Oltre la Vetta. Capitolo 3: L’Ascesa Finale, la Tragedia e l’Eredità dei Fratelli Messner sul Nanga Parbat
- Nanga Parbat: il sogno e l’incubo della spedizione dei fratelli Messner
- La Parete Rupal: la sfida più estrema dell’alpinismo himalayano
- Preparazione e strategia: lo stile alpino di Reinhold e Günther Messner
- La salita alla vetta: il momento di gloria sul Nanga Parbat
- La discesa fatale: il deterioramento del meteo e la lotta per la sopravvivenza
- La tragedia di Günther Messner: il dramma della separazione in alta quota
- Reinhold Messner solo contro l’Himalaya: il ritorno tra i vivi
- Le polemiche e le controversie: la versione dei fatti di Reinhold Messner
- L’impatto della spedizione del 1970 sulla storia dell’alpinismo
- Il ricordo di Günther Messner: un’eredità incisa nella montagna
Tutti i Capitoli
- Oltre la Vetta. Capitolo 1: Il Richiamo della Montagna
- Oltre la Vetta. Capitolo 2: Preparazione e Partenza
- Oltre la Vetta. Capitolo 3: L’Ascesa Finale e la Tragedia
Nanga Parbat: la drammatica conclusione della spedizione dei fratelli Messner sulla Parete Rupal
Giugno 2024
di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.
L’alba di quel giorno decisivo si levò come un presagio al Campo più Alto, un luogo sospeso tra terra e cielo, dove la vita di ognuno sembrava ridotta all’essenziale. Il Nanga Parbat, con la sua maestosità e ferocia, si rivelava in tutta la sua crudele bellezza.
Qui, sulla Parete del Rupal, i fratelli Reinhold e Günther Messner sapevano di essere a un passo dal realizzare il loro sogno o di precipitare in un incubo senza ritorno.
L’atmosfera nel piccolo accampamento era tesa, ogni gesto assumeva un significato vitale, ogni sussurro risuonava nell’aria rarefatta. Il respiro di ciascuno si faceva affannoso a causa dell’altitudine elevatissima, e perfino la luce del sole, filtrando tra le creste innevate, sembrava un monito di quanto fosse fragile la vita su quelle pendici.
Per arrivare a questo momento, i due fratelli avevano investito tutto: mesi di allenamento, selezione meticolosa dell’equipaggiamento, studi dettagliati sulle linee di salita e su possibili vie di fuga. Avevano scelto lo stile alpino, che li obbligava ad essere autosufficienti e ad agire con rapidità. Ora si trovavano lì, di fronte al tratto conclusivo della Parete del Rupal, pronti ad avventurarsi nell’ignoto.
Il “Push” Verso la Vetta
Le prime ore di salita furono segnate da un ritmo costante e consapevole, frutto di una preparazione che andava oltre la mera forza fisica. Reinhold e Günther, legati dalla corda e da un legame fraterno antico, procedevano con passi calibrati, affidandosi a piccozze e ramponi per guadagnare terreno su tratti di ghiaccio e roccia.
Nonostante la fatica e la concentrazione necessarie, ogni tanto i due si scambiavano sguardi di incoraggiamento. In quei momenti, la montagna pareva quasi sospendere il suo rigore per concedere loro un attimo di sintonia, un battito di calore umano nel gelo spettrale.
Il tratto più pericoloso si rivelò un canalone di ghiaccio particolarmente insidioso, dove il rischio di valanghe e caduta di blocchi di ghiaccio incombeva costantemente. I Messner alternarono tecniche di arrampicata su ghiaccio verticali, con i corpi incollati alla parete, a momenti in cui la roccia affiorante richiedeva manovre di arrampicata mista, rese ancor più ardue dall’ossigeno rarefatto.
Ogni colpo di piccozza, ogni passo con i ramponi, costava una frazione di energia che poteva risultare decisiva al termine della giornata. Eppure, alimentati dall’adrenalina e dal desiderio di conquistare quella montagna leggendaria, i due fratelli continuarono a salire con determinazione, consapevoli che il tempo atmosferico, in Himalaya, è un avversario imprevedibile e spesso crudele.
L’Istante del Trionfo
Quando finalmente raggiunsero la cresta sommitale, una luce quasi irreale accese la neve e il ghiaccio. Il vento, che ululava incessante su quei pendii, sembrava ora trasformarsi in una sorta di coro in lontananza, un canto che testimoniava il loro ingresso in una dimensione estrema. Ogni passo verso la vetta era un corpo a corpo con la rarefazione dell’aria e il proprio limite psicologico.
La visione del mondo sottostante era al contempo raggelante e grandiosa. Picchi lontani, nubi di vapori che si alzavano dalle vallate e quella sensazione di fluttuare, come se la montagna stessa si fosse trasformata in una sorta di passerella sospesa sul vuoto. Reinhold e Günther sapevano che, a quelle altitudini, un movimento falso o un calo di attenzione poteva essere fatale.
Il momento in cui posero piede sulla vetta del Nanga Parbat fu un istante di estasi e commozione. Non c’erano folle ad accoglierli, né bandiere sventolanti o fanfare. Solo il silenzio siderale dell’alta quota e il battito accelerato dei loro cuori.
Reinhold raccontò in seguito di aver provato una sensazione di “vuoto assoluto”: un misto di gioia travolgente, di gratitudine per essere arrivato lassù con il fratello, ma anche di premonizione, come se la montagna stesse sussurrando che la sfida più grande non era la salita, bensì la discesa.
L’Inizio della Discesa e la Tempesta Improvvisa
La vetta, per quanto rappresenti la meta sognata da ogni alpinista, è soltanto la metà del viaggio. Reinhold e Günther ne erano consapevoli, e non indugiarono a lungo in cima: un velo di nubi nere, all’orizzonte, li convinse che ogni secondo sarebbe stato prezioso per iniziare la ritirata.
Le condizioni meteorologiche si deteriorarono con una rapidità sconvolgente. L’aria si fece ancora più fredda, il vento si intensificò fino a scuotere le corde e i corpi stessi. Nel giro di poche ore, un autentico turbine di neve e ghiaccio li costrinse a rivedere i piani di discesa, spingendoli a cercare percorsi alternativi meno esposti.
Günther, che fino a quel momento aveva risposto con forza e determinazione alle difficoltà, cominciò a mostrare segni di affaticamento estremo. L’alta quota, la stanchezza accumulata e l’intensità della tempesta iniziarono a minare la sua energia vitale. Reinhold si rese conto che la lucidità del fratello stava scemando e che bisognava trovare una via di discesa più rapida e riparata. Fu allora che, secondo i resoconti, i due presero la decisione di cercare una via meno battuta, sperando di aggirare i passaggi più pericolosi.
La Tragedia e la Perdita di Günther
Il Nanga Parbat è una montagna che non perdona gli errori e non concede margini a chi esita. Mentre tentavano di discendere attraverso un versante diverso rispetto al percorso di salita, travolti da vento e neve fittissima, i fratelli si trovarono in un labirinto di crepacci e seracchi.
Le testimonianze e i racconti di Reinhold Messner parlano di un momento di separazione, di un istante in cui l’oscurità e la tormenta inghiottirono Günther, portato via da una valanga o da un cedimento del manto nevoso. Proprio qui, nel cuore dell’Himalaya, si consumò il dramma che avrebbe segnato per sempre la vita di Reinhold e la storia dell’alpinismo.
La disperazione di Reinhold si mescolò a un istinto di sopravvivenza primario: rimasto solo in una situazione estrema, senza ossigeno supplementare, privo del supporto psicologico del fratello e con il meteo che non accennava a migliorare, dovette combattere contro i sensi di colpa e la paura per cercare di scendere a valle.
La discesa fu un’odissea. Reinhold raccontò in seguito di aver sofferto di allucinazioni, di aver patito la fame e la sete in modo lancinante, di aver vagato tra creste e ghiaioni di ghiaccio, spinto soltanto dalla volontà di sopravvivere e raccontare l’accaduto.
Furono forse la sua eccezionale resistenza fisica, la padronanza tecnica e la forza morale – alimentata anche dall’amore fraterno – a riportarlo infine tra i vivi, nonostante gli arti congelati e un corpo esausto.
Il Ritorno e l’Eredità di una Spedizione Leggendaria
Il rientro in solitudine e in condizioni fisiche critiche, segnò l’inizio di un’altra difficile fase: Reinhold si ritrovò senza Günther, con il cuore devastato e i piedi gravemente congelati, in un mondo che chiedeva spiegazioni.
Le polemiche esplosero: c’era chi metteva in dubbio la dinamica dell’incidente, chi sosteneva che i fratelli avessero litigato, chi ancora criticava la scelta di una via di discesa “improvvisata”.
Ma al di là delle controversie e delle ricostruzioni successive, la verità più evidente rimase quella di un’impresa immensa, pagata con un tributo di sangue.
Reinhold Messner, segnato nel corpo e nello spirito, scelse di onorare il fratello raccontando la verità dei fatti dal proprio punto di vista, sostenendo per anni la sua versione sulla tragica perdita di Günther a causa di una valanga.
La spedizione al Nanga Parbat del 1970, con la salita in stile alpino sulla Parete del Rupal e il tragico epilogo, divenne un evento spartiacque nella storia dell’alpinismo. Dimostrò che era possibile, benché estremamente rischioso, tentare le grandi vette himalayane con un approccio leggero e una ridotta infrastruttura di supporto, affidandosi principalmente alla propria tecnica, resistenza e coesione di squadra. D’altra parte, mise a nudo il lato oscuro dell’avventura estrema: la montagna non contempla compromessi e, quando esige un tributo, lo fa senza preavviso.
Lezioni Apprese e Lascito Spirituale
Da quell’esperienza, Reinhold Messner portò con sé un bagaglio di insegnamenti che avrebbero influenzato tutta la sua futura carriera e la visione dell’alpinismo moderno. Da un lato, il dolore per la perdita del fratello non lo abbandonò mai, trasformandosi in una ferita aperta che lo spinse a superare ulteriori sfide sulle cime più alte del pianeta, sempre animato da un profondo rispetto per la natura e la sua forza incommensurabile.
Dall’altro, la narrazione di quei momenti drammatici contribuì a ridefinire lo stile alpino come la massima espressione di libertà e responsabilità individuale in montagna. L’epoca dei grandi assalti con eserciti di portatori e di tende multiple lasciò spazio a un approccio più essenziale, dove la relazione tra uomo e montagna diveniva più intima, sincera, rispettosa.
Anche la comunità internazionale dell’alpinismo colse l’impatto rivoluzionario di questa vicenda. Il Nanga Parbat, per quanto fosse già noto come la “montagna assassina” per via degli innumerevoli incidenti mortali, assunse un’aura mitica ancor più potente, intrecciando la storia dei Messner con il fascino di una vetta divenuta simbolo di sfida all’ignoto.
Il Ricordo di Günther Messner
La memoria di Günther, il fratello caduto, continua a vivere nelle parole di Reinhold e nelle menti di tutti coloro che ammirano l’alpinismo pionieristico. È un ricordo che non svanisce, ma che diventa monito e ispirazione: la montagna è maestra di umiltà e, allo stesso tempo, incitamento a spingersi oltre i propri limiti.
Per anni, Reinhold Messner ha lottato contro le voci e le illazioni, cercando di far comprendere la vera dimensione della tragedia e ribadendo il profondo legame che univa lui e Günther.
Il rinvenimento di alcuni resti appartenenti a Günther, molti anni dopo, confermò che il fratello era stato travolto da una valanga sul versante Diamir, mettendo fine a parte delle controversie e offrendo un barlume di pace a una vicenda segnata da polemiche e sofferenze.
Conclusione: Il Sentiero Che Non Finisce Mai
La spedizione dei fratelli Messner al Nanga Parbat nel 1970 si concluse con un successo alpinistico di portata storica, ma anche con una tragedia indelebile. La Parete del Rupal, con i suoi ghiacci e la sua immensità verticale, divenne teatro di una delle imprese più raccontate e discusse della storia dell’alpinismo.
Il terzo e ultimo capitolo di questa avventura ricorda come, in alta quota, il confine tra vittoria e perdita sia labile e come il coraggio e la preparazione possano non bastare, quando la montagna decide di mostrare il suo volto più spietato.
Tuttavia, se questa storia ci lascia un insegnamento, è che il senso profondo dell’alpinismo non risiede semplicemente nella conquista di una vetta, ma in tutto il percorso che vi conduce, dall’allenamento iniziale alla comprensione dei propri limiti, fino all’incontro con la dimensione più autentica di sé stessi.
Oggi, il nome di Reinhold Messner è associato alle grandi sfide himalayane e all’alpinismo estremo, ma la sua fama è intrisa di quella ferita antica che risponde al nome di Günther, fratello scomparso su una delle montagne più letali del mondo.
Ciò che resta, infine, non è solo il ricordo di un’impresa, ma il lascito di uno stile, di una visione etica dell’avventura e di una profonda riflessione sul valore della vita in ambienti ostili.
In questo modo, la spedizione al Nanga Parbat del 1970 assume i tratti di una grande metafora dell’esistenza: l’ascesa e la discesa, il sogno e l’incubo, la gioia del successo e il dolore della perdita. Una storia che continua a ispirare generazioni di alpinisti e appassionati di montagna, insegnando che ogni vertice conquistato ci porta a esplorare i recessi più nascosti dell’anima e che, persino nelle tragedie più cupe, risiede un seme di conoscenza e di bellezza.
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Foto Wikimedia: Shirjeel Imran Malik