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https://www.rmix.it/ - Progettazione e Costruzione di una Linea Fognaria con Tubi in Plastica Riciclata
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Progettazione e Costruzione di una Linea Fognaria con Tubi in Plastica Riciclata
Informazioni Tecniche

I tubi in plastica riciclata si sono dimostrati nel tempo affidabili, economici e duraturi di Marco ArezioLa costruzione di linee fognarie moderne deve tener conto di alcuni elementi imprescindibili, sia tecnici, come vedremo, ma anche ambientali, in modo da minimizzare l’impatto dei prodotti utilizzati per l’opera idraulica. In passato le canalizzazioni erano realizzate con tubi in metallo o in cemento, ma da quando l’industria delle materie plastiche è stata in grado di realizzare prodotti alternativi, la diffusione dei tubi corrugati in HDPE a doppia parete si è largamente diffusa. Il primo passo da compiere nella realizzazione di una linea fognaria è la sua progettazione, la quale deve tenere presente vari aspetti che influiscono sull’area di costruzione. Come si dimensiona una linea di fognatura che utilizza i tubi in plastica Come ogni buon progetto che si deve realizzare, la raccolta di informazioni, precise, dettagliate ed attendibili, sono la base del lavoro successivo. Possiamo elencare alcuni punti che entreranno nella valutazione progettuale: La stima la portata massima giornaliera che la fognatura dovrà gestire. Per far questo, sarà necessario considerare l'area di raccolta delle acque reflue, la densità abitativa, gli utilizzi industriali e altri fattori che potrebbero influenzare la quantità dei liquidi da raccogliere. Inoltre è importante determinare la pendenza disponibile o desiderata per la linea di fognatura e il suo diametro. Per queste informazioni potranno essere utili le formule idrauliche (ad es. formula di Manning) per calcolare la velocità di flusso in base al diametro del tubo in plastica riciclata, alla pendenza e alla rugosità del materiale. Sarà importante scegliere un diametro dei tubi in plastica che garantisca una velocità di flusso adeguata (ad es., tra 0,6 m/s e 3 m/s) in condizioni di flusso pieno o quasi pieno. Inoltre, sarà necessario assicurarsi che la profondità della fognatura sia sufficiente per prevenire il congelamento (in climi freddi) e per mantenere una copertura adeguata sopra il tubo in plastica riciclata. Dal punto di vista strutturale si dovrà verificare che il tubo in HDPE scelto possa sopportare i carichi esterni, come il peso del terreno sopra di esso e il traffico sovrastante (se applicabile). Si dovrà pensare agli elementi di raccordo dei tubi in plastica riciclata, verificando la corretta distanza tra i pozzetti di ispezione e che le connessioni tra i tubi e i pozzetti siano stagne. Nella progettazione della linea fognaria rientrano anche gli aspetti ambientali per cui sono da considerare e prevenire la possibilità di infiltrazioni o perdita di acque reflue della linea. Tuttavia, l’uso di tubi in HDPE, in quanto stagni, danno una buona sicurezza, considerando le giunzioni tra i vari tubi fatte a regola d’arte, anche in considerazione se nelle vicinanze si possa trovare una falda acquifera. Infine sarà necessario assicurarsi che la progettazione rispetti tutte le normative e le linee guida locali in materia di fognature. Quali caratteristiche tecniche deve avere un tubo corrugato in HDPE per fognatura I tubi corrugati in HDPE per fognatura devono soddisfare specifiche caratteristiche tecniche per garantire la loro idoneità all'uso e la loro durata nel tempo. - Il polimero riciclato con cui si costruisce il tubo corrugato deve essere di buona qualità e resistente ai raggi U.V. - Il tubo corrugato deve presentare una buona resistenza meccanica allo schiacciamento e alle deformazioni laterali sollecitate dal terreno senza che si possa rompere - Le giunzioni tra i tubi o tra tubo e raccordi devono garantire la tenuta stagna, evitando dispersioni delle acque reflue nel terreno - La parte interna dovrà essere sufficientemente liscia da permettere lo scorrimento dei liquidi così da facilitarne il deflusso - Il tubo in HDPE dovrà resistere alla corrosione da parte delle acque reflue e di altre sostanze chimiche presenti nella fognatura - Sotto l’effetto delle variazioni di temperature del terreno il tubo deve essere in grado di sopportarle senza perdere integrità strutturale Quali son i vantaggi nell’uso dei tubi corrugati in HDPE per fognatura rispetto al pvc, al cemento e al metallo I tubi corrugati in HDPE offrono diversi vantaggi, specialmente quando utilizzati in applicazioni fognarie: Durabilità e Resistenza alla Corrosione L'HDPE è intrinsecamente resistente alla corrosione, a differenza dei tubi metallici che possono arrugginirsi o corrodersi in presenza di acque reflue o terreni aggressivi, garantendone una maggiore durata. Flessibilità I tubi in HDPE sono flessibili, il che significa che possono adattarsi a movimenti del terreno, come assestamenti o sismi, senza rompersi. Un vantaggio particolarmente importante rispetto ai tubi in cemento, che sono rigidi e possono rompersi con movimenti del terreno. Leggerezza I tubi in plastica sono significativamente più leggeri rispetto a quelli in cemento o metallo. Ciò semplifica il trasporto, la movimentazione e la posa, riducendo i costi di manodopera e le esigenze di attrezzature pesanti. Saldature Stagne I tubi in HDPE possono essere saldati per creare giunzioni stagne, riducendo il rischio di perdite o infiltrazioni. Questo può essere un vantaggio rispetto ai tubi in PVC o cemento, dove le giunzioni potrebbero essere meno affidabili in termini di tenuta. Resistenza Chimica Il polimero in HDPE che costituisce i tubi, è resiste a molti agenti chimici, rendendolo ideale per applicazioni fognarie dove possono essere presenti sostanze chimiche aggressive. Costi Ridotti In molti casi, i costi complessivi di installazione dei tubi in HDPE possono essere inferiori rispetto ad altre opzioni. Ecocompatibilità L'HDPE è un materiale riciclato e riciclabile, il che può rendere i tubi in HDPE una scelta più sostenibile rispetto ad alcune alternative. Vita Utile Prolungata Con una corretta installazione e manutenzione, i tubi in HDPE possono avere una vita utile molto lunga, spesso superiore a 50 anni. Bassa Rugosità Interna La superficie interna liscia realizzata con l’impiego dell’HDPE, permette un flusso efficiente, riducendo il rischio di ostruzioni. Come si posa un tubo corrugato in HDPE per fognatura Entrando nella fase realizzativa la posa di un tubo corrugato in HDPE per fognatura segue una serie di passaggi chiave, al fine di garantire un'installazione sicura e duratura. Prima di tutto, sarà necessario scavare una trincea della profondità e larghezza adatte al tubo che si è deciso di installare, creando un fondo della trincea piatto e solido. Sul fondo di essa, si dovrebbe posizionare uno strato di sabbia o di ghiaia fine compattata per creare una base stabile per il tubo, il cui spessore dovrebbe avere uno spessore di almeno 10-15 cm. Creata la trincea e il fondo idoneo si passa alla posa del tubo corrugato HDPE, facendo attenzione a non danneggiarlo con le macchine per la posa. Assicurarsi, inoltre, che il tubo sia dritto e privo di piegature o tensioni. Una volta posato la linea di tubi, si inizierà a riempire la trincea con materiale come sabbia o ghiaia fine. Sarà necessario posizionare accuratamente il materiale di riempimento attorno al tubo per garantire una base solida e per evitare che il tubo si sposti. Dopo aver verificato che non ci siano perdite nella linea fognaria si potrà completare la trincea con il terreno scavato in precedenza, compattando il tutto dall’esterno. Come si saldano due tubi corrugati in HDPE per fognatura Molte materie plastiche, compreso l’HDPE, si prestano all’esecuzione di saldature durature ed efficaci tra tubi, pozzetti e raccordi. Ma per la saldatura due tubi corrugati in HDPE sono necessarie attrezzature speciali e una certa esperienza. Sarà necessario che le estremità dei tubi da saldare siano pulite e prive di sporco, grasso o altre impurità, per garantire una saldatura di alta qualità. Si posizioneranno poi i tubi in modo che le loro estremità siano perfettamente allineate e a contatto l'una con l'altra. A questo punto si impiegherà una macchina di saldatura per HDPE, assicurandosi che sia correttamente impostata secondo le specifiche del produttore dei tubi. La maggior parte delle saldature per l’HDPE vengono eseguite utilizzando un piatto riscaldante per portare le estremità dei tubi alla temperatura di fusione. Si inserirà il piatto riscaldante tra le estremità dei tubi e attendendo che raggiungano la temperatura adeguata. Una volta che le estremità dei tubi saranno adeguatamente riscaldate, si rimuoverà il piatto riscaldante e si avvicineranno le estremità dei tubi, permettendo loro di fondersi insieme. Si dovrà, nel contempo, mantenere una pressione uniforme durante questo processo per garantire una buona saldatura. Una volta saldati, i tubi devono essere lasciati raffreddare per un certo periodo di tempo, infatti, durante questo tempo, la saldatura si solidifica e si rinforza. Terminata la saldatura, si dovrà controllare visivamente la giunzione per assicurarti che non ci siano bolle d'aria, crepe o altri difetti. A seconda delle specifiche del progetto, potrebbe essere necessario eseguire test di pressione o altri test per verificare la qualità della saldatura. Traduzione automatica. Ci scusiamo per eventuali inesattezze. Articolo originale in italiano

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https://www.rmix.it/ - Come nascono e si risolvono le varie forme di umidità nella casa
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Come nascono e si risolvono le varie forme di umidità nella casa
Informazioni Tecniche

Analisi tecnica e sostenibile delle cause dell’umidità domestica, dalle risalite capillari alla condensa interstizialedi Marco Arezio In una casa concepita secondo principi di sostenibilità, il comfort non si esaurisce nella gestione della temperatura o nel risparmio energetico. A fare davvero la differenza è il microclima interno, un equilibrio delicato tra calore, ventilazione e umidità. Quest’ultima, spesso invisibile, è una delle variabili più complesse da controllare: incide sulla salute, sulla durata dei materiali e sulla sensazione di benessere che si percepisce in un ambiente. L’umidità è una forma d’acqua sospesa nell’aria sotto forma di vapore. La sua presenza non è di per sé negativa: un livello corretto di umidità è necessario per la respirazione, per la conservazione dei materiali naturali e per il comfort termico. Il problema sorge quando l’umidità supera o scende sotto determinati valori di equilibrio, trasformandosi in un agente di degrado, di fastidio o di inefficienza energetica. Comprendere come si origina, come si muove e in che modo interagisce con le strutture edilizie è la chiave per progettare case sane e durature. Umidità assoluta e umidità relativa: differenze e implicazioni Il primo passo per capire come gestire l’umidità in casa consiste nel distinguere due concetti fondamentali: umidità assoluta e umidità relativa. L’umidità assoluta rappresenta la quantità reale di vapore acqueo contenuta in un metro cubo d’aria, indipendentemente dalla temperatura. L’umidità relativa, invece, indica quanto l’aria è satura di vapore rispetto alla quantità massima che potrebbe contenere alla stessa temperatura. Questa distinzione è tutt’altro che teorica: spiega perché, ad esempio, in inverno si avverta spesso la sensazione di aria secca anche in presenza di riscaldamento. L’aria fredda proveniente dall’esterno, una volta riscaldata, non aumenta la propria quantità di vapore acqueo (cioè l’umidità assoluta), ma può contenerne di più. Di conseguenza, la percentuale di saturazione diminuisce, e l’aria diventa “relativamente” più secca. Lo stesso principio vale in senso opposto durante l’estate, quando l’aria calda e umida può raggiungere livelli di saturazione prossimi al 100%, rendendo gli ambienti opprimenti e favorendo la formazione di condense. Capire questa dinamica significa comprendere la fisica del comfort: l’umidità non è un semplice fastidio, ma una variabile termodinamica che dialoga con temperatura, ventilazione e materiali. Le principali tipologie di umidità negli edifici Le case non soffrono tutte dello stesso tipo di umidità. I fenomeni possono avere origini molto diverse, che vanno dalle infiltrazioni esterne fino alla semplice condensazione del vapore generato dalle attività quotidiane. In ogni caso, si tratta di manifestazioni di uno stesso principio fisico: la migrazione dell’acqua nei suoi diversi stati, attratta da differenze di temperatura e pressione. L’umidità di risalita capillare, ad esempio, è tipica delle abitazioni storiche o delle murature a diretto contatto con il terreno. I materiali da costruzione, se privi di barriere impermeabili, agiscono come spugne: l’acqua del sottosuolo penetra nei pori e risale per capillarità, lasciando macchie, sali e intonaci scrostati. È un fenomeno lento ma costante, che si combatte con tagli chimici, intonaci traspiranti e drenaggi perimetrali. Diverso è il caso della condensa superficiale, visibile sotto forma di goccioline su pareti o vetri. Essa si forma quando l’aria umida incontra una superficie più fredda e raggiunge il punto di rugiada. È frequente nei bagni, nelle cucine o nelle pareti perimetrali male isolate, e rappresenta la principale causa della formazione di muffe. Ancora più insidiosa è la condensa interstiziale, che si sviluppa all’interno dei pacchetti murari o nei pannelli isolanti, dove il vapore migra e si condensa in zone non visibili. Questo tipo di umidità, se non individuata in tempo, può compromettere la funzione isolante dei materiali e danneggiare la struttura stessa. Infine, esistono le infiltrazioni, dovute a difetti di impermeabilizzazione o a guarnizioni deteriorate, e l’umidità accidentale, legata a eventi occasionali come perdite d’impianto o allagamenti. In ogni caso, ciò che accomuna tutte queste manifestazioni è la necessità di una diagnosi tecnica: senza comprendere il percorso dell’acqua, non è possibile definire un intervento efficace. Effetti dell’umidità su salute, materiali e consumi energetici Gli effetti dell’umidità non si limitano a un disagio visivo o tattile: toccano il corpo, i materiali e i consumi energetici. Un ambiente con un’umidità relativa troppo elevata favorisce la crescita di muffe e acari, che rilasciano spore e allergeni nell’aria, generando disturbi respiratori e irritazioni cutanee. Al contrario, un’aria troppo secca secca le mucose, provoca mal di testa, stanchezza e disidratazione. Anche i materiali risentono profondamente dell’umidità. Il legno si deforma, il ferro arrugginisce, il calcestruzzo perde coesione. Un muro umido è un muro più freddo, poiché l’acqua riduce la resistenza termica del materiale. In termini energetici, questo significa che per ottenere la stessa temperatura di comfort, occorre più energia. L’umidità, quindi, non è solo una questione di salute o estetica, ma un fattore diretto di inefficienza energetica. In una casa moderna, dove sostenibilità ed efficienza sono obiettivi primari, monitorare e controllare l’umidità diventa parte integrante del progetto costruttivo, al pari dell’isolamento termico o dell’illuminazione naturale. Tecniche di prevenzione e controllo sostenibile Prevenire l’umidità significa lavorare su più livelli: quello strutturale, quello impiantistico e quello gestionale. Nei casi di risalita capillare, la soluzione più duratura è creare una barriera fisica o chimica alla base delle murature, impedendo all’acqua di salire. Gli intonaci deumidificanti, composti da malte macroporose o calci naturali, aiutano il muro a respirare, favorendo l’evaporazione. La condensa, invece, richiede una strategia differente. È necessario migliorare la coibentazione delle pareti, eliminare i ponti termici e garantire una corretta ventilazione. I sistemi di ventilazione meccanica controllata (VMC) rappresentano oggi la soluzione più sostenibile: consentono un ricambio d’aria costante, recuperano calore e mantengono l’umidità relativa entro valori ideali. L’uso di materiali traspiranti è altrettanto importante. Calci idrauliche naturali, pitture ai silicati, fibre di legno e isolanti a base vegetale permettono una naturale regolazione del vapore, evitando accumuli. In edifici a basso consumo energetico, la gestione dell’umidità è inoltre automatizzata: sensori e centraline digitali misurano in tempo reale la temperatura e il tasso igrometrico, adattando la ventilazione o l’apertura delle finestre. I valori ideali di umidità e la scienza del comfort abitativo Ogni ambiente della casa ha un suo equilibrio ideale, che dipende dalla temperatura, dalla funzione del locale e dalla quantità di vapore generata. Secondo le norme UNI EN ISO 7730 e le raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, i valori ottimali di umidità relativa si collocano tra il 40% e il 60%. Nei soggiorni e nelle camere da letto, questa soglia assicura comfort termico e benessere respiratorio; nelle cucine e nei bagni, dove la produzione di vapore è elevata, si può arrivare fino al 65%, purché l’ambiente sia ben ventilato. I locali seminterrati e le cantine, invece, dovrebbero mantenersi sotto il 70%, evitando così la proliferazione di muffe e batteri. Una casa sostenibile è quella che riesce a mantenere questi equilibri in modo naturale, con materiali traspiranti e sistemi di ventilazione efficaci. La tecnologia, in questo senso, diventa alleata della biologia: igrometri digitali, datalogger e sensori di umidità integrati nei sistemi domotici consentono un controllo costante, garantendo ambienti salubri e consumi ridotti. Gestire l’umidità non è un atto correttivo, ma una scienza invisibile del comfort abitativo. Significa riconoscere che l’acqua, in tutte le sue forme, è parte del ciclo vitale della casa. Quando la si comprende e la si guida, anziché combatterla, l’abitazione diventa un organismo equilibrato: sano per chi lo vive, efficiente per l’ambiente, duraturo per chi lo costruisce.© Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - Calcestruzzo “intelligente”: una rivoluzione sostenibile nell’edilizia moderna
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Calcestruzzo “intelligente”: una rivoluzione sostenibile nell’edilizia moderna
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Scopri come sei innovazioni nel calcestruzzo stanno trasformando l'edilizia, migliorando le prestazioni e riducendo l'impatto ambientaledi Marco ArezioL'edilizia, uno dei settori più antichi e fondamentali della nostra società, sta attraversando una trasformazione epocale. La crescente consapevolezza ambientale, unita alle pressanti necessità di affrontare il cambiamento climatico e migliorare la qualità della vita urbana, spinge il settore verso soluzioni più innovative e sostenibili. In questo scenario, il calcestruzzo, materiale cardine delle costruzioni, sta evolvendo per diventare "smart". Ma cosa significa veramente "calcestruzzo smart"? Si tratta di un materiale che integra tecnologie avanzate per migliorare le sue prestazioni, durabilità e impatto ambientale, rispondendo alle esigenze del nostro tempo con intelligenza e versatilità. L'adozione di calcestruzzi intelligenti rappresenta una risposta concreta a molte delle sfide che le nostre città affrontano oggi: dall'inquinamento atmosferico alla gestione delle risorse idriche, dalla necessità di infrastrutture resilienti a quella di edifici più sani e sicuri. Di seguito, esploreremo sette tipi di calcestruzzo smart che stanno rivoluzionando il settore delle costruzioni, ognuno con caratteristiche specifiche che ne esaltano l'utilizzo e ne massimizzano l'efficacia. Fotoluminescente Immaginate una strada che di giorno assorbe la luce solare e di notte si illumina senza bisogno di energia elettrica. Questo è il calcestruzzo fotoluminescente. Negli anni '90, i pigmenti fotoluminescenti sono stati inizialmente sviluppati per scopi militari e di sicurezza. Ora, vengono utilizzati per illuminare percorsi pedonali, ciclabili e strade. La composizione del calcestruzzo fotoluminescente prevede l'incorporazione di pigmenti speciali, come gli alluminati di stronzio, che assorbono la luce solare durante il giorno e la rilasciano lentamente durante la notte. Questa caratteristica non solo migliora la sicurezza ma contribuisce anche alla riduzione del consumo energetico. Mangiasmog (Fotocatalitico) Passiamo ora al calcestruzzo mangiasmog, una vera innovazione per la qualità dell'aria. Negli anni '70, gli scienziati scoprirono il potenziale del biossido di titanio (TiO2) come agente fotocatalitico. Questo materiale, quando esposto alla luce solare, attiva una reazione chimica che degrada gli inquinanti atmosferici come gli ossidi di azoto (NOx) e i composti organici volatili (COV). Pensate a una città dove i marciapiedi e le facciate degli edifici contribuiscono a purificare l'aria che respiriamo. Il calcestruzzo fotocatalitico contiene biossido di titanio che, attivato dalla luce solare, decompone gli inquinanti in sostanze meno nocive come nitrati e anidride carbonica. Autoriparante Pensate ora a un calcestruzzo che si ripara da solo. Negli anni '90 è nato il concetto di materiali autoriparanti, applicato poi al calcestruzzo negli anni 2000. Questo tipo di calcestruzzo contiene agenti chimici come batteri o microcapsule di materiale cementizio che si attivano al contatto con l'acqua. Quando l'acqua penetra nelle crepe, questi agenti rilasciano calce che sigilla le fessure, prevenendo danni maggiori e riducendo i costi di manutenzione. Questa innovazione non solo prolunga la vita delle strutture, ma offre anche una soluzione sostenibile per la manutenzione delle infrastrutture. Drenante Il calcestruzzo drenante è un'altra affascinante innovazione. Sviluppato negli anni '60 per affrontare i problemi di allagamento urbano, questo materiale è altamente permeabile, permettendo all'acqua di pioggia di attraversarlo e raggiungere il terreno sottostante. Composto principalmente da aggregati grossolani e una quantità minima di cemento, il calcestruzzo drenante evita l'accumulo di acqua superficiale, migliorando la gestione delle acque pluviali. È ideale per parcheggi, marciapiedi e strade in aree urbane, dove la gestione dell'acqua è una sfida cruciale. Vivente Un'idea rivoluzionaria nel mondo del calcestruzzo è quella del calcestruzzo vivente, emersa negli anni 2000. Immaginate un materiale che può interagire con l'ambiente circostante. Mescolando materiali fotosintetici con sabbia o idrogel, il calcestruzzo vivente può autoregolarsi in risposta alle condizioni ambientali, aiutando a mantenere una temperatura interna ottimale e migliorando l'efficienza energetica degli edifici. Inoltre, i materiali fotosintetici possono produrre ossigeno e assorbire anidride carbonica, contribuendo a migliorare la qualità dell'aria. Spaziale Infine, pensiamo al calcestruzzo spaziale, sviluppato negli anni 2000 per resistere alle condizioni estreme dello spazio. Questo materiale è formulato con pietrisco lunare o marziano, combinato con leganti ad alta resistenza, ed è studiato per sopportare temperature estreme e radiazioni spaziali. È perfetto per costruire infrastrutture sulla Luna o su Marte. La ricerca su questi materiali ha ricadute significative anche sulla Terra, portando allo sviluppo di calcestruzzi più resistenti e duraturi, capaci di sopportare condizioni ambientali severe. ConclusioneI calcestruzzi smart rappresentano il futuro dell'edilizia sostenibile. Integrando tecnologie innovative, questi materiali non solo migliorano le prestazioni strutturali, ma contribuiscono anche alla protezione dell'ambiente e al miglioramento della qualità della vita. Continuare a investire in ricerca e sviluppo in questo campo è cruciale per affrontare le sfide globali, fornendo soluzioni edilizie efficienti, durature e sostenibili. Queste innovazioni non solo segnano un passo avanti nella scienza dei materiali, ma rispondono anche alla crescente domanda di soluzioni edilizie che siano efficienti, durature e rispettose dell'ambiente.

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https://www.rmix.it/ - L’uso dei Polimeri Rigenerati nelle Miscele Bituminose
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare L’uso dei Polimeri Rigenerati nelle Miscele Bituminose
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Cosa è la miscela ad inversione di fase e come si usano i polimeri rigenerati nelle miscele bituminose?di Marco ArezioAgli inizi degli anni 60 del secolo scorso, il manto bituminoso impermeabilizzante era costituito principalmente da carta bitumata e bitume, inoltre era stato da poco introdotto sul mercato il feltro di vetro bitumato le cui caratteristiche di stabilità dimensionale e resistenza erano particolarmente apprezzate. Nello stesso periodo, come abbiamo visto nell’articolo su Giulio Natta, si stavano sviluppando tutta una serie di catalizzatori stereospecifici che servivano per creare nuove miscele chimiche da cui sarebbero, a breve, stati polimerizzati nuovi polimeri tra cui il polipropilene. Queste nuove scoperte portarono alla manipolazione delle catene di molecole creando un ordine delle stesse dal punto di vista chimico. Il fatto di poter posizionare tutte le molecole dalla stessa parte, conferisce alla catena polimerica alcuni vantaggi, tra cui una maggiore resistenza meccanica e una maggiore resistenza al calore, definendo così il polimero ottenuto isotattico. Il suo contrario, dal punto di vista della posizione delle molecole, quindi in modo disordinato, viene definito atattico. Se vogliamo entrare un po’ in alcuni valori tecnici che caratterizzano il polipropilene isotattico possiamo sottolineare che la resistenza meccanica arriva fino a 400 Kg./mq. e la resistenza al calore fino a 150°C. Il polipropilene atattico ha invece la caratteristica di essere più malleabile ed elastico con allungamenti fino al 600%. Tra i polimeri rigenerati e gli additivi che vengono usati nelle miscele di bitume non esiste solo il polipropilene ma anche: – l’LDPE – l’HDPE – EVA – TPO – le Cariche Minerali (talco o carbonato di calcio) – le Gomme Termoplastiche – gli oli – le cere. Miscelando i polimeri rigenerati, in percentuali diverse con il bitume, a secondo della caratteristica tecnica della membrana che si vuole ottenere, avremo la modifica di diversi parametri generali: – La viscosità (aumenta) – La temperatura di rammollimento (aumenta da 60° a 150°) – La penetrazione (diminuisce, quindi aumenta la calpestabilità) – La temperatura di frattura per piegamento a freddo (diminuisce da +10° a – 20° es.) – La stabilità agli agenti atmosferici (durata) Ma cosa succede esattamente durante la miscelazione tra il bitume e i polimeri rigenerati? In gergo tecnico la reazione, tra bitume e polimeri, durante miscelazione viene chiamata Inversione di Fase. Quando si prepara una mescola la quantità di polimeri è nettamente più bassa rispetto alla quantità di bitume ma, attraverso il mescolamento a caldo degli ingredienti, ad una temperatura superiore a quella di fusione del polimero, avviene la cosiddetta inversione di fase, dove l’ingrediente minoritario, in questo caso il polimero, costituisce la fase portante della miscela, mentre l’ingrediente quantitativamente maggioritario, la fase dispersa. Per far si che avvenga l’inversione di fase è importante usare bitume distillato perché è ricco di oli della frazione maltenica compatibili con i polimeri. Durante la creazione delle ricette i produttori di membrane bitume-polimero utilizzano i polimeri rigenerati sotto forma di: – Granuli – Macinati – Densificati (solo se facilmente disperdibili) Per quanto riguarda la filtrazione dei granuli normalmente è richiesta inferiore ai 800-1000 micron, mentre per i macinati e i densificati è richiesta un grado di pulizia (lavaggio) buono e un tenore di umidità basso per non avere reazioni pericolose durante il mescolamento con il bitume caldo.Categoria: notizie - tecnica - plastica - riciclo - bitume - edilizia - polimeriVedi il prodotto finito

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https://www.rmix.it/ - Il Cartone Riciclato a Nido d'Ape: Un Materiale Innovativo per l'Isolamento Acustico
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Il Cartone Riciclato a Nido d'Ape: Un Materiale Innovativo per l'Isolamento Acustico
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Sostenibilità e Prestazioni Acustiche: Esplorazione delle Potenzialità del Cartone Ondulato a Struttura Alveolare nelle Applicazioni Domestiche e Industrialidi Marco ArezioL'interesse per i materiali fibrosi naturali è in costante crescita grazie alla loro sostenibilità, biodegradabilità e potenziale di riciclo. Tra questi materiali, i derivati della cellulosa, come il cartone riciclato, rappresentano un'alternativa promettente ai materiali sintetici comunemente utilizzati, grazie alla loro capacità di combinare proprietà acustiche con un basso impatto ambientale. In particolare, il cartone riciclato a nido d'ape sta guadagnando attenzione per le sue potenzialità nel campo dell'isolamento acustico. Questo articolo esplora le caratteristiche e le applicazioni di questo materiale innovativo. Struttura del Cartone a Nido d'Ape Il cartone a nido d'ape è caratterizzato da una struttura interna simile a quella di un alveare, con celle esagonali che forniscono una combinazione unica di resistenza meccanica e leggerezza. Questa configurazione permette al materiale di avere una serie di vantaggi significativi: - Resistenza Meccanica e Leggerezza: Il design a nido d'ape offre una notevole resistenza meccanica pur mantenendo una leggerezza significativa. Questa caratteristica rende il materiale facile da maneggiare, trasportare e installare, riducendo i costi logistici e migliorando l'efficienza nei processi costruttivi. - Proprietà Isolanti: La struttura alveolare intrappola l'aria all'interno delle celle, contribuendo a un efficace isolamento sia termico che acustico. L'aria intrappolata funge da barriera contro la trasmissione del calore e del suono, migliorando le prestazioni complessive del materiale. - Assorbimento Acustico: Diversi studi hanno dimostrato che il cartone ondulato, specialmente nelle configurazioni a nido d'ape, può avere buone proprietà di assorbimento acustico, specialmente alle medie-alte frequenze. Questa caratteristica è particolarmente utile in ambienti dove il controllo del rumore è essenziale, come uffici, sale conferenze e spazi residenziali. Studi e Risultati Comportamento Acustico del Cartone Ondulato Uno studio del 2015 (Asdrubali et al., 2015) ha evidenziato che i campioni di cartone ondulato testati presentano un comportamento di assorbimento acustico piuttosto scarso a causa della struttura interna e della sua eccessiva resistenza al flusso. La resistenza al flusso è un parametro chiave che influisce sulla capacità di un materiale di assorbire il suono: una resistenza troppo elevata impedisce al suono di penetrare nel materiale e di essere assorbito efficacemente. Tuttavia, l'orientamento degli elementi di cartone può modificare queste prestazioni. Ad esempio, i pannelli disposti parallelamente alla direzione dell'onda sonora mostrano migliori valori di isolamento acustico rispetto a quelli con configurazione ortogonale. Questa configurazione riduce le oscillazioni interne e crea un sistema più rigido e meno performante dal punto di vista acustico. Ottimizzazione della Configurazione Campioni di cartone ondulato testati tramite tubo a impedenza hanno mostrato che un foglio ondulato disposto in modo da formare canali di foratura lungo la direzione del flusso d'aria presenta una bassa resistenza al flusso (250 – 50 Rayl/m), migliorando le capacità di fonoassorbenza alle medie-alte frequenze, ma con scarso contributo sotto i 400 Hz (Berardi e Iannace, 2015). Analisi Comparativa Secchi et al. (2015) hanno condotto un'analisi comparativa e una verifica in camera riverberante, evidenziando che i prodotti a base cellulosa, come il cartone a nido d'ape, mostrano un assorbimento acustico superiore rispetto ad altri materiali fonoassorbenti tradizionali. Un prototipo specifico ha evidenziato che l'orientamento dei canali di foratura incide significativamente sulle proprietà fonoassorbenti. L'orientamento parallelo ai canali sonori consente una maggiore dissipazione dell'energia sonora, mentre l'orientamento ortogonale porta a una maggiore rigidità strutturale, riducendo l'efficacia dell'assorbimento. Sostenibilità e Innovazione Dal punto di vista della sostenibilità, il cartone riciclato a nido d'ape rappresenta una soluzione interessante non solo per le sue proprietà acustiche, ma anche per la sua origine ecologica. La produzione di questo materiale utilizza carta riciclata, riducendo così il consumo di nuove risorse e minimizzando l'impatto ambientale. Questo processo non solo contribuisce alla riduzione dei rifiuti, ma favorisce anche l'economia circolare, dove i materiali vengono continuamente riutilizzati e riciclati. Le innovazioni nel design e nella configurazione dei pannelli di cartone possono ulteriormente migliorare le prestazioni acustiche. Ad esempio, la combinazione di cartone a nido d'ape con altri materiali fonoassorbenti o l'implementazione di tecniche di fabbricazione avanzate possono portare a soluzioni ancora più efficaci. L'uso di tecniche di fabbricazione additiva, come la stampa 3D, potrebbe permettere la creazione di strutture a nido d'ape ottimizzate per specifiche applicazioni acustiche, aumentando l'efficienza del materiale. Applicazioni Pratiche Il cartone riciclato a nido d'ape può essere utilizzato in una vasta gamma di applicazioni pratiche, grazie alla sua versatilità e alle sue proprietà uniche: - Costruzioni Edili: In ambito edilizio, il cartone a nido d'ape può essere utilizzato come materiale isolante in pareti, soffitti e pavimenti. La sua leggerezza facilita l'installazione, mentre le sue proprietà fonoassorbenti migliorano il comfort acustico degli ambienti interni. - Arredamento e Design: Il cartone a nido d'ape è ideale per la realizzazione di mobili e complementi d'arredo, come pannelli divisori, librerie e sedute. La combinazione di estetica, funzionalità e sostenibilità rende questo materiale una scelta innovativa per designer e architetti. - Industria Automobilistica: Nel settore automobilistico, il cartone a nido d'ape può essere impiegato per ridurre il rumore all'interno dei veicoli, migliorando il comfort dei passeggeri. La leggerezza del materiale contribuisce anche a ridurre il peso complessivo del veicolo, migliorando l'efficienza energetica. - Spazi Commerciali e Uffici: In contesti commerciali e lavorativi, i pannelli di cartone a nido d'ape possono essere utilizzati per creare ambienti acusticamente confortevoli, riducendo il rumore di fondo e migliorando la produttività. Conclusione In conclusione, il cartone riciclato a nido d'ape rappresenta una valida alternativa ai materiali tradizionali per l'isolamento acustico, grazie alle sue proprietà di assorbimento del suono, leggerezza e sostenibilità. La continua ricerca e sviluppo in questo campo promette di migliorare ulteriormente le prestazioni di questo materiale, rendendolo una scelta sempre più attraente per applicazioni sia domestiche che industriali. La combinazione di innovazione e rispetto per l'ambiente rende il cartone a nido d'ape un protagonista chiave nella costruzione di un futuro più sostenibile. La sfida futura sarà quella di perfezionare ulteriormente le tecniche di produzione e ottimizzazione del cartone a nido d'ape, al fine di massimizzare le sue potenzialità acustiche e garantirne l'adozione su larga scala in una varietà di settori. L'adozione di questo materiale può rappresentare un passo significativo verso un mondo più eco-compatibile, dove le soluzioni sostenibili diventano la norma anziché l'eccezione.© Riproduzione VietataFonti- Berardi, U., & Iannace, G. (2015)- Asdrubali, F., D’Alessandro, F., & Schiavoni, S. (2015)- Secchi, S., D'Alessandro, F., & Pispola, G. (2015)- Kishore, V., Khandelwal, H., & Reddy, K. S. (2021)

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rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Pavimentazioni Stradali Sostenibili con Masselli in PVC Riciclato
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Pavimentazioni Stradali Sostenibili con Masselli in PVC Riciclatodi Marco ArezioLe pavimentazioni stradali sono un sistema costruttivo flessibile formato da diversi elementi, portanti, drenanti e di finitura, che costituiscono il sistema veicolare e di stazionamento dei mezzi circolanti.A seconda della posizione geografica delle strade, della meteorologia prevalente e dell’abitudine costruttiva, vengono utilizzati principalmente tre sistemi costruttivi che possono assolvere al compito di ospitare il traffico di mezzi pesanti e leggeri: • Pavimentazioni in asfalto • Pavimentazioni in cemento • Pavimentazioni in masselli Dei tre elementi costitutivi quello con l’asfalto, dal punto di vista dei chilometri di strade realizzate, è sicuramente quello più utilizzato a livello mondiale, probabilmente per la facilità di posa, anche se la manutenzione di un manto con il bitume presenta molte criticità a causa delle temperature, del sale per sciogliere il ghiaccio e dell’abrasione del tappetino finale. La pavimentazione in cemento, anch’essa semplice nella posa, comporta la creazione di giunti di dilatazione regolari, la manutenzione degli stessi, una maggiore rumorosità nel rotolamento della ruota rispetto all’asfalto, le problematiche di durabilità nei cicli di gelo e disgelo imposti dal clima e dalla posa del sale per evitare la formazione del ghiaccio. Inoltre la rigidità del manto di copertura stradale è in antitesi con l’elasticità della struttura portante sottostante. Il massello autobloccante in cemento è un sistema costruttivo che può avere numerosi vantaggi rispetto ai due precedenti, in particolare si può realizzare una pavimentazione elastica, durevole all’abrasione diretta del traffico veicolare, drenante in quanto tra le fughe è possibile la percolazione dell’acqua, di facile manutenzione. Nonostante abbia un certo numero di vantaggi, ci sono poi da considerare alcune caratteristiche negative, quali la maggior rumorosità rispetto alla copertura in asfalto, un costo di posa maggiore e una scarsa resistenza al sale nei periodi invernali. Dal punto di vista della sostenibilità, i due sistemi costruttivi in cui si usa il cemento sono sicuramente non tra le migliori soluzioni di pavimentazione, nell’ottica di un’economia circolare, mentre quella caratterizzata con l’asfalto potrebbe rientrare in quelle strutture sostenibili, se venissero utilizzati compound in cui includano lo scarto dei pneumatici riciclato e lo scarto di manti stradali precedentemente fresati. Esiste anche un’altra soluzione sostenibile di pavimentazione, composta da masselli autobloccanti in PVC riciclato, costituito dallo scarto delle guaine dei cavi elettrici, che permette di rispondere a molte problematiche espresse dalle tre pavimentazioni precedentemente citate. Vediamo i vantaggi: • Mantenimento di una sede stradale o di parcheggio elastico • Permette il drenaggio delle acque • Facile posa in quanto ha una forma ad incastro • Non presenta problemi di durabilità dell’elemento dati dal sale stradale • Durante la manutenzione si interviene solo sui singoli pezzi • Maggiore portata dinamica rispetto ad un autobloccante in cemento e maggiore durata • Ecologico in quanto è fatto al 100% con scarti proveniente dal riciclo dei cavi • Crea una superficie isolata elettricamente in quanto il PVC è un materiale isolante • Resistente a oli e acidi • Si lava e si sgrassa facilmente con getti di acqua e detersivo • Antiscivolo e colorabile con vernici acriliche per materie plastiche• Adatto al traffico pesanteCome abbiamo visto, il massello autobloccante in PVC riciclato è adatto sia ad aree di parcheggio, anche in presenza di mezzi pesanti, che sulle strade dove si può notare come l’elemento costituito in PVC risolve, specialmente in aree con climi freddi, l’annoso problema della durabilità dei manti stradali quanto si deve spargere il sale.Inoltre essendo fatto con materiale riciclato e, potendo essere riciclabile quando si dovesse decidere la sostituzione della struttura, si può considerare l’intervento di edilizia stradale come sostenibile nell’ambito dell’economia circolare. Il massello in PVC riciclato gode di una serie di certificazioni sul prodotto qui elencate:• Resistenza all'abrasione • Resistenza alla flessione • Resistenza alla compressione con riduzione degli spessori • Valore di penetrazione del manufatto in tempi differenti • Scivolosità con metodo BCRA • Stabilità dimensionale • Impronta residua • Conduttività termica apparente • Resistenza elettrica: isolamento superficiale • Resistenza elettrica: isolamento attraverso lo spessore del materiale • Resistenza alla bruciatura di sigaretta • Reazione al fuoco • Analisi eluato Posa dei masselli autobloccanti in PVC riciclatoIl funzionamento delle pavimentazioni ad elementi si basa sul concetto di “ingranamento” che possiamo definirlo come l' impossibilità di movimento di un elemento rispetto a quelli adiacenti, l'obbiettivo da raggiungere con la progettazione del blocco stesso e della posa in opera é quindi l'impedimento del massello posato di effettuare tre movimenti: verticale, orizzontale e rotazionale. L'ingranamento verticale viene raggiunto mediante il trasferimento del carico di taglio ai masselli circostanti attraverso la sabbia nei giunti di collegamento. Il bloccaggio rotazionale é demandato allo spessore mentre il bloccaggio rispetto le forze orizzontali avviene attraverso l'uso corretto dei schemi di montaggio, che disperdono le forze dovute alla frenatura e all’ accelerazione dei veicoli e dagli sforzi tangenziali degli pneumatici in curva. Pe quanto riguarda la posa si comincia con la compattazione del terreno di sottofondo attraverso mezzi adeguati, particolare attenzione dovrà essere posta nelle zone limitrofe ai bordi, pozzetti, caditoie nelle zone di riempimento degli scavi di tubature e impianti. Nel caso non si rispettino i minimi garantiti in fase progettuale si dovrà procedere alla sostituzione del terreno con materiali più idonei. La pendenza del piano di posa va verificata, poiché é da considerare che non é possibile ricavare le pendenze dagli strati di base o da quello di allettamento. Per favorire il deflusso delle acque ed evitare il precoce cedimento della pavimentazione non devono mai essere realizzate con pendenza minore dell' 1,5%. E' opportuno utilizzare opportuni geosintetici durante la posa della pavimentazione, questi svolgono la funzione di separazione fra gli strati e di distribuzione dei carichi. Lo strato di allettamento dovrà mantenere uno spessore costante considerando in fase di assestamento per effetto anche della compattazione una riduzione di spessore tra il 20% e il 30% in funzione della granulometria utilizzata. La staggiatura può essere realizzata in due modi: • Pre-compattazione • Metodo classico La prima si effettua in diversi passaggi: dopo aver steso la sabbia con un idoneo spessore si vibro-compatta con piastra vibrante, si sparge un nuovo spessore di circa 1,5cm e si staggia. Con questo metodo é possibile garantire minori cedimenti in pavimentazioni che devono sopportare carichi elevati, inoltre é possibile in questo modo controllare maggiormente il cedimento finale della pavimentazione. Nel metodo classico La sabbia viene stesa e staggiata, la compattazione avviene nella fase successiva dopo aver installato i massetti attraverso idonee attrezzature. E’ importante non disturbare il piano di posa dopo la staggiatura, nel caso questa venga rovinata anche in piccole porzioni é necessario provvedere alla sua sistemazione prima della finitura con i masselli, é inoltre importante non eseguire mai queste operazioni in caso di temperature minori di 1°C onde evitare la formazione di giaccio. A questo punto si possono posare i masselli in PVC riciclati, facendo collimare il bordo di un elemento con un altro, senza lasciare spazio per le fughe di sabbia. Al termine di questa operazione si effettuerà una rullatura vibrata di putto il pavimento posato e si può predisporre una verniciatura del colore preferito attraverso l'uso di vernici acriliche specifiche per la plastica.Categoria: notizie - tecnica - plastica - riciclo - PVC - edilizia - masselli autobloccanti

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rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Bio Inerti per la Produzione di Calcestruzzo e Cemento Ecocompatibile
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La coltivazione di alghe necessarie per la creazione di un calcestruzzo ad emissioni zero, attraverso il calcare biogenicodi Marco ArezioIl mondo del cemento e del calcestruzzo è da tempo in fermento per creare nuovi impasti carbon free, non incidenti sulle risorse naturali normalmente prelevate dalle cave. Si sono sperimentate ricette con una percentuale di rifiuti edili provenienti dal riciclo dei materiali delle ristrutturazioni e demolizioni, impasti con percentuali variabili di rifiuti plastici non riciclabili e impasti con scarti provenienti dagli inceneritori dei rifiuti e delle acciaierie. Tutte le ricette sono finalizzate alla migliore gestione dei rifiuti nell’ambito dell’economia circolare, la quale promuove ogni azione indirizzata al riciclo degli scarti che produciamo, la riduzione del prelevamento di materie prime naturali e la riduzione dei rifiuti non riciclabili. Un altro capitolo di sostenibilità è stato aperto, per ora in maniera sperimentale, dall’Università del Colorado, che sta studiando la possibilità di utilizzare delle alghe per la produzione del calcare biogenetico per la produzione di cemento, malte e calcestruzzi bio. L’Università ha creato una coltivazione di Coccolitofori, alghe monocellulari appartenenti alla famiglia delle Aptofite, che hanno la caratteristica di essere ricoperte di scaglie di carbonato di calcio. La presenza di questo elemento nelle alghe può essere la chiave del suo utilizzo nella sostituzione dell’elemento naturale negli impasti cementizi. Infatti il calcare che, per mezzo della fotosintesi le alghe producono naturalmente, può essere compatibile con quello naturale, dando vita ad un componente dell’impasto non solo ad emissioni zero, ma addirittura negative, in quanto le Coccolitofori assorbono CO2 durante la loro vita. Infatti, si può parlare di calcestruzzo o cemento carbon neutral perché l'anidride carbonica rilasciata nell'atmosfera, quando viene bruciata per produrre cemento, è uguale a quella che le microalghe hanno estratto dall'atmosfera durante la sua crescita. Invece si può parlare di cemento o calcestruzzo carbon negativo, se il calcare naturale utilizzato nelle miscele viene sostituito integralmente da quello proveniente dalle alghe, infatti, durante la loro vita hanno assorbito la CO2 nell’ambiente e non è necessario emetterne altra per la sua produzione. Secondo gli studiosi dell’Università l’adozione su larga scala di questa teoria farebbe risparmiare al pianeta circa due gigatonnelate di CO2 emessa all’anno e il sequestro di 250 milioni di tonnellate. I ricercatori Americani stimano che con 500.000 o 1.000.000 di ettari di stagni aperti negli Stati Uniti, il paese potrebbe realizzare abbastanza carbonato di calcio per produrre tutto il cemento di cui ha bisogno. Categoria: notizie - edilizia - economia circolare - riciclo - bio calcestruzzo - bio cemento

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https://www.rmix.it/ - Il Carbonato di Calcio nei Sigillanti e negli Adesivi: Proprietà Funzionali ed Applicazioni
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Il Carbonato di Calcio nei Sigillanti e negli Adesivi: Proprietà Funzionali ed Applicazioni
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Il ruolo del carbonato di calcio come additivo tecnico nei sigillanti e negli adesivi industriali: proprietà, tipologie e applicazionidi Marco ArezioIl settore dei sigillanti e degli adesivi costituisce un capitolo centrale della chimica applicata, in cui la scelta delle materie prime non riguarda soltanto la resina polimerica di base, ma anche gli additivi che ne definiscono prestazioni e durabilità. Tra questi, il carbonato di calcio (CaCO₃) si è affermato come uno dei filler più importanti grazie a un insieme di qualità fisico-chimiche che lo rendono adattabile a sistemi molto diversi, dalle formulazioni acriliche a quelle siliconiche, dai poliuretani agli epossidici. La sua funzione non si limita a colmare volumi, ma investe la reologia, la resistenza meccanica, la stabilità dimensionale e persino l’aspetto estetico del prodotto finito. Per comprendere il peso che questo minerale ha assunto nel comparto, è utile ripercorrerne non solo l’impiego tecnico attuale, ma anche l’evoluzione storica. Evoluzione storica dell’uso del carbonato nei sigillanti e adesivi L’impiego di materiali minerali come riempitivi accompagna la storia stessa delle sostanze leganti e adesive. Già nell’antichità, polveri calcaree venivano mescolate a resine naturali, gessi e colle animali per aumentare la consistenza delle miscele e ridurre i costi delle materie prime organiche. Nel Medioevo, il carbonato di calcio, derivato dal marmo o dalla calce spenta, veniva impiegato per rendere più densi i mastici utilizzati nelle vetrate e negli intonaci decorativi. La vera svolta si ebbe con la rivoluzione industriale e con lo sviluppo delle prime resine sintetiche. Nel XIX secolo, i mastici per serramenti a base di oli e pigmenti minerali cominciarono a includere polveri di carbonato di calcio per conferire maggiore corpo e durabilità. L’avvento dei polimeri vinilici nel XX secolo aprì la strada a un uso sistematico del CaCO₃ come filler: la sua disponibilità, la facilità di macinazione e la compatibilità con matrici diverse ne fecero un additivo strategico per ridurre i costi e migliorare la lavorabilità. Negli anni Sessanta e Settanta, con l’introduzione su larga scala dei siliconi e dei poliuretani nei sigillanti da edilizia e industria automobilistica, il carbonato di calcio venne utilizzato in forme sempre più raffinate. In quel periodo iniziarono a diffondersi i carbonati rivestiti con sostanze organiche, in grado di migliorare l’adesione alla matrice idrofobica e ridurre la tendenza alla sedimentazione. Parallelamente, si sviluppò la produzione del carbonato precipitato (PCC), che offriva la possibilità di controllare con precisione la dimensione e la forma delle particelle, aprendo nuovi campi applicativi soprattutto negli adesivi sensibili alla pressione e nei sigillanti trasparenti. Oggi l’impiego del CaCO₃ ha raggiunto un livello di maturità tecnologica tale da non essere più considerato un semplice riempitivo, ma un componente funzionale indispensabile. L’evoluzione storica ha mostrato come, da additivo economico e abbondante, esso si sia trasformato in un elemento ingegnerizzato, studiato in base alle esigenze specifiche della formulazione. Proprietà e tipologie di carbonato di calcio Le formulazioni contemporanee utilizzano principalmente due varianti di carbonato: il GCC (ground calcium carbonate), prodotto mediante macinazione e classificazione di rocce carbonatiche, e il PCC (precipitated calcium carbonate), ottenuto con processi chimici che permettono di definire morfologie e granulometrie con grande precisione. Il GCC è il più diffuso per ragioni economiche, mentre il PCC è impiegato laddove siano richiesti requisiti particolari di purezza, finezza e uniformità. Entrambe le tipologie, grazie alla loro inerzia chimica e alla bassa solubilità in acqua, risultano compatibili con matrici polimeriche differenti. In alcuni casi, le particelle vengono modificate con trattamenti superficiali a base di acidi grassi o agenti silanici, così da migliorare la dispersione nei polimeri e garantire un’interazione più stabile tra la fase organica e quella minerale. Ruolo tecnico del carbonato nei sistemi polimerici Dal punto di vista tecnico, il carbonato di calcio agisce in molteplici direzioni. Nei sigillanti, contribuisce a modulare la viscosità, aumentando la tissotropia e prevenendo fenomeni di colatura. La sua presenza stabilizza il materiale durante e dopo l’applicazione, permettendo di mantenere la forma del giunto. Negli adesivi, invece, interviene sul comportamento viscoelastico e sulla distribuzione del collante sul substrato, migliorando uniformità e penetrazione. Un aspetto di rilievo riguarda la riduzione della contrazione volumetrica. Durante la polimerizzazione o la reticolazione, molti sistemi polimerici tendono a subire ritiri significativi. L’inserimento del CaCO₃ contrasta questi fenomeni, assicurando stabilità dimensionale e maggiore integrità meccanica del giunto. A ciò si aggiunge il contributo estetico, poiché il carbonato aumenta l’opacità e la coprenza, migliorando la resa visiva dei prodotti destinati a finiture. La funzione economica non è secondaria: grazie al costo contenuto e all’ampia disponibilità, il CaCO₃ consente di ridurre l’uso di resine costose, mantenendo elevate le prestazioni e garantendo competitività sul mercato. Applicazioni nei sigillanti e negli adesivi Nei sigillanti acrilici a base acquosa, ampiamente diffusi in edilizia, il carbonato di calcio assicura una reologia stabile e limita i fenomeni di ritiro. Nei siliconici, viene impiegato in versioni ultrafini per non compromettere la traslucenza, pur conferendo maggiore resistenza meccanica. Nei poliuretanici, soprattutto in applicazioni strutturali, il CaCO₃ rivestito migliora l’adesione alla matrice polimerica e la resistenza all’invecchiamento. Negli adesivi, la gamma d’impiego è altrettanto ampia. Nei vinilici, il carbonato aumenta l’adesione su substrati porosi come legno e cartone. Nei sistemi epossidici, svolge funzione di rinforzo meccanico e termico. Negli hot-melt, controlla viscosità e contrazione al raffreddamento. Nei PSA, infine, il PCC ultrafine garantisce un film adesivo uniforme, stabile e di elevata resa estetica. Considerazioni ambientali e prospettive future Oltre agli aspetti tecnici ed economici, il carbonato di calcio sta assumendo un ruolo strategico nella transizione verso un’industria più sostenibile. L’abbondanza della materia prima naturale ne garantisce un basso impatto ambientale, mentre la possibilità di recuperare carbonati da processi industriali secondari apre prospettive in linea con i principi dell’economia circolare. In un contesto in cui il settore degli adesivi e dei sigillanti mira a ridurre la dipendenza da polimeri fossili e a contenere le emissioni complessive, il CaCO₃ rappresenta un alleato prezioso per coniugare prestazioni, economicità e sostenibilità. Conclusioni L’evoluzione storica dell’impiego del carbonato di calcio, da semplice riempitivo dei mastici artigianali a componente ingegnerizzato delle formulazioni polimeriche moderne, testimonia la sua centralità in un settore che richiede materiali sempre più performanti. La capacità di incidere sulla reologia, sulla resistenza meccanica, sulla stabilità dimensionale e sull’aspetto estetico ha reso questo minerale un ingrediente imprescindibile dei sigillanti e degli adesivi di nuova generazione. La distinzione tra GCC e PCC, le varianti trattate in superficie e le prospettive legate al riciclo ne confermano l’attualità come materiale polivalente e sostenibile. Il carbonato di calcio, lungi dall’essere un additivo marginale, rappresenta oggi uno dei cardini su cui si fonda l’ingegneria dei sigillanti e degli adesivi, dimostrando come un minerale di antichissimo utilizzo possa rinnovarsi costantemente, adattandosi alle esigenze della chimica moderna e delle sfide ambientali del nostro tempo.© Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - I Grigliati Erbosi in Plastica Riciclata. Consigli per una Scelta Corretta
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare I Grigliati Erbosi in Plastica Riciclata. Consigli per una Scelta Corretta
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I Grigliati Erbosi in Plastica Riciclata. Consigli per una scelta correttadi Marco ArezioFino agli inizi degli anni ‘90 del secolo scorso i parcheggi “verdi” venivano realizzati utilizzando dei blocchi in cemento con aperture che permettevano il passaggio del traffico veicolare e nello stesso tempo la formazione di un rado prato erboso in superficie tra un setto di cemento e l’altro.In quel periodo era già stata fatta una piccola rivoluzione in quanto si era passati dai parcheggi in asfalto a quelli con un aspetto più “green”. I grigliati in cemento avevano però vantaggi e svantaggi: Nei vantaggi possiamo annoverare: - Alta resistenza al traffico veicolare - Durabilità del manufatto - Resistenza agli agenti atmosferici - Forme superficiali differenti - Alta stabilità dimensionale sotto l’effetto del sole Negli svantaggi possiamo annoverare: - Alto peso del pezzo singolo - Alti costi di posa - Alti costi di trasporto - Ridotta superficie erbosa - Alta probabilità di seccatura dell’erba in estate - Ridotta superficie drenante A cavallo del secolo si sono imposti sul mercato i grigliati erbosi carrabili in plastica riciclata (salvaprato) che hanno preso un grosso spazio nella realizzazione dei parcheggi verdi, sia per alcuni vantaggi tecnici di cui godono rispetto al prodotto in cemento, sia per le nuove normative che impongono un rapporto tra le superfici costruite rispetto al verde e sia sulla necessità di rendere il più possibile drenanti le aree orizzontali. I materiali che si usano normalmente sono di tre tipi: - L’LDPE per superfici non carrabili - L’HDPE e il PP/PE per superfici carrabili Parlando di parcheggi carrabili, l’HDPE è un materiale che permette una buona elasticità del prodotto ma nello stesso tempo una buona resistenza a compressione, a flessione e a torsione. Quest’ultimo elemento è da considerare con cura in quanto il grigliato deve sopportare la forza che una macchina ferma imprime sul manufatto girando le ruote. Inoltre ha un’ottima resistenza alle basse temperature ma, allo stesso tempo, una minore stabilità sotto l’effetto dell’irraggiamento solare se non debitamente controbilanciato con cariche minerali. Il compound PP/PE ha una buona resistenza a compressione e alle alte temperature solari, ma ha una scarsa resistenza alla torsione e alla flessione. Anche la resistenza alla flessione, oltre a quella a torsione che abbiamo visto prima, è un elemento da considerare quando il sottofondo non assolve a dovere il suo compito di portata statica e di complanarità rispetto al piano in plastica. Inoltre ha una scarsa resistenza alle basse temperature con la possibilità di sbriciolamento delle parti in plastica fuori terra. La scelta dei due materiali che hanno vantaggi e svantaggi è da farsi considerando la stagionalità, la latitudine del cantiere, la perizia nella posa e il tipo di traffico veicolare. Esistono comunque ricette correttive da utilizzare, una volta che si hanno tutti gli elementi progettuali, che tengono anche in considerazione il costo della materia prima differente tra le due famiglie, la tipologia di stampo, la macchina per la stampa del prodotto, i colori e gli additivi protettivi richiesti. Naturalmente la corretta scelta delle materie prime rigenerate non esaurisce le decisioni che si devono fare per progettare e realizzare un buon parcheggio “verde”. Possiamo qui di seguito elencare alcuni particolari da tenere presente: - La forma dell’alveolo è consigliabile sia a nido d’ape o circolare in modo che le tensioni si distribuiscano in modo omogeneo - L’aggancio tra una piastrella e l’altra deve tenere in considerazione la dilatazione termica che il prodotto subisce sotto il sole. In assenza di spazio tra gli elementi bisogna considerare di lasciare dei giunti di dilatazione in entrambi le direzioni. - I piedini nell’intradosso del grigliato dovrebbero essere di una lunghezza non inferiore ai 3,5 cm. per permettere un idoneo aggrappo al terreno sottostante - La stratificazione su cui appoggia il grigliato erboso deve prevedere due materiali inerti con granulometria diversa divisi da un tessuto non tessuto drenante, meglio se in polipropilene a filo continuo e uno di finitura adatto alla semina dell’erba. - Il livellamento meccanico attraverso pressatura è molto importante per prevenire cedimenti della pavimentazione - Dotare l’area di una irrigazione automatica e prevedere concimazioni e ripristino della terra da coltura mancante dopo l’apertura dell’area sarebbe consigliato.Categoria: notizie - tecnica - plastica - riciclo - grigliato erboso - HDPE - PP - PP/PE - edilizia Vedi il prodotto finito

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