Slow Life: Un Viaggio Lento con i Treni Storici a VaporeIl piacere di vivere un’esperienza a misura d’uomo, dimenticandosi della metadi Marco ArezioIl progresso, la tecnologia, l’interconnessione, la velocità, la comodità, gli spazi per lavorare durante il viaggio, le aree dedicate per le riunioni, il ristorante, il bar, i bagni con i pulsanti, i biglietti immateriali, le poltrone elettriche, l’aria condizionata, la musica di fondo, il caffè portato da un addetto insieme al giornale e.. la puntualità. I nuovi treni veloci sono imbattibili, hanno tutto quello che prima si trovava sugli aerei, sono pure a basso impatto ambientale, riducono le emissioni di CO2 e non perdi tempo guidando. Ogni momento del tuo viaggio può essere impegnato per lavorare al computer, organizzare incontri con i clienti e i fornitori, aggiustare il discorso che si dovrai fare in azienda, finire i calcoli sui nuovi budget da presentare alla forza vendita. Bisogna lavorare sodo perché, nonostante la grande distanza che mi separa dalla destinazione, il treno corre veloce, supera i 300 all’ora, quindi devo impegnare queste due ore che ho a disposizione per portarmi avanti con il lavoro. Guardare fuori dal finestrino le bellezze del territorio che sto attraversando? Nooo, non ho tempo, ma poi chi le vede a questa velocità? Mi impazzirebbero gli occhi a seguire le case che passano, i campi coltivati pieni di colori, i contadini che raccolgono il granoturco, gli stormi di uccelli che volano giocando tra loro, le colline che sembrano muoversi scomposte all’orizzonte. Sono tutte strisce indistinte, fatte di immagini che si sovrappongono, alternate al nero delle gallerie e agli abbagli di luce quando esci, troppo faticoso seguire quello che passa. E poi, Il tempo è denaro e quindi investiamolo bene, finendo i calcoli che sto facendo e pensando a qualche buona idea da scrivere per il mio nuovo intervento al prossimo meeting. Stanco, mi appoggio alla poltrona, il lavoro finito, mancano ancora una ventina di minuti all’arrivo e mi posso concedere un piccolo sonnellino, non prima di avere programmato la sveglia sul cellulare. Lentamente scivolo in un sonno dolce, i ricordi mi portano indietro nel tempo, i profumi dei fiori e la brezza della campagna si mischiano ad un suono intermittente, regolare che si accompagna a un brusio ferreo, delicato, continuo, associato a piccole vibrazioni. Un insieme di suoni, colori, aromi e movimenti, che mi fanno vivere un viaggio diverso, con il treno a vapore che sbuffa in testa al convoglio e una serie di carrozze lucide, color amaranto, che brillano al sole. Seduti su poltroncine di velluto verde, con le porte strette tra i sedili e i finestrini che scorrono dall’alto verso il basso, per metà aperti, con l’aria che entra e rinfresca la carrozza, mi godo il movimento lento del treno che mi culla dolcemente. Guardando dai finestrini tutt’attorno vedo la vita che anima la campagna, da lontano i campanili in mattoni con le rondini che volano intorno, scacciate dal suono delle campane che rompe l’aria allo scadere delle ore. Passiamo sul fiume, con il treno che rallenta, come fosse una forma di rispetto per il peso che deve sopportare al suo passaggio. Vedo l’acqua che scorre dolcemente e alcuni pesci che saltano fuori per rituffarsi, lasciando ampi cerchi sulla superficie. Le persone dialogano tra loro, ogni tanto si sente qualche risata di bambini e un richiamo della madre, che li intima a non disturbare i vicini. Ma i viaggiatori non si curano delle risate, i bambini non disturbano e continuano a conversare. Un’aria rilassata, con il viaggio che si fa contrada, piazza, mercato e osteria, dove la gente s’incontra, si racconta e vive. Poi, d’un tratto una voce metallica annuncia l’arrivo del treno, troppo moderna per essere sul mio treno a vapore e, quindi, mi sveglio e torno alla realtà sul convoglio ad alta velocità che sta entrando in stazione. Il sogno però non mi lascia, mi accompagna durante la discesa dal treno, con la gente che guadagna velocemente l’uscita senza rivolgerti la parola e senza gentilezze. Ho voglia di vivere ancora questa avventura quindi mi prometto di informarmi sui treni storici, a vapore, che ancora sono in funzione, digitando sul mio smartphone treni storici per tornare nel passato.Categoria: Slow life - vita lenta - felicitàFoto FS
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Il Trenino del Foliage: viaggio incantato nelle foreste tra Domodossola e LocarnoIl Trenino del Foliage, 52 chilometri di emozioni tra i boschi del Piemonte e del Canton Ticino, tra paesaggi dorati, vallate alpine e piccoli borghi sospesi nel tempodi Marco ArezioC’è un momento dell’anno, sospeso tra il caldo addio dell’estate e il primo respiro d’inverno, in cui le montagne del Piemonte e del Ticino si accendono di un fuoco gentile: è il periodo del foliage, quando le foglie cambiano colore e la natura si veste d’oro, rame e rubino. È in questo scenario che prende vita il Trenino del Foliage, una linea ferroviaria panoramica che collega Domodossola a Locarno, attraversando vallate, boschi e piccoli borghi che sembrano usciti da un quadro impressionista. Appena si sale a bordo, la prima sensazione è quella di un ritorno alla lentezza: il tempo smette di correre e diventa parte del paesaggio. I suoni del viaggio sono antichi — il respiro regolare della locomotiva, il fruscio delle ruote sui binari, i rintocchi lontani di una campana di paese. La luce filtra tra gli alberi e disegna ombre in continuo movimento sui vetri del treno. Il profumo del bosco, misto a quello della pioggia e della terra umida, accompagna ogni chilometro. È un viaggio dei sensi e della memoria, un invito a guardare, respirare e ascoltare. Il percorso tra Italia e Svizzera: un mosaico naturale La Ferrovia Vigezzina-Centovalli si sviluppa per 52 chilometri tra Italia e Svizzera, collegando due mondi diversi eppure uniti da una stessa anima alpina. La partenza è da Domodossola, cittadina dal fascino ottocentesco, circondata da montagne severe e da un centro storico fatto di vicoli lastricati e balconi fioriti. Da qui il treno si inerpica verso la Val Vigezzo, la “valle dei pittori”, chiamata così per la luce speciale che ha ispirato artisti come Carlo Fornara e Giovanni Battista Ciolina, ma anche poeti e viaggiatori di ogni epoca. Dopo pochi minuti di viaggio, i paesaggi si aprono: faggete e castagneti si alternano a prati e piccoli corsi d’acqua che riflettono il cielo. Ogni stazione ha un nome che suona come una promessa: Masera, Druogno, Santa Maria Maggiore, Malesco, Re. A Re il treno rallenta e lascia scorgere il Santuario della Madonna del Sangue, una basilica imponente incastonata nel verde, con le cupole che si specchiano nei ruscelli vicini. Da qui, superato il confine svizzero, inizia la parte più spettacolare: le Centovalli, una gola di ponti e dirupi, dove il treno attraversa viadotti sospesi e gallerie scavate nella roccia. L’ultimo tratto, dolce e luminoso, conduce a Locarno, dove le montagne si aprono sul blu del Lago Maggiore. È un arrivo che sembra una carezza, come se la natura, dopo aver mostrato la sua forza, si distendesse nel riflesso sereno dell’acqua. La storia della Ferrovia Vigezzina-Centovalli Costruita agli inizi del Novecento e inaugurata nel 1923, la ferrovia nacque da un sogno di collegamento e libertà. L’obiettivo era unire le popolazioni di montagna divise dal confine italo-svizzero, facilitando gli scambi commerciali e culturali. Fu un’impresa ardita per l’epoca: 83 ponti e 31 gallerie, costruiti con tecniche d’avanguardia per superare dirupi, corsi d’acqua e pendenze vertiginose. Durante la Seconda guerra mondiale, la ferrovia subì danni e interruzioni, ma fu ricostruita con passione dagli abitanti delle valli, che la consideravano un simbolo di rinascita. Oggi la Vigezzina-Centovalli è un gioiello riconosciuto a livello internazionale: Lonely Planet l’ha inserita tra le dieci linee ferroviarie più belle del mondo, mentre il New York Times l’ha definita “una poesia di binari tra boschi e vallate”. Emozioni lungo i binari Ogni passeggero vive il Trenino del Foliage a modo suo. C’è chi resta incantato a guardare fuori dal finestrino, catturando con lo sguardo ogni sfumatura dei boschi; chi approfitta delle soste per passeggiare nei borghi e degustare prodotti tipici come i formaggi della Vigezzo o il pane di segale. Altri ancora scattano fotografie a ogni curva, incapaci di resistere alla bellezza che cambia di minuto in minuto. Il treno diventa una piccola comunità in movimento: gli sguardi si incrociano, le conversazioni si fanno sussurrate, e spesso basta un sorriso per condividere lo stupore. Ogni tratto di binario è una finestra sulla vita alpina, su case di pietra, stalle antiche, ponti che sembrano sospesi nel tempo. Il foliage qui non è solo uno spettacolo naturale, ma una vera e propria esperienza emotiva, capace di risvegliare il senso del viaggio lento, quello che si vive con il cuore prima che con la macchina fotografica. Consigli pratici per vivere l’esperienza Il viaggio completo dura circa due ore per tratta e può essere percorso in un solo giorno oppure vissuto come un itinerario di più tappe. I biglietti speciali del Foliage permettono di salire e scendere a piacere, per esplorare i paesi lungo il percorso. È consigliabile prenotare online sul sito ufficiale della Ferrovia Vigezzina-Centovalli, soprattutto nei fine settimana autunnali, quando l’affluenza è elevata. Le carrozze panoramiche sono la scelta ideale per chi desidera ammirare i panorami in tutto il loro splendore: i finestrini ampi, i sedili comodi e l’atmosfera silenziosa rendono il viaggio un’esperienza meditativa. Si consiglia di portare con sé una fotocamera o un binocolo, perché non mancano punti di osservazione unici su vallate e cascate. Durante le soste, si possono percorrere sentieri segnalati nei pressi delle stazioni, visitare musei locali, gustare specialità tipiche o semplicemente passeggiare tra le vie dei borghi. Cosa vedere lungo il percorso Domodossola: punto di partenza con il suo centro medievale, i portici, il mercato e il Sacro Monte Calvario, patrimonio UNESCO. Santa Maria Maggiore: cuore culturale della valle, sede del Museo dello Spazzacamino e di botteghe artigiane del legno. Malesco: porta d’accesso al Parco Nazionale della Val Grande, perfetta per escursioni naturalistiche. Re: il santuario della Madonna del Sangue, imponente e affascinante, merita una visita e una sosta per la vista sulle montagne. Intragna e Verscio: borghi svizzeri di pietra con torri medievali, piazze lastricate e piccole osterie. Locarno: elegante località sul Lago Maggiore, famosa per il clima mite, i giardini e il suo lungolago luminoso. Quando partire Il momento ideale per vivere il Trenino del Foliage è tra inizio ottobre e metà novembre, quando i boschi della Val Vigezzo e delle Centovalli esplodono di colori e la luce del sole autunnale rende tutto più vivido. Tuttavia, ogni stagione regala una prospettiva diversa: - In primavera, la natura rinasce e i pendii si coprono di fiori e rododendri. - In estate, il verde domina e i ruscelli creano fresche oasi lungo il percorso. - In inverno, la neve trasforma il treno in un piccolo viaggio fiabesco tra le montagne bianche. Un viaggio lento, sostenibile e poetico Il Trenino del Foliage non è solo un’attrazione turistica: è un manifesto di turismo sostenibile. Viaggiare su rotaia riduce l’impatto ambientale, sostiene le economie locali e invita a una nuova forma di scoperta: quella lenta, rispettosa, immersiva. È un invito a rallentare, a riscoprire l’Italia e la Svizzera dei piccoli borghi, dei silenzi, delle luci che cambiano con le stagioni. Un’esperienza che non si dimentica, perché lascia addosso la sensazione di aver toccato — almeno per qualche ora — il cuore vivo della natura.© Riproduzione VietataACQUISTA IL LIBRO
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La Via Francisca del Lucomagno: il viaggio lento che rigenera l’animaUn percorso di scoperta, lentezza e stupore tra boschi, borghi e acque della Lombardia più autenticaImmagina un mattino sospeso tra due mondi: la Svizzera appena alle spalle, il confine italiano che si apre tra acque quiete e colline verdi. Qui, a Lavena Ponte Tresa, la Via Francisca del Lucomagno invita il viaggiatore a lasciarsi alle spalle la fretta e il rumore, per entrare nel ritmo silenzioso del proprio passo. Non è solo una strada antica: è una scuola di lentezza, una palestra di meraviglia dove ogni giornata si guadagna metro dopo metro, osservando la trasformazione costante del paesaggio. Da secoli, la Via Francisca è la spina dorsale dei viaggiatori che cercavano Roma attraversando le Alpi dal passo del Lucomagno. Era via di fede, di scambi e di incontri fra mondi diversi, tra abbazie dove i monaci accoglievano, mercanti con le bisacce colme di storie e pellegrini in cerca di redenzione. Oggi, ogni passo su queste strade ricuce il filo di un passato che riaffiora nei silenzi dei monasteri, nelle pietre delle badie, nei borghi che si affacciano sui torrenti e tra i filari dei pioppi. Consigli e suggestioni per chi parte Per chi desidera intraprendere questa avventura slow trekking, non servono doti atletiche da maratoneta, ma piuttosto curiosità, spirito d’adattamento e rispetto per sé e per i luoghi. Le tappe sono pensate per essere percorse senza affanno e offrono mille occasioni di sosta, sia per chi ama l’ospitalità semplice dei B&B di campagna, sia per chi preferisce le accoglienze spirituali di monasteri e abbazie. Munirsi della credenziale del cammino non è solo un rituale simbolico, ma permette di accedere a una piccola rete di servizi e di collezionare i timbri lungo la via. Come raggiungere la Via Francisca e come viverla Arrivare al punto di partenza è semplice: Lavena Ponte Tresa si raggiunge comodamente in treno da Milano (direzione Varese, poi bus per Lavena) oppure direttamente da Lugano, in Svizzera, con un servizio ferroviario transfrontaliero. Chi arriva in auto trova parcheggi e punti d’appoggio, ma è il treno la scelta più slow e sostenibile, in perfetta sintonia con lo spirito del cammino. Lungo il percorso, le tappe principali sono facilmente raggiungibili anche da chi vuole percorrere solo alcuni tratti: Varese, Castiglione Olona, Morimondo e Pavia sono ben collegate dalle linee ferroviarie lombarde. Anche chi viaggia in bicicletta troverà varianti adatte, soprattutto nei tratti pianeggianti tra il Parco del Ticino e la campagna pavese. La scheda tecnica della Via Francisca del Lucomagno - Lunghezza totale: circa 135 km (tratto italiano) - Tappe consigliate: 8 (da Lavena Ponte Tresa a Pavia) Durata media6-8 giorni per il percorso completo, a seconda dell’andatura e delle soste. Possibile suddividere il cammino in tratti di 15-22 km al giorno. Principali tappe (indicative)- Lavena Ponte Tresa – Ganna - Ganna – Varese (Sacro Monte) - Varese – Castiglione Olona - Castiglione Olona – Castellanza - Castellanza – Morimondo - Morimondo – Pavia Punti d’interesse- Badia di Ganna - Sacro Monte di Varese (UNESCO) - Castiglione Olona (“piccola Toscana in Lombardia”) - Abbazia di Morimondo - Pavia, con il suo centro storico e la Certosa Difficoltà: facile-media. Sentieri ben segnalati, pochi dislivelli impegnativi. Credenziale del cammino: disponibile online e presso alcuni punti di accoglienza. Permette di soggiornare presso strutture convenzionate e ottenere il “testimonium” finale a Pavia. Segnaletica: ottima, con cartelli e segnavia dedicati. Periodo consigliato: primavera e autunno (temperature miti e natura al massimo splendore). Il percorso è comunque fruibile tutto l’anno. Come arrivare al punto di partenzaIn treno: Milano–Varese, poi bus N11 per Lavena Ponte Tresa. Da Lugano: treno per Ponte Tresa (Svizzera) e attraversamento pedonale del confine. Ritorno da Pavia: Treni diretti per Milano, facilmente raggiungibile da tutta Italia. OspitalitàB&B, agriturismi, strutture religiose, piccoli hotel. Accoglienza pellegrina lungo la via, spesso con tariffe agevolate. BiciGran parte del percorso è ciclabile o prevede varianti per le due ruote. Cosa mettere nello zainoScarpe da trekking comode, zaino leggero, borraccia, abbigliamento a strati, cappello, guida cartacea o tracce GPS, piccoli medicinali, credenziale. La condizione del sentiero: superfici, traffico e atmosfera lungo la Via Francisca del Lucomagno Percorrere la Via Francisca del Lucomagno significa immergersi in un mosaico di paesaggi e superfici che cambiano chilometro dopo chilometro, offrendo varietà ma anche un’esperienza sempre sicura e accessibile. L’intero cammino è pensato per valorizzare la natura e la storia dei territori attraversati, scegliendo nella maggior parte dei casi tracciati secondari, sentieri storici e strade bianche che preservano il fascino della camminata lenta. Superfici e fondo del cammino Gran parte della Via Francisca si svolge su sentieri sterrati, strade bianche di campagna e vie secondarie, spesso usate solo da residenti o agricoltori. In particolare, i primi tratti, dalla Valganna fino alle porte di Varese, sono caratterizzati da sentieri immersi nei boschi, percorsi battuti ma non asfaltati, circondati da una vegetazione ricca e variegata che regala ombra e freschezza nei mesi caldi. Man mano che si procede verso sud, il percorso alterna strade di campagna in ghiaia, sterrati tra i campi del Parco del Ticino e sentieri arginali lungo i fiumi, soprattutto nel tratto verso Morimondo e Pavia. Queste sezioni sono generalmente ben tenute, facili da percorrere anche con scarpe da trekking leggere o, in molte tappe, anche con la bicicletta. Tratti su asfalto Non mancano però alcuni brevi tratti su asfalto, in particolare quando si attraversano centri abitati o si collegano sezioni di sentiero con vie comunali. L’asfalto si presenta per lo più in corrispondenza dei paesi più grandi (ad esempio, l’attraversamento di Varese, Castellanza o alcune strade di Castiglione Olona), ma sono quasi sempre vie secondarie o residenziali, con traffico limitato. Sono rari e brevi i passaggi su strade più trafficate, e in quei casi la segnaletica del cammino invita alla massima attenzione, spesso indicando marciapiedi, piste ciclopedonali o alternative sicure. Traffico e rumore Uno dei punti di forza della Via Francisca del Lucomagno è proprio la sua capacità di tenere il camminatore lontano dai rumori della città e dal traffico intenso. Per lunghi tratti, soprattutto tra boschi, parchi e campagne, il silenzio è quasi assoluto: si sente il fruscio degli alberi, il canto degli uccelli, il suono dell’acqua nei canali e nei piccoli torrenti. Nei pressi delle città, il rumore del traffico può essere percepito solo in alcune brevi sezioni, ma quasi sempre si ritorna rapidamente all’atmosfera ovattata tipica dei cammini rurali lombardi. Accessibilità e sicurezza Le superfici sono in gran parte adatte anche ai principianti: raramente si incontrano dislivelli impegnativi o tratti tecnici, e solo in caso di forti piogge alcuni sentieri boschivi possono risultare fangosi e scivolosi. Per questo, è consigliato un abbigliamento tecnico a strati e scarpe con una buona suola, ma non sono necessari attrezzature particolari. Atmosfera generale L’atmosfera è quella tipica dei cammini d’Italia: i tratti più belli sono forse quelli lontani dai centri abitati, tra filari di pioppi e rogge, dove il silenzio regna sovrano e la lentezza del passo diventa un piacere puro. Anche attraversando i borghi e i centri storici, l’ambiente rimane raccolto, autentico e quasi mai disturbato dal traffico moderno, soprattutto perché la Via Francisca privilegia sempre percorsi storici e vie antiche. In sintesi - Sentiero misto: prevalentemente sterrato e sentiero, con tratti di asfalto limitati e secondari. - Traffico: minimo; pochi attraversamenti di strade principali, quasi sempre evitabili o ben segnalati. - Rumore: quasi assente nella maggior parte del percorso, salvo i brevi passaggi urbani. - Difficoltà: accessibile a tutti, con attenzione solo in caso di pioggia su fondo sterrato. La Via Francisca è quindi ideale per chi cerca il contatto con la natura, la quiete e la dimensione autentica del viaggio a piedi, senza dover affrontare né pericoli né l’inquinamento acustico e visivo delle grandi arterie moderne. Una scelta perfetta per praticare slow trekking in totale serenità. Consigli utili- Non avere fretta: lo slow trekking qui è la regola, non l’eccezione. - Fatti guidare dall’atmosfera dei luoghi, lascia spazio agli incontri e agli imprevisti. - Approfitta della gastronomia locale e dei prodotti tipici che incontrerai lungo la via.ACQUISTA IL LIBRO Una conclusione che è un nuovo inizio Chi arriva a Pavia sente addosso la stanchezza buona del viaggio vero, ma anche la leggerezza di chi ha lasciato andare il superfluo. Attraversare la Via Francisca del Lucomagno significa portarsi a casa un nuovo modo di guardare le cose, più attento, più presente, più grato per ogni piccola meraviglia incontrata. È un viaggio che non finisce con l’ultima tappa, ma che si risveglia ogni volta che scegliamo la lentezza, anche nei piccoli gesti della vita quotidiana.Immagine simbolica
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Sulle Orme di Francesco Petrarca: Trekking Storico sul Monte Ventoux tra Natura e SpiritualitàScopri come ripercorrere il cammino del poeta umanista con un'escursione nel cuore della Provenza, tra sentieri panoramici, storia medievale e riflessione interioredi Marco ArezioNel cuore della Provenza, a nord di Avignone, sorge una montagna solitaria che da secoli veglia sulla valle del Rodano: il Monte Ventoux, alto 1.912 metri. Ma questo luogo non è solo una meraviglia naturale e una meta ambita dagli escursionisti. È anche il simbolo di un’esperienza che ha segnato la nascita del trekking come atto di scoperta personale e contemplazione della natura. Fu Francesco Petrarca, il 26 aprile del 1336, a compiere una delle prime ascensioni “moderne”, non per necessità ma per desiderio di elevarsi fisicamente e spiritualmente. Oggi, risalire il Monte Ventoux “sulle orme di Petrarca” significa rivivere un viaggio dentro la storia, la letteratura e l’anima del paesaggio provenzale. In questa guida ti raccontiamo chi era Petrarca, cosa lo spinse a salire, e come puoi ripercorrere il suo cammino. Chi era Francesco Petrarca e perché il Monte Ventoux? Francesco Petrarca (1304–1374), poeta, filosofo e padre dell’Umanesimo, visse tra l’Italia e la Francia. Trascorse molti anni ad Avignone, sede papale nel XIV secolo, dove maturò il suo amore per i classici e per la contemplazione della natura. In un’epoca in cui le montagne erano viste come luoghi pericolosi e ostili, Petrarca decise di affrontare la salita al Ventoux, la “Montagna dei Venti”, per il semplice piacere di ammirare il panorama dall’alto e di riflettere su se stesso. Era il primo esempio di escursione a fini contemplativi, una scelta che precorre di secoli il moderno trekking turistico. L’impresa documentata: la lettera a Dionigi Tutto ciò che sappiamo dell’ascensione lo dobbiamo a una lettera scritta da Petrarca a Dionigi di Borgo San Sepolcro, suo amico e confessore. Il poeta vi racconta dettagliatamente la salita, fatta in compagnia del fratello Gherardo e di due servitori. Durante il cammino, Petrarca riflette sulla fatica, sulle deviazioni del sentiero e sui dubbi interiori. Arrivato in vetta, apre un libro che porta sempre con sé: le Confessioni di Sant’Agostino. Il passo che legge lo colpisce profondamente: “E gli uomini vanno a guardare le meraviglie delle montagne… e si dimenticano di se stessi.” È il momento in cui la natura diventa specchio dell’anima. Dove si trova e come arrivare al Monte Ventoux Il Mont Ventoux si trova nel dipartimento del Vaucluse, nella regione Provenza-Alpi-Costa Azzurra. Il punto di partenza classico per le escursioni è la cittadina di Bédoin, situata sul versante sud. Per raggiungerla: - In auto: da Avignone, circa 1 ora (45 km) - In treno + bus: stazione di Avignone TGV e collegamento con autobus locali o navette turistiche Itinerario consigliato: il sentiero di Petrarca Sebbene Petrarca non ci abbia lasciato una descrizione tecnica del percorso seguito, si ritiene che abbia affrontato la salita da Malaucène, il versante nord, meno esposto ma più selvaggio. Oggi puoi scegliere tra tre percorsi principali: - Da Bédoin (versante sud): 21 km con un dislivello di 1.600 m. È il percorso ciclistico più famoso, ma percorribile anche a piedi. - Da Malaucène (versante nord): 21 km, più ombreggiato e ripido. - Da Sault (versante est): 26 km, più dolce e panoramico, consigliato per un trekking turistico. Per un'esperienza immersiva, puoi percorrere l’itinerario a piedi in una giornata, ma molti preferiscono spezzarlo in due, pernottando in rifugi o B&B tra Malaucène e il Chalet Reynard. Cosa vedere lungo il cammino - Foresta demaniale del Ventoux: castagni, querce e faggi accompagnano i primi tratti. - Piana calcarea della sommità: un paesaggio lunare che contrasta con i boschi sottostanti. - Panorama a 360° dalla vetta: nelle giornate limpide si scorgono le Alpi, il Luberon e, in lontananza, perfino il Mediterraneo. - Monumento a Tom Simpson: per gli appassionati di ciclismo, un punto di memoria storica. Consigli pratici per il trekking - Periodo migliore: primavera (aprile–giugno) e autunno (settembre–ottobre). In estate il sole è fortissimo e i venti impetuosi. - Equipaggiamento: scarponi da trekking, bastoncini, abbigliamento a strati, crema solare, acqua (non ci sono fonti sulla vetta). - Tempo di salita: dalle 4 alle 7 ore a seconda del percorso scelto e del ritmo. - Livello di difficoltà: medio, adatto anche a camminatori non esperti purché allenati. Perché fare oggi il trekking di Petrarca? Camminare oggi sul Monte Ventoux seguendo le orme di Petrarca non è solo un’esperienza naturalistica. È un viaggio nella memoria culturale dell’Europa, una riscoperta del legame tra corpo e pensiero, tra paesaggio e coscienza. In un’epoca dominata dalla velocità, l’ascesa lenta verso la cima ci riconnette con una dimensione antica e autentica del camminare. Petrarca non salì per conquistare, ma per comprendere. E oggi, chi segue quel sentiero, lo fa per lo stesso motivo: ritrovare se stesso davanti all’infinito del mondo.© Riproduzione VietataImmagine Wikimedia
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Il viaggio in treno più lungo del mondo: 18.775 km di lentezza e meravigliaUn’avventura epica da Lisbona a Singapore, attraverso due continenti, per riscoprire il piacere di viaggiare lentamente e in armonia con il pianetadi Marco ArezioHai mai sognato di lasciare tutto alle spalle e lanciarti in un viaggio senza fretta, dove l’unico obiettivo è vivere ogni momento? Immagina di salire su un treno, abbandonare la vita quotidiana, e abbracciare un’avventura che attraversa due continenti per 18.775 chilometri di binari e tredici fusi orari. Un viaggio che è un inno alla lentezza, un percorso fatto di incontri inaspettati, paesaggi che scorrono come un sogno e stazioni che diventano tappe indimenticabili. Lasciati cullare dal ritmo del treno, scopri la bellezza del mondo che cambia lentamente al di là del finestrino, e vivi un’esperienza fuori dagli schemi, romantica e avventurosa. Non è solo una destinazione, ma un modo di riscoprire il piacere del viaggio, il contatto umano e la meraviglia di ogni singolo istante. Un Biglietto per l'Infinito Tutto è iniziato con un sogno: abbandonare la routine, vivere senza fretta e attraversare il mondo come mai prima, lasciandosi cullare dal ritmo del treno e dagli incontri inaspettati. Con un biglietto in mano, sono salito su un treno a Lisbona, in Portogallo, destinazione finale Singapore. Questo non è stato solo un viaggio: è stato un cammino di 18.775 chilometri attraverso due continenti e tredici fusi orari, una celebrazione della lentezza, dell’esplorazione autentica e dell’incontro con il mondo. Non si trattava di arrivare da qualche parte, ma di vivere ogni istante. Un treno che scivola lungo i binari, il paesaggio che cambia fuori dal finestrino, un film senza fine che ti invita a rimanere sempre immerso nella sua storia. Nessuna fretta, nessuna destinazione troppo urgente. Solo il qui e ora, vissuto nel più romantico dei modi. Il Sogno Europeo Il viaggio inizia dolcemente, cullato dalle coste portoghesi. Il vento dell’Atlantico accarezza i vetri del treno mentre ci si inoltra in Spagna, tra i campi dorati della Castiglia, attraversando cittadine medievali che emergono come gioielli tra le colline. Ogni curva, ogni stazione ha una storia da raccontare. Parigi appare come un abbraccio senza tempo, un invito a sorseggiare un caffè su una terrazza lungo la Senna. Ma il treno chiama e il viaggio riprende, verso l’Est, attraversando Germania, Polonia e Bielorussia. Tra fitte foreste e piccoli villaggi, la vita pulsa nella sua autenticità. Ogni stazione è un piccolo microcosmo da esplorare, ogni fermata un assaggio di una cultura diversa, un sorriso nuovo, una lingua da scoprire. Attraverso l'Immensa Russia Poi arriva la Transiberiana, l'immenso cuore del viaggio. La Russia si stende davanti come un tappeto infinito, con il treno che diventa una casa lontano da casa. È un mondo a parte: si impara a svegliarsi al ritmo dell’alba, a leggere, a scrivere, a perdersi nei propri pensieri mentre il panorama scivola via, tra fiumi ghiacciati e foreste senza fine. Le conversazioni con i compagni di viaggio sono serate di scambio, di storie che intrecciano vite da ogni angolo del globo. Gli Urali segnano il passaggio dall'Europa all'Asia, e la Siberia si svela, vasta e selvaggia. Il treno è un luogo di condivisione, un rifugio che avvicina le persone, rendendo ogni volto, ogni sorriso, parte di una storia più grande. L’Asia che Sorprende Da Vladivostok il treno corre verso la Cina. Qui il mondo si trasforma, diventa un vortice di colori, suoni e odori. Città come Pechino e Shanghai raccontano di modernità, mentre nelle campagne il tempo sembra essersi fermato, tra risaie e templi silenziosi. Attraversare il Vietnam e la Cambogia significa entrare in un regno dominato dalla natura, con giungle lussureggianti e fiumi che brillano alla luce del tramonto. Ogni stazione è una nuova scoperta: volti sorridenti, profumi esotici, mercati che pullulano di vita. La natura ti avvolge, e l’anima dei luoghi ti entra sotto pelle, rendendo ogni tappa un ricordo indelebile. Singapore, il Traguardo e un Nuovo Inizio Dopo settimane in movimento, Singapore accoglie con il suo scintillio ultramoderno. Ma ciò che conta non è la fine del viaggio, è tutto quello che è avvenuto lungo il tragitto. La gentilezza delle persone incontrate, la magnificenza dei paesaggi che scorrevano al di là del finestrino, la meraviglia che ogni giorno regalava. Ogni chilometro è stato un passo verso la scoperta di se stessi e del mondo. Il Viaggio Lento come Scelta di Vita Questo non è solo un viaggio. È un manifesto. Un invito a rallentare, a riappropriarsi del tempo, a vivere ogni attimo come un dono prezioso. Viaggiare lentamente, scegliere il treno, significa abbracciare un’altra filosofia: quella della sostenibilità, del rispetto per il nostro pianeta, della connessione profonda con le persone e i luoghi. Attraversare il mondo sui binari è un atto di ribellione contro la velocità frenetica dei nostri tempi. È una scelta di vivere nel momento, di abbracciare il mondo con curiosità e rispetto. Non è solo un viaggio: è un cammino verso un modo di vivere più consapevole e autentico. Perché Fare un Viaggio Così? Perché fare un viaggio così? La risposta è semplice e allo stesso tempo profonda: per riscoprire il valore del tempo. In un’epoca in cui ogni minuto è scandito da obiettivi e scadenze, un viaggio lento è un atto di resistenza. È un modo per riprendere possesso della propria vita, per decidere di assaporare ogni istante senza l’urgenza di arrivare da qualche parte. Il treno ti offre il lusso della contemplazione, di vedere il mondo che cambia un chilometro alla volta, e di sentirti parte di un qualcosa di molto più grande. È un’esperienza che ti trasforma, perché ti mette in connessione non solo con i luoghi, ma con le persone. Le chiacchierate con gli sconosciuti, le risate condivise, le storie che diventano parte del tuo viaggio sono il vero tesoro di un’avventura come questa. Non si tratta di una fuga dalla realtà, ma piuttosto di un ritorno alla realtà più autentica, dove le persone e i luoghi contano più della destinazione finale. Fare un viaggio così significa anche abbracciare la sostenibilità. Ridurre la propria impronta ecologica, scegliere di viaggiare in un modo che rispetta l’ambiente e che si allontana dalla frenesia dei voli aerei e delle autostrade. È un modo per vedere il mondo senza fretta, senza distruggere ciò che lo rende meraviglioso. Infine, un viaggio così è un’opportunità per riscoprire se stessi. La lentezza ti permette di riflettere, di riconnetterti con i tuoi pensieri e di ascoltare davvero quello che hai dentro. Non c’è niente di più rigenerante che svegliarsi al ritmo del sole, scrivere, leggere e osservare il mondo scorrere, mentre il treno continua il suo viaggio. Ogni istante è un dono, ogni finestrino una nuova prospettiva. E tu, sei pronto a salire a bordo e lasciarti trasportare dall'avventura?© Riproduzione Vietata
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Kumano Kodo: sulle antiche vie sacre del Giappone, passo dopo passoUn cammino consapevole lungo l'antico percorso sacro del Kumano Kodo, tra foreste millenarie, santuari shintoisti e autentica ospitalità giapponesedi Marco ArezioC’è un punto, lungo il cammino del Kumano Kodo, dove il silenzio si fa così denso che si sente quasi il respiro della foresta. I grandi cedri avvolgono la strada antica come se volessero custodirne i segreti, e il muschio che riveste le pietre millenarie sembra raccontare, in una lingua che non ha bisogno di parole, la storia di tutti coloro che vi hanno camminato prima di te. Inizi un viaggio così non per raggiungere una meta, ma per ritrovare un ritmo. Quello del respiro, del passo, del pensiero che finalmente si allunga e si distende. Il Kumano Kodo non è un semplice sentiero, ma un’esperienza che si vive nella lentezza, nella contemplazione e nell’incontro con un Giappone profondo, ancestrale, invisibile al turismo frettoloso. Un cammino che è spirito, natura e memoria La penisola di Kii, dove si snoda il Kumano Kodo, è un luogo dove l’anima del Giappone affiora tra le montagne e le nebbie. I sentieri seguono i profili delle colline, si inoltrano tra gole ombrose, attraversano minuscoli villaggi che sembrano sospesi nel tempo. Qui, da oltre mille anni, pellegrini di ogni ceto sociale si mettono in cammino verso i tre grandi santuari di Kumano — Hongū Taisha, Nachi Taisha e Hayatama Taisha — per cercare purificazione, saggezza, guarigione. Il terreno sotto i piedi è irregolare, antico. Cammini sulle stesse pietre che calpestarono imperatori e monaci, contadini e poeti. È impossibile non sentire una forma di riverenza: verso la natura che ti accoglie, verso la storia che si respira, verso lo spirito che questo cammino porta con sé. Il ritmo lento che cura La partenza ideale è da Tanabe, una piccola cittadina affacciata sul mare che conserva ancora l’atmosfera dei vecchi porti giapponesi. Qui si respira aria salmastra e quiete, e si incontrano i primi segni del cammino: mappe in legno, indicazioni calligrafiche, sorrisi timidi di chi vive con discrezione l’arrivo dei viaggiatori. Il percorso Nakahechi, il più popolare, sale dolcemente verso l’interno. A ogni tappa cambia il paesaggio, ma non la sensazione di essere immersi in un mondo dove l’equilibrio tra l’uomo e l’ambiente è ancora intatto. Piccoli ponti in legno scavalcano ruscelli trasparenti, campi coltivati si alternano a fitti boschi di hinoki (cipresso giapponese), e ogni tanto una piccola cappella compare come un saluto silenzioso. Viaggiare qui significa ascoltare, non solo osservare. Si ascoltano i suoni del vento tra le fronde, le gocce d’acqua che scendono dalle foglie, il proprio passo che si fa più lento, più consapevole. L’ospitalità che accoglie senza chiedere nulla Ogni sera si arriva in un villaggio diverso. Le strutture sono semplici, accoglienti, spesso gestite da anziani che aprono le porte di casa ai viaggiatori. Si dorme nei minshuku, piccole pensioni familiari dove si cena tutti insieme su tatami stesi e si condivide il silenzio dopo un pasto caldo a base di tofu, verdure di montagna, riso e pesce locale. Il viaggio sostenibile prende forma anche qui: nel consumo consapevole, nell’uso minimo di plastica, nell’acqua termale condivisa, nella cortesia che non è servizio, ma cura reciproca. In luoghi come Yunomine Onsen, una delle più antiche stazioni termali del Giappone, ci si immerge in acque che da secoli rigenerano corpo e spirito. La sera, dopo il bagno, il vapore continua a salire dalle pietre, e il silenzio è così totale da sembrare una preghiera. I templi nascosti nel verde e l’eco degli spiriti Il punto più alto dell’esperienza spirituale è forse l’arrivo al Kumano Hongū Taisha. Il grande torii nero si staglia contro il cielo, monumentale eppure discreto. Il santuario, circondato da alberi antichi, è il cuore pulsante del cammino, ma non è un luogo di arrivo. È una tappa, come tutte le altre, di un percorso interiore che continua a snodarsi. Da lì, il sentiero prosegue fino a Nachi, dove la grande cascata di Nachi-no-taki, alta oltre 130 metri, accompagna il pellegrino con il suo fragore inarrestabile. È considerata sacra: si dice che gli dei la abitino. Di fronte alla cascata, il tempio di Seiganto-ji si erge con la sua pagoda rossa, offrendo una delle immagini più iconiche e commoventi del Giappone. In ogni luogo si percepisce che la natura non è solo scenario, ma entità viva, sacra, presente. Camminare nel Kumano Kodo significa abbracciare questo sguardo antico, dove il bosco non è solo bosco, ma dimora degli spiriti. Dove la montagna è una divinità silenziosa.ACQUISTA IL LIBRO Sostenibilità che nasce dalla relazione Fare il Kumano Kodo non è solo evitare l’aereo o portare una borraccia riutilizzabile. È qualcosa di più profondo. È scegliere un ritmo diverso, rinunciare al consumo veloce, essere ospiti e non padroni. Significa affidarsi alla gentilezza del luogo, restituire rispetto, imparare a non lasciare tracce se non di gratitudine. Ogni gesto conta: preferire i mezzi pubblici, mangiare cibo locale, rispettare la quiete dei villaggi. La sostenibilità qui non è una strategia, è una pratica di vita, un insegnamento quotidiano che accompagna chi è disposto ad ascoltare. Quando il viaggio finisce, il cammino continua Dopo giorni di cammino, quando si arriva al mare di Shingu o si scende dalla montagna con il cuore pieno di immagini, ci si accorge che il viaggio non è finito. Qualcosa è cambiato. Si è più leggeri, ma non solo nel corpo. Si è lasciato andare il superfluo, si è imparato a camminare con meno. Il Kumano Kodo ti segue, anche quando torni a casa. Si insinua nei gesti, nelle scelte, nel modo di guardare il mondo. È un cammino che non si esaurisce nell’itinerario, ma germoglia nei giorni a venire. E allora forse è proprio questo il senso del viaggio lento e sostenibile: non arrivare da qualche parte, ma imparare a restare. Nella natura, nella relazione, nella memoria del passo.© Riproduzione Vietata
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Flatiron Building, icona di New York: visita al grattacielo più affascinante di ManhattanGuida alla scoperta dello storico grattacielo Fuller, meglio noto come Flatiron Building: curiosità, storia e consigli per visitarlo durante un viaggio a New Yorkdi Marco ArezioTra gli scorci più iconici di New York, il Flatiron Building occupa un posto speciale. Con la sua silhouette elegante e inconfondibile, affacciata sull’incrocio più dinamico di Manhattan, rappresenta un simbolo della metropoli che guarda al futuro senza dimenticare le sue radici. Non è solo un grattacielo tra tanti, ma una vera e propria leggenda architettonica, uno dei primi esempi di come la tecnica costruttiva moderna abbia ridefinito il concetto stesso di città. Il Flatiron racconta la nascita della New York verticale, quella degli inizi del Novecento, piena di ambizione, progresso e sperimentazione. Se stai organizzando un viaggio nella Grande Mela, inserire una tappa al Flatiron Building ti permetterà di immergerti in un frammento affascinante di storia urbana: camminerai dove i fotografi pionieri immortalavano le prime icone della modernità, dove le correnti d’aria facevano notizia, e dove ancora oggi si respira l’energia intramontabile di una città che non smette mai di stupire. Dove si trova il Flatiron Building Il grattacielo sorge nel cuore pulsante di Manhattan, precisamente all’incrocio tra la Fifth Avenue, Broadway e la 23esima Strada. Una posizione strategica che, fin dal momento della sua costruzione, ha conferito a questo edificio una visibilità straordinaria. La sua forma a cuneo, che ricorda un ferro da stiro, è ciò che gli ha conferito il soprannome con cui è universalmente noto: Flatiron, appunto. La nascita del Flatiron Building: un atto di audacia architettonica Quando Daniel Burnham ricevette l'incarico dalla Fuller Company per progettare un nuovo edificio commerciale nel cuore di Manhattan, la città era nel pieno di una trasformazione epocale. Erano gli inizi del XX secolo, e New York si stava proiettando verso l’alto. Il termine “grattacielo” era ancora relativamente giovane, eppure già stava diventando il simbolo della modernità urbana. La Fuller Company voleva un edificio che non solo sfruttasse ogni metro del lotto triangolare, ma che fosse una dichiarazione di potenza industriale, tecnologica ed estetica. Daniel Burnham, architetto già celebre per la World’s Columbian Exposition del 1893 a Chicago, propose qualcosa che nessuno aveva mai osato: un edificio di 22 piani, stretto e acuto, alto e affusolato, che sembrava sfidare la logica e la gravità. La vera rivoluzione del Flatiron Building, completato nel 1902, fu proprio nella sua struttura. Il cuore dell’edificio non era in muratura ma in acciaio, una tecnica costruttiva ancora nuova che consentiva di costruire in altezza senza appesantire eccessivamente la base. Questo consentì di realizzare la punta dell’edificio — larga appena 2 metri — in uno spazio che sarebbe stato altrimenti inutilizzabile. Le reazioni all’inaugurazione: scandalo, fascino e paura Quando il grattacielo fu inaugurato, la stampa si divise. Alcuni quotidiani elogiarono l’opera come una "meraviglia dell’ingegno umano", ma non mancarono le critiche e gli scherni. Il New York Times si interrogava sull’impatto estetico dell’edificio, mentre altri lo descrivevano come “un orrore urbano”. Alcuni ingegneri, ignorando la robustezza della struttura d’acciaio, temevano che potesse crollare al primo uragano. Nel frattempo, i cittadini erano incuriositi, attratti quasi magneticamente. Gli uomini si radunavano agli angoli della 23esima Strada per ammirare le donne che passavano, approfittando dei famosi vortici d’aria che si formavano alla base del grattacielo e che sollevavano maliziosamente le gonne. Questo comportamento divenne talmente comune che la polizia dovette presidiare la zona per scoraggiare i "gawkers" (guardoni). L’edificio diventò subito un fenomeno culturale. I fotografi, come Alfred Stieglitz e Edward Steichen, iniziarono a immortalarlo in ogni condizione atmosferica. Per molti, era una cattedrale della modernità. Un modello per il futuro e un simbolo della città Il Flatiron Building non fu solo un'eccezione architettonica: fu un modello. La sua forma ispirò progetti simili in tutto il mondo. Più che un edificio, divenne un mantra visivo della città che cambia, simbolo di un'epoca che credeva nella velocità, nell'efficienza, nell’altezza. All’interno, il Flatiron ospitava uffici modernissimi per l’epoca, con ascensori rapidi, luce naturale e viste panoramiche. Molte agenzie pubblicitarie, studi di architettura e compagnie editoriali vi si stabilirono negli anni successivi. Nel 1966, l’edificio fu dichiarato monumento nazionale. Negli anni 2000 sono iniziati lunghi lavori di restauro conservativo, volti a proteggere le decorazioni in terracotta, i fregi e gli infissi originali. Oggi si discute su una sua futura destinazione d’uso culturale o residenziale, pur mantenendo l’aspetto originale. Perché visitarlo oggi Il Flatiron Building non è visitabile internamente, ma resta una delle tappe fotografiche più iconiche della città. Arriva nelle ore del mattino, quando la luce disegna i dettagli in terracotta con straordinaria nitidezza. Di fronte si trova il Madison Square Park, perfetto per una sosta rilassante con vista sul grattacielo. Nelle vicinanze, Eataly Flatiron è una tappa ideale per una pausa gastronomica tutta italiana. Curiosità che rendono la visita ancora più affascinante - Il Flatiron Building ha ispirato artisti, fotografi e registi: da Alfred Stieglitz a Woody Allen - Era uno dei grattacieli più alti di Manhattan all’inizio del Novecento - È stato dichiarato National Historic Landmark nel 1966 - La sua forma influenzò l’urbanistica e l’architettura nel secolo successivo Come arrivare e cosa vedere nei dintorni Il Flatiron Building è facilmente raggiungibile con la metropolitana, fermata 23rd Street (linee N, R, W o 6). Nei dintorni: - Gramercy Park e la sua atmosfera letteraria - Union Square e il mercato agricolo - Chelsea e la High Line - Empire State Building, poco più a nord Un consiglio per chi ama la fotografia Se sei appassionato di fotografia urbana, il Flatiron è un soggetto ideale. La sua forma slanciata e la posizione privilegiata lo rendono perfetto per ogni tipo di inquadratura, sia in verticale che in diagonale. All’alba, la luce calda del sole che sorge tra gli edifici crea riflessi dorati sulla facciata in terracotta, valorizzando ogni dettaglio decorativo. Al tramonto, invece, il grattacielo si staglia in silhouette contro il cielo aranciato, offrendo un contrasto geometrico perfetto per gli amanti del chiaroscuro. Da non perdere anche le riprese notturne, con le luci della città che riflettono sulle vetrate e disegnano giochi di luce dinamici attorno alla struttura. Conclusione: un tuffo nel cuore di New York Visitare il Flatiron Building è molto più che ammirare un grattacielo: è entrare in contatto con la storia di una città che ha saputo reinventarsi. Un luogo che unisce estetica, ingegneria e leggenda, e che regala, in pochi minuti, un piccolo viaggio nel tempo. © Riproduzione VietataFoto Wikimedia
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Francia: Una Vacanza di Relax, Calma, Storia, Natura e CucinaSlow Life in Francia: Una Vacanza di Relax, Calma, Storia, Natura e Cucinadi Marco ArezioUna vacanza all'insegna del relax, della calma, a contatto con la natura e la storia. Questi sono i primi ingredienti che compongono la visita dell'Alvernia in Francia, destinazione non battuta dal turismo di massa, che permette di visitare luoghi naturali incantevoli, fatti di zone vulcaniche, boschi, borghi caratteristici e tradizioni culinarie antiche. Il racconto di un viaggio di Carolyn Boyd pubblicato su The Guardian che ha fatto della sua esperienza un suggerimento per coloro che prediligono scoprire zone non affollate, a misura d'uomo, dove i fast food non sono un appuntamento a pranzo o a cena, ma piccole taverne che ti offrono cucina locale con quell'ospitalità tipica di una famiglia.L'Alvernia è una delle zone più scarsamente popolate d'Europa e Le Roannais è un arazzo di vigneti e villaggi dorati e verdi tra le città di Roanne e Vichy. Sapevo che l'Alvernia era una terra di vulcani, spettacolari parchi regionali e pochissime persone, ma in 16 anni in cui ho scritto sulla Francia, questa fetta di dolce campagna ondulata e alte colline boscose quasi nel centro della Francia è stata una rivelazione completa. Dopo esserci stabiliti nel nostro Airbnb vicino alla città di Renaison – una casa che appartiene probabilmente alla famiglia più accogliente e generosa che abbia mai incontrato in Francia – ci siamo avventurati nel bacino idrico locale per vedere la sua più grande attrazione: l'albero più alto in Francia. "Come fanno a sapere che è il più alto?" interrogarono i ragazzi. "Nessuna idea", abbiamo ammesso, mentre vagavamo lungo il sentiero screziato dal sole sotto gli alti abeti Douglas fino al famoso albero, un imponente 66 metri di altezza. Fu piantato di recente nel 1892, quando fu costruita la diga di Chartrain per creare il bacino idrico. Certo, non era una sequoia californiana di 700 anni e 100 metri, ma avere guadagnato una media di 27 cm all'anno non era male; forse è semplicemente fiorito tranquillamente in questi dintorni paradisiaci. Dopo essere scesi lungo la sponda per guardare in alto il suo tronco, abbiamo proseguito per attraversare la cima della diga mentre i martins vorticavano sopra la testa e il bacino rifletteva la foresta circostante come uno specchio. Un albero gigante può vincere il titolo da record, ma sono stati i borghi medievali della zona a vincere il concorso di bellezza, con le loro case storte a graticcio, i fiori abbondanti e le chiese che vantano i colorati tetti di tegole che vedi anche in Borgogna. Ci siamo innamorati di Le Crozet e Ambierle, così come di Saint-Haon-Le-Châtel, dove abbiamo passeggiato per le stradine, la tonalità ambrata degli edifici che brillava calda nel sole del tardo pomeriggio. Ci siamo affacciati dai bastioni guardando attraverso il paesaggio ondulato, che si estende verso il parco nazionale del Morvan in Borgogna, e sono rimasto sconcertato dal motivo per cui nessuno viene qui. Sebbene la bellezza dei villaggi e del paesaggio fosse stata una sorpresa, avevo avuto la sensazione che avremmo mangiato e bevuto bene. La capitale gastronomica della Francia è Lione a est e la città principale dell'Alvernia, Roanne, è la patria della dinastia culinaria Troisgros: la famiglia gestisce un ristorante con tre stelle Michelin e altri due ristoranti informali. Supportano dozzine di fornitori locali, tra cui il vigneto Domaine Sérol di Renaison, uno dei tanti vigneti della Côte Roannaise, ora gestito dall'ottava generazione della famiglia Sérol. Le uve Gamay della regione creano vini di facile beva simili a quelli del Beaujolais. Abbiamo visitato la tenuta dei Sérols, che si trova in alto sulla collina sopra Renaison, quindi abbiamo abbassato le nostre mascherine per sorseggiare i loro rossi chiari e rosati prima di andare a ruba bottiglie per circa 8 € a bicchiere. Abbiamo fatto scorta per cene all'aperto a Les Halles de Renaison, un minuscolo ma eccellente mercato alimentare con di tutto, da una gamma technicolor di frutta e verdura a carne succulenta. Per i formaggi, abbiamo scelto Mons Cheesemongers, che ha una reputazione globale e i suoi punti vendita a Londra. Ci hanno fatto venire l'acquolina in bocca alla bancarella del cioccolatiere François Pralus, un locale il cui padre Boulanger ha inventato la decadente pralina, una brioche burrosa abbondantemente tempestata delle tipiche praline ricoperte di zucchero rosa della zona. Il pluripremiato Père Pralus pensava che suo figlio li avrebbe rovinati quando fosse diventato un cioccolatiere, ma ha dimostrato che si sbagliava. Ora ha negozi in tutta la Francia e la sua Barre Infernalein di vari gusti è la confezione più deliziosa che abbia mai assaggiato. Le colline che si affacciano su Le Roannais - Les Monts de la Madeleine - erano perfette per smaltire le calorie. Nella giornata più calda, abbiamo camminato all'ombra di querce e faggi nelle Gorges du Désert, seguendo una cascata che di solito sgorga d'acqua ma era solo un rivolo nella calura estiva. Siamo emersi dagli alberi sulla vetta per ammirare panorami favolosi fino alle Alpi (in una giornata limpida), quindi siamo scesi nel villaggio di Saint-Alban-les-Eaux, famoso per la sua acqua minerale. Un altro giorno, ci siamo avventurati ulteriormente nel parco regionale Livradois-Forez, per passeggiare tra l'erica viola e gli asini nei paddock. Il belvedere prometteva la vista del Monte Bianco all'orizzonte e, sebbene fosse perso nella foschia, il panorama era comunque mozzafiato. Mentre la zona della Le Roannais è abbellita dai suoi vigneti e fattorie, il parco regionale Livradois-Forez è un luogo più selvaggio, le sue fitte pinete punteggiate di prati e brughiere e piccoli borghi. La sua città più grande, Thiers, ha una popolazione di appena 11.000 abitanti, dimezzata dall'inizio del XX secolo, ma è la capitale francese della produzione di coltelli. Lungo il tragitto, mi sono fermato a pranzo per assaporare una prelibatezza strettamente legata al commercio: la salsiccia di cavolo cappuccio di Arconsat. Nell'accogliente Auberge de Montoncel, Jean-Louis Garret – Gran Maestro della Confraternita della Salsiccia di Cavolo – ha spiegato come, nel XIX secolo, metà della popolazione attiva della città vendesse coltelli porta a porta. Uno di questi venditori ambulanti è arrivato fino in Grecia, si è appassionato alla salsiccia di agnello e cavolo locale e ha riportato l'idea per farla sua. A metà novembre, la sagra della salsiccia di cavolo cappuccio attira ben 1.700 persone. Jean-Louis lo serve con una salsa a base del formaggio caratteristico del parco, il fourme d'ambert. Famosa per le sue sorgenti di acqua minerale, Vichy visse il suo periodo di massimo splendore durante il regno di Napoleone III. All'inizio del XX secolo c'erano 18 officine di coltelli nella Vallée des Rouets, le cui macine erano alimentate da mulini ad acqua sul fiume Durolle. La città brulicava di più persone di quante ne avessi viste in una settimana, girovagando per la dozzina di negozi della città e comprando coltelli tascabili, coltelli da chef, coltelli da caccia, rasoi e posate eleganti. Dopo uno sguardo nel negozio più rinomato, Coutellerie Chambriard, dove la quarta generazione della famiglia ora consiglia ai clienti quale coltello si adatta esattamente alle loro esigenze, ho vagato per le strette strade medievali sotto le imponenti facciate in legno incrociate. La fine della strada principale si affaccia sulla valle verso la Chaîne des Puys, la fila di vulcani spenti per cui l'Alvernia è più famosa. Il più famoso, il Creux de l'Enfer ("buco dell'inferno") è già stato trasformato in un centro per le arti contemporanee. Se le fabbriche di coltelli mancano di glamour, ho trovato il contrario a Vichy, a un'ora di distanza. Famosa per le sue sorgenti di acqua minerale, la città visse il suo periodo di massimo splendore durante il regno di Napoleone III. La sua miriade di stili architettonici si combina in qualche modo per creare un'opera di bellezza, dalla facciata in stile liberty dell'ex casinò, alla straordinaria cupola e torre della chiesa in stile art déco. Quando sono arrivato, c'erano solo poche persone sedute all'ombra delle passerelle coperte decorate che corrono tra la spa, il teatro dell'opera e l'ex casinò. Ma non ho potuto fare a meno di chiedermi se, anche in tempi non Covid, il suo periodo di quattro anni come sede del governo collaborazionista del maresciallo Pétain durante la seconda guerra mondiale ha intaccato la sua reputazione. La mia guida Alla scuote vigorosamente la testa al suggerimento: “Abbiamo 2000 anni di storia qui. Perché quattro anni dovrebbero rovinarlo?”Categoria: Slow life - vita lenta - felicità - viaggio lento
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Viaggio tra le cattedrali industriali dismesse: un itinerario tra memoria e rinascitaAlla scoperta dei luoghi dove il passato industriale si intreccia con la cultura e la rigenerazione urbanadi Marco ArezioLe cattedrali industriali, imponenti testimonianze di un'epoca in cui il lavoro umano e il progresso tecnologico si fondevano, sono oggi luoghi affascinanti e ricchi di storie. Questi siti evocano un senso di connessione con il passato, offrendo una finestra su un tempo in cui il lavoro modellava comunità e paesaggi. Oggi, molte di queste strutture sono divenute mete turistiche grazie alla loro capacità di raccontare storie di fatica, innovazione e resilienza. Il turismo industriale non è solo esplorazione di spazi architettonici unici, ma anche riflessione sul rapporto tra uomo, tecnologia e ambiente. Questo itinerario ti porterà a scoprire tre straordinarie cattedrali industriali, in un viaggio che intreccia storia, cultura e paesaggi urbani sorprendenti. 1. La Fabbrica di Crespi d’Adda (Bergamo, Italia) Inserito nella lista dei Patrimoni dell'Umanità dell'UNESCO, il villaggio operaio di Crespi d'Adda rappresenta uno dei migliori esempi di archeologia industriale in Italia. Fondato alla fine del XIX secolo dalla famiglia Crespi, il villaggio era un modello di welfare aziendale, in cui l'industria non si limitava a fornire lavoro, ma si prendeva cura del benessere complessivo degli operai e delle loro famiglie. Comprendeva abitazioni per gli operai, scuole, un ospedale, un teatro e una chiesa: tutto progettato per soddisfare le necessità della comunità e garantire un'alta qualità della vita in un'epoca di grandi trasformazioni sociali ed economiche. La fabbrica tessile, ormai chiusa, si erge come simbolo della rivoluzione industriale e della visione paternalistica che caratterizzava molte delle imprese dell'epoca, in cui i datori di lavoro assumevano un ruolo quasi patriarcale, offrendo servizi e infrastrutture per i loro dipendenti. Questo approccio rappresentava una sintesi tra progresso industriale e controllo sociale, tipico della seconda metà del XIX secolo. Cosa vedere: Il maestoso cotonificio con i suoi saloni tessili ormai silenziosi, le ciminiere che svettano verso il cielo come monumenti al lavoro, e il villaggio operaio perfettamente conservato, con le case ordinate, la scuola e la chiesa che raccontano di una comunità modellata dal ritmo della fabbrica. Non perderti la visita alla centrale idroelettrica sul fiume Adda, un esempio perfettamente conservato di come l'energia idroelettrica abbia sostenuto lo sviluppo industriale del villaggio. La centrale, ancora operativa, permette di comprendere il legame tra risorse naturali e progresso tecnologico, offrendo uno spaccato del funzionamento di un'industria sostenibile già alla fine del XIX secolo. Attività consigliate: Partecipa a visite guidate per scoprire la storia di Crespi, esplorando i dettagli dell'organizzazione del villaggio e le innovazioni tecniche dell'epoca. Non perderti una passeggiata lungo il fiume Adda, per ammirare il paesaggio e comprendere il legame tra l'acqua e lo sviluppo industriale. 2. La Centrale Montemartini (Roma, Italia) Una vecchia centrale elettrica del 1912, originariamente costruita per fornire energia elettrica alla città di Roma, è oggi trasformata in un museo straordinario che unisce archeologia industriale e arte classica. La Centrale Montemartini è uno dei primi esempi di riconversione di un sito industriale in uno spazio culturale a Roma, e fa parte del complesso dei Musei Capitolini. Questa fusione tra antico e moderno rappresenta un dialogo affascinante tra il progresso tecnologico e la storia millenaria della città. Situata nel quartiere Ostiense, la Centrale Montemartini era una delle prime centrali termoelettriche della capitale, progettata per soddisfare il crescente fabbisogno energetico di una Roma in piena espansione urbana e industriale. Con i suoi imponenti macchinari, come i motori Diesel e le turbine, la struttura rappresentava il simbolo dell'industrializzazione e dell'innovazione tecnica del primo Novecento. Tuttavia, con il passare degli anni e l'avvento di tecnologie più moderne, la centrale fu gradualmente dismessa, fino a essere chiusa definitivamente negli anni '60. La rinascita della Centrale Montemartini come spazio espositivo avvenne negli anni '90, quando la chiusura per restauro di alcune sale dei Musei Capitolini rese necessaria la ricerca di uno spazio temporaneo per ospitare le collezioni di sculture romane. Questo esperimento si rivelò un successo straordinario, portando alla trasformazione permanente della centrale in un museo. L'integrazione tra le maestose statue classiche e gli enormi macchinari industriali ha creato un contrasto di grande suggestione, capace di affascinare sia gli amanti dell'arte antica sia quelli dell'archeologia industriale. Cosa vedere: I grandi motori Diesel e le turbine di inizio Novecento, che fanno da sfondo a un'esposizione di sculture romane, mosaici e sarcofagi. La centrale stessa è un'opera d'arte dell'ingegneria industriale, con i suoi immensi spazi che un tempo erano dedicati alla produzione di energia per la città. Tra i pezzi più celebri ci sono il "Gruppo di Niobe" e il "Ritratto di Antinoo", che si stagliano in un contesto di macchinari d'epoca, creando un contrasto suggestivo e unico. Il museo ospita anche mosaici e affreschi che testimoniano la vita nell'antica Roma, offrendo una prospettiva unica sulla continuità della storia della città e sull'integrazione tra il passato tecnologico e artistico. Attività consigliate: Ammira il contrasto tra i reperti archeologici e l'ambiente industriale durante una visita guidata. Approfitta della vicinanza per esplorare il quartiere Ostiense, ricco di street art e ristoranti alla moda, e visita la vicina Basilica di San Paolo fuori le Mura per completare la tua giornata culturale. 3. Tate Modern (Londra, Regno Unito) La celebre ex-centrale elettrica di Bankside, conosciuta oggi come Tate Modern, è uno dei più importanti musei d’arte contemporanea al mondo. Progettata originariamente negli anni '40 per soddisfare le esigenze energetiche di una Londra in rapida crescita, la centrale elettrica di Bankside rappresentava un simbolo del progresso industriale britannico del dopoguerra. La sua imponente ciminiera era visibile da vari punti della città, un vero e proprio faro del potere industriale dell'epoca. Con il declino del carbone e la chiusura della centrale negli anni '80, la struttura restò inutilizzata fino agli anni '90, quando il rinomato studio di architettura Herzog & de Meuron la trasformò in uno spazio dedicato all'arte. La riconversione della centrale mantenne intatti molti degli elementi originali, come la ciminiera e la Turbine Hall, ora reinterpretati come spazi per esposizioni e servizi culturali. Questa trasformazione rappresenta un perfetto esempio di rigenerazione urbana, capace di fondere l'eredità industriale con l'arte contemporanea, portando nuova vita in una struttura storica e simbolo della città. Cosa vedere: L'immensa Turbine Hall, uno spazio espositivo che ospita installazioni su larga scala, le gallerie d'arte con opere di artisti di fama mondiale come Picasso, Warhol e Hockney, e la terrazza panoramica con una vista mozzafiato sul Tamigi e la skyline di Londra. Attività consigliate: Partecipa a workshop tematici e visite guidate per approfondire il dialogo tra arte contemporanea e spazio industriale. Concludi la giornata con una passeggiata lungo il Tamigi, visitando il Globe Theatre o il Millennium Bridge.© Riproduzione Vietatafoto: wikimedia
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Trekking nei Monti Simien: Viaggio Lento tra le Vette d’Etiopia, Dove la Natura Scolpisce la StoriaUn percorso straordinario tra canyon mozzafiato, scimmie Gelada, villaggi sospesi nel tempo e silenzi assoluti. Il trekking nei Monti Simien è un invito alla lentezza, alla meraviglia e all’incontro autentico con la terra etiopedi Marco ArezioCi sono viaggi che iniziano con una destinazione e finiscono per diventare qualcosa di molto più grande. Il trekking nei Monti Simien, in Etiopia, non è una semplice escursione ad alta quota, ma un percorso interiore che attraversa montagne scoscese e spazi vasti quanto il pensiero umano, dove ogni passo allontana dal mondo conosciuto e avvicina a un tempo più profondo, più lento, più essenziale. Chi immagina l’Africa come una distesa piatta e sabbiosa non è mai arrivato fin quassù, dove le montagne si innalzano oltre i 4000 metri, scolpite da millenni di erosione e silenzio, dove la luce è più intensa, il cielo più vicino, e la storia più antica. Camminare nei Simien è come entrare in un libro epico scritto dalla geologia e dalla vita pastorale, dove gli uomini e gli animali condividono ancora lo stesso ritmo, lo stesso vento e la stessa sete. Non ci sono strutture turistiche invadenti, né sentieri battuti da folle frettolose. Qui si cammina piano, si dorme sotto le stelle, si conversa accanto al fuoco con le guide locali, si attraversano villaggi che sembrano usciti da un tempo mitico. I Monti Simien non ti accolgono: ti mettono alla prova. E se li rispetti, ti ricambiano con qualcosa che pochi luoghi sanno dare: una meraviglia autentica e una riconnessione profonda con ciò che è essenziale. Il viaggio comincia a Gondar: la porta per le alture sacre L’Etiopia si raggiunge con un volo su Addis Abeba, una delle capitali africane più dinamiche e colte. Ma è solo a Gondar, a nord, che comincia davvero il viaggio. Antica capitale imperiale nel XVII secolo, Gondar conserva ancora castelli, chiese ortodosse, affreschi sacri e atmosfere da regno perduto. Passeggiare tra i bastioni della cittadella reale o assistere a una funzione liturgica in una chiesa rupestre è già un preludio a ciò che accadrà in montagna: il contatto con un’Etiopia profonda, spirituale, inattesa. Da Gondar si parte in fuoristrada verso Debark, villaggio di frontiera tra la civiltà e la natura. Qui si entra nel Parco Nazionale dei Monti Simien, dichiarato Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO per la sua straordinaria biodiversità e unicità paesaggistica. A Debark si organizzano le escursioni, si ingaggiano guide locali, cuochi, portatori, ranger armati (obbligatori per legge) e muli per il trasporto dei materiali. Tutto si muove con lentezza e rispetto, come se si stesse preparando un rito di passaggio. Un mondo verticale: trekking tra guglie, altipiani e canyon I Monti Simien si presentano come una fortezza naturale: un altopiano tagliato da profonde spaccature, simile a un grandioso colpo di scalpello. Le cime più alte superano i 4000 metri e formano pareti verticali, pinnacoli aguzzi, valli sospese. Tra tutte, la vetta di Ras Dashen (4543 m), la più alta dell’Etiopia, rappresenta la sfida finale per gli escursionisti più allenati. Ma il bello, nei Simien, non sta tanto nella conquista di una vetta quanto nell’abbracciare la bellezza lungo la via. Un itinerario classico si sviluppa in 5 o 6 giorni, alternando tappe di 10-15 km al giorno, con dislivelli gestibili ma significativi. Si dorme in campeggi semplici, a Sankaber, Geech, Chennek, oppure in tenda in zone più remote, sotto cieli pieni di stelle e con il vento che racconta storie antiche. I paesaggi sono ogni giorno diversi: praterie d’alta quota, pareti di basalto, scogliere a picco, foreste di erica gigante e pendii erbosi punteggiati da piante endemiche. Il momento più emozionante? La vista da Imet Gogo, balcone naturale a 3926 m che si affaccia su un mare di montagne che sembrano esplodere all’infinito. È uno di quei luoghi che si imprimono nella memoria con la forza di una visione. In cammino tra le creature del silenzio Tra le sorprese dei Monti Simien c’è la fauna endemica, protetta ma non distante. Si incontrano facilmente i babbuini Gelada, scimmie dal petto rosso che vivono solo qui, con espressioni quasi umane e un comportamento sociale affascinante. Le si vede pascolare sui bordi delle scogliere, immerse in un silenzio contemplativo. A Chennek si avvistano spesso gli stambecchi Walia, animali eleganti e rari, che si arrampicano con grazia sui pendii più scoscesi. E se la fortuna è dalla vostra parte, potreste incrociare il mitico lupo etiope, il canide più raro al mondo, timido e schivo, simbolo della fragilità di questi ecosistemi d’alta quota. Nel cielo volano grandi rapaci, tra cui l’aquila reale e il gipeto. L’aria è tersa, l’eco profonda, e tutto invita a un ascolto più ampio – non solo dei suoni della natura, ma anche di sé stessi. Il tempo dei villaggi: incontri che non si dimenticano Un altro elemento che rende il trekking nei Simien un’esperienza indimenticabile è l’incontro con le comunità locali. Sparsi lungo i sentieri, a volte appena visibili, ci sono piccoli villaggi di pastori e contadini. Le case sono costruite in pietra, i tetti in paglia, le greggi pascolano tra le rocce come in un quadro ancestrale. Qui il tempo scorre secondo le stagioni, non secondo l’orologio. I bambini si avvicinano con curiosità, i vecchi scrutano con saggezza, le donne impastano il teff o tessono al telaio. Fermarsi, chiedere, osservare, è parte del viaggio. Alcuni operatori propongono esperienze di turismo comunitario, dove si dorme nelle guesthouse gestite dalle famiglie locali, si partecipa ai pasti tradizionali e si impara qualcosa sulla vita quotidiana in alta quota. Il trekking diventa così anche un ponte umano, un dialogo senza parole che insegna più di qualunque guida scritta. E questo è forse il dono più grande dei Simien: farti sentire ospite, non turista. Prepararsi a partire: consigli pratici per un’esperienza consapevole La stagione migliore per affrontare il trekking va da ottobre a marzo, quando il cielo è limpido, le temperature miti di giorno e fredde di notte. Da aprile a settembre le piogge possono rendere i sentieri più difficili, ma la vegetazione diventa rigogliosa e selvaggia. L’escursione non è tecnica ma richiede un minimo di allenamento e spirito di adattamento: le altitudini sono elevate, le tappe giornaliere richiedono resistenza, e le strutture sono essenziali. È necessario portare con sé abbigliamento a strati, sacco a pelo invernale, torcia frontale, crema solare, farmaci personali e magari un buon binocolo. È obbligatorio affidarsi a guide locali certificate, un’ottima occasione anche per comprendere meglio la cultura del luogo, la biodiversità e la storia millenaria di queste terre. I costi, se confrontati con viaggi europei, restano contenuti e accessibili, soprattutto se si viaggia in gruppo. A chi è consigliato questo viaggio? Non è una vacanza da catalogo. È un’esperienza per chi vuole staccarsi dal mondo veloce, per chi cerca contatto autentico con la natura e le persone, per chi ama il silenzio, il vento, la fatica che sa di libertà. È perfetto per: - Escursionisti appassionati di luoghi remoti e selvaggi - Fotografi e amanti della natura - Viaggiatori lenti, solitari o in coppia - Chi vuole sostenere un turismo etico e comunitario - Chi sente che camminare può essere anche un modo per ritrovarsi Il ritorno: quando il viaggio non finisce Quando si lascia Debark e si torna alla civiltà, con la polvere ancora sulle scarpe e il sole d’altura negli occhi, si sente che qualcosa è cambiato. I Monti Simien, con la loro maestosità silenziosa, non si lasciano dimenticare. Restano dentro come un’eco lontana, come un passo che continua a risuonare anche quando il sentiero è finito. E allora capisci che quel viaggio in Etiopia non è stato solo un trekking. È stato un passaggio tra mondi, un ritorno all’essenziale, un lento scivolare dentro una forma diversa di libertà. E di bellezza.© Riproduzione Vietata
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Nei Luoghi di Lucio Dalla: Viaggio Turistico e Musicale tra Vita, Arte e MemoriaUn itinerario che unisce musica, cultura e turismo sulle tracce di Lucio Dalla: Bologna, le Tremiti, Sorrento e la Siciliadi Marco ArezioVisitare i luoghi legati a Lucio Dalla significa intraprendere un viaggio che non è soltanto geografico, ma soprattutto umano e poetico. È attraversare l’Italia seguendo i fili della sua musica, ascoltando le storie che ancora oggi risuonano nei portici di Bologna, nelle onde delle Tremiti, nei tramonti di Sorrento e nelle campagne assolate della Sicilia. Ogni tappa racconta un lato del cantautore: il ragazzo curioso che cresceva tra i vicoli bolognesi, il musicista innamorato del jazz, il poeta che scriveva di mare e di luna, l’uomo che sapeva ridere e commuovere con la stessa naturalezza. Lucio Dalla, storia di un uomo e di un artista Lucio nacque a Bologna nel 1943, in un’Italia ferita dalla guerra. Rimase presto orfano di padre e crebbe con la madre, che lo spinse a coltivare la sua passione per la musica. Scoprì il clarinetto, strumento che lo accompagnò a lungo, e iniziò presto a frequentare i locali jazz della città. La sua prima vita artistica fu quella del musicista, curioso e irrequieto, che cercava nelle improvvisazioni un linguaggio libero. Gli anni Sessanta furono quelli della scoperta, tra esperienze con il gruppo “I Flippers” e i primi tentativi come solista. Ma il vero Lucio arrivò negli anni Settanta, quando trovò la sua voce di cantautore. 4/3/1943, presentata a Sanremo, lo fece conoscere al grande pubblico e aprì una stagione di capolavori che segnarono la storia della musica italiana. Album come Com’è profondo il mare e brani come Caruso o Anna e Marco non furono semplici canzoni, ma racconti collettivi in cui l’Italia si riconobbe. Lucio era un uomo fatto di contrasti: schivo e riservato nella vita privata, travolgente e ironico sul palco. Viveva di passioni improvvise, di amicizie strette e di ritiri solitari, di notti passate a chiacchierare e di giornate trascorse a scrivere in silenzio. Morì improvvisamente nel 2012, lasciando un vuoto che nessun altro ha saputo colmare, ma anche un’eredità che oggi si può ancora respirare nei luoghi che amava. Bologna, la città che gli apparteneva Chi vuole conoscere Lucio deve partire da Bologna, la sua vera casa. Passeggiare sotto i portici di Via D’Azeglio è già un incontro con lui: qui, davanti al civico di Piazza dei Celestini, si trova la sua abitazione. Ogni anno, nei giorni che ricordano la sua nascita o la sua scomparsa, centinaia di persone si riuniscono sotto quelle finestre e cantano insieme le sue canzoni, trasformando la piazza in un concerto improvvisato, vivo, commovente. La Bologna di Dalla non è solo la sua casa. È anche il Conservatorio Martini, dove iniziò a coltivare la musica; il Teatro Comunale, che ne custodisce la memoria artistica; le piccole osterie dove amava sedersi con gli amici. Camminare per il centro storico, con le sue torri medievali e le strade lastricate, significa entrare in contatto con il suo universo creativo, fatto di incontri casuali, chiacchiere spontanee e note che nascevano tra la gente. La Sicilia e il vino Stronzetto Pochi sanno che Lucio aveva un amore profondo anche per la Sicilia, che visitava spesso non solo per concerti e vacanze, ma per puro piacere personale. La considerava una seconda casa, attratto dal calore delle persone, dalla bellezza dei paesaggi e dal ritmo lento della vita quotidiana. Nell’entroterra coltivava una sua passione segreta: la produzione di vino. Lo chiamava con ironia Stronzetto, un rosso dal carattere deciso, nato più per gioco che per impresa. Lo offriva agli amici nelle cene conviviali, scherzando sul nome e sulla sua bontà genuina. Quella bottiglia raccontava bene il suo spirito: semplice e diretto, allegro e malinconico allo stesso tempo. Un viaggio sulle tracce siciliane di Dalla può passare dalle campagne di Modica e Ragusa, dove i vigneti e gli ulivi si alternano alle architetture barocche, fino ai grandi teatri antichi di Siracusa e Taormina, dove l’arte incontra il mare. Non è difficile immaginare Lucio tra quelle pietre antiche, rapito dalla bellezza e dall’energia di un’isola che amava profondamente. Oggi chi visita questi luoghi può unire la memoria dell’artista a un percorso enogastronomico, tra degustazioni di vini locali e piatti tradizionali, per vivere la Sicilia con gli occhi e i sensi che tanto affascinavano il cantautore. Le altre geografie dell’anima: Rimini, Sorrento, le Tremiti Oltre a Bologna e alla Sicilia, altri luoghi compongono la mappa sentimentale di Dalla. La Riviera Romagnola, con Rimini e le sue estati leggere, fa da sfondo a melodie come Stella di mare e al suo amore per il mare e la spensieratezza. A Sorrento, nell’Hotel Excelsior Vittoria, nacque la sua canzone più celebre, Caruso. Dalla si trovava lì quando, guardando il golfo e pensando al grande tenore Enrico Caruso, scrisse una delle pagine più amate della musica italiana. Ancora oggi la suite che lo ispirò è visitabile, diventando un luogo di pellegrinaggio musicale. Infine le Isole Tremiti, rifugio privato e creativo, dove trovava pace e silenzio per scrivere. Il mare cristallino e la natura selvaggia erano per lui fonte di ispirazione e riflessione. Per i visitatori sono oggi un luogo ideale per capire la dimensione più intima e spirituale dell’artista, lontano dalle luci della ribalta. Un viaggio che unisce musica e turismo Seguire i luoghi di Lucio Dalla è costruire un itinerario unico attraverso l’Italia. Si parte da Bologna, città raggiungibile facilmente in treno o aereo, per una passeggiata tra i suoi portici e i luoghi che lo hanno visto nascere e crescere. Da qui si può scendere verso il mare, fermandosi alle Tremiti per respirare la sua isola del cuore, proseguire fino a Sorrento per rivivere la nascita di Caruso, e infine volare o imbarcarsi verso la Sicilia, dove il vino, la musica e il calore della gente restituiscono la sua passione più nascosta. È un viaggio che non si limita a visitare monumenti, ma invita a entrare nelle pieghe della vita di un uomo che ha saputo trasformare ogni incontro in poesia. È turismo culturale e insieme pellegrinaggio affettivo, un modo per continuare a cantare con lui, per strada, in piazza, o davanti a un bicchiere di vino condiviso.© Riproduzione Vietata
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La Camminata dei Due Mari: Un'Avventura Lenta tra Polignano e TarantoUn percorso di 136 km tra uliveti, trulli e borghi storici, per scoprire a piedi le bellezze naturali e culturali della Puglia, dall'Adriatico allo IonioSe sei alla ricerca di un’esperienza autentica e lenta per scoprire le meraviglie della Puglia, la Camminata dei Due Mari rappresenta un'opportunità unica. Si tratta di un percorso di 136 km che collega Polignano a Mare, affacciata sul mar Adriatico, alla città di Taranto, bagnata dalle acque dello Ionio. Questo cammino non è solo un'escursione, ma un viaggio immersivo tra natura, storia e cultura, che ti conduce attraverso alcune delle zone più affascinanti del territorio pugliese. Un Itinerario tra Storia e Natura Il percorso si snoda lungo sei tappe principali, attraversando uliveti secolari, muretti a secco e borghi che sembrano fermi nel tempo. Si parte da Polignano a Mare, nota per le sue scogliere a picco sul mare e la sua tradizione marinaresca, ma il viaggio ti porterà presto verso l’entroterra, dove la campagna pugliese si distende tra colline dolci e verdi vigneti. Lungo il cammino, troverai piccoli gioielli nascosti come i trulli della Valle d'Itria, le tipiche costruzioni coniche che raccontano di una Puglia antica e misteriosa. Passerai per Locorotondo e Alberobello, quest'ultima famosa in tutto il mondo per i suoi trulli, patrimonio dell’umanità UNESCO. Camminare tra queste architetture fiabesche, che sembrano uscite da un altro tempo, è un'esperienza che cattura l'immaginazione. Da una Costa all'Altra: La Puglia tra Tradizioni e Bellezza Dal mar Adriatico al mar Ionio, la Camminata dei Due Mari è un percorso che ti permette di vivere la Puglia in modo intimo e personale. Ogni tappa del percorso ti regala scorci sempre diversi: dalle vaste distese di uliveti alle dolci colline della Murgia, dai borghi affascinanti alle città che custodiscono secoli di storia. In questo itinerario si respira la cultura contadina pugliese, si incontrano le storie di chi ha lavorato la terra e si sono tramandati mestieri antichi, con uno sguardo rivolto alla modernità senza dimenticare il passato. A metà del percorso, incontrerai Martina Franca, una città barocca elegante e vivace, famosa per il suo centro storico ben conservato e le sue tradizioni culinarie. Ogni borgo lungo il cammino è un invito a fermarsi, a scoprire i sapori della cucina pugliese, fatta di ingredienti semplici e genuini, ma ricchi di gusto. Un’Esperienza per Tutti La Camminata dei Due Mari è suddivisa in sei tappe ben segnate, e il livello di difficoltà è accessibile a molti. Puoi scegliere di percorrere l’intero tragitto, per un'esperienza completa, oppure optare per una o più tappe in base al tempo a disposizione. Questo itinerario non richiede una preparazione tecnica avanzata, ma è necessario un minimo di allenamento per poter godere appieno della bellezza del percorso senza affaticarsi troppo. Ogni tappa offre la possibilità di sostare in alloggi tipici o agriturismi, permettendoti di vivere l’ospitalità pugliese e di gustare i prodotti locali, come l'olio extravergine d'oliva, i formaggi freschi e il vino. Conclusione: Un Viaggio Lento tra Mare e Terra La Camminata dei Due Mari è un’esperienza di viaggio che va oltre il semplice trekking: è un’immersione profonda in un territorio ricco di storia, natura e tradizioni. Attraversare la Puglia a piedi, da un mare all’altro, permette di riscoprire il piacere di camminare lentamente, di assaporare ogni dettaglio, ogni paesaggio, e di ritrovare un contatto autentico con la natura e con la cultura di una regione che ha tanto da offrire. Che tu sia un escursionista esperto o un viaggiatore in cerca di nuove emozioni, questo percorso ti regalerà ricordi indelebili e una visione nuova e genuina di una delle regioni più affascinanti del Sud Italia. Non ti resta che indossare scarpe comode, preparare lo zaino e partire alla scoperta di questa meraviglia pugliese.Vedi tutte le tappe© Riproduzione VietataFoto: Wikimedia Acquario51
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