologie di polimeri per la cattura della CO2 I polimeri usati per la cattura della CO2 si dividono principalmente in tre categorie: polimeri porosi, polimeri funzionalizzati con gruppi amminici e polimeri a scambio ionico. Ogni categoria ha vantaggi specifici in termini di efficienza e applicabilità. Polimeri porosi Questi polimeri, come i Polimeri Organici Porosi (POPs) e i Covalent Organic Frameworks (COFs), sono caratterizzati da una struttura tridimensionale con pori che consentono di intrappolare grandi quantità di CO2. La loro porosità può essere ottimizzata per massimizzare l'assorbimento, rendendoli materiali promettenti per la cattura del carbonio. Polimeri Organici Porosi (POPs) I POPs sono polimeri con una struttura altamente porosa e modulabile. Grazie alla loro elevata area superficiale, possono adsorbire grandi quantità di CO2. Inoltre, la struttura dei POPs è facilmente personalizzabile, consentendo di adattare la dimensione e la forma dei pori per massimizzare l'assorbimento della CO2 in diverse condizioni operative. Covalent Organic Frameworks (COFs) I COFs sono una classe di materiali con una struttura cristallina regolare e altamente porosa. Presentano una stabilità chimica e termica superiore rispetto ad altri materiali porosi, il che li rende particolarmente adatti per ambienti industriali difficili. I COFs possono essere progettati per avere pori di dimensioni specifiche, migliorando così la selettività per la CO2. Polimeri funzionalizzati con gruppi amminici I polimeri contenenti gruppi amminici sono in grado di formare legami chimici con la CO2, aumentando l'efficacia del processo di cattura. Questi polimeri sono molto selettivi nei confronti della CO2 e possono essere rigenerati con un consumo energetico relativamente basso, rendendoli ideali per applicazioni industriali. Gruppi amminici primari, secondari e terziari I polimeri funzionalizzati possono contenere diversi tipi di gruppi amminici, ognuno con caratteristiche specifiche. I gruppi amminici primari e secondari formano legami carbammati con la CO2, mentre quelli terziari possono contribuire all'intrappolamento della CO2 attraverso interazioni fisiche. Questa versatilità consente di progettare polimeri con proprietà di cattura su misura, ottimizzando sia la selettività che la capacità di rigenerazione. Polimeri reticolati I polimeri amminici possono essere reticolati per migliorare la stabilità strutturale e la resistenza chimica, rendendoli più duraturi e capaci di operare in ambienti difficili. Questi materiali sono particolarmente utili per la cattura della CO2 da gas di scarico ad alta temperatura. Polimeri a scambio ionico I polimeri a scambio ionico, come le resine ioniche, sfruttano la loro capacità di scambiare ioni per intrappolare la CO2 da soluzioni acquose. Sono spesso impiegati per la separazione della CO2 dai gas di scarico industriali, offrendo un approccio complementare rispetto agli altri polimeri. Resine ioniche Le resine ioniche sono apprezzate per il loro elevato potere di scambio ionico, che consente di intrappolare in modo efficace la CO2 in forma disciolta. Queste resine possono essere facilmente rigenerate mediante cambiamenti di pH o temperatura, rendendole sostenibili e riutilizzabili. Polimeri con gruppi funzionali anionici o cationici I polimeri a scambio ionico possono essere progettati con gruppi funzionali anionici o cationici per migliorare la selettività nella cattura della CO2. I polimeri anionici sono particolarmente efficaci nella rimozione della CO2 da flussi gassosi con altre impurità, mentre quelli cationici possono essere utilizzati per trattare flussi contenenti specie chimiche specifiche. Meccanismi di cattura della CO2 I polimeri avanzati catturano la CO2 principalmente attraverso due meccanismi: l'adsorbimento fisico e l'adsorbimento chimico. Adsorbimento fisico Questo meccanismo si basa sulle forze di van der Waals tra la CO2 e la superficie del polimero. I polimeri porosi sono particolarmente efficaci in questo processo grazie alla loro vasta area superficiale e alla presenza di pori che possono essere progettati per massimizzare l'intrappolamento della CO2. Adsorbimento chimico L'adsorbimento chimico prevede la formazione di legami chimici tra la CO2 e specifici gruppi funzionali del polimero, come i gruppi amminici. Questo processo è altamente selettivo e consente di catturare la CO2 anche a basse concentrazioni, ma può richiedere più energia per rigenerare il polimero rispetto all'adsorbimento fisico. Problematiche e prospettive future Sebbene i polimeri per la cattura della CO2 siano promettenti, ci sono diverse problematiche che devono essere affrontate per renderli applicabili su larga scala. Stabilità termica e chimica Molti polimeri tendono a degradarsi in condizioni di alta temperatura o in presenza di gas corrosivi, riducendo la loro efficacia nel tempo. Per questo motivo, la ricerca è focalizzata sullo sviluppo di materiali più resistenti e duraturi. Costo di produzione La produzione di polimeri avanzati spesso richiede processi di sintesi complessi e costosi, limitando la loro competitività commerciale. Ridurre i costi di produzione attraverso l'uso di materiali sostenibili e processi più semplici sarà cruciale per una diffusione più ampia. Efficienza energetica La rigenerazione dei polimeri dopo la cattura della CO2 è un processo che richiede energia. Ottimizzare i cicli di cattura e rigenerazione è fondamentale per garantire che i benefici della riduzione della CO2 non siano vanificati da un eccessivo consumo energetico.Applicazioni industriali dei polimeri per la cattura della CO2L'adozione su larga scala dei polimeri per la cattura della CO2 richiede che questi materiali siano adattabili alle condizioni operative industriali. Le applicazioni pratiche includono l'uso di polimeri nelle torri di assorbimento nelle centrali elettriche, nei processi di purificazione del gas naturale, e nei sistemi di ventilazione degli edifici industriali per la riduzione delle emissioni. I polimeri devono essere compatibili con gli impianti esistenti e devono essere resistenti alle condizioni estreme, come alte temperature e pressioni. Inoltre, l'integrazione dei polimeri nei sistemi di cattura della CO2 può migliorare significativamente l'efficienza energetica dei processi industriali. Alcune applicazioni includono l'uso di polimeri a scambio ionico nei processi chimici per la cattura di CO2 da reazioni che emettono grandi quantità di gas serra. Innovazioni nella sintesi di polimeriL'innovazione nella chimica dei materiali sta aprendo nuove strade per migliorare la capacità di cattura della CO2 da parte dei polimeri. Recenti sviluppi includono l'uso di tecniche di polimerizzazione controllata, come la polimerizzazione a trasferimento di atomi (ATRP) e la polimerizzazione radicalica reversibile a disfacimento (RAFT), che consentono di ottenere polimeri con una struttura molecolare altamente controllata. Questa precisione nella sintesi permette di ottimizzare la disposizione dei gruppi funzionali all'interno del polimero, migliorando l'efficacia dell'assorbimento della CO2. Inoltre, il ricorso a materie prime rinnovabili per la sintesi di polimeri avanzati potrebbe ridurre i costi di produzione e migliorare la sostenibilità ambientale. Innovazioni come la modifica chimica post-sintesi e l'utilizzo di catalizzatori più efficienti stanno contribuendo a rendere questi polimeri una soluzione praticabile anche su scala commerciale, garantendo prestazioni elevate e riducendo l'impatto ambientale.  Conclusioni I polimeri avanzati per la cattura della CO2 rappresentano una delle soluzioni più innovative nella lotta contro il cambiamento climatico. Grazie alla loro versatilità e alle proprietà specifiche, questi materiali offrono un approccio interessante e potenzialmente più economico rispetto alle tecnologie tradizionali. Tuttavia, è necessaria ulteriore ricerca per superare le sfide legate alla stabilità, ai costi e all'efficienza energetica. Con ulteriori innovazioni, i polimeri per la cattura del carbonio potrebbero diventare una componente chiave nei futuri processi industriali per ridurre le emissioni globali di CO2, contribuendo significativamente alla mitigazione del cambiamento climatico.© Riproduzione Vietata Fonti Kadhum, A. A. H., & Hasan, H. M. (2020). Recent Advances in Carbon Capture by Advanced Polymeric Materials. Journal of Environmental Chemical Engineering, 8(5), 104292. Li, X., Wang, X., Zhang, S., & Liu, J. (2019). Covalent Organic Frameworks for Carbon Capture: Design Principles and Applications. Chemical Reviews, 119(7), 3723-3728. Yang, R. T. (2018). Adsorbents: Fundamentals and Applications for CO2 Capture. Wiley-VCH. Serna-Guerrero, R., Belmabkhout, Y., & Sayari, A. (2010). Amine-Functionalized Materials for CO2 Capture: A Review. Chemical Engineering Journal, 161(3), 173-183. Wang, Z., Luo, Z., & Cao, F. (2021). Ionic Polymer Adsorbents for Carbon Dioxide Capture: Mechanism and Applications. Progress in Materials Science, 117, 100735.

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https://www.rmix.it/ - L’ambiente Salubre e’ un Nostro Dovere
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare L’ambiente Salubre e’ un Nostro Dovere
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Dall’antropocentrismo dei diritti a quello dei doveri Dal punto di vista giuridico, possiamo garantire lo sviluppo sostenibile solo affermando che la generazione attuale ha l’obbligo di consegnare a quelle future un pianeta non deteriorato. L’ambiente è saldamente in cima all’agenda della politica e al centro dell’attenzione dei mass media e delle persone comuni.  Surriscaldamento globale, Accordo di Parigi, Enciclica del Papa Laudato si’, caso Urgenda, economia circolare: sotto la pressione mediatica e avvinti dalla preoccupazione che nasce dalla percezione soggettiva del climate change, nessuno può oggi chiamarsi fuori dalle discussioni sull’ambiente. Tutti rivendicano la pretesa di vivere in un ambiente salubre e anche il diritto, nelle sue varie articolazioni, si sforza di dare corpo a una tale situazione giuridica, anche per renderla giustiziabile.  Ma davvero possiamo accampare diritti e pretese nei confronti della natura?  Eventi come i frequenti disastri naturali dimostrano che è un’illusione profonda quella di pretendere giuridicamente di vivere in un particolare contesto naturale (ché questo, tecnicamente, significa essere titolari di un diritto), che sia appunto salubre.  E quando l’ambiente o i suoi elementi non sono “salubri” (si pensi agli animali pericolosi), la prospettiva del diritto soggettivo appare insufficiente, né questo deficit di tutela può essere compensato accedendo all’ipocrisia del diritto degli animali: il diritto è una costruzione culturale dell’uomo e l’uomo ne è il protagonista (l’albero può forse agire in giudizio? Chi può ergersi a suo rappresentante?). Guardando il problema dal punto di vista giuridico non possiamo abbandonare l’antropocentrismo. Il problema nasce dal fatto che l’antropocentrismo del diritto all’ambiente salubre non ci soddisfa: rischia di essere un meccanismo un po’ ipocrita, irrigidisce la trama giuridica e appare svuotato di capacità di aggredire i problemi reali o uno strumento troppo forte in mano a pochi eletti. Su di un piano più generale, poi, riflette l’idea di un uomo – dominatore che accampa la pretesa di sfruttare la natura e finisce con il dequotare tutto ciò che non è strumentale al benessere del titolare.  La verità è molto più semplice.  L’ambiente, per l’uomo, anche giuridicamente, è l’oggetto non già di un diritto, ma di un dovere di protezione, in un’ottica di responsabilità.  Basta guardare ai principi della materia ambientale per rendersi conto che essi esprimono un contenuto evidentissimo di doverosità. Anche la protezione degli animali può essere meglio assicurata valorizzando le nostre responsabilità, piuttosto che invocando vuote pretese giuridiche di chi non le potrà mai esercitare. La disciplina di settore, poi, è letteralmente zeppa di doveri. Il principio base di tutti gli altri, lo sviluppo sostenibile, infine, conferma la correttezza di questa prospettiva e mostra che il vero baricentro della disciplina giuridica in materia di ambiente è il dovere di protezione del genere umano: la generazione attuale ha l’obbligo di consegnare alle generazioni future un contesto ambientale non peggiore di quello ereditato. Occorre passare dall’antropocentrismo dei diritti all’antropocentrismo dei doveri.  Si tratta di uno scarto soprattutto culturale, che ha l’obiettivo di evidenziare le nostre responsabilità, di vittime o di aggressori.  Di fronte all’incertezza scientifica e alla straordinaria complessità del problema, questo atteggiamento impone di agire con saggezza e con estrema prudenza, ciascuno nel proprio specifico ambito di azione: i temi ambientali non possono essere risolti soltanto dall’economia, dall’etica, dalla scienza o dal diritto, imponendosi invece uno sforzo congiunto. Un atteggiamento forse da recuperare dopo l’esaltazione anche deresponsabilizzante dei diritti degli ultimi decenni e che suggerisce di valutare con una certa diffidenza chi, proponendo certezze assolute, pretende di semplificare una questione intrisa di inestricabili valenze etiche e assiologiche. A proposito di rispetto per le generazioni future: come il più contiene il meno, occorre attenzione e cautela anche nei confronti di quella attuale, sicché non convince la prospettiva di indicare qualche suo esponente come il portavoce privilegiato – ma quanto consapevole? dell’ambiente o delle generazioni future, dimensioni che non hanno bisogno di rappresentanti, ma che pretendono sofferto rispetto (voluto è ogni riferimento al caso Thunberg). Fabrizio Fracchia, ordinario presso il Dipartimento di studi giuridici dell’Università Bocconi di MilanoApprofondisci l'argomento

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https://www.rmix.it/ - Il Ghiacciaio dell’Adamello: Tra Memorie di Guerra e la Minaccia della Scomparsa
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Il Ghiacciaio dell’Adamello: Tra Memorie di Guerra e la Minaccia della Scomparsa
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Dalla storia della Guerra Bianca ai segni del riscaldamento globale: il più grande ghiacciaio d’Italia potrebbe svanire entro il 2080di Marco ArezioIl ghiacciaio dell'Adamello, il più grande d'Italia con una superficie di circa 13 chilometri quadrati, rappresenta una delle più spettacolari formazioni naturali delle Alpi italiane. Tuttavia, questo immenso serbatoio di ghiaccio, che ha resistito per millenni ai cambiamenti climatici e agli eventi naturali, è oggi al centro di una preoccupante previsione: la sua completa scomparsa entro il 2080, a causa dell'accelerato riscaldamento globale. Secondo studi recenti, la riduzione della superficie del ghiacciaio ha subito una drammatica accelerazione negli ultimi decenni, con una perdita del 1,1% ogni 10 anni dal 2007 al 2022. Il Ghiacciaio nel Corso dei Secoli: Un Testimone della Storia Geologica Il ghiacciaio dell’Adamello, parte del vasto complesso glaciale delle Alpi Retiche, si è formato durante le ultime ere glaciali, in particolare durante il Pleistocene, un periodo geologico che ha visto la Terra attraversare diversi cicli di raffreddamento e riscaldamento. Durante l'ultima grande espansione glaciale, il ghiacciaio si estendeva per una superficie ben maggiore di quella attuale, coprendo intere vallate e scolpendo il paesaggio alpino con la sua forza erosiva. I ghiacciai, come quello dell'Adamello, hanno sempre svolto un ruolo cruciale nel modellare l'ecosistema alpino, influenzando il clima locale, il ciclo idrico e fornendo acqua dolce alle popolazioni e agli ecosistemi circostanti. Per secoli, questi colossi di ghiaccio sono stati osservati da alpinisti, scienziati e abitanti della zona come simboli di potenza e resistenza, e hanno rappresentato una fonte di fascino per geologi e climatologi che li hanno studiati per comprendere meglio la storia climatica della Terra. Durante il Medioevo, il ghiacciaio si estendeva molto di più rispetto a oggi, e anche durante la cosiddetta "Piccola Era Glaciale", un periodo compreso tra il XIV e il XIX secolo, ha vissuto una fase di avanzamento significativo, raggiungendo valli oggi lontane dalla sua attuale estensione. Tuttavia, con l'inizio dell'industrializzazione e l'aumento delle temperature globali verso la fine del XIX secolo, il ghiacciaio ha iniziato a ritirarsi. Questo fenomeno è stato accompagnato da una diminuzione delle nevi perenni e da un aumento delle temperature medie estive e invernali, con effetti diretti sulla sua massa glaciale. La Guerra Bianca sull'Adamello: Una Storia di Resistenza tra i Ghiacci Oltre che per la sua bellezza naturale e il suo valore scientifico, il ghiacciaio dell'Adamello è tristemente noto per essere stato teatro di una delle fasi più drammatiche della Prima Guerra Mondiale: la Guerra Bianca. Durante il conflitto, il fronte italo-austriaco si estese attraverso le impervie montagne dell'Adamello, dove soldati italiani e austro-ungarici combatterono aspri scontri ad altitudini che raggiungevano i 3.000 metri, in condizioni estremamente dure e pericolose. Questa parte della guerra, che si svolse tra il 1915 e il 1918, prende il nome di “Guerra Bianca” proprio per il contesto unico in cui si svolgeva: ghiacciai perenni, ripide pareti rocciose e condizioni meteorologiche estreme, con temperature che in inverno scendevano frequentemente sotto i -30 gradi. I soldati erano costretti a combattere non solo contro il nemico, ma anche contro il gelo, le valanghe, la scarsità di ossigeno e la difficoltà di approvvigionamento. La resistenza fisica e mentale richiesta in queste battaglie era straordinaria, e molti uomini morirono non per mano del nemico, ma a causa del freddo e delle terribili condizioni ambientali. L’Adamello fu uno dei principali fronti montani dove si combatterono le battaglie più intense della Guerra Bianca. Il Corno di Cavento, una delle cime della catena montuosa dell'Adamello, fu fortemente conteso tra le truppe italiane e austro-ungariche. Questo massiccio era considerato strategico per il controllo dell'area, e vennero realizzati incredibili sforzi ingegneristici per trasformare le cime montuose e i ghiacciai in vere e proprie fortificazioni. Tra le più celebri opere di ingegneria militare dell'epoca ci fu la costruzione di gallerie e trincee scavate direttamente nella roccia e nel ghiaccio. Uno degli episodi più noti della Guerra Bianca sull'Adamello fu l'epica battaglia del Pian di Neve, il grande plateau glaciale situato poco sotto la vetta dell’Adamello. Qui, tra le nevi eterne, vennero schierati cannoni e artiglierie pesanti, trasportati in loco con operazioni logistiche estremamente complesse. I soldati italiani, in particolare gli Alpini, furono protagonisti di queste straordinarie imprese, che rappresentano tutt'oggi uno dei capitoli più eroici della storia militare italiana. Nel corso della guerra, la logistica montana divenne un elemento fondamentale per la sopravvivenza e il successo delle truppe. Rifornire uomini e munizioni in alta quota richiedeva l'uso di sistemi innovativi, come teleferiche e slitte trainate da muli, e la costruzione di cittadelle di ghiaccio all'interno dei ghiacciai, dove i soldati trovavano rifugio dalle intemperie e dagli attacchi nemici. Alla fine del conflitto, i ghiacciai dell'Adamello portarono a lungo le cicatrici di questa guerra brutale: resti di fortificazioni, schegge d'artiglieria, e persino corpi congelati di soldati, sepolti per decenni sotto la neve e il ghiaccio, sono emersi durante il ritiro progressivo del ghiacciaio negli ultimi anni. Questi ritrovamenti sono testimonianze silenziose di uno degli episodi più tragici e affascinanti della storia umana, che ha visto uomini combattere tra i ghiacci per la propria sopravvivenza e quella della propria nazione. La Situazione Attuale: Un Declino Inarrestabile Ad oggi, il ghiacciaio dell'Adamello è un esempio evidente degli impatti devastanti del riscaldamento globale. Solo tra il 2007 e il 2022, la superficie del ghiacciaio si è ridotta da 15,7 a 13,1 chilometri quadrati, con una perdita netta di oltre 2 chilometri quadrati in soli 15 anni. La velocità con cui il ghiacciaio si sta sciogliendo ha allarmato la comunità scientifica, che teme un'accelerazione ulteriore di questo processo nei prossimi decenni. L'ipotesi di scomparsa completa del ghiacciaio entro il 2080 non è più un'astrazione, ma un potenziale scenario realistico se le emissioni globali di gas serra non verranno ridotte drasticamente. Il riscaldamento globale, causato dall'aumento delle emissioni di CO2 e di altri gas a effetto serra, sta infatti innalzando le temperature a livello planetario, con un impatto particolarmente pronunciato nelle regioni alpine. I ghiacciai delle Alpi sono tra i più sensibili a questi cambiamenti climatici, poiché si trovano in una zona di transizione tra i climi temperati e freddi. Questo rende il ghiacciaio dell'Adamello particolarmente vulnerabile agli aumenti di temperatura, in quanto la fusione del ghiaccio avviene rapidamente durante le estati più calde. Prospettive Future: Un Appello alla Conservazione Gli scienziati e gli ambientalisti hanno lanciato ripetuti appelli per sensibilizzare l'opinione pubblica e i governi sul destino dei ghiacciai alpini. La scomparsa del ghiacciaio dell'Adamello rappresenterebbe non solo una perdita ecologica, ma anche una perdita culturale e storica di inestimabile valore. I ghiacciai, infatti, sono stati parte integrante della cultura alpina per millenni, e la loro presenza ha influenzato la vita e le tradizioni delle comunità montane. Inoltre, la scomparsa del ghiacciaio potrebbe avere conseguenze devastanti per l'ecosistema locale. I ghiacciai agiscono come serbatoi naturali di acqua dolce, rilasciando gradualmente l'acqua durante i mesi estivi e alimentando fiumi, laghi e falde acquifere. La loro scomparsa potrebbe alterare drasticamente il ciclo idrico locale, causando siccità in alcune aree e inondazioni in altre. © Riproduzione VietataFoto: Edward Theodore Compton

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https://www.rmix.it/ - Ferrovie Nord Milano Avvia un Progetto di Decarbonizzazione dei Trasporti
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Ferrovie Nord Milano Avvia un Progetto di Decarbonizzazione dei Trasporti
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Un piano integrato per ridurre le emissioni di CO2 nei trasporti pubblici in LombardiaQuello che FNM sta pianificando è la realizzazione di un piano integrato di decarbonizzazione dei trasporti pubblici nella regione Lombardia. Questo avverrà attraverso una collaborazione con ENI, sia sul piano di utilizzo dell’idrogeno per le reti ferroviarie sia per ridurre le emissioni di CO2 dei mezzi di trasporto con motori termici.Infatti, FNM, il principale gruppo integrato nella mobilità sostenibile in Lombardia, ed Eni, a conferma del rispettivo impegno verso la decarbonizzazione, hanno firmato una Lettera di Intenti con la quale avviano una collaborazione strategica finalizzata a velocizzare i processi di transizione a nuove fonti di energia. La lettera di intenti, sottoscritta dal Presidente di FNM, Andrea Gibelli, e dal Direttore Generale Energy Evolution, Giuseppe Ricci, prevede la definizione di possibili collaborazioni e iniziative nei seguenti ambiti: l’introduzione di carburanti e vettori energetici in grado di ridurre le emissioni di CO2 per i motori termici dei mezzi di trasporto; l’introduzione di modelli di cattura, stoccaggio o utilizzo della CO2 generata nei processi di produzione dell’idrogeno da destinare ai mezzi di trasporto; l’introduzione di punti di distribuzione dell’idrogeno per la mobilità privata su strada. La collaborazione si inserisce anche nel contesto del progetto H2iseO di FNM e Trenord (società partecipata da FNM), che punta a far diventare il Sebino e la Valcamonica la prima "Hydrogen Valley" italiana e ha l’obiettivo di valutare ed implementare una serie di iniziative nel breve e lungo termine utili al raggiungimento dei target di decarbonizzazione del settore dei trasporti fissati dalla strategia europea e dal Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima italiano. “L’intesa con Eni – commenta il Presidente di FNM Andrea Gibelli – si inserisce a pieno titolo nel percorso verso una mobilità a zero impatto ambientale, promosso da FNM. La nuova mission del Gruppo, sancita dalle linee guida del Piano strategico 2021-2025, ci vede impegnati nello sviluppare una piattaforma integrata di servizi di mobilità, costruita secondo criteri di sostenibilità ambientale ed economica. In questo contesto, un ruolo importante è ricoperto dal progetto H2iseO, che ha una forte carica innovativa e attorno al quale FNM sta costruendo una rete di collaborazioni molto importante”. “La collaborazione con FNM - dichiara Giuseppe Ricci, Direttore Generale Energy Evolution di Eni - costituisce un importante passo nel percorso di decarbonizzazione del trasporto in Lombardia. Eni, facendo leva sul proprio know-how e sulla gamma di tecnologie e prodotti energetici sviluppati con l’obiettivo di ridurre le emissioni di CO2, supporterà FNM in questo ambizioso programma, contribuendo al raggiungimento dei target di decarbonizzazione del settore. Questo accordo – conclude Giuseppe Ricci – dimostra l’importanza di adottare un approccio sinergico che promuova la collaborazione tra diversi attori del settore e l’utilizzo di prodotti energetici decarbonizzati per lo sviluppo di una mobilità sostenibile”. Eni InfoArticoli correlati:I PRIMI TRENI AD IDROGENO IN ITALIA SARANNO IN LOMBARDIAApprofondisci l'argomento

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https://www.rmix.it/ - India: il fermo del paese fa rivedere l’Himalaya
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare India: il fermo del paese fa rivedere l’Himalaya
Ambiente

Assediate dall’inquinamento le città Indiane vivono immerse in una caligine permanentedi Marco ArezioUn poco invidiabile record di inquinamento è detenuto dall’india che, a causa della sua numerosa popolazione, dagli assembramenti urbani e da una politica ambientale non eccelsa, è annoverato tra i paesi che producono maggiore inquinamento atmosferico al mondo. Forse è un fatto di cultura che il problema dell’ambiente non sia molto sentito nel paese, così che le fonti di inquinamento fanno parte della vita quotidiana della popolazione.  L’uso della carbonella per cucinare, il traffico impazzito composto da mezzi di trasporto che non hanno impianti per l’abbattimento delle emissioni inquinanti, l’abitudine a bruciare la spazzatura specialmente la plastica, le centrali a carbone che sostengono la produzione di energia elettrica, l’incenerimento in campagna delle stoppie per preparare le nuove colture e le emissioni in atmosfera delle fabbriche. In questo momento la Cina, considerata il paese che produceva più inquinamento al mondo, si sta attrezzando per far fronte a un problema che è diventato anche sociale, di salute pubblica, lasciando il triste primato all’India. Le morti per inquinamento sono aumentate da 740.000 decessi del 1990 a 1.100.000 nel 2015, ricoprendo la quarta causa di morte in India, con una progressione in crescita che non vede la fine, in quanto, per ora, un progetto complessivo di riduzione delle fonti inquinanti non si vede ancora. Nonostante sia stato lanciato il progetto Ncap, che prevede la riduzione nelle aree metropolitane del PM 2,5 e PM 10, i risultati attualmente non sono visibili e valutabili. Nel frattempo è arrivato il Coronavirus, che ha imposto il lockdown per alcune settimane facendo chiudere, fabbriche, bloccando i voli aerei, il traffico su gomma, le metropolitane, dando così una tregua ambientale al paese. A seguito di queste restrizioni totali, nel giro di due settimane si è verificato una drastica riduzione delle polveri sottili e degli altri inquinanti solitamente presenti nei cieli Indiani, facendo scoprire nuovi aspetti della natura. In alcune aree del paese, a distanza di centinaia di chilometri, si è tornata ad ammirare la catena Himalayana che, secondo gli abitanti del Panjab, non si vedeva da 20 anni. I bambini hanno potuto godere di una vista meravigliosa su una catena montuosa di cui conoscevano l’esistenza solo sui libri.Approfondisci l'argomento

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https://www.rmix.it/ - Rischi ambientali : come si muove la finanza
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Rischi ambientali : come si muove la finanza
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La correlazione tra i rischi finanziari e i rischi ambientali visti dagli operatori bancari internazionali di Marco ArezioI problemi dell’ambiente e i relativi rischi ambientali, non sono, oggi, solo appannaggio di un gruppo sempre più ampio di giovani che manifestano nelle piazze e non sono solo occasione per il cosiddetto “green washing”, l’utilizzo a volte a sproposito dell’etichetta green sui prodotti da parte delle aziende, ma sono entrati prepotentemente nelle camere ovattate della finanza che conta. La questione del clima è diventata un problema di rischio finanziario, che coinvolge gli istituti bancari e il sistema finanziario internazionale, i quali dovranno confrontarsi con un nemico subdolo e potente. Non esiste un solo rischio ambientale, ma diversi elementi che potrebbero concatenarsi creando una problematica di difficile gestione a livello finanziario, tale per cui si potrebbero mettere in crisi i capitali in circolazione. I rischi ambientali che destano maggiore attenzione da parte delle istituzioni finanziarie possono essere elencati in: Incremento di gas serra Incremento delle precipitazioni Incremento delle siccità I rischi connessi a queste problematiche dipendono dal loro manifestarsi e dalla violenza con cui si presentano nelle aree geografiche del pianeta, ma si traducono in costi di vite umane, distruzione delle infrastrutture pubbliche e private, perdita di produttività con danni alla crescita economica e innalzamento dei prezzi dei beni primari. Questi costi incideranno direttamente sui valori degli assets, con un deterioramento della capacità delle imprese e delle famiglie di onorare i debiti e una riduzione del valore delle garanzie. Alle banche è affidato il compito di indirizzare i flussi finanziari verso attività che indirettamente riducano il rischio stesso e quindi verso iniziative di sostenibilità ambientale che possano mitigare gli effetti che causano i cambiamenti climatici. Questi finanziamenti sono necessari per la stabilità stesse delle banche. L’Europa avrebbe bisogno, per aggiornare le reti energetiche, migliorare la gestione dei rifiuti, delle risorse idriche, per modernizzare la rete dei trasporti e della logistica, di 270 miliardi di euro all’anno, cifre enormi che dovranno essere trovate perchè non ci sono alternative alla strada della sostenibilità ambientale. La maggior preoccupazione delle banche e degli investitori finanziari è il rischio nel deterioramento dei propri crediti e il valore dei loro attivi in relazione ai fattori climatici, che non sono di per sè rischi nuovi, ma che stanno diventando di proporzioni tali che potrebbero destabilizzare il ritorno finanziario delle operazioni. La comunità internazionale dal punto di vista politico si sta muovendo in ordine sparso, con diversi approcci tra gli Stati Uniti, l’Europa, la Cina, la Russia, l’India, per citarne qualcuno, ma alla fine saranno le istituzioni finanziarie che influenzeranno le scelte di transizione energetica e di sostenibilità ambientale. In questo momento, però, non tutte le banche hanno compreso in pieno quale sia la strada corretta per l’elargizione dei capitali sul mercato industriale e quale ricadute si avranno, anche in termini di rischio sulle operazioni, rimanendo immobili sugli assets in portafoglio. Si possono vedere, per esempio, negli Stati Uniti, paese gestito da una politica ultra negazionista in termini ambientali, che i movimenti ambientalisti stanno manifestando contro banche, quali la JP Morgan, la Well Fargo, la Bank of America, le quali continuano a sostenere finanziariamente le società impegnate nell’estrazione e raffinazione del petrolio. Ma ci sono anche fondi di investimento internazionali, come il BlackRock, il più grande del mondo, che ha capito velocemente dove indirizzare il timone dei propri investimenti e, attraverso il presidente Larry Find, ha ribadito ai propri clienti e agli amministratori delegati delle società in cui il fondo è posizionato, che premierà le imprese e i progetti legati alla sostenibilità. Secondo Find, non solo i governi, ma anche le istituzioni finanziarie e le imprese potranno essere travolte se non si adotteranno misure efficaci a favore dell’ambiente. Quella di BlackRock non è una raccomandazione o un consiglio, ma una forte e univoca decisione che si potrebbe concretizzare attraverso l’opposizione nei consigli di amministrazione o la sfiducia a managers che non adotteranno misure concrete in fatto di sostenibilità climatica. Find vede il rischio ambientale colpire direttamente la solvibilità dei mutui, specialmente quelli sulla casa, sull’inflazione, se dovessero impennarsi i prezzi dei generi primari, sul rallentamento della crescita dei paesi emergenti e quindi a cascata su quella mondiale, causata della riduzione della produzione per l’aumento delle temperature.

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https://www.rmix.it/ - Bolsonaro: l’Amazonia è Nostra non Vostra
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Bolsonaro: l’Amazonia è Nostra non Vostra
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La foresta Amazzonica non è mai stata così minacciata da quando il presidente Bolsonaro vuole imitare Trumpdi Marco ArezioChe l’elezione del presidente Bolsonaro fosse una pessima notizia per la tutela dell’ambiente era una cosa risaputa ma che a soli nove mesi dall’elezione fosse riuscito a collezionare un disastro ambientale in Amazzonia di queste proporzione nessuno sarebbe riuscito a prevederlo. Nella sua politica liberistica coniuga ignoranza sui temi scientifici legati alle risorse ambientali, necessari per la sopravvivenza degli stessi Brasiliani, ad una certa arroganza condita con una lungimiranza politica al quanto discutibile.  Dare a Macron del colonialista a seguito del tentativo del presidente francese di far capire l’ovvio a Bolsonaro sembrerebbe una scenetta teatrale poco degna di uno statista.  Il business di togliere la terra alla foresta, tramite il fuoco, per permettere agli allevatori di estendere i pascoli intensivi allo scopo di sostenere un’attività, quella della produzione di carne, di per sé tra le maggiori attività inquinanti al mondo, comporta un incomprensibile disegno di autodistruzione che anche i bambini possono facilmente comprendere.  La politica del presidente Bolsonaro evidentemente non arriva a tanto, ma preferisce accusare le associazioni ambientalistiche degli incendi con lo scopo di farsi pubblicità o lamentarsi che non ha i mezzi per poter contenere il fuoco nel suo paese.  Come sempre, dove la politica non ragiona per il bene dei propri cittadini, sono i cittadini del mondo che possono condizionare e boicottare pacificamente gli interessi economici che sono alla base di questi disastri.  Come? Semplicemente continuare a preferire nei propri acquisti prodotti che vengano da filiere alimentari che non abbiano creato danni all’ecosistema.  Ricordandoci sempre che la produzione di ossigeno che viene dall’Amazzonia copre il 20% del nostro fabbisogno mondiale e che l’anidride carbonica immessa in atmosfera tramite questi incendi andrà a pesare in modo importante sul riscaldamento globale, che a catena velocizzerà tutta una serie di conseguenze ambientali già molto gravi, sarebbe importante che ognuno facesse la propria parte per contrastare l’accelerazione dell’implosione della specie umana.Approfondisci l'argomento

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https://www.rmix.it/ - Cosa è la Depavimentazione Urbana e come Influisce sulle Bolle di Calore
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Cosa è la Depavimentazione Urbana e come Influisce sulle Bolle di Calore
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Il problema delle bolle di calore nelle città fortemente cementificate, ha bisogno di risposte tecnico-politiche efficacidi Marco ArezioLe estati, sempre più roventi, stanno portando, soprattutto nelle città, un livello di temperatura molto elevato e distribuito, non solo nelle ore diurne, ma anche durante la notte, rendendo invivibile la vita ai cittadini.Urbanistica e calore urbano L’urbanizzazione delle città storiche, ha visto la crescita di edifici abitativi e attività commerciali in nuclei sempre più stretti tra loro, erodendo il tessuto verde per far posto alla cementificazione continuativa. Oltre alla costruzione di edifici, anche di grandi dimensioni e molto vicini tra loro, se addirittura in una sorta di continuità edificativa, si è provveduto a pavimentare le strade, i parcheggi e le arre di collegamento tra un complesso e l’altro, con elementi impermeabili e assorbenti il calore come l’asfalto. In un contesto di cambiamento climatico, dove le ondate di calore colpiscono duro i centri abitati, la tipologia urbanistica e costruttiva odierna è del tutto inadeguata ad attenuare i fenomeni estremi. Strade ed edifici si caricano di calore durante il giorno, per poi restituirlo dalle ore serali in tutta la sua veemenza, impedendo una tregua dalla calura al calar del sole. La progettazione di soluzioni a queste problematiche, vede la necessità di ridurre le aree impermeabili che trattengono e rilasciano il calore, come da depavimentazione da asfalto o coperture stradali continue, per aumentare le aree verdi, le superfici drenanti al fine di mitigare l’effetto dell’accumulo di calore. Cosa è la depavimentazione urbana La depavimentazione urbana è un concetto che riguarda la rimozione di pavimentazioni in aree urbane per scopi specifici. L'obiettivo principale di questa pratica è quello di riqualificare spazi urbani per migliorare la qualità della vita delle persone, aumentare la sostenibilità ambientale e creare aree più piacevoli e funzionali per la comunità. Questo processo può riguardare diverse azioni: Rimozione di pavimentazioni asfaltate o cementate, come, strade, parcheggi e piazze che sono coperti da asfalto o cemento. Il lavoro comporta la rimozione di queste superfici dure e impermeabili, restituendo alla zona uno stato più naturale e permeabile.L’asportazione di queste sovrastrutture può essere utilizzata per creare parchi, giardini e spazi verdi in aree precedentemente pavimentate. Questi spazi possono favorire la biodiversità, migliorare la qualità dell'aria e fornire un ambiente più salutare per gli abitanti della città.La rimozione di pavimentazioni impermeabili può contribuire a prevenire allagamenti e migliorare il drenaggio delle acque piovane, permettendo loro di essere assorbite dal suolo e ricaricare le falde acquifere. Inoltre, le superfici impermeabili assorbono e trattengono il calore, contribuendo all'effetto noto come "isola di calore urbana". Rimuovendo alcune pavimentazioni continue e d impermeabili, è possibile migliorare il comfort termico delle zone urbane. Come risolvere il problema delle isole di calore urbane Il problema delle isole di calore urbane può essere affrontato adottando diverse strategie, tra cui la depavimentazione urbana svolge un ruolo importante. Ci sono diversi aspetti da affrontare per favorire questo fenomeno: Rimuovere parti di pavimentazione e sostituirle con spazi verdi, come parchi, giardini e aree alberate, può contribuire a ridurre l'accumulo di calore nelle città. Le superfici verdi assorbono meno calore rispetto al cemento e all'asfalto, fornendo un ambiente più fresco. Utilizzare coperture vegetali su edifici (tetti verdi) o materiali a bassa capacità termica (tetti freschi) può ridurre l'assorbimento di calore e aiutare a raffreddare gli edifici e le aree circostanti. Promuovere la mobilità sostenibile riducendo il traffico veicolare e creando aree pedonali e piste ciclabili può diminuire le emissioni di calore generate dai veicoli e ridurre l'effetto dell'isola di calore. Le decisioni di pianificazione urbana possono influenzare l'intensità dell'isola di calore. Ad esempio, aumentare la densità di edifici e ridurre gli spazi aperti può aumentare l'effetto dell'isola di calore, mentre una pianificazione oculata può promuovere una migliore circolazione dell'aria e una maggiore presenza di aree verdi. Utilizzare materiali più chiari e riflettenti per pavimentazioni e coperture può aiutare a ridurre l'assorbimento di calore. Allo stesso tempo, promuovere superfici permeabili può facilitare il drenaggio delle acque piovane e ridurre il surriscaldamento. Inoltre, alcune città stanno sperimentando sistemi di raffreddamento urbano, come l'utilizzo di acqua riciclata o impianti di raffreddamento evaporativo per ridurre le temperature nelle zone densamente popolate. Infine, è possibile proteggere e ampliare le aree naturali circostanti, contribuendo a mantenere un microclima più favorevole e ridurre l'impatto dell'urbanizzazione sul riscaldamento. Perché le pavimentazioni impermeabili assorbono e rilasciano il calore più di quelle permeabili Le pavimentazioni impermeabili e permeabili influenzano l'effetto delle isole di calore urbano in modo significativo. Vediamo come funzionano e quali sono le differenze tra queste due tipologie di pavimentazione: Pavimentazioni Impermeabili Le pavimentazioni impermeabili, come l'asfalto e il cemento, hanno una bassa capacità di assorbire l'acqua. Quando il sole colpisce queste superfici, esse riscaldano notevolmente, assorbendo il calore e accumulandolo. Di conseguenza, durante le giornate calde, queste superfici possono diventare estremamente calde, contribuendo all'effetto di riscaldamento dell'isola di calore urbano. Inoltre, l'acqua piovana scorre rapidamente sulle pavimentazioni impermeabili, accumulando in modo limitato e creando problemi di allagamento e scarico nelle città. Pavimentazioni Permeabili Le pavimentazioni permeabili, come il pavimento in porfido, mattoni porosi, calcestruzzo poroso, i grigliati in plastica e cemento e molti altri prodotti, consentono all'acqua di penetrare attraverso la loro superficie e raggiungere il suolo sottostante. Questo tipo di pavimentazione ha una capacità di drenaggio superiore rispetto alle pavimentazioni impermeabili, consentendo all'acqua piovana di essere assorbita nel terreno, ricaricando le falde acquifere e riducendo il rischio di allagamenti. Inoltre, le pavimentazioni permeabili riflettono meno calore rispetto a quelle impermeabili, poiché l'acqua presente sulla superficie evapora e raffredda l'ambiente circostante. Riduzione del Calore Urbano Le pavimentazioni impermeabili contribuiscono all'effetto di riscaldamento delle isole di calore urbano, mentre le pavimentazioni permeabili possono aiutare a ridurlo. La presenza di pavimentazioni permeabili aumenta la quantità di evaporazione dell'acqua e favorisce una migliore circolazione dell'aria, aiutando a raffreddare l'ambiente circostante. Inoltre, le aree verdi, come i parchi e i giardini, che spesso includono pavimentazioni permeabili, contribuiscono ulteriormente a ridurre il calore urbano attraverso il processo di traspirazione delle piante e l'ombreggiamento. Quali sono i progetti più importanti di depavimentazione urbana Non esistono ancora molti progetti di depavimentazione urbana su vasta scala, ma ci sono stati alcuni progetti pilota e iniziative locali interessanti. Ecco alcuni esempi di progetti di depavimentazione urbana significativi: Progetto Depave Portland, Oregon, USA Il progetto Depave si concentra sulla rimozione di pavimentazioni impermeabili per creare spazi verdi nelle aree urbane di Portland. L'iniziativa mira a creare parchi e giardini, nonché a prevenire inondazioni e proteggere l'ecosistema locale. Progetto Sponge City – Cina Le Sponge Cities sono un progetto sperimentato in diverse città cinesi, come Shanghai e Chengdu, per affrontare problemi di inondazioni e gestione delle acque. Questi progetti incorporano la depavimentazione urbana attraverso l'uso di pavimentazioni permeabili, aree verdi e sistemi di raccolta delle acque piovane per prevenire allagamenti e migliorare la gestione delle risorse idriche. Progetto Green Infrastructure - Città Europee Diverse città europee stanno implementando progetti di green infrastructure che includono la depavimentazione urbana. Ad esempio, Copenaghen in Danimarca ha creato piste ciclabili, aree verdi e parchi su ex parcheggi e strade asfaltate per promuovere uno stile di vita più sostenibile e ridurre l'impatto delle isole di calore. Progetto Raining Street - Tokyo, Giappone A Tokyo, è stato lanciato il progetto "Raining Street" che mira a promuovere l'uso dell'acqua piovana per scopi diversi, come il raffreddamento urbano e l'irrigazione. Ciò include la depavimentazione di alcune aree per consentire il drenaggio dell'acqua piovana e il suo riutilizzo. Progetto Urban Heat Islands - Melbourne, Australia Melbourne ha avviato diverse iniziative per affrontare gli effetti delle isole di calore urbane, tra cui la depavimentazione per creare spazi verdi e piste ciclabili e l'utilizzo di materiali a bassa capacità termica per le coperture degli edifici. Progetto Growsmart - Boston, Massachusetts, USA Growsmart è un programma di depavimentazione urbana avviato a Boston per trasformare ex parcheggi e spazi pavimentati in parchi e aree verdi pubbliche. L'iniziativa mira a migliorare la qualità della vita, la salute e la sostenibilità della città.

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https://www.rmix.it/ - Analisi della Qualità dell’Aria e degli Odori all’Interno delle Auto
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Analisi della Qualità dell’Aria e degli Odori all’Interno delle Auto
Ambiente

Esposizione ai Composti Volatili Nocivi: Come le Alte Temperature Influiscono sull'Abitacolo e la Salute dei Passeggeridi Marco ArezioLe auto con cui ci spostiamo durante le nostre giornate lavorative o come mezzo di trasporto per le nostre vacanze o per i nostri hobbies, sono un insieme di prodotti chimici che, come tali, sono sottoposti a differenti reazioni in base alle sollecitazioni esterne che li interessano.Le temperature, specialmente quelle calde, sono un fattore scatenante che possono causare un incremento di volatili all’interno degli abitacoli delle auto, volatili che possono essere percepiti sotto forma di odori, o del tutto neutri alla percezione nasale, ma che possono portare con sé elementi volatili che potrebbero essere dannosi per la salute, causando problemi fisici a lungo termine. Ma quali sono i volatili che si disperdono all’interno degli abitacoli delle auto? I composti nocivi per la salute presenti nelle auto: • Acetaldeide • Acroleina • Benzene • Toluene • Etilbenzene • Stirene • O-m-p-xilene Queste sostanze che provengono dalla composizione delle strutture plastiche, o dai suoi rivestimenti, che compongono tutta la macchina, come cruscotti, sedili, accessori, pannellature, parti di aerazione, parti del motore che, sotto l’effetto del cambio di temperature, possono rilasciare sostanze volatili nocive.Come si può controllare la concentrazione di questi elementi per capire, in modo analitico, se possono danneggiare la salute?Questa analisi della qualità dell’aria può essere fatta impiegando un piccolo strumento come il gascromatografo a mobilità ionica che, attraverso l’aspirazione dei volatili all’interno dell’abitacolo, permette in modo semplice e rapido, la valutazione chimica dei volatili dispesi nell’aria. Questa piccola macchina impiega circa 15 minuti per identificare i concentrati chimici ad un livello pari a 5 ppb e ci restituisce una fotografia della qualità dell’aria che respiriamo in macchina. Qual’ è in sintesi l’obbiettivo: • Quantificazione simultanea delle emissioni gassose sopra riportate • Impiego di un apparecchio semplice e veloce per il campionamento dell’aria nelle auto • Vision tridimensionale dei componenti chimici rilevati • Automatizzazione del sistema di aspirazione e controllo • Breve tempo di ciclo • Valori analitici certi Considerando che nello spettro delle sostanze volatili che possono essere presenti in un’auto, una parte di esse non vengono percepite come odori dall’uomo e, quindi, non ci accorgiamo della loro presenza. La qualificazione dei composti chimici ci può aiutare a capire se, viaggiando all’interno dell’abitacolo esposti all’inalazione di questi elementi, per un determinato tempo, questi possano causare un danno alla nostra salute. Vedi filtri per areazione auto

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