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rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare La Nuova Rivoluzione Francese dei Rifiuti: da Pasteur a Poubelle
Economia circolare

Nel 1883 il decreto di Poubelle sancisce la nascita della raccolta differenziata in Franciadi Marco ArezioCome abbiamo già affrontato in altri articoli, che hanno riguardato la gestione dei rifiuti nella storia medioevale e nel periodo a cavallo con la rivoluzione industriale, è interessante vedere come venne gestita in Francia, nei secoli XVIII° e XIX° e perché divenne così urgente affrontare l’argomento rifiuti. Il periodo illuminista, succeduto alla Rivoluzione Francese, portò con sé una serie interessanti cambiamenti sociali e nel campo dell’organizzazione urbana, infatti, le città principali continuarono ad attrarre la popolazione dalle campagne, con la conseguenza di dover gestire una serie di problematiche sanitarie mai affrontate nel passato. Un’urbanizzazione senza regole, che cercò di dare una veloce soluzione abitativa alla crescente popolazione, ma aveva messo a nudo problematiche importanti che andavano risolte in modo professionale. Si può ricordare il trattato del 1769 a cura dell’architetto Pierre Patte, in cui si cercò di dare un ordine e delle priorità di intervento sui temi della depurazione delle acque, della dislocazione degli ospedali, dell’ubicazione dei cimiteri, delle attività industriali, della pulizia delle strade e sull’annoso problema degli incendi. Nello stesso tempo la scienza iniziò dei passi importanti per rispondere alle esigenze di sanificazione degli ambienti affollati, per esempio si iniziò ad usare il cloruro di calce per disinfettare gli ospedali, le carceri e altri luoghi di aggregazione, al fine di prevenire le epidemie. Verso la fine del 1700 la scienza, la politica, l’industria, pervasi da una nuova forma di stato, nato con la rivoluzione francese e la spinta illuminista, iniziarono a trattare la questione dei rifiuti urbani ed industriali. A rendere sempre più necessario lo studio di soluzioni efficaci in questo campo, fu l’inizio della rivoluzione industriale, che possiamo idealmente collocarla nel 1779, quando James Watt brevettò la caldaia a vapore, con la quale si trasformò l’energia termica in energia meccanica. Il motore a vapore rivoluzionò la vita e il lavoro della popolazione in quanto, la progressiva sostituzione della forza muscolare umana ed animale che era impiegata in passato, creò un’emigrazione di persone in cerca di lavoro, dalle campagne alle città in cui risiedevano le nuove fabbriche meccanizzate dal vapore. Questo fenomeno creò un’incredibile spinta all’urbanizzazione, con la conseguente necessità di gestire i rifiuti urbani, industriali e l’igiene pubblica. Inoltre, anche il nuovo comparto industriale ebbe una crescita esponenziale, con la costruzione di fabbriche in modo disordinato e senza alcun tipo di pianificazione urbana, corollata da quartieri operai che sorgevano nei pressi delle attività industriali. Con agglomerati urbani sempre più popolosi e la continua crescita produttiva, scoppiò in poco tempo un problema ambientale e sanitario che portò ad epidemie, con un incremento dei morti. Si svilupparono condizioni ambientali degradate, proprio perché i rifiuti urbani non venivano smaltiti, quelli industriali venivano scaricati nelle campagne o nei fiumi e le acque nere non erano convogliate e trattate a dovere. In quel periodo vigeva il pensiero denominato “classico” in cui il benessere di una nazione passava anche attraverso l’industria e l’incremento della produzione, oltre ad arricchire i proprietari, questo, tuttavia, veniva visto con un benessere collettivo. Questa teoria, come riportato nel 1776 da Adam Smith, si basava sull’incessante accumulo di capitale che rendeva florido un paese ed imponeva un tacito consenso tra industria e politica, dove quest’ultima lasciava mano libera agli industriali di sfruttare le risorse naturali e la popolazione lavoratrice per il bene supremo della nazione. L’ideologia della crescita e la politica liberista costituirono fino alla metà del 1800, in particolar modo in Inghilterra, due ostacoli enormi per l’organizzazione di un servizio municipalizzato di raccolta e smaltimento dei rifiuti urbani. Ma a mettere in dubbio la mancanza di autocontrollo sociale di queste teorie, arrivarono le epidemie (1831 e 1849) che colpirono prevalentemente i quartieri del proletariato industriale, facendo ripensare alla necessità di regolare in modo organico la raccolta dei rifiuti, la pulizia e il decoro delle città. La scienza nel frattempo, ad opera di Louis Pasteur e dei suoi studi sulla microbiologia, scoprì uno stretto legame tra organismi che vivono e proliferano sui rifiuti e nelle deiezioni, sancendo una correlazione tra questi e la diffusione di alcune malattie. I suoi studi sui processi di fermentazione alcolica lo portarono a scoprire che il “fermento” è un essere vivente mobile, in grado di riprodursi sia in presenza che in assenza di ossigeno ed invisibile ad occhio nudo: nacque in questo modo il concetto di microbo. In Francia nacque così una forte corrente igienista che si affermò con il decreto firmato nel 1883 dal prefetto Eugène Poubelle, nel quale obbligava tutti i cittadini di Parigi a dotarsi di tre contenitori in cui inserire separatamente: carta e stracci, poi l’organico e infine un bidone per la ceramica e il vetro. Questi tre bidoni, ben chiusi, dovevano essere depositati fuori dalla porta di casa ogni mattina, in modo che potessero essere ritirati dagli addetti del comune. Categoria: notizie - economia circolare - riciclo - rifiuti - storia

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https://www.rmix.it/ - Spunbond Sostenibile: Polipropilene Riciclato ed Energia Rinnovabile 100%
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Spunbond Sostenibile: Polipropilene Riciclato ed Energia Rinnovabile 100%
Economia circolare

Qualità tecnica dei tessuti non tessuti, campi di applicazione, circolarità delle materie prime ed impronta carbonica ridottadi Marco ArezioLo spunbond dell’azienda di cui parliamo oggi, è un tessuto non tessuto in polipropilene riciclato che viene realizzato utilizzando, in produzione, solo energia rinnovabile. Lo Spunbond in PP è un materiale leggero ma incredibilmente resistente, appartenente al gruppo dei tessuti sintetici, oggi anche riciclati, omogeneo e sulla superficie è visibile un debole effetto geometrico. Questo tipo di tessuto non tessuto in polipropilene è impiegato in moltissimi campi applicativi, come quello dell’edilizia, dell’automotive, dei tessuti commerciali, dei mobili, dei materassi, nell’agricoltura, nell’industria, nel settore sanitario e in molti altri casi. Ma come si produce un tessuto non tessuto in polipropilene riciclato attraverso la tecnica dello spunbond? Rispetto alla filiera di produzione di un tessuto non tessuto in PP vergine attraverso la tecnica dello spunbond, volendo produrre un prodotto riciclato, si dovrà partire dalla raccolta degli scarti di produzione o di altri canali che forniscono il tessuto non tessuto in PP a fibre. Gli scarti dei tessuti non tessuti verranno macinati, in dimensioni sufficientemente piccole da permettere un lavaggio del materiale, se questo fosse necessario, e successivamente densificati per aumentare il peso del materiale riciclato che dovrà essere lavorato nell’estrusore. Se utilizzeremo esclusivamente scarti da lavorazioni industriali, sarà possibile evitare il lavaggio del materiale in quanto il suo ciclo di vita non ha avuto contaminazioni esterne. Utilizzando la tecnologia termica di estrusione, lo scarto dei tessuti non tessuti in PP viene fuso e, attraverso un processo di filatura, si realizzano le fibre di PP che daranno vita al nuovo materiale. Successivamente le fibre, disposte in maniera casuale su un trasportatore, verranno riscaldate per calandratura realizzando un unico velo continuo. Il tessuto non tessuto prodotto con la tecnica dello spunbond ha notevoli vantaggi tecnici, in quanto ha una grande resistenza a trazione longitudinale e trasversale, è permeabile all’acqua, al vapore e all’aria, resiste agli acidi, è anallergico, non irritante e adattabile ai diversi settori di applicazione. La novità che la Radici Group, produttore dello spunbond con materiali riciclati, vuole sottolineare non è solo quella di aver studiato e industrializzato un tessuto non tessuto con in polipropilene di recupero, in percentuali differenti in base alla tipologia di prodotto da realizzare, ma che questa produzione venga fatta utilizzando al 100% energia proveniente da fonti rinnovabili. L’azienda ha dimostrato che una percentuale variabile di materiale riciclato dal 50 al 70%, porta una riduzione delle emissioni di CO2 dal 30 al 40% circa, rispetto a un tessuto realizzato a partire completamente da materiali vergini, senza compromessi sulle performance tecniche che restano elevate. Inoltre Radici Group, avendo aderito allo schema ISCC PLUS (International Sustainability and Carbon Certification), può proporre non tessuti spunbond e meltbown realizzati in polipropilene bio, bio-circolare o circolare, dove il materiale sostenibile è allocato tramite bilancio di massa. Si tratta di una certificazione che fornisce tracciabilità lungo la filiera, verificando che le aziende certificate soddisfino elevati standard ambientali e sociali. Il fatto che il tessuto non tessuto venga realizzato con scarti di PP riciclato non impatta negativamente nemmeno nel segmento del colore, anzi, Radici Group può offrire un’ampia cartella colori per il cliente, inoltre è possibile realizzare colori "tailor made", per soddisfare le necessità produttive.

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https://www.rmix.it/ - Riciclo dei Tessuti: Confronto tra Metodi Meccanici e Chimici per un Futuro Sostenibile
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Riciclo dei Tessuti: Confronto tra Metodi Meccanici e Chimici per un Futuro Sostenibile
Economia circolare

Riciclo Tessile: come ridurre gli sprechi e creare valore con metodi meccanici e chimici per un futuro più sostenibiledi Marco ArezioIl settore tessile è da sempre uno dei pilastri dell’economia globale, alimentato dall’evoluzione di mode, tendenze e dall’aumento della popolazione mondiale. La produzione annua di fibre tessili, che supera ormai i 100 milioni di tonnellate, è accompagnata da una preoccupante crescita dei rifiuti tessili, destinati in grande parte a discariche o inceneritori. Questa dinamica non solo comporta uno spreco di risorse, ma anche una notevole pressione sugli ecosistemi, generando emissioni di gas serra e un consumo elevato di acqua ed energia. In risposta a queste criticità, il concetto di economia circolare ha guadagnato terreno, spingendo imprese, governi e organizzazioni internazionali a promuovere strategie di riduzione, riuso e riciclo dei prodotti tessili. Tra le pratiche più rilevanti, il riciclo dei tessuti riveste un ruolo determinante, consentendo di recuperare materia prima seconda e di limitare l’estrazione di risorse vergini. All’interno di questo processo, si distinguono due principali metodi di riciclo: il riciclo meccanico e il riciclo chimico. Sebbene entrambi rappresentino soluzioni valide per ridurre la quantità di rifiuti tessili, essi presentano sostanziali differenze in termini di costi, impatto ambientale, qualità delle fibre ottenute e versatilità nell’affrontare miscele di materiali. Negli ultimi anni, inoltre, la ricerca sta sviluppando approcci ibridi e innovazioni tecnologiche che mirano a combinare i pregi dei due metodi, superando i rispettivi limiti. Il presente articolo approfondisce i due metodi di riciclo dei tessuti, illustrandone le fasi, discutendone vantaggi e sfide, e delineando possibili prospettive future in ottica di massima sostenibilità. Metodi di Riciclo Meccanico dei Tessuti: Caratteristiche e Applicazioni Il riciclo meccanico consiste in un insieme di processi fisici che puntano a ridurre i tessuti in fibre più corte, da reimpiegare poi per la produzione di nuovi filati o materiali tessili. In questa tipologia di riciclo, la scomposizione del manufatto tessile avviene grazie a macchinari specifici, che sfibrano i tessuti, riducendoli a fiocchi o fibre riciclate. A seguire, le fibre vengono riorganizzate e sottoposte a ulteriori lavorazioni (ad esempio, cardatura) prima di essere filate nuovamente. I passaggi principali sono dunque: Cernita iniziale e selezione: i tessuti vengono suddivisi in base alla tipologia di fibra (cotone, poliestere, lana, ecc.) e al grado di contaminazione (ad esempio, cerniere, bottoni, ecc.). Sfilacciatura: i materiali sono introdotti in macchinari dotati di lame e rulli, che distruggono la struttura tessile originaria per recuperare fibre di lunghezza più breve. Cardatura e pulizia: questa fase serve a eliminare eventuali impurità residue, come filacce e nodi, e a rendere le fibre omogenee. Filatura: se necessario, le fibre vengono filate nuovamente per creare filati, che saranno poi utilizzati in nuovi processi produttivi. Vantaggi del riciclo meccanico Uno dei vantaggi più immediati del riciclo meccanico è la relativa semplicità del processo. Poiché si basa su principi fisici e non richiede reattori chimici o solventi specifici, risulta generalmente meno costoso da implementare rispetto ad altre tecnologie. Questa semplicità intrinseca contribuisce alla diffusione su vasta scala di impianti di riciclo meccanico, specialmente in regioni in cui l’industria tessile è storicamente radicata. Inoltre, il consumo idrico risulta ridotto rispetto ad altre tecniche, data l’assenza di reazioni chimiche complesse. Anche dal punto di vista energetico, il riciclo meccanico può dimostrarsi piuttosto efficiente, benché la resa finale dipenda da vari fattori, tra cui la tipologia di tessuto in ingresso e la purezza delle fibre. Svantaggi del riciclo meccanico Tuttavia, il processo meccanico comporta una riduzione della lunghezza delle fibre, incidendo così sulla qualità del filato finale. Le fibre risultanti tendono a essere meno resistenti e meno morbide rispetto a quelle vergini, limitando le possibili applicazioni dei prodotti ottenuti. Ne deriva che gran parte del materiale derivante dal riciclo meccanico può trovare impiego in applicazioni di fascia medio-bassa, come imbottiture, panni per la pulizia e rivestimenti industriali. Un’altra criticità riguarda la trattabilità dei tessuti misti (ad esempio, cotone-poliestere), i quali richiedono talvolta una fase di separazione molto complicata, se non impossibile. Ciò riduce l’efficienza del processo e può generare ulteriori scarti, rendendo questa soluzione meno vantaggiosa in termini di economia circolare. Nonostante tali limiti, il riciclo meccanico rimane una tecnica consolidata e un componente essenziale di molte strategie di recupero tessile. Metodi di Riciclo Chimico dei Tessuti: Tecnologie e Possibili Innovazioni A differenza del riciclo meccanico, che agisce principalmente su base fisica, il riciclo chimico opera a livello molecolare. L’obiettivo primario è rompere le catene polimeriche delle fibre per poi ricostruirle, ottenendo materiali nuovi con proprietà chimiche e fisiche comparabili a quelle delle fibre vergini. Esistono diversi approcci nel riciclo chimico, in base alla fibra da trattare. Per i tessuti sintetici, come il poliestere (PET), si utilizza spesso la depolimerizzazione, che scompone il polimero nei suoi monomeri originali (acido tereftalico e glicole etilenico). Questi monomeri, una volta purificati, possono essere usati per produrre nuovo PET con prestazioni di alta qualità. Nel caso di fibre cellulosiche naturali, come il cotone, uno dei metodi più studiati è la dissoluzione in solventi specializzati (ad esempio, ossidi amminici) e la successiva rigenerazione della cellulosa. Gli sviluppi più recenti includono l’uso di enzimi specifici, capaci di degradare parzialmente i tessuti in maniera selettiva. Questi processi enzimatici potrebbero permettere un recupero su misura di componenti chimiche, riducendo l’impatto ambientale legato all’utilizzo di reattivi chimici aggressivi. Vantaggi del riciclo chimico Uno dei principali punti di forza del riciclo chimico è la qualità elevata del materiale riciclato. In molti casi, le fibre ottenute possono competere con quelle vergini, sia in termini di resistenza che di altre proprietà meccaniche (es. elasticità). Questo permette di reinserire la materia seconda in un circuito di produzione di alto livello, consentendo persino un “upcycling”, ovvero la creazione di prodotti di maggior valore rispetto a quelli originari. Inoltre, la versatilità del riciclo chimico rende possibili trattamenti specifici per differenti tipologie di fibre, incluse miscele complesse. Nel migliore dei casi, i componenti indesiderati (come coloranti o finissaggi) possono essere eliminati durante il processo, garantendo un output finale più puro. Svantaggi del riciclo chimico Di contro, il riciclo chimico richiede generalmente investimenti notevoli in termini di impianti e conoscenze tecniche. La gestione dei reagenti chimici, la loro rigenerazione e lo smaltimento di eventuali rifiuti di processo possono incidere significativamente sui costi operativi. In aggiunta, se i cicli non sono adeguatamente controllati, c’è il rischio di creare impatti ambientali correlati a emissioni e residui chimici. Dal punto di vista logistico, la realizzazione di impianti di riciclo chimico è più complessa rispetto a quella di impianti meccanici. Ciò implica che tali strutture siano ancora piuttosto limitate a livello geografico, risultando poco accessibili per molti operatori del settore tessile. Tuttavia, la crescente domanda di materiali sostenibili e l’interesse delle aziende più avanzate in fatto di ricerca e sviluppo stanno gradualmente riducendo queste barriere. Vantaggi e Sfide: Confronto tra Riciclo Meccanico e Chimico Il confronto tra i due sistemi di riciclo mette in luce aspetti fondamentali per chiunque operi nella filiera tessile e voglia valutare un approccio di economia circolare. Efficienza e resa Il riciclo meccanico può raggiungere buoni tassi di recupero quando i tessuti in ingresso sono omogenei e puliti, con rese che si attestano attorno al 60-80%. Per il riciclo chimico, si può potenzialmente arrivare a rese superiori al 90%, soprattutto in presenza di singole tipologie di fibre sintetiche come il PET. Tuttavia, la complessità dei materiali da trattare (ad esempio, tessuti fortemente colorati, finissaggi particolari, miscele di fibre) può ridurre la resa effettiva anche nel riciclo chimico. Impatto ambientale Il riciclo meccanico è spesso citato come più semplice e con un impatto ambientale relativamente contenuto, poiché richiede meno energia e risorse chimiche. Al contrario, il riciclo chimico necessita di impianti complessi e di un uso più intensivo di energia, nonché di reagenti talvolta inquinanti o difficili da smaltire. D’altra parte, nelle versioni più avanzate del riciclo chimico, si adottano processi “a ciclo chiuso” in cui i solventi vengono recuperati e riutilizzati, minimizzando il rilascio di sostanze dannose e riducendo notevolmente il consumo di risorse. Qualità del prodotto finale Laddove il riciclo meccanico tenda a produrre fibre di qualità inferiore, utili principalmente per prodotti di fascia medio-bassa, il riciclo chimico può offrire un materiale paragonabile a quello vergine. Ciò si traduce in opportunità commerciali più ampie, e in una maggiore accettazione da parte di marchi e consumatori attenti a standard qualitativi elevati. Barriere e prospettive In entrambi i casi, la disponibilità di rifiuti tessili ben separati e differenziati costituisce un fattore determinante per il successo dell’operazione. Tecnologie di riconoscimento della composizione fibrosa (come scanner NIR, marcatori RFID) e sistemi di raccolta efficaci sono cruciali per fornire ai riciclatori una materia prima adeguata. Le innovazioni tecnologiche stanno già delineando nuove frontiere: il riciclo meccanico potrebbe avvalersi di processi di sfilacciatura meno aggressivi, per mantenere le fibre più lunghe, mentre il riciclo chimico sta sperimentando nuovi solventi “verdi” e reazioni a bassa temperatura per ridurre ulteriormente l’impatto ambientale. Le politiche governative e gli incentivi finanziari, infine, possono contribuire a creare un quadro favorevole per l’adozione su larga scala di entrambi i metodi, promuovendo la nascita di filiere circolari integrate. Prospettive Future e Conclusioni: Verso una Strategia Integrata La transizione verso un’economia circolare nel settore tessile richiede sforzi coordinati tra istituzioni, imprese e centri di ricerca. Sebbene il riciclo meccanico e quello chimico siano spesso presentati come alternative, in realtà possono coesistere e integrarsi efficacemente in un modello ibrido. Le fasi iniziali di smistamento e pretrattamento potrebbero, per esempio, avvalersi di tecniche meccaniche per separare rapidamente le fibre più adatte a essere sfilacciate, mentre altre frazioni più complesse e contaminate potrebbero essere destinate al riciclo chimico, massimizzando in tal modo i volumi di recupero e la qualità complessiva dei materiali rigenerati. In un futuro prossimo, la sfida maggiore sarà ridurre i costi e l’impatto ambientale dei processi chimici, rendendoli competitivi anche per materiali più difficili da trattare. Nel contempo, l’evoluzione dell’automazione e dell’Intelligenza Artificiale sta aprendo strade interessanti per una cernita più precisa e rapida, con conseguente miglioramento delle rese sia nei processi meccanici sia in quelli chimici. Sul fronte normativo, l’Unione Europea ha introdotto obiettivi specifici per la raccolta e la gestione dei rifiuti tessili, con la prospettiva di favorire l’utilizzo di materie prime seconde. Tali azioni mirano a ridurre l’impiego di risorse vergini, promuovendo al contempo l’innovazione industriale e la creazione di nuovi posti di lavoro nel riciclo avanzato. In definitiva, il riciclo dei tessuti costituisce una componente essenziale per abbattere l’impatto ambientale del settore tessile, promuovendo al contempo opportunità economiche e sociali. Il confronto tra riciclo meccanico e chimico mostra come entrambi i metodi abbiano un ruolo chiave e complementare, offrendo soluzioni diversificate per una varietà di materiali e applicazioni. Se accompagnati da politiche lungimiranti, investimenti in ricerca e sviluppo, e una crescente consapevolezza dei consumatori, questi approcci possono davvero traghettare il settore tessile verso un futuro più sostenibile e circolare. © Riproduzione VietataRiferimenti Bibliografici Ellen MacArthur Foundation (2017). A New Textiles Economy: Redesigning Fashion’s Future. Textile Exchange (2021). Preferred Fiber & Materials Market Report. Bartl, A. (2011). Barriers towards achieving a circular economy in textile recycling: A state-of-the-art review. Journal of Cleaner Production, 19(1), 127–134. Chen, J., & Patel, M. K. (2012). Chemical recycling of polyester: A review of life cycle assessments. Resources, Conservation and Recycling, 74, 123–135. Sandin, G., & Peters, G. (2018). Environmental impact of textile reuse and recycling – A review. Journal of Cleaner Production, 184, 353–365. Directive (EU) 2018/851 of the European Parliament and of the Council of 30 May 2018, amending Directive 2008/98/EC on waste.

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https://www.rmix.it/ - La Storia dell'Isolamento Termico nelle Abitazioni: Dall'Antichità agli Isolanti Sostenibili
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare La Storia dell'Isolamento Termico nelle Abitazioni: Dall'Antichità agli Isolanti Sostenibili
Economia circolare

Evoluzione delle Tecniche di Isolamento e l'Impatto dei Materiali Sostenibili e Riciclatidi Marco ArezioL'isolamento termico delle abitazioni è una pratica fondamentale per garantire il comfort abitativo, ridurre il consumo energetico e proteggere l'ambiente. Questo articolo traccia l'evoluzione dell'isolamento termico, dall'antichità ai giorni nostri, esplorando le diverse tecniche e materiali utilizzati nel corso dei secoli, evidenziando in particolare lo sviluppo degli isolanti sostenibili e riciclati, analizzando l'impatto delle tecnologie moderne e le sfide affrontate nel percorso verso la sostenibilità. L'Antichità e il Medioevo Nelle prime civiltà, la necessità di proteggersi dagli elementi era una questione di sopravvivenza. Gli antichi Egizi costruivano le loro case utilizzando mattoni di fango, un materiale che offriva una certa protezione contro il calore del deserto. Allo stesso modo, le abitazioni greche e romane erano spesso costruite con pietra e argilla, materiali che contribuivano a mantenere una temperatura interna più stabile. Nel Medioevo, i castelli e le case dei ricchi erano costruiti con spesse mura di pietra, che fornivano un isolamento rudimentale grazie alla loro massa termica, che contribuiva a mantenere temperature più stabili sia d'inverno che d'estate. Tuttavia, la maggior parte delle abitazioni, soprattutto quelle delle classi meno abbienti, era mal isolata e gli abitanti dipendevano da camini e fuochi per riscaldarsi. I pavimenti erano spesso coperti di paglia per aggiungere un ulteriore strato isolante e proteggere dal freddo proveniente dal suolo. Alcune case utilizzavano anche arazzi appesi alle pareti, che offrivano una certa protezione contro le correnti d'aria e contribuivano a mantenere un ambiente più caldo. Rinascimento e Rivoluzione Industriale Durante il Rinascimento, l'architettura si evolse e con essa le tecniche costruttive. I palazzi italiani, ad esempio, spesso utilizzavano materiali come il marmo e il legno, che fornivano una certa inerzia termica, contribuendo al mantenimento della temperatura interna. Inoltre, questi edifici venivano progettati per massimizzare la ventilazione naturale, con ampie finestre e cortili interni, riducendo così la necessità di riscaldamento artificiale o raffreddamento. Gli architetti del tempo prestavano particolare attenzione all'orientamento degli edifici e alla disposizione delle stanze, sfruttando il sole per riscaldare gli ambienti durante l'inverno e creando zone d'ombra per mantenerli freschi d'estate. La Rivoluzione Industriale portò a un aumento della produzione di materiali da costruzione e alla diffusione di nuove tecnologie. Le case iniziarono ad essere costruite con mattoni e malta, e l'uso del vetro nelle finestre divenne più comune. Tuttavia, il concetto di isolamento termico come lo intendiamo oggi era ancora lontano dall'essere realizzato. Il XX Secolo: L'Alba dell'Isolamento Moderno È nel XX secolo che l'isolamento termico delle abitazioni comincia a prendere forma in modo significativo. Durante la prima metà del secolo, materiali come la lana di roccia, la fibra di vetro e il sughero iniziarono ad essere utilizzati per migliorare l'efficienza energetica delle case. Negli anni '50 e '60, la consapevolezza dei benefici dell'isolamento termico crebbe, soprattutto negli Stati Uniti e in Europa. Le normative edilizie iniziarono a includere requisiti per l'isolamento, e vennero sviluppati nuovi materiali, come il polistirene espanso (EPS) e il poliuretano espanso. Questi materiali offrivano ottime proprietà isolanti e divennero rapidamente popolari. Negli anni '70 e '90, a seguito della crisi energetica e dell'aumento della consapevolezza ambientale, iniziò una nuova fase di ricerca orientata verso materiali più sostenibili e rinnovabili, come il sughero e la cellulosa riciclata. Questo periodo segnò l'inizio di un'attenzione crescente verso la riduzione dell'impatto ambientale dei materiali da costruzione, contribuendo a gettare le basi per lo sviluppo di soluzioni di isolamento ecocompatibili che vediamo oggi. La Storia degli Isolanti Sostenibili e Riciclati Con l'aumento della consapevolezza ambientale negli anni '70, iniziò a emergere la necessità di materiali isolanti più sostenibili. La crisi energetica del 1973 spinse molti paesi a rivedere le loro politiche energetiche, includendo misure per migliorare l'efficienza delle abitazioni e ridurre la dipendenza dai combustibili fossili. Fu in questo contesto che si cominciò a esplorare l'uso di materiali naturali e riciclati per l'isolamento. Uno dei primi materiali naturali ad essere utilizzato per l'isolamento fu il sughero. Già noto sin dall'antichità per le sue proprietà termiche, il sughero è rinnovabile, biodegradabile e offre buone prestazioni isolanti. Negli anni '80 e '90, il sughero tornò in auge come una scelta sostenibile per l'isolamento. Allo stesso tempo, la lana di pecora cominciò a essere rivalutata come materiale isolante. La lana è un ottimo isolante naturale, in grado di assorbire e rilasciare umidità senza perdere le sue proprietà isolanti. Negli anni '90, la lana di pecora trovò una nuova applicazione nel settore dell'edilizia grazie alla sua capacità di fornire un isolamento termico ecocompatibile. Anche la cellulosa riciclata divenne popolare durante questo periodo. Prodotta principalmente da carta di giornale riciclata, la cellulosa è un materiale isolante con un basso impatto ambientale. Oltre a ridurre la quantità di rifiuti di carta destinati alle discariche, la cellulosa è trattata con sali naturali per renderla resistente al fuoco e agli insetti, offrendo così un'alternativa ecologica agli isolanti tradizionali. Innovazioni Recenti e Isolanti Riciclati Negli ultimi decenni, l'attenzione si è ulteriormente spostata verso l'uso di materiali riciclati e sostenibili per l'isolamento termico. La crescente preoccupazione per il cambiamento climatico e l'esaurimento delle risorse naturali ha portato allo sviluppo di nuovi materiali a base di risorse rinnovabili o di rifiuti riciclati. Ad esempio, il cotone riciclato – spesso proveniente da vecchi indumenti – è stato utilizzato come isolante per le abitazioni. Questo materiale non solo offre buone prestazioni termiche, ma contribuisce anche a ridurre la quantità di rifiuti tessili, che rappresentano una parte significativa dei rifiuti solidi urbani. Un'altra innovazione è rappresentata dall'uso di pannelli in fibra di canapa, un materiale che cresce rapidamente e non richiede l'uso di pesticidi. La canapa è un ottimo isolante naturale, con buone proprietà di traspirabilità e resistenza all'umidità. Negli ultimi anni, l'uso della canapa è aumentato grazie alla sua capacità di sequestrare carbonio durante la crescita, rendendola una scelta particolarmente interessante dal punto di vista ambientale. Il Futuro dell'Isolamento Termico Il futuro dell'isolamento termico sarà probabilmente caratterizzato da ulteriori innovazioni tecnologiche e da un'attenzione sempre maggiore alla sostenibilità. I ricercatori stanno esplorando l'uso di nanomateriali per migliorare l'efficienza termica e ridurre lo spessore dei materiali isolanti. Inoltre, l'integrazione di soluzioni di isolamento con altre tecnologie per l'efficienza energetica, come i sistemi di riscaldamento e raffreddamento passivi, l'energia solare e i sistemi di gestione dell'energia domestica, rappresenta una direzione promettente. Gli edifici del futuro saranno sempre più progettati per essere energeticamente autosufficienti, con un uso intelligente dei materiali isolanti e delle tecnologie di gestione energetica. Conclusione L'isolamento termico ha compiuto un lungo cammino dalle sue origini rudimentali nelle antiche civiltà fino alle sofisticate tecnologie moderne. Questo percorso riflette non solo i progressi tecnologici, ma anche una crescente consapevolezza dell'importanza dell'efficienza energetica e della sostenibilità ambientale. Guardando al futuro, possiamo aspettarci che l'isolamento termico continuerà a evolversi, contribuendo a creare abitazioni più confortevoli, efficienti e rispettose dell'ambiente, con un ruolo sempre più centrale dei materiali sostenibili e riciclabili.© Riproduzione Vietatafoto wikimedia

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https://www.rmix.it/ - Ferdinando II di Borbone: 3 Maggio 1832 Nasce la Raccolta Differenziata dei Rifiuti
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Ferdinando II di Borbone: 3 Maggio 1832 Nasce la Raccolta Differenziata dei Rifiuti
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Raccolta differenziata: Il XIX° secolo fu un periodo di grandi cambiamenti sociali e sanitaridi Marco ArezioNel corso dei secoli, a partire dal Neolitico, il problema dei rifiuti e delle condizioni igienico sanitarie della popolazione non erano prese in seria considerazione e non erano vissuti come un problema importante. Per quanto riguarda i rifiuti prodotti dall’uomo nell’era preindustriale, dove la concentrazione di popolazione in agglomerati urbani non era elevata, questi non costituivano un ostacolo in quanto tutto quello che era riutilizzabile veniva recuperato sia per le attività umane che per quelle animali. Gli scarti alimentari, il legno e il ferro venivano recuperati, persino a volte gli escrementi, che venivano accuratamente raccolti, seccati e riutilizzati o venduti come concime. Non si può dire certamente che le città o i villaggi fossero puliti o igienicamente indenni da malattie derivanti dal diffondersi di batteri e virus, ma si può dire che la scarsa presenza umana in ragione del territorio occupato manteneva un equilibrio tra i problemi sanitari dati dalla scarsa igiene pubblica (e personale) e dai rifiuti non utilizzati, rispetto la vivibilità degli agglomerati urbani. Le cose cambiarono in modo repentino e drammatico nel corso del 1800 quando iniziò l’urbanizzazione massiccia delle città e l’avvento della rivoluzione industriale che fece da attrazione per le popolazioni povere che si spostarono dalle campagne alle città per cercare lavoro. Per esempio, Londra nei primi 30 anni dell’ottocento raddoppiò la popolazione toccando il milione e mezzo di persone ed arrivò a due milioni e mezzo nei vent’anni successivi. Questa crescita spropositata di persone che normalmente viveva in condizioni sanitarie precarie e in alloggi fatiscenti, creò una catena di eventi drammatici sulla salute pubblica. Nel 1832 scoppiò a Londra e anche a Parigi, un’epidemia di colera che causò decine di migliaia di morti. Pur non conoscendo le cause di morte della popolazione, si attribuì il problema al gran puzzo delle discariche a cielo aperto, strade e fiumi compresi, che accoglievano tutti gli scarti umani e industriali di cui si disfaceva l’uomo. I primi interventi post epidemia si concentrarono su questi rifiuti, più per una questione di decoro sociale che di vera coscienza sanitaria, infatti la conoscenza scientifica del colera avvenne solo nel 1883 ad opera dello scienziato tedesco Robert Koch che ne individuò l’esistenza, nonostante sembrerebbe che già nel 1854 l’Italiano Fabrizio Pacini avesse isolato il batterio. Si costruirono le prime fognature, si cercò di collegare tra loro interi quartieri che utilizzavano i pozzi neri e si convogliarono i liquami industriali nelle nuove fogne. Non avvenne tutto così semplicemente come raccontato infatti, i problemi furono enormi e all’inizio i risultati scarsi, in quanto le acque convogliate finivano comunque nei fiumi e i problemi si presentarono nuovamente a valle delle città. Si dovette aspettare fino alla fine del secolo quando gli studi sulla microbiologia iniziarono a trovare efficaci soluzioni anche nel campo della depurazione delle acque, uniti al miglioramento dell’igiene personale della popolazione nonché le prime vaccinazioni. Per quanto riguarda i rifiuti solidi, non recuperabili, che normalmente erano depositati fuori dagli ambienti domestici, la crescita della popolazione nei nuovi agglomerati urbani, portò a nuovi problemi. Nonostante la maggior parte dei beni che veniva venduta non prevedeva alcun involucro o raramente in fogli di carta e tutto quello che era possibile riciclare veniva preso seriamente in considerazione, la spazzatura indifferenziata iniziò comunque ad accumularsi. Le colonie di topi vivevano a stretto contatto con le popolazioni dei quartieri più poveri, attratti dai rifiuti gettati liberamente sul territorio cittadino, creando ulteriori problemi sanitari. Fu un fatto anche di decoro che, per primo, Ferdinando II di Borbone, re del regno delle due Sicilie, emanò il 3 Marzo 1832, una norma che regolava la gestione dei rifiuti urbani, prevedendo regole severe sul loro abbandono e imponeva la separazione degli stessi per materiale che li componevano. Il regio decreto non era da prendere alla leggera perché erano previste anche pene detentive per i trasgressori. Istituì inoltre delle discariche dove la gente doveva portare i propri rifiuti e delle regole di pulizia degli ambiti esterni alle abitazioni.Categoria: notizie - storia - economia circolare - riciclo - rifiuti - raccolta differenziata

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https://www.rmix.it/ - Innovazioni Tessili: L'Integrazione Rivoluzionaria delle Polveri di Marmo Riciclate
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Innovazioni Tessili: L'Integrazione Rivoluzionaria delle Polveri di Marmo Riciclate
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Tra Sostenibilità ed Estetica, Come le Polveri di Marmo Stanno Ridefinendo il Futuro del Settore Tessile di Marco ArezioL'integrazione delle polveri di marmo nei tessuti rappresenta un'innovazione significativa nel campo dei materiali compositi, offrendo un connubio unico tra la robustezza e l'eleganza del marmo e la flessibilità e praticità dei tessuti. Questa innovazione trova le sue radici in una lunga storia di esplorazione e sperimentazione all'intersezione tra diversi campi di studio e pratiche artigianali.Antiche Civiltà e Medioevo La storia dell'utilizzo delle polveri di marmo nel tessile può essere tracciata fin dalle antiche civiltà, come quella romana e greca, dove il marmo era ampiamente utilizzato in scultura, architettura e arti decorative. Sebbene non esistano prove dirette che le polveri di marmo fossero utilizzate nei tessuti in questo periodo, la cultura dell'adattamento e dell'integrazione di materiali naturali per nuove applicazioni suggerisce che esperimenti simili potrebbero essere stati condotti. Nel Medioevo, con l'avvento di innovazioni tecnologiche e l'esplorazione di nuovi materiali, si registrano tentativi di incorporare additivi naturali nei tessuti per migliorarne le proprietà o l'aspetto. Sebbene la documentazione sia scarsa, gli artigiani di quest'epoca erano noti per la loro abilità di sperimentazione con materiali diversi, inclusi quelli minerali, per creare prodotti unici.Rinascimento e Oltre Il Rinascimento, con il suo rinnovato interesse per l'arte e la scienza greco-romana, vide una rinascita nelle tecniche di lavorazione dei materiali, compreso il marmo. Artigiani e scienziati di quest'epoca potrebbero aver esplorato l'uso di polveri di marmo come pigmenti o additivi per tessuti, benché le evidenze siano aneddotiche. La vera svolta nell'utilizzo delle polveri di marmo nel tessile, tuttavia, è un fenomeno piuttosto moderno, che si colloca nell'ambito della ricerca di materiali sostenibili e della fusione tra tecnologia e design. L'idea di utilizzare scarti di marmo, provenienti dalle cave e dalle lavorazioni artigianali e industriali, per crearne polveri fini da integrare nei tessuti, rispecchia una visione contemporanea della sostenibilità e dell'innovazione.Il Moderno Incrocio di Cammini Negli ultimi decenni, l'avvento di tecnologie avanzate di produzione e di trattamento dei materiali, ha permesso di affinare le tecniche di additivazione dei tessuti con polveri di marmo. L'interesse per materiali ecocompatibili, unito al fascino senza tempo del marmo, ha spinto ricercatori e designer a esplorare questa sinergia. Oggi, la pratica di integrare polveri di marmo in tessuti si inserisce in un contesto più ampio di ricerca e sviluppo sostenibile, mirando a combinare estetica, funzionalità e responsabilità ambientale. La storia dell'utilizzo delle polveri di marmo nel tessile, quindi, è una narrazione di esplorazione continua e di convergenza tra tradizione e innovazione, che testimonia la creatività umana nel rielaborare materiali naturali per scopi sempre nuovi.Processi Produttivi e Vantaggi dell'Utilizzo della Polvere di Marmo nel TessilePreparazione delle Polveri di Marmo La polvere di marmo utilizzata nei tessuti deriva prevalentemente da processi di recupero e riciclaggio dei rifiuti di lavorazione del marmo. Questi residui vengono sottoposti a un processo di macinazione fino a ottenere una polvere finissima. La scelta della granulometria è cruciale: polveri più fini si distribuiscono meglio tra le fibre del tessuto, migliorandone le proprietà senza comprometterne la maneggevolezza o il comfort.Tecnologie di Additivazione dei Tessuti L'integrazione della polvere di marmo nei tessuti avviene tramite diverse tecniche, come l'impregnazione diretta, in cui i tessuti vengono immersi in una soluzione contenente la polvere e un agente legante, o attraverso metodi di coating, dove la polvere viene applicata sulla superficie del tessuto. Gli additivi giocano un ruolo fondamentale in questo processo, agendo come mediatori che facilitano l'adesione della polvere al tessuto.Additivi Comunemente Utilizzati Agenti Leganti: Polimeri sintetici o naturali che aiutano a fissare le particelle di marmo alle fibre tessili, garantendo durabilità e resistenza al lavaggio. Agenti di Accoppiamento Silanici: Utilizzati per migliorare l'interfaccia tra le particelle di marmo e la matrice tessile, aumentando la resistenza meccanica del tessuto. Softeners: Aggiunti per mantenere o migliorare la morbidezza del tessuto, compensando l'eventuale aumento di rigidità dovuto all'aggiunta di polveri minerali.Vantaggi dell'Utilizzo della Polvere di Marmo nel Tessile L'integrazione della polvere di marmo nei tessuti apporta una serie di vantaggi unici, sia funzionali che estetici: Miglioramento delle Proprietà Meccaniche: L'aggiunta di polvere di marmo può aumentare la resistenza dei tessuti all'abrasione e alla trazione, rendendoli più duraturi e adatti a usi intensivi. Proprietà Termiche: I tessuti trattati con polvere di marmo mostrano una migliore resistenza al calore e un'inerzia termica aumentata, beneficiando di una maggiore stabilità dimensionale alle variazioni di temperatura. Estetica Unica: Il marmo conferisce ai tessuti un aspetto distintivo, con potenziali effetti visivi e tattili che vanno dalla sottile venatura marmorea alla sensazione di maggiore corpo e struttura. Sostenibilità: Utilizzando polvere di marmo ricavata da scarti di lavorazione, questa pratica promuove il riciclo di materiali altrimenti destinati allo smaltimento, riducendo l'impatto ambientale del settore tessile e quello estrattivo del marmo. L'additivazione di tessuti con polvere di marmo rappresenta, quindi, un'esplorazione affascinante all'incrocio tra innovazione tecnologica, estetica materica e sostenibilità, aprendo nuove frontiere per il design tessile e per l'industria dei materiali compositi.Tipi di Polveri di Marmo e loro Impatto sui Tessuti L'utilizzo delle polveri di marmo nel tessile non è un processo uniforme; varia ampiamente in base alle caratteristiche specifiche della polvere di marmo selezionata. Queste caratteristiche includono la granulometria, il colore, la purezza e la provenienza del marmo, ognuna delle quali gioca un ruolo fondamentale nel determinare non solo l'aspetto estetico del tessuto finale ma anche le sue proprietà meccaniche e termiche.Granulometria La dimensione delle particelle di marmo, o granulometria, è forse l'aspetto più critico nella scelta della polvere di marmo per l'additivazione tessile. Le polveri possono variare da micro a nano dimensioni, con effetti significativi sul prodotto finale: Microgranulometria: Particelle di dimensioni comprese tra 1 a 100 micrometri tendono a conferire ai tessuti una maggiore resistenza meccanica e una migliorata protezione UV, mantenendo una buona flessibilità. Nanogranulometria: Particelle inferiori a 1 micrometro si distribuiscono più uniformemente tra le fibre del tessuto, migliorando le proprietà isolanti e di resistenza al fuoco, e offrendo un aspetto più omogeneo e meno influenzato dalla texture della polvere.Colore Il colore della polvere di marmo varia in base alla tipologia specifica di marmo utilizzata e può spaziare dal bianco puro (tipico del marmo di Carrara) a tonalità più scure o variamente venate. Questa caratteristica permette di realizzare tessuti con effetti cromatici unici e personalizzati, adatti a diversi contesti d'uso, dalla moda all'arredamento.Purezza e Composizione La purezza della polvere di marmo influisce sulla sua reattività chimica e sulla capacità di interazione con gli agenti leganti e con le fibre del tessuto. Polveri di alta purezza sono preferite per applicazioni che richiedono una grande uniformità e stabilità del colore, mentre polveri con minori gradi di purezza possono essere utilizzate per effetti estetici più vari e meno uniformi.Provenienza La provenienza del marmo può influenzare non solo le caratteristiche fisiche della polvere ma anche il valore percettivo del tessuto finale. Marmi provenienti da cave storiche o geograficamente note possono aggiungere un valore aggiunto al tessuto, trasformandolo in un prodotto di nicchia o di lusso.Implicazioni sulle Proprietà dei Tessuti L'interazione tra le polveri di marmo e i tessuti porta a una modifica sostanziale delle proprietà materiali dei tessuti stessi. La resistenza all'abrasione, la durabilità, l'isolamento termico e acustico, e la resistenza al fuoco possono essere notevolmente migliorati attraverso l'additivazione con polveri di marmo. Inoltre, l'aspetto estetico dei tessuti può essere arricchito, offrendo nuove possibilità nel design tessile per soddisfare richieste sempre più specifiche e personalizzate. L'utilizzo di polveri di marmo nel tessile rappresenta quindi un esempio eccellente di come la tecnologia e l'innovazione possano reinterpretare materiali tradizionali per nuove applicazioni, unendo estetica, funzionalità e sostenibilità.Mercati e Applicazioni dei Tessuti Additivati con Polveri di Marmo L'introduzione delle polveri di marmo nei tessuti apre una vasta gamma di applicazioni in diversi settori, dalla moda all'architettura, dall'industria automobilistica agli articoli per la casa, trasformando la percezione e l'uso dei tessuti tradizionali.Moda e Lusso Nel settore della moda, i tessuti additivati con polvere di marmo si distinguono per la loro unicità e pregio. Designer e marchi di alta moda sperimentano con questi tessuti per creare collezioni esclusive che spiccano per eleganza e innovazione. Gli effetti visivi e tattili unici offerti dalla polvere di marmo possono trasformare capi di abbigliamento, accessori e calzature in veri e propri pezzi d'arte, esprimendo un connubio tra natura e tecnologia che risuona con le tendenze attuali verso la sostenibilità e l'autenticità.Arredamento e Design d'Interni L'industria dell'arredamento e del design d'interni trae grande vantaggio dai tessuti additivati con polveri di marmo per la creazione di mobili, tendaggi, rivestimenti murali e altri elementi decorativi che combinano durabilità e estetica. Questi tessuti possono conferire una sensazione di lusso e unicità agli spazi interni, offrendo al contempo prestazioni migliorate in termini di resistenza e manutenzione. La versatilità estetica permette l'abbinamento con vari stili di design, da quelli contemporanei a quelli più classici o minimalisti.Industria Automobilistica Nell'automotive, i tessuti additivati con polvere di marmo trovano applicazione in interni di veicoli, sedili, pannelli delle portiere e cieli auto, dove la combinazione di estetica, comfort e prestazioni è fondamentale. Questi tessuti offrono un'alternativa innovativa ai materiali tradizionali, con vantaggi in termini di durabilità, resistenza al fuoco e proprietà isolanti, contribuendo alla creazione di ambienti interni più sicuri e confortevoli. Settore Alberghiero e Spazi Pubblici L'utilizzo di tessuti additivati con polvere di marmo in hotel di lusso, ristoranti, teatri e altri spazi pubblici rappresenta un'eccellente strategia per elevare l'estetica degli interni e migliorare la funzionalità degli arredi. La resistenza alle macchie, la facilità di pulizia e la durata estesa sono caratteristiche particolarmente apprezzate in ambienti ad alto traffico, dove l'aspetto e la manutenzione dei tessuti sono di primaria importanza.Innovazioni Tecnologiche e Ricerca La ricerca continua e lo sviluppo di nuove applicazioni per i tessuti additivati con polveri di marmo dimostrano il potenziale di questi materiali in campi innovativi, come la bioedilizia, l'isolamento termico e acustico avanzato, e persino in applicazioni mediche, dove le proprietà antibatteriche naturali del marmo possono offrire vantaggi aggiuntivi.Circolarità e Sostenibilità del Processo Tessile con l'Utilizzo delle Polveri di Marmo Nell'era contemporanea, l'attenzione verso pratiche sostenibili e la circolarità nei processi produttivi è diventata cruciale in tutti i settori industriali, compreso quello tessile. L'integrazione delle polveri di marmo nei tessuti rappresenta non solo un'avanzata innovazione tecnologica ma anche un passo significativo verso la sostenibilità e l'economia circolare nel settore tessile.Riduzione degli Sprechi e Valorizzazione dei Materiali di Scarto La produzione di polvere di marmo per l'additivazione tessile proviene spesso da scarti di lavorazione delle cave e degli scarti produttivi nel settore del marmo, che altrimenti verrebbero destinati allo smaltimento. Questo recupero di materiale contribuisce significativamente alla riduzione degli sprechi, inserendosi in un'ottica di economia circolare dove ogni scarto può trovare una nuova vita come risorsa per altri processi produttivi.Minimizzazione dell'Impatto Ambientale L'uso delle polveri di marmo in alternativa o come complemento ad altri trattamenti tessili può ridurre l'impiego di sostanze chimiche potenzialmente dannose per l'ambiente. A differenza dei processi tradizionali di finitura e trattamento dei tessuti, che possono richiedere l'utilizzo di sostanze nocive per ottenere determinate proprietà, l'additivazione con polveri di marmo si avvale di un materiale naturale e non tossico, minimizzando l'impronta chimica del processo produttivo.Promozione dell'Economia Circolare L'integrazione delle polveri di marmo nei tessuti si allinea perfettamente con i principi dell'economia circolare, che mira a mantenere il valore dei prodotti, dei materiali e delle risorse il più a lungo possibile, riducendo al minimo la generazione di rifiuti. Attraverso il riciclo dei materiali di scarto del marmo e il loro riutilizzo nel settore tessile, si crea un ciclo chiuso che valorizza materiali altrimenti inutilizzati, stimolando l'innovazione e riducendo la dipendenza da risorse vergini.Sostenibilità a Lungo Termine I tessuti additivati con polveri di marmo offrono vantaggi in termini di durabilità e resistenza, prolungando la vita utile dei prodotti e riducendo la necessità di sostituzioni frequenti. Questa maggiore longevità dei tessuti contribuisce alla sostenibilità complessiva del processo produttivo, in quanto meno risorse sono necessarie nel tempo per la produzione di nuovi tessuti.Contributo alla Responsabilità Sociale d'Impresa Adottare processi produttivi che incorporano polveri di marmo in un'ottica di sostenibilità e circolarità migliora l'immagine delle aziende, dimostrando un impegno concreto verso pratiche ecocompatibili. Questo non solo risponde alla crescente domanda dei consumatori per prodotti sostenibili ma contribuisce anche al raggiungimento degli obiettivi globali di sostenibilità.Conclusioni I tessuti additivati con polveri di marmo stanno emergendo come una frontiera importante nell'evoluzione dei materiali compositi, offrendo soluzioni innovative che abbracciano estetica, funzionalità e sostenibilità. L'ampia gamma di applicazioni in diversi settori testimonia la versatilità e il potenziale trasformativo di questa tecnologia, promettendo di ridefinire l'uso dei tessuti in modi prima inimmaginabili.

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Anche la Moda Vuole la sua Circolarità. La Visione di MacArthur Foundationdi Marco ArezioLa circolarità dell'economia non è fatta solo da settori che apparentemente sono, all'opinione pubblica, più visibilmente inquinanti, ma deve essere applicata a tutte le tipologie di produzioni industriali. La moda, per esempio, non è percepita come una filiera inquinante dalla popolazione, ma i dati degli esperti non supportano questa sensazione popolare, se consideriamo che ogni secondo viene mandato in discarica o bruciato la quantità di un autotreno di materiali tessili. RadiciGroup, attraverso l'ultima informazione, si fà carico del problema. RadiciGroup, dal 2018 partner dell’iniziativa “Make Fashion Circular” di Ellen MacArthur Foundation, ha recentemente partecipato alla stesura delle linee guida sulla circolarità nella moda redatte dall’associazione e basate sui principi dell'economia circolare, con l’obiettivo di offrire un contributo concreto alla riduzione degli sprechi nel mondo tessile-abbigliamento. Linee guida da attuare quanto prima se si pensa ai dati quantificati da EMF: ogni secondo, l'equivalente di un camion di materiali tessili viene mandato in discarica o bruciato. Si stima che ogni anno si perdano circa 500 miliardi di dollari di valore a causa di indumenti indossati saltuariamente e raramente riciclati. La nuova “Vision of a Circular Economy fo fashion” parte dal presupposto che è necessario lavorare tutti insieme per portare su scala industriale modelli di business profittevoli, che consentono però di noleggiare, rivendere o riciclare i vestiti più facilmente. Ecco perché si basa su ricerche approfondite e contributi di circa 100 organizzazioni tra cui produttori di tessuti, produttori di abbigliamento, marchi, rivenditori, collezionisti, selezionatori, riciclatori, accademici, istituzioni internazionali e ONG. Tre i punti chiave della vision: usare di più, riutilizzare, partire da materiali rinnovabili o da riciclo. RadiciGroup, produttore di filati in poliammide ma anche in poliestere ed acrilico, è “contributor” della nuova vision EMF, mettendo a disposizione competenza ed esperienza nella formulazione di soluzioni tessili in grado di concretizzare l’economia circolare.Categoria: notizie - plastica - economia circolare - rifiuti - moda Per maggiori info: www.ellenmacarthurfoundation.org

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Produzioni di filati riciclati e verso una moda ad impatto zerodi Marco ArezioLa moda non poteva esimersi dal proporre novità estetiche e nuovi tessuti per tutte le donne che hanno un’innata inclinazione all’ambiente e alla natura. Nascono così capi fatti con filati eco-compatibili. I primi stilisti che avevano proposto tessuti provenienti dalla lavorazione di stoffe usate non erano stati identificati come precursori del movimento ambientalista nel settore della moda, ma più come l’espressione di un capriccio di creatori ed innovatori artistici. In realtà queste idee non si erano poi tramutate in ricerche più approfondite o addirittura in elementi costituenti collezioni di moda o produzioni industriali per capi di livello più popolare. Oggi, dove tutte le aziende stanno puntando all’impatto zero, si sono veramente e concretamente studiate soluzione per il riuso degli scarti di produzione adatti alla realizzazione di nuovi capi di abbigliamento. Per esempio la GoldenLady, nota casa produttrice di intimo, che possiede un ciclo industriale che spazia dalla produzione del filato fino alla confezione dei capi per l’intimo, punta all’impatto zero attraverso nuovi filati riciclati e fatti in casa. Parliamo di polimeri in PA 6 e 66, che provengono dal riciclo meccanico dei materiali di scarto della produzione degli stabilimenti aziendali, i quali mantengono caratteristiche del tutto simili ai polimeri vergini normalmente impiegati. L’idea dell’azienda non è solo quella di un autoconsumo, ma è anche allo studio un progetto per vendere sul mercato la produzione di filo riciclato prodotto internamente. L’azienda sta anche studiando filati che provengono dalle biomasse, attraverso l’utilizzo delle piante di mais, barbabietole, canna da zucchero e grano, che manterrebbero le qualità tecniche del filo necessario per creare i capi di abbigliamento. Esistono sul mercato altre realtà imprenditoriali che seguono una strada totalmente naturale per creare fibre tessili, in particolare una Start Up chiamata Orange Fiber, attraverso una collaborazione universitaria con il Politecnico di Milano, hanno studiato una fibra proveniente dagli scarti della filiera agricola delle arance. Considerando che l’industria di trasformazione agrumicola, solo in Italia, produce circa 700.000 tonnellate di sottoprodotto all’anno, creando considerevoli costi di smaltimento, l’azienda ha quindi pensato come utilizzare questa materia prima per l’industria tessile. Il principio della produzione di tessuto dagli scarti delle arance sfrutta la trasformazione delle bucce in cellulosa che, successivamente possa essere filata, per poi produrre fiocco o filo per gli indumenti.Categoria: notizie - tessuti - economia circolare - rifiuti - modaVedi maggiori informazioni sull'argomento

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Dal legno e le fibre naturali della preistoria, ai materiali compositi ad alte prestazioni, fino alle problematiche moderne del riciclo: un viaggio millenario attraverso l’innovazione degli scidi Marco ArezioGli sci rappresentano uno degli strumenti più antichi e affascinanti mai creati dall'uomo per affrontare l'ambiente naturale. Nati come mezzi di trasporto per sopravvivere nelle terre innevate, si sono evoluti nel corso dei millenni fino a diventare sofisticati attrezzi sportivi, caratterizzati da materiali innovativi e tecnologia avanzata. Questo articolo esplora l'evoluzione dei materiali utilizzati per costruire gli sci, partendo dalle radici preistoriche fino all'era moderna, e conclude con una riflessione su come oggi si affronta la sfida del riciclo degli sci usati. Preistoria: gli inizi dello sci Le prime testimonianze di sci risalgono a circa 6.000 anni fa e provengono da regioni oggi parte della Scandinavia e della Siberia. Questi primi sci, trovati nelle paludi o tra i ghiacci, erano realizzati quasi interamente in legno, un materiale facilmente reperibile e lavorabile con gli strumenti rudimentali dell'epoca. I popoli primitivi utilizzavano legni resistenti come betulla e pino per costruire superfici lunghe e piatte che consentissero di muoversi agilmente sulla neve. Per rendere gli sci più funzionali, venivano rivestiti con materiali naturali. Alcuni popoli utilizzavano pelle di animali, come le foche, che migliorava l’aderenza sulle salite e scorreva meglio nelle discese. Gli attacchi, se così possono essere chiamati, erano semplici lacci di pelle o fibre vegetali, che servivano a mantenere i piedi in posizione. Antichità e Medioevo: evoluzione e diffusione Nel corso del tempo, gli sci si diffusero tra le popolazioni del nord Europa, come i Vichinghi, e continuarono ad essere strumenti essenziali per la caccia e il trasporto. Durante il Medioevo, la costruzione degli sci divenne più sofisticata, anche se il legno rimase il materiale primario. Le tecniche per lavorare il legno migliorarono, e vennero introdotti processi di curvatura a caldo per conferire agli sci maggiore flessibilità. Gli attacchi divennero più elaborati, utilizzando cuoio lavorato per fissare meglio il piede. Questi sci non erano solo pratici, ma anche adattati alle esigenze delle popolazioni che abitavano in territori difficili e innevati, permettendo spostamenti più rapidi e meno faticosi. Rivoluzione industriale: l'inizio del cambiamento Con l’avvento della Rivoluzione Industriale, tra il XIX e il XX secolo, la costruzione degli sci subì una significativa trasformazione. Lo sci, ormai non più solo uno strumento di sopravvivenza, diventò anche un’attività ricreativa. In particolare in Scandinavia e nell’Europa centrale, lo sci si affermò come sport, e vennero introdotti miglioramenti tecnici per aumentarne le prestazioni. Durante questa fase, pur continuando a utilizzare il legno, gli sciatori cominciarono a sperimentare con metalli leggeri, come l’acciaio, per aumentare la resistenza e ridurre il peso. Fu introdotta la tecnica della laminazione, che prevedeva la sovrapposizione di più strati di legno e altri materiali per migliorare la flessibilità e la resistenza degli sci. L’era contemporanea: materiali sintetici e tecnologia avanzata Negli anni '50, con l’introduzione della plastica e delle resine sintetiche, gli sci divennero più leggeri e più veloci. Questi materiali innovativi permisero agli sciatori di raggiungere nuove velocità e di eseguire manovre più complesse sulle piste. La plastica forniva anche una maggiore resistenza all’usura e agli agenti atmosferici, rendendo gli sci più durevoli rispetto ai loro predecessori in legno. Negli anni ’70, con l’introduzione della fibra di vetro e della fibra di carbonio, la costruzione degli sci raggiunse un nuovo livello di sofisticazione. Questi materiali compositi, incredibilmente leggeri e resistenti, consentirono la creazione di sci ottimizzati per tutte le discipline, dallo sci alpino allo sci di fondo e allo snowboard. I modelli più recenti sono progettati utilizzando software di simulazione che calcolano la distribuzione del peso, la sciancratura e la capacità di assorbimento degli urti, permettendo agli atleti di ottenere prestazioni sempre più elevate. Uso storico e moderno degli sci Nelle epoche passate, gli sci erano strumenti indispensabili per la sopravvivenza in ambienti innevati. Erano utilizzati da cacciatori e pastori per spostarsi, cacciare e trasportare merci attraverso terreni inaccessibili durante l'inverno. Oltre alla funzione pratica, gli sci rivestivano anche un ruolo culturale e sociale, specialmente nelle comunità nordiche. Oggi, lo sci è principalmente uno sport e un passatempo ricreativo. Lo sci alpino, lo sci di fondo e lo snowboard attirano milioni di appassionati ogni anno e sono discipline presenti nei Giochi Olimpici. Tuttavia, in alcune regioni remote, come quelle dell’Alaska e della Siberia, gli sci continuano ad essere utilizzati come mezzo di trasporto pratico su neve. Il riciclo degli sci: una sfida moderna Con l’aumento della produzione di sci moderni in materiali sintetici, il problema del riciclo di questi strumenti è diventato sempre più rilevante. Gli sci usati o rotti, soprattutto quelli prodotti con fibre di carbonio, plastica e metalli, rappresentano una problema per l'ambiente, in quanto questi materiali non si biodegradano facilmente e il loro smaltimento può generare grandi quantità di rifiuti. Negli ultimi anni, l’industria dello sci ha iniziato a sviluppare soluzioni per affrontare questa problematica. Diverse aziende stanno introducendo programmi di riciclo che permettono di raccogliere sci usati e trasformarli in nuovi prodotti. Gli sci vengono smontati e separati nei loro componenti principali: il legno, le fibre di vetro o carbonio, l’acciaio e la plastica. Il legno e il metallo possono essere riutilizzati o riciclati, mentre le plastiche e le fibre sintetiche vengono processate per creare materiali compositi utilizzabili in altri settori, come l’edilizia. Inoltre, alcune aziende stanno sperimentando la produzione di sci più sostenibili, utilizzando materiali riciclati o naturali, come bambù, fibre vegetali e resine biologiche, che riducono l’impatto ambientale. Questo trend verso una produzione più ecologica sta guadagnando terreno, man mano che l’attenzione al rispetto dell'ambiente cresce sia tra i produttori che tra i consumatori. Conclusione Gli sci hanno attraversato un’evoluzione affascinante, dai primi modelli in legno dell'era preistorica fino ai moderni sci in fibra di carbonio e materiali compositi. Oltre a rappresentare un simbolo di adattamento umano all'ambiente naturale, sono stati al centro di importanti sviluppi tecnologici nel corso della storia. Oggi, l’attenzione si concentra non solo sulle prestazioni e sul design, ma anche sull'impatto ambientale degli sci, e la sfida del riciclo è diventata una priorità nell'industria. Innovare nel rispetto del pianeta è la prossima frontiera per questo strumento antico, che continua a giocare un ruolo centrale nella cultura e nella vita moderna.© Riproduzione Vietata

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rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare I Brands della Moda Vogliono i Tessuti Riciclati. Ma dove sono?
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Il settore del riciclo dei cascami tessili non riesce a fornire ai produttori di capi di abbigliamento sostenibili le quantità richiestedi Marco ArezioSembra un controsenso, ma la realtà è che le case di produzione di indumenti ed accessori per la moda stanno virando il timone, fortemente, verso le materie prime di riciclo e chiedono sempre più rifiuti tessili da riciclare. Per andare incontro alle richieste dei clienti, che vogliono acquistare indumenti ed accessori di moda che possano rispecchiare la loro voglia di ecosostenibilità, si sono studiate linee senza compromessi, con percentuali di materiali riciclati dichiarati e verificabili.Ma il mercato del riciclo è pronto a questa transizione? La risposta potrebbe essere in un dato, abbastanza sconfortante, che indica il tasso di riciclo dei cascami tessili, nel mondo, intorno al 3%, valore molto più basso della vituperata plastica o del vetro o della carta o dei metalli. Questo significa che, nonostante l’industria tessile sia tra quelle con il maggior impatto ambientale, vengono prodotti ogni anno milioni di vestiti che finiscono in discarica o, peggio, bruciati, ad un ritmo medio di un autotreno ogni secondo. In questa percentuale media di riciclo, troviamo i paesi occidentali sopra il tre percento e i paesi del sud est asiatico, dove sono concentrate molte produzioni, sotto questa soglia, con un picco negativo in India che racimola appena l’1,5%. Un grave problema, anche dal punto industriale e dell’immagine delle aziende che vivono di moda, in quanto le richieste dei clienti sono chiare ma la loro soddisfazione resta complicata.Cosa si può fare per incrementare il sistema riciclo? La filiera del riciclo dei cascami tessili è abbastanza arretrata rispetto a quelle sopra citate, come la plastica, il vetro, la carta o i metalli, ed è necessario spingere per recuperare il gap.Tra le principali e più urgenti azioni da compiere possiamo suggerire: - Incrementare la raccolta post consumo dei tessuti usati come avviene per gli altri prodotti da riciclo- Migliorare la raccolta differenziata evitando di inserire i capi vecchi nel sacco del rifiuto indifferenziato che andrà bruciato - A fronte di una domanda in crescita, industrializzare e incrementare i punti di raccolta dei cascami tessili meccanizzando la loro separazione - Incrementare la ricerca chimica e meccanica, in modo da rendere sempre più disponibile ed ampia la gamma di tessuti recuperati - Fare sistema, quindi responsabilizzare chi deve emettere normative sul riciclo dei cascami tessili, migliorare la comunicazione con i cittadini, rendere accattivante e profittevole il settore della raccolta, smistamento e riciclo dei tessuti. Secondo il report di “Circular Fashion Index 2023” di Kearney, che ha preso in considerazione circa 200 imprese del settore prevalentemente della moda e del lusso, vi sono aziende più virtuose di altre, in termini di riciclo dei cascami tessili, comunicazione sulla circolarità relativa al brand, la qualità per la manutenzione del prodotto e la possibilità di offrire una riparazione del capo con lo scopo di allungargli la vita. Inoltre si sono considerati alcuni servizi post vendita come l’offerta di capi usati, il servizio di noleggio e la raccolta del cascame tessile a fine vita del capo. La classifica stilata della Top Ten delle aziende più sostenibili è la seguente: 1. Patagonia 2. Levi’s 3. The North Face 4. OVS 5. Gucci 6. Madewell 7. Coach 8. Esprit 9. LululemonAthletica 10. Lindex

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https://www.rmix.it/ - Come Funziona il Riciclo dei Materassi e perché viene Fatto
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Come Funziona il Riciclo dei Materassi e perché viene Fatto
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Il materasso ci accompagna per anni durante le nostre notti, è un compagno fedele e comodo all’interno della nostra casa.di Marco ArezioQuando lo abbiamo comprato non ci siamo preoccupati, nel dettaglio, di come fosse fatto, ma ci siamo seduti o sdraiati sopra per decretarne la comodità o meno. Come tutti i prodotti, anche il materasso ha una vita utile e, terminata la propria, si procede alla sostituzione, facendolo passare da nostro compagno di camera a rifiuto. Già, rifiuto. Un rifiuto composto da plastica, stoffa, metalli, schiume, imbottiture varie che ne fanno una grande risorsa di materie prime ma che, ancora oggi, finisce spesso incenerito o in discarica. Nonostante le normative parlino chiaro in termini di riciclo e, nonostante i grandissimi volumi di sostituzione annui dei materassi, che generano circa 5 milioni di pezzi all’anno solo in Italia, la circolarità del prodotto è ancora molto scarsa. Il materasso ha al suo interno materie prime sicuramente recuperabili nella filiera dei tessuti, dell’industria del metallo e in quella della plastica attraverso il recupero del poliuretano e delle schiume. Quindi, tecnicamente, il riciclo quasi completo dei prodotti è possibile, ma quello che manca oggi, in maniera diffusa, è il conferimento del materasso in una filiera dedicata e le attività industriali della separazione dei componenti. Inoltre, l’industria deve progettare e costruire materassi i cui componenti possano, in un futuro, prevedere un riciclo semplice, completo e al minor costo possibile. Nell’ottica del riciclo di questa tipologia di prodotto è da sottolineare l’interessante accordo tra Basf e Neveon che puntano al riciclo chimico del materasso a fine vita. Questo accordo ha lo scopo di migliorare la circolarità dei prodotti, studiando come incrementare la riciclabilità dei singoli componenti. Le schiume che sono all’interno dei materassi diventati ormai rifiuti, sono l’oggetto dello studio per il riciclo chimico del poliuretano che, secondo le intenzioni di Basf, tornerebbero a rigenerare una nuova materia prima per produrre nuove schiume poliuretaniche. Attraverso il processo di riciclo chimico, la materia prima che ne scaturisce è perfettamente equiparabile, dal punto di vista qualitativo, ad una vergine di provenienza petrolchimica, con un enorme vantaggio di riduzione dei rifiuti e di impatto ambientale. Categoria: notizie - pmaterassi - economia circolare - riciclo - rifiuti

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https://www.rmix.it/ - Il Fascino del Riciclo della Seta
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Il Fascino del Riciclo della Seta
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Un viaggio nella circolarità tessile dove la seta è da sempre regina di Marco ArezioIl mondo del tessile si immerge sempre più nella circolarità, cercando soluzioni sostenibili per ridurre l'impatto ambientale dell'industria della moda. Tra le molte fibre naturali, la seta si distingue per la sua bellezza e la sua versatilità, tuttavia, anche questo tessuto lussuoso può essere parte integrante dell'economia circolare. In questo articolo, esploreremo il processo di riciclo della seta, dall'inizio alla fine, per comprendere come questa antica fibra possa trovare nuova vita attraverso pratiche sostenibili.Il Ciclo di Vita della Seta La seta ha una storia ricca e affascinante, che inizia con il baco da seta e continua attraverso la filatura, la tessitura e la produzione di capi pregiati. Tuttavia, quando i tessuti di seta raggiungono la fine della loro vita utile, invece di essere considerati rifiuti, possono essere trasformati in risorse preziose attraverso il riciclo.Il Processo di Riciclo della SetaIl processo industriale di riciclo della seta coinvolge diversi passaggi chiave per trasformare i tessuti di seta usati in fibre riutilizzabili. Vediamo una panoramica dei principali passaggi industriali: Raccolta e Selezione dei Tessuti Usati: Il primo passo consiste nella raccolta dei tessuti di seta usati da varie fonti, come abiti vecchi, scarti di produzione e tessuti d'arredamento. Questi tessuti vengono quindi selezionati e classificati in base alla qualità, al colore e alla composizione. Pulizia e Pretrattamento: I tessuti raccolti possono contenere sporco, macchie o altri contaminanti che devono essere rimossi prima del processo di riciclo. Pertanto vengono sottoposti a un processo di pulizia e pretrattamento per eliminare qualsiasi residuo indesiderato. Destrutturazione dei Tessuti: Dopo la pulizia, i tessuti vengono destrutturati per separare le fibre di seta dalle altre componenti del tessuto, come il cotone o il poliestere. Questo processo può avvenire meccanicamente, utilizzando macchinari appositi che rompono e separano il tessuto in fibre più piccole, oppure chimicamente, mediante l'uso di solventi o altre sostanze chimiche per dissolvere o disgregare le componenti non desiderate. Filatura delle Fibre: Le fibre di seta estratte vengono quindi filate per creare filati utilizzabili nella produzione di nuovi tessuti. Questo processo può avvenire utilizzando metodi tradizionali di filatura a mano o macchinari industriali più moderni, a seconda delle esigenze e delle capacità del produttore. Tessitura o Maglieria: I filati di seta riciclata vengono infine tessuti o lavorati a maglia per creare nuovi tessuti o capi di abbigliamento. Questo passaggio può includere la produzione di tessuti per abbigliamento, biancheria per la casa, accessori e molto altro ancora. Finitura e Trattamenti Aggiuntivi: Una volta completata la tessitura o la maglieria, i tessuti possono essere sottoposti a ulteriori trattamenti per migliorarne le proprietà o l'aspetto. Questi trattamenti possono includere il lavaggio, la tintura, la stampa o la rifinitura per conferire al tessuto la texture desiderata o per aggiungere caratteristiche speciali. Questi passaggi industriali rappresentano una panoramica generale del processo di riciclo della seta. Tuttavia, è importante notare che le pratiche specifiche possono variare a seconda delle tecnologie e delle preferenze dei produttori, ma l'obiettivo finale rimane quello di trasformare i tessuti di seta usati in risorse preziose e sostenibili. Applicazioni del Tessuto RiciclatoIl tessuto di seta riciclata può essere utilizzato in una vasta gamma di applicazioni, che vanno dall'abbigliamento alla biancheria per la casa e agli accessori. Grazie alle sue proprietà naturali, come la morbidezza e la traspirabilità, la seta riciclata offre un'alternativa sostenibile ai tessuti vergini senza compromettere lo stile o la qualità.Benefici Ambientali e SocialiIl riciclo della seta porta con sé una serie di benefici ambientali e sociali. Riduce la dipendenza dalle risorse naturali limitate, come il guscio di baco da seta, e contribuisce a ridurre i rifiuti tessili destinati alla discarica. Inoltre, promuove pratiche commerciali più sostenibili e può sostenere comunità locali attraverso l'occupazione in imprese di riciclo tessile. Il riciclo della seta rappresenta un'opportunità emozionante per ridurre l'impatto ambientale dell'industria tessile e promuovere la circolarità nel settore della moda. Attraverso un processo di raccolta, destrutturazione e riutilizzo, i tessuti di seta possono trovare una nuova vita, conservando il loro fascino e la loro eleganza intrinsechi. Investire nell'economia circolare della seta non solo beneficia l'ambiente, ma anche il settore tessile nel suo complesso, spingendo verso una moda più sostenibile e consapevole.

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https://www.rmix.it/ - Come si produce il tessuto non tessuto e perché è eco-friendly
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Come si produce il tessuto non tessuto e perché è eco-friendly
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Scopri come viene prodotto il tessuto non tessuto, perché è considerato eco-friendly e quali sono le modalità per il suo riciclo  di Marco ArezioIl tessuto non tessuto (TNT), noto anche come nonwoven fabric, rappresenta una categoria di materiali tessili prodotti attraverso metodi che non includono la tessitura tradizionale. La produzione del TNT si basa su una serie di processi meccanici, chimici e termici che uniscono le fibre senza intrecciarle. Questi processi rendono il TNT un materiale versatile e ampiamente utilizzato in vari settori, dal medicale al packaging, dall'edilizia all'abbigliamento.Processo di Produzione del Tessuto Non Tessuto Selezione delle Fibre: Le fibre utilizzate per il TNT possono essere naturali (come il cotone o la lana) o sintetiche (come il polipropilene, il poliestere e il nylon). La scelta delle fibre dipende dalle proprietà desiderate nel prodotto finale, come la resistenza, l'elasticità, la capacità di assorbimento e la biodegradabilità.Le fibre selezionate vengono disposte in una rete attraverso vari metodi:Cardatura: Le fibre vengono separate e distribuite uniformemente in una forma di velo sottile. Spunbonding: Le fibre sintetiche vengono filate direttamente in una rete attraverso un processo di estrusione. Meltblown: Simile allo spunbonding, ma produce fibre molto più sottili che conferiscono al tessuto una maggiore capacità di filtrazione.La rete di fibre viene consolidata attraverso metodi meccanici, chimici o termici: Legatura Meccanica: Include il needlepunching, dove gli aghi forano ripetutamente il velo di fibre per intrecciarle insieme. Legatura Termica: Utilizza il calore per fondere le fibre termoplastiche e legarle tra loro. Legatura Chimica: Impiega adesivi o resine per unire le fibre. Finitura: Il tessuto non tessuto può subire ulteriori trattamenti per migliorare le sue proprietà, come il calandraggio per aumentare la densità e la resistenza o l'applicazione di agenti antimicrobici per usi medici.Perché il Tessuto Non Tessuto è "Eco-Friendly" Il tessuto non tessuto può essere considerato eco-friendly per diversi motivi: Efficienza Energetica: Il processo di produzione del TNT richiede generalmente meno energia rispetto alla tessitura tradizionale, poiché elimina le fasi di filatura e tessitura. Riduzione degli Sprechi: La produzione di TNT genera meno scarti, poiché le fibre possono essere riciclate e reintegrate nel processo produttivo. Materiali Riciclati: Molti TNT sono prodotti utilizzando fibre riciclate, riducendo la dipendenza da risorse vergini e contribuendo alla riduzione dei rifiuti. Durabilità e Riutilizzabilità: I TNT sono spesso progettati per essere duraturi e resistenti, riducendo la necessità di sostituzione frequente e quindi la produzione di rifiuti.Il Tessuto Non Tessuto è Riciclabile? Il tessuto non tessuto è, in molti casi, riciclabile. Tuttavia, la riciclabilità dipende da vari fattori, tra cui il tipo di fibre utilizzate, i trattamenti applicati durante la produzione e l'uso finale del prodotto. Tipi di Fibre Fibre Sintetiche: I TNT realizzati con polimeri come il polipropilene e il poliestere sono generalmente più facili da riciclare. Questi materiali possono essere fusi e riformati in nuovi prodotti. Fibre Naturali: I TNT a base di fibre naturali come il cotone sono biodegradabili e possono essere compostati. Tuttavia, il riciclo meccanico di questi materiali è meno comune. Trattamenti e Additivi Trattamenti Chimici: Alcuni TNT sono trattati con sostanze chimiche per migliorarne le proprietà, come la resistenza all'acqua o agli agenti microbici. Questi trattamenti possono complicare il processo di riciclo. Additivi: L'uso di additivi come coloranti, adesivi e resine può influenzare la riciclabilità. I TNT con pochi o nessun additivo sono generalmente più facili da riciclare.Come si Ricicla il Tessuto Non Tessuto? Il riciclo del tessuto non tessuto può avvenire attraverso vari processi, a seconda del tipo di materiale e dell'infrastruttura disponibile. I metodi principali includono il riciclo meccanico, il riciclo chimico e il riciclo termico. Riciclo Meccanico del TNTIl riciclo meccanico è il metodo più comune per i TNT sintetici. Questo processo include le seguenti fasi: Raccolta e Separazione: I TNT usati vengono raccolti e separati in base al tipo di fibra e al livello di contaminazione. Triturazione: Il materiale raccolto viene triturato in piccole particelle. Pulizia: Le particelle triturate vengono pulite per rimuovere contaminanti come adesivi e sostanze chimiche. Fusione ed Estrusione: Le particelle pulite vengono fuse e estruse per formare nuove fibre, che possono essere utilizzate per produrre nuovi TNT. Riciclo Chimico del TNTIl riciclo chimico è più complesso e coinvolge la decomposizione delle fibre sintetiche nei loro monomeri originali attraverso processi chimici. Questi monomeri possono essere purificati e polimerizzati nuovamente per produrre nuove fibre. Riciclo Termico del TNTIl riciclo termico implica l'utilizzo dei TNT come combustibile per la produzione di energia. Anche se non è il metodo più sostenibile, può essere utile per materiali che non sono facilmente riciclabili attraverso metodi meccanici o chimici.Conclusione Il tessuto non tessuto rappresenta un materiale versatile e potenzialmente eco-friendly grazie alla sua efficienza produttiva, alla possibilità di utilizzare materiali riciclati e alla sua durabilità. Sebbene la riciclabilità del TNT dipenda da vari fattori, esistono diversi metodi per riciclarlo, contribuendo così a un ciclo di vita più sostenibile. Promuovere l'uso e il riciclo dei TNT può quindi avere un impatto positivo significativo sull'ambiente, riducendo i rifiuti e conservando le risorse naturali.

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https://www.rmix.it/ - Come la Cultura Digitale Sta Trasformando Moda, Design e Sostenibilità: Estetiche Virtuali e Nuovi Modelli Etici
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Come la Cultura Digitale Sta Trasformando Moda, Design e Sostenibilità: Estetiche Virtuali e Nuovi Modelli Etici
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Le tendenze digitali e i social media stanno ridefinendo l’estetica contemporanea e il consumo responsabiledi Marco ArezioNel cuore del XXI secolo, la cultura digitale ha cessato di essere un semplice complemento della realtà quotidiana per trasformarsi in una forza trainante che modella estetiche, comportamenti e valori. Moda, design e sostenibilità sono oggi attraversati da un cambiamento profondo, il cui motore è rappresentato dalle tendenze digitali, dai social media e dalle nuove tecnologie immersive. Le piattaforme virtuali non solo hanno modificato il modo in cui consumiamo contenuti e beni, ma stanno ridisegnando anche ciò che consideriamo bello, desiderabile e responsabile. In questo articolo esploriamo l'intreccio tra cultura digitale, estetica contemporanea e sostenibilità, indagando come questi tre ambiti si stiano influenzando a vicenda. Moda digitale: estetiche virtuali e nuove narrazioni Uno dei settori maggiormente trasformati dalla cultura digitale è la moda. Con l’affermazione dei social media, la moda ha smesso di essere una dinamica esclusiva e verticale per diventare una pratica partecipativa, in cui gli utenti co-creano tendenze, stili e contenuti. Su piattaforme come Instagram, TikTok e Pinterest, si moltiplicano stili ispirati all'estetica "cyber", "Y2K", "meta-futurista" o "digital grunge", tutte declinazioni nate o diffuse principalmente online. Ma il fenomeno va oltre la semplice diffusione di trend. Grazie all'intelligenza artificiale generativa e alle tecnologie di realtà aumentata (AR), stanno nascendo vere e proprie collezioni di moda interamente digitali, indossabili solo nel mondo virtuale o nel metaverso. Brand come The Fabricant, DressX o le iniziative NFT di case di moda come Gucci e Dolce & Gabbana, offrono capi digitali che non consumano risorse fisiche, riducendo drasticamente l’impatto ambientale e ridefinendo il concetto stesso di possesso. Design e cultura visiva nell’era post-digitale Anche il design — inteso sia come prodotto fisico che come esperienza estetica — sta subendo una profonda trasformazione. La cultura digitale introduce nuovi codici visivi: texture ispirate a mondi videoludici, pattern che evocano glitch, mondi sintetici e architetture impossibili. Nell’interior design, ad esempio, si fa strada una corrente chiamata digiscape aesthetic, che traduce il linguaggio dei paesaggi virtuali in ambienti reali: luci al neon, forme biomorfiche, materiali che imitano superfici digitali come l’olografico o l’iridescente. Allo stesso tempo, il design parametrico e gli algoritmi generativi permettono la creazione di oggetti unici, ottimizzati per ridurre sprechi e utilizzare materiali riciclati, sposando così i principi della sostenibilità. Sostenibilità 4.0: consumo consapevole e tecnologia La cultura digitale non influenza solo lo stile, ma anche il modo in cui si comunica e si vive la sostenibilità. I social media hanno potenziato la capacità delle persone di informarsi, mobilitarsi e scegliere in modo più consapevole. Hashtag come #sustainablefashion, #zerowaste o #slowdesign catalizzano comunità globali attente a pratiche ecologiche, economia circolare e produzione etica. In parallelo, nascono app e piattaforme che aiutano i consumatori a valutare l’impatto ambientale dei prodotti che acquistano. L’uso della blockchain, ad esempio, consente di tracciare l’intera filiera produttiva di un capo d’abbigliamento o di un oggetto di design, garantendo trasparenza e autenticità. Inoltre, la stampa 3D sta emergendo come una tecnologia chiave per una produzione on demand e localizzata, riducendo i costi ambientali della logistica globale. Il ruolo delle community digitali Uno degli aspetti più potenti della cultura digitale è la sua capacità di generare comunità. Le community online giocano un ruolo centrale nella diffusione di una nuova coscienza estetica e ambientale. Creatori di contenuti, designer indipendenti e attivisti climatici collaborano, condividono idee e sensibilizzano un pubblico sempre più vasto. Queste comunità fungono anche da laboratorio creativo, sperimentando nuove forme di collaborazione tra il mondo fisico e quello digitale. È il caso del movimento open source fashion, in cui designer mettono a disposizione gratuitamente pattern e progetti modificabili, rendendo accessibile la moda e incoraggiando la produzione locale e sostenibile. Brand pionieri tra moda digitale, design innovativo e sostenibilità Nel panorama attuale, diverse realtà stanno interpretando in modo virtuoso l’influenza della cultura digitale, unendo estetiche virtuali, innovazione tecnologica e attenzione all’impatto ambientale. Di seguito alcuni esempi emblematici: The Fabricant: uno dei primi digital fashion house al mondo. Nato ad Amsterdam, questo brand crea esclusivamente abiti digitali, indossabili solo in ambienti virtuali o in fotografie modificate in post-produzione. Ogni capo è completamente privo di impatto fisico, promuovendo una moda a zero sprechi e ridefinendo l’identità estetica nel metaverso. DressX: piattaforma che consente agli utenti di acquistare capi virtuali e "indossarli" in foto e video destinati ai social media. I fondatori la definiscono un'alternativa sostenibile al fast fashion, pensata per chi vuole mostrare look sempre nuovi senza accumulare vestiti fisici. Gucci: la celebre maison italiana ha lanciato collezioni digitali per Roblox e The Sims, e ha collaborato con Superplastic per NFT e accessori virtuali. Gucci Vault è anche una piattaforma sperimentale in cui si esplorano nuove narrazioni digitali legate alla sostenibilità e all'artigianato. IKEA: nel mondo del design, IKEA sta esplorando l’uso della realtà aumentata con la sua app IKEA Place, che permette di visualizzare mobili all’interno dei propri spazi domestici. Parallelamente, il brand svedese ha avviato il programma di economia circolare Buy Back, in cui i clienti possono rivendere mobili usati, unendo tecnologia e sostenibilità. Stella McCartney: pioniera della moda sostenibile, Stella McCartney è attivamente impegnata nel coniugare etica e innovazione. Ha sperimentato con materiali biotecnologici come il Mylo™ (simil-pelle ottenuta dai funghi) e ha partecipato a iniziative NFT che raccontano l'origine dei suoi capi in modo trasparente e certificato tramite blockchain. Balenciaga: ha portato le sue collezioni in Fortnite, contribuendo a definire uno stile digitale altamente riconoscibile, tra ironia postmoderna e estetica cyber. Anche in questo caso, l’approccio apre a riflessioni su come la moda possa esistere e prosperare anche nel mondo non-fisico. Adidas: ha lanciato collezioni NFT e collaborazioni digitali con piattaforme come Bored Ape Yacht Club, mentre continua a lavorare su linee fisiche realizzate con materiali riciclati, come Parley Ocean Plastic, dimostrando che la sostenibilità può e deve coesistere con l’innovazione tech. Un ecosistema in trasformazione Questi esempi dimostrano che non si tratta più di singole iniziative pionieristiche, ma di una vera e propria evoluzione dell’intero ecosistema moda-design. I brand che sapranno coniugare creatività digitale e responsabilità ambientale saranno quelli più preparati ad affrontare le sfide future e a dialogare con una generazione di consumatori sempre più consapevoli e interconnessi. La cultura digitale, lungi dall’essere un universo parallelo, è oggi un’estensione concreta della nostra realtà quotidiana. E la moda, il design e la sostenibilità, insieme, stanno imparando a parlare questa nuova lingua.© Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - Decomposizione e Riciclo delle Fibre Naturali: Riflessioni Critiche su Impatti e Sostenibilità
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Decomposizione e Riciclo delle Fibre Naturali: Riflessioni Critiche su Impatti e Sostenibilità
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Biodegradabilità, riciclo e reali implicazioni ambientali delle fibre naturali nell’economia circolare: ciò che spesso non viene dettodi Marco ArezioNel grande dibattito sulla sostenibilità, le fibre naturali hanno conquistato un posto d’onore. Etichettate come alternative “green” ai materiali sintetici, sono spesso percepite come innocue per l’ambiente e facilmente gestibili a fine vita. Ma è davvero così? Quanto sono effettivamente sostenibili cotone, lino, canapa o lana una volta terminato il loro ciclo d’uso? Oltre l’etichetta “naturale” si nasconde una realtà complessa, fatta di processi industriali, trattamenti chimici, sfide logistiche e impatti non sempre evidenti. Questo articolo vuole approfondire proprio questi aspetti, focalizzandosi su decomposizione e riciclo delle fibre naturali, e ponendo l’accento sulle conseguenze ecologiche della loro gestione. Fibre Naturali: tra origine biologica e destino incerto Quando parliamo di fibre naturali, facciamo riferimento a materiali di origine vegetale o animale: il cotone, il lino, la canapa, la juta, la lana. Si tratta di materiali che accompagnano l’uomo da millenni e che oggi tornano prepotentemente alla ribalta per le loro caratteristiche biodegradabili e per il minor impatto percepito rispetto alle fibre sintetiche. Tuttavia, il semplice fatto che siano “naturali” non le rende automaticamente sostenibili. I processi industriali ai quali sono sottoposte — dalla coltivazione al trattamento, dalla filatura alla tintura — ne modificano profondamente la composizione. Molti tessuti in cotone, ad esempio, sono impregnati di sostanze chimiche che ne alterano il comportamento a fine vita. E anche la loro biodegradazione, spesso data per scontata, dipende da una serie di condizioni specifiche che raramente si verificano nei sistemi di gestione dei rifiuti odierni. Decomposizione: ciò che (non) succede dopo l’uso L’immaginario collettivo associa le fibre naturali a una decomposizione rapida e pulita, ma nella pratica le cose sono più complicate. Perché un tessuto si decomponga realmente, è necessaria la presenza di ossigeno, umidità, microrganismi attivi e temperature favorevoli. Queste condizioni si trovano raramente nelle discariche o nei cassonetti indifferenziati, dove i materiali vengono compressi, isolati e stratificati. In ambienti anaerobici, le fibre naturali si degradano molto lentamente e possono perfino produrre metano, un gas serra ben più potente della CO₂. Inoltre, i trattamenti industriali complicano ulteriormente le cose. Un tessuto di lino o cotone trattato con resine antimacchia o tinte sintetiche potrebbe impiegare decenni per degradarsi, e il processo può rilasciare sostanze inquinanti nel suolo o nelle falde acquifere. Non è quindi sufficiente che una fibra sia “biologica” nella sua origine: bisogna considerare tutto ciò che le è stato aggiunto nel suo ciclo produttivo. Il Riciclo delle Fibre Naturali: potenziale inespresso Il riciclo delle fibre naturali rappresenta una straordinaria opportunità, ma ad oggi rimane fortemente sottoutilizzato. Esistono due principali modalità di recupero: meccanico e chimico (o biologico). Il primo consiste nella triturazione e nella rifilatura dei tessuti per ottenere fibre da reimpiegare in prodotti meno nobili (come imbottiture o materiali isolanti). Il secondo, ancora in fase sperimentale per molti materiali, prevede invece la scomposizione delle fibre nei loro componenti fondamentali attraverso processi enzimatici o chimici selettivi. Le difficoltà però non mancano. I tessuti in fibre naturali sono spesso mescolati a materiali sintetici, rendendo complicato il trattamento. Inoltre, il riciclo meccanico provoca una riduzione drastica della qualità della fibra, che raramente consente il riutilizzo nel settore tessile. La filiera di raccolta è frammentata, manca una logistica dedicata e il tessile naturale post-consumo finisce, nella maggior parte dei casi, in discarica o negli inceneritori. Impatti Ambientali: oltre la biodegradabilità Un altro aspetto spesso sottovalutato riguarda la produzione stessa delle fibre naturali. Il cotone, ad esempio, è tra le colture più assetate al mondo: produrre un chilo di fibra può richiedere tra i 7.000 e i 10.000 litri d’acqua. Se poi si considera l’uso massiccio di pesticidi e fertilizzanti nelle coltivazioni intensive, l’impatto ecologico può risultare addirittura superiore a quello di alcune fibre sintetiche. Laddove vengono utilizzate pratiche agricole sostenibili, come nel caso del cotone biologico, i benefici ambientali aumentano. Tuttavia, anche in questo caso rimane il nodo critico del fine vita: se i tessuti non vengono smaltiti correttamente, o se finiscono in ambienti naturali (come fiumi o mari), possono rilasciare microfibre, trasportare contaminanti o interferire con gli ecosistemi. Prospettive per una gestione più sostenibile Per ridurre realmente l’impatto ambientale delle fibre naturali, non basta sostituire i materiali sintetici nei prodotti. È necessario ripensare l’intero ciclo di vita del tessile, adottando strategie sistemiche. Alcune direzioni possibili includono: - Progettazione ecocompatibile: creare prodotti monomateriali, senza trattamenti chimici persistenti, facilmente smontabili e riutilizzabili. - Etichettatura trasparente: fornire informazioni dettagliate sulla composizione e sulla gestione a fine vita dei tessuti. - Infrastrutture dedicate: sviluppare sistemi di raccolta e trattamento separati per i tessili naturali. - Educazione al consumo: promuovere l’acquisto consapevole, la manutenzione prolungata e la riparazione degli abiti. - Sostegno alla ricerca: investire in tecnologie di riciclo chimico ed enzimatico, così come in sistemi avanzati di compostaggio controllato. Conclusione Le fibre naturali, da sole, non garantiscono la sostenibilità. È l’uso che ne facciamo, il modo in cui le produciamo e gestiamo dopo l’uso a determinare il loro impatto ambientale. In un’economia davvero circolare, anche il naturale deve essere pensato in modo strategico: dalla coltivazione al trattamento, dal consumo al riciclo. Solo una visione olistica e critica ci permetterà di trasformare il potenziale delle fibre naturali in un reale vantaggio per il pianeta.© Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - Storia delle Calzature e dei Materiali: dal Papiro alla Plastica Riciclata
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Storia delle Calzature e dei Materiali: dal Papiro alla Plastica Riciclata
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Storia delle Calzature e dei Materiali: dal Papiro alla Plastica Riciclatadi Marco ArezioNella sezione di rNEWS del portale rMIX ci siamo occupati della genesi di alcune materie prime, della vita e delle scoperte di alcuni personaggi geniali nel campo chimico e della ricerca, della storia del riciclo e della raccolta differenziata e di alcuni prodotti, nati a volte per caso, che sono oggi di uso comune e di larga diffusione.Tra questi prodotti ci piace fare un passo indietro nel tempo e ripercorrere la storia delle calzature, dei materiali che le hanno composte e delle mode che nel tempo hanno determinato la nascita, lo sviluppo e il declino di alcuni modelli e materiali. E’ interessante vedere come dalla preistoria fino all’avvento dell’era dell’industria manifatturiera nel secolo scorso, i materiali siano stati modificati lentamente, per assumere un’esplosione di ricette e tipologie con l’introduzione dei polimeri plastici. Stabilire con esattezza quale sia stata la prima calzatura realizzata dall’uomo e la sua tipologia è complicato, in quanto la facile deperibilità del materiale di natura organica che veniva inizialmente utilizzato dalle popolazioni preistoriche, avendo nella calzatura l’unico mezzo di protezione dei piedi, non ha reso possibile il giungere fino a noi di antichi resti di quel periodo storico. Indubbiamente nell’era preistorica, quando si parla di scarpe, ci si riferisce a pelli non conciate e assicurate al piede dall’utilizzo di un sistema di lacci dello stesso materiale. Venivano prodotte anche suole in fibra vegetale intrecciate e fermate al piede con lo stesso sistema. Però un reperto molto prezioso, forse l’unico rimasto, è stato rinvenuto nel 2010: la scarpa più antica del mondo, risalente infatti circa al 3.500 a.C., durante uno scavo archeologico in una caverna in Armenia. Una scoperta che ha dell’incredibile visto l’ottimo stato di conservazione, costituita da un unico pezzo di pelle bovina, allacciata sia nella parte anteriore che nella parte posteriore con un cordoncino di cuoio. Siamo anche sicuri che l’uso delle calzature risale a molti anni prima, infatti, le incisioni rupestri di circa 15.000 anni fa raffiguravano uomini con già ai piedi delle calzature. Nel periodo Egizio la maggior parte della popolazione si spostava scalza e le scarpe erano destinate solo a figure sociali di rango superiore, anche se esisteva una carica onorifica, per i servitori dei faraoni e dei nobili, che veniva chiamata “portatori di sandali”. Gli Egizi avevano introdotto la concia delle pelli per i loro sandali, attraverso l’uso di oli vegetali, lavorate su telai e ammorbidite con materia grassa di origine animale. Le suole erano fatte in papiro, legno, cuoio o foglie di palma intrecciate in base all’uso che la scarpa era destinata. Tra il 3500 a.C. e il 2000 a.C. i Sumeri, popolo che viveva nella Mesopotamia meridionale, svilupparono nuove formule di concia delle pelli, affiancate alle tradizionali conce grasse, inserendo la concia minerale con allume e la concia vegetale con tannino. Tra il 2000 a.C. e il 1100 a.C. gli Ittiti, che vivevano nell’attuale regione montuosa dell’Anatolia, avevano sviluppato un tipo di calzature dalle caratteristiche di resistenza elevate, proprio per poter muoversi agevolmente in territori impervi e dai fondi difficoltosi. Anche gli Assiri, che prosperarono tra il 2000 a.C. e il 612 a.C., furono probabilmente i primi che crearono gli stivali alti fino al ginocchio, adatti a cavalcare e comodi nella gestione dei carri da guerra. Inoltre, oltre alla praticità di alcune calzature nelle fasi più difficili della vita quotidiana, gli Assiri stabilirono colori differenti delle calzature a seconda del ceto sociale di appartenenza: rosso per i nobili e giallo per la classe media che si poteva permettere delle scarpe. Nell’antica Grecia, tra il 2000 a.C. e il 146 a.C., si svilupparono varie forme di sandali costituiti da una suola di cuoio o di sughero che venivano fissate ai piedi con delle strisce di pelle. Inoltre introdussero uno stivaletto a mezza gamba allacciato sempre con strisce di cuoio di colore tradizionale o rosse. Gli antichi Romani, tra il 750 a.C. e il 476 d.C., in virtù della miscelazione con altre culture, come i Galli, gli Etruschi e i Greci, appresero la tecnica della concia delle pelli e svilupparono calzature per l’esercito e per la vita sociale. Infatti, i cittadini di un rango sociale elevato, utilizzavano un tipo di sandalo chiamato Calcei che consistevano in una suola piatta e tomaie in pelle che avvolgevano il piede. I romani introdussero il colore nero delle calzature per i senatori mentre il colore rosso era destinato alle alte cariche civili che, in occasioni di cerimonie pubbliche di particolare importanza, indossavano sandali con un rialzo nella suola per elevare la statura di chi le portava. L’imponente esercito Romano era dotato di calzature con suola spessa e resistente, adatte alle lunghe marce, in cui erano chiodate delle bullette. Tra il terzo secolo d.C. e il nono secolo d.C. si svilupparono tra i Franchi, antico popolo germanico, un tipo di calzatura con una punta lunga quanto circa la metà della lunghezza della scarpa. Inizialmente nata per i nobili, si sviluppò successivamente negli altri strati della popolazione con lunghezze della punta differenti così da differenziare il ceto sociale. Intorno al XII° secolo, i calzolai veneziani, divisi in categorie ben distinte tra i “Solarii”, che producevano suole e calze suolate e i “Patitari” che producevano zoccoli in pelle con suola alta, svilupparono un artigianato di grande valore. Ma fu tra il XVI° e il XVII° secolo, specie in Francia, i modelli delle calzature aumentarono in modo sorprendente per dare sfogo alle richieste di novità espresse dai nobili. Stivali al ginocchio o fino alla coscia, ciabatte o scarpette con pelle e seta addobbati con fili d’oro o d’argento espressi con ricami artistici. Nacque anche la moda dei tacchi, specialmente di colore rosso, espressione dell’alta nobiltà. Il famoso tacco Luigi XV, intagliato e decorato e le scarpe da signora dei maestri Italiani, erano i protagonisti del XVIII° secolo, in cui la Francia e l’Italia imponevano la moda in Europa. Un altro periodo di forte attenzione della moda verso le calzature lo troviamo nel XX° secolo, dove si realizzano scarpe con la punta allungata ispirate alla moda dell’art noveau e il tacco Luigi, ispirato alla moda rococò. Nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale i due paesi che dettavano la regola della moda erano sempre la Francia e l’Italia con Coco Chanel da una parte e Salvatore Ferragamo dall’altra. Tra gli anni 60 e gli anni 90 del secolo scorso la produzione di scarpe viene largamente influenzata dalle nuove materie prime plastiche che si sono affacciate sul mercato industriale. Se da una parte la moda prende una strada propria, come elemento di espressione artistica, la produzione di calzature per i cittadini comuni sperimenta nuovi materiali, più semplici da produrre a ciclo continuo e più economici da vendere. Materie prime come il PVC, il Poliuretano e le gomme sintetiche presero il sopravvento sulla pelle e il cuoio, creando scarpe economiche, robuste, flessibili ed impermeabili. Attraverso l’uso delle materie plastiche si passo da una produzione artigianale, in cui la manualità e il genio dell’uomo creava modelli particolari e raffinati, a una produzione dove le macchine aumentavano il numero di modelli prodotti per giornata lavorata permettendo un mercato più vasto. Infine, i materiali plastici riciclati entrarono a far parte delle materie prime di base per l’industria calzaturiera, specialmente per le suole o per gli stivali impermeabili, inserendo anche in questo settore i principi della circolarità dei materiali.Categoria: notizie - plastica - economia circolare - rifiuti - riciclo - calzature Vedi maggiori informazioni sulla storia delle calzature

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Economia circolare

Le necessità di carattere sanitario diventano presto necessità di sostentamento economicodi Marco ArezioLa raccolta dei rifiuti ha una genesi lontana, infatti, se ne parla già nel medioevo come problema che assillava i primi centri urbani nei paesi più evoluti.Ma fu a partire dai primi del XIX secolo che, all’accrescere degli agglomerati cittadini, si organizzarono, specialmente in Inghilterra, i primi centri di selezione manuale indipendenti dei rifiuti urbani. Posti malsani, dove montagne di immondizia di tutte le specie venivano divise, quasi esclusivamente da donne, cercando di recuperare ciò che poteva essere riutilizzato e rivenduto. Una condizione di lavoro, quelle delle donne della spazzatura, estremamente difficile e igienicamente pericolosa che esponeva le lavoratrici a frequenti incidenti o malattie, come ha descritto per la prima volta nel 1900 la ricercatrice Emily Hobhouse, scrivendo un articolo per il giornale l’Economic Journal, in cui raccontava le precarietà lavorative delle donne in questi cantieri lungo le sponde del Tamigi:“Un uomo spala i rifiuti appena portati nel suo setaccio, lei setaccia e poi rapidamente ordina il resto prima che venga lanciata una nuova fornitura. Raggruppati su ogni setaccio una mezza dozzina di cesti sono pronti a ricevere le cernite. Stracci, ossa, spago, sughero, stivali e carta, carbone, vetro e nocciolo duro questi ricettacoli. La polvere vola densa sul viso della donna e la permea vestiti e capelli; ma l'aria aperta è salutare e lei continua a lavorare..” Ma le osservazioni di Emily seguirono ad una diffusa contestazione dei cittadini verso questi luoghi maleodoranti, tanto che durante il 1883 non era insolito leggere, persino sul Times, lettere di cittadini illustri che chiedevano una soluzione a questo problema. Così, intorno al 1890, la rivoluzione industriale portò con sé l’invenzione dei primi inceneritori dei rifiuti che avevano un duplice scopo, quello di distruggere fisicamente i rifiuti non utilizzabili e di portare una sorta di sanificazione tramite il fuoco. A partire dal XX secolo, in Inghilterra, quasi tutte le maggiori città si dotarono di un inceneritore e, i comuni, iniziarono la raccolta dei rifiuti in modo organizzato, portando alla chiusura della maggior parte di cantieri di raccolta indipendenti. L’azione della preselezione dei rifiuti, con lo scopo di recuperare materiali riutilizzabili, divenne sempre meno evidente, in quanto la comodità della distruzione del rifiuto in entrata presso un impianto di incenerimento, creava una sorta di alibi per evitare il costoso lavoro di separazione e stoccaggio dei materiali recuperabili, spinti anche dall’industria che produceva sempre più prodotti nuovi e a costi progressivamente più bassi. A ridosso dell’inizio della prima guerra mondiale il concetto di rifiuto era espresso in un elemento di cui ci si doveva sbarazzare in modo efficiente, in quanto senza valore, ma allo scoppio delle ostilità, l’immenso sforzo bellico aveva bisogno di tutti i materiali utilizzabili o riutilizzabili. Fu così che ingenti quantità di carta, tessuti, stracci, ossa, metalli venivano richiesti dalle industrie che lavoravano per il ministero della guerra, ma l’inefficienza della raccolta a livello municipale faceva sprecare la maggior parte di queste risorse. Alla fine della prima guerra mondiale ci si rese conto dell’importanza di realizzare una raccolta organizzata, finalizzata al recupero di tutti i materiali riciclabili, come segno di aiuto all’economia del paese, creando in Inghilterra un ufficio preposto a questo scopo. Allo scoppio della seconda guerra mondiale, l’Inghilterra non fu colta di sorpresa, in quanto poteva contare su una rete di raccolta nazionale i cui centri di smistamento potevano fornire molti materiali per le necessità belliche. Sotto la guida di H.G. Judd, nel 1939, il suo ufficio impose l’obbligatorietà della raccolta differenziata con lo scopo di recuperare dai rifiuti la maggior quantità possibile di materiali da inserire nuovamente nel ciclo della produzione, questo anche a causa dello stretto embargo posto dai tedeschi via mare e via aerea. Attraverso uno studio del Public Cleansing, del Novembre del 1947 possiamo vedere i materiali raccolti tramite programmi di recupero e riciclo delle autorità locali, nel periodo tra l’ottobre 1939 e il luglio 1947: Materiali in Tonnellate • Carta straccia:     2.141.779 • Metalli di scarto:    1.585.921 • Tessili:      136.193 • Ossa:      68.695 • Rifiuti domestici da cucina:   2.368.485 • Varie (carburante, cenere, vetro, ecc.):  2.546.005 Totali Ton.: 8.896.012Categoria: notizie - plastica - economia circolare - rifiuti - storia 

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