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https://www.rmix.it/ - Stampaggio Rotazionale: dalla Terracotta al Cioccolato fino alla Plastica
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Stampaggio Rotazionale: dalla Terracotta al Cioccolato fino alla Plastica
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La storia dello stampaggio rotazionale con materiali diversidi Marco ArezioIl processo dello stampaggio tramite il processo rotazionale sembra una conquista recente, nata in concomitanza con l’esplosione dell’uso della plastica dopo la seconda guerra mondiale. In realtà, anche se con altri materiali, la costruzione di oggetti attraverso il processo di rotazione dello stampo, si può far salire al periodo egizio, greco e anche cinese, i cui artigiani realizzavano oggetti in ceramica per l’uso quotidiano ed artistico. Sono avvenuti, infatti, numerosi ritrovamenti di ceramiche sferiche o semisferiche che hanno fatto riflettere di quanto fosse stata diffusa questa tecnica costruttiva in quelle ere storiche. Un altro esempio documentato dell’uso di questo sistema produttivo è da far risalire intorno al 1600 d.C., periodo in cui i cioccolatieri svizzeri utilizzavano la tecnica rotazionale per creare uova di cioccolato cave, ma soprattutto dallo spessore uniforme. Bisogna aspettare però fino al 1855 quando l’inglese R. Peters introdusse lo stampaggio a rotazione biassiale per la produzione industriale di involucri cavi, tra i quali anche gli elementi di protezione dei pezzi di artiglieria. La dimestichezza con cui i produttori si avvicinarono al sistema di iniezione rotazionale, permise numerose esperienze applicative su prodotti come la cera, ad opera di F.A. Voelke nel 1905, come il gesso per mano di R.J. Powell nei primi anni 20 del secolo scorso. A partire dagli anni ’50 del secolo scorso, con l’avvento delle materie plastiche, lo stampaggio rotazionale fu impiegato, per la prima volta, nella realizzazione delle teste delle bambole utilizzando il PVC in polvere e impiegando stampi di lega di nichel-rame. Fu davvero un colpo di fulmine per l’industria, infatti lo stampaggio rotazionale utilizzando le materie plastiche crebbe in maniera vertiginosa, creando sempre nuovi e più grandi prodotti nei settori commerciali più disparati. Se tra il 1950 e il 1960 l’applicazione di questo sistema riguardò prevalentemente i giocattoli o i piccoli accessori per la casa, ma nei periodi successivi, con la costruzione di nuovi e sempre più grandi stampi, si realizzarono prodotti industriali di grandi dimensioni, come i contenitori di sostanze chimiche, cisterne per fertilizzanti e diserbanti, serbatoi dell’acqua e di carburanti, serbatoi per auto, barriere stradali, barche, canoe, boe e molti altri prodotti. Categoria: notizie - tecnica - plastica - stampaggio rotazionale

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https://www.rmix.it/ - 1938: Nasce il Teflon. Tra Successi Commerciali e Disastri Ambientali
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare 1938: Nasce il Teflon. Tra Successi Commerciali e Disastri Ambientali
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Una materia prima fantastica per molte applicazioni ma sottovalutata dal punto di vista ambientaledi Marco ArezioUn brillante Ingegnere chimico Statunitense, Roy J. Plunkett, dipendente dalla ditta Dupont, scoprì, per caso nel 1938, un nuovo composto chimico mentre era impegnato in un lavoro di sperimentazione su alcuni refrigeranti. Durante uno di questi test si verificò un incidente di laboratorio e Plunkett si accorse della formazione di una sostanza cerosa bianca che appariva estremamente scivolosa. Infatti, stava sperimentando la compressione di un clorofluorocarburo e, nel misurare la portata del gas contenuta in una bombola in cui c’era del tetrafluoroetene gassoso, si verificò un problema nella portata del gas. Plunkett decise di aprire la bombola e vi trovò dentro un rivestimento sulle pareti di consistenza ceroso e molto scivoloso che, attraverso successive verifiche, capì che si trattava di un fluorocarburo inerte, il politetrafluoroetilene (PTFE), che aveva ottime qualità antiaderenti, ben superiori ai prodotti fino ad allora utilizzati. Nel 1945 la Dupont depositò il brevetto per il composto chimico, a cui diede il nome di Teflon e iniziò la produzione nello stabilimento di Washington Works a Parkersburg, nel West Virginia, arrivando a produrre nel 1948 quasi 1000 tonnellate di Teflon. Il successo del prodotto fu folgorante, in quanto ogni casalinga preferiva acquistare una pentola con il rivestimento in teflon, in quanto i cibi non si appiccicavano nella padella durante la cottura. Un successo commerciale enorme per la Dupont, anche in virtù dei margini importanti che il prodotto aveva, in quanto coperto da brevetto, ma che ha creato un lato oscuro e minaccioso. Infatti, per anni l’azienda ha sversato gli scarichi della produzione del Teflon nei fiumi vicini alla sede di produzione nel West Virginia, immettendo nell’ambiente milioni di litri di acqua inquinata, attraverso i fiumi, in aree abitate e dedite anche all’allevamento. Circa 110 milioni di americani bevvero l’acqua inquinata da PFAS e la popolazione, dopo alcuni evidenti segnali di malattie collettive, con percentuali oltre la media nazionale, fece una causa alla Dupont in cui si iscrissero circa 70.000 persone. Vennero svolte minuziose analisi sia nelle acque, che sugli animali che sulla popolazione, coinvolgendo circa 69.000 persone in analisi cliniche specifiche, riuscendo a collegare l’inquinamento da PFAS ad una serie di malattie quali ipercolesterolemia, coliti ulcerose, malattie tiroidee, tumori del testicolo e del rene. Gli effetti tossici più frequentemente osservati erano: la restrizione della crescita fetalediabeteaumento del colesterolo e sue conseguenze (ictus cerebrale, infarto cardiaco)ipertensione arteriosaaumento dell'acido uricoriduzione degli spermatozoi nel maschioinfertilità maschile e femminile. Ci fu un danno diffuso anche tra il bestiame, allevato nelle adiacenze dei fiumi, in cui venivano scaricati gli scarti di produzione del teflon, infatti, si verificarono morie di animali che andavano ad abbeverarsi nei corsi d’acqua, trovando i loro organi interni di un colore fluorescente. Categoria: notizie - tecnica - plastica - teflon - storia

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https://www.rmix.it/ - Nikola Tesla: Genio ribelle tra invenzioni straordinarie e rifiuti clamorosi
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Nikola Tesla: Genio ribelle tra invenzioni straordinarie e rifiuti clamorosi
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La storia di Nikola Tesla, un visionario dalle scoperte rivoluzionarie, tra successi, difficoltà e il suo controverso rifiuto del Premio Nobeldi Marco ArezioLa figura di Nikola Tesla è una delle più affascinanti e controverse della storia della scienza. Nato nel 1856 in un piccolo villaggio serbo dell’Impero Austriaco, Tesla fu un innovatore visionario, il cui genio avrebbe potuto cambiare radicalmente il mondo. I suoi studi sull’elettricità e il magnetismo posero le basi per la società moderna, ma il suo percorso fu costellato di incomprensioni, rivalità e difficoltà economiche. Per Tesla, il progresso scientifico non doveva essere un mezzo di arricchimento personale, ma un servizio gratuito a beneficio dell’intera umanità. La sua vita, sospesa tra invenzioni rivoluzionarie e rifiuti clamorosi – come quello della candidatura al Premio Nobel – ci offre una lezione di integrità, coraggio e visione oltre il proprio tempo. Le Scoperte di Nikola Tesla: Oltre i Limiti della Tecnologia Le invenzioni di Tesla toccano quasi ogni aspetto del mondo moderno, dall’elettricità alle comunicazioni. Egli non si limitò a risolvere problemi pratici, ma immaginò un futuro in cui l’energia sarebbe stata accessibile a tutti, senza limiti né barriere. Questo approccio idealista lo rese un outsider rispetto agli industriali del tempo, ma lo consacrò come uno dei più grandi geni dell’umanità. La Corrente Alternata: la Rivoluzione Energetica Nel XIX secolo, la corrente continua (DC), sostenuta da Thomas Edison, dominava il panorama energetico. Tuttavia, questo sistema presentava limiti significativi: la corrente continua non poteva essere trasportata su lunghe distanze senza enormi perdite di energia. Tesla, al contrario, sviluppò la tecnologia della corrente alternata (AC), un sistema in cui l’energia poteva essere trasmessa in modo efficiente su distanze molto più ampie. Il suo lavoro lo portò a collaborare con George Westinghouse, che ne riconobbe il potenziale e lo sostenne nella celebre “Guerra delle Correnti” contro Edison. La battaglia non fu solo scientifica, ma anche economica e mediatica: Edison tentò di screditare la corrente alternata presentandola come pericolosa e inefficiente, arrivando persino a dimostrazioni pubbliche cruente. Ma Tesla e Westinghouse ebbero la meglio, e il mondo intero adottò il sistema AC, ancora oggi alla base della nostra rete elettrica. Uno dei trionfi simbolici della corrente alternata fu la costruzione della centrale idroelettrica delle cascate del Niagara nel 1895, una delle prime al mondo a utilizzare questo sistema. Tesla, con le sue intuizioni, riuscì a trasformare l’energia naturale in elettricità per milioni di persone, un risultato straordinario per l’epoca. La Bobina di Tesla e l’Elettricità senza Fili La bobina di Tesla rappresenta una delle invenzioni più iconiche dello scienziato. Questo dispositivo, capace di generare alte tensioni e campi elettromagnetici, consentiva la trasmissione senza fili di elettricità su brevi distanze. Tesla immaginò un mondo in cui l’energia avrebbe potuto essere trasmessa liberamente, senza cavi o limiti fisici, a chiunque ne avesse bisogno. Il suo progetto più ambizioso fu la costruzione della Torre Wardenclyffe, una struttura progettata per trasmettere energia elettrica e informazioni in tutto il mondo. Finanziata inizialmente da J.P. Morgan, la torre fu abbandonata quando i finanziatori si resero conto che l’energia gratuita e illimitata non avrebbe generato profitti. La demolizione di Wardenclyffe segnò uno dei momenti più dolorosi nella vita di Tesla, ma il concetto di trasmissione wireless continua a influenzare la tecnologia moderna, dal Wi-Fi alla ricarica senza fili. La Radio e le Comunicazioni Mentre la storia spesso attribuisce l’invenzione della radio a Guglielmo Marconi, Tesla fu uno dei primi a sperimentare la trasmissione di segnali attraverso onde elettromagnetiche. I suoi brevetti, registrati prima di quelli di Marconi, furono essenziali per lo sviluppo della tecnologia radiofonica. Nel 1943, poco dopo la sua morte, la Corte Suprema degli Stati Uniti riconobbe ufficialmente Tesla come il vero inventore della radio. Innovazioni Futuristiche Tesla non si fermò mai alla tecnologia del suo tempo. Anticipò invenzioni che sarebbero diventate realtà decenni più tardi: Smartphone e Comunicazioni Globali: Tesla immaginò dispositivi portatili in grado di trasmettere informazioni e comunicare in tempo reale, un’idea che oggi ritroviamo nei telefoni cellulari e in internet. Energia Rinnovabile: Previde l’importanza delle energie pulite, come l’energia solare e geotermica. Macchine Automatizzate: Lavorò a esperimenti di automazione e robotica, gettando le basi per la meccatronica moderna. Un Genio Contro il Suo Tempo La grandezza di Tesla fu anche la causa della sua emarginazione. La sua mente visionaria non sempre trovò comprensione nella comunità scientifica, che spesso lo ridicolizzò o ignorò. I suoi contemporanei erano più preoccupati di monetizzare le innovazioni che di supportare un progresso libero e accessibile. Questo conflitto si manifestò chiaramente quando Tesla rifiutò il Premio Nobel, probabilmente offeso dall’ipocrisia di un sistema che non aveva riconosciuto le sue scoperte in vita. Tesla trascorse gli ultimi anni della sua vita in solitudine e povertà, dimenticato dal mondo che aveva contribuito a plasmare.L’Eredità di Nikola Tesla La storia di Nikola Tesla ci insegna che la vera innovazione nasce dal coraggio di guardare oltre l’orizzonte del presente. Tesla ci ha lasciato una lezione potente: il progresso deve essere un bene comune, non un privilegio riservato a pochi. Le sue invenzioni continuano a ispirare generazioni di scienziati e ingegneri, mentre la sua visione ci invita a ripensare il nostro rapporto con la tecnologia e con il pianeta. Tesla è il simbolo di un’umanità capace di immaginare il futuro, anche quando nessuno è pronto a crederci.© Riproduzione Vietatafoto wikimedia

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https://www.rmix.it/ - Michael Faraday e il Discorso sulla Candela: Scienza, Storia e Innovazione Sostenibile
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Michael Faraday e il Discorso sulla Candela: Scienza, Storia e Innovazione Sostenibile
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Il celebre discorso di Michael Faraday sulla candela, il suo impatto nella chimica e come le moderne candele ecologiche stanno rivoluzionando il settoredi Marco ArezioNel cuore della Londra vittoriana, nel dicembre del 1848, Michael Faraday si trovava davanti a una platea di giovani studenti presso la Royal Institution. Il celebre scienziato, noto per le sue scoperte nel campo dell’elettromagnetismo e della chimica, si accingeva a tenere una delle sue più straordinarie lezioni di divulgazione scientifica: "The Chemical History of a Candle". Faraday, con la sua capacità unica di rendere accessibili concetti complessi, scelse un oggetto semplice e familiare come la candela per illustrare i fondamenti della chimica e della fisica. Durante una serie di sei conferenze, dimostrò come dietro la fiamma tremolante si celassero fenomeni chimici di enorme rilevanza, dalla combustione alla formazione di anidride carbonica, dalla capillarità al ruolo dell’ossigeno nei processi energetici. Quelle lezioni, all’epoca rivoluzionarie per il loro approccio didattico, restano ancora oggi un esempio di eccellente divulgazione scientifica. Ma oltre a essere un capolavoro di comunicazione, il discorso di Faraday è anche un ponte ideale per riflettere sull’evoluzione delle candele fino ai giorni nostri, quando la sostenibilità è diventata una priorità. In un mondo sempre più attento all’impatto ambientale, le candele, da semplice fonte di luce, sono divenute un prodotto che deve confrontarsi con la necessità di ridurre le emissioni e utilizzare materiali rinnovabili. Michael Faraday: Scienziato e Pioniere della Chimica e dell'Elettricità La figura di Michael Faraday emerge con straordinaria forza nel panorama scientifico del XIX secolo. Nato nel 1791 a Newington Butts, un sobborgo di Londra, in una famiglia umile, il giovane Faraday non ebbe accesso a un’educazione formale avanzata. Tuttavia, grazie alla sua insaziabile curiosità e alla passione per la lettura, riuscì a formarsi da autodidatta mentre lavorava come apprendista rilegatore di libri. L’opportunità della sua vita arrivò quando riuscì ad assistere a una serie di conferenze tenute dal grande chimico Humphry Davy presso la Royal Institution. Affascinato dalle meraviglie della scienza, Faraday prese meticolosi appunti e inviò a Davy un resoconto dettagliato delle lezioni, guadagnandosi così un posto come suo assistente. Da quel momento, la sua carriera scientifica decollò, portandolo a una serie di scoperte che avrebbero cambiato il mondo. Faraday fu un pioniere in diversi campi: dall’induzione elettromagnetica, che pose le basi per lo sviluppo della generazione di elettricità, alla scoperta del benzene, ancora oggi fondamentale per l’industria chimica, fino agli studi sull’elettrolisi, che hanno rivoluzionato il modo in cui comprendiamo la conduzione elettrica nei liquidi. Tuttavia, oltre ai suoi contributi scientifici, ciò che lo rese unico fu la sua straordinaria capacità di divulgare il sapere, una qualità che trovò massima espressione proprio nelle sue lezioni sulla candela. La Storia Chimica della Candela: Il Discorso di Faraday Il Metodo Sperimentale Faraday aprì la sua lezione con una domanda apparentemente semplice, ma in realtà profondamente scientifica: "Cos’è una candela?". Invitando il pubblico a osservare con occhio critico, egli dimostrò che dietro la fiamma si nasconde un universo di fenomeni chimici e fisici. Il metodo sperimentale, secondo Faraday, non richiede strumenti sofisticati: anche un oggetto quotidiano può rivelare le leggi fondamentali della natura. La Composizione della Candela Una delle prime osservazioni riguardava il materiale della candela. All’epoca, le più comuni erano fatte di sego, un grasso animale, o di cera d’api. Quando la candela viene accesa, la fiamma scioglie la cera, che viene poi assorbita dallo stoppino per capillarità e trasformata in gas prima di bruciare. Faraday enfatizzò l’importanza di questo processo per comprendere il ciclo della combustione. Il Processo di Combustione La fiamma della candela, spiegò Faraday, è divisa in diverse regioni: la parte interna scura, dove la cera si vaporizza; la zona luminosa, dove le particelle di carbonio incandescenti emettono luce; e la zona esterna blu, dove avviene la combustione completa. Attraverso esperimenti semplici, egli mostrò come ogni fase del processo fosse regolata da leggi chimiche precise. Il Ruolo dell’Ossigeno Faraday dimostrò l’importanza dell’ossigeno nella combustione spegnendo una candela sotto una campana di vetro. Questo esperimento, pur semplice, era rivoluzionario per il pubblico dell’epoca, poiché aiutava a consolidare la teoria della combustione sviluppata da Lavoisier. La Produzione di Acqua e Anidride Carbonica Uno degli esperimenti più sorprendenti fu la raccolta dei prodotti della combustione: Faraday riuscì a dimostrare che dalla fiamma della candela si formavano acqua e anidride carbonica, un concetto allora poco noto, ma essenziale per la chimica moderna. Dalle Candele Tradizionali alle Candele Sostenibili Se nel XIX secolo la candela era un oggetto di prima necessità per l’illuminazione, oggi il suo ruolo è cambiato: da semplice fonte di luce, è diventata un elemento decorativo e aromaterapico. Tuttavia, la produzione industriale di candele non è priva di problemi ambientali. Problemi Ambientali delle Candele Tradizionali Le candele più diffuse oggi sono realizzate in paraffina, un derivato del petrolio che, durante la combustione, può rilasciare composti organici volatili (COV) potenzialmente dannosi per la qualità dell’aria. Inoltre, gli stoppini contenenti piombo e altre sostanze tossiche possono rappresentare un rischio per la salute. Alternative Ecologiche Per rispondere a queste problematiche, sono state sviluppate alternative più sostenibili: - Candele in cera di soia, una risorsa rinnovabile che garantisce una combustione più pulita. - Candele in cera d’api, biodegradabili e capaci di purificare l’aria grazie alla produzione di ioni negativi. - Candele in cera di cocco, una soluzione naturale con una combustione più lenta ed efficiente. - Stoppini ecologici, realizzati in cotone o legno, che evitano l’emissione di metalli pesanti. L’adozione di candele sostenibili si inserisce in una più ampia filosofia di economia circolare, che mira a ridurre l’impatto ambientale dei prodotti di largo consumo. Conclusioni La lezione di Faraday sulla candela non era solo una brillante dimostrazione della chimica applicata, ma anche un invito a guardare il mondo con occhi curiosi e scientifici. Ancora oggi, il suo metodo didattico rappresenta un modello per la divulgazione scientifica. Nel nostro tempo, la candela è diventata un simbolo di benessere e atmosfera, ma la sua produzione deve fare i conti con la necessità di ridurre l’impatto ambientale. Dalle fiamme illuminate da Faraday nel XIX secolo alle moderne candele ecologiche, la scienza e la sostenibilità si incontrano ancora una volta per migliorare la nostra comprensione del mondo e ridurre il nostro impatto su di esso.© Riproduzione VietataFoto Wikimedia

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https://www.rmix.it/ - Poliuretano: Produzione, Impiego, Riciclo e Storia
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Poliuretano: Produzione, Impiego, Riciclo e Storia
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Un materiale di grandissima diffusione in molti settori che ha una storia prestigiosa e un presente circolare complicatodi Marco ArezioIl poliuretano è un polimero conosciuto anche da chi non è addetto ai lavori, in quanto lo si identifica facilmente negli isolanti per le abitazioni, nei prodotti chimici di comune utilizzo del fai da te, negli oggetti che arredano le nostre case e in molte altre occasioni. La sua storia nasce agli albori della ricerca sulla chimica dei polimeri, con continui miglioramenti nel corso degli anni e creando nuove applicazioni facendo leva sulle molteplici qualità del composto.Cosa è il poliuretano Il poliuretano è un tipo di polimero che viene utilizzato in una vasta gamma di prodotti a causa della sua versatilità. Si tratta di un materiale che può essere flessibile o rigido e viene utilizzato in prodotti come schiume, elastomeri, adesivi, sigillanti, vernici e molti altri. Le schiume di poliuretano, ad esempio, sono spesso utilizzate in materassi, cuscini e mobili a causa della loro capacità di adattarsi e ritornare alla loro forma originale. I poliuretani possono essere formulati per avere una varietà di proprietà, rendendoli adatti a molte diverse. Come si produce il poliuretano Il poliuretano viene prodotto attraverso una reazione chimica tra due componenti principali: un isocianato e un poliolo. La natura esatta e la proporzione di questi composti determinano le proprietà finali del poliuretano prodotto. Ecco un processo base per produrre poliuretano: Preparazione dei componenti Gli isocianati ei polioli vengono prodotti separatamente attraverso vari processi chimici. Gli isocianati comuni utilizzati includono il diisocianato di toluene (TDI) e il diisocianato di metilene difenile (MDI). I polioli possono variare dalla glicerina ai polieteri. Mescolamento Una volta preparati, gli isocianati e i polioli vengono miscelati insieme in proporzioni controllate. Al mix possono essere aggiunti altri ingredienti come catalizzatori, stabilizzanti, coloranti o additivi per ottenere proprietà specifiche. Reazione Quando gli isocianati ei polioli reagiscono insieme, formano una catena di poliuretano. Questa reazione può essere esotermica (produrre calore). Formazione A seconda dell'applicazione desiderata, la miscela reagente può essere versata in stampi per produrre forme solide come blocchi o lastre, oppure può essere spruzzata o applicata su superfici. Ad esempio, la schiuma spray di poliuretano viene spruzzata sulle superfici per l'isolamento, mentre le schiume flessibili possono essere versate in stampi per produrre cuscini o materassi. Indurimento e Cura Dopo la formazione, il poliuretano richiede un periodo di "cura" durante il quale completa la sua reazione e raggiunge le proprietà desiderate. Taglio o lavorazione Una volta indurito, il poliuretano può essere tagliato, sagomato o lavorato secondo le specifiche dell'applicazione finale. A seconda del tipo e delle proprietà desiderate del poliuretano, i dettagli del processo possono variare. Ad esempio, la produzione di schiume rigide utilizzate per l'isolamento potrebbe differire da quella di elastomeri utilizzati nelle applicazioni industriali. Dove si utilizza il poliuretano Il poliuretano è un materiale estremamente versatile e si trova in una vasta gamma di prodotti grazie alle sue diverse proprietà. Ecco alcuni degli usi comuni del poliuretano: - Schiume flessibili:  utilizzate in materassi, cuscini, imbottiture di mobili e sedili automobilistici. - Schiume rigide: utilizzate per l'isolamento termico di edifici, frigoriferi, congelatori e apparecchiature per il riscaldamento e il raffreddamento. - Elastomeri: trovano impiego in suole di scarpe, guarnizioni, cinghie di trasmissione, componenti automobilistici e alcuni adesivi. - Adesivi e sigillanti: utilizzati in edilizia, industria automobilistica e molte altre industriali. - Vernici e rivestimenti: offrono protezione contro l'abrasione, la corrosione ei raggi UV. Sono usati per verniciare automobili, pavimenti e altri oggetti. - Pellicole e fogli: per l'imballaggio, la laminazione e come componenti in prodotti tessili. - Spugne abrasive: usate per lavare e pulire. - Componenti automobilistici: come parafanghi, parti di interni, e componenti di sospensione. - Imballaggi: schiume protettive per l'imballaggio di elettronica e altri beni fragili. - Applicazioni mediche: come bendaggi, impianti e componenti di dispositivi medici. - Fibra di poliuretano: utilizzata in tessuti elastici e abbigliamento. Questi sono solo alcuni esempi. Grazie alla sua versatilità, il poliuretano ha trovato in quasi ogni settore industriale e continua ad essere un materiale chiave in molte innovazioni tecnologiche. Quali caratteristiche tecniche ha il poliuretano l poliuretano è un materiale estremamente versatile con una vasta gamma di proprietà che possono essere adattate in base ai requisiti specifici di un'applicazione. Le caratteristiche tecniche del poliuretano possono variare a seconda della formula specifica, dei componenti utilizzati e del processo di produzione. Tuttavia, alcune delle caratteristiche generali e dei vantaggi del poliuretano includono: - Il poliuretano è noto per la sua resistenza all'usura, al taglio e all'abrasione. - Può essere estremamente elastico e flessibile, il che lo rende ideale per suole di scarpe, guarnizioni e altri prodotti che richiedono elasticità. - Offre una buona resistenza a oli, grassi, solventi e molti altri prodotti chimici. - Il poliuretano ha eccellenti proprietà isolanti, sia termiche che acustiche, ed è spesso utilizzato come materiale isolante in edilizia e in apparecchiature refrigeranti. - Può essere prodotto in una vasta gamma di densità e rigidità, da schiume morbide e flessibili a materiali solidi e duri. - Ha una buona capacità adesiva su una vasta gamma di substrati, il che lo rende utile come adesivo e sigillante. - Il poliuretano ha una buona resistenza all'acqua e non si decompone facilmente quando esposto all'umidità. - Sebbene il poliuretano standard possa degradarsi sotto l'esposizione ai raggi UV, può essere formulato con additivi che migliorano la sua resistenza ai raggi UV. - Mentre il poliuretano non è inerentemente resistente al fuoco, può essere formulato con ritardanti di fiamma per soddisfare specifiche esigenze di resistenza al fuoco. - Ha la capacità del materiale di tornare alla sua forma originale dopo essere stato deformato. Come si ricicla il poliuretano Il riciclo del poliuretano può essere una sfida a causa della sua natura termoindurente e delle diverse forme in cui può presentarsi. Tuttavia, ci sono diverse metodologie adottate per il riciclaggio del poliuretano, a seconda del tipo e dell'applicazione. Ecco alcune delle tecniche comuni: Riutilizzo meccanico Questo metodo coinvolge la triturazione della schiuma di poliuretano in piccoli pezzi che possono essere utilizzati come riempitivi o combinati con altri materiali per produrre nuovi prodotti. Ad esempio, la schiuma triturata può essere utilizzata in cuscini, materassi o come isolamento. Riciclo chimico Glicolisi. Qui, il poliuretano viene scomposto in presenza di glicoli. Questo processo produce polioli che possono essere riutilizzati nella produzione di nuovo poliuretano. Idrogenazione. In questo metodo, il poliuretano viene esposto all'idrogeno ad alte temperature, producendo polioli che possono essere riutilizzati. Pirolisi. Il poliuretano viene scomposto termicamente in assenza di ossigeno, producendo oli che possono essere utilizzati come carburanti o materie prime per la produzione chimica. Riciclaggio energetico. Anziché cercare di recuperare il materiale, il poliuretano può essere incenerito in impianti di incenerimento di rifiuti per recuperare l'energia. Questo metodo trasforma il poliuretano in calore, che può essere utilizzato per produrre elettricità o riscaldare l'acqua. Riciclaggio mediante bonifica. Questo metodo è simile alla glicolisi, ma utilizza ammine alifatiche. Produce ammine e polioli che possono essere utilizzati nella produzione di nuovo poliuretano o altri polimeri. Mentre le tecniche di riciclaggio sono in continua evoluzione, uno dei principali ostacoli al riciclaggio su larga scala del poliuretano è la raccolta e la separazione dei rifiuti di poliuretano dalle altre correnti di rifiuti. Tuttavia, con la crescente enfasi sulla sostenibilità e la gestione dei rifiuti, sono in corso ricerche per sviluppare metodi più efficaci e sostenibili per il riciclaggio del poliuretano. Storia del poliuretano Il poliuretano è stato scoperto nel 1937 dal chimico tedesco Otto Bayer e dal suo team. La ricerca era parte degli sforzi per sviluppare nuovi materiali polimerici durante il periodo tra le due guerre mondiali, quando c'era una grande domanda di alternative ai materiali tradizionali. Otto Bayer è noto per aver sviluppato il processo di produzione di poliuretano utilizzando diisocianati e polioli, il che ha portato alla produzione commerciale di poliuretano nel 20° secolo. Il poliuretano ha una storia interessante e la sua evoluzione e diffusione in vari settori è un esempio di come i nuovi materiali possano rivoluzionare le industrie. Le tappe storiche importanti per il poliuretano sono le seguenti: - 1937. Otto Bayer e il suo team in Germania sviluppano il processo di polimerizzazione per produrre poliuretano usando diisocianati e polioli. - 1940. Durante la Seconda Guerra Mondiale, ci fu un grande bisogno di materiali alternativi a causa della scarsità di risorse come il caucciù. Questo ha portato a un interesse crescente per i poliuretani come potenziale sostituto. Alla fine degli anni '40, le schiume rigide di poliuretano iniziarono ad essere usate per isolamento. - anni '50. Le schiume flessibili di poliuretano diventano popolari come materiale per cuscini e materassi. Inizia la produzione su larga scala di elastomeri di poliuretano, che vengono utilizzati in vari settori, compresa l'industria calzaturiera. - anni '60 e '70. L'uso di schiume di poliuretano per l'isolamento termico degli edifici diventa sempre più comune. La tecnologia del poliuretano continua ad evolversi, portando allo sviluppo di adesivi, sigillanti, rivestimenti e vernici di poliuretano. - 1980. Gli elastomeri di poliuretano diventano comuni in molte industrie. La ricerca si concentra sull'ottimizzazione delle proprietà del poliuretano, come la resistenza alla fiamma e la resistenza all'abrasione. - anni '90 e 2000. Si assiste a una crescente preoccupazione per l'ambiente e la salute, il che porta a ricerche su poliuretani a base d'acqua ea basso contenuto di composti organici volatili (VOC). L'industria automobilistica adotta ampiamente il poliuretano per interni, sedili, e componenti esterni. - anni 2010. Con l'aumento dell'interesse per la sostenibilità, iniziano le ricerche per produrre poliuretani da fonti rinnovabili e biobased. L'innovazione continua con lo sviluppo dei poliuretani con proprietà migliorate, come maggiore resistenza ai raggi UV e migliore resistenza termica. Nel corso degli anni, il poliuretano ha dimostrato di essere un materiale estremamente versatile, adattandosi e rispondendo alle esigenze in continua evoluzione di molte industrie. La sua capacità di essere formulato per una vasta gamma di proprietà ha reso possibile il suo uso in una miriade di, dall'edilizia all'automobile, dai prodotti per la casa all'abbigliamento e molto altro.

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https://www.rmix.it/ - Luigi V. Brugnatelli: Il Pioniere dell'Elettrochimica e della Galvanotecnica
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Luigi V. Brugnatelli: Il Pioniere dell'Elettrochimica e della Galvanotecnica
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Dalle Scoperte Accademiche alle Applicazioni Industriali: Come Brugnatelli e la Sua Collaborazione con la Famiglia Galbani Hanno Trasformato la Produzione Metallurgicadi Marco ArezioNel vasto panorama dei precursori dell’elettrochimica e dell’innovazione industriale, Luigi Valentino Brugnatelli emerge come una figura di spicco. Nato a Pavia nel 1761, Brugnatelli dedicò la sua vita allo studio e all’applicazione della chimica, diventando uno dei principali protagonisti della rivoluzione industriale italiana nel campo della galvanotecnica. Questo articolo esplorerà i suoi primi anni, le sue scoperte fondamentali, le applicazioni pratiche delle sue ricerche, e la sua collaborazione con la famiglia Galbani. I Primi Anni e gli Studi Brugnatelli si distinse fin da giovane per la sua passione per la chimica e la scienza. Dopo aver completato gli studi presso l’Università di Pavia, dove ebbe come maestro il celebre chimico Lazzaro Spallanzani, Brugnatelli iniziò a concentrarsi sulla ricerca nell’ambito della galvanotecnica, una disciplina all’epoca ancora inesplorata. La formazione ricevuta sotto la guida di Spallanzani, famoso per i suoi esperimenti sulla generazione spontanea, fu cruciale per il giovane scienziato, fornendogli una solida base teorica e pratica. La Scoperta dei Processi Galvanici Il contributo più significativo di Brugnatelli alla scienza fu la scoperta dei processi galvanici nel 1800. In questo periodo, Brugnatelli eseguì una serie di esperimenti che rivoluzionarono la comprensione dell’elettrochimica. Utilizzando una batteria voltaica, Brugnatelli dimostrò che era possibile depositare metalli su materiali conduttori attraverso l’elettrolisi. Questo processo, chiamato galvanostegia, consisteva nell’immersione di un oggetto in una soluzione contenente sali metallici e nel passaggio di una corrente elettrica attraverso la soluzione, provocando il deposito del metallo sull’oggetto. Esperimenti Innovativi Brugnatelli fu il primo a utilizzare l’elettrodeposizione per placcare un oggetto con oro. Questo esperimento fu condotto utilizzando una soluzione di cloruro d’oro e una batteria voltaica per fornire la corrente necessaria. Il successo di questo esperimento dimostrò non solo la fattibilità del processo, ma anche le sue potenziali applicazioni industriali. Brugnatelli pubblicò i suoi risultati nel "Journal de Physique" nel 1805, gettando le basi per lo sviluppo futuro dell’industria galvanica. Applicazioni Pratiche Le scoperte di Brugnatelli non rimasero confinate nel mondo accademico, ma trovarono presto applicazioni pratiche nell’industria. La possibilità di placcare metalli con uno strato protettivo di un altro metallo aprì nuove prospettive in vari settori. Uno dei primi settori a beneficiare della placcatura elettrochimica fu quello degli utensili da cucina. Pentole, posate e altri utensili potevano essere rivestiti con metalli preziosi come argento e oro, migliorandone la resistenza alla corrosione e l’aspetto estetico. Collaborazione con la Famiglia Galbani La genialità di Brugnatelli non passò inosservata, e presto attirò l’attenzione di importanti imprenditori dell’epoca, tra cui la famiglia Galbani, già attiva nel settore lattiero-caseario. La collaborazione con la famiglia Galbani permise a Brugnatelli di sperimentare su larga scala i suoi processi galvanici. Questa partnership si rivelò fruttuosa non solo per la famiglia Galbani, che diversificò le proprie attività, ma anche per Brugnatelli, che poté applicare e migliorare le sue tecniche in un contesto industriale. Il Contributo alla Galbani Tecnica L’ingresso di Brugnatelli nell’azienda Galbani segnò l’inizio di una nuova era per l’azienda, che si diversificò con successo nel settore della galvanotecnica. Sotto la guida di Brugnatelli, la Galbani Tecnica divenne un punto di riferimento nell’industria metallurgica. Brugnatelli sviluppò processi innovativi e brevettò nuove tecniche di placcatura elettrochimica, rendendo l’azienda leader nel settore. Un esempio significativo dell’impatto di Brugnatelli fu l’adozione della galvanostegia per la produzione di oggetti di uso comune, come monete e medaglie. Questo non solo migliorò la durabilità di questi oggetti, ma ridusse anche i costi di produzione, rendendo i prodotti più accessibili al grande pubblico. L'Eredità di Brugnatelli L'opera di Brugnatelli lasciò un'impronta duratura nel campo dell'elettrochimica e dell'industria metallurgica. Le sue scoperte aprirono la strada a ulteriori ricerche e sviluppi tecnologici, portando all'industrializzazione di processi elettrochimici che sono ancora in uso oggi. La sua capacità di vedere le applicazioni pratiche delle sue scoperte scientifiche e di collaborare con il settore industriale lo rese un vero pioniere. Conclusione Luigi Valentino Brugnatelli è una figura fondamentale nella storia dell'elettrochimica. Le sue scoperte nel campo dei processi galvanici e la loro applicazione pratica hanno avuto un impatto significativo sull'industria e sulla scienza. La sua collaborazione con la famiglia Galbani ha dimostrato come le innovazioni scientifiche possano essere integrate con successo nell'industria, portando benefici economici e tecnologici duraturi. L'eredità di Brugnatelli continua a vivere, influenzando ancora oggi il campo della galvanotecnica e dell'elettrochimica.

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https://www.rmix.it/ - 6 Giugno 1944: D DAY - l’84° Reggimento Aviotrasportato USA Poteva Contare sulla PA6
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare 6 Giugno 1944: D DAY - l’84° Reggimento Aviotrasportato USA Poteva Contare sulla PA6
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Durante lo sbarco in Normandia i paracadutisti Americani avevo la poliammide, un’arma in piùdi Marco ArezioDurante la seconda guerra mondiale l’uso dell’aviazione militare aveva compiuto passi da gigante rispetto alla guerra precedente, non solo per maneggevolezza dei nuovi bombardieri ed incursori, ma anche per la notevole distanza che potevano coprire nelle fasi operative. Inoltre si introdusse una nuova disciplina, quella dei paracadutisti, che potevano infiltrarsi dietro le linee nemiche per azioni di sabotaggio, salvataggio o di logistica, a tutto vantaggio delle teste di ponte della fanteria. I paracaduti, all’inizio, erano normalmente fatti in seta naturale che proveniva dalla Cina ma, dopo l’invasione Giapponese del 7 Luglio 1937, gli Americani dovettero trovare un nuovo materiale per i propri paracaduti. Fu cosi che chiesero alla Du Pont, azienda chimica di grande importanza negli Stati Uniti, di trovare una soluzione al problema, in modo che l’esercito potesse realizzare un milione di nuovi paracaduti per il D-DAY, l’invasione dell’Europa. La Du-Pont, fornì un nuovo polimero, la poliammide 6 e 12 con cui si realizzarono i nuovi paracaduti, creando subito una superiorità tecnica del prodotto rispetto a quello fatto in seta naturale. I responsabili dell’esercito Americano si accorsero subito che il paracadute fatto con la PA era decisamente più robusto agli strappi e alle lacerazioni, rispetto alla seta, cosa che durante gli atterraggi poteva facilmente capitare. Inoltre, la capacità dinamica di contenimento dell’aria era migliore, evitando rischi di rottura delle vele in volo, ma non solo, durante i lanci con brutto tempo, il paracadute fatto con la poliammide non si riempiva di acqua, appesantendo la vela quando si trattava di navigare in volo e raccogliere della stessa all’atterraggio. Era anche possibile che durante la discesa sul campo di battaglia il paracadute potesse essere colpito da proiettili, ma le forature di piccole dimensioni non laceravano il tessuto, permettendo al paracadutista di atterrare sul terreno. I paracadutisti della 82° divisione aviotrasportata, con i nuovi paracaduti in PA, furono impiegati anche in Nord Africa, nell’Aprile del 1943, sotto il comando del generale Ridgway, e successivamente il 9 Luglio dello stesso anno sbarcarono in Sicilia e il 13 Settembre 1943 a Salerno in Italia. L’efficacia dei paracadutisti Americani dotati delle vele in PA fu annotata anche dai comandanti tedeschi, che li soprannominavano “i diavoli dai pantaloni gonfi” in segno di rispetto per le loro capacità e superiorità tecnica.Categoria: notizie - tecnica - plastica - PA6 - storia

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https://www.rmix.it/ - La Gomma da Masticare Compie 150 anni: Dai Maya a Greta Thunberg
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare La Gomma da Masticare Compie 150 anni: Dai Maya a Greta Thunberg
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Gomma da masticare: Un prodotto storico, nato vegetale e diventato un mix di chimica poco amico dell’ambientedi Marco ArezioLe prime tracce storiche della gomma da masticare risalgono ai Maya, che erano abituati a masticare delle palline di gomma dette Chicle, tratte da una pianta chiamata Manilkara Chicle. Successivamente si sono trovate altre tracce, in epoca più recente, attribuite al generale e presidente del Messico, Antonio Lopez de Santa Maria, chiamato il Napoleone dell’West, ( Xalapa, 21 febbraio 1794 – Città del Messico, 21 giugno 1876) militare e politico di lungo corso, al quale verrebbe attribuita l’invenzione della gomma da masticare moderna. Ma se parliamo di dati certi, circa l’origine del prodotto, dobbiamo allora far riferimento al brevetto depositato da William Semple il 28 Dicembre del 1869 negli Stai Uniti. Una ricetta messa in commercio due anni più tardi che non entusiasmò troppo i clienti in quanto, le palline, erano insapori e molli. Ma sulla scorta di questi insuccessi, Semple modificò più volte la ricetta, inserendo aromi e lavorando sulla consistenza della gomma, riuscendo a far crescere l’interesse per il prodotto verso la fine del decennio del secolo. Nel corso del XX secolo l’industria cambiò radicalmente la ricetta, utilizzando non più una gomma naturale ma una sintetica, il Poliisobutilene, relegando la lavorazione del Chicle ad una nicchia di mercato. Successivamente si era lavorato sulle proprietà elastiche del prodotto inserendo additivi, raggiungendo così la voluta viscosità attraverso l’aggiunta di una gomma di Xanthano. In Europa la conoscenza di questo articolo rimase sconosciuto fino all’avvento della seconda guerra mondiale quando i soldati americani, di stanza nel vecchio continente, lo fecero conoscere alla popolazione. Infatti lo stato maggiore dell’esercito aveva inserito nella cosiddetta “Razione K”, un mix di alimenti che ogni soldato aveva con sé sul campo di battaglia, la gomma da masticare per svariate ragioni. Si riteneva che masticare la gomma, additivata anche di caffeina, aiutasse i soldati a sopportare meglio le tensioni dei combattimenti, inoltre favoriva la pulizia del cavo orale in quelle situazioni in cui i soldati non potevano lavarsi i denti. Ma come viene prodotta, oggi, la gomma da masticare? L’impasto che compone la gomma da masticare contiene il Poliisobutilene, come composto base, poi lo zucchero gli additivi e gli aromi. Il Poliisobutilene o PIB, è una gomma sintetica, ricavato dalla polimerizzazione dell’Isobutilene e una piccola parte (2%) di Isoprene, prodotto dalla Basf per usi alimentari. Il Poliisobutilene, è un polimero vinilico e, dal punto di vista strutturale, assomiglia al comune Polipropilene Homopolimero e al Polietilene, fatta eccezione per il fatto che ogni altro atomo di carbonio è sostituito con due gruppi metilici. Possiede due caratteristiche importanti che sono l’elevata impermeabilità e un’eccellente flessibilità. Come viene impiegata la gomma da masticare? L’uso più comune si può dire sia stato, per moltissimi anni, paragonabile a quello delle caramelle, godendo durante la masticazione della gomma degli aromi che erano all’interno del prodotto. Ma nel corso degli anni, la gomma da masticare ha avuto anche un uso medico e farmaceutico. Infatti esistono sul mercato numerosi farmaci, sotto questa forma, che curano la nausea, le cefalee, la dipendenza da fumo, alcune malattie del cavo orale e sotto forma di integratori alimentari dalle tipologie più disparate. Ma la gomma da masticare si è rilevata un pessimo amico per l’ambiente, in quanto impiega almeno 5 anni per decomporsi, si appiccica alle superfici sulle quali viene posta, specialmente i marciapiedi nelle città. La pulizia delle superfici pedonabili sulle quali si è attaccata comporta l’uso di sostanze chimiche, adatte ad interrompere la solidarizzazione tra gomma e superficie di camminamento, l’acqua con getto ad alto potenziale e, dove questi sistemi non ottengono i risultati sperati, si deve fresare la superficie per togliere le macchie nere composte dalle gomme.Categoria: notizie - tecnica - storia - gommaVedi maggiori informazioni sul rapporto tra alimenti e la chimica

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https://www.rmix.it/ - Dalla Canapa al Nylon: Evoluzione delle Corde e la Rivoluzione nell'Alpinismo
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Dalla Canapa al Nylon: Evoluzione delle Corde e la Rivoluzione nell'Alpinismo
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Scopri la storia del passaggio dalle corde in canapa a quelle in nylon, le innovazioni tecnologiche, i vantaggi tecnici e l'impatto sulla sicurezza e sulle prestazioni alpinistichedi Marco ArezioL'evoluzione dei materiali ha avuto un impatto significativo su numerosi settori, incluso l'alpinismo. Uno dei progressi più rivoluzionari è stato il passaggio dalle corde in canapa a quelle in nylon, una trasformazione che ha ridefinito gli standard di sicurezza e prestazioni nelle scalate. Fin dall'antichità, le corde sono state fondamentali per l'esplorazione, la navigazione e l'architettura, diventando successivamente strumenti essenziali per gli alpinisti. Le corde in fibra naturale, come la canapa, hanno accompagnato gli alpinisti per secoli. Tuttavia, le loro limitazioni in termini di elasticità, resistenza e durabilità hanno reso evidente la necessità di un materiale innovativo. Con l’avvento delle fibre sintetiche nel XX secolo, si è assistito a una svolta decisiva: l’introduzione del nylon ha portato a miglioramenti senza precedenti in termini di resistenza, elasticità e sicurezza, segnando un punto di svolta nello sviluppo delle attrezzature alpinistiche. Questo articolo esamina l'evoluzione storica di questo cambiamento, analizzando le caratteristiche tecniche dei materiali, i vantaggi del nylon rispetto alla canapa e i processi produttivi, con particolare attenzione all’uso di queste corde nell’alpinismo moderno. Le Corde in Canapa: Storia e Utilizzo La canapa (Cannabis sativa) è stata coltivata per millenni grazie alla sua fibra robusta, impiegata in settori come la navigazione, l’agricoltura e l’industria tessile. Le civiltà mesopotamiche e cinesi utilizzavano la canapa per produrre corde resistenti, essenziali per il commercio e le costruzioni. Nel Medioevo, la canapa divenne cruciale per la marina, poiché le sue corde erano fondamentali nella costruzione di vele e reti da pesca. Nel XIX e all'inizio del XX secolo, le corde in canapa erano lo standard nell'alpinismo, utilizzate da pionieri come Edward Whymper durante la prima ascensione del Cervino nel 1865. La loro robustezza e disponibilità le rendevano ideali per le spedizioni alpinistiche. Tuttavia, presentavano notevoli limitazioni: - Bassa elasticità, che aumentava il rischio di rottura e non assorbiva l’energia della caduta. - Alto assorbimento d’acqua, rendendo la corda più pesante e meno resistente in condizioni umide. - Scarsa durabilità, con una rapida usura dovuta all’attrito e all’esposizione agli agenti atmosferici. Questi fattori hanno spinto la ricerca verso materiali più avanzati, culminando nell’introduzione del nylon come alternativa superiore. L'Avvento del Nylon e l'Innovazione nel Settore Il nylon, sviluppato nel 1935 dal chimico Wallace Carothers nei laboratori DuPont, rappresentò una svolta rivoluzionaria nel campo delle fibre sintetiche. Durante la Seconda Guerra Mondiale, il nylon fu impiegato nella produzione di paracaduti, corde di traino, vele per navi militari ed equipaggiamenti aeronautici, grazie alla sua straordinaria resistenza e leggerezza. Il suo successo in ambito bellico ne accelerò l’adozione nel settore civile. Negli anni '50, le corde in nylon iniziarono a essere utilizzate nell'alpinismo, dapprima nelle operazioni militari e poi nelle spedizioni sportive. Grazie alla loro elasticità e alla capacità di assorbire gli shock delle cadute, queste corde divennero rapidamente lo standard per la sicurezza degli alpinisti. La diffusione dell’alpinismo sportivo e l’innovazione nei materiali consolidarono il nylon come scelta imprescindibile. Vantaggi delle Corde in Nylon Le corde in nylon offrirono diversi miglioramenti rispetto a quelle in canapa: - Elasticità superiore, riducendo il rischio di rottura e assorbendo l’energia in caso di caduta. - Resistenza meccanica elevata, con una maggiore durata rispetto alle fibre naturali. - Idrorepellenza, impedendo l’assorbimento di acqua e garantendo prestazioni costanti in ambienti umidi. - Minore peso, agevolando il trasporto e la gestione durante le ascensioni. Grazie a questi vantaggi, il nylon ha rivoluzionato la sicurezza e le prestazioni nell'alpinismo, rendendo le scalate più accessibili e meno rischiose. L'elasticità del nylon è stata un fattore chiave nel suo impiego alpinistico, riducendo il rischio di rottura e migliorando la sicurezza. Ciò si rivelò particolarmente cruciale durante spedizioni leggendarie come quelle di Hermann Buhl e le ascensioni dell’Himalaya negli anni '50 e '60, dove le corde in nylon permisero agli alpinisti di affrontare sfide più estreme con maggiore affidabilità. Processo di Produzione delle Corde Produzione delle Corde in Canapa La produzione delle corde in canapa segue diverse fasi, radicate in tecniche tradizionali che hanno subito miglioramenti nel tempo per ottimizzarne la qualità e la durabilità. - Coltivazione e raccolta: le piante vengono essiccate per ottenere fibre lunghe e resistenti. - Macerazione e separazione: le fibre vengono estratte e lavorate per migliorarne la qualità. - Filatura e torcitura: i filamenti vengono filati e intrecciati per formare la corda. - Trattamenti superficiali: oli naturali o cere vengono applicati per migliorarne la resistenza all'acqua e all’usura. Produzione delle Corde in Nylon Le corde in nylon vengono prodotte attraverso un processo industriale avanzato, che prevede l'impiego di tecnologie di sintesi chimica, estrusione e intrecciatura per garantire resistenza e flessibilità ottimali. Questo processo si è evoluto nel tempo per migliorare le prestazioni delle corde, aumentando la loro durata e la sicurezza nell'uso alpinistico e industriale. - Sintesi chimica: il nylon si ottiene tramite polimerizzazione per condensazione, formando lunghe catene polimeriche di poliammide. - Estrusione e filatura: il materiale sintetico viene estruso in fibre sottili. - Torcitura e intrecciatura: i fili di nylon vengono uniti in diverse configurazioni, come corde a treccia singola o con anima e guaina. - Trattamenti termici e test: le corde vengono sottoposte a test di resistenza e trattamenti per migliorarne la durata e le prestazioni. Conclusione Il passaggio dalle corde in canapa a quelle in nylon ha segnato una rivoluzione nell'alpinismo, migliorando notevolmente sicurezza, affidabilità e prestazioni. Grazie alle sue caratteristiche superiori, il nylon ha reso le scalate più sicure e ha permesso agli alpinisti di affrontare sfide sempre più impegnative. Oggi, il nylon è lo standard di riferimento nelle attrezzature alpinistiche, ma la storia delle corde in canapa rimane un elemento affascinante nell'evoluzione delle tecnologie di sicurezza in montagna. © Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - Marie Curie: La Scienziata che il Nobel Non Voleva Premiare
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Marie Curie: La Scienziata che il Nobel Non Voleva Premiare
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La vita straordinaria di Marie Curie, le sue scoperte rivoluzionarie e la lotta contro i pregiudizi di genere in un'epoca che non voleva riconoscere il valore delle donne nella scienzadi Arezio MarcoMarie Curie è uno dei nomi più celebri nella storia della scienza, simbolo non solo del progresso scientifico, ma anche della lotta delle donne per affermarsi in un mondo dominato dagli uomini. La sua storia personale è un esempio straordinario di determinazione e genialità in un'epoca in cui le donne erano costantemente marginalizzate, specialmente nel mondo accademico e scientifico. Questo articolo ripercorre la sua vita, le sue ricerche e le difficoltà che ha dovuto affrontare, comprese quelle relative alla controversia sul premio Nobel. Gli Inizi e l'Educazione Nata Maria Skłodowska il 7 novembre 1867 a Varsavia, in Polonia, Marie proveniva da una famiglia intellettualmente stimolante. Suo padre era un insegnante di matematica e fisica, e trasmise a Maria l’amore per il sapere. Tuttavia, la Polonia del XIX secolo era sotto il dominio russo, e l'accesso delle donne all'istruzione superiore era fortemente limitato. Nonostante questi ostacoli, Marie si distinse fin da giovane per la sua straordinaria intelligenza e il suo desiderio di apprendere. Non potendo frequentare le università polacche a causa del suo sesso, si trasferì a Parigi nel 1891 per proseguire gli studi alla Sorbona, una delle poche istituzioni in Europa a permettere alle donne di studiare. Lì si laureò in fisica e matematica, non senza difficoltà economiche, vivendo in condizioni di povertà estrema, spesso sacrificando il cibo e il riscaldamento per potersi permettere i libri e i materiali di studio. Il Matrimonio con Pierre Curie e le Prime Scoperte Nel 1895, Marie sposò Pierre Curie, un noto fisico francese, con il quale condivise una profonda passione per la ricerca scientifica. Insieme, formarono una delle coppie più influenti della storia della scienza. La loro collaborazione li portò a scoperte fondamentali nel campo della radioattività, un termine coniato proprio da Marie. L'interesse di Marie per la radioattività iniziò con i lavori del fisico francese Henri Becquerel, che aveva scoperto che l'uranio emetteva radiazioni. Marie, affascinata da questa scoperta, iniziò a studiare la natura di queste radiazioni misteriose, conducendo esperimenti che la portarono a isolare nuovi elementi radioattivi, come il polonio (che chiamò così in onore della sua patria, la Polonia) e il radio. Il lavoro dei Curie dimostrò che la radioattività era una proprietà intrinseca degli atomi e non il risultato di una reazione chimica, come si pensava in precedenza. Questa scoperta rivoluzionò la fisica e gettò le basi per la fisica nucleare moderna. Le Difficoltà e le Resistenze Sociali Nonostante l'incredibile valore scientifico delle sue scoperte, Marie Curie affrontò enormi resistenze da parte della comunità scientifica, in gran parte a causa del suo essere donna. La sua candidatura al premio Nobel per la fisica nel 1903 fu inizialmente rifiutata, nonostante il contributo fondamentale che aveva apportato alla scoperta della radioattività. Solo grazie all'intervento di Pierre e del matematico svizzero Charles Édouard Guillaume, che difesero il ruolo di Marie nelle ricerche, il comitato Nobel acconsentì a includere il suo nome. Così, nel 1903, Marie Curie divenne la prima donna a vincere il premio Nobel, condividendolo con Pierre Curie e Henri Becquerel. Questo episodio è emblematico della condizione delle donne nel mondo scientifico dell'epoca: anche di fronte a risultati straordinari, le loro capacità e il loro ruolo venivano spesso sminuiti o ignorati. Le donne, sia nell'istruzione che nella carriera scientifica, erano considerate inferiori agli uomini e spesso relegate a ruoli subalterni. Marie Curie dovette superare non solo la sfida di condurre ricerche pionieristiche in un campo inesplorato, ma anche quella di combattere contro il pregiudizio di genere. La Seconda Vittoria del Nobel e il Riconoscimento Universale La vita di Marie Curie fu segnata da tragedie personali, in particolare la morte improvvisa di Pierre in un incidente stradale nel 1906. Nonostante il lutto, Marie proseguì il loro lavoro e ottenne un secondo premio Nobel nel 1911, questa volta in chimica, per la scoperta del radio e del polonio e per le sue indagini sulle proprietà chimiche dei composti radioattivi. Questa seconda vittoria la rese l'unica persona nella storia ad aver vinto due premi Nobel in due campi scientifici diversi, un'impresa che ancora oggi è ammirata e celebrata. Tuttavia, anche in questa occasione, Marie dovette affrontare pregiudizi e critiche. La sua vita privata fu messa sotto esame dalla stampa, in particolare a causa della sua relazione con il fisico Paul Langevin, che scatenò uno scandalo nella società parigina. Ancora una volta, le critiche si concentrarono sul suo essere donna, piuttosto che sulla sua indiscussa genialità scientifica. L’Eredità di Marie Curie e l'Impulso per le Donne nella Scienza Marie Curie continuò a lavorare fino alla sua morte nel 1934, avvenuta a causa degli effetti dell'esposizione prolungata alle radiazioni. Nonostante i rischi, dedicò la sua vita alla scienza e alla ricerca. L'eredità che ha lasciato è incalcolabile: il suo lavoro ha aperto la strada a sviluppi fondamentali in fisica e medicina, come l'uso delle radiazioni nel trattamento del cancro. Inoltre, Marie Curie è diventata un simbolo per le donne scienziate di tutto il mondo. In un'epoca in cui le donne erano escluse dalla maggior parte delle istituzioni accademiche e scientifiche, Marie riuscì a infrangere queste barriere e a dimostrare che il genio e la dedizione non conoscono genere. La sua storia continua a ispirare generazioni di scienziate, che vedono in lei non solo una pioniera della radioattività, ma anche una pioniera della parità di genere nella scienza. Le Donne nella Scienza al Tempo di Marie Curie Il successo di Marie Curie deve essere compreso nel contesto delle condizioni sociali del tempo. Alla fine del XIX e all'inizio del XX secolo, le donne che cercavano di entrare in campi tradizionalmente maschili come la scienza, la medicina e l'ingegneria incontravano ostacoli enormi. Molte università non accettavano studentesse, e le poche che lo facevano relegavano le donne a ruoli secondari, spesso senza riconoscere i loro contributi. Le conquiste di Marie Curie dimostrarono che le donne erano in grado di eccellere in ambiti fino ad allora dominati dagli uomini. Il suo esempio spinse altre donne a intraprendere carriere scientifiche e portò a una lenta ma progressiva apertura delle istituzioni accademiche alle donne. Tuttavia, nonostante questi progressi, la disparità di genere nel campo scientifico è ancora una realtà in molte parti del mondo. Conclusione Marie Curie non è solo una figura chiave nella storia della scienza, ma anche un esempio di coraggio e perseveranza in un mondo che spesso ha cercato di escluderla a causa del suo genere. Le sue scoperte nel campo della radioattività hanno rivoluzionato la fisica e la medicina, ma la sua lotta contro il pregiudizio e la discriminazione ha avuto un impatto altrettanto significativo. Marie Curie rimane un'icona di ciò che si può ottenere attraverso il duro lavoro e la dedizione, indipendentemente dagli ostacoli. Oggi, il suo nome è sinonimo di eccellenza scientifica e di emancipazione femminile, un simbolo eterno di una donna che, contro ogni avversità, ha cambiato il mondo.© Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - Nel 1678 con Robert Hooke nasce la Strada per la Reologia dei Polimeri Plastici
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Nel 1678 con Robert Hooke nasce la Strada per la Reologia dei Polimeri Plastici
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Robert Hooke il precursore della reologia dei polimeridi Marco ArezioSebbene la reologia non sia un concetto applicabile solo alle materie plastiche e, quindi al mondo dei polimeri, ma spazi anche nel settore farmaceutico, alimentare, delle gomme e della ceramica, la reologia applicata ai polimeri plastici ha una componente importante nelle applicazioni di tutti i giorni.E’ evidente che nel 1678 non esistevano i polimeri plastici, ma la storia ci ha insegnato a fare tesoro degli studi e delle scoperte che uomini brillanti, come Robert Hooke, hanno realizzato nella loro vita e che, le conclusioni scientifiche da loro sperimentate, come la legge di Hook, inerente ai comportamenti elastici delle materie prime, ci accompagnano ancora oggi. Robert Hook nasce il 18 Luglio del 1635 in Inghilterra presso Freshwater, nell'Isola di Wight, da una famiglia di umili origini, dove il padre esercitava la sua professione come curato della locale parrocchia. Di salute cagionevole si dimostrò molto incline alla pittura tanto che, nel 1648, alla morte del padre, si trasferì a Londra e andò a lavorare come apprendista presso la bottega del pittore Peter Lely, frequentando comunque la scuola che lo portò nel 1653 all’università di Oxford. Nel 1662 fu assunto alla Royal Society con un ruolo inedito per l’epoca, in quanto fu il primo scienziato ad eseguire esperimenti tecnici con un regolare contratto di lavoro. Nel suo mansionario c’era il compito di eseguire settimanalmente degli esperimenti scientifici da mostrare durante le riunioni dei soci della Royal Society. La sua attività di ricerca e di sperimentazione lo portò al vertice della società scientifica in cui lavorava, ma si attrasse le invidie e le divergenze da parte di altri scienziati, uno tra questi fu Newton. Tra le molteplici attività scientifiche svolte, dimostrò il comportamento elastico della materia, coniando un insieme di teorie che sono racchiuse nella legge di Hook, a lui intitolata. Nel 1678 Hook arrivò a dimostrare che un corpo elastico, quale ad esempio una molla, subisce una deformazione direttamente proporzionale alla forza ad esso applicato. Nel corso degli anni successivi molti scienziati lavorarono, migliorarono e sperimentarono, nuovi concetti sul comportamento elastico della materia, come la legge di Newton sulla viscosità nel 1687, il concetto di viscoelasticità da James Clerk Maxwell nel 1868, l’effetto delle sollecitazioni composte dei materiali a cura di Ludwig Boltzmann nel 1878, fino ad arrivare nel 1920 quando viene fondata la società di reologia dagli scienziati Eugene C. Bingham, Wolfgang Ostwald, Ludwig Prandtl e Markus Reiner. Nel mondo odierno dei polimeri vergini e riciclati i comportamenti reologici sono di primaria importanza per poter realizzare ricette corrette, per trasformare le materie prime attraverso lo stampaggio, l’estrusione, il soffiaggio, la termoformatura e per creare articoli apprezzabili sia dal punto di vista estetico che meccanico. Categoria: notizie - tecnica - plastica - reologia - polimeri - storia

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https://www.rmix.it/ - Trinitite: Cos'è, come si forma e perché è importante il vetro nato dal primo test nucleare
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Trinitite: Cos'è, come si forma e perché è importante il vetro nato dal primo test nucleare
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L’origine della Trinitite, il vetro radioattivo formatosi nel deserto del New Mexico dopo l’esplosione atomica del 1945di Marco ArezioNel cuore del deserto del New Mexico, una distesa di sabbia si è trasformata in vetro sotto il calore di un'esplosione senza precedenti. Era il 16 luglio 1945, il giorno in cui gli Stati Uniti testarono per la prima volta una bomba atomica, un evento che avrebbe segnato l’inizio dell’era nucleare. Il nome di quel test era Trinity, e il materiale straordinario nato dall’impatto devastante dell’esplosione è oggi conosciuto come trinitite. La trinitite non è un minerale naturale, né una semplice fusione di rocce. È una cicatrice della storia, una sostanza formatasi in pochi istanti quando l’energia dell’atomica ha liquefatto la sabbia e l’ha trasformata in un vetro verde, una reliquia silenziosa della potenza distruttiva dell’uomo. Oltre a essere un oggetto di curiosità scientifica, è anche un simbolo carico di significato, legato indissolubilmente all’inizio dell’epoca nucleare. La Nascita della Trinitite: Il Deserto Sotto il Fuoco Atomico Immaginiamo per un momento la scena: la bomba, sospesa a una torre d'acciaio, si accende in un lampo più luminoso del sole. L’onda d’urto si espande in un istante, sollevando polvere e sabbia mentre la temperatura sale a livelli inimmaginabili. La terra si vaporizza, si mescola con i materiali dell’ordigno e viene risucchiata nel fungo atomico, per poi ricadere sulla superficie in una pioggia incandescente. Nel giro di pochi secondi, il suolo del deserto si trasforma, solidificandosi in una crosta di vetro dal colore verde oliva. Quella era la trinitite. A differenza di altri materiali vetrosi terrestri, come l’ossidiana formatasi dalle eruzioni vulcaniche o le tektiti prodotte dall’impatto di meteoriti, la trinitite è il risultato diretto della scienza umana. È la prova tangibile di ciò che accade quando l’energia atomica viene liberata sulla terra. Le Caratteristiche Uniche della Trinitite A prima vista, la trinitite può sembrare un comune pezzo di vetro fuso, ma a un esame più attento rivela una storia geologica e fisica straordinaria. È composta prevalentemente da biossido di silicio (SiO₂), lo stesso elemento principale del quarzo e del vetro ordinario. Tuttavia, al suo interno si trovano anche tracce di alluminio, calcio, ferro e rame, elementi derivati dai resti metallici della bomba e dalla sabbia del deserto. Il colore più comune della trinitite è un verde chiaro, risultato della fusione della sabbia silicatica con la radiazione estrema dell’esplosione. Ma esistono anche varianti più rare: la trinitite rossa, arricchita di rame proveniente dai cavi elettrici dell’ordigno; la trinitite nera, contenente particelle di ferro e altre impurità metalliche; e la trinitite bianca, formata in aree dove la concentrazione di quarzo era più elevata. Un tempo, questo vetro era leggermente radioattivo, impregnato di isotopi instabili generati dalla detonazione nucleare. Oggi, però, la radioattività residua è così bassa da non rappresentare un rischio per la salute, sebbene la trinitite rimanga un testimone delle immense forze che l’hanno creata. Utilizzi e Significato della Trinitite Sebbene la trinitite non abbia un impiego pratico nell’industria o nella tecnologia moderna, il suo valore è inestimabile per la ricerca scientifica e la storia. È stata studiata per comprendere meglio gli effetti delle esplosioni nucleari sulla geologia terrestre e per confrontarla con materiali simili che si formano in condizioni estreme. Gli scienziati l’hanno analizzata per scoprire come la sabbia, esposta a temperature superiori agli 8.000°C, si sia trasformata in un nuovo materiale. Alcuni ricercatori hanno addirittura ipotizzato che formazioni simili potrebbero esistere su Marte o sulla Luna, dove gli impatti meteoritici hanno creato condizioni di fusione simili. Ma oltre al suo valore scientifico, la trinitite è anche un oggetto di profondo interesse storico. Frammenti di questa roccia vengono conservati nei musei della Seconda Guerra Mondiale e nei centri di ricerca sulla non proliferazione nucleare. Per alcuni collezionisti, possedere un pezzo di trinitite significa avere tra le mani un frammento dell’alba dell’era atomica, un pezzo di storia congelato nel tempo. Tuttavia, oggi la raccolta della trinitite è vietata. Negli anni successivi al test Trinity, molti visitatori si avventurarono nel sito dell’esplosione per raccogliere campioni, portando via gran parte del materiale. Attualmente, il governo degli Stati Uniti ha classificato l’area come protetta, rendendo illegale la rimozione di qualsiasi frammento. Nonostante ciò, alcuni campioni autentici di trinitite circolano ancora nel mercato collezionistico, anche se non è raro imbattersi in falsificazioni. Un Simbolo dell’Era Nucleare Più di settant’anni dopo il test Trinity, la trinitite rimane un monito silenzioso della potenza dell’energia nucleare. Non è solo una curiosità geologica, ma un simbolo della responsabilità scientifica e delle conseguenze delle scelte umane. La sua esistenza ci ricorda il momento in cui l’umanità ha aperto le porte all’era atomica, un'epoca di incredibili progressi scientifici, ma anche di devastanti possibilità distruttive. Oggi, mentre la scienza continua a studiare i materiali estremi e le loro implicazioni, la trinitite resta lì, nel deserto, incastonata nella terra come un segno indelebile di quel giorno in cui la sabbia si fuse sotto il calore della storia.© Vietata la RiproduzioneFoto: Wikimedia

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https://www.rmix.it/ - 1953: La Storia della Nascita del Policarbonato
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Informazioni Tecniche

1953: La Storia della Nascita del Policarbonatodi Marco ArezioIl policarbonato è un prodotto termoplastco appartenente alla famiglia dei tecnopolimeri che è stato scoperto attraverso le reazioni di sintesi realizzate da Hermann Schnell nel 1953.Ma chi è Hermann Schnell?Nasce a Gaienhofen, in Germania, nel settembre 1916 e, dopo aver completato il sevizio militare, inizia lo studio della fisica e della chimica all'Università Albert-Ludwigs di Friburgo, in Germania, dove ha studiato con il Premio Nobel Professor Hermann Staudinger (Premio Nobel per la Chimica nel 1953).Terminati gli studi entra nella società Bayer AG nel dipartimento di ricerca e sviluppo che era situato a Leverkusen in Germania. Hermann Schnell, in collaborazione con il suo team di ricercatori, scopre una nuova plastica attraverso una particolare reazione di sintesi dal bisfenolo A e fosgene, che viene nominato successivamente policarbonato, le cui doti primarie sono la trasparenza, l'infrangibilità e la leggerezza. il 16 Ottobre del 1953 viene attribuito il brevetto sul policarbonato, dando vita ad un futuro successo commerciale del prodotto in tutto il mondo. A soli 36 anni, Hermann Schnell, passa a dirigere il dipartimento di ricerca e sviluppo e viene incaricato quale responsabile della fondazione di un secondo laboratorio per la Bayer Central Research a Krefeld-Uerdingen sempre in Germania. Bayern produrrà e commercializzerà il policarbonato di Hermann Schnell sotto il nome di Makrolon® attivando la produzione nello stabilimento di a Uerdingen, in Germania. La sua lunga carriera all'interno di Bayer, nel campo della ricerca e sviluppo, si concluderà nel 1975, anno in cui andò in pensione. Nel 1995 ha istituito la Fondazione Hermann-Schnell con 500.000 euro del suo denaro personale per sostenere i giovani scienziati nel campo della ricerca chimica macromolecolare.Categoria: notizie - tecnica - plastica - policarbonato

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https://www.rmix.it/ - 1952: La Plastica Entra per la Prima Volta nel Cuore di una Donna
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare 1952: La Plastica Entra per la Prima Volta nel Cuore di una Donna
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Sensazionale intervento al cuore per posizionare una valvola di plasticadi Marco ArezioLe malattie al cuore negli anni ’50 del secolo scorso erano molto diffuse, ma pochi erano gli strumenti per poter risolvere i problemi dei pazienti e, ancora lontano era l’anno in cui il professor Barnard, il 3 Dicembre del 1967 a Città del Capo compì il primo trapianto di cuore. Ma la cardiochirurgia vascolare iniziò molti anni prima dell’intervento sensazionale di Barnard, anche ad opera del dott. Charles A. Hufnagel, un americano nato a Louisville nel Kentucky nel 1916, che si interessò della cardiologia prima e della cardiochirurgia dopo. Il dottore si concentrò nello studio dell’utilizzo della plastica per sostituire i vasi sanguigni ammalorati e non più efficienti, attraverso una tecnica chiamata “fissazione multipunto”, che avrebbe portato al perfezionamento delle tecniche di sostituzione delle valvole aortiche. Nel 1952 arriva l’occasione per mettere in pratica gli studi e gli esperimenti fatti, decidendo di impiantare una valvola di assistenza nel cuore di una donna di 30 anni che, a causa della febbre reumatica, le aveva compromesso la valvola naturale. Fece costruire una sfera di plastica di piccolissime dimensioni, all’interno di un tubo a camera che regolava il flusso sanguineo nel cuore della giovane. Hufnagel doveva replicare, attraverso la piccola sfera e il tubo in cui scorreva, la situazione naturale che si creava nel cuore, quindi, non sostituì la valvola ammalorata ma la impiantò vicino quella nuova, permettendo un migliore funzionamento, apri e chiudi, del flusso sanguigno. Infatti, lo scopo della valvola aortica era quello di impedire che il flusso di sangue tornasse verso il cuore, cosicché la valvola in plastica, scorrendo all’interno del tubo, andava ad ostruire il flusso di ritorno. La paziente visse per una decina di anni con la nuova valvola in plastica e, successivamente, morì per cause non dipendenti da questo intervento, aprendo così la strada a centinaia di altri pazienti che ebbero salva la vita per merito di una minuscola pallina di plastica. Gli studi del dott. Hufnagel non si fermarono, infatti, diede un importante contributo nella progettazione e realizzazione della macchina cuore-polmone, ricevendo numerosi premi per il suo impegno nella ricerca cardiaca e vascolare. Categoria: notizie - tecnica - plastica - chirurgia - valvola cardiaca - storia

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https://www.rmix.it/ - La Storia dei Polimeri Attraverso lo Sviluppo della Chimica Industriale
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I polimeri sembrano materiali recenti ma la loro origine è più lontana di quanto non sembridi Marco ArezioLa storia della nascita dei polimeri è molto meno lineare di quanto si possa pensare, con le intuizioni di alcuni precursori che, a volte, rimanevano ferme in laboratorio per decenni, in quanto la conoscenza delle reazioni chimiche o il limitato progresso tecnologico impiantistico ne inficiavano lo sviluppo. E’ interessante notare che, per alcune combinazioni chimiche che hanno poi portato alla nascita di una determinata famiglia di polimeri, la casualità poteva aver giocato anche un ruolo primario, creando situazioni inaspettate, frutto di reazioni chimiche non cercate ma subito capite e sfruttate. Sicuramente il secolo scorso è stato fondamentale per lo sviluppo dei polimeri di base, in quanto si sono verificate due situazioni formidabili: - la prima era la progressione continua della conoscenza della chimica industriale, i cui albori si possono indentificare nel XIX° secolo, - la seconda è il grande progresso industriale che ha potuto mettere a disposizione dei chimici, sia in laboratorio che nelle sedi industriali, efficienti ed innovative macchine che assecondassero le idee degli scienziati. Come ci racconta, Michele Seppe, già negli anni 30 del secolo scorso, la moderna industria della gomma aveva già quasi cento anni, la celluloide era disponibile in commercio da oltre mezzo secolo e i fenoli erano una forza dominante in un'ampia varietà di industrie. Con poche eccezioni, tutti gli sviluppi significativi nella tecnologia dei polimeri fino a quel momento sono stati i sistemi dei reticolati, noti anche come materiali termoindurenti. Oggi l'industria ha un aspetto molto diverso, i termoplastici sono i materiali dominanti e, all'interno di questo gruppo, il polipropilene, il polietilene, il polistirene e il PVC sono le quattro materie prime che rappresentano la maggior parte del volume consumato a livello mondiale. Ma i materiali termoplastici che possono davvero competere con le prestazioni, alle temperature elevate dei metalli e dei polimeri reticolati, sono materiali come le poliammidi (nylon), i policarbonati e il PEEK. Tracciare lo sviluppo storico dei termoplastici può essere impegnativo, perché molte volte la scoperta di un materiale in laboratorio non ha avuto un percorso rapido verso la sua commercializzazione. Il polistirene fu scoperto per la prima volta nel 1839, ma fu prodotto commercialmente solo nel 1931, a causa di problemi con il controllo della reazione esotermica di polimerizzazione. Il PVC è stato scoperto nel 1872, ma i tentativi di utilizzarlo commercialmente all'inizio del XX° secolo sono stati ostacolati dalla limitata stabilità termica del materiale. Infatti, la temperatura richiesta per convertire il materiale in una massa fusa, era superiore alla temperatura alla quale il polimero iniziava a decomporsi termicamente. Questo fu risolto nel 1926 da Waldo Semon, presso BF Goodrich, infatti, mentre cercava di deidroalogenare il PVC in un solvente per creare una sostanza che legasse la gomma al metallo, scoprì che il solvente aveva plastificato il PVC. Ciò abbassò la sua temperatura di rammollimento e aprì una finestra per la lavorazione alla fusione. Il polietilene fu creato per la prima volta in laboratorio nel 1898 dal chimico tedesco Hans von Pechmann scomponendo il diazometano, una sostanza che aveva scoperto quattro anni prima. Ma il diazometano è un gas tossico con proprietà esplosive, quindi, non sarebbe mai stata un'opzione commerciale praticabile per la produzione su larga scala di un polimero, che ora è utilizzato in volumi annuali incredibilmente alti. Il materiale fu riscoperto nel 1933 da Eric Fawcett e Reginald Gibson mentre lavoravano all'ICI in Inghilterra. Sperimentarono il posizionamento di vari gas ad alta pressione, e quando misero una miscela di gas etilene e benzaldeide sotto un'enorme pressione, produssero una sostanza bianca e cerosa che oggi conosciamo come polietilene a bassa densità. La reazione fu inizialmente difficile da riprodurre, solo due anni dopo un altro chimico dell'ICI, Michael Perrin, sviluppò controlli che resero la reazione abbastanza affidabile da portare alla commercializzazione nel 1939, più di quarant'anni dopo che il polimero fu prodotto per la prima volta. Il polietilene ad alta densità è stato sintetizzato con l'introduzione di nuovi catalizzatori nei primi anni 1950. Nel 1951, mentre J. Paul Hogan e Robert Banks lavoravano alla Phillips Petroleum, svilupparono un sistema basato sull'ossido di cromo. I brevetti furono depositati nel 1953 e il processo fu commercializzato nel 1957, ed ancora oggi il sistema è noto come catalizzatore Phillips. Nel 1953, Karl Ziegler introdusse un sistema che utilizzava alogenuri di titanio combinati con composti di organoalluminio e, più o meno nello stesso periodo, un chimico italiano, Giulio Natta, apportò modifiche alla chimica di Ziegler. Entrambi i sistemi hanno consentito una riduzione sia della temperatura che della pressione necessarie per produrre l'LDPE altamente ramificato e hanno prodotto un polimero lineare molto più forte, più rigido e più resistente al calore rispetto all'LDPE. Questi sviluppi illustrano come di diversi gruppi di chimici, che lavorarono in modo indipendente sugli stessi problemi, arrivarono a sviluppare soluzioni quasi contemporaneamente. I nuovi catalizzatori hanno anche permesso di produrre versioni commercialmente utili del quarto membro della famiglia dei polimeri di base, il polipropilene. Questo era stato prodotto da Fawcett e Gibson a metà degli anni 1930. Dopo i loro esperimenti di successo con il polietilene, hanno naturalmente ampliato il loro lavoro per includere altri gas, ma i loro risultati con il polipropilene furono deludenti. Invece di produrre un materiale che fosse solido a temperatura ambiente e mostrasse utili proprietà meccaniche, la reazione produsse una massa appiccicosa interessante solo come adesivo. Fawcett e Gibson avevano prodotto quello che in seguito sarebbe stato conosciuto come polipropilene atattico. A differenza del polietilene, in cui tutti i gruppi attaccati allo scheletro di carbonio sono atomi di idrogeno, ciascuna unità di propilene nello scheletro di polipropilene contiene tre atomi di idrogeno e un gruppo metilico molto più grande. Nel polipropilene atattico, il gruppo metilico può apparire in una qualsiasi delle quattro possibili posizioni all'interno dell'unità di ripetizione, impedendo la cristallizzazione del materiale. I nuovi catalizzatori crearono una struttura in cui il gruppo metilico si trovava nella stessa posizione in ogni unità ripetuta. La regolarità strutturale ha portato a un materiale in grado di cristallizzare, infatti questa forma cristallina di polipropilene aveva forza, rigidità e un punto di fusione persino superiore all'HDPE. Questo rapido sviluppo ha creato due materiali che rappresentano oggi oltre il 50% della produzione mondiale annuale di polimeri. È interessante notare che la moglie di Giulio Natta, Rosita Beati, che non era un chimico, ha coniato i termini atattico, isotattico e sindiotattico per descrivere le diverse strutture che si potevano creare polimerizzando il polipropilene. Oggi usiamo questi termini per riferirci in generale alle strutture isomeriche che si possono formare quando i polimeri vengono prodotti utilizzando vari tipi di catalizzatori.

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https://www.rmix.it/ - Henri Victor Regnault il Primo Padre del PVC
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Henri Victor Regnault il Primo Padre del PVC
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Lo scoprì inconsapevolmente lavorando l’olio olandese riscaldatodi Marco ArezioHenri Victor Regnault viene difficilmente associato alla scoperta del PVC la quale è stata attribuita nel 1872 al chimico tedesco Eugen Baumann riprendendo i suoi esperimenti. Lo scienziato francese nacque nacque il 21 luglio 1810 ad Aix-la-Chapelle, in Francia ed in tenera età perse entrambi i genitori. Lui e la sorella furono affidati ad una copia, amica dei genitori, che se ne prese cura e ne seguì le sorti scolastiche. Dopo gli studi universitari in chimica, Regnault decide di viaggiare in l’Europa per compiere studi ed esperimenti nei siti minerari della Svizzera, Germania e in Belgio tra gli anni 1834 e 1835. L’11 Dicembre del 1840 fu nominato dall’Accademia delle scienze Francesi professore di chimica, incarico che ricoprì per circa 30 anni. Lo scienziato si dedicò allo studio delle sostanze e delle loro miscele, creando in trent’anni una approfondita raccolta di dati relativi alle proprietà dei composti, come densità e compressibilità di gas e liquidi, capacità di calore e coefficienti di dilatazione di gas, pressioni di vapore e velocità del suono. Questi studi lo portano ad essere considerato come probabilmente il più grande sperimentatore del diciannovesimo secolo. Una tra le tante ricerche fatte, una in particolare riguardava lo studio di un liquido oleoso formato dalla clorazione dell’etilene (chiamato allora gas olefiante), che divenne famoso sotto il nome di liquore olandese. Questo composto venne per la prima volta scoperto dai chimici olandesi Johann Rudolph Deiman, Adrien Paets van Troostwijk, Nicolas Bondt e Anthoni Lauwerenburgh sulla quale in seguito ci lavorarono molti chimici del tempo. Regnault tentò di decomporre l’olio olandese riscaldandolo con una soluzione alcolica di idrossido di potassio, ottenendo il monomero di cloruro di vinile. Lo scienziato non aveva ancora ben chiaro dove i suoi studi lo stessero portando, quando annotava la realizzazione di una polvere bianca, che sarebbe stata successivamente identificata come polivinilcloruro (PVC), avendo lasciato il nuovo composto accidentalmente esposto alla luce solare. Nonostante la scoperta scientifica non fu attribuita allo scienziato Francese non vi è dubbio che questa posò le basi per le future ricerche e perfezione delle ricette del PVC.Categoria: notizie - tecnica - plastica - PVC - storia foto: Pollution chimique

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https://www.rmix.it/ - La Storia delle Stampanti 3D: Dalle Origini alla Rivoluzione Tecnologica e Sostenibile
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare La Storia delle Stampanti 3D: Dalle Origini alla Rivoluzione Tecnologica e Sostenibile
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Scopri l'evoluzione della stampa 3D, i protagonisti che l'hanno resa possibile e le innovazioni sostenibili per un futuro più greendi Marco ArezioLe stampanti 3D, oggi protagoniste di un settore in rapida espansione, hanno una storia che affonda le radici negli anni '80. Questo percorso tecnologico si è sviluppato attraverso innovazioni rivoluzionarie e il contributo di figure chiave che hanno plasmato l’evoluzione di questa tecnologia. Le Origini: Gli Anni '80 e il Brevetto della Stereolitografia La storia delle stampanti 3D inizia ufficialmente nel 1984, quando Chuck Hull, un ingegnere americano con un background in fisica e ingegneria, inventò la stereolitografia (SLA). Questa tecnica consentiva di creare oggetti tridimensionali solidi a partire da un modello digitale, utilizzando un laser per solidificare strati di resina liquida fotosensibile. L'idea nacque mentre Hull lavorava su rivestimenti fotosensibili per protezioni rigide, e si rese conto che poteva sfruttare la luce ultravioletta per creare strati solidi di materiale. Nel 1986, Hull fondò 3D Systems, una delle prime aziende dedicate alla produzione di stampanti 3D, lanciando la prima stampante SLA-1. Il suo contributo è considerato fondamentale, tanto da valergli il titolo di “padre della stampa 3D”. Nel frattempo, in Giappone, Hideo Kodama, ricercatore presso l'Istituto Municipale di Ricerca Industriale di Nagoya, stava lavorando a un sistema simile che utilizzava la polimerizzazione della resina per strati. Kodama riuscì a sviluppare una tecnica che consentiva di creare prototipi solidi tramite esposizione della resina a una sorgente luminosa, anticipando molti principi della stereolitografia. Tuttavia, il mancato deposito del brevetto a causa di ostacoli amministrativi e finanziari impedì la diffusione della sua invenzione a livello globale, lasciando il suo lavoro come una pietra miliare non sfruttata nell'evoluzione della stampa 3D. La Svolta degli Anni '90: La Prototipazione Rapida Negli anni '90, la stampa 3D si affermò principalmente come strumento per la prototipazione rapida. Carl Deckard, un ricercatore dell’Università del Texas, sviluppò la sinterizzazione laser selettiva (SLS), una tecnologia che utilizza un laser per sinterizzare polveri di materiale termoplastico, creando strati solidi. Parallelamente, Scott Crump brevettò nel 1989 il processo di modellazione a deposizione fusa (FDM), una tecnica che prevede la fusione di un filamento termoplastico depositato strato su strato per costruire l'oggetto finale. Crump sviluppò questa idea mentre cercava un modo per creare prototipi rapidi per uso personale, utilizzando un materiale economico come la plastica ABS. Insieme a sua moglie Lisa, fondò Stratasys nel 1989, che diventò presto una delle aziende leader nel settore. L'innovazione di Crump rese la stampa 3D più accessibile e versatile, ponendo le basi per applicazioni che spaziano dalla produzione industriale al settore educativo. Gli Anni 2000: La Democratizzazione della Tecnologia Con l’arrivo del nuovo millennio, le stampanti 3D iniziarono a uscire dai laboratori industriali per approdare in ambiti più accessibili. Un momento chiave fu il progetto RepRap (Replicating Rapid Prototyper) lanciato nel 2005 da Adrian Bowyer, un ingegnere britannico. RepRap era un’iniziativa open-source mirata a sviluppare stampanti 3D in grado di autoriprodursi. Questo progetto ridusse significativamente i costi della tecnologia e ispirò la nascita di numerose aziende e comunità maker. Durante questo periodo, altre tecnologie di stampa, come il jet di materiale e la fusione a fascio di elettroni (EBM), entrarono in scena, offrendo nuove opportunità nei settori industriali e di ricerca. La tecnologia EBM, sviluppata per creare componenti metallici altamente resistenti, trovò applicazioni chiave nell’aerospaziale, come la produzione di parti leggere per motori a reazione. Nel frattempo, il jet di materiale si distinse per la sua capacità di depositare strati di materiali diversi con precisione micrometrica, rendendolo ideale per protesi mediche e modelli anatomici complessi nel settore sanitario. Queste tecnologie contribuirono a trasformare la stampa 3D da strumento di prototipazione a soluzione versatile per applicazioni finali avanzate. La Rivoluzione degli Anni 2010: Dalla Fabbricazione alla Personalizzazione Gli anni 2010 segnarono una vera e propria esplosione della stampa 3D. Aziende come MakerBot, fondata nel 2009, contribuirono a rendere la tecnologia accessibile ai consumatori. MakerBot sviluppò stampanti basate sulla tecnologia FDM, rivolgendosi al mercato hobbistico e educativo. Nel 2013, Stratasys acquisì MakerBot, consolidando la propria posizione di leader nel settore. Parallelamente, la stampa 3D iniziò a rivoluzionare l’industria medica, con applicazioni che includevano la creazione di protesi personalizzate, impianti dentali e persino organi artificiali. Questa rivoluzione fu resa possibile dalla capacità unica della stampa 3D di creare strutture su misura, basate sulle specifiche anatomiche dei pazienti, riducendo i tempi e i costi di produzione rispetto ai metodi tradizionali. Organizzazioni come Organovo si distinsero per i progressi nella biostampa 3D, in particolare nella creazione di tessuti umani funzionali, come fegati e reni in miniatura, utilizzati per la ricerca farmacologica. Questi sviluppi aprirono nuove frontiere nella medicina rigenerativa, con la promessa di realizzare organi completi per trapianti nel prossimo futuro. L'Utilizzo delle Materie Prime Riciclate nella Stampa 3D Negli ultimi anni, l'attenzione verso la sostenibilità ambientale ha spinto il settore della stampa 3D a esplorare l'uso di materie prime riciclate. Questo approccio mira a ridurre l'impatto ambientale della produzione additiva, promuovendo al contempo un'economia circolare. I materiali riciclati utilizzati nella stampa 3D includono plastica derivata da rifiuti post-consumo, come bottiglie di PET, e residui industriali, come scarti di nylon. Aziende come Filamentive e Reflow hanno sviluppato filamenti per stampanti 3D prodotti interamente da materiali riciclati, garantendo prestazioni equivalenti a quelle dei materiali vergini. Un esempio significativo è l'impiego del PLA riciclato, una bioplastica derivata dall'amido di mais, che è ampiamente utilizzata nella stampa 3D grazie alla sua sostenibilità e biodegradabilità. Altri materiali, come il polipropilene e il polietilene riciclato, stanno guadagnando popolarità per applicazioni specifiche, soprattutto nel design e nella prototipazione. L'integrazione delle materie prime riciclate rappresenta una sfida tecnica, in quanto richiede processi di pulizia e omogeneizzazione per garantire una qualità costante del materiale. Tuttavia, i progressi tecnologici e la crescente domanda di soluzioni sostenibili stanno accelerando l'adozione di questi materiali nel settore. L'uso di materie prime riciclate non solo riduce i rifiuti, ma dimostra anche il potenziale della stampa 3D come strumento per affrontare le sfide ambientali globali, aprendo la strada a un futuro più sostenibile. I Protagonisti di Oggi e le Sfide Future Oggi, il panorama delle stampanti 3D è popolato da una moltitudine di attori. Aziende come Formlabs, Ultimaker e Prusa Research continuano a innovare, offrendo soluzioni sia per professionisti che per appassionati. Parallelamente, grandi nomi dell’industria, come General Electric e HP, stanno investendo massicciamente nella stampa 3D per applicazioni industriali avanzate. Le sfide del futuro includono la sostenibilità dei materiali, l’ottimizzazione dei processi di produzione e l’integrazione della stampa 3D nell’industria 4.0. Inoltre, la ricerca continua sulla stampa 3D a livello molecolare potrebbe aprire nuove possibilità per la creazione di materiali completamente nuovi. Conclusioni La storia delle stampanti 3D è un racconto di innovazione e perseveranza. Da Chuck Hull a Adrian Bowyer, passando per pionieri come Scott Crump e Carl Deckard, i protagonisti di questa rivoluzione tecnologica hanno trasformato un’idea futuristica in una realtà concreta e accessibile. Guardando al futuro, la stampa 3D promette di ridefinire il modo in cui concepiamo la produzione, aprendo infinite possibilità per la creatività e la sostenibilità.© Riproduzione Vietata

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