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I MISTERI DI OLTRECOLLE. CAPITOLO 23: L’INCONTRO SEGRETO CHE PUÒ CAMBIARE OGNI DESTINO

Slow Life
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare - I Misteri di Oltrecolle. Capitolo 23:  l’incontro segreto che può cambiare ogni destino
Sommario

Nel cuore della notte, Elena mette in scena una fuga silenziosa, calibrata nei dettagli come un rituale di sopravvivenza. Ogni passo la conduce verso un luogo nascosto, lontano da occhi indiscreti e dal controllo soffocante delle telecamere. È lì che la attende Paola, fragile eppure animata da una determinazione incandescente. Le due donne si scambiano parole che sono insieme confessione e condanna: un segreto custodito nel “protocollo Ombra”, un potere capace di liberare o distruggere intere coscienze intrappolate negli specchi digitali. In quelle frasi si cela il confine tra la verità e l’illusione, tra la libertà e l’annientamento.

Ma mentre Elena deve scegliere se rischiare tutto per riattivare ciò che potrebbe cambiare il destino dei ribelli, Marco, nel mondo reale, sente che qualcosa non torna. La voce di Elena lo tormenta: filtrata, artificiale, quasi non più sua. Inizia così a inseguire ombre, riflessi e silenzi, spinto dall’urgenza di ritrovare chi ama. Due percorsi paralleli che corrono verso un punto di collisione, in cui la realtà stessa rischia di incrinarsi.

Tra fughe notturne, rivelazioni sussurrate e la minaccia di un sistema che inganna le coscienze, la verità si riflette in un fragile equilibrio di ombre


Agosto 2025

di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.

Racconti. I Misteri di Oltrecolle. Capitolo 23: l’incontro segreto che può cambiare ogni destino


Alle 21.40 lasciò l’ufficio. Corridoio; saluto breve alla guardia; ascensore fino al piano -1; corridoio di servizio odoroso di detersivo; scala a chiocciola; porta tagliafuoco che esce nel cortile interno. Lì si fermò come per cercare qualcosa nella borsa, ma in realtà contò: trenta, ventinove, ventotto… Al venti, una coppia passò ridendo; al dodici, un addetto alla manutenzione trascinò un carrello; al cinque, un gatto attraversò il vialetto come un’ombra. Partì allora, seguendo le zone d’ombra delle aiuole, il bordo delle siepi, i punti ciechi delle telecamere che aveva memorizzato nei giorni precedenti, quelle che fissavano il cancello, quelle puntate verso il parco, il cono morto ai piedi della statua dell’umanista col braccio levato.


Alle 22.

15 era già fuori, ma non prese la via dritta. Fece un largo semicerchio: piazza della Fontana, traversa dei liutai, passaggio sotto le logge con i mattoni vivi di umidità. Camminava con la postura di chi ha tempo. Nessuna fretta è più credibile di una fretta ben recitata, si ripeté. Alle 22.40 raggiunse il viale alberato che conduceva al Ponte Ovest: platani alti, foglie che frusciavano, lampioni con luce calda che costruivano isole di chiarore. Ogni cinquanta metri si fermava, fingeva di guardare una vetrina chiusa, poi riprendeva.

Il ponte apparve come una spalla massiccia contro il cielo. L’acqua scorreva lenta, nera come inchiostro denso. Sotto, una fascia di vegetazione inghiottiva i suoni: salici piegati, canneti lucidi, erba alta. Scese la rampa a piedi, evitando la scalinata principale. Lo spiazzo indicato nel biglietto era quasi invisibile dall’alto: un piccolo triangolo di terra battuta circondato da arbusti, protetto da una grata di rami. Perfetto. Troppo perfetto. Si fermò sulla rampa e si voltò, facendo finta di cercare campo sul telefono. Niente passi dietro, nessun respiro trattenuto. Solo il rumore dell’acqua e la vibrazione lontana di una bicicletta.

Alle 22.58, entrò. L’erba bagnata le rigò la caviglia. La terra sotto i piedi era compatta, come se fosse stata battuta di recente. Restò in ombra, una mano al cappuccio del soprabito. La città, sopra, sembrava un palco vuoto dopo lo spettacolo.

Le 23 scattarono nel silenzio. Nulla. Poi sentì i passi. Leggeri, precisi. Si voltò.

Paola era lì.

Avanzava con lo zaino stretto al petto e il viso nascosto da un cappuccio nero. Sembrava più piccola del solito, più fragile. Ma nei suoi occhi c’era una fiamma che non tremava.

«Hai deciso di rischiare davvero, allora» disse Paola, senza preamboli. La voce bassa, quasi fusa con il rumore dell’acqua.

Elena annuì. «Se non li attiviamo, resteremo ciechi. Non sapremo mai chi ci parla davvero da quegli specchi e non saremo mai liberi.»

Paola si guardò intorno. Nessuno. Nessun drone. Nessun passo. Solo il gorgoglio placido del fiume. Poi si sedette su una pietra e fece un cenno a Elena di avvicinarsi.

«La formula specchiante non è nei server principali, quelli che ti hanno fatto credere protetti. È in un’unità secondaria, scollegata dal sistema centrale. La chiamano L’Ombra. È una partizione nascosta in una cartella fittizia del progetto Aurora, sotto un nome tecnico innocuo: protocollo_m02/optica vet. Ma quello che contiene non è un protocollo. È una stringa dinamica, criptata con tre livelli di controllo.»

«Abbiamo capito come attivarli…» mormorò. La sua voce era bassa, come se temesse che anche le pareti potessero ascoltarlo.

«Attivare cosa?» chiese Elena, pur sapendo già la risposta.

«Gli specchi. Quelli che parlano con gli avatar. Se rendiamo gli specchi "normali", quindi specchianti, ognuno di noi, nel mondo parallelo, potrà da solo liberarsi e tornare a vivere nel mondo reale. Ma abbiamo anche bisogno di manomettere il sistema in modo che non possano escludere la nostra modifica.»....

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