All’alba, nella Lomellina, va in scena una caccia che assomiglia più a un consiglio d’amministrazione con fucili che a un vero sport. Tra conti autentici e nobiltà auto-certificata, la battuta diventa un elegante teatro sociale fatto di cappelli piumati, stivali immacolati e competizioni silenziose. I fagiani, ignari e poco collaborativi, fanno da pretesto a una prova di status più che di mira.
Le consorti scoprono il fascino simbolico delle armi, i signori quello del fango sotto le suole nuove. Strategie studiate come fusioni bancarie si scontrano con una variabile imprevista: la realtà. Tra nebbia, vento e silenzi sospetti, la commedia campestre inizia lentamente a incrinarsi. E quando il rituale perde il controllo, ciò che resta non è più una caccia, ma l’inizio di qualcosa di molto meno mondano.
Riti aristocratici, vanità di classe e una battuta di caccia che sfugge di mano nelle campagne della Lomellina
Gennaio 2026
di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.
Romanzo giallo-ironico. La Ricetta della Cascina del Pellicano. Capitolo 3: La Caccia Perfetta. Quando il potere spara a salve (e non solo)
Trent’anni dopo la perdita dei genitori, il conte GianalbertoMarchetti — tutto attaccato, come sempre, perché anche il tempo aveva rinunciato a separarlo — si alzò dalla sua sedia sotto il portico. Il gesto, già di per sé, meritava di essere registrato come evento straordinario. Prima, però, completò il rituale: finì il calice di vino, contò mentalmente i crostini all’olio (sei, come da tradizione immutabile) e si concesse qualche secondo di immobilità supplementare, giusto per essere certo che l’impulso non fosse un errore passeggero.
Poi decise di compiere l’impresa titanica.
Una passeggiata fino alla concimaia.
Aggirò la casa ormai disabitata in cui un tempo viveva la famiglia del fattore. Le finestre, cieche e opache, sembravano guardarlo con un misto di rimprovero e sollievo: anche loro, dopotutto, avevano smesso di aspettarsi qualcosa. Attraversò la piccola aia retrostante, dove l’erba cresceva senza essere disturbata da decenni, passò accanto alla lavanderia che un tempo era stata usata dai contadini quando lavoravano per suo padre — oggi un edificio silenzioso, con l’aria di chi ha concluso il proprio turno senza ricevere istruzioni per il giorno dopo.
Camminò lungo la rete dei pollai, osservando galline che lo ignoravano con una professionalità invidiabile, e infine sbucò davanti alla concimaia.
La concimaia si presentava come sempre: una marcita nauseabonda di sfalci, resti vegetali e liquidi che drenavano dai campi coltivati, formando una superficie incerta tra il solido e il filosoficamente discutibile. Era un luogo che non prometteva nulla di buono, e proprio per questo manteneva sempre le promesse. L’odore era quello consueto, penetrante ma onesto, e dava alla scena un aspetto selvaggio, primordiale, come se lì la civiltà avesse deciso di fermarsi a riflettere.
La sua unica mucca — la vecchia Gina, anche se lui raramente la chiamava per nome — era intenta a brucare l’erba che cresceva copiosa lungo le rive della concimaia. Ed è lì che Gianalberto notò qualcosa di insolito.
La mucca sembrava sorridere.
Tra una masticata e l’altra, c’era una piega delle labbra — o ciò che, in una mucca, può ragionevolmente essere definito tale — che ricordava vagamente l’espressione soddisfatta di chi ha appena capito una barzelletta troppo tardi. Poi ruotava la testa con un’ampiezza sospetta, quasi a trecentosessanta gradi, come se stesse controllando il mondo intero prima di esprimersi. E infine muggiva.
Ma non un muggito qualsiasi.
Un suono strano, prolungato, modulato, che a Gianalberto ricordò immediatamente un oboe al concerto di Natale. Non quello di un solista brillante, ma l’oboe di una banda di paese, quando l’aria è fredda e l’ancia fa quello che vuole. Una cosa mai sentita. Nemmeno nei suoi lunghi anni di osservazione bovina a bassa intensità.
Si sedette sul bordo della concimaia, con cautela, scegliendo un punto che sembrava meno disposto a inghiottirlo. Continuò a osservare la mucca con uno stupore sincero, raro per lui. Per ingannare l’attesa — se di attesa si poteva parlare — strappò un filo d’erba e lo mise in bocca, masticandolo lentamente, più per imitazione che per reale convinzione gastronomica.
La vacca, nel frattempo, aveva deciso di incamminarsi verso la stalla. Ma non con il solito passo lento e affaticato che Gianalberto conosceva bene. No. Trotterellava. Con un’agilità che non le riconosceva, quasi con una leggerezza offensiva, sempre roteando la testa e muggendo il suo oboe personale, come se stesse provando un assolo.
«Che strano…» pensò Gianalberto, senza dirlo ad alta voce, per non rompere l’incantesimo.
Gli venne un’idea. Un’idea cupa, ma coerente con il suo carattere.
Che fosse in punto di morte, la vecchia mucca?
In fondo, erano anni che si aspettava la sua dipartita. Anni di preparazione psicologica accurata, culminata in una decisione drastica ma previdente: aveva iniziato a bere latte di soia. Non per convinzione etica o salutista, ma per allenarsi all’inevitabile. Una sorta di lutto preventivo, diluito nel quotidiano.
Osservò la mucca sparire lentamente dentro la stalla, ancora trotterellante, ancora musicale. Restò seduto, masticando l’erba, con l’impressione vaga che qualcosa, da qualche parte, stesse cambiando. Non sapeva cosa. Né, a dire il vero, se fosse il caso di intervenire.
Dopotutto, pensò, se anche la mucca aveva deciso di reinventarsi, non era detto che lui dovesse farlo.
Mentre la Gina saltellava e si dimenava lungo la strada del ritorno verso la stalla, con quell’andatura allegra e sconveniente che nessuna vacca rispettabile avrebbe mai dovuto permettersi, Gianalberto avvertì una presenza alle sue spalle. Un rumore lieve, irregolare, che non apparteneva né al vento né al concerto d’oboe bovino appena concluso.
Era Caligola.
O meglio: era qualcosa che somigliava moltissimo a Caligola, il noto cane stanco, fedele compagno di vita di un padrone altrettanto notoriamente bradipo. Eppure, c’era qualcosa che non quadrava. Gianalberto si domandò se fosse colpa della luce, dell’aria mefitica della concimaia o del bicchiere di vino bevuto sotto il portico, che forse, dopo trent’anni di routine, aveva deciso di fare finalmente il suo mestiere.
Caligola avanzava verso di lui con una concentrazione innaturale.
All’inizio Gianalberto pensò che stesse zoppicando. Poi capì che non era così. Il cane alternava il cammino in modo del tutto inedito: per qualche metro si reggeva in equilibrio sulle zampe anteriori, con il posteriore sollevato come un’acrobazia mal riuscita, poi, senza soluzione di continuità, si raddrizzava e proseguiva eretto, sulle zampe posteriori, con un’aria che oscillava tra il dignitoso e il burocratico. Le quattro zampe, quel giorno, non erano contemplate. Non per pigrizia, ma per scelta.
Gianalberto lo osservava in silenzio, con la stessa attenzione con cui anni prima aveva contato rane e rospi, cercando di non trarre conclusioni affrettate. Dentro di sé, però, una domanda si faceva strada, lenta ma ostinata:
Ma io ho bevuto solo un bicchiere…
Caligola gli si fermò davanti, ancora in posizione eretta. Lo guardò negli occhi con un’espressione che, se non fosse stata del tutto assurda, si sarebbe potuta definire interrogativa. Poi abbassò lentamente le zampe anteriori, tornò per un attimo quadrupede — giusto per ricordare chi fosse — e subito dopo si rialzò, come se avesse deciso che la postura tradizionale non fosse più adeguata al momento storico.
«Che cosa stai facendo?» mormorò Gianalberto, più per cortesia che per reale aspettativa di risposta.
Il cane inclinò la testa. Nessun guaito, nessun abbaio. Solo un silenzio carico di intenzioni, lo stesso silenzio che aveva preceduto la fucilata fatale dei suoi genitori, anche se Gianalberto non fece quell’associazione. Non ne aveva l’abitudine.
Guardò verso la stalla. La mucca non muggiva più, ma si sentiva muovere dentro con un’energia sospetta, come se stesse riordinando l’ambiente. Tornò a fissare Caligola, che ora sembrava impaziente, oscillando leggermente sulle zampe posteriori come un impiegato in attesa che l’ufficio apra.
Che cosa stava succedendo ai suoi animali?
Un presagio, forse. Ma di che tipo? Gianalberto, che non aveva mai avuto un grande rapporto con il concetto di destino, si sentì vagamente chiamato in causa. Il mondo, fino a quel momento, gli aveva sempre chiesto pochissimo: stare fermo, osservare, non disturbare. Ora, invece, sembrava stesse preparando qualcosa. Qualcosa che coinvolgeva una mucca musicista e un cane bipede.
Si alzò lentamente dal bordo della concimaia. Non per iniziativa eroica, ma perché la situazione lo richiedeva. Caligola lo seguì, sempre eretto, con un’aria quasi rispettosa.
«Va bene…» disse il conte, sospirando. «Vediamo dove vuoi arrivare.»
Non sapeva se stesse parlando al cane, alla mucca, o al mondo intero. Ma per la prima volta dopo trent’anni, Gianalberto Marchetti ebbe la netta sensazione che l’immobilità non sarebbe più bastata. E questo, per lui, era già un evento rivoluzionario.
Gianalberto fece due passi. Due soltanto. Non tre, perché al terzo il mondo decise di cambiare registro senza chiedere permesso.
Qualcosa dentro di lui lo fece sentire leggero. Non leggero nel senso poetico, ma proprio fisicamente leggero, come se qualcuno avesse svitato una vite fondamentale lasciandolo provvisoriamente in sospensione. La testa iniziò a roteare con una lentezza circolare, educata, senza violenza, come una giostra di paese che ha deciso di lavorare a regime ridotto. I colori, prima ben educati e separati, cominciarono a mischiarsi senza senso civico: il verde diventava più verde, il marrone della terra si faceva accogliente, il cielo assumeva una sfumatura tra l’azzurro e il “non ho mai fatto caso che fosse così”.
Il corpo, che fino a quel momento aveva risposto solo a impulsi minimi — sedersi, alzarsi, bere, firmare — cominciò a reagire a stimoli mai catalogati. Le gambe erano sue, sì, ma sembravano aver preso un’iniziativa autonoma, come dipendenti che scoprono improvvisamente di poter fare carriera senza il capo. Le mani formicolavano con discrezione, non in modo fastidioso, più come un incoraggiamento.
Poi arrivarono i flash.
Non quelli drammatici delle grandi rivelazioni, ma lampi brevi, casuali: l’aia da bambino, le rane contate male, il profumo dell’olio sui crostini, il notaio Gallotto che tossiva mentre lui firmava, il muggito a oboe della mucca, Caligola in piedi come un impiegato statale. Tutto insieme, tutto sovrapposto, come se qualcuno avesse deciso di proiettare trent’anni di nulla produttivo in un unico trailer mal montato.
Ci furono anche botti. Ma botti interni, ovattati, come tappi di spumante aperti sott’acqua. E sapori. Il filo d’erba che aveva masticato — di cui fino a pochi istanti prima non aveva sospettato alcuna ambizione — ora gli lasciava in bocca una dolcezza imprevista, vagamente erbacea, rassicurante, come se la concimaia, in un improvviso slancio materno, avesse deciso di prendersi cura di lui.
Poi arrivarono le risa.
Tante risa.
Non le sue, almeno non subito. Risa che sembravano provenire da fuori e da dentro contemporaneamente. Risa di bambini che non aveva mai avuto, di genitori che non c’erano più, di se stesso che, per la prima volta, gli sembrava vagamente simpatico. Non c’era scherno in quelle risa, solo una bonaria presa d’atto: ma guarda che tipo.
Gianalberto si fermò. O forse fu il mondo a fermarsi per lui, per gentilezza. Si sentiva bene. Tranquillo. Straordinariamente tranquillo. Come se ogni pensiero impegnativo fosse stato messo in una stanza accanto con la porta chiusa e un cartello: “torniamo più tardi, forse”.
Capì, con la lucidità pigra che gli era propria, che non stava morendo. Né impazzendo. Stava semplicemente… stando. Ma meglio del solito. Senza il peso dell’inerzia, senza l’obbligo di decidere. Una specie di benessere democratico, distribuito equamente a tutto il corpo.
«Ah…» pensò.
E non aggiunse altro, perché non ce n’era bisogno.
Se quella era la fine, era una fine comoda.
Se era l’inizio, sperava solo che non pretendesse troppo.
Le sensazioni positive arrivarono con una gentilezza sospetta, come ospiti che non bussano ma si scusano entrando. Non c’era alcuna aggressività, nessuna frattura netta con la realtà: era piuttosto come se la realtà avesse deciso di diventare collaborativa, finalmente disposta a spiegarsi senza alzare la voce.
La prima cosa che Gianalberto notò fu una chiarezza morbida. I pensieri, di solito sparsi come galline nell’aia, si disponevano in file ordinate, ma senza fretta. Non correvano verso una conclusione, semplicemente si facevano vedere. Ogni idea sembrava dire: eccomi, non sono urgente. E questo, per lui, era una novità assoluta. Per la prima volta non provava il peso della decisione, perché tutto appariva già, in qualche modo, accettabile.
Il tempo smise di comportarsi in modo autoritario. Non accelerava, non rallentava: si allargava. Ogni secondo sembrava avere più spazio dentro di sé, come una stanza che improvvisamente acquista una finestra in più. Gianalberto ebbe l’impressione di poter abitare gli istanti, non solo attraversarli. Persino il respiro gli parve un’attività interessante, degna di attenzione, come se inspirare ed espirare fossero piccoli successi quotidiani da celebrare con moderazione.
Poi vennero i colori, ma non in modo teatrale. Non esplosioni psichedeliche, non visioni da manifesto. I colori erano semplicemente… giusti. Il verde della concimaia non era più un verde qualunque, ma quel verde, esattamente come avrebbe sempre dovuto essere. Ogni sfumatura sembrava avere un’intenzione benevola. Il mondo, insomma, appariva finalmente ben calibrato, come se qualcuno avesse regolato il contrasto dopo anni di trasmissione disturbata.
Ci fu anche una sensazione profonda di connessione, che non aveva nulla di mistico e tutto di pratico. Gianalberto sentiva di appartenere alle cose senza doverle possedere. La mucca, il cane, la concimaia, i pioppi, persino il fango: tutto era lì con lui, non per servirlo né per giudicarlo, ma per condividere lo stesso momento. Una comunanza semplice, quasi amministrativa. Siamo tutti qui, sembravano dire le cose. E va bene così.
L’euforia, se così si poteva chiamare, era sobria. Non lo spingeva a saltare, a gridare, a proclamare verità universali. Era una gioia interna, discreta, come una buona notizia ricevuta per errore e che, per educazione, si decide di tenere. Gli angoli della bocca gli si sollevarono appena, in un sorriso che non chiedeva testimoni. Per la prima volta, stare fermo non gli sembrava una rinuncia, ma una scelta legittima.
C’era infine una calma profonda, quasi terapeutica. Le preoccupazioni — poche, ma ostinate — si scioglievano come zucchero nell’acqua tiepida. Il futuro, che aveva sempre percepito come una minaccia vaga e faticosa, ora appariva come una possibilità opzionale. Non qualcosa da affrontare, ma eventualmente da incontrare, se e quando se ne fosse presentata la necessità.
Gianalberto ebbe una rivelazione minuscola, e proprio per questo potentissima: non c’era nulla da correggere con urgenza. Nulla da dimostrare. Nulla da recuperare. La sua vita, così com’era stata — lenta, laterale, spesso inutile — improvvisamente non chiedeva scuse. Si limitava a esistere, e per una volta lo faceva con una grazia inattesa.
Se quella sensazione aveva un nome chimico, lui non lo conosceva.
Ma se avesse dovuto descriverla, avrebbe detto semplicemente questo:
è come se il mondo, per qualche minuto, avesse smesso di pretendere.
Poi, senza preavviso e senza alcuna eleganza, le sensazioni cambiarono natura.
Non sfumarono: scattarono.
Fu come se qualcuno avesse acceso una luce troppo forte all’improvviso, direttamente dietro gli occhi. La tranquillità morbida di pochi istanti prima venne spazzata via da un’energia tagliente, nervosa, impaziente. Gianalberto non si sentiva più leggero: si sentiva teso. Teso come una corda tirata oltre il necessario, pronta a vibrare per qualunque motivo, anche senza motivo.
Il cuore accelerò. Non in modo drammatico, ma con una determinazione ostinata, come se avesse deciso di fare straordinari senza aver ricevuto ordine.
Il respiro diventò corto, rapido, più frequente del necessario, eppure mai abbastanza. Ogni inspirazione sembrava incompleta, ogni espirazione inutile. Il petto era attraversato da una sensazione elettrica, non dolorosa ma invadente, come una corrente che non trova una presa a terra.La mente, che poco prima aveva collaborato con gentilezza, ora si mise a lavorare in modalità iperproduttiva. I pensieri non si disponevano più in fila: si accalcavano. Arrivavano tutti insieme, urlando. Ogni idea sembrava urgente, fondamentale, imprescindibile. Gianalberto ebbe la netta impressione di capire tutto — immediatamente — ma senza riuscire a fermarsi su niente. Una lucidità aggressiva, brillante e sterile allo stesso tempo.
Si sentiva improvvisamente capace. Capace di cosa, non era chiaro. Ma capace. Di parlare, di decidere, di fare, di iniziare cento cose contemporaneamente. Un senso di potenza artificiale gli attraversò il corpo, una sicurezza gonfiata che non poggiava su alcuna prova concreta, ma che pretendeva di essere creduta. Persino la sua postura cambiò: le spalle si raddrizzarono, la testa si sollevò, come se il mondo dovesse ora adeguarsi a lui.
I sensi si fecero iperacuti. I rumori della campagna — il vento, un colpo d’ala, il gracidare lontano — divennero troppo presenti, invadenti, quasi fastidiosi. Gli odori, prima accoglienti, si fecero aggressivi: la concimaia non era più una matrice vitale, ma una provocazione olfattiva. Tutto sembrava troppo: troppo vicino, troppo intenso, troppo reale.
E poi arrivò l’irrequietezza.
Una sensazione di incompiutezza cronica, come se qualcosa di essenziale stesse per accadere ma si rifiutasse di succedere. Gianalberto sentiva l’urgenza di muoversi, di fare qualcosa, qualsiasi cosa, pur non avendo la minima idea di cosa fosse. Stare fermo diventò insopportabile. Anche pensare diventò faticoso, perché il pensiero correva più veloce della comprensione.
La calma si era trasformata in controllo ossessivo. Ogni dettaglio chiedeva attenzione, ma nessuno la meritava davvero. Il tempo, che prima si era allargato, ora si spezzettava in frammenti nervosi: istanti brevi, inutilizzabili, che scivolavano via senza lasciare spazio. Non c’era più accettazione, solo aspettativa. E l’aspettativa non veniva mai soddisfatta.
Gianalberto avvertì anche una strana freddezza emotiva. Non tristezza, non paura: distacco. Come se l’empatia fosse stata temporaneamente sospesa per far spazio all’efficienza. Guardò la stalla, la mucca, Caligola, ma non li sentì. Erano comparse. Lui, improvvisamente, era il centro di tutto — e questo, anziché confortarlo, lo rendeva inquieto.
La cosa più destabilizzante, tuttavia, fu rendersi conto che quella sensazione aveva qualcosa di seducente. Non piacevole, ma convincente. Una voce interna — nuova, insistente — sembrava sussurrargli che quello stato fosse migliore, più utile, più “giusto”. Una menzogna ben confezionata, ma efficace.
Il vortice tornò.
Non esplose, non aggredì: avvolse.
Colori e suoni si ricomposero come un frullatore che, stanco di fare rumore, decide improvvisamente di diventare velluto. Le sensazioni vive di poco prima — quelle appuntite, nervose, sovraeccitate — si sciolsero una nell’altra, perdendo spigoli e pretese. Gianalberto ebbe l’impressione netta che qualcuno avesse abbassato il volume del mondo senza chiedergli il consenso, ma con una cortesia tale da rendere superflua ogni protesta.
Il corpo smise di pesare.
Non nel senso euforico della leggerezza, ma in quello più profondo dell’assenza di gravità emotiva. Le membra c’erano ancora, ma non chiedevano attenzione. Le spalle si rilassarono come dopo una giornata troppo lunga che finalmente finisce; le gambe non erano più uno strumento per muoversi, ma una condizione accettabile. Il cuore rallentò, non per stanchezza, ma per disinteresse: aveva capito che non c’era più nulla da rincorrere.
La mente, che fino a un attimo prima aveva prodotto pensieri come un ufficio in pieno straordinario, si spense con una dolcezza quasi sospetta. Non silenzio assoluto, ma una sorta di ovatta calda. I pensieri non sparirono: smisero semplicemente di essere importanti. Ogni preoccupazione perse la sua urgenza, come una lettera rimasta troppo a lungo sulla scrivania, ormai priva di destinatario.
Arrivò una felicità diversa.
Non brillante, non dichiarativa. Una felicità bassa, continua, uniforme. Non sono felice, ma va bene così. Gianalberto sentì una carezza interna, una sensazione di protezione totale, come se il mondo avesse deciso di cullarlo senza secondi fini. Nessun desiderio, nessuna mancanza. Anche il futuro, che di solito si presentava come un’incombenza fastidiosa, era stato gentilmente rimandato a data da destinarsi.
I suoni si fecero lontani e insieme intimi. Il vento tra i pioppi sembrava provenire da dentro di lui, il gracidare delle rane non era più un rumore ma un ritmo, il muggito lontano della mucca un canto familiare. Tutto aveva una distanza perfetta: abbastanza vicino da essere percepito, abbastanza lontano da non disturbare. Era come essere sott’acqua, ma senza freddo e senza paura.
Il tempo si appiattì.
Non scorreva più: restava. Un presente continuo, senza bordi, senza prima e senza dopo. Gianalberto non ricordava da quanto tempo fosse lì, e soprattutto non gliene importava. Non c’era fretta, perché non c’era direzione. Non c’era bisogno di decidere, perché tutto sembrava già deciso per il meglio.
Provò una tenerezza improvvisa per se stesso.
Non compassione, non autocommiserazione. Una tenerezza tranquilla, come quella che si prova per qualcuno che ha fatto del suo meglio anche quando non sembrava fare nulla. Tutti gli errori, le rinunce, le lentezze, le occasioni mancate: tutto appariva non solo giustificabile, ma irrilevante. Non perché non fosse accaduto, ma perché non faceva più male.
Era una pace spessa, profonda, avvolgente.
Così completa da risultare quasi pericolosa nella sua perfezione. Una pace che non chiedeva di essere capita, né ricordata. Solo abitata. Gianalberto sentì che avrebbe potuto restare lì per sempre, senza noia, senza domanda, senza nome.
E per la prima volta nella sua vita, l’idea di non fare nulla non gli sembrò una mancanza.
Gli sembrò una vocazione.
Gianalberto sapeva, con una certezza quieta e non negoziabile, di non essere più terreno. Non nel senso tragico della parola, ma in quello amministrativo: come se il suo corpo fosse ancora lì, regolarmente protocollato, mentre lui aveva ottenuto un permesso temporaneo per altrove. Viaggiava senza sapere dove, e questa ignoranza non solo non lo infastidiva, ma lo rassicurava. Finalmente una direzione che non pretendeva spiegazioni.
Fluttuava nelle onde del piacere con una naturalezza sorprendente, come se fosse sempre stato fatto per galleggiare e avesse solo perso tempo camminando. Le emozioni arrivavano morbide, una dopo l’altra, senza urgenza. Ogni sensazione sembrava un regalo che non chiedeva ringraziamenti. Poi, lentamente, qualcosa cambiò di nuovo.
Non con violenza. Con curiosità.
Il mondo cominciò a parlare, ma non con parole. Le superfici si fecero permeabili allo sguardo: il bordo della concimaia non era più solo un bordo, ma una linea viva, pulsante, che respirava al suo ritmo. L’erba non era più composta da fili singoli, ma da trame intrecciate, disegni intenzionali, come se qualcuno avesse finalmente ammesso che anche il disordine segue una logica elegante.
I colori si liberarono dalla loro funzione decorativa. Il verde non stava più “sull’erba”: era l’erba, e allo stesso tempo un’idea di verde, un concetto rassicurante che gli scivolava dentro. Le sfumature si moltiplicavano senza confondersi, come se ogni colore avesse deciso di raccontare la propria storia personale. Gianalberto non le capiva tutte, ma sentiva che non era necessario.
Le forme iniziarono a muoversi. Non nel modo scomposto dell’allucinazione aggressiva, ma con una grazia narrativa. I pioppi ondeggiavano seguendo una coreografia lenta, consapevole. I rovi sembravano osservatori ironici. Perfino la concimaia, che per tutta la vita era stata solo concimaia, ora aveva un’aria da portale: non disgustosa, ma antica, come se custodisse una saggezza che aveva scelto di non esprimersi fino a quel momento.
Il suo corpo si fece strano, ma non ostile. Le mani parevano lontane, eppure perfettamente sue. Ogni movimento lasciava una scia, non visiva ma percettiva, come se ogni gesto continuasse a esistere anche dopo essere stato compiuto. Il confine tra interno ed esterno si fece poroso: non era più chiaro dove finisse Gianalberto e dove iniziasse il resto. E questa perdita di definizione, anziché spaventarlo, lo sollevò.
Il tempo, poi, smise definitivamente di comportarsi in modo riconoscibile. Non si fermò, non accelerò: si ramificò. C’erano momenti che sembravano durare un’eternità e altri che si chiudevano prima ancora di essere percepiti. Ricordi lontani — Ida giovane, la mucca nella stalla piena, il suono lontano di un corno da caccia — emergevano e si mescolavano al presente senza chiedere permesso. Tutto era adesso, e tutto era legittimo.
Arrivò una sensazione di meraviglia infantile. Non stupore rumoroso, ma quella meraviglia silenziosa di quando, da bambini, si guarda qualcosa senza il bisogno di spiegarla. Gianalberto si sentì parte di un racconto più grande, non come protagonista, ma come comparsa perfetta. Finalmente un ruolo adatto alle sue inclinazioni.
Anche l’identità si fece flessibile. Non dimenticò chi fosse, ma smise di considerarlo rilevante. Conte, figlio, erede, uomo pigro: etichette utili in certi contesti, ma ora superflue. In quel momento era semplicemente un punto di percezione che fluttuava in mezzo a un mondo sorprendentemente collaborativo.
E mentre nuove immagini continuavano a emergere — geometrie vegetali, animali che sembravano portatori di messaggi non urgenti, suoni che avevano forma — Gianalberto ebbe un pensiero limpido, forse il più limpido della sua vita:
Se questa è un’illusione, è fatta meglio della realtà.
E, coerentemente con il suo carattere, decise di non approfondire oltre.
Il viaggio si concluse senza annunci, senza epifanie finali, senza titoli di coda. Come tutte le cose importanti nella vita di Gianalberto, finì per stanchezza.
La prima cosa che tornò fu il peso. Non quello morale — quello non se n’era mai andato davvero — ma il peso fisico, concreto, inconfutabile. Un peso che scricchiolava. Il secondo elemento a riaffacciarsi fu un rumore ritmico, irregolare, accompagnato da un respiro affannato e da un rosario detto a mezza voce con un accento che il tempo non era mai riuscito a levigare.
Quando aprì gli occhi, o meglio quando li socchiuse per verificare che il mondo fosse tornato utilizzabile, Gianalberto capì di trovarsi dentro una carriola.
Una carriola vera.
Di legno.
Vecchia.
Con una ruota che aveva smesso di credere nella propria missione già negli anni Settanta.
Ida stava spingendo.
Spingeva con la determinazione delle donne che hanno attraversato un’alluvione, due regioni, tre istituzioni caritatevoli e una famiglia nobiliare senza mai ricevere un vero ringraziamento. Ogni passo era accompagnato da uno sbuffo e ogni sbuffo da una preghiera, pronunciata non per devozione ma per pura trattativa.
«Signore… dammi la forza…»
Scricchiolio.
«…perché questo è troppo…»
Scricchiolio.
«…io ho fatto quello che potevo…»
Scricchiolio.
Era scesa la sera. Una sera lombarda, tiepida, con l’aria che sa di terra che ha lavorato tutto il giorno e ora pretende riposo. Le ombre si allungavano sui muri della cascina e la luce diventava indulgente, come se anche il sole avesse deciso di non fare domande.
Gianalberto, ancora stordito ma sorprendentemente lucido nel suo modo laterale, fece un rapido conto. Non con precisione scientifica — non era il suo campo — ma con quella matematica intuitiva che si sviluppa quando il corpo è rimasto fermo troppo a lungo nello stesso posto.
Se il sole era alto… poi inclinato… poi sparito…
Almeno sei ore.
Sei ore nella concimaia.
«Ida…» mormorò, con una voce che sembrava aver passato anch’essa la giornata a riflettere sul senso dell’esistenza.
Ida non si fermò.
Non si voltò.
Non rispose subito.
«Ida… credo che mi sia successo qualcosa di strano.»
A quel punto Ida si fermò. Appoggiò le mani sui manici della carriola, tirò su col naso, alzò gli occhi al cielo e parlò direttamente all’alto ufficio competente.
«Vedi, Signore?
Parla.
È vivo.
E adesso dice pure che gli è successo qualcosa.»
Riprese a spingere.
Dentro la carriola, Gianalberto guardava il cielo che passava sopra di lui, tra un sobbalzo e l’altro. Cercava di ricostruire. Le sensazioni. I colori. La mucca danzante. Caligola bipede. La pace. L’euforia. Il rumore. Il silenzio. La certezza di non essere più terreno. Tutto gli sembrava lontano e vicino insieme, come un sogno fatto durante un sonnellino troppo lungo.
«Ida…» riprovò, con cautela. «Io… non mi ricordo bene cosa sia successo.»
«Meglio,» rispose lei secca. «Così non me lo racconta.»
La ruota della carriola entrò in una buca e fece un verso simile a un lamento umano.
Ida sbuffava, sudava, pregava. Pregava non per la salvezza dell’anima del conte — quella l’aveva ormai affidata a una gestione superiore — ma per ottenere una conciliazione. Una soluzione definitiva a quel castigo che la vita le aveva recapitato con puntualità sadica: continuare a badare al conte Marchetti.
Un conte che non cadeva mai malato, non moriva, non cambiava, ma che ogni tanto decideva di diventare improvvisamente ingestibile senza preavviso.
Arrivati sotto il portico, Ida fermò la carriola con un colpo secco. Gianalberto restò lì, supino, guardando le travi di legno come se fossero un soffitto nuovo.
«Domani,» disse Ida, asciugandosi le mani nel grembiule, «lei non va più alla concimaia.»
Gianalberto annuì lentamente.
Era d’accordo.
Non per obbedienza, ma per prudenza.
Dentro di sé sapeva che qualcosa era successo davvero. Qualcosa di enorme, di impossibile da spiegare e, soprattutto, di faticoso da ripetere. Ma, coerente con tutta la sua vita, decise di archiviare l’evento in una categoria rassicurante:
Stranezze di campagna.
Poi chiuse gli occhi.
Finalmente stanco nel modo giusto.