La città tace, ma ascolta. In calli strette e stanze ricche di velluti, uomini potenti intrecciano cene e calcoli, parole sussurrate e silenzi più eloquenti delle confessioni. Una donna dal sorriso ambiguo, un banchiere che pesa il rischio come fosse oro, un armatore che conta più vele che ore di sonno, un patrizio elegante che vive di favori e promesse: tutti vengono raggiunti da un segnale identico, inatteso e ineludibile.
Le lettere arrivano in modo discreto, scivolando sotto porte chiuse o consegnate in silenzio, sigillate da una ceralacca anonima. In poche righe, un ordine che sa di destino. Nessuno dei destinatari osa ignorarlo, ognuno intuisce che si trova sull’orlo di un gioco più grande di lui.
Così, tra l’odore di cera e vino, di registri contabili e stive bagnate di salsedine, prende forma un filo invisibile che lega mondi diversi: il vetro di Murano, i salotti più ambigui, i magazzini dei porti e i giardini rinascimentali. Venezia finge di dormire, ma i suoi occhi guardano. E chi riceve l’invito sa che non sarà più padrone delle proprie notti.
Intrighi tra palazzi, danaro e passioni — Corner, Luzzatto, Da Lezze e Barbarigo nel mirino di una misteriosa “D.”
Settembre 2025
di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.
Racconti. 1572 Carnevale di Sangue. Capitolo 7: Convocazioni sullo “Speranza”
La calle era così stretta che due persone, incrociandosi, dovevano scegliere chi respirava per primo. Un filo d’acqua nera la lambiva a tratti, come un serpente rannicchiato tra le pietre; l’umidità accarezzava i muri con dita fredde e lasciava fioriture di salnitro a disegnare mappe di arcipelaghi immaginari. Lì, al piano nobile di una casa antica “senza stemma”, Alvise Corner teneva il suo rifugio: un appartamento preso in affitto a nome di un fattore, con un portoncino che non attirava sguardi e un battente che conoscevano solo tre persone. Serviva a quello: a non esistere.
Dentro, però, non aveva nulla dell’anonimia. Il vestibolo apriva su una sala lunga, con travi scure e pareti rivestite di damaschi color vino. Due specchi muranesi — sottili come un respiro, cerchiati da cornici di foglia d’oro — raddoppiavano la luce di candele alte, confitte in candelabri di rame brunito. Una consolle intarsiata reggeva una ciotola di melagrane e limoni; il profumo pungente della scorza, misto alla cera d’api, dava alla stanza un che di pulito e sensuale insieme. Dalla finestra socchiusa, un soffio di laguna portava la voce di un remo, lontano.
Alvise cenava come sapeva vivere: senza fretta, con una calma che era solo un vestito della volontà.
Indossava una veste da casa in velluto blu, collo di raso, le mani curate di chi gioca con denari e contratti più spesso che con funi o vele. Davanti a lui, la tavola era un teatro in miniatura: una tovaglia di lino grezzo, pesante, appena ricamata ai bordi; piatti di maiolica veneziana, un vassoio di anguilla in saor con cipolle bionde candite nell’aceto e pinoli lucidi, una faraona arrosto spennellata di miele e rosmarino, un piatto di radicchio saltato con lardo e una terrina di ricotta cosparsa di pepe e scorza di limone. Un paniere di pagnotte bianche ancora tiepide, la crosta che scricchiolava a ogni stretta. Il vino — un bianco di Istria, freddo di cantina — correva generoso in un calice sottile, e un rosso più scuro attendeva in una bottiglia panciuta, pronto a cambiare il tono della conversazione quando la notte avrebbe abbassato la voce.....