Misteri pontifici, reliquie contese e poteri occulti: Fratello Elara affronta il cuore politico e spirituale dell’Europa medievale. Nel terzo capitolo del racconto storico "Indagine a San Pietro", Fratello Elara prosegue la sua missione dalle cripte di Roma ai palazzi della Curia avignonese, inseguendo una rete di traffici sacrileghi e simbologie inquietanti.
Mentre il velo della diplomazia ecclesiastica si fa sempre più opaco, la verità si annida tra archivi cifrati, laboratori alchemici e oscuri riti religiosi. Lungo un viaggio che tocca Marsiglia, Avignone e Montpellier, il monaco si confronta con segreti scomodi e poteri che usano la fede come moneta. Un intreccio denso di tensione, spiritualità e politica, in cui l’indagine assume contorni sempre più profondi e pericolosi.
Intrighi nella corte papale e culti nascosti nelle catacombe: l’indagine di Fratello Elara si inoltra nei meandri oscuri del potere ecclesiastico del Trecento
Maggio 2025
di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.
Racconti. Indagine a San Pietro. Tra i palazzi d’Avignone e le catacombe di Roma. Capitolo 3.
Il mattino del 9 ottobre 1364, un vento pungente gonfiava le vele della Santa Balbina, cocca genovese che lasciava il porto di Civitavecchia diretta a Marsiglia. Fratello Elara, con il novizio Athelred, aveva ricevuto l’ordine di presentarsi ad Avignone “per esporre i risultati preliminari e ricevere nuove istruzioni”. Dietro l’asettico latino del mandato, il monaco intuiva l’impazienza di Urbano V: la Curia transalpina non si accontentava di arresti di pedine minori; voleva vedere la regia del sacrilegio, magari eradicare un focolaio ereticale che poteva flettersi, all’occorrenza, in leva politica.
Attraversato il mar Tirreno, la cocca doppiò le Bocche di Bonifacio e fu spinta a oriente da un maestrale greve d’aria salmastra. Athelred, penna mai ferma, annotava rotta, nubi, tipo di gozzoviglia delle maestranze. Mentre i marinai intonavano canti occitani, Elara studiava la riproduzione miniata che il cardinale Colonna gli aveva consegnato: una tavola del Liber Figurarum di Gioacchino da Fiore, dove dodici teschi posti a corona simboleggiavano i patriarchi d’Israele rinati nello Spirito. Il disegno, se non altro, ricordava quanto la simbologia della testa fosse fertile terreno sia per gli ortodossi sia per i devianti.
L’11 ottobre attraccarono a Marsiglia. Attraverso il dedalo di rue Caisserie, fra schiamazzi di armatori catalani, giunsero alla locanda dell’Uva Verde. Qui Elara contattò un suo vecchio compagno di studi, Arnaud Gautier, ora preposito dei Frati Predicatori. Arnaud riferì confidenze raccolte in confessione—senza nomi, ma con contorni nitidi: un alto dignitario avignonese comperava “ciò che parlava senza più carne”. Le monete provenivano dalla tesoreria pontificia. A chi giova un papa che acquista reliquie rubate alla propria Chiesa? domandò Athelred, pallido. Elara non rispose: la risposta esigeva prove.
Due giorni di cavalcata li portarono oltre il delta del Rodano, tra canneti dove fenicotteri si spostavano come lampade rosate.
Il 14 ottobre, con il sole che incendiava d’oro le mura merlate, apparve Avignone. Il Palazzo dei Papi – un Leviatano di pietra romanica e gotica, punteggiato di torri, bertesche e fessure per l’olio bollente – si ergeva sulla riva sinistra come se volesse inghiottire il fiume in un unico sorso. Elara ricordò i versi del Salmo: Fluminis impetus laetificat civitatem Dei. Ma quell’impeto, lì, era d’oro e di ambizioni.Già dal portone, la burocrazia pontificia tentò di soffocarli fra pergamene e sigilli. La lettera di presentazione di Colonna aprì loro il passaggio, ma non le orecchie di tutti. Il vicecamerlengo, Pierre de Monteruc—nipote del Papa—li ricevette in una sala rivestita di arazzi fiamminghi ove scene di caccia celavano bestie con due teste. Dopo l’inchino di prammatica, de Monteruc chiese resoconto; Elara parlò per mezz’ora, descrivendo con precisione le prove recuperate a Castel Sant’Angelo. Il vicecamerlengo ascoltava impassibile, tamburellando dita su una tavola intarsiata.
— Avete sradicato il cancro romano; ora tocca a noi estirpare eventuali metastasi, — disse infine. Poi, come se l’argomento fosse chiuso: — Un alloggio vi attende nel priorato di Saint-Agricol; là potrete redigere il rapporto integrale.
Ma la diffidenza del funzionario era palpabile: più che un investigatore al servizio del Papa, Elara percepiva di essere un occhio estraneo che frugava negli armadi di famiglia.
Quella sera, nel chiostro di Saint-Agricol, su un muretto muschioso, Athelred confessò al maestro la propria inquietudine: “Se il mandante fosse qui dentro, fra le stesse mura dove posiamo il capo?” Elara, svuotando un bicchiere di vino clairet, rispose: “Allora dovremo imparare a dormire con un occhio aperto e l’altro rivolto ai corridoi sotterranei.” Perché anche ad Avignone, come a Roma, esisteva un reticolo di passaggi, depositi, cripte — reliquiari di manovre invisibili.
Il 16 ottobre una notizia si sparse fra i banchi dei cambiavalute sulla Place du Change: due teschi “venerandi” erano stati avvistati in vendita presso la bottega di un orefice, Étienne de Mornas. Elara vi si recò in incognito. L’orefice mostrò due calici d’argento con coperchio: dentro, ossa craniche levigate, prive di suture frontali, marchiate con minuscoli monogrammi in inchiostro seccato. Étienne giurava fossero resti di “arcivescovi longobardi”, vendutigli da un monaco provenzale. Ma il prezzo, quindici fiorini l’uno, era troppo basso per veri prelati.
Elara chiese di vedere il monaco, pagò un anticipo e ricevette appuntamento per la notte seguente presso la torre Saint-Jean. Il 17 ottobre, sotto una luna pallida, l’investigatore arrivò da solo; ad attenderlo vi era un ometto in saio cenerino, volto nascosto. Strinse fra le mani un sacco; quando lo rovesciò, sul selciato caddero due crani anneriti dal fumo di candele. Elara riconobbe segni identici a quelli tracciati nella cripta di Castel Sant’Angelo: una C e una L intrecciate, simbolo della confraternita dei Clavis Capitis Custodes.
Tentò di afferrare il venditore, ma questi scappò in un vicolo. Nella fuga perse il cappuccio: Athelred, appostato su un tetto, scorse il viso — era il chierico Othon de Vienne che a Roma avevano creduto complice minore. Come aveva lasciato Tor di Nona? Con chi aveva corrotto i carcerieri? La ragnatela tornava a mano invisibile.
Senza riposo, Elara cavalcò sino a Montpellier, sede di una delle università mediche più celebri d’Europa. Vi giunse il 20 ottobre, perché una lettera di Arnaud Gautier parlava di un manoscritto anatomico appena comparso sul mercato: la Practica Lucis Craniorum, testo che descriveva un rituale per “estrarre la lumen animae dalla cavità endocranica”. L’autore? Frater Marcus Hermeticus, ignoto.
Al collegio maggiore, il bibliotecario consegnò il volume dietro cauzione pesante. La pergamena era giovane, scritta solo un anno prima. In calce, però, un glifo riproduceva ancora il cranio alato. Sfogliando, Elara trovò disegni dettagliati: morsi di tenaglie su vertebre, fori da trapano sulla fossa cranica. Accanto, il metodo per distillare midollo in un alambicco di vetro con vino rossato e mercurio. Era la descrizione esatta delle tracce rinvenute sui teschi romani....
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