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IL SEGRETO DI CORENNO PLINIO. CAPITOLO 6: SILENZI E SOSPETTI

Slow Life
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare - Il Segreto di Corenno Plinio. Capitolo 6: Silenzi e sospetti
Sommario

Il borgo di Corenno Plinio, che un tempo appariva familiare e rassicurante, si rivela improvvisamente pieno di silenzi taglienti e sguardi che pesano come accuse. Tra parole non dette e avvertimenti che suonano come sentenze, Andrea e Lisa si trovano a inseguire indizi sempre più enigmatici: segni nascosti nei libri antichi, tracce che sembrano disegnare un percorso segreto lungo la riva. Ma non sono soli: presenze invisibili li accompagnano, lasciando dietro di sé messaggi ambigui, oggetti fuori posto, frammenti di frasi che riecheggiano come un presagio.

La notte porta con sé nuove inquietudini: sul lago si accende una luce misteriosa che avanza e si arresta come guidata da una volontà segreta, mentre nella casa un nuovo segno compare, silenzioso e inevitabile. Ogni passo sembra avvicinarli a una verità che sfugge, un enigma che intreccia passato e presente. E tra ombre, avvertimenti e simboli da decifrare, si prepara l’alba di una scelta che potrebbe cambiare tutto.

Amore e Coraggio nel Borgo di Corenno Plinio, tra Misteri e Cospirazioni


Settembre 2025

di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.

Racconti. Il Segreto di Corenno Plinio. Capitolo 6: Silenzi e sospetti


La tramontana aveva ripulito il cielo, ma l’aria tagliava la pelle come vetro. Corenno Plinio, visto dalla loro finestra, sembrava un presepe immobile: tetti d’ardesia, viuzze in penombra, il lago increspato da un respiro appena. Eppure, da quando erano rientrati, ogni porta si era fatta soglia, ogni sguardo una domanda che nessuno pronunciava. Lisa tirò le tende con un gesto esitante, come se avesse timore di rivelare chi potesse essere rimasto a fissarli dal vicolo.

«Oggi dobbiamo uscire,» disse Andrea, infilando il cappotto. «Non possiamo diventare prigionieri delle nostre paure.»

«Non sono nostre,» rispose Lisa. «Sono del posto. Come se il borgo avesse deciso che non apparteniamo più a questa quiete.»

Scivolarono nel dedalo dei gradini. Una donna richiuse l’imposta non appena li vide. Due pescatori, seduti su uno scalino, troncarono la conversazione alla loro altezza. L’eco dei passi rimbalzava contro i muri, troppo sonora per non attirare attenzioni. Il bar di Alessio era un quadrato di luce giallastra che tagliava la bruma. Dentro, l’aroma di caffè provava a fingere normalità.

Alessio, dietro il bancone, lucidava ossessivamente gli stessi bicchieri. «Cappuccini?»

«Due,» fece Andrea, cercando il tono più neutro del mondo.

Quando le tazze atterrarono sul marmo, Lisa si avvicinò. «Alessio, hai più notizie su Enrico? Qualcuno dice di averlo visto.»

Il barista non alzò subito gli occhi. Si limitò a spostare il cucchiaino, millimetricamente. «Le voci qui corrono più del vento, Lisa. E il vento, si sa, racconta male.»

«È un modo per dire che non devi parlarne?» chiese Andrea.

Alessio sospirò. «È un modo per dire che qualcuno si ostina a raccontare storie di mappe e passaggi, storie che hanno già fatto danni. È meglio non starci in mezzo.» Le sue iridi, scure, tremolarono un istante. «E non fidatevi di chi porta il sorriso.»

Lisa sobbalzò. La frase cadeva sul marmo come un sasso nel fondale. «Chi te l’ha detta?»

«Sono cose che si sentono…» tagliò corto il barista, già pentito dell’azzardo. «Fate attenzione. Di notte, soprattutto.»

Uscirono col gelo addosso, ma la stretta alla gola non veniva dall’aria. «Ha ripetuto la stessa frase del quaderno,» sussurrò Lisa. «Significa che circola, che qualcuno l’ha fatta arrivare in giro, come un proverbio.»

«O che qualcuno vuole farci credere di essere vicini alla risposta,» disse Andrea. «Se è un gioco, ci sta portando dove vuole.»

La chiesa di San Tommaso li accolse con il suo odore di cera e pietra antica. Dietro, nell’archivio, Don Carlo teneva le chiavi come una reliquia. Aveva lo sguardo stanco di chi sa che i segreti pesano più dei registri.

«Vi aspettavo,» disse piano. «Da giorni sento domande a metà, come se qualcuno inciampasse sempre sulla stessa parola e non volesse dirla.»

«Mappa,» disse Lisa senza girarci attorno. «Una del Cinquecento. Con segni marginali: grotte, cunicoli, rifugi. Cose che non appaiono nelle copie.»

Don Carlo posò le chiavi sulla scrivania. «Non chiedetemi come lo so, ma certe mappe non nacquero per orientare il viandante: nacquero per nascondere.»

Li condusse tra scaffali che sapevano di muffa e inchiostro sbiadito. Aprì un registro con una cura quasi affettuosa. «Guardate i margini: cerchi, piccole croci, lettere isolate. I cartografi li chiamavano glosse. Qui, però, sono codici. Questo segno ricorre accanto alle rientranze della costa: una grotta, forse, o l’imbocco di un cunicolo praticabile con l’acqua bassa.»

Lisa si chinò sul foglio, il respiro trattenuto. «Lo stesso simbolo compare negli appunti di Enrico. È come se seguisse una traccia che noi vediamo in ritardo.»

Un suono lieve provenne dal corridoio, come il fruscio di un mantello. Andrea girò di scatto. «C’è qualcuno?»

Silenzio. Poi, un’ombra tagliò la luce a metà della porta e scomparve. Don Carlo li fissò, pallido. «Non siete i primi a cercare. Non siete i soli. E non tutti desiderano trovare.»

Passarono due ore a fotografare con il telefono i margini, ad annotare i segni ricorrenti. Più Lisa metteva in fila quei puntini di grafite spersi tra le pieghe della carta, più intravedeva una costellazione che correva lungo la riva, come una collana sommersa. Aveva la sensazione fisica di toccare un filo teso tra secoli, un filo che qualcuno stava strattonando dall’altra parte.

All’uscita il cielo era diventato feroce e bello. Il campanile mise tre rintocchi; il lago rispose con il fonfo delle onde sul selciato, come se parole antiche si rimescolassero tra ciottoli e schiuma. Andrea le prese la mano.

«Se davvero esiste un varco—una grotta, un ponte di roccia—potrebbe essere a mezza costa, tra i canneti. E un uomo, l’altra notte, è morto con in tasca un frammento di carta. Enrico, nel frattempo, sparisce e riappare come lampo nel temporale. Ti rendi conto del quadro?»

«Sì,» disse Lisa. «E l’unica cosa che non vedo è il volto di chi sta al centro.» Né quello di chi sorride troppo, pensò, e nel pensarlo sentì il brivido più lungo.

Quando rientrarono, trovarono sulla soglia un pesce avvolto nella carta di giornale. Fresco, lucido, l’occhio di vetro rivolto a loro. Un dono, forse, o un gesto di scherno. Andrea lo prese per la coda e lo gettò nel secchio. «Anche questo, qui, parla.»

«È un segno,» mormorò Lisa. «Qualcuno ha varcato i nostri gradini. Qualcuno sa che siamo tornati all’archivio.»

Restarono in cucina finché la luce svanì dal vetro.

Poi Lisa prese la pergamena appesa sopra il camino: per la prima volta le sembrò meno reliquia e più mappa tra le mappe. Aveva il sospetto—non ancora il coraggio—di credere che i suoi margini, quelli che aveva guardato per mesi senza capirli, custodissero lo stesso alfabeto di segni.

E da qualche parte, lungo la riva, qualcuno contava i loro passi.

Piu tardi Lisa vide sul tavolo un quaderno logoro mai visto e scurito dall'umidità.

Lisa allungò le dita come si fa con un animale ferito. L’odore di carta vecchia le salì al naso.

Sulla prima pagina, la grafia nervosa di Enrico. Date spezzate, nomi di località in colonna, piccoli disegni: una X accanto a linee ondulate, una crocetta in corrispondenza di una discesa a lago. Frasi brevi, come appunti presi durante una fuga. Tra tutte, una ripetuta tre volte, con l’inchiostro increspato, come se la penna avesse mancato l’aria: Non fidatevi di chi porta il sorriso.

«È lui,» mormorò Lisa. «È la sua mano.» Sentì una tenerezza irragionevole per quel corsivo di fretta, come per una voce disidratata che chiede acqua.

Andrea sfogliò piano. «Guarda qui: un riferimento in latino—fossa sub lapide, un fossato sotto la pietra. E qui: breva. Forse indica la brezza pomeridiana, il momento in cui l’acqua è abbastanza bassa o calma per passare.»

Lisa segnò tutto con la matita, giusto accanto a quelle parole, come se potesse restituirgli un’eco. «Perché l’ha lasciato qui? E come è entrato?»

«Qualcuno ha aperto la porta con una chiave di fortuna. O ce l’ha davvero. In ogni caso, ha scelto di non rubare niente. Solo di appoggiare una cosa. Questo è un gesto di fiducia. Forse.

Restarono un attimo immobili, ad ascoltare la casa. Il legno scricchiolò come se un peso fosse sceso da un gradino. Il mondo era tutto su quel tavolo: mappa, quaderno, pergamena. Tre strade che convergevano verso lo stesso punto cieco.

«Se provassimo a collegare i simboli?» disse Lisa. Stese un foglio, copiò a mano le glosse fotografate in archivio: i cerchi, le crocette, le lettere sparse. Poi, con la punta della matita, tracciò linee sottili, come unire stelle su un cielo personale. «Se la scala è coerente, questo tratto dovrebbe essere a un chilometro scarso dal porto. Un’insenatura nascosta tra i canneti.»

«Di notte non si vede nulla,» obiettò Andrea. «Di giorno è un bersaglio. E noi, adesso, siamo visibili come fari.» La sua voce tradiva una preoccupazione che faticava a contenere. «L’uomo sulla banchina non è morto per caso. Enrico non si nasconde per capriccio. Io devo proteggerti.»

«Lo fai ogni minuto,» disse Lisa piano. «Ma non possiamo smettere di cercare. Se esiste un varco, se qualcuno lo usa, allora qualcuno vive dentro il nostro stesso labirinto.»

Scese la sera come un sipario lento. Una riga d’argento tagliava l’acqua al largo. Lisa e Andrea, sul balcone, avvolti nella coperta di lana, rimasero fermi a spiare il buio. All’improvviso, una luce. Piccola, distante, a mezz’acqua. Oscillava come una lanterna, avanzando a tratti, poi sostando. Andrea trattenne il respiro.

«È una barca senza remi, o c’è qualcuno che rema piano…» sussurrò. «Vedi come si ferma sempre sugli stessi scatti?»

«Coincidono,» disse Lisa, un filo di voce. «Con i segni della mappa.» Sentì la pelle contrarsi sulle braccia. «È come se stesse misurando i punti. Uno a uno.»

La luce avanzò ancora un poco, poi si spense. Nessun rumore di motore. Solo il battito delle onde contro i sassi, un colpo ogni due secondi, regolare come un metronomo. Da qualche parte un cane abbaiò due volte e poi tacque.

Rientrarono. Andrea spostò il tavolo fino alla finestra, come a farne una barricata lieve. «Stanotte non dormirà nessuno,» disse con un mezzo sorriso stanco. «Domani all’alba andiamo al tratto dei canneti. Facciamo finta di passeggiare. Se c’è un accesso tra le rocce, lo vedremo.»

Lisa annuì, ma il suo pensiero tornava a tre cose: la frase della paura, il quaderno posato da qualcuno con mano leggera, la lanterna calibrata come un teodolite. Poi, un quarto pensiero, più scomodo: il sorriso. Il volto cortese che li aveva accolti, il vicino gentile, la mano pronta ad aprire una porta, a offrire un consiglio. Non fidatevi di chi porta il sorriso. Quante persone, qui, portavano sorrisi come mantelli?

«Se uno di loro fosse il ponte tra il paese e chi si muove sull’acqua?» azzardò. «Se davvero esistesse un patto antico?»

Andrea si passò la mano sui capelli. «Allora ecco perché nessuno parla. Non è solo paura: è per un debito o una lealtà malata?»

Il lume sul comò si abbassò di una linea. Il silenzio diventò una stanza in cui la casa respirava piano. Lisa appoggiò il palmo sul quaderno di Enrico. «Se ci stai guardando, dacci un segno giusto,» mormorò. «Smetti di lasciarci frasi e vieni fuori.»

A quell’ora tardi, tre colpi secchi batterono sul legno del corridoio. Tac. Tac. Tac. Andrea scattò in piedi. Aprì la porta: nessuno. A terra, appena dentro il pianerottolo, un triangolo di carta ripiegato. Lo raccolse. Dentro, scritte due parole sole: Domani, alba.

Rimase con il foglietto in mano, il cuore martellante. «O è un aiuto, o un invito alla trappola.»

«O tutte e due,» disse Lisa. E capì che la loro storia, da quel momento, avrebbe dovuto camminare sul filo sottile tra l’una e l’altra possibilità, con il lago sotto, nero e muto, pronto a inghiottire tanto la colpa quanto l’innocenza.

Dormirono poco, a turni, uno seduto vicino alla finestra, l’altra distesa col quaderno sul petto, come una reliquia appena salvata dall’acqua. Prima che il cielo accennasse al chiarore, si alzarono senza parlarsi. Il paese era una bestia che ancora russava. Il lago, in basso, un vetro opaco su cui qualcuno—o qualcosa—aveva tracciato nella notte il primo cerchio di una caccia.

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