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rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Imballi biobased da rifiuti organici: perché sono più sostenibili di quelli ottenuti da coltivazioni dedicate
Economia circolare

Come trasformare gli scarti biologici in materiali da imballaggio realmente circolari, riducendo consumo di suolo, conflitto con il cibo e impatti ambientali nascosti Autore: Marco Arezio. Esperto in economia circolare, riciclo dei polimeri e processi industriali delle materie plastiche. Fondatore della piattaforma rMIX, dedicata alla valorizzazione dei materiali riciclati e allo sviluppo di filiere sostenibili. Data: 10 aprile 2026 Tempo di lettura: 12 minuti Nel dibattito sugli imballi sostenibili, il termine biobased viene spesso usato in modo troppo generico. In realtà non basta che un materiale derivi dalla biomassa per poterlo considerare, di per sé, una soluzione ambientalmente convincente. La stessa Commissione europea chiarisce che una plastica biobased è semplicemente una plastica ottenuta in tutto o in parte da risorse biologiche e che ciò non implica automaticamente né biodegradabilità né compostabilità; inoltre, il beneficio ambientale deve essere valutato lungo l’intero ciclo di vita, compresi gli effetti sull’uso del suolo. Questa precisazione è fondamentale perché consente di separare due modelli industriali molto diversi. Il primo è quello degli imballi biobased ottenuti da coltivazioni dedicate, cioè da zuccheri, amidi o altre biomasse primarie coltivate appositamente per diventare materia industriale. Il secondo è quello, molto più coerente con la logica dell’economia circolare, che utilizza rifiuti organici e sottoprodotti biologici già esistenti: scarti alimentari separati alla fonte, residui agroindustriali, frazioni lignocellulosiche, scarti della lavorazione ortofrutticola, residui proteici o polisaccaridici provenienti dall’industria alimentare. È soprattutto questo secondo modello a meritare oggi attenzione, perché consente di sostituire una parte del carbonio fossile senza aprire una nuova pressione sulle risorse agricole primarie. In altre parole, quando si parla di packaging biobased realmente sostenibile, il punto non è soltanto “da dove viene il carbonio”, ma se per ottenerlo si sottraggono o meno suolo, acqua, fertilizzanti e biomassa primaria ad altri usi più nobili o più delicati. Proprio per questo la Commissione europea, nel proprio quadro politico sui biobased plastics, afferma che i produttori dovrebbero dare priorità all’uso di rifiuti organici ben gestiti e di sottoprodotti, invece che alla biomassa primaria; e nel testo della comunicazione si sottolinea anche che, soprattutto per prodotti a vita breve, come molti imballaggi, rifiuti e sottoprodotti dovrebbero essere preferiti alla biomassa primaria. Perché il confronto con i biobased da coltivazione è decisivo Per anni una parte del mercato ha presentato i materiali biobased come alternativa quasi automaticamente virtuosa alle plastiche fossili. Oggi sappiamo che questa impostazione è troppo semplificata. Uno studio pubblicato nel 2026 su Nature Communications mostra che la transizione verso packaging bio-based può effettivamente ridurre le emissioni climalteranti, ma può anche aumentare il danno agli ecosistemi, soprattutto a causa dell’uso del suolo; inoltre, i risultati dipendono molto dall’origine della biomassa e dalla gestione del fine vita. La conclusione implicita è netta: non tutta la biomassa è uguale, e la differenza tra biomassa primaria e rifiuto biologico è ambientamente decisiva. Anche la Commissione europea insiste su questo punto quando ricorda che il vantaggio dei materiali biobased deve essere valutato oltre la semplice riduzione dell’uso di fonti fossili, includendo esplicitamente le modifiche d’uso del suolo. Il JRC, nel policy brief del 2026, aggiunge che la sostituzione del carbonio fossile con biomassa in genere abbassa le emissioni di gas serra sul ciclo di vita, ma che in altre categorie ambientali emergono trade-off non trascurabili. Tradotto in termini industriali: un imballo biobased ottenuto da coltivazioni dedicate può avere un profilo climatico interessante, ma non per questo è la migliore opzione ecologica complessiva. È qui che i rifiuti organici cambiano radicalmente il quadro. Quando il feedstock proviene da una biomassa già scartata dal sistema economico — ad esempio residui alimentari o sottoprodotti di lavorazione — si evita o si riduce drasticamente il conflitto con la produzione di cibo, con il mangime, con l’uso del suolo e con parte degli input agricoli necessari alla coltivazione primaria. Un rapporto della Commissione europea sulla bioeconomia urbana sottolinea proprio che i flussi di biowaste urbano e fanghi biologici possono costituire feedstock secondari disponibili tutto l’anno e utilizzabili nelle bioraffinerie senza creare conflitto con la produzione alimentare o con il cambiamento d’uso del suolo. Quali rifiuti organici possono diventare materia prima per il packaging Non tutti i rifiuti organici sono ugualmente adatti alla produzione di imballaggi. Dal punto di vista tecnico, i flussi più promettenti sono quelli relativamente omogenei, puliti e tracciabili, perché permettono di controllare meglio composizione, contaminanti, resa e proprietà del materiale finale. In questa categoria rientrano soprattutto gli scarti dell’industria agroalimentare: bucce, polpe, vinacce, bagasse, scarti amidacei, residui lignocellulosici, sottoprodotti proteici e frazioni ricche di pectine, cellulosa, emicellulosa o altri biocomponenti funzionali. Le revisioni scientifiche più recenti sul packaging da agro-waste confermano che questi flussi possono essere valorizzati per estrarre cellulosa, emicellulosa, amido, pectina, lignina, chitosano, alginato e PHA, con applicazioni in film, coating, strutture attive e imballi biodegradabili. Una seconda categoria molto interessante è costituita dal food waste separato alla fonte, cioè rifiuto alimentare raccolto in modo selettivo e non disperso nel rifiuto urbano indifferenziato. Uno studio LCA del 2024 pubblicato su Sustainability considera proprio il food waste separato come feedstock di seconda generazione per la produzione di bioplastica, sottolineando il vantaggio di non competere con il settore alimentare. Questo è un passaggio importante perché sposta il discorso dalla semplice “biomassa rinnovabile” alla valorizzazione di una perdita del sistema alimentare. Più complesso è invece il caso della frazione organica urbana mista. L’Unione europea la considera un bacino con potenziale ancora largamente non sfruttato per prodotti bio-based a maggior valore aggiunto, ma riconosce che su scala industriale le attività realmente mature sono ancora poche. La valorizzazione in packaging è dunque possibile, ma richiede una qualità di raccolta, una selezione e una logistica molto più rigorose rispetto a quelle necessarie per compost o biogas. Le principali tecnologie per ottenere polimeri e film dagli scarti biologici Le vie industriali non sono una sola. La prima consiste nell’estrazione diretta di biopolimeri o biocomponenti dagli scarti. Dai residui agroalimentari si possono ottenere matrici o ingredienti funzionali per film e coating: cellulosa per rinforzi e barriere, pectine per film edibili o rivestimenti, amidi residui per matrici termoplastiche, lignina per modificare proprietà barriera o UV, chitosano da scarti di crostacei per funzioni antimicrobiche. Le review più aggiornate mostrano che questi materiali, se ben formulati, possono migliorare proprietà meccaniche, barriera e funzioni attive del packaging. La seconda via è quella biotecnologica, in cui il rifiuto organico viene prima convertito in molecole intermedie o direttamente in polimeri tramite fermentazione. Il caso più studiato è quello dei PHA, poliesteri microbici ottenibili da diverse matrici di scarto. Le review del 2024 e del 2025 dedicate al packaging alimentare mostrano che i PHA sono tra le piattaforme più promettenti per collegare rifiuti organici, biotecnologia e imballaggio, ma anche che restano criticità su costi, fragilità, finestra termica e processabilità. Una terza via, più propriamente da bioraffineria, consiste nel trasformare il rifiuto organico in monomeri o building blocks che poi vengono polimerizzati o incorporati in sistemi compositi. La letteratura del 2025 sulle biorefineries evidenzia che questa architettura industriale consente di ridurre sprechi, creare più prodotti dalla stessa matrice e migliorare l’efficienza economica, ma comporta anche processi più complessi, investimenti maggiori e una forte dipendenza dall’efficienza del downstream. Il vero vantaggio ambientale dei rifiuti organici rispetto alle coltivazioni Il vantaggio più importante dei rifiuti organici come feedstock per imballi non sta soltanto nel fatto che “non vengono dal petrolio”. Sta nel fatto che non richiedono, a monte, una nuova produzione biologica dedicata. Questo riduce il rischio di occupazione di suolo agricolo, di consumo irriguo aggiuntivo, di uso di fertilizzanti e fitofarmaci e di competizione con filiere alimentari e zootecniche. La Commissione europea lo dice in modo esplicito: l’uso di rifiuti organici e sottoprodotti per produrre plastiche biobased può contribuire a disaccoppiare parzialmente il settore dalle risorse fossili, riducendo al tempo stesso l’uso di risorse biologiche primarie ed evitando pressioni sulla biodiversità. A questa logica si aggiunge un secondo vantaggio, spesso sottovalutato: la prevenzione delle emissioni legate al mancato corretto trattamento del rifiuto organico. Nel caso del food waste, la sua valorizzazione in materiali può evitare che esso finisca in discarica o in flussi di gestione a basso valore. Lo studio pilota greco pubblicato nel 2024 mostra che convertire rifiuto alimentare in bioplastica ha un duplice effetto di prevenzione: da un lato si sottrae il rifiuto alla discarica, dall’altro si evita la produzione della biomassa primaria equivalente, in quel caso mais. Nel sistema analizzato, 715 kg di food waste sottratti alla discarica corrispondevano a una riduzione di 26,8 kg di emissioni di metano, mentre l’intero scenario mostrava benefici in termini di clima, uso del suolo ed ecotossicità acquatica, pur con limiti legati all’energia consumata nel processo. Da un punto di vista di economia circolare, il vantaggio è ancora più chiaro. La Waste Framework Directive dell’UE conferma la gerarchia dei rifiuti e la priorità delle opzioni che preservano meglio valore e risorse. Se un rifiuto organico di buona qualità può essere trasformato in materiale, e non solo in energia o in trattamento biologico di basso valore, esso viene spostato verso impieghi più coerenti con una bioeconomia circolare avanzata. La stessa Commissione sta promuovendo linee industriali orientate proprio alla valorizzazione del bio-waste urbano in prodotti bio-based a maggiore valore aggiunto. Dove la sostenibilità dei packaging da rifiuti è concreta e misurabile Dire che gli imballi da rifiuti organici sono “più sostenibili” ha senso solo se si specifica in che modo lo sono. Il primo indicatore è l’assenza di conflitto con il cibo. I materiali da rifiuto separato o da sottoprodotto non sottraggono materie prime a usi alimentari e non richiedono, in linea di principio, un’espansione dedicata delle superfici agricole. Questo li rende ambientalmente più coerenti dei materiali da coltivazione soprattutto nei settori a rapida rotazione, come il packaging monouso o a breve vita utile. Il secondo indicatore è il minor carico di impatti a monte. La letteratura LCA non consente semplificazioni assolute, ma converge su un punto: quando il feedstock proviene da scarti, una parte rilevante degli impatti associati alla coltivazione primaria viene evitata o ridotta. Il caso studio sul food waste-to-PLA mostra proprio che i benefici ambientali nascono dalla combinazione tra evitato conferimento in discarica ed evitata produzione di mais equivalente. Questo non significa che ogni impianto waste-based vinca automaticamente, ma che la struttura del confronto parte da una base più favorevole rispetto ai materiali ottenuti da biomassa primaria. Il terzo indicatore è la coerenza sistemica. Se l’Europa ha reso obbligatoria la raccolta separata del bio-waste entro il 31 dicembre 2023, con applicazione sostanziale dal 1° gennaio 2024, è proprio perché il rifiuto organico non deve più essere considerato un residuo marginale ma una risorsa da trattare in modo qualificato. In questo contesto, impiegare il biowaste per creare materiali da imballaggio può rappresentare una delle forme più avanzate di valorizzazione, purché il sistema sia tecnicamente solido e non scivoli nel greenwashing. I limiti industriali che non vanno nascosti Sostenibile non significa semplice. Gli imballi biobased ottenuti da rifiuti organici presentano limiti reali che vanno dichiarati con onestà tecnica. Il primo è la variabilità del feedstock. Uno scarto industriale ben definito è gestibile; una frazione organica urbana irregolare, contaminata o raccolta male lo è molto meno. Per questo i progetti industriali più credibili tendono a partire da sottoprodotti o flussi separati di alta qualità, non dall’umido urbano indistinto. Le iniziative europee sulla valorizzazione del biowaste urbano insistono infatti sia sul grande potenziale, sia sul fatto che le attività industriali su vasta scala siano ancora limitate. Il secondo limite è energetico e impiantistico. Lo studio LCA sul food waste evidenzia che l’elettricità è il principale contributore a diverse categorie di impatto ambientale nella produzione di PLA da scarto alimentare; in particolare, i maggiori impatti residui riguardano eutrofizzazione delle acque dolci, uso dell’acqua ed ecotossicità, e dipendono in misura significativa dal mix energetico e dall’uso di chimici di processo. Dunque il packaging da rifiuto organico è più credibile di quello da coltivazione, ma solo se prodotto in impianti efficienti, con energia a bassa intensità carbonica e processi di separazione/purificazione ben ottimizzati. Il terzo limite è prestazionale. Le review sui PHA per il food packaging e sui materiali da agro-waste ricordano che, pur essendo promettenti, molti di questi sistemi necessitano di blending, plasticizzazione, rinforzi, multilayer o funzionalizzazioni per raggiungere le prestazioni richieste in termini di barriera, saldabilità, stabilità termica e resistenza meccanica. In sostanza, il rifiuto organico può essere un eccellente feedstock, ma il risultato finale dipende dall’ingegneria del materiale, non soltanto dalla nobiltà ecologica della materia prima. Prestazioni tecniche e qualità degli imballi ottenuti dagli scarti Sul piano applicativo, i materiali da rifiuti organici non devono essere pensati soltanto come “plastiche alternative”, ma come una famiglia ampia di soluzioni. Alcuni sono più adatti a film flessibili, altri a coating funzionali, altri ancora a vaschette, inserti, imbottiture, laminati o packaging attivo. La letteratura del 2025 sui residui agroindustriali mostra che gli scarti vegetali possono contribuire non solo alla matrice del materiale, ma anche alle proprietà antimicrobiche, antiossidanti e barriera, aiutando a prolungare la shelf life del prodotto confezionato. Questo aspetto è cruciale anche dal punto di vista ambientale. Un imballo sostenibile non è quello che semplicemente “si biodegrada”, ma quello che svolge la propria funzione con il minor impatto complessivo. Se un packaging da rifiuto organico riduce l’impatto della materia prima ma peggiora la conservazione del cibo, il bilancio finale può deteriorarsi. Per questo i sistemi più promettenti sono quelli che integrano sostenibilità del feedstock, buone prestazioni tecniche e coerenza con il fine vita reale. Sicurezza alimentare, tracciabilità e regole europee Quando questi materiali entrano nel mondo degli imballaggi alimentari, la sostenibilità da sola non basta. Devono rispettare il quadro europeo sui materiali a contatto con gli alimenti. La Commissione europea ricorda che il Regolamento (CE) n. 1935/2004 impone che i materiali non rilascino componenti a livelli dannosi per la salute e non alterino composizione, gusto o odore degli alimenti. Inoltre, il sistema richiede documentazione di conformità, tracciabilità, controllo qualità e selezione di materie prime iniziali idonee. Questo significa che un packaging da rifiuti organici può essere eccellente sul piano ambientale ma non essere automaticamente idoneo all’uso alimentare senza una robusta validazione industriale e normativa. Sul fronte degli imballaggi in generale, la nuova regolazione europea va nella stessa direzione di rigore. La Commissione indica che il Packaging and Packaging Waste Regulation (PPWR) 2025/40 è entrato in vigore l’11 febbraio 2025 e si applicherà in via generale dal 12 agosto 2026. Questo quadro non impone di usare packaging da rifiuti organici, ma alza l’asticella su progettazione, riciclabilità, compostabilità dove ammessa e coerenza ambientale complessiva. In pratica, restringe lo spazio per i materiali “verdi solo di nome” e favorisce approcci più solidi e documentabili. Perché il futuro del biobased credibile passa dai rifiuti e non dai campi La direzione tecnologica più credibile non è quella che sostituisce il petrolio con coltivazioni dedicate senza cambiare il modello, ma quella che trasforma perdite organiche già esistenti in materie prime secondarie ad alto valore. Questo vale ancora di più per il packaging, che nella maggior parte dei casi è un prodotto a vita breve. Se per fabbricare un imballo di poche settimane o pochi mesi occorre occupare suolo agricolo, impiegare acqua irrigua, fertilizzanti e biomassa primaria, il vantaggio ambientale rischia di diventare molto fragile. Se invece quello stesso imballo nasce da un rifiuto organico ben raccolto, da un sottoprodotto o da una filiera di scarto industriale, il ragionamento cambia radicalmente: si sottrae valore ai flussi residuali, si evita parte degli impatti a monte e si riduce il conflitto bioeconomico tra materia, cibo ed energia. La conclusione professionale, oggi, è quindi piuttosto netta. Sì, i polimeri e gli imballi biobased ottenuti da rifiuti organici sono, in linea generale, più sostenibili di quelli derivati da coltivazioni, perché eliminano o attenuano il nodo del land use, riducono la competizione con il sistema agroalimentare e si inseriscono meglio nella gerarchia europea dei rifiuti e nella bioeconomia circolare. Tuttavia, questa superiorità non è automatica: si realizza davvero solo quando il feedstock è ben selezionato, il processo è efficiente, l’energia è pulita, il prodotto è funzionale e il fine vita è coerente. La vera sostenibilità, insomma, non nasce dall’etichetta biobased, ma dalla qualità della filiera che sta dietro a quella parola. FAQ Gli imballi biobased da rifiuti organici sono sempre compostabili? No. La Commissione europea distingue chiaramente tra biobased, biodegradabile e compostabile: un materiale biobased può non essere né biodegradabile né compostabile. Sono proprietà diverse e vanno dimostrate caso per caso. I rifiuti organici urbani possono essere usati direttamente per fare packaging? Non sempre in modo diretto. I flussi urbani hanno grande potenziale, ma richiedono raccolta separata di qualità, selezione, pretrattamento e processi industriali più sofisticati. Oggi i flussi più maturi per applicazioni di packaging restano soprattutto quelli agroindustriali e i food waste ben separati. Perché i materiali da coltivazione sono meno convincenti dal punto di vista ambientale? Perché possono comportare uso del suolo, pressione su acqua e input agricoli e conflitto con la produzione di cibo o mangimi. Uno studio del 2026 su Nature Communications mostra che il packaging bio-based può ridurre le emissioni di gas serra ma aumentare il danno agli ecosistemi, soprattutto per effetto del land use. Un imballo da rifiuto organico è automaticamente sicuro per alimenti? No. Per il contatto alimentare valgono i requisiti del Regolamento (CE) n. 1935/2004: sicurezza, inerzia, tracciabilità, documentazione di conformità, controllo qualità e idoneità delle materie prime usate nel processo. L’Europa favorisce l’uso dei rifiuti organici per i biobased plastics? Sì, sul piano dell’indirizzo politico la Commissione afferma che i produttori dovrebbero dare priorità a rifiuti organici ben gestiti e sottoprodotti rispetto alla biomassa primaria, soprattutto per prodotti a vita breve. Inoltre, la raccolta separata del bio-waste è obbligatoria nell’UE dal 2024, creando una base più solida per filiere di valorizzazione avanzata. Fonti Commissione europea, Biobased, biodegradable and compostable plastics. Commissione europea / Eur-Lex, EU policy framework on biobased, biodegradable and compostable plastics. Commissione europea, Food Contact Materials legislation. Commissione europea, Waste Framework Directive. Commissione europea, Packaging waste / PPWR 2025/40. JRC, Bio-based plastics in a sustainable and circular bioeconomy. Nature Communications (2026), Transition to bio-based plastic packaging reveals complex climate–biodiversity trade-offs. Sustainability (2024), Environmental Impact and Sustainability of Bioplastic Production from Food Waste. Agricultural and Food Research (2025), Valorization of plant-based agro-waste into sustainable food packaging materials. Biocatalysis and Agricultural Biotechnology (2024), Advancements in microbial production of PHA from wastes for sustainable active food packaging. Food Hydrocolloids for Health / ScienceDirect (2025), Polyhydroxyalkanoates for sustainable food packaging.Immagine su licenza © Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - Dalla plastica al paracetamolo: il Lossen rearrangement biocompatibile che rivoluziona il riciclo del PET
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Dalla plastica al paracetamolo: il Lossen rearrangement biocompatibile che rivoluziona il riciclo del PET
Economia circolare

Scopri come la microbiologia evolutiva trasforma i rifiuti di PET in farmaci, grazie a una storica reazione chimica “trapiantata” nelle cellule di E. colidi Marco ArezioNell’immaginario collettivo, il riciclo della plastica si limita spesso al riutilizzo di bottiglie o alla trasformazione meccanica dei materiali. Ma l’innovazione scientifica sta ridefinendo questo scenario, aprendo la strada a processi radicalmente nuovi che sfruttano la potenza della biologia sintetica. In questo contesto nasce una delle scoperte più sorprendenti degli ultimi anni: l’integrazione del Lossen rearrangement, una reazione chimica storicamente “impossibile” da replicare in sistemi biologici, all’interno di cellule vive di E. coli per trasformare rifiuti plastici di PET in molecole ad alto valore come il paracetamolo. Questa rivoluzione nasce da una domanda fondamentale: è possibile superare i limiti della natura stessa, importando nel mondo vivente reazioni chimiche che, fino a ieri, appartenevano solo ai laboratori più avanzati? La risposta affermativa si traduce in una potenzialità dirompente per la bioeconomia e l’economia circolare. Che cos’è il Lossen rearrangement e perché è rivoluzionario Il Lossen rearrangement è una reazione chimica scoperta nel XIX secolo, ma mai integrata nel metabolismo di organismi viventi fino ad oggi. In condizioni tradizionali di laboratorio, questa reazione consente di trasformare esteri idrossamici in ammine attraverso la formazione di intermedi isocianati: una sequenza elegante ma tipicamente poco compatibile con i sistemi biologici, a causa delle condizioni drastiche richieste, come l’uso di catalizzatori metallici o ambienti anidri. La vera rivoluzione sta nel fatto che, grazie a un ingegnoso design sperimentale, questa reazione è stata trasferita per la prima volta dentro cellule di E. coli, rendendola di fatto “biocompatibile”. Si tratta di un traguardo che sposta i confini della biochimica e apre nuove prospettive per la sintesi sostenibile di composti di grande interesse industriale e farmaceutico. Il breakthrough: catalisi con fosfato in E. coli Rendere possibile il Lossen rearrangement in una cellula vivente ha richiesto una strategia tanto semplice quanto brillante. Gli scienziati hanno privato le cellule di E. coli della loro naturale capacità di produrre il para-aminobenzoato (PABA), un precursore indispensabile per la loro crescita, “costringendole” così a sopravvivere soltanto se in grado di utilizzare una nuova fonte esterna: un estere idrossamico derivato dal PET. All’interno della cellula, il catalizzatore non è un metallo tossico, ma il comunissimo fosfato inorganico, assolutamente compatibile con la vita. Proprio il fosfato innesca il Lossen rearrangement, consentendo la conversione del substrato plastico in PABA, che riattiva la crescita e la vitalità della colonia batterica. È la dimostrazione che una reazione tanto esotica può entrare nel linguaggio metabolico delle cellule, diventando una tappa cruciale in nuovi percorsi produttivi. Dalla plastica al medicamento: astuzia molecolare Il cuore di questa rivoluzione è il collegamento diretto tra il PET, uno dei rifiuti plastici più diffusi e problematici al mondo, e la produzione di paracetamolo, un farmaco universale. Partendo dal PET post-consumo, il materiale viene convertito tramite pochi passaggi chimici in un estere idrossamico (chiamato PET-1), pronto per essere assunto e trasformato dalle cellule di E. coli. Ma la catena non si ferma qui. Integrando due ulteriori enzimi, uno fungino e uno batterico, gli scienziati sono riusciti a completare in modo biologico l’ultima fase della sintesi: il PABA diventa paracetamolo, tutto all’interno di un’unica fermentazione e a temperatura ambiente, senza necessità di processi chimici energivori o inquinanti. È un salto di qualità che consente di passare direttamente da rifiuti plastici urbani a molecole terapeutiche con una filiera corta, pulita e innovativa. Performance e sostenibilità I risultati raggiunti sono impressionanti: in meno di 48 ore, la resa della conversione raggiunge il 92% su substrati purificati e supera l’80% partendo da veri rifiuti di PET. Questi numeri sottolineano l’efficienza di una soluzione che, oltre a valorizzare lo scarto, riduce drasticamente il consumo di energia, elimina l’uso di catalizzatori dannosi e limita l’impatto ambientale della produzione farmaceutica. La chiave sta proprio nell’integrazione tra biologia e chimica: la reazione avviene in condizioni miti, completamente compatibili con la vita cellulare e in assenza di agenti tossici, offrendo un modello scalabile per il futuro del riciclo avanzato e della produzione di composti ad alto valore. Sfide e prospettive applicative Come ogni innovazione radicale, anche questa porta con sé alcune sfide ancora da affrontare. Prima fra tutte, la necessità di ottimizzare la degradazione iniziale del PET, affinché la trasformazione possa avvenire interamente all’interno della cellula senza passaggi esterni. Questo passaggio rappresenta il prossimo traguardo della ricerca, per raggiungere un vero riciclo biologico “one-pot”. Un’altra sfida riguarda la scalabilità: la transizione dal laboratorio all’industria richiederà nuove strategie di ingegneria genetica e processi fermentativi, così da integrare la produzione di paracetamolo nei flussi esistenti di trattamento dei rifiuti. Tuttavia, il potenziale di questa scoperta va ben oltre il singolo farmaco: la piattaforma di Lossen rearrangement può essere adattata ad altri composti aromatici e principi attivi, allargando ulteriormente l’impatto sull’economia circolare. Impatto sull’economia circolare e sulle biotecnologie Ciò che emerge da questo lavoro è un nuovo paradigma: i rifiuti plastici, da problema ambientale, diventano risorsa strategica per la produzione di molecole complesse e indispensabili. La sinergia tra microbiologia evolutiva e chimica sintetica apre la strada a una generazione di processi produttivi a basso impatto, con benefici economici e sociali che si riflettono su tutta la filiera industriale. Questo modello rappresenta il primo esempio concreto di “upcycling molecolare” realizzato direttamente all’interno di organismi viventi, in linea con i principi più avanzati dell’economia circolare: riduzione, riutilizzo e valorizzazione degli scarti, per una società più sostenibile e resiliente. Conclusioni La realizzazione di un Lossen rearrangement biocompatibile nelle cellule di E. coli segna una pietra miliare nella scienza dei materiali e della chimica verde. Non si tratta solo di un risultato tecnico, ma di un cambio di prospettiva: mostra come sia possibile superare i limiti naturali integrando il meglio della chimica tradizionale con la straordinaria capacità adattativa degli esseri viventi. Da oggi, la prospettiva di trasformare rifiuti plastici in farmaci essenziali come il paracetamolo non è più un’utopia, ma un orizzonte sempre più concreto. E ciò potrebbe rivoluzionare, nei prossimi anni, non solo il modo in cui ricicliamo la plastica, ma anche il concetto stesso di produzione chimica, orientandolo in modo definitivo verso la sostenibilità e il rispetto per il pianeta.© Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - Come e Perché Utilizzare i Rifiuti Plastici per la Produzione di Combustibili
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Come e Perché Utilizzare i Rifiuti Plastici per la Produzione di Combustibili
Economia circolare

La densificazione dei rifiuti plastici destinati alla produzione di combustibilidi Marco ArezioQuando parliamo di economia circolare, parola molto di moda al giorno d’oggi, intendiamo la produzione di un bene, il suo uso, il suo riciclo a fine vita e la nuova produzione fatta con la materia prima del prodotto riciclato. In questo processo non sempre si riesce a rendere circolare, attraverso i comuni sistemi di riciclo meccanici, il 100% dei rifiuti che raccogliamo. Una parte di essi finiva e finisce in discarica, con tempi di decomposizione talmente lunghi da definirli eterni, con problemi di possibile inquinamento delle aree circostanti. Nel campo delle materie plastiche, quello che possiamo definire il rifiuto del rifiuto, può ancora essere recuperato attraverso la creazione di un prodotto adatto alla produzione di combustibile industriale destinato ad impianti come le cementerie, le acciaierie e altre produzioni energivore. L’argomento dell’utilizzo dei rifiuti urbani non riciclabili come combustibile non può essere più attuale di così, vista la situazione degli alti prezzi del petrolio e del gas, che stanno fortemente incidendo sui costi di produzione, sia delle attività industriali che nella produzione di energia elettrica. Impiegare i rifiuti urbani non riciclabili significa: • Ridurre l’uso delle fonti fossili • Ridurre i rifiuti che sarebbero destinati alle discariche • Ridurre i costi di produzione • Utilizzare carburanti a Km. 0 • Ridurre l’impronta carbonica del traffico delle materie prime industriali • Ridurre la dipendenza energetica dall’estero Il nord Europa, dove l’utilizzo di CSS e CDR per la produzione di energia elettrica e per l’alimentazione dei forni industriali è circa il 60-80% dei carburanti utilizzati, ci dimostra come le nuove tecnologie di filtrazione dell’aria rende il processo sicuro e conveniente. Ma come deve essere preparato il rifiuto per essere utilizzato come combustibile? Lo scarto dei rifiuti urbani è un mix eterogeneo, composto prevalentemente da plastiche miste, che sono, per forma, natura, densità e composizione, bisognose di un trattamento che le amalgami in modo regolare per poterle utilizzare come combustibile. Questa operazione può essere fatta attraverso l’uso di specifici densificatori, che trasformano quello che è un ammasso scomposto e variegato di rifiuti plastici in un prodotto dalla forma di un macinato grossolano. Lo scopo del densificatore non è solo quello di regolarizzare il rifiuto plastico misto, in pezzature che vanno da 25 a 60 mm., quindi facilmente utilizzabili in tutti i forni, ma anche quello di ridurne drasticamente la percentuale di umidità creando un comburente asciutto e prestante. Il desnsificatore è un impianto che viene utilizzato anche per amalgamare le plastiche flessibili e leggere durante le fasi di riciclo. Infatti per poter estrudere il rifiuto plastico con peso specifico basso, si tende ad agglomerare le parti tra loro creando delle pezzature che possano, attraverso il loro peso maggiore, essere gestite facilmente in un impianto di estrusione o di stampaggio. Categoria: notizie - plastica - economia circolare - riciclo - rifiuti - combustibili

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rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Il prezzo del PET Riciclato Raggiunge il Massimo Storico
Economia circolare

Il prezzo dell’rPET Europeo ha raggiunto il suo massimo storico di Marco ArezioIl concatenarsi di molti fattori, considerando che gli impianti produttivi sia di scaglia in rPET che di granulo per il contatto alimentare, stanno lavorando a pieno regime, ormai vicini al 100% della loro capacità produttiva, hanno spinto alcuni clienti a tornare temporaneamente agli approvvigionamenti di materia prima vergine. Inoltre, il delta di prezzo tra il macinato trasparente di polietilene tereftalato riciclato, rispetto al PET vergine in Europa, ha raggiunto un livello record, poiché i prezzi dei materiali hanno continuato a seguire percorsi divergenti, secondo i dati di S&P Global Platts. Il delta tra l’ rPET clear flakes rispetto al PET vergine è stato calcolato a Euro 210/Ton il 30 giugno, il livello più ampio da quando è stata lanciato il monitoraggio dell’ PET clear flakes nel febbraio 2008. Il precedente massimo storico era stato di Euro 160/Ton il 15 maggio 2020. Mentre I prezzi del PET vergine in Europa diminuiscono, fino a toccare i 1.190 Euro/Ton, in calo di 35 Euro/Ton settimana su settimana, realizzando il livello più basso da 16 settimane, con la conseguenza di fare aumentare le scorte di polimero vergine, la richiesta e di conseguenza i prezzi dell’rPET aumentano. Sembrerebbe che la crescente domanda di rPET macinato e di granulo per contatto alimentare si mantenga, anche per l’inizio di questa estate, ben al disopra delle reali capacità produttive. I produttori di rPET riciclato si aspettano un aumento della diponibilità di bottiglie da riciclare solo a partire da Ottobre 2021, con la conseguenza di non poter soddisfare l’enorme richiesta di materiale riciclato. I prezzi delle balle di bottiglie in PET post-consumo hanno raggiunto 750 Euro/Ton FD NWE, un massimo storico, sulla scia di questi problemi legati all’offerta del prodotto. Categoria: notizie - plastica - economia circolare - riciclo - rifiuti - PET

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https://www.rmix.it/ - L’Involuzione del Mercato del Riciclo della Plastica
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare L’Involuzione del Mercato del Riciclo della Plastica
Economia circolare

Come il mercato e la politica stanno cambiando il mercato del riciclo della plasticadi Marco ArezioIl mercato del riciclo della plastica, e le sue imprese, stanno soffrendo sotto il fuoco incrociato di amici, veri o presunti e di nemici dichiarati, con la conseguenza che un intero comparto dell’economia circolare rischia di sparire o ridursi notevolmente con tutte le implicazioni ambientali che possiamo immaginare.  I riciclatori sono gente un po' controcorrente, hanno iniziato la loro attività raccogliendo la plastica che veniva gettata come rifiuto dalla società, visti un po' come un comparto sporco, povero e senza importanza. Hanno trasformato questo business da poveri in un mercato maturo economicamente, tecnologicamente ed ecologicamente virtuoso, molto prima che i nomi altisonanti della filiera produttiva se ne attribuisse i meriti. Hanno sopportato gli sterili attacchi dell’opinione pubblica, invaghita dei messaggi sull’abolizione della plastica che cavalcava la crociata contro il mare inquinato, come se fosse colpa della plastica e non di chi la disperde nell’ambiente. Hanno continuato a riciclare, dare lavoro, pagare le tasse e ripulire il pianeta, in silenzio, con ostinata convinzione che fossero sulla strada giusta, nonostante tutto. Ma quando le loro attività hanno assunto una dimensione importante nel mercato della plastica, dopo grandi investimenti, fatica, studi e progressi, si sono trovati difronte a ostacoli difficili da sormontare: • Il prezzo delle materie prime vergini è crollato ad un punto per cui alcune materie prime riciclate costano di più di quelle vergini, con la conseguenza del crollo della domanda. • A causa della riduzione di redditività del comparto del riciclo gli investimenti rimangono limitati e il rifiuto plastico sul mercato non trova sempre la giusta collocazione. • I costi per il ciclo del riciclo rimangono elevati, anche a causa dell’alto costo dell’energia, impedendo un maggiore ampliamento delle vendite della materia prima. • La competizione di prezzo con le materie prime vergini non imprime una spinta all’economia circolare nei paesi in via di sviluppo con conseguenze ambientali negative. • Una carenza politica diffusa a supporto del riciclo delle materie plastiche che impongano l’uso della plastica riciclata sempre più ampia nei prodotti in cui è possibile usarla. • Una mancanza di sostegni economici al comparto del riciclo che gli permetta di sostenersi e di compiere quell’opera sociale e ambientale di cui i cittadini hanno diritto. Ma risolvere questi problemi non esaurisce i compiti per arrivare all’applicazione della circolarità dei rifiuti plastici, se non si spinge ulteriormente sul riciclo chimico, per quella percentuale di plastica non riciclabile, sulla creazione di imballi al 100% riciclabili e sull’energia rinnovabile che deve essere a disposizione dell’industria a costi contenuti.Categoria: notizie - plastica - economia circolare - rifiuti Vedi maggiori informazioni sul riciclo

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https://www.rmix.it/ - HDPE 100% Riciclato: Resistenza Certificata allo Stress Cracking nei Flaconi
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare HDPE 100% Riciclato: Resistenza Certificata allo Stress Cracking nei Flaconi
Economia circolare

Come il test ASTM D1693 B dimostra che l’HDPE riciclato garantisce durabilità, riduce il rischio di greenwashing e apre nuove prospettive sostenibili per l’industria del packagingdi Marco ArezioLa crescente attenzione verso la sostenibilità e l’economia circolare ha portato il settore del packaging a spingersi oltre l’impiego parziale di materiali riciclati. Fino a pochi anni fa, l’idea di produrre flaconi interamente in HDPE riciclato era accolta con scetticismo: si temeva una perdita di prestazioni meccaniche e, soprattutto, una minore resistenza allo stress cracking, fenomeno che compromette la durata e l’integrità dei contenitori. Oggi, i risultati ottenuti dalle prove di laboratorio mostrano che queste perplessità possono essere superate con evidenze tecniche concrete. Cos’è lo stress cracking e perché è cruciale per i flaconi in HDPE Lo stress cracking ambientale (ESCR – Environmental Stress Cracking Resistance) è uno dei parametri più critici per valutare l’affidabilità dei manufatti in polietilene ad alta densità. Si tratta di microfratture che si sviluppano sotto l’effetto combinato di stress meccanico e agenti esterni, come detergenti o sostanze chimiche. Nel caso dei flaconi, che spesso contengono prodotti aggressivi o vengono sottoposti a urti e pressioni durante lo stoccaggio e il trasporto, garantire un’adeguata resistenza allo stress cracking è fondamentale per evitare rotture e perdite di contenuto. Per lungo tempo si è ritenuto che l’HDPE vergine fosse insostituibile per garantire standard di sicurezza e prestazioni elevate. Tuttavia, i test effettuati su granuli provenienti da HDPE riciclato dimostrano che, se correttamente selezionato e processato, questo materiale può raggiungere livelli di resistenza comparabili a quelli dei polimeri tradizionali. Il test secondo la normativa ASTM D1693 B La prova di resistenza allo stress cracking è regolata dalla normativa ASTM D1693 B, riconosciuta a livello internazionale. Secondo questo metodo, i provini vengono sottoposti a immersione in un tensioattivo e mantenuti a temperatura controllata (50 °C) per un tempo definito. La forma del provino di tipo B consente di standardizzare la sollecitazione meccanica, riproducendo in laboratorio condizioni che simulano l’uso reale dei manufatti. Il risultato si esprime in termini di tempo alla rottura o, nei casi migliori, assenza di rottura durante tutto l’arco temporale considerato. Nel test condotto sui campioni di HDPE riciclato, i provini sono stati esposti per 300 ore a 50 °C in tensioattivo puro, senza che si verificasse alcuna rottura. Questo dato conferma non solo l’elevata qualità del riciclato impiegato, ma anche la sua idoneità a sostituire integralmente il materiale vergine in applicazioni critiche come la produzione di flaconi. Risultati e significato tecnico Superare un test di 300 ore senza rottura in condizioni di massima sollecitazione rappresenta un traguardo di robustezza e affidabilità per un materiale 100% riciclato. Significa che il flacone realizzato con questo polimero può affrontare le sfide dell’uso quotidiano, dallo stoccaggio nei magazzini alle variazioni di temperatura, senza compromettere la sicurezza del contenuto. Dal punto di vista del progettista e del produttore di imballaggi, questo apre la strada a una nuova generazione di contenitori sostenibili, capaci di mantenere le stesse performance dei tradizionali, con un impatto ambientale ridotto. I vantaggi ambientali di un HDPE interamente riciclato La produzione di flaconi in HDPE 100% riciclato offre benefici ambientali tangibili: - Riduzione delle emissioni di CO₂: il riciclo evita l’estrazione di nuove materie prime fossili e diminuisce il consumo energetico rispetto alla produzione di polimero vergine. - Minore impatto sul consumo di risorse naturali: ogni flacone prodotto in riciclato sottrae materiale alla discarica o all’incenerimento, contribuendo a chiudere il ciclo di vita della plastica. - Allineamento agli obiettivi europei di economia circolare: l’UE richiede l’aumento delle percentuali di plastica riciclata negli imballaggi, e un materiale che performa anche al 100% rende più realistico il raggiungimento di tali target. Un vantaggio anche per i produttori Dal lato industriale, l’impiego di HDPE riciclato che supera le prove ESCR significa poter offrire flaconi competitivi non solo sul prezzo, ma anche sull’affidabilità. La certezza che il materiale resista agli agenti chimici e allo stress ambientale permette ai produttori di: - ridurre la dipendenza dalle resine vergini, soggette a oscillazioni di prezzo- migliorare la propria immagine in termini di sostenibilità, evitando l’accusa di greenwashing- rispondere alle richieste crescenti dei clienti finali, sempre più attenti all’impatto ambientale degli imballaggiInoltre, eliminare la necessità di miscelare percentuali di vergine con riciclato semplifica la filiera, rende più trasparente la dichiarazione ambientale del prodotto e consolida la fiducia del consumatore. Superare il rischio del greenwashing Uno degli aspetti più importanti riguarda il tema della credibilità ambientale. Molte aziende, per dimostrare impegno nella sostenibilità, dichiarano l’uso di percentuali di materiale riciclato. Tuttavia, quando tali percentuali sono marginali, l’effetto è spesso percepito come marketing più che come reale azione ambientale. La possibilità di produrre flaconi in HDPE 100% riciclato, certificati da prove tecniche rigorose, elimina questo rischio: non si tratta di aggiungere una piccola parte di riciclato per “colorare di verde” il prodotto, ma di ripensarne davvero la materia prima in ottica circolare. Una nuova prospettiva per il settore del packaging Le prove di laboratorio aprono scenari concreti. L’industria del packaging non si trova più di fronte alla domanda “quanto riciclato posso inserire senza compromettere la qualità?”, ma piuttosto a “come posso sfruttare al meglio un riciclato che offre le stesse prestazioni del vergine?”. Questo cambio di paradigma non solo riduce i costi ambientali, ma favorisce l’innovazione nei processi di selezione, lavaggio e rigenerazione del materiale. In futuro, la sfida sarà quella di estendere questa affidabilità a un numero crescente di applicazioni, non solo ai flaconi, ma anche a contenitori più complessi e a componenti tecnici che richiedono resistenza e durabilità.© Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - La Filiera del Vetro in Difficoltà sul Gas e sul Rottame. Cosa Fare?
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare La Filiera del Vetro in Difficoltà sul Gas e sul Rottame. Cosa Fare?
Economia circolare

Le aziende del packaging in vetro, dopo le rapide crescite post Covid, stanno incontrando enormi difficoltàdi Marco ArezioIl vetro è una materia prima fondamentale nell’ambito del packaging alimentare, medicale ed industriale ma, nello stesso tempo, riveste una grande importanza in altri settori, a partire da quello edile, dell’arredamento, dell’automotive e artistico. Nonostante il periodo del Covid abbia rallentato i produttori del vetro piano, quelli del packaging, specialmente le aziende che producevano bottiglie e vasetti, hanno continuato a lavorare servendo il settore alimentare e farmaceutico. Passati i periodi di restrizione e ripartiti i consumi, tutti i settori avevano visto una forte ripresa del consumo nazionale e delle esportazioni, con risultati positivi, 2022 su 2021, anche a due cifre in qualche paese (+10,4% USA, +9,3% Germania, +7,2% Spagna). La guerra tra la Russia e l’Ucraina ha scatenato la corsa sfrenata al prezzo del gas, in un settore assolutamente energivoro, che ha visto salire la propria bolletta energetica a livelli insostenibili. Inoltre, la dinamica rialzista del prezzo del gas non è l’unico problema a cui devono guardare le vetrerie, in quanto, anche il reperimento stesso del gas per il 2023 potrebbe essere complicato, vista la riduzione quasi totale delle forniture del gas russo. Una mano la potrebbe dare un utilizzo maggiore del rottame di vetro che, dal punto di vista produttivo, secondo i dati Coreve, riduce il consumo di gas di circa il 30%. Infatti, per produrre il vetro attraverso il rottame basta scaldare il forno fino al punto di fusione del materiale, mentre produrre vetro da materie prime vergini bisogna dosare diversi componenti, come la sabbia silicea, che hanno bisogno di molta più energia per mescolarsi. Ma anche nel settore del riciclo, nonostante sia uno tra quelli più virtuosi, si sente ma mancanza di materia prima seconda rispetto alle necessità, sapendo che lo scarto è presente nel mercato. Qui, entrano in gioco dinamiche non gestibili dalle vetrerie, che riguardano le percentuali di riciclo del vetro per paese e per area geografica, dove troviamo delle eccellenze che superano il 70% di raccolta e aree in cui non si arriva al 50%, con una perdita di prodotto enorme e un impatto ambientale maggiore. Considerando che l’utilizzo del rottame nella produzione del vetro nuovo ha un impatto ambientale inferiore rispetto all’uso di materie prime vergini, permettendo quindi un risparmio di gas in produzione, credo che sia necessario concentrare l’attenzione ad un miglioramento della raccolta differenziata in modo da aumentare la materia prima seconda disponibile. Inoltre, la florida produzione di bottiglie e barattoli per le salse, il vino, la confettura, l’olio e molti altri prodotti del food che l’Italia esporta, non permettono il recupero del vetro usato, quindi, diventa fondamentale migliorare la raccolta in quei settori dove siamo più carenti. Per quanto riguarda il vetro artistico, possiamo dire che le eccellenze italiane sono formate normalmente da artigiani che costituiscono piccole realtà imprenditoriali, con piccole produzioni di grande pregio. Le limitate dimensioni societarie portano ad un peso energetico elevatissimo delle bollette del gas rispetto al fatturato, mettendo in crisi l’esistenza stessa di alcune imprese. Murano, la storica isola Italiana, famosa in tutto il mondo per le realizzazioni artistiche in vetro, è in forte difficoltà sul mantenimento dei forni accesi 24 su 24 a causa del caro gas, nonostante la regione Veneto abbia dato dei ristori per compensare, almeno in parte, l’oscillazione delle bollette. Categoria: notizie - pvetro - economia circolare - riciclo - rifiuti - rottame

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https://www.rmix.it/ - Perché l’Industria Petrolchimica Aumenterà la Produzione di Plastica a Discapito del Riciclo?
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Perché l’Industria Petrolchimica Aumenterà la Produzione di Plastica a Discapito del Riciclo?
Economia circolare

Molti fattori stanno alla base di questo trend rialzista: l’elettrificazione, il coronavirus e i nuovi mercatidi Marco ArezioSembra incredibile poter immaginare, in un mondo che sta annegando nei rifiuti plastici, che ci siano società industriali che spingono ancora oggi sull’aumento della produzione di plastica vergine. Eppure, secondo i dati forniti da Wood Mackenzie, nei prossimi 5 anni, nel mondo, si realizzeranno 176 nuovi impianti petrolchimici, di cui 80% sarà in Asia. Inoltre, se vediamo cosa succede negli Stati Uniti, dal 2010 ad oggi sono stati investiti 200 miliardi di dollari in progetti legati alla plastica vergine e ai prodotti chimici derivati secondo i dati dell’ACC. Nel frattempo i rifiuti mondiali aumentano, spinti anche dal ritorno alle produzioni di oggetti in plastica monouso per l’ambito ospedaliero, come le mascherine, le visiere i camici e tutti gli accessori, usa e getta, che si usano in ambito medico. Ma, se da una parte questi rifiuti non sono riciclabili per questioni igieniche, dall’altra parte ci troviamo di fronte ad una grave crisi nel campo del riciclo in quanto in molte aree del mondo i riciclatori hanno visto una riduzione sostanziale della domanda di polimeri riciclati a causa dell’impossibilità di competere con i prezzi dei polimeri vergini. Questo crea due fattori destabilizzanti:• L’aumento dei rifiuti riciclabili che non vengono riutilizzati • La crisi del comparto del riciclo delle materie plastiche Ma quale è il motivo che spinge i petrolchimici ad aumentare la produzione di plastica vergine? Le previsioni mondiali di consumo di carburanti fossili per l’autotrazione è vista dagli esperti del settore in forte calo, con previsioni di pesanti ribassi percentuali fino al 2050, cosa che ha già messo in allarme il comparto petrolchimico. Inoltre queste temono le preoccupazioni ambientali della popolazione mondiale che ha spinto molti governi al divieto di utilizzo di alcuni prodotti monouso, come i sacchetti di plastica, che sta comportando, secondo alcuni studi, una riduzione di domanda petrolifera di 2 milioni di barili al giorno. In questo scenario di forte riduzione del mercato, le compagnie petrolifere hanno adottato strategie che permettessero loro di ridurre le perdite in termini quantitativi, cercare nuovi mercati e assecondare la popolazione con un’immagine più verde delle loro aziende. Queste strategie le possiamo riassumere: • Acquisizione del mercato dei polimeri riciclati attraverso la guerra sul prezzo delle materie prime • Sostegno alle campagne di utilizzo della plastica come materia prima che possa rendere più igienica la nostra vita • Capillarizzazione della produzione e distribuzione delle materie prime vergini in aree in via di sviluppo, abituando la popolazione all’uso dei prodotti plastici per praticità ed economia • Creazione di un’immagine più green attraverso la costante informazione del mercato circa le donazioni economiche fatte al consorzio tra le aziende chiamato “Alliance to End of Plasitc Waste”. In realtà la guerra, mai dichiarata, tra i petrolchimici e il mondo del riciclo, con quest’ultimo ormai in ginocchio, ha portato grandi nomi come la Coca Cola, a dichiarare, come riportato da Reuters, che non riuscirà a rispettare l’impegno di produrre le bottiglie con il 50% di plastica riciclata entro il 2020 nel Regno Unito, per svariate ragioni, una di queste è l’impossibilità di reperire sul mercato una quota sempre maggiore di rifiuto plastico riciclato. Se i petrolchimici stanno facendo la corsa ad incrementare le produzioni mondiali di plastica, vorrei ricordare che dal 1950 abbiamo prodotto e utilizzato circa 6,3 miliardi di tonnellate di plastica e che il 91% di questi quantitativi, ormai rifiuti, non è mai stato riciclato e giace nell’ambiente, inquinando le nostre vita, secondo uno studio pubblicato su Science del 2017. Questo non ci fa riflettere?Categoria: notizie - plastica - economia circolare  Vedi maggiori informazioni sull'argomento

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https://www.rmix.it/ - Riciclo della Plastica negli USA: Stati Virtuosi, Numeri Reali, Food-Grade, Criticità Tecniche e Confronto con l’Europa
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Riciclo della Plastica negli USA: Stati Virtuosi, Numeri Reali, Food-Grade, Criticità Tecniche e Confronto con l’Europa
Economia circolare

Un’analisi tecnica e aggiornata del riciclo della plastica negli Stati Uniti: raccolta differenziata, capacità impiantistica, qualità del riciclato, bottiglie food-contact, politiche statali, mercati del PCR e differenze strutturali rispetto all’EuropaAutore: Marco Arezio. Esperto in economia circolare, riciclo dei polimeri e processi industriali delle materie plastiche. Fondatore della piattaforma rMIX, dedicata alla valorizzazione dei materiali riciclati e allo sviluppo di filiere sostenibili. Data: 1 aprile 2026 Tempo di lettura: 16 minuti Parlare di riciclo della plastica negli Stati Uniti significa entrare nel cuore di una contraddizione industriale e culturale. Da una parte c’è il più grande mercato occidentale dei consumi confezionati, una base produttiva enorme, una forte spinta delle grandi marche verso il contenuto riciclato e un ecosistema tecnologico avanzato. Dall’altra c’è un sistema frammentato, con regole diverse da stato a stato, livelli molto variabili di accesso alla raccolta, rendimenti di selezione imperfetti e una distanza ancora troppo grande tra ciò che i cittadini conferiscono e ciò che ritorna davvero sul mercato sotto forma di nuova resina. Il punto più delicato, e anche più umano, è proprio questo: molti cittadini americani separano i rifiuti convinti di partecipare a un ciclo chiuso, ma il sistema reale disperde ancora enormi quantità di materiale per mancanza di accesso, errori di conferimento, limiti di selezione, scarsa riciclabilità degli imballaggi e insufficiente convenienza economica. La fiducia nel riciclo, negli USA, non dipende più solo dal gesto domestico: dipende dalla capacità della filiera di trasformare quel gesto in polimero secondario pulito, certificabile e vendibile. La storia del riciclo americano: dall’Oregon Bottle Bill al PCR La storia moderna del riciclo statunitense non nasce da un grande piano federale, ma da una legge statale diventata simbolica. Nel 1971 l’Oregon approvò il primo sistema cauzionale-deposito del Paese per contrastare l’abbandono dei contenitori monouso, e da lì prese forma il modello dei bottle bill, poi adottato da altri nove stati. Quella stagione è importante perché mostra una caratteristica che ancora oggi definisce gli USA: l’innovazione nelle politiche del riciclo parte spesso dai territori, non dal centro. Negli anni successivi il sistema americano si è strutturato soprattutto attorno al riciclo meccanico, mentre il lavoro di standardizzazione tecnica sull’imballaggio è stato rafforzato anche dal ruolo dell’Association of Plastic Recyclers, attiva dal 1992 come riferimento per la progettazione di packaging compatibile con il riciclo. Questo aspetto è cruciale, perché negli USA il problema non è solo raccogliere di più, ma progettare meglio ciò che si immette sul mercato. I numeri reali del riciclo della plastica negli Stati Uniti Il dato ufficiale nazionale più solido disponibile dall’EPA per l’intero flusso delle plastiche municipali resta quello del 2018: 35,7 milioni di tonnellate generate, circa 3 milioni di tonnellate riciclate e un tasso di riciclo dell’8,7%. Nello stesso anno, 27 milioni di tonnellate di plastica sono finite in discarica. Già questi numeri spiegano tutto: negli Stati Uniti il problema non è marginale, è strutturale. All’interno di questo quadro generale, alcune filiere performano meglio. Sempre secondo EPA, nel 2018 le bottiglie e i vasetti in PET hanno raggiunto un tasso di riciclo del 29,1%, mentre le bottiglie in HDPE naturale il 29,3%. Si tratta di percentuali molto superiori alla media complessiva della plastica, segno che il riciclo statunitense funziona soprattutto quando il flusso è relativamente omogeneo, riconoscibile e sostenuto da un mercato finale robusto. I dati più recenti, però, sono frammentati per filiera. Nel PET, NAPCOR segnala che nel 2023 il tasso di raccolta delle bottiglie PET negli USA ha raggiunto il 33%, il livello più alto dal 1996, mentre il contenuto medio di rPET in bottiglie e vasetti statunitensi è salito al 16,2%, con 966 milioni di libbre di rPET impiegate in tali applicazioni. È un segnale importante: dove c’è domanda industriale chiara, il sistema accelera. Anche dal lato della capacità emerge una verità spesso trascurata. Secondo APR, nel 2025 i riciclatori meccanici di USA e Canada dispongono di una capacità inutilizzata significativa e potrebbero trattare quasi 2 miliardi di libbre di plastica in più ogni anno se raccogliessero più materiale e trovassero una domanda manifatturiera più stabile. In altre parole, il collo di bottiglia non è solo impiantistico: è soprattutto a monte, nella raccolta, e a valle, nella continuità del mercato. Gli Stati più virtuosi e il peso dei bottle bill Se si guarda ai singoli stati, la geografia del riciclo statunitense cambia radicalmente. Il rapporto “50 States of Recycling”, richiamato da Resource Recycling, mostra che nel 2021 i migliori risultati nel riciclo degli imballaggi plastici, escludendo fibre e film flessibili, sono stati ottenuti da Maine, Vermont, Massachusetts, Iowa, Oregon, New York, California, Michigan, New Jersey e Connecticut. Nove di questi dieci stati hanno un sistema cauzionale-deposito attivo. Questo non è un dettaglio statistico, ma una lezione di politica industriale. Gli stati con DRS riciclano in media il 34% degli imballaggi attraverso mercati closed-loop, contro appena il 7% degli stati senza DRS; per le bottiglie PET, gli stati con bottle bill riciclano oltre 3,5 volte di più pro capite rispetto agli stati senza deposito. Significa che la qualità della raccolta migliora quando il cittadino riceve un incentivo economico diretto e quando il sistema di ritorno è chiaro, comodo e capillare. I tassi di redemption del 2023 confermano il quadro. L’Oregon ha raggiunto l’87%, il Michigan il 73%, il Vermont il 72%, New York il 68%, la California il 59%, il Connecticut il 43% e il Massachusetts il 36%; il dato del Maine è indicato al 77% ma con segnalazione di parzialità del reporting. Non tutti i bottle bill americani sono quindi uguali, ma nel loro insieme dimostrano che la raccolta di qualità non è un’utopia: è il risultato di regole ben progettate. Capacità industriale e qualità del riciclato: il vero collo di bottiglia NIST ricorda che la plastica negli USA viene riciclata soprattutto con processi meccanici e che il packaging rappresenta la principale destinazione d’uso della plastica, con il 44,8% dell’impiego totale e il 46,7% della generazione di rifiuto. Questo spiega perché il destino del riciclo americano si giochi soprattutto sugli imballaggi: se non si chiude bene la filiera del packaging, non si chiude quasi nulla. La qualità del riciclato, però, viene erosa lungo tutta la catena. NIST evidenzia che per le bottiglie PET circa il 27% del materiale raccolto si perde prima di trasformarsi in nuova materia: 13% in selezione e 14% in lavorazione presso il processore. Per l’HDPE le perdite arrivano al 28%, per il PP al 41%, per le plastiche rigide #3-#7 al 44% e per altri manufatti rigidi in PET al 68%. Le cause sono note: materiale intercettato male, contaminazione, sporco, umidità, etichette, coating, tappi e colle. Qui emerge una verità scomoda ma fondamentale: la raccolta differenziata non coincide con il riciclo effettivo. Molto materiale viene “raccolto per il riciclo”, ma non riesce ad arrivare alla pelletizzazione finale con le caratteristiche richieste dal mercato. Per questo negli USA la discussione seria si sta spostando dal semplice volume raccolto alla resa reale in polimero secondario commerciabile. Le criticità tecniche del riciclo meccanico Le criticità tecniche sono almeno quattro. La prima è la contaminazione tra polimeri diversi, aggravata da imballaggi multistrato, sleeve difficili da separare, additivi non trasparenti, pigmenti e componenti incompatibili. La seconda è la contaminazione organica, che peggiora qualità e resa. La terza è la degradazione del materiale durante i cicli di riciclo meccanico. La quarta è la difficoltà di valorizzare film e flessibili, ancora molto indietro rispetto ai flussi rigidi. NIST è molto chiaro anche sul lato economico. I costi di raccolta nei programmi generici superano spesso i 300 dollari per tonnellata, a cui si aggiungono circa 100 dollari per tonnellata di processing; il prezzo di vendita dei materiali plastici riciclati è spesso inferiore a questo costo totale, e in molti casi persino inferiore al solo costo di lavorazione. È qui che il riciclo smette di essere una parola morale e torna a essere ciò che è davvero: una filiera industriale che vive o muore sulla qualità del feedstock e sulla tenuta del mercato. Per questo le innovazioni richieste al sistema non sono decorative, ma necessarie: selezione ottica e robotica, secondary MRF, watermark digitali, traccianti chimici, semplificazione del design e riduzione della complessità del packaging. Senza queste correzioni, la raccolta aumenta ma la qualità del polimero riciclato non regge le specifiche tecniche delle applicazioni più esigenti. I problemi politici e sociali del sistema americano Sul piano politico, gli Stati Uniti non hanno ancora una regia unitaria paragonabile a quella europea. Il risultato è una mappa di regole, definizioni, programmi locali e requisiti industriali fortemente disomogenea. Negli ultimi anni l’Extended Producer Responsibility per il packaging ha iniziato a consolidarsi con le leggi approvate in Maine e Oregon nel 2021, e poi in Colorado e California nel 2022. È un passaggio importante, perché l’EPR non serve solo a finanziare il sistema: serve anche a spingere il redesign degli imballaggi e a dare più continuità ai mercati del riciclato. Il problema sociale è altrettanto serio. Secondo The Recycling Partnership, oggi il 73% delle famiglie statunitensi ha accesso al riciclo, ma nelle abitazioni multifamiliari l’accesso scende al 37%. Solo il 43% delle famiglie partecipa davvero; tra quelle con accesso, il 59% utilizza il servizio, e tra quelle che lo usano solo il 57% del materiale riciclabile finisce effettivamente nel contenitore corretto. Il risultato finale è duro da leggere: il 76% dei riciclabili residenziali si perde a livello domestico e solo il 21% viene effettivamente riciclato. Questi numeri mostrano che il riciclo americano non è solo un tema di tecnologia o di mercato, ma anche di disuguaglianza infrastrutturale, di comunicazione pubblica e di fiducia. Dove il servizio è discontinuo, poco leggibile o scomodo, il cittadino si allontana. E quando il cittadino si allontana, la qualità del materiale peggiora ancora. I mercati principali dei polimeri riciclati negli USA I mercati più solidi dei polimeri riciclati negli USA restano quelli collegati agli imballaggi, perché proprio il packaging è il principale sbocco storico delle resine PET, HDPE e PP. Le applicazioni tipiche descritte da NIST comprendono per il PET bottiglie per bevande, bottiglie acqua e vaschette food; per l’HDPE contenitori per bevande, sacchetti e flaconi per detergenti; per il PP coppette, tappi, flaconi, contenitori per yogurt e altri imballaggi rigidi. Nel caso del PET il mercato è particolarmente chiaro: nel 2023 il 59% di tutto l’rPET impiegato negli end market di USA e Canada è andato ad applicazioni bottle-to-bottle. È il segnale più netto di una filiera dove la domanda finale, spinta da brand commitment e obblighi di contenuto riciclato, sta cercando di ricostruire un circuito chiuso relativamente stabile. Per HDPE e PP il mercato del PCR è più articolato. Il riutilizzo cresce in contenitori per la detergenza, personal care, household packaging, componenti rigidi stampati e applicazioni meno sensibili sotto il profilo regolatorio. Il principio industriale è semplice: più il flusso è monomateriale, tracciabile e poco contaminato, più il riciclato può risalire verso usi ad alto valore; più è misto e sporco, più scivola verso impieghi tecnicamente tolleranti e meno remunerativi. Plastica riciclata per il food: cosa si può fare davvero La produzione di polimeri riciclati idonei al contatto alimentare è il banco di prova più severo del sistema americano. FDA chiarisce che l’uso di plastica post-consumo nel food packaging viene valutato caso per caso, perché i rischi principali riguardano la presenza di contaminanti nel prodotto finale, l’ingresso di materiali non conformi alla filiera food-contact e l’eventuale non conformità degli additivi. Per questo la valutazione richiede descrizione completa del processo, controllo delle fonti, prove di decontaminazione e, quando necessario, test con contaminanti surrogati e modelli di migrazione. Il livello guida richiamato da FDA è una concentrazione dietetica non superiore a 0,5 ppb. FDA precisa inoltre che per il PET e il PEN ottenuti con riciclo terziario non ritiene più necessario il surrogate contaminant testing, perché ha già concluso che questi processi possono produrre materiale di purezza idonea al food contact. Questo aiuta a capire perché, nel panorama americano, il baricentro del food-grade riciclato sia ragionevolmente concentrato soprattutto sul PET bottle-to-bottle, con filiere fortemente controllate e decontaminate; l’HDPE ha spazi reali, ma più selettivi e meno lineari. A sostenere questa domanda non ci sono più solo impegni volontari. In California, AB 793 impone ai produttori di contenitori per bevande almeno il 15% di plastica riciclata dal 2022, il 25% dal 2025 e il 50% dal 2030. Nello Stato di Washington, i contenitori per bevande devono raggiungere il 15% nel 2023, il 25% nel 2026 e il 50% nel 2031; per household cleaning e personal care le soglie sono 15% nel 2025, 25% nel 2028 e 50% nel 2031. Washington specifica anche che, ai fini di questi obblighi, sono ammissibili sia il riciclo meccanico sia quello chimico, mentre la bio-resina non conta come contenuto riciclato. Il confronto con l’Europa: dove gli USA sono indietro e dove possono recuperare Il confronto con l’Europa va fatto con onestà metodologica. Il dato EPA dell’8,7% riguarda tutta la plastica nei rifiuti municipali USA nel 2018, mentre il 42,1% europeo diffuso da Eurostat riguarda il riciclo dei rifiuti di imballaggi plastici nel 2023. Non sono quindi indicatori perfettamente sovrapponibili. Ma proprio questa cautela rende il confronto più serio: anche tenendo conto della non piena omogeneità, il divario resta ampio e racconta una maggiore maturità europea nelle filiere degli imballaggi. Nel 2023 l’UE ha generato 35,3 kg pro capite di rifiuti di imballaggi plastici e ne ha riciclati 14,8 kg pro capite; i Paesi migliori sono stati Belgio, Lettonia e Slovacchia. Plastics Europe aggiunge che nel 2022 il contenuto circolare di plastica nei nuovi prodotti europei era pari al 13,5%, di cui 12,6% da riciclato post-consumo, e che i tassi di riciclo dei flussi raccolti separatamente sono circa 13 volte superiori a quelli dei flussi misti. È forse questo il punto chiave: l’Europa non è più avanzata perché “crede” di più nel riciclo, ma perché misura meglio, separa meglio e armonizza di più. Anche sul fronte dei deposit systems il confronto è istruttivo. Una sintesi riportata da Resource Recycling indica che nel 2023 i sistemi cauzionali statunitensi avevano una media di ritorno del 62%, contro una media europea dell’87%. Non è solo una differenza di efficienza; è una differenza di progetto istituzionale: in Europa i sistemi sono spesso più moderni, più capillari e con depositi economicamente più incisivi. Cosa insegna davvero il caso americano Gli Stati Uniti non sono un fallimento assoluto del riciclo della plastica, ma sono un sistema che mostra in modo quasi didattico dove una filiera si rompe. Si rompe quando la raccolta non è universale. Si rompe quando gli imballaggi non sono progettati per essere selezionati bene. Si rompe quando la qualità del materiale scende sotto la soglia tecnica richiesta dal mercato. Si rompe quando il costo di raccolta e lavorazione supera il valore del polimero rigenerato. E si rompe quando la politica non costruisce regole abbastanza stabili da sostenere investimenti di lungo periodo. Ma gli USA mostrano anche la direzione di recupero. Dove esistono bottle bill efficienti, il materiale migliora. Dove arrivano obblighi di contenuto riciclato, il mercato si irrobustisce. Dove il PET viene raccolto bene e decontaminato correttamente, il bottle-to-bottle torna a essere credibile. Dove si estende l’EPR, si inizia finalmente a saldare il rapporto tra design, raccolta, selezione e domanda finale. Il futuro del riciclo plastico americano non dipenderà da una singola tecnologia miracolosa, ma dalla capacità di far lavorare insieme politica industriale, progettazione degli imballaggi, infrastruttura di raccolta e mercati del PCR. FAQ Qual è il tasso ufficiale di riciclo della plastica negli USA? Il dato nazionale ufficiale EPA più citato per l’intero flusso delle plastiche municipali è l’8,7% nel 2018, pari a circa 3 milioni di tonnellate riciclate su 35,7 milioni di tonnellate generate. Quali sono gli stati più virtuosi nel riciclo della plastica? Nel ranking 2021 sugli imballaggi plastici, escludendo fibre e film flessibili, figurano ai primi posti Maine, Vermont, Massachusetts, Iowa, Oregon, New York, California, Michigan, New Jersey e Connecticut; nove su dieci hanno un bottle bill. Negli USA si produce plastica riciclata idonea al food contact? Sì, ma solo in filiere molto controllate. FDA valuta i processi caso per caso e richiede controllo della sorgente, prova di decontaminazione e, quando necessario, test con contaminanti surrogati e valutazioni di migrazione; per il PET riciclato con processi terziari la posizione FDA è più consolidata. Perché l’Europa appare più avanti degli USA? Perché dispone di metriche più armonizzate sugli imballaggi, raccolta separata più strutturata, maggiore spinta normativa e mercati del riciclato più integrati. Eurostat indica per il 2023 un riciclo del 42,1% degli imballaggi plastici UE, mentre Plastics Europe segnala che la raccolta separata moltiplica di circa 13 volte la probabilità di riciclo rispetto ai flussi misti. Fonti principali EPA, FDA, NIST, The Recycling Partnership, Association of Plastic Recyclers, NAPCOR, CalRecycle, Washington State Department of Ecology, Product Stewardship Institute, Container Recycling Institute, Eurostat, Plastics Europe.Immagine su licenza © Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - Qualcuno ha paura dell’aumento del riciclo della plastica?
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Qualcuno ha paura dell’aumento del riciclo della plastica?
Economia circolare

Ipotesi di diminuzione del consumo dei derivati del petrolio per l’incremento delle tecnologie del riciclodi Marco ArezioLa reazione che l’opinione pubblica mondiale sta avendo in merito al problema dell’inquinamento prodotto dai rifiuti plastici, rilasciati in modo incosciente nell’ambiente, sta creando non solo una coscienza ambientalista che fino a pochi anni fa era veramente poco sentita nei vari strati della popolazione mondiale, ma sta creando conseguenze non previste solo 10 anni fa in merito alla produzione e vendita dei derivati dal petrolio. Il movimento di opinione che sta crescendo giorno dopo giorno contro la dispersione degli imballaggi plastici, soprattutto nei mari, ha spinto anche i grandi produttori di imballaggi a trovare alternative del loro standard produttivo. Questa nuova coscienza ha portato un gran numero di menti a ragionare sulla possibilità di riciclare la plastica in modo alternativo alla comune conoscenza, anche in merito alle normative Europee e Americane, sempre più stringenti, che impongono l’aumento delle % di riciclo delle materie plastiche. Uno di questi nuovi studi si sta concentrando sulla produzione di liquidi combustibili di derivazione del riciclo della plastica di uso comune, attraverso la produzione di cracking termico a 400° per ricreare un prodotto sintetico che risulta essere leggero e senza zolfo che può essere lavorato con altri oli in raffineria. Un altro studio utilizza sempre la tecnologia del cracking termico ma calibrata alla produzione di nafta e un distillato simile al diesel che viene miscelato con il normale gasolio da raffineria. Ci sono poi da considerare le acquisizioni avvenute sul mercato, da parte dei produttori di materie prime vergini (polimeri) derivanti dal petrolio, di riciclatori di materie plastiche al fine di controllare la lunga filiera della plastica e prevenire possibili perdite di fatturato con la diminuzione della vendita dei polimeri vergini. Questo fermento sul mondo del riciclo della plastica non riguarda solo l’America e l’Europa, ma anche l’Asia, dove i governi, tra cui Cina e Indonesia, stanno mettendo in campo complessi ed estesi programmi di riciclaggio per evitare problemi come quelli verificatisi in Indonesia dove è dovuto intervenire l’esercito per ripulire la plastica che ostruiva il fiume Citarum. Detto questo ci si attende che a breve la domanda di greggio possa venire influenzata dagli eventi in atto, infatti il presidente della società eChem, che si occupa della consulenza nel settore energetico, sostiene che se l’incremento del riciclo del polietilene e polipropilene dovesse continuare ai ritmi che ci si aspetta alla luce di tutte le tecnologie che stanno entrando in campo, questo potrebbe portare ad una perdita a medio termine di milioni di tonnellate di petrolio, annullando così la crescita della produzione che molte compagnie petrolifere si aspettavano. Inoltre il petrolio ha un altro forte concorrente che si chiama: liquidi da gas naturale. Infatti negli Stati uniti, l’etano sta attirando numerosi investimenti in particolare nelle regioni nord orientali.Categoria: notizie - plastica - economia circolare - ricicloVedi maggiori informazioni sul riciclo

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https://www.rmix.it/ - Perché la Plastica Riciclata deve Costare più di quella Vergine?
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Perché la Plastica Riciclata deve Costare più di quella Vergine?
Economia circolare

Perché la Plastica Riciclata deve Costare più di quella Vergine?di Marco ArezioIn un mondo dove lo sfruttamento delle risorse naturali della terra sta mettendo in ginocchio l’ambiente in cui viviamo, dove la crescita esponenziale dei rifiuti sta creando una situazione intollerabile, anche aiutata dai comportamenti umani, dove l’industria del riciclo non riesce ad assorbire tutti i rifiuti che la società produce per trasformali in materie prime, ci sono ancora persone che considerano l’acquisto della materia prima riciclata possibile solo se è un affare economico vantaggioso.Non stupitevi, ma è quello che succede in molte parti del mondo, dove ancora oggi la materia plastica riciclata è vista come un sottoprodotto economico delle materie prime vergini, riducendo l’acquisto ad un fatto meramente di convenienza economica.Ecco perché la plastica riciclata deve costare più di quella vergineInnanzitutto, in linea generale, sarebbe una questione etica quella di capire che l’uso della plastica riciclata è necessaria per il consumo dei rifiuti che vengono prodotti ogni giorno dalla società e che senza il riciclo e l’utilizzo di questa materia prima, il problema dei rifiuti sarebbe molto più pressante di quanto non lo sia adesso. Ma supponiamo che l’etica sia un esercizio mentale soggettivo e che non si venga sfiorati da questi dubbi, dobbiamo comunque sforzarci di considerare come sia importante capire che, oggi, non si dovrebbe poter scegliere tra l’uso di una plastica vergine al posto di quella riciclata nella produzione di articoli di uso comune. Vediamo alcuni motivi:• La materia prima riciclata, salvo alcuni settori specifici come il medicale e una parte del settore food, può essere impiegata normalmente come le materia prima vergine, sia per caratteristiche tecniche che estetiche. Quindi la frase che si sente spesso “se costa lo stesso prezzo o poco di meno compro la materia prima vergine perché è migliore” ce la dobbiamo dimenticare. • A fronte di una crescita dei rifiuti non riciclati, che oggi è mediamente arrivata nel mondo a sfiorare l’85-90% dei rifiuti plastici prodotti, il settore del riciclo soffre di mancanza di molte tipologie di plastiche da lavorare, in quanto il sistema della raccolta-riciclo-produzione di materia prima in molti paesi è scollegato o non funziona come dovrebbe. • La mancanza di alcuni prodotti strategici come gli scarti in PVC per l’estrusione e lo stampaggio o in HDPE per il settore del soffiaggio e dell’estrusione, implica, a fronte dei numeri riferiti ai materiali che non vengono riciclati che abbiamo visto al punto precedente, di dover comprare materia prima vergine per sopperire alla mancanza di quella riciclata. • Le politiche governative di sostegno economico a settori, che nel passato venivano considerati strategici, come quello dell’estrazione e raffinazione delle fonti energetiche fossili, sono completamente fuori tempo e sbagliate, se consideriamo che il mondo del riciclo non riceve gli stessi sussidi statali nonostante svolga un compito ecologico e nel rispetto dell’economia circolare. • Produrre materia prima seconda significa non utilizzare risorse naturali, ridurre l’impronta carbonica, evitare l’inquinamento dei mari, del terreno e dell’aria se i rifiuti vengono bruciati. Inoltre preservare la nostra salute, in quanto è stato dimostrato che la catena alimentare è influenzata negativamente da questo problema. Cioè ci mangiamo ciò che buttiamo. • Il prezzo dei polimeri riciclati può e dovrebbe costare più di quella vergine per motivi tecnici e per motivi etici. Tra quelli tecnici consideriamo che si deve investire molto di più sulla filiera della raccolta differenziata per aumentare l’input disponibile, che la selezione e trattamento meccanico dei rifiuti ha un costo elevato che si ripercuote sul costo del polimero, che il settore subisce la concorrenza dei produttori di materie prime vergini in termini di prezzo e quindi i margini del settore, che compiono anche un’opera sociale, sono molto bassi se non negativi. I motivi etici riguardano i concetti della “green economy” in cui valgono le regole delle 4 R: riuso, riciclo, risparmio e recupero. Meglio utilizzare materie prime che derivano dalla filiera del riciclo che materie prime vergini per tutti i motivi presentati. • Bisogna considerare un costo dell’educazione civica della popolazione sulla gestione dei rifiuti e le conseguenze delle azioni umane di gettarli nei fiumi. Educare le persone ad un approccio culturale corretto sull’ambientale è un tassello finanziario necessario, da conteggiare nel costo delle materie prime riciclate, un’azione che porterà ad un mondo più pulito, a ridurre lo sfruttamento delle risorse naturali per la produzione di polimeri vergini e ad una disponibilità maggiore di plastica da riciclare oggi carente sui mercati internazionali, per alcune tipologie.Categoria: notizie - plastica - economia circolare - rifiuti  Vedi maggiori informazioni sul riciclo

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https://www.rmix.it/ - Impurità nel vetro riciclato: impatto sulla qualità e strategie di gestione nel settore del riciclo
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Impurità nel vetro riciclato: impatto sulla qualità e strategie di gestione nel settore del riciclo
Economia circolare

Analisi delle principali impurità presenti nel vetro riciclato, effetti sulle prestazioni del materiale e soluzioni tecniche adottate dagli impianti di riciclaggio per garantire prodotti di elevata qualitàdi Marco ArezioNel riciclo del vetro, la presenza di impurità rappresenta un ostacolo tecnico e gestionale che può incidere pesantemente sia sulla qualità del materiale finale sia sull’efficienza dell’intera filiera produttiva. Con l’espansione del mercato del vetro riciclato, la domanda di un materiale sempre più puro e adatto alle esigenze industriali è in continua crescita. Per rispondere a queste aspettative, gli operatori del settore sono chiamati non solo a ottimizzare i processi di selezione e trattamento, ma anche a comprendere nel dettaglio in che modo le impurità influiscono sulle diverse fasi produttive e sulle proprietà tecniche del vetro rifuso. Le fonti delle impurità nel vetro riciclato Le impurità possono provenire da diverse fasi della filiera: errori nella raccolta differenziata, mancanza di educazione ambientale, limiti delle tecnologie di selezione e problematiche legate al trasporto e allo stoccaggio. Tra le contaminazioni più frequenti si annoverano: materiali ceramici, porcellane, pietre, metalli (ferrosi e non ferrosi), plastica, carta, organico e vetri non compatibili (borosilicati, cristallo, vetri ottici). Ciascuna di queste impurità, se non adeguatamente gestita, può innescare effetti a catena che compromettono la qualità e la commerciabilità del vetro riciclato. Effetti delle impurità sulla qualità del vetro riciclato Effetti fisici: fragilità, difetti e rischi strutturali Dal punto di vista fisico, le impurità rappresentano delle vere e proprie “bombe a orologeria” all’interno della massa vetrificata. Prendiamo il caso delle ceramiche: avendo punti di fusione molto più elevati rispetto al vetro da imballaggio (oltre i 1200-1300°C contro i 1500°C del vetro comune), restano solide durante la fusione e danno luogo a inclusioni dure. Queste inclusioni, anche se microscopiche, generano tensioni interne che possono portare a rotture spontanee nei prodotti finiti: un esempio tipico è la bottiglia che si spacca “da sola” sugli scaffali o durante il trasporto, con gravi conseguenze economiche e di immagine per il produttore. Un altro caso frequente è quello dei metalli, soprattutto i frammenti di tappi e capsule di acciaio o alluminio. Se non rimossi in modo efficace, questi possono graffiare, danneggiare o intasare i canali di fusione, oltre a restare intrappolati nella massa vetrificata come difetti visibili (punti neri, strisce o piccole cavità). Il rischio maggiore, tuttavia, è che possano danneggiare le pale dei miscelatori o addirittura i forni, causando costosi fermi impianto. Le plastiche e i residui organici, invece, durante la fase di fusione si degradano generando gas e schiume. Questo fenomeno si manifesta con la formazione di bolle all’interno del vetro, compromettendo sia la trasparenza sia la resistenza meccanica. Nei casi più gravi, può essere necessario rifondere o scartare interi lotti di produzione. Effetti chimici: alterazioni della composizione e dei parametri funzionali Le impurità di natura chimica sono forse meno evidenti a occhio nudo ma non meno dannose. Un esempio concreto riguarda la presenza di vetro borosilicato (ad esempio dai contenitori per laboratori o da stoviglie) all’interno dei flussi destinati alla produzione di vetro per imballaggi alimentari. Anche piccole percentuali di questo materiale, noto per la sua alta resistenza termica e chimica, alterano l’equilibrio tra i componenti principali (silice, sodio, calcio) della massa vetrificata. Il risultato è una variazione imprevista delle proprietà fisiche (come il punto di fusione) e delle caratteristiche ottiche (colore, trasparenza, brillantezza). Questo può portare a prodotti non conformi alle specifiche richieste dai clienti, in particolare nei settori alimentare e farmaceutico dove le norme sono particolarmente stringenti. L’ingresso di vetro al piombo (come quello utilizzato nei cristalli) introduce nel batch elementi tossici e indesiderati, rendendo il materiale non idoneo per la produzione di bottiglie o vasetti destinati al contatto alimentare. Il piombo, inoltre, può catalizzare reazioni secondarie nei forni e contaminare anche successive produzioni, costringendo talvolta a fermare e bonificare gli impianti. Altri elementi, come ossidi metallici derivanti da vetri colorati non compatibili, possono causare variazioni cromatiche difficilmente controllabili. Nei prodotti trasparenti, anche minime quantità di impurità coloranti portano a viraggi di colore, perdita di trasparenza e invecchiamento accelerato del materiale. Effetti funzionali e implicazioni per l’industria A livello industriale, la presenza di impurità ha effetti che vanno ben oltre la semplice estetica. Un lotto di vetro riciclato contaminato da ceramica o pietre può compromettere la qualità della produzione per settimane, costringendo a rallentare la linea, ad aumentare i controlli di qualità o addirittura a ritirare dal mercato lotti già distribuiti. Gli operatori sono consapevoli che la “tolleranza zero” verso alcune impurità è una condizione necessaria per mantenere rapporti con i clienti più esigenti, come le multinazionali del beverage e del food. Le impurità incidono inoltre sui parametri di lavorazione: la fusibilità, la viscosità e il comportamento durante la formatura possono cambiare anche per piccole variazioni della composizione. Questo si traduce in costi energetici più alti, maggiore usura dei forni, necessità di frequenti aggiustamenti di processo e un generale calo dell’efficienza produttiva. Infine, l’impatto economico non va sottovalutato: - Le impurità aumentano la quota di scarti da smaltire, riducendo il rendimento globale del riciclo. - I costi di manutenzione e di sostituzione delle parti usurate crescono sensibilmente. - La presenza di difetti nei prodotti finiti espone gli operatori a reclami, contestazioni e perdita di fiducia da parte dei clienti. Casi di studio e dati di settore Secondo dati forniti dal settore del riciclo europeo, ogni tonnellata di vetro riciclato contaminata da appena il 2-3% di ceramica può generare difetti nel 15-20% delle bottiglie prodotte da quel batch, con ricadute economiche stimate in decine di migliaia di euro per ogni ciclo produttivo compromesso. Alcuni impianti italiani hanno documentato come l’introduzione di una seconda selezione ottica abbia ridotto del 70% la presenza di inclusioni ceramiche, abbattendo drasticamente i reclami dei clienti finali. Nei casi più gravi, il rischio è che i fornitori vengano esclusi dalle filiere internazionali del vetro, che impongono standard sempre più severi sia per motivi di sicurezza sia per la crescente attenzione alle normative ambientali e alimentari. Tecnologie di rilevamento e rimozione delle impurità La lotta alle impurità passa attraverso una combinazione di selezione meccanica, separazione ottica avanzata, sistemi magnetici ed elettrostatici, processi di lavaggio e, sempre più spesso, l’integrazione di intelligenza artificiale nei sistemi di controllo qualità. La ricerca sta portando sul mercato soluzioni che permettono di intercettare impurità anche di dimensioni inferiori al millimetro, assicurando un output di vetro riciclato con livelli di purezza compatibili anche con le applicazioni più sensibili. Nuove sfide e prospettive future nella gestione delle impurità L’innovazione non si limita alle tecnologie di selezione, ma si estende anche alle pratiche di filiera, alla tracciabilità dei lotti e alle campagne di sensibilizzazione rivolte ai cittadini. In prospettiva, la collaborazione tra tutti gli attori del ciclo del vetro – dal consumatore all’impianto di trattamento, fino all’industria trasformatrice – sarà sempre più decisiva per ridurre la presenza di impurità e valorizzare pienamente il potenziale del vetro riciclato. Conclusione Gestire le impurità nel vetro riciclato non è soltanto una questione tecnica, ma un vero e proprio fattore strategico per la competitività delle imprese e la sostenibilità del settore. Approfondire le cause e gli effetti delle contaminazioni permette agli operatori di investire in soluzioni mirate e di garantire un prodotto finale all’altezza delle aspettative del mercato, riducendo al minimo gli sprechi e massimizzando i benefici ambientali ed economici del riciclo del vetro.© Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - Situazione del PVC: si Profila l’11° Aumento Consecutivo
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Situazione del PVC: si Profila l’11° Aumento Consecutivo
Economia circolare

Situazione del Polimero in PVC: si Profila l’11° Aumento Consecutivodi Marco ArezioUna situazione che è diventata francamente paradossale, in cui gli esperti vedono il trend rialzista dei prezzi del PVC estendersi per il secondo trimestre dell’anno.Si parla dell’undicesimo aumento consecutivo che sta gettando nel panico produttori di compounds, di prodotti finiti e della filiera della componentistica. I motivi che hanno portato a questa situazioni sono articolati e, allo stesso tempo, concatenati tra loro come abbiamo potuto già riferire negli articoli che potrete leggere in fondo, sull’andamento mondiale delle materie prime. Il problema non è solo il livello insopportabile dei prezzi per i trasformatori di materia prima, che sono in difficoltà nel rispettare i contratti fatti, ma anche dalla mancanza di approvvigionamenti continuativi e sufficienti per sostenere la produzione. Si stanno verificando, a fronte di un portafoglio ordini sostenuto, il fermo di alcuni impianti produttivi per l’impossibilità di ricevere in tempo la materia prima. Dobbiamo inoltre considerare che all’avvicinarsi della stagione più mite in Europa corrisponde normalmente ad una ripresa delle attività del settore dell’edilizia e del settore agricolo, in cui la richiesta di manufatti in PVC diventa robusta. Per rispondere alle richieste di clienti che acquistano manufatti in PVC normalmente si coinvolge sia il magazzino dei prodotti finiti, costituito nei mesi precedenti la primavera, quando il livello degli ordini solitamente è inferiore alla produzione, sia la produzione quotidiana. Questa situazione nei mesi invernali non si è verificata, in quanto le scorte dei produttori sono generalmente scarse o nulle e la produzione giornaliera soffre di ingressi di materia prima non ottimali. Alcuni operatori, specialmente nel settore dei tubi, hanno dichiarato che stanno valutando se sospendere le produzioni di tubi in PVC a favore dell’HDPE per non perdere fatturato in un momento così importante. C’è anche da considerare che ad incidere negativamente sulla produzione dei prodotti in PVC e dei compounds non è solamente la carenza ormai cronica della materia prima, ma anche quella legata agli additivi che sono necessari per le produzioni. Uno tra tutti è il plastificante che, scarseggiando sul mercato proprio come la materia prima a cui si deve legare, impedisce il regolare svolgimento delle attività produttive.Categoria: notizie - plastica - economia circolare - rifiuti - PVC

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https://www.rmix.it/ - Come Riciclare il Supporto delle Etichette nel Settore del Packaging
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Come Riciclare il Supporto delle Etichette nel Settore del Packaging
Economia circolare

Come Riciclare il Supporto delle Etichette nel Settore del Packagingdi Marco ArezioRecuperare e riciclare non significa solo occuparsi del prodotto a fine vita che è stato acquistato dal consumatore, portato per esempio a casa, utilizzato il suo contenuto e poi buttato nei rifiuti.Questo è il concetto tradizionale di un prodotto che deve essere avviato al riciclo, ma i consumatori non vedono altre tipologie di rifiuti che vengono generati per produrre quell'imballo. Per esempio i supporti delle etichette che vengono applicate ai prodotti, generano, in maniera continuativa, rifiuti che possiamo definirli non di consumo ma di produzione. Come ci racconta Tiziano Polito di un'iniziativa portata avanti dalla società Americana Avery Dennison, che recupererà i rifiuti dai materiali adesivi che immette sul mercato in otto paesi Europei nella prima metà del 2021. 470.000 tonnellate: questo è il volume del supporto per etichette prodotto in Europa nel 2019 secondo la società di consulenza AWA. Solo un terzo di questa quantità viene riciclato. I dorsi - chiamati da alcuni "liner" o "protector" sono usati, per veicolare l'etichetta, chiamata "front", diventano poi rifiuti una volta applicata l'etichetta sul prodotto. Da diversi anni i produttori di materiali adesivi si propongono di recuperarli nell'ambito di programmi che rispondono ad un approccio di economia circolare. Avery Dennison è uno di loro. Il produttore americano lancia, con AD Circular, un nuovo progetto di recupero e riciclo per i paesi europei. Con un inizio previsto nella prima metà del 2021 in Francia, Spagna, Belgio, Polonia, Danimarca, Svezia, Germania e Regno Unito, il programma coinvolgerà altri paesi europei nella seconda metà dell'anno. Il progetto riguarda il recupero e il riciclo del supporto in carta e il film plastico. Per realizzare il progetto, Avery Dennison cha reato un sistema semplice: le aziende hanno a disposizione un'applicazione Web per pianificare la raccolta dei propri rifiuti. Inoltre fornisce loro dati utili sotto forma di analisi e certificati, quantità di materiali riciclati, quantità di emissioni di CO2 evitate, ecc.Categoria: notizie - plastica - economia circolare - rifiuti - etichette - packaging

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https://www.rmix.it/ - Uso della plastica riciclata: tanti articoli ma poca attenzione verso il settore
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Uso della plastica riciclata: tanti articoli ma poca attenzione verso il settore
Economia circolare

Come aiutare l’ambiente, riutilizzando la plastica di scarto, ma sentirsi un imprenditore di serie Bdi Marco ArezioI produttori di articoli fatti con la plastica riciclata dovrebbero avere un riconoscimento sociale per l’uso che fanno della materia prima riciclata nei loro prodotti, la quale contribuisce, non solo a ridurre le quantità di rifiuto che giornalmente produciamo in tutto il mondo, ma permette di ridurre l’uso dei polimeri vergini di derivazione petrolifera. Un impegno verso l’ambiente in perfetta coerenza con i principi dell’economia circolare ma, che nel concreto non ha, fino ad ora, trovato grande sostegno tra i consumatori. La prima cosa che gli stati dovrebbero fare è quello di incentivare gli acquisti di prodotti fatti in plastica riciclata e scoraggiare quelli fatti con la materia prima vergine, così da dare una spinta importante in un’ottica ambientalista. Gli incentivi possono essere di varie forme: - sgravi fiscali sugli acquisti- buoni spesa- prezzi calmierati- incentivi sull’uso dei polimeri rigenerati per le industrie in fase di produzione Questi, sono solo alcuni esempi di tanti che si possono adottare, ma sono fondamentali per aiutare la riduzione della plastica di scarto. Non è la strada corretta quella di far credere alla gente che si possa vivere, nel breve, senza plastica, ma bisogna far capire che, più prodotti fatti in plastica riciclati vengono acquistati dai consumatori, più si consumano le grandi quantità di scarto plastico che i paesi producono quotidianamente e non sanno più dove mettere. Nello stesso senso, più si scelgono prodotti fatti con polimeri vergini, più si contribuisce ad aumentare i rifiuti plastici e si incentiva la trasformazione del petrolio in materia prima, con la conseguenza di aumentare l’effetto serra. L’incremento del riciclo è solo un anello di una catena di interventi che si devono fare per risolvere il problema dei rifiuti plastici, ma la sua importanza è tale da dover investire sulla cultura del riciclo e sul suo riutilizzo. Sapendo che l’adozione della “Plastic Free” è un’utopia, oggi, e lo sarà finchè la scienza non troverà un prodotto ecocompatibile che possa sostituire la plastica in termini di flessibilità d’uso, leggerezza, economicità e caratteristiche tecniche, dobbiamo qualificare il settore dei prodotti fatti in plastica riciclata. Andando al negozio, se volete bene all’ambiente e al proprio futuro, sarebbe auspicabile scegliere prodotti plastici fatti con materie prime riciclate cercando di non fare confusioni con certi messaggi sulle etichette dove viene riportato la dicitura “riciclabile” in quanto il prodotto potrebbe essere fatto con polimeri vergini. Se dovete comprare secchi, vasi, armadi, tavoli, sedie, cassette, flaconi, articoli per il giardino,grigliati, tubi e tanti altri prodotti, pensate all’ambiente, sempre.Categoria: notizie - plastica - economia circolare - ricicloVedi maggiori informazioni sul riciclo

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https://www.rmix.it/ - Progetto di Consulenza per l'Esportazione di TPO Riciclato in Svezia
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Economia circolare

Progetto di Consulenza per l'Esportazione di TPO Riciclato in Sveziadi Marco ArezioIl TPO è una Poliolefine composta che si adatta ad innumerevoli applicazioni in settori tecnici di produzione. Il materiale impiegato in modo importante nel settore dell’automotive, viene recuperato, prevalentemente, come scarto industriale.Il mercato dei compounds tecnici richiedono uno scarto di TPO che abbia un bassissimo contenuto di polietilene reticolato, o addirittura nullo, il quale molte volte viene impiegato a corredo dei fogli di copertura delle parti interne delle auto. Rimane comunque un mercato di nicchia, in quanto il riutilizzo dello scarto post industriale può essere impiegato in settori che non siano il food o il medicale e, la ridotta disponibilità sul mercato, hanno spesso privilegiato la produzione di compounds con le materie prime vergini. La società di consulenza sulle materie prime riciclate, Arezio Marco, è stata incaricata di valutare dei canali di vendita per le balle di TPO in Europa, per permettere al cliente di poter seguire l’ingresso dello scarto di produzione con maggiore costanza, avendo, a valle, un mercato regolare a cui vendere il prodotto selezionato. Il compito della società Arezio Marco è stato quello di ottimizzare i flussi in ingresso, derivanti dai produttori degli scarti, con i flussi di vendita verso i trasformatori della materia prima, creando nuovi rapporti con clienti che potessero acquistare in modo continuativo il TPO in balle. La Svezia si è dimostrato un paese in cui l’interesse per il prodotto è stato importante, potendo costruire una buona partnership tra fornitore e cliente.Categoria: notizie - plastica - economia circolare - riciclo - rifiuti - TPO

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https://www.rmix.it/ - Il Packaging del Vino Francese Vira sulle Bottiglie in rPET?
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Il Packaging del Vino Francese Vira sulle Bottiglie in rPET?
Economia circolare

Un accordo storico tra due società per aiutare il settore vitivinicolo Francese ad affrontare la mancanza di vetroIl vino ha provato in passato ad uscire dalle solite bottiglie in vetro da 75 cc., entrando nel cartone per esempio, ma con risultati non eccelsi. Un imballo troppo diverso, anche visivamente, che non è piaciuto ai degustatori del nettare degli Dei, sollevando anche alcuni dubbi sulla qualità e durata del vino all’interno di questo packaging in cartone. Ora la Francia, famosa nazione per quantità e qualità del vino, vive la difficoltà nel reperire il vetro per le bottiglie tradizionali e, anche a causa dei costi saliti alle stelle, si è domandata come poter risolvere il problema. Così, due società specializzate nel packaging per il settore vitivinicolo e nelle soluzioni sostenibili per l’industria dell’imbottigliamento, hanno unito i loro sforzi per andare incontro alle aziende agricole Francesi che producono vino. La collaborazione tra Vinventios, azienda specializzata nella produzione di chiusure sostenibili per bottiglie, inserita nella filiera della produzione del vino in molti paesi del mondo e Packamama, azienda specializzata nella produzione di bottiglie per il vino in rPET, ha dato i suoi frutti sul mercato Francese. Le nuove bottiglie in rPET andranno a sostituire le classiche cilindriche in vetro, che tutti conosciamo, apportando, non solo una novità stilistica nella bottiglia, in quanto ovalizzata e non cilindrica, ma anche un messaggio forte dal punto di vista ambientale, utilizzando l’rPET, riciclato al 100%, che secondo Packamama, aiuterà le cantine ad abbattere la loro impronta di CO2. Inoltre, il PET riciclato per alimenti è certificato in Europa e negli USA, non reagisce ai cibi e alle bevande, non ha alcun impatto sul gusto ed è privo di PBA. Il vantaggio della bottiglia riciclata in rPET non è solo espresso nel miglioramento del marketing dell’imballo e nel vantaggio ambientale, passando dal vetro alla plastica, ma ha anche un grande vantaggio economico nei trasporti e, quindi, nel risparmio di costi e di carburante bruciato per la logistica. Infatti, secondo Packamama, la bottiglia in rPET, del tutto simile a quella in vetro, anche nel colore, pesa solo 63 gr. che corrisponde all’87% in meno di una di vetro, con risvolti evidenti sull’impronta carbonica nella logistica. Secondo Packamama la Francia sta vivendo una serie di coincidenze negative nel settore del vino, come la mancanza di bottiglie in vetro, i loro prezzi molto più altri che in passato e la disaffezione al vino da parte delle generazioni più giovani. Con la nuova bottiglia in rPET i prezzi del packaging saranno più competitivi, più stabili, il prodotto più sostenibile e più innovativo, andando incontro anche alle esigenze rivendicate dai giovani in termini di tutela ambientale. La carenza di bottiglie in vetro, che ha afflitto la Francia negli ultimi anni, è stata innescata dal fermo dei forni a causa del Covid 19, ma è poi proseguita per la ridotta produzione generale, anche a seguito del costo improponibile, per alcune aziende, dell’energia. Resiste, tuttavia, un certo disappunto da parte dei consumatori di vino meno giovani al cambio del vetro come materia prima per le bottiglie, essendo convinti che il vetro sia, nel suo complesso, più sostenibile e circolare della plastica.

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