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RICICLO DELLA PLASTICA IN EUROPA: TRA CRISI INDUSTRIALE E CONCORRENZA SLEALE

Management
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare - Riciclo della plastica in Europa: tra crisi industriale e concorrenza sleale
Sommario

- Europa e plastica: un settore strategico in caduta libera

- Un comparto da 9 miliardi che rischia di scomparire

- La concorrenza sleale della plastica vergine importata

- Energia cara e impianti al collasso

- Raccolta differenziata debole, riciclo impossibile

- Impianti chiusi: l’Europa perde capacità e posti di lavoro

- Le richieste dell’industria: fermare l’invasione e incentivare il riciclato

- Lobby, politica e futuro dell’economia circolare europea

Impianti che chiudono, investimenti congelati e plastica vergine a basso costo che invade il mercato: la filiera europea del riciclo rischia il collasso. Indagini, numeri e responsabilità politiche


di Marco Arezio

L’Europa rischia di perdere uno dei pilastri della sua transizione verde: il riciclo della plastica. A confermarlo sono i numeri, freddi e impietosi. Nei primi sette mesi del 2025 il settore ha già perso tanta capacità produttiva quanta nell’intero 2024. Se il trend non si arresta, entro dicembre si arriverà a un taglio vicino a un milione di tonnellate. Dietro queste cifre c’è un intreccio di dinamiche economiche, scelte politiche e squilibri di mercato che mettono in discussione la stessa credibilità del Green Deal europeo.

Il comparto non è marginale: vale oltre nove miliardi di euro, conta 850 aziende e impiega più di 30.000 persone. Eppure, nel cuore dell’Unione, decine di impianti hanno già spento i macchinari, soprattutto in Germania, Regno Unito e Paesi Bassi. Il paradosso è evidente: mentre Bruxelles proclama obiettivi sempre più ambiziosi sulla riduzione dei rifiuti e sull’uso di materiali riciclati, la filiera reale arretra, stritolata da pressioni esterne e mancanza di tutele efficaci.

Il primo indiziato è la plastica vergine di importazione. Arriva da mercati extra-UE a prezzi stracciati, spesso prodotta in contesti normativi molto meno severi rispetto a quelli europei. Le imprese del riciclo si trovano così a competere con materiali che costano meno e che non rispettano gli stessi standard ambientali. Il risultato è una concorrenza sleale che penalizza chi investe in innovazione e sostenibilità.

Ma non è solo una questione di mercato globale. C’è anche il nodo dei costi energetici: per alimentare gli impianti di riciclo servono energia e infrastrutture, che in Europa hanno prezzi tra i più alti al mondo. Per molti operatori il bilancio è insostenibile, e la serrata diventa l’unica opzione. A ciò si aggiunge un problema cronico: la raccolta differenziata.

In troppi paesi resta disomogenea, quantitativamente scarsa e qualitativamente insufficiente. Un riciclo di qualità nasce dalla selezione alla fonte, e senza una raccolta efficiente l’intera catena crolla.

Le conseguenze non sono solo industriali. Ogni tonnellata di capacità persa significa più plastica vergine immessa sul mercato, più emissioni e meno posti di lavoro. Ma soprattutto significa mettere a rischio gli obiettivi europei di riduzione della CO₂ e di contenuto minimo di riciclato nei prodotti. Una strategia che si sgretola sotto il peso delle proprie contraddizioni.

Le associazioni del settore – da Plastics Recyclers Europe ad Assorimap – hanno alzato la voce: servono misure urgenti e coraggiose. Tra le richieste: fermare l’ingresso di materiali non conformi, rendere obbligatorio l’uso di una quota minima di plastica riciclata, abbassare i costi energetici per gli impianti, uniformare le normative tra gli Stati membri. Altrimenti, avvertono, l’Europa rischia di trasformarsi in un mercato aperto per la plastica a basso costo e in un cimitero di aziende di riciclo.

Il sospetto, sempre più diffuso, è che dietro l’immobilismo politico ci siano pressioni delle lobby dei produttori di plastica vergine, che traggono vantaggio dal calo del riciclato. Una dinamica che, se confermata, getterebbe un’ombra pesante sulla capacità dell’Unione Europea di difendere la propria agenda ambientale. Perché senza una filiera del riciclo solida, l’economia circolare resta uno slogan vuoto.

Oggi l’Europa è a un bivio: proteggere il proprio tessuto industriale e accelerare sulla circolarità, oppure lasciare che il mercato globale e le sue distorsioni decidano il futuro della plastica. La risposta determinerà non solo il destino di un settore, ma anche la credibilità delle politiche verdi del continente.

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