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L'INQUISIZIONE. FRATELLO ELARA E IL PROCESSO. CAPITOLO 1

Slow Life
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Sommario

In un’estate torrida del 1381, il Kent vede nascere una voce inattesa tra spighe e sudore: quella di John Ball. Il predicatore, scalzo e canuto, parla ai contadini di un Dio che non riconosce padroni né corvée. Le sue omelie, ripetute nei mercati e nelle taverne, rimbalzano come faville sul fieno secco dell’ingiustizia fiscale.

Dall’imponente cattedrale di Canterbury, l’arcivescovo Simon Sudbury fiuta l’incendio e affida il caso al severo Fratello Elara. Munito di bolle inquisitorie, il frate si mette in marcia lungo la Strada del Pilgrim, deciso a incatenare la parola che destabilizza il regno.

Nel tragitto incontra tende di rivoltosi, registri di tasse impastati di rabbia e monaci divisi fra obbedienza e compassione. Ball, intanto, continua a spostarsi di abbazia in abbazia, tessendo con le sue domande la trama di un sogno collettivo. Quando la caccia si stringe, tradimenti sottili e lettere cifrate tracciano un sentiero inevitabile verso la sala capitolare di St Albans.

Là, in un’aula colma di incenso e sguardi sospesi, giuristi e teologi danno il via a un processo che assomiglia più a un duello di coscienze. Fra cattura imminente, dubbi interiori e tensioni popolari, il racconto lascia vibrare l’interrogativo centrale: può la verità sopravvivere alla legge?

Dal sermone incendiario tra le stoppie del Medway al processo per eresia a St Albans: la storia di John Ball, predicatore d’uguaglianza sociale che sfidò nobiltà, clero e corona


Aprile 2025

di Marco Arezio. Una vita lavorativa spesa nelle direzioni commerciali e marketing di aziende internazionali del settore del riciclo e dell'ambiente, si appassiona alla scrittura fin da giovane. Amante della storia, dell'ambiente e della slowlife, pubblica i suoi romanzi gialli e saggi su Amazon.


Capitolo 1. L’estate del 1381 scaldava il Kent con un sole pallido ma insistente. Nella valle del Medway, le stoppie scricchiolavano sotto i sandali polverosi di un predicatore dai capelli canuti, la tunica ruvida annodata in vita da una fune. Quel giorno John Ball non aveva fame di pane: aveva fame d’orecchi.

Camminava tra i covoni come un vescovo fra i banchi di cattedrale, chinandosi a sfiorare la terra, a raccogliere una zolla che mostrava alle madri chine a mietere:

«Vedete, sorelle? — domandava con voce roca, ma lenta, perché giungesse a tutti. — Questa terra non appartiene né al conte né al re. È polvere come siamo polvere noi. E se la terra è di tutti, di chi dev’essere il frutto?»

Una donna, la fronte lucida di sudore, osò rispondere:

«Padre Ball, il balivo ci dirà che il frutto è del signore, ché noi dobbiamo la corvée.»

«E voi che risponderete?»

«Che la corvée pesa più dell’aratro; che le decime succhiano il latte dei nostri figli… Ma chi ascolterà i nostri lamenti?»

John Ball aprì le braccia, come a voler cingere l’intera piana dorata:

«Ascolterà il Cristo, che fu falegname. E ascolterete voi stessi, perché lo Spirito muove prima il petto di chi soffre.»

Era quel tipo di frase che, riferita la sera in taverna, faceva vibrare le bocche quanto un corno da caccia. Da settimane i pubblicani annotavano una birra in meno venduta e un mormorio in più nascosto fra le panche; e il mormorio aveva sempre lo stesso ritmo, come camminasse su due gambe: ugua- liàn-za, u-gua- liàn-za.


A Canterbury, intanto, la luce filtrava attraverso i vetri istoriati della sala capitolare, disegnando strisce cangianti sopra le terga di legno d’un tavolo rotondo.

Simon Sudbury, Arcivescovo e Lord Cancelliere del Regno, poggiò un sigillo di piombo sul papiro ancora caldo di cera.

«Fratello Elara, avete letto bene il testo?»

«Tre volte, vostra Grazia. Ad abolendam prescrive severità verso gli eretici, specie se recidivi.»

«E non vi turba che quest’uomo, più volte scomunicato, continui a parlare alle folle come un novello Pietro?»

«Mi turba che lo faccia in inglese, mio signore. Il volgo comprende, e quando il volgo comprende, si illude d’avere voce.»

Sudbury tracciò un segno di croce sul foglio:

«Prendete questi poteri inquisitori. Vi do facoltà di raccogliere testimonianze, convocare sinodi, confiscare scritti e, se necessario, degradare il chierico fino alla consegna al braccio secolare.»

Elara chinò il capo, ma dentro sentì un moto ambiguo: lo zelo della fede e l’eco di un rimorso acerbo. Era figlio di un mercante di panni; conosceva le strettezze, la lingua spigolosa dei gabellieri, il morso della tassa che arriva proprio quando la cassa è vuota. Eppure, aveva abbracciato Dio, convinto che la verità avesse bisogno di un muro per non cedere al vento della demagogia....


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