rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare - Italiano rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare - Inglese rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare - Francese rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare - Spagnolo

LA BATTAGLIA POLITICA NEL GOVERNO GIAPPONESE CHE VUOLE RIACCENDERE I REATTORI NUCLEARI.

Ambiente
rMIX: Il Portale del Riciclo nell'Economia Circolare - La Battaglia Politica nel Governo Giapponese che vuole Riaccendere i Reattori Nucleari.
Sommario

- Cosa accadde davvero a Fukushima l’11 marzo 2011

- Perché Fukushima non fu una “tripla esplosione atomica”

- Come è cambiata la politica energetica del Giappone dopo il 2011

- Il nuovo piano energetico del Giappone al 2040: più rinnovabili e più nucleare

- Quanti reattori sono stati riavviati dopo Fukushima

- Perché Tokyo continua a puntare sul nucleare nonostante il trauma del 2011

- L’acqua trattata ALPS: cosa succede davvero a Fukushima oggi

- Il problema irrisolto dei suoli contaminati e dello smaltimento finale

- Gli sfollati di Fukushima: quanti sono rientrati e cosa resta aperto

- Il paradosso giapponese: decarbonizzazione, sicurezza energetica e memoria corta

Fukushima e il ritorno del nucleare in Giappone: 15 anni dopo il disastro la memoria si affievolisce, ma i problemi non sono finiti


Autore: Marco Arezio. Esperto in economia circolare, sostenibilità industriale e analisi dei sistemi produttivi. Fondatore della piattaforma rMIX.

Pubblicazione originale: ottobre 2020

Aggiornamento editoriale e fact-check: 19 marzo 2026

Tempo di lettura: 11 minuti


Fukushima, il disastro che il Giappone non ha davvero chiuso

Quando si parla di Fukushima, il primo dovere di chi scrive è la precisione. Nel testo del 2020 compariva l’espressione “tripla esplosione atomica incontrollata”, ma tecnicamente non è corretta. L’11 marzo 2011 il terremoto di magnitudo 9.0 e il successivo tsunami provocarono la perdita di alimentazione elettrica e dei sistemi di raffreddamento della centrale di Fukushima Daiichi; nei giorni successivi si verificarono gravi danni ai noccioli dei reattori 1, 2 e 3, con fusione del combustibile, mentre le esplosioni che devastarono gli edifici furono esplosioni di idrogeno, non esplosioni nucleari in senso proprio. La letteratura tecnica dell’IAEA e i rapporti internazionali sul disastro descrivono chiaramente questo passaggio: tre reattori subirono meltdown o grave fusione del combustibile, e gli edifici dei reattori 1, 3 e 4 furono danneggiati da esplosioni di idrogeno generate dal surriscaldamento e dalle reazioni chimiche interne.

Questa correzione non è un dettaglio lessicale. Cambia il modo in cui si legge tutta la vicenda. Fukushima non è stata solo una tragedia industriale causata da un evento naturale estremo; è stata anche la dimostrazione di quanto una società ad altissima capacità tecnica possa trovarsi improvvisamente impreparata davanti a un concatenarsi di guasti, perdite di controllo, evacuazioni di massa e problemi di gestione che si protraggono per decenni. Proprio per questo la memoria del disastro non dovrebbe mai essere trattata come un archivio chiuso, ma come una lente ancora attiva per valutare la politica energetica del Giappone di oggi.

Dal congelamento del nucleare al suo ritorno strategico

Subito dopo Fukushima il Giappone fermò progressivamente il proprio parco nucleare, aprendo una fase di ripensamento che sembrava destinata a ridurre in modo strutturale il peso dell’atomo nel mix energetico nazionale. A quindici anni di distanza, però, il quadro è cambiato radicalmente. Il passaggio politico più importante è arrivato con il 7° Strategic Energy Plan del governo giapponese, approvato nel 2025, che afferma in modo esplicito la necessità di “massimizzare” sia le rinnovabili sia il nucleare, superando la logica del dibattito binario “rinnovabili contro nucleare”. Il documento collega questa scelta alla sicurezza energetica, alla decarbonizzazione e alla necessità di garantire elettricità stabile a un’economia che si prepara a consumi maggiori per digitalizzazione, semiconduttori e trasformazione industriale.

I numeri del piano mostrano bene la portata della svolta. Nel quadro prospettico al 2040, il Giappone punta a portare le rinnovabili attorno al 40-50% della generazione elettrica, il nucleare attorno al 20% e il termoelettrico al 30-40%. Il confronto con la situazione di partenza è illuminante: nel quadro di riferimento riportato dal piano, il Paese arrivava da un mix elettrico con 22,9% rinnovabili, 8,5% nucleare e 68,6% termoelettrico, mentre il tasso di autosufficienza energetica era fermo al 15,2%, con un obiettivo di salita al 30-40% entro il 2040. In altre parole, per Tokyo il nucleare non è più un tabù da tollerare in via residuale, ma una delle leve centrali per ridurre la dipendenza energetica estera e contenere il peso delle fonti fossili importate.

Questa evoluzione aiuta a capire il senso politico della nuova narrativa ufficiale. Il governo giapponese non presenta il ritorno del nucleare come una rimozione di Fukushima, ma come una necessità nazionale dentro una strategia di decarbonizzazione e resilienza. Eppure è proprio qui che emerge il paradosso: il Paese sta rilanciando il nucleare mentre il più grave incidente della sua storia energetica contemporanea è ancora materialmente aperto, con problemi tecnici, ambientali e territoriali tutt’altro che risolti.

Il 2026 conferma che il ritorno del nucleare non è più solo teorico

Il rilancio non è solo programmatico. Nel 2026 il processo di riattivazione dei reattori è ormai una realtà operativa. Secondo le ricostruzioni più aggiornate, il Giappone ha riportato in funzione 15 reattori operabili dopo il lungo stop seguito al 2011. La riaccensione dell’unità 6 di Kashiwazaki-Kariwa, impianto TEPCO e centrale più grande del mondo per capacità installata, è diventata il simbolo di questa nuova fase, anche perché si tratta del primo riavvio di un reattore TEPCO dopo Fukushima. Reuters e altre fonti di settore hanno segnalato che nel marzo 2026 l’avvio commerciale dell’unità ha subito un ulteriore rinvio dopo un problema tecnico, segno che il ritorno alla normalità nucleare resta ancora fragile anche sul piano operativo.

È un dettaglio importante anche sul piano simbolico. Il Giappone non sta semplicemente “discutendo” di nucleare: lo sta già reintegrando nel proprio sistema elettrico. Ma ogni riavvio, soprattutto quando coinvolge TEPCO, viene osservato come un test di affidabilità industriale, credibilità regolatoria e fiducia pubblica. Il fatto che proprio il ritorno di Kashiwazaki-Kariwa sia accompagnato da stop, verifiche e rinvii dimostra che la ferita di Fukushima pesa ancora sulle aspettative sociali e istituzionali, anche se il linguaggio politico tende oggi a normalizzare il processo.

Fukushima Daiichi non è un sito chiuso: è ancora un cantiere del rischio

Il punto decisivo, infatti, è che Fukushima Daiichi non appartiene ancora al passato. TEPCO continua a gestire il sito come un enorme laboratorio di decommissioning senza precedenti, e nel proprio Mid-and-Long-Term Decommissioning Action Plan 2025 riconosce apertamente che le operazioni in corso sono “unprecedented in the world”, cioè senza precedenti a livello globale, e richiedono revisioni continue del piano man mano che emergono nuovi problemi e nuove conoscenze. Non siamo davanti a uno smantellamento standardizzato, ma a una sequenza di interventi che devono essere costantemente adattati.

Questo vale soprattutto per il tema più difficile di tutti: il recupero dei fuel debris, cioè i materiali altamente radioattivi prodotti dalla fusione del combustibile nei reattori danneggiati. Nel 2025 TEPCO ha indicato, per l’Unità 3, che la sola preparazione degli accessi superiori e laterali necessari alle future operazioni di recupero potrebbe richiedere circa 12-15 anni, a seconda delle opzioni tecniche adottate. È un dato che da solo basta a smontare qualsiasi impressione di “chiusura imminente” del caso Fukushima. La parte più ardua, costosa e incerta del lavoro non è alle spalle: è ancora davanti.

L’acqua trattata ALPS: conformità tecnica non significa fine del conflitto

Tra i dossier più visibili c’è quello dell’acqua trattata con il sistema ALPS. Dal 2023 TEPCO ha avviato il rilascio in mare dell’acqua trattata, e i report ufficiali del 2025 mostrano che il processo è ormai entrato in una fase regolare di gestione. Secondo la roadmap aggiornata, al 13 novembre 2025 nel sito restavano ancora 1.

261.675 metri cubi di acqua trattata stoccata, mentre il volume totale scaricato in mare dall’inizio delle operazioni era arrivato a circa 125.488 metri cubi al completamento della quinta campagna dell’anno fiscale 2025.

Sul piano tecnico-radiologico, l’IAEA ha confermato più volte nel 2025 che il programma di scarico continua a rispettare gli standard internazionali di sicurezza e che i programmi di monitoraggio associati risultano coerenti con tali standard. Questo dato è importante e non va occultato. Ma è altrettanto importante non confondere la conformità tecnica con la pacificazione sociale. La gestione dell’acqua trattata resta una questione sensibile per comunità locali, pescatori, opinione pubblica e Paesi vicini, perché coinvolge non solo il rischio misurato, ma anche la fiducia, la reputazione dei prodotti ittici e la credibilità a lungo termine delle istituzioni.

I suoli contaminati: il problema meno raccontato e più ingombrante

Se l’acqua attira l’attenzione mediatica, i suoli contaminati raccontano meglio di ogni altra cosa la scala fisica del dopodisastro. Il Ministero dell’Ambiente giapponese indicava che, alla fine di luglio 2025, circa 14,11 milioni di metri cubi di suolo e rifiuti rimossi erano già stati trasferiti alle strutture di stoccaggio intermedio. La normativa giapponese stabilisce che il loro smaltimento finale dovrà avvenire fuori dalla prefettura di Fukushima entro marzo 2045, ma per riuscirci il governo sta puntando sempre di più sulla riduzione volumetrica e sul cosiddetto “managed recycling”, cioè il riutilizzo controllato dei materiali a più bassa radioattività in specifiche opere civili. Nell’agosto 2025 è stata formalizzata una roadmap quinquennale proprio per promuovere questo percorso e costruire consenso pubblico attorno a esso.

Anche qui, tuttavia, la conformità tecnica non basta a sciogliere il nodo politico. L’IAEA ha valutato coerente con i propri standard l’approccio giapponese alla gestione e al possibile riciclo di una parte significativa di questi suoli, ma la domanda centrale resta aperta: quale territorio, fuori da Fukushima, accetterà davvero il trasferimento finale del problema? In altre parole, il Giappone non deve soltanto trovare una soluzione ingegneristica; deve trovare una soluzione territorialmente e socialmente accettabile. Ed è spesso su questo secondo fronte che le strategie tecniche più razionali incontrano i loro limiti maggiori.

Gli sfollati sono diminuiti, ma la normalità non è tornata ovunque

Un altro indicatore della distanza tra ricostruzione e piena normalità è la situazione della popolazione evacuata. La Reconstruction Agency segnala che gli evacuati nella prefettura di Fukushima sono scesi da un massimo di circa 165.000 a circa 26.000 nel giugno 2024, e che la popolazione residente nelle aree dove gli ordini di evacuazione sono stati revocati è cresciuta gradualmente, arrivando a circa 17.000 persone nel maggio 2024, contro circa 4.000 nell’aprile 2017. Sono numeri che documentano progressi reali. Ma documentano anche che il ritorno non è stato né totale né lineare. Rimangono aree difficili da riabitare, programmi speciali di decontaminazione, infrastrutture da ricostruire e una geografia del rientro ancora fortemente asimmetrica.

Ed è qui che emerge il significato profondo del tema memoria. La memoria non scompare quando i territori vengono parzialmente riaperti o quando le statistiche sugli evacuati migliorano. Scompare, semmai, quando i dati della ricostruzione vengono usati per suggerire che il capitolo sia sostanzialmente chiuso. Ma Fukushima non è chiusa. È governata, monitorata, parzialmente stabilizzata, amministrata con crescente sofisticazione; non è però conclusa né sotto il profilo tecnico né sotto quello umano.

Il vero nodo: il Giappone può rilanciare il nucleare senza aver risolto Fukushima?

Questa è la domanda che resta sul tavolo nel 2026. Dal punto di vista dello Stato giapponese, la risposta tende a essere sì: il Paese ha bisogno di più autosufficienza, meno combustibili fossili importati, più elettricità decarbonizzata e un mix più stabile. Da questo punto di vista, il ritorno del nucleare viene presentato come un atto di realismo strategico. Dal punto di vista di un osservatore critico, però, il quadro è meno rassicurante. Il rilancio del nucleare avviene in un Paese sismico, con una memoria collettiva ancora ferita, con un sito devastato che richiederà decenni di lavoro e con problemi di smaltimento e accettazione sociale ancora lontani da una vera chiusura.

Per questo sorprende meno di quanto sembri il fatto che, a quindici anni dal disastro, il rischio più grande non sia una rimozione totale di Fukushima, ma una sua graduale normalizzazione politica. Il trauma non viene negato; viene inglobato. Diventa un costo storico da amministrare mentre si torna a usare il nucleare come leva di politica industriale, climatica ed energetica. Ed è proprio in questo passaggio che la memoria rischia di indebolirsi: non perché nessuno ricordi più il 2011, ma perché quel ricordo smette di ostacolare davvero le scelte del presente.


FAQ 

Fukushima è un disastro completamente risolto?

No. Il sito è in fase di smantellamento con un orizzonte ufficiale di 30-40 anni, mentre restano aperti i dossier relativi ai fuel debris, all’acqua trattata, ai suoli contaminati e ad alcune aree ancora difficili da riabitare.

Quanti reattori nucleari sono stati riavviati in Giappone dopo Fukushima?

Secondo la World Nuclear Association, al febbraio 2026 erano 15 i reattori riavviati, mentre altri risultavano ancora in iter di approvazione o preparazione.

Il Giappone sta puntando di più sulle rinnovabili o sul nucleare?

Su entrambe. Il piano energetico al 2040 mira a un mix elettrico con rinnovabili al 40-50% e nucleare attorno al 20%, riducendo il peso del termoelettrico.

L’acqua rilasciata da Fukushima nell’oceano è ancora radioattiva?

Sì, dopo il trattamento ALPS resta in particolare il trizio, che viene gestito tramite diluizione e monitoraggio. L’IAEA ha dichiarato che il programma di scarico continua a rispettare gli standard internazionali di sicurezza.

Che fine faranno i terreni contaminati rimossi a Fukushima?

Il Giappone prevede lo smaltimento finale fuori dalla prefettura entro marzo 2045 e sta sviluppando programmi di riciclo gestito per le frazioni a più bassa radioattività, secondo linee guida pubblicate nel 2025.


Fonti autorevoli per la revisione

La riscrittura è stata aggiornata utilizzando documentazione di IAEA, TEPCO, Agency for Natural Resources and Energy/METI, Reconstruction Agency del Giappone, Ministero dell’Ambiente giapponese, IEA e World Nuclear Association.

CONDIVIDI

CONTATTACI

Copyright © 2026 - Privacy Policy - Cookie Policy | Tailor made by plastica riciclata da post consumoeWeb

plastica riciclata da post consumo