Rivestimenti Polimerici per Imballi Alimentari in MetalloRivestimenti Polimerici per Imballi Alimentari in Metallodi Marco ArezioLe scatole in metallo per la conservazione degli alimenti hanno una lunga storia ma se nel passato, presentavano delle carenze dal punto igienico e tossicologico, specialmente a causa delle saldature che venivano fatte in lega Sn-Pb, attualmente la qualità dei prodotti costruiti sono decisamente elevate. Oggi la protezione degli alimenti è principalmente affidata allo strato polimerico di rivestimento interno, detto coating, che si frappone tra la parete di metallo e il cibo contenuto. La funzione primaria di questa barriera è quello di proteggere i prodotti alimentari dalla luce, l’ossigeno, gli enzimi, l’umidità, gli inquinanti e i microorganismi che ne comporterebbero la modificazione della struttura dell’alimento e la sua qualità. Lo scopo è anche quello di aumentare la vita utile dell’alimento o della bevanda che in condizioni normali, cioè non inscatolato, si deteriorerebbe con più velocità, in quanto le reazioni biochimiche, enzimatiche e l’attività dei microorganismi farebbero normalmente il loro corso. Quindi, per aumentare la vita degli alimenti, le confezioni in metallo vengono normalmente rivestite con film di resine sintetiche applicate sul foglio metallico ancora piano, film che assume spessori di pochi micron. La scelta del tipo di resina dipende dalle sue caratteristiche meccaniche, chimiche o termiche in base al contenuto che devono ospitare. Qui di seguito possiamo elencare le principali: • Colofonia è costituita principalmente da acido abietico, che viene normalmente additivata con ZnO per controllare le reazioni chimiche che si formano attraverso gli aminoacidi solforati delle proteine. • Resine Viniliche sono della famiglia delle resine termoplastiche, normalmente PVC, che hanno un’ottima resistenza agli acidi, ma hanno il difetto di assorbire i pigmenti degli alimenti. • Resine Fenoliche vengono composte attraverso la polimerizzazione della formaldeide e del fenolo che hanno un’ottima resistenza ai trattamenti termici, al PH e ai grassi. Attraverso il contenuto di formaldeide possiamo identificare due famiglie di resine fenoliche: Novolacche (termoplastiche) e Resoli (termoindurenti). • Resine Epossidiche sono resine termoindurenti costituite dal Bisfenolo A e dall’Epicloridrina che costituiscono il rivestimento più comune negli alimenti in scatola soprattutto nei cibi sott’olio a base di pesce. • Resine Poliestere sono resine termoindurenti ottenute da diversi monomeri come l’Anidride Ftalica, l’Anidride Maleica o l’Acido Fumarico, integrati con oli vegetali e pigmenti. Hanno la caratteristica della flessibilità dando allo strato della parete metallica questa caratteristica. • Resine Epossi-Fenoliche sono il risultato della polimerizzazione delle resine epossidiche con quelle fenoliche attraverso dei catalizzatori. Sono utilizzate come rivestimento trasparente di molte scatole metalliche in cui sono contenute conserve in olio, vegetali o cibi per animali. Per quanto riguarda le caratteristiche tossicologiche esistono norme di legge specifiche che pongono limiti sulla possibile migrazione delle sostanze del packaging negli alimenti, in cui si prendono in considerazione sia la migrazione specifica che la migrazione globale. Tuttavia la comunità scientifica ha dato nuovo impulso agli studi e alle ricerche sugli aspetti tossicologici relativi alle materie plastiche impiegate nell’industria alimentare, con particolare attenzione non più al singolo elemento che costituisce l’imballo, ma tiene in considerazione l’effetto cocktail che è dato da tutti gli elementi che vengono a contatto con il cibo, traslati nel tempo e con caratteristiche termiche differenti. Indubbiamente il cibo o la bevanda contenuti nel packaging al momento dell’imballo hanno determinate caratteristiche, ma a distanza di tempo e in condizioni climatiche differenti, la qualità del cibo che arriva sulla tavola potrebbe essere differente. Quindi sarebbe consigliabile una verificata attraverso un’analisi chimica, a campione, con uno strumento composto da un gascromatografo e uno spettrometro a mobilità ionica che, in modo semplice e rapido, daranno la fotografia, analitica, della qualità del cibo o delle bevande.Categoria: notizie - tecnica - plastica - riciclo - metallo - imballi - packaging Vedi maggiori informazioni sulle materie plastiche
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Il Cartone Riciclato a Nido d'Ape: Un Materiale Innovativo per l'Isolamento AcusticoSostenibilità e Prestazioni Acustiche: Esplorazione delle Potenzialità del Cartone Ondulato a Struttura Alveolare nelle Applicazioni Domestiche e Industrialidi Marco ArezioL'interesse per i materiali fibrosi naturali è in costante crescita grazie alla loro sostenibilità, biodegradabilità e potenziale di riciclo. Tra questi materiali, i derivati della cellulosa, come il cartone riciclato, rappresentano un'alternativa promettente ai materiali sintetici comunemente utilizzati, grazie alla loro capacità di combinare proprietà acustiche con un basso impatto ambientale. In particolare, il cartone riciclato a nido d'ape sta guadagnando attenzione per le sue potenzialità nel campo dell'isolamento acustico. Questo articolo esplora le caratteristiche e le applicazioni di questo materiale innovativo. Struttura del Cartone a Nido d'Ape Il cartone a nido d'ape è caratterizzato da una struttura interna simile a quella di un alveare, con celle esagonali che forniscono una combinazione unica di resistenza meccanica e leggerezza. Questa configurazione permette al materiale di avere una serie di vantaggi significativi: - Resistenza Meccanica e Leggerezza: Il design a nido d'ape offre una notevole resistenza meccanica pur mantenendo una leggerezza significativa. Questa caratteristica rende il materiale facile da maneggiare, trasportare e installare, riducendo i costi logistici e migliorando l'efficienza nei processi costruttivi. - Proprietà Isolanti: La struttura alveolare intrappola l'aria all'interno delle celle, contribuendo a un efficace isolamento sia termico che acustico. L'aria intrappolata funge da barriera contro la trasmissione del calore e del suono, migliorando le prestazioni complessive del materiale. - Assorbimento Acustico: Diversi studi hanno dimostrato che il cartone ondulato, specialmente nelle configurazioni a nido d'ape, può avere buone proprietà di assorbimento acustico, specialmente alle medie-alte frequenze. Questa caratteristica è particolarmente utile in ambienti dove il controllo del rumore è essenziale, come uffici, sale conferenze e spazi residenziali. Studi e Risultati Comportamento Acustico del Cartone Ondulato Uno studio del 2015 (Asdrubali et al., 2015) ha evidenziato che i campioni di cartone ondulato testati presentano un comportamento di assorbimento acustico piuttosto scarso a causa della struttura interna e della sua eccessiva resistenza al flusso. La resistenza al flusso è un parametro chiave che influisce sulla capacità di un materiale di assorbire il suono: una resistenza troppo elevata impedisce al suono di penetrare nel materiale e di essere assorbito efficacemente. Tuttavia, l'orientamento degli elementi di cartone può modificare queste prestazioni. Ad esempio, i pannelli disposti parallelamente alla direzione dell'onda sonora mostrano migliori valori di isolamento acustico rispetto a quelli con configurazione ortogonale. Questa configurazione riduce le oscillazioni interne e crea un sistema più rigido e meno performante dal punto di vista acustico. Ottimizzazione della Configurazione Campioni di cartone ondulato testati tramite tubo a impedenza hanno mostrato che un foglio ondulato disposto in modo da formare canali di foratura lungo la direzione del flusso d'aria presenta una bassa resistenza al flusso (250 – 50 Rayl/m), migliorando le capacità di fonoassorbenza alle medie-alte frequenze, ma con scarso contributo sotto i 400 Hz (Berardi e Iannace, 2015). Analisi Comparativa Secchi et al. (2015) hanno condotto un'analisi comparativa e una verifica in camera riverberante, evidenziando che i prodotti a base cellulosa, come il cartone a nido d'ape, mostrano un assorbimento acustico superiore rispetto ad altri materiali fonoassorbenti tradizionali. Un prototipo specifico ha evidenziato che l'orientamento dei canali di foratura incide significativamente sulle proprietà fonoassorbenti. L'orientamento parallelo ai canali sonori consente una maggiore dissipazione dell'energia sonora, mentre l'orientamento ortogonale porta a una maggiore rigidità strutturale, riducendo l'efficacia dell'assorbimento. Sostenibilità e Innovazione Dal punto di vista della sostenibilità, il cartone riciclato a nido d'ape rappresenta una soluzione interessante non solo per le sue proprietà acustiche, ma anche per la sua origine ecologica. La produzione di questo materiale utilizza carta riciclata, riducendo così il consumo di nuove risorse e minimizzando l'impatto ambientale. Questo processo non solo contribuisce alla riduzione dei rifiuti, ma favorisce anche l'economia circolare, dove i materiali vengono continuamente riutilizzati e riciclati. Le innovazioni nel design e nella configurazione dei pannelli di cartone possono ulteriormente migliorare le prestazioni acustiche. Ad esempio, la combinazione di cartone a nido d'ape con altri materiali fonoassorbenti o l'implementazione di tecniche di fabbricazione avanzate possono portare a soluzioni ancora più efficaci. L'uso di tecniche di fabbricazione additiva, come la stampa 3D, potrebbe permettere la creazione di strutture a nido d'ape ottimizzate per specifiche applicazioni acustiche, aumentando l'efficienza del materiale. Applicazioni Pratiche Il cartone riciclato a nido d'ape può essere utilizzato in una vasta gamma di applicazioni pratiche, grazie alla sua versatilità e alle sue proprietà uniche: - Costruzioni Edili: In ambito edilizio, il cartone a nido d'ape può essere utilizzato come materiale isolante in pareti, soffitti e pavimenti. La sua leggerezza facilita l'installazione, mentre le sue proprietà fonoassorbenti migliorano il comfort acustico degli ambienti interni. - Arredamento e Design: Il cartone a nido d'ape è ideale per la realizzazione di mobili e complementi d'arredo, come pannelli divisori, librerie e sedute. La combinazione di estetica, funzionalità e sostenibilità rende questo materiale una scelta innovativa per designer e architetti. - Industria Automobilistica: Nel settore automobilistico, il cartone a nido d'ape può essere impiegato per ridurre il rumore all'interno dei veicoli, migliorando il comfort dei passeggeri. La leggerezza del materiale contribuisce anche a ridurre il peso complessivo del veicolo, migliorando l'efficienza energetica. - Spazi Commerciali e Uffici: In contesti commerciali e lavorativi, i pannelli di cartone a nido d'ape possono essere utilizzati per creare ambienti acusticamente confortevoli, riducendo il rumore di fondo e migliorando la produttività. Conclusione In conclusione, il cartone riciclato a nido d'ape rappresenta una valida alternativa ai materiali tradizionali per l'isolamento acustico, grazie alle sue proprietà di assorbimento del suono, leggerezza e sostenibilità. La continua ricerca e sviluppo in questo campo promette di migliorare ulteriormente le prestazioni di questo materiale, rendendolo una scelta sempre più attraente per applicazioni sia domestiche che industriali. La combinazione di innovazione e rispetto per l'ambiente rende il cartone a nido d'ape un protagonista chiave nella costruzione di un futuro più sostenibile. La sfida futura sarà quella di perfezionare ulteriormente le tecniche di produzione e ottimizzazione del cartone a nido d'ape, al fine di massimizzare le sue potenzialità acustiche e garantirne l'adozione su larga scala in una varietà di settori. L'adozione di questo materiale può rappresentare un passo significativo verso un mondo più eco-compatibile, dove le soluzioni sostenibili diventano la norma anziché l'eccezione.© Riproduzione VietataFonti- Berardi, U., & Iannace, G. (2015)- Asdrubali, F., D’Alessandro, F., & Schiavoni, S. (2015)- Secchi, S., D'Alessandro, F., & Pispola, G. (2015)- Kishore, V., Khandelwal, H., & Reddy, K. S. (2021)
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HDPE: Produzione di Flaconi con Plastica Riciclata | Alcuni ConsigliCome risolvere i problemi estetici nella produzione di flaconi in HDPE riciclatodi Marco Arezio La richiesta di HDPE rigenerato (riciclato) per soffiaggio ha avuto una forte impennata negli ultimi anni, trovando sicuramente, una parte dei produttori, non totalmente preparati a gestire il granulo riciclato nelle proprie macchine. Non è stata solo una questione di tipologia di granulo che può differire leggermente, dal punto di vista tecnico, dalle materie prime vergini nel comportamento in macchina, ma si sono dovute affrontare problematiche legate alla tonalità dei colori, allo stress cracking, alla tenuta delle saldature, ai micro fori e ad altre questioni minori. In articoli precedenti abbiamo affrontato la genesi dell’HDPE riciclato nel soffiaggio dei flaconi e la corretta scelta delle materie prime riciclate, mentre oggi vediamo alcuni aspetti estetici che potrebbero presentarsi usando il granulo riciclato in HDPE al 100%. Ci sono quattro aspetti, dal punto di vista estetico, che possono incidere negativamente sul buon risultato di produzione: 1) Una marcata porosità detta “buccia d’arancia” che si forma prevalentemente all’interno del flacone ma, non raramente, è visibile anche all’esterno. Si presenta come una superficie irregolare, con presenza di micro cavità continue che danno un aspetto rugoso alla superficie. Normalmente le problematiche sono da ricercare nel granulo, dove una possibile presenza eccessiva di umidità superficiale non permette una perfetta stesura della parete in HDPE in uscita dallo stampo. In questo caso il problema si può risolvere asciugando il materiale in un silos in modo che raggiunga un grado di umidità tale per cui non influirà negativamente sulle superfici. In linea generale è sempre un’operazione raccomandata quando si vuole produrre utilizzando al 100% un materiale rigenerato. 2) Le striature sul flacone sono un altro problema estetico che capita per ragioni differenti, specialmente se si utilizza un granulo già colorato. Le cause possono dipendere da una percentuale di plastica diversa all’interno del granulo in HDPE, anche in percentuali minime, tra il 2 e il 4 %, in quanto, avendo le plastiche punti di fusione differenti, il comportamento estetico sulla parete del flacone può essere leggermente diverso, andando ad influenzare il colore nell’impasto. E’ importante notare che non si devono confondere le striature di tonalità con le striature di struttura, le quali sono normalmente creare dallo stampo del flacone a causa di usura o di sporcizia che si accumula lavorando. Un altro motivo può dipendere dalla resistenza al calore del master che si usa, in quanto non è infrequente che a temperature troppo elevate, sia in fase di estrusione del granulo che di soffiaggio dell’elemento, si possa creare un fenomeno di degradazione del colore con la creazione di piccole strisciate sulle pareti del flacone. 3) Una perfetta saldabilità in un flacone è di estrema importanza in quanto un’eventuale distacco delle pareti, una volta raffreddato e riempito il flacone, comporta danni seri con costi da sostenere per la perdita dell’imballo, delle sostanze contenute e della sostituzione del materiale con costi logistici importanti. Il flacone appena prodotto normalmente non presenta il possibile difetto in quanto la temperatura d’uscita dalla macchina “nasconde” un po’ il problema, ma una volta che la bottiglia si è raffreddata, riempita e sottoposta al peso dei bancali che vengono impilati sopra di essa, un difetto di saldatura si può presentare in tutta la sua problematica. La causa di questo problema normalmente deve essere ricercata nella percentuale di polipropilene che il granulo in HDPE può contenere a causa di una selezione delle materie prime a monte della produzione del granulo non ottimale. Una scadente selezione dei flaconi tra di essi, ma soprattutto dai tappi che essi contengono, possono aumentare la quota percentuale di polipropilene nella miscela del granulo. Esistono in commercio macchine a selezione ottica del macinato lavato che aiutano a ridurre in modo sostanziale questa percentuale, potendola riportare sotto 1,5-2%. Al momento dell’acquisto del carico di HDPE riciclato è sempre buona cosa chiedere un test del DSC per controllare la composizione del granulo per la produzione. L’effetto di una percentuale di PP eccessiva ha come diretta conseguenza l’impedimento di una efficace saldatura delle superfici di contatto che formano il flacone. Oltre ad intervenire sul granulo sarebbe buona regola, se si desiderasse utilizzare al 100% la materia prima riciclata, aumentare leggermente lo spessore di sovrapposizione delle due lati del flacone per favorirne il corretto punto di saldatura. 4) La presenza di micro o macro fori in un flacone, visibili direttamente attraverso un’ispezione o, per quelli più piccoli, tramite la prova della tenuta dell’aria, possono dipendere dalla presenza di impurità all’interno del granulo, quando il lavaggio e la filtratura della materia prima non è stata fatta a regola d’arte. Un altro motivo può dipende da una scarsa pulizia della vite della macchina soffiatrice che può accumulare residui di polimero degradato e trasportarli, successivamente, all’esterno verso lo stampo. Specialmente se si usano ricette con carica minerale è possibile che si presenti il problema subito dopo il cambio della ricetta tra una senza carica a una che la contenga.Categoria: notizie - tecnica - plastica - riciclo - HDPE - post consumo - flaconi
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Lo scarto del pulper delle cartiere: un rifiuto o una risorsa?Scarto del Pulper: Come Trasformarlo in Polimeri per lo Stampaggio nel 2026 di Marco Arezio | Aggiornato: Marzo 2026 | Lettura: ~9 min Le cartiere europee si trovano ogni anno di fronte a una sfida produttiva e ambientale crescente: gestire lo scarto del pulper, il residuo solido generato durante il riciclo della carta da recupero. Nel 2026, grazie all'evoluzione tecnologica e a un quadro normativo sempre più orientato all'economia circolare — in particolare il nuovo Regolamento Europeo sugli Imballaggi (PPWR, entrato in vigore nel 2025) — questo scarto non viene più considerato un rifiuto oneroso, ma una risorsa da valorizzare sotto forma di granulo polimerico LDPE riciclato. In questa guida aggiornata analizziamo il processo industriale, le tecnologie disponibili nel 2026, le criticità tecniche e i principali sbocchi di mercato per il polimero derivante dallo scarto del pulper. Che Cos'è lo Scarto del Pulper Il pulper è il cuore del processo di riciclo nelle cartiere: una vasca cilindrica in cui la carta da recupero viene immersa in acqua e sottoposta a intensa agitazione meccanica per separare le fibre cellulosiche dai materiali estranei. Il residuo solido che non può essere reintrodotto nel ciclo produttivo prende il nome di scarto del pulper (in inglese pulper waste o pulper rejects). Questo scarto è composto prevalentemente da alluminio e polietilene (PE) provenienti dagli imballaggi alimentari multimateriale come il Tetra Pak, i cartoni per bevande e gli imballi flessibili. Secondo i dati di settore aggiornati al 2025, circa l'8-12% in peso della carta in ingresso si trasforma in scarto del pulper, con picchi superiori nelle cartiere che trattano frazioni miste provenienti dalla raccolta differenziata urbana. A livello europeo, si stima che il settore cartario generi ogni anno oltre 4 milioni di tonnellate di pulper waste, con costi di smaltimento in discarica o incenerimento ancora molto elevati e normatively sempre meno ammissibili. Il Processo di Riciclo nelle Cartiere Europee nel 2026 Il processo industriale che porta alla formazione dello scarto del pulper si articola in fasi ben definite: • Macerazione in vasca: la carta da recupero viene introdotta nel pulper con acqua calda (40-60°C) e sottoposta ad azione meccanica rotante fino alla disgregazione delle fibre. • Filtrazione grossolana: griglie e vagli rotanti trattengono i materiali di grandi dimensioni (plastica rigida, metalli, legno). • Filtrazione fine: la fibra cellulosica in sospensione viene separata dai materiali leggeri attraverso centrifughe e screen pressurizzati. • Raccolta e disidratazione: il residuo, ancora ad alto contenuto di umidità (60-75%), viene disidratato tramite presse a vite o filtropresse prima del conferimento o della valorizzazione. Nel 2026, molte cartiere hanno integrato sistemi di pre-separazione automatica con sensori ottici NIR (Near Infrared) che incrementano la purezza del flusso polimerico già a monte del pulper, riducendo la percentuale di carta residua e aumentando la resa del granulo finale. Composizione e Caratteristiche del Pulper Waste La composizione dello scarto del pulper varia in funzione della tipologia di carta in ingresso. Una composizione media tipica (su secco) è la seguente: - Componente Percentuale media (su secco) - Polietilene (LDPE/LLDPE) 55 – 70% - Alluminio (lamina flessibile) 15 – 25% - Cellulosa residua (carta) 5 – 15% - Altri polimeri (PP, PS, ecc.) 2 – 8% - Umidità (sulla massa umida) 60 – 75%ACQUISTA IL MANUALE Tecnologie di Valorizzazione Disponibili nel 2026 Il 2026 segna un punto di maturazione tecnologica per il riciclo del pulper waste. Le principali filiere disponibili sono: 1. Granulazione del polimero LDPE (filiera principale) È la tecnologia più diffusa e consolidata. Il processo prevede: separazione meccanica e densimetrica, triturazione, lavaggio intensivo con acqua calda, essiccazione (essenziale per portare l'umidità sotto il 2%), filtrazione del fuso su reti a maglia fine e granulazione tramite testa di taglio sottoacqua (underwater pelletizing). Il granulo prodotto è classificato come LDPE riciclato con MFI compreso tra 1 e 3 g/10 min a 190°C/2,16 kg. 2. Recupero dell'alluminio tramite pirolisi (co-prodotto) Impianti avanzati di tipo Alurec o Thermovac consentono di separare l'alluminio dal PE tramite pirolisi a bassa temperatura (circa 450-500°C) in atmosfera inerte. L'alluminio viene recuperato con purezza superiore al 97%; il gas di pirolisi viene utilizzato come combustibile interno. Questa tecnologia, già in uso in Spagna, Portogallo e Brasile, si sta diffondendo in Italia e in Germania. 3. Compound e materiali tecnici Nel 2026 è in crescita la produzione di compound tecnici a partire dal granulo LDPE da pulper, miscelato con PP, HDPE o cariche minerali (CaCO3, talco) per ottenere materiali con specifiche meccaniche personalizzate. Alcuni produttori utilizzano compatibilizzanti reattivi (es. anidride maleica) per migliorare la coesione tra il PE e i residui di alluminio, incrementando la resistenza agli urti del manufatto finale. Criticità Tecnico-Produttive e Come Risolverle nel 2026 Le criticità già identificate nel 2020 restano attuali, ma nel 2026 disponiamo di soluzioni tecniche più mature ed efficaci: Criticità 1 – Elevata umidità iniziale (>60%) Problema: L'umidità elevata riduce la resa produttiva e genera difetti nel granulo. Soluzione 2026: Presse a vite ad alta pressione di ultima generazione abbattono l'umidità fino al 30-35%; sistemi di essiccazione a letto fluido o con aria calda completano l'abbattimento fino all'1-2% prima della granulazione, eliminando i problemi di degassificazione. Criticità 2 – Gas in fase di stampaggio Problema: L'umidità residua nel granulo provoca formazione di bolle e micropori nei manufatti stampati. Soluzione 2026: Estrusori bivite degassificanti con zone di ventilazione multiple abbattono la volatilità residua direttamente durante la granulazione, eliminando la necessità di una pre-essiccazione separata. Criticità 3 – Presenza di carta residua Problema: Le microparticelle di cellulosa intasano i filtri e formano micropori nel granulo. Soluzione 2026: Sistemi di filtrazione del fuso continua con cambiafiltro automatico (screen changer) a candela o a disco rotante, con maglie fino a 80-100 micron, garantiscono una filtrazione efficace senza fermate produttive. Criticità 4 – Presenza di alluminio e aspetto estetico Problema: Le lamelle di alluminio creano superfici eterogenee nel manufatto finale. Soluzione 2026: L'utilizzo di pigmenti opacizzanti a base di nero carbone o di masterbatch specifici consente di standardizzare l'estetica del prodotto. Alcuni trasformatori valorizzano l'effetto metallizzato come caratteristica estetica distintiva (effetto 'marble look'). Caratteristiche del Granulo LDPE da Pulper nel 2026 Il granulo derivante dalla valorizzazione dello scarto del pulper presenta, nel 2026, le seguenti caratteristiche tecniche standard: • Polimero base: LDPE con contenuto superiore al 90% • MFI (Melt Flow Index): 1-3 g/10 min a 190°C / 2,16 kg (ASTM D1238) • DSC: profilo regolare, temperatura di fusione 108-115°C • Contenuto di alluminio residuo: 2-8% in peso (lamelle flessibili) • Contenuto di cellulosa residua: <1% dopo filtrazione fine • Umidità: <0,5% post-essiccazione • Colore: grigio scuro / nero (con aggiunta di masterbatch) • Classificazione EWC: 19 12 04 (plastica e gomma) o 15 01 02 a seconda del regime Il granulo è normalmente commercializzato con scheda tecnica e, in alcuni casi, con dichiarazione di conformità alle linee guida RecyClass o con EPD (Environmental Product Declaration), sempre più richieste dagli acquirenti industriali europei. Applicazioni e Mercato del Granulo da Pulper nel 2026 Il granulo LDPE da scarto del pulper è indicato per applicazioni in cui la prestazione funzionale prevalga sull'estetica. Nel 2026, i principali sbocchi di mercato sono: • Bancali industriali in plastica riciclata (pallet): mercato in forte crescita grazie al PPWR, che richiede contenuto minimo di riciclato negli imballaggi industriali • Vasi, mastelli e contenitori per uso industriale e agricolo • Accessori e componenti per l'edilizia (profili, distanziatori, supporti) • Grigliati drenanti non carrabili e pavimentazioni permeabili • Tubi corrugati per drenaggio e protezione cavi • Compound con PP, HDPE o poliolefine per applicazioni meccaniche specifiche • Pannelli fonoassorbenti e antivibranti (applicazione emergente 2024-2026) Il prezzo di mercato del granulo LDPE da pulper si colloca, nel 2026, tra 200 e 400 €/t in funzione della qualità (percentuale LDPE, umidità, carta residua), con punte superiori per materiale certificato con EPD o secondo le linee guida RecyClass. Normativa Europea e Incentivi 2025-2026 Il contesto normativo europeo ha subito una trasformazione profonda tra il 2020 e il 2026: • Regolamento (UE) 2025/40 – PPWR: stabilisce obiettivi minimi di contenuto riciclato negli imballaggi (es. 35% per imballaggi in plastica rigida entro il 2030), creando domanda diretta per il granulo riciclato da pulper. • Direttiva SUP e aggiornamenti 2024: le restrizioni sulle plastiche monouso favoriscono i materiali riciclati durevoli. • CEAP 2.0 della Commissione Europea: il settore cartario è tra i settori prioritari per la simbiosi industriale. • Plastic Tax nazionale (MACSI): rende più competitivo l'uso di granulo riciclato rispetto al vergine. • Bandi PNRR per impianti di riciclo avanzato: alcune regioni italiane co-finanziano linee di valorizzazione del pulper waste. Le cartiere che implementano impianti interni di recupero possono accedere alla qualifica di End of Waste (EoW) per il granulo prodotto — secondo il D.Lgs. 116/2020 e successive circolari MASE — trasformando il rifiuto in un prodotto commercializzabile a tutti gli effetti. FAQ – Domande Frequenti Quanto scarto del pulper produce una cartiera media? Una cartiera che lavora 100.000 t/anno di carta da riciclo genera mediamente tra 8.000 e 12.000 t/anno di scarto del pulper umido, equivalenti a circa 3.000-5.000 t/anno di secco valorizzabile. Il granulo da pulper è food-grade? No, nella quasi totalità dei casi. La presenza di alluminio, cellulosa e la variabilità della composizione rendono il granulo da pulper non idoneo al contatto diretto con alimenti. Le applicazioni rimangono prevalentemente nel settore industriale, agricolo ed edilizio. È possibile aggiungere cariche minerali al granulo da pulper? Sì. Il profilo DSC regolare lo rende compatibile con l'aggiunta di cariche minerali come il carbonato di calcio (CaCO3), che riduce la flessibilità intrinseca dell'LDPE e migliora la rigidità del manufatto finale. Sono comuni anche talco e silice per applicazioni specifiche. Qual è il payback di un impianto di recupero del pulper? In base alle analisi di settore disponibili nel 2026, un impianto di media dimensione (5.000-10.000 t/anno) ha un payback compreso tra 3 e 6 anni, in funzione del costo attuale di smaltimento, del prezzo di mercato del granulo e degli incentivi pubblici disponibili. Qual è la differenza tra LDPE vergine e LDPE da pulper? L'LDPE da pulper presenta un MFI simile al vergine ma con la presenza residuale di alluminio (2-8%) e un colore non standardizzabile senza additivazione. È adatto a tutte le applicazioni non estetiche in cui non sia richiesta la purezza del vergine né la compatibilità food-contact. Conclusioni Nel 2026, la valorizzazione dello scarto del pulper non è più una scommessa tecnologica ma una realtà industriale consolidata. Le cartiere che scelgono di investire in impianti di recupero — o di affidarsi a operatori specializzati — riducono i costi di smaltimento, generano un flusso di ricavo aggiuntivo e migliorano il profilo di sostenibilità in un contesto normativo sempre più esigente. Le sfide tecniche (umidità, alluminio, qualità estetica) esistono ancora, ma sono oggi ampiamente gestibili con le tecnologie disponibili. La chiave del successo risiede nella qualità del processo di essiccazione e filtraggio, nella corretta caratterizzazione del granulo e nell'identificazione di mercati di sbocco coerenti con le sue caratteristiche. Hai bisogno di una consulenza sul riciclo del pulper o sulla valorizzazione degli scarti di cartiera? Contatta il team di esperti in economia circolare e riciclo delle materie plastiche. Tag: scarto pulper, riciclo carta, LDPE riciclato, polimeri da cartiera, economia circolare, granulo polimerico, Tetra Pak riciclo, pulper waste, imballaggi multimateriale, normativa PPWR 2025, End of Waste cartiera Categoria: Tecnica | Carta | Riciclo | Economia Circolare | Normativa Europea
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Se il cibo è consumabile te lo dice la nuova bio pellicolaIl nuovo packaging cambia colore in base alla qualità del cibo che contiene di Marco ArezioLa ricerca universitaria e scientifica nel campo del packaging si sta concentrando sul problema della effettiva scadenza dei cibi, studiando bio pellicole che possano aiutarci a classificare, oltre all’etichetta apposta, la reale qualità del cibo contenuto. Le nuove bio pellicole sono formate da bio plastiche, realizzate dalla trasformazione dello zucchero contenuto nelle barbabietole e nel mais, alle quali vengono aggiunti additivi provenienti dagli scarti del settore agroalimentare. Questi additivi sono, a loro volta, scarti della filiera agroalimentare come la canapa, il lino, gli scarti del caffè, vari scarti di vegetazione, e altri prodotti naturali. Hanno diverse proprietà che possiamo riassumere: Buone proprietà meccaniche Resistenza al fuoco Proprietà antiossidanti Proprietà antifungine Proprietà antimicrobiche Tra gli additivi di cui abbiamo parlato prima, l’aggiunta di ossido di zinco e alluminio, nella produzione delle bio pellicole, sviluppa delle proprietà antimicrobiche che possono allungare la scadenza dei prodotti freschi, riducendo così gli sprechi dato dalla scadenza dei prodotti. Mentre l’aggiunga di un additivo come l’olio di cardarolo e una particolare molecola chiamata porfirina, attribuiscono alla pellicola proprietà antiossidanti e antifungine, che nel campo del packaging alimentare aiutano a segnalare il deterioramento del prodotto. Ma come avviene questo meccanismo? Quando la bio pellicola entra in contatto con alcuni analiti, come l’acqua, l’etanolo, l’ammoniaca o altri prodotti che derivano dalla degradazione alimentare, in combinazione con la luce, questi elementi tossici penetrano nel polimero della pellicola creando reazioni di colore. Le pellicole realizzate in laboratorio sono completamente biodegradabili e bio compostabili, questo significa che alla fine del loro ciclo di vita possono diventare concime e rientrare nel pieno rispetto della circolarità dei prodotti.Categoria: notizie - tecnica - plastica - etichetta - packaging - imballoVedi maggiori informazioni sul packaging alimentare
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Modifica delle Fibre nella Carta Riciclata: Tecniche Avanzate per Migliorare Qualità e DurabilitàScopri i trattamenti chimici innovativi per ottimizzare le proprietà delle fibre di cellulosa e migliorare la resistenza, la stampabilità e la sostenibilità della carta riciclatadi Marco ArezioLa modifica delle fibre è una pratica essenziale per migliorare la qualità della carta e garantirne la sostenibilità nei processi industriali, in particolare nel contesto del riciclo. Durante i cicli di riutilizzo, le fibre di cellulosa subiscono deterioramenti sia meccanici che chimici, compromettendone le caratteristiche originali. Per contrastare questi effetti, vengono applicate tecniche di trattamento mirate, tra cui la modifica chimica, che consente di ripristinare e migliorare proprietà fondamentali come la resistenza, la durabilità e la stampabilità della carta. Recentemente, la ricerca ha privilegiato metodologie innovative ed ecocompatibili, come l’uso di biopolimeri e trattamenti a basso impatto ambientale, per massimizzare le prestazioni del materiale senza compromettere la sostenibilità del processo produttivo. Tecniche di Modifica Chimica delle Fibre Le fibre di cellulosa possono essere trattate con diverse metodologie chimiche per migliorarne le prestazioni. Tra i trattamenti più diffusi troviamo lo sbiancamento e la rimozione delle impurità, essenziali per garantire un prodotto finale più puro e brillante. L'impiego di agenti come il perossido di idrogeno e il biossido di cloro consente di eliminare residui indesiderati senza compromettere la resistenza delle fibre. Negli ultimi anni, sono stati introdotti nuovi agenti ecologici capaci di ridurre l’impatto ambientale e migliorare il recupero delle fibre. Un'altra tecnica importante è il crosslinking delle fibre, che consiste nell’applicazione di resine e agenti reticolanti, come la gliceraldeide e le resine epossidiche, per conferire maggiore resistenza all’umidità e migliorare la stabilità dimensionale della carta. Tecnologie più recenti prevedono l’uso di enzimi naturali che migliorano la coesione delle fibre senza alterarne la biodegradabilità. L’aggiunta di cariche e leganti rappresenta un’ulteriore strategia per ottimizzare le proprietà della carta. Il carbonato di calcio, il caolino e il biossido di titanio vengono frequentemente impiegati per aumentare la stampabilità e l’opacità, mentre gli amidi modificati e i polimeri sintetici favoriscono la coesione delle fibre e la resistenza superficiale. Recentemente, lo sviluppo di nanomateriali, come la nanocellulosa e i nanotubi di carbonio, sta rivoluzionando il settore, conferendo alla carta caratteristiche avanzate come maggiore resistenza meccanica e ridotta permeabilità ai liquidi. Infine, la modifica della superficie delle fibre è una strategia chiave per aumentare la resistenza della carta agli agenti esterni. L’applicazione di composti idrofobizzanti, come i silani, incrementa la resistenza all’acqua, mentre l’uso di polielettroliti ottimizza l’adesione tra le fibre, facilitando la formazione del foglio di carta. Le più recenti innovazioni prevedono trattamenti al plasma e rivestimenti polimerici biodegradabili, che migliorano la resistenza meccanica e la stampabilità della carta riciclata. Applicazioni nel Riciclo della Carta Le tecniche di modifica delle fibre sono ampiamente utilizzate nel settore del riciclo, contribuendo a preservare e migliorare la qualità della carta anche dopo numerosi cicli di utilizzo. Tra le applicazioni principali troviamo la produzione di carta da giornale e riviste, dove i trattamenti di sbiancamento e deinking sono fondamentali per ottenere una stampa nitida e uniforme. Nel settore degli imballaggi, l’aggiunta di cariche minerali e resine migliora la rigidità e la resistenza agli urti, garantendo prodotti finali più performanti. Per la carta destinata all’uso igienico, l’impiego di enzimi e modificatori chimici aiuta a ottenere fibre più morbide e resistenti, migliorando il comfort e l’assorbenza del materiale. La modifica delle fibre è utilizzata anche per la produzione di carta per usi speciali, come imballaggi avanzati o carte resistenti all’umidità, grazie all’integrazione di biopolimeri e nanocellulosa. Infine, l’utilizzo di materiali biodegradabili sta aprendo la strada alla produzione di carta compostabile e a basso impatto ambientale, riducendo i rifiuti e favorendo un’economia circolare. Innovazioni Recenti e Prospettive Future L’evoluzione della ricerca sulla modifica delle fibre sta portando all’adozione di soluzioni sempre più avanzate e sostenibili. L’impiego della nanocellulosa e della cellulosa microfibrillata è una delle innovazioni più promettenti, in quanto consente di migliorare la resistenza della carta senza ricorrere a trattamenti chimici invasivi. Parallelamente, lo sviluppo di bioadesivi e agenti di legame naturali riduce la necessità di utilizzare prodotti chimici di sintesi, rendendo il processo produttivo più ecologico. Altri progressi significativi riguardano l’implementazione di processi di modifica delle fibre a bassa temperatura e a ridotto consumo energetico, che ottimizzano l’efficienza del riciclo. L’uso di tecnologie enzimatiche avanzate, inoltre, consente una maggiore selettività nella modifica delle fibre, minimizzando gli effetti collaterali indesiderati e garantendo una qualità superiore della carta ottenuta. Conclusioni La modifica chimica delle fibre è un elemento chiave per migliorare la qualità della carta riciclata e ampliarne le possibilità di utilizzo in vari ambiti industriali. Grazie ai progressi tecnologici e all’introduzione di metodologie sostenibili, il settore della carta sta evolvendo verso una maggiore efficienza e un minore impatto ambientale. L’integrazione di materiali innovativi e processi più ecologici rappresenta il futuro del settore, consentendo di ottenere prodotti con elevate prestazioni senza compromettere la sostenibilità. Investire in queste tecnologie non solo garantirà una maggiore competitività per l’industria della carta, ma contribuirà anche a ridurre l’impatto ambientale della produzione e del riciclo, favorendo un modello più circolare e sostenibile. © Riproduzione Vietata
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Influenza dell'Umidità sulle Proprietà Meccaniche dei Materiali CartaceiStudio Integrato sulla Fibra e sulla Rete Fibrosa per Analizzare l'Effetto dell'Umidità sulla Meccanica della Cartadi Marco ArezioL’umidità è una presenza silenziosa ma potentemente influente in molti contesti tecnici e industriali. Nella carta, un materiale apparentemente semplice e familiare, l’effetto dell’umidità si rivela tutt’altro che trascurabile. Non si tratta solo di fogli che si arricciano o si ammorbidiscono, ma di una trasformazione profonda e complessa delle proprietà meccaniche che avviene sin nel cuore della sua struttura: le fibre di cellulosa. Un recente studio ha affrontato questa complessità con un approccio originale e integrato, affiancando la sperimentazione su scala micro e una simulazione numerica per esplorare come l’umidità influenzi la meccanica e il cedimento dei materiali cartacei, a livello sia di singola fibra che di rete fibrosa.Umidità e carta: un rapporto intimo e delicato La carta è, per sua natura, un materiale igroscopico. Le fibre di cellulosa che la compongono tendono ad assorbire e rilasciare umidità in relazione all’ambiente circostante. Questo processo di scambio con l’umidità atmosferica modifica non solo le dimensioni delle fibre — che si espandono o si contraggono — ma anche la loro risposta meccanica a sollecitazioni come trazione, flessione o compressione. A livello macroscopico, ciò si traduce in variazioni tangibili della resistenza, della rigidezza e del modo in cui la carta si rompe. Ma per capire davvero come tutto questo avviene, è necessario scendere nel dettaglio, osservando cosa succede dentro il materiale, dove le fibre si intrecciano, si legano tra loro, e reagiscono in modo differenziato all’umidità. Guardando nel dettaglio: cosa accade alla singola fibra Per indagare il comportamento delle fibre in ambienti umidi, i ricercatori hanno progettato una serie di test in condizioni controllate, mirati a isolare i singoli elementi della struttura cartacea. Le fibre sono state prelevate manualmente dai fogli, esaminate una ad una e sottoposte a differenti livelli di umidità relativa. Gli strumenti utilizzati non lasciano spazio a dubbi sull’accuratezza dell’analisi: si parla di microscopia a forza atomica (AFM) per misurare il modulo elastico con precisione nanometrica, e di microscopia confocale per analizzare l’espansione igroscopica. Le osservazioni hanno mostrato con chiarezza un comportamento coerente: all’aumentare dell’umidità, le fibre diventano più morbide, meno rigide e decisamente più inclini alla deformazione. Il modulo di Young — l’indicatore chiave dell’elasticità — si riduce in modo significativo, mentre l’espansione igroscopica provoca un allungamento delle fibre stesse. Questo cambiamento non è solo quantitativo, ma anche qualitativo: l’umidità modifica il modo in cui la fibra si comporta sotto stress, rendendola più vulnerabile a rotture e cedimenti progressivi. Dalla fibra al foglio: la rete fibrosa simulata al computer Ma la carta non è fatta solo di fibre isolate. È la loro rete complessa, l’intreccio fitto e orientato, a determinare il comportamento complessivo del materiale. Per comprendere questa dimensione, lo studio si è avvalso della modellazione numerica, costruendo una rappresentazione digitale delle reti fibrose basata sugli elementi finiti (FEM). Si tratta di un approccio sofisticato, che consente di simulare in modo realistico la risposta del materiale a diversi livelli di umidità, tenendo conto di fattori come l’orientamento delle fibre, la loro anisotropia, e soprattutto la natura delle giunzioni interfibra. Le giunzioni — quei punti in cui le fibre si toccano, si incollano e trasmettono forze — sono il vero cuore meccanico della rete. Lo studio ha modellato queste connessioni tramite zone coesive che si degradano con l’aumentare dell’umidità, riflettendo così il comportamento osservato negli esperimenti. Il risultato? Una simulazione in grado di prevedere con accuratezza come varia la resistenza della rete fibrosa, come si distribuiscono le deformazioni, e in quali punti si localizza la rottura. Quando la simulazione conferma l’esperimento Uno dei tratti più convincenti di questo lavoro è la coerenza tra dati sperimentali e simulazioni. Le due strade percorse — quella empirica e quella computazionale — si sono incontrate su un terreno comune, confermando reciprocamente le proprie osservazioni. In entrambi i casi, è emerso che l’aumento dell’umidità porta a una progressiva perdita di rigidezza nella rete fibrosa, accompagnata da un aumento dell’estensibilità. Il materiale, cioè, diventa più deformabile ma meno resistente. Ma non solo: anche il modo in cui la carta si rompe cambia con l’umidità. Se in condizioni secche la rottura è più netta, concentrata in punti specifici, in ambienti umidi il cedimento avviene in maniera più diffusa, coinvolgendo ampie aree della rete e con un comportamento più plastico. Questo cambiamento ha implicazioni rilevanti non solo per la comprensione dei materiali, ma anche per la loro progettazione e uso in contesti reali. Applicazioni concrete e prospettive future Le scoperte di questo studio non si fermano alla teoria. Comprendere come l’umidità influenza le proprietà meccaniche della carta ha implicazioni dirette per numerosi settori. Nell’industria del packaging, ad esempio, è fondamentale garantire che i materiali a base cellulosica mantengano la loro integrità anche in ambienti umidi. Lo stesso vale per il settore alimentare, per i materiali da imballaggio compostabili, e persino per la conservazione di documenti antichi. Ancora più interessanti sono le prospettive future. I modelli numerici messi a punto in questo studio potrebbero essere utilizzati per simulare nuove formulazioni cartacee, con trattamenti superficiali idrofobi o con fibre rinforzate, capaci di resistere meglio all’umidità. Si apre così la possibilità di progettare “carte intelligenti”, ottimizzate per specifici contesti ambientali e applicativi. Conclusione: verso una scienza più profonda dei materiali naturali Questo studio dimostra quanto sia importante guardare al di là dell’apparenza dei materiali naturali. La carta, materiale antico e apparentemente semplice, rivela una complessità meccanica sorprendente quando la si analizza nei suoi dettagli microscopici e nelle sue interazioni ambientali. Combinando sperimentazione di precisione e modellazione computazionale, i ricercatori sono riusciti a tracciare un quadro completo e coerente degli effetti dell’umidità sulla carta. Non si tratta solo di una curiosità scientifica: è un passo importante verso la progettazione di materiali sostenibili, efficienti e adattabili. Perché anche un semplice foglio di carta, se studiato nel modo giusto, può raccontarci molto sul futuro dei materiali bio-based e su come rendere più resiliente e circolare la nostra economia.© Riproduzione Vietata
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Le Bottiglie in Plastica Possono Cedere Sostanze all’Acqua Contenuta?Scopriamolo verificando l’acqua contenuta in una bottiglia di PET utilizzando il naso elettronicodi Marco Arezio Il packaging delle bibite e dell’acqua minerale è passata, nel giro di pochi anni, dalle bottiglie di vetro a quelle di plastica per una serie di importanti di fattori che hanno fatto di questo sistema di imbottigliamento il più usato in assoluto al mondo. Intorno alle bottiglie di plastica, in particolar modo al suo materiale primario, il PET, si sono sviluppate campagne di sostegno e campagne di denigrazione tra le più aspre, giocate tra i produttori di bibite, i produttori di materie prime, la distribuzione e il cittadino. I temi fortemente discussi sono ambientali, da una parte, rivendicando una sorta di patente di inquinatori da parte dell’opinione pubblica verso i produttori di bottiglie in PET, a causa della massiccia presenza nei mari dei prodotti usa e getta. E’ ovvio a tutti che i produttori di bottiglie in plastica non hanno nessuna parte a questo disastro ambientale che è da attribuire al consumatore finale, che non si preoccupa di conferire la bottiglia vuota a centri di riciclo o a provvedere al suo riutilizzo. Dall’altra parte i produttori di bibite hanno identificato nella bottiglia in plastica, tra l’altro, oggi, costituita da una parte di materiale riciclato, un grande vantaggio in termini di costi di produzione, di risparmio sulla logistica e di un impatto ambientale, in fase di produzione, minore rispetto ad altri materiali per il packaging. Ma c’è un’altra questione da considerare, e cioè il rapporto tra la bottiglia in plastica e il suo contenuto, l’acqua per esempio, rapporto che è un matrimonio solidale finché l’acqua non viene utilizzata dal consumatore. Durante la permanenza dell’acqua nelle bottiglie di plastica, tra il momento dell’imbottigliamento e il momento del suo consumo, la bottiglia può ricevere gli effetti della luce, dell’irraggiamento solare e dell’aumento delle temperature della plastica sotto l’effetto del sole. Ogni modifica delle condizioni standard della plastica, caldo, freddo, luce, tempo di vita della bottiglia, che possono modificare la struttura della plastica, potrebbero essere condivisibile con l’acqua contenuta che il consumatore di beve. Come facciamo a sapere se elementi volatili che nascono a seguito delle possibili mutazioni della plastica si trasmettano o meno nell’acqua? Non assaggiandola, in quanto alcune sostanze che potrebbero essere cedute possono essere insapori, non guardandola controluce, perché alcune sostanze potrebbero essere non visibili ad occhio nudo. Oggi abbiamo a disposizione uno strumento di laboratorio di piccole dimensioni ma efficacissimo, chiamato naso elettronico, che analizza in modo scientifico gli elementi volatili dei materiali. Attraverso la campionatura di porzioni di acqua contenute in varie bottiglie in plastica si inseriscono le provette nel naso elettronico e, in modo automatico, si riscaldano i campioni creando delle parti volatili che vengono intercettate da un gascromatografo (GC), che dialoga con uno spettrometro a mobilità ionica (IMS), i quali ci restituiscono un esame tridimensionale delle parti volatili contenute nell’acqua andando ad indentificare esattamente la quantità e la tipologia chimica dei composti contenuti. Cosa beviamo dunque? Acqua o altro? Ce lo dirà il naso elettronico.Categoria: notizie - tecnica - plastica - riciclo - PET - packaging - bottiglie
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Gli Additivi Biocidi nella Produzione della Carta Riciclata: Sicurezza e SostenibilitàAnalisi delle Componenti, Funzionamento, Vantaggi, Svantaggi e Impatti Ambientalidi Marco ArezioNel panorama industriale contemporaneo, la carta riciclata rappresenta una soluzione sostenibile di primaria importanza per ridurre l'impatto ambientale della produzione cartaria. Tuttavia, la carta riciclata presenta problematiche uniche che necessitano di soluzioni specifiche per garantire un prodotto di alta qualità. Tra queste soluzioni, gli additivi biocidi giocano un ruolo cruciale. Questi composti chimici sono utilizzati per prevenire la crescita di microorganismi che potrebbero deteriorare la carta e compromettere la sua sicurezza igienica. Questo articolo esplora la composizione, il meccanismo d'azione, le motivazioni per l'uso, le quantità impiegate, i vantaggi, gli svantaggi e l'impatto ambientale degli additivi biocidi nella produzione della carta riciclata.Composizione degli Additivi Biocidi Gli additivi biocidi sono una classe eterogenea di composti chimici progettati per eliminare o inibire la crescita di batteri, funghi e alghe che possono proliferare nella carta riciclata. I biocidi possono essere suddivisi in due categorie principali: organici e inorganici. Tra i composti organici, troviamo isotiazolinoni, fenoli e organosolfati, noti per la loro efficacia antimicrobica anche a basse concentrazioni. Gli isotiazolinoni, ad esempio, sono preferiti per la loro ampia gamma di attività antimicrobica e per la loro stabilità chimica. I composti inorganici includono sali di metalli come l'argento e il rame, che possiedono potenti proprietà antimicrobiche. Inoltre, con l'aumentare della sensibilità ambientale, si stanno sviluppando biocidi di origine naturale, come estratti vegetali con proprietà antimicrobiche, che offrono un'alternativa più ecologica.Meccanismo d'Azione degli Additivi BiocidiIl funzionamento degli additivi biocidi si basa su diversi meccanismi. Alcuni biocidi agiscono inibendo la sintesi delle proteine essenziali per la sopravvivenza dei microorganismi. Altri danneggiano le membrane cellulari, causando la lisi delle cellule e la conseguente morte dei microorganismi. Altri ancora interferiscono con la respirazione cellulare, impedendo la produzione di energia necessaria per la vita cellulare. Questi meccanismi d'azione rendono i biocidi estremamente efficaci nel controllo della proliferazione microbica.Motivazioni per l'Uso degli Additivi Biocidi L'utilizzo degli additivi biocidi nella produzione della carta riciclata è guidato da diverse necessità. In primo luogo, la carta riciclata è particolarmente vulnerabile alla crescita microbica a causa dei residui organici che possono essere presenti nei materiali riciclati. Senza l'uso di biocidi, questi microorganismi possono causare il deterioramento della carta, compromettendone la qualità. In secondo luogo, l'uso di biocidi assicura che la carta riciclata sia igienicamente sicura per l'uso. Ciò è particolarmente importante per applicazioni che richiedono alti standard igienici, come il confezionamento alimentare. Infine, i biocidi aiutano a prolungare la durata della carta riciclata, preservandone le proprietà fisiche e meccaniche.Quantità di Utilizzo degli Additivi BiocidiLa quantità di biocidi impiegata nella produzione della carta riciclata varia in base a diversi fattori, tra cui il tipo di biocida utilizzato e le specifiche esigenze del prodotto finale. In generale, le concentrazioni di biocidi sono comprese tra lo 0,01% e l'1% del peso totale della carta. L'obiettivo è sempre quello di utilizzare la quantità minima efficace per ridurre al minimo l'impatto ambientale.Vantaggi degli Additivi Biocidi L'uso di additivi biocidi nella produzione della carta riciclata offre numerosi vantaggi. Innanzitutto, garantiscono un'efficace protezione antimicrobica, prevenendo la crescita di batteri, funghi e alghe. Questo non solo migliora la qualità della carta, ma ne prolunga anche la durata. Inoltre, l'uso di biocidi assicura che la carta riciclata soddisfi gli standard igienici richiesti per molte applicazioni, migliorando la sicurezza del prodotto finale.Svantaggi degli Additivi Biocidi Tuttavia, l'uso di additivi biocidi non è privo di svantaggi. Gli additivi biocidi possono avere un impatto ambientale significativo se non gestiti correttamente. I residui di biocidi possono contaminare le acque, danneggiando gli ecosistemi acquatici e riducendo la biodiversità. Inoltre, alcuni biocidi possono essere tossici per l'uomo, richiedendo misure di sicurezza rigorose per i lavoratori coinvolti nella produzione della carta. Infine, l'uso continuativo di biocidi può portare allo sviluppo di resistenza microbica, riducendo l'efficacia degli additivi nel tempo.Impatto Ambientale L'uso di additivi biocidi nella produzione della carta riciclata comporta diverse implicazioni ambientali. I residui di biocidi possono finire nei corsi d'acqua, accumulandosi negli ecosistemi acquatici e influenzando negativamente la flora e la fauna. Alcuni biocidi sono difficili da degradare e possono persistere nell'ambiente per lunghi periodi, aumentando il rischio di contaminazione. Inoltre, l'esposizione ai biocidi può ridurre la biodiversità, colpendo organismi non bersaglio come alghe e batteri benefici. Un ulteriore problema è rappresentato dalla produzione di sottoprodotti tossici. Alcuni biocidi possono degradarsi in composti secondari ancora più tossici, aumentando il rischio per l'ambiente. Per mitigare questi impatti, l'industria della carta sta cercando di sviluppare biocidi più sicuri ed efficaci, con un minore impatto ambientale.Conclusioni Gli additivi biocidi sono essenziali per garantire la qualità e la sicurezza della carta riciclata. Tuttavia, il loro uso deve essere bilanciato con una attenta considerazione degli impatti ambientali e dei potenziali rischi per la salute. L'industria della carta sta facendo progressi significativi nello sviluppo di biocidi più sicuri ed ecocompatibili, utilizzando sempre più spesso biocidi naturali. L'adozione di pratiche sostenibili e l'uso di biocidi ecologici rappresentano passi importanti verso una produzione di carta riciclata più responsabile ed ecocompatibile.
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Rivestimenti Nano Polimerici con Proprietà Antimicrobiche. A che Punto Siamo?Polimeri contenenti nanoparticelle con la capacità di inibire la proliferazione di molti microrganismi, nel settore del packaging, trasporto ed ospedaliero di Marco ArezioI microorganismi che ci circondano e che possono causare fastidi, malattie e persino la morte in alcuni casi, sono invisibili all’occhio dell’uomo ma, non solo ci fanno compagnia in ogni posto in cui stiamo, ma spesso siamo noi stessi che li trasportiamo da una parte all’altra, durante la nostra vita quotidiana.La ricerca scientifica da anni sta studiando il fenomeno, non è tanto concentrata sull’intervento diretto alla disinfezione delle superfici che tocchiamo, ma quanto ad evitare il meccanismo di prolificazione dei microrganismi sulle superfici. Per superfici intendiamo tutti quegli oggetti che, in maniera diretta od indiretta, possono essere vettori di contatto con il nostro corpo e, di conseguenza, potrebbero fare insorgere delle malattie di rapida diffusione. Questo vale per il mondo del packaging, per quello ospedaliero, per mezzi di trasporto, nelle nostre case, per i luoghi di aggregazione sociale, insomma, in tutte quelle situazioni in cui i microorganismi hanno facile vita nel replicarsi. Dal punto di vista tecnico questo fenomeno può essere compreso in quello che si definisce biofouling, cioè processi di contaminazione biologica depositati sulla superficie dei materiali. Questo processo inizia con la formazione di un film primario sulla superficie del materiale in presenza di almeno due variabili, microrganismi e umidità. Tra i microrganismi predominanti ci sono batteri e diatomee, che producono una grande quantità di materia organica, ad esempio acidi polisaccaridi che formano una pellicola in superficie con molti nutrienti, che viene utilizzata per la colonizzazione di altri organismi più grandi. Per esempio, in campo sanitario, si è scoperto che si possono formare micro-pellicole, composte da microrganismi, in dispositivi medici come cateteri vascolari, protesi articolari e cateteri urinari, che risultavo, a volte, resistenti agli antibiotici. Altri ambiti sotto osservazione sono per esempio i mezzi di trasporto o gli ambiti ospedalieri, la cui lotta contro i microrganismi infettivi viene combattuta con nanoparticelle metalliche disponibili in molti tipi e quantità. In questo modo, le nanoparticelle Cu, ZnO, Se, ZrO 2, SiO, TiO 2, tra le altre, possono essere utilizzate in tutti i luoghi sociali e nostre case in presenza di elevata umidità. Il vettore per le nanoparticelle può essere un polimero, di qualsiasi tipologia, che costituisce i prodotti, per esempio, le nanoparticelle d’argento o di rame, sono materiali interessanti che possono essere utilizzati per combattere il biofouling, poiché hanno proprietà antimicrobiche ad ampio spettro e sono efficaci contro molteplici batteri, virus e funghi. Inoltre, le nanoparticelle di ossido di ferro, hanno anche caratteristiche antimicrobiche, ma il loro studio è stato meno ampio rispetto alle nanoparticelle Ag e Cu, ma è importante notare che la loro biocompatibilità è un motivo importante per implementarne l'uso nei prodotti commerciali come quelli per il packaging. Categoria: notizie - tecnica - plastica - nanopolimeri - antimicrobici
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Emergenza Pfas nelle Materie Plastiche e negli Imballaggi: C'è una soluzione?Pfas nelle materie plastiche e negli imballaggi: sono composti chimici non presenti in natura, non biodegradabili e nocivi alla salute di Marco ArezioCome tutte le medaglie che si rispettano, anche i Pfas, acronimo delle sostanze perfluoroalchiliche e polifluoroalchiliche, hanno il loro lato luccicante e il loro lato oscuro. I composti chimici di queste famiglie, che se ne contano circa 4700, sono stati creati in laboratorio e largamente utilizzati dagli anni 50 nell'industria del packaging alimentare, nei pesticidi, nelle padelle antiaderenti, nei contenitori di cartone, nelle schiume antincendio, negli shampoo, nelle vernici, nei prodotti antimacchia e in molte altre applicazioni. Nelle materie plastiche li troviamo sotto forma di elastomeri (Fluoruro di vinilidene, Fluorurati in generale, Tetrafluoroetilene) o nei materiali polimerici (Sale di magnesio-sodio-fluoruro dell'acido silicico). I vantaggi di queste sostanze, applicate ai prodotti finiti, sta nella loro idrorepellenza, oleo-repellenza e termo-resistenza, che ci permettono di rendere, per esempio, una giacca impermeabile, di non far attaccare un uovo alla padella, di non sporcarci si maionese o sostanze oleose quando mangiamo un panino imbottito contenuto in un involucro di carta e di non farci sporcare le mani al cinema quando mangiamo i popcorn. Il loro legame chimico composto dal fluoro e dal carbonio rende, la molecola risultante, un elemento oggi insostituibile nelle applicazioni industriali, ma lo rende anche non biodegradabile ed estremamente pericoloso, in quanto è inodore, insapore e incolore. Queste caratteristiche gli permettono di disperdersi facilmente nelle acque, nel suolo e nell'aria, rimanendo a danneggiare l'ambiente e la salute dell'uomo per molto tempo. Le piante assorbono i Pfas attraverso l'acqua di irrigazione, li cedono ai frutti e agli animali, di cui si cibano e così, magicamente finiscono sulle nostre tavole e nel nostro corpo. Dal punto di vista della salute molti studi hanno dimostrato che l'accumulo di queste sostanze nel corpo umano possono favorire aborti spontanei, alterare la fertilità, provocare cancro al testicolo, alla tiroide e ai reni. Quali sono i mezzi oggi a disposizione per difenderci dall'inquinamento subdolo degli Pfas? Allo stato attuale non sono molti: possiamo contare sui filtri a carboni attivi in cui la porosità del carbone filtrante ha dimostrato una certa efficacia nell'intercettare i Pfas, ma non è un sistema efficace su tutte le molecole. Ma ancora una volta, la biochimica, ci potrebbe dare una risposta al problema in quanto un team di ricercatori Americani ha scoperto un batterio, chiamato Acidimicrobium A6, che avrebbe la caratteristica di spezzare il legame tra il fluoro e il carbonio nei Pfas. Il batterio è stato scoperto in una palude Americana e studiato a lungo a seguito della sua capacità di scindere l'ammonio, sfruttando il ferro presente nel terreno, senza l'impiego di ossigeno. Questa reazione denominata, Feammox, è stata riprodotta in laboratorio, dopo aver coltivato nuovi ceppi di batteri e sottoponendo le nuove famiglie ad altri tests relativi alle sostanze presenti nelle acque reflue. Dopo 100 giorni di coltura in acque contenenti, tra gli altri, anche i Pfas, si è notato che il batterio aveva la capacità di scomporre i due leganti principali, il fluoro e il carbonio, riducendoli per il 60%. La scoperta potrebbe essere interessante, non solo nei liquidi reflui contaminati da Pfas, ma anche nei terreni in quanto il batterio agisce in condizioni ipossiche, cioè di scarso ossigeno. Categoria: notizie - tecnica - pfas - packaging - imballaggi
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Machine Learning per la Predizione del Grammage della Carta: Algoritmi e Sensori nelle Cartiere ModerneCome l’intelligenza artificiale e le misurazioni sensoriali stanno rivoluzionando il controllo qualità e l’efficienza produttiva nel settore cartariodi Orizio LucaL’industria della carta, pur essendo una delle più antiche nel panorama manifatturiero, sta attraversando una fase di profonda innovazione tecnologica. La combinazione tra digitalizzazione dei processi, sensoristica avanzata e intelligenza artificiale sta trasformando radicalmente il modo in cui si gestisce la produzione, con un impatto diretto sulla qualità e sull’efficienza delle operazioni. Uno degli aspetti più delicati e critici della produzione cartaria è il controllo del grammage, ovvero la grammatura: il peso della carta espresso in grammi per metro quadrato. Questo parametro incide direttamente sulla funzionalità del prodotto finito, che si tratti di carta da stampa, imballaggi o prodotti tissue. Tradizionalmente, la verifica del grammage è sempre stata effettuata con sistemi a campionamento manuale e successiva analisi di laboratorio. Ma oggi, grazie all’integrazione di sensori e algoritmi di machine learning, è possibile prevedere e controllare questo valore in tempo reale, con un grado di precisione e tempestività impensabili fino a pochi anni fa. La Centralità del Grammage nella Filiera Cartaria In un settore industriale che opera a ritmi serrati e con margini sempre più compressi, la stabilità del grammage è sinonimo di efficienza e competitività. Ogni deviazione dalla grammatura ottimale può causare problemi a catena: dalla non conformità del prodotto alle richieste del cliente, fino a sprechi materiali ed energetici, con ricadute anche sull’ambiente. Consideriamo, ad esempio, una linea di produzione di imballaggi. Una grammatura troppo elevata comporta un utilizzo eccessivo di cellulosa e additivi chimici, oltre a un peso maggiore nei trasporti. Una grammatura troppo bassa, invece, potrebbe non garantire la resistenza meccanica necessaria, portando al rigetto del lotto da parte del cliente. È facile intuire come anche una minima variazione possa incidere su costi, logistica e sostenibilità. Per questo motivo, negli ultimi decenni, la filiera cartaria ha compiuto sforzi significativi per migliorare il controllo qualità, mirando a una standardizzazione che minimizzi le variabilità e massimizzi le prestazioni. Dalla Misurazione Manuale alla Sensoristica Intelligente Il metodo tradizionale per determinare il grammage si basava sul prelievo di campioni cartacei a intervalli regolari. Questi venivano analizzati tramite bilance di precisione e strumenti di laboratorio che calcolavano la grammatura a partire dal peso e dalla superficie del foglio. Sebbene accurata, questa procedura ha un limite evidente: non è integrata nel flusso produttivo in tempo reale. Con la diffusione di sensori industriali ad alta risoluzione, oggi è possibile monitorare parametri come lo spessore della carta, la sua umidità residua, la densità superficiale e persino l’assorbimento di radiazioni beta o gamma, tutti dati indirettamente correlabili alla grammatura. Questi dispositivi, installati lungo la linea produttiva, raccolgono continuamente dati e forniscono un quadro dinamico dell’intero processo. Ma raccogliere dati non basta. Per dare un senso a questi flussi informativi serve qualcosa di più: servono algoritmi in grado di apprendere, adattarsi e prevedere. È qui che entra in gioco il machine learning. Il Machine Learning al Servizio delle Cartiere Il concetto di machine learning – un sottoinsieme dell’intelligenza artificiale – si basa sull’idea che un sistema possa apprendere da una serie di dati osservati, riconoscere pattern nascosti e formulare previsioni. In ambito cartario, questo significa costruire un modello in grado di stimare la grammatura della carta direttamente dai valori registrati dai sensori, senza dover attendere l’analisi di laboratorio. Il processo si articola in diverse fasi. In primo luogo, è necessario raccogliere una grande quantità di dati: spessore, temperatura, umidità, pressione della pasta, velocità di avanzamento del nastro, composizione chimica. Questi vengono poi allineati con i valori effettivi di grammatura, ottenuti da misurazioni di riferimento. Il passo successivo è la pulizia e la preparazione dei dati – la cosiddetta fase di data preprocessing – in cui si eliminano le anomalie, si uniformano le unità di misura e si sincronizzano i dataset. A questo punto, attraverso tecniche di feature engineering, si identificano le variabili più influenti. Il cuore dell’intero sistema è il modello predittivo: può trattarsi di una regressione lineare, di una rete neurale, di una foresta casuale. Dopo una fase di addestramento e validazione, il modello viene implementato nella catena produttiva per fornire stime in tempo reale, con possibilità di correggere immediatamente i parametri di lavorazione. Algoritmi in Azione: Quale Scelta per Quale Cartiera La scelta dell’algoritmo da utilizzare non è mai un’operazione banale. Dipende dal tipo di processo, dalla quantità di dati, dalla variabilità delle condizioni operative e, naturalmente, dalle competenze disponibili all’interno dell’organizzazione. Regressione lineare multipla: adatta in contesti semplici, con poche variabili e relazioni ben definite. Alberi decisionali e Random Forest: permettono di esplorare in modo efficiente le interazioni tra molteplici variabili, anche in scenari non lineari. Reti neurali artificiali: estremamente potenti nel riconoscere pattern complessi, richiedono però dataset ampi e una notevole potenza computazionale. Support Vector Machines (SVM): ideali per ambienti rumorosi o con variabili fortemente correlate. In ogni caso, il modello va costantemente monitorato, aggiornato e ritarato, soprattutto quando intervengono modifiche nei materiali, negli impianti o nei prodotti richiesti. Perché il Machine Learning Cambia le Regole del Gioco L’introduzione del machine learning in cartiera non è solo un’innovazione tecnica, ma un vero cambio di paradigma. I benefici sono molteplici: - Monitoraggio continuo: la grammatura viene stimata istante per istante, riducendo i tempi di reazione. - Riduzione degli scarti: le correzioni avvengono subito, prima che il prodotto diventi inutilizzabile. - Risparmio energetico e materico: la precisione nella dosatura delle materie prime incide direttamente sulla sostenibilità. - Tracciabilità e qualità certificata: ogni decisione è documentata, ogni dato conservato, semplificando audit e conformità normativa. - Fidelizzazione del cliente: la costanza qualitativa del prodotto migliora la reputazione aziendale e abbassa i tassi di reclamo. Le Sfide di un Cambiamento Non Solo Tecnologico Naturalmente, l’adozione del machine learning non è priva di ostacoli. Le principali difficoltà riguardano: - Affidabilità dei dati: sensori mal calibrati o dati corrotti possono minare l’intero processo. - Competenze specialistiche: servono figure capaci di unire conoscenza del dominio cartario con abilità di data science. - Integrazione IT/OT: la comunicazione tra sistemi informatici aziendali e macchine di produzione deve essere stabile, sicura, flessibile. - Manutenzione dei modelli: gli algoritmi devono essere adattati ai cambiamenti nel tempo, attraverso cicli di riaddestramento. - Cultura aziendale: è essenziale coinvolgere il personale nella transizione, superando eventuali diffidenze nei confronti dell’automazione decisionale. Casi Reali: Esperienze e Risultati Numerose cartiere in Europa e nel mondo stanno già sperimentando con successo l’applicazione dell’AI al controllo del grammage. In Scandinavia, una delle maggiori aziende produttrici di carta patinata ha implementato un sistema predittivo basato su reti neurali, riducendo del 40% le oscillazioni di grammatura e ottenendo un risparmio energetico quantificabile in diverse migliaia di euro al mese. In Italia, cartiere specializzate nel settore del packaging stanno applicando modelli di regressione e machine learning per adattare la grammatura in funzione del tipo di imballaggio e delle richieste dei brand. Parallelamente, alcuni fornitori di soluzioni industriali stanno proponendo pacchetti completi che includono sensoristica, dashboard cloud, interfacce grafiche intuitive e strumenti di manutenzione predittiva, aprendo la strada alla digitalizzazione anche per le PMI del settore. Guardando Avanti: la Smart Factory Cartaria Quello che oggi vediamo come un’applicazione avanzata, in futuro sarà la norma. Il prossimo passo è l’integrazione del machine learning in una logica di smart factory: impianti interconnessi, dati elaborati in tempo reale anche ai margini della rete (edge computing), algoritmi capaci di adattarsi in autonomia alle variazioni operative e sistemi in grado di apprendere dai propri errori. L’obiettivo non è solo migliorare la produttività, ma trasformare completamente il modo in cui la carta viene progettata, prodotta e tracciata. In questa visione, la predizione del grammage diventa uno dei tanti tasselli di un ecosistema produttivo intelligente, sostenibile e altamente competitivo. Conclusione Il machine learning applicato alla predizione del grammage non è una moda passeggera, ma una leva strategica per la trasformazione del settore cartario. Grazie alla sinergia tra dati sensoriali e modelli predittivi, le cartiere possono ottenere un controllo fine del processo produttivo, riducendo scarti, costi e impatto ambientale. Seppur con le sue sfide, questa tecnologia segna l’inizio di una nuova era: quella della fabbrica autonoma, in cui il sapere umano e la potenza dell’intelligenza artificiale collaborano per produrre meglio, con meno. E chi saprà cogliere questa opportunità sarà pronto ad affrontare con successo le sfide dell’industria 5.0.© Riproduzione Vietata
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Poliacrilammide: Produzione, Applicazioni nei Polimeri, Carta e Tessuti e Prospettive di RicicloDalla sintesi chimica agli impieghi industriali e alle sfide della sostenibilità: un viaggio nella poliacrilammide tra innovazione e circolaritàdi Marco ArezioLa poliacrilammide è uno dei polimeri sintetici più versatili e ampiamente studiati degli ultimi decenni. Prodotta a partire dall’acrilammide, questa sostanza ha trovato ampio impiego in settori strategici come l’industria dei polimeri avanzati, la produzione di carta e il tessile. La sua storia industriale si intreccia con la ricerca di materiali sempre più performanti, capaci di rispondere alle esigenze della produzione moderna senza trascurare i temi ambientali legati alla sostenibilità e al riciclo. In questo articolo esploreremo cos’è la poliacrilammide, come viene prodotta, quali sono le sue applicazioni più importanti nei settori polimerici, cartari e tessili, e affronteremo le attuali sfide del suo riciclo in ottica di economia circolare. Cos’è la Poliacrilammide? La poliacrilammide (PAM) è un polimero sintetico idrosolubile ottenuto per polimerizzazione dell’acrilammide (CH₂=CHCONH₂), un composto organico derivato da processi petrolchimici. La sua struttura di base è costituita da una lunga catena di unità ripetitive di acrilammide, con possibilità di modificare la composizione chimica attraverso copolimerizzazione o variazioni nei gruppi funzionali laterali. Questo consente di ottenere una vasta gamma di prodotti, ciascuno con proprietà specifiche come carica ionica, peso molecolare e capacità di assorbimento dell’acqua. Una delle caratteristiche chiave della poliacrilammide è la sua versatilità funzionale: può essere realizzata in forma anionica, cationica o neutra, a seconda delle esigenze applicative. Questo rende la PAM estremamente utile come additivo industriale, modificatore di reologia, agente flocculante o legante. Come si Produce la Poliacrilammide La produzione della poliacrilammide parte dalla sintesi dell’acrilammide, che può essere ottenuta tramite idratazione catalitica dell’acrilonitrile o attraverso processi enzimatici più sostenibili sviluppati negli ultimi anni. La polimerizzazione dell’acrilammide viene poi condotta in soluzione acquosa, sotto l’azione di iniziatori radicalici (come persolfato di ammonio), e può essere controllata per ottenere differenti pesi molecolari e gradi di ramificazione. Le principali fasi produttive includono: - Sintesi dell’acrilammide – attraverso idratazione catalitica dell’acrilonitrile, processo tradizionalmente svolto su larga scala in ambito petrolchimico. - Polimerizzazione radicalica – l’acrilammide viene sottoposta a polimerizzazione in soluzione, sospensione o emulsione, in presenza di iniziatori, per dare origine a catene polimeriche lunghe, lineari o reticolate. - Modifica chimica (copolimerizzazione o funzionalizzazione) – la PAM può essere modificata durante o dopo la sintesi con l’aggiunta di gruppi ionici, molecole funzionalizzate o agenti reticolanti per personalizzarne le proprietà (ad esempio aumentare l’affinità per specifici ioni o regolare la viscosità). - Formulazione del prodotto finale – la poliacrilammide viene essiccata o confezionata in forma di polvere, perline o soluzione concentrata. I continui miglioramenti dei processi produttivi puntano a ridurre la presenza di monomero residuo di acrilammide, sostanza tossica e potenzialmente cancerogena, elevando così i profili di sicurezza e sostenibilità dei prodotti finiti, soprattutto per applicazioni in cui è previsto un contatto con alimenti o persone. Applicazioni della Poliacrilammide nei Polimeri, nella Carta e nei Tessuti Settore dei Polimeri Nel mondo dei polimeri la poliacrilammide trova impiego sia come materia prima per la realizzazione di copolimeri avanzati che come additivo funzionale. Ad esempio, la copolimerizzazione con altri monomeri (come acido acrilico, acrilonitrile, cloruro di diallildimetilammonio) permette di ottenere polimeri con proprietà specifiche: maggiore idrofilia, carica superficiale, reattività chimica o resistenza termica. Questi copolimeri sono usati in svariate applicazioni, tra cui: - Idrogel superassorbenti (es. settore medicale e igienico): grazie alla capacità della PAM di assorbire grandi quantità di acqua e gonfiarsi senza dissolversi. - Additivi reologici e agenti di controllo della viscosità: in pitture, adesivi, fluidi per perforazione petrolifera e prodotti per la cura personale. - Supporti per la sintesi chimica: come reticolanti in resine o matrici per la separazione di biomolecole in laboratori di biochimica e biotecnologia (elettroforesi su gel di poliacrilammide). Industria della Carta Nell’industria cartaria, la poliacrilammide è uno degli additivi più usati per migliorare la produttività e la qualità della carta. Viene impiegata come: - Agente di ritenzione: favorisce la trattenuta delle fibre fini e dei riempitivi, riducendo le perdite e aumentando la resa della materia prima. - Agente di drenaggio: accelera la separazione dell’acqua nella formazione del foglio, ottimizzando i tempi di produzione e riducendo il consumo energetico. - Miglioratore delle proprietà meccaniche: la poliacrilammide cationica si lega alle fibre di cellulosa, aumentando la resistenza a secco e umido della carta, oltre a migliorare la qualità superficiale e la stampabilità del prodotto finito. L’uso della PAM ha permesso di rendere più efficienti gli impianti cartari, di abbassare i costi operativi e di ridurre l’impatto ambientale, diminuendo il consumo d’acqua e l’emissione di fanghi residui. Settore Tessile Nel comparto tessile la poliacrilammide è utilizzata soprattutto come addensante e legante nelle paste di stampa e come ausiliario nei trattamenti delle acque reflue generate dalla tintura e dal finissaggio dei tessuti. Le principali funzioni includono: - Addensante per paste di stampa: migliora la precisione e la definizione dei disegni su tessuto grazie alla sua capacità di aumentare la viscosità delle paste senza interferire con i coloranti. - Legante per fibre e pigmenti: favorisce l’adesione di pigmenti o additivi alle fibre durante le fasi di stampa o trattamento superficiale. - Flocculante nei trattamenti di depurazione: permette di rimuovere efficacemente sostanze inquinanti e particelle sospese nelle acque di scarico, facilitando il riciclo dell’acqua nei processi tessili. Il risultato è una migliore qualità del prodotto tessile finale, una riduzione dei consumi di materie prime e una maggiore sostenibilità del ciclo produttivo. Riciclo e Sostenibilità della Poliacrilammide Il tema del riciclo della poliacrilammide è complesso e oggetto di ricerca scientifica attuale. Essendo un polimero sintetico altamente stabile e difficilmente biodegradabile, la PAM non si presta facilmente a metodi di riciclo meccanico o chimico tradizionali come altri polimeri più diffusi (ad esempio il PET). Tuttavia, sono in corso studi per trovare soluzioni innovative che ne minimizzino l’impatto ambientale. Le principali strategie oggi all’esame sono: - Recupero e riutilizzo nei processi industriali: nelle industrie della carta e del tessile, i fanghi e i residui contenenti PAM vengono in parte recuperati e riutilizzati come additivi in altre fasi del processo produttivo o come condizionanti per la disidratazione dei fanghi stessi. - Degradazione avanzata: la ricerca si sta concentrando su tecnologie di degradazione catalitica, ossidazione avanzata (UV, ozono, perossido di idrogeno) e metodi biologici con microrganismi ingegnerizzati capaci di attaccare la catena polimerica, anche se su scala industriale questi processi sono ancora limitati. - Sviluppo di poliacrilammidi biodegradabili: alcune aziende stanno investendo nella sintesi di copolimeri con segmenti biodegradabili o di biopolimeri che possano replicare le funzioni della PAM ma offrano maggiore sostenibilità nel fine vita. Dal punto di vista regolatorio, la gestione dei rifiuti contenenti poliacrilammide è disciplinata a livello europeo e nazionale, con particolare attenzione alla minimizzazione del contenuto di monomero residuo e all’implementazione di sistemi di recupero e smaltimento sicuro. Conclusioni La poliacrilammide rappresenta un tassello fondamentale nella chimica dei polimeri e delle applicazioni industriali moderne, soprattutto nei settori dei polimeri funzionali, della carta e dei tessuti. La sua capacità di ottimizzare processi produttivi, migliorare le proprietà dei materiali e facilitare il trattamento delle acque ne fanno un alleato prezioso della produzione sostenibile. Tuttavia, le sfide legate al riciclo e alla sostenibilità ambientale impongono di guardare con attenzione alla ricerca di nuove soluzioni per chiudere il ciclo di vita di questi polimeri e ridurre l’impatto ambientale dei processi industriali.© Riproduzione Vietata
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Pellicole in PVC per Alimenti: Quali Contaminazioni Possibili?Da molti anni gli alimenti possono essere porzionati attraverso un imballo costituito da una pellicola in PVCdi Marco ArezioE’ ormai nostra abitudine acquistare porzioni di cibo che il negoziante o la grande distribuzione confeziona attraverso una pellicola in PVC. Anche nelle nostre case, lotti parziali di cibo, vengono comunemente avvolti in queste pellicole per aumentare la durata della conservazione e salvaguardarne la qualità.Sebbene oggi esistano anche diverse pellicole per alimenti in PE, il mercato del PVC è ancora quello più importante per via di numerosi fattori tecno-economici. L’uso del polimero di PVC permette di realizzare una pellicola molto resistente, con una bassa permeabilità all’acqua e all’ossigeno, con una buona resistenza agli acidi e agli alcali diluiti. Inoltre, per un fatto del tutto pratico, le pellicole alimentari in PVC hanno una ottima capacità di confezionamento, saldandosi facilmente ad un piatto o ad una ciotola o su se stesso. Dal punto di vista economico, la presenza del cloro nel composto in PVC, fondamentale per la sua struttura chimica, riduce in modo sensibile il costo del prodotto finito, questo perché si configura un risparmio di etilene pari a circa il 50% rispetto all’uso del PE a parità di prodotto. Utilizzando il PVC è possibile inserire una serie di additivi che ne possono modificare le caratteristiche prestazionali, avendo la possibilità di creare, con un unico polimero, prodotti differenti. Vediamo gli additivi principali che vengono usati nell’industria del packaging: • Agenti anti blocking: riducono la tendenza all’adesività • Agenti anti appannamento: promuovono la formazione di un velo di liquido omogeneo e continuo • Antimicrobici: prevengono la crescita di microrganismi • Antiossidanti: Prevengono la degradazione del film dovuta all’atmosfera • Antistatici: Riducono l’accumulo di cariche elettriche che attraggono la polvere • Agenti rigonfianti: vengono impiegati per produrre schiume da materie plastiche • Catalizzatori: fanno iniziare la polimerizzazione nella produzione di resine plastiche • Coloranti: permettono la colorazione delle pellicole • Agenti accoppianti: favoriscono l’accoppiamento tra i pigmenti e i polimeri • Ritardanti di fiamma: riducono l’infiammabilità dei materiali che sono combustibili • Stabilizzatori di calore: riducono la degradazione del PVC in acido cloridrico • Lubrificanti: Riducono adesività tra il PVC e le parti metalliche • Plastificanti: migliorano la flessibilità, la lavorabilità e la dilatabilità Tutti questi additivi, ma specialmente i plastificanti, sono soggetti ad una strettissima normativa per permetterne l’uso in ambito alimentare. C’è da considerare che in commercio esistono circa 300 tipologie di plastificanti e quelli approvati per l’uso alimentare, sono soggetti alla normativa di disciplina igienica degli imballaggi, recipienti, utensili destinati a venire in contatto con le sostanze alimentari o con sostanze d’uso personale. Le sostanze che potrebbero trasferirsi dall’imballo all’alimento possiamo dividerle in tre categorie: • Sostanze aggiunte: sono principalmente rappresentate dagli additivi del PVC sopra elencati • Residui: rappresentano parti di materiale polimerico con incomplete reazioni (monomeri, catalizzatori, solventi, adesivi ecc.) • Prodotti di neo formazione: sono sostanze che si originano dalla decomposizione spontanea dei materiali o durante le operazioni di trasformazione in manufatto Queste sostanze definite di neoformazione, sono molto variabili tra loro, in funzione di molti fattori chimico-fisici che si possono presentare e che possono influire sull’eventuale trasferimento di sostanze all’alimento di difficile gestione e risoluzione.Categoria: notizie - tecnica - plastica - pellicole alimenti - PVC - packaging
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Etichette RFID, Tag NFC e Indicatori di Freschezza Compostabili: Frontiere e Innovazione Sostenibile per il Packaging Alimentare e FarmaceuticoVerso un packaging intelligente e completamente compostabile: sfide, soluzioni e prospettive per l’integrazione di dispositivi elettronici sostenibili nei flussi di raccolta organicadi Marco ArezioNegli ultimi decenni, il settore del packaging ha conosciuto una vera e propria rivoluzione. Se un tempo l’imballaggio era solo un mezzo per contenere, proteggere e trasportare le merci, oggi è divenuto un veicolo di informazione, sicurezza, interazione e, sempre più spesso, sostenibilità ambientale. L’avvento dell’Internet of Packaging (IoP) ha permesso di arricchire le confezioni di prodotti alimentari, farmaceutici e di largo consumo con etichette intelligenti: RFID, tag NFC e indicatori di freschezza sono ormai realtà consolidate sulle linee produttive di aziende globali, in grado di offrire nuovi livelli di tracciabilità, autenticità e controllo della qualità. Tuttavia, questa spinta verso l’innovazione digitale si accompagna a una sfida ancora più pressante: riuscire a gestire la fine vita di imballaggi dotati di componenti elettronici senza appesantire l’impatto ambientale, integrando questi dispositivi nel ciclo virtuoso dell’economia circolare. Così, il packaging intelligente si trova oggi a un bivio: diventare davvero sostenibile, o rischiare di trasformarsi in un nuovo problema di smaltimento. Smart Packaging e nuove esigenze di tracciabilità e sicurezza La diffusione del packaging intelligente è nata dall’esigenza di avere sempre più informazioni sul ciclo di vita del prodotto: da dove arriva, come viene conservato, se è stato manipolato correttamente lungo la filiera. Etichette RFID e tag NFC consentono di tracciare i prodotti in modo univoco, facilitando sia la logistica sia la gestione degli stock, mentre indicatori di freschezza e sensori ambientali sono in grado di rilevare in tempo reale eventuali variazioni di temperatura, gas o umidità, segnalando alterazioni che possono compromettere la sicurezza o la qualità dell’alimento o del farmaco. Queste tecnologie sono ormai imprescindibili per le aziende che vogliono ridurre gli sprechi, garantire sicurezza ai consumatori e soddisfare le richieste di trasparenza del mercato. Ma proprio la presenza di componenti elettronici, se non adeguatamente progettati, può compromettere la possibilità di avviare l’imballaggio verso il riciclo o la compostabilità, andando a inquinare i flussi di raccolta organica e costituendo un potenziale rischio per l’ambiente. Problematiche ambientali dei dispositivi elettronici tradizionali L’entusiasmo per il packaging smart si scontra ancora oggi con i limiti imposti dall’utilizzo di materiali convenzionali nella fabbricazione delle etichette elettroniche. La struttura di questi dispositivi, infatti, è tipicamente basata su substrati plastici come PET o PP, su piste conduttive in rame, argento o alluminio, su microchip di silicio e su adesivi sintetici. Nessuno di questi materiali può essere considerato realmente biodegradabile o compostabile, anzi, spesso sono fonte di rilascio di microplastiche e metalli pesanti. Se dispersi nei flussi di rifiuti organici, possono peggiorare la qualità del compost prodotto, con rischi di contaminazione per i suoli e le colture. Per questa ragione, la normativa europea (EN 13432) e quella americana (ASTM D6400) stanno imponendo criteri sempre più stringenti non solo per i materiali d’imballo, ma anche per tutte le componenti funzionali, comprese quelle elettroniche, richiedendo la completa compostabilità per tutto ciò che accompagna il prodotto alla fine del suo ciclo di vita. Architettura di una smart label compostabile: materiali innovativi e processi produttivi La ricerca scientifica e tecnologica ha risposto a queste nuove sfide ambientali con uno sforzo senza precedenti, portando allo sviluppo di una nuova generazione di etichette e sensori che sono progettati fin dall’origine per essere compostabili. Le fondamenta di queste soluzioni risiedono nei substrati bio-based, ossia supporti ricavati da materie prime rinnovabili come il PLA (un polimero ottenuto dalla fermentazione di zuccheri vegetali), la cellulosa rigenerata o il PHB, un biopolimero microbico. Questi materiali non solo sono compatibili con le moderne tecniche di stampa elettronica, ma si degradano in modo sicuro sia negli impianti di compostaggio industriale che, in alcuni casi, anche in ambienti domestici. La seconda rivoluzione riguarda i materiali utilizzati per le piste conduttive e i circuiti: invece dei classici metalli pesanti, si stanno affermando inchiostri a base di carbonio, grafite o nanotubi di carbonio, e polimeri organici conduttivi come PEDOT:PSS o polianilina, tutti in grado di degradarsi durante il compostaggio. Anche le versioni “green” di conduttori metallici – come nanoparticelle di argento incapsulate – stanno trovando applicazione, anche se con qualche limite in termini di costo e durabilità. Il vero salto di qualità, però, è quello dei microchip e dei sensori eco-compatibili: oggi si lavora su transistor organici su supporti cellulosici, dispositivi a film sottile totalmente biodegradabili e memorie transitorie che si dissolvono a contatto con l’umidità. Pur con prestazioni limitate rispetto ai classici chip in silicio, queste soluzioni risultano già sufficienti per tag NFC e RFID a ciclo breve, ideali per monitoraggi puntuali e packaging monouso. Infine, gli indicatori di freschezza possono essere realizzati senza elettronica, utilizzando film reattivi a base di sostanze naturali come pectina, alginati o pigmenti vegetali, capaci di cambiare colore a seconda della presenza di gas o variazioni di temperatura: un’informazione di sicurezza immediatamente fruibile dal consumatore e, soprattutto, del tutto biodegradabile. Tecniche di produzione e integrazione industriale Le innovazioni nei materiali hanno stimolato una rapida evoluzione anche nei processi produttivi. Le etichette smart compostabili vengono oggi prodotte attraverso la stampa inkjet di inchiostri conduttivi su substrati bio-based o su carta, la serigrafia per realizzare circuiti più spessi e robusti, e la laminazione o l’accoppiamento a bassa temperatura, in modo da non alterare le proprietà dei materiali compostabili. Si prestano grande attenzione anche agli adesivi, privilegiando quelli naturali a base di amido o destrine, proprio per evitare ogni rischio di contaminazione nei flussi organici. L’obiettivo è riuscire a integrare queste tecnologie nelle linee di produzione esistenti, garantendo scalabilità, efficienza e competitività dei costi. Limiti attuali e sfide tecniche Sebbene i risultati siano promettenti, la strada verso una completa adozione delle etichette compostabili non è priva di ostacoli. Il primo limite riguarda la durata: questi dispositivi sono perfetti per prodotti a ciclo di vita breve – come alimentari freschi o farmaci monodose – ma meno adatti a logistiche a lungo termine. La portata di comunicazione dei tag passivi RFID o NFC, ad esempio, è ancora inferiore rispetto a quella dei tradizionali circuiti metallici, soprattutto alle frequenze più alte. Sul fronte economico, i costi di produzione, seppur in discesa, restano superiori alle soluzioni convenzionali, anche se la crescita della domanda e l’industrializzazione stanno rapidamente riducendo il divario. Esistono infine alcune difficoltà di compatibilità con i sistemi di lettura standard, spesso ottimizzati per etichette metalliche, che richiederanno aggiornamenti e adattamenti tecnologici da parte degli operatori logistici e industriali. Applicazioni reali e casi studio Nonostante questi limiti, numerosi casi di successo dimostrano come la rivoluzione delle etichette smart compostabili sia già una realtà. Nel settore alimentare, per esempio, alcune aziende stanno sperimentando confezioni di insalate pronte, carne e latticini dotate di indicatori di freschezza e tag NFC compostabili, in grado di monitorare la catena del freddo e garantire la qualità fino al consumatore finale. Anche in ambito farmaceutico, i blister e le confezioni “intelligenti” si stanno dotando di tag NFC compostabili, offrendo sicurezza nella tracciabilità e agevolando uno smaltimento sostenibile. Nella logistica e nel settore e-commerce, buste e scatole compostabili con tag smart integrati permettono l’autenticazione del prodotto e il tracking lungo tutta la supply chain, senza appesantire la frazione residua dei rifiuti. Normativa e standard: una corsa verso la conformità L’adeguamento alle normative rappresenta un passaggio cruciale per la diffusione del packaging intelligente e compostabile. Le norme EN 13432 e ASTM D6400 sono oggi il riferimento per chi intende certificare la compostabilità dei materiali, prevedendo limiti precisi sulla biodegradabilità, la disintegrazione, l’assenza di metalli pesanti e la sicurezza eco-tossicologica. Gli organismi di certificazione stanno aggiornando i loro protocolli per includere i dispositivi elettronici, ponendo particolare attenzione alla sicurezza alimentare e all’impatto ambientale del compost prodotto. La direzione è chiara: solo i dispositivi che rispettano questi requisiti potranno essere integrati senza riserve nei flussi di raccolta organica. Prospettive di ricerca e scenari futuri La ricerca non si ferma, anzi accelera su più fronti. Ci si muove verso l’elettronica transiente e disassemblabile, dispositivi progettati per dissolversi spontaneamente o essere facilmente separati dai materiali compostabili. Prende piede la stampa di circuiti “on demand” su materiali biodegradabili, utile per la personalizzazione delle informazioni lungo tutta la filiera. Si studiano soluzioni che integrano la tracciabilità con blockchain e IoT senza compromettere la compatibilità ambientale. Infine, grande attenzione viene dedicata all’educazione del consumatore: istruzioni chiare e simboli intuitivi sono fondamentali affinché lo smaltimento sia davvero corretto e non rischi di contaminare i flussi organici. Questa rivoluzione è sostenuta da una solida collaborazione tra università, industria e regolatori, con l’obiettivo di standardizzare le nuove tecnologie e accelerare la transizione verso un packaging più intelligente, sostenibile e rispettoso dell’ambiente. Conclusioni: il futuro del packaging smart è compostabile Mai come oggi l’innovazione nel settore del packaging si trova davanti a una scelta decisiva: continuare a crescere puntando su intelligenza, tracciabilità e interattività, oppure fermarsi per non aggravare la pressione ambientale. L’integrazione di etichette RFID, tag NFC e indicatori di freschezza compostabili rappresenta la sintesi di queste esigenze, dimostrando che è possibile coniugare tecnologia avanzata e rispetto dell’ambiente. I progressi nei materiali, nei processi produttivi e nella normativa hanno aperto la strada a packaging realmente smart e, allo stesso tempo, pienamente compatibili con la raccolta organica e i principi dell’economia circolare. Restano criticità tecniche ed economiche, ma la direzione intrapresa dal settore è netta: il packaging del futuro sarà sempre più integrato, interattivo e sostenibile. La sfida, ora, è giocata sulla velocità di questa transizione e sulla capacità di fare sistema tra ricerca, industria e policy maker, per costruire insieme una filiera innovativa, trasparente e davvero green, senza compromessi sulla salute del pianeta.© Riproduzione Vietata
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Qualità Chimico-Fisiche del Vetro. Confronto con Carta, Plastica e AlluminioI materiali per gli imballi alimentari in commercio hanno caratteristiche, qualità, costi di smaltimento e riciclabilità differentidi Marco ArezioNel mondo del packaging alimentare troviamo materie prime estremamente differenti tra loro, alcune di esse, come la carta e il vetro, hanno una storia millenaria, mentre la plastica e l’alluminio hanno una storia più recente. Non vogliamo entrare volutamente in un duello di marketing sulla preferenza tra un materiale o l’altro, ma vorremmo analizzare alcuni aspetti che riguardano la conservazione dei beni contenuti, la durabilità dell’imballo, la riciclabilità. In verità a queste analisi dovremmo aggiungere quella relativa ai costi di produzione comparati e all’impatto ambientale sulla logistica, che verranno affrontati in altra sede. Se diamo uno sguardo al passato possiamo dire che il vetro è stato il materiale principe del packaging con cui si contenevano gli alimenti liquidi, latte, vino, liquori, olio e altri generi alimentari, mentre a partire dal boom economico degli anni 60 del secolo scorso, anche l’acqua minerale e le bibite avevano trovato una loro quota di mercato attraverso la confezione nelle bottiglie. Per quanto riguarda le scatole alimentari in metallo possiamo riferirci al XIX° secolo come inizio in America e in Inghilterra delle prime produzioni industriali, nonostante i costi per realizzarle risultassero molto elevati e il cibo in scatola era quindi un lusso per pochi. A spingere la loro diffusione arrivarono però le guerre mondiali, in quanto gli eserciti trovarono comodo e logisticamente utile affidare il rancio dei soldati a questa tipologia di imballo. Con l’avvento delle lattine di alluminio iniziò una larga diffusione a partire dalla metà degli anni ’50 del secolo scorso, del cibo e delle bevande confezionate nel metallo morbido. Per quanto concerne l’uso degli imballi in carta, dobbiamo arrivare alla metà degli anni ’50 del secolo scorso per vedere l’avvio, in Svezia, dei primi imballi per liquidi alimentari in confezioni di cartone e film plastici. A partire dal 1973, quando l’azienda Du Pont brevetta il PET possiamo dire che sono nati gli imballi alimentari su larga scala, con l’intento di erodere quote di mercato a quelli di vetro. Se vogliamo fare un paragone delle qualità fisico chimiche dei principali imballi alimentari possiamo elencare alcune comparazioni generali: Cessioni possibili di sostanze costituenti l’imballo • Vetro: sodio e calcio già presenti negli alimenti • Plastica: componenti degli additivi specialmente se presenti grasso o alcool • Carta o Cartone: additivi e coloranti • Metallo: Stagno e piombo entro i limiti di legge. Sostanze tossiche dalle vernici (ad alta temperatura) Impermeabilità ai liquidi, gas ed agenti microbiologici • Vetro: 100% • Plastica: variabile a seconda del polimero • Carta o Cartone: solo se assenti abrasioni superficiali • Matallo: solo se assenti abrasioni superficiali Corrosione dell’imballo • Vetro: Solo acido fluoridrico e soluzioni alcaline a Ph superiore a 8 • Plastica: può rilasciare microplastiche in corrispondenza delle piegature • Carta o Cartone: attaccabile da insetti e topi • Metallo: generata da eventuali imperfezioni della struttura Sterilizzabilità • Vetro: 100% a secco ed a umido • Plastica: con particolari additivi batteriostatici • Carta o Cartone: in fase di confezionamento con acqua ossigenata o UV o agenti chimici • Metallo: 100% anche ad alte temperature Trasparenza • Vetro: perfetta con vetro chiaro • Plastica: dipende dal polimero, difficile con polimeri riciclati in HDPE • Carta e Cartone: no • Metallo: no Protezione alla luce Attinica • Vetro: buona nei verti colorati • Plastica: buona con additivi specifici • Carta o Cartone: opaco • Metallo: opaco Sanificazione • Vetro: ottima • Plastica: monouso da riciclare • Carta o Cartone: monouso da riciclare • Metallo: monouso da riciclare Riciclabilità • Vetro: continua e senza degrado. Economica solo con il vuoto a rendere • Plastica: possibile un certo numero di volte con qualche degrado qualitativo. Difficile il riciclo dei poliaccoppiati • Carta e Cartone: riciclabile con degrado. Difficile il riciclo dei poliaccoppiati carta-plastica • Metallo: buono In conclusione, a questa analisi andrà aggiunta una comparazione economica dell’imballo alimentare in funzione della durabilità del prodotto sugli scaffali e il costo del riciclo o dello smaltimento dell’imballo a fine vita, nonché dell’impatto ambientale sia della produzione, che della logistica che della circolarità o meno del rifiuto.Categoria: notizie - tecnica - vetro - riciclo - qualità - rottame
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Flaconi in HDPE Riciclato: Come Gestire i Difetti di SuperficieCome risolvere i problemi estetici nella produzione di flaconi in HDPE riciclatodi Marco ArezioLa produzione di flaconi per la detergenza, per i liquidi industriali ed agricoli, fino a poco tempo fa venivano prodotti con materiali vergini nonostante alcune forme e colori consentivano l’uso di un granulo in HDPE riciclato. L’impatto mediatico dell’inquinamento da plastica dispersa dall’uomo nell’ambiente, ha fatto muovere le coscienze dei consumatori mettendo sotto pressione gli stati, che si occupano della legislazione ambientale, ma anche i produttori delle sostanze contenute nei flaconi che non possono, per questioni commerciali, perdere il consenso dei propri clienti finali. La richiesta di HDPE rigenerato per soffiaggio ha avuto una forte impennata negli ultimi, trovando sicuramente, una parte dei produttori, non totalmente preparati a gestire il granulo riciclato nelle proprie macchine. Non è stata solo una questione di tipologia di granulo che può differire leggermente, dal punto di vista tecnico, dalle materie prime vergini nel comportamento in macchina, ma si sono dovute affrontare problematiche legate alla tonalità dei colori, allo stress cracking, alla tenuta delle saldature, ai micro fori e ad altre questioni minori. In articoli precedenti abbiamo affrontato la genesi dell’HDPE riciclato nel soffiaggio dei flaconi e la corretta scelta delle materie prime riciclate, mentre oggi vediamo alcuni aspetti estetici che potrebbero presentarsi usando il granulo riciclato in HDPE al 100%. Ci sono quattro aspetti, dal punto di vista estetico, che possono incidere negativamente sul buon risultato di produzione: 1) Una marcata porosità detta “buccia d’arancia” che si forma prevalentemente all’interno del flacone ma, non raramente, è visibile anche all’esterno. Si presenta come una superficie irregolare, con presenza di micro cavità continue che danno un aspetto rugoso alla superficie. Normalmente le problematiche sono da ricercare nel granulo, dove una possibile presenza eccessiva di umidità superficiale non permette una perfetta stesura della parete in HDPE in uscita dallo stampo. In questo caso il problema si può risolvere asciugando il materiale in un silos in modo che raggiunga un grado di umidità tale per cui non influirà negativamente sulle superfici. In linea generale è sempre un’operazione raccomandata quando si vuole produrre utilizzando al 100% un materiale rigenerato. 2) Le striature sul flacone sono un altro problema estetico che capita per ragioni differenti, specialmente se si utilizza un granulo già colorato. Le cause possono dipendere da una percentuale di plastica diversa all’interno del granulo in HDPE, anche in percentuali minime, tra il 2 e il 4 %, in quanto, avendo le plastiche punti di fusione differenti, il comportamento estetico sulla parete del flacone può essere leggermente diverso, andando ad influenzare il colore nell’impasto. E’ importante notare che non si devono confondere le striature di tonalità con le striature di struttura, le quali sono normalmente creare dallo stampo del flacone a causa di usura o di sporcizia che si accumula lavorando. Un altro motivo può dipendere dalla resistenza al calore del master che si usa, in quanto non è infrequente che a temperature troppo elevate, sia in fase di estrusione del granulo che di soffiaggio dell’elemento, si possa creare un fenomeno di degradazione del colore con la creazione di piccole strisciate sulle pareti del flacone. 3) Una perfetta saldabilità in un flacone è di estrema importanza in quanto un’eventuale distacco delle pareti, una volta raffreddato e riempito il flacone, comporta danni seri con costi da sostenere per la perdita dell’imballo, delle sostanze contenute e della sostituzione del materiale con costi logistici importanti. Il flacone appena prodotto normalmente non presenta il possibile difetto in quanto la temperatura d’uscita dalla macchina “nasconde” un po’ il problema, ma una volta che la bottiglia si è raffreddata, riempita e sottoposta al peso dei bancali che vengono impilati sopra di essa, un difetto di saldatura si può presentare in tutta la sua problematica. La causa di questo problema normalmente deve essere ricercata nella percentuale di polipropilene che il granulo in HDPE può contenere a causa di una selezione delle materie prime a monte della produzione del granulo non ottimale. Una scadente selezione dei flaconi tra di essi, ma soprattutto dai tappi che essi contengono, possono aumentare la quota percentuale di polipropilene nella miscela del granulo. Esistono in commercio macchine a selezione ottica del macinato lavato che aiutano a ridurre in modo sostanziale questa percentuale, potendola riportare sotto 1,5-2%. Al momento dell’acquisto del carico di HDPE riciclato è sempre buona cosa chiedere un test del DSC per controllare la composizione del granulo per la produzione. L’effetto di una percentuale di PP eccessiva ha come diretta conseguenza l’impedimento di una efficace saldatura delle superfici di contatto che formano il flacone. Oltre ad intervenire sul granulo sarebbe buona regola, se si desiderasse utilizzare al 100% la materia prima riciclata, aumentare leggermente lo spessore di sovrapposizione delle due lati del flacone per favorirne il corretto punto di saldatura. 4) La presenza di micro o macro fori in un flacone, visibili direttamente attraverso un’ispezione o, per quelli più piccoli, tramite la prova della tenuta dell’aria, possono dipendere dalla presenza di impurità all’interno del granulo, quando il lavaggio e la filtratura della materia prima non è stata fatta a regola d’arte. Un altro motivo può dipende da una scarsa pulizia della vite della macchina soffiatrice che può accumulare residui di polimero degradato e trasportarli, successivamente, all’esterno verso lo stampo. Specialmente se si usano ricette con carica minerale è possibile che si presenti il problema subito dopo il cambio della ricetta tra una senza carica a una che la contenga. L’utilizzo di ricette miste tra materiale vergine e rigenerato può mitigare alcuni di questi punti ma non risolvere totalmente gli eventuali problemi se non si ha l’accortezza di seguire la filiera della fornitura del granulo riciclatoCategoria: notizie - tecnica - plastica - riciclo - HDPE - flaconi - soffiaggio
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