La gondola scivola lenta tra i riflessi dorati di Venezia, e con essa il destino di Lorenzo Vendramin, reduce da una missione che lo ha messo faccia a faccia con la verità e l’inganno. Il suo ritorno a Palazzo Morosini segna l’inizio di una nuova indagine, più sottile e pericolosa di quanto avesse previsto.
Tra registri segreti, nomi cancellati e mandanti invisibili, la Serenissima rivela il suo volto più ambiguo. Ma è l’improvvisa scomparsa di una giovane donna — intelligente, viva, misteriosa — a scuotere davvero Lorenzo, trascinandolo in un dedalo di menzogne che unisce potere, fede e sentimento. Nella luce ramata del tramonto veneziano, ogni parola diventa un indizio, ogni silenzio una minaccia. E la verità, come l’acqua dei canali, sembra pronta a inghiottire chiunque osi cercarla.
Nel cuore della Serenissima, tra intrighi politici e passioni proibite, Lorenzo Vendramin torna da Mantova con un anello che pesa come una condanna
Ottobre 2025
di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.
Racconti. 1572 Carnevale di Sangue. Capitolo 21: L’anello dei Gonzaga e la scomparsa di Elisabetta
La gondola scivolò sotto il sole di Venezia con la stessa lentezza misurata con cui Lorenzo, quel mattino, misurava il battito del proprio cuore. Le calli gli passarono accanto come pagine sfogliate: uomini al lavoro, donne ai panni, l’odore del mare mescolato a quello della cucina dei fondaci.
Pietro camminava accanto a lui sul pontile, un’ombra tranquilla e concentrata, pronto a scomparire in un attimo se fosse stato necessario. Lorenzo stringeva il cofanetto contenente l'anello che aveva recuperato alla corte dei Gonzaga, e ogni tanto lo apriva, fissandolo, quasi per assicurarsi che non fosse di nuovo una trappola. Varcò il portone del palazzo dei Morosini come uno che rientra nel centro del proprio mondo: la familiarità non era consolazione, ma un’arma.
L’androne profumava di cera e di spezie; qualche cofanetto orientale faceva capolino da una nicchia.
Un paggio riconobbe Lorenzo e, con un cenno rispettoso, lo condusse allo studio. La stanza era come sempre: mappe appese alle pareti, registri ordinati in scaffali scuri, il globo che stava nell’angolo pareva aspettare di essere girato. Girolamo Morosini lo attendeva seduto dietro la sua scrivania di noce, la pipa accesa tra le dita — un filo di fumo che si arrotolava lento nella luce — e lo sguardo che non perdonava inutili orpelli. «Vendramin.» La voce di Morosini non si lasciava andare a smancerie; c’era, però, una nota di calore misurato. «Avete l’aria di chi è tornato da un luogo che divide il mondo in prima e dopo. Parlate.»Lorenzo posò il cofanetto sul tavolo, lo aprì, e lasciò che l’anello distillasse l’attenzione di Morosini come un piccolo sole metallico. Raccontò Mantova come si racconta un viaggio e un esame insieme: la formalità della corte dei Gonzaga, le prigioni del duca, la mano ferma con cui aveva parlato con Karim Al-Safir, la prigionia del mercante, la scrupolosità del conte nel custodire il gioiello e — infine — la consegna. Non tralasciò i dettagli che contavano: l’odore delle stanze, i nomi pronunciati a mezza voce nei corridoi, la freddezza professionale del duca che non aveva voluto indagare oltre la competenza territoriale ma che aveva permesso l’esame dell’anello e la sua custodia....