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IL BOSCO CHE PARLAVA SOTTOVOCE. LA FIABA DI NICO E ANIMA

Slow Life
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare - Il Bosco che Parlava Sottovoce. La Fiaba di Nico e Anima
Sommario

A Roccachiara, dove il rumore accompagna ogni giornata, Nico segue il nonno in un luogo dove le voci si abbassano da sole: il Bosco del Fontanile. Lì incontra Amina, una ragazza che disegna mappe e ascolta ciò che di solito passa inosservato. Tra sentieri antichi, una sorgente d’acqua, una radura circolare e presenze silenziose, il bosco sembra comunicare in modo diverso dal mondo di tutti i giorni. La storia segue un’esperienza che cambia il ritmo delle cose e il modo di stare insieme. Senza eventi straordinari, ma con segnali sottili, il racconto accompagna il lettore dentro un luogo vivo di memoria, incontri e storie condivise. Una fiaba che si muove lentamente, come il bosco stesso.

Il Bosco che Parlava Sottovoce - La storia di Nico, del fontanile nascosto e della radura dei racconti


Nel paese di Roccachiara le giornate avevano un suono preciso: il rintocco delle biciclette sul selciato, le serrande che si alzavano a scatti, le voci che correvano da un balcone all’altro come palline rimbalzate. Persino il vento, lì, sembrava più frettoloso: si infilava tra le case, faceva sbattere una persiana e poi scappava via, come se avesse un appuntamento.

Nico, che aveva dieci anni e un ciuffo ribelle sempre pronto a cadere sugli occhi, viveva bene in quel rumore. Anzi: lo preferiva. Il silenzio gli sembrava una cosa strana, quasi una stanza vuota dove non sai bene dove mettere le mani.

Quando usciva da scuola, Nico parlava. Parlava tanto. Raccontava a sua madre la partita in cortile, i soprannomi dei compagni, l’ultima battuta inventata con gli amici. Se un pensiero gli passava per la testa, lui lo prendeva al volo e lo buttava fuori, come un aquilone che non vuole restare nella scatola.

Ma c’era un posto, a Roccachiara, dove il rumore cambiava qualità e diventava diverso. Era il Bosco del Fontanile, appena oltre l’ultima fila di case, dove l’asfalto finiva e iniziava un sentiero di terra chiara. Lì, le voci del paese si spegnevano come lampadine quando chiudi l’interruttore. Restavano i passi, le foglie, i fruscii. E qualcos’altro.

Nico non andava spesso al bosco. Non perché ne avesse paura: semplicemente, non ci trovava niente di “utile”. Un bosco non segna gol, non fa video divertenti, non ti dice chi ha ragione in una discussione.

Poi, un sabato di fine primavera, sua madre gli disse:

«Vado al mercato con zia Laura. Tu vieni?»

Nico sbuffò.

«No, mi annoio.»

«Allora vai con il nonno. Deve controllare il fontanile e vedere se le piogge hanno rovinato il sentiero.»

Nico sgranò gli occhi. «Il fontanile? Nel bosco?»

«Sì. E magari fai qualcosa che non sia stare sul divano. Ti farà bene.»

Il nonno Tito era un uomo dal passo lento e dallo sguardo che pareva sempre ascoltare anche quando non parlava. Portava un cappello di paglia un po’ storto e una borraccia vecchia che tintinnava. Quando Nico uscì, il nonno era già pronto, con una piccola cassetta di attrezzi e una corda arrotolata.

«Andiamo?» chiese il nonno.

Nico lo seguì, trascinando le scarpe sul selciato. Si aspettò un discorso lungo, una lezione. Invece il nonno disse solo:

«Oggi il bosco è in buona giornata.»

«Che significa?»

«Che se sai ascoltare, ti restituisce qualcosa.»

Nico quasi rise. “Il bosco che restituisce”, pensò. Sembrava una storia da bambini più piccoli. Ma non disse nulla: al nonno non piacevano le prese in giro.

Quando arrivarono al limitare del Bosco del Fontanile, Nico notò una cosa: il nonno abbassò istintivamente la voce. Non lo fece con paura, ma come si fa entrando in una biblioteca o in una chiesa, dove perfino i pensieri camminano piano.

Il sentiero era morbido, punteggiato da pietre e radici. I raggi del sole filtravano tra i rami come strisce dorate. E nell’aria c’era quell’odore di terra umida e resina che sembra un ricordo antico, anche se lo senti per la prima volta.

Dopo qualche minuto, Nico avvertì una sensazione strana: aveva voglia di parlare, ma le parole gli uscivano più piccole, come se anche lui, senza volerlo, stesse imparando a stare nel posto giusto.

Passarono accanto a un grosso faggio con la corteccia segnata da nodi e piccole cicatrici. Il nonno lo sfiorò con la mano come si sfiora la spalla di un amico.


«Nonno… ma perché fai così?»

«Perché questo albero era qui quando io ero un bambino»

«E allora?»

«Allora è come una pagina di un libro.

Non la strappi, se vuoi che la storia continui.»

Nico stava per rispondere, ma qualcosa lo fece voltare. Dal sottobosco, vicino a un cespuglio di noccioli, comparve una ragazzina con una giacca leggera verde e uno zaino. Aveva capelli scuri raccolti in una treccia e occhi attenti, come se stesse cercando un dettaglio nascosto.

«Ciao!» disse lei, con un sorriso rapido.....


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