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rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Aggregati Fini Riciclati nelle Malte Colorate: Innovazione Sostenibile e Prestazionale per l’Edilizia Contemporanea
Economia circolare

Vediamo le tecniche di produzione delle malte colorate con inerti fini riciclati, le differenze prestazionali rispetto alle malte tradizionali e le migliori soluzioni preconfezionate sul mercatodi Marco ArezioL’edilizia moderna è chiamata a una trasformazione profonda, guidata dalla crescente attenzione per l’ambiente, dall’urgenza di ridurre il consumo di risorse naturali e dall’evoluzione normativa verso la circolarità. In questo scenario, l’impiego di aggregati fini riciclati nelle malte colorate si sta affermando come una scelta virtuosa e innovativa, in grado di coniugare responsabilità ambientale, valore estetico e prestazioni tecniche. Ma come vengono prodotte queste malte? Quali sono le loro differenze rispetto ai prodotti tradizionali? E quali soluzioni sono oggi disponibili per imprese, progettisti e restauratori? Come si Producono le Malte Colorate con Inerti Riciclati Il processo produttivo delle malte colorate con aggregati fini riciclati inizia con il recupero selezionato di materiali da demolizione – calcestruzzo, laterizio, ceramica, vetro – che vengono frantumati, vagliati e puliti per ottenere una granulometria uniforme e priva di contaminanti. Questi inerti sono poi caratterizzati in laboratorio per verificarne porosità, resistenza, assorbimento d’acqua e compatibilità con i leganti. Durante la formulazione, gli aggregati riciclati vengono miscelati con calce idraulica, cemento o altri leganti (anche a base di calce aerea o pozzolane naturali), acqua e pigmenti minerali selezionati. Particolare attenzione è posta nella scelta dei pigmenti: essi devono garantire stabilità cromatica ed essere compatibili con le variazioni cromatiche e fisiche proprie degli inerti riciclati. Per migliorare la lavorabilità e la resa estetica, possono essere utilizzati additivi naturali e agenti fluidificanti. Dopo la posa, la malta subisce un ciclo di maturazione controllato, durante il quale si verificano resistenza, aderenza, stabilità cromatica e durabilità rispetto agli agenti atmosferici. La versatilità estetica è uno degli aspetti distintivi: la varietà di provenienza degli inerti e la possibilità di miscelarli con pigmenti di origine minerale permette di ottenere finiture uniche, con effetti materici, cromatici e tattili non replicabili dalle malte tradizionali. Questo rende le malte colorate con riciclato ideali sia per nuove architetture sostenibili sia per restauri di superfici storiche, dove si desidera ricreare texture antiche e cromie originali. Differenze Prestazionali: Riciclato vs Inerti Naturali Sul piano prestazionale, il confronto tra malte colorate con aggregati fini riciclati e quelle con inerti naturali mostra un quadro articolato. Le malte tradizionali, grazie all’omogeneità degli aggregati vergini, offrono generalmente una resistenza meccanica leggermente superiore e una minore porosità. Tuttavia, la ricerca più avanzata e l’esperienza di cantiere dimostrano che, grazie alla selezione attenta degli inerti e a una corretta progettazione della miscela, le malte con riciclato possono raggiungere performance del tutto soddisfacenti nella maggior parte delle applicazioni. L’assorbimento d’acqua e la porosità, più elevati nei riciclati, possono essere mitigati tramite trattamenti superficiali e una scelta accurata dei leganti, garantendo comunque resistenza a cicli di gelo/disgelo e durabilità nel tempo. Dal punto di vista estetico, le malte riciclate offrono una maggiore variabilità cromatica, sfruttata spesso come elemento distintivo, soprattutto in interventi dove è richiesto un effetto “materico” o la riproduzione fedele di finiture storiche. Infine, dal punto di vista ambientale, le malte con inerti riciclati apportano benefici tangibili: riducono il fabbisogno di materie prime vergini, valorizzano scarti di demolizione e limitano l’impatto ambientale legato all’estrazione e al trasporto degli inerti naturali. Le Malte Colorate Preconfezionate con Inerti Riciclati: Soluzioni e Marchi di Riferimento Sul mercato sono ormai disponibili numerose soluzioni preconfezionate che integrano inerti riciclati in percentuali significative, garantendo facilità d’uso, costanza qualitativa e risultati estetici elevati.Kerakoll, con Biocalce® Restauro Eco Malte, propone finiture traspiranti e compatibili con edifici storici, integrando inerti da ceramica e laterizio. Saint-Gobain Weber con Webercalce Natura Eco utilizza vetro riciclato, offrendo malte colorate performanti per interni ed esterni. Mapei propone Mape-Antique Eco Rinnova, specifica per il recupero sostenibile e conforme ai criteri CAM. A livello internazionale, si distingue la britannica LimeGreen con la linea Eco Mortar Colour Range, che valorizza aggregati riciclati locali per restauri e nuove architetture green. Queste soluzioni preconfezionate garantiscono resistenza, durabilità, stabilità cromatica e una sensibile riduzione dell’impatto ambientale, offrendo a progettisti e imprese la sicurezza di prodotti certificati, versatili e in linea con i più recenti standard di edilizia sostenibile. Prospettive e Conclusioni L’integrazione degli aggregati fini riciclati nelle malte colorate non è più una semplice tendenza, ma una realtà concreta che sta ridefinendo il modo di costruire e restaurare. L’innovazione nei processi produttivi, il miglioramento della qualità degli inerti riciclati e la disponibilità di soluzioni preconfezionate consentono di coniugare in ogni contesto prestazioni tecniche, resa estetica e rispetto per l’ambiente. Le malte colorate con aggregati riciclati, sostenute da normative e certificazioni ambientali sempre più stringenti, sono oggi un pilastro della transizione verso l’economia circolare in edilizia. E mentre il mercato evolve, cresce anche la sensibilità dei progettisti e dei clienti finali, sempre più consapevoli che la bellezza, la durabilità e la sostenibilità possono (e devono) convivere in ogni intervento sul costruito. © Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - Come Riciclare la Lana di Vetro e la Lana di Roccia: Soluzioni, Sfide e Opportunità per l’Edilizia Circolare
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Come Riciclare la Lana di Vetro e la Lana di Roccia: Soluzioni, Sfide e Opportunità per l’Edilizia Circolare
Economia circolare

Scopri come gestire e recuperare correttamente i materiali isolanti da costruzione come lana minerale (roccia e vetro) per ridurre l’impatto ambientale e favorire un’economia edilizia più sostenibiledi Marco ArezioIn un mondo sempre più attento agli impatti ambientali del costruire e del demolire, ci sono materiali che, pur essendo onnipresenti nei nostri edifici, rimangono ancora ai margini del discorso sul riciclo. Le lastre isolanti in rotoli o pannelli di lana di vetro o di roccia sono tra questi. Elementi fondamentali per garantire l’efficienza energetica degli edifici, la protezione acustica e, in parte, anche la sicurezza antincendio, diventano al termine del loro ciclo di vita un nodo difficile da sciogliere per chi opera nella filiera dell’economia circolare. Ma perché è così difficile gestire in modo sostenibile questi materiali? E quali soluzioni stanno emergendo per evitarne l’accumulo in discariche, spesso come rifiuti speciali? Cerchiamo di esplorare questo tema con uno sguardo tecnico ma accessibile, attento non solo alla questione ambientale ma anche alle dinamiche industriali, economiche e sociali che lo accompagnano. Una presenza discreta ma massiccia Chiunque abbia partecipato, anche solo una volta, alla ristrutturazione di un’abitazione o alla costruzione di un edificio, si sarà imbattuto nei pannelli o nei rotoli di lana minerale. Sono materiali che si installano spesso dietro le quinte: nelle intercapedini, tra i muri perimetrali, nei sottotetti e nei controsoffitti. Sono lì per fare un lavoro silenzioso ma fondamentale: mantenere costante la temperatura interna e proteggere gli spazi abitativi dal rumore. La lana di vetro, composta da sabbia silicea e vetro riciclato, è una delle soluzioni più utilizzate per via della sua leggerezza e facilità di posa. La lana di roccia, invece, nasce da un processo ad alta temperatura che fonde materiali naturali come il basalto. Quest’ultima si distingue per la sua resistenza al fuoco e la stabilità nel tempo. Entrambe le tipologie rientrano nella categoria delle lane minerali e, a livello prestazionale, rappresentano soluzioni efficienti e durature. Tuttavia, una volta terminato il ciclo di vita dell’edificio, questi materiali diventano parte dei rifiuti da costruzione e demolizione (C&D), generando problemi di non poco conto. Il difficile cammino verso il riciclo La vera difficoltà nel riciclare questi materiali inizia nel momento della loro rimozione. Durante la demolizione o lo smantellamento di strutture, le lane minerali vengono spesso rimosse insieme ad altri materiali edili: polveri, frammenti di intonaco, residui di colla, legno, vernici e persino sostanze organiche come muffe o insetti. Questo processo di contaminazione rende molto complicata la separazione e il recupero in forma pura delle fibre. Inoltre, dopo anni o decenni di utilizzo, le fibre possono presentarsi degradate, compresse o danneggiate. A differenza di materiali come l’acciaio o l’alluminio, che possono essere rifusi più volte senza perdita di prestazioni, le lane minerali sono sensibili al tempo, all’umidità e alla manipolazione. Ecco perché il loro riutilizzo diretto come isolanti in nuovi edifici è raro, se non impossibile. A complicare ulteriormente le cose vi è la percezione — spesso esagerata ma comunque diffusa — del rischio sanitario legato all’esposizione alle fibre. Nonostante le versioni moderne delle lane siano classificate come non cancerogene e non pericolose, la necessità di protezioni individuali durante la rimozione e la manipolazione scoraggia molti operatori dal recuperarle. Quali strade esistono oggi? Nonostante le difficoltà, negli ultimi anni sono emerse alcune soluzioni tecniche e industriali che permettono, almeno in parte, di avviare le lane minerali verso un ciclo di seconda vita. La prima e più praticata è quella del recupero energetico e della valorizzazione in cementifici. Alcuni impianti specializzati accettano infatti lana di vetro e lana di roccia come componente da miscelare nella produzione del clinker, l’elemento base del cemento. Le alte temperature del forno ne garantiscono la completa distruzione, evitando residui pericolosi. Una seconda via è rappresentata dal recupero interno agli stabilimenti produttivi, un tipo di riciclo “pulito” che coinvolge gli scarti di produzione, mai utilizzati in cantiere e quindi privi di contaminanti. Questi materiali vengono triturati e reintegrati nel processo di produzione, riducendo il fabbisogno di materie prime vergini. Più rare, ma molto promettenti, sono le sperimentazioni basate sull’upcycling, cioè la trasformazione creativa delle lane dismesse in prodotti per altri settori: pannelli fonoassorbenti per ambienti industriali, riempimenti per arredi urbani, persino componenti per serre e giardini verticali. Si tratta di iniziative ancora di nicchia, ma che potrebbero diffondersi con l’aumento della domanda di materiali riciclati per l’architettura sostenibile. Un sistema normativo in evoluzione Il quadro legislativo europeo, attraverso la Direttiva Quadro sui Rifiuti (2008/98/CE), incoraggia il recupero dei materiali da costruzione e demolizione, fissando obiettivi ambiziosi per gli Stati membri. L’Italia, con il Decreto Ministeriale 152/2022, ha introdotto regole più stringenti sulla tracciabilità dei materiali e la separazione delle frazioni in cantiere, delineando un percorso che impone una maggiore responsabilità a tutti gli attori della filiera. Inoltre, alcuni produttori stanno iniziando a implementare modelli di Responsabilità Estesa del Produttore (EPR), offrendo soluzioni di ritiro e riciclo dei propri prodotti isolanti una volta dismessi. Questa evoluzione normativa, se accompagnata da incentivi concreti e formazione tecnica, potrebbe rappresentare una svolta per il settore. Progettare oggi pensando al riciclo di domani Un tema spesso sottovalutato ma decisivo è quello della progettazione per il disassemblaggio. Prevedere fin dall’inizio l’uso di materiali facilmente separabili e identificabili rende molto più semplice il loro recupero alla fine del ciclo edilizio. Etichettare correttamente le componenti, adottare sistemi modulari e selezionare prodotti con schede ambientali trasparenti sono tutti accorgimenti che, se applicati su larga scala, possono trasformare l’attuale problema del riciclo delle lane minerali in una risorsa. Anche la gestione in cantiere gioca un ruolo chiave: formare gli operatori alla separazione selettiva dei rifiuti, dotarsi di contenitori ad hoc, collaborare con imprese di smaltimento qualificate. Sono azioni che, oltre a ridurre l’impatto ambientale, possono generare valore economico, attraverso la vendita di materiali recuperati o la riduzione dei costi di conferimento in discarica. Conclusioni: una sfida silenziosa ma necessaria Il riciclo delle lastre isolanti e delle lane minerali non è (ancora) una storia di successo. È piuttosto un campo in cui la sostenibilità ambientale si scontra con la complessità tecnica e la frammentazione del settore edilizio. Ma è anche un ambito in cui l’innovazione sta facendo breccia, spinta da una nuova cultura del costruire e dalla consapevolezza che ogni materiale, anche quello più silenzioso, può avere più di una vita. Investire in tecnologie, formare le imprese, progettare con lungimiranza: sono tutti ingredienti necessari per affrontare questa sfida. Perché se vogliamo davvero costruire un futuro più circolare, dobbiamo imparare a vedere valore anche dove oggi vediamo solo scarto.© Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - Come Riciclare e Riutilizzare i Fanghi Ceramici
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Come Riciclare e Riutilizzare i Fanghi Ceramici
Economia circolare

Attraverso vari processi, tra cui la chiariflocculazione, si crea una nuova materia prima riciclata da impiegare in molti campidi Marco ArezioI fanghi ceramici sono sottoprodotti della produzione di ceramica, composti da argilla, silice e altri materiali e possono essere riutilizzati o riciclati in vari settori, come l'edilizia o l'agricoltura. Questi si formano durante il processo di lavorazione della ceramica in tutte le sue forme, infatti, quando si prepara l'argilla per la produzione di lavabi, bidet, water, piatti doccia e molti altri elementi, è comune aggiungere acqua e altri materiali. Infatti, durante il processo di modellatura e lavorazione, l'acqua viene spesso utilizzata per ottenere la giusta consistenza dell'argilla. Successivamente, durante la cottura delle ceramiche, l'acqua presente nell'argilla evapora, lasciando residui che diventano i fanghi ceramici. Come abbiamo detto, i fanghi ceramici sono principalmente costituiti da argilla, silice e altri materiali che sono presenti nell'argilla utilizzata nel processo di produzione, tuttavia, la composizione chimica esatta può variare in base al tipo di argilla utilizzata e ai processi di produzione specifici. Come raccogliere e riciclare i fanghi ceramici La raccolta e il riciclo dei fanghi ceramici può essere gestita attraverso i seguenti passaggi: Separazione Durante il processo di produzione è importante separare i fanghi ceramici dagli altri materiali di scarto. Ciò può avvenire attraverso sistemi di filtraggio o sedimentazione. Stoccaggio I fanghi ceramici separati devono essere stoccati in modo adeguato, per impedire contaminazioni o dispersioni. Potrebbero essere utilizzati contenitori o vasche dedicate. Analisi della composizione Prima del riciclo, è consigliabile condurre analisi della composizione chimica dei fanghi ceramici per determinare le loro proprietà. Queste informazioni guideranno l'efficacia del riciclo in diverse applicazioni. Scelta dell'applicazione di riciclo In base alle analisi, si può decidere l'applicazione specifica per il riciclo, come l'utilizzo in edilizia, agricoltura o nell'industria ceramica. Cosa è il processo di chiariflocculazione per il recupero dei fanghi ceramici La chiariflocculazione è un processo utilizzato nel trattamento delle acque per rimuovere particelle sospese e sostanze colorate attraverso l'aggiunta di agenti chimici chiamati flocculanti e coagulanti. Questo processo è composto dalle seguenti fasi: Coagulazione In questa fase, viene aggiunto un coagulante all'acqua grezza. Il coagulante favorisce la formazione di flocculi, agglomerati di particelle fini, che rendono più facile la loro rimozione successiva. Mescolamento o Agitazione Dopo l'aggiunta del coagulante, l'acqua viene mescolata o agitata per promuovere la formazione di flocculi più grandi. Questo processo di agitazione facilita la coesione delle particelle sospese. Chiarificazione o Sedimentazione La miscela di acqua e flocculi viene lasciata riposare in un'apposita vasca di sedimentazione. Durante questo periodo, i flocculi sedimentano sul fondo della vasca, formando una massa più densa di particelle. Estrazione dell'Acqua Chiara L'acqua chiara, priva dei flocculi sedimentati, viene estratta dalla parte superiore della vasca di sedimentazione. Questa acqua è significativamente più pulita rispetto a quella iniziale. Filtrazione In alcuni casi, la chiariflocculazione può essere seguita da un processo di filtrazione per rimuovere eventuali particelle residue rimaste nell'acqua. Disposizione dei Fanghi I flocculi sedimentati, noti anche come fanghi di sedimentazione, vengono rimossi dalla parte inferiore della vasca e spesso destinati a ulteriori trattamenti o smaltiti in modo appropriato. Come si riutilizzano i fanghi ceramici I fanghi ceramici possono essere riutilizzati in diversi settori: Edilizia Possono essere incorporati in materiali da costruzione come mattoni o malte, contribuendo a migliorare le proprietà fisiche del materiale. Agricoltura Possono essere utilizzati come correttivi del suolo per migliorare la fertilità e la struttura del terreno grazie alla presenza di argilla e altri minerali. Industria ceramica In alcuni casi, i fanghi ceramici possono essere riutilizzati nel processo di produzione di nuove ceramiche, riducendo così gli sprechi. Cementifici Possono essere utilizzati come additivi nella produzione di cemento, contribuendo alla riduzione del consumo di materiali vergini. Il riutilizzo dipende dalla composizione specifica dei fanghi ceramici e dalle esigenze dell'applicazione. Come usare i fanghi ceramici in agricoltura L'utilizzo dei fanghi ceramici in agricoltura può contribuire a migliorare la fertilità del terreno e favorire una gestione sostenibile delle risorse. Tuttavia, è fondamentale adottare un approccio oculato e monitorare attentamente l'effetto sulle colture e sull'ecosistema. Per utilizzare i fanghi ceramici in agricoltura bisogna tenere in considerazione le seguenti fasi: Analisi del fango ceramico Prima di utilizzare i fanghi ceramici in agricoltura, effettuare un'analisi della composizione per valutarne le proprietà e assicurarti che siano adatti all'uso nel tuo terreno. Preparazione del terreno E’ possibile incorporare i fanghi ceramici nel terreno durante la preparazione del suolo. Questi possono migliorare la struttura del terreno, aumentare la capacità di ritenzione dell'acqua e fornire nutrienti alle piante. Regolazione del pH E’ consigliabile verificare il pH del terreno dopo l'applicazione dei fanghi ceramici e apportare eventuali regolazioni necessarie per garantire un ambiente adatto alla crescita delle colture. Monitoraggio delle colture Sarebbe auspicabile osservare attentamente le colture per valutare l'impatto dei fanghi ceramici, monitorando la crescita, la salute delle piante e la resa per determinare l'efficacia dell'applicazione. Dosaggio adeguato Seguire le indicazioni sulla quantità di fango ceramico da applicare per evitare sovra o sotto-dosaggi. La quantità può variare in base al tipo di coltura e alle caratteristiche del terreno. Rotazione delle colture Considerare l'implementazione della rotazione delle colture per massimizzare i benefici dei fanghi ceramici e prevenire eventuali accumuli di nutrienti o elementi. Qual vantaggi si apportano alle colture con l’uso dei fanghi ceramici L'uso dei fanghi ceramici in agricoltura può offrire diversi vantaggi per le colture, tra cui: Miglioramento della Struttura del Terreno I fanghi ceramici, ricchi di argilla e altri minerali, possono migliorare la struttura del terreno, aumentando la sua capacità di trattenere acqua e migliorando la porosità. Fornitura di Nutrienti Questi scarti possono contenere sostanze nutritive come azoto, fosforo e potassio, che sono essenziali per la crescita delle piante. I suddetti nutrienti possono essere gradualmente rilasciati nel terreno, beneficiando le colture nel lungo termine. Aumento della Capacità di Ritenzione dell'Acqua La presenza di argilla nei fanghi contribuisce a migliorare la capacità del terreno di trattenere acqua, riducendo la necessità di irrigazione frequente. Riduzione dell'Erosione del Suolo La migliorata struttura del terreno grazie ai fanghi ceramici può contribuire a ridurre l'erosione del suolo, proteggendo così le radici delle piante. Mineralizzazione del Terreno I minerali presenti nei fanghi possono contribuire alla mineralizzazione del terreno, arricchendolo con elementi essenziali per la crescita delle piante. Riduzione degli Sprechi L'uso dei fanghi ceramici rappresenta una forma di riciclo industriale, contribuendo a ridurre gli sprechi e a promuovere pratiche agricole più sostenibili. Come utilizzare i fanghi ceramici nei prodotti per l’edilizia Per utilizzarli nei prodotti edili, puoi considerare diverse applicazioni che sfruttano le proprietà di questi materiali. Ecco alcuni modi comuni: Malte e Intonaci I fanghi ceramici possono essere incorporati nelle malte e negli intonaci durante la fase di miscelazione, infatti, contribuiscono a migliorare le proprietà meccaniche e termiche del materiale finale. Laterizi e Mattoni I fanghi possono essere utilizzati come componente nella produzione di laterizi e mattoni, di fatto la loro presenza può influenzare la resistenza e la durabilità del prodotto finito. Materiali da Costruzione Leggeri Nei processi di produzione di materiali da costruzione leggeri, come pannelli isolanti, i fanghi ceramici possono essere incorporati per apportare leggerezza e migliorare le caratteristiche isolanti. Miscelazione con Aggregati Possono essere miscelati con aggregati (come sabbia o ghiaia) per la produzione di calcestruzzo leggero o massetti alleggeriti. Cappotti Termoisolanti E’ possibile utilizzarli nella produzione di cappotti termoisolanti per migliorare le proprietà isolanti dei rivestimenti esterni degli edifici. Blocchi Prefabbricati I fanghi ceramici possono essere integrati nella produzione di blocchi prefabbricati, offrendo proprietà specifiche al materiale. Come usare i fanghi ceramici nella produzione di cemento Per utilizzare i fanghi ceramici nella produzione di cemento, sarebbe consigliabile tenere in considerazioni i seguenti passaggi: Analisi della Composizione Prima di tutto, effettuare un'analisi dettagliata della composizione chimica e fisica dei fanghi ceramici. Questo aiuterà a comprendere le proprietà specifiche del materiale e a determinare la quantità ottimale da utilizzare. Dosaggio E’ importante determinare la quantità di fango ceramico da aggiungere al cemento, infatti, il dosaggio influenzerà le caratteristiche del cemento finale, quindi è consigliabile trovare un equilibrio che mantenga la qualità del prodotto. Integrazione nella Miscelazione Durante la fase di produzione del cemento, è possibile integrare i fanghi ceramici nella miscela aggiungendoli insieme agli altri componenti come cemento Portland, ghiaia, sabbia e acqua. Prove di Laboratorio Eseguire prove di laboratorio per valutare le prestazioni del nuovo composto cementizio, misurando la resistenza compressiva, l'assorbimento d'acqua e altre caratteristiche per garantire che il cemento soddisfi gli standard richiesti. Regolazioni Se necessario, si possono apportare regolazioni al dosaggio dei fanghi ceramici in base ai risultati delle prove di laboratorio. Questo processo di sperimentazione può essere cruciale per ottenere il giusto equilibrio tra prestazioni e quantità di fango ceramico. Come è perché utilizzare i fanghi ceramici nella produzione di ceramiche L'utilizzo dei fanghi ceramici nella produzione di ceramiche presenta diversi motivi e vantaggi: Recupero di Materiali L'impiego di fanghi ceramici consente il recupero e il riutilizzo di materiali residui derivanti dalla produzione di ceramiche, contribuendo a ridurre gli sprechi e a promuovere pratiche sostenibili. Miglioramento delle Caratteristiche dell'Argilla L'inclusione di questi scarti può migliorare le caratteristiche dell'argilla utilizzata nella produzione di ceramiche, influenzando positivamente la lavorabilità e le proprietà fisiche del materiale crudo. Riduzione dei Costi L'utilizzo dei fanghi ceramici può ridurre i costi associati all'acquisto di nuovi materiali, contribuendo così a una gestione più efficiente delle risorse finanziarie dell'azienda. Diversificazione Estetica I rifiuti delle lavorazioni a base di argilla possono aggiungere varietà estetica alle ceramiche, introducendo colorazioni o effetti speciali che derivano dalla composizione specifica dei fanghi. Sostenibilità Ambientale Incorporare fanghi ceramici nella produzione di ceramiche promuove una pratica più sostenibile, riducendo la necessità di smaltire i residui in discarica e limitando l'estrazione di nuove risorse.

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https://www.rmix.it/ - L'Arte del Cotto e delle Maioliche Fatte a Mano e Sostenibili
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare L'Arte del Cotto e delle Maioliche Fatte a Mano e Sostenibili
Economia circolare

Sostenibilità e Arte nell'Artigianato: Come le Tecniche Ancestrali Incontrano l'Innovazione nelle Maioliche e nel Cotto di Marco ArezioL'artigianato riveste un ruolo cruciale nell'economia globale, combinando tradizione, innovazione e sostenibilità. La produzione di cotto fatto a mano e di maioliche da rivestimento rappresenta una tradizione millenaria, arricchita oggi dall'uso di materiali riciclati e tecniche innovative che rispettano l'ambiente. Questo articolo esplora le tecniche costruttive e decorative di questi manufatti, il ruolo dei materiali riciclati, i principali paesi produttori e i mercati di nicchia a livello globale.L'Argilla: Fondamento della Ceramica ArtigianaleL'argilla è il materiale fondamentale per la creazione di ceramiche, inclusa la storica arte delle maioliche. Questo materiale naturale gioca un ruolo cruciale non solo per le sue proprietà fisiche ma anche per la sua disponibilità e versatilità nel processo artistico e artigianale.Formazione dell'Argilla L'argilla si forma dalla lenta erosione delle rocce silicee della crosta terrestre, un processo che può durare milioni di anni. L'azione dell'acqua, del vento, e dei cambiamenti climatici scompone le rocce in particelle finissime, che vengono trasportate e depositate in luoghi come i letti dei fiumi, le valli e le pianure alluvionali. Queste particelle si mescolano con minerali, materia organica e acqua, formando vari tipi di argilla. La composizione specifica dell'argilla, che può includere diversi tipi di minerali come il caolino, l'illite e la montmorillonite, determina le sue caratteristiche e le sue applicazioni.Caratteristiche dell'Argilla L'argilla si distingue per diverse proprietà che la rendono ideale per la produzione di ceramiche:Plasticità: L'argilla è estremamente malleabile quando è umida, il che permette agli artigiani di modellarla in forme complesse. Questa plasticità, dovuta alla dimensione e alla forma delle particelle di argilla e alla presenza di acqua, facilita la creazione di oggetti d'arte e utensili.Durabilità post-cottura: Una volta essiccata e cotta a temperature elevate, l'argilla subisce una trasformazione fisica e chimica che la rende dura e resistente. Questa durabilità ha permesso alle ceramiche di svolgere un ruolo centrale nelle società umane per millenni, come contenitori, oggetti decorativi e materiali da costruzione.Varietà cromatica: La presenza di minerali diversi può influenzare il colore dell'argilla e, di conseguenza, delle ceramiche finite. La gamma di colori va dal bianco al rosso, dal grigio al nero, offrendo un ampio spettro creativo per gli artisti.Importanza nell'Artigianato Ceramico Nel contesto dell'artigianato ceramico, l'argilla non è solo un materiale da lavorare; è una tela vivente che porta con sé la storia geologica della Terra. Gli artigiani, attraverso la selezione dell'argilla e la manipolazione delle sue proprietà naturali, esprimono creatività e tradizione, creando opere che sono al tempo stesso funzionali, belle e ricche di significato culturale. Produzione del Cotto Fatto a Mano conElementi Riciclati Il cotto, noto per la sua durabilità e bellezza naturale, è un materiale che da secoli viene utilizzato nella costruzione e nella decorazione di edifici. La produzione di cotto fatto a mano incorpora una consapevolezza ecologica attraverso l'utilizzo di elementi riciclati, che non solo riduce gli sprechi ma contribuisce anche a creare prodotti unici e ricchi di storia.Definizione e Caratteristiche Il cotto fatto a mano è prodotto utilizzando argilla naturale, che viene modellata, asciugata e poi cotta in forni. La caratteristica principale di questo processo è l'unicità di ogni pezzo, risultato della modellazione manuale e delle variazioni di cottura.Importanza del Riciclo Nel contesto della produzione artigianale, l'uso di elementi riciclati si traduce in un minor impatto ambientale e in una maggiore sostenibilità del processo produttivo. Materiali come vecchi cotti dismessi, frammenti di ceramiche e vetro possono essere triturati e integrati nell'argilla, conferendo caratteristiche uniche al prodotto finito.Processo di Produzione Selezione e Preparazione dei Materiali: L'argilla viene selezionata con cura e mescolata con materiali riciclati triturati. Formazione e Modellazione: Le tecniche tradizionali di modellazione a mano permettono di formare pezzi unici. Asciugatura: I pezzi modellati vengono asciugati lentamente per prevenire crepe e deformazioni. Cottura: La cottura avviene in forni tradizionali, spesso alimentati con legna, che conferiscono al cotto colori e texture caratteristici.Produzione Artigianale di Maioliche da Rivestimento Le maioliche rappresentano un'altra faccia dell'artigianato ceramico, distinte per le loro superfici smaltate e le vivaci decorazioni. La produzione artigianale di maioliche integra spesso scarti di produzione nel processo, rendendo ogni pezzo unico e sostenibile.Caratteristiche delle Maioliche Artigianali Le maioliche si distinguono per lo smalto lucido e le decorazioni che vanno da semplici motivi geometrici a complesse rappresentazioni figurative, applicate a mano con grande maestria.Tecniche di Smaltatura e Decorazione Preparazione degli Smalti: Gli smalti vengono preparati mescolando silicati con ossidi metallici per ottenere vari colori. Applicazione dello Smalto: Lo smalto viene applicato sulle superfici ceramica prima della cottura. Tecniche di Decorazione Manuale: Le decorazioni vengono applicate a mano, spesso con l'uso di stencil o a mano libera, prima dell'ultima cottura che fissa lo smalto.Tecniche Costruttive e Decorative La produzione di cotto e maioliche si basa su tecniche che hanno radici profonde nella storia, ma che si sono evolute nel tempo con l'introduzione di nuove tecnologie e materiali. Innovazione nelle Tecniche di Cottura: La transizione dai forni a legna ai forni elettrici ha permesso un controllo più preciso della temperatura, riducendo il rischio di pezzi difettosi e migliorando l'efficienza energetica. Ad esempio, i forni elettrici moderni possono ridurre il consumo energetico fino al 30% rispetto ai forni tradizionali. Tecnologie Digitali nella Decorazione: L'introduzione della stampa digitale ha rivoluzionato le tecniche di decorazione delle ceramiche, permettendo la riproduzione di disegni complessi con alta fedeltà e variabilità. Questa tecnologia ha aperto nuove possibilità di personalizzazione e ha ridotto i tempi di produzione.Maggiori Paesi Produttori e Mercati di Nicchia La produzione di ceramiche artigianali è un settore significativo in diversi paesi, ognuno dei quali contribuisce al mercato globale con le proprie tecniche tradizionali e innovazioni. Italia: Il distretto ceramico di Sassuolo, in Emilia-Romagna, rappresenta circa l'80% della produzione italiana di piastrelle e esporta in più di 140 paesi. Il settore ceramico italiano, compreso il cotto e le maioliche, impiega direttamente oltre 27.000 persone, dimostrando l'importanza economica di questa tradizione artigianale. Spagna: Il settore della ceramica in Spagna genera un fatturato annuale di circa 3 miliardi di euro, con una forte presenza sul mercato internazionale. Le esportazioni rappresentano più del 70% delle vendite, sottolineando la domanda globale per le uniche ceramiche spagnole. Marocco: L'industria ceramica artigianale marocchina è strettamente legata al turismo e alla domanda interna. Le esatte dimensioni economiche del settore sono difficili da quantificare a causa della sua natura frammentata, ma è riconosciuto come un importante motore di impiego e conservazione culturale.Sfide e Opportunità Il settore dell'artigianato ceramico affronta diverse sfide nel contesto globale, ma queste stesse sfide presentano opportunità uniche per i produttori artigianali. Sfide: La concorrenza con la produzione di massa e la standardizzazione rappresenta una delle maggiori sfide. Inoltre, l'incremento dei costi dei materiali e dell'energia incide sul margine di profitto degli artigiani. Ad esempio, l'aumento dei prezzi del gas naturale, essenziale per la cottura delle ceramiche, può incidere fino al 40% sui costi operativi. Opportunità: C'è una crescente domanda di prodotti unici e personalizzati, soprattutto in mercati di nicchia ad alto valore. L'interesse verso la sostenibilità e la provenienza etica dei prodotti offre agli artigiani l'opportunità di differenziarsi. Inoltre, l'uso di social media e piattaforme online apre nuovi canali di vendita e promozione, permettendo agli artigiani di raggiungere un pubblico globale. Queste analisi evidenziano come il settore della ceramica artigianale sia dinamico e in grado di adattarsi alle mutevoli esigenze del mercato globale, preservando al contempo tecniche tradizionali e promuovendo l'innovazione

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https://www.rmix.it/ - Linoleum e Vinile: Confronto Tecnico, Ambientale e Riciclo nel Settore Edilizio
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Linoleum e Vinile: Confronto Tecnico, Ambientale e Riciclo nel Settore Edilizio
Economia circolare

Linoleum e Vinile: Differenze, impatto ambientale e applicazioni pratiche di due materiali spesso confusidi Marco ArezioNegli ultimi decenni, la crescente attenzione verso la sostenibilità ha portato alla necessità di rivalutare i materiali utilizzati nel settore edilizio, in particolare nel comparto delle pavimentazioni. Due materiali spesso confusi tra loro, ma con caratteristiche e impatti ambientali profondamente differenti, sono il linoleum e il vinile. Sebbene condividano alcune somiglianze estetiche e applicative, questi materiali si distinguono per composizione, processo produttivo, riciclabilità e sostenibilità. Questo articolo mira ad analizzare le differenze tra linoleum e vinile, con un focus specifico sulla loro produzione, sulla possibilità di incorporare materiali di scarto nel processo industriale e sulle implicazioni ambientali legate al loro utilizzo e smaltimento. Tale analisi consentirà di comprendere quale tra i due rappresenti una soluzione più sostenibile per l'architettura del futuro. Storia e Origini del Linoleum e del Vinile Linoleum: un materiale di origine naturale Il linoleum ha una lunga storia che risale alla metà del XIX secolo, quando Frederick Walton sviluppò un materiale composto da olio di lino ossidato, farina di legno, sughero, resine naturali e pigmenti, applicati su un supporto in juta. Fin da subito, il linoleum si distinse per la sua resistenza, le sue proprietà antibatteriche e la sua durabilità, caratteristiche che lo resero particolarmente adatto per l’uso in ospedali, scuole e ambienti ad alta frequentazione. La sua produzione industriale si è consolidata nel tempo, e oggi rappresenta una delle alternative più sostenibili per il rivestimento di pavimenti, grazie alla sua composizione biodegradabile e alla possibilità di utilizzare materiali riciclati nel processo produttivo. Vinile (PVC): un prodotto della chimica industriale Il cloruro di polivinile (PVC), comunemente noto come vinile, fu sintetizzato per la prima volta nel XIX secolo, ma la sua applicazione su larga scala nel settore edilizio avvenne solo nel XX secolo. Grazie alla sua versatilità e al basso costo di produzione, il vinile è diventato rapidamente uno dei materiali più diffusi per pavimentazioni e rivestimenti murali. La sua struttura termoplastica permette di ottenere superfici elastiche, impermeabili e resistenti all'usura, rendendolo adatto ad applicazioni in ambienti domestici e commerciali. Tuttavia, il vinile presenta significative problematiche ambientali legate sia alla produzione, che implica anche l’uso di risorse non rinnovabili e sostanze chimiche potenzialmente nocive, sia allo smaltimento, a causa della sua scarsa biodegradabilità e della ancora scarsa quota di rifiuti riciclati. Processi Produttivi e Possibilità di Integrazione di Materiali di Scarto Produzione del Linoleum e il Ruolo dei Materiali di Recupero Il linoleum viene prodotto attraverso un processo che prevede la miscelazione dell’olio di lino con altri componenti naturali, come farina di legno o sughero, resine naturali e pigmenti, per formare una massa che viene poi stesa su un supporto in juta e lasciata maturare in camere di essiccazione per diverse settimane. Durante questo periodo, l’olio di lino subisce un processo di ossidazione che conferisce al materiale la sua caratteristica resistenza e durabilità. L’integrazione di materiali di scarto nel processo produttivo del linoleum sta assumendo un ruolo sempre più rilevante. Alcune aziende hanno sviluppato varianti del linoleum che includono: - Scarti di legno e sughero provenienti da lavorazioni industriali; - Fibre di juta riciclata utilizzate come supporto strutturale; - Pigmenti naturali derivati da scarti agricoli o residui alimentari. Tali innovazioni permettono di ridurre ulteriormente l’impatto ambientale della produzione, minimizzando l’utilizzo di risorse vergini e favorendo l’economia circolare. Produzione del PVC: Sfide e Opportunità per il Riciclo La produzione del vinile implica la polimerizzazione del cloruro di vinile monomero, derivato dal petrolio o dal gas naturale, con l’aggiunta di plastificanti e stabilizzanti. Il processo è altamente energivoro e comporta emissioni di composti organici volatili (VOC) e altri agenti chimici potenzialmente dannosi per la salute e l’ambiente. Negli ultimi anni, si sono sviluppate tecnologie per ridurre l’impatto ambientale del PVC, tra cui: - Uso di PVC riciclato post-industriale, proveniente da scarti di produzione; - Recupero di vinile post-consumo, attraverso programmi di raccolta e riciclo; - Utilizzo di plastificanti meno tossici e additivi eco-compatibili. Nonostante questi progressi, il riciclo del PVC rimane una sfida complessa, a causa della presenza di numerosi additivi chimici che rendono difficile ottenere un materiale omogeneo e riutilizzabile senza perdita di qualità. Come Distinguere Linoleum e Vinile: Caratteristiche e Consigli per il Consumatore Perché il consumatore confonde i due materiali? Linoleum e vinile vengono spesso confusi perché condividono alcune caratteristiche visive e applicative. Entrambi vengono venduti in rotoli o piastrelle, possono avere colori e texture simili e offrono superfici facili da pulire e resistenti all’usura. Tuttavia, le differenze strutturali e compositive sono significative, e una scelta consapevole richiede la conoscenza di alcuni aspetti fondamentali. Come riconoscere linoleum e vinile Tatto e consistenza: Il linoleum ha una superficie più opaca e una sensazione naturale al tatto, mentre il vinile è generalmente più liscio e morbido grazie alla presenza di plastificanti. Odore: Il linoleum ha un odore leggermente oleoso o di legno, dovuto alla presenza dell’olio di lino, mentre il vinile tende a rilasciare un odore di plastica, soprattutto quando è nuovo. Reazione al fuoco: Il linoleum è più resistente al fuoco rispetto al vinile, che invece può rilasciare fumi tossici se bruciato. Durata: Il linoleum tende a sviluppare una patina naturale che ne aumenta la resistenza nel tempo, mentre il vinile, pur essendo resistente, può deteriorarsi più velocemente a causa dell’esposizione ai raggi UV e all’usura meccanica. Un altro metodo per distinguere i due materiali è verificare le certificazioni ambientali: il linoleum, essendo un prodotto naturale, ha spesso certificazioni ecologiche che ne attestano la sostenibilità, mentre il vinile di nuova generazione può avere certificazioni per l’assenza di ftalati e sostanze tossiche. Applicazioni Comuni di Linoleum e Vinile nell’Edilizia Prodotti e utilizzi del linoleum Il linoleum è particolarmente apprezzato in ambienti che richiedono igiene, resistenza e durabilità, grazie alla sua composizione naturale e alle sue proprietà antibatteriche. Questo materiale viene utilizzato prevalentemente in settori in cui la sicurezza e la salubrità degli ambienti rivestono un ruolo primario. Le sue applicazioni più comuni includono: Pavimentazioni per scuole e ospedali, grazie alle sue proprietà antibatteriche e alla resistenza all’usura. Rivestimenti murali e pannelli decorativi, utilizzati per migliorare la qualità dell’aria interna. Piani di lavoro ecologici, apprezzati per la loro durabilità e resistenza alle macchie. Prodotti e utilizzi del vinile Il PVC è un materiale estremamente versatile, apprezzato per la sua resistenza, impermeabilità e flessibilità, caratteristiche che lo rendono ideale per una vasta gamma di applicazioni edilizie. La sua capacità di adattarsi a diversi contesti costruttivi, unita ai progressi tecnologici nel riciclo del materiale, lo ha reso una scelta popolare in numerosi settori. Viene utilizzato in applicazioni che richiedono durabilità e facilità di manutenzione, come: Pavimenti in vinile per abitazioni e uffici, apprezzati per la facilità di installazione e manutenzione. Rivestimenti per pareti e soffitti, grazie alla resistenza all’umidità e alla capacità di imitare materiali naturali come il legno e la pietra. Serramenti e infissi, dove la durabilità e la resistenza agli agenti atmosferici sono essenziali. L'ampia gamma di applicazioni di entrambi i materiali evidenzia l’importanza di una scelta informata, basata su considerazioni di sostenibilità, durabilità e impatto ambientale. Impatto Ambientale e Fine Vita Linoleum: Un Materiale Biodegradabile Grazie alla sua composizione naturale, il linoleum è un materiale biodegradabile che, a fine vita, può essere compostato senza rilasciare sostanze tossiche. La sua decomposizione non comporta la formazione di microplastiche o sostanze nocive, rendendolo una scelta ecologicamente vantaggiosa rispetto ai materiali sintetici. Inoltre, alcuni produttori stanno esplorando la possibilità di reintrodurre scarti di linoleum nei processi produttivi, creando un ciclo virtuoso di riutilizzo dei materiali. Attraverso avanzate tecnologie di triturazione e rilavorazione, i residui di linoleum possono essere trasformati in nuovi fogli di pavimentazione o utilizzati per la produzione di materiali compositi sostenibili. Questo approccio riduce significativamente lo spreco industriale e minimizza la necessità di nuove risorse naturali, contribuendo a un’economia circolare più efficiente nel settore edilizio. Vinile: Problematiche di Smaltimento e Riciclo Il PVC non è biodegradabile e, se bruciato, può rilasciare diossine e altri composti tossici. Lo smaltimento in discarica è problematico, ma il riciclo del PVC è relativamente efficiente se il materiale viene adeguatamente selezionato e trattato. Attualmente, in Europa vengono riciclati circa 800.000 tonnellate di PVC ogni anno grazie a programmi di raccolta e separazione avanzati, riducendo così la necessità di produzione di nuovo materiale vergine. Esistono programmi di recupero, come l’iniziativa VinylPlus, che prevedono la separazione dei diversi componenti chimici e il riutilizzo del PVC rigenerato in nuove applicazioni edilizie, contribuendo così a ridurre l’impatto ambientale e a promuovere un modello di economia circolare nel settore. In generale però, la quota di riciclo degli scarti di PVC ad oggi  è ancora ridotta rispetto a quella prodotta con materie prime di diretta derivazione petrolifera, che di fatto rende, per ora, il PVC un materiale non completamente sostenibile. Conclusioni Dal punto di vista della sostenibilità, il linoleum rappresenta una scelta più responsabile rispetto al vinile, grazie alla sua composizione naturale, alla biodegradabilità e alla possibilità di integrare materiali di scarto nel processo produttivo. Tuttavia, il vinile, se prodotto con un’alta percentuale di materiale riciclato e con plastificanti eco-compatibili, può ridurre il proprio impatto ambientale. L’industria delle pavimentazioni sta facendo progressi significativi per migliorare la sostenibilità dei materiali disponibili. L’adozione di pratiche di riciclo efficienti e l’innovazione nella composizione chimica dei prodotti possono contribuire a ridurre l’impronta ecologica sia del linoleum che del PVC. La scelta tra questi due materiali dovrebbe quindi basarsi su un’analisi completa del loro ciclo di vita e sulla necessità di promuovere soluzioni edilizie più rispettose dell’ambiente e della salute umana.© Riproduzione Vietata

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Nuove applicazioni e sperimentazioni per riutilizzare i rifiuti edili nelle linee di produzione dei nuovi prodottidi Marco ArezioIl settore edile è uno tra quelli che produce il maggior quantitativo, in tonnellate, di rifiuti, non solo del mercato Italiano, che ne conta circa 40 milioni all’anno, ma anche d’Europa, che produce circa 870 milioni di tonnellate stando ai valori del 2017. Una quantità incredibile che fino a poco anni fa finiva, senza troppi pensieri, in discarica e lasciati li, dormienti, a inquinare i terreni e a sprecare risorse importanti. Oggi, nell’ambito delle nuove normative sull’economia circolare, molta strada si è compiuta nel riciclo di una parte di questi rifiuti, ma soprattutto nel divieto di gettare in discarica prodotti recuperabili. In particolare, gli inerti prodotti in Italia ogni anno sono circa 68 milioni di tonnellate, delle quali si riesce a riciclarne circa il 78%, impiegandoli come sottofondi stradali o nella creazione di piazze, nella produzione di calcestruzzi a bassa resistenza o nella produzione di asfalti, manufatti in cemento o massicciate ferroviarie. La percentuale di riciclo degli inerti potrebbe facilmente arrivare al 90% se si estendessero ancora gli impieghi nei prodotti finiti o come aggregato nelle miscele, in cui è necessaria una parte fine o finissima come granulometria d’impasto. La sperimentazione di nuovi utilizzi degli aggregati riciclati continua, coinvolgendo anche alcuni produttori di cemento, che stanno provando a sostituire gli aggregati naturali con quelli riciclati per la produzione di farina cruda negli impianti di fabbricazione del cemento. Nonostante questo interesse favorevole, ci sono delle nubi che si addensano all’orizzonte, infatti il nuovo decreto End o Waste del Ministero dell’Ambiente, ha classificato come riciclabili solo 18 su 50 codici di prodotti, rischiando di avviare alla discarica circa 32 milioni di tonnellate all’anno di rifiuti edili, in quanto non rientranti nei codici approvati. L'Anpar, l'Associazione italiana dei produttori di aggregati riciclati, ha chiesto al ministero un confronto per risolvere il problema. Categoria: notizie - rifiuti edili - economia circolare - riciclo - rifiuti

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rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Calcestruzzo Riciclato: Un uso ancora troppo Limitato
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Economia Circolare: Calcestruzzo Riciclato e Sostenibilità nella Produzione Industrialedi Marco ArezioNella produzione industriale le linee guida sull’economia circolare stanno entrando in modo prepotente e stabilmente in tutte le aziende.Questo è dovuto a diversi fattori: un nuovo approccio culturale della popolazione che è sempre più attenta all’ambiente, un fattore politico che sposa in pieno le aspettative della gente, nuove regole di carattere finanziario-assicurativo che valuta il livello di rischio delle aziende in base al loro scostamento rispetto ad una impronta carbonica media e, infine, ad una reale necessità di una maggiore sostenibilità dei consumi. Nel campo delle costruzioni la quota dei materiali che vanno in discarica rimane estremamente alta con conseguenze ambientali importanti, non solo per la quantità dei rifiuti che non vengono rimessi in circolazione come nuove materie prime, ma anche a causa del continuo approvvigionamento di nuove materie prime incidendo sulle risorse naturali dell’ambiente. A partire dalla progettazione, gli edifici dovrebbero essere pensati per poter essere costruiti con la quota maggiore di materiali riciclati e, una volta a fine vita, alla demolizione dovrebbe seguire un’attività di recupero di tutti quei materiali che potranno nuovamente essere impiegati per nuove costruzioni. Quali sono i vantaggi nel riciclare il calcestruzzo? A differenza di altri materiali da riciclare, come per esempio le plastiche, la provenienza dello scarto del calcestruzzo contempla la presenza di inerti di cui si conosce la provenienza naturale. Quindi, il riciclo del materiale proveniente dalle demolizioni di edifici può essere facilmente gestito e, la quota che se ne ricava nell’ambito di una demolizione, è generalmente elevata. Il riutilizzo del materiale riciclato porta a una serie di vantaggi: • Minor costo dell’inerte riciclato rispetto a quello naturale • Minor materiale da avviare alla discarica • Inferiore impronta carbonica per un edificio realizzato con calcestruzzi riciclati rispetto ad uno realizzato con inerti naturali • Costi e impatti ambientali dei trasporti inferiori Nelle composizioni delle ricette di calcestruzzo con elementi riciclati possiamo annoverare i seguenti materiali: • Frantumato di demolizione, pulito e di colore uniforme • Frantumato di mattoni, pulito e non inquinato • Frantumato di vetro da post consumo • Ceneri volanti espresse in aggregati leggeri • Frantumati in pietra come massicciate o muri di contenimento • Sabbie di fonderia solo se pulita ed uniforme Ma vediamo quale può essere il comportamento di un calcestruzzo realizzato con inerti riciclati rispetto ad uno con inerti naturali:• L’impiego di inerti riciclati fino ad una quota del 20% non ha effetti sulla resistenza a compressione del calcestruzzo, mentre una miscela del 100% di inerti riciclati porta ad una resistenza di circa il 20% della resistenza a compressione • La durabilità nel tempo, a parità di resistenza, non ha influenza sulla percentuale di uso degli inerti riciclati rispetto a quelli naturali • La rigidità del manufatto con un impiego entro il 20% di inerti riciclati non subisce modifiche sostanziali, mentre per un uso al 100% si dovrà considerare una riduzione della rigidità intorno al 10% • Per quanto riguarda la lavorabilità della miscela non sono state notate riduzioni della stessa utilizzando inerti riciclati fino ad una quota del 20%. • Utilizzando quote superiori al 20% di inerti riciclati la caduta della lavorabilità della pasta cementizia può essere sostanziale, la cui conseguenza principale è la maggior richiesta di acqua per rendere lavorabile l’impasto. Questo a causa dell’irregolarità degli inerti che aumentano la loro superficie specifica, del maggior assorbimento di acqua dell’inerte frantumato e per la presenza di particelle di cemento non idratate. In questo caso è importante l’uso di additivi plastificanti per ridurre l’uso dell’acqua nell’impasto così da non compromettere la resistenza meccanica. Per quanto riguarda l’impatto ambientale degli aggregati naturali bisogna considerare che la loro escavazione richiede 20 MJ/t di energia da combustione e 9 MJ/t di energia elettrica, mentre la loro frantumazione ne richiede, rispettivamente, 120 MJ/t e 50 MJ/t. Mentre l’impatto ambientale degli aggregati riciclati da rifiuti di demolizione può essere valutato in 40 MJ/t di energia da combustione e 15 MJ/t di energia elettrica. In merito alle resistenze meccaniche tra un calcestruzzo realizzato con aggregati riciclati e uno con aggregati naturali, che possiamo vedere nella tabella in fondo all’articolo , fatto salvo quanto detto sopra i dati tecnici sono molto simili.Categoria: notizie - rifiuti edili - economia circolare  Vedi maggiori informazioni sull'argomento

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https://www.rmix.it/ - Trasformare un vagone ferroviario dismesso in un'abitazione green
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Come ristrutturare un vagone ferroviario e renderlo una casa confortevole, sostenibile ed energeticamente efficientedi Marco ArezioNell’ambito dell’edilizia alternativa, il riuso dei materiali e delle strutture dismesse apre a scenari architettonici che coniugano sostenibilità, design e originalità. Tra le soluzioni più affascinanti vi è la trasformazione di un vagone ferroviario dismesso in abitazione. Non si tratta di una semplice operazione di recupero estetico, ma di un progetto complesso che unisce ingegneria, architettura sostenibile e comfort abitativo. Il fascino di vivere in un vagone ferroviario deriva dall’unicità del manufatto e dalla possibilità di integrarlo nel paesaggio, sia esso rurale, montano o urbano, trasformandolo in un esempio di architettura circolare. Dove e come acquistare un vagone ferroviario dismesso Il primo passo per avviare il progetto è l’acquisto del vagone. Le compagnie ferroviarie nazionali e private, così come piattaforme di aste e rivenditori specializzati, offrono periodicamente la possibilità di acquistare convogli fuori servizio. I costi possono variare sensibilmente: un vagone passeggeri dismesso può avere un prezzo che oscilla dai 10.000 ai 25.000 euro, a seconda dello stato di conservazione, della tipologia e dell’anno di produzione. Alcune associazioni ferroviarie storiche forniscono anche vagoni restaurabili a condizioni agevolate, purché venga garantito un riuso coerente e rispettoso. È importante, già in fase di acquisto, verificare i documenti di provenienza e assicurarsi che la struttura sia bonificata da materiali non più ammessi, come l’amianto o vernici contenenti solventi tossici. Progetto architettonico: dal vincolo della forma alla libertà del design Il vagone ferroviario ha una conformazione rettangolare e allungata, con spazi che, se non ripensati, rischiano di risultare stretti e poco funzionali. Il lavoro dell’architetto consiste quindi nel trasformare questo vincolo in opportunità. Le soluzioni progettuali più adottate prevedono: - Modularità degli spazi: suddivisione in zone funzionali (living, cucina, zona notte, bagno) attraverso pannelli leggeri e scorrevoli, così da mantenere la percezione della continuità dello spazio. - Aperture e luce naturale: ampliamento dei finestrini originali o inserimento di nuove vetrate laterali per garantire illuminazione e ventilazione naturale. - Isolamento e coibentazione: utilizzo di materiali sostenibili come fibra di legno, canapa o lana di pecora per rivestire l’interno, garantendo efficienza termica ed acustica. Il progetto architettonico deve integrare la struttura del vagone con il contesto ambientale. Un vagone collocato in un bosco potrà richiamare materiali naturali e colori neutri, mentre in un ambiente urbano si può giocare con il contrasto tra l’anima industriale e un arredamento contemporaneo. Fasi della ristrutturazione: dall’involucro all’impiantistica Bonifica e preparazione La trasformazione di un vagone ferroviario in abitazione non può iniziare senza un lavoro accurato di bonifica e preparazione. È una fase delicata, che determina la sicurezza e la qualità dell’intero progetto. Tutto comincia con un’analisi tecnica e documentale del mezzo: occorre verificarne la provenienza, lo stato di manutenzione e i materiali impiegati nella costruzione. Un rilievo tridimensionale consente di avere una fotografia precisa delle geometrie e delle deformazioni, mentre prove non distruttive come spessimetrie e endoscopie rivelano lo stato delle lamiere e delle giunzioni. La bonifica vera e propria si concentra sull’eliminazione di sostanze potenzialmente pericolose, spesso presenti nei vagoni più datati: vecchi coibenti che possono contenere amianto, vernici al piombo, o impianti che nascondono residui chimici. Questi interventi richiedono squadre specializzate, capaci di lavorare in sicurezza con sistemi di confinamento e dispositivi di protezione. Una volta rimosse le parti critiche, si procede con la sanificazione interna, eliminando ogni traccia di muffa, sporco o contaminanti accumulati negli anni. Segue lo smontaggio selettivo degli arredi e delle pannellature: un’attività che, oltre a liberare spazio, permette di recuperare elementi che potranno essere reimpiegati come dettagli d’arredo. È qui che il vagone comincia a svuotarsi, trasformandosi in un contenitore pronto a ricevere nuova vita. Nei casi in cui sia necessario aprire varchi per porte o finestre, si interviene prima con telai di rinforzo in acciaio o legno strutturale, capaci di mantenere la rigidità del guscio una volta tagliata la lamiera. Infine, l’involucro viene trattato per garantire durabilità. Dopo una sabbiatura o una pulizia meccanica, la superficie riceve cicli protettivi anticorrosione e vernici all’acqua a basso contenuto di solventi. Questa fase è fondamentale non solo per motivi estetici, ma per assicurare la resistenza della struttura nel tempo. La preparazione si conclude con la definizione del basamento: il vagone può essere lasciato sui carrelli originali, mantenendo il fascino ferroviario, oppure posato su plinti in cemento, travi in acciaio o basamenti lignei rialzati. In tutti i casi, è utile prevedere strati elastici o sistemi di disaccoppiamento per isolare la struttura da vibrazioni, ponti termici e umidità di risalita. Isolamento termico e acustico Un vagone ferroviario, nella sua forma originaria, non nasce per garantire comfort abitativo: l’acciaio della cassa disperde velocemente il calore, amplifica i rumori esterni e tende a condensare l’umidità interna. Per questo la fase dell’isolamento è cruciale e rappresenta il cuore della trasformazione architettonica. Il primo passo consiste nello studio della stratigrafia. Non basta aggiungere uno strato isolante, bisogna progettare un sistema che controlli il passaggio del vapore, eviti la formazione di condensa e mantenga una temperatura interna stabile sia d’inverno che d’estate. In genere, si ricorre a isolanti naturali come fibra di legno, canapa o lana, che offrono buone prestazioni sia termiche sia acustiche. Questi materiali vengono collocati all’interno di telai disaccoppiati dalla lamiera, così da interrompere i ponti termici. Sopra l’isolante, si applica una membrana igrovariabile, capace di adattarsi alle diverse stagioni, permettendo all’involucro di “respirare” senza accumulare umidità. Le pareti laterali possono essere trattate con un cappotto interno, soluzione che garantisce continuità e semplicità esecutiva. In alcuni casi, se le norme edilizie lo consentono, è possibile optare per una facciata ventilata esterna, che migliora ulteriormente la durabilità e il comportamento estivo, grazie a una camera d’aria che riduce il surriscaldamento della lamiera. Il tetto, per la sua forma curva e l’esposizione diretta agli agenti atmosferici, richiede un’attenzione particolare: qui l’isolante deve essere posato in modo continuo e accompagnato da strati antivibranti per attenuare il rumore della pioggia battente. Il pavimento viene trattato con un sistema galleggiante, posato su materassini elastici, in modo da migliorare sia l’isolamento termico verso il terreno, sia il comfort acustico rispetto al calpestio. Questa soluzione consente anche di integrare impianti radianti a basso spessore, ideali per mantenere una temperatura interna uniforme senza rubare centimetri preziosi all’altezza utile. Non meno importanti sono i serramenti, veri punti critici per la dispersione energetica. Le vecchie finestre del vagone vengono sostituite con infissi ad alte prestazioni, dotati di doppi o tripli vetri basso-emissivi, eventualmente stratificati per un migliore isolamento acustico. La posa deve essere realizzata con nastri e giunzioni che garantiscano la perfetta tenuta all’aria, evitando infiltrazioni e perdite di efficienza. Il risultato di questa fase è una trasformazione radicale: il guscio metallico del vagone, un tempo rumoroso e dispersivo, diventa un involucro performante, capace di mantenere calore, ridurre i consumi, isolare dai rumori esterni e garantire un comfort abitativo paragonabile, se non superiore, a quello delle abitazioni tradizionali. Impiantistica: dal cuore tecnologico al comfort quotidiano Una volta bonificato e isolato il vagone, la fase successiva riguarda la sua trasformazione in una vera e propria abitazione moderna, capace di garantire comfort, sicurezza ed efficienza energetica. È qui che entra in gioco l’impiantistica, elemento cruciale di ogni progetto architettonico. Senza un’adeguata progettazione degli impianti, anche il miglior isolamento rischierebbe di perdere la propria efficacia. L’impianto elettrico: efficienza e domotica Il vagone, nato con un cablaggio ferroviario minimale ed obsoleto, deve essere completamente ripensato sul piano elettrico. Si parte con una nuova distribuzione dei quadri e dei circuiti, prevedendo prese, punti luce e linee dedicate agli elettrodomestici. L’approccio più diffuso è quello della domotica leggera, che permette di controllare illuminazione, riscaldamento e sistemi di sicurezza da un unico pannello o da dispositivi mobili. Questa soluzione non solo aumenta la comodità, ma contribuisce anche a ridurre i consumi, grazie a scenari programmati che ottimizzano l’uso dell’energia. L’alimentazione può avvenire tramite connessione alla rete elettrica tradizionale, ma molti progetti scelgono di integrare pannelli fotovoltaici posizionati sul tetto del vagone o in prossimità della struttura. Un sistema di accumulo a batterie consente di rendere l’abitazione parzialmente, o addirittura totalmente, indipendente dal punto di vista energetico. L’impianto idraulico: compattezza e sostenibilità Un vagone ferroviario non nasce per ospitare bagni e cucine, quindi l’impianto idraulico va studiato con attenzione. I serbatoi d’acqua, sia per l’approvvigionamento che per lo scarico, trovano posto sotto il pianale o in locali tecnici ricavati all’interno. Nei casi in cui sia possibile collegarsi alla rete idrica e fognaria pubblica, l’impianto può essere semplificato, ma laddove ciò non sia fattibile si ricorre a sistemi di raccolta e trattamento delle acque reflue, compresi mini-impianti di fitodepurazione che rispettano le normative ambientali. Un capitolo a parte riguarda il recupero delle acque piovane: grazie a grondaie integrate o canaline laterali, l’acqua raccolta dal tetto può essere convogliata in serbatoi e utilizzata per irrigazione o usi non potabili, contribuendo a ridurre lo spreco idrico. Riscaldamento e raffrescamento: soluzioni compatte e a basso impatto Il tema della climatizzazione interna è particolarmente delicato in un volume lineare e relativamente contenuto come quello di un vagone ferroviario. Le soluzioni più efficaci sono quelle a basso ingombro e a ridotto consumo: pompe di calore aria-aria con split di design, oppure piccoli sistemi radianti a pavimento, che sfruttano i pannelli sottili a secco già integrati nell’isolamento. In contesti rurali o montani, il fascino di una stufa a pellet compatta può coniugarsi con il piacere del calore naturale e rinnovabile. Il raffrescamento, invece, può contare su pompe di calore reversibili e su una progettazione attenta della ventilazione naturale, resa possibile dalle nuove aperture e dai serramenti ad alte prestazioni. Nei climi più caldi, l’installazione di schermature solari esterne o tende tecniche contribuisce a ridurre il carico termico. Ventilazione meccanica controllata: aria sana in spazi compatti In uno spazio ridotto come quello di un vagone ferroviario, la qualità dell’aria interna è fondamentale. L’adozione di un sistema di ventilazione meccanica controllata con recupero di calore consente di mantenere costante il ricambio d’aria, evitando muffe, condense e ristagni di umidità. Allo stesso tempo, riduce i consumi, recuperando fino al 90% del calore dell’aria estratta. Questo sistema è discreto, integrabile nel controsoffitto o lungo le pareti, e garantisce un microclima sempre sano e confortevole. Impianti speciali: sicurezza e comfort aggiuntivi Un’abitazione ricavata da un vagone ferroviario non può trascurare la sicurezza. È importante prevedere sistemi di allarme antintrusione, rilevatori di fumo e di monossido di carbonio, nonché estintori e sensori domotici che possano intervenire in caso di guasto. Alcuni progetti integrano anche sistemi multimediali e di connettività avanzata, trasformando il vagone in una casa intelligente e tecnologicamente all’avanguardia. Un equilibrio tra tecnologia e sostenibilità Tutta l’impiantistica deve rispettare un principio guida: garantire comfort e sicurezza con il minor impatto ambientale possibile. Questo significa prediligere impianti a basso consumo, fonti energetiche rinnovabili, sistemi di recupero delle risorse e apparecchiature efficienti. La combinazione di isolamento, impianti ben progettati e automazione trasforma il vagone ferroviario da semplice struttura recuperata a unità abitativa di nuova generazione, capace di coniugare memoria storica, architettura e innovazione. Sostenibilità energetica Pannelli solari fotovoltaici sul tetto o in un’area adiacente, sistemi di accumulo di energia e ventilazione meccanica controllata (VMC) per ridurre i consumi. Rivestimenti interni ed esterni Utilizzo di legno certificato FSC, resine ecologiche, pavimenti in bambù o linoleum naturale. All’esterno, eventuali doghe in legno trattato o vernici a base d’acqua per proteggere la lamiera. Norme energetiche e impatto ambientale Un’abitazione ricavata da un vagone ferroviario deve rispettare le normative edilizie locali, le certificazioni energetiche e le prescrizioni ambientali. L’obiettivo è ottenere almeno una classe energetica B, preferibilmente A o superiore, per garantire efficienza e sostenibilità. È necessario presentare il progetto al Comune per il cambio di destinazione d’uso e verificare la conformità alle normative antisismiche, antincendio e di accessibilità. Dal punto di vista ambientale, la scelta di materiali naturali e riciclati, unita a impianti ad alta efficienza, riduce l’impronta di carbonio e rende il progetto coerente con i principi dell’economia circolare. Arredamento: tra funzionalità e atmosfera L’arredamento interno deve sfruttare al meglio lo spazio longitudinale del vagone. Soluzioni salvaspazio come letti a scomparsa, cucine lineari e armadi integrati nelle pareti permettono di garantire comfort senza sacrificare vivibilità. I materiali privilegiati sono leggeri, ecologici e resistenti: legno naturale, metallo riciclato, tessuti biologici. Un aspetto centrale è l’illuminazione: giochi di luci a LED a basso consumo possono ampliare la percezione degli spazi e creare atmosfere intime. L’anima industriale del vagone può essere mantenuta esponendo elementi originali, come i corrimani o le maniglie, armonizzati con complementi moderni. L’arredamento diventa così non solo funzionale, ma anche un racconto estetico della nuova vita del vagone. Vivere in un vagone ferroviario: comfort e identità Una volta completato il progetto, il risultato è una casa che unisce la sostenibilità ambientale alla forza evocativa della memoria ferroviaria. Non è solo un’abitazione, ma un’esperienza abitativa che risponde ai principi della slow life, del minimalismo consapevole e dell’innovazione architettonica. Vivere in un vagone ferroviario ristrutturato significa sperimentare un equilibrio tra tecnologia, natura e design, portando nella quotidianità un pezzo di storia rigenerato per il futuro.© Riproduzione Vietata

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https://www.rmix.it/ - Le Problematiche dei Materiali da Smaltire e Riciclare per Titolari di Cave e Marmisti
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Le Problematiche dei Materiali da Smaltire e Riciclare per Titolari di Cave e Marmisti
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Normative stringenti e consapevolezza ambientale stanno trasformando il settore della lavorazione delle pietre naturali di Marco ArezioNegli ultimi anni, il settore delle cave e della lavorazione del marmo ha affrontato problematiche crescenti riguardanti la gestione dei materiali da smaltire e riciclare. I titolari di cave e marmisti si trovano oggi in una situazione di incertezza e confusione, alimentata da normative sempre più stringenti e da una crescente consapevolezza ambientale.Questo articolo esplorerà le cause di questo caos, le implicazioni per il settore e le possibili soluzioni per una gestione più sostenibile e efficiente dei rifiuti derivanti dalla lavorazione della pietra. La Problematicità dei Materiali di Scarto La lavorazione del marmo e delle altre pietre naturali produce una quantità significativa di materiali di scarto. Questi scarti includono frammenti di pietra, polveri e fanghi derivanti dai processi di taglio e levigatura. Storicamente, gran parte di questi materiali è stata semplicemente smaltita in discariche, con scarsa considerazione per le conseguenze ambientali. Tuttavia, con l'aumento delle normative ambientali e delle pressioni sociali per pratiche più sostenibili, la gestione di questi rifiuti è diventata una questione critica. Normative Stringenti e Complessità Burocratiche Una delle principali fonti di confusione per i titolari di cave e marmisti è rappresentata dalle normative sempre più stringenti relative alla gestione dei rifiuti. Le leggi in materia di smaltimento e riciclaggio dei materiali da costruzione sono complesse e in continua evoluzione, con variazioni significative tra diverse regioni e paesi. Questo comporta un carico burocratico considerevole per le aziende, che devono investire tempo e risorse per conformarsi alle regolamentazioni. La mancanza di chiarezza e la frequente modifica delle leggi aggravano ulteriormente la situazione, creando un ambiente di incertezza che rende difficile pianificare a lungo termine. Impatti Economici e Ambientali La gestione inadeguata dei materiali di scarto ha impatti significativi sia dal punto di vista economico che ambientale. Economicamente, i costi associati allo smaltimento dei rifiuti possono essere elevati, specialmente se le aziende non adottano strategie efficaci per ridurre e riciclare i materiali di scarto. Inoltre, le multe e le sanzioni per il mancato rispetto delle normative possono rappresentare un peso finanziario considerevole. Dal punto di vista ambientale, il mancato riciclaggio e smaltimento corretto dei materiali di scarto può portare a problemi di inquinamento, degrado del suolo e contaminazione delle acque. I fanghi e le polveri derivanti dalla lavorazione delle pietre possono contenere sostanze chimiche pericolose che, se non gestite correttamente, possono avere impatti negativi sulla salute pubblica e sull'ecosistema. Soluzioni e Prospettive per il Futuro Nonostante le sfide, esistono diverse soluzioni che i titolari di cave e marmisti possono adottare per gestire in modo più efficiente e sostenibile i materiali di scarto. Una delle soluzioni principali è rappresentata dall'adozione di tecnologie avanzate per il riciclaggio dei rifiuti. Ad esempio, i fanghi possono essere trattati e trasformati in materiali utilizzabili per la costruzione o per altri scopi industriali, riducendo la quantità di rifiuti destinati alle discariche. Un'altra soluzione promettente è l'implementazione di pratiche di economia circolare, che mirano a mantenere i materiali in uso il più a lungo possibile, riducendo al minimo i rifiuti. Questo può includere la progettazione di prodotti che facilitano il riutilizzo e il riciclaggio dei materiali, nonché la collaborazione con altre industrie per trovare sbocchi commerciali per i materiali di scarto. Infine, è essenziale che le autorità pubbliche e le organizzazioni di settore lavorino insieme per semplificare le normative e fornire supporto alle aziende. Questo potrebbe includere la creazione di linee guida chiare e unificate, programmi di formazione e incentivi finanziari per le aziende che adottano pratiche sostenibili. Conclusioni Il caos che i titolari di cave e marmisti stanno affrontando riguardo ai materiali da smaltire e riciclare è un riflesso delle sfide più ampie legate alla gestione dei rifiuti nel contesto delle crescenti pressioni ambientali. Tuttavia, con l'adozione di tecnologie avanzate, pratiche di economia circolare e una collaborazione efficace tra settore pubblico e privato, è possibile trasformare queste sfide in opportunità. Un approccio più sostenibile alla gestione dei rifiuti non solo contribuirà a proteggere l'ambiente, ma potrà anche portare benefici economici significativi, rendendo il settore della lavorazione delle pietre più resiliente e innovativo.

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https://www.rmix.it/ - Vetro e Plastica non Riciclabili: c’è un’Alternativa alla Discarica?
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Vetro e Plastica non Riciclabili: c’è un’Alternativa alla Discarica?
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Vetro e Plastica non Riciclabili: c’è un’Alternativa alla Discarica?di Marco ArezioPer quanto possiamo essere virtuosi nella raccolta differenziata del vetro e della plastica, oltre che per gli altri materiali riciclabili, ci sono delle frazioni importanti, in termini quantitativi, che non possono essere riciclate con gli impianti di trattamento dei rifiuti meccanici. In attesa che la tecnologia del riciclo chimico diventi diffusa ed economica il genio umano si sta dando da fare per trovare una strada diversa ai rifiuti di vetro e di plastica, misti a volte a carta e organico, che non possono essere avviati agli impianti di riciclo. La causa di questi rifiuti dei rifiuti può dipendere da una selezione domestica non corretta o dagli imballi composti con materiali non compatibili con il riciclo, per cui una frazione di vetro e di plastica, durante la raccolta, viene scartata per essere avviata alla discarica o, per la plastica, all’incenerimento. Sembrano piccoli numeri ma se consideriamo che, per motivi vari, la percentuale di rifiuti riciclati nel mondo non supera il 10% di quelli prodotti, ci rendiamo conto di quanto possa essere importante ed imminente trovare soluzioni alternative. Un impianto di produzione di conglomerato bituminoso Australiano, oltre alle ricette di bitumi “green” che contemplavano già l’uso di plastica di scarto non riciclabile, ha trovato una soluzione per utilizzare lo scarto del vetro che andrebbe in discarica. L’obbiettivo dell’impianto è utilizzare, a parziale sostituzione della sabbia dei composti bituminosi, la polvere di vetro per creare ricette che abbiamo delle caratteristiche tecniche elevate in un’ottica di sostenibilità ambientale. La produzione utilizza circa 4 milioni di confezioni di vetro di scarto al giorno, producendo 800 tonnellate di sabbia con alte proprietà tecniche evitando lo sversamento in discarica di materiali preziosi. L’impianto di produzione non è in grado solo di riciclare la plastica e il vetro che andrebbero interrate, ma riceve anche lo scarto dell’asfalto esausto che viene fresato e asportato dalle strade, successivamente riciclato in azienda e riformulato con altri materiali di scaro, producendo circa 500.000 tonnellate di asfalto verde ogni anno. Se consideriamo il processo di escavazione della sabbia dalle cave o dai letti dei fiumi per la produzione di asfalti stradali, ci rendiamo conto di quante risorse naturali, carburanti per il trasporto (con una elevata quantità di CO2 emessa) consumiamo ogni anno, che vanno ad incidere negativamente sul consumo della terra e l’aumento dell’impronta carbonica. L’attenzione all’economia circolare da parte degli enti preposti ad assegnare gli appalti per l’asfaltatura delle strade, richiede sempre più miscele bituminose per l’asfalto che contengano una quantità importante di rifiuti trattati, creando nello stesso tempo ricette non solo sostenibili ma anche con performace qualitative migliori.Categoria: notizie - plastica - economia circolare - rifiuti - vetro Vedi maggiori informazioni sul riciclo

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https://www.rmix.it/ - Cantiere Sostenibile: Il Riciclo dei Teli Impermeabili da Sottotetto
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Cantiere Sostenibile: Il Riciclo dei Teli Impermeabili da Sottotetto
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Polipropilene, Poliestere e Polietilene sono le principali materie prime che costituiscono i teli sottocoppo e sottotegoladi Marco ArezioNell’ambito della sostenibilità dei materiali che vengono utilizzati nei cantieri edili per l’impermeabilizzazione dei tetti, ci siamo occupati in passato dei sistemi di riciclo delle lastre in cartone bitumato, che servono per la posa di coppi e tegole, rendendo il tetto impermeabile e nello stesso tempo ventilato e delle guaine bituminose, che vengono posizionate sopra la falda del tetto in laterocemento o in legno, per proteggerlo dalle infiltrazioni di acqua. Se nel passato, durante le fasi di demolizione, il materiale di risulta del cantiere veniva inviato senza alcuna selezione preventiva alla discarica, oggi è doveroso e necessario selezionare i prodotti di scarto per il loro recupero. I teli sottotetto e sottotegola sono prodotti relativamente recenti che vengono utilizzati per evitare percolazioni di acqua all’interno dell’abitazione, per riflettere il calore verso l’esterno, per favorire la traspirabilità del pacchetto tetto, per ridurre la formazione di umidità causata da fattori interni ed esterni e per altri scopi. Come sono composti i teli sottotetto?I più diffusi sono realizzati in polipropilene o poliestere o polietilene, attraverso la calandratura delle materie prime in strati sottili e molto resistenti. Sono normalmente realizzati in pacchetti stratificati di due, tre o quatto fogli ognuno con un compito preciso che possiamo riassumere: • Strati di finitura • Strato portante • Strato riflettente • Armature Per renderci conto della costituzione di un metro quadrato di telo impermeabile possiamo dire che le grammature possono variare da 100 a 400 grammi, possono avere alcuni strati accoppiati tra loro o prevedere un’armatura a rete che ne aumenta la resistenza a trazione. Quali funzioni hanno i teli sottotetto?In passato l’impermeabilizzazione del tetto, che fosse costituito da una falda il laterocemento o da un assito in legno, si affidava ai composti bituminosi, guaine liquide o guaine a rotoli, il compito di rendere impermeabile il tetto. Con l’utilizzo su larga scala dei tetti in legno, si è notato che la posa dei composti bituminosi avevano una controindicazione, in quanto l’umidità che migrava dall’abitazione veniva bloccata dallo strato impermeabile, con la conseguenza di far marcire, nel tempo, l’assito in legno. Si iniziò quindi ad adottare, per questa tipologia di costruzione, le lastre in cartone riciclato imbevute di bitume, che permettevano, attraverso la loro conformazione, sia la ventilazione del tetto che la facilità di posa della copertura in laterizio. L’adozione successiva dei teli sottotetto ebbe una più rapida impiego nel nord Europa, in quanto l’uso del legno per i tetti era più diffuso che nel sud, inoltre la copertura finale era spesso rappresentata dalle tegole e, queste, risultavano di facile posa su una doppia listellatura in legno anziché sulle lastre bitumate. Nacque così una vasta gamma di prodotti per le esigenze più disparate: • Impermeabilità • Traspirabilità • Riflettenza • Protezione • Isolamento • anticondensa Come riciclare i teli sottotetto?La grande diffusione di questi sistemi di protezione ha, negli ultimi trent’anni, incrementato in modo esponenziale la produzione creando, dopo un lasso di tempo naturale, i primi ritorni come rifiuti da riciclare. Normalmente, essendo i prodotti costituiti da polimeri primari, come il polipropilene, il poliestere e il polietilene, il loro recupero segue la strada dei rifiuti plastici da post consumo, con il conferimento alle piattaforme di riciclo che provvederanno alla loro selezione, macinazione, lavaggio, densificazione, pronti per essere estrusi in nuova materia prima riciclata. Un percorso più problematico esiste per quei teli che sono composti da plastiche differenti, come l’abbinamento con poliuretani, poliesteri, film di alluminio o spalmature varie. In questi casi il conferimento agli impianti di riciclo meccanico di questi teli composti, crea un percentuale di rifiuti non riciclabili piuttosto elevata, in quanto diventa difficile la separazione per tipologia di polimeri dei vari strati e, quindi, il loro riciclo come nuova matria prima. Sicuramente alcune combinazioni tra i polimeri, come il PE+PET, potrebbero trovare un utilizzo come materie prime riciclate, ma restano comunque di difficile riciclo le altre tipologie. Categoria: notizie - plastica - economia circolare - riciclo - edilizia - teli impermeabili e traspiranti

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https://www.rmix.it/ -  Come riciclare i rifiuti edili: lastre ondulate di cartone bitumato
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Come riciclare i rifiuti edili: lastre ondulate di cartone bitumato
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Dalla discarica alle nuove filiere circolari: composizione, produzione, limiti tecnici, ricerca scientifica e scenari industriali per il recupero delle lastre fibro-bituminose e cellulosa-bitume nel settore edilizio e stradale Autore: Marco Arezio. Esperto in economia circolare, riciclo dei polimeri e processi industriali delle materie plastiche. Fondatore della piattaforma rMIX, dedicata alla valorizzazione dei materiali riciclati e allo sviluppo di filiere sostenibili. Data: marzo 2026 Aggiornamento editoriale: revisione tecnica e normativa del testo originariamente pubblicato nel maggio 2020 Tempo di lettura: 10 minuti Nel 2020 l’idea che una lastra ondulata in cartone bitumato potesse evitare la discarica appariva quasi una nicchia tecnica. Nel marzo 2026 il quadro è più maturo, ma anche più complesso. Da un lato, il settore delle costruzioni e demolizioni è ormai riconosciuto in Europa come uno dei campi decisivi della transizione circolare; dall’altro, proprio i materiali compositi come le lastre cellulosa-bitume dimostrano che non basta dichiarare un prodotto “riciclabile” perché esista davvero una filiera industriale stabile, capillare e redditizia. I rifiuti da costruzione e demolizione rappresentano oltre un terzo di tutti i rifiuti generati nell’Unione europea, mentre la sola attività delle costruzioni ha contribuito per il 38,4% del totale dei rifiuti UE nel 2022. La gerarchia europea dei rifiuti continua a indicare come priorità prevenzione, riuso e riciclo, relegando la discarica all’ultima opzione. Questo passaggio è fondamentale per capire il destino delle lastre ondulate bitumate. Non siamo più nel tempo in cui il tema si esauriva nello smaltimento. Oggi la domanda giusta è diversa: questo materiale, una volta rimosso, può essere recuperato in modo tecnicamente affidabile, economicamente sensato e ambientalmente preferibile? La risposta, aggiornata al marzo 2026, è sì sul piano tecnico in diversi casi, ma ancora non in modo uniforme sul piano industriale e territoriale. Cosa sono davvero le lastre ondulate in cartone bitumato Le lastre ondulate fibro-bituminose o in cartone bitumato discendono storicamente dal materiale cellulosa-bitume lanciato in Francia nel 1944 da Gaston Gromier. La loro diffusione è stata legata soprattutto alla leggerezza, al costo contenuto, alla facilità di posa e alla buona impermeabilità, che ne hanno fatto una soluzione popolare per coperture leggere, tettoie, edifici agricoli, strutture secondarie e sottomanti di copertura. Dal punto di vista della formulazione, le versioni moderne sono composte essenzialmente da bitume, fibre cellulosiche riciclate, resine termoindurenti e pigmenti; secondo la documentazione tecnica del produttore Onduline, le fibre cellulosiche riciclate rappresentano quasi la metà del contenuto del prodotto. La certificazione tecnica britannica BBA descrive inoltre il materiale come un foglio corrugato a base di fibra di cellulosa, pigmentato sulla faccia superiore e rivestito con resina termoindurente, poi impregnato di bitume. Sul piano prestazionale, il riferimento di marcatura CE resta la norma armonizzata EN 534 per le lastre ondulate bituminose. Questa composizione spiega perché il prodotto sia sempre stato apprezzato in edilizia, ma anche perché abbia creato difficoltà a fine vita. La cellulosa non è semplicemente accoppiata al bitume come in un laminato facile da separare: ne è impregnata, stabilizzata, trasformata in una matrice composita. In altre parole, il valore funzionale del prodotto nasce proprio dall’intima unione dei componenti, e questa stessa unione rende più difficile il recupero selettivo dei materiali quando la lastra viene rimossa. Come vengono prodotte e perché la loro struttura ha frenato il riciclo tradizionale Il ciclo produttivo resta sostanzialmente coerente con quanto si descriveva già anni fa, ma oggi è meglio documentato nelle certificazioni di prodotto e nelle EPD. La fibra cellulosica viene preparata in forma di polpa, pressata in fogli, pigmentata, trattata con resina termoindurente, corrugata, essiccata e infine impregnata con bitume per immersione. È un processo continuo che punta a ottenere leggerezza, impermeabilità e resistenza sufficiente alla posa e all’esercizio. Il nodo tecnico del fine vita nasce qui. Se un materiale è costituito da una componente bituminosa invecchiata, da fibre impregnate, da resine e da rivestimenti superficiali, non può essere trattato con la stessa semplicità di un rottame metallico o di un inerte minerale. Per questo, per molto tempo, la destinazione prevalente è stata la discarica o comunque l’uscita dal ciclo dei materiali. La letteratura e le politiche europee sulla gestione dei rifiuti da costruzione insistono infatti su un punto chiave: i materiali compositi, se non vengono separati e qualificati correttamente alla fonte, perdono gran parte del loro valore di riciclo. Cosa è cambiato davvero dal 2020 al marzo 2026 La prima novità è che oggi le coperture bituminose leggere non possono più essere lette solo come prodotti a fine vita problematici. Sono anche prodotti che, in fase di fabbricazione, incorporano già materia riciclata e sono sempre più accompagnati da dati LCA ed EPD. Onduline dichiara per le proprie lastre e tegole bituminose un contenuto di riciclato attorno al 45-51%, mentre nel 2024 il gruppo ha comunicato di aver riciclato circa 46.400 tonnellate di materiali, soprattutto fibre cellulosiche per le lastre bituminose. Sempre nel 2024 ha inoltre valorizzato, tramite EPD validate, l’impronta climatica delle proprie famiglie di prodotto. La seconda novità, però, è più scomoda e più interessante. Proprio le EPD e le informazioni tecniche mostrano che l’end of life reale delle lastre ondulate in cellulosa-bitume non è ancora universalmente circolare. Nell’EPD 2024 per le lastre ondulate bituminose da sottotetto, il produttore considera a fine vita il riciclo del 100% dei fissaggi metallici, ma il conferimento in discarica del 100% delle lastre corrugate bituminose. Inoltre, una guida di smaltimento 2025 per il mercato britannico le definisce rifiuti non pericolosi ma non riciclabili nel circuito locale. Questo è il punto decisivo dell’aggiornamento 2026: la riciclabilità teorica del materiale e la sua riciclabilità industriale effettiva non coincidono ancora dappertutto. In altri termini, rispetto al 2020 non possiamo più scrivere in modo lineare che “le lastre si riciclano” e basta. Dobbiamo dire qualcosa di più vero: esistono ormai strade tecniche credibili per recuperare rifiuti bituminosi da copertura, ma le lastre ondulate in cartone bitumato non sono ancora entrate ovunque in una filiera standardizzata, diffusa e riconosciuta come accade per altre famiglie di rifiuti. Riciclabilità tecnica e riciclabilità industriale: la distinzione che nel 2026 non si può più ignorare Questo è il vero salto culturale da fare. Un materiale può essere tecnicamente recuperabile e tuttavia non essere, in una determinata area geografica, industrialmente accettato in raccolta, selezione e reimpiego. Nel caso delle lastre ondulate bitumate il problema dipende da almeno cinque fattori: eterogeneità dei manufatti rimossi, presenza di chiodi o fissaggi, contaminazioni di cantiere, assenza di canali logistici dedicati e mancanza di specifiche condivise per l’impiego del macinato in nuovi prodotti. A complicare ulteriormente la questione c’è la confusione, ancora frequente, tra lastre bituminose leggere e vecchie lastre in fibrocemento con amianto. Le fonti tecniche del produttore ribadiscono che le lastre Onduline sono un’alternativa asbestos-free al fibrocemento storico, ma ricordano anche che altri vecchi prodotti da copertura, installati decenni fa e prodotti da terzi, possono invece contenere amianto. Questo significa che ogni filiera di recupero seria deve partire da identificazione del materiale, audit pre-demolizione e demolizione selettiva. Senza questa fase, parlare di economia circolare è solo marketing. La strada più concreta resta quella del settore asfaltiero Se c’è una direzione che, tra ricerca e industria, appare oggi la più solida per i rifiuti bituminosi da copertura, è l’utilizzo nei conglomerati bituminosi per pavimentazioni. Non è una novità assoluta, ma nel 2026 questa via ha una base tecnica molto più robusta di sei anni fa. Già il progetto europeo LIFE “Roof to Road” aveva dimostrato la possibilità di raccogliere, macinare e riutilizzare il bitume proveniente dai materiali di copertura in asfalti per strade e infrastrutture, con l’obiettivo di evitare sia la discarica sia l’incenerimento. La letteratura più recente conferma e raffina questa prospettiva. Uno studio di laboratorio del 2025 sulle membrane bituminose a fine vita ha testato aggiunte dello 0,5% e del 2% in peso nella miscela asfaltica con metodo dry, con risultati promettenti: la presenza del rifiuto non ha peggiorato, e in alcuni casi ha migliorato, le prestazioni esaminate, rendendo concreto un tasso di riciclo del 2% nella miscela. Parallelamente, una review del 2024 sui recycled asphalt shingles mostra che l’impiego di RAS può essere economicamente ed ecologicamente vantaggioso; in molte formulazioni, dosaggi fino al 20% sul peso del legante o al 5% sul peso della miscela risultano gestibili, pur con effetti da controllare su fatica e fessurazione termica. Il motivo tecnico è chiaro. Il rifiuto da copertura apporta bitume invecchiato, fibre e in alcuni casi filler minerali. Questo tende ad aumentare rigidezza, resistenza al solco e stabilità ad alta temperatura, ma può anche rendere la miscela più fragile a bassa temperatura o sotto carichi ripetuti. Per questo la ricerca più avanzata non si limita ad aggiungere macinato: lavora su compatibilità del legante, dosaggio, granulometria, uso di rejuvenators, bio-oli e approcci di balanced mixture design. Per le lastre ondulate in cartone bitumato, rispetto a membrane e shingles, la base sperimentale diretta è ancora più ridotta. Ma l’inferenza tecnica è forte: se il rifiuto viene identificato correttamente, depurato da metalli e contaminanti, calibrato in pezzatura e dosato entro finestre compatibili con la miscela, il settore asfaltiero resta il candidato più credibile per un recupero di massa. È però una conclusione ragionata, non una standardizzazione già universalmente acquisita. La vera frontiera nuova è il passaggio dal tetto alla nuova copertura L’aggiornamento più interessante del 2026 non arriva però solo dalle strade. Arriva anche dal tentativo di chiudere il ciclo dentro lo stesso settore delle coperture. In questo campo il caso più avanzato è quello di Derbigum, che dichiara di riciclare membrane bituminose dal 1990, trasformando sfridi di posa, sfridi di produzione e membrane esauste selettivamente rimosse in una nuova materia prima chiamata Derbitumen. Nel 2025-2026 l’azienda ha presentato Novitumen, tecnologia basata su bitume riciclato al 100%, con un investimento annunciato di 5 milioni di euro nel biennio 2026-2027 per ampliare la capacità industriale e con avvio commerciale in Italia dal secondo trimestre 2026. Questo passaggio è strategico perché sposta la narrazione dalla semplice “valorizzazione energetica o stradale” a un recupero ad alto valore aggiunto, roof-to-roof. In parallelo, Build Up ha segnalato nel 2025 anche una nuova linea di ricerca su processi portatili per rifiuti bituminosi da copertura capaci di generare compositi durevoli e flessibili per applicazioni edilizie. Non siamo ancora davanti a un mercato maturo e diffuso per tutte le lastre ondulate in cartone bitumato, ma il messaggio industriale è ormai inequivocabile: il recupero avanzato del bitume da copertura non è più una curiosità di laboratorio. Dove restano i limiti tecnici e industriali Aggiornare seriamente un articolo del 2020 significa anche dire cosa non funziona ancora. Il primo limite è la raccolta. Senza demolizione selettiva, audit pre-demolizione e separazione pulita del flusso, i rifiuti da copertura diventano una miscela di basso valore. Il Protocollo europeo aggiornato nel 2024 insiste proprio su audit, demolizione selettiva, logistica trasparente e gestione di qualità, perché la qualità del riciclo si decide in cantiere prima ancora che in impianto. Il secondo limite è la standardizzazione. Le lastre ondulate a base cellulosa-bitume non sono tutte uguali: cambiano età, formulazione, contenuto di fibre, livello di ossidazione del bitume, presenza di pigmenti e condizioni d’uso. Il terzo limite è reologico: il bitume invecchiato irrigidisce le miscele e richiede aggiustamenti progettuali. Il quarto è normativo-commerciale: una filiera esiste davvero solo quando produttori, demolitori, trasportatori, impianti di selezione e utilizzatori finali condividono specifiche tecniche, costi logistici e responsabilità di qualità. Senza questo ecosistema, il materiale resta “potenzialmente riciclabile” ma praticamente escluso dal mercato. Per l’Italia la partita è aperta, ma non parte da zero In Italia il quadro generale dei rifiuti da costruzione e demolizione è oggi più favorevole che in passato. ISPRA indica per il 2023 un tasso di recupero e riciclaggio dei rifiuti da costruzione e demolizione pari all’81%, superiore all’obiettivo europeo del 70%, con oltre 61,6 milioni di tonnellate generate e circa 49,9 milioni di tonnellate di recupero di materia, esclusa la colmatazione. Ma questi dati positivi non vanno letti in modo ingenuo: una quota importante del recupero è ancora concentrata sulle frazioni minerali, più facili da valorizzare in sottofondi, rilevati, calcestruzzi o asfalti. Proprio per questo i materiali compositi da copertura rappresentano oggi il vero banco di prova della qualità della circolarità. Se l’Italia vuole spostarsi da un recupero quantitativo a un recupero qualitativo, dovrà costruire filiere dedicate anche per questi materiali. Vuol dire catalogazione corretta dei rifiuti, rimozione selettiva, impianti autorizzati, test prestazionali sul macinato, accordi con il comparto asfaltiero e, dove possibile, collegamenti con il nascente paradigma roof-to-roof. La circolarità delle lastre bitumate non si giocherà su slogan ambientali, ma sulla capacità di trasformare un rifiuto composito in una materia seconda affidabile. Conclusione Riscrivendo oggi il testo del 2020, la conclusione più onesta è questa: le lastre ondulate in cartone bitumato non sono più condannate concettualmente alla discarica, ma non sono ancora entrate ovunque in una filiera di riciclo industriale matura, lineare e universalmente disponibile. La ricerca del 2024-2025 ha rafforzato in modo netto la possibilità di usare rifiuti bituminosi da copertura nelle miscele asfaltiche; l’industria, con progetti come Roof to Road e soprattutto con modelli roof-to-roof come Derbitumen e Novitumen, ha mostrato che il recupero ad alto valore non è utopia. Allo stesso tempo, le EPD e le istruzioni di smaltimento di mercato ricordano che, per molte lastre corrugate, il fine vita reale continua ancora spesso a essere la discarica. La vera novità del marzo 2026, quindi, non è solo tecnologica. È concettuale. Non basta più dire che un materiale “si può riciclare”: bisogna chiedersi dove, con quali controlli, con quale qualità, con quale sbocco industriale e con quale risparmio effettivo di risorse fossili. Solo quando queste domande trovano una risposta concreta, la copertura rimossa smette di essere un problema e diventa davvero una risorsa. FAQ Le lastre ondulate in cartone bitumato sono rifiuti pericolosi? In generale no, non sono assimilabili ai vecchi manufatti in fibrocemento con amianto; alcune guide tecniche di prodotto le indicano come rifiuti non pericolosi. Però la verifica sul manufatto rimosso resta indispensabile, perché sul costruito esistente possono convivere prodotti diversi, anche di altri produttori e di epoche differenti. Oggi queste lastre si riciclano davvero? Tecnicamente esistono vie di recupero credibili, soprattutto nel settore asfaltiero e, per alcune membrane bituminose, anche in filiere roof-to-roof. Industrialmente, però, la disponibilità del servizio non è uniforme e in alcune EPD di mercato il fine vita delle lastre corrugate è ancora modellato come discarica. Qual è la destinazione più promettente del materiale recuperato? La più consolidata, ad oggi, è l’impiego nei conglomerati bituminosi per pavimentazioni stradali, dove il contenuto bituminoso del rifiuto può sostituire in parte risorse vergini, purché il mix sia progettato correttamente. Perché non basta triturarle e usarle ovunque? Perché il bitume è invecchiato, il materiale è composito, i fissaggi metallici vanno rimossi, la contaminazione da cantiere va evitata e le prestazioni finali della miscela dipendono da dosaggi, granulometria e compatibilità reologica. Cosa significa, in pratica, economia circolare per queste coperture? Significa passare da una logica di smaltimento a una logica di flusso qualificato: identificazione del materiale, demolizione selettiva, raccolta separata, preparazione del rifiuto, impiego in una filiera con specifiche tecniche e tracciabilità. È questo che trasforma un rifiuto composito in una materia seconda. Fonti essenziali utilizzate Commissione europea, pagine ufficiali su Waste Framework Directive e Construction and Demolition Waste. Eurostat, Waste statistics, dati UE 2022. ISPRA, indicatore 2025 su riciclaggio/recupero dei rifiuti da costruzione e demolizione in Italia. Onduline Group, storia del prodotto, composizione dichiarata, sostenibilità ed EPD 2024. British Board of Agrément, certificazione tecnica del prodotto corrugato a base cellulosa-bitume. Pasetto et al., 2025, studio di laboratorio sul riciclo di membrane bituminose a fine vita in miscele asfaltiche. Pasetto et al., 2024, review sull’uso sostenibile dei recycled asphalt shingles nelle miscele asfaltiche. LIFE “Roof to Road”, progetto europeo sul riuso del bitume da copertura nell’asfalto. Derbigum, documentazione 2025-2026 su Derbitumen e Novitumen. Immagine su licenza © Riproduzione Vietata

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Non dobbiamo cercare la sola circolarità dei componenti dei prodotti, ma verifichiamo anche la sostenibilità della catena produttiva. Un’azienda Italiana fa scuoladi Marco ArezioQuando parliamo di sostenibilità e circolarità ci riferiamo molto spesso al singolo prodotto che può essere composto con materiali riciclati e, ancor meglio, riciclabili al 100%. Questo binomio ci aiuta a capire come le nostre azioni di consumatori possano portare alla riduzione dei rifiuti che produciamo, a risparmiare le risorse naturali e a tutelare l’ambiente. Nonostante ci sia ancora molta strada da fare in questo settore, in quanto il tasso di riciclo dei rifiuti che produciamo non supera il 10% a livello mondiale e che esiste molta confusione su ciò che è riciclabile e ciò che, pur essendo composto da materiali riciclati potrebbe, infatti, essere non più riciclabile, non ci occupiamo abbastanza della sostenibilità della catena produttiva. Possiamo prendere ad esempio il mondo dell’auto elettrica, per capire il problema, dove, al recente aumento della circolazione delle auto Plugin o Full Electric, non è corrisposto un’adeguata rete di ricarica ad energia totalmente rinnovabile. Quindi, spesso, si ricarica la batteria usando una rete di alimentazione dalla quale viene fornita energia elettrica fatta con il gas naturale, o il carbone o con il nucleare. Anche nella realizzazione dei prodotti cosiddetti circolari, dobbiamo considerare non solo se sono composti da materie prime riciclate e riciclabili, ma dobbiamo sapere se il ciclo di produzione sia sostenibile, quindi se attinge ad energia da fonti rinnovabili. Non sono molte le attività industriali che possono vantare un ciclo produttivo del tutto green, ma alcuni esempi nel mondo industriale ci sono. Uno interessante lo possiamo trovare in un’azienda Italiana, la Saxagres, che produce piastrelle per pavimentazioni da esterno ed interno, la quale ha applicato l’estensione del concetto di circolarità sia sul prodotto che sulla produzione. Per quanto riguarda la circolarità del prodotto, nella produzione di ceramiche da esterno e da interno l’azienda utilizza fino al 30% di scarti di produzione, inoltre impiega le ceneri degli altiforni che si producono come scarti nell’incenerimento dei rifiuti che altrimenti finirebbero in discarica. Per quanto riguarda la circolarità della produzione l’azienda si è dotata non solo di pannelli solari ma, per essere totalmente indipendente e sostenere la grande richiesta di energia che proviene dai forni per la cottura delle piastrelle a 1200 gradi, ha realizzato, in collaborazione con altre aziende, un impianto di produzione di biogas, attraverso la gestione anaerobica dei rifiuti urbani nell’area di pertinenza dell’azienda. Così facendo possiamo parlare di circolarità di prodotto e della catena produttiva, contribuendo alla gestione dei rifiuti urbani, all’affrancamento dalle risorse fossili e all’indipendenza energetica.Categoria: notizie - carta - economia circolare - riciclo - energia rinnovabile

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rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Economia circolare e bio edilizia: lo scarto del riso
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Come riconsiderare i prodotti vegetali di scarto per la bio-edilizia in un’ottica di economia circolaredi Marco ArezioE’ nato prima l’uovo o la gallina? Una battuta spiritosa che potrebbe essere applicata facilmente al binomio bio edilizia – economia circolare. Infatti possiamo dire che i due campi si alimentano vicendevolmente, mettendo il mercato dei rifiuti e degli scarti a disposizione dell’industria dei prodotti edilizi, per la creazione di manufatti sempre più green. Esiste infatti nel passato una vasta documentazione che descrive come l’uomo avesse sempre cercato di migliorare la salubrità e la vivibilità delle proprie abitazioni, sfruttando nel migliore dei modi quello che la natura gli metteva a disposizione, sia sotto l’aspetto ambientale che quello delle materie prime sulle quali poteva contare. La lenta evoluzione dei processi costruttivi e dei materiali, durante i secoli, ha visto un lento ma costante miglioramento delle performance abitative degli edifici costruiti, soprattutto quando vennero impiegati i mattoni, i vetri, gli isolamenti termici pur rudimentali, i sistemi fognari e molte altre innovazioni. Ma la svolta concreta è avvenuta durante del XIX secolo, quando la grande disponibilità di energia proveniente dalle fonti fossili, in coincidenza dei progressi tecnologici, creò una nuova forma di architettura, anche intesa come materiali, basata molto sulla futurizzazione della potenza industriale e sulla produzione in serie di elementi per l’edilizia. Questo trasformismo portò ad un allontanamento progressivo dalla centralità dell’ambiente e della natura nelle opere edili e nei suoi progetti. Intorno agli anni 70 dello scorso secolo, anche nel settore delle costruzioni iniziarono a crescere dei dubbi sulla sostenibilità dei materiali usati e sul metodo della cementificazione selvaggia che erodeva il suolo, inquinava l’ambiente e sperperava le risorse energetiche. Il processo che portò ad una nuova consapevolezza tra edilizia e ambiente si manifestò, lentamente, attraverso strade diverse: le crisi petrolifere causarono l’aumento del costo per scaldare le abitazioni, spingendo alla creazione dei primi isolanti termici, l’inquinamento urbano portò allo studio di nuove forme di sfruttamento dell’energia domestica, la crescita di una nuova coscienza ambientalista mise in discussione una serie di materiali difficilmente riciclabili. L’idea di una nuova circolarità nell’uso degli edifici e dei materiali che li compongono, rivoluzionò il sistema fin dalle fasi di progettazione, in cui vennero inseriti concetti come bioedilizia ed economia circolare dei rifiuti. Oggi, questo nuovo corso, gira intorno all’impatto ambientale dell’edificio, attraverso lo strumento dell’eco bilancio, che deve considerare tutte le fasi della vita della struttura, cioè significa analizzare l’impatto del costruito nella fase prima della sua realizzazione, durante la vita dell’edificio e dopo la sua esistenza, intesa come recupero dei materiali che lo hanno composto. Utilizzando la metodologia LCA (Life Cycle Assessment), adattata, non ai singoli prodotti, ma ad un edificio intero, si vuole fare una valutazione complessiva del progetto rispettando i seguenti parametri: Compatibilità: che consiste nella valutazione dell’opera nel contesto ambientale sotto il profilo economico, inteso come minori sprechi generali nel tempo. Benessere: inteso come integrazione dell’uomo in equilibro con la natura e le sue risorse. Riciclo e riuso: inteso come la ricerca di una costruzione, anche di tipo a secco, in cui gli elementi potrebbero essere smontati e riutilizzati facilmente a fine ciclo. Da questi concetti nascono nuove forme di ricerca che vogliono ripercorrere la circolarità dei materiali da impiegare, per realizzarne altri adatti alle costruzioni, cercando di minimizzare il prelievo delle materie prime dall’ambiente. In questo contesto si muovono i materiali, intesi come materie prime, che provengono dallo scarto della lavorazione del riso, riutilizzati come componenti eco compatibili, finalizzati alla realizzazione di nuovi elementi costruttivi. Per scarto del riso, possiamo identificare la parte che lo avvolge, denominata pula o lolla, che risulta dopo la lavorazione, tramite sbramatura (azione meccanica di pulitura del chicco di riso) del prodotto raccolto nel campo, il cui rifiuto incide dal 17 al 23% in peso. La lolla ha una consistenza molto dura e leggera, con una densità di circa 135-140 Kg./m3 ed ha ottime caratteristiche espresse nell’imputrescibilità e inattaccabilità dagli insetti. Essendo molto scarso l’apporto nutritivo del prodotto (3,3% di proteine e 1,1% di grassi) non viene generalmente impiegata come mangime per gli animali. Nel campo dell’arredamento, la lolla di riso viene utilizzata, in compound con delle resine, per creare un legno artificiale, adatto alla costruzione di darsene, pontili e arredo urbano esterno in virtù delle elevate proprietà impermeabili, di resistenza al sole, alla pioggia, alla salsedine e alla neve. Nel campo delle costruzioni abitative, la lolla di riso viene impiegata in alcuni processi produttivi: Massetti alleggeriti con spiccate doti di isolamento termo-acusticheMalte di intonaco e di finitura attraverso un mix di lolla di riso, inerti silicei ed argillaPitture da esterno composte da latte di calce e lolla di risoPannelli per pareti da interno ed esterno, per l’isolamento termo-acustico, composti da lolla di riso, ossido di magnesio e amido di soia con la funzione di legante. I prodotti composti dalla lolla di riso, dalla paglia e dalla calce sono leggeri, tenaci, con caratteristiche termiche e acustiche e traspiranti.Categoria: notizie - plastica - economia circolare - bioediliziaVedi maggiori informazioni sulla bioedilizia

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https://www.rmix.it/ - Piastrelle Smaltate fatte a Mano con Componenti Riciclati
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare Piastrelle Smaltate fatte a Mano con Componenti Riciclati
Economia circolare

La lunga tradizione Italiana delle piastrelle fatte a mano sposa la sostenibilità. Come si producono oggi di Marco ArezioLe piastrelle smaltate fatte a mano hanno una lunga storia che risale a molti secoli fa, infatti le prime tracce risalgono all'antica Mesopotamia e all'antico Egitto intorno al 4.000 a.C. In queste civiltà, le piastrelle venivano realizzate utilizzando argilla e smalti a base di minerali come l'ossido di ferro per creare decorazioni su pareti e pavimenti. Durante il periodo islamico, tra l'VIII e il XV secolo, le piastrelle smaltate fatte a mano raggiunsero un grande sviluppo artistico e tecnico. In particolare, l'arte della ceramica islamica in Persia, Spagna e Medio Oriente produsse piastrelle smaltate di straordinaria bellezza e complessità. In Italia, il massimo splendore di quest’arte lo raggiunse nel periodo del rinascimento, a partire dal XV secolo, dove le città di Firenze, Faenza, Deruta e altre località italiane, divennero famose per le loro produzioni di piastrelle smaltate a mano, spesso decorate con disegni ispirati alla pittura rinascimentale. La maiolica italiana e la Delftware olandese divennero, inoltre, stili distintivi di piastrelle smaltate fatte a mano, con motivi decorativi e paesaggi dipinti a mano. Nel tardo XIX secolo e all'inizio del XX secolo, i movimenti artistici dell'Art Nouveau e dell'Art Deco influenzarono la produzione di piastrelle smaltate fatte a mano, diventando più audaci nel design, con motivi geometrici, forme organiche e colori vivaci. Questa tipologia di articoli artigianali sono diventi oggetti d'arte molto apprezzati per la loro bellezza, artigianalità e individualità. Sono utilizzati per decorare pareti, pavimenti, caminetti, bagni e cucine, e sono considerati delle vere e proprie opere d'arte ceramica. Oggi, oltre all’espressione artistica che rappresenta la piastrella, si guarda anche alla loro sostenibilità, infatti, molti artigiani ceramisti utilizzano nelle loro ricette, scarti di lavorazioni precedenti o piastrelle di recupero che provengono da demolizioni e ristrutturazioni. Le fasi di produzione di una piastrella smaltata fatta a mano con elementi riciclati comportano le seguenti fasi: - Raccolta e selezione dei materiali riciclati: vengono raccolti i materiali ceramici riciclati, come piastrelle rotte o scarti di produzione, provenienti da fonti affidabili. Questi materiali vengono successivamente selezionati e separati per rimuovere eventuali impurità come colla o vernice - Triturazione: i materiali ceramici riciclati vengono sottoposti a un processo di triturazione meccanica per ridurli in frammenti più piccoli. La dimensione dei frammenti può variare a seconda dell'applicazione e del tipo di piastrella che si intende produrre. - Preparazione dell'impasto: l'impasto viene preparato utilizzando una miscela di argilla vergine e materiali ceramici riciclati triturati. La proporzione tra argilla e materiali riciclati può essere determinata in base alle caratteristiche desiderate delle piastrelle finali. L'argilla funge da legante per i materiali riciclati. - Miscelazione e omogeneizzazione: gli ingredienti vengono miscelati insieme in un miscelatore meccanico per garantire una distribuzione uniforme dei materiali e ottenere una consistenza omogenea dell'impasto. Durante questa fase, possono essere aggiunti additivi o coloranti, se necessario, per ottenere il risultato desiderato. - Formatura delle piastrelle: l'impasto viene quindi formato in piastrelle attraverso l’azione manuale dell’artigiano piastrellista, facendo attenzione alla planarità, all’omogeneità e alla buona riuscita delle superfici. - Essiccazione: le piastrelle formate vengono trasferite su scaffali o appositi supporti e lasciate asciugare all'aria o in forni appositi. Questo processo di essiccazione rimuove l'umidità e rende le piastrelle pronte per la successiva fase di cottura. - Cottura: le piastrelle essiccate vengono sottoposte a una cottura in forni ceramici ad alta temperatura. La temperatura e il tempo di cottura dipendono dal tipo di argilla utilizzata e dalle specifiche del produttore. Durante la cottura, l'argilla si solidifica e le particelle di materiale ceramico riciclato si fondono insieme per formare le piastrelle. - Smaltatura e decorazione: dopo la cottura, le piastrelle possono essere smaltate e decorate. Questa fase comporta l'applicazione di smalti, colori o decorazioni sulla superficie delle piastrelle. Lo smalto è una miscela di minerali colorati e vetrificanti che conferisce alle piastrelle la loro finitura e colore caratteristici. Per preparare lo smalto, i minerali vengono macinati finemente e mescolati con vetrificanti e altri additivi. Questo processo può essere effettuato in modo manuale o utilizzando apparecchiature specializzate. La smaltatura può avvenire a spruzzo, per immersione o a pennello.    Smaltatura a spruzzo: lo smalto viene spruzzato sulla superficie delle piastrelle utilizzando un'apparecchiatura di spruzzatura. Questo metodo permette una distribuzione uniforme dello smalto ed è adatto per superfici lisce.      Smaltatura a immersione: le piastrelle vengono immerse in una vasca contenente lo smalto liquido. Dopo l'immersione, le piastrelle vengono sollevate e l'eccesso di smalto viene scolato. Questo  metodo è adatto per coprire l'intera superficie delle piastrelle.    Applicazione a pennello: lo smalto viene applicato sulla superficie delle piastrelle utilizzando un pennello. Questo metodo offre maggiore controllo sulla quantità e sulla distribuzione dello smalto, ed è spesso utilizzato per dettagli o decorazioni specifiche.- Asciugatura: dopo l'applicazione dello smalto, le piastrelle vengono lasciate asciugare per un periodo di tempo. La durata dell'asciugatura dipende dal tipo di smalto utilizzato e dalle condizioni ambientali. Durante l'asciugatura, lo smalto si indurisce e forma uno strato solido sulla superficie delle piastrelle. - Seconda cottura: dopo l'asciugatura, le piastrelle vengono sottoposte a una seconda cottura a una temperatura elevata. Durante questa cottura, lo smalto si fonde e si vetrifica, formando uno strato protettivo sulla superficie delle piastrelle. Questa cottura è essenziale per fissare lo smalto e garantire una finitura durevole e resistente.

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https://www.rmix.it/ - Le Pavimentazioni da Esterno Carrabili in Materiali Totalmente Riciclati
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Gli scarti da post consumo costituiscono la base di tre tipologie differenti di pavimentazioni modulari carrabili da esternodi Marco ArezioIl settore dell’edilizia è nel pieno della rivoluzione green, che non riguarda solo il recupero degli scarti durante le demolizioni di tutti quei materiali riciclabili, ma anche dei nuovi prodotti che possono essere fatti, in parte o al 100% con materiali riciclati da post consumo. I produttori di articoli edili hanno trovato alcune brillanti soluzioni che possono raggiungere un doppio obbiettivo: creare dei prodotti circolari e ridurre, attraverso il riutilizzo, i rifiuti sul mercato. Nell’ambito delle pavimentazioni modulari per esterni prendiamo in esame tre tipologie differenti di prodotti, che hanno un approccio all’utilizzo dei rifiuti molto diversi tra loro, ma il cui risultato tecnico e architettonico soddisfa pienamente la clientela. I prodotti presi in esame sono: • Masselli autobloccanti in PVC da scarti di cavi esausti • Piastrelle modulari composte da scarti di vetro, bottiglie, sacchetti in PE e scarti di ceramica • Piastrelle modulari composte da scarti misti in plastica non riciclabili, ceneri degli altiforni e scarti di piastrelle. Gli approcci sono differenti, ma la qualità dei prodotti e la funzione di riciclo dei rifiuti ne fa una proposta interessante, da inserire nei cantieri in cui la voce sostenibilità è tenuta in considerazione. Il massello in PVC riciclato e riciclabile è un prodotto in diretta concorrenza con i masselli in cemento, da cui eredita la carrabilità e l’alta resistenza a compressione, ma aggiunge molte altre caratteristiche migliorative, in quanto è completamente isolante, non assorbe liquidi, non viene macchiato da olio o benzina, si taglia facilmente a mano, è verniciabile e non è soggetto all’azione aggressiva dei sali stradali. Inoltre non attinge a risorse naturali, acqua, sabbia, ghiaia e ha un impatto ambientale in fase di produzione molto più limitato rispetto alla produzione del cemento. Le piastrelle modulari formate dagli scarti di vetro provenienti dalla raccolta differenziata, mischiati con i rifiuti in PE e gli scarti di ceramica, sono una buona soluzione non solo per il riciclo composto da materiali diversi, ma anche per la durabilità dell’elemento che vede nella ceramica e soprattutto nel vetro una robustezza nel tempo importante. Anche queste piastrelle sono carrabili, resistono ai sali stradali e all’abrasione della circolazione veicolare, in virtù del macinato di vetro contenuto. Infine, le piastrelle modulari costituite dai rifiuti non riciclabili della raccolta differenziata, mischiati con le ceneri degli altiforni e con gli scarti delle piastrelle esauste macinate, danno un gradevole aspetto estetico al pavimento e un ottimo passaporto green sul riciclo in quanto, utilizzano due componenti classificati come rifiuti non riciclabili e quindi da smaltire in discarica, quindi ben oltre i materiali riciclati tradizionali. Sono piastrelle modulari che vengono impiegate normalmente i passaggi pedonali, piazze e marciapiedi rendendo sostenibile l’intervento di ripristino edile dell’area.Categoria: notizie - plastica - economia circolare - riciclo - rifiuti - pavimentazioni - edilizia

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Il Riciclo dei Materiali Edili: dalla Polvere all’Artedi Marco ArezioPensando ai materiali edili esausti, frutto di demolizioni o ristrutturazioni, vengono sovente in mente immagini di mattoni e cemento a blocchi irregolari, piastrelle rotte, resti di infissi, vetri rotti, pavimenti demoliti per la sostituzione.Mi verrebbe da dire, polvere e sudore, dove la demolizione o il cambio di destinazioni dei locali è la creazione di quello che viene definita macerie. Le macerie sono una massa non definita di materiali di scarto provenienti dai cantieri, che fino a poco tempo fa avevano come unico sbocco la discarica, in cui si riversavano in modo irrecuperabile, come un ammasso di elementi senza più curarsene. L’avvento dell’economia circolare ha portato più consapevolezza anche nel mondo dell’edilizia, iniziando a ripensare ad un’azione di selezione dei materiali di risulta del cantiere e, soprattutto, a una nuova vita che si può attribuire ai materiali che prima erano abbandonati nelle discariche. Oggi, si comincia a parlare di calcestruzzo riciclato, espresso in granulometrie differenti che possono originare a nuovi inerti per le nuove mescole cementizie. Si parla di recuperare gli infissi, selezionandoli per materiale, dividendo quindi la plastica dal metallo e dal legno ed avviando i materiali alla creazione di nuovi prodotti. I manti impermeabili, espressi sotto forma di guaine bituminose o di PVC o lastre bitumate, trovano nella selezione e riciclo una nuova vita in differenti mercati. Potrei continuare ad elencare le nuove strade che siamo riusciti a far percorrere a tutti quei materiali di scarto dei cantieri edili che affogavano nelle discariche, con conseguenze ambientali ed economiche elevate. Un passo avanti è poi stato fatto attraverso la richiesta dei progettisti e dei clienti di avere una casa più sostenibile, fatta di prodotti che abbiano una componente riciclata, con un impatto ambientale minore rispetto al passato. Ci sono però da segnalare delle eccellenze, aziende che hanno sposato l’economia circolare dei prodotti edilizi con un concetto di alta qualità, forse con un’impronta di qualità artistica. Un esempio potrebbero essere le mattonelle in cotto, frutto di un recupero certosino in edifici storici in cui si stanno facendo ristrutturazioni o demolizioni, il cui obbiettivo è il recupero funzionale delle vecchie mattonelle in cotto, cercando di salvare l’integrità dell’elemento. Una volta recuperate e pulite possono essere vendute come nuovi pavimenti in cotto riciclato, ma possono essere anche lavorate in modo da dare un valore estetico elevato e artistico al pavimento che si dovrà fare. Queste lavorazioni possono prevedere inserti in marmo di carrara, con fregi o forme a richiesta, che esaltano la storicità del pezzo ed impreziosiscono l’ambiente con decorazioni di alta fattura artigianale. Le piastrelle in cotto recuperato sono trattate una a una, secondo le indicazioni e i gusti dei clienti, per creare pavimenti unici che possano rispecchiare il gusto e la calda atmosfera che ogni committente vuole trovare nella propria casa. Categoria: notizie - materiali edili - economia circolare - riciclo - rifiutiVedi i prodotti edili riciclati

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