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L’ENIGMA DELLA CASA ABBANDONATA DI FOPPOLO. CAPITOLO 18 A: SOPRAVVISSUTA NELL’OMBRA

Slow Life
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare - L’enigma della casa abbandonata di Foppolo. Capitolo 18 A: Sopravvissuta nell’Ombra
Sommario

La notte cala silenziosa sulle rovine di un’esplosione. Marina si risveglia, ferita, disorientata, nascosta tra cespugli e fumo. Non sa dove si trovi, ma capisce subito una cosa: qualcuno ha voluto ucciderla. Con i sensi annebbiati e il cuore che martella, inizia a camminare nella campagna buia, seguendo le luci di un paese che sembra addormentato. L’acqua gelida di una fontana diventa il suo battesimo di sopravvivenza, un gesto per ripulirsi non solo dal sangue, ma da una vita che non esiste più. In un bar silenzioso, tra una tazza di cappuccino e un giornale locale, una notizia la colpisce come un colpo di pistola: la morte inspiegabile di chi le era più vicino. Da quel momento, la paura si trasforma in consapevolezza. Niente è più casuale. Niente è finito. Solo il buio, ora, può tenerla viva.

Dopo un’esplosione che devasta un’area di servizio, una donna si risveglia tra le macerie, ferita ma viva. Inizia così una corsa contro il tempo per restare nell’ombra


Novembre 2025

di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.

Racconti. L’enigma della casa abbandonata di Foppolo. Capitolo 18 A: Sopravvissuta nell’Ombra 


La luce del tramonto si è spenta piano piano, come una candela che si arrende al buio. Ora la notte mi avvolge completamente, e l’unico bagliore arriva dai fari che illuminano a tratti la zona dell’esplosione. Li sento accendersi, uno dopo l’altro, come occhi che frugano nelle rovine. Ogni muscolo del mio corpo è un pezzo di legno. Sono rimasta troppo a lungo rannicchiata in questi cespugli, in questa trappola di rami e spine che mi hanno nascosto e imprigionato allo stesso tempo.

È ora di muovermi.

Mi sollevo con fatica, i movimenti lenti, misurati. La testa non mi fa più male, ma dentro le orecchie ho ancora un ronzio costante, un suono sottile e metallico che non mi abbandona. Quando respiro, sento l’odore della terra umida, della polvere da sparo, del ferro bruciato. Le mani sono rosse e scure, la pelle rigata di graffi e sangue secco. Ogni tanto mi gira la testa, ma resto in piedi.

Davanti a me, oltre i campi, vedo delle luci. Case, forse. Un paese.

Vorrei prendere il telefono e capire dove sono, ma quando lo estraggo dalla tasca capisco subito che è inutile. Lo schermo è spaccato, il vetro tagliente come una lama. Lo accarezzo con il pollice: non dà segni di vita. Forse è meglio così. Se lo accendessi, mi troverebbero.

Già… loro.

E se là sopra, nel buio, ci fosse ancora un drone che cerca il mio corpo, aspettando solo il bagliore di un display per inchiodarmi?


Cammino lungo il margine dei campi, evitando i sentieri battuti.

Il terreno affonda sotto i piedi, molle, freddo, e le scarpe sprofondano nel fango. Il buio mi protegge ma mi disorienta. Ogni tanto mi pare di sentire ancora il boato dell’esplosione, come se il ricordo avesse un’eco fisico che non se ne vuole andare.

Dopo mezz’ora di cammino riconosco la sagoma di un campanile contro il cielo grigio. È la mia ancora: se c’è una chiesa, ci sarà una piazza, e se c’è una piazza ci sarà una fontana. Ho bisogno d’acqua. Devo togliermi di dosso questo sangue, questa terra, questo odore di morte. Se entro in un bar così, chiamano subito i carabinieri — e non posso permettermelo....

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