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LE LUCI DI ROCCACHIARA. CAPITOLO 2: IL PONTE DEI PASSI CONDIVISI

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rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare - Le Luci di Roccachiara. Capitolo 2: Il Ponte dei Passi Condivisi
Sommario

Dopo un violento temporale, a Roccachiara un piccolo ponte inizia a scricchiolare, diventando il centro delle paure e delle divisioni del paese. Nico, Amina e Samuele si trovano ad ascoltare quella voce sottile che non parla solo di legno e pietra, ma di responsabilità, fiducia e relazioni.

Attraversare il ponte diventa così un gesto carico di significato, soprattutto quando si scopre che non tutto si regge con la forza o con la fretta. Tra storie antiche, paure condivise e piccoli atti di cura, i bambini imparano che nessun luogo si salva da solo. E che spesso sono i passi lenti, fatti insieme, a rendere davvero solido ciò che sembra fragile.

Una storia per bambini sulla solidarietà, la cura dei luoghi e il coraggio di camminare insieme


Libro di Racconti per Bambini. Le Luci di Roccachiara. Capitolo 2: Il Ponte dei Passi Condivisi

Dopo il temporale, a Roccachiara l’aria profumava di pulito, ma i discorsi del paese profumavano di preoccupazione. Al bar, dal fornaio, davanti alla scuola, si sentivano sempre le stesse frasi, come se qualcuno avesse messo il disco su “ripeti”:

«Il ponte ha fatto un rumore strano.»

«Mio cugino dice che si muove.»

«Con tutta quell’acqua… vuoi vedere che viene giù?»

Il ponte era un ponte piccolo, di pietra e legno, e collegava la piazza principale con la strada che portava ai campi e alla collina. Sotto scorreva il Fiume Chiaro, che normalmente era gentile: un nastro d’acqua abbastanza basso da vedere i sassi sul fondo, abbastanza vivo da cantare tra i ciottoli. Ma dopo il temporale era diventato largo e scuro, e la corrente aveva un suono più serio, come un adulto che non scherza.

Per questo il ponte era importante: senza, il paese restava diviso in due. Da una parte c’erano la scuola, la biblioteca e il mercato. Dall’altra c’erano i campi, alcune case isolate e la piccola strada che portava al Bosco del Fontanile.

Nico, che da qualche settimana camminava più piano anche quando era in paese, ascoltava quei discorsi. E li ascoltava davvero. Non gli scivolavano addosso come prima.

Una mattina, tornando da scuola con Amina, li raggiunse un compagno che di solito non parlava con loro: Samuele, nove anni, guance rosse e uno zaino che sembrava sempre più grande di lui. Non era cattivo, solo timido. Sempre con lo sguardo basso, come se temesse di disturbare perfino l’aria.

«Ehi…» disse Samuele, avvicinandosi. «Voi… siete andati al bosco, vero?»

Amina lo guardò con gentilezza. «Sì. Perché?»

Samuele strinse le spalline dello zaino. «Mio nonno abita dall’altra parte del fiume… e oggi dovevo portargli una cosa. Ma… mamma dice che non devo attraversare il ponte da solo.»

Nico si voltò verso il ponte, che in lontananza sembrava normale. «Ma è lì. Basta passare.»

Samuele deglutì. «Sì, però… ieri l’hanno attraversato due signori e a metà hanno sentito scricchiolare. E poi—» si fermò, imbarazzato.


Amina completò la frase per lui: «E poi ti sei spaventato.

»

Samuele annuì, con una vergogna così evidente che Nico provò un fastidio diverso dal solito. Non fastidio per lui: fastidio per quella vergogna.

«Che devi portare?» chiese Nico.

Samuele aprì lo zaino e tirò fuori una scatola di cartone ben chiusa con lo spago. «La minestra di mamma. Nonno è raffreddato. E io… io gliela porto sempre.»

Amina guardò la scatola, poi Samuele. «Allora non possiamo lasciarti qui.»

Nico stava per dire: “Vabbè, vieni con noi”, ma Samuele fece un gesto con la mano. «No, cioè… io… posso. È che…» si morse le labbra, «non voglio chiedere aiuto. Faccio sempre tutto da solo.»

Nico, che fino a poco tempo prima avrebbe capito benissimo quel sentimento, si sentì come se qualcuno gli avesse mostrato uno specchio. Ricordò il fontanile, il ginocchio dolorante, la corda, il lavoro fatto seduto. Ricordò il sussurro: insieme.....

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